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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Posts Tagged ‘terroristica’

«Al-Shabaab. Anatomia dell’organizzazione terroristica che ha rapito Silvia Romano»

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 Maggio 2020

È online su tutte le piattaforma al prezzo di 1,99 euro. E’ un instant ebook di due studiosi internazionali che da tempo si occupano di questa organizzazione terroristica: Brendon Cannon, Professore associato di International Security presso la Khalifa University di Abu Dhabi e Dominic Ruto Pkalya peacekeeper con oltre vent’anni di esperienza sul campo.Il libro spiega nel dettaglio come sia nata, chi si nasconda dietro Al-Shabaab e, soprattutto, perché sia diventata tra le organizzazioni più forti, meglio radicate e pericolose al mondo.Ubicata in Somalia, i suoi attacchi nel corso degli anni si sono concentrati in prevalenza contro il Kenya. In questo ebook, Cannon e Ruto Pkalya spiegano le ragioni di tale scelta.Gli autori si soffermano in particolare sulla crescente centralità degli attori armati non statali nelle dinamiche di sicurezza globale nella convinzione che, proprio alla luce del caso di al-Shabaab, solo studiando in maniera analitica i percorsi sociali che spiegano l’ascesa di questi gruppi, si possano mettere a punto strategie politico-militari in grado di contrastarli con successo. L’ebook nasce come fascicolo extra della «Rivista di Politica» diretta da Alessandro Campi, edita da Rubbettino.

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Presentazione libro di Benedetta Tobagi

Posted by fidest press agency su sabato, 24 aprile 2010

Mestre 26 aprile alle ore 18.00 all’auditorium del Centro Culturale Candiani sarà presentato illibro di Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre alla presenza dell’autrice. Interverranno Massimo Cacciari, Tiziana Agostini. Conduce Nicola Pellicani.  Walter Tobagi è morto il 28 maggio 1980, gli hanno sparato alcuni membri di una semisconosciuta formazione terroristica di sinistra, la «Brigata 28 marzo». Tobagi era un giornalista del «Corriere della Sera», era uno storico e il presidente del sindacato dei giornalisti lombardi. Quando è morto aveva trentatré anni, il figlio Luca sette, Benedetta tre. Si può dire che Benedetta non ha conosciuto il padre, di lui conserva solo alcuni fotogrammi di ricordo. Una volta cresciuta ha deciso di andare alla scoperta di questo padre, e ha provato a raccogliere ogni sua traccia. La presentazione sarà quindi l’occasione per dibattere, assieme a Massimo Cacciari alla sua prima uscita pubblica in città dopo la fine del mandato da Sindaco, degli Anni di Piombo, anni che hanno lasciato un’eredità pesante per le persone direttamente colpite negli affetti più cari e interrogativi importanti per tutto il Paese.  In particolare gli anni settanta furono un decennio marcato da una violenza quotidiana di stampo terroristico molto virulenta. Basti pensare che nel 1979 in Italia si contarono 2.365 atti di violenza e 37 morti. Nel 1980 l’anno dell’assassinio di Tobagi i morti furono in media 3 al mese. Solo a Mestre furono uccisi nel 1980 Sergio Gori, il 29 gennaio, e Alfredo Albanese, il 12 maggio.  L’autrice, attraverso il profilo intellettuale e professionale della figura paterna, analizza anche le strategie terroristiche che spesso colpivano non gli elementi più reazionari della società, ma quelli più impegnati in senso riformistico. I giornalisti, i sindacalisti, i politici, i magistrati quelli che quindi si confrontavano con i cambiamenti sociali e culturali dell’Italia, ma allo stesso tempo difendevano strenuamente lo stato democratico. Un’interpretazione estendibile agli ultimi due omicidi di natura terroristica ossia quelli di Massimo D’Antona e Marco Biagi.

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Il soldato italiano non è un mercenario

Posted by fidest press agency su martedì, 22 settembre 2009

Editoriale fidest. Un prete, Paolo Farinella, dalle colonne di Micromega ci parla della strage di Kabul “mettendosi di traverso” al giudizio di molti e a quanto la stampa nazionale riporta di quel tragico evento. Può avere ragione quanto afferma che si parla molto dei sei militari italiani uccisi e non altrettanto dei 20 afghani che sono morti con loro colpiti dallo stesso disegno criminale. Lo stesso si può dire per i 4 militari italiani feriti e dei 60 afghani che hanno avuto la medesima sorte. Ma vi è anche da fare una sottile distinzione in proposito. I militari italiani sono lì per cercare di scongiurare questi atti estremi di violenza terroristica che non fa differenza tra civili e militari e spesso fa vittime tra donne e bambini. Ma il punto in cui il nostro dissenso diventa totale è quando questo prete definisce i soldati dell’Onu e dell’Ue dei “mercenari”. Non è solo una questione di terminologia. Per mercenario, infatti, s’intende chi “compie azioni militari per conto di un privato o anche di uno Stato” ma non lo fa per degli ideali tanto che la sua figura non è regolamentata nel diritto internazionale né dalla Convenzione di Ginevra. Quest’ultima ha anche precisato che il termine “mercenario” è da considerarsi dispregiativo e preferisce usare la parola contractor. Ma l’errore grave e imperdonabile, che questo prete commette, è che cerca di coinvolgere tutti i militari italiani in un unico giudizio critico. Semmai sono i nostri politici e governanti da prendere di mira. E’ non solo ingeneroso ma ne distorce la verità lasciandosi sedurre dalle tante sirene critiche che pure si mantengono su binari di giudizio meno virulento. Ancora una volta gioca sulle terminologie contestando la parola “eroe” ai morti di Kabul, nello specifico, e dimentica volutamente che questi militari sono presenti in quell’area da pacificatori e non da aggressori. Possiamo, e lo abbiamo fatto, criticare l’interventismo militare dell’occidente e giudicarlo negativamente, ma nel momento in cui il Parlamento italiano consente la partecipazione dei soldati italiani nel contingente di pace internazionale (e in questo caso sono concordi sia la maggioranza sia la minoranza) è nostro preciso dovere non far mancare il nostro appoggio, sia pure morale, a questi giovani che sono stati educati ad obbedire e a servire la patria. E’ un compito ingrato? Certo lo è e se non fosse motivato lo sarebbe in tutti i sensi. Per questa ragione ci sentiamo di respingere al mittente le tante “parole gettate al vento” e ci addolora solo che provengono da un uomo di chiesa e per il quale il linguaggio può anche essere quello della denuncia e del dissenso ma non della denigrazione. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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