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Quotidiano di informazione – Anno 30 n°158

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L’export dell’Emilia-Romagna tra dazi, Trump e instabilità geopolitica

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 maggio 2018

L’effetto Trump sui mercati internazionali, il possibile rischio di guerre commerciali e l’aumento di episodi di violenza politica. Come possono le aziende dell’Emilia-Romagna affrontare le complessità del nuovo scenario globale, cogliendo le grandi occasioni che export e internazionalizzazione possono offrire? Quali le geografie su cui puntare? È da queste domande che ha preso le mosse oggi a Bologna, Presso Palazzo Gnudi, il convegno “L’export dell’Emilia-Romagna tra dazi, Trump e instabilità geopolitica” organizzato in collaborazione con Confindustria Emilia-Romagna, da SACE SIMEST, il Polo dell’export e dell’internazionalizzazione del Gruppo CDP, per presentare la Country Risk Map 2018.
Al centro dell’evento, le testimonianze delle aziende protagoniste dell’export bolognese – Ducati Energia, Ferretti Group e Mae – che si sono confrontate con gli esperti di SACE SIMEST sulle strategie per affrontare i mercati internazionali.Nel 2017, con quasi 60 miliardi di beni venduti all’estero (+6,7% rispetto all’anno precedente), l’Emilia-Romagna è la terza regione italiana esportatrice. Le geografie di destinazione sono un buon mix di mercati dell’area Ue (57,4%) ed extra-Ue (42,6%). Tra i primi, Francia, Spagna e Polonia hanno garantito ottime opportunità alle imprese internazionalizzate della regione, ma segnali incoraggianti sono arrivati anche dai mercati ad elevato potenziale che presentano un livello di rischio medio-basso, così come evidenziato nella Country Risk Map. È il caso ad esempio di alcuni importanti player del continente asiatico (Cina, Giappone e Corea del Sud) e dell’America Latina (Brasile, Messico e Perù), geografie che continueranno a rappresentare una fonte di domanda importante per i prodotti Made in Italy anche in futuro.“Per sostenere l’impegno delle piccole e medie imprese all’estero – ha dichiarato Pietro Ferrari, Presidente di Confindustria Emilia-Romagna – occorre favorire un accesso più semplice, integrato ed efficace a tutti gli strumenti e servizi assicurativi e finanziari disponibili. Il sistema regionale Confindustria è a fianco delle imprese, con il supporto di Regione, ICE Agenzia e SACE SIMEST, per accrescere le competenze delle aziende e accompagnarle sui mercati. È importante rafforzare gli strumenti che favoriscono forme di presenza più stabile all’estero e, in generale, promuovere politiche e strumenti, anche di stimolo fiscale, che favoriscano fusioni, accorpamenti e aggregazioni tra aziende”.L’Emilia-Romagna, terza regione italiana per vendite all’estero, è un motore importante dell’export italiano – ha dichiarato Alessandro Decio, Amministratore Delegato di SACE –. Crediamo però che il potenziale della regione sia ancora più ampio, grazie alle eccellenze in tanti settori, a una economia viva, diversificata e coesa. Coltiviamo l’ambizione di mettere a disposizione di un numero maggiore di imprese emiliane e romagnole le soluzioni SACE SIMEST con l’obiettivo di continuare su questo percorso di crescita che speriamo possa accelerare di più quest’anno, anche grazie al nostro impegno. Per raggiungere insieme questo traguardo siamo pronti a lavorare e a dare il massimo per le aziende e gli imprenditori di questa regione”.
Solo nell’ultimo anno, il Polo SACE SIMEST ha servito 1.600 aziende dell’Emilia Romagna, in prevalenza PMI, mobilitando circa 1,4 miliardi di euro di risorse a sostegno di export e investimenti all’estero.

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L’export lombardo tra dazi, Trump e instabilità geopolitica

Posted by fidest press agency su domenica, 15 aprile 2018

L’effetto Trump sui mercati internazionali, il possibile rischio di guerre commerciali e l’aumento di episodi di violenza politica. Come possono le aziende bergamasche affrontare le complessità del nuovo scenario globale, cogliendo le grandi occasioni che export e internazionalizzazione possono offrire? Quali le geografie su cui puntare? È da queste domande che ha preso le mosse oggi a Bergamo (presso il Centro Congressi Giovanni XXIII) il convegno “L’export lombardo tra dazi, Trump e instabilità geopolitica” organizzato in collaborazione con Confindustria Bergamo da SACE SIMEST, il Polo dell’export e dell’internazionalizzazione del Gruppo CDP, per presentare la Country Risk Map 2018.Al centro dell’evento, le testimonianze delle aziende protagoniste dell’export bergamasco – Serioplast, GFM, Brembana & Rolle – che si sono confrontate con gli esperti di SACE SIMEST sulle strategie per affrontare i mercati internazionali.Con oltre 120 miliardi di beni venduti all’estero nel 2017, la Lombardia è la prima regione italiana esportatrice, rappresenta da sola oltre un quarto dell’export nazionale e ha saputo beneficiare della crescita globale in ripresa, realizzando un balzo del 7,5%. L’export è prevalentemente concentrato verso i Paesi dell’area Ue e ha ancora ampio margini di diversificazione verso nuove destinazioni con profili di rischio più elevati e grande potenziale di business: tra queste, la Country Risk Map rileva ad esempio la Cina, il Messico, gli Emirati Arabi Uniti e l’India.“Le imprese lombarde hanno da tempo avviato un percorso di sviluppo all’estero di successo, convinte che export e internazionalizzazione siano leve imprescindibili per la crescita e la competitività – ha dichiarato Alessandro Decio, Amministratore Delegato di SACE –. Consapevoli del forte potenziale di questo territorio, siamo vicini alle eccellenze produttive lombarde, e in particolare a quelle bergamasche, che attraverso il nostro punto di contatto presso Confindustria Bergamo, potranno conoscere tutte le soluzioni offerte da SACE SIMEST e cogliere le migliori opportunità provenienti sia dai mercati avanzati già consolidati sia da quelli emergenti”.“Per continuare ad essere competitivi in un mondo in cui le barriere stanno aumentando, occorre puntare non solo sull’export ma anche sulla produzione all’estero, affiancando il Made in Italy con il Made with Italy – ha dichiarato Salvatore Rebecchini Presidente di SIMEST –. In campo internazionale, le imprese bergamasche sono da sempre particolarmente attive. Dall’inizio dell’attività SIMEST ha sostenuto 42 investimenti diretti all’estero promossi da aziende di questa provincia, per un totale investito di oltre 37 milioni di euro Inoltre i finanziamenti per l’internazionalizzazione sono stati oltre 120 per un totale erogato di 81 milioni euro. Il nostro obiettivo è di accrescere il volume delle nostre operazioni sfruttando sempre meglio le sinergie con SACE”.”Siamo orgogliosi di aver ospitato a Bergamo per la prima volta il Roadshow SACE SIMEST nell’ambito di una collaborazione ormai consolidata. Confindustria Bergamo ha aperto nel 2014 un SACE Point nella propria sede, seguito dall’apertura dello sportello SIMEST nel 2016. Un funzionario SACE/SIMEST è presente una volta a settimana o a chiamata, a seconda delle necessità delle aziende associate. A questa attività si aggiungono i numerosi incontri, convegni e tavoli tecnici organizzati con la collaborazione di SACE – ha dichiarato Aniello Aliberti, Vice Presidente di Confindustria Bergamo con delega al Credito, al Fisco di Impresa e all’Internazionalizzazione –. In una provincia come la nostra, fortemente votata all’export, è fondamentale poter contare su strumenti efficaci, tarati sulle reali esigenze delle imprese. Mi riferisco, per esempio, alla possibilità della copertura assicurativa singola o all’emissione di garanzie e cauzioni in tempi rapidi. Il crescente interesse delle nostre imprese verso SACE e SIMEST conferma che siamo nella giusta direzione e che ci sono spazi per un’ulteriore crescita della collaborazione”.Solo nell’ultimo anno, il Polo SACE SIMEST ha servito 5.700 aziende lombarde, in prevalenza PMI, mobilitando oltre 3,6 miliardi di euro di risorse a sostegno di export e investimenti all’estero.

