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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘trappola’

La trappola di Gaza: perché si è riaperta e che cosa Israele può fare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 maggio 2019

By Ugo Volli. Riassumo la situazione di Gaza per chi non l’avesse seguita o non fosse riuscito a capire quel che è successo dalle cronache del tutto insufficienti dei giornali. Venerdì pomeriggio Hamas ha organizzato il solito assalto di massa verso il confine di Israele. Erano pochi, meno di diecimila, ma quanto basta per mandare centinaia di bombe incendiarie volanti sul territorio israeliano, per coprire un terrorista armato di coltello che è stato arrestato dopo che aveva superato la barriera di sicurezza e soprattutto dei cecchini che hanno sparato sui soldati israeliani incaricati di difendere il confine, ferendone due. A questo punto le forze israeliane hanno reagito come è necessario in questi casi, sparando contro le posizioni di Hamas e uccidendo due terroristi. La reazione dei gruppi terroristi è stata molto intensa. In circa 24 ore hanno sparato quasi 500 razzi e proiettili di mortaio su città e villaggi israeliani vicini a Gaza. La maggior parte di questi missili sono caduti in campagna o sono stati fermati dal sistema antimissile Iron Dome, ma alcuni sono arrivati direttamente nelle case, uccidendo un uomo e facendo alcune decine di feriti. Un paio di morti li hanno provocati con razzi difettosi sulla popolazione di Gaza. Bisogna sottolineare che obiettivi dei razzi e perdite riguardano solo civili: non si è trattato di un confronto militare, ma di un atto terroristico. Israele ha reagito con un bombardamento mirato su impianti militari e su sedi di Hamas, sembra anche sulle case dei suoi massimi dirigenti. Mentre vi scrivo (domenica a mezzogiorno) il confronto va avanti nonostante il tentativo di mediazione egiziano. Per aggiornamenti continui, vi consiglio questo link.
Fin qui la cronaca. Per capire che succede, bisogna porsi alcune domane. La prima è: che cosa fa la comunità internazionale, l’Unione Europea, l’Onu, il Vaticano di fronte allo spettacolo di un gruppo terrorista che cerca di incendiare il territorio di uno stato vicino, spara alle guardie di frontiera, spedisce 430 razzi in un giorno contro la sua popolazione civile? La risposta è “nulla”, se va bene spende qualche parola di “condanna alla violenza”. “Da tutt’e due la parti”, naturalmente. L’eccezione è l’America, ma si sa che Trump è un “sovranista” cattivo e che non conta. Magari altri “sovranisti” si uniranno alla solidarietà americana, chessò, Bolsonaro, Orban Salvini; ma sono cattivi anche loro. Nessuna sorpresa, basta vedere le cronache dei giornali per capire come questo atteggiamento di tolleranza del terrorismo contro Israele sia condiviso dai benpensanti.
La seconda domanda, più seria, è perché i terroristi agiscono così. La risposta va divisa in punti. Il primo punto è che non si tratta affatto di gesti popolari o spontanei. Il fatto che gli attacchi da Gaza procedano a ondate, con l’uso massiccio di risorse militari, testimonia che sono sotto il controllo delle centrali terroriste, che sono atti politici, di cui bisogna capire il senso. Si possono ricostruire tre obiettivi principali. Il primo è cercare di conquistare nuove regole del gioco, in cui sia sancita che la violenza quotidiana di Hamas (attacchi al confine, spari sui soldati, palloni incendiari, oltre ovviamente ai coltelli e al resto della “resistenza popolare”) è legittimo e dev’essere subito, mentre la reazione israeliana non lo è e merita rappresaglie. E’ una stortura criminale che ho cercato di spiegare qui, ma è anche un loro obiettivo politico costante. Il secondo obiettivo è ottenere vantaggi concreti (l’ampliamento della zona di pesca, la consegna dei finanziamenti che vengono dal Qatar ecc.), approfittando con attenzione delle