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Posts Tagged ‘trattamento’

Nuovo trattamento per enfisema polmonare

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 novembre 2022

Sono stati presentati al XXIII Congresso della Società Italiana di Pneumologia SIP i dati più recenti sull’impiego delle valvole endobronchiali in pazienti affetti da enfisema grave e molto grave. Le valvole endobronchiali sono delle protesi posizionate per via endoscopica nei bronchi con lo scopo di ridurre il volume del lobo polmonare maggiormente affetto da enfisema permettendo al tessuto sano di espandersi in maniera corrispondente. L’enfisema è una malattia respiratoria progressiva che colpisce gli alveoli polmonari riducendo la quantità di ossigeno che si può assorbire con ogni respiro. Nel corso degli anni e nei casi più gravi, l’enfisema rende sempre più difficile la corretta respirazione e lo svolgimento delle attività quotidiane senza fermarsi per respirare, fare una pausa o chiedere aiuto. L’enfisema in Italia ha una prevalenza di 2,6 milioni con un’incidenza di 300.000 nuovi casi all’anno con alto tasso degenza ospedaliera e di mortalità. Secondo i dati Istat, in Italia, la bronco-pneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), di cui l’enfisema è una manifestazione, colpisce il 5,6% degli adulti (circa 3,5 milioni di persone) ed è responsabile del 55% dei decessi per malattie respiratorie. A partire dalla loro introduzione nel 2003 con l’ottenimento del marchio CE, le valvole endobronchiali si sono diffuse in maniera crescente come alternativa più sicura e meno invasiva rispetto all’intervento chirurgico di rimozione del lobo e possono essere impiegate anche nei casi per i quali la chirurgia non è un’opzione percorribile. È fondamentale che i pazienti con enfisema siano accuratamente studiati soprattutto attraverso la TAC polmonare e con la spirometria globale per valutare se possono essere trattati con le valvole. Il funzionamento delle valvole è il seguente: durante l’inspirazione, impediscono l’ingresso di aria nel lobo trattato e, durante l’espirazione, permettono la fuoriuscita dell’aria intrappolata, portando ad una diminuzione del volume del lobo. In questo modo la respirazione diventa meno difficoltosa ed inoltre l’aria viene indirizzata nelle aree del polmone che sono meno compromesse dalla malattia e possono ancora assorbire ossigeno in maniera efficace. La novità rappresentata dalle valvole endobronchiali è che, oltre ad alleviare i sintomi dell’enfisema grave, e dell’affanno in particolare, hanno dimostrato di produrre miglioramenti misurabili nelle condizioni cliniche dei pazienti. La sicurezza e l’efficacia della terapia con valvole Endobronchiali (EBV) è stata valutata in diversi studi clinici controllati randomizzati: tra i principali ci sono STELVIO, IMPACT, TRANSFORM e LIBERATE. Gli studi hanno dimostrato che la riduzione unilaterale del volume lobare mediante EBV è sicura e clinicamente superiore alla terapia medica ottimale. Una revisione sistematica di recente pubblicazione, condotta con metanalisi dei principali trial randomizzati controllati che confrontavano l’efficacia e sicurezza di questo tipo di valvole, come le Zephyr®, con quella della terapia medica ottimale, ha dimostrato un chiaro vantaggio nell’utilizzo di queste protesi.

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Paracetamolo: il ruolo nel trattamento dei primi sintomi da COVID-19

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 novembre 2022

L’Organizzazione Mondiale di Sanità (OMS), le agenzie regolatorie e le società scientifiche più autorevoli raccomandano l’uso di paracetamolo e farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) per la gestione di febbre e dolore muscolo-scheletrico da COVID-19. Per chiarire il ruolo di paracetamolo nella cura domiciliare del COVID-19, la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), in collaborazione con il Dipartimento di Biotecnologie Biomediche e Medicina Traslazionale di Milano, ha condotto uno studio di coorte che ha avuto l’obiettivo non solo di valutare l’andamento prescrittivo di paracetamolo per COVID-19 rispetto ad altre sindromi respiratorie, ma anche di evidenziare l’eventuale correlazione tra uso di paracetamolo e presunto rischio di ospedalizzazione o decesso per COVID-19. Gli Autori sono ricorsi a un database Health Search, che ha selezionato 747 medici di base, per un totale di quasi 1,2 milioni di pazienti, distribuiti in modo omogeneo sul territorio nazionale. Complessivamente, sono stati identificati 46.522 possibili casi di COVID-19 e 32.797 pazienti con sindromi respiratorie nel 2020 e nel 2019, rispettivamente. I risultati non hanno mostrato alcun aumento delle prescrizioni di paracetamolo per la cura dei sintomi da COVID-19 che, invece, sono risultate inferiori rispetto a quelle effettuate in epoca pre-pandemica per il trattamento di altre sindromi respiratorie simili (33,4 ogni 1000 e 78,3 ogni 1000, rispettivamente).Successivamente, in un’analisi caso-controllo, gli Autori hanno osservato gli effetti dell’uso di paracetamolo in una coorte di pazienti con COVID-19, fino al momento di una eventuale ospedalizzazione o decesso, ed escludendo i soggetti con una osservazione inferiore al tempo necessario per un effetto biologico di paracetamolo (15 giorni). L’uso di paracetamolo nelle fasi precoce o intermedia di COVID-19, rispettivamente entro 3 o 7 giorni dalla diagnosi, non ha aumentato il rischio di ospedalizzazione o decesso legato alla malattia rispetto ai soggetti che non hanno assunto paracetamolo. I pazienti con COVID-19 che hanno assunto paracetamolo in fase tardiva di malattia (oltre 7 giorni dalla diagnosi), al contrario, hanno mostrato un rischio significativamente alto di ospedalizzazione. Tuttavia, ad una percentuale significativa di questi pazienti la prescrizione di paracetamolo per il peggioramento dei sintomi era stata fatta poco prima del ricovero ospedaliero associando, quindi, erroneamente l’esito negativo all’azione del farmaco. (Fonte Doctor33)

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Medicina estetica, boom di millennials che richiedono trattamenti per il viso

