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I repubblicani ed i vaccini: cambiamento di rotta e il “vaccino Trump”?

Posted by fidest press agency su domenica, 1 agosto 2021

By Domenico Maceri. “Ho fatto tutto il possibile. Posso incoraggiare a fare qualcosa ma non posso costringere nessuno a prendersi cura di se stesso”. Così l’esasperata governatrice dell’Alabama Kay Ivey mentre cercava di spiegare la tragica situazione del suo Stato a causa del Covid-19. Ivey ha continuato dicendo che quelli che rifiutano il vaccino hanno causato “delusione” e meritano la colpa per i numeri sempre crescenti dei casi positivi.Ivey è repubblicana ed è stata lodata dall’ex presidente Donald Trump come uno dei migliori governatori. L’Alabama è ovviamente uno degli stati più “red”, ossia conservatori, che ha sostenuto l’ex presidente. Se Ivey non sa cos’altro fare, l’editorialista Kyle Whitmire dell’Alabama Media Group, ha espresso parecchi suggerimenti in un suo recente scritto che ci chiariscono meglio i colpevoli per la tragica situazione.Solo due mesi fa la legislatura dell’Alabama ha approvato in tempi rapidissimi una legge che non solo proibiva l’uso del green pass ma vietava anche alle università di richiedere il vaccino. La legge ha costretto anche i commercianti ad accettare clienti che si rifiutano di vaccinarsi. Ivey ha firmato la legge. Solo due settimane fa la dottoressa Jeanne Marazzo, specialista in virologia della Università dell’Alabama, aveva avvertito il governo statale del pericolo della variante Delta che avrebbe costretto lo stato a ritornare al lockdown. La risposta di Ivey in un post di Facebook ha ribattuto che l’Alabama è APERTO (maiuscole di Ivey) per il commercio e che lo stato di emergenza e le ordinazioni sanitarie sul Covid-19 erano abolite. Poco tempo dopo il Center for Disease Control di Washington ha annunciato che l’Alabama era all’ultimo posto per il numero di cittadini vaccinati.Ivey si è anche opposta all’uso delle mascherine nelle scuole come raccomandava la American Academy of Pediatrics. La governatrice ha spiegato che gli studenti dovevano andare a scuola senza mascherine. Adesso ha preso una posizione più moderata lasciando ai distretti locali la decisione. Inoltre Ivey ha messo da parte altri incentivi per incoraggiare i cittadini a vaccinarsi. Il risultato? Nel mese di luglio i casi positivi sono esplosi del 505 percento e l’Alabama rimane ultimo per il numero di vaccinati (34 percento vaccinati con due dosi). L’Alabama è uno degli Stati nel sud più colpiti dal Covid-19 in buona parte per la politica di non seguire le direttive degli specialisti, preferendo di rimanere nella linea di Donald Trump, la cui mira è quella di sabotare la politica dell’attuale presidente Joe Biden. I vaccini, i medici, il personale sanitario possono dire quello che vogliono ma la destra non vuole accettare le misure sensate degli esperti per uscire dalla pandemia. Ciò consiste di vaccini di massa per proteggere la popolazione e ridurre lo spazio al virus di spargersi, mutarsi, e causare più vittime.Il recente raduno di Trump in Arizona ci ha fatto vedere che i suoi sostenitori continuano a non usare né mascherine né mantenere il distanziamento sociale, senza curarsi dei contagi. Originata in India, la variante Delta è molto più potente del virus originale ed è responsabile per l’80 percento dei nuovi casi positivi. Sappiamo anche che potrebbe contagiare i vaccinati ma in modo leggero che potrebbero passarla anche ai non vaccinati. Rischiano di più i non vaccinati che secondo le più recenti informazioni rappresentano quasi il 99 percento dei ricoverati all’ospedale. Traduzione: i vaccini non offrono completa protezione ma in caso di contagio non si va a finire all’ospedale.Gli aumenti dei contagi hanno fatto svegliare leggermente altri repubblicani. Ron DeSantis, governatore della Florida, che ha visto aumenti di contagi del 500 percento in due settimane, ha espresso preoccupazione ed ha incoraggiato i suoi concittadini a vaccinarsi. La Florida con il 6 percento della popolazione americana rappresenta il 20 percento dei contagi del Paese.Anche Mitch McConnell, senatore repubblicano del Kentucky e presidente della minoranza del Gop al Senato, ha incoraggiato gli americani a vaccinarsi. Persino la Fox News che è stata giustamente accusata di disinformazione sul Covid-19 sta leggermente cambiando strada. Uno dei conduttori più noti, Sean Hannity, ha recentemente incoraggiato i suoi telespettatori a “vaccinarsi” asserendo che lui crede nella scienza. Troppo poco però fino ad ora come ci spiegano anche i dati secondo cui l’86 per cento degli elettori democratici sono vaccinati comparati al 52 percento dei repubblicani.Questa riluttanza al vaccino è riflessa anche nella Camera dove tutti i parlamentari democratici sono vaccinati mentre la cifra per i repubblicani rimane al 50 percento. Il totale dei vaccinati negli Usa raggiunge fino ad oggi il 60 percento invece del 70%, cifra necessaria per potere raggiungere la cosiddetta immunità di gregge. Negli ultimi giorni il numero di vaccinati ha rilevato un leggero aumento ma non abbastanza per il CDC che ha annunciato di ripristinare l’uso delle mascherine anche per i vaccinati negli spazi all’interno nelle contee di zone rosse o arancione. Un individuo che potrebbe avere un impatto notevole per incoraggiare i riluttanti a vaccinarsi sarebbe proprio Trump. Sarah Huckabee Sanders, la portavoce dell’ex presidente dal 2017 al 2019, e attualmente candidata a governatrice nell’Arkansas, gli ha aperto la strada con un astutissimo editoriale nell’Arkansas Democrat Gazette. Huckabee Sanders incoraggia tutti a proteggersi dal Covid-19 con il “Vaccino Trump” per i grandi contributi dell’ex presidente mediante il programma Warp Speed. La Huckabee Sanders è anche convinta che i vaccini sono efficaci e sicuri poiché il presidente Trump e la sua famiglia si sono vaccinati. Vero. Lo hanno fatto in segreto poco prima di uscire dalla Casa Bianca il 20 gennaio 2021 senza farsi le tipiche foto e pubblicizzarle come fanno tante altre persone famose per incoraggiare gli altri. I vaccini anti-Covid riflettono i nomi delle aziende che li hanno sviluppati e l’idea che Trump si possa prendere il credito non sarebbe impensabile. Potrebbe però giustamente dire che i vaccini sono stati sviluppati durante la sua amministrazione. Comunque sia, l’ex presidente potrebbe incoraggiare i suoi sostenitori a vaccinarsi per il loro bene ma anche per il resto della società. Il narcisista Trump, però, lo farà solo se ci vede un guadagno politico e fino ad adesso vede la sconfitta della pandemia come una sua sconfitta politica. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Lo scontro fra Liz Cheney e Trump sul futuro del Partito Repubblicano

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 maggio 2021

By Domenico Maceri, PhD. L’elezione americana del 2020 è finita da parecchi mesi e Joe Biden, il nuovo presidente, è in carica da più di cento giorni. Nonostante questa realtà i repubblicani continuano a discutere ed agire con tentativi che non intendono ribaltare l’esito ma semplicemente continuare la falsa realtà che il presidente legittimo sia Donald Trump. Si tratta di comportamenti aberranti che spingono il Partito Repubblicano verso il completo rifiuto della realtà condivisa che ci permette di partecipare nella democrazia, senza riguardo di quale partito abbia la meglio nelle diverse contese elettorali. L’ultimo tentativo di nota per confermare questa realtà semplicemente repubblicana ci viene offerto dalla Stato dell’Arizona, vinto da Biden a novembre con un margine di 11mila voti. Nessun candidato democratico presidenziale vinceva nel Copper State dal 1996 e la sconfitta sarà stata difficile da ingoiare per i repubblicani e per Trump. I risultati sono stati certificati e a causa dei ricorsi dell’ex presidente sono stati soggetti a tre riconteggi. Nonostante l’ovvia sconfitta di Trump, un ulteriore riconteggio è già in corso, istigato dai leader repubblicani che controllano il Senato statale. Si tratta di una perdita di tempo che da una parte contribuisce a mantenere l’illusione di Trump e della sua base ma che potrebbe allo stesso tempo essere dannosa per il Partito Repubblicano. Il Grand Old Party (Gop) appare sempre più distante dalla realtà la quale gli fa perdere elettori indipendenti, indispensabili per vincere non solo elezioni future ma anche a contribuire a governare il Paese. L’ex presidente si è dichiarato entusiasta dal nuovo riconteggio dicendo che i leader repubblicani dell’Arizona sono “coraggiosi patrioti americani”. Molto meno entusiasta però il segretario dello Stato dell’Arizona, la democratica Kate Hobbs, responsabile delle procedure elettorali, la quale ha asserito che gli individui incaricati del riconteggio non sanno ciò che stanno facendo. La presidente del Senato dell’Arizona, la repubblicana Karen Farm, ha riconosciuto che il nuovo riconteggio non ribalterà il risultato già certificato, ma servirà a pacificare quegli elettori che continuano a credere alle irregolarità che la falsariga repubblicana credeva e continua a credere. Questa tranquillità sembra improbabile poiché l’azienda che dovrà condurre il riconteggio, Cyber Ninja, è guidata da Doug Logan, il quale aveva twittato teorie di complotti sull’elezione del 2020, che però poi sono stati cancellati nel mese di gennaio. Al momento è difficile prevedere quale risultato emergerà dal riconteggio ma comunque vada non farà altro che continuare a mettere dubbi sull’elezione del 2020 e persino creare incertezze su quelle future. Manca una visione condivisa della realtà come ci dimostra il fatto che il 78 percento dei repubblicani crede che Trump abbia vinto l’elezione. Non tutti i repubblicani credono a questa visione ma i leader dell’establishment del GOP sono divisi sul come affrontare la situazione. Mitch McConnell, senatore del Kentucky e leader della minoranza al Senato, ha preso le distanze da questa visione alternativa. Per le sue asserzioni realiste si è beccato l’ira di Trump il quale non ha seppellito il suo linguaggio di attacchi velenosi e volgari dicendo che McConnell è “un figlio di…..”. Il leader della minoranza repubblicana alla Camera, Kevin McCarthy, rimane nel campo di Trump ma avrà dei dubbi che però ha paura di mettere alla luce. Liz Cheney, la numero 3 alla Camera, però, non ha nessun dubbio sul comportamento di Trump e sulla giusta strada del suo partito. Va ricordato che la Cheney, il cui padre Dick Cheney fu vicepresidente durante l’amministrazione di George W. Bush (2001-09), fu uno dei dieci parlamentari repubblicani alla Camera a votare per l’impeachment di Trump. La Cheney aveva preannunciato il suo voto prima del 6 gennaio, data degli attacchi al Campidoglio e si era beccata anche lei l’ira di Trump dichiarando che quelle come lei “vanno eliminate”. La pressione di metterla da parte nel partito e farle perdere la sua posizione fu forte ma la Cheney è riuscita a mantenere il suo ruolo di numero 3 nella leadership repubblicana alla Camera. Durante una riunione del caucus repubblicano fu infatti confermata dai suoi colleghi ma con un voto segreto (145 sì, 61 no). Se il voto fosse stato pubblico la paura di Trump e i suoi incoraggiamenti di fare sfidare nelle primarie i “ribelli” avrebbe costretto molti parlamentari a votare contro la Cheney. Si pensava però che la Cheney dopotutto avrebbe seguito la stessa strada di McCarthy il quale durante l’insurrezione del 6 gennaio aveva aspramente criticato Trump e poi lo avrebbe “riabbracciato” facendo pace per ampliare le possibilità di riconquistare la maggioranza alla Camera nel 2022. La Cheney invece ha tenuto duro e ha dichiarato categoricamente con parole e fatti che non ha nessuna intenzione di riconciliarsi con l’ex presidente vedendolo fuori dal partito. Tipicamente, quando un candidato presidenziale perde l’elezione scompare lentamente e il partito cerca un altro candidato come leader. Questa sarebbe la scelta di Cheney la quale ha dichiarato l’importanza di “abbandonare il culto della personalità” (vedi Trump) e “ritornare a essere il partito di idee, di sostanza e di una politica conservatrice”. È quello che intende promuovere al ritiro annuale dei parlamentari repubblicani che si terrà a Orlando in Florida, poco lontano dalla residenza di Trump. Il ritiro è sotto la guida di Cheney la quale non ha invitato l’ex presidente a partecipare. Da parte sua Trump ha in programma di nominare un candidato che sfidi la Cheney alle primarie repubblicane nell’elezione del 2022, per bloccarle la rielezione alle urne. L’establishment repubblicano, però, anche quelli come Lindsey Graham, senatore del South Carolina, grande sostenitore di Trump, ha contribuito finanziariamente alla campagna di Cheney, come hanno fatto altri leader del Gop, specialmente la vecchia guardia dei Bush. Le elezioni di midterm sono tradizionalmente sfavorevoli al presidente in carica. Si crede che i repubblicani potrebbero riconquistare la maggioranza alla Camera e probabilmente anche al Senato. Due fattori però potrebbero ribaltare questa previsione. Il primo è la divisione causata dalla falsariga di Trump sulla frode elettorale che potrebbe scoraggiare elettori repubblicani a presentarsi alle urne. Si crede che ciò sia successo in Georgia nel 2020 contribuendo alla vittoria dei due senatori democratici e l’eventuale maggioranza democratica al Senato. Il secondo è l’economia che nell’ultimo trimestre del 2020 durante la presidenza di Trump era scesa del 10 percento ma nel primo trimestre di Biden doveva aumentare del 4,24 percento. Infatti la cifra ha raggiunto il 6,4 percento sorprendendo gli analisti. Lo stimolo di Biden di 1900 mila miliardi, approvato recentemente, ed altri investimenti che l’attuale presidente ha in programma potrebbero mantenere un’ottima economia. Questa situazione spingerebbe gli americani, che spesso votano con la pancia, a confermare la politica dell’attuale presidente e del suo partito, ricompensandoli alle urne. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Da Trump a Biden: goodbye, Afghanistan

