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Pelosi rallenta l’impeachment: guai per McConnell e Trump?

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 gennaio 2020

By Domenico Maceri. “Non c’è nessuna possibilità che il presidente sarà rimosso dalla sua carica”. Queste le parole di Mitch McConnell, senatore del Kentucky e presidente della Camera Alta. McConnell si riferiva agli articoli di impeachment approvati dalla Camera che alla fine sono stati consegnati al Senato come richiede la Costituzione.Non è la prima volta che McConnell esprime una simile posizione esplicitamente di parte. In precedenza aveva addirittura dichiarato che stava preparando il processo con la “piena coordinazione” dei legali della Casa Bianca. McConnell, da senatore e adesso giurato nel processo, ha già deciso che il presidente Donald Trump è innocente e per questo stava programmando un processo sbrigativo per mettere la spinosissima questione da parte.Avendo sentito le dichiarazioni di McConnell, Nancy Pelosi, speaker della Camera, si era rifiutata inizialmente di mandare immediatamente gli articoli di abuso di ufficio e ostruzione approvati dalla Camera. Si credeva che la speaker avesse deciso di non mandare gli articoli al Senato per togliere a Trump la possibilità di assoluzione, mantenendo la macchia dell’impeachment sulle spalle del 45esimo presidente. Alla fine, però, sotto pressione di senatori democratici, la Pelosi ha ceduto e ha mandato gli articoli al Senato, includendo, come si richiede, i cosiddetti “manager” dell’impeachment, ossia gli avvocati che presenteranno il caso al Senato. Come si prevedeva, il ruolo di leadership in questo processo per la Camera sarà coperto da Adam Schiff, parlamentare della California, e Jeff Nadler, parlamentare di New York, presidenti rispettivamente della Commissione Intelligence e Giudiziaria. Altri cinque parlamentari democratici li assisteranno. Dall’altro lato per la difesa di Trump ci saranno Pat Cipollone, legale alla Casa Bianca, Jay Sekulow, avvocato personale del presidente, Ken Starr, già procuratore nell’impeachment di Bill Clinton, e Alan Dershowitz, ex avvocato di Jeffrey Epstein. Il presidente della Corte Suprema John Roberts, ha preso il ruolo di leader al Senato nel processo, prestando il proprio giuramento e facendolo fare anche ai 100 senatori, come richiede la costituzione.Il processo sarebbe dovuto iniziare tre settimane fa, pochi giorni dopo il voto di impeachment alla Camera, ma la Pelosi ha tentato di capire il modo in cui McConnell avrebbe organizzato le regole delle procedure che fanno parte del Senato. La speaker temeva giustamente un processo sbrigativo e quindi ha temporeggiato, ottenendo buoni risultati. Le tre settimane di ritardo hanno fatto venire a galla alcuni senatori moderati che non sono d’accordo con un processo lampo per assolvere Trump. Alcuni di questi senatori non volevano dare l’impressione di confermare quanto suggerito da McConnell, ossia un processo fasullo che equivale a un insabbiamento. Il senatore Mitt Romney, repubblicano dell’Utah, ha persino dichiarato che “le accuse fatte sono serie e meritano la considerazione con tutte le argomentazioni a favore e contrarie”. La senatrice Susan Collins, del Maine, ha anche lei espresso preoccupazioni sul processo lampo di assoluzione. Alcuni altri senatori si sono uniti a questi due togliendo la maggioranza a McConnell di un processo sbrigativo di assoluzione immediata. Vi sarà dunque con processo regolare anche se i legali di Trump continueranno ad insistere su una procedura brevissima, sperando che non oltrepassi due settimane. Va ricordato che il processo di impeachment di Andrew Johnson nel 1868 durò 11 settimane e quello di Bill Clinton nel 1999 durò più di un mese..
McConnell però ha già fissato procedure che non richiedono testimoni anche se durante il processo la richiesta di testimoni potrà essere fatta e approvata dalla semplice maggioranza dei senatori. Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, ha già indicato che vuole richiedere le testimonianze di Mick Mulvaney, chief of staff pro tempore di Trump, John Bolton, ex consigliere di sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Michael Duffey e Robert Blair, ambedue funzionari del presidente. Le testimonianze di Bolton potrebbero essere esplosive poiché nel caso di Ucrainagate l’ex consigliere avrebbe dichiarato di non volere nulla a che fare con il quid pro quo di Trump con il presidente ucraino Volodimir Zelensky etichettandolo di “spaccio di droga”. Trump, da parte sua, in un’intervista televisiva ha affermato che invocherebbe il privilegio presidenziale per impedire a Bolton di offrire testimonianze.A mettere legna al fuoco nell’imminente processo le ultimissime notizie dovrebbero causare ulteriori grattacapi ai legali difensori di Trump. Il Washington Post ci informa che messaggi telefonici fra Rudy Giuliani, ex legale di Trump, e due dei suoi collaboratori avevano scambiato informazioni che parlano di sorveglianza e possibili minacce a Marie Yovanovitch, ex ambasciatrice in Ucraina. Lev Parnas, uno di questi due, ha concesso interviste ai media in cui dichiara che Trump sapeva tutto sugli imbrogli del quid pro quo con Zelensky. Il New York Times da parte sua riporta che il servizio segreto russo ha hackerato il sito della compagnia ucraina di gas Burisma per la quale Hunter Biden aveva servito nel consiglio di amministrazione. Sembra che i russi stessero cercando informazioni negative sul figlio dell’ex presidente americano Joe Biden, continuando la loro interferenza nelle elezioni americane per aiutare Trump.Il ritardo di Pelosi di inviare gli articoli di impeachment al Senato ha legato le mani a McConnell, costringendolo a mettere in atto un vero processo. Il mancato insabbiamento progettato dal Presidente del Senato potrebbe però produrre frutti politici a quei senatori repubblicani in situazioni difficili di rielezioni questo novembre. Non toglie però una piccola vittoria a Pelosi che ha orchestrato l’impeachment alla Camera e ha influenzato dall’esterno la condotta di McConnell al Senato. Trump da parte sua è rimasto praticamente silenzioso sul processo delegando a McConnell l’iniziativa. Quanto tempo rimarranno silenziosi i suoi tweet velenosi contro quei senatori repubblicani che gli hanno tolto l’assoluzione in tempi rapidissimi? Lo sapremo fra breve. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Il doppio compito dei democratici: arginare Trump e legiferare

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 gennaio 2020

By Domenico Maceri. “Beh, prima di tutto, obbedirei a qualunque atto di comparizione”. Queste le parole di Joe Biden, ex vicepresidente durante i due mandati presidenziali di Barack Obama e di questi giorni candidato alla nomination del Partito Democratico. Pochi giorni prima, però, Biden aveva dichiarato al Des Moines Register, giornale dello Stato dell’Iowa che aprirà le primarie il prossimo mese, che non avrebbe accettato un atto di comparizione nel probabile processo di Donald Trump al Senato.
Il suggerimento di Biden di non rispettare la richiesta di presentarsi e offrire testimonianze lo avvicinerebbe ai comportamenti di Donald Trump che ha fatto “un’arte” di impedire ai suoi collaboratori a rispettare gli atti di comparizione emessi dalla Camera sulle indagine dell’Ucrainagate. Per Trump si tratta di una strategia che gli ha portato buoni risultati. Il procuratore speciale sul Russiagate Robert Mueller ha accettato risposte scritte da Trump invece di intraprendere un lungo percorso giudiziario per costringere l’inquilino della Casa Bianca a testimoniare in persona.Il 45esimo presidente ha abusato i rifiuti di collaborare alle inchieste di Mueller e quelli delle varie commissioni alla Camera. Anche qui i presidenti di varie commissioni hanno scelto di non sfidare Trump e i suoi collaboratori seguendo la strada giudiziaria per costringerli a testimoniare. Si sapeva che il 45esimo presidente avrebbe risposto con azioni legali che prenderebbero troppo tempo e quindi i ritardi gli avrebbero fornito una scappatoia. Nel caso dell’Ucrainagate, però, la Camera ha agito fissando uno dei capi d’accusa dell’impeachment sull’abuso di potere basato in buona parte sugli sforzi del presidente di bloccare le indagini.Biden dunque con la sua dichiarazione iniziale di rifiutare un atto di comparizione avrebbe fatto il gioco di Trump, aggiungendo fuoco alla demolizione delle istituzioni. La sua retromarcia ha ricondotto se stesso e il suo partito sulla strada giusta di rispettare le strutture costituzionali anche quando uno non è d’accordo con alcune procedure. Un imputato non può decidere di rifiutare la sua collaborazione perché lui o lei la giudica ingiusta.A Trump interessano poco le istituzioni e infatti aveva promesso in campagna elettorale di asciugare il pantano di Washington. Con la sua condotta però il 45esimo presidente non ha fatto che ingrandire il pantano esistente, preoccupandosi solo della sua sopravvivenza politica. Il Partito Repubblicano lo ha coadiuvato in maniera quasi completa chiudendo non uno ma ambedue gli occhi sui comportamenti poco ortodossi e potenzialmente illegali dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Trump, come si ricorda, continua ad essere proprietario della sua azienda creando ovvi conflitti di interesse, beneficiando della pubblicità ogni volta che lui va a giocare nei suoi campi da golf o passare tempo nei suoi resort, violando la “emoluments clause” della Costituzione americana. Inoltre, nel caso del Russiagate, il 45esimo presidente ha fatto di tutto per ostruire la giustizia come ci dimostrano la dozzina di esempi inclusi nel rapporto finale di Mueller. Anche la recentissima uccisione del generale Kasem Soleimani, che presidenti americani democratici e repubblicani avevano rifiutato di realizzare, riflette un atto potenzialmente illegale dell’attuale presidente americano. Fino ad adesso, le spiegazioni dell’amministrazione di Trump sono state poco convincenti.Nel caso dell’impeachment, Mitch McConnell, senatore del Kentucky e presidente del Senato, ha dichiarato subito dopo del voto alla Camera che lui stava preparando il processo nella Camera Alta con “la completa coordinazione dei legali alla Casa Bianca”. McConnell ha giocato a carte scoperte come se un giudice cooperasse con l’imputato, suggerendo che il verdetto sarebbe quello di innocenza.
Non dovrebbe sorprendere dunque la riluttanza di Nancy Pelosi, speaker della Camera, di inviare gli articoli di impeachment al Senato, sapendo che McConnell ha già deciso che Trump è innocente. La cautela della Pelosi avrebbe dovuto mettere pressione su McConnell di stabilire regole per un processo appropriato con l’uso di testimoni richiesti da ambedue le parti. Sembra che McConnell abbia determinato invece di fare un processo molto sbrigativo per bollare Trump di innocenza e cercare di lavare la macchia di impeachment stampata dalla Camera sulle spalle del presidente.Considerando le azioni dell’attuale inquilino della Casa Bianca che spesso rasentano l’illegalità o a volte la riflettono completamente, i democratici hanno un duro e doppio compito. Da una parte, devono arginare i comportamenti di Trump, ma allo stesso tempo devono completare la loro agenda legislativa. Sotto la guida della Pelosi, infatti, la Camera ha approvato un centinaio di disegni di legge che sono stati però bloccati una volta arrivati al Senato. Nonostante la sua risicata maggioranza alla Camera Alta, McConnell è riuscito a mantenere compatti i senatori repubblicani, facendo il bello e brutto tempo, specialmente con l’approvazione di giudici conservatori che avranno un impatto decisamente negativo nei prossimi decenni.
I democratici sperano nelle prossime elezioni non solo per tentare la riconquista della Casa Bianca ma anche la maggioranza al Senato. In questa prospettiva il loro compito consiste di fare di tutto affinché il numero di elettori aumenti. Più cittadini votano, più alte le possibilità di azione governativa che benefici il Paese e in secondo luogo anche il resto del mondo, considerando il peso della politica estera americana. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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L’impeachment di Trump al Senato e il dilemma di McConnell

