Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

Posts Tagged ‘trattamento’

I nutraceutici sono sempre più utilizzati nel trattamento dell’emicrania

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 settembre 2020

Lo sono anche per quella con aura dove il consueto mal di testa è accompagnato da sintomi neurologici reversibili come disturbi della visione, del linguaggio e difficoltà motorie. E’ quanto emerso oggi durante un Teaching Course che si svolge nella seconda giornata del 34° congresso nazionale della Società Italiana per lo Studio delle Cefalee (SISC). “Ben il 12% degli italiani ha sofferto almeno una volta nella vita di emicrania – afferma il dott. Giorgio Dalla Volta, del Consiglio Direttivo Nazionale della SISC, Direttore del Centro Cefalee dell’Istituto Clinico Città di Brescia (Gruppo San Donato) -. E’ quindi una malattia molto diffusa ma che risulta ancora sottovalutata. Negli ultimi anni diversi studi scientifici hanno dimostrato come i nutraceutici siano una valida opzione terapeutica. Oltre ad essere efficaci sono solitamente ben accettati perché i pazienti li considerano trattamenti meno invasivi rispetto ai farmaci antiepilettici, beta bloccanti o antidepressivi. Inoltre non presentano effetti collaterali e questo favorisce l’aderenza terapeutica che è uno dei maggiori problemi che noi specialisti dobbiamo affrontare. Si calcola che solo il 13% dei malati prende effettivamente la cura preventiva contro l’emicrania indicata dal neurologo”. Per il trattamento dell’emicrania con aura la ricerca italiana ha messo a punto il nutraceutico Aurastop. Si tratta di un prodotto naturale basato su sostanze estratte da due piante più l’aggiunta del magnesio. “Da tre anni è l’unica cura specifica contro l’aura emicranica che abbiamo a nostra disposizione – aggiunge il dott. Dalla Volta -. Se assunta regolarmente può bloccare il fenomeno elettrico celebrale che è alla base dei sintomi. Può così far regredire i disturbi visivi o sensitivi in soli pochi minuti e viene utilizzato non solo per contrastare gli episodi acuti ma anche come terapia preventiva della malattia”. Il congresso nazionale SICS si svolge in forma virtuale e affronta a 360° il tema delle cefalee in ogni fascia d’età: dai casi pediatrici alle forme e nella terza età. “La patologia può colpire tutti anche se è più frequente tra le donne tra i 25 e i 55 anni – conclude il dott. Dalla Volta -. Dopo i 65 anni gli attacchi di emicrania proseguono anche se è molto raro che l’emicrania cronica insorga per la prima volta in età così avanzata. Nei pazienti non più giovanissimi il quadro è complicato solitamente dalla presenza di altre patologie, come per esempio il diabete o l’ipertensione, che richiedono la somministrazione di farmaci. Quindi può essere auspicabile l’aggiunta di un nutraceutico nella terapia contro il mal di testa”.

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Tumore al seno: Un test può evitare il trattamento chemioterapico

Posted by fidest press agency su sabato, 1 agosto 2020

Analizza l’espressione di 21 geni specifici del tumore e definisce la probabilità di risposta alla chemioterapia. Si chiama Oncotype DX, il test molecolare (eseguito su tessuto tumorale) che permette di evitare la chemioterapia nell’80% delle donne con carcinoma mammario in fase iniziale, di tipo ormone-sensibile, negativo alla proteina HER2 e linfonodo negativo, che, dopo la chirurgia, possono essere trattate solo con l’ormonoterapia. Il test è validato con studi clinici randomizzati (evidenza di livello 1A) per predire i benefici della chemioterapia ed è disponibile presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma, grazie a un accordo siglato con l’azienda produttrice, Exact Sciences.
“I test genomici, detti anche multigenici, forniscono il profilo molecolare personalizzato di un tumore, un’informazione che aiuta a comprenderne meglio la biologia, riuscendo a definire con maggiore precisione, ad esempio, quanto la neoplasia è aggressiva (valore prognostico) e, nel caso del test Oncotype DX, anche la risposta alla chemioterapia (valore predittivo) – spiega il prof. Giuseppe Perrone, Responsabile dell’Unità di Diagnostica Molecolare Predittiva del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma -. Questi dati, insieme agli altri fattori, aiutano l’oncologo a scegliere il percorso terapeutico più appropriato”. Il test Oncotype DX, che è eseguito su campione tumorale proveniente da tessuto chirurgico, è un test multigenico scientificamente validato ed estesamente utilizzato nella pratica clinica. La definizione del rischio di recidiva di malattia, secondo il punteggio definito dall’analisi di espressione dei 21 geni, fornisce informazioni di predizione di sensibilità alle cure e di prognosi. Il test, pertanto, è in grado di identificare le pazienti che hanno migliore o peggiore prognosi e maggiore o minore probabilità di trarre beneficio dalla chemioterapia adiuvante o dalla sola terapia endocrina.
Il test è stato reso disponibile per la prima volta nel 2004 e, da allora, più di un milione di donne nel mondo ne ha beneficiato. È stato incluso in tutte le più importanti Linee Guida sul tumore al seno, incluse quelle dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), della St. Gallen International Breast Cancer Conference, della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) e, negli Stati Uniti, anche nelle Linee Guida della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO) e del National Comprehensive Cancer Network (NCCN). Inoltre, prestigiosi organismi di valutazione delle tecnologie sanitarie quali il National Institute for Health and Care Excellence (NICE) nel Regno Unito, il German Institute for Quality and Efficiency in Health Care (IQWiG) in Germania e l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) in Italia hanno riconosciuto il valore clinico del test. In Italia, i test genomici sono meno utilizzati rispetto ad altri Paesi europei, soprattutto perché non sono ancora inseriti nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza). Ad oggi, solo la Lombardia e la Provincia Autonoma di Bolzano ne hanno approvato la rimborsabilità per le pazienti con tumore della mammella, pur trattandosi di una tematica attualmente dibattuta a livello regionale, come dimostrano recenti mozioni presentate in Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Nella regione Lazio la mozione per la rimborsabilità dei test genomici è stata recentemente approvata all’unanimità.
“Nel 2018, i risultati del più ampio studio mai realizzato sul carcinoma mammario in ambito adiuvante, TAILORx, sono stati presentati al congresso ASCO e successivamente pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica The New England Journal of Medicine – conclude il prof. Tonini -. Lo studio, che ha coinvolto più di 10.200 donne, ha dimostrato che la maggior parte delle pazienti con tumore al seno in stadio precoce può evitare la chemioterapia”. In particolare, il test è in grado di identificare la quota di donne (20%) che possono trarre un reale beneficio dalla chemioterapia e che non sarebbero state selezionate con i sistemi tradizionali e la percentuale maggioritaria (80%) che, nel complesso, non trarrebbe beneficio dalla chemioterapia. Sono evidenti i vantaggi in termini di minori tossicità per le pazienti e di risparmi per il sistema sanitario, grazie all’ uso appropriato delle terapie oncologiche.

