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Biden presidenziale, Trump candidato underdog

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 luglio 2020

“Non c’è nessun dubbio. Questa rivoluzione di estrema sinistra mira a rovesciare la Rivoluzione Americana”. Così Donald Trump mentre attaccava i suoi avversari politici nella ricorrenza della festa nazionale del 4 luglio in un discorso al Monte Rushmore nel South Dakota. L’attuale inquilino della Casa Bianca cercava di segnare gol politici approfittando della ricorrenza storica per attaccare i suoi “nemici”. Joe Biden, il candidato del Partito Democratico, invece, ha sottolineato nel suo discorso l’unità del Paese, notando giustamente le idee esemplari dei Padri Fondatori ma riconoscendo anche l’incompleta messa in atto di questi stessi ideali. L’ex vice presidente ha chiarito che le celebrazioni servono anche a ricordare “la persistente marcia verso una più grande giustizia”. Mentre Trump parlava da candidato politico con i suoi attacchi, Biden, invece ha dato segnali di agire da presidente con toni pacati che si riallacciano agli eventi degli ultimi mesi.Trump nel suo discorso ha completamente dimenticato la pandemia in corso con 3 milioni di contagi, 134mila morti, e gli aumenti di casi positivi che negli ultimi giorni hanno raggiunto la cifra di 60mila in un solo giorno. Il 45esimo presidente ha anche evitato il tema della giustizia razziale, preferendo di concentrarsi sulla sua continua guerra contro i suoi avversari politici, dipingendoli come nemici della gloriosa storia americana. Incapace di offrire risposte ai problemi dell’America, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha cercato di inventarsi una battaglia in cui si aggrappa alla bandiera senza fare nessuno sforzo di vedere l’unione del Paese. La guerra culturale creata da Trump si riallaccia in parte alle manifestazioni che mettono in rilievo le palesi ingiustizie ancora presenti negli Usa. L’abbattimento di statue, soprattutto quelle che celebrano i confederati, con i loro richiami alla schiavitù, trova in Trump il grande paladino della vecchia e macchiata America. Trump continua asserendo nel suo discorso che i nemici dell’America vogliono “condurre una guerra spietata per diffamare i nostri eroi, cancellare i nostri valori e indottrinare i nostri bambini”. L’attuale presidente sorvola sul fatto che gli ideali di uguaglianza espressi e celebrati dalla Rivoluzione Americana non si applicavano né agli afro-americani né alle donne.Trump nel suo discorso ignora anche le direttive dei virologi che sconsigliano gli assembramenti. Nel suo discorso al Monte Rushmore non è stato richiesto l’uso delle mascherine né il rispetto del distanziamento sociale per limitare i contagi. Il 45esimo presidente è divenuto un pessimo modello per gli americani, ignorando un vero nemico che colpisce in silenzio come ci ricordano le tragiche notizie quotidiane. Parecchi Stati, anche quelli conservatori del Sud, sono stati infatti costretti a fare marcia indietro con la riapertura e ritornare al lockdown per salvare vite umane.Biden invece, parlando in video, ha dimostrato l’importanza di dare l’esempio che nonostante l’attiva campagna politica, bisogna fare di tutto per proteggere gli americani dal virus. L’ex vice presidente ha anche ricordato che i padri fondatori non mettevano in pratica gli ideali tramandati a noi nei loro scritti. Molti di loro possedevano schiavi e ovviamente il diritto al voto delle donne non è avvenuto fino al 1924. Biden, in un editoriale, sostiene inoltre che esiste la possibilità di mettere in pratica gli ideali del Sogno Americano e darli a quelli che non ne sono ancora in pieno possesso. In effetti, Biden riconosce il valore della creazione del nuovo Paese ma allo stesso tempo non sorvola sul fatto che non pochi americani continuano tuttora ad avere le porte chiuse all’opportunità di partecipare nella vita politica, sociale e economica con pieni diritti.Trump e Biden articolano due visioni dell’America. Il primo che si preoccupa di difendere gli americani da un “movimento pericoloso e proteggere i bambini della nazione… e preservare le nostre amate tradizioni”. Trump si riferisce a tradizioni che non includono tutti ma quella parte del Paese che lo sostiene. Biden, invece intende essere più inclusivo, estendendo il diritto al voto mediante la posta, riformare l’immigrazione e assicurare che il sistema giudiziario sia indipendente.I recentissimi sondaggi danno ragione a Biden. Trump da parte sua non accetta i consigli che cercano di spingerlo ad aprire ai gruppi minoritari, temendo di erodere il supporto della sua base che lo ha portato al successo nel 2016. Difatti, il tycoon non dà nessuna impressione di volere fare altro che ripetere la sua campagna di quattro anni fa. Gli americani però si sono accorti che le intuizioni di successo di Trump alla fine si scontrano con la realtà. I suoi suggerimenti di usare il disinfettante per curare il coronavirus hanno aperto gli occhi a quasi tutti che le sue soluzioni sono fuori posto. La sua riluttanza di insistere sulle mascherine e il distanziamento sociale per limitare il Covid-19 si stanno anche scontrando con la realtà di non pochi senatori repubblicani. Alcuni notissimi fra di loro come Chuck Grassley (Iowa), Lamar Alexander (Tennessee), Mitt Romney (Utah), Lisa Murkowski (Alaska) e Susan Collins (Maine) hanno già deciso che non parteciperanno alla convention del loro partito a causa del Covid-19.Trump sta passando buona parte del suo tempo a fare campagna elettorale dando l’impressione di essere l’outsider e non il presidente in carica. È sfavorito nei sondaggi. Biden, invece, sentendosi sicuro, agisce in modo presidenziale, dando l’impressione che il suo mandato sia già iniziato.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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I sondaggi dicono Biden: Trump punta sull’economia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 luglio 2020

“Se si tratta di un referendum su Donald Trump, Joe Biden può sorridere”. Così Colin Reed, noto stratega politico repubblicano, mentre commentava le prossime elezioni presidenziali americane in una recente intervista concessa alla Fox News. Reed sottolineava l’operato di Trump negli ultimi mesi che è anche riflesso nei sondaggi a picchiata e i dubbi sulla rielezione dell’attuale inquilino della Casa Bianca.Fino a pochi mesi fa l’economia continuava ad andare bene e Trump si era impossessato di tutto il credito nonostante il fatto che si trattasse solo di una situazione cominciata con la presidenza di Barack Obama, il suo predecessore. Trump, però, ha un grande talento a accaparrarsi dei frutti degli alberi piantati da altri. La maggioranza degli americani lo aveva accettato e nonostante i danni recati all’economia da Trump con i suoi dazi a Paesi considerati avversari, ma anche quelli visti come alleati, lo slancio economico sembrava non finire. Il 45esimo presidente da candidato aveva coltivato la sua immagine promettente di un’economia forte basandosi sul suo passato di uomo di affari di successo. Dopotutto, Trump andava in giro nel suo aereo personale durante la campagna elettorale del 2006 e ripeteva a più non posso che era ricco e non aveva bisogno di soldi. Voleva la presidenza solo per il bene dell’America.Sappiamo benissimo adesso che durante la campagna del 2016 il tycoon continuava i suoi affari e mentre di giorno diceva di non avere niente a che fare con la Russia, di sera parlava con il suo avvocato del progetto di una Trump Tower a Mosca. Ce lo ha rivelato nelle sue testimonianze Michael Cohen, uno dei suoi ex avvocati condannato a tre anni di carcere per frode fiscale e per avere mentito al Congresso. Cohen, adesso è ai domiciliari e sconterà il resto della sua pena a casa per via della pandemia. Cohen, nelle sue testimonianze, aveva rivelato che Trump gonfiava il valore delle sue proprietà per ottenere prestiti mentre allo stesso tempo lo riduceva quando si trattava di responsabilità fiscali. Il fatto che il 45esimo presidente non ci ha rivelato le dichiarazioni dei suoi redditi fa credere che non sia tanto ricco come lui dà a credere e aumenta i sospetti che i suoi prestiti gli siano arrivati da fonti poco limpide.Nonostante tutto, questa sua immagine non poco falsa di essere bravo negli affari, la fede nel suo “successo” economico rimane solida. La maggioranza degli americani crede che, comparato a Biden sulla questione dell’economia, il tycoon sarebbe più efficace. Un sondaggio della CNBC-All-America ci dice infatti che Trump avrebbe una politica economica migliore di quella di Biden (44 a 38 percento). Questo dato è significativo soprattutto per il fatto che l’economia attuale si trova in uno stato di recessione iniziata nel mese di febbraio del 2020, una situazione che non avveniva dal 2009. Da notare che la recessione era già iniziata prima della diffusione del Covid-19. Il primo trimestre dell’anno in corso il PIL (prodotto interno lordo) degli Stati Uniti è calato del 4,8 percento e si crede che nel secondo trimestre il calo arriverà al 30 percento, cifra che non si vedeva dalla Grande Depressione degli anni ’30.Se Trump è riuscito a convincere che sarebbe preferibile a Biden per l’economia, in tutte le altre aree i sondaggi ci dicono che il candidato democratico avrebbe la meglio. Alcuni sondaggi danno a Biden un vantaggio di 14 punti a livello nazionale ma anche in sei Stati tipicamente in bilico Trump si trova indietro. Persino in Stati “red”, che tipicamente votano per i candidati repubblicani, come il Texas e la Georgia, Biden si trova in una posizione favorevole. Le cifre vengono spiegate dalle reazioni di Trump alla pandemia e le manifestazioni contro il razzismo ma anche con l’unificazione del Paese. L’unico punto forte per Trump si trova nell’entusiasmo dei suoi fedelissimi. Biden invece non entusiasma, ma considerando le sue posizioni moderate, non si presta nemmeno agli attacchi del suo avversario che cercano di definirlo come radicale.I repubblicani in generale anche al Senato dovrebbero preoccuparsi poiché il 51 percento degli americani voterebbe per candidati democratici (51 percento) invece di candidati repubblicani (37 percento). Queste preoccupazioni aumenteranno almeno nel vicino futuro poiché la reazione alla pandemia della linea di Trump, caratterizzata da poca serietà, non quadra con la maggioranza. Gli americani sono preoccupati che la pandemia rappresenti un serio pericolo e con 21 punti di distacco credono che il governo dovrebbe fare sforzi per contenere i contagi anche se l’economia ne soffrirebbe. Tutto il contrario della politica di Trump colorata anche dalla sua avversione a indossare la mascherina come raccomandano i virologi, servendo dunque da cattivo esempio, inviando un messaggio che le 130mila morti causate dal Covid-19 non lo preoccupano affatto.
Nei tre anni e mezzo di mandato Trump non è riuscito ad ampliare il suo elettorato, preferendo di concentrarsi a mantenere unita la sua base come se lui fosse solo il loro presidente. Uno sbaglio che riflette la sua incapacità di dimostrare empatia verso gli altri. Un comportamento tragico per un presidente il cui ruolo dovrebbe mirare a unificare il Paese. Trump sembra però legato al passato ed ha persino dichiarato che imporrà il veto a un ingente disegno di legge sulla difesa che include i cambiamenti di nomi che onorano leader militari confederati.Se Trump non sembra essere preoccupato dai sondaggi alcuni dei suoi sostenitori invece la vedono diversamente. Tucker Carlson, della Fox News, per esempio, ha recentemente twittato che il presidente potrebbe perdere le elezioni a meno che “alcuni fatti fondamentali cambino subito”. Lo stratega Reed ha aggiunto che si può ignorare un sondaggio ma quando si tratta di cifre che sono riflesse in tutti i sondaggi bisogna prenderli sul serio. Dissente ovviamente Brad Parscale, il manager della campagna elettorale di Trump. In un recentissimo editoriale nel Washington Post fa notare che il suo candidato genera entusiasmo nel suo elettorato ma visibile anche nei contributi finanziari della loro campagna. Giusto. I sondaggi di questi giorni sono però compatti e l’elezione è a solo 4 mesi. Se Parscale non sembra preoccupato qualcuno lo sarà. Già si sono sentite voci che Trump potrebbe abbandonare la corsa per evitare una sconfitta storicamente schiacciante e umiliante. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Immigrazione: l’emozione di Roberts sul DACA “tradisce” Trump