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Obama-Putin-Trump: La storia continua

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 gennaio 2018

putinDall’archivio della Fidest proviamo a fare una ricostruzione dei precedenti che ci hanno portato alla crisi odierna tra Federazione russa e Stati Uniti e alla quasi certezza di una sua ricomposizione con la nuova presidenza Trump dichiaratamente amica di Putin. Il tutto è iniziato sul finire degli anni novanta dello scorso secolo. Fu il giorno in cui m’incontrai con un giornalista ucraino che dietro le mie insistenze mi confidò i retroscena che portarono alla caduta del muro di Berlino e al collasso dell’Unione Sovietica. La storia,
a suo avviso, ebbe inizio alcuni anni prima dell’evento berlinese quando in una notte al Cremlino si accesero le luci di una piccola sala di riunioni dove alcuni massimi esponenti del soviet sovietico, e non dopo un’accesa discussione che durò alcune ore, presero una decisione che il mio interlocutore definì storica. Da quel momento si attese solo l’occasione propizia per provocare la caduta del sistema comunista. Perché fu deciso in tal senso? La spiegazione parve ovvia al mio confidente. La guerra fredda in atto tra i due blocchi, quello comunista e il capitalista, era giunta a un punto morto. Nessuno dei due poteva prevalere senza rendere il pianeta terra invivibile dopo una tremenda guerra atomica. Bisognava, quindi, fare una scelta diversa, più radicale ma al tempo stesso più pragmatica. L’Urss si sarebbe liberata di gran parte dei paesi, diventati troppo ricalcitranti e critici al controllo politico e anche militare della guida russa e sarebbe diventato, altresì, un buon affare lasciare all’occidente le loro disastrate economie. Al tempo stesso avrebbe dato l’impressione all’occidente della sua incapacità di nuocere mentre avrebbe avuto tutta la possibilità di riorganizzarsi e di tessere nuove alleanze e di rinforzarsi senza apparire una minaccia.
Ora a distanza di circa 20 anni da quel racconto ci troviamo con una federazione russa sotto la guida di Putin, ritenuto da molti l’unico vero leader mondiale di indiscutibile potere e levatura di statista, con una Russia che sembra ritornata alla potenza militare, politica e diplomatica del passato e per giunta con un occidente debole, poco determinato e con un capitalismo di taglio statunitense che sta mostrando tutti i suoi limiti. Su questo scenario è evidente che la leadership statunitense a livello mondiale è in declino e che altri stati ed economie stanno prendendo il suo posto: penso alla Cina, all’India e alla stessa Federazione russa. In un mio libro ho avuto modo di prefigurare tali scenari futuri e di considerare anche il declino se non il disfacimento dell’Europa comunitaria che sarà destinata a spaccarsi in due parti tra l’Europa del Nord e quella del Sud federata con i paesi del Nord Africa e dell’Asia che si affacciano sul Mediterraneo. Il 2017, quindi, posso considerarlo l’anno della svolta che avvia la fase esecutiva del processo prefigurato dagli strateghi russi degli anni ottanta del XX secolo per una nuova leadership mondiale riducendo gli Stati Uniti ad una entità regionale di secondaria importanza. E Trump in questa fattispecie ne sarà il traghettatore come lo è, del resto, l’attuale inquilino del Vaticano. (Riccardo Alfonso del Centro studi di politica internazionale della Fidest)

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“Azionario Usa: il punto ad un anno dopo l’elezione di Trump”

Posted by fidest press agency su martedì, 7 novembre 2017

wall streetDall’inizio della ripresa l’azionario USA ha fatto meglio di quello globale perché l’economia statunitense inizialmente è stato l’unico motore della crescita economica mondiale, mentre in Europa si combatteva ancora contro la crisi. Quando l’economia USA si è ripresa, guidata dal mercato immobiliare, dal settore della raffinazione dei carburanti e da quello finanziario, anche i profitti delle imprese sono tornati a salire. Dopo sette anni di ripresa, l’economia sta ancora crescendo in modo costante, senza troppa esuberanza, che potrebbe mandarla fuori rotta. I profitti sono ora favoriti non solo dal solido contesto nazionale, ma anche dalla ripresa globale che porta ad un aumento internazionale della richiesta di prodotti statunitensi. Con un 35% di ricavi provenienti da oltremare, i profitti per il mercato USA nel 2017 e nel 2018 dovrebbero crescere del 10% circa.Spesso pensiamo agli Stati Uniti come a una delle economie più dinamiche e innovative del mondo, può sorprendere quindi sapere che gli Stati Uniti hanno uno dei livelli più alti di tassazione sulle società al 35%. Ciò è in parte dovuto alla natura sempre più partigiana della politica statunitense negli ultimi decenni, il che ha reso difficile far passare il taglio delle tasse sulle società al Congresso in un momento in cui altri membri dell’OEDC stavano riducendo i loro tassi. Se guidata bene, l’amministrazione Trump potrebbe essere in grado di costruire un consenso per migliorare la competitività della tassa sulle società statunitensi tagliando i tassi. Indicheremmo le probabilità leggermente oltre il 50% che il congresso abbia successo nel far passare la riforma fiscale portando i tassi di imposta sulle società al 20%. In questo caso, molte delle aziende che sono maggiormente focalizzate sul territorio nazionale – e che si sono comportate meglio immediatamente dopo le elezioni – potrebbero guidare il mercato. Ciò include banche domestiche, del settore industriale o secondario e piccole imprese che tendono a pagare livelli di tassazione più alti. Ci aspetteremmo anche misure per il rimpatrio di capitali per tasse “intrappolate” all’estero. Tassare il denaro estero al 12% come è stato proposto dal Congresso la settimana scorsa, potrebbe portare indietro miliardi di dollari agli Stati Uniti. Infine, sottolineiamo che i fondamentali del mercato azionario US sono robusti anche senza quanto sopra, data la forte crescita degli utili aziendali che abbiamo visto nel 2017, destinata a continuare l’anno prossimo contemporaneamente alla crescita globale. Poiché il processo politico è difficile da prevedere e nel 2016 ci ha ricordato che può offrire sorprese, riteniamo che un approccio equilibrato alla costruzione del portafoglio sarà fondamentale per gli investitori per navigare le condizioni di mercato in corso.
Infine, con il consensus sui ricavi per i prossimi 12 mesi a 17x, le valorizzazioni delle azioni americane sembrano abbastanza adeguate rispetto al lungo termine e data la forte crescita degli utili. Quando si esaminano altre classi di attivi come le Treasury Bonds, i cui prezzi sono stati distorti dalle politiche monetarie, il mercato azionario sembra poco costoso. (articolo a cura di Nadia Grant, responsabile azionario USA di Columbia Threadneedle Investments).

