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Ue. de Bertoldi (FdI): FdI chiede parità di trattamento per Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 giugno 2019

“Il trattato di Aquisgrana di quest’anno, e i rapporti bilaterali, potrebbero determinare in futuro altre Brexit all’interno dell’unità europea. Da sovranista mi chiedo, come si pone Aquisgrana in rapporto ad un’Europa davvero dei popoli europei? E per quanto riguarda l’unione monetaria comune, ricordo che gli accordi di Schauble del 2012 e 2013 si basavano su due pilastri fondamentali: la vigilanza bancaria da parte della Bce a fronte della garanzia europea sui risparmi. Ad oggi invece è stata realizzata solo la vigilanza europea, ma non è stata attuata la garanzia comune sui depositi e sui risparmi, e quindi su questi aspetti bisogna riflettere perché altrimenti la nostra nazione rimetterà in discussione l’unione bancaria europea in quanto i presupposti su cui era basata non vengono rispettati. Non c’è stato quindi un adeguato trattamento”. Così il senatore di Fratelli d’Italia, Andrea de Bertoldi, segretario della Commissione Finanze e Tesoro del Senato, nel corso di un incontro con una delegazione della Commissione Finanze del Bundestag tedesco. “Vorrei poi capire, se davvero si vuole costruire un’Europa unita, come si fa ad avere una moneta unica e al contempo una politica fiscale e finanziaria diversa? Inoltre – prosegue il senatore de Bertoldi – vorrei avere un chiarimento sull’applicazione inerente al Bail in. Come mai a noi, in Italia, è stato impedito, mentre in altre situazioni analoghe, la Germania ha utilizzato i soldi pubblici per supportare il proprio sistema creditizio? Noi di Fratelli d’Italia chiediamo pari dignità, uguale trattamento e una collaborazione che avvantaggi l’intera Europa” conclude il senatore de Bertoldi

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Il trattamento che può salvare dall’ictus cerebrale

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 giugno 2019

Avere più tempo per somministrare il trattamento che può salvare dall’ictus cerebrale: il Congresso dell’European Stroke Organisation evidenzia un notevole passo avanti in questa direzione. Aumentare le possibilità di recupero e limitare le conseguenze disabilitanti causate dall’ictus cerebrale intervenendo con la trombolisi, cioè con la somministrazione di un farmaco capace di disostruire l’arteria cerebrale occlusa, entro le prime 4,5 ore dalla comparsa dei sintomi o con la trombectomia meccanica (utilizzando cioè device meccanici per via endovascolare) entro le prime 6.Queste le finestre temporali entro le quali oggi si può intervenire per limitare i danni dell’ictus cerebrale, patologia che, nel nostro Paese, colpisce circa 150.000 persone ogni anno. Quella cerebrovascolare è, infatti, una patologia tempo-dipendente: indipendentemente dalla gravità del quadro clinico, è fondamentale che, in presenza dei sintomi dell’ictus, la persona venga trasportata dall’ambulanza del 112 al Pronto Soccorso dell’Ospedale dotato di Unità Neurovascolare (Stroke Unit) più vicino.Dal Congresso ESOC arriva invece la notizia che il trattamento trombolitico può essere somministrato, con buoni risultati, entro una finestra temporale più lunga – che può arrivare fino alle 9 ore dopo la comparsa dei sintomi – in pazienti selezionati con l’utilizzo delle più recenti tecniche di neuroimaging.
Nel corso del Congresso è stata ribadita l’importanza dei 7 campi inseriti nel Piano di Azione per l’Ictus in Europa 2018-2030: prevenzione primaria, organizzazione dei servizi dell’ictus, gestione dell’ictus acuto, prevenzione secondaria con follow up organizzato, riabilitazione, valutazione degli esiti e della qualità dei servizi, la vita dopo l’ictus.
Questi obiettivi sono pienamente condivisi, nel nostro Paese, dall’Osservatorio Ictus Italia, costituito nel 2016 dall’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus e da A.L.I.Ce. Italia Onlus (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale), in collaborazione con ISO (Italian Stroke Organization), ESO, Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie. “Riteniamo necessario favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale, in particolare sulle modalità di prevenzione e di cura di questa devastante malattia – conclude la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus. Obiettivo condiviso dell’Osservatorio è quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia, mettendo in atto politiche dedicate sia a livello nazionale che regionale, da una parte coinvolgendo gli operatori sanitari affinché vengano adottati modelli organizzativi efficaci, e dall’altra, sensibilizzando l’opinione pubblica sull’importanza di adottare uno stile di vita sano per prevenire e contrastare le malattie cerebrovascolari e quelle cardiovascolari”.
Nel 2014, l’European Stroke Organisation ha eletto la prima Presidente donna della sua storia, la Prof.ssa Valeria Caso, neurologa presso la Stroke Unit dell’Ospedale Misericordia di Perugia che, come primo obiettivo, si è prefissata quello di aumentare il numero delle donne iscritte e di farle partecipare attivamente nell’ambito della società scientifica: in soli tre anni, dal 2014 al 2017, la percentuale di donne aderenti all’ESO è passata dal 31% al 40%.L’ictus uccide il doppio del tumore mammario, ma notizie non troppo rassicuranti arrivano anche dal punto di vista dei fattori di rischio: fumo e diabete sono pericolosi più per le donne che per gli uomini. Una sola sigaretta in una donna provoca un danno uguale a quello prodotto, in un uomo, da 5 sigarette mentre il diabete moltiplica il rischio di malattie cardiovascolari da 3 a 5 volte nella donna.

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Immuno-oncologia è un’arma efficace nel trattamento dei tumori

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 maggio 2019

Roma, 7 maggio 2019, ore 11.30 Hotel Nazionale (Piazza Montecitorio 131, Sala Cristallo)
L’Immuno-oncologia è un’arma efficace nel trattamento dei tumori che si aggiunge alla chirurgia, alla radioterapia e alla chemioterapia. Negli ultimi dieci anni ha rivoluzionato la cura di neoplasie difficili da trattare, come il melanoma e il carcinoma del polmone in fase avanzata. E oggi è possibile parlare in alcuni casi di cronicizzazione della malattia. A differenza delle terapie tradizionali, le molecole immuno-oncologiche sfruttano le capacità naturali del sistema immunitario e lo rinforzano per combattere la malattia. Per approfondire le potenzialità offerte dall’immuno-oncologia e le nuove frontiere nella lotta al cancro, si terrà una conferenza stampa in cui interverranno Paolo Ascierto (Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori Fondazione “G. Pascale” di Napoli), Michele Maio (Direttore della Cattedra di Oncologia dell’Università di Siena e del Centro di Immuno-Oncologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese), Emma Charles (General Manager Bristol-Myers Squibb Italia), Cosimo Paga (Executive Country Medical Director, Bristol-Myers Squibb Italia) e Monica Forchetta (Presidente Associazione Pazienti Italia Melanoma).