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 luglio 2020

“Dal 2012, i beneficiari del DACA si sono iscritti a università, iniziato carriere, messo su aziende, comprato case e si sono anche sposati e hanno avuto figli, tutto questo basato sull’esistenza del programma DACA”. Così il presidente della Corte Suprema americana John Roberts, scrivendo per la maggioranza (voto 5 a 4), che ha impedito all’amministrazione di Donald Trump di eliminare il programma che ha beneficiato i “dreamers”, giovani portati in America dai loro genitori senza autorizzazione legale. Si tratta di individui cresciuti negli Usa che a tutti gli effetti sono cittadini americani eccetto per i documenti. Il DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals), ordine esecutivo di Barack Obama del 2012, ha offerto protezione a questi individui, offrendo loro un permesso di soggiorno temporaneo, rinnovabile ogni due anni. In sintesi, si tratta di una “green card”, il cartellino verde di residenza legale negli Usa, anche se non permanente né valido come porta aperta alla cittadinanza.Facile pensare che quando Roberts ha scritto le sue parole pensava sicuramente a uno di questi giovani adesso adulto, uno degli avvocati che ha difeso il programma DACA nelle deliberazioni della Corte Suprema. Luis Cortes Romero, infatti, un membro della squadra di avvocati che è riuscita a salvare il programma, è proprio uno di questi beneficiari. Nato in Messico, Cortes Romero è stato portato dai suoi genitori negli Usa senza autorizzazione legale quando aveva solo un anno. Dopo tanti sacrifici è riuscito a laurearsi in giurisprudenza alla University of Idaho dove studiava senza residenza legale e nessuna speranza di potere esercitare la sua futura professione. Poi nel secondo dei tre anni di studi emerse il DACA, fece domanda e riuscì a qualificare, ottenendo la residenza legale temporanea. Dopo la laurea ha iniziato a esercitare la sua professione e ha persino avuto l’onore e l’onere di difendere individui nella sua stessa situazione. Cortes ha dichiarato a Democracy Now, la rete progressista televisiva americana, di essere sicuro che le storie di tanti giovani come lui hanno avuto un impatto nella decisione di Roberts di consegnare una seria sconfitta a Trump.Non si tratta di una sconfitta totale poiché il 45esimo presidente potrebbe riprovarci anche se ovviamente richiederebbe tempo. Roberts nella sua decisione ha detto che i legali di Trump non hanno specificato una ragione legalmente valida per la revoca dell’ordine esecutivo di Obama. Inevitabile la tipica reazione di Trump che ha caratterizzato questa sentenza ed altre di “fucilate verso coloro che sono repubblicani”. L’attuale inquilino della Casa Bianca era decisamente deluso specialmente perché dei nove giudici della Corte Suprema cinque pendono a destra, essendo stati nominati da presidenti repubblicani. Il “traditore” in questo caso è stato Roberts, nominato da George W. Bush nel 2005, il quale secondo Cortes, ha usato la logica giuridica ma anche le sue emozioni per la decisione.Roberts non è stato l’unico ad usare argomentazioni extralegali. La giudice Sonia Sotomayor, la quale ha votato con la maggioranza, ha però dissentito in un aspetto che tocca direttamente la politica. Sotomayor sottolinea che Trump ha espresso malanimo verso gli ispanici che la maggioranza non ha incluso nella decisione. Cita specificamente alcune frasi arcinote di Trump politico e presidente che caratterizzano gli ispanici come “criminali”, “spacciatori” e “stupratori”. Sotomayor sa benissimo che dal punto di vista legale questi suoi punti hanno solo valore storico per sottolineare i comportamenti politici dell’attuale presidente.Anche Clarence Thomas e Brett Kavanaugh, due dei quattro giudici che hanno votato per Trump, hanno dissentito, nascondendosi principalmente in una giungla di argomentazioni legalistiche comprensibili solo agli specialisti. Thomas però si tradisce quando riconosce che la legge conferisce al ministro della Giustizia il potere di proteggere dalla deportazione alcuni stranieri per ragioni “umanitarie”. Quindi non ignora la tragica situazione dei “dreamers” i quali se deportati potrebbero ritrovarsi nel Paese natale che conoscono a malapena poiché sono cresciuti negli Stati Uniti. Poi però Thomas si rifugia in argomentazioni giuridiche asserendo che l’ordine esecutivo di Obama ha creato una nuova classe di immigrati concedendo loro benefici non supportati dalla legge.Roberts controbatte però citando gli aspetti umanitari e pratici asserendo che l’amministrazione di Trump non ha considerato gli effetti della rescissione del decreto di Obama. Cita specificamente il fatto che i beneficiari del DACA hanno negli otto anni del programma creato famiglie e 200mila bambini nati in America i quali sono cittadini americani a tutti gli effetti. Aggiunge anche il valore pratico dei contributi dei “dreamers” poiché hanno generato più di 215 miliardi di dollari in attività economiche e in dieci anni produrranno 60 miliardi alle casse del tesoro in contributi fiscali. I “dreamers”, dopotutto, sono giovani e il 90 percento di loro possiede posti di lavoro e quindi contribuiscono notevolmente di più grazie al loro status di residenti legali conferitogli dal DACA.I giudici della Corte Suprema devono essere obiettivi e basare le loro decisioni sulla legge. Sono però esseri umani oltre a essere “animali politici” poiché nominati da inquilini della Casa Bianca. La sentenza sul Daca ce lo dimostra. Roberts però, da presidente della Corte Suprema, si preoccupa anche della reputazione del gruppo da lui condotto. Gli attacchi dei politici ai magistrati, specialmente quelli di Trump, da candidato ma anche da presidente, hanno eroso in parte la credibilità della Corte Suprema. Nel 2016 il 48 percento degli americani approvava l’operato della Corte Suprema. Adesso la cifra è salita al 58 percento essendo dunque ritornata in terreno positivo. Inoltre un recente sondaggio ci dice che il 64 percento crede che la Corte Suprema usi la legge per determinare le sue sentenze. Si vedrà fra breve se Roberts continuerà a fare da ago della bilancia con altri importantissimi casi attualmente in considerazione come l’aborto e il rilascio delle informazioni sul reddito di Trump. (By Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Le ingiustizie razziali: Trump congelato nell’America degli anni ’50

Posted by fidest press agency su sabato, 20 giugno 2020

By Domenico Maceri. “Quando iniziano i saccheggi iniziamo a sparare”. Questa la reazione di Donald Trump per riflettere la mano dura nel confrontare alcune manifestazioni scatenate dalla tragedia di George Floyd che hanno causato danni alla proprietà privata nelle ultime settimane. Trump riprendeva un’espressione con sfumature razziste, forse senza rendersene conto, riflettendo la sua ignoranza della storia americana e la discriminazione razziale. Glielo ha fatto notare la giornalista afro-americana Harris Faulkner della Fox News a cui il 45esimo presidente ha recentemente concesso un’intervista.
La Faulkner è grande sostenitrice di Trump come del resto lo è la rete di Rupert Murdoch. Ciononostante la giornalista afro-americana ha pressato l’attuale inquilino della Casa Bianca sull’origine violenta dell’espressione e della sua carica razzista. Rispondendo alla domanda, Trump ha detto che la frase era di moda e che lui l’aveva sentita spesso. Nel dialogo, la Faulkner ha istruito il presidente che l’espressione fu usata per la prima volta da Walter Headley, capo della polizia di Miami, in una conferenza stampa del 1967. Headley e le forze dell’ordine stavano cercando di controllare risse e attività criminali nei quartieri afro-americani di Miami. Headley aggiunse che poco gli importava l’accusa di “brutalità poliziesca”.Trump ha cercato di giustificare la sua mancanza di conoscenze continuando a dire che lui l’aveva sentita dire a Frank Rizzo, ex sindaco di Filadelfia. Rizzo era stato capo della polizia di Filadelfia nello Stato della Pennsylvania e poi anche sindaco ma è notissimo per il suo esplicito razzismo come la storia ci ricorda poiché le sue misure estremiste terrorizzarono la comunità afro-americana della città. Trump, citando Rizzo, non si rende conto che l’uso dell’espressione lo avvicina a un individuo il cui razzismo appare lampante e lo fa parlando con una giornalista conservatrice ma di colore. Trump, di fatti, loda Rizzo dicendo che era “un sindaco molto forte”, secondo la sua opinione. Il 45esimo presidente probabilmente ignora anche che la statua di Rizzo è stata recentemente smantellata dall’attuale sindaco Jim Kenney, il quale l’ha descritta come “un monumento deplorevole al razzismo, l’intolleranza, e la brutalità della polizia verso la comunità afro-americana e quella LBGTQ”.La cecità di Trump sul razzismo ci viene anche dimostrata dalla sua ripresa dei rally con cui cercherà di colmare il divario che lo separa dal suo avversario Joe Biden secondo i sondaggi. Il prossimo comizio del 45esimo presidente si terrà a Tulsa Oklahoma, uno degli Stati più “red” (conservatori) ma anche significativo nella storia razziale. Nel 1921, 300 afro-americani a Tulsa furono massacrati in un quartiere prospero della città. Si trattava di una zona dominata da professionisti e benestanti afro-americani, malvisti dalla maggioranza bianca della città. Il luogo scelto per il comizio, carico di tensioni razziali, diviene ancora più problematico anche per la scelta della data, originalmente fissata per il 19 giugno. In questo giorno, June Nineteenth, combinato a Juneteenth, si celebra la fine della schiavitù, annunciata nel mese di aprile, ma estesa a tutti i territori il 19 giugno del 1865. Trump, avendo riconosciuto di avere fatto un passo falso, ha indietreggiato, rimandando il rally al giorno dopo. Una piccola concessione atipica ma sempre poco apprezzata considerando tutto il suo operato e ideologia sul razzismo.
Trump ha anche fatto un altro piccolo passo positivo con il suo decreto sulla riforma della polizia annunciando la limitazione del “chokehold”, l’uso dello strangolamento per immobilizzare un individuo sospettato di avere commesso un reato. Inoltre il governo fornirebbe contributi a quei dipartimenti di polizia che seguiranno questa nuova direttiva. Non un obbligo dunque, solo un consiglio. In linea generale, però, l’attuale inquilino della Casa Bianca continua a sostenere che il problema della polizia consiste di alcune mele marce e non esiste nessun bisogno per cambiamenti strutturali.
L’estremismo di Trump sulle questioni emerse nelle ultime settimane a causa dei manifestanti però rimane e ce lo confermano anche le prese di posizioni dei suoi avversari politici che lo hanno criticato aspramente. Ma anche la leadership repubblicana ha preso le distanze da Trump per alcune sue azioni che continuano a riflettere la sua linea politica vicinissima ai suprematisti bianchi. Le manifestazioni causate dalla morte di George Floyd hanno riacceso la disuguaglianza politico-sociale con le richieste di cambiamenti strutturali. Si richiede anche l’eliminazione di simboli che continuano a ferire gli afro-americani ma anche tutti coloro che hanno partecipato alle manifestazioni poiché continuano a legittimare le ingiustizie storiche.
L’eliminazione di statue che commemorano militari confederati è riemersa con le manifestazioni. Trump si è dichiarato contrario. Si oppone anche al cambiamento di nomi di una decina di basi che ricordano militari confederati dicendo che “Queste monumentali e potentissime basi fanno parte del patrimonio americano e una lunga storia di vincere, vittoria e libertà”. Difficile capire a che cosa si riferisce il 45esimo presidente. Queste basi militari, i cui nomi il ministero della Difesa voleva cambiare, riflettono individui che hanno perso la Guerra Civile poiché in caso contrario il Paese si sarebbe diviso in due. Riflettono infatti la schiavitù che ovviamente ferisce le sensibilità di tutti i soldati afro-americani che vi mettono piede ma anche bianchi che vi entrano e continuano a legittimare ingiustizie nel Sud del Paese. Si tratta però di ingiustizie che esistono anche negli Stati del Nord poiché la discriminazione e le uccisioni di afro-americani da parte dei poliziotti avvengono troppo frequentemente in quasi tutti gli Stati.Nel caso delle basi Trump si trova però quasi tutto solo, abbandonato anche dal suo partito. Una commissione al Senato, dominata dai repubblicani, ha infatti votato per eliminare questi nomi confederati. La proposta, originalmente introdotta dalla senatrice democratica Elizabeth Warren, sarà inclusa in un disegno di legge importantissimo per autorizzare il bilancio della difesa che riceve appoggio bipartisan.Gli americani si sono anche loro allontanati da Trump e dalla sua linea dura verso i manifestanti. Il 74 percento supporta i manifestanti. Inoltre anche il 65 percento di quelli che si considerano conservatori crede che la frustrazione dei manifestanti sia almeno in parte giustificata.Gli atteggiamenti di Trump nella questione della discriminazione razziale rientrano in grande misura nello slogan di “Make America Great Again” (Rifacciamo grande l’America), una visione che riflette il passato in cui la discriminazione era esplicita e alla luce del sole. Gli Usa sono però cambiati ma Trump rimane nel passato mentre la maggioranza degli americani lo ha lasciato indietro. L’elezione di novembre si profila in questo senso di grandi conseguenze. Con l’elezione di Barack Obama nel 2008 e poi la rielezione del 2012 l’America ha fatto un passo avanti eleggendo un afro-americano alla carica più importante. Paradossalmente questo ha aumentato la paura di un segmento degli americani che si sentono insicuri dalla globalizzazione ma anche per il fatto che il potere dei bianchi sta scomparendo. Nel 2016 una minoranza di americani ha eletto Trump mediante il meccanismo dell’Electoral College che non riflette il voto popolare. Il 2020 farà dunque una correzione allo sbaglio del 2016? (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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I big del Gop scaricano Trump: rielezione sempre più in salita

Posted by fidest press agency su martedì, 16 giugno 2020

La senatrice Lisa Murkowski, repubblicana dell’Alaska, non è sicura che voterà per Donald Trump all’elezione di novembre. La senatrice ha dichiarato che “sta lottando” con questa decisione da molto tempo. La Murkowski, come la senatrice Susan Collins del Maine, è uno di quei senatori etichettati moderati, ma spesso nei voti che contano, si schiera con il suo partito. Nel caso del voto sull’impeachment di Trump del mese di febbraio, ambedue senatrici hanno votato seguendo la linea imposta dal presidente del Senato Mitch McConnell per assolvere l’attuale inquilino della Casa Bianca.A cinque mesi di distanza dall’elezione molto può cambiare e potrebbe darsi che la Murkowski alla fine rimarrà nel campo di Trump. Altri big del Partito Repubblicano lo hanno definitivamente scaricato. George W. Bush, il 43esimo presidente, non voterà per Trump come pure sembra anche il fratello Jeb, ex governatore della Florida. Il senatore Mitt Romney dell’Utah, già candidato presidenziale del Gop (Grand Old Party), sconfitto da Barack Obama nel 2012, seguirà la stessa strada contro Trump. Cindy McCain, vedova di John McCain (candidato presidenziale sconfitto da Obama nel 2008), ha dato indicazioni che non voterà per Trump nemmeno lei.Al di là di questi luminari del Gop che in un modo o nell’altro sono contrari a una rielezione dell’attuale inquilino della Casa Bianca parecchi generali si sono anche schierati contrari a Trump. William H. McRaven, ammiraglio della marina in pensione, noto per avere guidato il raid che ha eliminato Osama bin Laden, ha anche detto che l’America “ha bisogno di nuova leadership” che non sia Trump, poco importa se sia un democratico, un repubblicano o un indipendente. Anche il generale Jim Mattis, ex ministro della Difesa di Trump, ha rilasciato una pungente condanna in cui asserisce che l’attuale inquilino della Casa Bianca è l’unico presidente in tutta la sua carriera che “non cerca di unificare il Paese e che non fa nemmeno finta di provarci”. Mattis era specialmente deluso dal recente tentativo di Trump di usare le forze armate americane per affrontare i manifestanti nel caso di George Floyd.Colin Powell, un altro ex generale repubblicano in pensione, si è aggiunto alla voce di Mattis. In un’intervista televisiva, Powell, che ha servito in parecchie amministrazioni repubblicane da Ronald Reagan, a George Bush padre e George Bush figlio, ha persino detto che nelle prossime elezioni voterà per Joe Biden. Powell, nonostante la sue fede repubblicana, ha già votato per candidati democratici incluso Barack Obama e Hillary Clinton. Anche il generale Mark Milley, Chairman of the Joint Chief of Staff, ha preso le distanze dal suo capo. Milley ha chiesto scusa per avere partecipato al forzato varco dei manifestanti per permettere a Trump di recarsi alla St John Episcopal Church dove si è fatto fotografare con Bibbia in mano per uno spot elettorale. Milley ha chiarito che l’esercito non deve partecipare per il controllo dei cittadini americani quando protestano “per secoli di ingiustizia verso gli afro-americani”.
Trump non ha ancora commentato le parole di Milley ma le sue reazioni su Mattis e Powell non si sono fatte aspettare. Il 45esimo presidente ha accusato Powell, non ingiustamente, di avere grosse responsabilità per la disastrosa guerra in Iraq scatenata dal presunto possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. Trump ha anche attaccato Mattis considerandolo un generale sopravvalutato. C’è da chiedersi perché l’attuale inquilino della Casa Bianca lo aveva nominato ministro della Difesa. Ma poi, è già notissimo che Trump nomina persone e poi le licenzia quando diventano scomodi perché non fanno esattamente quello che lui vuole. Ambedue Powell e Mattis godono di notevole rispetto nei circoli dell’establishment repubblicano. Parecchi senatori infatti hanno recentemente alzato la loro voce difendendo Mattis per il suo servizio al Paese.
Il fatto che Trump sia scaricato da alcuni big dell’establishment repubblicano non rappresenta un serio problema eccetto che può incoraggiare altri, specialmente al Senato, a venire allo scoperto e dire quello che pensano sull’operato e i comportamenti tutt’altro che rispettabili di Trump. In grande misura, i membri repubblicani della Camera Alta tacciono come si è visto nel recentissimo caso del tweet disgustoso di Trump su Martin Gugino. Il 75enne attivista di pace italo-americano, spinto a terra violentemente da due poliziotti è caduto ferendosi alla testa. Secondo Trump si potrebbe trattare di una messinscena ed è possibile che Gugino sia un “provocatore Antifa”, il movimento antifascista e antirazzista. Parecchi senatori si sono rifiutati di commentare il tweet di Trump, tacendo davanti ad altre parole disgustose del 45esimo presidente, asserendo di non leggere i suoi prolifici tweet. L’unico senatore che non solo ha letto il tweet di Trump è stato Romney il quale lo ha classificato di “scioccante”. Romney, infatti, si sta allontanando ancora di più da Trump, avendo anche recentemente partecipato alla manifestazione anti-razzista a Washington. Il senatore dell’Utah ha anche twittato una foto del padre George il quale anche lui credeva alla giustizia sociale avendo marciato con manifestanti per i diritti civili a Detroit negli anni ’60.Le reazioni di Trump alla pandemia e alle manifestazioni anti-razzismo non hanno riflesso nessun tentativo presidenziale di unificare il Paese. La Casa Bianca ha promesso che il 45esimo presidente sta considerando un discorso sulla problematica sociale e tutto sembra fare credere che l’autore principale del testo sarà Stephen Miller, la cui politica viene facilmente descritta di ultra destra e anti-immigranti. Nulla di buono da sperare dunque come ci conferma anche il rifiuto di Trump di cambiare i nomi di una decina di basi militari che riflettono leader degli Stati confederati i quali hanno tradito il loro Paese, combattendo per la scissione nella Guerra Civile del 1861-65. Trump sembra continuare la sua marcia con il suo semplice piano di mantenere la solidità della sua base.I sondaggi ci dicono che il 52 percento degli americani favorisce i manifestanti mentre il 22 percento sono contrari. Ancora più bui per Trump i sondaggi sulle elezioni di novembre che lo vedono indietro a Biden di almeno 10 punti. Il più recentissimo sondaggio della Cnn piazza addirittura Biden a 14 punti davanti a Trump il quale, sorpreso dal distacco, ha incaricato uno dei suoi sondaggisti a smentirlo come fake news. La Casa Bianca ha persino richiesto una ritrattazione alla Cnn perché, a dire del 45esimo presidente, il sondaggio mira a “fabbricare una narrativa anti-Trump”. Emerge infatti la paura che la rielezione sarà improbabile e che i senatori repubblicani, specialmente McConnell, faranno un pensierino sulla loro possibilità di essere affondati e perdere la maggioranza al Senato. Dovrebbe preoccupare in particolar modo la situazione dei senatore Cory Gardner (Colorado), Susan Collins (Maine) e Martha McSally (Arizona) che avranno serie difficoltà a essere rieletti a novembre. Quanto tempo continueranno ancora questi senatori a mantenere il silenzio supportando Trump invece di scaricarlo come hanno già fatto Bush, Powell, Romney e Mattis? (by Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Il caso di Floyd: Trump presidente assente, candidato presente