Posted by fidest press agency su sabato, 24 aprile 2021

By Domenico Maceri, PhD. Nel 2009, al suo primo anno di vicepresidente, Joe Biden scrisse a mano un memorandum al presidente Barack Obama, nel quale asseriva l’importanza di ritirare le truppe dall’Afghanistan. Quest’idea era maturata da una visita di Biden all’Afghanistan durante la quale capì che si era fatto tutto quel che si poteva in quella parte del mondo. Obama e Biden ebbero ottimi rapporti e il 44esimo presidente considerò il suo vice come partner di fiducia nelle sue decisioni ma nel caso del ritiro delle truppe non seguì il consiglio. Ora, da presidente, Biden compie ciò che si era dovuto fare quando lui era vicepresidente.Biden ha recentemente spiegato che entro l’undici settembre dell’anno in corso, anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle, le truppe americane faranno ritorno a casa. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha chiarito che la guerra in Afghanistan, durata 20 anni, è stata la più lunga nella storia americana. Continuare con la stessa strategia sperando in diversi risultati non è ragionevole. Biden ha reiterato che lui è il quarto presidente americano, due democratici e due repubblicani, che hanno mantenuto truppe in Afghanistan e non intende “passare questa responsabilità” a un quinto presidente. È ora di riportare le truppe a casa, ha concluso Biden. Con l’eliminazione di Osama bin Laden, portata a termine dalle Navy Seals americane nel 2011 in Pakistan dove il leader di Al Qaeda si era rifugiato, gli obiettivi di fermare futuri attacchi agli Stati Uniti sono stati raggiunti. Quindi è tempo di porre fine all’infinita guerra.Va ricordato che la guerra in Afghanistan iniziò subito dopo gli attacchi dell’undici settembre 2011 e mirava a eliminare le basi terroristiche di Al Qaeda che si erano stabilite nell’Afghanistan. Si era poi cercato di stabilire un governo capace di mantenere la pace, impedendo ad altri gruppi terroristici dii stabilirsi nella nazione del Sudest asiatico. Gli obiettivi si erano però ampliati cercando di fare dell’Afghanistan un paese democratico stabile. I successi, però, sono stati limitati: l’Afghanistan rimane un paese poverissimo la cui risorsa principale consiste di narcotici estratti dalla coltivazione dell’oppio. Nonostante le elezioni e il governo eletto dai cittadini i discordi sono continuati fra i diversi gruppi etnici—Pashtun 38%, Tagiki 25%, Hazara e Uzbechi 9%, separati da differenze religiose e linguistiche. Il governo di Kabul non è mai riuscito, anche con l’assistenza militare americana e di alleati, a stabilire il controllo in tutto il paese. In parte ciò si deve al fatto che fuori di Kabul il governo centrale è visto come straniero e quindi non è difficile per i talebani trovare sostenitori che li assistano nella loro lotta per il controllo. Gli interessi geopolitici di paesi vicini come il Pakistan e l’Iran, che continuano a supportare alcuni dei diversi gruppi etnici ci mettono del loro, rendendo difficile al governo centrale di Kabul di mantenere il controllo del paese. I talebani, che rappresentano i Pashtun, il gruppo etnico più grande, riuscirono a governare il Paese fra il 1996 e il 2001 con una politica estremista. Tolsero tutti i diritti ai cittadini imponendo una forma di estremo radicalismo islamico, esibendo grande riluttanza a condividere il potere con gli altri gruppi etnici. Imposero la shari’a (legge islamica) che includeva anche l’amputazione di una o entrambe le mani per i reati di furto e la lapidazione degli adulteri. Il trattamento delle donne fu abominevole.Il governo democratico però non riuscì a unificare il paese e i talebani continuarono a dominare specialmente nelle zone rurali. Si crede che una volta partiti gli americani e i loro alleati il governo centrale di Kabul non potrà resistere e verrà sopraffatto e si farà ritorno al tipo di governo estremista del passato talebano. Ecco perché alcuni hanno auspicato giustamente che le forze americane dovrebbero essere rimpiazzate da truppe delle Nazioni Unite per mantenere la pace e dare più tempo alle diverse etnie di raggiugnere accordi stabilendo compromessi.La decisione di Biden di riportare le truppe a casa era già nota ma prima di annunciarla Biden si è consultato con i vertici delle forze militari americane. Sembrerebbe che i generali fossero contrari ma alla fine il presidente è il commander-in-chief e avranno poca scelta eccetto di metterla in pratica. Ovviamente le reazioni dei leader democratici all’annuncio del ritiro delle truppe sono stata positive specialmente dall’ala sinistra del partito. Da parte repubblicana si è avuta una spaccatura. Mitch McConnell, del Kentucky e leader della minoranza del GOP al Senato, ha classificato il ritiro come un “grave errore”. I senatori Rand Paul (Kentucky) e Ted Cruz (Texas) hanno approvato. Ha approvato anche Mike Pompeo, segretario di Stato durante l’amministrazione di Donald Trump, il quale non potrà fare altro che sorridere poiché pensava di fare ritirare le truppe solo pochi mesi prima nel mese di maggio.Al di là della possibile insicurezza in Afghanistan dopo il ritiro delle truppe americane c’è anche da considerare le migliaia di afgani che hanno lavorato a fianco degli americani come interpreti, autisti, cuochi, ecc. i quali potrebbero divenire bersagli dei talebani considerandoli “traditori”. Il governo americano ha il dovere di offrire loro asilo politico ma di questi giorni Biden, alle prese con i migranti alla frontiera col Messico, sembrerebbe poco propenso a farlo.Il ritiro delle truppe dall’Afghanistan ci conferma l’idea che l’America, nonostante tutte le sue risorse, non può creare nazioni democratiche dove non c’è una tradizione locale per questo tipo di forma di governo. La democrazia è un sistema fragile come ci hanno rivelato gli eventi di insurrezione del 6 gennaio scorso a Washington. Biden lo capisce. Il ritiro delle forze dall’Afghanistan dovrebbe anche condurre a una rivalutazione delle truppe americane sparse per il mondo. Più della metà del bilancio americano va per la difesa e con le necessità di investire nell’interno del Paese sarebbe una buona soluzione di ridurre la corsa alle armi e investire nei bisogni degli americani. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Secondo processo di impeachment a Trump

Posted by fidest press agency su domenica, 14 febbraio 2021

By Domenico Maceri “Dobbiamo assicurare che da Repubblicani siamo il partito della verità”. Così Liz Cheney, parlamentare repubblicana del Wyoming, numero 3 nella leadership del Grand Old Party alla Camera, mentre difendeva il suo voto a favore dell’impeachment di Donald Trump. La Cheney parlava con Chris Wallace della Fox News e ha continuato a chiarire che loro sono il partito di “Lincoln e non di QAnon o degli antisemiti o dei negazionisti dell’olocausto o delle teorie suprematiste e complottiste”.Per il suo voto contro Trump, la Cheney è stata attaccata dai sostenitori dell’ex presidente ed è stata censurata dal Partito Repubblicano del suo Stato. La Cheney, il senatore Ben Sasse del Nebraska, Adam Kinzinger, parlamentare dell’Illinois, 16esimo distretto, e parecchi segretari di Stato si sono fatti guidare dalla verità, che Trump ha attaccato, cercando di sostituirla con una menzogna. Il 45esimo presidente ha fatto del tutto per ribaltare l’esito dell’elezione per la quale è stato assistito da buona parte del suo partito. Per avere incitato i suoi sostenitori agli assalti violenti al Campidoglio il Senato sta conducendo il processo di impeachment. Non si prevede una condanna ma la condotta di Trump non sarebbe stata possibile senza il sostegno di molti repubblicani, i media di destra e anche le piattaforme digitali. L’attuale processo a Trump dunque include implicitamente anche coloro che lo hanno assistito fino a raggiungere i repubblicani al Senato.Il secondo processo di impeachment a Trump sembra poco giustificabile poiché consiste del meccanismo costituzionale per rimuovere un presidente dalla sua carica. Dato che Trump è già fuori dalla Casa Bianca dal 20 gennaio sembrerebbe futile continuare il processo. La Camera però aveva votato per l’impeachment il 13 gennaio (232 a favore e 197 contrari), 7 giorni prima della scadenza del mandato di Trump. Dieci repubblicani, incluso Cheney e Kinzinger, hanno votato per l’impeachment ottenendo un risultato bipartisan. Mitch McConnell, l’allora presidente del Senato, ha deciso di non iniziare il processo fin quando la nuova amministrazione di Joe Biden fosse già iniziata. Questo passo consegnò la patata bollente ma anche il controllo delle procedure del processo alle mani di Chuck Schumer, parlamentare di New York, e nuovo presidente della Camera Alta.I media di destra e le piattaforme digitali usate da Trump hanno in un certo senso accettato implicitamente la loro colpevolezza. Twitter, Facebook ed altri colossi digitali hanno bloccato gli account di Trump, togliendogli strumenti essenziali per le sue disinformazioni che hanno causato l’irruzione alla sede del Campidoglio. Ma anche i media di destra come Fox News e Newsmax hanno cominciato a prendere le distanze da Trump. Ambedue reti televisive sono state denunciate da due aziende di software usate nelle elezioni. Queste aziende rivendicano la correttezza dei loro programmi, confermando la legittimità dell’esito elettorale e reiterando i danni finanziari causati dalle accuse di frode istigate da Trump. Le menzogne sono state diffuse anche da giornalisti di queste reti di destra. Non si tratta di pochi soldi. La cifra dei danni subiti dichiarata nelle denunce raggiunge quattro miliardi di dollari. Le denunce includono non solo le reti televisive ma anche individui privati come Rudy Giuliani e Sydney Powell, ambedue legali di Trump, accusati anche di colpevolezza.La Fox News ha implicitamente riconosciuto le sue responsabilità ed ha licenziato Lou Dobbs, il più noto conduttore della rete di Rupert Murdoch. Nessuna spiegazione è stata offerta per il licenziamento ma si crede che le menzogne di Trump diffuse dai programmi di Dobbs, il più grande adulatore dell’ex presidente, siano state la causa. Nel caso di Newsmax, due dei loro conduttori hanno tagliato l’audio e video di Michael Lindell, amministratore delegato di “My Pillow”, per continuare ad insistere sulla presunta frode elettorale subita da Trump. Per questioni finanziarie invece di etiche queste reti hanno cambiato strada ma altri conduttori continuano a reiterare concetti suprematisti perché, dopotutto, nessuno li minaccia con denunce potenzialmente devastanti.Nel processo a Trump durante il primo impeachment l’anno scorso, Adam Schiff, parlamentare della California e leader dei pubblici ministeri, accusò Trump di “avere tradito la sicurezza nazionale” insistendo che lo avrebbe fatto di nuovo. Schiff aveva giustamente previsto le parole infuocanti e le azioni di Trump ma non poteva immaginare gli eventi violenti del 6 gennaio del 2021 che hanno anche messo in pericolo la vita dei parlamentari e senatori. Cercando di convincere i senatori repubblicani a votare per la condanna, Schiff nel 2020 si complimentò con loro asserendo che sono “persone decenti” mentre Trump “non lo è”.Il processo attualmente in corso offrirà un’opportunità ai senatori repubblicani di dimostrare che sono decenti e votare secondo la loro coscienza invece di calcoli politici, considerando il fatto che Trump rimane ancora popolare con l’elettorato di destra. I senatori hanno in questo processo un ruolo anomalo: sono giurati ma allo stesso testimoni e persino vittime degli assalti. Al processo, per esempio, un filmato presentato dai legali della Camera fa vedere un poliziotto che in effetti salva la vita al senatore Mitt Romney, repubblicano dell’Utah. Salvo colpi di scena, però, pochi senatori repubblicani voteranno per condannare Trump perché riconoscerebbero in un certo senso il loro sbaglio di non averlo condannato l’anno scorso. Trump non avrebbe potuto essere accusato di incitamento all’insurrezione senza la loro complicità. Condannare Trump significherebbe un riconoscimento di colpevolezza per i senatori stessi e la maggior parte di loro non ha nessuna intenzione di ammetterlo.Elizabeth Warren, senatrice liberal del Massachusetts, ha però offerto un’altra ragione importante per incoraggiare i suoi colleghi a condannare Trump: se l’ex presidente non pagherà un prezzo per le sue azioni deplorevoli con l’incitazione alla violenza per ribaltare l’esito elettorale, futuri presidenti saranno liberi di fare altrettanto. Un individuo più abile di Trump potrebbe porre fine alla democrazia americana. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Usa. Che cosa rimane di Trump

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 gennaio 2021

Pozzi avvelenati. Questa è la sensazione che abbiamo nell’ultimo giorno di presidenza americana di Donald Trump. Le elezioni sono truccate, affermava, nonostante
– abbia perso tutti i ricorsi legali, che la Suprema Corte (a maggioranza repubblicana) ha respinto,
– che il suo ministro della Giustizia abbia dichiarato che non ci sono prove di brogli elettorali,
– che i singoli Stati (anche governati dai repubblicani) abbiano validato le elezioni e lo stesso ha fatto la Commissione elettorale federale e il Congresso, cioè la Camera dei rappresentanti e il Senato.
Ha così avvelenato i pozzi, sicchè, la maggior parte dei suoi elettori crede ancora che ci siano stati brogli elettorali.
Ha fomentato le rivolte contro il massimo organo legislativo federale, il Congresso, come riconosce il capo dei senatori repubblicani, Mitch McConnell.
Noi eravamo rimasti al presidente eletto Donald Trump ricevuto alla Casa Bianca dal presidente in carica Barack Obama. Oggi, il presidente in carica, Donald Trump, non partecipa al giuramento del presidente eletto Joe Biden e se ne va, all’alba, in tempo utile per essere trasportato dall’ultimo volo dell’Air Force One. Primo Mastrantoni, segretario Aduc

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U.S.A.: Trump e gli assalti al Campidoglio

