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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 151

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Dario Antiseri: è il cristianesimo che rende tollerante l’Europa

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 dicembre 2021

Interviene a gamba tesa il filosofo Dario Antiseri, autore di punta della casa editrice Rubbettino, a proposito del dibattito acceso qualche giorno fa dalla decisione della Commissione UE di promulgare un documento (poi frettolosamente ritirato) sulla comunicazione inclusiva con cui si suggeriva di evitare nei messaggi all’interno e all’esterno ogni riferimento a concetti e nomi cristiani per evitare di offendere la suscettibilità di chi cristiano non è. Per Dario Antiseri: «L’Europa è socratica nella mente e cristiana nella volontà». Così Salvador De Madariaga. E in realtà se è vero, per dirla con P. B. Shelley, che «noi tutti siamo greci», e altrettanto vero, come ha scritto W. Röpke, che «soltanto il Cristianesimo ha compiuto l’atto rivoluzionario di sciogliere gli uomini, come figli di Dio, dalla costrizione dello Stato e, per parlare come Guglielmo Ferrero, di demolire l’esprit pharaonique dello Stato antico». Fu «per semplice osservanza della verità» che Benedetto Croce volle precisare in Perché non possiamo non dirci cristiani che «il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto» – e ciò «per la ragione […] che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale e, conferendo risalto all’intimo e proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino ad allora era mancata all’umanità». E ne La società aperta e i suoi nemici Popper è pronto a riconoscere che «gran parte dei nostri scopi e fini occidentali, come l’umanitarismo, la libertà, l’uguaglianza, li dobbiamo all’influenza del Cristianesimo […]. I primi cristiani ritenevano che è la coscienza che deve giudicare il potere e non viceversa». E la coscienza di ogni singola persona, come ultima corte di giudizio nei confronti del potere politico, in unione con l’etica dell’altruismo, «è diventata la base della nostra civiltà occidentale». E, qua giunti, solo un’ulteriore annotazione. Prima dei pensatori richiamati, un intellettuale francese amante della libertà come E. Laboulaye faceva presente, in L’etat et ses limites, che noi dobbiamo la nostra libertà moderna al coraggio dei martiri cristiani di fronte al tardo dispotismo romano: «I palazzi dei papi hanno rimpiazzato il palazzo di Cesare, il Vaticano parla di potenza alla Chiesa; ma al di sotto di questo splendido edificio ci sono le catacombe, le quali parlano di libertà». È «per semplice osservanza della verità» che il valore che il Cristianesimo dà alla libera e responsabile coscienza di ogni singola persona, di ogni uomo “fatto ad immagine e somiglianza di Dio”, ha creato, a livello politico, una tensione che attraversa tutta la storia dell’Occidente. Káysar non è Kýrios: una spina nella carne nelle pretese onnivore del potere politico – principio religioso e insieme etico, sorgente inesauribile di una miriade di “corpi intermedi” (ospedali, orfanatrofi, associazioni di carità, ordini religiosi, confraternite, monti frumentari, scuole cattedrali, università, scuole professionali, cooperative, movimenti politici, casse di risparmio, giornali, case editrici, organizzazioni giovanili, ecc.) che, pur tra cedimenti e collusioni, rappresentano realizzazioni concrete di quel grande principio di libertà e solidarietà che è il principio di sussidiarietà. Agli inizi degli anni Cinquanta, Nikita Kruscev chiese ad Harold Macmillan – allora ministro degli Esteri della Gran Bretagna – che cosa fosse ciò in cui crede l’Occidente. E Macmillan rispose: «L’Occidente crede al Cristianesimo». È inimmaginabile un’Europa – nella sua storia e nella sua configurazione, nelle istituzioni dello Stato di diritto – senza l’irruzione del messaggio cristiano nella storia degli uomini. E certamente non aveva affatto torto Thomas S. Eliot a sostenere che «se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura. E allora si dovranno attraversare molti secoli di barbarie». Insomma, un’Europa desacralizzata, che pare aver dimenticato le idealità cristiane, quando esplicitamente non le rifiuta o addirittura le calpesta, questa Europa è ancora Europa? Della “spaventosa scristianizzazione” della nostra civiltà nessuno può ormai dubitare. Ed è proprio questa – annotava W. Röpke in quella grande opera che è Al di là dell’offerta e della domanda – quella malattia spirituale che via via ha infettato sempre più larghi strati delle popolazioni europee. Ed è esattamente così che del tratto più importante dell’identità europea, cioè del messaggio cristiano, si pretende da più parti di farne a meno quale ospite indesiderato nella propria casa. È quanto accadde, in modo eclatante, allorché si decise che dal Preambolo della progettata Costituzione europea venisse cancellato il richiamo alle radici cristiane dell’Europa. E, in altri contesti, cosa analoga è accaduta e accade a più riprese con la richiesta che, per esempio, venga tolto il crocifisso dai luoghi pubblici, come i tribunali o ancor più dalle scuole, o che venga vietato l’allestimento del presepe negli asili e in tutti gli altri ordini di scuola e in ogni altro edificio pubblico. E, finalmente, ecco la raccomandazione della Commissione europea: eliminare dal linguaggio degli auguri natalizi termini ed espressioni di chiaro riferimento alla fede cristiana. E perché mai tutto ciò? Per la ragione (!!!), si ripete, che si tratterebbe di “simboli” che offenderebbero quanti credono in fedi diverse dal Cristianesimo. Ora, a parte il fatto che non sono i fedeli di religioni differenti da quella cristiana ad esigere di staccare i crocifissi dalle scuole e dai tribunali, a non allestire i presepi o a imporre la neo-lingua degli auguri, viene subito da chiedersi: per quali mai ragioni fedeli di altri credo non cristiani, fuggiti dai loro Paesi dilaniati dagli orrori di oppressioni e di guerre dovrebbero sentirsi offesi da “simboli” e “tradizioni” di una fede – quella cristiana – costitutiva di una civiltà disposta ad accoglierli e a strapparli dalla morte e dalla fame? Perché mai tutti costoro non dovrebbero guardare con rispetto a “simboli” e “tradizioni” di una civiltà – la più inclusiva – che affonda le proprie radici nel messaggio di Colui che è morto in croce? Rispettare gli “altri” non significa né equivale a cancellare se stessi; e una società non è inclusiva di altre tradizioni e di culture altre solo a patto di escludere se stessa. Ma questo, purtroppo, sembrano aver pensato quei burocrati di Bruxelles che, quali burbere maestrine con la matita rossa, hanno preteso – magari con le migliori intenzioni – di insegnare alle mai cresciute popolazioni europee a non dire “parolacce”. L’Europa – e più ampiamente l’Occidente – non è il Continente più inclusivo, più tollerante e maggiormente rispettoso dei diritti individuali nonostante che sia cristiano – lo è proprio perché cristiano, pur nei non negabili errori della cristianità.Per concludere, un ammonimento di Antonio Rosmini: «Chi non è padrone di sé, è facilmente occupabile». E una cartolina a Bruxelles con un pensiero di Goethe: «Nulla è più funesto dell’ignoranza attiva!».