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 giugno 2020

“Tutti gli americani sono sconvolti per la morte brutale di George Floyd, alla cui famiglia il mio governo promette giustizia”. Così Donald Trump riconosceva la tragica fine del cittadino afro-americano a Minneapolis. Il 45esimo presidente ha però subito continuato commentando la violenza di alcuni manifestanti dicendo che “le vittime principali sono i cittadini” e che lui farà di tutto “per proteggerli”. Le sue azioni successive ci rivelano che si trattava di parole vuote perché invece di agire da leader e unificare il Paese ha subito approfittato della nuova crisi per la sua campagna politica, creando scontri e nemici da sconfiggere.L’ennesima morte di un afro-americano causato da abusi di poliziotti bianchi ha scatenato manifestazioni che abbiamo visto in precedenza. La stragrande maggioranza sono pacifiche ma emergono anche gesti violenti di una piccola minoranza che cerca di approfittarne per scopi personali, sminuendo il messaggio pacifico espresso dalle folle. Trump ha reagito come spesso fa, identificando i nemici per annientarli con la forza. Parlando con i governatori americani l’attuale inquilino della Casa Bianca ha consigliato a tutti di usare la mano dura contro i manifestanti dicendo che devono “dominare invece di perdere tempo” poiché in caso contrario “verranno sopraffatti”. Bisogna, ha continuato Trump, “arrestare i trasgressori, processarli, e metterli in carcere per molto tempo”. Se i governatori non riusciranno a mantenere la pace Trump ha minacciato che se ne incaricherà lui mobilitando le forze armate.Le proteste nelle maggiori città americane hanno incluso Washington D.C. e hanno anche avuto un impatto sulla sicurezza di Trump. Per un’ora il 45esimo presidente, la moglie Melania e il figlio Barron, sono stati costretti a rifugiarsi nel bunker sotterraneo della Casa Bianca come hanno consigliato i servizi di sicurezza. Non sarà stato piacevole per Trump e ovviamente ha reagito per dare l’impressione di essere in comando e libero di fare quello che vuole. Trump è uscito dalla Casa Bianca a piedi dirigendosi alla vicinissima Saint John Episcopal Church, la cosiddetta “Chiesa dei presidenti”, oltrepassando le urla della folla. Le forze dell’ordine sono state costrette a lanciare lacrimogeni e proiettili di gomma per aprire il varco al presidente. Davanti alla chiesa Trump si è fatto fotografare alzando un braccio, tenendo in mano la Bibbia. Al suo lato erano presenti anche il ministro della Difesa Mark Esper e il Chairman of the Joint Chiefs of Staff (Capo delle Forze Armate), esibendo il potere militare del presidente. Uno spot elettorale per dimostrare ai suoi sostenitori religiosi evangelici che è sempre con loro e che userà i militari per mantenere l’ordine. Il vescovo della Chiesa, però, la reverendo Marianne Budd, ha più tardi espresso la sua indignazione per non avere ricevuto un preavviso della visita e soprattutto per l’uso inappropriato del luogo sacro da parte di Trump. In un’intervista alla Pbs (Public Broadcasting Service) Budd ha detto che tutti sono benvenuti alla Chiesa per pregare. Trump, invece, secondo Budd, ha usato la Chiesa per i suoi scopi politici e per promuovere un’agenda di incitamento alla violenza invece di calmare le acque. “Tutto ciò che ha fatto è stato per infiammare la violenza” invece di essere guida “morale del Paese”, continuando a “dividerci”, ha aggiunto la reverendo.Il vescovo Budd ha in effetti suggerito il percorso a Trump per agire in modo presidenziale a beneficio di tutti gli americani invece di concentrarsi su ciò che gli potrebbe produrre frutti elettorali. Da presidente, il magnate di New York ha continuato la sua politica di stabilire nemici e poi sconfiggerli. Senza accettare responsabilità, Trump ha, per esempio, cercato di incolpare altri per la pandemia che ha causato la morte a più di 110mila americani. Nella crisi attuale scatenata dall’uccisione di Floyd, il 45esimo presidente ha seguito la stessa strada, minacciando a destra e manca. L’attuale inquilino della Casa Bianca si è dichiarato “the law and order president” (il presidente della legge e dell’ordine) per reiterare la sua strategia con cui mettere fine alle manifestazioni che hanno anche causato danni alla proprietà privata. Ha minacciato di invocare “The Insurrection Act”, legge del 1807, che gli permetterebbe di usare le forze armate per stabilire la pace. Si tratta di un annuncio che richiama non solo la campagna elettorale di Richard Nixon ma anche le misure fascistoidi spesso usate in Paesi autoritari.Ma siamo negli Stati Uniti e nonostante il fatto che le forze armate obbediscano Trump come commander-in-chief, il ministro della Difesa Esper ha preso le distanze sull’uso delle forze militari nell’interno del Paese. Esper ha dichiarato dal Pentagono che non supporta l’invocazione dell’Insurrection Act nella situazione attuale.Trump non l’avrà presa bene e non sorprenderebbe se Esper dovesse essere licenziato nell’immediato futuro come spesso avviene con collaboratori che non appoggiano la sua linea estremista. Le manifestazioni del caso di George Floyd hanno inevitabilmente occupato i media i quali hanno quasi dimenticato la pandemia del Covid-19 che ha causato quasi 2 milioni di contagi e la morte a più di 110mila americani. Ha messo anche da parte il fatto che 40 milioni di posti di lavoro si sono persi nelle ultime settimane. La parte più pericolosa però è il fatto che Trump non ha detto né fatto nulla per calmare gli animi e preparare una strategia per le ingiustizie razziali che continuano a dominare la società statunitense. Gli americani se ne sono accorti e si sono dichiarati solidali ai manifestanti (64 percento solidali, 27 percento no), secondo un sondaggio della Reuters/Ipsos. Lo stesso sondaggio ci informa che solo il 39 percento approva la condotta di Trump sui manifestanti e il 55 percento disapprova. Ci informa inoltre che Joe Biden ha un margine di 10 punti su Trump per le presidenziali di novembre (47 a 37 percento). La strategia di Trump di concentrare i suoi sforzi sulla sua rielezione non sembra promettente. Ciononostante il 45esimo presidente è incapace di usare il dialogo invece del conflitto, per il bene del suo futuro politico, ma soprattutto per il bene del Paese. (by Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Gli attacchi velati di Obama e i contrattacchi spregiudicati di Trump

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 maggio 2020

“È stato un presidente incompetente”. Così Donald Trump mentre parlava con giornalisti alla Casa Bianca commentando il recente discorso di Barack Obama ai laureati del 2020. L’ex presidente non aveva nominato esplicitamente il suo successore ma aveva additato all’operato dell’attuale inquilino della Casa Bianca come completamente insoddisfacente.Gli ex presidenti americani di solito tacciono sulla condotta di quelli che li seguono come commander-in-chief. Pochissime le eccezioni a questo comportamento. Va ricordato però che Theodore Roosevelt, il 26esimo presidente (1901-09) in un discorso del 1912, criticò aspramente la piattaforma e il servizio del suo successore William Taft (1909-13). Per il resto della storia presidenziale si era stabilita una “pace” fra ex presidenti e presidenti in carica che è durata per molti anni.Il 2020 è però diverso non solo per la pandemia in corso ma anche per gli stili e ideologie diversi fra Trump e Obama. Il primo presidente afro-americano ha sottolineato nel suo discorso che nonostante tutti i problemi della recente pandemia i giovani devono essere ottimisti. L’America ha già sofferto tempi duri— schiavitù, altre pandemie, la Grande Depressione, e l’undici settembre. Obama ha ricalcato anche che l’America è uscita più forte dopo avere affrontato questi periodi bui. Il 44esimo ha anche rilevato la necessità dei giovani di partecipare attivamente alla politica perché gli “adulti” che controllano il sistema stanno fallendo. Obama ha detto anche che i nuovi laureati non dovrebbero fare quello che “dà l’impressione di essere buono o conveniente” come fanno i bambini. Sfortunatamente, ha proseguito Obama, molti adulti fanno esattamente così comportandosi da bambini. Bisogna invece, sempre secondo il 44esimo presidente, decidere da se stessi, basandosi sui valori come l’onestà, il duro lavoro, la responsabilità, la giustizia, la generosità e il rispetto per gli altri.Senza menzionare il nome, Obama si riferiva a tutte le qualità che mancano all’attuale presidente. La stoccata più profonda è emersa quando l’ex presidente ha parlato della pandemia che ha eliminato “ogni illusione che quelli al governo” sanno quello che fanno. “Non fanno nemmeno finta di governare”, ha continuato Obama, nonostante i loro “titoli pomposi”, additando Trump, senza però fare il nome del presidente in carica.Trump non ha ovviamente gradito e ha reagito come fa con chiunque non sia “gentile” con lui, ricorrendo all’attacco personale. I fatti però danno ragione al primo presidente afro-americano. La pandemia ha rivelato l’incompetenza di Trump. Con il 4 percento della popolazione mondiale gli Stati Uniti hanno registrato quasi 1,6 milioni di contagi, ossia il 30 percento del totale al mondo. La cifra dei decessi è alquanto sconcertante con quasi 94mila negli Usa, ossia il 29 percento del totale mondiale. La pandemia ha anche massacrato l’economia con più di 38 milioni di disoccupati attualmente. Nel secondo trimestre del 2020 si prevede un tasso di disoccupazione del 14 percento e un calo del Pil del 38 percento. L’economia che doveva essere il cavallo di battaglia della rielezione di Trump è sfumata costringendolo ad amplificare gli attacchi per togliersi ogni responsabilità e incolpare gli altri della situazione. Ecco come si spiegano i feroci tweet contro l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, a cui ha minacciato di togliere i contributi. Il Covid-19 è un virus cinese e dunque Trump ha sentenziato che la colpa è della Cina. E se mancano le attrezzature di protezione al personale americano della sanità la colpa è dei governatori. Rispondendo a una domanda di un giornalista se lui ha qualche responsabilità, il 45esimo presidente ha risposto che la sua performance merita un perfetto dieci.
Con l’economia a pezzi, Trump sta facendo di tutto per accelerare la ripresa, incoraggiando gli Stati a riaprire, nella speranza di un miracolo per raggiungere cifre incoraggianti prima dell’elezione di novembre. Si tratta di un’eventualità poco probabile e dunque ha deciso che la strada migliore per la rielezione sarà quella di amplificare i suoi attacchi. Ecco come si spiega l’ultima sua teoria di complotto sull’amministrazione del suo predecessore che Trump ha già etichettato Obamagate. Si tratterebbe, secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, di manovre che Obama avrebbe fatto usando la Fbi per le primissime indagini che hanno alla fine scatenato il Russiagate. Non vi è nulla di concreto ma poco importa. Trump spera che il semplice fatto di parlarne toglierà l’attenzione mediatica dalla pandemia e la sua disastrosa performance e intrappolerà anche Joe Biden, il suo rivale a novembre. In effetti, Trump sta cercando di ripetere quello che ha fatto nel 2016, ossia demonizzare la concorrenza.In questo caso però sarà più difficile perché è già stato al potere per quasi quattro anni e dovrà fare salti mortali per districarsi dalle sue responsabilità nella profonda crisi attuale. Una comparazione con l’indice di gradimento di Trump in comparazione ai governatori ce lo chiarisce. Mentre buona parte dei leader Statali ricevono “buoni voti” dai loro cittadini per il loro operato nella pandemia, Trump si trova all’ultimo posto, secondo un recentissimo sondaggio, accompagnato dal governatore della Georgia Brian Kemp, il quale ha seguito la stessa strada noncurante del presidente nell’affrontare il Covid-19. I sondaggi che contano però sono quelli degli Stati in bilico ma anche qui le notizie sono poco promettenti per Trump. Gli attacchi dell’attuale inquilino della Casa Bianca al suo predecessore si riveleranno controproducenti. Obama rimane molto popolare con gli elettori democratici ma anche con gli americani in generale. Con gli elettori afro-americani rimane popolarissimo. Attaccare Obama non farà altro che stimolarli a presentarsi alle urne votando in massa contro Trump. (By Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.)