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 gennaio 2021

By Domenico Maceri, “Quello che non può fare… è ispirare violenza”. Così Gabriel Sterling, alto funzionario delle elezioni nello Stato della Georgia, il primo dicembre dell’anno scorso in un’accesissima conferenza stampa, dirigendosi direttamente a Donald Trump. Sterling non scoraggiava il presidente uscente di usare vie legali per ribaltare l’elezione ma esprimeva le sue preoccupazioni per il linguaggio che incitava alla violenza che lui subiva in prima persona. Sterling, come altri funzionari di elezioni in parecchi Stati, era soggetto di minacce da sostenitori di Trump perché le sue analisi indicavano che il candidato democratico Joe Biden aveva vinto l’elezione.Il pericolo della violenza annunciato da Sterling si è concretizzato nella recente insurrezione dei sostenitori del presidente uscente il 6 gennaio, il giorno in cui il Congresso si era riunito per contare i voti elettorali e proclamare Joe Biden 46esimo presidente. Lo stesso giorno, però, Trump ha avuto un raduno a poco più di un miglio del Campidoglio, nel corso del quale ha reiterato ciò che andava dicendo da due mesi: l’elezione è stata truccata e gli è stata rubata la vittoria. I suoi sostenitori hanno creduto la menzogna e anche prima che finisse il discorso di Trump hanno cominciato a dirigersi verso il Campidoglio. Le conseguenze sono note: cinque morti, molti feriti, caos al Campidoglio, scene imbarazzanti trasmesse in tutto il mondo che hanno fatto vedere la fragilità della democrazia americana causata da un presidente che non crede alla realtà condivisa ma quella della sua mente. Il pericolo è che milioni di persone lo seguono, incapaci di credere che Trump possa avere torto.Il presidente uscente sa benissimo che il suo linguaggio battagliero conduce alle pressioni violente dei suoi sostenitori. Nella campagna del 2016 disse in un’occasione che anche se lui sparasse qualcuno sulla Fifth Avenue non avrebbe perso consensi poiché i suoi sostenitori lo seguirebbero ciecamente. Aveva ragione. Alcuni sono stati sorpresi dagli eventi del 6 gennaio al Campidoglio ma in realtà era troppo facile prevederli. Il linguaggio di Trump anche dall’inizio della sua campagna elettorale era stato battagliero e senza filtri. Il 45esimo presidente ha usato le parole bellicose per proiettare l’immagine dell’uomo forte che si prende controllo e potere, pretendendo di farlo per il bene degli altri. In realtà lo fa solo per se stesso, incitando i suoi sostenitori a mettere pressione a quelli che gli sbarrano il cammino. Questa pressione spesso sfocia in pericoli all’incolumità dei suoi avversari. Persino il dottor Anthony Fauci, rispettatissimo virologo che ha dissentito molto diplomaticamente con Trump sul Covid-19, è caduto nel mirino di possibili attacchi e deve vivere sotto scorta.Le parole violente sono state il modus operandi di Trump. Attaccare verbalmente i sui avversari, specialmente con tweet velenosi, e facendo perno sui sostenitori per mantenerli in riga. Bisogna combattere, secondo Trump, perché gli altri ci rubano non solo le elezioni ma anche il Paese. Nel suo discorso del raduno il 6 gennaio Trump ha usato la parola “combattere” più di venti volte. Alla fine del discorso il presidente uscente ha incoraggiato i sostenitori a “marciare sulla Pennsylvania Avenue” verso il Campidoglio. Lui sarebbe stato con loro. In realtà si è ritirato alla Casa Bianca ed ha guardato gli assalti alla TV. Un videoclip divenuto virale ci fa vedere la felicità di collaboratori e familiari di Trump mentre guardano il saccheggio del Campidoglio.
Il linguaggio pericoloso di Trump e le sue responsabilità per l’insurrezione al Campidoglio sono stati anche riconosciuti dai colossi dei digitali. Twitter che aveva in precedenza etichettato alcuni dei tweet di Trump come potenzialmente falsi ha deciso di sospendere il suo account per violazione delle regole. Facebook poco dopo ha bloccato l’account di Trump in modo definitivo, seguito da altre piattaforme. Poche ore più tardi Twitter ha chiuso definitivamente l’account di Trump. La app Parler, favorita da gruppi di estrema destra, e apparentemente usata dagli assaltatori al Campidoglio, è stata anche bandita. Alcuni hanno visto abusi contro la libertà di espressione da parte di queste piattaforme. In realtà Trump le aveva già abusate spudoratamente senza subire conseguenze ma gli eventi del 6 gennaio sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso.Per il suo incitamento alla violenza il Congresso ha approvato gli articoli di impeachment con 237 a favore e 197 contrari, ma solo 10 parlamentari repubblicani hanno votato contro Trump. Il Senato dovrebbe aprire il processo per una possibile condanna e Mitch McConnell, presidente della Camera Alta fino al 20 gennaio, ha dato qualche segnale che, a differenza dell’impeachment dell’anno scorso, questa volta potrebbe votare per la condanna.
Trump avrà capito che le sue parole saranno state esagerate ed ha dato qualche segnale di essere contrario alla violenza. Troppo poco. Sembrerebbe che le sue espressioni di contrarietà alla violenza gli siano state suggerite dai suoi collaboratori poiché oltre alle ripercussioni politiche potrebbe anche essere soggetto a denunce penali, specialmente quando fra una manciata di giorni perderà l’immunità da presidente. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Trump e censura online. Le nostre libertà affidate al Gafa?

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 gennaio 2021

“Guardare il dito piuttosto che la Luna”, si usa per dire che, rispetto ad un problema centrale, si tergiversa su aspetti secondari. Ci riferiamo al “bannamento” di Twitter e Facebook agli account dell’ex-presidente Usa Donald Trump in occasione dell’assalto dei suoi sostenitori al Capitolo Hill lo scorso 6 gennaio. Decisione che fa discutere i sostenitori della libertà d’espressione. Queste piattaforme sono private, pongono regole, chi non le rispetta è fuori. La questione finisce qui. Non tergiversiamo sul dito che indica la Luna. Capiamo meglio quest’ultima. Queste piattaforme sono commerciali e non politiche. E’ sono prone al potere del momento che consente loro di esistere. Finché il potere era Trump (che faceva loro non pagare le imposte e apriva guerre commerciali con Paesi che “pretendevano” il contrario a casa loro), non hanno fiatato sulle loro regole e Trump. Quando il potere è passato a Joe Biden, sono diventate prone al nuovo presidente facendo ciò che ritengono gradito al nuovo presidente. Queste piattaforme non svolgono la missione delle proprie costituzioni, fanno business. Sono il GAFA (1), al di sopra delle leggi, grazie anche a Trump. Tergiversando sul dito, non perdiamo di vista la Luna che questo dito indica. Occorre legiferare perché il GAFA non solo paghi tasse come gli altri attori nazionali degli stessi mercati, ma che non siano monopolio e oligopolio. In questo modo forse non dovremo dipendere da loro per informazione e buona parte degli acquisti. Pur ringraziandoli, allo stato dei fatti, per aver al momento evitato il peggio a Washington. Vincenzo Donvito, presidente Aduc

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McConnell e Trump, esperti ostruzionisti: strada in salita per Biden

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 dicembre 2020

By Domenico Maceri “Il Collegio Elettorale si è espresso. Quindi voglio congratularmi con il presidente eletto Joe Biden”. Così Mitch McConnell, senatore repubblicano del Kentucky e leader del Senato, dopo sei settimane dall’esito elettorale che aveva determinato la sconfitta di Donald Trump. McConnell aveva inizialmente riconosciuto pubblicamente tutti i diritti dell’attuale inquilino della Casa Bianca di contestare la votazione. In effetti, aveva dato la sua benedizione a Trump di ostruire secondo i suoi desideri. Questi, come si sa, le ha tentate tutte, da ricorsi legali, politici, minacce, ed ancora non ha ammesso sconfitta anche se non gli rimangono che pochissime carte da giocare. L’ultima e remotissima opportunità potrebbe essere la proclamazione del nuovo presidente da parte della Camera e Senato che avverrà il 6 gennaio. In quell’occasione, come per tradizione, il vice presidente, Mike Pence in questo caso, dovrà formalizzare l’esito elettorale e annunciare che Biden ha vinto ed è il nuovo presidente.McConnell non ha partecipato attivamente all’ostruzione di impedire a Biden di iniziare la transizione e lanciare le preparazioni per il suo governo, che ufficialmente inizia il 20 gennaio. Lo ha fatto però per queste sei settimane passivamente e silenziosamente. Il leader del Senato è un esperto ostruzionista quando i democratici controllano la Casa Bianca. Lo ha fatto per tutti gli otto anni del mandato di Barack Obama ma anche quando i repubblicani erano in minoranza nelle due Camere legislative (2008-10). McConnell riuscì a limitare anche se non completamente l’agenda del presidente. Nei due anni del primo mandato di Obama in cui i democratici ebbero la maggioranza in ambedue le Camere riuscirono a fare approvare uno stimolo per l’economia che versava in condizioni disastrose e approvarono la riforma sulla sanità, la cosiddetta Obamacare. Nonostante gli attacchi politici e legali sferrati dai repubblicani il programma continua tuttora. Con la perdita della maggioranza democratica alla Camera nell’elezione di midterm del 2010 e quella del Senato nel 2012 l’ostruzionismo di McConnell divenne più potente. Va ricordato l’esempio più eclatante. Nel 2016, dopo la morte del giudice della Corte Suprema Antonin Scalia, Obama nominò Merrick Garland come sostituto. McConnell si rifiutò di concedergli le audizioni negandogli la conferma. L’ostruzionismo di McConnell fu così efficace che Obama si trovò con le mani legate, costretto a fare uso di ordini esecutivi per promuovere anche se in maniera limitata la sua agenda. Uno di questi ordini esecutivi più noti ed efficaci fu la protezione dei “dreamers”, i giovani portati dai loro genitori in America senza permesso legale. L’ordine di Obama, il Deferred Action for Childhood Arrivals (Daca), diede autorizzazione legale temporanea a questi giovani, permettendo loro di studiare e lavorare legalmente. Trump, da presidente, revocò l’ordine di Obama ma il sistema giudiziario glielo ha impedito e il programma rimane ancora in vigore.Joe Biden fu vice presidente di Obama per otto anni ed è a piena conoscenza dell’ostruzionismo dei repubblicani. Nel suo caso, però, l’ostruzionismo è iniziato prima della sua inaugurazione con il rifiuto di Trump di accettare l’esito elettorale. Il presidente uscente ha temporeggiato per tre settimane prima di permettere a Emily Murphy, direttrice della General Service Administration, di informare Biden dell’inizio della transizione presidenziale. Biden ha dunque perso tre preziose settimane per l’inizio dell’organizzazione del suo governo perché non aveva accesso a risorse e informazioni necessarie.L’ostruzione di Trump però ha incluso una ottantina di denunce, pressione a governatori e legislature di alcuni Stati, cercando di ribaltare l’esito elettorale, facendo persino uso di minacce poco velate con i suoi velenosi tweet. I sostenitori del presidente uscente hanno creduto alla frode elettorale e non poche sono state le minacce ricevute da leader repubblicani di alcuni Stati. Nel caso della Georgia, Arizona, Michigan e Nevada, i pericoli non sono stati solo diretti ai leader statali ma anche ai dipendenti e semplici funzionari della burocrazia elettorale. Il clima è divenuto così pericoloso che non pochi di questi individui hanno dovuto fare ricorso a scorte di polizia, temendo possibili attacchi fisici e persino letali. Un alto funzionario della Georgia, Gabriel Sterling, è stato costretto a fare una conferenza stampa in cui ha chiesto direttamente a Trump di incoraggiare i suoi sostenitori a calmare le acque. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha ascoltato le parole ed ha continuato ad incoraggiare la lotta per ribaltare i risultati elettorali. La campagna di Trump di ostruire Biden anche prima che inizi il suo mandato sta producendo frutti corrosivi. Il 70 percento degli elettori repubblicani crede che l’elezione di Biden sia illegittima. Il 45esimo presidente ha il grande talento di creare una realtà basata sul nulla. Trump è riuscito a convincere i suoi sostenitori a non credere ai suoi avversari né a quello che dicono i media. La verità per i suoi sostenitori esce solo dalla bocca del loro leader. Considerando le sue menzogne che il Washington Post aveva calcolato a più di 20mila, Trump è anche riuscito a convincere giustamente i suoi avversari a non credere quello che lui dice. In effetti, Trump è riuscito a ferire gravemente la realtà condivisa che permette il funzionamento della democrazia.Biden sa benissimo che il suo compito non sarà facile poiché la sua agenda è già ostruita dal partito avversario. Trump alla fine uscirà dalla Casa Bianca ma continuerà a ostruire la politica dal di fuori del governo. Il ballottaggio in Georgia del 5 gennaio per determinare i due senatori dello Stato potrebbe rivelarsi determinante per stabilire la maggioranza al Senato. In caso di vittoria democratica in ambedue i seggi della Georgia, Biden avrebbe la maggioranza (50 a 50) con il voto decisivo della vicepresidente Kamala Harris. Comunque vada, il fatto che McConnell abbia riconosciuto l’esito elettorale del 3 novembre, andrebbe visto come l’offerta di un ramo di olivo. Biden, conosce bene McConnell e sa benissimo che durante la sua presidenza la strada sarà difficile. L’ostruzionismo gli arriverà non solo da McConnell ma anche da Trump. Ambedue gli sbarreranno la strada dalla parte interna del sistema ma anche dal di fuori. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Trump: I vani tentativi di ribaltare il voto