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How to avoid nuclear war with North Korea

Posted by fidest press agency su martedì, 8 agosto 2017

nuclear warIT IS odd that North Korea causes so much trouble. It is not exactly a superpower. Its economy is only a fiftieth as big as that of its democratic capitalist cousin, South Korea. Americans spend twice its total GDP on their pets. Yet Kim Jong Un’s backward little dictatorship has grabbed the attention of the whole world, and even of America’s president, with its nuclear brinkmanship. On July 28th it tested an intercontinental ballistic missile that could hit Los Angeles. Before long, it will be able to mount nuclear warheads on such missiles, as it already can on missiles aimed at South Korea and Japan. In charge of this terrifying arsenal is a man who was brought up as a demigod and cares nothing for human life—witness the innocents beaten to death with hammers in his gigantic gulag. Last week his foreign ministry vowed that if the regime’s “supreme dignity” is threatened, it will “pre-emptively annihilate” the countries that threaten it, with all means “including the nuclear ones”. Only a fool could fail to be alarmed.
Yet the most serious danger is not that one side will suddenly try to devastate the other. It is that both sides will miscalculate, and that a spiral of escalation will lead to a catastrophe that no one wants. Our briefing this week lays out, step by step, one way that America and North Korea might blunder into a nuclear war (see article). It also lists some of the likely consequences. These include: for North Korea, the destruction of its regime and the death of hundreds of thousands of people. For South Korea, the destruction of Seoul, a city of 10m within easy range of 1,000 of the North’s conventional artillery pieces. For America, the possibility of a nuclear attack on one of its garrisons in East Asia, or even on an American city. And don’t forget the danger of an armed confrontation between America and China, the North’s neighbour and grudging ally. It seems distasteful to mention the economic effects of another Korean war, but they would of course be awful, too. President Donald Trump has vowed to stop North Korea from perfecting a nuclear warhead that could threaten the American mainland, tweeting that “it won’t happen!” Some pundits suggest shooting down future test missiles on the launchpad or, improbably, in the air. Others suggest using force to overthrow the regime or pre-emptive strikes to destroy Mr Kim’s nuclear arsenal before he has a chance to use it.Yet it is just this sort of military action that risks a ruinous escalation. Mr Kim’s bombs and missile-launchers are scattered and well hidden. America’s armed forces, for all their might, cannot reliably neutralise the North Korean nuclear threat before Mr Kim has a chance to retaliate. The task would be difficult even if the Pentagon had good intelligence about North Korea; it does not. The only justification for a pre-emptive strike would be to prevent an imminent nuclear attack on America or one of its allies.
Can Mr Kim be cajoled or bribed into giving up his nuclear ambitions? It is worth trying, but has little chance of success. In 1994 President Bill Clinton secured a deal whereby Kim Jong Il (the current despot’s father) agreed to stop producing the raw material for nuclear bombs in return for a huge injection of aid. Kim took the money and technical help, but immediately started cheating. Another deal in 2005 failed, for the same reason. The younger Kim, like his father, sees nuclear weapons as the only way to guarantee the survival of his regime. It is hard to imagine circumstances in which he would voluntarily give up what he calls his “treasured sword of justice”.If military action is reckless and diplomacy insufficient, the only remaining option is to deter and contain Mr Kim. Mr Trump should make clear—in a scripted speech, not a tweet or via his secretary of state—that America is not about to start a war, nuclear or conventional. However, he should reaffirm that a nuclear attack by North Korea on America or one of its allies will immediately be matched. Mr Kim cares about his own skin. He enjoys the life of a dissolute deity, living in a palace and with the power to kill or bed any of his subjects. If he were to unleash a nuclear weapon, he would lose his luxuries and his life. So would his cronies. That means they can be deterred.To contain Mr Kim, America and its allies should apply pressure that cannot be misconstrued as a declaration of war. They should ramp up economic sanctions not only against the North Korean regime but also against the Chinese companies that trade with it or handle its money. America should formally extend its nuclear guarantee to South Korea and Japan, and boost the missile defences that protect both countries. This would help ensure that they do not build nuclear weapons of their own. America should convince the South Koreans, who will suffer greatly if war breaks out, that it will not act without consulting them. China is fed up with the Kim regime, but fears that if it were to collapse, a reunified Korea would mean American troops on China’s border. Mr Trump’s team should guarantee that this will not happen, and try to persuade China that in the long run it is better off with a united, prosperous neighbour than a poor, violent and unpredictable one.
All the options for dealing with the North are bad. Although America should not recognise it as a legitimate nuclear power, it must base its policy on the reality that it is already an illegitimate one. Mr Kim may gamble that his nukes give him the freedom to behave more provocatively, perhaps sponsoring terrorism in the South. He may also sell weapons to other cruel regimes or terrorist groups. The world must do what it can to thwart such plots, though some will doubtless succeed.It is worth recalling that America has been here before. When Stalin and Mao were building their first atom bombs, some in the West urged pre-emptive strikes to stop them. Happily, cooler heads prevailed. Since then, the logic of deterrence has ensured that these terrible weapons have never been used. Some day, perhaps by coup or popular uprising, North Koreans will be rid of their repulsive ruler, and the peninsula will reunite as a democracy, like Germany. Until then, the world must keep calm and contain Mr Kim.(This article appeared in the Leaders section of the print edition under the headline “It could happen” by The Economist)

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The Trump presidency may not have helped Kushner Companies

Posted by fidest press agency su domenica, 23 luglio 2017

trumpWHEN the deal was struck just over a decade ago, for $1.8bn, 666 Fifth Avenue, a 41-storey Manhattan skyscraper, became the most expensive office building ever sold in America. Now it is in limbo, awaiting billions of dollars of investment to rebuild it and raise it almost twice as high. Across the Hudson River, another hunt for money is under way, to build a property called One Journal Square in Jersey City. In June a property-investing start-up called Cadre attracted financial backing from Silicon Valley luminaries including Andreessen Horowitz, a venture-capital company.The thread linking these ventures is Jared Kushner, Donald Trump’s senior adviser and son-in-law, whose family business, like that of the president, is in property. Mr Kushner helped conceive all three projects. He has a “passive ownership interest” in Cadre (meaning he is not actively involved in its management). His family co-owns 666 Fifth Avenue and One Journal Square.Unlike the president, Mr Kushner is not exempt from federal conflict-of-interest laws. He has taken steps to distance himself from his wide-ranging property business. Kushner Companies, a complex enterprise that is made up of dozens of limited-liability companies, or LLCs, has more than 20,000 flats and 13m square feet (1.2m square metres) of commercial space across six states. Before joining the Trump administration he stepped down as the head of Kushner Companies and sold his stake in several properties, including 666 Fifth Avenue and One Journal Square.Yet Mr Kushner kept his stake in many of the LLCs that make up the business. He still has a passive ownership interest in about 90% of his holdings in property, worth up to $408m, according to his disclosures. His father, Charles Kushner (photographed with his son, above), has a big role at Kushner Companies. Jared Kushner’s stakes in 666 Fifth Avenue and One Journal Square went into trusts owned by his family. A long list of lenders and partners to the family business could benefit from White House policies.
Now that Mr Kushner is in the White House, two questions preoccupy observers. First, is his family business benefiting financially from his role and from his proximity to the president? Second, is he conflicted despite the steps he has taken to adhere to federal law?Start with the question of financial benefits. This is a pivotal moment for the firm. It is seeking tenants for Panorama and new loans for a residential building along Jersey City’s waterfront (in both of which Mr Kushner still has a stake). More important, it is also looking for investors for 666 Fifth Avenue and One Journal Square (in which Mr Kushner does not have a stake). But the scrutiny that has accompanied Mr Kushner’s White House role appears to be hindering, not helping.In January the New York Times reported that Kushner Companies was seeking equity capital for 666 Fifth from Anbang, one of China’s biggest insurers, which has ties to Beijing’s political elite. At the moment 666 Fifth Avenue’s debt—of $1.4bn, according to Vornado’s recent filings—eclipses the value of the office building itself, says Jed Reagan of Green Street, a research firm. That is partly Kushner Companies’ own doing, because of the price it paid and because it is intentionally letting the building slowly empty of its office tenants so it can be rebuilt. The new design, created by Zaha Hadid, an architect who died last year, would include a hotel, luxurious flats, new space for shops and would cost $7.5bn.The talks with Anbang fell apart in March amid protests from ethics experts and from Democrats, who fretted about conflicts of interest and threats to national security. Another avenue also recently closed. For over two years, Kushner Companies has talked to Sheikh Hamad bin Jassim al-Thani, an eminent Qatari, about investing in 666 Fifth. This month The Intercept, a news site, reported that HBJ, as he is known, had agreed to invest $500m if Mr Kushner could raise other money elsewhere. Kushner Companies confirmed on July 11th that talks had recently ended and that it is reassessing the financing structure of the redevelopment project. Some speculate that Mr Kushner has looked elsewhere, too. In December he met with the head of a government-owned Russian bank that is subject to American sanctions. Vnesheconombank said it was a business meeting. The White House said that Mr Kushner was “acting in his capacity as a transition official”.The proposed One Journal Square development has also hit trouble. In May Nicole Meyer, Mr Kushner’s sister, courted Chinese investors as part of America’s “EB-5” visa programme, which offers a path to citizenship for certain investors. In Beijing Ms Meyer touted One Journal Square, explained Mr Kushner’s new role in Washington and said the building “means a lot to me and my entire family”. That sparked accusations that the family was exploiting Mr Kushner’s public role. Kushner Companies apologised “if that mention of her brother was in any way interpreted as an attempt to lure investors”.On May 7th Jersey City’s mayor, Steven Fulop, said the project would not receive the tax breaks and bonds that Kushner Companies had sought. The city might not have granted them in any circumstance—the Kushners had asked for a particularly generous package. But Mr Fulop, a Democrat, and city councilmen are up for re-election, and Mr Trump received just 14% of the city’s vote in November. Kushner Companies had already lost its anchor tenant, WeWork, a shared-office company.If Kushner Companies is not yet benefiting from proximity to the presidency, the potential for conflicts remains enormous. Corporate-tax reform would have a sizeable impact on property firms, for example. Mr Trump has said he wants a 15% corporate tax to apply to pass-through entities, which would include the LLCs that comprise much of the Kushner businesses (and Mr Trump’s as well). Loosening of financial regulation, expected under Mr Trump, ought to benefit lenders to Kushner Companies. Citigroup, for example, recently provided $425m to refinance one of its projects in Brooklyn. Blackstone, which lent $375m for Panorama, is raising an infrastructure fund that might be expected to find investment opportunities in Mr Trump’s infrastructure plan. And so on.Richard Painter, the chief ethics lawyer under President George W. Bush, says that some of this “stinks to high heaven”. That does not mean that Mr Kushner has or is likely to violate any law. The rules governing conflicts of interest bar him from “personally or substantially” participating in matters with a “direct and predictable” effect on his finances. But policies that benefit Mr Kushner’s parents or Kushner Companies’ partners may be allowed, depending on circumstances. “That’s the grey area,” says Larry Noble of the Campaign Legal Centre in Washington, DC.What seems to have developed, in sum, is a lose-lose situation. Mr Trump’s presidency appears to be doing Kushner Companies as much harm as good. If potential business partners continue to be wary of the scrutiny that comes with involvement with a firm bearing his name, Mr Kushner might end up having to choose between his property interests and his public role.Yet the list of potential conflicts is so long that public confidence in policymaking is at risk. A White House spokesman says Mr Kushner will recuse himself in any matter with “a direct and predictable effect” on entities in which he retains a financial interest. Those issues include EB-5 financing and affordable housing, he notes. But the White House has not published a complete list of matters in which Mr Kushner would decline to participate. And no such list is planned.This article appeared in the Business section of the print edition under the headline “Searching for a Kushy landing” (by The economist – abstract) (photo: trump)