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Trattamento delle malattie infiammatorie intestinali

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 marzo 2019

Brescia. Circa 1.000 pazienti lo scorso anno si sono rivolti a Fondazione Poliambulanza per la cura delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI), come la malattia di Crohn, colite ulcerosa e altre infiammazioni della mucosa dell’intestino. E per la qualità dei trattamenti offerti l’ospedale bresciano è stato oggi ammesso nelle fila di una importante società scientifica, IG-IBD, Gruppo Italiano per le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali, che promuove la ricerca clinica e di base a livello nazionale e internazionale. Tra 150mila e 200mila sono le persone in Italia affette da queste patologie complesse, che impattano notevolmente sulla qualità di vita e che hanno un alto costo anche per il paziente. Secondo i dati di una associazione di pazienti (AMICI) ogni anno le famiglie con una persona colpita da queste malattie devono affrontare una spesa di circa 750 euro. Ogni anno sono 10,5 su 100 mila abitanti i nuovi casi che si registrano in territorio nazionale. Complessivamente 100 su 100mila abitanti sono affetti da malattia di Crohn, e 121 su 100mila abitanti da colite ulcerosa.Alla IG-IBD aderiscono gastroenterologi, chirurghi, anatomo-patologi, biologi, nutrizionisti, statistici. “Siamo lieti di accogliere Poliambulanza nel nostro gruppo – esordisce il prof. Alessandro Armuzzi, Segretario Generale della IG-IBD -. È per noi un’occasione per ampliare la Rete e godere di un importante contributo non solo clinico ma anche scientifico. Ma soprattutto di collaborare per un obiettivo comune: la diffusione della conoscenza e il miglioramento delle cure”. “L’alleanza terapeutica e l’approccio multidisciplinare rappresentano un aspetto indispensabile nella cura delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali – chiarisce Cristiano Spada, Responsabile Unità Operativa di Endoscopia Digestiva di Fondazione Poliambulanza -. Nello specifico il morbo di Crohn può presentare, infatti, manifestazioni extra-intestinali ed interessare anche le articolazioni, il fegato, gli occhi e l’epidermide. È quindi necessario il coinvolgimento di esperti afferenti a diversi ambiti disciplinari”. Altro elemento che caratterizza le MICI è la cronicità. “Un paziente affetto da colite ulcerosa o da malattia di Crohn – continua il dott. Cristiano Spada – è un paziente medicalizzato a vita, che ha necessità di assumere farmaci costantemente e di sottoporsi a controlli periodici e continui. La ricerca costituisce, quindi, l’unica arma a disposizione per migliorare lo scenario futuro”.
La qualità della vita dei pazienti può essere compromessa; dolori addominali, spossatezza, sanguinamenti, urgenza di correre al bagno sono infatti i sintomi che caratterizzano le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali. Ed è proprio per dare un contributo concreto non solo in termini di ricerca scientifica, che Poliambulanza collabora attivamente con AMICI-Lombardia (Associazione Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali).
Su questa linea il 4 maggio si terrà un incontro tra medici e pazienti dal titolo “Le malattie infiammatorie croniche dell’intestino: tra vecchie certezze e nuovi orizzonti”. L’evento fornirà l’opportunità per un confronto tra pazienti e medici. I pazienti avranno l’occasione per manifestare i propri dubbi, paure e necessità mentre i medici avranno la possibilità di capire ed orientarsi verso i bisogni più sentiti dei pazienti. Sarà inoltre l’occasione per fare il punto della situazione circa le novità in ambito diagnostico e terapeutico. Poliambulanza così entra in modo diretto nel mondo dei pazienti e al contempo insieme agli altri centri della IG-IBD si impegna a creare le basi per un cambiamento necessario. “L’entrata nella rete dà una visibilità internazionale al nostro Istituto Ospedaliero – conclude Spada -. Sempre più medici di base, specialisti e pazienti avranno modo di conoscerci e di usufruire delle cure offerte”.

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Scuola: Equo trattamento dei dirigenti scolastici rispetto agli altri dirigenti

Posted by fidest press agency su sabato, 29 dicembre 2018

Il giovane sindacato, che da due anni lotta a fianco dei DS per i loro diritti, è pronto per uno nuovo ricco di attività, atte al superamento delle problematiche legate alla categoria. Se una parte, infatti, i dirigenti scolastici sono oberati dal lavoro che portano avanti, instancabilmente, ogni giorno, dall’altro devono fare i conti con un sistema che a volte si dimentica di valorizzare il loro ruolo e la delicatissima posizione che ricoprono. Udir continua a impegnarsi per i capi d’istituto, anche attraverso vari emendamenti presentati di recente, e parallelamente si appresta a tornare in campo, visitando le scuole italiane dove sta portando, dall’inizio dell’anno scolastico, le Giornate di studio: Io Dirigente. Sicurezza, Salute, Retribuzione, Relazioni sindacali.Una cosa è certa: passano i mesi, i sindacati rappresentativi accolgono con plauso le apparenti conquiste, ma le problematiche inerenti alla professione dei dirigenti scolastici non danno segnali di risoluzione. Infatti, il Governo ha negato la perequazione dal 2016, l’adeguamento dell’indennità di vacanza contrattuale dal 2019 e degli stipendi all’inflazione e ci si chiede: ma gli aumenti che fine hanno fatto? Il sindacato aveva già denunciato la riduzione delle risorse da destinare ai dirigenti scolastici, con il Fondo di categoria ridimensionato della metà in due anni; inoltre, se Udir accoglie con favore il comma 1 dell’art. 10 del decreto-legge 14 dicembre 2018, n. 135, che semplifica le procedure d’assunzione per i candidati che hanno superato le prove dell’ultimo concorso per dirigenti scolastici indetto per il 2017, crede opportuno versare nel FUN i 16,52 milioni di risparmi previsti al comma 2 per evitare questo vistoso decremento delle retribuzioni, al netto dell’esito del contenzioso seriale presso il tribunale del lavoro per il ripristino del versamento della RIA dei presidi andati in quiescenza dal 1 settembre 2012, a far fede dall’a. s. 2015/2016.Udir ricorda come sia ancora possibile ricorrere in tribunale per recuperare le somme non corrisposte.

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Artrite reumatoide

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 settembre 2018

Arriva in Italia Xeljanz® (Tofacitinib), farmaco in compresse per il trattamento dell’Artrite Reumatoide (AR) in fase attiva da moderata a severa in associazione con Metotrexato (MTX) in pazienti adulti che hanno risposto in modo inadeguato o sono intolleranti ad uno o più farmaci modificanti la malattia. Può essere somministrato in monoterapia in caso di intolleranza a MTX o quando quest’ultimo non è appropriato.Tofacitinib è l’unico inibitore delle Janus chinasi di consolidata esperienza internazionale e sicurezza valutata a lungo termine che offre efficacia rapida e durevole con la convenienza di una terapia orale che non necessita della catena del freddo. “È stato estensivamente studiato in numerosi trials clinici controllati e randomizzati che hanno interessato tutte le popolazioni di pazienti. Si è dimostrato, infatti, efficace sia in forme di Artrite Reumatoide precoce, sia in pazienti che hanno dimostrato resistenza a DMARDs sintetici e/o che avevano già fallito un trattamento con farmaci biologici. Questo ampio spettro di indicazioni unitamente ai dati di efficacia e di sicurezza derivanti dagli studi osservazionali di registro, fanno di questa opzione un reale avanzamento nella strategia terapeutica dell’AR.” – conclude Sinigaglia.Recentemente l’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) ha esteso l’approvazione d’uso di Xeljanz anche al trattamento dell’artrite psoriasica attiva e della colite ulcerosa moderata-several, ampliando il suo potenziale valore clinico per il trattamento di altre due patologie autoimmunitarie per cui sussistono ancora bisogni clinici insoddisfatti.
L’Artrite Reumatoide è una malattia autoimmune caratterizzata dall’infiammazione e dal progressivo danno articolare, può colpire ad ogni età, ed interessa in particolar modo le donne (3 volte più frequentemente degli uomini)e. In Italia la prevalenza è stimata dello 0,48% nella popolazione over 18f , equivalente a circa 240.000 casi in Italia. L’incidenza dei nuovi casi aumenta con l’età.Spesso i pazienti presentano patologie concomitanti che possono aggravare il quadro clinico e complicare il trattamento, le più importanti sono le malattie cardio-vascolari, le infezioni e le condizioni relative alla sfera psicologica.L’AR ha un notevole impatto sociale in quanto determina una progressiva distruzione e perdita di funzionalità delle articolazioni provocando deformità articolare, limitazioni funzionali e invalidità. L’accesso a una diagnosi corretta e alle terapie mirate è ancora lungo e farraginoso: in Italia intercorrono mediamente 4 anni prima di una corretta diagnosi.