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Dipendenti pubblici: anticipo del trattamento di fine rapporto

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 luglio 2020

Dopo il via libera della Corte dei Conti, diviene attuativo il Decreto Ministeriale che consente ai dipendenti pubblici l’anticipo del trattamento di fine rapporto (o fine servizio, secondo l’inquadramento), incluso chi ha avuto accesso alla pensione alla data di entrata in vigore del Decreto Legge 4/2019, ossia il 29 gennaio 2019.La novità è importante perché il lavoratore pubblico riceve il Tfs/Tfr solo al momento della cessazione del rapporto e con tempi in alcuni casi superiori a due anni. Al pari dei dipendenti privati, inoltre, possono accadere eventi tali da necessitare di un anticipo delle somme accantonate.Il meccanismo è però molto diverso: mentre il dipendente privato fa richiesta al datore di lavoro, il pubblico dipendente dovrà prima rivolgersi all’Inps per ottenere la certificazione del diritto al Tfs/Tfr e del relativo ammontare complessivo. A quel punto, e qui arriva la grande differenza, dovrà chiedere un prestito bancario con a garanzia la cessione “pro solvendo” delle somme derivanti dal trattamento di fine rapporto (o servizio), presentando la certificazione dell’Inps e una dichiarazione sullo stato di famiglia. Il richiedente dovrà poi sottoscrivere la proposta di contratto di anticipo del Tfs/Tfr. L’importo massimo finanziabile è pari a 45.000 euro o, se minore, l’importo del Tfs/Tfr spettante. Due sono gli aspetti che colpiscono: come per l’Ape (Anticipo Pensionistico), si è costretti a passare per un prestito bancario. La cessione del credito, inoltre, è pro solvendo: se il Tfs/Tfr non venisse corrisposto (magari a seguito di un posticipo dei termini), il lavoratore si ritroverebbe debitore diretto della banca, e costretto quindi a negoziare un nuovo prestito in attesa di ricevere il pagamento.
Dicevamo anche dell’Enpam, prima Cassa Previdenziale a prevedere, per i propri iscritti con almeno 15 anni di anzianità e in regola con i versamenti e che a causa della crisi generata dal Covid-19 abbiano subìto una riduzione del fatturato di almeno il 33% rispetto all’ultimo trimestre del 2019, di chiedere un anticipo della pensione. L’importo massimo che si potrà chiedere è il 15% del montante accumulato, per la richiesta è previsto il termine ultimo del 31 marzo 2021.Una volta ricevuta la domanda verrà calcolato l’importo della pensione annua che spetterebbe all’iscritto e l’anticipo riguarderà il 15% del totale che spetterebbe. Nel caso dell’Enpam occorre il via libera dei Ministeri di Lavoro ed Economia ma soprattutto, come ammesso dagli stessi vertici, il differimento delle imposte fino al momento della pensione. Un punto, questo, che si scontra con la normativa in vigore e che necessiterà di uno specifico approfondimento. In caso contrario, richiedere l’anticipo non sarebbe conveniente.I due provvedimenti, se da un lato comportano benefici per chi ne necessita, assieme ad altre evidenze quali la sospensione dei versamenti alla previdenza integrativa da parte di un iscritto su quattro, evidenziano come i lavoratori stiano “spendendo” ora il proprio futuro, compromettendolo in maniera spesso difficilmente riparabile. (Anna D’Antuono, legale, consulente Aduc)

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Trattamento del tumore alla prostata

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 giugno 2020

In sole 4 sedute radiochirurgiche il trattamento del tumore alla prostata è concluso. Grazie alla potenza del Cybeknife, ciascuna seduta dura pochi minuti, e la terapia si svolge a giorni alterni per cui in una settimana si conclude il ciclo. Inoltre la possibilità di tracciare in real time, durante l’irradiazione, la posizione della prostata attraverso una sequenza ravvicinata di radiografie, offre livelli di precisione millimetrici, che salvaguardano i tessuti sani circostanti. In Italia sono 37.000 sono i nuovi casi di tumore della prostata nel 2019. Negli uomini in fascia d’età tra i 50 e i 69 anni e negli ultrasettantenni è la neoplasia più frequente e rappresenta il 20% di tutti i tumori. Presso la Radioterapia del Regina Elena di Roma è in piena attività il Cyberknife di ultima generazione. Negli ultimi tre anni sono stati trattati 66 pazienti con tumore prostatico, selezionati per tumore localizzato, tracciabile e considerato a rischio ‘basso’ o ‘intermedio’, secondo i criteri del National Comprehensive Cancer Network (NCCN).
I risultati ottenuti sono molto buoni: tassi di tossicità a lungo termine minimi e fattibilità del trattamento nel 100% dei casi.
“Lo schema che adottiamo è il trattamento in sole 4 sedute. – chiarisce Giuseppe Sanguineti, Direttore della Radioterapia – Prende spunto dalla solida esperienza della brachiterapia (radioterapia interna), che vanta un fitto background, rappresentato da centinaia di pazienti trattati in vari decenni. Un gruppo multicentrico americano l’ha reso replicabile attraverso il Cyberknife e risultati su più di 250 pazienti affetti da tumore alla prostata ne confermano, anche con il sistema robotico, una notevole efficacia. Possiamo modulare così l’irradiazione dall’esterno, rispetto alla brachiterapia, ma distribuendo in egual modo dosi eterogenee e superiori rispetto ai protocolli tradizionali.” Dati scientifici solidi quindi danno ormai precise indicazioni sul trattamento clinico di tumore della prostata in pazienti selezionati.Grazie al Cyberknife è possibile così offrire negli stadi iniziali di malattia un alternativa alla chirurgia. Coniuga infatti l’erogazione di radiazioni ad alta energia attraverso un braccio robotizzato. Lo strumento, nato per piccoli tumori cerebrali e della colonna, ora si estende nella routine clinica anche alla cura di tutte le patologie tumorali.