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Trump’s unlawful request

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 luglio 2017

tammyPresident Trump created a Presidential Advisory Commission on Election Integrity. It’s first order of business was demanding that states hand over voter data — including names, birth dates, political affiliations, voting histories, felony convictions, military records, and the last four digits of voters’ Social Security numbers.This request goes against federal and Illinois state laws. Federal law protects state governments from having to comply with unnecessary, burdensome information requests, and the Illinois Election Code protects the confidentiality of voter registration data.
I’m proud to say that Illinois State Board of Elections just joined an overwhelming majority of states in refusing to comply with President Trump’s request.We all know President Trump’s true goal is to find a way to put more voter suppression laws on the books. Demand he abolish this committee.If you remember, after President Trump lost the popular vote by three million votes, he started making unsubstantiated claims that millions of voters had voted illegally in the 2016 election — even though state and federal election officials have no evidence voter fraud exists.That’s why this committee is a sham. If President Trump was seriously interested in voting integrity, he would investigate our nation’s vulnerability to foreign interference in our elections and the effect of state’s strict voter ID laws on enfranchisement.But rather than safeguard our election infrastructure or protect Americans’ right to vote, President Trump is trying to take steps to suppress it. (by Tammy Duckworth)

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Scultura alta sette metri che ritrae il presidente Donald Trump

Posted by fidest press agency su domenica, 9 luglio 2017

scultura trumpAttivisti di Greenpeace hanno posizionato una scultura alta sette metri che ritrae il presidente Donald Trump su un pontone sul fiume Elba.La scultura ritrae il presidente statunitense come un bambino capriccioso con tanto di pannolino seduto sul pianeta Terra. Nelle mani tiene una copia stracciata dell’Accordo di Parigi, mentre sotto alla scultura si legge il messaggio “Time For a Change”. “Gli altri leader del G20 non possono aspettare che Trump cresca” dichiara Luca Iacoboni, responsabile campagna energia e clima di Greenpeace Italia. “I G19 devono mostrare ora che hanno deciso di abbandonare carbone, petrolio e gas, dando attuazione all’Accordo di Parigi”.
“La decisione di Trump di rinnegare l’Accordo di Parigi rende impossibile una forte dichiarazione congiunta del G20 sul clima. La Merkel non deve però sacrificare l’ambizione per raggiungere l’unità. Abbiamo bisogno di un impegno dei G19 sul clima che mostri l’intenzione di andare anche al di là quanto sottoscritto a Parigi da 195 Paesi” dichiara Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Questo è il momento di mostrare solidarietà con le persone di tutto il mondo, inclusi sindaci, governatori e amministratori delegati statunitensi che sono impegnati contro i cambiamenti climatici, dimostrando che la trasformazione verso un’economia a zero emissioni è irreversibile così come l’Accordo di Parigi”. (foto: scultura trump)

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Accordo di Parigi: La decisione di Trump di uscire dall’Accordo è ideologica

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 giugno 2017

trump11Uscire dagli Accordi di Parigi è una decisione ideologica che si ritorcerà contro gli interessi USA. Questo è quanto afferma Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyoto Club, che insiste: “prevedo che si allargherà un altro fronte di resistenza come non si vedeva dai tempi della guerra del Vietnam”. La posizione di Kyoto Club sulla dichiarazione del Presidente Trump. “La decisione di Trump è ideologica e si ritorcerà contro gli interessi Usa. Prevedo che si allargherà un largo fronte di resistenza, come non si vedeva dai tempi della guerra del Vietnam.Gli altri paesi, ad iniziare da Cina e India, numero uno e tre per emissioni prodotte, stanno facendo molto di più di quanto promesso a Parigi. L’Europa adesso deve alzare il livello dell’impegno di riduzione al 2030 delle emissioni climalteranti passando dal 40 al 45% rispetto al 1990”. È quanto dichiara Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyoto Club, commentando la decisione del Presidente Donald Trump.

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Berlin and Beijing united on climate in the age of Trump

Posted by fidest press agency su martedì, 23 maggio 2017

berlinoBerlin. German Environmental Minister Barbara Hendricks and Chinese Special Climate Envoy Xie Zhenhua jointly held a press conference at the opening of the Petersberg Climate Dialogue, where the two ministers stressed the importance of implementing the Paris commitments and urged the US to stay in the Paris Climate Agreement.
Karsten Smid of Greenpeace Germany said:“It is a positive signal that China and Germany want to step up to the plate in taking shared leadership in accelerating international climate action. In order to make this a really convincing initiative, both countries must accelerate their transition away from coal to renewable energy. ”Li Shuo, Climate Policy Advisor Greenpeace East Asia said: “There is no better way of reflecting the zeitgeist of international climate action than strong cooperation between China and Germany. Through their collective efforts of building new leadership and moving towards renewable energy, the two countries can highlight to the world the direction of travel. In committing to the Paris spirit, a new coalition of willing is taking up the mantle of climate leadership.”