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 dicembre 2020

By Domenico Maceri, PhD I vani tentativi di Trump di ribaltare l’elezione del 2020: delegittimare Biden e spianare la strada a una rivincita nel 2024? “Non si tratta solo di onorare i voti dei 74 milioni di americani che hanno votato per me ma di assicurarsi che gli americani abbiano fiducia in questa elezione e in quelle del futuro”. Così il presidente americano uscente Donald Trump in un video nel quale continua ad asserire falsamente che ha vinto l’elezione del 2020.Nel suo video Trump non riconosce il basilare principio democratico secondo cui Joe Biden ha prevalso. Tutti i 50 Stati hanno già certificato gli esiti elettorali dando Biden come vincitore. Il candidato democratico ha ricevuto 81 milioni di voti, 7 milioni più di Trump (51% Vs. 46%). Per quanto riguarda l’Electoral College, Biden ha conquistato 306 voti, 36 più del minimo di 270 per la vittoria. Questa è la democrazia ma il presidente uscente la definisce in tal modo solo quando vince lui, incapace di accettare sconfitta, creando instabilità nei principi democratici.Trump aveva già dato segnali della sua incapacità di accettare esiti elettorali negativi. Va ricordato che nell’elezione del 2016 aveva dichiarato di accettare il risultato solo in caso di una sua vittoria. Gli andò bene e la sua avversaria Hillary Clinton il giorno dopo l’elezione riconobbe la sua sconfitta. Trump non è cambiato dunque. O vince lui o la democrazia non funziona. Le sue parole e azioni nelle settimane recenti dopo l’elezione continuano a confermare che lui vive nel suo mondo irreale di vittoria che continua a ripetere ai suoi sostenitori. La democrazia però richiede l’accettazione di una realtà condivisa che Trump ovviamente non possiede.I suoi metodi per rovesciare l’esito elettorale non hanno però avuto efficacia. I suoi tentativi legali di squalificare i voti negli Stati in bilico che gli hanno negato un secondo mandato come in Pennsylvania, Arizona, Georgia, Nevada e Michigan si sono rivelati inutili. Denuncia dopo denuncia Trump è stato sconfitto. L’ultimissimo risultato negativo è stato un rifiuto della Corte Suprema di ribaltare o ritardare l’esito del voto in Pennsylvania. Una semplice comunicazione della Corte Alta emessa solo dopo 34 minuti senza nessuna spiegazione ha sconfitto Trump il quale si sarà sentito tradito dai tre membri della Corte che lui ha nominato. Le altre denunce capitanate da Rudy Giuliani, il suo avvocato personale, adesso positivo al Covid-19, non hanno avuto successo nemmeno. Con ogni probabilità Trump si aspettava questi risultati ed è per questo che il suo rappresentante legale è stato proprio Giuliani, ottimo per fare rumore nella televisione a cavo, ma letteralmente incapace di serie questioni legali. Una lunga lista di avvocati americani ha persino richiesto che la licenza di avvocato di Giuliani venga sospesa per tutte le menzogne che l’ex sindaco di New York sta dicendo per promuovere la realtà alternativa del suo capo.A dare man forte a Giuliani si presenta il procuratore generale del Texas Ken Paxton che ha esposto una denuncia alla Corte Suprema asserendo che gli Stati della Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin hanno danneggiato i texani poiché hanno modificato le loro leggi sull’elezione a causa della pandemia. Una denuncia che ha sbalordito gli analisti legali poiché le leggi elettorali appartengono ai singoli Stati e non al governo federale. Paxton è tipicamente “trumpiano” nelle sue trovate ma anche nei suoi comportamenti poco etici. Attualmente è indagato per frode fiscale ed è anche accusato da alcuni suoi collaboratori di abusi di potere e corruzione. Non sorprenderebbe dunque se Paxton stesse cercando di ingraziarsi Trump sperando in una grazia presidenziale. Non ha funzionato. Anche questa volta la Corte Suprema ha tempestivamente bocciato la richiesta.Trump ha tentato anche di ribaltare l’esito dell’elezione facendo pressione sui leader del suo partito al livello Statale. I grandi elettori che alla fine eleggeranno il presidente formalmente il 14 dicembre vengono nominati dalle leadership statali riflettendo il risultato dell’elezione. In casi di brogli elettorali il governatore e le legislature statali avrebbero il diritto legale di nominare gli elettori secondo il loro giudizio. In Nevada, Pennsylvania e Georgia e Michigan, quattro Stati vinti da Biden alle urne, Trump ha direttamente chiesto che gli esiti elettorali vengano sorvolati. I governatori di questi Stati lo hanno ignorato, aderendo ai principi elettorali. In questo senso si sono comportati non da membri del Partito Repubblicano, come voleva Trump, ma da funzionari governativi, mettendo in pratica le leggi dei loro Stati. Lo hanno fatto perché la costituzione dei loro Stati lo richiede. Andrebbero ammirati specialmente in comparazione ai comportamenti dei legislatori al livello federale che hanno rivelato complicità nelle furbizie del presidente uscente. Con l’eccezione di Mitt Romney, senatore dell’Utah, la stragrande maggioranza dei membri repubblicani della Camera Alta, ha mantenuto il silenzio sull’esito elettorale. Biden ha indicato che parecchi di loro si sono congratulati con la sua vittoria ma solo in privato per paura di adirare l’attuale inquilino alla Casa Bianca. Un sondaggio del Washington Post ha scoperto che solo 27 dei parlamentari repubblicani hanno ammesso che Biden ha vinto l’elezione. Gli altri non hanno voluto esprimersi.I leader repubblicani silenziosi riflettono l’assoluta padronanza di Trump del Grand Old Party. Trump ha perso nel 2020 e nonostante il suo rifiuto di accettare questa realtà ha già suggerito la sua intenzione di ricandidarsi nel 2024. Le sue ultimissime battaglie legali e politiche per ribaltare l’esito elettorale attuale sarebbero in questa luce un tentativo di delegittimare la vittoria di Biden. Allo stesso tempo mirano a mantenere uniti i suoi seguaci. Sta funzionando. I loro contributi finanziari continuano ad arricchire le casse del suo tesoro. Anche se non si dovesse ricandidare nel 2024 Trump rimarrebbe una voce importante nel Partito Repubblicano. Biden è riuscito a togliergli la presidenza. Togliergli la leadership del GOP rimane impossibile.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Trump e i presunti brogli elettorali: subbuglio in Georgia e Senato a rischio per i repubblicani?

Posted by fidest press agency su martedì, 8 dicembre 2020

Domenico Maceri, PhD Nei suoi quattro anni di mandato Donald Trump si è riferito ai media come i nemici del popolo. Adesso però è andato oltre accusando anche Brad Raffensperger, segretario di Stato della Georgia, di essere anche lui nemico del popolo. Il reato di Raffensperger? Il leader politico repubblicano del Peach State ha avuto la “temerità” di certificare i risultati dell’elezione che hanno determinato la sconfitta dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Trump aveva insistito che i brogli elettorali avevano favorito Joe Biden, il quale è stato dichiarato presidente eletto, considerando non solo il voto popolare (più di 80 milioni) ma ovviamente il numero dei grandi elettori (totale 306, 36 più dei 270 richiesti per la vittoria). Trump non ha limitato le sue frecce al segretario di Stato della Georgia, scoccandole anche al governatore Brian Kemp, anche lui repubblicano, per non avere bloccato la certificazione del voto.Kemp e Raffensperger hanno asserito che nonostante la campagna di Trump di mettere in dubbio l’elezione del 2020 per i presunti brogli, il loro Stato ha fatto tutto per bene. Anche con il riconteggio, Biden ha vinto in Georgia con un margine di più di 12mila voti. I tweet velenosi di Trump hanno però causato non pochi grattacapi a Kemp e Raffensperger che hanno ricevuto minacce da alcuni degli 80 milioni di seguaci dell’attuale inquilino della Casa Bianca. I problemi sono stati così preoccupanti che Gabriel Sterling, uno stretto collaboratore di Raffensperger, ha recentemente fatto un’accesissima conferenza stampa nella quale ha accusato direttamente Trump di fomentare la violenza. Sterling ha implorato di smetterla con la questione dei brogli perché potrebbe condurre a esiti tragici. Sterling ha citato l’avvocato Joseph diGenova, noto sostenitore di Trump, il quale avrebbe detto che Chris Krebs, ex direttore di cybersicurezza nazionale, meriterebbe la morte. Il reato di Krebs? La sua asserzione che l’elezione del 2020 è stata condotta in modo professionale senza nessun broglio. Va ricordato che dopo questo annuncio Trump lo ha licenziato come spesso fa con collaboratori che non seguono le sue direttive, vere o false che siano. Proprio adesso veniamo a sapere che anche William Barr, ministro della Giustizia e grande “soldato” di Trump, ha anche lui detto che il suo dipartimento non ha identificato brogli elettorali. Lo licenzierà anche? Nella sua accesa conferenza stampa Sterling ha anche incoraggiato i senatori del Suo stato a intervenire per calmare le acque. Non si è diretto a Mitch McConnell, attuale presidente del Senato, ma ovviamente il monito di Sterling era indirizzato a tutti i leader repubblicani ad abbassare i toni poiché i leader del suo Stato continuano a ricevere minacce. Simili tensioni si sono manifestate verso altri leader repubblicani in Arizona e Nevada che hanno anche loro certificato l’elezione.McConnell, da parte sua, è rimasto quasi silenzioso sull’esito dell’elezione, preoccupato di più per il ballottaggio del 5 gennaio nel Peach State che dovrà determinare non solo i due senatori ma anche quale partito conquisterà la maggioranza nella Camera Alta. Attualmente i repubblicani hanno 50 senatori, i democratici 48, e McConnell ha bisogno di almeno una vittoria repubblicana in Georgia per potere mantenere le redini del Senato. Nel caso in cui ambedui i nuovi senatori della Georgia fossero democratici si avrebbe un pareggio di 50 e 50. Con la vicepresidente eletta Kamala Harris, che avrebbe il voto decisivo, i democratici prenderebbero ovviamente il comando al Senato.La preoccupazione di McConnell sull’elezione del 5 gennaio viene aumentata dalla continua campagna dei brogli elettorali di Trump. Il presidente uscente continua ad asserire che non si può avere fiducia nelle elezioni in Georgia. In effetti, il 45esimo presidente sta indirettamente incoraggiando i suoi sostenitori del Peach State a non presentarsi alle urne il 5 gennaio. A caldeggiare questa tesi due avvocati sostenitori di Trump, Lin Wood e Sidney Powell, hanno fatto un discorso in Georgia incoraggiando i presenti a non presentarsi alle urne e di recarsi a protestare davanti la casa del governatore Kemp. Astenersi dal voto sarebbe disastroso per i due candidati repubblicani David Perdue e Kelly Loeffler i quali sono stati attaccati dai sostenitori di Trump per non avere fatto abbastanza per ribaltare l’elezione della Georgia e favorire il loro leader. I due candidati hanno però seguito le direttive di Trump e hanno chiesto le dimissioni di Raffensperger per presunte malefatte. Nonostante tutto, Trump ha promesso che si recherà in Georgia per fare campagna politica in supporto dei due candidati repubblicani.La campagna di Trump di mettere in dubbio l’elezione del 5 gennaio in un certo senso si rifà alle obiezioni tipiche dei democratici in Georgia. La differenza è che il Peach State ha una lunga storia di “soppressione” al voto, specialmente degli elettori afro-americani. Va ricordato che nell’elezione a governatore del 2018 il segretario di Stato, responsabile dell’elezione, era proprio Kemp, il quale fra l’altro aveva ricevuto l’endorsement di Trump. L’avversaria di Kemp, Stacy Abrams gli ha dato filo da torcere e la sua campagna di incoraggiare gli elettori, soprattutto gli afro-americani, a presentarsi alle urne nel 2020 ha contribuito notevolmente a determinare la vittoria democratica nello Stato. L’importanza dell’esito del ballottaggio del 5 gennaio non va sottovalutata. Ecco perché una montagna di soldi da altri Stati sta entrando nella campagna elettorale. I sondaggi ci dicono che solo il 4 percento degli elettori in Georgia è indeciso, facendoci pensare a esiti elettorali molti vicini, che potrebbero essere determinati da una piccola percentuale dell’elettorato. Al momento sembra che i democratici siano più uniti specialmente perché Trump continua con la sua campagna dei brogli nell’elezione del 2020. Il presidente uscente sembra già dare segnali di prepararsi ad abbandonare la Casa Bianca come ci rivelano i suoi piani di concedere la grazia preventiva ai suoi tre figli adulti Donald Junior, Eric e Ivanka oltre che al genero Jared Kushner e al suo avvocato personale Rudy Giuliani. Secondo il New York Times, Trump sarebbe preoccupato che la nuova amministrazione di Biden potrebbe vendicarsi accanendosi su di loro. Il presidente uscente però avrà anche lui preoccupazioni legali ed ecco perché starebbe considerando di concedersi la grazia, decisione che la costituzione non rende chiara e che probabilmente sarebbe però illegittima. Un presidente che si può concedere la grazia non avrebbe solo immensi poteri ma diverrebbe in effetti un monarca. Si potrebbe concedere la grazia dal primo giorno di mandato e commettere qualunque reato, contraddicendo la costituzione che nessuno è al di sopra della legge. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Trump non ammette sconfitta ma cede a Biden sulla transizione del governo