scadenze interne israeliane: un mese fa le elezioni, oggi il concorso dell’Eurovision, che è importante per il turismo e l’immagine internazionale di Israele. Il terzo è procedere verso l’obiettivo strategico della distruzione di Israele e del genocidio che vorrebbero realizzare, e più realisticamente mostrare a tutti i militanti palestinisti che questa è la strada che si persegue a Gaza, a differenza dei mollaccioni di Ramallah, indebolendo ulteriormente l’incapace e senile Mohamed Abbas.Un quarto obiettivo, che probabilmente è il principale, viene dall’esterno, dal regime iraniano che controlla, finanzia e arma sia Hamas che la Jihad islamica, l’altro gruppo terrorista di Gaza che sta crescendo di forza e dimensioni. L’Iran grazie all’azione dell’aviazione israeliana sta perdendo la battaglia decisiva per la costruzione di un’infrastruttura militare in Siria da cui attaccare Israele. E’ interesse vitale dell’Iran dividere e logorare le forze armate di Israele, che non possono essere numerosissime, data la dimensione del paese. Altrettanto importante per gli ayatollah è rompere la coalizione che si è formata per contrastare la loro spinta imperialistica, in cui Israele la parte militarmente più importante, insieme a Egitto e Arabia. Per ottenere entrambi questi risultati il modo migliore sarebbe far impantanare l’esercito israeliano in un’operazione e poi magari in un’occupazione a Gaza, che impegnerebbe forze importanti distogliendole dal fronte settentrionale e produrrebbe molte perdite sia fra i militari sia inevitabilmente nella popolazione civile in Israele come a Gaza, esaltando i sentimenti antiebraici dei paesi arabi, anche quelli di fatto oggi alleati a Israele.
E’ un calcolo che fanno tutti, gli iraniani che ci sperano, Hamas che ci rimetterebbe ma deve starci visto che i suoi padroni vogliono così (e che comunque ne ricava uno spazio di immunità) e il governo e lo Stato Maggiore israeliano che devono pagare dei prezzi politici per non cadere in trappola (a questo proposito sono particolarmente ciniche le dichiarazioni di Gantz, che sa di cosa parla, e di Lapid, che probabilmente invece non capisce, cioè degli sconfitti delle ultime elezioni che attaccano il governo su scelte condivise da tutto l’apparato militare). In sostanza i responsabili di Israele, e prima di tutto Netanyahu, sanno di non dover cadere nella trappola iraniana di cui Hamas è l’esca. Un’operazione su Gaza porterebbe i morti dalle unità alle centinaia, esporrebbe a rischio la popolazione israeliane e probabilmente non sarebbe risolutiva se non seguita da una complicata, difficile e sanguinosa rioccupazione di Gaza.Anche perché le perdite delle due ultime grosse ondate di terrorismo dei missili, questa e quella del Novembre scorso (tre morti finora e alcune decine di feriti) sono ben lungi dal presentare un pericolo esistenziale per Israele, anzi sono inferiori ai costi del terrorismo spicciolo, quello dei coltelli, delle macchine, delle bombe incendiarie e dei sassi, che Israele subisce da anni cercando di arrestare o eliminare i terroristi. Noi siamo più impressionati dai missili, ma non bisogna cedere all’emozione. Anche perché le minacce di bombardare Tel Aviv o l’aeroporto Ben Gurion sono rimaste per ora sulla carta, ma certamente in caso estremo sarebbero attuate, provocando probabilmente altre perdite.
Che può fare dunque Israele? probabilmente potrebbe ampliare i suoi obiettivi, di alzare il prezzo del terrorismo dei missili, mirando a colpire la catena gerarchica di Hamas, cosa che negli ultimi anni non si è fatta. Anche qui con molta oculatezza, perché al di là della retorica del tifo, l’escalation non è interesse di Israele. Vedremo il seguito di questa vicenda. Ricordando sempre che essa non va valutata sulla base passionale dello sdegno per i crimini terroristi o del bisogno di vendetta immediata, ma sulla logica strategica dei danni e delle convenienze.