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Pictet-Biotech: l’innovazione non può essere fermata

Posted by fidest press agency su domenica, 30 aprile 2017

Ministero salutePremesso che il settore Biotech è dominato dalle novità in campo clinico e dall’innovazione, non ci aspettiamo che la riforma della sanità negli Stati Uniti possa avere un impatto determinante su questo settore. Per quanto riguarda l’amministrazione Trump, crediamo che l’impatto sul settore delle biotecnologie possa rivelarsi positivo.
Trump, infatti, ha più volte sottolineato quanto sia importante l’innovazione, per cui, considerando il fatto che il settore delle biotecnologie rappresenta il fiore all’occhiello dell’innovazione americana e offre molti posti di lavoro, è lecito aspettarsi che Trump possa avere un atteggiamento positivo nei confronti del settore.
Il progetto di ridurre le tasse societarie, inoltre, potrebbe favorire l’attività di M&A, permettendo alle società di maggiori dimensioni di rimpatriare la liquidità che hanno fuori dagli Stati Uniti ed usarla per acquistare società più piccole.
Un altro aspetto positivo è rappresentato dal fatto che Scott Gottlieb, il nuovo commissario della FDA, è un vecchio veterano del settore dotato di grande esperienza e molto favorevole all’innovazione: è perciò improbabile che interromperà i processi FDA in atto ed anzi potrebbe ridurre la regolamentazione (sempre nell’ottica di garantire la sicurezza dei pazienti). Infine, il settore offre un grande potenziale di crescita basato sull’innovazione e sul progresso scientifico, fattori destinati immancabilmente a far rientrare flussi nelle biotecnologie.
Parlando delle novità cliniche, invece, VERTEX, una delle principali posizioni nel fondo Pictet-Biotech (4.6%), ha di recente annunciato che avrebbe richiesto l’approvazione del regolatore per uno dei suoi farmaci sperimentali per lafibrosi-cistica dopo che il trattamento ha contribuito a migliorare la funzione polmonare dei pazienti negli studi avanzati. Il titolo VERTEX ha guadagnato oltre il 25% dal momento dell’annuncio (28 marzo 2017).
L’atrofia muscolare spinale (SMA) è una rara malattia debilitante nei neonati. Nella sua forma più grave, la malattia porta ad un rapido indebolimento muscolare e si rivela fatale entro i primi due anni di vita.
L’anno scorso, Biogen Idec ha ricevuto l’approvazione per un trattamento che garantisce la sopravvivenza per una parte dei pazienti, ma ancora in una percentuale bassa. Inoltre, il prezzo elevato e la complessità nell’assunzione del farmaco (attraverso numerose punture lombari) sembrano limitare la diffusione nel mercato nonostante l’elevata necessità da un punto di vista medico.
AVEXIS, una società di terapia genica, ha una soluzione più promettente al problema. Usano un piccolo virus come cavallo di Troia per introdurre il gene mancante nelle cellule del bambino. Con una singola dose della loro terapia si riesce a fornire quella che potenzialmente potrebbe essere una cura.I risultati riportati finora dai pazienti sottoposti alla terapia non potevano infatti essere più incoraggianti: tutti sono in cura da più di 13 mesi, controvertendo le statistiche ufficiali sull’atrofia muscolare spinale (il tasso di sopravvivenza in questa fase sarebbe stato del 25% senza il trattamento).
L’azienda ora ha bisogno di dimostrare che possono produrre il loro prodotto su una scala più ampia, ma pensiamo che con questi dati la commercializzazione non dovrebbe essere lontana.Circa un quarto del portafoglio Pictet-Biotech investe in aziende che cercano di trovare una soluzione per le malattie rare.
All’interno della terapia genica, che mostra il potenziale più promettente in questo spazio, ci concentriamo sulle malattie monogeniche e sui disturbi neurologici (i disturbi monogenetici sono causati da una mutazione in un singolo gene: esempi di malattie monogeniche includono l’anemia falciforme o la fibrosi-cistica).
In ultima analisi, la terapia genica potrebbe rivelarsi un potente alleato per la medicina di precisione contribuendo a fornire i trattamenti giusti, al momento giusto, sempre alla persona giusta.

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Un siciliano alla corte di Trump: al G7 Luca Melilli allestirà le cene del presidente Usa

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 aprile 2017

luca melilliTutto è cominciato da una mail. Quando, qualche settimana fa, un’agenzia londinese gli ha chiesto di allestire le cene di gala di Donald e Melania Trump in occasione del G7 di Taormina, il 26 e 27 maggio, Luca Melilli, wedding designer e specialista di scenografie per eventi, non credeva ai propri occhi.Classe 1978, originario di Comiso, ma catanese di adozione, considerato dalla rivista Brides Magazine tra i 50 migliori wedding planner del mondo, Luca Melilli non è nuovo alla realizzazione di allestimenti per eventi importanti con l’agenzia “Panta Rhei”, che dirige da circa dieci anni. Melilli ha curato eventi come, per esempio, quello organizzato dal fondatore di Microsoft Bill Gates nella Valle dei Templi ad Agrigento, o ancora come le cene di gala del Taormina Film Festival per star internazionali del cinema. Ma la chiamata per le cene di gala dei Trump in Sicilia è giunta del tutto inattesa. “Quando ho ricevuto la mail – racconta Melilli – l’ho riletta più volte, perché quasi non mi sembrava vero”.
Intorno alle cene di gala e ai dettagli dell’allestimento vige, com’è giusto che sia, il massimo riserbo. “È ancora presto per definire i particolari – spiega il wedding designer siciliano – ma abbiamo già alcune indicazioni da seguire e idee da mettere a frutto. Le serate saranno due. Nella prima pensiamo a un tema siciliano, che faccia sentire agli ospiti il calore della nostra terra. Potremo scegliere un allestimento con richiami al folklore, colori mediterranei, fiori e profumi tipici della sicilianità oppure uno più classico, sobrio ed elegante, che evochi suggestioni “gattopardiane”. La seconda serata sarà assolutamente di gala. Utilizzeremo sempre fiori freschi”.Tutto contribuirà a definire un’immagine positiva e solare dell’isola, al di là di vieti stereotipi e pregiudizi, per promuovere la bellezza di una terra dallo straordinario patrimonio naturale, artistico e culturale. (Francesca Cabibbo) (foto: luca melilli)

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“Trump” l’œil….”

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

the-economist-trumpDa tempo mi chiedono che cosa pensi di Trump. Il discorso è lungo e.. breve. Il discorso breve eccolo: Trump è un marker della paura dell’occidente, di quel mondo che, sino alla bancarotta del comunismo, era riuscito a vivere bene e senza preoccupante concorrenza, protetto proprio dall’autoisolamento di quell’ideologia che per settant’anni ha presunto di vivere ignorando le leggi dell’economia. Non a caso Karl Marx, quando cominciò a rendersi conto della deriva che prendevano le sue teorie economiche, pronunciò il famoso “je ne suis pas marxiste”. E non a caso la bancarotta del comunismo è avvenuta nel paese che possiede più ricchezze naturali al mondo.
Crollato il muro e il burka che il comunismo aveva imposto all’economia, il ricco occidente ha scoperto immediatamente la concorrenza di altri paesi, a cominciare da quelli del vicino e del lontano Oriente, tecnologicamente capaci di fare molte delle cose degli occidentali, ma a prezzi insostenibilmente inferiori. E l’Occidente è piombato nel terrore, assistendo impotente alla perdita ed esportazione di attività, competenze, capitali, posti di lavoro, mentre i popoli poveri scoprivano le rotte per occupare un posto al sole tra i sinora megliostanti paesi. I muri di Trump (e non solo di Trump), la riscoperta dei dazi, persino un preoccupante tintinnio di spade e sciabole, non sono altro che la tentazione dell’Occidente di chiudersi a protezione e conservazione del proprio paradiso novecentesco.
Il discorso lungo lo faremo ina una prossima occasione e riguarderà le non più sostenibili insufficenze di concetti come democrazia, uguaglianza, libertà, laicità. Temi delicattissimi ma di inesorabile attualità.
Termininiamo chiarendo il titolo: Trump mostra i muscoli? è un inganno per l’occhio. In realtà Usa ed Occidente hanno paura, temono l’impoverimento e la perdita di supremazia sul resto del mondo. (Fausto Carratù) (n.r. Nel nostro quotidiano confronto con le opinioni questa narrazione ha il suo fascino e non solo. Sta a noi lettori spingerci al confronto con le nostre idee e le nostre visioni.)