Posted by fidest press agency su domenica, 29 novembre 2020

By Domenico Maceri, PhD. Laura Ingraham, conduttrice di un programma alla Fox News e grande sostenitrice di Donald Trump, ha recentemente accettato l’idea che Joe Biden sia stato eletto, ammettendo che “bisogna vivere nella realtà”. La realtà era già nota da parecchie settimane ma Ingraham e soprattutto Trump non la volevano accettare. Il presidente uscente, infatti, come ha fatto in tanti altri casi, ha tentato del tutto per ribaltare la realtà obiettiva, fabbricandosi una visione personale di vittoria nell’elezione del 2020. Trump è riuscito a mantenere viva questa sua visione con l’aiuto del suo partito, conducendo il Paese vicino a una crisi costituzionale e allo stesso tempo facendoci vedere la fragilità della democrazia americana. Alla fine però, poco a poco, i legislatori statali e locali repubblicani, molto più che quelli federali, si sono resi conto che la democrazia vale più del loro partito e hanno fatto il loro dovere.Trump da parte sua non ha ancora ammesso la vittoria di Biden ma ha dato il via libera alla transizione, accettando di procedere con le pratiche formali per il trasferimento di fondi federali e le informazioni necessarie alla nuova amministrazione. La sua riluttanza però di accettare la realtà nelle ultime settimane dopo l’elezione ci ha aperto gli occhi al pericolo di un individuo che dava chiari segnali di volersi prendere il potere, mettendo da parte la democrazia che esiste in America da più di tre secoli. Le cifre complete dell’esito elettorale non sono ancora disponibili al 100% ma vi erano già abbastanza dettagli per determinare il vincitore presidenziale.Trump aveva già preparato il terreno per contestare l’esito durante la campagna elettorale asserendo a destra e manca che i voti per corrispondenza avrebbero truccato l’elezione. Si tratta di una grande falsità ma anche di ipocrisia. Trump sa benissimo che il voto per corrispondenza non gli causa problemi come si vede chiaramente dallo Stato dell’Utah che ha una storia abbastanza lunga di condurre le elezioni quasi completamente per corrispondenza. Nessun broglio in Utah per Trump perché, dopotutto, si tratta di uno Stato affidabilmente “red”, ossia che sempre vota per i repubblicani. Nemmeno vi è stata alcuna critica sulla Florida dove molti elettori anziani votano per corrispondenza, e guarda caso, anche quest’anno ha dato la maggioranza dei suoi consensi al presidente uscente.Per Trump i brogli sono avvenuti in quegli Stati che lui ha perso, specialmente il Michigan, la Pennsylvania, la Georgia, il Wisconsin, l’Arizona e il Nevada che gli hanno negato la rielezione. Per cercare di ribaltare gli esiti annunciati dai media e poco a poco degli Stati che hanno certificato i risultati, Trump ha continuato la sua campagna di tweet velenosi in cui ha ripetuto (e continua a ripetere) che alla fine lui vincerà. Questo gli è stato utile per mantenere soddisfatta la sua base ma anche per fare richiesta di contributi per le spese legali che dovrebbero condurre alla vittoria. I suoi sostenitori però forse non avranno notato che il 60% di questi contributi possono essere usati anche per saldare i debiti della campagna elettorale invece di pagare gli avvocati assunti da Trump.Questi avvocati hanno offerto pochissimi successi all’attuale inquilino della Casa Bianca. In caso dopo caso i tentativi legali di Trump hanno fallito in parte per il contenuto fasullo delle denunce ma anche per l’incapacità dei rappresentanti, capitanati da Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e grande sostenitore dell’ex tycoon. Giuliani, però, ha lavorato nell’ambito legale come se si trattasse di un reality per le televisioni via cavo e le sue asserzioni si sono squagliate proprio come è successo alla sua tinta di capelli in un video divenuto virale che ha fatto il giro del mondo. A completare il quadro irreale dei suoi sforzi giudiziari è stato l’ovvio complottismo di Sidney Powell, una dei suoi legali, la quale aveva dichiarato che l’elezione era stata truccata mediante il software usato per contare i voti. Secondo Powell, si tratta di un software di origine venezuelana sotto la guida di Hugo Chavez (morto nel 2013!). Queste asserzioni erano troppo esagerate persino per Trump che l’ha licenziata senza però essere preoccupato del modo in cui l’aveva assunta.Le azioni più pericolose di Trump per ribaltare l’elezione sono state quelle di mettere pressioni sui legislatori statali di dichiarare l’elezione illegale il che permetterebbe agli Stati di scegliere i grandi elettori che eleggono il presidente senza tenere conto del volere dei votanti. In effetti, Trump voleva che si bypassassero i voti dei cittadini per conquistarsi la maggioranza dei voti elettorali. Trump ha avuto successi limitati anche con questa strategia. Il 45esimo presidente si era incontrato alla Casa Bianca con leader repubblicani del Michigan per convincerli a bloccare la certificazione di Biden, vincitore dello Stato. Dopo l’incontro questi sono stati fotografati all’Hotel di Trump di Washington mentre bevevano champagne Dom Perignon, che secondo informazioni, costerebbe 800 dollari a bottiglia. Dei quattro responsabili per la certificazione dell’elezione nel Michigan, vinta da Biden con un margine di 155mila voti, uno dei due repubblicani ha votato con Trump ma l’esito gli è stato sfavorevole.Nel caso della Georgia, vinta da Biden con un margine di quasi 13mila voti confermati dal riconteggio, Trump aveva messo pressioni sul governatore repubblicano Brian Kemp per bloccare la certificazione per presunta frode elettorale. Kemp si è rifiutato nonostante gli aiuti ricevuti da Trump nella sua elezione a governatore due anni fa.Non c’è stata frode elettorale nell’elezione del 2020. Lo ha persino confermato la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, un’agenzia del governo federale, diretta da Chris Krebs, il quale era stato nominato da Trump. L’annuncio di Krebs non ha fatto piacere al presidente uscente e lo ha subito subito licenziato come spesso fa con subordinati che lo contraddicono.Nonostante il fallimento di Trump di ribaltare un’elezione che ha ovviamente perso, il danno fatto alla realtà condivisa e soprattutto alla democrazia americana è grave. Il presidente uscente ha tracciato la strada a futuri politici con simili tendenze autoritarie a seguire il suo esempio. Nel 2020 la democrazia ha vinto ma le azioni di Trump ci hanno rivelato che il sistema politico americano è fragile e un altro leader più abile di lui potrebbe in futuro giungere a esiti molto più pericolosi. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Il peso del voto latino: Trump migliora, ma Biden vince

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 novembre 2020

By Domenico Maceri, PhD. Da anni si parla del voto latino come un gigante addormentato poiché nonostante i numeri crescenti di ispanici la loro partecipazione alle urne rimaneva sempre sotto le aspettative. Juan Gonzalez, condirettore di Democracy Now, ha centrato però il bersaglio rilevando che nell’elezione del 2020 il gigante si è finalmente svegliato. I media, però, continua giustamente Gonzalez, hanno sottolineato di più il fatto che Trump ha vinto lo Stato della Florida a causa del voto latino e i successi del presidente uscente con gli ispanici nella zona del Texas confinante col Messico. I fatti ci dicono però che al di là del voto latino che ha preferito Joe Biden invece di Trump a livello nazionale il loro flusso alle urne è aumentato del 64% in confronto all’elezione del 2016. Il voto degli afro-americani è aumentato anche del 20%, quello degli asiatici-americani del 16% e quello degli elettori bianchi di un po’ più del 5%. In termini di dati precisi, dei 32 milioni di latinos eleggibili, 26 milioni hanno esercitato il loro diritto al voto.Al livello nazionale, come si aspettava, i latinos hanno preferito il candidato democratico (Biden 66%, Trump 32%). L’attuale inquilino della Casa Bianca ha migliorato con i latinos dal 2016 quando ricevette il 28%, cifra simile a quella di Mitt Romney nel 2008, ma notevolmente inferiore a quella ricevuta da George W. Bush (44%) nel 2004. Il voto latino non è però monolitico. Questo gruppo è una costruzione degli analisti per cercare di capire come votano gli elettori le cui radici affondano nella lingua e cultura ispanica. Si tratta di un gruppo variegato per quando riguarda la razza, Paesi di origine, e persino religione, dato che la tradizionale maggioranza cattolica ha perso terreno e gli evangelici hanno aumentato i loro numeri.Esaminando dunque i “successi” di Trump con il voto latino si nota che in Florida, dove il presidente uscente ha vinto, una buona fetta di questo elettorato affonda le radici a Cuba e consiste di ideologia di destra anti-Castro. Questo era da aspettarsi. Inoltre, la crescente immigrazione in Florida di ispanici provenienti da Paesi sudamericani tende a destra perché anche loro sfuggono a regimi autoritari di sinistra. Il successo di Trump con gli elettori ispanici al confine col Messico diventa chiaro in confronto all’elezione del 2016. Nella contea di Hidalgo, per esempio, il candidato Trump nel 2016 ricevette il 27% del voto latino ma nel 2020 è aumentato al 40%. Questo successo va spiegato con l’ideologia sociale conservatrice dei residenti ma anche con il beneficio arrecato all’economia dalla dura politica sull’immigrazione. La costruzione del muro, anche se lungi da essere completa e ovviamente non pagata dal Messico come aveva promesso Trump in campagna elettorale, ha creato posti di lavoro generati dagli sforzi del governo per bloccare l’ingresso di immigrati non autorizzati. Ma ciò che più ha contribuito al “sorriso” di questi elettori ispanici a Trump è stata la costante campagna mediatica, specialmente in Florida, condotta principalmente mediante annunci televisivi. Biden, da parte sua, si è svegliato tardi in Florida e ha speso una cifra inferiore a quella del suo avversario per ingraziarsi con gli elettori latinos del Sunshine State. La forza di Biden con gli elettori ispanici si è vista invece in zone dove la provenienza e le radici affondano nel Messico. Da non dimenticare che Trump iniziò la sua campagna elettorale accusando il Messico di mandare “stupratori e criminali” in America. L’accusa si rifaceva a tutti gli immigrati ma i più colpiti sono stati specificamente quelli provenienti dal Paese confinante al Sud degli Stati Uniti. Gli elettori di origine messicana, specialmente quelli residenti nelle grandi metropoli americane e negli Stati liberal, hanno preferito Biden. In California il presidente eletto ha ricevuto il 77% del voto latino e nello Stato di New York la cifra è vicina (72%). Cifre simili oltre il 70% per Biden si sono viste nelle metropoli come Philadelphia, Milwaukee, ed altre.Il supporto dei latinos si è rivelato critico per Biden in parecchi Stati ma specialmente in Arizona dove il candidato democratico è riuscito a ribaltare l’esito del 2016. In parte ciò si deve al fatto che i latinos in questo Stato sono di origine messicana, motivati anche dalle aspre leggi sull’immigrazione. Inoltre la condotta razzista dello sceriffo Joe Arpaio di alcuni anni fa ha galvanizzato i latinos a votare contro Trump, visto anche lui come fautore di un’ideologia anti-immigratoria ma anche anti-messicana.Il voto latino, importante nell’elezione del 2020, lo diventerà ancor di più nel futuro. Al momento i 60 milioni di latinos rappresentano il 18,3 percento della popolazione statunitense, cifra che secondo alcune proiezioni, diventerà 119 milioni nel 2060, ossia il 28% del totale. In dieci Stati americani gli ispanici includono un milione di residenti. Nonostante alcuni “successi” geografici di Trump con il voto latino la maggioranza degli ispanici rimangono nel campo democratico. Sarebbe però uno sbaglio dare per scontata la fedeltà dei latinos al partito di Biden. In futuro ci sarà molto da fare per continuare a ridurre l’erosione di questi elettori verso il Partito Repubblicano. Il fatto che il “gigante addormentato” si sia svegliato in questa elezione ci farebbe credere che ambedue partiti dovranno sudare sette camicie per il loro consenso. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Da Trump ai fatti di casa nostra

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 novembre 2020

È evidente come la società statunitense sia spaccata a metà, drammaticamente radicalizzata, e per quanto sia possibile, legittimo e per certi versi necessario riversare su Trump molte accuse, fino a quella estrema di aver tenuto un comportamento eversivo, sarebbe stupido non vedere come ci siano ragioni profonde che inducono metà degli americani a rivolgersi a lui e a non fidarsi dei Democratici. La verità è che hanno (ri)votato Trump – il quale, come dice saggiamente D’Alema, non avrebbe perso se non ci fosse stato il Covid – la working class, che deve fare i conti con la disoccupazione, e la parte del ceto medio maggiormente toccata dalla crisi economica, e dunque impoverita e socialmente declassata. E questo nonostante il Covid e i molti errori che il presidente uscente ha commesso su questo fronte. Si tratta di classi sociali cui, viceversa, Biden e i Democratici, sia i liberal che quelli più di sinistra, non hanno saputo parlare, spiegando loro che la globalizzazione è un processo che va sì governato, ma da cui è impossibile sottrarsi.La lezione andrebbe studiata e imparata anche da parte dei nostri politici, di governo e di opposizione, perchè ciò che sta succedendo nel corpo sociale italiano ha tratti non dissimili. Già prima del Covid, si era creata una frattura, quella tra “garantiti” e “non garantiti”, che era andata al di là della storica divisione tra occupati e disoccupati – i cui interessi, peraltro, la sinistra e il sindacato erano riusciti per lungo tempo a comporre e tenere insieme sia socialmente che politicamente – e che però vedeva nel ruolo di soccombenti due categorie sociali, i giovani e le donne, assai poco capaci, chiusa definitivamente la lunga stagione del Sessantotto, di determinare processi sociali e di farsi rappresentare sul piano politico. Ma ora, con la pandemia, quella frattura sta diventando un abisso che separa gli “intangibili” dai “vulnerabili”, due mondi la cui contrapposizione – non leggibile con le vecchie categorie “destra-sinistra” e “fascismo-antifascismo” – non è difficile pronosticare produrrà una crescente, forse esplosiva, conflittualità. I contorni di questi due mondi sono facilmente rilevabili dalle reazioni sideralmente opposte che si manifestano verso le nuove restrizioni imposte dal governo e dagli enti locali in questa maledetta seconda ondata del virus. I primi sono i pensionati, i dipendenti pubblici, una parte dei lavoratori dipendenti delle aziende pubbliche e private (in particolare quelle più grandi e forti), italiani che sentendosi tutelati nel posto di lavoro e nel reddito che ne consegue (tanto o poco che sia) non vedono messa in pericolo la loro condizione socio-economica e dunque concordano sulla nuova stretta e, anzi, preoccupati per la diffusione della pandemia, sarebbero favorevoli ad un nuovo lockdown totale pur sentendosene infastiditi sul piano delle abitudini quotidiane. I secondi, invece, sono i piccoli imprenditori, i professionisti, i commercianti, gli artigiani, gli agricoltori, le partite Iva e i lavoratori autonomi, nonché i dipendenti delle imprese a rischio e i precari. In particolare mi riferisco a tutti coloro che operano nell’ambito dei settori – turismo, commercio, ristorazione, cinema, teatri, eventistica, ecc. – più colpiti dal Covid, prima con il lockdown di primavera, poi dalla diminuzione degli spostamenti e della vita sociale e ora definitivamente ammazzati dal coprifuoco e dal semi-lockdown. Insomma, le vittime dei Dpcm, che se inizialmente avevano fatto prevalere in loro la paura della malattia, hanno via via accresciuto l’insofferenza verso il susseguirsi delle nuove strette e ora non tollererebbero alcun ulteriore giro di vite.Chi era garantito prima del Covid ora lo è anche di più. E chi lo era poco, adesso non lo è per niente. Una antinomia si replica in modo assurdo anche tra coloro che sono rimasti senza reddito, divisi tra chi percepisce la cassaintegrazione e chi invece non ha diritto ad alcun bonus, tra le attività che possono attingere ai cosiddetti “ristori” e altre che ne sono escluse. Per questo i “vulnerabili” ritengono inique le chiusure imposte solo ad alcune categorie, non credono agli aiuti promessi (anche i tempi di erogazione in questo caso fanno la differenza), e temono di veder precipitare il tenore di vita delle loro famiglie. Alcuni sono già scesi in piazza per manifestare (pacificamente) tutta la rabbia accumulata e la preoccupazione per l’immediato futuro, anche se purtroppo sono involontariamente diventati vittime degli agitatori di professione e persino della criminalità organizzata. In tutti i casi non si sentono rappresentati politicamente – per nulla dalle forze di governo, assai poco anche dalle opposizioni (vedi il trattamento riservato Salvini quando ha inutilmente tentato di cavalcare una delle tante manifestazioni di protesta) – e per questo sono potenzialmente massa di manovra i populisti nostrani, quelli già sulla scena ma soprattutto dei nuovi capipopolo che, come i negazionisti, tenteranno di emergere approfittando del malcontento.Probabilmente l’esercito dei garantiti è numericamente più grande di quello dei non tutelati – non fosse altro perchè è salita al 58% (+3% rispetto al 2019) la quota degli italiani che risparmia, tanto che sono cresciuti dell’8% i depositi nei conti correnti, arrivando alla quota record di 1.600 miliardi – ma ciò non toglie che i “vulnerabili” siano molti milioni, e lo iato che ormai li separa dagli altri e spacca la società rischia, da un lato, di produrre crescenti invidie sociali, e in particolare risentimento verso chi percepisce un reddito garantito, e dall’altro di creare sacche di marginalità e disagio, polveriere di proteste sempre più nervose e insofferenti che potrebbero generare tensioni e problemi di ordine pubblico stile anni Settanta. E nel momento in cui in Europa si riaffaccia il terrorismo, il pericolo di una saldatura, seppure involontaria, tra fenomeni sociali e fenomeni eversivi diventa concreto e assai preoccupante. Anch’io, come Massimo Cacciari, ritengo intollerabile che questa crisi la paghi metà della popolazione italiana, indotta a dire che “è meglio rischiare di ammalarsi di Covid che morire sicuramente di fame”, ma al contrario del filosofo polemista non sarei così sicuro che chi vive di Stato e parastato prima o dopo sarà penalizzato, a meno che non si pensi ad un crollo verticale del Paese che coinvolga tutto e tutti. Per il semplice motivo che gli “intangibili” sono politicamente rappresentati e il loro pensiero si riflette in quei maledetti sondaggi unica lettura di chi sta al governo e siede in parlamento, dai quali si evince, nonostante tutto, una maggioranza di italiani favorevoli alle scelte fin qui compiute. Nessuno avrà il coraggio di toccarli. La scelta dei bonus e di ristori – per quanto difettosi nella loro esecuzione pratica – ci dice che andremo sempre di più verso un uso tutelante e calmierante delle risorse che non abbiamo. Ergo “cattivo debito”, secondo la definizione di Draghi. Mentre poco o nulla si farà in termini di investimenti (“debito buono”), cioè le uniche spese che potrebbero raddrizzare la barca rovesciata della nostra economia.Certo, ci sono catastrofi sociali da evitare, ed è per questo che un po’ tutti, anche Draghi, sono favorevoli ad aumentare il debito. Ma un conto è fare deficit per sostenere senza distinzione tutte le attività commerciali, comprese quelle che saranno destinate comunque a chiudere – si pensi solo a quante subiranno le conseguenze della trasformazione dello smart working da fenomeno momentaneo a componente fissa e di largo uso nell’organizzazione del lavoro, cosa (per fortuna) non certo sopprimibile per legge – e altro è investire nel sostenere lo sviluppo dell’industria 4.0 e nella trasformazione digitale del nostro capitalismo, nel modernizzare le infrastrutture obsolete, nel valorizzare la formazione scolastica e universitaria, nelle eccellenze della ricerca. Nel primo caso si tenta – a mio avviso inutilmente, perchè non ci si riuscirà comunque – di mettere una pezza al tessuto socio-economico lacerato nella convinzione, o nella speranza, che finita la pandemia tutti torni come prima (come se il prima non fosse già abbastanza compromesso dal lungo declino che ci accompagna da un quarto di secolo). Nel secondo caso si punta sulla trasformazione, approfittando della crisi pandemica per recuperare il tempo perduto e fare ciò che (colpevolmente) non si è avuto il coraggio di fare fin qui. Guardate, non è solo una questione di diversità di linee di politica economica. No, anche qui passa una linea di demarcazione sociale, tra la parte più vecchia (non necessariamente solo in termini anagrafici) e conservatrice, ma sarebbe meglio dire “anti-innovativa”, del corpo sociale, e quella più dinamica e aperta al cambiamento. L’una grande e politicamente rappresentata, l’altra minoritaria e priva di qualunque rappresentanza. L’una perfettamente assuefatta allo Stato sussidiario e ristoratore, l’altra che vive di mercato e nel mercato.Il combinato disposto tra l’emergere e l’acuirsi di queste due fratture sociali – “intangibili” e “vulnerabili”, “anti-innovativi” e “dinamici” – che s’incrociano e s’intersecano, e il degrado senza precedenti della classe dirigente del Paese e delle sue istituzioni, non solo rende davvero arduo riuscire a reagire contemporaneamente alla pandemia e alla recessione senza che le due cose confliggano, ma ci espone a pericoli di cui oggi, presi come siamo dalle ansie prodotte dal quotidiano conteggio dei contagiati e delle vittime del Covid, non ci rendiamo conto.Speriamo che l’America rinsavisca e l’Europa trovi consapevolezza di sé, e che entrambe, come nel 1945, ci salvino da un destino di lacrime e sangue. (By Enrico Cisnetto direttore Terza repubblica.it)