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Elezioni 2018: La trappola della “responsabilità”

Posted by fidest press agency su martedì, 13 marzo 2018

Cinque anni fa, subito dopo le elezioni politiche, l’allora segretario del PD, Pierluigi Bersani si fece promotore di un incontro con i rappresentanti parlamentari del M5S, che fu trasmesso via streaming. Bersani chiedeva un atto di “responsabilità” al M5S per avviare un governo sulla base di un programma condiviso. La risposta è nota: un no secco.
Oggi, a parti invertite, Luigi Di Maio, capo politico del M5S, chiede ai partiti, segnatamente al PD, un atto di “responsabilità” per avviare un governo sulla base di un programma condiviso. Attendiamo la risposta, ma rileviamo che i programmi, del PD e del M5S, presentati agli elettori sono totalmente diversi. Almeno di non ingannare gli elettori stessi, sia del M5S che del PD, come si potrà arrivare a conciliare l’inconciliabile?Rileviamo, invece, delle assonanze tra il programma del M5s e quello del Centrodestra.
Vediamo alcuni argomenti.Europa, euro, vaccini, pensioni, bilancio in deficit, immigrazione, giustizia e protezionismo sono una buona base di partenza per un accordo programmatico comune. Basta mettere due fogli di plastica trasparente, che riportino i programmi di M5S e Centrodestra, e si noteranno molte sovrapposizioni.
Visto che Di Maio ha rivolto un appello alla “responsabilità” a tutti i partiti, perché non iniziare con quelli programmaticamente più vicini? Primo Mastrantoni, segretario Aduc

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Crisi: La trappola

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

altero matteoliScriveva Altero Matteoli: “Il governo deve dare risposte immediate a una situazione finanziaria internazionale difficile che ha riflessi anche sull’Italia oltre che su tutta l’Europa. Auspichiamo che in particolare il Pd, assuma adesso un atteggiamento collaborativo come meriterebbe il Paese e come i cittadini si aspettano. E’ un modo, rifacendoci all’attualità, di rappresentare il caso Italia dove ci appare sempre più chiaro che il vero problema non sta nello spremere le esangui casse dei lavoratori e pensionati che hanno già dato ma di rivolgersi a quanti hanno già lucrato in passato e pensano che crisi o non crisi debbano continuare a tenere il loro tenore di vita e a incrementare i loro profitti. E se ai poveri italiani si dice loro che è una grave crisi e che tutti dobbiamo rimboccarci le maniche allora perché non incominciamo a debellare gli sprechi? Ricordo in proposito che la Corte dei conti ha quantificato gli sperperi intorno ai 70 miliardi di euro, le evasioni fiscali sui 300 miliardi di euro, gli scialacqui della politica con altri 14 miliardi di euro. Un tempo si diceva quando si parlava di guerra: armiamoci e partite. Tradotto nel linguaggio odierno, dovremmo dire: spennateci ma salvaguardate le ricchezze di chi ha e dei loro lacchè. (Riccardo Alfonso)

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Crisi: la trappola

Posted by fidest press agency su sabato, 6 agosto 2011

Scrive Altero Matteoli: “Il governo dà risposte immediate ad una situazione finanziaria internazionale difficile che ha riflessi anche sull’Italia oltre che su tutta l’Europa. Auspichiamo che anche l’opposizione, in particolare il Pd, assuma adesso un atteggiamento collaborativo come meriterebbe il Paese e come i cittadini si aspettano. Mi pare che questa posizione sia stata già assunta responsabilmente dall’Udc e ne prendiamo atto favorevolmente. Diversamente la maggioranza farà ovviamente il suo dovere disponendo dei numeri per andare avanti”.
A questo punto ci appare chiaro il disegno di questo governo: il parlamento con la corsa dei tre giorni ha approvato una manovra iniqua e le opposizioni ne hanno subito il ricatto per necessità più che per virtù. Ora questo stesso governo ci riprova con le parti sociali che hanno stabilito una innaturale alleanza in nome di un interesse partigiano che intende far approvare misure ancora più ingiuste perché sono rivolte solo ad una parte degli italiani (e guarda caso è quella maggioranza costituita da detentori di redditi più bassi, da pensionati, da cassa integrati, da disoccupati, da precari). Il vero problema è uno solo: è il debito primario che in pochi anni ci costringe a dover trovare 800 miliardi di euro per riportarlo al 70% rispetto al 124% di oggi. E allora il vero problema non sta nello spremere alle esangui casse dei lavoratori e pensionati che hanno già dato ma di rivolgersi a quanti hanno già lucrato in passato e pensano che crisi o non crisi debbano continuare a tenere il loro tenore di vita e ad incrementare i loro profitti. E se ai poveri italiani si dice loro che è una grave crisi e che tutti dobbiamo rimboccarci le maniche allora perché non incominciamo a debellare gli sprechi che la Corte dei conti ha quantificato intorno ai 70 miliardi di euro, alle evasioni fiscali che si aggirano sui 300 miliardi di euro, agli sperperi della politica che fanno altri 14 miliardi di euro mentre ci limitiamo a parlare del dimezzamento del parco delle auto blu che significa solo di settecento milioni di euro? Non è questa una presa in giro? Un tempo si diceva quando si parlava di guerra: armiamoci e partite. Tradotto nel linguaggio odierno dovremmo dire: spennateci ma salvaguardate le ricchezze altrui. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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La trappola del cavaliere

