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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

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La vogliamo chiamare Terza Repubblica, la stagione politica che stiamo vivendo?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 settembre 2019

Va bene, anche se sarebbe più corretto definirla la quinta fase della Prima Repubblica, considerando la seconda quella che va dal 1994 al 2011 (l’illusione del maggioritario), la terza quella aperta dal governo Monti e terminata con le elezioni del 2013 (il salvataggio dal default) e la quarta quella dei governi Letta, Renzi e Gentiloni (la seconda bis). In tutti i casi deve essere chiaro che si tratta del tempo – che ci auguriamo breve, diciamo come la Seconda Repubblica francese (febbraio 1848-dicembre 1851), senza che si affacci un Napoleone III, però – contrassegnato dalla destrutturazione (speriamo non decomposizione) del sistema politico, in attesa che finalmente si affaccino sulla scena italiana forze che abbiano almeno l’obiettivo della ricomposizione e del rilancio, se non proprio del Rinascimento. Insomma, la stagione che dopo aver celebrato e sperimentato al potere il populismo, lo archivi essendosi sufficientemente spaventata delle conseguenze.Ora, la contaminazione corrosiva che il raggiungimento del potere ha prodotto ad una forza anti-politica come i 5stelle, con la conseguente crisi di consenso che ne è velocemente derivata, e la plateale constatazione della fragilità e dell’impalpabile consistenza del modello nazional-populista proposto da Salvini, sono le giuste premesse perché le cose vadano verso il big bang che abbiamo invocato. Ma, ovviamente, non basta. E sarebbe puro azzardo riporre speranze nel governo Conte2, salutabile al massimo come lo sbocco meno peggiore rispetto a quelli che si erano profilati, della crisi dell’alleanza tra 5stelle e Lega prodotta con incredibile imperizia sua, e fortuna nostra, da Salvini. No, ciò che occorre è che il centro politico, cioè quello spazio (larghissimo) che sta in mezzo tra le posizioni più radicali – e quindi più esposte alle sirene della demagogia e del populismo, di destra e di sinistra – si ripopoli dopo anni di desertificazione e di fuga di elettori (prevalentemente verso l’astensione). Ed è necessario che ciò avvenga non attraverso la nascita di effimeri partiti personali, votati o al culto del leaderismo o al ricatto politico speculando sull’indispensabilità dei loro numeri nel gioco parlamentare – o, ancor peggio, ad entrambe le cose – ma rianimando e rinnovando le culture politiche che hanno radici solide, e che non a caso in Europa sono rimaste preponderanti, avendo cura di selezionare con rigore vere classi dirigenti.
E veniamo, dopo questo lungo ma indispensabile preambolo, alla domanda del giorno: quella di Renzi è una roba seria? Ci può e ci deve interessare? Se la risposta non può che essere formulata alla luce di quanto abbiamo premesso, a prima vista verrebbe da dire ben venga. Occorre riconquistare la fiducia perduta dei ceti produttivi – intesi sia come imprenditori che come lavoratori – in gran parte collocati al Nord e che in questi anni, da incazzati, hanno fatto la fortuna di Salvini, e del ceto medio impiegatizio che sono stati alla base del fenomeno grillino? Proprio a costoro il “rieccolo” toscano intende parlare. C’è bisogno di ripopolare il centro? Renzi lì va a collocarsi. Servono forze che non stiano con i populisti e i sovranisti, ma che nello stesso non siano succubi delle forze più moderate, come il Pd e Forza Italia, che tanta responsabilità hanno del nascere e prosperare degli sfascisti? Lui, pur tra mille contraddizioni, in quella direzione dice di voler procedere. Si deve andare ad una scomposizione delle forze in campo? Non c’è dubbio che “Italia Viva”, pur per ora solo a livello parlamentare, una zeppa ce la mette. E per farlo spacca il Pd? Tanto meglio.