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 dicembre 2019

Le accuse di impeachment a Donald Trump risulterebbero in una “sentenza di condanna in tre minuti precisi”. Così Jeff Nadler, presidente della Commissione Giudiziaria alla Camera mentre spiega la serietà dei capi di accusa sull’attuale inquilino della Casa Bianca. I democratici hanno deciso su due capi d’accusa dopo le indagini sull’Ucrainagate. Il primo consiste dell’abuso al potere e il secondo di ostruzione al Congresso, ambedue approvati dalla Commissione Giudiziaria con 23 voti favorevoli (tutti democratici) e 17 contrari (tutti repubblicani). L’aula voterà la prossima settimana e in caso di approvazione la palla passerà al Senato nel 2020 per il processo.
Nadler è ovviamente di parte come parlamentare democratico ma le indagini della Commissione Intelligence alla Camera hanno riscontrato chiare evidenze che Trump ha infatti abusato i suoi poteri. Com’è ormai noto, il presidente americano ha chiesto a Volodymyr Zelensky, suo omologo ucraino, di aprire un’indagine su Joe Biden, suo possibile avversario presidenziale alle elezioni del 2020. Così facendo, Trump ha cercato per la seconda volta di usare l’interferenza straniera per influenzare il risultato dell’elezione a suo favore.
La prima occasione avvenne nella campagna elettorale del 2016 quando l’allora candidato Trump chiese pubblicamente ai russi di rilasciare le e-mail di Hillary Clinton. I russi lo fecero mediante Wikileaks. Le indagini di Robert Mueller sul Russiagate hanno chiarito categoricamente che la Russia ha interferito nell’elezione del 2016 per aiutare Trump anche se non furono delineate prove di collusione fra le due parti.Nel caso sull’Ucrainagate però la richiesta di aiuto per essere rieletto ci è pervenuta dalle trascrizioni della telefonata di Trump con Zelensky, confermata anche dal noto whistleblower (informatore). Le testimonianze in audizioni a porte aperte e anche a porte chiuse alla Commissione Intelligence ci hanno confermato il tentativo corrotto di Trump.Come nel caso di Russiagate, Trump ha classificato le recentissime indagini sull’interferenza ucraina di caccia alle streghe. I suoi collaboratori repubblicani alla Camera lo hanno assecondato e hanno fatto di tutto per ostacolare le indagini. Hanno anche criticato i loro colleghi democratici di non dare l’opportunità al presidente di potere difendersi.Quando poi verso la fine delle indagini i leader democratici hanno offerto l’opportunità al presidente di partecipare, l’avvocato della Casa Bianca Pat Cipollone ha inviato una risposta negativa. Trump non invierebbe nessun legale a rappresentarlo. In effetti, Trump ha criticato la metodologia dei democratici e poi non ha accettato il loro invito di giocare la partita.Trump sa benissimo che alla Camera, dominata dai democratici, la partita è perduta e sta scommettendo tutto sul processo al Senato dove lui giocherà in “casa” considerando la maggioranza repubblicana alla Camera Alta. Giocare in “casa” ha il grande vantaggio per Trump poiché si prevede che la maggioranza repubblicana (53 vs. 47) sotto la guida di Mitch McConnell, senatore del Kentucky, non lo condannerà anche per il fatto che tale verdetto richiede 67 dei 100 voti al Senato. Ciononostante le “filosofie” di McConnell e Trump non coincidono sulla procedura. Il presidente del Senato vuole programmare un processo rapido per mettere tutto da parte e ritornare alla sua agenda regolare. McConnell si preoccupa di mantenere Trump alla Casa Bianca ma è egualmente interessato alle elezioni del 2020 per mantenere la risicata maggioranza al Senato. Da ricordare anche che i singoli senatori sono preoccupati dalla loro rielezione. Quindi dovendo scegliere fra il loro futuro politico e quello di Trump non sarebbe una scelta troppo difficile per loro soprattutto per una manciata di senatori repubblicani in Stati in bilico dove Trump non li può aiutare in modo significativo.Trump invece vorrebbe un lungo processo in cui parecchi leader democratici verrebbero al Senato per offrire testimonianze. Questi includono Adam Schiff, il presidente della Commissione Intelligence che tanto ha fatto per l’impeachment alla Camera, la speaker Nancy Pelosi, Joe Biden, ex vicepresidente, e il figlio Hunter. Trump non vuole solo l’assoluzione al Senato ma vorrebbe creare uno spettacolo nella Camera Alta le cui immagini potrebbero essere usate come materiale in campagna politica nell’elezione del 2020. In effetti il Senato sarebbe costretto a divenire una specie di reality per il beneficio personale e elettorale dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Richiedere la testimonianza di leader democratici al processo di impeachment al Senato potrebbe condurre anche alla minoranza democratica a richiedere le testimonianze di simili individui dalla parte repubblicana, come l’attuale vicepresidente Mike Pence e Mick Mulvaney, il chief-of-staff di Trump. Le regole dei processi di impeachment al Senato non fanno parte della costituzione americana ma sono stabilite dalla Camera Alta stessa. Quindi, nonostante la loro minoranza, i democratici potrebbero spingere per fare valere almeno in parte le loro ragioni.McConnell riconosce il pericolo di un’atmosfera di circo che potrebbe emergere con le testimonianze di individui chiave da ambedue le parti. In un pranzo con colleghi repubblicani il presidente del Senato avrebbe espresso le sue preoccupazioni che potrebbero essere dannose a ambedue i partiti ma anche al Senato come istituzione decorosa. Un’incognita da aggiungere sarebbe il comportamento della presenza di John Roberts, presidente della Corte Suprema, il quale, secondo la costituzione americana, dirigerebbe il processo di impeachment a Trump. La presenza di Roberts toglierebbe il timone del Senato a McConnell durante il processo, una situazione poco allettante per McConnell. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Trump fra attacchi personali e impeachment

Posted by fidest press agency su martedì, 3 dicembre 2019

“Il presidente si difenderà” e non “resterà a guardare”. Ecco come Lee Zeldin, parlamentare repubblicano di New York, ha cercato di giustificare i feroci attacchi di Donald Trump a parecchi testimoni nella recente vicenda delle audizioni sull’indagine dell’impeachment condotte dalla Commissione di Intelligence della Camera.La difesa di Trump consiste di assaltare i suoi avversari non con argomenti logici ma infangando la loro reputazione. Il 45esimo presidente non risparmia nessuno e ovviamente include anche i suoi collaboratori che non hanno potuto sopportare la condotta del loro capo e lo hanno “tradito”. Alcuni di questi collaboratori erano infatti vicinissimi all’attuale inquilino della Casa Bianca. Il colonnello Alexander Vindman, direttore del Consiglio degli affari per la Sicurezza Nazionale, lavora difatti alla Casa Bianca. Vindman ha testimoniato che la richiesta di Trump al presidente Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, di aprire un’indagine sulla presunta corruzione di Joe Biden e del figlio Hunter, non era solamente “inappropriata” ma anche pericolosa per le sue “notevoli implicazioni sulla sicurezza nazionale americana”. Per Vindman, come per quasi tutti gli analisti, chiedere assistenza a un presidente straniero in una chiamata telefonica per una campagna politica americana non era affatto “bellissimo” come continua a sostenere Trump.Vindman ha rischiato grosso poiché il capo delle forze armate americane è proprio Trump, il Commander-in-chief. Per la sua azione di dire la verità, Vindman è stato attaccato da Trump etichettandolo un “Never Trumper”, uno dei tanti “haters” (odiatori) del presidente. Come spesso avviene, gli attacchi di Trump, vengono riecheggiati dai suoi alleati e sostenitori. Steve Castor, il legale dei rappresentanti repubblicani alla Commissione Intelligence, ha messo in dubbio la fedeltà di Vindman agli Stati Uniti. Va ricordato che Vindman fu portato in America dai suoi genitori all’età di tre anni e ha fatto una carriera brillante nelle forze armate americane. In Iraq, ha infatti ricevuto una “purple heart”, medaglia al valore militare concessa a coloro che vengono feriti o muoiono al servizio della patria. Anche il parlamentare dell’Ohio Jim Jordan ha messo in dubbio il giudizio di Vindman al quale il colonnello ha ribattuto leggendo parte della sua ultima impeccabile valutazione dei suoi superiori. Gli attacchi di Trump e i suoi alleati a Vindman hanno avuto effetti e l’esercito americano è stato costretto a monitorare la sicurezza del colonnello e della sua famiglia, pronti a farli traslocare in una base militare per garantire la loro sicurezza.Trump ha anche attaccato vigorosamente Marie Yovanovitch la quale ha servito il Paese nel servizio diplomatico per più di trent’anni. Il più recente incarico è stato quello di ambasciatrice in Ucraina da dove è stata rimossa da Trump nel mese di aprile del corrente anno, accusata da Rudy Giuliani e altri collaboratori di ostruire gli sforzi americani di persuadere l’Ucraina ad aprire indagini su Joe Biden. Proprio mentre la Yovanovitch stava testimoniando alla Commissione Intelligence, Trump ha mandato un tweet dove riassume tutti gli incarichi dell’ex ambasciatrice, assegnandole la colpa per problemi dalla Somalia all’Ucraina. Il presidente della Commissione Intelligence alla Camera Adam Schiff ha giustamente classificato l’attacco di Trump come tentativo di intimidire la testimone.Parecchi altri testimoni hanno confermato le asserzioni di Vindman, in particolar modo il rapporto del “whistleblower”, (informatore) che Trump e i suoi collaboratori hanno fatto di tutto per smascherarlo, onde attaccarlo pubblicamente come hanno fatto con Vindman e Yovanovitch. Non ci sono riusciti perché i democratici hanno resistito e la sua identità rimane tuttora sconosciuta anche se si sa che si tratta di un membro della Cia. Ciononostante la strategia è sempre la stessa: attaccare personalmente gli avversari, mettendo in dubbio le loro caratteristiche e rendendo loro al vita difficile a causa dalle eventuali minacce anonime che spesso colpiscono mediante l’Internet.Il fatto che Trump abbia tentato di costringere il presidente ucraino ad aprire indagini su Biden ci viene però anche confermato da Gordon Sondland, ambasciatore americano alla Comunità Europea e uno dei promotori della politica del presidente verso l’Ucraina. Nelle sue testimonianze alla Commission Intelligence, Sondland ha chiarito categoricamente che c’era infatti stato un quid pro quo nella richiesta di Trump a Zelensky. Ha anche aggiunto che i vertici di Trump, Mike Pompeo, segretario di Stato, e il vicepresidente Mike Pence, erano “nel giro”.Trump in questo caso non lo ha attaccato preferendo di prendere le distanze, dicendo che lo conosce a malapena. Infatti, Trump lo aveva lodato in un discorso nel mese di maggio in Louisiana dove Sondland era presente. Il 45esimo presidente disse in quell’occasione che Sondland stava facendo un “ottimo lavoro”. Adesso però le cose sono cambiate ma Trump fino ad adesso ha usato la solita strategia di allontanamento messa in evidenza con Michael Cohen, il suo ex legale, e Paul Manafort, suo ex manager della campagna elettorale nel 2016, ambedue attualmente in carcere. Va ricordato che un altro dei suoi ex collaboratori, Roger Stone, è stato recentemente condannato a sette capi di accusa nell’ambito delle indagini di Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller sull’interferenza russa nell’elezione americana del 2016.
Mueller non ha incriminato Trump per una dozzina di casi in ostruzione alla giustizia poiché ha seguito la normativa del Ministero di Giustizia la quale ritiene che un presidente in carica è immune eccetto per l’impeachment che spetta alla Camera e poi al Senato. Con la maggioranza alla Camera i democratici stanno procedendo all’inchiesta di impeachment attraverso la Commissione Intelligence la quale ha passato la palla alla Commissione Giudiziaria. Jerry Nadler, capo di questa commissione, ha fissato la prima udienza per il 4 dicembre la quale con ogni probabilità sfocerà in articoli di impeachment. La Camera, con la maggioranza democratica, potrebbe approvare l’impeachment verso la fine di dicembre, che sarebbe poi seguita dal processo al Senato. La rimozione di Trump rimane possibile ma improbabile poiché la Camera Alta è dominata dai repubblicani, i quali fino al momento hanno fatto quadrato sul presidente attuale. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Emergenza climatica: Trump ritira gli Usa dall’accordo di Parigi

Posted by fidest press agency su martedì, 5 novembre 2019

WASHINGTON DC. Commentando la notifica ufficiale dell’amministrazione Trump alle Nazioni Unite riguardo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi, la Direttrice Esecutiva di Greenpeace USA, Annie Leonard, dichiara:«Ritirandosi dall’accordo sul clima di Parigi, l’amministrazione Trump rende il suo Paese inadeguato e inutile nel contrastare l’emergenza climatica in corso».
«L’industria delle energie rinnovabili sta crescendo in modo esponenziale e il progresso energetico continuerà con o senza Donald Trump», continua Leonard. «Il presidente degli Stati Uniti potrà anche tenere ancorato il suo Paese in un passato di combustibili fossili, ma non potrà mai annullare un trattato multilaterale firmato da quasi duecento stati sovrani, mentre Cina e altre nazioni diventano leader del 21esimo secolo», conclude.