Posted by fidest press agency su martedì, 1 febbraio 2011

L’offerta, la richiesta di aiuto, la supplica di una boccata di ossigeno,  la proposta di collaborazione/complicità, avanzata dal cavaliere a Bersani  non è arrivata fuori tempo massimo, perché non  c’è limite cronologico per tentare di salvare la nazione da un fallimento annunciato; il problema non è cronologico ma politico. Un liberista che ha sfacciatamente favorito le classi più ricche volendo convincere la nazione che in questo modo l’arricchimento ulteriore dei già ricchi, avrebbe provocato un benessere a cascata anche per le fasce più povere, offre all’opposizione, che ha da sempre posto l’accento sulla gravità della crisi, l’onere di collaborare per tirar fuori la nazione dai pasticci in cui l’ha cacciata. Non si tratta più di ipotesi collaborativa, ma di una trappola per condividere  le responsabilità e, magari, attribuire ad altri responsabilità proprie.Il GAP , tra la fascia minoritaria privilegiata della nazione, quella che evade senza controlli, che  gode di sanatorie, condoni, scudi fiscali, e la fascia maggioritaria penalizzata dalla disoccupazione, dalla precarietà, dai tagli indiscriminati, non è economico, ma politico: da una parte il liberismo berlusconiano a difesa dei privilegi di casta o di banda, dall’altra la richiesta di democrazia sociale e solidale; valori e dis-valori che non possono trovare un terreno di incontro, trovandosi di fatto su un terreno di scontro che può essere evitato solo con una precipitosa fuga del cavaliere. (Rosario Amico Roxas)

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Torna Agatha Christie al Teatro Dehon

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 ottobre 2010

Bologna da martedì 12 a domenica 24 Ottobre, feriali ore 21, domenica ore 16 al Teatro Dehon Via Libia, 59 , la Compagnia Teatroaperto/Teatro Dehon – Teatro Stabile dell’Emilia-Romagna, presenta lo spettacolo più divertente della stagione. Alessandro Fornari e Aldo Sassi in “Trappola per topi”  di Agatha Christie. Regia di Guido Ferrarini, scene di Fabio Sottili, costumi di Renata Fiorentini, luci di Poppy Marcolin, fotografo di scena Gino Rosa, organizzazione di Tiziano Tommesani. Con: Aldo Sassi, Andrea Zacheo, Federica Tabori, Alessandro Fornari, Lorenzo Spiri, Guido Ferrarini, Grazia Ghetti, Marcella De Marinis.
“Trappola per topi” debuttò il 10 ottobre 1952 al teatro Ambassador di Londra per la regia di Peter Sanders. E da allora non ha mai cessato di essere rappresentata, consumando intere generazioni di attori… e di spettatori. La vicenda si svolge in una vecchia casa di campagna trasformata in pensione che, isolata da una straordinaria nevicata, si trasforma nella trappola del titolo. Mentre la radio diffonde la notizia di un omicidio avvenuto a Londra arriva alla pensione, gestita maldestramente da due giovani sposini, un eterogeneo drappello di ospiti. Un’acida signora di mezza età, uno squinternato studente, un maggiore in pensione, una giovane inquieta e, immancabile, un ospite inatteso e misterioso. Ultimo ad entrare nella metaforica trappola è un ispettore della polizia sulle tracce dell’assassino londinese. Un gruppo di villeggianti in un interno gotico-borghese, un “salotto buono” inopportunamente insanguinato, specchio di un mondo dove apparenza e realtà non coincidono. Il risultato è il riemergere di antiche ossessioni, paure e timori, che hanno le loro radici negli agghiaccianti e tragici ricordi di un’infanzia dolorosa. E’ qui che la Christie conduce magistralmente il suo gran gioco del delitto, divagando tra filastrocche infantili, moventi remoti e identità fasulle, aprendo il “plot” persino a spiragli ulteriori, da cui trapelano le inquietudini giovanili e le sopraffazioni esercitate sugli infanti da adulti che, “con cieca onnipotenza possono fare ciò che vogliono”. Temi sociali, pedagogici, filosofici resi, per cosi dire, funzionali all’articolazione del rebus poliziesco. Come sempre nei lavori della Christie la soluzione giungerà inaspettata e sorprendente, sconvolgendo le previsioni di tutti. (trappola)