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Molecola per il trattamento del neuroblastoma

Posted by fidest press agency su martedì, 7 agosto 2018

È disponibile negli ospedali italiani una nuova molecola immunoterapica, dinutuximab beta, nel trattamento del neuroblastoma ad alto rischio nei bambini (a partire dai 12 mesi di età) e nei pazienti con neuroblastoma recidivante e refrattario (Gazzetta Ufficiale n.176 del 31 luglio 2018). Dinutuximab beta, che ad oggi rappresenta l’unica speranza di cura per questa grave patologia, ha inoltre ricevuto il prestigioso riconoscimento di ‘farmaco innovativo’ dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), per la prima volta assegnato a una molecola pediatrica oncologica. Il neuroblastoma è un tumore embrionale del sistema nervoso centrale ed è il più comune tumore solido extracranico nei bambini sotto i 15 anni d’età (rappresenta circa il 7% di tutte le neoplasie pediatriche). È anche il tumore diagnosticato più frequentemente durante il primo anno di vita. Il neuroblastoma si manifesta spesso in forma aggressiva e quasi la metà dei bambini riceve la diagnosi quando la malattia è in fase avanzata, con una media d’età alla diagnosi di 17 mesi. La terapia standard consiste nella chirurgia, radioterapia, chemioterapia e trapianto di cellule staminali. Il neuroblastoma è descritto come “il grande imitatore” perché presenta un’ampia varietà di presentazioni cliniche: nei due terzi dei casi si manifesta nell’addome (in particolare nella ghiandola surrenale) e i sintomi più comuni sono senso di pienezza o distensione addominale.
“È motivo di grande orgoglio la rimborsabilità in Italia di dinutuximab beta – dichiara il dott. Bruno Rago, Direttore Generale e Amministratore delegato di EUSA Pharma -. Questo risultato è il frutto di un’intensa collaborazione con AIFA, con la comunità medico scientifica e le associazioni dei pazienti. La rimborsabilità di dinutuximab beta non è solo un grande passo in avanti, ma, unita alla sua inclusione nella lista dei ‘farmaci innovativi’, rappresenta anche una pietra miliare per il consolidamento di Eusa Pharma in oncologia”.
L’approvazione da parte dell’Agenzia regolatoria europea (EMA), avvenuta l’8 agosto 2017, si è basata sui risultati di due studi, APN311-303 e APN311-302. Dinutuximab beta è indicato in pazienti dai 12 mesi d’età con neuroblastoma ad alto rischio, che hanno ricevuto precedentemente chemioterapia di induzione e ottenuto almeno una risposta parziale, seguita da terapia mieloablativa e trapianto di cellule staminali, e in pazienti con storia clinica di neuroblastoma recidivante o refrattario, con o senza malattia residua. In pazienti con malattia recidivante o refrattaria e in pazienti che non hanno ottenuto risposta completa dopo un trattamento di prima linea, dinutuximab beta dovrebbe essere usato in combinazione con interleukina-2 (IL-2).
Lo studio APN311-303 è un’analisi retrospettiva dei dati raccolti durante la somministrazione di dinutuximab beta in combinazione con interleukina-2 in pazienti con neuroblastoma recidivante o refrattario ad alto rischio durante un programma di uso compassionevole in aperto, non controllato, di un singolo centro (Germania), iniziato nel 2009. In questo programma di uso compassionevole sono stati trattati 54 pazienti di età compresa tra 1 e 45 anni. Le analisi dei dati derivano da 44 pazienti (29 recidivanti e 15 refrattari). La durata globale della risposta globale era una mediana di 313 giorni (con un range di 71-847 giorni). La sopravvivenza globale è significativamente migliorata nei pazienti in trattamento con dinutuximab beta, con una mediana di 1254 giorni, rispetto al gruppo di controllo con 287 giorni. A un anno la sopravvivenza libera da eventi avversi è stata pari al 45% nei pazienti recidivanti e al 58% in quelli refrattari (a due anni era rispettivamente del 31% e 29%).
Lo studio APN311-302, di fase III, ha valutato l’efficacia e la sicurezza di dinutuximab beta in pazienti con neuroblastoma ad alto rischio naïve trattato in prima linea. In prima linea dinutuximab beta è stato usato come terapia di mantenimento per controllare la malattia residua minima dopo che i pazienti avevano ricevuto chemioterapia di combinazione, terapia mieloablativa con trapianto di cellule staminali e radioterapia. Lo studio ha coinvolto 406 pazienti con età media di 3,68 anni. Tutti i pazienti hanno ricevuto la terapia standard (13-cis-RA) iniziata tre settimane prima di dinutuximab beta. I pazienti sono stati randomizzati con o senza interleukina-2. La sopravvivenza libera da eventi avversi a 3 anni era pari al 55,4% per i pazienti in trattamento con dinutuximab beta + terapia standard e al 61,2% in quelli nel braccio dinutuximab beta + terapia standard + interleukina-2. Si è quindi osservato un leggero incremento della sopravvivenza libera da eventi avversi nella popolazione globale con l’aggiunta di interleukina-2. I dati di sopravvivenza globale dei pazienti nello studio APN311-302 sono stati confrontati con 450 pazienti da un controllo storico che non avevano ricevuto immunoterapia, ma solo la terapia standard (13-cis-RA). Globalmente, il trattamento di prima linea ha offerto un miglioramento significativo della sopravvivenza globale rispetto alla terapia standard (65% vs 50%).