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 settembre 2022

“L’utilizzo della tossina botulinica in questi dieci anni è aumentato enormemente ed ha coinvolto fasce di pazienti che non ci saremmo mai aspettati. Di recente è comparso il fenomeno di giovanissimi che intendono eseguire il trattamento con botox. Sono millennials che lo scelgono anche per le rughe mimiche e prevenire quindi l’invecchiamento. Si tratta di una fascia ampia che va dai 20 ai 42 anni: persone molto diverse, ma tra loro ci sono anche molto ragazzi. Un fenomeno crescente tra loro soprattutto negli ultimi 5 anni, studiato anche dalla letteratura scientifica. Anche da un punto di vista etico”. Lo spiega Monica Renga, medico estetico in occasione dell’evento per i primi 10 anni di Aiteb, l’Associazione Italiana Terapia Estetica Botulino. Un’iniziativa, ieri e oggi con il V congresso nazionale presso il Palacongressi di Rimini, intitolata “Il futuro della Tossina Botulinica”. Decine di medici riuniti per un appuntamento dedicato ad approfondire le tendenze del settore, strumenti e innovazioni. “I giovani sono molto concentrati sulla salute e su ciò che risulta un appagamento personale. Sono digitali nativi – aggiunge Renga – e raggiungono in modo rapido le informazioni. Si fanno un’idea dei canoni di bellezza attraverso i social e capiscono immediatamente se sul loro viso c’è qualcosa che ritengono non funzionare e che possa essere migliorato. Secondo alcune statistiche americane, i trattamenti più richiesti sono con tossina botulinica, poi fillers (volumizzanti) e a seguire quelli di qualità cutanea. Vengono scelti in particolari trattamenti per le rughe, il terzo superiore, tra le sopracciglia, zampe di gallina e la parte più bassa del viso”. “Il nostro compito è di educare questi giovani pazienti anche verso la naturalezza e a una bellezza – conclude la dottoressa – che lasci spazio alla mimica dei muscoli, faccia vedere le emozioni, la gioia e il sorriso vero. Educhiamo i millennials a eseguire il trattamento se lo desiderano ma sempre consigliando, personalizzando in funzione dell’età e delle caratteristiche anatomiche”.

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Piastrinopenia e trattamento anticoagulante e antiaggregante, escono le prime linee guida

Posted by fidest press agency su sabato, 10 settembre 2022

Bergamo. L’Associazione Europea di Ematologia (EHA), in collaborazione con la Società Europea di Cardiologia (ESC), ha prodotto un documento scientifico che per la prima volta fornisce indicazioni pratiche ai medici per la gestione corretta delle terapie antitrombotiche (anticoagulanti e antiaggreganti) nei pazienti con piastrinopenia, cioè con carenza di piastrine, cellule fondamentali per la corretta funzione della coagulazione del sangue. Quando il numero delle piastrine nel sangue scende al di sotto di 100.000 per microlitro, il loro ruolo nella coagulazione è compromesso. Inoltre, il rischio di emorragie gravi aumenta se scendono al di sotto di 50.000 e ancor più se al di sotto di 20.000 per microlitro, con conseguenze anche letali. Ecco perché il problema per il medico sorge quando si rende necessario prescrivere o proseguire in questi pazienti una terapia per la prevenzione o il trattamento delle trombosi. I farmaci anticoagulanti, antipiastrinici e agenti fibrinolitici interferiscono infatti con la coagulazione, ed il loro effetto si somma alla carenza di piastrine, aumentando il rischio di emorragie. Le terapie anticoagulanti e antiaggreganti sono salvavita e vengono assunte a lungo termine da milioni di persone nel mondo, per varie condizioni (trombosi venose, embolie polmonari, fibrillazione atriale e altre patologie cardiovascolari). La popolazione oncologica, sempre più anziana, con elevato rischio di trombosi, sia venose che arteriose, e con necessità di trattamenti anticoagulanti o antiaggreganti, rappresenta un esempio emblematico, in cui è frequente l’associazione con una piastrinopenia transitoria, spesso effetto collaterale dei trattamenti chemioterapici, che danneggiano le cellule del midollo osseo responsabili di produrre le piastrine. In assenza di studi sufficientemente solidi, il compito di offrire un utile orientamento per medici di medicina generale e specialisti di tutto il mondo è stato affidato dall’EHA e dall’ESC ad alcuni esperti internazionali. Il gruppo di lavoro, formato da specialisti in emostasi e trombosi, ematologi, cardiologi, farmacisti clinici, specialisti di medicina vascolare, è stato coordinato da Anna Falanga, professore di Ematologia dell’Università di Milano Bicocca e Direttore del SIMT Servizio Immunoematologia e Medicina Trasfusionale dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Il parere degli esperti è stato ora pubblicato sulla autorevole rivista scientifica HemaSphere.

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Trattamento dell’Aneurisma dell’Aorta Addominale

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2022

Parte Here for You, l’unità mobile di Medtronic per sensibilizzare medici e cittadini sui nuovi trattamenti per il trattamento dell’Aneurisma dell’Aorta Addominale. Fino al primo luglio 2022 il truck raggiungerà 9 ospedali di 6 città italiane: Roma, Napoli, Bari, Bologna, Padova e Milano. I cittadini potranno così ricevere materiale informativo su questa patologia che in Italia colpisce 84mila persone con circa 25mila nuovi casi diagnosticati e 6mila decessi ogni anno. L’inaugurazione si è tenuta a Roma, martedì 21 giugno presso l’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini. L’iniziativa europea, partita lo scorso 19 aprile in Olanda, è arrivata in Italia dopo essere stata in Belgio, UK, Spagna e Portogallo per proseguire poi in Svizzera, Germania. Medtronic, azienda leader di HealthCare Technology, metterà a disposizione il suo team di specialisti della patologia aortica, che aiuterà a comprendere, attraverso un percorso educazionale, i segnali di rischio e le diverse opzioni di trattamento disponibili per prevenire l’aneurisma dell’aorta addominale, una condizione patologica grave la cui incidenza cresce con l‘aumentare dell’età media. Lo screening e la prevenzione assumono un ruolo fondamentale nell’identificazione di questa patologia. In alcuni ospedali previsti nel tour italiano dell’unità mobile Medtronic, quali l’Azienda Ospedaliera Università di Padova e il Policlinico Sant’Orsola, sarà inoltre possibile per i cittadini sottoporsi ad uno screening gratuito oltre che ricevere il materiale informativo presente in tutte le tappe.