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Sanata disparità trattamento con Forze ordine e Forze armate

Posted by fidest press agency su martedì, 19 maggio 2020

“Fratelli d’Italia esprime soddisfazione per l’accoglimento da parte del governo della nostra richiesta per garantire lo svolgimento dei corsi – e quindi le assunzioni – dei Vigili del Fuoco. Il presidente Conte, col suo dpcm del 26 aprile scorso, aveva dimenticato proprio i Vigili del Fuoco dalla possibilità di svolgere corsi di formazione con modalità compatibili con lo stato d’emergenza, bloccando indirettamente le assunzioni, a differenza di quanto accaduto con Forze di polizia e Forze armate. Una grave mancanza di rispetto verso i Vigili del Fuoco che Fratelli d’Italia ha da subito denunciato anche con altri atti parlamentari. Siamo lieti, quindi, che oggi finalmente il governo abbia accolto la nostra proposta che andava incontro alle legittime richieste di molti ragazzi e ragazze e che consente al corpo nazionale di garantire al meglio la sicurezza dei nostri cittadini”. Lo dichiarano in una nota i deputati di Fratelli d’Italia in commissione affari costituzionali Emanuele Prisco e Giovanni Donzelli all’esito del question time che si è svolto sul punto in Prima Commissione.

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Utilizzo delle cellule CAR T per il trattamento di neoplasie ematologiche

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 maggio 2020

Ha consentito di ottenere risultati mai precedentemente raggiunti in pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta a cellule progenitrici B ricaduta o resistente e in pazienti affetti da linfoma non-Hodgkin (refrattari o recidivati dopo trattamenti convenzionali). Una proporzione significativa di quanti hanno risposto al trattamento ottenendo una remissione completa, inoltre, si è mantenuto libero da malattia, potendosi ipotizzare, quindi, una guarigione definitiva dalla patologia neoplastica. Un impiego su larga scala delle cellule CAR T, è attualmente condizionato – anche – dal superamento di alcuni fattori tra cui le capacità produttive – inferiori rispetto alla richiesta – e dall’assenza di una rete che consenta il coordinamento e la gestione della distribuzione delle cellule geneticamente modificate sul territorio nazionale. A ciò si aggiunge la mancanza di una standardizzazione dei processi produttivi che renda le esperienze disponibili in Italia più omogenee e, quindi, confrontabili. Aggrava indubbiamente il contesto anche il capitolo costi, significativi e potenzialmente limitanti l’utilizzo delle CAR T in rapporto alle effettive necessità. Alleanza Contro il Cancro, la Rete Oncologica Nazionale fondata dal Ministero della Salute attualmente presieduta dal professor Ruggero De Maria, è stata finanziata con dieci milioni di euro in favore degli IRCCS, e di altre selezionate istituzioni con comprovata qualificazione nel campo, che ad essa afferiscono e che sono direttamente coinvolti nella progettualità affinché sviluppi, sui presupposti scientifici del progetto coordinato dal professor Franco Locatelli (e nel quale sono coinvolti 15 IRCCS della Rete, MolMed, Ospedale san Gerardo di Monza e CNR), nuovi approcci per ottimizzare l’uso di cellule del sistema immunitario geneticamente modificate per essere reindirizzate sul bersaglio tumorale. «Il notevole interesse che può essere suscitato da un approccio di questa rilevanza clinico-assistenziale – si motiva nel documento – potrebbe condurre a una virtuosa collaborazione con realtà industriali operanti in ambito farmacologico, arricchendo ulteriormente il panorama delle potenziali opportunità legate allo sviluppo su base nazionale della terapia con cellule CAR. Si creerebbe, infatti – è precisato ancora nella manifestazione di interesse – un potenziale sinergismo virtuoso fra istituzioni accademiche e industrie farmaceutiche con l’interesse a riprodurre anche in Italia il modello di collaborazione win-win che ha avuto certamente un ruolo importante nello sviluppo delle CAR T-cells negli Stati Uniti».

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Trattamento radioterapico dei tumori al retto

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 maggio 2020

Pubblicata sulla Rivista Scientifica “In Vivo” la casistica storica sul trattamento Radio-Chemioterapico concomitante preoperatorio nei Tumori del Retto localmente avanzati condotta dall’unità operativa di Radioterapia Oncologica di Chieti.Una casistica nata nel 2000, che in 20 anni ha trattato 320 pazienti con un costante reclutamento medio di 16 pazienti per anno e che venne introdotta per la prima volta nella Regione Abruzzo dalla Radioterapia Oncologica di Chieti quando ancora lo standard terapeutico in questo setting di pazienti era rappresentato dalla Radio-Chemioterapia post-operatoria. Proprio per l’innovazione terapeutica agli inizi degli anni 2000 e per l’alta specialità acquisita nel tempo a seguire, molte Chirurgie del territorio abruzzese hanno inviato pazienti affetti da Tumore del Retto a Chieti per eseguire il trattamento preoperatorio.Un trattamento che è nato con l’intenzione di preservare la funzionalità sfinterica nei pazienti con localizzazioni tumorali a sede rettale bassa e pertanto suscettibili di chirurgie demolitive con il confezionamento della stomia, il famigerato “sacchetto” esterno vero e proprio spauracchio per i pazienti. Con il tempo è stato osservato tuttavia un importante impatto non solo sulla bassa percentuale di recidive locali, ma anche e soprattutto un importante impatto sulla sopravvivenza dei pazienti. In modo particolare, i pazienti che rispondono meglio al trattamento Radio-Chemioterapico preoperatorio e presentano risposte oncologiche complete o parziali hanno percentuali di sopravvivenza libera da malattia e sopravvivenza globale molto importanti. Nella casistica della Radioterapia di Chieti una risposta patologica completa, ovvero assenza di cellule tumorali all’esame istopatologico post-intervento, è stata del 26,7%, in linea con i dati della letteratura scientifica che la riportano con un range del 15-25%. Sommando il tasso di risposte complete con il numero di risposte quasi-complete ovvero riscontro di poche cellule tumorali all’esame istopatologico post-intervento, la percentuale sale al 41.8%. Questi risultati hanno determinato a 5 anni una sopravvivenza globale dell’82%, una sopravvivenza libera da malattia del 65.5% e un controllo locale dell’81.2%. A 10 anni, la sopravvivenza globale è stata del 79%, la sopravvivenza libera da malattia del 93% ed il controllo locale del 90%. L’alta specializzazione acquisita in tale campo dalla Radioterapia Oncologica di Chieti si caratterizza inoltre per i numerosi studi satelliti al protocollo di trattamento pre-operatorio come gli studi pubblicati e condotti con l’Istituto di Radiologia sulla stadiazione con Risonanza Magnetica morfologica e di diffusione sia in fase di diagnosi, in seconda settimana del trattamento per valutare la predittività o meno della risposta al trattamento in corso e tra la decima e la dodicesima settimana dal termine della Radio-Chemioterapia prima dell’intervento chirurgico. Non meno importanti gli studi condotti e pubblicati in collaborazione con il CeSi dell’Università “d’Annunzio” su biomarcatori sierici pre-trattamento per cercare di individuare precocemente pazienti che rispondono meglio e quelli che rispondono peggio al trattamento Radio-Chemioterapico pre-operatorio con l’auspicio di poter modulare in futuro una personalizzazione delle terapie, più intensificate o meno intensificate a seconda del quadro di presentazione del tumore all’esordio. Altrettanto importanti gli studi che si basano sull’evoluzione tecnologica dei trattamenti Radioterapici che consentono di intensificare le dosi radianti sempre con maggiore efficacia e sicurezza.I risultati della casistica storica di Chieti sul trattamento di Radio-Chemioterapia concomitante pre-operatoria indicano che la strada è proprio l’intensificazione del protocollo terapeutico al fine di ottenere risultati sempre migliori e con un profilo di tossicità trascurabile.La Radioterapia di Chieti si conferma centro di riferimento per il trattamento del Tumore del Retto e condivide le sue casistiche con i principali Centri di Radioterapia Oncologica italiani esperti in materia.