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Sei comuni paradigmi del trattamento reumatologico

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 luglio 2018

I reumatologi dovrebbero essere cauti nell’applicare sei comuni paradigmi del trattamento reumatologico, perché ognuno di essi potrebbe portare a una diagnosi eccessiva e a un sovra-trattamento, secondo quanto riferisce Robert Landewé, dell’Amsterdam Rheumatology and Clinical Immunology Center, in un commento pubblicato su Annals of Rheumatic Diseases. Il ricercatore rileva che la sovra-diagnosi è spesso un effetto negativo dello screening che può portare a sovraffollamento, disagio psicologico e costi enormi. «Nessuno sembra preoccuparsi di sovra-diagnosi e di sovra-trattamento, poiché per la prima volta nella storia i reumatologi hanno a disposizione molti farmaci efficaci e molti altri che stanno arrivando» spiega Landewé.
Il primo paradigma trattato è quello della diagnosi precoce. L’autore suggerisce che le iniziative per incoraggiare una diagnosi precoce potrebbero essere una spada a doppio taglio, perché per alcuni casi gravi potrebbero significare un intervento più tempestivo, ma verranno identificati anche molti casi lievi e con buona prognosi.
Il secondo paradigma è il trattamento intensivo. L’autore sottolinea che i risultati degli studi clinici in genere riguardano una media su un gruppo, e la superiorità clinica può essere in realtà il risultato di esiti in una minoranza di pazienti, mentre la maggioranza avrebbe potuto essere gestita altrettanto bene con la terapia abituale.
Il terzo paradigma riguarda la ricerca della remissione. Puntare alla remissione clinica, secondo il ricercatore, può essere appropriato in pazienti con malattia grave e con alta attività, ma non sempre nel paziente con bassa attività della malattia.
Il quarto paradigma riguarda la prognosi e la stratificazione del rischio. La maggior parte dei potenziali test di imaging e dei biomarcatori studiati per la stratificazione del rischio nelle malattie reumatiche non sono stati riproducibili o sono stati solo marginalmente più accurati delle semplici misurazioni cliniche.
Il quinto paradigma riguarda la reumatologia basata sulle prove. Le linee guida basate sulle prove possono aiutare nella scelta del trattamento per singoli pazienti, ma una rigida aderenza alle stesse senza considerazione per i singoli pazienti può contribuire a sovra-diagnosi e sovra-trattamento.
Il sesto e ultimo paradigma riguarda la medicina di precisione che Landewé ritiene più di una semplice moda, ma poco applicabile nella reumatologia, date le complicate interconnessioni coinvolte nelle malattie reumatiche. (fonte: medicinainterna33 – Ann Rheum Dis. 2018. doi: 10.1136/annrheumdis-2018-213700 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29973350)

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Corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 luglio 2018

E’ stato ppena pubblicato su Nutrients un documento di consenso per il corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D, messo a punto da un gruppo di esperti AME, Associazione Medici Endocrinologi.“La pubblicazione si pone come riferimento per la comunità scientifica che si confronta su questa condizione piuttosto frequente persino nel nostro Paese considerato il Paese del Sole”, introduce Vincenzo Toscano, Presidente AME. “Negli ultimi anni la Vitamina D è stata al centro dell’attenzione e come endocrinologi sentivamo l’esigenza di trovare risposta a domande quali: la vitamina D è realmente una panacea? Protegge dal diabete e dal cancro? I medici devono focalizzare in maniera importante la loro attenzione sui livelli circolanti in tutta la popolazione? I preparati di Vitamina D sono tutti uguali? Il medico può scegliere qualsiasi preparato di Vitamina D e somministrarlo in maniera equivalente?L’Associazione Medici Endocrinologi attraverso i suoi esperti ha fatto chiarezza su questi argomenti pubblicando linee guida ad hoc evidenziando quanto è riportato in letteratura nell’ottica metodologica della Medicina basata sulle evidenze che ha sempre caratterizzato l’attività dell’AME”.
La Vitamina D svolge funzioni importanti per la salute delle ossa aiutando l’organismo ad assorbire il calcio, uno dei principali costituenti del nostro scheletro e prevenendo l’insorgenza di malattie ossee, come l’osteoporosi o il rachitismo. L’eventuale carenza di Vitamina D viene valutata attraverso un dosaggio nel sangue, che viene così interpretato, con qualche variazione secondo i diversi laboratori e soprattutto secondo i dettami delle differenti società mediche: carenza <10 ng/mL; insufficienza: 10 – 30 ng/mL; sufficienza: 30 – 100 ng/mL; tossicità: >100 ng/mL.“I valori di Vitamina D”, spiega Roberto Cesareo, endocrinologo, Ospedale S.M. Goretti, Latina e primo firmatario del lavoro, “attualmente adottati, prevedono quindi che i soggetti con un valore inferiore a 30 ng/dl possano essere dichiarati affetti da insufficienza di Vitamina D. A nostro avviso, tale limite andrebbe rivalutato in quanto troppo alto, soprattutto in assenza di forti evidenze scientifiche. L’adozione di tali livelli costituisce uno dei motivi per cui si finisce per dichiarare “carenti di Vitamina D” tanti soggetti che poi probabilmente non lo sono. Nella consensus abbiamo ritenuto più opportuno definire ridotti i valori di Vitamina D quando essi sono chiaramente al di sotto di 20 ng/dl. Sembra apparentemente una banalità tale differenza, ma una buona parte dei soggetti dichiarati “carenti di Vitamina D” cadono proprio in questa forbice che va tra i 20 ed i 30 ng/dl comportando così, come poi effettivamente si sta verificando, una incongrua prescrizione di tale molecola. Al contrario soggetti osteoporotici o pazienti che assumono già farmaci per la cura dell’osteoporosi o altre categorie di soggetti significativamente più a rischio di carenza di vitamina D è corretto, a nostro giudizio, che abbiano valori di Vitamina D superiore al limite di 30 ng/dl e quindi vanno trattati”.
“Abbiamo poi cercato di chiarire”, prosegue l’esperto, “che, al momento, nonostante ci sia una serie incontrovertibile di dati che associano la carenza di Vitamina D ad altre malattie che non sono solo l’osteomalacia e l’osteoporosi (vedi diabete mellito, alcune sindromi neurologiche, alcuni tipi di tumori), non è dato sapere quali siano i dosaggi corretti di Vitamina D che possano essere utili per ridurre l’incidenza di queste patologie correlate. Riteniamo che sia giusto riportare questo dato in quanto far passare il messaggio che la Vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici”.
È bene sapere che la luce solare anche nel nostro paese “definito il paese del sole” per lunghi periodi dell’anno (autunno-inverno) non contiene una radiazione UVB sufficiente a far produrre Vitamina D nella cute; paradossalmente ciò si può verificare anche in estate, in quanto l’opportuna applicazione di creme con filtri solari riduce la penetrazione dei raggi solari nella cute e, conseguentemente, la biosintesi di Vitamina D. In letteratura è riportata una variabilità stagionale nei valori plasmatici di Vitamina D. Essi infatti tendono ad essere massimi in autunno e raggiungono un nadir nella primavera inoltrata. Non esiste una “raccomandazione” circa il periodo migliore nel quale eseguire il dosaggio della Vitamina D plasmatica. Certamente un valore basso, rilevato in autunno, è segno che le scorte di Vitamina D non sono state colmate nell’estate appena trascorsa ed è logico attendersi che in primavera questo paziente abbia una severa ipovitaminosi D”.
“Inoltre”, continua Cesareo, “è necessario sapere che le molecole di Vitamina D non sono tutte uguali. La forma inattiva, quella di più comune utilizzo, è il colecalciferolo. Tale molecola prescritta solitamente sotto forma di gocce o flaconcini da assumere o giornalmente o in assunzione mono-settimanale o a più lunga scadenza (mensile o anche bimensile) viene successivamente attivata in sede prima epatica e poi renale e, come tale, espleta i suoi effetti finalizzati in particolare ad un corretto assorbimento di calcio a livello intestinale e ad un controllo del metabolismo fosfo-calcico in sede ossea. Ma esistono altre molecole che sono già parzialmente o del tutto attive. Tra esse merita attenzione il calcefidiolo che non necessità di essere attivato al livello del fegato e per le sue caratteristiche molecolari è, come si dice in gergo, meno “liposolubile” cioè permane meno nel tessuto adiposo rispetto alla precedente molecola menzionata, il colecalciferolo. Entrambe queste molecole non danno, se prescritte appropriatamente e a dosi corrette, problemi, in particolare alterazione dei livelli del calcio nel sangue e/o nelle urine. Il calcifediolo per la sua cinetica di azione e per la sua conformazione può trovare motivo di maggior utilizzo, per quanto detto, nei pazienti che hanno patologie epatiche di un certo rilievo e anche nei soggetti obesi e carenti di Vitamina D o in coloro che sono affetti da problemi di malassorbimento in sede intestinale. Anche essa viene prescritta in gocce o in capsule molli in prescrizioni giornaliere, settimanali o mensili. Il colecalciferolo, di contro, trova la sua indicazione principe nei soggetti affetti da osteoporosi e/o che assumono contestualmente farmaci per la cura di tale patologia”. “Infine”, conclude l’esperto, “i metaboliti del tutto attivi e che non necessitano quindi dell’attivazione epatica o renale trovano un campo di utilizzo molto più limitato, in particolare nei soggetti affetti da insufficienza renale o che sono carenti dell’ormone paratiroideo, quadro clinico che solitamente si riscontra nel soggetto operato di tiroide e di paratiroidi. Il loro ridotto utilizzo nel paziente con semplice carenza di Vitamina D è dettato dal fatto che, rispetto alle due molecole descritte in precedenza, queste espongono il paziente ad un maggior rischio di ipercalcemia e di aumentati livelli di calcio nelle urine”.