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Trump e le infrastrutture: quale modello di investimento?

Posted by fidest press agency su sabato, 11 marzo 2017

trump (2)Ancora non si conosce il vero orientamento del presidente Trump per i settori dell’economia reale degli Usa. Cancellando le poche regole introdotte a suo tempo dal presidente Obama per contenere le spinte speculative, le sue decisioni riguardanti il mondo bancario e finanziario hanno deluso quanti si aspettavano i cambiamenti promessi in campagna elettorale. Dubbi e perplessità sorgono anche per quanto riguarda il finanziamento del vasto programma infrastrutturale annunciato, che prevede ben 1.000 miliardi di dollari di investimento. Si farà ricorso ad obbligazioni e a fondi pubblici mirati a specifici progetti a beneficio degli utenti, oppure verranno messi in campo dei partenariati pubblico-privati (PPP) in cui si garantiscono maggiori privilegi alla parte privata? Potrebbe sembrare una domanda secondaria ma non lo è per niente.
Se il governo si farà carico dell’intero investimento, lo Stato evidentemente si aspetterà di essere ripagato attraverso una maggiore efficienza dei settori produttivi e dai tributi fiscali derivanti dall’aumento dei redditi e dei consumi. Se si privilegiano i partenariati, gli investitori privati incasseranno le tariffe pagate dai consumatori e, forse, giovandosi anche di una rilevante garanzia pubblica.
In Italia si conosce bene la differenza in quanto negli anni, si è, purtroppo, in gran parte privatizzata la distribuzione dell’acqua, che da bene pubblico è sempre più diventato un servizio gestito da privati. Lo stesso avviene per la gestione delle autostrade che hanno portato ricchi introiti ai privati a fronte di scarsi investimenti e di insufficienti manutenzioni della rete.
Lungi da noi l’intento di criminalizzare il modello dei partenariati. Al contrario, esso può essere uno strumento molto valido se ben utilizzato e ben controllato. Occorre però riconoscere che non è il toccasana alternativo per tutti gli investimenti pubblici.
Negli Stati Uniti si stima che la componente privata degli investimenti nei servizi di interesse pubblico produce su base decennale in media un profitto annuo tra l’8 e il 18%.
Sono soprattutto i fondi di “private equity”, controllati dalle banche, ad operare in questi settori. Molte città americane, come è noto, in passato hanno “delegato” ai privati la gestione di molti servizi pubblici.
In una situazione di tassi di interesse zero, le banche e i fondi finanziari scalpitano per investire nei progetti infrastrutturali e in certi servizi pubblici. Ecco perché il programma di Trump suscita grandi consensi da parte del sistema bancario.
Indubbiamente la materia è complessa e ha notevoli riverberi. E’ noto, per esempio, che ogni investimento pubblico nelle infrastrutture genera un aumento del valore di mercato dei terreni e degli immobili già esistenti nella zona, generando effetti perversi nell’aumento dei prezzi delle case e degli affitti.
Si ricordi che Trump è un immobiliarista che ha accumulato le sue ricchezze in questo settore. Perciò non vorremmo che in futuro gli Usa diventassero un gigantesco fondo di investimento immobiliare.
Comunque speriamo che il presidente americano ci sorprenda positivamente e fughi con le sue scelte le non poche perplessità circolanti sulla natura del suo governo. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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China forecasts fourth year of stable or declining CO2 emissions, as world awaits Trump climate action

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 marzo 2017

Beijing, China is forecasting a significant drop in CO2 emissions of approximately 1%, according to GreenpeacBEIJINGe East Asia’s analysis of China’s National Energy Administration forecasts for 2017. This would be the fourth year in a row of either zero growth or a decline in CO2 emissions.The encouraging news reinforces China’s growing status as a global climate leader, and sends a strong signal to US President Trump that his dirty energy agenda will send the American economy in the wrong direction as the rest of the world moves forward.Statistics released today from the Statistical Communique on Economic and Social Development show that coal consumption in 2016 fell for the third year in a row, by approximately 1.3%. Data released in January shows that China is also smashing records for solar panel installations, installing enough panels to cover three football pitches every single hour of the year. “China is ploughing money into renewables and reining in its addiction to coal. As Trump’s rhetoric leaves the world in doubt over what his plan is to tackle climate change, China is being thrust into a leadership role,” said Li Shuo, Greenpeace Global Policy Advisor. “These trends give some hope that the global peak in emissions might well be within reach, but only if all major emitters break free from fossil fuels and reduce emissions.” Greenpeace USA Executive Director Annie Leonard said:“The United States should be one of the countries leading the world on climate action, doubling down on renewable energy and drastically cutting emissions. Instead, we are a global roadblock, thanks to Trump and his cabinet of billionaires.” “While the Trump administration proposes huge cuts to federal climate-change programs and vows to ‘cancel Paris’, the majority of the people in the United States want action on climate change. Trump would know this basic fact if he listened to anyone but the last fossil fuel executive he dined with at Mar-a-Lago, or if he listened to facts at all. The United States Congress has to listen to what the people want and stop our delusional President from sabotaging global progress on the most urgent issue facing the human species.”
Greenpeace East Asia’s analysis shows that China is virtually certain to overachieve its 2020 climate targets and could be on track to a much earlier CO2 peak if the rapid shift to clean energy and away from over-reliance on polluting industries continues. After almost two decades of relentless growth, China’s CO2 emissions have remained stable since 2013, after leveling off in 2014 and falling for the first time in 2015. [4] 2016 saw another year of zero growth, while 2017 is expected to see a substantial decline in CO2 emissions. This trend has enabled global emissions to stay stable since 2013.Preliminary information indicates that China’s total energy consumption grew 1.4% in 2016, a slight pick-up from 2015 but continuing the dramatic slowdown since 2013. Coal consumption fell by approximately 1.3%, while coal output shrank by a dramatic 9%. Non-fossil energy continued to grow at a rapid 12%, having covered all of China’s electricity demand growth since 2013.

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Trump e l’intelligence

Posted by fidest press agency su domenica, 19 febbraio 2017

trump11Attacco di Trump ai servizi segreti americani: abbiamo chiesto un commento a Mario Caligiuri, direttore del Master in Intelligence presso l’Università della Calabria e autore per Rubbettino di diversi libri sul tema tra i quali, appena pubblicato: “Intelligence e magistratura. Dalla diffidenza reciproca alla collaborazione necessaria”  un libro che tra le altre cose affronta proprio il tema della diffidenza verso i servizi e della loro estrema necessità nel mondo globalizzato.
CALIGIURI: «Il mandato di the Donald è nato sotto il segno dell’intelligence. Infatti, agli esponenti dei servizi segreti si è direttamente rivolto nell’immediatezza della sua elezione, ringraziandoli in modo inconsueto insieme a familiari e collaboratori della campagna elettorale. Adesso è in aperta polemica con loro perché non gli passerebbero le informazioni. Da rilevare che, in particolare negli States il sistema di intelligence, in cui la CIA ha un ruolo preminente, dipende direttamente dal Presidente, che di prima mattina ne incontra il direttore per un briefing quotidiano. Quindi se Trump non può fidarsi della propria Intelligence, che a sua volta lo ritiene inaffidabile, si pone un problema fondamentale, non solo per gli Stati Uniti ma per l’intero blocco occidentale. Riemergono in modo netto le critiche alla CIA avanzate negli anni Sessanta nel primo testo che ha affrontato in modo organico il ruolo dei Servizi nel sistema politico, il celebre “Il governo invisibile” di Wise e Ross, nel quale una delle accuse che veniva rivolta alla CIA era quella di compiere una politica estera tutta sua, che sfuggiva al controllo del Presidente e del Congresso. Pertanto, se un Capo dello Stato, peraltro di una potenza mondiale, non può fare pieno affidamento su uno degli strumenti principali dai quale avere utili indicazioni per orientare la propria politica siamo di fronte a una crisi senza precedenti. Da sempre all’interno dell’intelligence americana convivono molte anime e differenti sensibilità, ma nel XXI secolo, segnato dalla lotta al terrore e alla criminalità oltre che della sorveglianza globale, questo strumento è diventato decisivo. Infatti, chi prima e meglio conosce ha un vantaggio differenziale straordinario. È stato sempre così, dalla notte dei tempo ma oggi in una società liquida dalla comunicazione immediata non si può fare a meno di una efficace intelligence, con tutto quello che questo comporta»