Fin dalla sua nascita il partito di Veltroni e Prodi è stato una contraddizione in termini: ha voluto essere contemporaneamente un partito socialdemocratico, popolare e liberaldemocratico, un’alchimia impossibile e in tutti i casi non riuscita. E che comunque richiede un sistema elettorale maggioritario puro (inglese, americano o francese che sia), mentre non può convivere con il proporzionale – anche quello attuale, seppure imbastardito da un terzo di maggioritario – che induce alla creazione di due o più forze, che poi si possono (anche) alleare. E poi, non è un caso che quella di Renzi sia la terza scissione nella breve storia del Pd dopo Rutelli (2009) e Bersani-D’Alema (2017): forse nel suo dna c’era già scritto il destino della diaspora. E pazienza se la storia delle scissioni a sinistra dimostra che la somma degli addendi finali è sempre stata inferiore al totale di partenza.
Lo si accusa di voler ereditare voti e ruolo di Berlusconi? Considerato che a sua volta il Cavaliere aveva ereditato gli elettori della Dc, ed essendo palese che né lui né Forza Italia sono più in grado di dare continuità a se stessi – lo si è visto anche in quest’ultimo passaggio politico, recitato implorando il fedifrago Salvini a ritornare nell’ormai morto centro-destra di antica memoria – non vediamo cosa ci sia di male a porsi questo obiettivo. L’importante è dirlo. Insomma, sulla carta la mossa di Renzi sembra cosa buona e giusta, e per di più condita da un indubbio talento tattico. Poi, però, vedi che l’operazione incorpora un altissimo tasso di strumentalità. Sia perché la squaderna un minuto dopo aver proposto e ottenuto, in piena contraddizione con sé stesso, l’alleanza del Pd con gli odiati grillini. Sia perché essa si configura con tutta evidenza come una mossa di palazzo alla Ghino di Tacco (senza essere Bettino Craxi) per ricattare in sede parlamentare (al Senato i suoi 15 adepti fanno la differenza) il governo di cui è stato ostetrico, e per di più con obiettivi non tanto politici quanto di puro potere (i riferimenti alle prossime nomine e ad operazioni tra società a capitale pubblico sono talmente espliciti da essere sfacciati). E allora cominci a dubitare. Quindi cerchi nelle interviste – nemmeno lo straccio di un documento politico-programmatico accompagna la nascita di “Italia Viva”! – il senso strategico del disegno renziano, e non trovi altro che riferimenti a sé stesso, alla coerenza o meno dei suoi comportamenti, alla traiettoria personale del suo agire. Tutte cose rispettabili, per carità, ma di cui gli stessi italiani meno avvezzi alle sottigliezze della politica e più inclini al giudizio sui personaggi, si erano già abbondantemente stancati dopo l’insopportabile, oltre che autolesionistica, personalizzazione del referendum costituzionale da lui voluto. Allora ti rifugi in considerazioni di pura tattica politica, ma anche lì non capisci come un furbo come il Rottamatore non abbia calcolato almeno tre cose di tutta evidenza. La prima: che in Europa il suo “cespuglio” sarebbe stato considerato un fastidioso fattore di instabilità per la maggioranza che sorregge il Conte2, nato con il padrinaggio del trio von der Leyen-Merkel-Macron. La seconda: che togliendosi di torno rischia di cementare e rendere permanente l’alleanza tra Pd e 5stelle, l’ultimo dei suoi obiettivi politici. La terza: che per uno che aveva vinto le primarie e raggiunto il 40% dei voti (Europee 2014) – era in quel momento che doveva far nascere una cosa nuova, noi glielo dicemmo in tutte le intonazioni, come sempre e come tutti, inascoltati – mettersi in proprio con un’operazione di palazzo, oltretutto lanciata nel momento di minimo gradimento personale per non aver avuto l’umiltà di fare autocritica e sparire dalla scena per qualche tempo, non è proprio una mossa da piccolo Macchiavelli quale lui pensa di essere. Tanto più se si pensa che non sarà poi così difficile al presidente Conte – coperto da