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Trattamento emodialitico combinato a scambio plasmatico

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 luglio 2018

Per la prima volta, presso l’Azienda Ospedaliera di Padova, è stata attuata la procedura combinata (tecnica TANDEM) di due trattamenti extracorporei nell’ambito del programma di trapianto di rene da donatore vivente ABO incompatibile. Le unità operative coinvolte sono: U.O.C. Immunotrasfusionale (Dott. Piero Marson, Dott.ssa Tiziana Tison, Dott.ssa Anna Colpo), diretta dalla dott.ssa Giustina De Silvestro, U.O.C. Nefrologia (Dott.ssa Barbara Rossi, Dott.ssa Marianna Alessi), diretta dal Prof. Lorenzo Calò e U.O.C. Trapianti Rene e Pancreas (Dott.ssa Lucrezia Furian, Dott.ssa Cristina Silvestre, Dott.ssa Flavia Neri), diretta dal Prof. Paolo Rigotti.In Italia la tecnica TANDEM è stata segnalata in casi pediatrici e la letteratura internazionale riporta alcune esperienze all’estero.Il programma di trapianto di rene da donatore vivente ABO incompatibile prevede un approccio multidisciplinare al paziente e, in particolare, le nostre U.O.C. sono coinvolte nel trattamento emodialitico (Nefrologia 2) e nella determinazione e monitoraggio del titolo delle isoemoagglutinine e trattamento di desensibilizzazione pre-trapianto (Immunotrasfusionale). La desensibilizzazione viene attuata con terapia aferetica (scambio plasmatico o immunoadsorbimento selettivo/superselettivo), in associazione alla somministrazione di farmaci immunosoppressori, allo scopo di ridurre il titolo delle isoemoagglutinine e di superare così la barriera immunologica dell’incompatibilità ABO.
Fino ad ora il paziente in emodialisi cronica candidato a trapianto di rene da donatore ABO incompatibile veniva sottoposto, a giorni alterni, ad emodialisi e ad aferesi, con conseguente disagio per il paziente stesso, soprattutto in caso di titoli elevati di isoemoagglutinine, che richiedeva anche 7-8 procedure aferetiche, che andavano a sommarsi al programma di emodialisi cronica effettuata tre volte a settimana.
Al fine di consentire al paziente un periodo pre-trapianto meno stressante e di ottimizzare le risorse di spazio e di personale coinvolto nella procedura di desensibilizzazione, è stato creato un gruppo di lavoro che ha coinvolto diverse figure professionali (medici, infermieri e tecnici)

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Migliorare e standardizzare il trattamento dell’ictus ischemico

Posted by fidest press agency su martedì, 12 giugno 2018

Costruire, entro maggio 2019, un network di eccellenza nella cura dell’ictus ischemico in 1.500 ospedali in tutta Europa, garantendo un equo accesso a trattamenti efficaci e tempestivi. Questo l’obiettivo principale del progetto Angels, coordinato a livello italiano da uno ‘steering committee’, di cui ha l’onore di far parte anche l’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale A.L.I.Ce. Italia Onlus, rappresentata dalla presidente Nicoletta Reale, che lo ha sostenuto fin dall’inizio con grande entusiasmo.Il progetto è stato promosso dall’European Stroke Organization (ESO), con la Past President Valeria Caso (attiva collaboratrice anche dell’associazione A.L.I.Ce.) che ha, tra l’altro, dichiarato che è necessario “aumentare il numero di pazienti trattati negli ospedali attrezzati per l’ictus e ottimizzare la qualità del trattamento in tutti i centri ictus esistenti. Stiamo costruendo una comunità globale di centri ictus e ospedali attrezzati per l’ictus, che lavorano ogni giorno per migliorare la qualità del trattamento per ogni paziente colpito da ictus. Aiutaci a raggiungere questo obiettivo aderendo all’Angels Initiative per dare una possibilità alla vita”.Nel nostro Paese è l’Italian Stroke Organisation a sostenere con forza il progetto, che si avvale della collaborazione di un team di esperti di formazione, di reti ictus sul territorio e di neuroradiologia interventistica, affinché sia possibile per tutti e ovunque raggiungere e mantenere livelli di eccellenza nel trattamento dell’ictus.Angels intende ottimizzare la gestione dei pazienti colpiti da ictus ischemico acuto sia favorendo l’implementazione del numero degli ospedali già attrezzati per la cura di questa patologia sia migliorando la qualità del trattamento nei centri ictus già esistenti. Contestualmente, mira a standardizzare i protocolli di trattamento, che devono essere semplici e immediati da applicare, supportando e formando tutti gli operatori socio-sanitari coinvolti nella tecnica operativa, nell’organizzazione e nella comunicazione con il paziente. fonte: http://www.angels-initiative.com

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Trattamento con onde d’urto in un paziente con malattia coronarica acuta