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Miotenofasciotomia: il trattamento chirurgico mini-invasivo che libera i muscoli

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2022

“La tecnica che ho presentato è progettata per migliorare la qualità della vita dei pazienti affetti da paralisi cerebrale. Il trattamento è più efficace se effettuato precocemente, soprattutto nel caso di bambini a partire dai tre anni di età. L’obiettivo è liberare i muscoli dalle fibre miofasciali accorciate, migliorando la loro traiettoria di crescita in modo che vivano al massimo delle loro possibilità”. Così, il professor Igor Nazarov, accolto ieri a Milazzo (ME) per una conferenza organizzata da Movilife Progetto Salute. Il chirurgo, specializzato in miotenofasciotomia, ha spiegato ai presenti il trattamento chirurgico mini-invasivo che permette ai muscoli di essere liberati dalle retrazioni miofasciali dissezionando con elevata precisione le fibre accorciate. “Invito i professionisti del settore a tenere conto dell’esistenza di queste retrazioni miofasciali nei pazienti e, soprattutto, a risolverle attraverso la miotenofasciotomia. – ha aggiunto Nazarov – Io e il mio team siamo pronti per questo. L’obiettivo è migliorare la mobilità, la biomeccanica, la crescita e lo sviluppo del paziente, ottimizzando e inducendo la neuroplasticità di ciascuno di essi. Operiamo a Barcellona in Spagna e collaboriamo direttamente con i migliori team di riabilitazione in tutto il mondo”. L’evento, organizzato da Movilife Progetto Salute, si è svolto a “Gigliopoli, la Città dei bambini spensierati” che nasce e si sviluppa sui fondi della Fondazione Barone G. Lucifero in Capo Milazzo (ME). A voler fortemente questo incontro sono stati Rosario Pizzurro e Lydia Oliva, fondatori di Movilife, al fine di diffondere le informazioni a riguardo e fare chiarezza sul punto. La particolarità della procedura è il modo in cui viene eseguita: tramite un bisturi sottile, con un piccolo accesso percutaneo, si interviene sulle parti interessate e si evitano successive suture ed eventuali cicatrici, nel pieno rispetto dei tessuti sani e dei loro strati e senza necessità di immobilizzazione. “Abbiamo scelto di sposare la causa del professor Nazarov, perché è opportuno informare che esiste la miotenofasciotomia, una tecnica innovativa che riduce i tempi di degenza e facilita i processi di riabilitazione successiva e il recupero dei gesti motori e delle abilità della persona. – hanno affermato Rosario Pizzurro e Lydia Oliva – In base alla valutazione effettuata dal nostro team e dai professionisti del campo, abbiamo capito che c’era una carenza importante, non esisteva ancora una rete che potesse unificare e rendere semplice il percorso di riabilitazione per questo tipo di pazienti. Così, ci siamo attivati e siamo a disposizione per coloro che ne hanno la necessità. L’obiettivo è riuscire a facilitare le famiglie, così che rivolgendosi ad un’unica realtà possano trovare risposta a tutte le esigenze di cui hanno bisogno. Il nostro progetto vuole tenere in considerazione che il corpo è fatto di più ‘sistemi’ che devono interagire ed essere in equilibrio per poter funzionare. Noi e il nostro team cerchiamo solo di rispondere ad esigenze evidenti, cercando di rintracciare i punti di salute della persona. Il paziente non è la sua malattia e questo è un modo in più per ribadire che il fattore più importante è la persona che deve stare al centro”.

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Primo trattamento di chemioelettroporazione eseguito al Santo Stefano

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 febbraio 2022

By Vania Vannucchi. Prato – Applicata per la prima volta al Santo Stefano di Prato la tecnica di chemioelettroporazione, una nuova metodica per il trattamento di un tumore in un paziente ultraottantenne.La procedura è stata eseguita dall’equipe di Radiologia interventistica diretta dal dottor Massimo Falchini, in collaborazione con la Chirurgia generale: dottor Stefano Cantafio e dottoressa Vita Maria Mirasolo e l’Oncologia: dottoresse Laura Biganzoli e Samantha Di Donato.Il caso è stato valutato dal GOM, il gruppo oncologico multidisciplinare. Al paziente, sottoposto a prelievo bioptico, è stato riscontrato un carcinoma epatocellulare di grado 2-3 (tumore primitivo del fegato). Considerata la presenza di altre comorbilità e la sede della lesione, l’équipe ha deciso di procedere con un trattamento locoregionale di chemioelettroporazione.La metodica apre nuove frontiere per i tumori non rimuovibili attraverso l’intervento chirurgico o che non possono essere trattati con chemioterapie sistemiche per le comorbilità dei pazienti. L’elettrochemioterapia si aggiunge come trattamento locoregionale nelle patologie tumorali e può essere applicata in diversi campi: tumori primitivi cutanei, metastasi cutanee e sottocutanee non trattabili chirurgicamente; metastasi cutanee da tumore mammario e tiroideo; tumori del distretto cervico-facciale; tumori dei genitali esterni; metastasi ossee; tumori localmente avanzati del pancreas; metastasi epatiche da tumore del colon retto, adenocarcinoma del canale anale. Il principio su cui si basa la nuova procedura è l’elettroporazione, un fenomeno fisico che, attraverso l’applicazione di impulsi elettrici su un tessuto vitale, produce una modificazione delle membrane cellulari e consente l’aumento della loro permeabilità cellulare.Durante la procedura viene iniettato per via endovenosa un farmaco chemioterapico; gli impulsi elettrici prodotti da un generatore dedicato agiscono direttamente sul tessuto tumorale attraverso elettrodi ad ago che permettono di trattare la lesione in sedi diverse sia superficiali che profonde. Il farmaco entra all’interno della cellula tumorale causandone la morte per apoptosi, morte controllata e selettiva che colpisce solo le cellule tumorali.Questa tecnica non produce innalzamento della temperatura del tessuto trattato e quindi il tessuto sano, adiacente alla lesione tumorale, viene completamente preservato. Ciò permette di sottoporre a questa tipologia di trattamento lesioni che si trovano in prossimità di strutture “nobili” sensibili ad un eventuale danno termico come i grossi vasi, o i rami biliari e, essendo eseguito per via percutanea, evita eventuali rischi di infezione da ferita chirurgica. “La procedura é mininvasiva, ha spiegato il dottor Falchini, il paziente è stato ricoverato due giorni, senza comparsa di complicanze maggiori, ed ha eseguito ambulatorialmente i controlli successivi con esito di ablazione completa della neoplasia. Il paziente, asintomatico, è attualmente in follow-up ed in caso di recidiva di malattia può essere candidabile anche a ripetizione del trattamento locoregionale”

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CAR-T Destinazione futuro: da AIL una campagna itinerante e online sul trattamento tumori

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 ottobre 2021

Offrire percorsi informativi a pazienti ematologici e famigliari e favorire il confronto tra pazienti, specialisti e Istituzioni: sono gli obiettivi di CAR-T – Destinazione futuro, campagna itinerante e online promossa da AIL – Associazione Italiana contro Leucemie, linfomi e mieloma con il supporto non condizionante di Celgene (ora parte di Bristol Myers Squibb), Gilead, Janssen e Novartis. Un vero e proprio “viaggio nel futuro” della lotta ai tumori, che fa leva su una landing page dedicata sul sito AIL, con la mappa aggiornata dei Centri autorizzati alla somministrazione delle CAR-T, eventi organizzati nei capoluoghi di Regioni che ospitano i Centri abilitati e un video-racconto orale, che narra il percorso di scoperta delle CAR-T, dalle prime intuizioni alla pratica clinica. Una campagna “in progress” che proseguirà nel 2022 e sarà aggiornata in relazione alle continue novità che arrivano dal fronte della ricerca, delle autorizzazioni dell’AIFA e delle esperienze cliniche.