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Valutare il possibile trattamento dell’infezione da Coronavirus con la colchicina

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 aprile 2020

È questo l’obiettivo primario che si pone il nuovo protocollo di studio “COLVID-19”. Il progetto è promosso dalla Sezione di Reumatologia del Dipartimento di Medicina dell’Università di Perugia e realizzato sotto l’egida della SIR (Società Italiana di Reumatologia, che finanzia anche la ricerca), della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) e dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO). L’obiettivo è reclutare 308 pazienti ospedalizzati, colpiti da COVID-19, per i quali però non è ancora necessario il trattamento in terapia intensiva. “La colchicina è un vecchio farmaco che da molti anni utilizziamo contro alcune patologie infiammatorie acute, come gotta e pseudogotta, e altre forme infiammatorie croniche – afferma il prof. Roberto Gerli, Presidente Eletto di SIR e uno dei Principal Investigators dello studio -. Presenta delle peculiarità e delle potenzialità estremamente interessanti. Il farmaco può avere un’azione antivirale, ma contemporaneamente è in grado di bloccare la risposta infiammatoria del sistema immunitario senza però causare una immunodepressione. Sono tutte caratteristiche che possono essere sfruttate per limitare e quindi prevenire alti livelli di infiammazione responsabili dei danni d’organo determinati da un agente patogeno estremamente pericoloso e insidioso come il Coronavirus”. Lo studio COLVID-19 si svolgerà sull’intero territorio nazionale e potranno partecipare tutti i centri che inoltreranno una richiesta. “Dai dati finora disponibili emerge che circa il 25% dei pazienti ricoverati, a causa del virus, ha un peggioramento clinico che causa la necessità di ventilazione meccanica o il ricovero in terapia intensiva – prosegue il prof. Gerli -. Come comunità scientifica dobbiamo quindi trovare nuovi trattamenti per ridurre l’infiammazione polmonare e di altri organi e di conseguenza le ospedalizzazioni. Così sarà possibile dare nuove chances di sopravvivenza agli uomini e donne colpiti dal COVID e ridurre accessi e ricoveri nelle strutture sanitarie. Stiamo inoltre già lavorando a nuovi progetti di studio per il coinvolgimento di pazienti anche a livello domiciliare”. “La SIR e tutta la reumatologia italiana sono in prima linea per arginare questa terribile pandemia – conclude il dott. Luigi Sinigaglia, Presidente Nazionale SIR -. Siamo all’avanguardia nel mondo per il livello di ricerca scientifica prodotta e nel nostro Paese sono attive strutture sanitarie di riferimento a livello europeo. Fin dall’inizio dei boom di contagi alcuni farmaci anti-reumatici sono finiti sotto osservazione. Al momento diversi studi sono in corso per dimostrare se alcuni trattamenti utilizzati per la terapia di alcune patologie reumatologiche possono essere utilizzati anche per contenere l’infiammazione da COVID-19. Il nostro auspicio è di riuscire a breve a produrre evidenze scientifiche rilevanti da mettere poi a disposizione dell’intera comunità scientifica”.

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Siaart per il trattamento nutrizionale di pazienti affetti da Covid-19

Posted by fidest press agency su domenica, 12 aprile 2020

Sono nate dalla collaborazione tra la Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo (SINuC) e la Società Italiana di Anestesia Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) le nuove Raccomandazioni sviluppate da un gruppo di lavoro multidisciplinare basandosi sulle evidenze disponibili. In particolare, lerecenti linee guidaed expert statements ESPENed ESICMal fine di fornire agli operatori coinvolti nel trattamento multimodale dei pazienti critici e post-critici adulti affetti da COVID-19 alcune utili indicazioni sulle modalità di trattamento nutrizionale. Le caratteristiche cliniche dei pazienti critici COVID-19 evidenziano una diffusa malnutrizione. La cura della nutrizione è vitale, in particolare nei pazienti coninfezionie insufficienza d’organo. La sepsi è solo una delle numerose aree terapeutiche in cui il supporto nutrizionale è stato associato a una riduzione della durata in terapia intensiva e della mortalità. I pazienti ricoverati malnutriti sono associati a costi ospedalieri più elevati,degenze prolungate e aumento della mortalità. L’espansione e la sfida senza precedenti ai servizi di Terapia Intensiva, richiede inevitabilmente una pianificazione e ristrutturazione dei servizi dietetici, di supporto agli intensivisti. Mentre la maggior parte delle persone con COVID-19 sviluppa una malattia lieve o non complicata, circa il 14% sviluppa una malattia grave che richiede il ricovero in ospedale e il supporto dell’ossigeno e il 5% richiede l’ammissione in un’unità di Terapia Intensiva. Nei casi più gravi, COVID-19 può essere complicato da sindrome da distress respiratorio acuto(ARDS), sepsi e shock settico,insufficienza multiorgano, con interessamento particolare di rene e cuore. La pandemia virale COVID-19 rappresenta una sfida senza precedenti ai servizi di Terapia Intensiva. L’età avanzata e le co-morbilitàsono state riportate come fattori di aumentato rischiodi mortalità.
È stato anche osservato che la durata mediana della rilevazione dell’RNA virale si attesta intorno ai 20 giorni (IQR 17-24) nei sopravvissuti, ma il virus SARS-CoV-2 risulta rilevabile fino alla morte nei non sopravvissuti. La più lunga durata osservata di diffusione virale nei sopravvissuti è stata di 37 giorni.