Posted by fidest press agency su sabato, 9 giugno 2018

Prato. By Vania Vannucchi. E’ il primo caso in Italia, risolto con successo nel laboratorio di emodinamica della cardiologia dell’Ospedale Santo Stefano, diretto dal dottor Francesco Bellandi. Un uomo è arrivato, nella giornata di ieri in Pronto Soccorso, con sindrome coronarica acuta, una sofferenza cardiaca che è dovuta al restringimento delle arterie. Durante l’esecuzione della coronarografia, esame diagnostico che permette di visualizzare immagini dei vasi arteriosi e necessario per valutare la funzionalità del cuore, i medici hanno rilevato un importante restringimento calcifico, tantoché non era possibile espandere correttamente lo stent, il tubicino a rete metallica utilizzato per riparare le arterie.
L’equipè ha immediatamente valutato di trattare l’ostruzione coronarica applicando la tecnica con onde d’urto, erogate con un palloncino coronarico appositamente dedicato che ha permesso la frammentazione delle calcificazioni della parete dell’arteria e conseguentemente la corretta espansione dello stent.La procedura è stata eseguita con successo ha spiegato il responsabile del laboratorio di emodinamica, dottor Mauro Maioli, le condizioni del paziente ottantunenne sono buone, dopo l’ intervento è ritornato nel reparto di cardiologia ringraziando i medici.
“Siamo particolarmente soddisfatti, è il primo caso in Italia, ha commentato Bellandi, questa tipologia di trattamento non era mai stata effettuata dopo una recentissima applicazione di stent coronarico. Abbiamo evitato al paziente un intervento di cardiochirurgia”.

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Dolore post partum, pubblicate da Acog le nuove linee guida sul trattamento

Posted by fidest press agency su martedì, 5 giugno 2018

Sulla sua rivista ufficiale Obstetrics & Gynaecology, l’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) ha appena pubblicato le sue raccomandazioni sulla gestione del dolore nelle donne che hanno recentemente partorito. Spiega Yasser El-Sayed, vicepresidente del comitato ACOG sulla pratica ostetrica: «Esistono variazioni individuali nell’intensità dei sintomi, nonché differenze nel modo in cui le donne metabolizzano i farmaci. Sapendo che il dolore può interferire con la capacità della puerpera di prendersi cura di sé e del proprio bambino, è importante che i ginecologi parlino con le pazienti dell’intensità del loro dolore creando una strategia terapeutica personalizzata e informando la madre sugli effetti collaterali di qualsiasi farmaco prescritto, specie se allatta al seno». Oltre agli approcci non farmacologici per la gestione del dolore post-partum, ACOG raccomanda una gradualità della terapia farmacologica, specie nelle donne che hanno subito un taglio cesareo. «Il trattamento del dolore associando l’efficacia analgesica alla gravità dei sintomi suggerito nel 1986 dall’Organizzazione mondiale della sanità per il dolore oncologico può essere adattato anche al dolore post-partum» afferma El-Sayed. La prima fase comprende analgesici non oppioidi come paracetamolo o farmaci anti-infiammatori non steroidei; la seconda fase aggiunge oppioidi più leggeri come la codeina, l’idrocodone, l’ossicodone, il tramadolo o la morfina orale; il terzo stadio prevede, infine, l’uso di oppioidi più forti come la morfina parenterale, l’idromorfone o il fentanil. «Questo approccio a più livelli aiuta a gestire i sintomi associando l’efficacia del farmaco alla gravità del dolore» scrivono gli esperti dell’ACOG, ricordando che, indipendentemente dal tipo di farmaco utilizzato, è prudente avvisare le donne cui sono stati prescritti analgesici oppioidi del rischio di depressione del sistema nervoso centrale non solo nella paziente, ma anche nel bambino allattato al seno. «Per questo la durata della terapia con oppiacei andrebbe limitata solo al periodo necessario per trattare il dolore acuto» conclude El-Sayed. (Fonte: Doctor33)

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Vigili del Fuoco discontinui, la Commissione UE risponde all’istanza di USB VVF Calabria

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 maggio 2018

La Commissione Europea ha risposto all’istanza fatta esclusivamente dal Coordinamento Regionale USB Vigili del Fuoco Calabria (nell’istanza era presente tutta la documentazione probante a tal fine: busta paga, riconoscimento INPS della figura del Precario VV.F. come “Lavoratore Dipendente”, ecc..) specificando che l’ordinamento italiano è stato sottoposto a revisione per renderlo conforme allo Standard Europeo nell’ambito dell’impiego pubblico e in modo particolare dei Vigili del Fuoco “discontinui”.Per valutare la conformità della legislazione italiana che disciplina la situazione lavorativa dei dipendenti del settore pubblico e di conseguenza anche dei Vigili del Fuoco “discontinui”, tramite la clausola 5 dell’accordo quadro della Direttiva 1999/70/EC, sottolineando anche l’applicabilità dei rimedi contro gli abusi della precarizzazione del Lavoratore, dei contratti a tempo indeterminato del caso Santoro del 2016 (Sentenza della Corte di Giustizia Europea), anche ai Vigili del Fuoco “discontinui”.Nonostante si aggiunga quest’altro tassello targato USB VV.F., siamo in attesa della risposta di chiarimentoi da parte degli organi competenti dello Stato italiano alla Commissione Europea, in seguito all’interrogazione effettuata dalla parlamentare europea on. Laura Ferrara, per la quale nei prossimi giorni, dovrebbe essere fatta una chiarezza maggiore (evidenziamo che quest’ultimo chiarimento da parte dalla parlamentare in questione è stata elaborato dalla stessa una settimana fa).La Commissione Europea quindi sta prendendo in seria considerazione questa mancanza del Governo italiano nel rispettare quelle che sono le normative europee e le contraddizioni decennali che si sono presentate per tutti i Precari VV.F. dal 1941 ad oggi.Nella nostra lotta alla conformazione dell’Italia agli Standard Europei c’è l’eco di una nazione sorda al rispetto delle regole e alla tutela di ogni singolo lavoratore e individuo. Il Soccorso Tecnico Urgente deve essere il fiore all’occhiello di tutte le nazioni facenti parte dell’UE, poiché in ballo c’è la vita dei nostri cittadini, che pagano profumatamente con una tassazione “abbondantemente aggressiva”, un servizio che in realtà funziona a singhiozzo e con grandissima fatica. Ed è per questo che se vogliamo rispondere veramente all’appellativo di nazione europea, dobbiamo innanzitutto amare la nostra terra, facendo rispettare il territorio ma soprattutto difendendolo e salvaguardando i suoi abitanti.I Vigili del Fuoco Precari e Permanenti sono una risorsa per i cittadini e soprattutto un patrimonio dello Stato, e la politica “TUTTA” deve comprendere che investire sul soccorso vuol dire salvaguardare tutti i cittadini e rendere il Paese più sicuro.