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Interrogazione parlamentare sul trattamento del personale militare di rientro dai teatri operativi

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Qualche settimana fa il SIAM era intervenuto per denunciare il pessimo ed indecoroso trattamento riservato al personale militare dell’Aeronautica di rientro dai teatri operativi, in particolare dal teatro Afghano. Ora, anche il Parlamento è intervenuto sulla tematica con una interrogazione al Ministro della Difesa da parte della Deputata Emanuela Corda del Gruppo Misto – L’alternativa c’è. Ai nostri militari, al loro rientro, era stato riservato un trattamento vergognoso con obbligo di quarantena (non previsto dalle circolari di igesan) in licenza straordinaria e a centinaia di kilometri di distanza dall’aeroporto di arrivo, procurando loro enormi disagi dovuti al trasporto in bus dall’altro capo dell’Italia e senza la minima attenzione al benessere psicofisico, specie dopo un lungo e scomodo viaggio con aerei militari. Ci auguriamo che il Ministro Guerini risponda in tempi brevi per chiarire cosa non abbia funzionato nella catena di comando e nell’organizzazione logistica laddove, nell’ultimo periodo, l’Aeronautica ha dimostrato molto presappochismo specie quando si è trattato di gestione del personale militare. Non è accettabile che la Forza Armata enfatizzi mediaticamente la propria efficienza ed efficacia nel suo porsi a servizio del paese, quando poi nella realtà tocca constatare il protrarsi di una scarsa (e, talvolta, inesistente) attenzione per la componente umana impiegata nei teatri operativi esteri. Riteniamo urgente un serio esame di coscienza da parte del Vertice dell’Arma Azzurra e un repentino cambio di rotta nella gestione delle diverse fasi organizzative del personale impiegato in OFCN, per il cui rispetto è necessario che la discrezionalità nelle decisioni, affinché non scada in arbitrio e approssimazione, sia sempre più collegata al principio di legalità.

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Covid-19, molti farmaci già approvati potrebbero essere usati nel trattamento

Posted by fidest press agency su martedì, 22 giugno 2021

Un gruppo di ricercatori ha affermato su Nature Communications di aver identificato 90 farmaci con attività antivirale contro Sars-CoV-2, 13 dei quali hanno un forte potenziale per essere riproposti come farmaci orali per Covid-19. Inoltre, 19 dei farmaci che hanno impedito al coronavirus di replicarsi nelle cellule umane sembrano supportare l’attività di remdesivir. «Anche se ora disponiamo di vaccini contro il Covid-19, ci mancano ancora farmaci antivirali efficaci nel prevenire le infezioni da Covid-19 o nell’impedirne il peggioramento. I nostri risultati mostrano la possibilità di riutilizzare alcuni farmaci somministrabili per via orale esistenti contro Sars-CoV-2» spiega Peter Schultz, di Calibr, una divisione dello Scripps Research Institute, a La Jolla (Stati Uniti), co-autore del lavoro.I ricercatori hanno testato più di 12.000 farmaci, provenienti dalla libreria di riutilizzo dei medicinali ReFRAME, nata per affrontare aree di urgente bisogno medico insoddisfatto. La libreria contiene farmaci approvati dalla Food and Drug Administration (Fda) e altri composti sperimentali che sono stati testati per la sicurezza nell’uomo. Gli esperti hanno trattato due diversi tipi di cellule umane infettate da Sars-CoV-2 coltivate in laboratorio con ciascuno dei 12.000 composti contenuti in ReFRAME e, dopo 24 o 48 ore, hanno misurato il livello di infezione virale nelle cellule per determinare se i farmaci fossero in grado di impedire la replicazione del virus. In alcuni casi, hanno applicato due farmaci insieme per vedere se i composti avessero la possibilità di funzionare meglio in combinazione contro il virus. Sulla base dei risultati degli screening di coltura cellulare, i farmaci con le migliori prestazioni sono poi stati testati in cellule di tessuti umani e in un modello animale per determinare quali avessero maggiori probabilità di funzionare nei pazienti umani. E tra tutti i farmaci esaminati, i ricercatori hanno identificato un totale di 90 composti che hanno impedito a Sars-CoV-2 di replicarsi in almeno una delle linee cellulari umane. Di questi, 13 hanno mostrato un più alto potenziale per essere riproposti come terapie contro Covid-19, in base alla loro potenza, all’attività indipendente sulla linea cellulare o a un probabile meccanismo d’azione, alle proprietà farmacocinetiche e ai profili di sicurezza umana.Quattro dei farmaci – alofantrina, nelfinavir, simeprevir e manidipina – sono già stati approvati dalla Fda, e altri nove sono in varie fasi del processo di sviluppo. Gli autori sottolineano che, quando hanno provato a combinare i vari medicinali, hanno osservato che 19 di essi avevano un effetto additivo quando somministrati con remdesivir, approvato dalla Fda per l’uso in pazienti con diagnosi di Covid-19. Due farmaci, un composto che è stato testato per prevenire la nausea e le infezioni chirurgiche (riboprina) e un derivato dell’acido folico (10-deazaamminopterina), addirittura sono andati oltre, e hanno mostrato un effetto sinergico con remdesivir, aumentandone la capacità di sopprimere il virus. (fonte: doctor33)

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Trattamento “chemio-free” per la leucemia acuta linfoblastica più comune degli adulti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 novembre 2020