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Trump perde, Biden eletto

Posted by fidest press agency su domenica, 8 novembre 2020

Trump presidente uscente e i colpi severi alla democrazia: il duro compito del presidente neoeletto Biden. Il 5 novembre, due giorni dopo l’Election Day, la campagna di Donald Trump ha rilasciato un messaggio in cui diceva che “se si contano i voti in ritardo e illegali, gli ruberanno l’elezione”. Il messaggio, scritto in maiuscole come spesso fa l’attuale presidente nei suoi tweet, è falso. Non c’è stata nessuna frode. Trump ha deciso di non usare Twitter in questo caso perché non pochi dei suoi recenti tweet si sono beccati l’etichetta di potenzialmente falso che la piattaforma usa in casi di informazioni sospette o pericolose alla sicurezza pubblica. Non c’è stata frode nell’elezione ma Trump ha persino detto che non può perdere l’elezione a meno che gli venga rubata. Trump ha reiterato lo stesso concetto in una conferenza stampa alla Casa Bianca, ripetendo le stesse menzogne, causando parecchie reti televisive di interrompere e oscurare il suo discorso.Infatti, se c’è qualcuno reo di furti Trump dovrebbe guardare allo specchio per la sua condotta nei quasi quattro anni di presidente. Nella sua campagna elettorale del 2016 l’attuale inquilino usò le parole per attaccare i suoi avversari e chiunque gli avrebbe potuto sbarrare la strada. Una volta eletto si credeva che il candidato Trump sarebbe entrato nel ruolo di presidente, ma come ha detto Barack Obama recentemente, il magnate di New York non ha fatto altro che continuare i suoi comportamenti di candidato senza mai assumersi i compiti di responsabilità. La differenza però è che nei quattro anni ha assestato colpi severi alle istituzioni e ha accentuato le divisioni del Paese.Nel suo primo e unico mandato il 45esimo presidente ha continuato con la sua visione della realtà cercando di imporla al resto degli americani e il mondo. La minoranza degli americani che lo avevano eletto gli hanno perdonato la sua crudeltà, la corruzione, le sue indecenze, i suoi attacchi sferrati alle istituzioni, e soprattutto la sua degradazione delle tradizioni democratiche. Non a caso l’attuale inquilino della Casa Bianca ha dimostrato grande affezione per i leader mondiali autoritari da Vladimir Putin a Kim Jong-Un. Trump ha chiuso non uno ma ambedue gli occhi, avvicinandosi a regimi autoritari come l’Ungheria dove la democrazia è a tutti gli effetti scomparsa e l’Arabia Saudita, il cui regime è stato persino responsabile dell’orribile uccisione di un giornalista. Allo stesso tempo Trump si è allontanato dagli alleati tradizionali nel resto del globo con la sua politica isolazionista di America First, riflettendo l’egoismo personale e trasportandolo a quello nazionale e internazionale.In politica interna Trump si è allontanato dalla decenza comune accettata da tutti i suoi predecessori alla Casa Bianca. I suoi elettori e il Partito Repubblicano gli hanno perdonato il suo linguaggio volgare e i suoi comportamenti non degni di un presidente americano con pochissimi tentativi di imporgli paletti. A livello nazionale ma anche in campo internazionale la tradizionale retorica americana di diritti umani e il rispetto per le vite umane sono stati messi da parte da Trump. L’esempio più ovvio è stata la sua condotta nel gestire la pandemia del Covid-19. Il numero stratosferico di contagi e i decessi in America non lo hanno preoccupato, ripetendo falsamente a destra e manca che stiamo sconfiggendo il virus. Anche le ultimissime notizie ci dicono esattamente il contrario. La mancanza di compassione dell’attuale inquilino alla Casa Bianca si è evidenziata anche al livello internazionale dove la campagna americana di diritti umani è stata gestita da Trump con il completo silenzio.L’attacco più serio di Trump però verte proprio sull’istituzione della democrazia. Fino al momento continua ad insistere sull’idea di frode elettorale senza offrire nessuna prova perché tutti gli analisti ci dicono che non esiste. Al momento di scrivere, tutto ci indica che con i vantaggi in Pennsylvania e Georgia, Biden ha vinto l’elezione. Infatti, le maggiori reti televisive e media hanno annunciato che Biden è il presidente eletto. Trump continua a strillare irregolarità ed ha dato chiare indicazioni che intende fare ricorsi legali, sperando che la Corte Suprema intervenga e lo salvi dalla sconfitta che diviene ad ogni momento più evidente. Da parte sua Biden continua a parlare in modi pacati, tipici di un presidente che cerca di calmare le acque, come preludio al suo difficile compito di unificare il Paese. Un compito che dovrebbe essere facile considerando non solo la sua eventuale vittoria con l’Electoral College ma anche col voto popolare (74 milioni di voti fino al momento che potrebbero raggiungere 78 milioni una volta completati gli spogli di Stati come la California e New York). Anche Trump ha ricevuto 70 milioni di voti, 4 meno dell’eventuale vincitore, ma tuttavia una cifra notevole. Nella sua vita di imprenditore e di politico Trump ha spesso parlato di perdenti e vincitori. Lui ne sa qualcosa. Dopo le sue bancarotte negli anni 90 è riuscito a ritornare a galla. La situazione attuale è più seria. Una sconfitta gli farà perdere l’immunità e lo bollerebbe come perdente. Potrà accettarla o continuerà ancora per vie legali cercando di ribaltare la sconfitta? Il sindaco Jim Kenney, rispondendo ai giornalisti sui commenti di Trump per i presunti brogli elettorali, ha dichiarato che il presidente dovrebbe “smettere di fare il bambino… e riconoscere che ha perso”. Lo farà. Staremo a vedere. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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I bambini separati al confine e l’immigrazione: da Trump a Biden

Posted by fidest press agency su martedì, 3 novembre 2020

“Si tratta di qualcosa che un cristiano non può fare. È la crudeltà nella forma più alta”. Così Papa Francesco sulla separazione delle famiglie in un nuovo documentario di Evgeny Afineevsky presentato recentemente alla Festa del Cinema di Roma. Il Papa era ovviamente a conoscenza della tragica situazione al confine fra il Messico e Stati Uniti ma ignorava probabilmente il caso emerso recentemente di 545 bambini i cui genitori non possono essere rintracciati dal governo americano. Il tema dei bambini separati è anche emerso all’ultimo dibattito fra Donald Trump e il suo avversario democratico Joe Biden.Al dibattito Trump ha capovolto la realtà dicendo che questi 545 bambini sono curati nel migliore dei modi e che sono stati portati in America da “coyotes”, i trafficanti che fanno attraversare il confine ai migranti. Biden ha ribattuto invece che questi bambini sono stati strappati dalle braccia dei genitori a causa della “tolleranza zero”, la draconiana politica anti-migranti dell’amministrazione di Trump. Sotto la guida dell’allora Ministro della giustizia Jeff Sessions nel 2017 la separazione dei bambini dai genitori mirava a stabilire un deterrente ai migranti scoraggiandoli dall’entrare negli Stati Uniti. Questa separazione era stata anche usata in piccolissimi numeri dall’amministrazione di George W. Bush e quella di Barack Obama. Nel caso di Trump, però, è divenuta la strategia principale separando più di 5mila bambini dai loro genitori. Va ricordato inoltre che nel 2017 il 45esimo presidente inviò persino l’esercito americano a contrastare le cosiddette “carovane” di rifugiati dal Centroamerica che sfuggivano alla miseria e violenza dei loro Paesi.Trump ha anche reiterato la sua costruzione del muro al confine che, secondo lui, bloccherebbe i rifugiati di entrare negli Stati Uniti. Papa Francesco nel documentario di Afineevsky la vede diversamente, asserendo che “chi costruisce muri diventa prigioniero delle proprie costruzioni”. Inoltre, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha cercato di scaricare la colpa su Obama e Biden per la costruzione dei centri di detenzione che la sua amministrazione ha usato. Bambini rinchiusi in queste gabbie in lacrime sono stati fotografati e hanno fatto il giro del mondo, sottolineando la crudeltà di cui ha parlato Papa Francesco.Trump ha cercato di giustificare la sua politica anti-immigranti ritornando alla sua idea centrale dei nuovi arrivati come criminali da cui bisogna difendersi. Biden ha invece centrato il bersaglio quando ha ribadito i grandi danni fatti ai bambini dalla separazione, specialmente perché causa loro effetti traumatici. Biden ha anche ribadito il diritto alla richiesta di asilo sancito sia dalla legge americana ma anche da quella internazionale. Il candidato democratico ha poi chiarito il suo piano sull’immigrazione per risolvere la spinosissima questione dei nuovi arrivati ma anche quella di coloro già in America senza documenti legali. Biden, a differenza di Trump, istituirebbe un percorso che condurrebbe alla residenza permanente e eventuale cittadinanza per i “dreamers”, i giovani portati in America dai loro genitori senza documenti legali. Questi giovani sono cresciuti in America e Obama gli aveva offerto residenza legale temporanea mediante il Deferred Action for Childhood Arrivals (DACA) nel 2012. Biden li vede come giovani modello e cita il loro servizio e i contributi al Paese. Trump da presidente ha cercato di eliminarlo ma alla fine la Corte Suprema glielo ha impedito. Biden risolverebbe la questione degli 11 milioni di immigrati non autorizzati mediante un iter che condurrebbe alla loro residenza legale e eventuale cittadinanza. I punti specifici non sono stati elaborati ma Trump lo ha attaccato dicendo che in 8 anni al potere non era riuscito a metterlo in atto.Ciò è vero ma la ragione per questa mancanza cade in realtà nell’intransigenza del Partito Repubblicano. Nel 2013 il Senato aveva approvato una riforma sull’immigrazione che eventualmente si spense alla Camera sotto la guida di John Boehner il quale cedette all’ala destra del suo partito e non sottomise il disegno di legge a un voto. Trump ha dunque ragione che Biden e i democratici non avevano avuto successo nella riforma dell’immigrazione ma dimentica ovviamente le responsabilità dei repubblicani. Biden ha però indicato che nei primi 100 giorni della sua presidenza invierà un disegno di legge alla legislatura per riformare la spinosa questione dell’immigrazione.L’elezione è alle porte e tutti i sondaggi ci dicono che Biden sarà eletto presidente. Biden si troverà nella stessa situazione del 2009 quando lui da vice presidente e Obama da presidente ricevettero un’economia a pezzi da George W. Bush. Il compito di Biden però sarà molto più difficile perché oltre alla pandemia del Covid-19 Biden dovrà anche fare i conti con la ripresa economica, la riforma della sanità, oltre all’immigrazione. Un barlume di speranza gli viene però offerto dal probabile mantenimento di maggioranza del suo partito alla Camera e la probabile conquista di quella al Senato. Con il partito alle redini dei rami esecutivi e legislativi Biden avrà buone prospettive di successo di rimettere l’America sulla strada giusta per correggere lo sbaglio dell’elettorato americano del 2016.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Presidenziali Usa: ecco perché Trump può ancora vincere