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Barr: Ministro di Giustizia o arma politica di Trump?

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 maggio 2020

“Flynn si è dichiarato colpevole di mentire alla Fbi sui suoi contatti illegali con i russi. Le sue menzogne non diventano verità. Il ritiro delle accuse non lo assolve ma incrimina Bill Barr. Si tratta della peggiore politicizzazione della storia del Dipartimento di Giustizia”. Così Adam Schiff, parlamentare democratico della California, presidente della Commissione Intelligence alla Camera. Schiff, come va ricordato, è stato uno dei leader del suo partito che ha condotto l’impeachment di Donald Trump nel caso dell’Ucrainagate. Il 45esimo presidente è stato alla fine assolto dal Senato americano.Le dure parole di Schiff su Barr non sono nuovissime in riferimento del Procuratore Generale degli Stati Uniti. Non sono nemmeno ingiustificate data l’ultima azione di Barr di fare cadere le accuse a carico di Mike Flynn, il quale aveva ammesso sotto giuramento di avere mentito alla Fbi nelle indagini del Russiagate. Il generale Flynn era stato per poche settimane consigliere della Sicurezza Nazionale nell’amministrazione di Trump. L’inquilino della Casa Bianca lo aveva licenziato il 13 febbraio del 2017 dopo soli 24 giorni di servizio perché aveva mentito al vice presidente Mike Pence. Ciononostante, Trump aveva fatto del suo meglio per difenderlo, chiedendo anche all’allora direttore della Fbi, James Comey, di andare leggero su Flynn perché era una “brava persona”.
La reazione di Schiff su Barr, lievemente partisan, va però compresa anche dal punto di vista giuridico e politico. Ce lo conferma anche la richiesta di dimissioni di Barr inclusa in una lettera pubblicata dal gruppo “Protect Democracy” e firmata da 2mila ex funzionari del Dipartimento di Giustizia. Il ritiro delle accuse a Flynn ha anche attirato l’attenzione critica del giudice Emmet Sullivan della Corte del Distretto di Washington D.C., incaricato del processo, il quale ha deciso di bloccare tutto, rinviandone la conclusione. Sullivan ha deciso di chiedere contributi di “amicus curiae briefs”, analisi e informazioni che lo aiuteranno sul modo di procedere, alimentando implicitamente dubbi sulla mozione poco ortodossa di Barr. In questa luce Sullivan è andato oltre incaricando John Gleeson, pensionato e giudice federale di New York per esaminare il caso e inviargli la sua raccomandazione se archiviarlo o concluderlo, la cui decisione per legge spetta a lui. Come i lettori ricorderanno, il processo di Flynn si sarebbe dovuto concludere nel mese di novembre del 2018, ma Sullivan aveva rimandato l’emissione della sentenza concedendogli un po’ più di tempo per cooperare ulteriormente con gli investigatori del Russiagate sotto la guida di Robert Mueller. Sullivan aveva avvertito Flynn che non gli poteva garantire l’assenza di carcere nella sua sentenza come avevano anche richiesto i procuratori, soddisfatti della collaborazione di Flynn. L’ammissione di Flynn di avere mentito alla Fbi e le informazioni date agli investigatori di Mueller gli avevano risparmiato i suoi lavori potenzialmente illegali di lobbista per Paesi stranieri e avevano anche aiutato il figlio Michael G. Flynn, anche lui coinvolto nelle indagini. Inoltre, al processo Flynn si era pentito delle sue azioni, presentando le sue scuse al giudice. Quindi a quel tempo Michael Flynn aveva ottenuto il risultato migliore. Le cose sono poi cambiate con la conclusione delle indagini del Russiagate e l’entrata in scena di Barr nei panni di Ministro della Giustizia. Barr è stato accusato di agire come burattino di Trump per il ritiro della accuse a Flynn. Va ricordato che Trump aveva licenziato Jeff Sessions, il suo primo Ministro di Giustizia, per non avere impedito le indagini del Russiagate. Barr, invece, mentre lavorava da avvocato privato, scrisse una lunga lettera a Trump nel 2018 in cui sosteneva perché le indagini in corso sul Russiagate erano illegali. Trump capì da quella missiva che aveva trovato il “suo” Ministro di Giustizia e gli diede la nomina nel mese di dicembre del 2018 e alla fine fu confermato dal Senato a febbraio del 2019.Trump ha infatti riconosciuto il valore di Barr come “suo” Ministro di Giustizia in una recente intervista in cui ha ammesso che questi non avrebbe mai approvato le indagini del Russiagate. Trump non ha mai digerito che la sua vittoria nel 2016 si deve almeno in parte agli aiuti ricevuti dai russi con la loro interferenza per danneggiare Hillary Clinton. Poco importa al 45esimo presidente persino la conferma della Commissione Intelligence del Senato, dominata dai repubblicani, che ha recentemente finito le sue indagini ed ha confermato l’interferenza russa nell’elezione del 2016.Trump però continua a ripetere che il Russiagate era una caccia alle streghe. Il ritiro delle accuse a Flynn fa parte della ricostruzione narrativa per confermare la sua visione della realtà. Anche il caso del suo ex amico Roger Stone, adesso in carcere per le sue attività illegali nel Russiagate, ha fatto emergere le attività di etichettare le indagini di Mueller come illegali. Prima della sentenza di Stone però l’attuale Ministro di Giustizia aveva raccomandato una pena più leggera, ricevendo le congratulazioni del presidente. Questo annuncio ha causato ai quattro procuratori del caso a dimettersi considerando la richiesta un oltraggio alla giustizia.Anche nel caso di Stone, Barr si è macchiato di azioni di giustizia di parte, ricevendo le lodi del suo capo ma il biasimo degli analisti indipendenti. Barr in effetti continua a dimostrarsi più come arma politica di Trump che come Ministro di Giustizia indipendente al servizio del Paese. Una recentissima intervista ci conferma che lui accetta le vedute politiche di Trump il quale si considera attaccato ferocemente dai democratici e dai media semplicemente per ragioni politiche. Barr ha sostenuto che il clima politico è divenuto talmente tossico che la “gente ha perso ogni senso di giustizia”. Parlava degli altri o il suo uso di “gente” si riferiva a se stesso? (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Il sistema postale americano: Trump lo privatizzerà?

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 maggio 2020

By Domenico Maceri, PhD. “Non permetterò mai che il nostro sistema postale fallisca”. Così Donald Trump in uno dei suoi recentissimi tweet. Poco dopo il 45esimo presidente ha attaccato il sistema postale americano asserendo, senza dare dettagli precisi, che la gestione dell’USPS (United States Postal Service) “è stata un disastro”. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha continuato accusando i vertici del servizio postale di non volere aumentare i prezzi dei loro servizi perché colpirebbero finanziariamente Jeff Bezos, padrone di Amazon. Secondo Trump tutto si potrebbe risolvere aumentando i prezzi per le consegne pacchi che l’USPS fornisce a Amazon.La recentissima nomina di Louis DeJoy a postmaster, il leader del servizio postale, spianerà la strada a Trump di mettere in atto questi aumenti e imporre altri cambiamenti all’USPS che lo porteranno a funzionare come un’azienda privata invece di un’agenzia apolitica al servizio degli americani. DeJoy, un imprenditore del North Carolina, è un importante finanziatore della campagna politica di Trump come pure del Partito Repubblicano. La sua nomina è stata resa possibile per il fatto che l’attuale postmaster Megan Brennan ha annunciato il suo pensionamento, azione causata almeno in parte dalle pressioni della Casa Bianca di cambiare la direzione dell’USPS da un’agenzia apolitica a un ente che riflette i desideri del 45esimo presidente.Si prevedono tempi poco belli per il servizio postale con possibili riduzioni di servizi e inevitabili conflitti con il sindacato dei dipendenti. Al momento tutte le zone degli Stati Untisi sono incluse nei loro servizi anche quelle rurali e isolate. Non sorprende dunque che il 90 percento degli americani la considera l’agenzia federale di massima fiducia. Si tratta però di un’agenzia indipendente quasi-governativa che non riceve fondi del governo, mantenendosi in piedi mediante le risorse che guadagna con i servizi offerti. A differenza di altre aziende, l’USPS non è tenuto a generare profitti ma semplicemente ad offrire servizi indispensabili, coprendo le spese della gestione.Ciononostante, come tutte le altre aziende, di questi giorni sta soffrendo del calo economico. Una parte delle entrate dell’USPS viene dalla distribuzione di pubblicità per le aziende le quali in questo trimestre hanno ridotto le loro attività del 50 percento. Come hanno riportato i media l’economia ha subito un calo del 4,8 percento nei primi tre mesi dell’anno e più di 33 milioni di americani sono disoccupati. Si prevede un calo di Pil molto più profondo nei prossimi tre mesi che potrebbe raggiungere il 30 percento.La situazione del servizio postale è in un certo senso molto più grave perché a differenza delle altre aziende private ha difficoltà a ridurre i servizi in quanto il governo lega le sue mani. Uno di questi impedimenti al funzionamento efficace è stata la “The Postal Accountability and Enhancement Act (PAEA)”, una legge approvata nel 2006 durante l’amministrazione di George W. Bush. La legge ha imposto al servizio postale un limite di 10 anni per pre-pagare le pensioni e i benefici medici dei loro 630mila dipendenti per i prossimi 75 anni. L’altro punto scioccante è che il servizio postale è l’unica azienda a dovere pre-pagare le pensioni e i benefici dei suoi dipendenti. Di solito, le aziende, il Social Security, e gli altri fondi pensionistici sia statali che privati, mettono i soldi da parte per il futuro gradualmente e non anticipatamente per 75 anni. Non è rarissimo infatti che se un’azienda fallisce mette anche in pericolo le pensioni dei lavoratori. Nel caso dell’USPS la legge del 2006 è diventata un albatro attorno al collo che aggrava la sua situazione economica. Nel mese di febbraio di quest’anno la Camera ha approvato una nuova legge che revocherebbe quella del 2006. Il voto è stato fornito principalmente da parlamentari democratici ma anche 87 repubblicani hanno votato a favore (309 sì, 106 no). Il Senato, dominato dai repubblicani, fino ad adesso non ha considerato la misura della Camera e sembra che Mitch McConnell, presidente della Camera Alta, non abbia nessuna intenzione di sottoporla al voto.Non è stata l’unica opposizione repubblicana all’USPS. Nel recente stimolo di 2mila miliardi di dollari a beneficio di individui e aziende, il sistema postale non ha ricevuto nulla. I democratici non hanno insistito abbastanza e i repubblicani hanno avuto la meglio. Non si escludono altri stimoli perché la situazione economica continua e stentare e forse il servizio postale potrà ricevere qualche sussidio che lo manterrà a galla.In questi giorni di pandemia si parla giustamente di lavoratori e anche di servizi essenziali. L’USPS è una di queste agenzie che riesce a fornire assistenza a quasi tutti gli americani. Distribuisce lettere e pacchi, alcuni dei quali contenenti medicine ma in alcuni casi anche cibo. A differenza di altre aziende private come l’UPS (United Parcel Service) e FedEx (Federal Express), che gli fanno concorrenza diretta, il servizio postale copre tutto il territorio non solo i posti redditizi. Infatti, l’USPS assiste queste aziende a completare le ultime tappe di consegna di pacchi quando devono raggiungere zone isolate non servite da loro.Il valore dell’USPS si vede anche nei suoi contributi a facilitare il voto per corrispondenza offerto gratis ai cittadini e governi statali e locali. Queso modo di votare continua a divenire più popolare e viene permesso da trenta Stati e in cinque è quasi l’unico modo di votare. Nel 2018 il 65 percento dei californiani ha votato per posta. In altri Stati il numero di persone che si reca alle urne il giorno dell’elezione continua a diminuire. Con la pandemia in corso e le incertezze generate il numero di americani che vorrà votare per posta aumenterà anche per evitare le tipiche lunghissime file. Alcuni hanno suggerito votare mediante l’Internet ma l’idea è stata quasi subito messa da parte per il pericolo di hacking. Il voto per corrispondenza mediante il servizio postale è però sicuro nonostante le obiezioni di Trump dovute principalmente al fatto che permetteranno a più cittadini di partecipare nella democrazia.Trump, però, come tutti i repubblicani, vorrebbe approfittare della crisi attuale per colpire di più l’USPS e privatizzarlo come vogliono fare con tutte le agenzie del governo. La nomina di DeJoy rende questa possibilità più probabile. Il nuovo postmaster dovrà lavorare in fretta. Inizierà il suo lavoro il primo giugno e avrà poco più di quattro mesi prima delle elezioni di novembre. Con l’economia a pezzi Trump potrebbe essere fuori dalla Casa Bianca nel mese di gennaio, sfrattato dal suo avversario democratico Joe Biden.