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La debole sfida di Romney a Trump

Posted by fidest press agency su sabato, 12 ottobre 2019

By Domenico Maceri, PhD. La telefonata di Donald Trump al presiedete ucraino Volodymyr Zelensky è stata qualificata come “profondamente inquietante” da Mitt Romney, senatore repubblicano dell’Utah e candidato repubblicano alle elezioni del 2012, sconfitto però da Barack Obama. Romney è stato uno dei pochissimi senatori del Gop (Grand Old Party) a mostrarsi preoccupato dal tentativo di Trump di chiedere a Zelensky di investigare Joe Biden, un suo probabile avversario alle elezioni del 2020.
Trump ovviamente non poteva lasciare perdere e come spesso fa ha attaccato Romney coprendolo di insulti, passando in rassegna i loro rapporti degli ultimi anni. In un tweet il 45esimo presidente ha ribadito che la sua telefonata con Zelensky era totalmente nei limiti del professionalismo. Ha seguito poi aggiungendo insulti dicendo che Romney è “un idiota presuntuoso”, un perdente, che lo ha opposto sin dall’inizio. Trump ci ricorda che quando Romney gli aveva chiesto il suo endorsement nella corsa per il seggio al Senato nel 2018, lui gliel’ha dato. Quando però due anni prima Romney lo aveva pregato di divenire segretario di Stato, il 45esimo presidente non glielo concesse. Adesso, Romney è un fiasco completo e dovrebbe essere sottoposto all’impeachment, secondo Trump, senza capire che i senatori non sono soggetti all’impeachment. La rimozione di un senatore può avvenire ma spetta al Senato che lo potrebbe espellere con 2/3 dei voti.Qualche giorno dopo, Trump, forse insoddisfatto del caos creatosi con la telefonata a Zelensky, ha annunciato dalla Casa Bianca che la Cina dovrebbe iniziare un’indagine su Biden per presunta corruzione nel Paese asiatico. Trump lancia sassi senza offrire prove ma i cinesi hanno già detto che non apriranno nessun’inchiesta.Romney ha di nuovo commentato la richiesta di Trump sull’Ucraina e la Cina dicendo che si tratta di un’azione “spudorata e senza precedenti”, sbagliata e persino “spaventosa”.Romney nel 2012 era il leader del Partito Repubblicano e va ricordato che si era conquistato la nomination del partito. Dopo la vittoria di Obama nel 2012 Romney era uscito di scena ma nel 2014 si era parlato di una sua possibile ricandidatura che lui però non mise in atto. Nella campagna del 2016 Romney prese una forte posizione contro Trump etichettandolo di essere “falso e fraudolento”. Con la vittoria di Trump si era parlato di un suo ruolo nell’amministrazione come segretario di Stato ma alla fine il 45esimo presidente scelse Rex Tillerson.Poi dopo una pausa Romney nel 2018 si è candidato a senatore nell’Utah, sconfiggendo la sua avversaria democratica Jenny Wilson (62 a 30 percento), carica che occupa dal gennaio del 2019. Al Senato fa parte di parecchie commissioni e si è comportato come un tipico senatore repubblicano opponendosi all’Obamacare, la riforma sulla sanità approvata da Obama, promettendo di spingere per limitare il Medicare, votando a favore della riduzione alle tasse.Le voci repubblicane che si sono alzate per condannare Trump per i suoi sforzi di aprire indagini su Biden sono rare. Romney è uno dei pochi ma ha una certa statura nel Partito Repubblicano considerando la sua vittoria della nomination nel 2012. Ciononostante al Senato il senatore dell’Utah è lungi dal potere che rimane solidamente nelle mani di Mitch McConnell, il presidente della Camera Alta. McConnell ha dichiarato che se i democratici alla Camera procedono all’impeachment di Trump il Senato non avrà scelta e dovrà affrontare il caso sottoponendolo al voto di possibile condanna. Per cacciare il 45esimo presidente dalla Casa Bianca sono richiesti 67 voti, molti dei quali verrebbero dai democratici. I rimanenti dovrebbero venire da senatori repubblicani.McConnell ha già indicato che non ha nessuna intenzione di permettere una condanna di Trump al Senato ma le cose potrebbero cambiare una volta che i democratici alla Camera concludano il loro lavoro. Trump ha attaccato Romney perché sa benissimo che il senatore dell’Utah potrebbe rappresentare un pericolo nel caso in cui decidesse di fare valere il suo potenziale ruolo di leader.Fino al momento però non vi è riuscito anche se qualche altro senatore ha alzato un po’ la voce sostenendo simili preoccupazioni a quelle di Romney. Il senatore Rob Portman, (Ohio), la senatrice Susan Collins (Maine) e Ben Sasse (Nebraska) hanno criticato la richiesta di Trump alla Cina ma non hanno detto nulla sulla telefonata a Zelensky. Il senatore Marco Rubio (Florida) ha anche commentato la richiesta alla Cina spiegandola come uno scherzo di Trump per dare filo da torcere alla stampa. Questi senatori potrebbero essere corteggiati da Romney per creare la base anti-Trump al Senato.
Da aggiungere che Trump continua a sfidare la pazienza dei senatori repubblicani. Il suo recentissimo annuncio che ritirerà le truppe americane dal confine siriano con la Turchia, scaricando i nostri alleati curdi, non è andato giù a McConnell, che in un rarissimo caso ha dissentito da Trump, mettendosi nel campo di Nancy Pelosi, speaker democratica della Camera. Per la condanna di impeachment sarà un’altra cosa a meno che Romney trovi il coraggio e crei alleanze con colleghi al Senato.Non dovrebbe essere molto difficile. A differenza di altri senatori che devono correre per la rielezione nel 2020 e quindi temono l’ira di Trump, Romney non ha nulla da temere poiché è stato eletto nel 2018 e il suo mandato dura sei anni fino al 2024 che coincide anche con la scadenza di un possibile secondo mandato presidenziale di Trump in caso di rielezione. Romney potrebbe dunque agire per riportare il suo partito nella carreggiata tradizionale, riconquistando quel poco di legittimità che rimane al GOP. Romney potrebbe divenire un vero leader e entrare nella storia come un vero repubblicano che ama il suo Paese più di un presidente corrotto. Molto da guadagnare e poco da perdere. Accetterà Romney la sua sfida?

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I conflitti di interesse di Trump: affari dalla Casa Bianca?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 settembre 2019

“Sta cercando di arricchire la Trump Organization usando la posizione del presidente degli Stati Uniti per farlo”. Così Richard Painter, avvocato di affari etici nell’amministrazione di George Bush figlio, in un’intervista alla Msnbc, mentre commenta i continui conflitti di interesse di Donald Trump. Painter ha continuato a spiegare che il governo federale è divenuto cliente dell’azienda di Trump, violando in questo modo la “emoluments clause” (clausola sugli emolumenti). Questa clausola proibisce al presidente ed altri funzionari del governo di ricevere benefici di valore o compensi monetari al di là del loro stipendio.Il tema del conflitto di interessi per l’attuale inquilino della Casa Bianca esiste dal giorno della sua inaugurazione. Va ricordato che Trump ha dato l’incarico di gestire la sua azienda ai suoi due figli Donald Junior e Eric. Ciononostante il 45esimo presidente continua ad esserne il proprietario. E continua a promuovere gli affari direttamente e indirettamente.A conclusione del recente incontro del G7 in Francia, il 45esimo presidente ha suggerito che il prossimo incontro del gruppo si potrebbe tenere al Trump Doral Resort di Miami. Secondo lui, il luogo sarebbe ideale poiché include spazio, sale, alberghi, e tutti i requisiti necessari. Ovviamente, i governi degli altri sei Paesi ospitati pagherebbero le spese per il loro personale, creando in questo modo business per le tasche del presidente americano. Trump non vede, o vede molto bene, che lui ha fatto un annuncio commerciale per aiutare il resort che ultimamente, secondo alcune analisi, non sta andando a gonfie vele.Non è questa l’unica volta che Trump promuove i suoi affari dalla sua posizione di presidente. Ogni volta che lui va a passare il weekend per giocare a golf in una delle sue proprietà sparse per gli Stati Uniti e per il mondo i media ne danno notizia. La pubblicità aiuta a ricordare che nelle proprietà del presidente ci si può divertire e inoltre qualche volta incontrare casualmente il signor Trump e possibilmente anche presentare qualche proposta politica e economica.Il presidente, da reality star, sa molto bene che quando si parla, anche indirettamente, delle sue proprietà nei telegiornali, la sua azienda ottiene benefici mediante la pubblicità. Continua però ad asserire che fa il suo lavoro perché ama l’America e che da presidente perde da 3 a 5 miliardi di dollari, senza però darne prova. Ci ricorda che, come promesso in campagna elettorale, non accetta i 400mila dollari di salario annuale, donandoli ad alcune agenzie del governo americano. Una delle poche promesse mantenute ma che consiste di una piccolissima somma in comparazione ai benefici economici the trae dal suo lavoro di presidente.Un’analisi del gruppo Citizens for Ethics and Responsiblity in Washington (CREW), gruppo non profit, ci informa che Trump ha passato un terzo della sua presidenza visitando le sue proprietà. Secondo CREW, Trump ha visitato le sue proprietà 362 volte dal giorno della sua inaugurazione avvenuta nel mese di gennaio del 2017. Tutto ovviamente a spese dei contribuenti. Per il corrente anno il presidente ha fatto 81 visite alle sue proprietà. CREW ha anche rilevato “un corrotto rapporto” fra l’azienda di Trump e la Casa Bianca, mettendo dubbi sulle sue decisioni politiche e la forte possibilità che esse influiscano sui profitti personali del presidente.Non ci vuole molto a capire che Trump promuove le sua azienda dalla Casa Bianca. Tutti lo sanno. E per ottenere accesso al presidente contribuiscono “mazzette” alle sue proprietà, spendendo soldi nei suoi alberghi e resort. Non poche ambasciate, soprattutto di Paesi del Medio Oriente, spesso usano il Trump Hotel di Washington, D. C. per i loro eventi. Gruppi politici tengono riunioni nelle sue proprietà sapendo molto bene che farà piacere ai due figli del presidente che gestiscono la Trump Corporation, i quali ovviamente sono in contatto con il padre.Anche funzionari del governo sono soggetti al “fascino” delle proprietà di Trump. Il vice presidente Mike Pence ha usato il resort di Trump in Irlanda in un suo recente viaggio ufficiale per incontri con rappresentanti irlandesi. Il problema sono le distanze. Gli incontri si sono tenuti a Dublino; il Trump International Golf Links And Hotel Donbeg si trova però‎ a quasi 300 chilometri di distanza dalla capitale irlandese. Pence avrebbe potuto trovare una sistemazione a Dublino e risparmiare soldi ai contribuenti. La sua scelta di stare nel resort di Trump sembrerebbe essere stata suggerita a Pence proprio dal suo capo il quale però ha negato categoricamente. Il risultato però consiste di business per Trump.Anche il ministro della Giustizia, William Barr, apprezzatissimo dal presidente per la sua fedeltà alla sua persona e non necessariamente alla costituzione, è stato recentemente criticato per il suo programma di spendere 30mila dollari nelle prossime feste natalizie al Trump Hotel di Washington. Scelta casuale ma poco intelligente che ovviamente suscita sospetti, considerando la disponibilità di altri alberghi della capitale. Niente di illegale ma poca accortezza professionale considerando la “emoluments clause” che Barr conosce benissimo.La “emoluments clause” è venuta a galla pochissime volte nella storia americana. Si ricorda che Benjamin Franklin, da ambasciatore statunitense in Francia, ricevette una tabacchiera intarsiata di diamanti dal re francese. Un altro esempio avvenne con John Jay, presidente della Corte Suprema il quale alla fine dell’ottocento ricevette un cavallo dal re di Spagna. Dei nostri giorni i conflitti di interesse di Trump sono molto più ovvi e complessi. I repubblicani al Senato chiudono non uno ma ambedue gli occhi. I democratici alla Camera hanno però iniziato un’inchiesta ma fino ad oggi sembrano marciare a passi di lumaca.