Posted by fidest press agency su martedì, 27 ottobre 2020

“Se è vero che i dibattiti in tv sono determinanti per i risultati alle elezioni alla Presidenza degli Stati Uniti, la strategia comunicativa adottata da Donald Trump è decisamente quella vincente”. E’ l’analisi di Massimiliano Cavallo, uno dei maggiori esperti italiani di Public Speaking e autore del libro “Parlare in pubblico senza Paura” edizioni Anteprima, dopo l’ultimo dibattito in tv dei due candidati alla Presidenza degli Stati Uniti. In controtendenza rispetto ai sondaggi, Cavallo è convinto che Trump era riuscito nel primo dibattito a far passare i suoi messaggi chiave più di quanto abbia fatto il suo avversario Biden. “Biden ‘l’addormentato’ è sembrato un pugile in balia dell’avversario e la sua anzianità non è affatto d’aiuto”, dice. “Più incisivo il messaggio alla ‘law and order’ di Trump, sempre molto caro all’elettorato repubblicano, dai tempi di Nixon, che ha ridestato l’attenzione di conservatori, moderati e indecisi, stanchi di vedere le proprie città sotto assedio”, aggiunge Cavallo.In mezzo tra il primo dibattito e quest’ultimo c’è stato il contagio di Trump, che ha impedito di tenere il secondo dibattito, e la sua “rapida” guarigione. “Ciò ha permesso a Trump -dice Cavallo – di ribaltare un momento per lui non favorevole: il racconto non è più quello dei Democratici su come lui ha gestito (male) la pandemia ma su come lui ha sconfitto il virus. ‘E’ stata una benedizione di Dio’, si è spinto a dire, perché gli ha consentito di scoprire un farmaco miracoloso che metterà a disposizione gratuitamente per tutti gli americani. E il protagonista assoluto della campagna elettorale diventa quindi lui e sembra di assistere a un programma tv a cui manca solo il televoto se tenerlo o no dentro la ‘Casa’”. E aggiunge: “Se il primo dibattito ad alcune fette dell’elettorato repubblicano non è piaciuto perché ha trasmesso si forza ma anche arroganza, questo secondo dibattito poteva essergli fatale e Trump ha deciso di cambiare strategia”.Secondo l’esperto, le strategie che i candidati possono utilizzare nei dibattiti tv sono di due tipi: decidere di parlare agli indecisi o puntare al proprio target per mobilitarli e motivarli alla campagna elettorale delle ultime decisive settimane. Ma a prescindere dalla scelta di strategia, nei dibattiti tv la cosa più importante è non sbagliare. “Se è vero che una buona prestazione in tv non sempre permette di aumentare i consensi – dice Cavallo – è altrettanto vero che una gaffe può portare a un crollo verticale da cui è difficile risalire. E nel secondo dibattito Trump si è mantenuto più calmo, anche per la regola del microfono staccato nei primi due minuti in cui parlava l’avversario”. Biden ha evitato scivoloni ma uno può pesare tanto, anche se molti analisti lo hanno messo in secondo piano. “Alle 21.21 Biden – riferisce Cavallo – ha guardato l’orologio per vedere quanto mancasse alla fine. Un gesto, che costò moltissimo a Bush padre nel suo dibattito contro Bill Clinton e Ross Perot. Un gesto che trasmette impazienza e difficoltà a tenere il dibattito”. Secondo l’esperto, a poco potrebbero valere i sondaggi del giorno dopo il dibattito che vedono Trump indietro. “Gaffe e i video di un Biden ‘addormentato’, saranno utilizzati sui social dallo staff di Trump e faranno il giro del web”, dice Cavallo. “Quando Kristen Welker ha concesso l’ultimo minuto per un estratto dei rispettivi possibili discorsi di insediamento alla Casa Bianca, Biden si è mostrato molto presidenziale e ‘il presidente di tutti’. Ma non funziona così – prosegue – nella mente dell’elettore. Trump sa che non deve essere presidenziale, che è il candidato di una parte e che deve vincere. Lui sa come parlare al suo elettorato: ‘Io voglio ridurre le tasse, lui vuole aumentarle, vuole aumentare la regolamentazione. Ci ucciderà, se vincerà ci sarà una depressione senza precedenti, sarà un giorno molto triste per questo paese’”.Cosa accadrà alle urne non è ancora deciso e questi ultimi giorni possono cambiare ancora qualcosa. “I sondaggi nazionali danno Biden notevolmente avanti ma ciò che conta sarà il risultato di quei 5-6 Stati chiave dove il risultato è più in bilico”, conclude Cavallo.

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Lo strapotere della Corte Suprema: arma poco segreta di Trump per la rielezione?

Posted by fidest press agency su martedì, 27 ottobre 2020

Domenico Maceri, PhD. “È un’istituzione pericolosa”. Queste le parole di parole di Samuel Moyn per definire la Corte Suprema americana in un’intervista a Democracy Now. Moyn, docente di giurisprudenza e storia alla Yale University, vede immensi poteri nelle mani di nove giudici, non eletti democraticamente ma nominati da presidenti e confermati dal Senato, a divenire arbitri di tantissime contese politiche. La conferma quasi lampo di Amy Coney Barrett per sostituire Ruth Bader Ginsburg sposterà la Corte Suprema a un orientamento di estrema destra poiché consisterà di 6 giudici nominati da presidenti repubblicani e una minoranza di 3 con tendenze liberal. Moyn però non esclude cambiamenti progressisti per tagliare le ali al potere delle toghe e riportarlo al ramo legislativo che riflette di più la democrazia.Storicamente la Corte Suprema ha confermato tendenze antidemocratiche riflettendo più i desideri del potere di una minoranza invece dei bisogni della maggioranza degli americani e il loro senso di giustizia. Lo strapotere della Corte Suprema in comparazione agli altri poteri che riflettono di più la democrazia, ossia l’esecutivo e il legislativo, è dovuto in parte che i giudici, dopo la conferma del Senato, ottengono impieghi che durano tutta la vita. I legislatori non hanno limiti di mandati, ma devono continuamente essere confermati dagli elettori: ogni due anni per i parlamentari e sette per i senatori. Nel caso del presidente i mandati sono semplicemente due di quattro anni ciascuno, il secondo dei quali soggetto alla rielezione. Inoltre, i giudici possono “clonarsi” andando in pensione quando sanno che un presidente con orientamento analogo nominerà i loro successori.I poteri immensi della Corte Suprema si sono spesso scontrati con il potere esecutivo. Va ricordavo che Thomas Jefferson, il terzo presidente americano (1801-1809), si preoccupò dei suoi nemici che si “rifugiavano” nella roccaforte della Corte Suprema da dove potevano governare senza preoccuparsi dei desideri democratici del popolo. Abraham Lincoln, il 16esimo presidente (1861-1865), ebbe anche lui serie difficoltà con la Corte Suprema e cercò di limitarne i poteri senza però ottenere l’appoggio della legislatura. Franklin Delano Roosevelt, il 32esimo presidente, si scontrò con l’antidemocrazia della Corte Suprema la quale nel 1935 dichiarò illegale il National Recovery Act, una legge che favoriva i lavoratori e i consumatori. Dopo le minacce di Roosevelt di “pack the Court” (imballare la Corte), ossia ampliare il numero nominando giudici a lui favorevoli, altre sue leggi simili furono poi trattate in modo più ragionevole. Ciononostante la Corte Suprema non ha subito molti cambiamenti anche se va ricordato che inizialmente era composta da sei giudici. Durante la Guerra Civile fu ampliata aggiungendone altri 4 per un totale di 10 fino al 1869 quando il numero fu stabilito a 9 che rimane tutt’ora. Cambiamenti sul numero dei giudici e le procedure potrebbero essere messe in atto da un presidente con la collaborazione della legislatura. Con l’orientamento della Corte a destra si prevedono decisioni a breve termine che potrebbero spingere un eventuale presidente Joe Biden e una legislatura del suo stesso partito a fare modifiche progressiste per tagliare le ali alla Corte Suprema. Biden ha infatti dichiarato che se eletto presidente nominerà una commissione bipartisan per studiare le problematiche della Corte Suprema.Ampliare il numero dei giudici contemplato da Roosevelt sarebbe una scelta anche se non controversa la quale potrebbe essere scatenata da potenziali eccessi della Corte Suprema. Questi potrebbero includere l’abrogazione dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Barack Obama, ma anche di Roe V. Wade, la decisione che garantisce alla donna il diritto all’aborto senza eccessive restrizioni governative. Eventi estremisti di tale genere lascerebbero poca scelta a Biden di agire. Il numero si potrebbe aumentare da 9 a 11 per bilanciare la Corte o persino a 13 per ottenere un’ovvia maggioranza liberal. La questione dell’incarico a vita dei giudici potrebbe essere affrontata imponendo limiti simili a quelli dei mandati presidenziali. Altre possibilità includono di riformare le procedure della Corte Suprema che al momento vedono i casi decisi con una semplice maggioranza, spesso 5 a 4, con una maggioranza più amplia. Ciò limiterebbe il compito della Corte Suprema a quei casi approvati dalla legislatura ovviamente esagerati o chiaramente illegali.La Corte Suprema e tutto il sistema giudiziario sono stati usati e continuano ad esserlo dai Repubblicani per mantenere il potere sulle questioni delle procedure legali per l’esercizio del voto. Gli impedimenti al voto sono stati storicamente visibili nel Sud del Paese dopo la Guerra Civile che avrebbe dovuto dare pieni diritti agli afroamericani. Non è avvenuto ma infatti le stesse metodologie e procedure per ostacolare l’esercizio del voto ai gruppi minoritari sono state adottate anche da Stati del nord dominati da legislature repubblicane. Con ciò non si vuole dire che la Corte Suprema sempre decida a favore della destra. Proprio di questi giorni la Corte ha bocciato una richiesta del Partito Repubblicano della Pennsylvania che avrebbe limitato il voto per corrispondenza. La decisione è stata di 4 a 4 il che vuol dire che la decisione della Corte Statale rimane in effetto. Si crede, con buone ragioni, che se Barrett fosse già stata alla Corte, l’esito sarebbe stato diverso.La conferma lampo di Barrett che avverrà proprio di questi giorni aggiungerà un altro giudice conservatore che potrebbe rivelarsi decisivo all’esito finale dell’elezione già in corso. Trump sta facendo di tutto per delegittimare la votazione per creare un risultato elettorale incerto e confuso che potrebbe essere consegnato alla porte della Corte Suprema. È già avvenuto nel 2000 quando la Corte Suprema mise fine al conteggio dei voti in Florida e in effetti consegnò le chiavi della Casa Bianca a George W. Bush. Al momento, questa strada sembra essere l’unico sbocco per Trump, considerando la quasi unanimità dei sondaggi che danno il suo avversario come vincitore. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Il disamore di Trump per le forze armate

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 settembre 2020

By Domenico Maceri. Andrew Napolitano, ex giudice della Corte Superiore del New Jersey, attuale commentatore alla Fox News, è amico di Donald Trump da molti anni. Napolitano si considera “fedele” al 45esimo presidente ma in primo luogo professa la sua fedeltà alla “verità”. In un recente editoriale l’ex giudice ha dichiarato che le accuse a Trump di avere definito i militari americani “perdenti” e “sfigati” sono probabilmente vere. Le informazioni sono venute a galla recentemente in un articolo pubblicato dal rispettabilissimo mensile americano Atlantic. L’autore, Jeffrey Goldberg, che è anche direttore della rivista, cita 4 fonti anonime vicine a Trump, secondo cui il 45esimo presidente si era rifiutato di visitare un cimitero in Francia nel 2018 perché considerava i soldati morti “perdenti e sfigati” e anche perché aveva paura che la pioggia gli scompigliasse i capelli.Trump ha categoricamente negato le accuse reiterando il suo rispetto per le forze armate e il bilancio da lui approvato che favorisce il Dipartimento di Difesa. Pochi però si sono uniti al coro di Trump. Alcuni membri della Casa Bianca hanno cercato di smentire le asserzioni di Goldberg incluso la first lady Melania. Silenzio però da leader delle forze armate passate o presenti per aiutare il presidente dall’ennesima accusa di mancanza di rispetto per diversi gruppi, tipici dell’attuale inquilino della Casa Bianca.Le fonti anonime citate da Goldberg avranno fatto scalpore con i sostenitori di Trump, etichettando le informazioni come fake news. Infatti, le fonti non sono affatto anonime per l’autore. Va ricordato che giornalisti di una certa reputazione usano questo tipo di fonti per scavare ed arrivare alla verità come ci hanno confermato le indagini di Carl Bernstein e Bob Woodward nello scandalo di Watergate. Le informazioni di Goldberg sono state però anche confermate da altri giornalisti dell’Associated Press e la CNN. Persino Jennifer Griffin, rispettata cronista della Fox News, rete molto amica di Trump, ha confermato quanto riportato da Goldberg.Ma a confermare ancor di più che Trump ha infatti detto quanto riportato da Goldberg ci viene rivelato dalle dichiarazioni pubbliche del 45esimo presidente sia da candidato che da quando è entrato nella Casa Bianca. A cominciare dal fatto che Trump era riuscito ad evitare di andare in Vietnam per un presunto problema ai piedi. Trump disse al suo ex avvocato Michael Cohen durante la campagna elettorale del 2016 di non rispondere in maniera specifica alle domande dei giornalisti per le loro richieste di certificati medici, confidandogli che non era andato in Vietnam perché non era “stupido”. Solo i fessi, secondo lui, ci andavano. Trump ha reiterato questo concetto dei soldati come “perdenti” nel 2017 al cimitero militare di Arlington a Washington. Osservando la tomba del figlio di John Kelly, l’allora capo del suo gabinetto, Trump gli espresse la sua perplessità sul perché questi soldati si erano offerti di volontari, non riuscendo a capire “chi gliel’aveva fatto fare”. Poi durante una discussione sulla partecipazione di soldati feriti e amputati in una parata militare, Trump aveva detto di non farli sfilare perché “nessuno li vuole vedere”. Nel recente libro di Mary Trump, nipote del presidente, si legge anche che Trump e l’allora moglie Ivana avevano minacciato di diseredare il figlio Donald nel caso in cui continuasse ad insistere ad arruolarsi come volontario nelle forze armate.Trump spesso cita il suo amore per le forze armate ricordando gli aumenti al bilancio ma i suoi rapporti con individui legati all’esercito sono stati tutt’altro che confortevoli. Va ricordato che nella campagna elettorale il candidato Trump aveva detto di non capire perché John McCain era considerato un eroe. L’attuale presidente aveva dichiarato che lui preferisce quelli che non si sono fatti catturare. Trump sorvolò sul fatto che McCain, dopo la sua cattura, rimase nella prigione dei Viet Cong per molti anni, rifiutandosi di usare la fama della sua famiglia per ritornare a casa anticipatamente. Per la sua decisione ammirevole, McCain fu torturato dai Viet Cong. Trump sembra non riconoscere questa parte. Per lui tutto semplice. I vincitori non si fanno catturare.Il linguaggio spesso poco cortese e frequentemente troppo semplicistico di Trump si interpreta facilmente come inaccettabile dal presidente del Paese più potente al mondo. Non è raro che il 45esimo presidente interpreti la sua visione di governare come se si trattasse della sua azienda. Riferendosi ai generali, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha non poche volte usato il possessivo “miei” come se i vertici delle forze armate fossero una delle sue proprietà. Trump ha inoltre dichiarato che preferisce i soldati semplici invece dei generali perché questi ultimi “vogliono sempre fare guerre”. Uno di loro però, Mike Mullen, ex capo del Joint Chief of Staff, ossia tutte le forze armate, ha dichiarato che i commenti di Trump riportati nell’articolo dell’Atlantic gli hanno fatto venire “la nausea”.I membri delle forze armate sono in grande misura conservatori e storicamente hanno dimostrato preferenze per candidati presidenziali repubblicani. Nell’elezione del 2012, per esempio, il candidato repubblicano Mitt Romney era favorito dal 65 percento dei membri delle forze armate, secondo un sondaggio della rivista Military History Monthly. Nel 2016 anche Trump era favorito dalle forze armate con un margine di 20 punti su Hillary Clinton. Un recentissimo sondaggio della citata rivista, però, ci informa che Joe Biden riceve il 41 percento dei consensi, quattro punti più di Trump (37 percento). Un altro sondaggio ci dice che nel 2018, il 59 percento degli ufficiali aveva una visione positiva di Trump. Adesso le cose sono cambiate. Il 59 percento vede Trump in termini negativi. Un presagio dell’esito alle elezioni presidenziali del 3 novembre? Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Trump, padrone assoluto del Partito Repubblicano