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La pandemia e la mancata opportunità di Trump per unificare il paese

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 maggio 2020

In una delle recentissime conferenze stampa sul coronavirus Donald Trump ha ammesso che i decessi del covid-19 raggiungeranno 60 o 70mila, ma si è subito congratulato dicendo di avere “preso molte decisioni importanti” che avrebbero ridotto il numero delle vittime. Il 45esimo presidente non riesce proprio a non parlare di se stesso nemmeno quando si tratta di una tragedia come la pandemia in corso. Per un altro presidente sarebbe stato facile unificare il Paese davanti a una tale tragica situazione ma l’attuale inquilino della Casa Bianca continua a dividere per le sue ragioni politiche.Subito dopo l’11 settembre George W. Bush si comportò in tutt’altro modo riuscendo a unificare la nazione la quale lo ricompensò con un indice di gradimento del 90 percento durato parecchi mesi. L’attacco al Paese riuscì a unificare tutti gli americani per lottare contro il terrorismo, il comune nemico di allora. Bush unificò il paese mostrando empatia per le vittime, rassicurando tutti gli americani, creando unità senza riguardo di allineamenti di parte. Dopotutto le vittime degli attacchi non avevano discriminato fra repubblicani o democratici. I governatori di Stati liberal come Andrew Cuomo (New York), Gavin Newsome (California) ma anche repubblicani come Mike De Wine (Ohio) e Larry Hogan (Maryland) hanno seguito l’esempio di Bush, ottenendo la gratitudine dei loro cittadini. Il 77 per cento degli americani giudica favorevolmente l’operato dei loro governatori per il loro modo di affrontare la pandemia.Il covid-19 avrebbe potuto servire a Trump di una simile occasione usando l’insicurezza degli americani, sfruttando l’effetto del “rally around the flag” (fare quadrato attorno alla bandiera) contro il nemico di tutti, senza riguardo di allineamenti politici di parte. L’attuale presidente ha deciso invece di usare la crisi per i suoi vantaggi politici personali.Le conferenze stampa della sua task force sul covid-19 miravano a presentare alla nazione le informazioni necessarie per affrontare la pandemia ma quasi dall’inizio divennero un sostituto per i comizi politici di Trump. Avrebbero dovuto parlare di più gli specialisti per dare informazioni precise ma Trump si impose come protagonista senza assumersi però nessuna responsabilità, attaccando a destra e sinistra gli altri, dai cinesi per il virus, ai media di essere fake, ai governatori per esser irresponsabili e chiunque lui vede come ostacolo ai suoi scopi.I sondaggi gli andarono bene per poco tempo ma tutti si sono presto accorti della sua condotta e adesso solo il 22 percento degli americani ha fiducia sulle informazioni che il presidente dà sul covid-19. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la sua asserzione che il virus si potrebbe curare con il disinfettante. Persino la Fox News, rete molto amica al presidente, ha preso le distanze da quell’affermazione. Il volto silenzioso pieno di stupore della dottoressa Deborah Birx, uno dei membri chiave della task force, ha colto tutto il dolore degli scienziati costretti ad ascoltare la scioccante ricetta di Trump che si era improvvisato medico senza licenza.Se Trump non è riuscito ad entrare nel ruolo ortodosso di presidente con l’opportunità della pandemia unificando il Paese lo si deve principalmente alla sua mancanza totale di empatia. Nessuna ammissione di avere sbagliato nulla, continuando ad agire con la sua filosofia che il mondo è formato di nemici da sconfiggere, usando tutte le sue armi a disposizione per cogliere i suoi obiettivi personali e politici.Trump si è preoccupato dall’inizio della pandemia di additare al positivo stato dell’economia, vedendola come la sua carta vincente alle elezioni di novembre. Adesso però con la pandemia dovrà affrontare Joe Biden a mani vuote perché i più recenti dati economici ci dicono che nel primo trimestre l’economia ha subito un calo del 4,8 percento, il livello più basso dalla Grande Recessione del 2007-2009. Gli analisti ci dicono che il secondo trimestre sarà ancora peggio con un ulteriore probabile calo del 30 percento. L’economia comincerà a respirare in parte per i 3mila miliardi di dollari di stimolo approvati dal governo ma la ripresa economica prenderà tempo. Nel 2009 ci vollero più di due anni per ritornare ai livelli della pre-recessione.
Trump continua ad insistere che gli Stati dovrebbero porre fine al lockdown (la chiusura) ma le incertezze della gente continuano specialmente in alcune parti severamente colpite come il nordest del Paese. I governatori degli Stati conservatori, che poco avevano fatto per ridurre i contagi, sono i primi a seguire i desideri di Trump e riaprire gradualmente i negozi, ristoranti ed altri luoghi pubblici ma l’insicurezza degli americani continua. Vale la pena rischiare il contagio del coronavirus per un taglio di capelli o una cena al ristorante? I sondaggi nazionali vedono Trump indietro a Biden di parecchi punti. I sondaggi che contano però sono quelli degli Stati in bilico che in fin dei conti determineranno l’esito finale. Anche qui Trump appare inguaiato. Il Washington Post ci informa che i sondaggi interni della campagna di Trump lo vedono perdere a novembre. Sempre secondo il Washington Post, il presidente sarebbe andato su tutte le furie una volta confrontato con questa realtà ed avrebbe minacciato di licenziare o denunciare Brad Parscale, il manager della sua campagna elettorale. By Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Le elezioni al tempo del covid-19: il voto per posta e la paura di Trump

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 aprile 2020

by Domenico Maceri, PhD “Ai repubblicani piace il voto per posta quando è usato da gente con due case ma non da gente che ha un secondo lavoro”. Così Terry McAuliffe, ex governatore della Virginia, mentre rispondeva all’attacco al voto per posta di Donald Trump il quale lo ha etichettato di “terribile” perché “nessun repubblicano vincerebbe mai più”.
Con la pandemia del covid-19 i leader democratici hanno già insistito che per la sicurezza dei cittadini bisogna cominciare a prendere le precauzioni necessarie per garantire il diritto al voto. Il presidente Trump, ufficialmente residente della Florida, vota per corrispondenza perché risiede temporaneamente a Washington e gli sarebbe difficile, ma non impossibile, recarsi alle urne in persona. Per il 45esimo presidente votare per posta va tutto bene ed è completamente legittimo ma solo per pochi. Per gli altri, continua Trump, ci sarebbe il rischio di troppi brogli. In realtà, Trump riflette la paura repubblicana che vede qualunque aumento degli afflussi alle urne come pericolo alla loro sopravvivenza politica.Il Partito Repubblicano ha una lunghissima storia di sopprimere il diritto al voto agli elettori credendo, giustamente, ma non completamente, che meno elettori esercitano il loro diritto, migliori risultati loro potranno ottenere. Anche quando si tratta di rischiare la vita i repubblicani scelgono la strada più propensa a ridurre il numero di elettori. Lo si è visto nelle recenti elezioni dello Stato del Wisconsin. Il governatore del Badger State (Stato tasso), Tony Evers, democratico, aveva dato un ordine esecutivo per rinviare l’elezione, ma la legislatura, dominata dai repubblicani, si è opposta. Alla fine la Corte Suprema dello Stato, con 5 giudici tendenti a destra e 2 a sinistra, ha favorito i repubblicani e l’elezione si è tenuta, nonostante il rischio del coronavirus.L’obiezione di Trump e dei repubblicani al voto per posta ci viene anche dimostrata con i loro tentativi di rendere difficile l’esercizio al voto alla classe bassa che tipicamente vota per i democratici. Ecco come si spiegano tutti i loro sforzi che spesso richiedono carte di identità quando gli elettori si recano alle urne. In effetti, queste carte di identità non sono ritenute necessarie in molti Stati perché i controlli sono già stati effettuati in precedenza. L’idea che un cittadino si presenti a un seggio per votare usando l’identità di un’altra persona è rarissima. Rischiare pene severissime per votare non è allettante per nessuno anche perché in molte elezioni in America meno del 50 percento partecipa al voto. Nelle elezioni presidenziali tipicamente si passa la soglia del 50 percento ma in altre spesso la cifra è inferiore al 40 percento. Nella recente elezione in Wisconsin solo il 34 percento ha partecipato. L’idea di frode elettorale, spesso citata dai repubblicani, è dunque inesistente come ci rivelano parecchi studi. Avviene rarissimamente. Uno di questi casi è successo però nell’elezione del 2018 in North Carolina ma a barare non furono i democratici bensì i repubblicani. Un individuo che lavorava per candidati repubblicani si era presentato in case di anziani e aveva promesso di raccogliere le loro schede elettorali per recapitarle ai seggi ma invece le distrusse.Gli aspetti positivi del voto per posta però sono tanti perché rendono più conveniente la partecipazione. Ecco perché gli Stati del Colorado, Hawaii, Oregon, Washington e Utah lo usano esclusivamente anche se offrono la possibilità di consegnare personalmente le schede elettorali all’ufficio della contea di residenza dell’elettore. Una trentina di altri Stati permettono il voto per posta su richiesta degli elettori senza nessuna spiegazione mentre altri richiedono giustificazione come malattia, residenza all’estero o fare parte del servizio militare. In alcuni casi rari, però, il voto per posta richiede la presenza di un testimone e in rarissimi casi persino la presenza di un notaio.Con la vittoria scontata di Joe Biden per la nomination del Partito Democratico le rimanenti elezioni di primarie sono quasi divenute irrilevanti. Preoccupa però l’elezione di novembre che vedrebbe Trump e Biden avversari in un’elezione con l’ombra incombente del coronavirus. L’attuale inquilino della Casa Bianca sta facendo di tutto per riaprire l’economia e tentare di rilanciarla, limitando le perdite, sperando nel miracolo della ripresa economica che lui vede come la sua carta vincente. Dall’altro lato i democratici sono preoccupati dall’inerzia repubblicana per accertarsi che l’elezione di novembre venga condotta in modo adeguato anche se si prevede e spera che il covid-19 sarà solo una bruttissima memoria. Ciononostante la preoccupazione di una seconda ondata di contagi potrebbe avere un forte impatto negativo all’afflusso alle urne. Ecco perché i democratici hanno insistito che lo stimolo di 2,2mila miliardi approvato recentemente includesse 400 milioni di dollari dedicati a facilitare le elezioni. Non sarà ovviamente sufficiente. Ecco perché la senatrice Amy Klobuchar, democratica del Minnesota e già candidata alla nomination del Partito Democratico, ha introdotto un disegno di legge che richiederebbe a tutti gli Stati di offrire la scelta di votare per posta o recarsi alle urne. Non andrà in porto per l’opposizione dei repubblicani ma quella sarebbe la strada giusta per un’elezione democratica.Alcuni studi ci dicono che nelle elezioni condotte per corrispondenza si ottiene più democrazia poiché 3 percento in più di elettori vi partecipano. Non si tratta di una cifra grande ma abbastanza da potere essere decisiva, soprattutto in quella decina di Stati in bilico che spesso decidono le elezioni presidenziali. Va ricordato che nel 2000 George W. Bush fu eletto presidente avendo avuto la meglio in Florida con un margine di 500 voti. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Fra notizie e politica: le conferenze stampa di Trump sul coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2020

“Il presidente Trump è un successo strepitoso. Le sue conferenze stampa sul coronavirus hanno raggiunto uno share di 8,5 milioni di telespettatori”. Questo un dei recenti tweet di Donald Trump mentre citava un articolo del New York Times che si domandava se le recenti conferenze stampa quotidiane del presidente meritavano essere trasmesse in diretta dalla televisione. I media americani si stanno facendo la stessa domanda poiché come in tutto quello che fa Trump non perde nessuna opportunità per farsi campagna politica e promuovere la sua agenda anche nell’attuale crisi di pandemia.Le conferenze stampa avvengono alle 5:30 di sera, ora di Washington. All’inizio sono state considerate notizie importanti e quasi tutte le reti televisive le hanno trasmesse. Poi, i media si sono resi conto che nonostante alcune informazioni importanti presentate da alcuni esperti che collaborano nella task force presidenziale sul coronavirus, Trump era divenuto il regista e protagonista di questi eventi. Il 45esimo presidente ha sfruttato le occasioni per cercare di mettessi in luce positiva dando allo stesso tempo informazioni poco veritiere e in non pochi casi gli esperti lo hanno dovuto correggere. Le correzioni devono essere fatte però in modo molto diplomatico perché, come si sa, Trump è sensibilissimo a qualunque suggerimento che lui non stia facendo un ottimo lavoro.Le conferenze stampa sul coronavirus di Trump cominciano con l’entrata in scena di Trump e una dozzina di membri della task force. Il presidente inizia passando in rassegna i punti fondamentali, leggendo dal teleprompter, stentando a comunicare le parole scritte, dando l’impressione di leggere con grandi difficoltà. Di tanto in tanto si prende una breve pausa per commentare con parole proprie che riflettono più il suo stile preferito, spesso ripetendo, mostrandoci i suoi limiti di vocabolario attivo.Trump chiede poi ad alcuni degli esperti di offrire i loro contributi dove si ottiene in realtà informazione credibile specialmente quando il dottor Anthony Fauci, direttore del Center for Disease Control, fa i suoi interventi. Alla fine si passa alle domande dei giornalisti. Spesso queste situazioni diventano scontrose poiché il 45esimo presidente non gradisce domande che suggeriscano minimamente alcune delle sue ovvie falsità che causano confusione a coloro che lo ascoltano. Questi scontri sono in parte orchestrati da Trump per continuare la sua campagna politica, attaccando alcuni dei giornalisti come Peter Alexander (Nbc), Jim Acosta (Cnn)e Yamiche Alcindor (Pbs). Gli scontri sono ovviamente “vinti” da Trump che controlla, interrompe, accusa, mettendo i giornalisti al tappeto nella sua mente e in quella dei suoi sostenitori. Per i telespettatori obiettivi riconfermano che Trump sta sfruttando qualunque occasione, specialmente televisiva, per segnare gol politici. Le sue “vittorie” contro i media che i suoi sostenitori odiano, lo ingrandiscono nella loro mente. In effetti, Trump disprezza i media e vorrebbe, se possibile, seguire l’esempio di Viktor Orban in Ungheria, il quale sfruttando l’emergenza della pandemia, si è in effetti dichiarato dittatore del Paese, eliminando tutte le forme di informazione indipendente.Considerando il fatto che Trump ha strutturato e controllato le conferenze stampa sul coronavirus come opportunità di campagna politica, alcune reti televisive hanno cominciato a non offrire copertura totale. In non pochi casi la Cnn, Msnbc, Cbs hanno limitato recentemente le sessioni avendo capito della povertà di informazione e ricchezza di asserzioni fuorvianti e puramente di campagna politica. Alcuni altri gruppi come Il Washington Post, Il New York Times e Cnbc hanno ridotto o non hanno inviato corrispondenti alle sessioni, preoccupandosi di possibile contagio dei loro dipendenti anche perché Trump e i membri della sua task force non rispettano loro stessi le distanze sociali che raccomandano al resto del Paese.Il dilemma però rimane perché quando il presidente degli Stati Uniti parla bisogna ascoltare anche se non gli si deve dare un microfono costantemente, specialmente a uno come Trump che filtra tutto con occhi narcisisti, concentrandosi su quale vantaggio politico ne porrà trarre. Il ruolo della stampa consiste però di fare da cane da guardia verso i governi e separare le notizie dalla propaganda politica e presentarle ai lettori/telespettatori. Offrire i microfoni a Trump di fare e dire quello che vuole riflette irresponsabilità giornalistica. Lo abbiamo visto nella campagna elettorale del 2016 nella quale le televisioni a cavo coprivano quasi tutti i comizi e rally di Trump nella sua interezza perché “divertivano” e facevano share, aiutando il candidato all’elezione ma allo stesso tempo creando profitti alle reti televisive. Hillary Clinton e Bernie Sanders furono invece in grande misura ignorati e ovviamente danneggiati.Le reti televisive hanno capito che Trump sfrutta le conferenze stampa sulla pandemia per i suoi scopi politici e hanno ridotto la loro copertura. Paradossalmente però in alcune di queste più recenti sessioni Trump sembra avere abbandonato la sua visione rosea sul coronavirus, spiegando che si tratta di una cosa molto seria. Il 45esimo presidente ha insistito che bisogna fare sacrifici e continuare il “lockdown”, la chiusura, per almeno altri trenta giorni, mantenendo le scuole chiuse e limitando i contatti sociali. Se tutto questo si farà si potranno limitare le morti a un massimo di 200mila. In caso contrario si tratterà di una situazione più tragica con un massimo di morti di 2,2 milioni. Si tratta di conclusioni sobrie che gli analisti hanno riconosciuto come affermazioni degne di un presidente. Trump però non dimentica la campagna politica e il suo show. In une delle più recenti conferenze stampa ha risposto a un giornalista facendo notare che “lui è al primo posto su Facebook” (Falso: Trump 29 milioni di followers, Obama 53 milioni). Milioni di morti possibili e il presidente continua a pensare alla pubblicità personale? Forse non ha capito niente dopotutto come ci conferma la sua decisione di proibire la riapertura delle iscrizioni a Obamacare per coloro che non hanno assicurazione medica. (by Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California).