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I° Congresso del Sud e l’Uomo qualunque

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 giugno 2010

Gaeta 19 giugno 2010 nella mattinata presso Hotel Mirasole Via Firenze, 5 Gaeta (Lt) iniziano i lavori del I° congresso del Sud promosso da cinque soggetti politici e rappresentate da Francesco Strafalaci (Sicilia Federale), Bruno Mabilia (Alleanza per il Sud),  Antonio Ciano (Partito del Sud – Alleanza meridionale), Antonino Calì (Movimento per il Sud),  Girolamo Foti (MovimentoSUD dei diritti), Cinque sigle che cercano una sintesi, ma anche il diffuso desiderio di quanti, e non sono pochi, di trovare un riscontro in coloro che in qualche modo cercano d’uscire dalla trappola partitica delle clientele, del voto scambio, degli interessi partigiani per restituire alla politica la sua ragione d’essere. A questo punto, pur nel rispetto dei tempi storici in cui si è maturata un’altra vicenda, quella per intenderci dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini nella seconda metà degli anni quaranta, mi pare di risentire la stessa aria di fronda per una classe politica che sta mettendo Ko un intero popolo. Come, ad esempio, non condividere le parole di Giannini allorchè esclama: “Bisogna distruggere il mito del capo, dell’uomo provvidenziale” che opprime la folla anonima e la manda a morire in guerra solamente per soddisfare le proprie ambizioni”. Lo diceva, ovviamente, riferendosi alla guerra scatenata da Mussolini e che tanti lutti stava provocando compreso il suo diletto figlio Mario morto in battaglia nel 1942. Oggi, per nostra fortuna, non si tratta di una guerra, ma senza dubbio di un danno da non sottovalutare non riuscendo la politica ad arginare la sete di potere, il cinismo, l’ingordigia di quanti in nome del “popolo sovrano” fanno scempio della sua dignità e lo umiliano impoverendolo. Ma Giannini può anche diventare un motivo di riflessione allorché si mise a capo di un movimento chiamato “Fronte dell’Uomo qualunque” e il cui motto era “non ci rompete le scatole”. Un movimento che gli storici considerarono una sorta di pseudo-ideologia che sbocciò con la fondazione di un partito. Fu una formula indovinata se si pensa che nelle elezioni politiche del 1946 questo figlio del Sud nato a Pozzuoli e cresciuto a Napoli, ottenne il 5,3% dei voti. E furono voti popolari, ovvero non strumentalizzati, non foraggiati da congreghe affaristiche, ma osteggiato dai partiti tradizionali. L’errore di Giannini fu, semmai, quello di cedere alle sirene partitiche ondeggiando tra il Pci di Palmiro Togliatti alla Dc di De Gasperi, al Movimento sociale italiano e per finire ai socialisti e ai monarchici. Ciò segnò la fine del suo movimento e ciò diventa anche per noi una seconda lezione: legarsi al carro degli attuali partiti significa tradire la vera causa di una lotta fatta per impostare una diversa visione della politica che sappia partire dal popolo e ritrovarsi in sintonia con il popolo in ogni atto del suo mandato di rappresentanza. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it).

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La Signora che guarda negli occhi