Un gruppo di ricerca tutto italiano ha dimostrato che una combinazione di terapia mirata a bersaglio molecolare e immunoterapia può fronteggiare con successo il tipo più frequente di leucemia acuta linfoblastica degli adulti, evitando la chemioterapia e i suoi pesanti effetti collaterali. I risultati dello studio, promosso dalla Fondazione GIMEMA, sostenuto dal 5 per mille di Fondazione AIRC e con il contributo di Amgen, sono stati pubblicati sulla rivista New England Journal of Medicine il 22 ottobre scorso. L’importanza del lavoro è stata sottolineata anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo intervento durante la cerimonia dedicata a “I Giorni della Ricerca” di Fondazione AIRC al Quirinale il 26 ottobre. L’idea del progetto ha avuto inizio circa 15 anni orsono e oggi diventa realtà. I risultati della terapia “chemio-free” sperimentata in un campione di pazienti adulti affetti da leucemia acuta linfoblastica (LAL) con una alterazione del cromosoma Philadelphia (Ph+), confermano il successo del protocollo clinico messo a punto da un gruppo di ricerca tutto italiano. Il 98% dei pazienti raggiunge la remissione ematologica completa, ovvero non presenta più tracce di malattia e il 60% mostra quella che gli esperti chiamano risposta molecolare. Inoltre, dopo un anno e mezzo dall’inizio del trattamento la sopravvivenza generale è pari al 95% e quella senza la malattia arriva all’88%. A tali risultati si è giunti senza ricorrere alla chemioterapia sistemica che porta con sé effetti collaterali molto pesanti, ma puntando su una combinazione di terapia mirata a bersaglio molecolare e immunoterapia. Nello studio, condotto dai Centri di Ematologia che afferiscono al Gruppo Italiano Malattie Ematologiche dell’Adulto (GIMEMA) con il coordinamento di Robin Foà, sono stati coinvolti 63 pazienti con LAL Ph+ di età superiore a 18 anni e senza limite inclusivo di età (il più anziano aveva 82 anni), sottoposti a una prima fase di trattamento (induzione) con l’inibitore tirosin chinasico dasatinib, seguito da una seconda fase (consolidamento) con l’anticorpo monoclonale bispecifico blinatumomab, quindi una terapia di induzione e consolidamento senza chemioterapia. Ebbene, già dopo la prima fase di induzione, 3 pazienti su 10 mostravano una risposta molecolare e i numeri sono raddoppiati (6 pazienti su 10) dopo i due cicli di blinatumomab previsti nello studio, fino ad arrivare a 8 su 10 se i cicli di anticorpo aumentavano. Tutti gli studi biologici sono stati condotti centralmente per garantire l’uniformità delle analisi in laboratori certificati. Questi risultati potrebbero cambiare profondamente la pratica clinica nel trattamento di quello che rappresenta il sottogruppo più frequente di LAL dell’adulto, la cui incidenza incrementa progressivamente con l’avanzare dell’età, e che prima dell’avvento degli inibitori delle tirosin chinasi aveva una prognosi decisamente nefasta.

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Trattamento dell’HIV-1

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 ottobre 2020

Beerse (Belgio) Janssen, l’azienda farmaceutica del Gruppo Johnson & Johnson, ha annunciato che il Comitato per i Medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha espresso parere positivo, raccomandando l’Autorizzazione all’immissione in commercio per rilpivirina iniettiva in combinazione con cabotegravir iniettivo di ViiV Healthcare, per il trattamento del virus da immunodeficienza umana di tipo 1 (HIV-1) negli adulti. Se approvato, si tratterà del primo regime completo a lunga durata d’azione una volta al mese o ogni due mesi per le persone in soppressione virologica affetti da l’HIV-1 in tutta l’Area Economica Europea.Il parere positivo del CHMP riguarda la co-somministrazione di rilpivirina e cabotegravir tramite iniezione per la terapia dell’infezione da HIV-1 in pazienti adulti in soppressione virologica (HIV-1 RNA inferiore a 50 copie/mL) e che seguono un regime antiretrovirale stabile senza evidenze presenti o passate di resistenza virale e precedente fallimento virologico, con agenti della classe degli inibitori non nucleosidici della trascrittasi inversa (NNRTI) e degli inibitori dell’integrasi (INI). Il parere del CHMP comprende anche rilpivirina compresse di Janssen assieme a compresse orali di cabotegravir, come terapia di lead-in per un mese prima dell’inizio del regime iniettabile a lunga durata d’azione.La domanda di autorizzazione all’immissione in commercio (MAA) nell’Unione Europea per le iniezioni di rilpivirina a lunga durata d’azione si fonda sugli studi registrativi di Fase III ATLAS (Antiretroviral Therapy as Long-Acting Suppression) e FLAIR (First Long-Acting Injectable Regimen), che hanno incluso più di 1.100 partecipanti in 16 paesi. Questi studi hanno dimostrato che rilpivirina e cabotegravir, se iniettati per via intramuscolare una volta al mese, sono altrettanto efficaci quanto i regimi antiretrovirali giornalieri per via orale nel mantenere la soppressione per tutte le 48 settimane di durata dello studio.

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Trattamento con immunoglobuline anti-Coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 ottobre 2020

Osaka (Japan) e King of Prussia (Pa, USA). La CoVIg-19 Plasma Alliance, una collaborazione senza precedenti di aziende leader nel settore del plasma, supportate da organizzazioni globali esterne all’industria del plasma, ha confermato che sono stati arruolati i primi pazienti nello studio clinico di fase 3 del trattamento con immunoglobuline anti-Coronavirus (ITAC) in ambito ospedaliero. Lo studio, sponsorizzato dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), parte del National Institutes of Health (NIH), valuterà la sicurezza, la tollerabilità e l’efficacia di un farmaco sperimentale con immunoglobuline iperimmuni anti-coronavirus (H-Ig) per il trattamento per via endovenosa di soggetti adulti ospedalizzati a rischio di gravi complicanze da COVID-19. In caso di successo, l’H-Ig dell’Alleanza potrebbe diventare una delle prime opzioni di trattamento per questi pazienti. Questo studio multicentrico globale, in doppio cieco, randomizzato e controllato con placebo, arruolerà 500 pazienti adulti in 58 centri negli Stati Uniti, in Messico e in altri 16 paesi nei cinque continenti (utilizzando la rete globale INSIGHT dell’NIH). La selezione prevede l’arruolamento di soggetti che sono stati ricoverati in ospedale per COVID-19 con sintomi per 12 giorni o meno senza disfunzioni d’organo potenzialmente letali o insufficienza d’organo. I pazienti riceveranno remdesivir come trattamento standard, allo scopo di valutare la sicurezza e l’efficacia di H-Ig in associazione alla terapia di prima linea. Le H-Ig per la sperimentazione saranno fornite da CSL Behring e Takeda per conto della CoVIg-19 Plasma Alliance, nonché da altre due società. La CoVIg-19 Plasma Allianceriunisce aziende leader a livello mondiale nel settore del plasma per collaborare allo sviluppo di un farmaco non commerciale a base di immunoglobuline iperimmuni policlonali anti-SARS-CoV-2 per trattare pazienti che sono a rischio di gravi complicanze da COVID-19. Il preparato di immunoglobuline iperimmuni è un prodotto farmaceutico di alta qualità che contiene livelli consistenti, e concentrati di anticorpi “convalescenti”, purificati.