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La ricerca di Unicam per una visione nuova nel trattamento dei tumori

Posted by fidest press agency su domenica, 6 maggio 2018

Camerino. Nuovo successo in ambito europeo per l’Università di Camerino ed in particolare per il gruppo di ricerca coordinato dalla prof.ssa Piera Di Martino della Scuola di Scienze del Farmaco e dei Prodotti della Salute, con la collaborazione della dott.ssa Roberta Censi.La Commissione europea ha recentemente annunciato l’assegnazione di 2.5 milioni di euro al progetto europeo denominato “CANCER”, inserito nell’ambito del programma Horizon 2020 Marie Skłodowska-Curie RISE Ricerca e Innovazione. Il progetto è stato presentato da un consorzio europeo di università e piccole imprese, che collaboreranno insieme alla realizzazione del progetto stesso ed in cui è inclusa l’Università di Camerino. Tra le altre Università presenti nel progetto, gli Atenei di Leiden, Maastricht, Sheffield, Delft, Amsterdam e Cracovia.Il progetto di ricerca, dal titolo “Immunotherapy Approaches To Improving Cancer Outcome and Quality of Life (QOL)”, si fonda sulla premessa che le terapie tradizionali per il trattamento dei tumori sono basate su strategie invasive quali radioterapia, chemioterapia, rimozione chirurgica del tumore. Queste terapie anche se si sono rilevate efficaci negli anni, al contempo hanno dimostrato di essere particolarmente invalidanti per il paziente, che rischia spesso di vedere una drastica riduzione della qualità di vita. Negli ultimi 5 anni, l’immunoterapia si è imposta come una valida strategia alternativa ai trattamenti più invasivi e l’approccio moderno ed innovativo che il progetto intende perseguire è quello di considerare un tumore come “una patologia curabile”, piuttosto che “una malattia cronica”. L’impatto che ci si attende dal progetto è quello di un miglioramento della qualità di vita dei pazienti sottoposti ad immunoterapia.

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“Trattamento delle seconde classi con apparecchio di Herbst”

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 aprile 2018

Parma Sabato 26 maggio, nel Nuovo Polo Didattico dell’Università di Parma in vicolo Santa Maria, si terrà il convegno “Trattamento delle seconde classi con apparecchio di Herbst”, organizzato dal prof. Alberto Di Blasio, titolare dell’insegnamento di Ortodonzia presso il Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria dell’Ateneo di Parma. Parteciperà il prof. Hans Ulrik Paulsen del Department of Orthodontics, Royal Dental School, Aarhus University (Danimarca).
Il tema delle “malocclusioni di seconda classe” rappresenta una complessa categoria di problematiche che si presentano frequentemente per l’ortodontista. Mentre l’utente identifica questi casi semplicemente come “denti superiori sporgenti”, molto spesso invece si tratta di un difetto di sviluppo anteriore della mandibola. Nella maggior parte dei casi non si tratta di un semplice problema legato a soli denti malposti, ma di una vero e proprio difetto di accrescimento delle strutture facciali del paziente.Questi casi vengono affrontati nelle varie fasce d’età con diversi approcci terapeutici e, specie in quella adolescenziale, l’apparecchio di Herbst rappresenta spesso la cura di prima scelta. L’apparecchio di Herbst è stato messo a punto da tempo, ma negli ultimi anni ha vissuto una “seconda giovinezza” grazie alle recenti acquisizioni teoriche e al lavoro scientifico di importanti scienziati internazionali, tra cui primeggia il prof. Hans Ulrik.
L’evento è patrocinato da SIDO (Società Italiana di Ortodonzia), ASIO (Associazione Specialisti Italiani in Ortodonzia), SUSO (Sindacato Unitario Specialità Ortognatodonzia), OR-TEC (Ortodonzia Tecnica), ANDI (Associazione Nazionale Dentisti Italiani) e Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Parma.

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Tubercolosi latente, autosomministrazione del trattamento funziona anche senza promemoria

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 novembre 2017

university of coloradoI pazienti negli Stati Uniti che si sono autosomministrati una volta alla settimana isoniazide e rifapentina per trattare un’infezione da tubercolosi latente hanno avuto un alto tasso di completamento del trattamento, dimostrando la non inferiorità rispetto alla somministrazione con osservazione diretta da parte di un operatore, afferma uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, guidato da Robert Belknap, del Denver Health and Hospital Authority e dello University of Colorado Health Sciences Center. Nello studio, 1.002 adulti di età uguale o superiore a 18 anni con infezione latente da tubercolosi provenienti da ambulatori negli Stati Uniti, in Spagna, a Hong Kong e in Sudafrica sono stati randomizzati a ricevere isoniazide e rifapentina, in 11 o più dosi su 16 settimane, una volta alla settimana con osservazione diretta, in regime di autosomministrazione con monitoraggio mensile o in regime di autosomministrazione con promemoria settimanali e monitoraggio mensile. L’analisi ha dimostrato che il trattamento autosomministrato senza promemoria non è stato inferiore rispetto all’osservazione diretta negli Stati Uniti; tuttavia, altri confronti non hanno soddisfatto i criteri di non inferiorità. Il tasso di completamento del trattamento è stato dell’87,2% per i pazienti nel gruppo di osservazione diretta, del 74% per i pazienti con terapia autosomministrata e del 76,4% per i pazienti trattati con autosomministrazione e promemoria. Per i pazienti statunitensi, in particolare, le percentuali di completamento nei tre gruppi erano rispettivamente dell’85,4%, del 77,9% e del 76,7%. I promemoria effettuati tramite messaggi di testo non hanno aiutato il completamento del trattamento negli Stati Uniti negli Stati Uniti, mentre la loro utilità è stata maggiore in Spagna, Hong Kong e Sudafrica. «Questi risultati mostrano che la promozione del trattamento autosomministrato dell’infezione latente della tubercolosi può essere utile in alcune regioni. Tuttavia, per assicurare l’adesione è necessario affrontare i fattori correlati al paziente, insieme al sistema sanitario e alle ampie barriere socio-economiche» scrivono in un editoriale correlato Haileyesus Getahun, dal WHO Global TB Program e Alberto Matteelli, dell’Università di Brescia. (fonte doctor news)

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Stenosi aortica grave: ecco i criteri di appropriatezza per il trattamento

Posted by fidest press agency su martedì, 7 novembre 2017

stenosi aorticaUna dozzina di società scientifiche americane, con in testa American College of Cardiology e American Heart Association, hanno stilato i criteri di appropriatezza (Auc) per il trattamento di pazienti con stenosi aortica grave: «Abbiamo identificato 95 scenari clinici e fino a sei possibili opzioni di trattamento, suddividendo le opzioni per ogni scenario in tre categorie: appropriate, probabilmente appropriate o raramente appropriate» spiega Robert Bonow, della Northwestern University di Evanston, Illinois, a nome del gruppo di esperti che ha curato il documento di indirizzo pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology. Sostituzione chirurgica (SAVR) e sostituzione transcatetere della valvola aortica (TAVR) vengono considerate opzioni appropriate per la maggior parte dei pazienti con stenosi aortica sintomatica e rischio chirurgico intermedio o elevato, mentre in altri casi permane una sostanziale incertezza nel valutare l’appropriatezza della procedura: «Lo scopo di questo documento è fornire una guida per i medici nella cura dei pazienti con grave stenosi aortica, identificando le opzioni più ragionevoli sulla base dei numerosi scenari clinici con cui un paziente potrebbe presentarsi» spiegano Bonow e colleghi. Nella maggior parte dei soggetti con stenosi aortica sintomatica a rischio chirurgico medio o alto appare opportuno sostituire la valvola aortica per via chirurgica o transcatetere. Viceversa, negli individui asintomatici la procedura è appropriata solo in alcuni casi: per esempio nelle professioni ad alto rischio come i piloti, o in chi ha avuto risultati patologici dopo un test da esercizio. «In sintesi, il documento vuole migliorare sia la capacità decisionale del medico sia la qualità delle cure al paziente» concludono gli esperti. «Dato il rapido sviluppo delle conoscenze scientifiche e dei progressi tecnologici, ci aspettiamo che queste indicazioni vengano ulteriormente ampliate e implementate nei prossimi anni» (fonte doctor33) (foto: stenosi aortica)