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Trump fra dazi e recessione

Posted by fidest press agency su martedì, 3 settembre 2019

By Domenico Maceri “Quelli che supportano i dazi rischiano di divenire colpevoli della recessione economica globale”. Così ha spiegato le incertezze economiche attuali Boris Johnson, primo ministro britannico, additando poi direttamente il suo “amico” Donald Trump e i dazi imposti dal presidente americano alla Cina.Secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca le guerre dei dazi si vincono facilmente. Ovviamente si è sbagliato poiché dopo i primi dazi imposti alla Cina l’anno scorso si sono visti effetti negativi a causa della reazione del governo cinese che ha imposto dazi a prodotti americani. Agricoltori statunitensi sono stati particolarmente svantaggiati e il presidente americano è stato costretto a offrire sussidi per sminuire le loro perdite.I negoziati con la Cina sono continuati ma non hanno raggiunto le mete desiderate. La guerra dei dazi è dunque ripresa con ovvie ripercussioni sulle borse dei mercati aumentando l’incertezza e la possibilità di una recessione. I segnali sono visibili nel rallentamento dell’economia in Paesi importantissimi come la Cina e la Germania. La banca centrale tedesca ha infatti dichiarato una decrescita anche nel terzo trimestre causata in grande misura dalla guerra di dazi fra Stati Uniti e Cina che ha ridotto la richiesta per prodotti tedeschi. Ma forse il segnale più indicativo che siamo alle porte dell’inizio di una recessione ci viene dalla differenza di interessi fra i bond a breve scadenza e quelli a lunga scadenza. I primi tipicamente rendono meno ma recentemente hanno eclissato quelli a lunga scadenza, una situazione che negli ultimi 50 anni ha preceduto tutte le recessioni.Jay Powell, il presidente della Federal Reserve, ha recentemente dichiarato che la guerra dei dazi è “complessa e turbolenta” ma la banca centrale farà di tutto per mantenere lo stato attuale “favorevole” dell’economia. Powell, nominato da Trump al suo incarico, ha cercato di calmare le acque sulle incertezze dei mercati causati principalmente dal linguaggio erratico di Trump. Il 45esimo presidente negozia con i cinesi e altri leader usando minacce giornaliere. In uno dei suoi più recenti tweet ha “ordinato alle aziende americane di iniziare a trovare immediatamente alternative alla Cina”, riportando le loro fabbriche in America e fabbricare i loro prodotti negli Usa.Il linguaggio erratico di Trump è stato diretto anche al presidente cinese Xi Jinping etichettandolo di nemico e accusando la Cina di rubare miliardi di dollari agli Usa. I tweet erratici di Trump non hanno nemmeno risparmiato il chairman della banca federale domandandosi chi fra Powell e Xi fosse “il più grande nemico”. Facile domandarsi se la retorica di Trump evidenziata nei suoi tweet sia la fonte dell’incertezza economia o semplicemente benzina sull’incendio.I consiglieri di Trump lo avranno informato di una possibile recessione che avverrebbe proprio prima dell’elezione del 2020, la quale gli chiuderebbe quasi certamente le porte al secondo mandato. Il messaggio sarà penetrato almeno in parte nella mente di Trump poiché ha iniziato a lodare la potenza dell’economia americana per cercare di allontanare il discorso di una recessione. Anche gli ultimi dazi annunciati su prodotti cinesi per un totale di 160 miliardi sono stati rimandati fino a al 15 dicembre per evitare prezzi più alti ai consumatori americani durante le feste natalizie. Un’ammissione chiarissima della sua presa di posizione sbagliata che i dazi alla fine li pagheranno i cinesi senza nessun costo per gli americani. Tutti gli economisti ci dicono che i dazi con gli inevitabili aumenti al costo dei prodotti si convertono in tasse pagate alla fine dai consumatori.A un giornalista che ha chiesto a Trump sul suo stile erratico di negoziazioni in una conferenza stampa del recente incontro del G7 in Francia, il 45esimo presidente ha risposto che gli “dispiace” ma quello è i suo modo di negoziare. Nei più recentissimi commenti l’attuale inquilino della Casa Bianca ha fatto sapere che un accordo commerciale con i cinesi è vicino. Il problema però consiste della sua credibilità. Non sorprenderebbe nessuno un cambiamento di opinione seguito da tipiche accuse e altre minacce a Powell, i cinesi, o un nuovo colpevole per l’instabilità economica.Le corporation hanno fatto un sacco di soldi negli ultimi tempi ma temono di fare nuovi investimenti perché conoscono benissimo l’incostanza delle parole e azioni del presidente americano. Il buono stato dell’economia, iniziato con Obama, continua fino ad adesso ma nubi si intravedono all’orizzonte. Una recessione sprofonderebbe l’indice di gradimento dell’operato di Trump che al momento si trova al 41 percento. Una cifra bassa ma aiutata dalla situazione economica positiva. Una recessione siglerebbe la fine di un nuovo mandato per Trump e il ritorno di un democratico alla Casa Bianca. In questo caso il nuovo inquilino dovrebbe ripetere quello che ha fatto Obama con la recessione che George W. Bush gli aveva consegnato. I repubblicani che spesso si considerano grandi nel business continuano a rivelarsi fallimentari.

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Jackson Hole: la Fed intimidita da Trump

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 settembre 2019

L’importante conferenza dei responsabili monetari mondiali di Jackson Hole, dedicata alle “Sfide per la politica monetaria”, ha prodotto poche e scarne idee e proposte. Si è invece segnalata piuttosto per le provocatorie dichiarazioni del presidente Trump contro Jerome Powell, capo della Federal Reserve, che vorrebbe asservito alle sue politiche e anche alle sue “manie”. Anche il tanto atteso discorso di Powell, in verità, ha lasciato molta delusione. Il presidente della Fed si è avventurato in una lacunosa rivisitazione della storia monetaria dal dopo guerra a oggi. L’ha suddivisa in tre fasi. La prima, dal 1950 al 1982, l’ha qualificata come di “instabilità e di grande inflazione”. Allora la politica della Fed fu indirizzata verso una stabilizzazione “stop and go”, con il forte utilizzo del tasso d’interesse per correggere il susseguirsi di momenti recessivi e di surriscaldamento del sistema economico. L’effetto di questo yo-yo fu l’esplosione dell’inflazione. Nella ricostruzione storica, Powell ha evitato di dire che il tasso di sconto della Fed nel biennio 1980-1 toccò la vetta del 20%, con effetti molto negativi per l’economia americana e, soprattutto, per i paesi più deboli del terzo mondo e anche dell’Europa. In primis l’Italia. Si deve anche a questi interessi stratosferici la crescita vertiginosa della bolla dei debiti pubblici. La seconda fase, dal 1982 al 2009 è stata caratterizzata da “grande moderazione e da grande recessione”. Secondo Powell, è stato un periodo di maggiore controllo, con un’inflazione abbastanza stabile accompagnata da una certa crescita economica. I mercati sarebbero stati disturbati da eventi finanziari estranei agli Usa: la bancarotta del debito pubblico della Russia nel 1998, il fallimento dell’hedge fund speculativo Long Term Capital Management e la crisi finanziaria e monetaria delle cosiddette “tigri asiatiche”.
All’improvviso sarebbero emersi “eccessi finanziari” che hanno portato alla Crisi Finanziaria Globale del 2008. Inspiegabilmente, Powell si chiede se “l’espansione economica prolungata non porti inevitabilmente a eccessi finanziari destabilizzanti”. Secondo lui, i mercati tenderebbero a dimenticare gli effetti delle crisi passate e si avventurerebbero su lidi finanziari più rischiosi.
Ma anche su quest’argomento, il capo della Fed, opportunisticamente, omette di menzionare due fondamentali decisioni assunte dal governo americano che, secondo noi, hanno avuto la massima responsabilità nella deregulation finanziaria.
Il primo provvedimento fu la cancellazione nel 1998 della legge Glass-Steagal Act, fortemente voluta nel 1933 dal presidente Roosevelt, che separava la banche commerciali da quelle di investimento, vietando alle prime di usare capitale e depositi in attività speculativa. Il secondo fu l’approvazione della legge Commodity Futures Modernization Act del 2000 che, purtroppo, “modernizzò “ i prodotti derivati noti come otc (over the counter). Essi non sarebbero stati più sottoposti alla legge, approvata nel 1936, che metteva dei limiti a tali operazioni speculative. Tutto ciò catapultò l’intero sistema bancario americano e internazionale nelle torbide acque della finanza più rischiosa e speculativa.
La terza fase, dal 2010 a oggi, negli Usa sarebbe caratterizzata da un’inflazione stabile intorno al 2% e da un crescente tasso di occupazione. Secondo Powell le sfide per la Fed sono quasi tutte esterne: il rallentamento della crescita globale, la politica dei tassi d’interesse zero e le incertezze delle politiche commerciali. A ciò egli aggiunge le complicazioni geopolitiche come la Brexit, le tensioni su Hong Kong e la dissoluzione del governo italiano.
Ammette di attenzionare gli effetti dei dazi sulle esportazioni cinesi per l’economia americana ma dimentica la crescente bolla del debito corporate, quello delle imprese, valuta come moderato il pericolo di instabilità finanziaria e non vede il rischio di nuove bolle finanziarie, i crediti insostenibili e gli altri eccessi finanziari simili a quelli ante 2008.
In questo modo Powell ha cercato di evitare lo scontro diretto con Trump. Esther L. George, presidente della Fed di Kansas City, che non condivide per niente le politiche economiche del presidente americano, è intervenuta a suo sostegno. Con una metafora ha ricordato che nel parco di Jackson Hole vi sono dei cartelli che invitano i turisti a non dare da mangiare agli orsi, poiché essi in passato si erano abituati alle merendine offerte, altrimenti cercavano di azzannare gli stessi turisti. L’allusione è evidente.
Forse per eccessivo riserbo Mario Draghi, presidente della Bce in scadenza, quest’anno non è venuto a Jackson Hole. Una certa rilevanza ha avuto il discorso di Mark Carney, governatore della Bank of England, che ha evidenziato gli enormi rischi della Brexit per l’economia inglese. Soprattutto senza un accordo. Secondo lui vi sarebbero un crollo della sterlina, una maggior inflazione, una minore domanda, serie perdite nel commercio, gravi incertezze e condizioni finanziarie negative. L’economia reale frenerebbe pericolosamente, anche per il rallentamento nei rifornimenti dei prodotti provenienti dall’Unione europea.
Ha anche evidenziato i rischi insiti nella prolungata politica del tasso zero e ha quantificato in ben 16.000 miliardi di dollari i titoli del debito globale negoziati con tassi d’interesse negativi.
Noi riteniamo che la stabilità economica non possa basarsi soltanto su politiche monetaristiche. Occorre, invece, definire politiche d’investimento e d’innovazione in tutti i campi dell’economia e del sociale se si vogliono favorire la crescita reale e lo sviluppo, di cui vi è assoluta necessità in gran parte del globo. (Di Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Il linguaggio di Trump: fra parole e violenza