endorsement internazionali di primordine e sorretto da sponde che si chiamano Quirinale, Vaticano e grandi imprese – trovare domani a palazzo Madama una decina di “responsabili” pronti a supportare il governo quando i senatori renziani faranno scattare il loro “ricatto”.Così, oltre che dubitare della mossa, non si può non vacillare nel coltivare la speranza che siano Renzi e la sua neonata creatura a mettere sulla giusta strada la politica italiana. L’altro giorno Giorgio La Malfa, nel commentare sul Foglio i frequenti riferimenti al Partito Repubblicano da parte di chi, come Renzi e Calenda, si sta attrezzando a costruirne uno simile, ha ricordato che il PRI fu un partito di estrema minoranza che nel dopoguerra superò il 4% solo in tre elezioni (1946, 1983 e 1992), ma ebbe il massimo di peso e di incidenza politica nonostante faticasse ad attestarsi sul 3%. E questo perché aveva un solido radicamento culturale, una classe dirigente di straordinario spessore, una visione politica di medio-lungo termine che travalicava le Alpi e una capacità di analisi dei fenomeni economici e sociali che gli consentiva una produzione programmatica di altissima qualità. Il suo andare oltre la consistenza elettorale, esprimendo un’influenza sui governi a guida altrui ben maggiore del drappello di parlamentari che aveva, non dipendeva certo da un “potere di ricatto”, ma perché del PRI non si poteva fare a meno sul piano politico. Ecco, se il nostro disastrato – e perciò da ricostruire da zero – sistema politico tornerà ad essere il combinato disposto di grandi partiti popolari e di forze di minoranza, per nulla frustrate delle loro dimensioni perchè capaci di influire sulle grandi scelte strategiche del Paese, allora saremo davvero sulla buona strada. Altrimenti continueremo ad essere preda del populismo, di massa e in formato mignon.
(By Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Referendum bugiardo

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 ottobre 2016

renzi-berlusconiAdesso basta, fermiamoci in tempo. La più lunga campagna elettorale della storia repubblicana, quella per il referendum costituzionale, che invece di iniziare oggi e durare due mesi (e già sarebbero troppi) è in atto da almeno un semestre, si è via via caricata di una quantità industriale di fesserie che è urgente e indispensabile gettare al macero – nella speranza che di qui al 4 dicembre non se ne producano di nuove – se si vuole che quale sia il risultato della consultazione non si producano nefaste conseguenze per il Paese. Proviamo a sgombrare il campo, elencandone schematicamente alcune, nell’auspicio che serva ad una riflessione più meditata in vista del voto.
La prima e più grave scempiaggine che circola, alimentata in egual misura da entrambi i fronti, è che la vittoria del Sì e del No produrrà effetti a dir poco drammatici. Non è così: non cadrà la democrazia se vincerà il Sì, l’Italia non precipiterà nel caos se prevarranno i No. Sono entrambe forzature propagandistiche indegne di un paese moderno (per quanto anche quelle cui assistiamo per merito di Donald Trump e Hillary Clinton non scherzano). La posta in palio del referendum non è la fine del mondo. Tra l’altro si tratta di argomenti così forzati da suscitare l’effetto opposto a quello che ciascuno di quelli che li maneggiano si propongono di ottenere. Per dirla più brutalmente: il rancore di D’Alema e la difesa della Costituzione così com’è in nome dei valori della Resistenza (vedi il ruolo giocato dall’Anpi) portano acqua al mulino del Sì; l’evocazione di una nuova Brexit che procurerà all’Europa il collasso definitivo, con le Borse che crollano e gli spread che volano, porta acqua al mulino del No. A questo è collegata una seconda bufala che circola allegramente: votate a favore perché altrimenti rimarremo senza governo e a Renzi non c’è alternativa. A parte che anche quest’argomento (ricatto) ci sembra più favorire la tesi avversa che