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Con Trump le banche tornano libere di speculare?

Posted by fidest press agency su sabato, 11 febbraio 2017

banche americaneA meno di due settimane dalla sua nomina, con un sorprendente “Executive Order On Core Principles for Regulating the United States Financial System”, il presidente Donald Trump ha cancellato la riforma di Wall Street e del mercato finanziario americano conosciuta come “Dodd-Frank Act”. Le grandi banche “too big to fail” potranno da oggi tornare ad operare come prima delle crisi globale del 2008, senza restrizioni, senza regole e senza controlli più stringenti.
Questa decisione potrebbe avere delle ripercussioni pericolose e devastanti sul fronte economico e finanziario internazionale, soprattutto in Europa. La Dodd-Frank, voluta da Obama dopo il fallimento della Lehman Brothers, avrebbe dovuto mettere dei freni alle operazioni finanziarie più rischiose. Tra le restrizioni previste c’era quella specifica di mantenere le operazioni speculative entro un limite percentuale delle loro attività. Erano previsti inoltre maggiori controlli per le banche con 50 miliardi di dollari di capitale che venivano considerate di “rischio sistemico”. Pur non essendo una legge perfetta essa era stata, anche se parziale, una risposta alla crisi.Come prevedibile, dopo la sua introduzione, il sistema bancario americano ha operato in modo sistematico e continuo per neutralizzarla. Adesso, con un colpo di penna, Trump, che già in passato l’aveva definita “un disastro che ha danneggiato lo spirito imprenditoriale americano”, la abroga! Lo abbiamo scritto qualche settimana fa quando Trump indicò Steve Mnuchin come suo ministro delle Tesoro. Ci sembrò che l’arrivo nell’Amministrazione di ex grandi banchieri avrebbe potuto significare una sicura involuzione a favore dei mercati finanziari.
Mnuchin è stato a capo della Goldman Sachs, una della banche più aggressive nel mondo della finanza. Non solo, nella nuova Amministrazione sono stati imbarcati altri grandi banchieri, tra questi Gary Cohn, ex Goldman Sachs, come direttore del Consiglio economico della Casa Bianca, e Wilbur Ross, ex capo della filiale americana della banca Rothschild, come capo del Dipartimento del Commercio.
La decisione di Trump è arrivata dopo il primo incontro del cosiddetto “Strategic and Policy Forum”, che è il suo gruppo di consiglieri privati, tra i quali Jamie Dimon, capo della JP Morgan e Gary Cohn. Quest’ultimo più volte ha dichiarato che le banche americane continueranno ad avere una posizione dominate nei mercati finanziari internazionali “fintanto che non ci escludiamo noi stessi attraverso un sovraccarico di regole”.
In altre parole si ritorna, purtroppo, al leit motiv secondo cui i mercati si autoregolamentano meglio senza interferenze e direttive del governo.
Al termine dell’incontro Trump ha addirittura dichiarato che “ non c’è persona migliore di Jamie Dimon per parlarmi della Dodd-Frank e delle regole del settore bancario”, mostrando un entusiasmo in verità degno di migliore causa.
Intanto l’ordinanza esecutiva impegna il Segretario del Tesoro, che dovrebbe appunto essere Steve Mnuchin nel caso ottenga l’approvazione del Congresso, a preparare entro 4 mesi un rapporto per una nuova regolamentazione del sistema finanziario. Si è ingenui chiedersi chi saranno i veri beneficiari di tali proposte?
Contemporaneamente è stato firmato un altro memorandum presidenziale soppressivo della regola secondo cui i consulenti devono anteporre l’interesse dei loro clienti a qualsiasi altra considerazione. Secondo Trump va invece rafforzato il principio secondo cui i cittadini devono liberamente fare le loro scelte finanziarie. Non è una cosa da poco. Infatti, in questo modo se un risparmiatore accetta di comprare un titolo ad alto rischio, anche senza capire bene i termini dell’operazione, non potrà in seguito lamentarsi delle eventuali perdite Non è un caso che la stampa finanziaria di Wall Street abbia salutato le citate decisioni come una coraggiosa scelta di ritorno ad una accentuata deregulation. Tali decisioni non possono non suscitare diffuse preoccupazioni in quanti continuano a ritenere che l’economia reale debba essere centrale e tutelata rispetto alle attività speculative. Perciò le dichiarazioni di Trump, circa una nuova legge Glass-Steagall relativa alla separazione delle attività bancarie, suonano false o come delle mere battute elettorali. C’è da sperare che la proposta di legge per reintrodurre la Glass-Steagall, presentata al Congresso da un gruppo bipartisan appena prima dell’emissione dell’ordine esecutivo, venga discussa e approvata. E’ ancora presto per dare un giudizio definitivo sull’Amministrazione Trump, ma questi segnali sicuramente non depongono bene. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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L’impatto di Trump sul futuro degli affari negli Stati Uniti

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 febbraio 2017

trumpLe politiche proposte dal presidente Donald Trump avranno implicazioni significative per diversi settori e per l’intera economia globale. Mentre molte delle politiche proposte sul commercio, l’ambiente e la sanità potrebbero richiedere tempo per essere attuate, la spesa per le infrastrutture e la difesa darà slancio a breve termine all’economia degli Stati Uniti.Se ampiamente distribuito, sostenendo così i progetti sia pubblici che privati, l’aumento della spesa creerà opportunità per aggiornamenti tecnologici sicuri e intelligenti sia nell’ambito delle infrastrutture sia della difesa, spianando la strada alla prossima generazione di servizi legati a viaggi, trasporti, banda larga e utility. Tuttavia, c’è mancanza di chiarezza riguardo ai modi in cui la spesa, insieme ai tagli fiscali, influenzerà la crescita economica a medio termine, specialmente se le riforme commerciali proposte da Trump porteranno alla contrazione economica.
“L’autodeterminazione avrà un ruolo sempre più importante nella cultura americana nei prossimi quattro anni e i cittadini, le aziende, le città e gli stati si adatteranno allo spostamento delle responsabilità dal governo federale”, afferma Jillian Walker, Senior Consultant per il gruppo Visionary Innovation di Frost & Sullivan. “Le decisioni relative al reddito, agli investimenti e ai finanziamenti diventeranno ancora più specifiche, personalizzate e consequenziali, e ci sarà una maggiore necessità di guidare i consumatori.”Ci sarà anche una maggiore attenzione alle tecnologie di automazione nel settore manifatturiero, in cui i produttori troveranno un equilibrio tra il controllo dei costi e l’espansione delle operazioni americane. I settori che trarranno il maggior beneficio dalla deregolamentazione proposta sono l’energia e i servizi finanziari. “In termini di consumatori, prevediamo che i modelli di erogazione connessi per l’istruzione, la sanità e i servizi finanziari guadagneranno terreno, soddisfacendo la maggiore domanda dei consumatori per una più ampia gamma di alternative convenienti, a prezzi accessibili e on-demand”, osserva Walker.Il commercio, in particolare, è avvolto in una nube di incertezza, portando le aziende a rivalutare le proprie catene di approvvigionamento e strategie di investimento a lungo termine. Le aziende si stanno inoltre adattando all’utilizzo di Trump dei social media e attueranno sempre più strategie proattive che enfatizzano il proprio impegno verso l’America.“In termini di politica estera, Trump ha iniziato la sua amministrazione con un atteggiamento molto più amichevole verso la Russia e c’è una forte possibilità che gli Stati Uniti rimuoveranno le sanzioni verso tale paese”, osserva Walker. “Le relazioni degli Stati Uniti con il Messico e la Cina saranno tese nei primi mesi della presidenza Trump. È evidente che il Messico subirà il colpo più duro, poiché i produttori americani stanno già riconsiderando l’espansione degli investimenti di capitale in tale paese.” Complessivamente, il progetto economico di Trump, il suo approccio al commercio e il suo riallineamento alle potenze globali potrebbero stimolare un boom nel breve periodo, ma potrebbero anche portare a una contrazione economica nel medio periodo se gli approcci pianificati non daranno i risultati previsti. (fonte: Frost & Sullivan)