Posted by fidest press agency su martedì, 20 agosto 2019

By Domenico Maceri. La retorica divisiva del presidente Donald Trump è “direttamente responsabile” per la sparatoria a El Paso, Texas. Queste le parole di Alexandria Ocasio-Cortez, la parlamentare liberal di New York, mentre parlava a una veglia funebre tenutasi a Brooklyn per le vittime di El Paso e quelle di Dayton, Ohio. Corey Booker, senatore del New Jersey e candidato alla nomination democratica, ha fatto eco alle parole di Ocasio-Cortez, addossando anche lui la colpa a Trump poiché alimenta la paura e l’odio, invece di condannare la supremazia bianca. Julian Castro, però, ex sindaco di San Antonio e membro del cabinet dell’amministrazione di Barack Obama, ha detto che “l’unico direttamente responsabile” in questi sanguinosi episodi è l’individuo che ha sparato.Castro ha letteralmente ragione, ma il linguaggio incendiario di Trump si collega indirettamente (ma probabilmente anche direttamente) alle recenti stragi. Le informazioni finora venute a galla spiegherebbero la motivazione dell’individuo responsabile per la morte di 22 persone, additando a una matrice suprematista. Poche ora prima della tragedia, il killer avrebbe postato un manifesto in cui riprende il linguaggio anti-immigranti di Trump. Il manifesto, postato nello stesso sito di ultra destra usato dal killer responsabile per la morte di 50 musulmani in Nuova Zelanda, reitera “l’invasione” degli immigrati. Ci dice anche che lui si sente attaccato da questi stranieri e quindi vuole “difendere il suo Paese”. Accusa gli immigrati di volere rimpiazzare la razza bianca, idea anche caldeggiata dai suprematisti bianchi nelle vicende di Charlottesville del 2017 e parecchie altre stragi in cui giovani bianchi sono stati responsabili di sparatorie, causando la morte di decine di persone, in genere membri di gruppi minoritari.Il manifesto non si collega direttamente a Trump ma l’affinità con il linguaggio incendiario e pericoloso usato dall’inquilino della Casa Bianca deve essere valutata. Trump ha fatto uso di attacchi agli immigrati dall’inizio della sua campagna, avendola iniziata accusando i messicani di essere stupratori. In uno dei suoi tanti comizi il candidato Trump ha incoraggiato i suoi sostenitori a “prendere a botte” alcuni manifestanti, offrendo di pagare loro le eventuali spese legali. Un linguaggio retorico continuato nella sua presidenza come ci dimostra il più recente discorso a Panama City, in Florida. Parlando della situazione al confine col Messico, Trump si è riferito ai migranti dicendo che non “li lasceremo entrare”. Non si useranno armi da fuoco per fermarli anche se altri Paesi lo fanno, ha continuato il 45esimo presidente. “Come si fermano dunque?” ha domandato Trump al suo pubblico. La risposta immediata da alcuni sostenitori è stata di “spararli”.
Sarà coincidenza ma è proprio quello che ha fatto il killer della strage di El Paso. La scelta della città al confine col Messico non è stata casuale poiché l’80 percento della popolazione è formata da latinos, la maggior parte di origine messicana. Inoltre, 8 delle vittime della tragedia erano infatti cittadini messicani che avevano attraversato la frontiera per fare shopping a Walmart.Trump ha condannato, anche se debolmente, la strage di El Paso e anche quella di Dayton, Ohio, leggendo dal teleprompter che la “nostra nazione condanna il razzismo e la supremazia bianca”. Al di là del suo sbaglio “geografico” (ha detto che la strage era avvenuta a Toledo anziché di Dayton ), le parole del 45esimo presidente odoravano di falsità e incoerenza. Trump ha cercato di addossare la colpa delle stragi ai videogiochi e all’accesso di armi ai malati di mente. In ciò reitera il linguaggio della National Rifle Association (NRA) che le armi da fuoco non sono pericolose in sé ma i veri colpevoli sono le persone che premono il grilletto.I videogiochi e i malati di mente esistono anche in molti altri Paesi, i quali non subiscono queste stragi che in America sono divenute routine. La spiegazione dunque risiede nella disponibilità di armi da fuoco. Quando il linguaggio politico che demonizza alcuni gruppi etnici o razziali si fonde con il facile accesso ai fucili di assalto, si ottiene un clima letale.Trump però non è completamente responsabile per queste stragi, nemmeno quelle che si collegano almeno indirettamente alla sua retorica politica. Non ha nemmeno lui inventato l’idea degli immigrati come invasori che distruggono l’America. Patrick Buchanan, candidato presidenziale nel 1992 e 1996, ne aveva già parlato usando infatti la stessa espressione di “invasione illegale”. Trump l’ha definitivamente adottata e ampliata nella campagna elettorale e continuata durante la presidenza. In ciò lui ha ricevuto notevole sostegno dai media di destra, in particolar modo dalla Fox News. Già nel 2014, prima che Trump annunciasse la sua corsa alla presidenza, parecchi conduttori della rete di Rupert Murdoch, parlavano di immigrazione come “invasione”. Rush Limbaugh, il noto conduttore radiofonico conservatore, ha anche lui amplificato gli aspetti negativi degli immigrati, dicendo che si tratta di “un’invasione” che alla fine farà perdere l’identità all’America (vedi identità bianca). Ann Coulter, una delle star di Fox News, ha detto in un’occasione che bisognava “sparare questi invasori”.Un’analisi comprensiva del New York Times di questo linguaggio anti-immigranti promosso dai media di destra ha rilevato più di centinaia di esempi che si sovrappongono alle parole del manifesto del killer di El Paso. Trump ripete questo linguaggio e i media di destra lo riecheggiano, ottenendo un effetto cumulativo che non spiega fino in fondo queste stragi. Di certo però le alimenta, colorandole anche di legittimità con le parole incendiarie attualmente in auge nel linguaggio della Casa Bianca attuale.La scrittrice americana Toni Morrison, deceduta recentemente, nel suo discorso di accettazione del premio Nobel nel 1993, disse che “la lingua oppressiva va oltre la rappresentazione della violenza; è la violenza stessa”. Le parole vengono usate per tanti scopi dalle aziende per vendere prodotti e dai politici per convincere gli elettori e dunque contengono un forte peso. Trump dà l’impressione di non capire che le parole feriscono e a volte uccidono. In realtà lo capisce molto bene e continuerà a usare il suo solito linguaggio aggressivo perché lo considera la sua carta vincente.
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Trump e il censimento: da sconfitta legale a vittoria politica?

Posted by fidest press agency su martedì, 16 luglio 2019

By Domenico Maceri. “La domanda sulla cittadinanza americana è semplice e basica e va inclusa nel censimento”. Questa la reazione di Donald Trump dopo avere ottenuto una risposta negativa dalla Corte Suprema (5 contro, 4 a favore) sull’inclusione della domanda che non si usa da più di 50 anni.Sembrerebbe logico che una semplice domanda, come dice il 45esimo presidente, fosse inclusa nel questionario per il censimento decennale richiesto dalla costituzione americana. Il problema è che la seconda sezione dell’articolo 1 della costituzione richiede il censimento per arrivare a un’enumerazione dei residenti in America. Si tratta di tutti i residenti non solo quelli in possesso della cittadinanza poiché il totale di questi risultati determina il numero di seggi al Congresso che spettano ai differenti Stati. Questi numeri possono cambiare secondo le cifre degli abitanti, i quali, secondo un’altra decisione della Corte Suprema, meritano rappresentanza senza considerazione di cittadinanza.Trump e i repubblicani speravano che l’inclusione della domanda sulla cittadinanza escludesse dalla partecipazione un importante numero di individui appartenenti a gruppi minoritari e specialmente ispanici dall’enumerazione totale. La domanda avrebbe intimorito non pochi immigrati a rifiutare di partecipare al censimento, temendo che l’informazione potesse essere usata contro di loro. Uno studio della Harvard University ci informa che l’inclusione della domanda avrebbe ridotto la partecipazione di 6 milioni di individui. Gli effetti sarebbero stati negativi per la California che avrebbe potuto perdere due seggi al Congresso e al Texas che ne avrebbe perso uno. Al contrario, Stati rurali con popolazioni principalmente bianche, ne avrebbero beneficiato. Il Montana, per esempio, avrebbe raddoppiato il numero dei seggi da uno a due. In sintesi, la domanda avrebbe aiutato il Partito Repubblicano per i prossimi dieci anni.La recente decisione della Corte Suprema era stata interpretata dal Dipartimento di Commercio, incaricato del censimento, come finale e i funzionari avevano già iniziato a stampare i questionari senza la domanda sulla cittadinanza. Poi è venuto il tweet di Trump che la sua amministrazione stava investigando alternative per includere la domanda negata dalla Corte Suprema.Trump non aveva ricorsi legali ma il suo rifiuto di accettare la sconfitta riflette campagna politica invece di legalità. Poco importa se lui perde nei tribunali. Il suo pubblico vero e proprio consiste della sua base, la quale, poco informata, vede nel presidente il lottatore per i loro diritti. Trump vince con loro poiché la questione della cittadinanza si riallaccia alla sua politica anti-immigratoria che va al di là dei clandestini e i migranti dell’America Centrale detenuti al confine col Messico. Trump è il difensore dei valori tradizionali americani, vedi bianchi, che proclama di fermare i clandestini con il fatidico muro al confine col Messico che aveva promesso sarebbe pagato dai messicani. Non essendo riuscito a mantenere la promessa elettorale, Trump ha chiesto al Congresso fondi per la costruzione che gli sono stati negati, anche se lui ha cercato di fabbricarlo trasferendo fondi dal Dipartimento di Difesa che sono tuttora in limbo per questioni giudiziarie.I risultati importano poco a Trump perché per lui si tratta di campagna politica costante. Una campagna dura contro gli immigrati e i non cittadini rafforza la base dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Paradossalmente questa campagna di clima anti-immigranti, evidenziata dall’amministrazione di Trump, si riaggancia al censimento e la paura dei partecipanti. Il trattamento deplorevole dei migranti al confine con la separazione delle famiglie e i centri di detenzione, definiti come campi di concentramento da Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare di sinistra di New York, confermano la mano dura sull’immigrazione che tanto fa piacere all’ultra destra. Il clima di paura è anche sottolineato dai raid promessi da Trump che deporterebbero parecchie migliaia di famiglie clandestine, principalmente da metropoli controllate da sindaci democratici. Questi si rifiutano di cooperare con il governo federale nella deportazione eccetto nei casi che coinvolgono severi reati. I raid sono stati rimandati ma potrebbero scattare da un giorno all’altro, ampliando il clima di paura.Trump “vince” non necessariamente con risultati obiettivi ma creando un clima di paura riportato dai media che eventualmente raggiunge le comunità di immigrati con un effetto simile a quello della questione di cittadinanza nel censimento. Più si parla di cittadinanza e immigrazione anche senza risolvere i problemi, più Trump ci guadagna politicamente perché lotta, divenendo paladino dei valori “americani” contro gli stranieri. Vincere o perdere legalmente importa poco. Per Trump si tratta di rafforzare la sua immagine di lottatore anche se perde poiché segna gol politici con la sua aspra retorica. La discussione di esplorare altri percorsi per includere la domanda sulla cittadinanza nel questionario suggerisce che la contesa non sia finita nonostante la decisione della Corte Suprema. Trump ha infatti suggerito che potrebbe fare uso dei suoi poteri esecutivi per l’inclusione della domanda sulla cittadinanza nel questionario del censimento. Una strada legalmente impossibile che non riconosce la legalità e il potere della Corte Suprema.Alla fine però Trump ha dovuto cedere e ammettere la sconfitta, abbandonando il piano dell’inclusione della domanda sulla cittadinanza. Il 45esimo presidente ha spiegato che la sua amministrazione userà altre fonti per determinare quanti abitanti in America sono cittadini, residenti legali o vivono nel paese senza autorizzazione legale. La sconfitta è evidente poiché queste informazioni supplementari non possono essere usate per determinare il numero di seggi o il modo in cui il governo federale distribuisce fondi che continueranno a essere legati ai risultati del censimento. Per le comunità di immigranti questa raccolta di dati già nelle mani di agenzie del governo aumenterà il senso di insicurezza, quella stessa insicurezza che probabilmente li avrebbe scoraggiati dal censimento. Creare paura è la vittoria di Trump.
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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I battibecchi fra Pelosi e Trump: preludio all’impeachment?