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I nutraceutici sono sempre più utilizzati nel trattamento dell’emicrania

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 settembre 2020

Lo sono anche per quella con aura dove il consueto mal di testa è accompagnato da sintomi neurologici reversibili come disturbi della visione, del linguaggio e difficoltà motorie. E’ quanto emerso oggi durante un Teaching Course che si svolge nella seconda giornata del 34° congresso nazionale della Società Italiana per lo Studio delle Cefalee (SISC). “Ben il 12% degli italiani ha sofferto almeno una volta nella vita di emicrania – afferma il dott. Giorgio Dalla Volta, del Consiglio Direttivo Nazionale della SISC, Direttore del Centro Cefalee dell’Istituto Clinico Città di Brescia (Gruppo San Donato) -. E’ quindi una malattia molto diffusa ma che risulta ancora sottovalutata. Negli ultimi anni diversi studi scientifici hanno dimostrato come i nutraceutici siano una valida opzione terapeutica. Oltre ad essere efficaci sono solitamente ben accettati perché i pazienti li considerano trattamenti meno invasivi rispetto ai farmaci antiepilettici, beta bloccanti o antidepressivi. Inoltre non presentano effetti collaterali e questo favorisce l’aderenza terapeutica che è uno dei maggiori problemi che noi specialisti dobbiamo affrontare. Si calcola che solo il 13% dei malati prende effettivamente la cura preventiva contro l’emicrania indicata dal neurologo”. Per il trattamento dell’emicrania con aura la ricerca italiana ha messo a punto il nutraceutico Aurastop. Si tratta di un prodotto naturale basato su sostanze estratte da due piante più l’aggiunta del magnesio. “Da tre anni è l’unica cura specifica contro l’aura emicranica che abbiamo a nostra disposizione – aggiunge il dott. Dalla Volta -. Se assunta regolarmente può bloccare il fenomeno elettrico celebrale che è alla base dei sintomi. Può così far regredire i disturbi visivi o sensitivi in soli pochi minuti e viene utilizzato non solo per contrastare gli episodi acuti ma anche come terapia preventiva della malattia”. Il congresso nazionale SICS si svolge in forma virtuale e affronta a 360° il tema delle cefalee in ogni fascia d’età: dai casi pediatrici alle forme e nella terza età. “La patologia può colpire tutti anche se è più frequente tra le donne tra i 25 e i 55 anni – conclude il dott. Dalla Volta -. Dopo i 65 anni gli attacchi di emicrania proseguono anche se è molto raro che l’emicrania cronica insorga per la prima volta in età così avanzata. Nei pazienti non più giovanissimi il quadro è complicato solitamente dalla presenza di altre patologie, come per esempio il diabete o l’ipertensione, che richiedono la somministrazione di farmaci. Quindi può essere auspicabile l’aggiunta di un nutraceutico nella terapia contro il mal di testa”.

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Tumore al seno: Un test può evitare il trattamento chemioterapico

Posted by fidest press agency su sabato, 1 agosto 2020

Analizza l’espressione di 21 geni specifici del tumore e definisce la probabilità di risposta alla chemioterapia. Si chiama Oncotype DX, il test molecolare (eseguito su tessuto tumorale) che permette di evitare la chemioterapia nell’80% delle donne con carcinoma mammario in fase iniziale, di tipo ormone-sensibile, negativo alla proteina HER2 e linfonodo negativo, che, dopo la chirurgia, possono essere trattate solo con l’ormonoterapia. Il test è validato con studi clinici randomizzati (evidenza di livello 1A) per predire i benefici della chemioterapia ed è disponibile presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma, grazie a un accordo siglato con l’azienda produttrice, Exact Sciences.
“I test genomici, detti anche multigenici, forniscono il profilo molecolare personalizzato di un tumore, un’informazione che aiuta a comprenderne meglio la biologia, riuscendo a definire con maggiore precisione, ad esempio, quanto la neoplasia è aggressiva (valore prognostico) e, nel caso del test Oncotype DX, anche la risposta alla chemioterapia (valore predittivo) – spiega il prof. Giuseppe Perrone, Responsabile dell’Unità di Diagnostica Molecolare Predittiva del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma -. Questi dati, insieme agli altri fattori, aiutano l’oncologo a scegliere il percorso terapeutico più appropriato”. Il test Oncotype DX, che è eseguito su campione tumorale proveniente da tessuto chirurgico, è un test multigenico scientificamente validato ed estesamente utilizzato nella pratica clinica. La definizione del rischio di recidiva di malattia, secondo il punteggio definito dall’analisi di espressione dei 21 geni, fornisce informazioni di predizione di sensibilità alle cure e di prognosi. Il test, pertanto, è in grado di identificare le pazienti che hanno migliore o peggiore prognosi e maggiore o minore probabilità di trarre beneficio dalla chemioterapia adiuvante o dalla sola terapia endocrina.
Il test è stato reso disponibile per la prima volta nel 2004 e, da allora, più di un milione di donne nel mondo ne ha beneficiato. È stato incluso in tutte le più importanti Linee Guida sul tumore al seno, incluse quelle dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), della St. Gallen International Breast Cancer Conference, della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) e, negli Stati Uniti, anche nelle Linee Guida della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO) e del National Comprehensive Cancer Network (NCCN). Inoltre, prestigiosi organismi di valutazione delle tecnologie sanitarie quali il National Institute for Health and Care Excellence (NICE) nel Regno Unito, il German Institute for Quality and Efficiency in Health Care (IQWiG) in Germania e l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) in Italia hanno riconosciuto il valore clinico del test. In Italia, i test genomici sono meno utilizzati rispetto ad altri Paesi europei, soprattutto perché non sono ancora inseriti nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza). Ad oggi, solo la Lombardia e la Provincia Autonoma di Bolzano ne hanno approvato la rimborsabilità per le pazienti con tumore della mammella, pur trattandosi di una tematica attualmente dibattuta a livello regionale, come dimostrano recenti mozioni presentate in Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Nella regione Lazio la mozione per la rimborsabilità dei test genomici è stata recentemente approvata all’unanimità.
“Nel 2018, i risultati del più ampio studio mai realizzato sul carcinoma mammario in ambito adiuvante, TAILORx, sono stati presentati al congresso ASCO e successivamente pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica The New England Journal of Medicine – conclude il prof. Tonini -. Lo studio, che ha coinvolto più di 10.200 donne, ha dimostrato che la maggior parte delle pazienti con tumore al seno in stadio precoce può evitare la chemioterapia”. In particolare, il test è in grado di identificare la quota di donne (20%) che possono trarre un reale beneficio dalla chemioterapia e che non sarebbero state selezionate con i sistemi tradizionali e la percentuale maggioritaria (80%) che, nel complesso, non trarrebbe beneficio dalla chemioterapia. Sono evidenti i vantaggi in termini di minori tossicità per le pazienti e di risparmi per il sistema sanitario, grazie all’ uso appropriato delle terapie oncologiche.