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Trump e il coronavirus: qualche luce, ma molte falsità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

By Domenico Maceri. “Si tratta di un nuovo tentativo di sottoporre il presidente a un altro impeachment”. Ecco come la conduttrice della Fox News Trish Regan ha caratterizzato le posizioni di alcuni leader democratici che avevano criticato la condotta del presidente Donald Trump nell’affrontare il coronavirus. La Regan ha esagerato talmente che la Fox News ha deciso di sospenderla. Il troppo è troppo anche per la rete di Rupert Murdoch che sostiene a spada tratta l’attuale inquilino della Casa Bianca.Da parte sua Trump ha anche lui sottovalutato la serietà del virus creando un clima di insicurezza con le sue asserzioni lontanissime dalla realtà. Ci si aspetta che quando il presidente del Paese più potente al mondo parla le parole riflettano una realtà condivisibile. Il 45esimo presidente però da candidato e nei suoi tre anni di mandato si è creato una reputazione le cui parole e la realtà obiettiva sono spesso lontanissimi parenti.Nel caso del coronavirus Trump aveva detto all’inizio che si trattava di una cosa poco grave, citando un unico caso di una vittima che veniva dalla Cina. Tutto andrà bene, aveva asserito Trump verso la fine del mese di gennaio. Solo pochi giorni dopo il 45esimo presidente aveva detto che l’America aveva bloccato il virus e che “la borsa andava molto bene”. Il problema sarebbe scomparso anche perché, asseriva il presidente americano, siamo vicinissimi a “un vaccino”. In ogni modo il virus sarebbe scomparso come “un miracolo”, esattamente in modo analogo a tutti gli altri virus, non appena il tempo sarebbe migliorato. Trump ha cercato di minimizzare il basso numero di casi positivi in America e che tutto stava andando a gonfie vele.Dagli inizi del mese di marzo Trump però ha cominciato a capire che si trattava di una situazione seria senza però deviare dalle sue false asserzioni. Il presidente ha detto che chiunque voleva il tampone lo poteva trovare facilmente. In una sua visita al CDC (Center for Disease Control) il presidente si è persino congratulato, asserendo, senza prove, che tutti i medici sono sorpresi della sua grande conoscenza sul tema del virus.La situazione si è però aggravata e Trump si è visto costretto a fare un discorso televisivo due settimane fa per dimostrare la sua serietà nell’affrontare la crisi che continuava ad allarmare molti, ma non tutti, gli americani. Nel suo breve discorso, leggendo dal teleprompter, Trump si è dimostrato scomodo, stentando a presentare le parole in modo coerente, asserendo parecchie falsità. Il presidente ha detto che i tamponi sono disponibili a tutti e che le compagnie di assicurazioni coprirebbero tutte le spese.
Poco dopo il discorso assistenti di Trump hanno chiarito che le compagnie di assicurazione coprirebbero il costo dei tamponi ma non delle cure necessarie. I tamponi non sono facili da ottenere. Se la Korea del Sud ha usato i tamponi a tappeto per identificare i contagiati e isolarli, gli Stati Uniti hanno stentato a produrre i tamponi necessari che sono tuttora insufficienti.Che Trump non sia riuscito a calmare le acque con i suoi comportamenti ci viene indicato anche dai sondaggi. Solo il 37 percento degli americani ha fiducia sulle informazioni che il 45esimo presidente fornisce sul coronavirus, secondo un sondaggio della NPR, PBS, Marist. Il 60 percento non ha fiducia. Gli americani sanno che Trump è poco credibile e la sua leadership in questa crisi lo dimostra.In mancanza di azione federale efficace gli Stati hanno agito e continuano a farlo. Esemplari gli Stati del Washington, la California e New York che stanno lavorando per controllare lo spargersi dei contagi. Il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo ha dichiarato che il picco dei contagi avverrà fra una quarantina di giorni. Cuomo ha anche affermato che i posti letto degli ospedali non sono sufficienti per prepararsi al peggio suggerendo l’importanza di usare l’esercito per costruire posti letto extra. Trump ha attaccato Cuomo con tweet velenosi ma sembra che non avrebbe rifiutato il suggerimento.Trump non sembra accettare responsabilità per la situazione oltre a non fornire leadership appropriata. Infatti le sue azioni di due anni fa hanno reso gli Stati Uniti più vulnerabili per affrontare una pandemia. Nel 2018 il 45esimo presidente ha smantellato l’ufficio sulle pandemie creato da Barack Obama come parte del Consiglio di Sicurezza. Rispondendo a una domanda di Yamiche Alcindor della Public Broadcasting Station (PBS), Trump ha negato di avere smantellato il gruppo della pandemia ma i fact checkers hanno trovato il video in cui lui lo annunciava, additando ai costi troppo eccessivi per giustificare la sua decisione. Trump ha rimproverato la Alcindor per avergli fatto una “cattiva” domanda, rifiutando di accettare alcuna responsabilità per l’accaduto.Negli ultimissimi giorni Trump ha dato l’impressione di avere preso le cose sul serio. La preoccupazione della crisi economica ha spinto la Camera e il Senato ad approvare uno stimolo di un miliardo di dollari che Trump approva e metterebbe denaro nelle tasche degli americani per stimolare l’economia. Inoltre Trump adesso accetta che la situazione attuale consiste di una pandemia ma ha asserito falsamente che l’aveva caratterizzata in tal modo sin dall’inizio.Trump ispira poca fiducia poiché è sempre bloccato,vedendo tutto con le sue lenti narcisiste. Non bisogna dimenticare che in una situazione ha detto ai suoi assistenti che vede “ogni giorno presidenziale come un episodio televisivo in cui egli sconfigge i suoi rivali”. Nel suo mondo, il rivale non è dunque la pandemia ma la strada che gli aprirà le porte alla rielezione. Lo ha persino detto ai suoi collaboratori solo una decina di giorni fa, asserendo che la cosa importante per lui è “vincere l’elezione”.
Nonostante la poco brillante performance di Trump l’America ce la farà perché gli Stati, anche quelli di leadership repubblicana, stanno agendo in modo responsabile. Nel frattempo Trump continua a etichettare il coronavirus come “virus cinese” nel suo tentativo di incolpare un nemico. Se avverrà una recessione, la colpa non sarà mai sua. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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La legge è uguale per tutti eccetto Trump e i suoi amici

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 febbraio 2020

La recente assoluzione di Donald Trump dal Senato americano nel caso dell’impeachment è stata utile perché ha reso facile “mettere alla luce del sole quelli che bisognava licenziare”. Così Donald Trump, non il presidente, ma il figlio maggiore, mentre cercava di spiegare gli individui che il padre ha licenziato di questi giorni. Donald Jr. è incaricato di gestire l’azienda del padre ma spesso commenta situazioni politiche per supportare il padre ma si crede anche che si stia preparando anche lui a una futura entrata in politica.Trump dopo la sua “vittoria” in Senato, grazie ai repubblicani che hanno votato compatti per assolverlo dall’impeachment approvato in precedenza dalla Camera, ha iniziato la sua “purga” colpendo quelli che secondo lui lo avevano tradito. In particolare si è concentrato su parecchi individui vicini a lui che hanno testimoniato nelle inchieste dirette da alcune commissioni alla Camera, confermando il quid pro quo con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Questa conversazione ha scatenato l’inchiesta che ha portato al voto di impeachment alla Camera. Il colonnello Alexander Vindman, funzionario del Consiglio di Sicurezza alla Casa Bianca, aveva testimoniato contraddicendo il suo capo il quale lo ha bollato di traditore. Trump lo aveva attaccato accusandolo di mentire. C’è solo un piccolo problema. Vindman ha testimoniato sotto giuramento contro il suo capo, dimostrando una fortissima dosi di coraggio, mentre Trump “testimonia” con i suoi tweet senza dare prove per le sue accuse. Pochi giorni dopo l’assoluzione del Senato, Trump ha licenziato Vindman ma anche il fratello Yevgeny, anche lui in servizio alla Casa Bianca. Il fratello non aveva testimoniato ma la parentela lo avrà reso sospetto al 45esimo presidente. Un altro “traditore” per Trump è stato Gordon Sondland, il quale, per avere contribuito un milione di dollari alla Commissione di insediamento di Trump, era stato “ricompensato” con la nomina di ambasciatore all’Unione Europea. Sondland aveva anche lui testimoniato alla Camera confermando il quid pro quo fra Trump e Zelensky e esattamente come Vindman è stato licenziato dall’attuale inquilino della Casa Bianca.Trump continua a dimostrare che il talento e le capacità professionali dei suoi collaboratori importano poco, optando invece per l’estrema fedeltà di chi gli sta intorno. Vuole assolutamente scegliere i suoi collaboratori senza nessun paletto e ha dimostrato estremi sospetti sul cosiddetto “deep state”, cioè a dire i funzionari di carriera nel governo che fanno il loro lavoro in maniera indipendente a prescindere di chi sia il presidente. Cinquanta funzionari del Consiglio di Sicurezza sono stati trasferiti in altri dipartimenti, allontanandoli dalla cerchia di quelli che possono sentire e “spiare” l’inquilino della Casa Bianca.Trump continua a dimostrare meno e meno fiducia ed ha infatti dichiarato in un’intervista che in futuro ridurrà il personale che ascolta le sue conversazioni con leader di altre nazioni per evitare il guaio che gli è successo con Zelensky. Non capisce però che la conoscenza di quello che lui discute non è solo per i suoi bisogni ma si tratta degli interessi nazionali e quindi deve fare uso degli esperti e prendere in considerazione i loro consigli. Mantenendo sempre più segreti ci fa capire che Trump vuole operare senza essere osservato ed eventualmente giudicato. Si tratta di una grande insicurezza riflessa anche nel suo forte bisogno di ampliare il suo potere per punire e ricompensare i suoi fedeli collaboratori. In questa direzione il Dipartimento di Giustizia gli sta servendo per spingere i tribunali a scagionare o andare leggero su individui come Roger Stone, suo ex collaboratore. Va ricordato che Stone era stato condannato da un tribunale ma proprio di questi giorni quattro dei procuratori nel caso si sono dimessi per la direttiva di Bill Barr, Procuratore Generale, di alterare la richiesta di pena per Stone considerandola eccessiva. Una richiesta mai udita. La mossa di Barr, grande servitore di Trump ma non della Costituzione americana, ha scatenato una ribellione fra ex funzionari della giustizia, 2mila dei quali, hanno chiesto le dimissioni di Barr. Inoltre la Federal Judge Association, gruppo indipendente di giudici, ha annunciato una riunione di emergenza per discutere gli interventi e le pressioni irregolari di Trump sui processi in corso. Nonostante queste pressioni la giudice Amy Berman Jackson ha condannato Stone a tre anni di carcere dichiarando che “i fatti sono importanti”, stoccata diretta a Trump e le sue evidenti falsità. Non sorprenderebbe una grazia per Stone per dimostrare che l’inquilino della Casa Bianca sia il vero “capo” negli Stati Uniti anche nel sistema giudiziario.Trump però sembra ignorare questi tentativi di paletti che dovrebbero porre limiti ai suoi poteri esecutivi. Dopo l’assoluzione al Senato sta dando l’impressione di avere potere assoluto. Sta esagerando poiché sembra che anche Barr non ne può più. Il procuratore generale in un’intervista ha dichiarato che tutti questi tweet sul suo ministero gli rendono la vita difficile e non può svolgere i suoi compiti. Si riferiva a Trump anche senza nominarlo. Da parte sua l’inquilino della Casa Bianca ha dichiarato che non intende fermarsi e vuole anche che il Dipartimento di Giustizia apra un’inchiesta su James Comey e la Fbi per ritornare sul Russiagate, cercando di riscrivere la storia in modo a lui piacevole. Trump non ha mai digerito l’idea di avere vinto l’elezione con l’aiuto dei russi come ci ha spiegato il rapporto di Robert Mueller, che il presidente vorrebbe anche sia investigato.Alcuni analisti hanno rilevato che l’insoddisfazione di Barr con Trump consiste di una sceneggiata per creare l’illusione dell’indipendenza della giustizia dal potere esecutivo. Forse. Nel frattempo Trump continua a mandare segnali che i suoi poteri sono immensi e senza limiti. In una recente intervista ha infatti dichiarato di essere “l’ufficiale numero uno nell’applicazione della legge”, titolo che spetta infatti al procuratore generale Barr. Per reiterarlo, l’inquilino della Casa Bianca ha recentemente concesso la grazia a una dozzina di criminali, alcuni notissimi, altri meno, quasi tutti condannati di frode e corruzione. Il messaggio di Trump sembra essere quello di mostrare la fedeltà che lui riconoscerà con i suoi poteri ampliati dall’assoluzione al Senato. Trump non è il solo ad essere al di sopra della legge. I suoi amici lo saranno anche mentre quelli che intendono andargli contro possono aspettarsi le mazzate del leader “della legge” americana. (by Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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L’economia: carta vincente per Trump a novembre?