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Pannella scrive a Fini

Posted by fidest press agency su domenica, 28 giugno 2009

“Presidente, molti dei convenuti radicali alla ormai tradizionale “Assemblea dei Mille autoconvocati” rappresentano la metamorfosi “antifascista” del male fascista, di questo erede assai più che degli ideali e degli obiettivi ad esso opposti (nelle sue molteplici forme autoritarie e totalitarie, comuniste incluse) che furono, e apparvero, alla fine vincenti, quali legittimazioni nuove del Potere statuale, ordinamentale, anche e soprattutto “globale”, mondiale. Altri si riferiscono ai corsi e ricorsi vichiani. Sta di fatto, ma non di diritto, che essi hanno ragione di ritenere – in probabile sintonia con il popolo “sovrano” – che l’Italia non sia più, e da tempo, una Democrazia, uno Stato di Diritto. E hanno, quindi, come obiettivo ideale e politico il costruirli, il renderli “vigenti” con le armi, con i mezzi della prefigurazione nonviolenta e tollerante, laica e liberale, federalista (kantiana per “profezia” filosofica) e politica, secondo la visione  – europea ma anche globale – di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, del Manifesto di Ventotene. La nostra e sua Resistenza sembra sempre più drammaticamente ardua, fino ad apparire probabilmente – di nuovo – “perdente”. La militanza nonviolenta italiana ne risulta a volte una smentita, uno spiraglio, una forma esplicita di speranza.  La religiosità crociana e quella capitiniana, convergenti pur nella loro profonda diversità; quella risorgimentale, europea, sturziana e degasperiana, cattolico-liberale; con quella delle minoranze riformate alla M.L. King in tutto il mondo; il monachesimo buddista, non solamente tibetano (con la straordinaria testimonianza del Dalai Lama); il mondo missionario e del volontariato civile: tutto questo è – nel suo assieme, nella sua unità profonda – sottovalutato, quando non del tutto ignorato. Perché, Presidente Gianfranco Fini, questo pubblico omaggio, questo audace, e per me necessario, saluto radicale, e a nome dei Radicali, in occasione (anche se non – almeno formalmente – “a nome”) dell’Assemblea di Chianciano? Perché abbiamo in molti (anche, crediamo, nel “popolo sovrano”) il sospetto, l’intuizione, il conforto che Lei rappresenti, o quanto meno annunci, quella “metamorfosi del bene” antitotalitaria, laica, liberale, costituzionale e quindi antifascista, che invece, sotto mentite spoglie, gli eredi dei vincitori del 1945/48 hanno tradotto in un sessantennio partitocratico e come tale antidemocratico, riproposizione del Disordine Costituito in Italia e (forse, temiamo) anche in Europa. La risposta a questo interrogativo è in un solo semplicissimo motivo: perché Lei opera dimostrando di avere e rispettare, nell’esercizio delle Sue funzioni istituzionali e anche di quelle civili che non sono in esse incluse, un forte, reale senso dello Stato. (Marco Pannella)

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