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Regolamento europeo sul trattamento dati personali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 luglio 2017

pirellone milanoMilano 14 settembre 2017 ore 10 – Hotel NH President, Largo Augusto 10 Il Regolamento europeo, introducendo un approccio nuovo, basato sul rischio nel trattamento dei dati personali di fatto obbliga a ripensare ai trattamenti in essere, a verificare l’impostazione dei sistemi e degli strumenti di trattamento. il 25 maggio 2018, data di piena applicabilità del Regolamento europeo, sembra lontano ma risulta molto vicino se si pensa alle azioni e alle misure che il nuovo principio di responsabilità richiede di mettere in atto per garantire che i principi e gli obblighi stabiliti nel Regolamento siano rispettati e per dimostrare tale osservanza, su richiesta, alle Autorità di controllo. L’incontro si soffermerà anche sulle problematiche relative ai big data e sull’analisi della recentissima sentenza con la quale è stata confermata la legittimità del licenziamento intimato da un datore di lavoro nei confronti di un dipendente che ha abusato ripetutamente per uso personale della connessione internet messa a disposizione dall’azienda.

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Rivoluzione nel trattamento del tumore del polmone

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 maggio 2017

tumore polmoneE’ la terza neoplasia più frequente nel nostro Paese, con oltre 41mila nuovi casi registrati nel 2016 cambia, dopo più di 40 anni, lo standard di cura finora rappresentato dalla chemioterapia. I pazienti italiani colpiti da carcinoma polmonare non a piccole cellule in fase avanzata che esprimono PD-L1 possono oggi accedere a pembrolizumab, una nuova terapia immuno-oncologica. L’AIFA (Agenzia italiana del Farmaco) ha infatti stabilito la rimborsabilità della molecola non solo in prima linea ma anche in pazienti già trattati con la chemioterapia. Pembrolizumab rappresenta la prima molecola immuno-oncologica resa disponibile nel nostro Paese per il trattamento del carcinoma polmonare anche in prima linea. Una decisione che apre nuove opportunità, approfondite oggi in un incontro con i giornalisti a Milano. “Il melanoma ha rappresentato il modello per l’applicazione di questo approccio innovativo che ora si sta estendendo con successo a diversi tipi di tumore come quello del polmone, particolarmente difficile da trattare – spiega il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. È un’arma che si affianca a quelle tradizionali rappresentate da chirurgia, chemioterapia, radioterapia e terapie biologiche. Un passo in avanti verso la sconfitta o la cronicizzazione della malattia. La decisione dell’AIFA conferma l’impegno dell’agenzia regolatoria italiana a supportare l’innovazione in un’area con significativi bisogni clinici insoddisfatti”. Lo studio che ha condotto all’approvazione della molecola in prima linea (su più di 300 persone) ha dimostrato che a 1 anno il 70% dei pazienti trattati con pembrolizumab è vivo rispetto a circa il 50% con chemioterapia. Sono stati osservati un 40% di riduzione del rischio di morte e un 50% di riduzione del rischio di progressione della malattia nei pazienti trattati con pembrolizumab ed è risultata triplicata la sopravvivenza libera da progressione di malattia che, a 1 anno, raggiunge il 48% rispetto al 15% con chemioterapia. “I dati che hanno portato all’approvazione del farmaco, prima negli Stati Uniti poi in Europa, sono ‘rivoluzionari’, perché per la prima volta in oltre 40 anni un gruppo di pazienti ha ricevuto un vantaggio in termini di sopravvivenza in prima linea con una molecola immuno-oncologica al posto della tradizionale chemioterapia – afferma il prof. Filippo de Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano -. Con pembrolizumab inoltre si amplia il concetto di medicina di precisione: è l’unico farmaco immuno-oncologico basato sulla definizione di un biomarcatore, PD-L1, che permette di scegliere il trattamento ‘giusto’ per il paziente ‘giusto’. In base cioè al livello di espressione di PD-L1 può essere utilizzata l’immuno-oncologia nel modo più efficace, con evidenti risparmi per il sistema sanitario. In particolare il 75% dei pazienti con istotipo non squamoso e tutti quelli con istotipo squamoso in fase metastatica, che oggi in prima linea sono trattati con chemioterapia, potranno trarre importanti benefici dall’immuno-oncologia se rispondono a determinati criteri”. Lo studio di riferimento ha infatti dimostrato che pembrolizumab è superiore alla chemioterapia tradizionale usata in seconda linea quando il tumore esprime livelli di PD-L1 uguali o superiori all’1%. Quindi la molecola funziona anche in condizioni di minore espressione di questo bersaglio molecolare. Senza dimenticare che grazie all’immuno-oncologia vi è una percentuale di pazienti più alta che presenta una riduzione del tumore con un conseguente miglioramento dei sintomi e della qualità di vita. Non si può parlare di abbandono della chemioterapia nel trattamento del polmone perché è ancora in grado di svolgere un ruolo preciso. Però oggi abbiamo un’arma in più, l’immuno-oncologia, che in specifiche situazioni può costituire un’alternativa importante al trattamento chemioterapico”. “Un plauso particolare va all’AIFA – afferma Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratore Delegato MSD Italia – che, sulla base degli incredibili risultati clinici di questa molecola, ha fatto sì che i pazienti italiani potessero avere a diposizione in tempi record la prima opzione terapeutica immuno-oncologica, in prima linea, per questa tipologia di tumore, che potrà fare la differenza nella vita di molte persone.”. La Food and Drug Administration (FDA), l’ente regolatorio americano ha approvato la combinazione pembrolizumab e chemioterapia anche per i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule il cui tumore esprima bassi livelli di PD-L1 o in assenza di PD-L1 (inferiori all’1%). “Nel prossimo futuro la collaborazione fra oncologi e anatomo-patologi, chiamati a identificare i biomarcatori – sottolinea il prof. Mauro Truini, presidente SIAPEC-IAP (Società Italiana di Anatomia Patologica e Citologia Diagnostica) -, diventerà ancora più rilevante. Negli ultimi anni è cambiato il quadro epidemiologico del tumore del polmone nel nostro Paese. Tra il 1999 e il 2011 l’incidenza di questa neoplasia è diminuita del 20,4% tra gli uomini mentre è aumentata del 34% nelle donne. Un fenomeno strettamente legato all’abitudine al fumo di sigaretta che sta diventando sempre più un vizio “femminile”: il 23% delle italiane è fumatore abituale. “Per troppo tempo è stato considerato una patologia quasi esclusivamente maschile – spiega Stefania Vallone dell’Associazione WALCE (Women Aganist Lung Cancer in Europe) -, i nuovi dati evidenziano invece una forte crescita anche tra le donne a causa dell’aumento del consumo di tabacco nella popolazione femminile. L’AIOM, fortemente impegnata per garantire sostenibilità e accesso, ha richiesto e sostenuto un Fondo Nazionale per i farmaci innovativi in Oncologia, che sarà di 500 milioni di euro per il 2017 e che verrà attuato secondo i criteri di definizione di innovatività previsti dall’AIFA”.

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