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2020

La piattaforma approvata alla Convention 2020 del Partito Repubblicano consiste di una risoluzione che rinnova ciò che i delegati hanno approvato nel 2016. Include un aggiornamento che il Partito “continuerà ad appoggiare in modo entusiastico l’agenda di America First” del presidente Donald Trump. L’agenda di Trump rimane un mistero nonostante le interviste concesse alla Fox News nelle quali il 45esimo presidente è rimasto evasivo su ciò che intende fare se gli americani gli rinnoveranno il mandato fra una sessantina di giorni. In effetti, il Partito Repubblicano non solo si è inchinato al suo leader ma ha deciso che Trump non è solo il capo ma anche il padrone assoluto.Gli interventi alla recente convention ci confermano che Trump si è piazzato al centro delle attività mettendo da parte gli altri luminari del Partito che di solito sono invitati a fare le loro presentazioni. Una buonissima parte dei partecipanti alla convention sono stati membri della famiglia di Trump con pochissimi individui che ci ricordano la storia del partito. A differenze della convention del Partito Democratico dove ex presidenti ed altri luminari sono intervenuti, in quella di Trump le dinastie dei leader repubblicani sono state assenti. George W. Bush, 43esimo presidente e altri membri della sua famiglia attivi in politica come il fratello Jeb, hanno saltato la convention. Gli ex portabandiera come Mitt Romney, candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 e i rappresentanti della famiglia di John McCain, portabandiera nel 2008, hanno anche loro ignorato la convention. In effetti, i VIP del Partito Repubblicano dal 1980 al 2016 sono scomparsi. Gli unici luminari sono stati Kevin McCarthy, attuale leader della minoranza alla Camera, e Mitch McConnell, attuale presidente del Senato. In ambedue i casi gli sono stati accordati 6 minuti per parlare. In sintesi, la convention repubblicana è stata non solo senza piattaforma, eccetto quella nella mente di Trump, ma anche uno spettacolo in cui lui stesso o i membri della sua famiglia hanno agito da protagonisti.Si tratta di uno spettacolo in cui Trump non è solamente la super star ma tutti gli altri attori sono piazzati in un ruolo di ovvio supporto. Quelli che non possono abbracciare questa ideologia vengono messi da parte. I luminari del Partito dunque sono scomparsi oppure si ribellano anche se in modo poco stridente. Alcuni però lo hanno fatto prendendo chiare distanze da Trump. John Kasich, ex governatore dell’Ohio e candidato di un certo successo alla nomination del Partito Repubblicano nel 2016, eventualmente sconfitto da Trump, è intervenuto alla convention democratica. Kasich ha suonato l’allarme contro il 45esimo presidente, lodando Joe Biden, il portabandiera democratico. Christine Todd, ex governatrice del New Jersey e Cindy McCain, vedova del senatore John McCain, hanno anche loro dato il loro endorsement a Biden. Altri luminari repubblicani come George W. Bush, presidente 2000-2008 e Mitt Romney, portabandiera del Partito Repubblicano nell’elezione del 2012, non hanno offerto pubblicamente l’endorsement a Biden ma la loro assenza dalla convention repubblicana non è passata inosservata.Alcuni analisti hanno affermato che sotto molti aspetti Trump non è veramente repubblicano facendo notare i principi tradizionali del partito. Questi includono un programma che fonde un conservatorismo sociale sposato con tendenze economiche liberiste e una politica estera basata su una linea dura. L’attuale inquilino della Casa Bianca riflette questi princípi pallidamente avendoli rimpiazzati con una politica principalmente riflettente i suoi sentimenti del momento. La mancanza di piattaforma alla convention ce lo conferma poiché gli offre anche mano libera per operare come lui crede.Nell’elezione del 2016 Trump fu eletto in parte perché non era un candidato dell’establishment repubblicano né di quello dell’ambiente di Washington, promettendo di asciugare il pantano. In realtà, dopo l’elezione, una buona parte dei suoi collaboratori erano individui che conoscevano il governo federale. Avrebbero dovuto fargli da guida, considerando la sua inesperienza politica. Poco a poco però Trump ha cacciato la stragrande maggioranza di questi professionisti della politica rimpiazzandoli con individui a lui grati, spesso provenienti dalla Fox News. I messaggi per potenziali collaboratori divennero chiarissimi: fedeltà al presidente o in caso contrario poche possibilità di permanenza. Alla convention si è avuta la conferma di questa sua politica, eliminando le regole tipiche come la piattaforma del Partito che storicamente non lega le mani dell’eventuale presidente ma serve più come ideologia simbolica del partito. Trump non ne ha bisogno. L’ideologia risiede nella sua mente.In effetti, Trump ha cancellato il partito creando il proprio sistema senza preoccuparsi degli altri candidati repubblicani i quali sono condannati al destino del loro capo. La piattaforma e la convention sono tipicamente anche una campagna per i candidati a governatori, senatori, sindaci e tante altre cariche. Trump ha alla fine creato un clima in cui l’elezione si sta convertendo in un referendum su lui stesso. Al momento questa situazione sembra favorire Biden, il quale, anche se poco entusiasmante, è visto dalla maggioranza degli americani come l’alternativa a un individuo con tendenze narcisistiche e autoritarie. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Trump presidente “law and order” e le aspirazioni autoritarie

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 settembre 2020

“Se davvero li volete fare impazzire, dite altri 12 anni”. Così Donald Trump rispondeva ai suoi sostenitori che urlavano “altri quattro anni” in un suo recente comizio, inneggiando a un secondo mandato. La costituzione americana, come si sa, parla chiaro sul numero di mandati del presidente. Il ventiduesimo emendamento, approvato nel 1947 e ratificato nel 1951, limita i mandati presidenziali a due, per un totale di otto anni. I dodici anni di Trump dunque sembrano una barzelletta ma l’attuale inquilino della Casa Bianca non scherza mai. Ce lo ha confermato il suo ex avvocato Michael Cohen in una recente intervista alla Msnbc dove ha detto che Trump non possiede nessun senso dell’umorismo.I comportamenti e la politica di Trump ci confermano che il 45esimo presidente possiede qualità che spesso infrangono non solo le tradizioni democratiche ma anche le leggi americane e lo avvicinano a leader autocratici per cui spesso dimostra ammirazione. Vladimir Putin e Kim Jong-un vengono subito alla mente come leader che fanno il bello e brutto tempo nei loro Paesi i quali ricevono l’ammirazione di Trump. Proprio recentemente l’attuale inquilino della Casa Bianca ha violato la legge Hatch che proibisce agli impiegati federali di fare campagna politica durante le loro ore lavorative ma vieta altresì l’uso delle proprietà pubbliche pagate dai contribuenti. Trump, come si è visto, ha accettato la nomination del Partito Repubblicano proprio da uno dei prati della Casa Bianca. Un atto illegale ma anche storico poiché non si era mai visto prima. Commentando la violazione, però, Mick Mulvaney, capo di gabinetto di Trump, si è burlato della legge dicendo che non interessa a nessuno.Le regole non si applicano a un presidente con tendenze autoritarie specialmente perché gli unici capaci di giudicare le azioni del presidente americano sono la Camera e il Senato. Va ricordato che la Camera, dominata dai democratici, ha votato per il suo impeachment per la questione dell’Ucrainagate ma poi il Senato, dominato dai repubblicani, lo ha assolto. Le leggi vengono sorvolate e proprio questa settimana veniamo a sapere che il Ministero di Giustizia si assumerà l’incarico di difendere Trump dall’accusa di strupo avanzata da E. Jean Carroll. William Barr si riconferma sempre più Ministro di Giustizia personale di Trump e non del Paese.L’infrazione delle leggi riflette una politica autoritaria tipica di Paesi con leader spesso ammirati da Trump come la Russia e la Corea del Nord. Il 45esimo presidente ambisce a imitarli come ci rivela anche la sua politica per caldeggiare il caos e autoproclamarsi difensore della patria. Le manifestazioni razziali degli ultimi mesi che continuano in parecchie città americane gli hanno offerto la scusa. Trump si è proclamato il presidente “law and order” nonostante il fatto che è proprio lui a infrangere la legge. La stragrande maggioranza dei manifestanti sono stati pacifici ma una piccolissima minoranza ha causato danni, attirando l’attenzione di Trump. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha descritto queste situazioni come caos al quale lui porrà fine. Si tratta, secondo lui, di città ripiene di immigrati, illegalità, infestate da criminali, che vanno fermati. Secondo lui, i sindaci democratici che controllano queste metropoli non riescono a risolvere la situazione. Dunque se ne incaricherà lui con forze federali. Quando poi avvengono scontri fra manifestanti di destra e di sinistra Trump si schiera ovviamente con i suoi sostenitori anche quando questi vengono accusati di omicidi. In Wisconsin, per esempio, un diciassettenne, armato fino ai denti con mitra ottenuto illegalmente, ha ucciso due manifestanti senza ricevere nessuna condanna da Trump. Quando poi alcuni manifestanti rompono finestre o fanno qualche altra attività illegale l’attenzione di Trump si fa viva.Alimentando la paura dei pericoli delle città Trump si dichiara il difensore delle donne nei sobborghi, asserendo che non permetterà questo caos di spargersi nei luoghi sicuri della società. Cercare di capire le ragioni per le manifestazioni pacifiche non aiuta la politica autoritaria di Trump e quindi non gli interessa. Lo scontro, per i leader autoritari, è indispensabile. Alla convention del Partito Repubblicano Trump è stato persino descritto come il difensore della civiltà occidentale per la sua campagna politica volta a mantenere o cercare di ritornare all’America degli anni 50. In questo sforzo il 45esimo presidente ha persino preso la parte di difensore delle statue dei confederati che non solo persero la guerra ma ma tradirono la nazione con i loro sforzi di separarsi dall’Unione.Se Trump parla dunque di tradizione e legalità si riferisce a una visione non condivisa. L’attuale inquilino della Casa Bianca promuove l’illegalità. Dopo avere condotto una campagna contro il voto per corrispondenza perché secondo lui facilita la frode elettorale, Trump ha persino incoraggiato un gruppo di sostenitori a votare due volte, una per corrispondenza e l’altra in presenza. Così facendo dimostrerebbe la sua tesi. Il problema è ovviamente che un presidente che si autoclassifica paladino della legge e dell’ordine non dovrebbe incentivare le infrazioni. Votare due volte, però, non è solo difficile ma anche pericoloso perché quei pochissimi che cercano di farlo di solito vengono beccati e sono soggetti a ingenti multe come pure la buona possibilità di andare a finire in carcere per parecchi anni.Trump sa benissimo che i sondaggi lo danno perdente e quindi si sta preparando con le sue attività a un possibile caos elettorale in cui il conteggio dei voti prenderà molto tempo per il fatto del notevole incremento di voto per corrispondenza a causa del Covid-19. Il 45esimo presidente ha caldeggiato il caos dichiarando che non è sicuro che accetterà un risultato negativo affermando in non poche situazioni che solo un’elezione truccata potrà risultare in una sua sconfitta. In caso di tale esito non si sa esattamente che cosa succederebbe. Alcuni, come il professore Jason Stanley della Yale University, vedono chiari paralleli fra Trump e le situazioni europee che condussero al fascismo e al nazismo. Stanley ha pochi dubbi che il 45esimo presidente approfitterebbe di un caos elettorale per cercare di prendersi pieni poteri copiando leader autoritari di altri Paesi. Cohen, l’ex avvocato, prende seriamente l’idea di Trump sui mandati che durino 12 anni. Altri però sperano in una vittoria schiacciante di Joe Biden che non lascerebbe spazio a un’interpretazione pericolosa di Trump.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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