quella per la quale milita, ma la cosa è priva di fondamento. Il giorno dopo il referendum, se vincerà il “no”, ci sarà crisi di governo se e nella misura in cui Renzi d'alemaavrà fatto coincidere la traiettoria sua e del suo esecutivo con questa riforma – ed è scelta sua, che non può essere messa moralmente in conto a chi ha intenzione di votare No – e se riterrà di rimettere il mandato nelle mani del Capo dello Stato. Il quale, per cultura istituzionale e stile personale, non ha alcuna intenzione di imporglielo. Si dice: ma così Renzi sarà comunque debole, e gli italiani non hanno interesse ad avere un presidente del Consiglio debilitato. Vero. Ma pensate forse che un politico che avesse imposto al Paese una riforma di tale portata (e che sia di grande portata lo sostiene Renzi stesso, ricordandocelo un giorno sì e l’altro pure) non perché sia convincente nel merito ma perché da essa si fa ricavare la sopravvivenza del governo (anche questa per scelta del medesimo) sia davvero un leader forte? E non c’è argomento come quello della (presunta) insostituibilità per certificarne l’estrema debolezza: sto al governo perché non c’è nessun altro. Come a dire che appena si palesasse uno che dicesse “eccomi qui” (come fece Renzi dopo aver detto di stare sereno a Letta) giocoforza lui si dovrebbe fare da parte. No, non è così che si costruisce la stabilità e la governabilità.
Un’altra “forzatura doppia” è poi quella di dire che chi vota No è a favore dell’attuale bicameralismo (leggi Angelo Panebianco) e, viceversa, quella di dire che chi vota Sì intende violentare la Costituzione, che invece va assolutamente mantenuta così com’è (leggi Gustavo Zagrebelsky). Nel primo caso valga la nostra posizione: noi siamo più che favorevoli al superamento dell’attuale sistema parlamentare, ma riteniamo che il modo proposto per cambiarlo sia sbagliato e che possa produrre danni maggiori di quelli che pure si hanno a conservarlo. Non è un caso che ben prima che a Renzi venisse in mente di fare questa (sgrammaticata) riforma abbiamo proposto (e continuiamo a proporre) un’Assemblea Costituente con lo scopo di rivedere – organicamente, non a pezzi – l’intero impianto istituzionale, ormai obsoleto. Dunque, caro Panebianco, non ci sentiamo affatto conservatori, né per il solo fatto che rispondiamo No all’appello referendario dobbiamo essere messi a forza nello stesso “partito” di coloro che votano contro perché ritengono che comunque la carta fondamentale sia inviolabile. Tra l’altro, è falsa sia la storia che se non si fa questa riforma non ce ne potrà più essere un’altra per secoli – non si fa questa per farne una migliore – sia la favola dell’irreversibilità del nuovo sistema se dovesse prevalere il Sì, perché una revisione più ampia della Costituzione e degli assetti istituzionali rimarrebbe comunque necessaria. Basti pensare a questo: se passa la riforma, avremo (giustamente, anche se debolmente) controriformato in chiave meno federalista il titolo V della Carta, ma ci saremmo inventati il Senato delle autonomie locali. Una contraddizione che andrebbe comunque sanata.Infine, una riflessione attenta merita la questione della legge elettorale e del suo incrocio con la riforma costituzionale. Anche qui si sparano balle a raffica. Dai sostenitori del Sì abbiamo sentito dire sia che le due cose sono assolutamente disgiunte e indipendenti, sia l’esatto contrario. Altrettanto da quelli del No. Inoltre si ipotizza che il fronte del No sia proporzionalista (anche questa è un’apodittica affermazione di Panebianco) e quello del Sì favorevole al sistema maggioritario. Forse questo vale per i partiti – fermo restando che da ciascuno di loro nel corso degli anni abbiamo sentito proporre ogni tipo di modalità di voto – ma non certo per gli elettori, che solo in un’esigua minoranza hanno interesse a tecnicalità da addetti ai lavori. Ma al di là di questo, vorremmo che qualcuno ci spiegasse quale relazione c’è