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Dipendenti pubblici: anticipo del trattamento di fine rapporto

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 luglio 2020

Dopo il via libera della Corte dei Conti, diviene attuativo il Decreto Ministeriale che consente ai dipendenti pubblici l’anticipo del trattamento di fine rapporto (o fine servizio, secondo l’inquadramento), incluso chi ha avuto accesso alla pensione alla data di entrata in vigore del Decreto Legge 4/2019, ossia il 29 gennaio 2019.La novità è importante perché il lavoratore pubblico riceve il Tfs/Tfr solo al momento della cessazione del rapporto e con tempi in alcuni casi superiori a due anni. Al pari dei dipendenti privati, inoltre, possono accadere eventi tali da necessitare di un anticipo delle somme accantonate.Il meccanismo è però molto diverso: mentre il dipendente privato fa richiesta al datore di lavoro, il pubblico dipendente dovrà prima rivolgersi all’Inps per ottenere la certificazione del diritto al Tfs/Tfr e del relativo ammontare complessivo. A quel punto, e qui arriva la grande differenza, dovrà chiedere un prestito bancario con a garanzia la cessione “pro solvendo” delle somme derivanti dal trattamento di fine rapporto (o servizio), presentando la certificazione dell’Inps e una dichiarazione sullo stato di famiglia. Il richiedente dovrà poi sottoscrivere la proposta di contratto di anticipo del Tfs/Tfr. L’importo massimo finanziabile è pari a 45.000 euro o, se minore, l’importo del Tfs/Tfr spettante. Due sono gli aspetti che colpiscono: come per l’Ape (Anticipo Pensionistico), si è costretti a passare per un prestito bancario. La cessione del credito, inoltre, è pro solvendo: se il Tfs/Tfr non venisse corrisposto (magari a seguito di un posticipo dei termini), il lavoratore si ritroverebbe debitore diretto della banca, e costretto quindi a negoziare un nuovo prestito in attesa di ricevere il pagamento.
Dicevamo anche dell’Enpam, prima Cassa Previdenziale a prevedere, per i propri iscritti con almeno 15 anni di anzianità e in regola con i versamenti e che a causa della crisi generata dal Covid-19 abbiano subìto una riduzione del fatturato di almeno il 33% rispetto all’ultimo trimestre del 2019, di chiedere un anticipo della pensione. L’importo massimo che si potrà chiedere è il 15% del montante accumulato, per la richiesta è previsto il termine ultimo del 31 marzo 2021.Una volta ricevuta la domanda verrà calcolato l’importo della pensione annua che spetterebbe all’iscritto e l’anticipo riguarderà il 15% del totale che spetterebbe. Nel caso dell’Enpam occorre il via libera dei Ministeri di Lavoro ed Economia ma soprattutto, come ammesso dagli stessi vertici, il differimento delle imposte fino al momento della pensione. Un punto, questo, che si scontra con la normativa in vigore e che necessiterà di uno specifico approfondimento. In caso contrario, richiedere l’anticipo non sarebbe conveniente.I due provvedimenti, se da un lato comportano benefici per chi ne necessita, assieme ad altre evidenze quali la sospensione dei versamenti alla previdenza integrativa da parte di un iscritto su quattro, evidenziano come i lavoratori stiano “spendendo” ora il proprio futuro, compromettendolo in maniera spesso difficilmente riparabile. (Anna D’Antuono, legale, consulente Aduc)

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Trattamento del tumore alla prostata

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 giugno 2020

In sole 4 sedute radiochirurgiche il trattamento del tumore alla prostata è concluso. Grazie alla potenza del Cybeknife, ciascuna seduta dura pochi minuti, e la terapia si svolge a giorni alterni per cui in una settimana si conclude il ciclo. Inoltre la possibilità di tracciare in real time, durante l’irradiazione, la posizione della prostata attraverso una sequenza ravvicinata di radiografie, offre livelli di precisione millimetrici, che salvaguardano i tessuti sani circostanti. In Italia sono 37.000 sono i nuovi casi di tumore della prostata nel 2019. Negli uomini in fascia d’età tra i 50 e i 69 anni e negli ultrasettantenni è la neoplasia più frequente e rappresenta il 20% di tutti i tumori. Presso la Radioterapia del Regina Elena di Roma è in piena attività il Cyberknife di ultima generazione. Negli ultimi tre anni sono stati trattati 66 pazienti con tumore prostatico, selezionati per tumore localizzato, tracciabile e considerato a rischio ‘basso’ o ‘intermedio’, secondo i criteri del National Comprehensive Cancer Network (NCCN).
I risultati ottenuti sono molto buoni: tassi di tossicità a lungo termine minimi e fattibilità del trattamento nel 100% dei casi.
“Lo schema che adottiamo è il trattamento in sole 4 sedute. – chiarisce Giuseppe Sanguineti, Direttore della Radioterapia – Prende spunto dalla solida esperienza della brachiterapia (radioterapia interna), che vanta un fitto background, rappresentato da centinaia di pazienti trattati in vari decenni. Un gruppo multicentrico americano l’ha reso replicabile attraverso il Cyberknife e risultati su più di 250 pazienti affetti da tumore alla prostata ne confermano, anche con il sistema robotico, una notevole efficacia. Possiamo modulare così l’irradiazione dall’esterno, rispetto alla brachiterapia, ma distribuendo in egual modo dosi eterogenee e superiori rispetto ai protocolli tradizionali.” Dati scientifici solidi quindi danno ormai precise indicazioni sul trattamento clinico di tumore della prostata in pazienti selezionati.Grazie al Cyberknife è possibile così offrire negli stadi iniziali di malattia un alternativa alla chirurgia. Coniuga infatti l’erogazione di radiazioni ad alta energia attraverso un braccio robotizzato. Lo strumento, nato per piccoli tumori cerebrali e della colonna, ora si estende nella routine clinica anche alla cura di tutte le patologie tumorali.

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Sanata disparità trattamento con Forze ordine e Forze armate

Posted by fidest press agency su martedì, 19 Maggio 2020

“Fratelli d’Italia esprime soddisfazione per l’accoglimento da parte del governo della nostra richiesta per garantire lo svolgimento dei corsi – e quindi le assunzioni – dei Vigili del Fuoco. Il presidente Conte, col suo dpcm del 26 aprile scorso, aveva dimenticato proprio i Vigili del Fuoco dalla possibilità di svolgere corsi di formazione con modalità compatibili con lo stato d’emergenza, bloccando indirettamente le assunzioni, a differenza di quanto accaduto con Forze di polizia e Forze armate. Una grave mancanza di rispetto verso i Vigili del Fuoco che Fratelli d’Italia ha da subito denunciato anche con altri atti parlamentari. Siamo lieti, quindi, che oggi finalmente il governo abbia accolto la nostra proposta che andava incontro alle legittime richieste di molti ragazzi e ragazze e che consente al corpo nazionale di garantire al meglio la sicurezza dei nostri cittadini”. Lo dichiarano in una nota i deputati di Fratelli d’Italia in commissione affari costituzionali Emanuele Prisco e Giovanni Donzelli all’esito del question time che si è svolto sul punto in Prima Commissione.