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Unità produttiva parametro per i trattamenti di integrazione salariale

Posted by fidest press agency su domenica, 12 aprile 2020

Il riconoscimento dei requisiti necessari per l’accesso agli strumenti di integrazione salariale, nell’ambito del più ampio panorama dei c.d. “ammortizzatori sociali”, è riferito dal legislatore all’azienda e non al singolo lavoratore, seppure beneficiario ultimo della misura. È, dunque, necessario chiarire quali siano i parametri stabiliti dalla legge perché il datore di lavoro possa avere diritto all’accesso ai trattamenti di integrazione salariale. Concetto cardine di questa parametrazione è quello di unità produttiva, che la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro analizza nel dettaglio, in relazione alla normativa vigente, nell’approfondimento pubblicato oggi. Il quadro, infatti, a tal specifico riguardo, non appare mutato alla luce delle nuove norme in materia di trattamenti di cassa integrazione emergenziale, introdotte dal decreto legge “Cura Italia” agli articoli da 19 a 22.

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Il trattamento principale dell’emofilia A è rappresentato infatti dalla somministrazione del fattore VIII

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 aprile 2020

Il sistema immunitario, in alcuni casi, potrebbe riconoscere come estraneo il fattore VIII somministrato per curare l’emofilia e produrre contro di esso degli anticorpi, chiamati anche inibitori. In questo senso emicizumab rappresenta un’importante innovazione nell’ambito delle terapie per l’emofilia A, avendo risposto ad un elevato bisogno terapeutico sia per pazienti con inibitori del Fattore VIII, sia oggi per pazienti con patologia grave senza inibitori. Dallo studio HAVEN 3 infatti, condotto su soggetti affetti da emofilia A senza inibitori del fattore VIII, nell’ambito di un confronto prospettico intrapaziente, emerge come la profilassi con emicizumab ogni settimana abbia dimostrato una riduzione statisticamente significativa dei sanguinamenti trattati pari al 68% rispetto alla precedente profilassi con fattore VIII. Nello studio HAVEN 4 condotto su soggetti affetti da emofilia A con e senza inibitori del fattore VIII, emicizumab somministrato ogni quattro settimane ha evidenziato un controllo clinicamente rilevante dei sanguinamenti.“La nuova indicazione per emicizumab consente di avere disponibile in Italia per la prima volta una nuova classe terapeutica per il trattamento di persone con emofilia A grave senza inibitori. Emicizumab, come dimostrato proprio dagli studi clinici, rappresenta una soluzione allo stesso tempo efficace e innovativa che apre nuove opportunità anche in termini di qualità della vita per i pazienti che vivono con emofilia A grave– spiega Flora Peyvandi, Professore ordinario di Medicina Interna, Università degli studi di Milano – Si tratta infatti di una soluzione in grado di controllare efficacemente i sanguinamenti e che può essere somministrata, secondo le necessità cliniche, una volta a settimana, ogni due settimane od ogni quattro settimane per via sottocutanea: proprio questi aspetti vanno incontro ai principali bisogni nell’ottica di un miglioramento complessivo della quotidianità dei pazienti e dei loro familiari, garantendo una protezione costante”.

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Emicizumab: approvato anche in Italia per il trattamento di persone con emofilia A grave senza inibitori del fattore VIII

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 aprile 2020

Monza.Anche in Italia arriva la rimborsabilità per la nuova indicazione di emicizumab, il primo anticorpo monoclonale umanizzato bispecifico indicato per il trattamento di routine degli episodi emorragici in pazienti con emofilia A e inibitori del fattore VIII. Con l’avvicinarsi della XVI Giornata Mondiale dell’emofilia, che si svolgerà il 16 aprile 2020 per sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto alle principali conseguenze della patologia e sui disturbi della coagulazione, Roche comunica che emicizumab è rimborsato anche per la profilassi degli episodi di sanguinamento in adulti e bambini affetti da emofilia A grave senza inibitori del fattore VIII. In Europa, il farmaco era già stato approvato per questa indicazione e ora è stato rimborsato anche in Italia con diverse frequenze di somministrazione (una volta a settimana, ogni due settimane od ogni quattro settimane). L’emofilia A è una malattia rara ed ereditaria del sangue caratterizzata dal deficit del “fattore VIII” – proteina necessaria al corretto funzionamento del processo di coagulazione del sangue – che colpisce circa 4.000 persone in Italia, di cui il 40-50% circa presenta una forma grave della malattia.“Si tratta di un notevole passo avanti nell’offerta terapeutica per i pazienti con emofilia A, portandola a livelli unici di eccellenza nell’ambito delle malattie rare. Tale approvazione ora potrà rappresentare una svolta anche in termini pratici contribuendo a portare significativi vantaggi anche alle persone che vivono con emofilia A grave senza inibitori, che rappresentano peraltro una percentuale maggiore di pazienti – ha dichiarato il Prof. Giancarlo Castaman, direttore del Centro Malattie Emorragiche e della Coagulazione, Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze – Gli studi registrativi HAVEN 3 e HAVEN 4 hanno mostrato come la terapia con emicizumab riduca in misura significativa i sanguinamenti non solo rispetto al trattamento on-demand ma anche mediamente rispetto alla precedente profilassi tradizionale con fattore VIII. Aspetto inoltre importante è l’assenza di eventi avversi significativi. Ancora una volta si dimostra che la ricerca nell’ambito dell’emofilia ha raggiunto dei livelli straordinari in termini di efficacia e sicurezza”.

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Trattamento e il controllo dei pazienti cronici da remoto

Posted by fidest press agency su martedì, 31 marzo 2020

MSD Italia si schiera al fianco delle Istituzioni italiane con la donazione di tecnologie e strumenti che consentono il monitoraggio, il trattamento e il controllo dei pazienti cronici da remoto per un valore di mercato fino a 1,5 milioni di Euro.“Come ricordato dal Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro – dichiara Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratore di MSD Italia – se vogliamo che la curva dei contagi scenda, dobbiamo fare in modo che le misure di distanziamento sociale funzionino anche grazie al supporto fondamentale che le nuove tecnologie di telemedicina e tecno-assistenza sono in grado di garantire grazie alla possibilità, per il paziente, di farsi curare da casa”.“MSD Italia – prosegue Nicoletta Luppi – ha deciso di rispondere alla call for action del Governo con un atto di responsabilità sociale che è nel DNA della nostra Azienda. Vogliamo offrire un contributo distintivo e coerente con le richieste del nostro Governo e annunceremo presto i primi soggetti istituzionali beneficiari della nostra donazione”.MSD Italia donerà fino a 1,5 milioni di Euro in valore di mercato per la fornitura di sistemi di telemonitoraggio domiciliare che consentano, da un lato, la gestione ottimale dei pazienti cronici da remoto e, dall’altro, di decongestionare le strutture sanitarie preposte al trattamento dei pazienti più critici.La donazione nasce da una peculiarità distintiva del Gruppo MSD Italia al cui interno opera la società Vree Health, azienda leader nella progettazione, sviluppo e commercializzazione di servizi innovativi e soluzioni di Connected Health per migliorare la qualità di vita e la salute dei pazienti.