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 giugno 2010

Roma 15-20 giugno 2010 Teatro India Martedì (15 giugno ore 22.30 debutto) Lungotevere dei Papareschi – 146 M’arte  movimenti d’arte presenta  La Signora che guarda negli occhi  di Sabrina Petyx  regia Giuseppe Cutino scena e costumi Daniela Cernigliaro  Maria Cucinotti, Filippo Luna, Sabrina Petyx  Sul palcoscenico voce e azione alla trappola sotterranea che pizzo e usura serrano intorno alle loro prede per cercare di rappresentare l’irrappresentabile guardando negli occhi la paura e sfidandola con parole quotidiane, parole riconoscibili che sanno stare sulla bocca di vittime e carnefici con la stessa efficacia. “Chi deve pagare pagherà”. La signora che guarda negli occhi è un confronto a viso aperto con un tema che fonda la sua esistenza sull’imperativo delle non parole, sul silenzio, sull’omertà e sulla paura. La paura è una signora che guarda negli occhi e costringe ad abbassare la testa, ed una società civile stretta nella morsa della paura è destinata a soccombere.  Tre attori in scena, tre differenti linguaggi, tre differenti prospettive che si moltiplicano per riflettere una realtà dai confini troppo estesi, che si espandono con la complicità del silenzio che li accompagna. Scegliere di denunciare, avere il coraggio di guardare negli occhi i propri aguzzini, si può? Forse no. Eppure si deve. Eppure è l’unica via possibile. Ma il confine fra un sì e un no è fragile. Arrivare a poter dire sì impone l’attraversamento di un percorso fatto di contraddizioni, furia, sottomissione, esasperazione, possibilità e impossibilità, fiducia e sfiducia.  Uno spettacolo di piani sovrapposti, una camera degli specchi dove l’immagine dell’altro diventa prigione o via di fuga, dove ciò che si vive qui e ora è lo strumento narrativo, dove la parola e l’azione sono capaci di entrare in contraddizione per farsi segno. Parole di ogni giorno per gesti quotidiani che diventano estremi. Persone in carne ed ossa, per vite scarnificate che si raccontano con parole semplici. Vite per cui il quotidiano, una “vita normale”, non esiste più. (sabrina)

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L’Affare Fiumicino

Posted by fidest press agency su martedì, 19 maggio 2009

Roma Mercoledì 20 Maggio – ore 17,30 Sala delle Conferenze di Palazzo Marini Via del Pozzetto, 158  presentazione del volume di  Giorgio Carcelli L’Affare Fiumicino La vera storia dell’inchiesta parlamentare sulla costruzione dell’aeroporto intercontinentale. Come, perché e da chi fu montata la trappola dello scandalo (Cantagalli 2009 224 pagine euro 8,50). Interverranno  On. Gianni Alemanno Sindaco di Roma On. Mario Canapini Sindaco di Fiumicino On. Lorenzo Cesa Segretario Udc Modera  Prof. Paolo Togn Presidente Fondazione Giuseppe Togni Saranno presenti l’Autore e l’Editore

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Sri Lanka:100.000 persone rischiano la vita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 aprile 2009

L’Associazione per i popoli Minacciati (APM) si è rivolta con urgenza al Consiglio di Sicurezza dell’ONU affinché esiga un immediato armistizio in Sri Lanka e impegni tutte le parti in conflitto nella tutela concreta ed efficace della popolazione civile. L’APM ha chiesto una seduta straordinaria del Consiglio di Sicurezza per prevenire il reale rischio di gravi crimini di guerra e contro l’umanità nel paese asiatico. Con lo scadere dell’ultimatum dell’esercito cingalese, 100.000 persone, rimaste intrappolate nella regione nordorientale dell’isola, rischiano di morire nel tentativo dell’esercito di conquistare la regione controllata dal movimento di liberazione delle Tigri Tamil Eelam. L’incolumità dei civili deve assumere la massima priorità per tutte le parti in causa e per la comunità internazionale in generale. L’APM ha duramente criticato il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon per non aver utilizzato tutti i mezzi in suo potere per evitare un ulteriore spargimento di sangue nello Sri Lanka. Secondo i dati forniti dalla stessa ONU, dall’inizio dell’ultima offensiva dell’esercito singalese a fine gennaio 2009 ad oggi sono morte più di 4.500 persone. L’intervento personale del Segretario Generale dell’ONU non può più essere rimandato, Ban Ki-moon deve finalmente recarsi in Sri Lanka e impegnarsi di persona per l’immediato raggiungimento di un armistizio. L’APM critica duramente anche il silenzio mantenuto dalla comunità internazionale sugli accadimenti e la escalation di violenza in Sri Lanka. L’APM condanna duramente anche i metodi del movimento delle Tigri Tamil che tengono i civili intrappolati nella zona sotto il loro controllo. Secondo le notizie fornite dall’esercito singalese, oltre 39.000 persone sono scappate dalla zona dopo che l’esercito aveva aperto una breccia nelle linee difensive delle Tigri Tamil, ma resta il pericolo di un’immane bagno di sangue tra la popolazione civile

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