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Utilizzo delle cellule CAR T per il trattamento di neoplasie ematologiche

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 Maggio 2020

Ha consentito di ottenere risultati mai precedentemente raggiunti in pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta a cellule progenitrici B ricaduta o resistente e in pazienti affetti da linfoma non-Hodgkin (refrattari o recidivati dopo trattamenti convenzionali). Una proporzione significativa di quanti hanno risposto al trattamento ottenendo una remissione completa, inoltre, si è mantenuto libero da malattia, potendosi ipotizzare, quindi, una guarigione definitiva dalla patologia neoplastica. Un impiego su larga scala delle cellule CAR T, è attualmente condizionato – anche – dal superamento di alcuni fattori tra cui le capacità produttive – inferiori rispetto alla richiesta – e dall’assenza di una rete che consenta il coordinamento e la gestione della distribuzione delle cellule geneticamente modificate sul territorio nazionale. A ciò si aggiunge la mancanza di una standardizzazione dei processi produttivi che renda le esperienze disponibili in Italia più omogenee e, quindi, confrontabili. Aggrava indubbiamente il contesto anche il capitolo costi, significativi e potenzialmente limitanti l’utilizzo delle CAR T in rapporto alle effettive necessità. Alleanza Contro il Cancro, la Rete Oncologica Nazionale fondata dal Ministero della Salute attualmente presieduta dal professor Ruggero De Maria, è stata finanziata con dieci milioni di euro in favore degli IRCCS, e di altre selezionate istituzioni con comprovata qualificazione nel campo, che ad essa afferiscono e che sono direttamente coinvolti nella progettualità affinché sviluppi, sui presupposti scientifici del progetto coordinato dal professor Franco Locatelli (e nel quale sono coinvolti 15 IRCCS della Rete, MolMed, Ospedale san Gerardo di Monza e CNR), nuovi approcci per ottimizzare l’uso di cellule del sistema immunitario geneticamente modificate per essere reindirizzate sul bersaglio tumorale. «Il notevole interesse che può essere suscitato da un approccio di questa rilevanza clinico-assistenziale – si motiva nel documento – potrebbe condurre a una virtuosa collaborazione con realtà industriali operanti in ambito farmacologico, arricchendo ulteriormente il panorama delle potenziali opportunità legate allo sviluppo su base nazionale della terapia con cellule CAR. Si creerebbe, infatti – è precisato ancora nella manifestazione di interesse – un potenziale sinergismo virtuoso fra istituzioni accademiche e industrie farmaceutiche con l’interesse a riprodurre anche in Italia il modello di collaborazione win-win che ha avuto certamente un ruolo importante nello sviluppo delle CAR T-cells negli Stati Uniti».

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Trattamento radioterapico dei tumori al retto

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 Maggio 2020

Pubblicata sulla Rivista Scientifica “In Vivo” la casistica storica sul trattamento Radio-Chemioterapico concomitante preoperatorio nei Tumori del Retto localmente avanzati condotta dall’unità operativa di Radioterapia Oncologica di Chieti.Una casistica nata nel 2000, che in 20 anni ha trattato 320 pazienti con un costante reclutamento medio di 16 pazienti per anno e che venne introdotta per la prima volta nella Regione Abruzzo dalla Radioterapia Oncologica di Chieti quando ancora lo standard terapeutico in questo setting di pazienti era rappresentato dalla Radio-Chemioterapia post-operatoria. Proprio per l’innovazione terapeutica agli inizi degli anni 2000 e per l’alta specialità acquisita nel tempo a seguire, molte Chirurgie del territorio abruzzese hanno inviato pazienti affetti da Tumore del Retto a Chieti per eseguire il trattamento preoperatorio.Un trattamento che è nato con l’intenzione di preservare la funzionalità sfinterica nei pazienti con localizzazioni tumorali a sede rettale bassa e pertanto suscettibili di chirurgie demolitive con il confezionamento della stomia, il famigerato “sacchetto” esterno vero e proprio spauracchio per i pazienti. Con il tempo è stato osservato tuttavia un importante impatto non solo sulla bassa percentuale di recidive locali, ma anche e soprattutto un importante impatto sulla sopravvivenza dei pazienti. In modo particolare, i pazienti che rispondono meglio al trattamento Radio-Chemioterapico preoperatorio e presentano risposte oncologiche complete o parziali hanno percentuali di sopravvivenza libera da malattia e sopravvivenza globale molto importanti. Nella casistica della Radioterapia di Chieti una risposta patologica completa, ovvero assenza di cellule tumorali all’esame istopatologico post-intervento, è stata del 26,7%, in linea con i dati della letteratura scientifica che la riportano con un range del 15-25%. Sommando il tasso di risposte complete con il numero di risposte quasi-complete ovvero riscontro di poche cellule tumorali all’esame istopatologico post-intervento, la percentuale sale al 41.8%. Questi risultati hanno determinato a 5 anni una sopravvivenza globale dell’82%, una sopravvivenza libera da malattia del 65.5% e un controllo locale dell’81.2%. A 10 anni, la sopravvivenza globale è stata del 79%, la sopravvivenza libera da malattia del 93% ed il controllo locale del 90%. L’alta specializzazione acquisita in tale campo dalla Radioterapia Oncologica di Chieti si caratterizza inoltre per i numerosi studi satelliti al protocollo di trattamento pre-operatorio come gli studi pubblicati e condotti con l’Istituto di Radiologia sulla stadiazione con Risonanza Magnetica morfologica e di diffusione sia in fase di diagnosi, in seconda settimana del trattamento per valutare la predittività o meno della risposta al trattamento in corso e tra la decima e la dodicesima settimana dal termine della Radio-Chemioterapia prima dell’intervento chirurgico. Non meno importanti gli studi condotti e pubblicati in collaborazione con il CeSi dell’Università “d’Annunzio” su biomarcatori sierici pre-trattamento per cercare di individuare precocemente pazienti che rispondono meglio e quelli che rispondono peggio al trattamento Radio-Chemioterapico pre-operatorio con l’auspicio di poter modulare in futuro una personalizzazione delle terapie, più intensificate o meno intensificate a seconda del quadro di presentazione del tumore all’esordio. Altrettanto importanti gli studi che si basano sull’evoluzione tecnologica dei trattamenti Radioterapici che consentono di intensificare le dosi radianti sempre con maggiore efficacia e sicurezza.I risultati della casistica storica di Chieti sul trattamento di Radio-Chemioterapia concomitante pre-operatoria indicano che la strada è proprio l’intensificazione del protocollo terapeutico al fine di ottenere risultati sempre migliori e con un profilo di tossicità trascurabile.La Radioterapia di Chieti si conferma centro di riferimento per il trattamento del Tumore del Retto e condivide le sue casistiche con i principali Centri di Radioterapia Oncologica italiani esperti in materia.

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