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Concorsi scuola: ANIEF chiede al ministro Azzolina parità di trattamento per tutti i precari

Posted by fidest press agency su sabato, 1 febbraio 2020

Ieri l’incontro al Ministero dell’Istruzione per la delegazione del giovane sindacato rappresentativo, per avviare un confronto sui bandi dei concorsi straordinario I e II Grado e Infanzia/Primaria, nonché sul decreto per il concorso ordinario I e II Grado. Chieste modifiche sostanziali. Marcello Pacifico (Anief): “Chiediamo al ministro Azzolina di garantire la parità di trattamento tra tutti i precari, per tutte le discipline e ordini di scuola, inclusi insegnanti di religione, infanzia e primaria, del sistema nazionale di istruzione. In migliaia sono pronti a ricorrere contro i bandi dopo che l’ufficio legale ha avviato le preadesioni ai ricorsi” Nessuna informativa sulle modalità di accesso al corso abilitante e alla selezione per il personale con servizio nelle paritarie e percorsi IeFP. La delegazione Anief – composta oltre che dal presidente nazionale Marcello Pacifico anche dal vice presidente Gian Mauro Nonnis e Marco Giordano, componente della segreteria nazionale e presidente di Anief Piemonte – nel denunciare l’irrisolutezza del problema della supplentite e nel chiedere l’estensione della partecipazione alla procedura riservata per gli esclusi, ha presentato tre memorie dettagliate elaborate dall’ufficio legislativo, chiede una prova unificata per i precari del sistema nazionale di istruzione, l’accesso libero al Pas senza selezione in entrata, una maggiore valutazione del servizio nella tabella dei titoli, il superamento con la sufficienza della prova preordinata, la possibilità di scegliere una seconda lingua comunitaria oltre l’inglese.

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Ipertensione, farmaci a confronto nel trattamento di prima linea

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 novembre 2019

Nel trattamento di prima linea dell’ipertensione, gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) non hanno la stessa efficacia e sicurezza dei diuretici tiazidici. Questo è ciò che emerge da uno studio pubblicato su Lancet. «La scoperta della maggior efficacia e sicurezza globale dei diuretici tiazidici e tiazidici-like rispetto agli ACE-inibitori è un nuovo risultato che deve essere preso sul serio» ha dichiarato uno degli autori George Hripcsak, della Columbia University di New York. Le attuali linee guida statunitensi raccomandano per l’ipertensione diversi farmaci di prima linea, tra cui i diuretici tiazidici o tiazidici-like e gli ACE-inibitori, ma anche i bloccanti del recettore dell’angiotensina, i calcio antagonisti diidropiridinici o non diidropiridinici in alcuni casi. Non è chiaro però quale iniziare nei pazienti con ipertensione di nuova diagnosi. Gli autori hanno messo a confronto questi farmaci utilizzando i dati di 4,9 milioni di pazienti che hanno iniziato una terapia anti-ipertensiva tra il 1996 e il 2018 e sono stati seguiti per una media di 2 anni. Tre gli endpoint primari (infarto del miocardio, ricovero ospedaliero per scompenso cardiaco e ictus), 6 quelli secondari di efficacia e 46 quelli di sicurezza. L’efficacia osservata è stata paragonabile tra le classi di farmaci, ma i diuretici tiazidici o tiazidici-like hanno mostrato un favorevole profilo sicurezza e una migliore efficacia primaria rispetto agli ACE-inibitori. Secondo gli autori dello studio, iniziare una terapia antiipertensiva con un tiazide invece che con un ACE-inibitore potrebbe evitare importanti eventi cardiovascolari e merita ulteriori studi. «I diuretici dovrebbero davvero essere il fondamento del trattamento iniziale a meno che il paziente non sia intollerante» ha affermato Suzanne Oparil autrice di un commento insieme a Christopher Ives, entrambi della University of Alabama a Birmingham. Tra i limiti della ricerca ci sono la mancanza di misurazioni della pressione sanguigna e quella di dati sull’aderenza alle terapie e il fatto che lo studio sia stato condotto su pazienti ipertesi con nuova diagnosi che hanno iniziato una monoterapia. «Le attuali linee guida per l’ipertensione raccomandano, sulla base del parere di esperti, di prendere eventualmente in considerazione la terapia combinata se la pressione iniziale supera una soglia specifica» hanno spiegato Ives e Oparil. (fonte: doctor33)

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Ipertensione, farmaci di prima linea a confronto per iniziare il trattamento

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 novembre 2019

Per chi soffre di ipertensione gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) potrebbero non essere la scelta migliore per iniziare il trattamento. Questo è quanto emerge da uno studio appena pubblicato su The Lancet e coordinato da George Hripcsak, del Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons, che assieme ai colleghi ha esaminato i dati di 4,9 milioni di pazienti provenienti da nove database istituzionali in quattro paesi. «Abbiamo voluto confrontare la sicurezza e l’efficacia delle cinque classi di farmaci di prima linea nel trattamento dell’ipertensione, inclusi i popolari ACE-inibitori» scrivono in ricercatori, che hanno non solo analizzato il modo in cui ciascun farmaco previene le tre principali complicanze dell’ipertensione, ossia l’infarto, lo scompenso di cuore e l’ictus, ma hanno anche verificato fino a che punto ciascun farmaco causa effetti collaterali, elencati in una lista di 46 segni e sintomi. «Questo è uno studio multinazionale che potrebbe fornire elementi utili a indirizzare le scelte sul trattamento dell’ipertensione» afferma l’autore, precisando che a distinguerlo dai precedenti non è solo la dimensione, ma i metodi avanzati che ottimizzano l’affidabilità dei risultati. Una scoperta chiave è stata che i diuretici tiazidici sono più efficaci nel prevenire infarto, scompenso e ictus rispetto agli ACE-inibitori, pur essendo più sicuri. «Prese singolarmente le differenze nella sicurezza e nell’efficacia dei diversi trattamenti potrebbero sembrare piccole, ma su vasta scala diventano significative» sottolineano i ricercatori, precisando che se i 2,4 milioni partecipanti allo studio che hanno utilizzato gli ACE-inibitori avessero invece usato i tiazidici, si sarebbero potuti potenzialmente evitare oltre 3.100 eventi cardiovascolari maggiori. «Dato che questo tipo di diuretici sono da tempo presenti sul mercato a fronte di costi contenuti, i nostri risultati dovrebbero fornire una valida alternativa all’attuale consuetudine di iniziare con ACE-inibitori in trattamento dell’ipertensione» conclude Hripcsak. (fonte: Dctor33)