tra un cattivo bicameralismo, come quello che uscirebbe dalla riforma, e il maggioritario, e viceversa quale tra il bicameralismo paritario di oggi e il aula senatoproporzionale (che oggi non c’è). Noi per esempio, siamo per una Camera e un Senato elettivi e con funzioni differenziate, e per una legge elettorale alla tedesca, in cui la rappresentanza piena viene mitigata da una soglia di sbarramento alta (che rappresenta la migliore e più equa forma di premio di maggioranza, seppure indiretto): dove stiamo nello schema rigido che ci viene propinato? Da nessuna parte.La realtà è che il dibattito politico odierno, anche quando coinvolge esimi professori, è intriso di preconcetti e falsità. Il referendum non è affatto una svolta epocale. In nessuno dei due casi, e a maggior ragione se il Sì e il No dovessero prevalere per un pugno di voti, magari con la quota di astensioni ancor più alta delle ultime consultazioni. Né può esserlo, epocale o anche solo importante, un appuntamento in cui una parte ci chiede di votare Sì usando biechi argomenti dell’anti-politica e l’altra di votare No per regolare i conti con l’attuale inquilino di palazzo Chigi o, peggio ancora, del Nazareno. Noi, come dimostra la livida condizione della nostra economia, ci stiamo sempre più avviluppando in un declino inesorabile, ma ci viene raccontato – e taluni ci credono – che la chiave per fermarlo stia nella scheda in cui dovremo rispondere ad un quesito, peraltro scritto in modo ridicolo. Non è così. Anzi, la pochezza della riforma e degli argomenti pro e contro che la circondano è il segno che il declino prosegue inarrestabile.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it

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Renzi e il test elettorale delle regioni

Posted by fidest press agency su sabato, 16 maggio 2015

palazzo chigiSi è diffusa l’idea che quattro milioni di pensionati in ansia per le conseguenze della sentenza della Consulta sulla legge Fornero, che gli insegnanti e gli studenti scioperanti per la riforma della scuola, che i dipendenti pubblici sul piede di guerra, e che i disillusi di Renzi – fans della prima ora, via via andati perdendo fiducia – siano complessivamente un numero tale da poter tirare un brutto scherzo al presidente del Consiglio in occasione delle elezioni regionali che si terranno fra due settimane. Non sappiamo francamente se sia davvero così, e comunque ci sottraiamo come sempre alla lotteria dei sondaggi e delle previsioni. Notiamo però alcune cose. Alcune a favore di Renzi. Primo: è fisiologico perdere consenso in corso d’opera; anzi, più se ne perde più può essere il segnale che si stanno prendendo decisioni – giuste o sbagliate che siano – senza l’ansia di voler accontentare tutti e piacere a tutti. Secondo: Renzi ha scientemente spaccato il Pd, per trasformarlo in qualcosa che fosse libero dai condizionamenti vetero-comunisti di una parte della “vecchia ditta” e vetero-cattocomunisti di quella che una volta era la sinistra DC più ideologica. Se pagasse un prezzo elettorale a sinistra sarebbe normale – e, immaginiamo, calcolato – e comunque andrà verificato quanto questa operazione gli consente di recuperare al centro, nel corpaccione maggioritario dell’elettorato moderato. Se anche fosse che si becca il 30% anziché il quasi 41% delle europee, risulterebbe pur sempre il primo partito e sarebbe molto più libero politicamente. Dunque, nel caso, il gioco sarebbe valsa la candela. Terzo: i nemici di Renzi, pur essendoci molti motivi buoni per criticarlo, continuano invece a usare argomenti logori (“va troppo veloce”), esagerati (“l’Italicum cancella la democrazia”) e conservativo-corporativi (“no ai presidi sceriffo nelle scuole”), mostrando di non avere alcun progetto riformatore alternativo. Così, alla fine, anche chi non è del tutto convinto dell’azione del governo e trova urticanti certi modi e toni di Renzi, finisce per votarlo, aiutato dal