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 febbraio 2020

By Domenico Maceri, PhD. Negli ultimi nove anni l’economia americana ha creato 2 milioni di posti di lavoro annualmente. Tre di questi durante il mandato di Donald Trump e gli altri sei sotto la guida di Barack Obama. A sentire le parole di Trump però nel suo discorso al Congresso sullo Stato dell’Unione tutto funziona a meraviglia per merito suo. Per le tante falsità e per avere creato un’atmosfera di rally elettorale nell’aula del Congresso, la speaker Nancy Pelosi ha strappato il discorso di Trump alla vista di tutti.
Ciononostante Trump non ha tutti i torti. L’economia sta andando bene, almeno sotto certi punti di vista semplicistici che potrebbero fare la differenza per la sua rielezione nel mese di novembre di quest’anno. Gli americani votano con la pancia e se hanno la convinzione che le cose vanno bene dal punto di vista economico preferiscono non cambiare rotta a prescindere da altre questioni fondamentali. Come va ricordato, nella campagna elettorale del 1992, James Carville, il consigliere di Bill Clinton coniò lo slogan “It’s the economy, stupid”, concentrandosi sull’economia, sconfiggendo alla fine George H. Bush, il cui tasso di approvazione raggiungeva il 90 per cento. Se l’economia continua a tenere duro, Trump potrebbe fare una passeggiata alla rielezione.La disoccupazione attuale del 3,7 percento si trova ai minimi storici ma era già cominciata a scendere con Obama. Quando il primo presidente afro-americano entrò alla Casa Bianca ricevette un’economia disastrosa da George W. Bush, la peggiore della storia, eccetto per la Great Depression (Grande depressione) del 1929. La cosiddetta Great Recession (Grande recessione), causata dai mutui subprime e mercati immobiliari, durò dal 2007 al 2013. La disoccupazione si aggirava sul 10 percento ma alla fine del secondo mandato di Obama era già scesa al 4,7 percento. Con Trump è scesa di un punto ma prendersi il credito del “miracolo” economico riflette il modus operandi dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Quando le cose vanno storte addita sempre ad altri; quando le cose vanno bene è tutto merito suo.Non è vero ovviamente ma sotto certi aspetti l’economia continua a mandare segnali positivi. Nel mese di gennaio 225.000 posti di lavoro sono stati creati. I salari continuano ad aumentare come si vedeva già nel primo mandato di Obama. Nel 2018 il salario medio lordo di una famiglia americana si aggirava sui 63mila dollari, solo 3,6 percento più alto del 2012 quando il Paese continuava a soffrire per la crisi economica del tempo. Il tasso di povertà continua a scendere ma di nuovo si tratta di un cambiamento iniziato con Obama. L’11,8 per cento degli americani continua a essere classificato in povertà (salario di 25.000 dollari per una famiglia di quattro persone), meglio del 15,1 percento del 2010 durante la crisi della Great Recession, ma quasi identico al 2001 (11,7 percento).Se l’occupazione indica una situazione positiva per quanto riguardano le cifre, la qualità di questi nuovi posti di lavoro è bassa. La stragrande maggioranza dei nuovi posti pagano poco e spesso includono pochi benefici. I posti di lavoro con salari decenti per la classe media sono pochissimi. Il messaggio generale però è che l’economia va bene, come ci ricordano i media. Secondo un sondaggio dell’agenzia Gallup il 59 percento degli americani dice di stare meglio dell’anno scorso. La borsa continua a volare aggiungendo all’impressione che tutto va bene dal punto di vista finanziario anche se questi numeri toccano poco o nulla l’americano medio.In realtà la stragrande maggioranza dei benefici economici stanno andando alle classi abbienti. Ce lo dice anche la riforma fiscale di Trump che ha ridotto le tasse, come fanno tipicamente i presidenti repubblicani per favorire gli ultraricchi e le corporation. La scusa è sempre la stessa: tagliando le tasse si stimola l’economia. Difatti, questi soldi extra nelle tasse dei ricchi non vanno spesi ma usati dalle corporation per comprare azioni delle loro stesse compagnie, aggiungendo valore al patrimonio collettivo della classe alta.
Gli indicatori economici sono dunque di dubbia veridicità come ci confermano anche altri segnali della qualità della vita degli americani. Una buon metro della salute di un popolo emerge dalla prosperità ma anche dalla felicità riflessa nella qualità e lunghezza della vita. L’aspettativa della vita in America è scesa in due anni di presidenza di Trump. Ciò si deve probabilmente all’incremento di americani senza assicurazione medica che è aumentato dal 10,9 al 13,7 per cento. Per tutto il rumore della “meravigliosa” economia declamata da Trump i repubblicani hanno fatto di tutto per eliminare Obamacare senza però riuscirvi. Ciononostante sono riusciti a erodere l’efficacia della riforma sulla sanità approvata da Obama nel 2012.I media però continuano a ricalcare lo stato positivo dell’economia nonostante le nubi presenti causate da Trump. La sua guerra di dazi con la Cina e l’Europa non promette bene poiché lo stato dell’economia americana, come tutte le altre, dipende in modo considerevole da quella del resto del mondo. La politica dell’America First di Trump non prende in considerazione questo fattore basico. Nessun Paese al mondo, nemmeno uno potente come gli Stati Uniti, può permettersi il lusso di isolarsi senza soffrire ovvie conseguenze negative. Gli Stati Uniti sono infatti legati al resto del mondo poiché continuano a prestarsi 500 miliardi di dollari annui per coprire le spese causate in buona parte dai tagli fiscali di Trump. Il deficit di scambi economici degli Stati Uniti per il 2018 è il più grande dal punto di vista storico. C’è poi da considerare il deficit del bilancio americano che era sceso con Obama ma è aumentato con Trump.La vittoria all’elezione di novembre non è scontata per Trump nonostante la semplicistica visione di una buona economia. Troppe incognite fino ad adesso e molte cose possono succedere nei prossimi mesi anche se quasi tutti i maggiori candidati democratici lo sconfiggono in scontri diretti secondo i sondaggi nazionali. Sappiamo però che il sistema elettorale americano suddiviso per Stati può sovvertire l’esito finale come si è visto nel 2016 quando i sondaggi davano a Trump scarsissime possibilità di vittoria. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Trump “padrone” del Senato e delle istituzioni?

Posted by fidest press agency su domenica, 9 febbraio 2020

By Domenico Maceri. “Credo che il presidente della Corte Suprema abbia presieduto in maniera ammirevole”. Così Adam Schiff, il leader dei “manager” democratici al processo di impeachment di Donald Trump mentre difendeva John Roberts dalla domanda scomoda della senatrice Elizabeth Warren, democratica del Massachusetts. La Warren aveva chiesto se la poca fiducia degli americani sul governo con il rifiuto dei senatori repubblicani di permettere l’uso di testimoni mettesse in dubbio anche la legittimità di Roberts, della Corte Suprema e della Costituzione. La Warren mandava con la sua domanda una stoccata a Roberts il quale da presidente del processo poteva forzare la questione dei testimoni e costringere i senatori repubblicani a cedere. Roberts si è trovato in imbarazzo ma ha continuato nella sua condotta puramente formale, senza alcuna intenzione di prendere parte attiva al processo. Ha reiterato inoltre che in caso di un voto di parità lui non sarebbe intervenuto come tipicamente fa il vicepresidente degli Stati Uniti che funge da presidente del Senato, eccetto nel caso dell’impeachment.La scomoda domanda di Warren ha messo alla luce la questione dell’indipendenza del Senato ma anche della legittimità delle altre istituzioni che nell’era di Trump sono state erose per i comportamenti e la politica dell’attuale inquilino della Casa Bianca. A cominciare dal Senato che ha votato per assolverlo senza fare uso di testimoni, condotto da Mitch McConnell, senatore del Kentucky e leader della maggioranza repubblicana, in completa sintonia con i desideri del presidente in carica, ossia l’imputato. Un processo di impeachment completamente di parte finito con l’assoluzione di Trump con 52 voti repubblicani contro 48 contrari (47 democratici e Mitt Romney, senatore dell’Utah, unico repubblicano). L’ombra del 45esimo presidente pesava sui senatori repubblicani, molti dei quali temono l’ira e il potere di Trump, concedendogli illimitata libertà di operare, senza contrappesi legali o etici.L’influenza di Trump sul Senato e il suo partito però va oltre raggiungendo le altre istituzioni che con la sua politica e linguaggio fuori dalle righe continua a destabilizzare e sbilanciare per i suoi benefici personali e politici. La resistenza che si oppone ai feroci attacchi delle istituzioni di Trump continua a rimanere debolissima. Anche nei suoi attacchi al sistema giudiziario si sentono voci contrarie ma flebili da non avere l’effetto positivo necessario. Trump, per esempio, aveva attaccato persino Roberts nel 2016 quando gli ha addossato la responsabilità di Obamacare, la riforma sulla sanità dell’ex presidente Barack Obama. Va ricordato che il presidente della Corte Suprema aveva salvato l’Obamacare votando con i giudici liberal con un risultato di 5 a 4. Inoltre, nel mese di novembre dell’anno scorso, Trump aveva anche attaccato il giudice Jon Tigar per una sua decisione contraria sulla questione dell’immigrazione alla frontiera col Messico. Il 45esimo presidente aveva etichettato Tigar di essere un giudice di Obama. Il commento era eccessivo persino per il reticente Roberts il quale ha ribattuto che non esistono giudici di “Obama, di Trump, di Bush o di Clinton”, aggiungendo che i magistrati sono indipendenti a prescindere di chi li ha nominati.Ma anche quando Trump controlla l’amministrazione e nomina i leader delle istituzioni gli attacchi continuano se non è completamente soddisfatto. Lo ha fatto con i suoi feroci attacchi a Jeff Sessions, nominato dal 45esimo presidente a procuratore generale nel 2017 ma licenziato l’anno dopo perché non aveva bloccato l’indagine di Russiagate. Prima del licenziamento però Trump lo aveva insultato in pubblico con tweet velenosi.La Fbi è anche un’altra istituzione che Trump ha preso di mira con i suoi tweet. Paradossalmente le cose non sono cambiate dal suo punto di vista nonostante il fatto che i vertici dell’agenzia sono stati nominati dallo stesso Trump. In modo simile, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha anche messo da parte i servizi di intelligence poiché non ha creduto la loro analisi secondo cui la Russia ha interferito nell’elezione americana del 2016.Trump però va al di là delle istituzioni creando infatti alternative per condurre i suoi affari personali e politici come ci dimostra il caso di Rudy Giuliani, ex sindaco di New York, e in tempi recenti legale del presidente. Giuliani è stato coinvolto nelle ricerche di trovare informazioni negative su Joe Biden in Ucraina presentandosi non solo come rappresentante di Trump con i funzionari di questo governo europeo ma suggerendo anche di rappresentare ufficialmente gli Stati Uniti. Lo sappiamo infatti perché Trump nella sua telefonata al presidente ucraino Volodymyr Zelensky lo informa che dirà a Giuliani di telefonargli per la questione delle indagini su Biden. Perché Trump usava il suo avvocato personale per la politica diplomatica americana? Trump evidentemente non ha completa fiducia nelle istituzioni e nei suoi funzionari che lui spesso assume in maniera superficiale.Trump in effetti fa di tutto per riformare le istituzioni a suo piacere poiché non crede al sistema che lui cerca di smantellare, conquistandosi campo libero con le proprie regole per i suoi scopi. Le istituzioni però esistono e continuano ad operare. Il Senato non lo ha condannato per la sua azione illegale sull’Ucrainagate. Nell’elezione di midterm del 2018 gli elettori lo hanno però “condannato”, consegnando la maggioranza della Camera ai democratici. Sarà “condannato” di nuovo nell’elezione di novembre di quest’anno? Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Schiff e l’impeachment di Trump: i repubblicani verso l’assoluzione

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 febbraio 2020

“Devo ammettere che Schiff è molto, molto efficace”. Le parole di ammirazione a Adam Schiff, il leader dei sette “manager” della Camera nel processo al Senato per l’impeachment di Donald Trump, sono uscite dalla bocca del senatore James Inhofe, repubblicano dello Stato dell’Oklahoma. Inhofe ha già chiarito che intende votare per assolvere Trump ma allo stesso tempo ha riconosciuto il lavoro brillante di Schiff. Anche il senatore Lindsey Graham, repubblicano del South Carolina, grande sostenitore del 45esimo presidente, si è congratulato personalmente con Schiff.Quando l’ammirazione viene dagli amici ha valore ma quando viene espressa dagli avversari diventa prova lampante di merito. Schiff, infatti, ha svolto il suo compito in maniera esemplare. Gli ultimi dieci minuti del suo discorso al Senato, durato più di un’ora, sono stati ritwittati da 6 milioni di utenti. Schiff, parlamentare della California, è anche il presidente della Commissione Intelligence alla Camera. Per le sue qualità di leadership, la speaker Nancy Pelosi lo aveva nominato a dirigere il processo al Senato contro Trump.
Il presidente della Commissione Intelligence ha condotto le giornate del processo con logica e metodologia che riflette la sua esperienza di procuratore federale in California ma anche per avere servito nell’impeachment di Samuel Kent e Thomas Porteous. Kent, giudice federale nel Texas, si dimise prima della conclusione del processo al Senato. Porteous, giudice federale in Louisiana, fu condannato dal Senato e perse la sua licenza di avvocato nel suo Stato.Nel suo discorso finale al Senato Schiff si è concentrato non sugli aspetti legali per reiterare la necessità di condannare Trump ma su quelli emotivi. Schiff ha riconosciuto che al di là della legalità il Senato non è un tribunale tipico. I 100 senatori non sono solo i giurati ma anche i giudici nonostante la presenza del Presidente della Corte Suprema John Roberts che guida il processo principalmente in maniera formale. Un processo criminale richiede l’unanimità del voto dei giurati per la condanna. Nell’impeachment si tratta solo di due terzi (67 voti).Schiff ha sottolineato non solo il fatto che Trump ha sospeso l’assistenza all’Ucraina per ottenere vantaggi politici con l’annuncio di un’indagine su Joe Biden, suo probabile avversario all’elezione di novembre. Il presidente della Commissione Intelligence ha ricalcato che la condotta di Trump in Ucraina non è un’eccezione ma un modus operandi dell’inquilino della Casa Bianca. Riflette una politica di mettere i suoi interessi personali prima di quelli del Paese. Schiff ha chiesto ai 100 senatori di considerare i “danni” che Trump causerà al Paese e al mondo ma anche alla Costituzione americana. Avrebbe potuto aggiungere che il pericolo di Trump si è ampliato con i licenziamenti di collaboratori di un certo spessore sostituiti da adulatori servili. Per Schiff, il 45esimo presidente rappresenta un pericolo per il Paese poiché “la verità è importante” e senza la verità “siamo perduti”.Schiff ha continuato sfidando i senatori a trovare il “coraggio morale” di condannare Trump e di non cadere nella trappola delle sue minacce, facendo notare che il 45esimo presidente e i suoi seguaci su Twitter attaccano chiunque gli sbarra la strada. Schiff ha esortato i senatori a dimostrare il coraggio che parecchi funzionari della stessa amministrazione di Trump hanno evidenziato, testimoniando contro la condotta illegale del loro capo. In particolare Schiff ha messo in rilievo il colonnello Alexander Vindman, direttore del Consiglio degli affari per la Sicurezza Nazionale, in servizio alla Casa Bianca. Vindman ha testimoniato alla Camera che la richiesta di Trump al presidente Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, di aprire un’indagine sulla presunta corruzione di Joe Biden e del figlio Hunter, non era solamente “inappropriata” ma anche pericolosa per le sue “notevoli implicazioni sulla sicurezza nazionale americana”.Schiff ha anche reiterato ai senatori l’importanza di richiedere le testimonianze di individui che hanno esperienza diretta con lo scandalo dell’Ucrainagate. In particolare, il parlamentare californiano ha sottolineato la necessità di richiedere la testimonianza di John Bolton, ex consigliere della Sicurezza Nazionale che Trump ha licenziato nel mese di settembre del 2019. Bolton ha scritto un libro la cui bozza è stata inviata alla Casa Bianca per revisione prima di essere pubblicata. Vi si legge, secondo il New York Times, che Trump avrebbe detto a Bolton della sua intenzione di sospendere l’assistenza all’Ucraina per forzare l’annuncio dell’indagine su Biden. Proprio di queste ore veniamo informati che il 45esimo presidente ha inviato una lettera all’editore, proibendone la pubblicazione per ragioni di sicurezza nazionale. Bolton causa paura come fanno altri possibili testimoni. Se Trump fosse veramente innocente, come dicono i suoi avvocati, non esiterebbe a presentare informazioni che lo scagionerebbero. Difatti, lui nasconde perché sa benissimo che la verità è pericolosa alla sua sopravvivenza politica.McConnell e Trump avevano fretta per assolvere l’attuale inquilino della Casa Bianca prima del 4 febbraio, data del discorso presidenziale al Congresso sullo Stato dell’Unione. Il voto sull’assoluzione avverrà, a meno di un improbabile colpo di scena, il 5 febbraio, e Trump sarà costretto a presentarsi ai parlamentari e senatori con la macchia non lavata dell’impeachment. L’assoluzione di Trump però non considera seriamente le sue azioni illegali usate dall’attuale presidente per la sua rielezione. Significa che avrà campo libero per richiedere aiuti ad altri Paesi. I repubblicani con il loro supporto di Trump hanno confermato di anteporre gli interessi del loro partito e del loro presidente a quelli della nazione. Il danno alla Costituzione americana sarà permanente, eliminando i paletti che impediscono, anche a futuri presidenti, di abusare il loro potere per essere rieletti. Il brillante Schiff sembra avere perso. Meglio perdere con onore che macchiarsi di complicità con l’illegalità di Trump.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Pelosi rallenta l’impeachment: guai per McConnell e Trump?