Posted by fidest press agency su sabato, 1 giugno 2019

By Domenico Maceri. “Il fatto è che questo presidente sta ostruendo la giustizia ed è impegnato in un insabbiamento”. Queste le parole durissime di Nancy Pelosi, speaker della Camera, mentre commentava la questione del possibile impeachment di Donald Trump. Qualche giorno dopo, Trump, adirato da queste aspre parole, ha reagito ponendo fine dopo solo tre minuti a un incontro sulle infrastrutture con la Pelosi e Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato. In una conferenza stampa nel Rose Garden, Trump ha poi dichiarato che lui “non fa insabbiamenti”.Gli scontri verbali fra i due sono continuati nei prossimi giorni e la Pelosi ha aumentato i toni suggerendo che la famiglia o l’amministrazione del presidente dovrebbe fare un intervento con Trump per metterlo sulla strada giusta. Il 45esimo presidente ha controbattuto immediatamente dichiarando che la Pelosi era “pazza” e che lui era “un genio molto stabile”, espressione usata spesso da Trump per cercare di giustificare alcuni suoi comportamenti poco ortodossi. Trump e i suoi alleati hanno continuato i loro attacchi su Pelosi, cadendo nel ridicolo, distribuendo un video manipolato dove si vede la Pelosi balbettare durante una conferenza stampa per suggerire che fosse ubriaca o poco lucida. Trump ha condiviso il video nonostante il fatto che anche la Fox News lo ha classificato come falsato. Rudy Giuliani, l’avvocato “televisivo” di Trump, ha anche lui condiviso il video, aggiungendo legna al fuoco per deridere la leader democratica. Il video è apparso su Facebook ed altri social media ed è stato visionato da parecchi milioni di utenti. YouTube lo ha rimosso appena stabilito che si trattava di un falso ma i dirigenti di Facebook si sono rifiutati di seguire la stessa strada asserendo che vogliono lasciare al pubblico di decidere per se stessi.Per dimostrare che lui aveva ragione, Trump ha anche fatto una “scenetta” con parecchi suoi collaboratori, telecamere presenti, dove si vede il presidente che chiede loro quale era stato il suo tenore nell’incontro con Pelosi e Schumer. Tutti quelli chiamati in causa hanno detto che il loro capo si era comportato con calma. Ovviamente non potevano dire altrimenti poiché di tratta di individui che lo conoscono bene e si rendono conto dell’importanza di assecondarlo.Trump però ha dichiarato ai giornalisti che non coopererà con i democratici su infrastrutture o altri programmi se loro continuano a investigare sul suo operato. Si tratta di una continua caccia alle streghe, secondo lui, come era stata l’indagine del Russiagate. Ciononostante alcuni dei suoi collaboratori si trovano già in carcere ma Trump non è stato incriminato. Il Congresso, però, continua a indagare tramite le sue commissioni e il 45esimo presidente ha deciso che sfiderà tutte le subpoena che i parlamentari democratici continuano a inviare. Fino ad adesso il sistema giudiziario si è schierato coi democratici ma Trump spera che queste richieste di informazioni verranno esaminate alla fine dalla Corte Suprema, dove crede di uscirne vincitore.Nel frattempo, Trump ha deciso che non svolgerà i suoi compiti legislativi e non coopererà coi democratici. In un certo senso si sbaglia, specialmente nel caso delle infrastrutture. Si tratta di un tema condiviso da tutti poiché bisogna investire per il futuro. Trump potrebbe uscirne vincitore poiché un accordo coi democratici dimostrerebbe a tutti che può governare in modo bipartisan, dando prova di essere il grande negoziatore che si è sempre vantato di essere.Ma al di là dei capricci di Trump, un accordo sulle infrastrutture sarebbe molto utile al Paese anche se politicamente poco vantaggioso per i democratici. Una cooperazione con Trump gli conferirebbe qualità di un leader tradizionale, legittimandolo, anche se non completamente, come “presidenziale”. Conferirebbe a Trump una vera vittoria legislativa poiché nei due anni e mezzo di presidenza può solo additare alla riduzione delle tasse come suo unico risultato, che come si ricorda, ha però beneficiato in grande misura i benestanti. Ovviamente ci sarebbe il nodo del supporto dei repubblicani, i quali non sono propensi a spendere soldi, e quindi Trump li avrebbe dovuto convincere con le buone o con le cattive.Con cooperazione o no, i democratici continueranno le loro indagini e giorno dopo giorno sembra che Pelosi si stia dirigendo verso la presa di posizione dell’ala sinistra del suo partito che ha già deciso sulla necessità di sottomettere Trump all’impeachment. La speaker però continua ad avere dubbi sulla saggezza di una tale manovra. Lei crede che anche se la Camera, dominata dal suo partito, avrebbe la meglio su un voto di impeachment, il Senato richiederebbe 60 voti per condannare Trump. La Pelosi crede che l’impeachment senza la condanna del Senato aiuterebbe Trump a essere rieletto nel 2020. Questa in sintesi la sua spiegazione a un gruppo di leader democratici in un incontro privato.
La Pelosi potrebbe cambiare idea specialmente dopo il recentissimo discorso di Robert Mueller, il reticente procuratore speciale sul Russiagate. In otto minuti Mueller ha reiterato le conclusioni incluse nel suo rapporto. I russi hanno interferito nell’elezione americana del 2016 per aiutare Trump. Questa interferenza dovrebbe preoccupare tutti gli americani, secondo Mueller. Per quanto riguarda l’ostruzione alla giustizia e la possibile colpevolezza di Trump, Mueller ha ripetuto che il suo rapporto non esonera il presidente e se “non avesse commesso un reato” il rapporto lo avrebbe confermato. Con riguardo alla colpevolezza del presidente, Mueller ha anche riconfermato, come si legge nel rapporto, che un presidente in carica “non può essere incriminato”, seguendo la direttiva del ministero di giustizia. Mueller ha di nuovo aggiunto che la costituzione include percorsi per giudicare il presidente. La strada suggerita da Mueller è l’impeachment. Per la Pelosi sta diventando sempre più difficile escludere una tale ipotesi specialmente considerando che Justin Amash, parlamentare repubblicano del Michigan, ha indicato che il rapporto di Mueller non lascia alternative.
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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La riforma sull’immigrazione di Trump: primo passo falso

Posted by fidest press agency su domenica, 26 maggio 2019

By Domenico Maceri. “Si tratta di un piano grande, bello e coraggioso”. I superlativi di Donald Trump sono tipici quando parla di qualcosa associata a se stesso. In questo caso il 45esimo presidente lodava il suo piano sulla riforma dell’immigrazione che altri hanno etichettato “Dead on arrival”, ossia ricevuto in stato “non operativo”.
Il piano di Trump riformerebbe l’immigrazione da un sistema che predilige i ricongiungimenti familiari sostituendolo con uno che agevolerebbe i meriti di coloro che vogliano entrare nel Paese. Si tratta di un piano che adotta principi utilizzati da sistemi dell’Australia, Nuova Zelanda e Canada. Modificherebbe la formula attuale che distribuisce il numero di immigrati con il 66 percento riservato ai ricongiungimenti familiari e il resto per questioni di meriti, umanitari, e richiedenti asilo. Trump riserverebbe il 57 percento dei posti ai meriti, il 33 percento ai ricongiungimenti familiari e il resto a beneficio di caratteristiche umanitarie. Il numero totale di 1,1 milioni cartellini verdi rimarrebbe a essere in vigore. Il piano di Trump attirerebbe più immigrati preparati a entrare nel mondo del lavoro e richiederebbe che i nuovi arrivati imparino o conoscano già l’inglese e si sottopongano a un esame di educazione civica.
Il piano è stato annunciato da Trump ma, Jared Kushner, suo genero e consigliere speciale, lo aveva presentato a un gruppo di senatori repubblicani per cercare di ottenere il loro sostegno. Alcuni giornali hanno riportato che l’incontro non ha entusiasmato. In alcune delle sue risposte Kushner è stato interrotto da Stephen Miller, collaboratore di ultra destra del presidente, per offrire chiarimenti. Il senatore Lindsey Graham del South Carolina, grande sostenitore del presidente, ha dichiarato che il piano non mira a divenire legge ma consiste di un primo passo. Più delusa la senatrice Susan Collins del Maine poiché il piano di Trump non include una soluzione alla tragica situazione dei “dreamers”, i giovani portati illegalmente in America dai loro genitori. Buona parte di loro hanno beneficiato del DACA, un ordine esecutivo di Barack Obama che permette loro di restare negli Stati Uniti temporaneamente. Il piano di Trump non tocca nemmeno la situazione degli 11 milioni di immigrati non autorizzati già nel Paese.
L’allontanamento dai principi di ricongiungimenti familiari richiama la legge sull’immigrazione del 1924. Questa legge impose limiti al numero di immigrati basandoli su una quota del due percento secondo la nazionalità degli americani, legata al censimento del 1890. La legge causò notevoli riduzioni a immigrati provenienti dall’Europa del Sud favorendo ingressi di individui dalla Gran Bretagna e l’Europa settentrionale. Nel 1965 il Congresso ha cambiato la legge che corrisponde in grande misura a quella attuale, favorendo i ricongiungimenti familiari.
Il piano di Trump avrebbe simili effetti riducendo gli ingressi di Paesi poveri come quelli del Sud America e Africa. Si tratta di luoghi che Trump aveva dispregiato come “di m…da”, preferendo quelli del Nord Europa. Comunque sia, il piano di Trump non ha quasi nessuna possibilità di divenire legge, considerando il controllo democratico alla Camera ma soprattutto perché manca di serietà poiché esclude la situazione dei “dreamers” e degli altri immigrati non autorizzati. Perché dunque fare un annuncio sull’immigrazione?
Trump ha ripreso il tema dell’immigrazione per caldeggiare la sua base e i sentimenti anti-immigrati etichettandoli come criminali e pericolosi alla sicurezza del Paese. Secondo questa visione è stato facile affibbiare a Trump l’etichetta di essere anti-immigrazione considerando la sua aspra retorica e l’assenza quasi totale di parole che lodino gli immigrati come costruttori del Paese. Si ricordano facilmente i suoi duri attacchi agli immigrati durante la campagna politica del 2016 ma anche durante la sua presidenza. L’enfasi sul bisogno della costruzione del muro, il bando contro immigrati di parecchi Paesi musulmani, e la separazione delle famiglie di rifugiati al confine col Messico principalmente del Centro America, hanno stabilito il 45esimo presidente come interprete della visione anti-immigranti della sua base.Trump con il suo piano vuole intorbidire le acque, asserendo che si oppone solo all’immigrazione illegale. Il suo tentativo di allontanarsi dalla sua aspra retorica contro gli immigrati sarà difficilmente digerito eccetto per i suoi fedelissimi che hanno idee molto negative sui nuovi arrivati. Ann Coulter, la giornalista di ultra destra che in tempi recenti ha sostenuto Trump, adesso lo attacca persino nel suo nuovo piano ricordando che non ha mantenuto la promessa della costruzione del muro al confine e che il numero degli immigrati rimane identico a quello attuale.
Questa insoddisfazione del piano di Trump dall’estrema destra perché troppo liberal dovrebbe suggerire qualche spiraglio verso un compromesso coi democratici. Kevin McCarthy, presidente della minoranza repubblicana alla Camera, ha dichiarato che il piano di Trump consiste di un primo passo verso un disegno di legge più completo, suggerendo un tentativo bipartisan.Trump però ha messo fine a una tale prospettiva. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha recentemente etichettato i democratici come il partito di “frontiere aperte, salari bassi, e completa illegalità”. Trump ha continuato minacciando che se i democratici non coopereranno con il suo piano per “riforme storiche” bisognerà farlo dopo l’elezione del 2020 quando, secondo lui, i repubblicani controlleranno ambedue le Camere e la Casa Bianca. Perché non ha implementato il suo piano sull’immigrazione durante i primi due anni della sua presidenza quando infatti i repubblicani controllavano ambedue le Camere e la Casa Bianca rimane un mistero. Forse perché si tratta di un piano irrealizzabile il cui vero scopo è mantenere felice la sua base?
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Trump e WikiLeaks: “amore” finito “Non so niente di WikiLeaks”