sempre più gettonato concetto che “non c’è alternativa”. È pur vero, però, che a sfavore del presidente del Consiglio militano altri argomenti. Primo: se ricevi una scomoda eredità come il “caso pensioni” non puoi rispondere, come ha fatto Renzi, “ci inventeremo qualcosa”. Secondo: se vuoi introdurre la meritocrazia nella scuola (sacrosanto intendimento) non puoi mettere sul piatto l’assunzione di 160 mila precari, orrenda toppa a un buco pluriennale, e per di più beccarti i sindacati che ti spernacchiano. Su questo tema condividiamo il giudizio, sereno ma tagliente, di Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, secondo cui l’operazione precari “avrà effetti molto negativi, abbassando la qualità della scuola e ostacolandone il rinnovamento per molti anni a venire, perché senza una preventiva analisi dei profili necessari si adotta la logica assumiamo questi insegnanti e poi vediamo che cosa gli possiamo far fare”. Terzo: è inutile ostinarsi a declamare che l’economia ha svoltato, perché non è vero e chi lo constata quotidianamente si irrita a sentirselo dire. E noi, che non temiamo di passare per gufi (ci siamo abituati), azzardiamo persino di dire che i nostri fondamentali economici sono ancora con i piedi ben piantati nella recessione. Si pensi solo a questo: abbiamo fatto nel primo trimestre +0,3%, abbiamo messo in cascina su base annua due decimi di punto, tutte le stime (ultima quella di S&P) ci dicono che chiuderemo il 2015 a +0,4% e la massima ambizione è di smentire queste nefaste ipotesi confermando la previsione del governo di +0,7%. Risultati modesti in assoluto, ma che diventano negativi se si considera che sono stati e saranno conseguiti in un contesto favorevole senza precedenti (tassi, cambio, prezzo del petrolio, liquidità Bce), senza il quale saremmo ancora con il segno meno davanti. Quarto: il decisionismo di Renzi in materia di legge elettorale e riforme istituzionali non paga. Non perché gli italiani la pensino come Terza Repubblica, che nel merito ha smontato sia l’Italicum che il nuovo Senato, ma perché – a torto, sia chiaro – non considerano prioritario il tema.
Dunque, vedremo cosa uscirà dalle urne. Una cosa è certa: Renzi ha commesso l’errore – che gli deriva da quello di voler essere anche il segretario del Pd – di politicizzare l’appuntamento elettorale. Lo fece con le europee, gli ha detto bene e ci ha campato sopra per un anno, ma ora potrebbe anche doversene pentire. In tutti i casi sgombriamo preventivamente il campo da paralleli impropri: la vittoria di Cameron e l’Italicum di Renzi. Si è scritto che i Tory hanno vinto le elezioni con il 36% dei voti, e nessuno ha gridato allo scandalo. Ma lo storico maggioritario inglese non ha nulla da spartire con l’Italicum, e i candidati conservatori (tutti scelti dagli elettori) hanno conquistato 330 collegi uninominali, e se Cameron non disponesse della maggioranza assoluta, adesso sarebbe al lavoro per formare un governo di coalizione, senza dover ricorrere al ballottaggio tra le prime due liste. Detto questo, rimaniamo dell’idea che un sistema, il first-past-the-post, in cui un partito (Ukip) che prende quasi quattro milioni di voti pari al 12,6% e porta a casa un solo seggio mentre un altro (lo Snp) ne ottiene 56 con solo il 4,7%, sia a dir poco bizzarro, e comunque non rispondente al dna italiano. Una cosa, invece, è vera e non si è detta: il pragmatismo a-ideologico di Renzi – a volte usato bene, altre male, ma questo è un altro discorso – lo rende molto più somigliante a Cameron che ai laburisti. E non solo a quelli un po’ radicali di Miliband, ma anche a quelli riformisti di Blair. E questo elemento di genetica politica vedrete che, dopo le regionali, terrà banco. Ma ci torneremo a giugno, quando il quadro politico sarà costretto a fare i conti con il risultato elettorale.(Enrico Cisnetto dal sito http://www.terzarepubblica.it)

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