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Asma: nuove raccomandazioni per il trattamento

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2019

Le nuove raccomandazioni per il trattamento dell’asma preparate dalla Global Initiative on Asthma (GINA) e pubblicate sull’European Respiratory Journal presentano indicazioni in contrasto con anni di pratica clinica. La novità principale infatti riguarda il consiglio a non utilizzare in monoterapia, per motivi di sicurezza, i beta-agonisti a breve durata d’azione, farmaci per il sollievo rapido, che hanno per 50 anni costituito il trattamento di prima linea per l’asma. Le linee guida raccomandano ora che tutti gli adulti e gli adolescenti con asma ricevano un trattamento di controllo che contenga corticosteroidi per via inalatoria, per ridurre il rischio di riacutizzazioni gravi e controllare i sintomi. In particolare per l’asma lieve si raccomanda formoterolo, beta-agonista a lunga durata d’azione, a basso dosaggio al bisogno, e, se formoterolo non è disponibile, un beta-agonista a breve durata d’azione insieme a corticosteroidi per via inalatoria a basso dosaggio. «Il paradosso che dobbiamo spiegare è che un beta-agonista a breve durata d’azione può salvare la vita, ma può anche uccidere» esordisce Helen Reddel, del Woolcock Institute of Medical Research di Sydney, in Australia, presidente del comitato scientifico GINA, presentando le novità al Congresso internazionale della European Respiratory Society 2019. «Fino ad ora, sono stati raccomandati corticosteroidi per via inalatoria a basso dosaggio giornaliero per la prevenzione dell’asma lieve, insieme con la terapia di salvataggio quando necessario, ma pochi pazienti con asma lieve gestiscono l’aderenza a un regime giornaliero. Infatti, una dose bassa giornaliera di corticosteroidi è altamente efficace e riduce il ricovero di un terzo e i decessi della metà, ma l’aderenza va dal 25% al 35% circa. I pazienti preferiscono reagire quando necessario piuttosto che usare la terapia di mantenimento come precauzione e questo aumenta il rischio di morte» afferma Reddel. Uno studio del 1994 ha mostrato che il rischio di morte per asma aumenta drasticamente quando un paziente usa 1,4 nebulizzatori di beta-agonisti per inalazione al mese, e uno studio del 2001 ha dimostrato che l’uso di broncodilatatori nebulizzati o steroidi per via orale ha una probabilità significativamente maggiore di causare morte per asma. Nel 2014, la GINA ha iniziato a chiedere precauzioni, affermando che il trattamento con beta-agonista a breve durata d’azione dovesse essere limitato a pazienti asmatici che presentassero sintomi non più di due volte al mese e senza fattori di rischio per la riacutizzazione, ma si è riservata di valutare ulteriori prove per definire la questione. Nel 2018 uno studio ha mostrato una riduzione del 64% delle gravi riacutizzazioni con la combinazione budesonide più formoterolo, rispetto a terbutalina, un beta-agonista a breve durata d’azione, e un altro studio del 2018 ha concluso che la combinazione budesonide più formoterolo usata al bisogno non fosse inferiore alla terapia di mantenimento con budesonide per pazienti con gravi riacutizzazioni. Da allora, ulteriori studi hanno dimostrato che la combinazione corticosterioidi per via inalatoria e formoterolo al bisogno potesse alleviare efficacemente i sintomi. Un recente lavoro, inoltre, ha mostrato che budesonide al bisogno più formoterolo è superiore a budesonide a basso dosaggio come mantenimento più un inalatore al bisogno, e ha fornito ulteriori prove a supporto delle nuove raccomandazioni. (fonte doctor33)

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Epilessia tumorale

Posted by fidest press agency su sabato, 31 agosto 2019

La corretta gestione diagnostica, terapeutica e assistenziale di pazienti colpiti da tumore cerebrale e che soffrono di epilessia causata dalla neoplasia, è di estrema importanza. I pazienti con epilessia tumorale, infatti, presentano un profilo terapeutico complesso e richiedono un approccio unico e multidisciplinare. Alla luce di questa considerazione sono state pubblicate le prime raccomandazioni a livello mondiale sul trattamento e la presa in carico del paziente con epilessia secondaria a tumore cerebrale. Il lavoro è stato pubblicato su Neurological Sciences dal gruppo della LICE (Lega Italiana Contro l’Epilessia), coordinato da Marta Maschio, responsabile del Centro Epilessia Tumorale dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e da Francesco Paladin direttore della U.O.C. Di Neurologia dell’ospedale Ss. Giovanni e Paolo di Venezia”. Fino ad oggi, non esistevano raccomandazioni, né nazionali né internazionali, relative a questa patologia.
L’epilessia sintomatica dei tumori cerebrali costituisce il 6-10% di tutti i casi di epilessia e il 12% dell’epilessie acquisite ed è il sintomo più comune nei pazienti con tumore cerebrale. Rappresenta infatti il sintomo d’esordio nel 20-40% dei pazienti, mentre in un ulteriore 10% comparirà nel corso della malattia. Complessivamente, la frequenza delle crisi epilettiche nei pazienti varia dal 35% al 70% in base al alla tipologia e alla localizzazione della neoplasia.“La disabilità causata dall’epilessia – dichiara Gennaro Ciliberto, Direttore Scientifico dell’Istituto Regina Elena – aggrava significativamente le conseguenze della malattia oncologica e implica alti costi sociali e individuali. Per tale motivo, la corretta presa in carico globale di questi pazienti è essenziale per il mantenimento di una dignitosa qualità di vita.” I risultati raggiunti, grazie al lavoro d’equipe di 35 specialisti italiani neurologi epilettologi, offrono direttive sulle procedure da adottare per un corretto percorso diagnostico e terapeutico, valutando a fondo le indicazioni, i rischi e i benefici.
“Gli obiettivi specifici – spiegano Marta Maschio e Francesco Paladin – erano fornire direttive sulle procedure da adottare per un corretto percorso diagnostico-terapeutico del paziente con epilessia tumorale, valutando indicazioni, rischi e benefici, con particolare riferimento alla definizione dell’iter decisionale relativo al trattamento antiepilettico. Il panel di esperti ha selezionato 17 domande sul management del paziente con epilessia tumorale, alle quali ha risposto esprimendo raccomandazioni la cui forza è basata sull’evidenza dei dati di letteratura.In particolare, sono stati esaminati 7827 articoli, di cui 148 sono risultati idonei a rispondere alle domande.” Per prima cosa è emersa una forte raccomandazione a non scegliere i farmaci antiepilettici di vecchia generazione, perché sono in grado di indurre gli enzimi epatici e quindi accelerare la eliminazione dall’organismo di molti farmaci. Hanno pertanto la capacità di interferire con le terapie oncologiche. Vanno presi in considerazione come prima scelta terapeutica i farmaci di nuova generazione. gli esperti raccomandano inoltre di non effettuare la profilassi antiepilettica, in assenza di crisi, sia nei tumori cerebrali primari che nelle metastasi. Inoltre, è emerso che non ci sono prove che l’efficacia di un antiepilettico rispetto ad un altro sia influenzata dal tipo istologico o dalla localizzazione del tumore.Dall’analisi della letteratura scientifica emergono invece dati contrastanti o carenti in merito al ruolo dell’elettroencefalogramma (EEG), alla scelta della strategia terapeutica in caso di inefficacia o effetti collaterali del farmaco antiepilettico di prima scelta e alla tempistica per l’eventuale sospensione dei farmaci antiepilettici.“Dall’analisi delle raccomandazioni – sottolineano i coordinatori dello studio – emerge la consapevolezza che l’epilessia nei tumori cerebrali deve essere considerata molto più di un semplice sintomo del tumore stesso. Si evidenzia, infatti, come un approccio di squadra multidisciplinare e ben strutturato, con specialisti di diverse aree che affrontano tutti gli aspetti della vita del paziente, sia essenziale nella gestione della presa in carico dei pazienti.”