Posted by fidest press agency su domenica, 21 aprile 2019

By Domenico Maceri PhD. Ecco la reazione di Donald Trump poco dopo l’arresto di Julian Assange a Londra in seguito all’espulsione dall’ambasciata ecuadoriana. Il fondatore di WikiLeaks vi si era rifugiato nel 2012 onde sfuggire all’estradizione in Svezia per le accuse di stupro e molestie sessuali di cui era stato accusato. Trump però nella campagna elettorale del 2016 aveva menzionato WikiLeaks più di 140 volte, ripetendo in più di 14 occasioni che lui “adorava WikiLeaks”. Si sa benissimo che Trump cambia idea e dimentica o sostiene di avere detto o non avere detto qualcosa anche quando le prove lampanti ci dicono il contrario. Ma al di là della veridicità delle asserzioni del 45esimo presidente i legami con WikiLeaks ci sono stati e non sono affatto insignificanti.In uno dei momenti più bui della campagna elettorale dell’attuale inquilino alla Casa Bianca, Assange ha dato una grossa mano a Trump. Con la divulgazione del video di Access Hollywood, in cui si sente Trump dire che come star lui può fare quello che vuole con le donne, persino prenderle dalle “parti intime”, WikiLeaks lo ha aiutato e non poco. La notizia del video era avvenuta il 10 ottobre 2016 e sembrava che la campagna del tycoon stesse per implodere. Si credeva a quei tempi che senza il video Trump avesse il 25 percento di possibilità di sconfiggere Hillary Clinton. La divulgazione del video aveva ovviamente diminuito le sue chance. Mentre Trump e i suoi collaboratori stavano freneticamente cercando di spiegare l’orrenda dichiarazione di Trump sulle donne che si aggiungeva a molte altre fatte in precedenza, Assange ha rilasciato la prima parte delle e-mail di John Podesta, amico dei Clinton, e a quei tempi direttore della campagna elettorale di Hillary. Il contenuto delle e-mail mirava a creare l’immagine di Bernie Sanders come truffato della nomination per convincere i sostenitori del senatore del Vermont a non votare per la Clinton. Il rilascio delle e-mail ha avuto l’effetto programmato di distrarre l’attenzione mediatica dal video, sminuendo, anche se non eliminando completamente, la bufera delle rivelazioni compromettenti.Si è saputo più tardi che Assange aveva ottenuto queste e-mail dalla intelligence russa sotto la maschera di Guccifer 2.0. Il rilascio delle e-mail intendeva ovviamente aiutare Trump e, forse meglio per i russi, di fomentare confusione e incertezze nell’elezione americana per dimostrare la corruzione della loro democrazia.I legami di Assange con Trump non sono stati diretti ma le ultime informazioni venute a galla in parte mediante Michael Cohen, ex avvocato di Trump, nelle sue testimonianze alla Camera, ci dicono che Roger Stone, collaboratore di Trump nella campagna elettorale, aveva fatto da intermediario. I contatti di Assange con Trump, però, ci vengono anche dimostrati da e-mail inviate dal fondatore di WikiLeaks a Donald Trump Junior in cui gli offre consigli politici sul miglior metodo di sfruttare le e-mail di Podesta. In particolare, Assange consiglia al primogenito di Trump siti internet dove ottenere massima distribuzione e incoraggia l’allora candidato di usarli nei suoi tweet. La mattina dell’elezione, quando ancora tutti prevedevano la vittoria di Hillary Clinton, Assange ha mandato un’altra e-mail a Donald Junior consigliando che il padre non dovrebbe accettare la sconfitta e che dovrebbe sfidare i risultati, sostenendo corruzione nel sistema elettorale.
Perché Assange ha deciso di aiutare Trump dopo che lui si era fatto un nome rivelando notizie rubate sulle atrocità commesse da forze militari americane in Iraq nel 2009 sulle quali il governo statunitense avrebbe chiuso non uno ma ambedue gli occhi? La divulgazione di documenti trafugati non aveva dunque reso Assange persona grata agli americani. Si crede però che Assange volesse uscire dall’ambasciata ecuadoriana dove in effetti era divenuto carcerato per i limiti imposti dal nuovo presidente ecuadoriano Lenín Moreno, eletto nel 2017. Il nuovo presidente era stato vittima di fuga di notizie e foto compromettenti per le quali il governo ecuadoriano aveva addossato la responsabilità ad Assange. Considerando altri comportamenti poco gradevoli come lo spargimento di feci sui muri dell’ambasciata e il costo di un milione di dollari di spese annue per Assange, Merino non ne ha potuto più e ha deciso di buttarlo fuori. La polizia inglese lo ha subito arrestato perché Assange aveva violato la libertà condizionale nel 2012 e si era rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana accettando l’asilo politico di Rafael Correa, l’allora presidente dell’Ecuador.
Non potendo continuare ad abitare all’ambasciata ecuadoriana dove la sua situazione era in effetti divenuta un carcere, Assange avrà cercato una via d’uscita la quale gli sarebbe potuta arrivare mediante Trump. Secondo un articolo pubblicato nella rivista The Atlantic, Assange, cittadino australiano, aveva suggerito a Donald Trump Junior, che il padre potrebbe mettere pressione sul governo australiano affinché lo nominasse ambasciatore agli Stati Uniti. Inoltre, Roger Stone, consigliere di Trump incriminato per avere mentito sulle sue comunicazioni su WikiLeaks, avrebbe comunicato ad alcuni suoi collaboratori che Assange potrebbe ricevere una grazia in caso fosse estradato negli Stati Uniti.Il dipartimento di Giustizia di Trump ha richiesto l’estradizione di Assange accusandolo di avere cospirato con Chelsea Manning di ottenere documenti segreti illegalmente e di avere tentato di aiutarla a hackerare una password per ottenere altri documenti segreti. Se estradato in America e condannato delle accuse, potrebbe andare in carcere per 5 anni. Le accuse di stupro e molestie sessuali di cui Assange è accusato lo potrebbero però fare estradare in Svezia che ha di recente riaperto l’inchiesta. Si teme che se gli Stati Uniti vincessero la contesa con la Svezia e riuscissero a processare Assange, ulteriori accuse più pesanti potrebbero emergere, anche se gli accordi bilaterali di estradizione fra Stati Uniti e Gran Bretagna permettono solo un processo sui capi d’accusa nella richiesta di estradizione. Una possibile estradizione agli Stati Uniti potrebbe anche condurre a chiarezza sulle responsabilità russe nell’interferenza sull’elezione americana, che ovviamente non farebbe piacere a Trump.
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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North Korea’s ‘black box’

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 marzo 2019

By Jon Allsop. Yesterday, following the premature collapse of his nuclear summit with Kim Jong Un in Vietnam, President Trump, addressing reporters in Hanoi, said he walked because North Korea wanted full sanctions relief in exchange for partial denuclearization. It was a concession, Trump said, that the United States could not make. Later in the day, at a rare news conference, Ri Yong-ho, North Korea’s Minister of Foreign Affairs, denied Trump’s account, saying that his country asked only for a partial lifting of sanctions. In America, commentators argued over why Trump’s strategy failed, and whether he was right to bail. In North Korea, there was no such debate. State media glossed right over the collapse of the summit, describing it as an event of “great significance” that furthered “mutual respect and trust.”Since Trump entered office, US relations with North Korea have swung between extreme hostility and unlikely rapprochement. In two meetings with Kim, Trump has broken diplomatic ground. Yet the international reporters covering North Korea have little idea what Kim’s regime is really thinking, or—at moments like this one—what it might do next. At this week’s summit, Kim, for the first time ever, took questions from Western reporters; his answers were short and terse, though they were symbolically important, and offered some (albeit limited) insight into the situation. But now that the summit is over, the normal silence will resume.The information climate of North Korea is dire. For the past two years, Reporters Without Borders has ranked it the worst country in the world for press freedom. The state controls the internet; citizens caught accessing foreign media are sometimes sent to concentration camps. The Associated Press and Agence France-Presse have established bureaus in the country, in conjunction with state media, yet foreign reporters are tightly controlled. Before the summit, Andrew McCormick, my CJR colleague, spoke with journalists about their experiences covering North Korea. Several of them described it as “a black box.” The constant challenge, Simon Denyer, Tokyo bureau chief for The Washington Post, said, was resisting the temptation to provide complete narratives and limiting oneself to what is actually knowable.In the absence of reliable sources, reporters, as well as academics and other experts, have had to get creative. In 2017, The Wall Street Journal reported that American scholars in Seoul fed North Korean state media through a high-powered mathematical engine for clues about the regime’s plans. Doug Bock Clark wrote for The New Yorker that advances in commercial satellite photography have allowed civilian think tanks to source their own imaging of North Korea’s nuclear sites. A month after Trump and Kim’s first summit, in Singapore, Joby Warrick, a Post reporter, turned to the James Martin Center for Nonproliferation Studies to verify a tip from an intelligence source. Analysis by the Center for Strategic and International Studies and 38 North, a news-site-think-tank hybrid with a roster of high-powered experts, has been widely cited in the press.These sourcing workarounds have been useful in challenging the Trump administration’s official narrative that North Korea is no longer a nuclear threat. With talks now collapsed, the value of such sleuthing is even higher. But satellite cameras can only see Kim’s test sites, not inside his head. (font: CJR Editors)

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A pro-Trump website’s scoop drives a governor to the brink