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Trump: commercio, protezionismo e mercati

Posted by fidest press agency su martedì, 7 febbraio 2017

borsaNel bel libro Culture and Inflation in Weimar del professore del Mit Bernd Widding molte pagine sono dedicate al valore simbolico della carriola. L’autore ricorda di quando, da bambino, passeggiava per i boschi con il nonno. Tra i molti aneddoti che l’anziano signore raccontava al nipote, testimonianze dei molti drammi del Novecento, immancabile era la storia di quando, a causa dell’inflazione che raggiunse il suo picco nel 1923, i tedeschi si trovarono costretti ad andare a fare la spesa con carriole piene di banconote.Il fenomeno, conseguenza degli enormi debiti da cui la Germania di Weimar si trovava gravata dopo la Grande Guerra, contribuì a generare discredito nelle istituzioni repubblicane e aprì la strada allo spettro del nazional-socialismo. Questo “trauma” è rimasto così impresso nella memoria di un’intera generazione da essere tramandato a figli e nipoti entrando nel bagaglio di convinzioni che costituisce la cultura popolare del paese. A volte le storie raccontate dai “grandi” durante i pranzi di famiglia hanno molta più efficacia nel forgiare l’orizzonte ideale di un popolo che le testimonianze di giganti della letteratura come Thomas Mann o Hans Fallada.La carriola è diventata un simbolo potente che simboleggia la fatica quotidiana della povertà e la disintegrazione dell’ordine economico che furono il risultato di una gestione sconsiderata della politica monetaria. Questo vale, ovviamente, per tutti i tedeschi, compresi coloro che occupano le posizioni chiave del Governo e della Banca Centrale. Il ricordo della carriola ha contribuito non poco a condizionare le posizioni della Germania rispetto alla gestione dell’inflazione e di conseguenza al valore della moneta. Apparentemente ignaro di ciò, la scorsa settimana Peter Navarro – nominato da Trump alla guida del National Trade Council – ha accusato la Germania di manipolare l’Euro per favorire le sue esportazioni.La nuova amministrazione americana è molto concentrata sul commercio e sulle sue conseguenze per i lavoratori statunitensi. Se le merci provenienti dall’estero sono più economiche di quelle prodotte in patria i posti di lavoro rischiano di migrare nella direzione inversa. Gli Usa attualmente hanno un deficit commerciale rispetto alla Germania: le famiglie americane comprano più prodotti tedeschi di quanto le famiglie tedesche comprino beni americani.Ovviamente il valore delle varie valute ha un peso importantissimo per definire il prezzo delle merci quando si parla di commercio internazionale. Più una valuta è debole più le merci provenienti da quel paese sono economiche. Se guardate oltreoceano, noterete che in questo momento il dollaro è forte per via dell’aspettativa di un incremento della spesa pubblica e di un’economia già molto robusta.
richard-flaxOra si potrebbe argomentare che la Germania stia godendo i benefici di un Euro debole. C’è sicuramente del merito in questa visione, condivisa da molti nostri connazionali. Se la Germania tornasse al marco si troverebbe probabilmente ad avere una moneta fortissima esportando di meno. La politica dell’eurozona ha certamente contribuito, tra molti altri fattori, al surplus commerciale della Germania.
Da qui, però, a sostenere che la Germania stia manipolando la valuta ce ne vuole. Se la Bundesbank potesse decidere da sola le politiche monetaria dell’Eurozona certamente opterebbe per una strada meno espansiva. Ignorare questo fatto vuol dire non conoscere nulla della cultura tedesca e della storia recente della politica monetaria europea.L’Euro è forse svalutato se ci si focalizza solo sulla Germania ma è invece troppo forte quando si considera l’economia di altri paesi dell’area Euro, compresa l’Italia. Gli Usa hanno ancora difficoltà a valutare la politica monetaria europea, che già di per sé si basa su compromessi ed equilibri difficilissimi, nel suo insieme. Immaginate se pretendessimo un dollaro californiano. Che effetto avrebbe sulle esportazioni di quel singolo stato?Nell’attesa che questa nuova disputa commerciale si sbrogli, consiglio a tutti di munirsi di una carriola. Gli investitori invece stiano attenti: la retorica sul commercio e il focus sul deficit da parte di Trump potrebbe portare burrasca sul mercato delle valute, aspettate volatilità. (A cura di Richard Flax, Chief investment Officer di Moneyfarm) (foto: Richard Flax)

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Il “Muslim ban” voluto da Trump: Pericoloso Inutile Iniquo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 febbraio 2017

the-economist-trumpCon questi tre aggettivi potremmo definire il cosiddetto “Muslim ban” voluto dal neopresidente statunitense, ben diverso e ben più radicale, nella forma e nella sostanza, dal bando obamiano nei confronti dei rifugiati iracheni del 2011.
Pericoloso: perché contribuisce ad appannare l’immagine degli USA (e dell’Occidente) e ad alimentare l’odio verso di essi.
Inutile: perché terroristi e sabotatori non arrivano negli USA o in Occidente soltanto per via aerea e non soltanto dai paesi contemplati nel bando.
Iniquo: perché colpisce chiunque abbia un passaporto iraniano, iracheno, libico, somalo, sudanese, siriano e yemenita, come se far parte di queste nazioni fosse, “sic et simpliciter”, una colpa.
Il “Muslim ban” non è, ad ogni modo, l’unica e la sola misura restrittiva e punitiva verso un popolo, in quanto tale. Ad oggi, infatti, ben 16 paesi, quasi tutti a maggioranza musulmana e alcuni dei quali colpiti dal dispositivo di Trump o, paradossalmente, fedeli alleati degli USA, vietano l’ingresso ai cittadini di nazionalità israeliana.
Questi paesi sono: Algeria, Arabia Saudita, Bangladesh, Brunei, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Malasya, Oman, Pakistan, Siria, Sudan, Yemen.
Tuttavia, se il “Muslim ban” ha scatenato (giustamente) la riprovazione collettiva, altrettanto non si potrà dire di questa forma di apartheid, continuo e permanente, contro ebrei ed israeliani, quasi vi fosse una sorta di schizofrenia etica e morale nell’approccio alla questione dei diritti umani e civili.
E’ bene ricordare, ancora, che solo due dei 22 Paesi della Lega Araba riconoscono ufficialmente Israele, Stato libero e democratico, che peraltro fu attaccata militarmente, per la prima volta di un lunghissimo elenco, il giorno dopo la sua dichiarazione di indipendenza. I Paesi che rifiutano di allacciare relazioni ufficiali con Israele sono, in tutto, 36. (fonte: L’Informale.eu di Emanuel Baroz)

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