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Trattamento dei tumori cerebrali

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 agosto 2019

Rappresenta una delle sfide più difficili in ambito oncologico. I gliomi sono tumori che originano dal sistema nervoso centrale e hanno in Italia una incidenza di 5-6 casi per 100.000 persone adulte per anno (dati AIOM 2018). Si tratta di neoplasie eterogenee e aggressive, per le quali esistono pochi spazi terapeutici per cui ogni piccolo passo della ricerca clinica che ne migliori la prognosi è da considerarsi un risultato incoraggiante.
Un team multidisciplinare di clinici dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena ha pubblicato di recente sulla rivista Journal of Neuro-Oncology, i risultati di uno studio di fase II che mostrano i benefici di un chemioterapico, per lo più utilizzato nella cura dei tumori cerebrali pediatrici, in pazienti adulti con glioma maligno recidivo dopo trattamenti chemioterapici standard. Lo studio ha dimostrato che la somministrazione settimanale del chemioterapico, il carboplatino, ha determinato un controllo della malattia su oltre il 30% dei pazienti e una durata della risposta alla terapia di oltre 7 mesi. I pazienti che hanno tratto beneficio dal trattamento hanno mostrato non solo un ritardo alla progressione di malattia ma anche un tempo più lungo di sopravvivenza rispetto ai pazienti che non hanno risposto al farmaco.“Il trial clinico – ha evidenziato Francesco Cognetti, Direttore dell’Oncologia Medica 1 IRE- apre la strada alla definizione di nuove strategie terapeutiche per i temuti gliomi. La somministrazione del carboplatino può diventare una valida alternativa per chi non risponde alle cure o, addirittura, potrebbe in futuro affiancare e rafforzare le terapie oggi di prima scelta.” “I buoni risultati dello studio – conclude Gennaro Ciliberto, Direttore Scientifico IRE – confermano il continuo impegno dell’Istituto all’innovazione e ricerca in ambito clinico- sperimentale oncologico.”
Attualmente in Italia esistono solo pochissimi centri di Neuro-Oncologia. I tumori cerebrali sono una forma di neoplasia complessa e a bassa incidenza, e c’è grande eterogeneità e difficoltà nella gestione della malattia, nonché frammentazione delle casistiche. L’Istituto Regina Elena è tradizionalmente impegnato nella lotta a questo tipo di tumore attraverso un percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale che include trattamenti standard e sperimentali. L’Unità di Neuroncologia, diretta da Andrea Pace, offre supporto riabilitativo e psicologico e un programma di presa in carico del paziente e della famiglia basato sulla continuità assistenziale tra ospedale e territorio , con prestazioni domiciliari multidisciplinari.

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Sì all’utilizzo delle protesi/reti (mesh) per il trattamento conservativo del prolasso

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 agosto 2019

Questi dispositivi medici non devono essere banditi e, se usati correttamente, rappresentano un’opportunità positiva per le pazienti sottoposte a intervento chirurgico vaginale”. E’ quanto sostiene un documento ufficiale dal titolo “Statement Opinion sull’uso delle Mesh Sintetiche nella Chirurgia Riparativa Transvaginale del Prolasso Genitale Femminile” pubblicato dall’Associazione Italiana di Urologia Ginecologica (AIUG). La Società Scientifica prende così posizione su un argomento così controverso, che sta dividendo e facendo discutere la comunità scientifica nazionale e internazionale. “Abbiamo analizzato a fondo le più recenti posizioni, in merito alla questione, delle più autorevoli società e istituti scientifici a livello internazionale nel campo dell’uroginecologia – afferma Mauro Cervigni, Segretario Scientifico AIUG e Presidente della Commissione Scientifica che ha prodotto il documento -. Ci siamo inoltre basati sulla grande esperienza sul campo dei membri della commissione e sul confronto con la letteratura scientifica più recente. E’ stato così espresso un orientamento basato non su un’esclusione delle protesi ma su un loro corretto utilizzo. Siamo, infatti, convinti che questi dispositivi medici siano sicuri per le migliaia di pazienti che devono subire questo genere di trattamento chirurgico”. I contenuti del documento verranno presentati dettagliatamente durante l’evento organizzato da AIUG dal titolo “Mesh Implant – Future Visions” che si terrà a Firenze il prossimo 9 novembre. “Parleremo dell’attualità delle linee guida nel campo protesico e, a fornire il loro punto di vista sulla situazione, saranno invitati esponenti del Ministero della Salute e della Magistratura oltre che delle aziende del settore protesico, delle assicurazione, di Confindustria e dell’Università Bocconi” conclude Gian Luca Bracco, presidente nazionale dell’AIUG.

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