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 febbraio 2019

By Jon Allsop. Over the weekend, an explosive scoop pushed Ralph Northam, Virginia’s Democratic governor, to the brink. A source alerted a journalist to a racist photo, on Northam’s page of an old medical school yearbook, showing one individual in blackface, and another in the white robes and hood of the Ku Klux Klan. Strikingly, it wasn’t a local paper or powerhouse investigative newsroom that got the goods; nor was it a prominent right-wing media player like Fox News or Breitbart. Instead, it was Big League Politics, a relatively obscure pro-Trump website, that broke the story that drove a national news cycle through the weekend.
Since Trump burst onto the political scene, sites like Big League Politics have been notable not for their reporting, but for their role driving an increasingly muddy, and increasingly fragmented, news ecosystem. According to The Washington Post’s Paul Farhi, Big League Politics has, in its short existence, “reliably boosted Trump, attacked Democrats and liberal figures, and written many articles promoting a discredited conspiracy theory popular among far-right conservatives about the murder of a young Democratic National Committee staffer named Seth Rich in 2016.” While some among the wave of sites that fit this profile give the impression of being run out of Trump obsessives’ bedrooms, others have significant partisan or financial heft behind them. As Farhi notes, Big League Politics’s owners include consultants who have worked for far-right Republican candidates like Corey Stewart, in Virginia, and Roy Moore, in Alabama.Patrick Howley, the 29-year-old Breitbart and Daily Caller alum who edits Big League Politics, told Farhi that “a concerned citizen, not a political opponent,” brought the yearbook photo to the site’s attention. Nonetheless, Farhi reports that someone from Northam’s medical school cohort appears to have volunteered the tip in response to Northam’s comments, during a radio interview last week, around a state bill aiming to ease access to third-trimester abortions. Critics accused Northam of justifying infanticide for children born after failed abortion attempts. Although Northam strongly denied that that was what he had meant, some conservative outlets have since paired the abortion remarks with the racist yearbook scandal. Ben Sasse, Republican senator for Nebraska, did likewise on Fox.
Over the weekend, right-wing commentators also alleged Democratic Party—and media—hypocrisy around the photo. Fox’s Laura Ingraham decried “a double standard”: “If this had been a Republican with that photo, he’d never be seen again, [he’d] probably have to change his name and move to South America,” she said. These remarks, and others like them, were disingenuous. A cavalcade of senior Democrats, in Virginia and on the national stage, called on Northam to resign. The national news media, for its part, has quickly and aggressively pursued the story—arguably more so than it did last month after Steve King, a far-right Republican, lamented that white supremacist and white nationalist had “become offensive” terms. (King is not in South America but is still in Congress, where he represents Iowa.)
Major outlets were quick to verify the yearbook photo, and report Northam’s admission, later on Friday, that he was in it. And they held Northam’s feet to the fire when, on Saturday, he U-turned and said the photo wasn’t of him, after all, and that he would not be resigning his office. Questioned by journalists at an extraordinary press conference in Richmond, Northam acknowledged that he’d previously dressed up as Michael Jackson (but only used “just a little bit of shoe polish” on his face) and seemed set to prove he could moonwalk until his wife, standing next to him, warned him not to.The story dominated the news cycle yesterday—even though new developments were thin on the ground until, in the evening, word broke that Northam had met with his staff to consider his options, including resigning. Northam’s resignation may, indeed, be imminent. But if he chooses to stick it out, it will become harder for the media to keep the spotlight on the story, as previous scandals involving, for example, Greg Gianforte, King, and, of course, Donald Trump have proven. Our present, polarized moment may have boosted accountability journalism, but it’s hard to escape the feeling that it’s diminished actual accountability. Pro-Trump websites that muddy the truth for partisan ends have played their part in that. (font: CJR Editors)

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Trump: “Eccezionale successo stanotte”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 novembre 2018

In realtà i repubblicani conquistano seggi al Senato, ma indietreggiano alla Camera. Potremmo, quindi, dire che è stata una partita è finita alla pari. Non scendiamo nei dettagli anche perché i media di tutto il mondo non fanno altro che riportare, sin nei minimi particolari, l’andazzo delle elezioni di medio termine negli USA e non intendiamo imitarli.
Resta per noi il dato politico. Trump continua la sua corsa al governo del paese, anche se dovrà scendere a più di qualche compromesso, ma non è escluso che per le prossime presidenziali si candidi nuovamente. Dobbiamo, in pratica, prendere atto che il modo di fare politica e, soprattutto, di rappresentarla farà scuola nel mondo e c’è da pensare che molti governanti cercheranno d’imitarlo. Sarà un bene o un male per la stabilità internazionale? Per ora non ci sentiamo di dare una risposta in un senso o nell’altro. Forse più in là si potranno considerare, in maniera più approfondita, le conseguenze del ciclone Trump.

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Partnership to Fight Chronic Disease Statement on Trump Administration’s Proposed Changes to Medicare Part B

Posted by fidest press agency su sabato, 27 ottobre 2018

Addressing the burden of chronic disease to promote better health acutely depends upon enhancing not restricting access to evidence-based preventive and medical care, including physician-administered prescription drugs. We have grave concerns that the Administration’s proposed changes to Part B will create significant barriers to access to care for Medicare beneficiaries living with serious, complex, chronic conditions.Ninety-six cents of every dollar Medicare spends goes to treating beneficiaries with at least one chronic condition. Medicare beneficiaries incurring the most medical spending often have five or more chronic conditions, representing significant medical needs and individualized care to address them. Focusing on ways to reduce the prevalence and toll of chronic illnesses would improve the overall health of Medicare itself and the millions of Americans it serves.
Medicines administered under Medicare Part B involve serious, complex chronic illnesses, including most cancers, rheumatoid arthritis, multiple sclerosis, and other autoimmune conditions. Individual etiology of disease stage, severity, aggression level, and patient goals will factor into treatment decisions developed by physicians and their patients. The proposed changes will inject additional parties to that decision-making, ones making judgments not on the physician’s recommendations, or what’s in the best interest of the patient or her treatment goals, but on exclusively economic grounds. That includes decisions made by foreign nations where policy decisions have delayed patient access to new medicines and include judgments of “value” of health care products and services that discount the personalized nature of patient needs and responses to care.Controlling spending on health care is a priority for all Americans, but Medicare’s most vulnerable – beneficiaries living with serious, complex chronic diseases – should not be sacrificed in pursuit of that goal. Instead, we should be focusing on improvements that help Medicare garner the full benefit preventing and better managing chronic diseases to reduce costs and save lives.

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Caravan coverage plays into Trump’s hands

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 ottobre 2018

By Pete Vernon. As President Trump works to highlight immigration concerns ahead of the midterm elections, he’s found willing media partners. For days, Trump has stoked alarm about “the caravan,” a group of Central American migrants making their way northward. Relying on the sort of racial fear-mongering that was a feature of his 2016 campaign, Trump on Monday baselessly claimed that “unknown Middle Easterners are mixed in” with the group.The idea that the caravan was being used by Middle Eastern terrorists to camouflage their passage to the US began spreading on right-wing blogs last week, and made its way to Fox News on Monday morning. During a Fox & Friends segment on the caravan, Pete Hegseth claimed that “100 ISIS fighters” had been captured in Guatemala; a couple of hours later, Trump tweeted about it. Reporters who have been travelling with the migrants refuted the claim, and by Monday afternoon, it fell to Fox’s Shepard Smith to clarify that “Fox News knows of no evidence to suggest the president is accurate on that matter. And the president has offered no evidence to support what he has said.”Over the past several days, the caravan story has received considerable coverage on Fox News and conservative radio shows, helping disseminate—and in some cases driving—Trump’s message. But coverage from other news organizations has also played into the narrative Trump and Republicans hope to push. The AP referred to “a ragged, growing army of migrants” in a since-deleted tweet and nearly all outlets are giving the story outsized attention, once again allowing Trump to act as the media’s assignment editor.“The exodus of migrants walking through Mexico is, no doubt, a real story,” writes The Washington Post’s Margaret Sullivan. “It’s just not the same story that much of the American news media is incredulously—at times hysterically—telling.” Citing some of that hysterical reporting, Sullivan argues that the focus on the story is “a wonderful pre-midterms gift to President Trump.”The actual caravan is made up of several thousand migrants, mostly from Honduras, who are currently making their way through southern Mexico. The LA Times’s Patrick J. McDonnell and Katie Linthicum report that the migrants they spoke with on the ground “expressed little awareness of US politics, and insisted that they were only trying to escape violence, corruption and poverty.” The reality of the situation hasn’t stopped Trump and some of his media allies from twisting the story to fit their own agenda. The focus on immigration, write The New York Times’s Alexander Burns and Astead W. Herndon, is “an escalation of Mr. Trump’s efforts to stoke fears about foreigners and crime ahead of the Nov. 6 vote.” Issues of race and immigration formed the backbone of Trump’s appeals to voters during his presidential run and since taking office. With midterm voting just two weeks away, the president appears intent on pushing those topics into the spotlight. The plight of migrants seeking refuge from violence and poverty demands coverage, but news outlets don’t have to frame that reporting on Trump’s terms. (font: CJR Editors)

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The media today: Midterm coverage beyond Trump

Posted by fidest press agency su domenica, 21 ottobre 2018

By Pete Vernon. After the 2016 contest for the presidency, when many media outlets missed the rise of Donald Trump, they were left grasping for explanations. There had been too much focus on the horse race, not enough coverage of people on the ground, a fundamental misunderstanding of what polls actually say. All were seen as missteps. Now, less than three weeks out from the midterm elections, it’s hard to quantify whether there has been any meaningful shift from empty prognosticating, though news outlets are talking a good game about having learned from the past.For CJR, David Uberti notes that some newsrooms that got Trump’s election spectacularly wrong have done away with their numerical projections entirely. Others have taken steps to tell their audience understand what the numbers mean. “As news organizations rev up their coverage for midterm elections, the credibility of polling analysis is back on the line,” Uberti writes. “And the question of how to predict what might happen looms ever larger given the political stakes, leaving prognosticators to reconsider how they frame predictions for laypeople—if they produce them at all.”The midterms have been cast as a referendum on President Trump, but competitions for Senate and House seats are inherently local competitions. Ahead of November 6, CJR invited writers from around the country to spotlight stories that deserve closer scrutiny in their states. The subjects that the writers chose varied from coal to racial divides to voter suppression, and several dispatches lamented the dwindling resources of local news outlets.
From Montana, Anne Helen Petersen writes that the local press “simply lacks the resources or wherewithal to pursue the larger issues, institutions, and money-flows in depth.” The state’s lone congressional seat is held by Republican Greg Gianforte, who assaulted a reporter on the eve of his special election in the spring of 2017. “How do you cover a candidate whose antagonism towards the press includes physical abuse?” Petersen wonders.
Kris Kobach, the secretary of state of Kansas, is running for governor there. Kobach, a Republican who led President Trump’s voting fraud panel (since disbanded), has turned Kansas into the “epicenter of a national voter-suppression crisis,” Sarah Smarsh reports. “Readers, viewers and listeners deserve to understand the forces that might compromise the power of their ballots, from gerrymandering to unlawful purging of voter rolls,” she writes. “With pivotal midterm races across the country, no election coverage—in Kansas, and beyond—is complete without deep investigations into the voting process.”
And in Virginia, journalists are dealing with how to report on the racial demagoguery spouted by Corey Stewart, a Republican candidate for senate who has been abandoned by leading officials in his own party. “The press and public,” Elizabeth Catte writes, are “putting lessons learned covering Trump, about being less reactionary in news production and consumption, in practice.” Trump’s dominance of national news storylines and his desire to inject his role into hundreds of local races mean that midterm voters may be thinking more nationally than in years past. But as CJR’s dispatches from around the country show, there are plenty of local and regional concerns that deserve coverage, too. (font: CJR Editors)

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