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 gennaio 2020

By Domenico Maceri. “Non c’è nessuna possibilità che il presidente sarà rimosso dalla sua carica”. Queste le parole di Mitch McConnell, senatore del Kentucky e presidente della Camera Alta. McConnell si riferiva agli articoli di impeachment approvati dalla Camera che alla fine sono stati consegnati al Senato come richiede la Costituzione.Non è la prima volta che McConnell esprime una simile posizione esplicitamente di parte. In precedenza aveva addirittura dichiarato che stava preparando il processo con la “piena coordinazione” dei legali della Casa Bianca. McConnell, da senatore e adesso giurato nel processo, ha già deciso che il presidente Donald Trump è innocente e per questo stava programmando un processo sbrigativo per mettere la spinosissima questione da parte.Avendo sentito le dichiarazioni di McConnell, Nancy Pelosi, speaker della Camera, si era rifiutata inizialmente di mandare immediatamente gli articoli di abuso di ufficio e ostruzione approvati dalla Camera. Si credeva che la speaker avesse deciso di non mandare gli articoli al Senato per togliere a Trump la possibilità di assoluzione, mantenendo la macchia dell’impeachment sulle spalle del 45esimo presidente. Alla fine, però, sotto pressione di senatori democratici, la Pelosi ha ceduto e ha mandato gli articoli al Senato, includendo, come si richiede, i cosiddetti “manager” dell’impeachment, ossia gli avvocati che presenteranno il caso al Senato. Come si prevedeva, il ruolo di leadership in questo processo per la Camera sarà coperto da Adam Schiff, parlamentare della California, e Jeff Nadler, parlamentare di New York, presidenti rispettivamente della Commissione Intelligence e Giudiziaria. Altri cinque parlamentari democratici li assisteranno. Dall’altro lato per la difesa di Trump ci saranno Pat Cipollone, legale alla Casa Bianca, Jay Sekulow, avvocato personale del presidente, Ken Starr, già procuratore nell’impeachment di Bill Clinton, e Alan Dershowitz, ex avvocato di Jeffrey Epstein. Il presidente della Corte Suprema John Roberts, ha preso il ruolo di leader al Senato nel processo, prestando il proprio giuramento e facendolo fare anche ai 100 senatori, come richiede la costituzione.Il processo sarebbe dovuto iniziare tre settimane fa, pochi giorni dopo il voto di impeachment alla Camera, ma la Pelosi ha tentato di capire il modo in cui McConnell avrebbe organizzato le regole delle procedure che fanno parte del Senato. La speaker temeva giustamente un processo sbrigativo e quindi ha temporeggiato, ottenendo buoni risultati. Le tre settimane di ritardo hanno fatto venire a galla alcuni senatori moderati che non sono d’accordo con un processo lampo per assolvere Trump. Alcuni di questi senatori non volevano dare l’impressione di confermare quanto suggerito da McConnell, ossia un processo fasullo che equivale a un insabbiamento. Il senatore Mitt Romney, repubblicano dell’Utah, ha persino dichiarato che “le accuse fatte sono serie e meritano la considerazione con tutte le argomentazioni a favore e contrarie”. La senatrice Susan Collins, del Maine, ha anche lei espresso preoccupazioni sul processo lampo di assoluzione. Alcuni altri senatori si sono uniti a questi due togliendo la maggioranza a McConnell di un processo sbrigativo di assoluzione immediata. Vi sarà dunque con processo regolare anche se i legali di Trump continueranno ad insistere su una procedura brevissima, sperando che non oltrepassi due settimane. Va ricordato che il processo di impeachment di Andrew Johnson nel 1868 durò 11 settimane e quello di Bill Clinton nel 1999 durò più di un mese..
McConnell però ha già fissato procedure che non richiedono testimoni anche se durante il processo la richiesta di testimoni potrà essere fatta e approvata dalla semplice maggioranza dei senatori. Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, ha già indicato che vuole richiedere le testimonianze di Mick Mulvaney, chief of staff pro tempore di Trump, John Bolton, ex consigliere di sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Michael Duffey e Robert Blair, ambedue funzionari del presidente. Le testimonianze di Bolton potrebbero essere esplosive poiché nel caso di Ucrainagate l’ex consigliere avrebbe dichiarato di non volere nulla a che fare con il quid pro quo di Trump con il presidente ucraino Volodimir Zelensky etichettandolo di “spaccio di droga”. Trump, da parte sua, in un’intervista televisiva ha affermato che invocherebbe il privilegio presidenziale per impedire a Bolton di offrire testimonianze.A mettere legna al fuoco nell’imminente processo le ultimissime notizie dovrebbero causare ulteriori grattacapi ai legali difensori di Trump. Il Washington Post ci informa che messaggi telefonici fra Rudy Giuliani, ex legale di Trump, e due dei suoi collaboratori avevano scambiato informazioni che parlano di sorveglianza e possibili minacce a Marie Yovanovitch, ex ambasciatrice in Ucraina. Lev Parnas, uno di questi due, ha concesso interviste ai media in cui dichiara che Trump sapeva tutto sugli imbrogli del quid pro quo con Zelensky. Il New York Times da parte sua riporta che il servizio segreto russo ha hackerato il sito della compagnia ucraina di gas Burisma per la quale Hunter Biden aveva servito nel consiglio di amministrazione. Sembra che i russi stessero cercando informazioni negative sul figlio dell’ex presidente americano Joe Biden, continuando la loro interferenza nelle elezioni americane per aiutare Trump.Il ritardo di Pelosi di inviare gli articoli di impeachment al Senato ha legato le mani a McConnell, costringendolo a mettere in atto un vero processo. Il mancato insabbiamento progettato dal Presidente del Senato potrebbe però produrre frutti politici a quei senatori repubblicani in situazioni difficili di rielezioni questo novembre. Non toglie però una piccola vittoria a Pelosi che ha orchestrato l’impeachment alla Camera e ha influenzato dall’esterno la condotta di McConnell al Senato. Trump da parte sua è rimasto praticamente silenzioso sul processo delegando a McConnell l’iniziativa. Quanto tempo rimarranno silenziosi i suoi tweet velenosi contro quei senatori repubblicani che gli hanno tolto l’assoluzione in tempi rapidissimi? Lo sapremo fra breve. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Il doppio compito dei democratici: arginare Trump e legiferare

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 gennaio 2020

By Domenico Maceri. “Beh, prima di tutto, obbedirei a qualunque atto di comparizione”. Queste le parole di Joe Biden, ex vicepresidente durante i due mandati presidenziali di Barack Obama e di questi giorni candidato alla nomination del Partito Democratico. Pochi giorni prima, però, Biden aveva dichiarato al Des Moines Register, giornale dello Stato dell’Iowa che aprirà le primarie il prossimo mese, che non avrebbe accettato un atto di comparizione nel probabile processo di Donald Trump al Senato.
Il suggerimento di Biden di non rispettare la richiesta di presentarsi e offrire testimonianze lo avvicinerebbe ai comportamenti di Donald Trump che ha fatto “un’arte” di impedire ai suoi collaboratori a rispettare gli atti di comparizione emessi dalla Camera sulle indagine dell’Ucrainagate. Per Trump si tratta di una strategia che gli ha portato buoni risultati. Il procuratore speciale sul Russiagate Robert Mueller ha accettato risposte scritte da Trump invece di intraprendere un lungo percorso giudiziario per costringere l’inquilino della Casa Bianca a testimoniare in persona.Il 45esimo presidente ha abusato i rifiuti di collaborare alle inchieste di Mueller e quelli delle varie commissioni alla Camera. Anche qui i presidenti di varie commissioni hanno scelto di non sfidare Trump e i suoi collaboratori seguendo la strada giudiziaria per costringerli a testimoniare. Si sapeva che il 45esimo presidente avrebbe risposto con azioni legali che prenderebbero troppo tempo e quindi i ritardi gli avrebbero fornito una scappatoia. Nel caso dell’Ucrainagate, però, la Camera ha agito fissando uno dei capi d’accusa dell’impeachment sull’abuso di potere basato in buona parte sugli sforzi del presidente di bloccare le indagini.Biden dunque con la sua dichiarazione iniziale di rifiutare un atto di comparizione avrebbe fatto il gioco di Trump, aggiungendo fuoco alla demolizione delle istituzioni. La sua retromarcia ha ricondotto se stesso e il suo partito sulla strada giusta di rispettare le strutture costituzionali anche quando uno non è d’accordo con alcune procedure. Un imputato non può decidere di rifiutare la sua collaborazione perché lui o lei la giudica ingiusta.A Trump interessano poco le istituzioni e infatti aveva promesso in campagna elettorale di asciugare il pantano di Washington. Con la sua condotta però il 45esimo presidente non ha fatto che ingrandire il pantano esistente, preoccupandosi solo della sua sopravvivenza politica. Il Partito Repubblicano lo ha coadiuvato in maniera quasi completa chiudendo non uno ma ambedue gli occhi sui comportamenti poco ortodossi e potenzialmente illegali dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Trump, come si ricorda, continua ad essere proprietario della sua azienda creando ovvi conflitti di interesse, beneficiando della pubblicità ogni volta che lui va a giocare nei suoi campi da golf o passare tempo nei suoi resort, violando la “emoluments clause” della Costituzione americana. Inoltre, nel caso del Russiagate, il 45esimo presidente ha fatto di tutto per ostruire la giustizia come ci dimostrano la dozzina di esempi inclusi nel rapporto finale di Mueller. Anche la recentissima uccisione del generale Kasem Soleimani, che presidenti americani democratici e repubblicani avevano rifiutato di realizzare, riflette un atto potenzialmente illegale dell’attuale presidente americano. Fino ad adesso, le spiegazioni dell’amministrazione di Trump sono state poco convincenti.Nel caso dell’impeachment, Mitch McConnell, senatore del Kentucky e presidente del Senato, ha dichiarato subito dopo del voto alla Camera che lui stava preparando il processo nella Camera Alta con “la completa coordinazione dei legali alla Casa Bianca”. McConnell ha giocato a carte scoperte come se un giudice cooperasse con l’imputato, suggerendo che il verdetto sarebbe quello di innocenza.
Non dovrebbe sorprendere dunque la riluttanza di Nancy Pelosi, speaker della Camera, di inviare gli articoli di impeachment al Senato, sapendo che McConnell ha già deciso che Trump è innocente. La cautela della Pelosi avrebbe dovuto mettere pressione su McConnell di stabilire regole per un processo appropriato con l’uso di testimoni richiesti da ambedue le parti. Sembra che McConnell abbia determinato invece di fare un processo molto sbrigativo per bollare Trump di innocenza e cercare di lavare la macchia di impeachment stampata dalla Camera sulle spalle del presidente.Considerando le azioni dell’attuale inquilino della Casa Bianca che spesso rasentano l’illegalità o a volte la riflettono completamente, i democratici hanno un duro e doppio compito. Da una parte, devono arginare i comportamenti di Trump, ma allo stesso tempo devono completare la loro agenda legislativa. Sotto la guida della Pelosi, infatti, la Camera ha approvato un centinaio di disegni di legge che sono stati però bloccati una volta arrivati al Senato. Nonostante la sua risicata maggioranza alla Camera Alta, McConnell è riuscito a mantenere compatti i senatori repubblicani, facendo il bello e brutto tempo, specialmente con l’approvazione di giudici conservatori che avranno un impatto decisamente negativo nei prossimi decenni.
I democratici sperano nelle prossime elezioni non solo per tentare la riconquista della Casa Bianca ma anche la maggioranza al Senato. In questa prospettiva il loro compito consiste di fare di tutto affinché il numero di elettori aumenti. Più cittadini votano, più alte le possibilità di azione governativa che benefici il Paese e in secondo luogo anche il resto del mondo, considerando il peso della politica estera americana. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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L’impeachment di Trump al Senato e il dilemma di McConnell

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 dicembre 2019

Le accuse di impeachment a Donald Trump risulterebbero in una “sentenza di condanna in tre minuti precisi”. Così Jeff Nadler, presidente della Commissione Giudiziaria alla Camera mentre spiega la serietà dei capi di accusa sull’attuale inquilino della Casa Bianca. I democratici hanno deciso su due capi d’accusa dopo le indagini sull’Ucrainagate. Il primo consiste dell’abuso al potere e il secondo di ostruzione al Congresso, ambedue approvati dalla Commissione Giudiziaria con 23 voti favorevoli (tutti democratici) e 17 contrari (tutti repubblicani). L’aula voterà la prossima settimana e in caso di approvazione la palla passerà al Senato nel 2020 per il processo.
Nadler è ovviamente di parte come parlamentare democratico ma le indagini della Commissione Intelligence alla Camera hanno riscontrato chiare evidenze che Trump ha infatti abusato i suoi poteri. Com’è ormai noto, il presidente americano ha chiesto a Volodymyr Zelensky, suo omologo ucraino, di aprire un’indagine su Joe Biden, suo possibile avversario presidenziale alle elezioni del 2020. Così facendo, Trump ha cercato per la seconda volta di usare l’interferenza straniera per influenzare il risultato dell’elezione a suo favore.
La prima occasione avvenne nella campagna elettorale del 2016 quando l’allora candidato Trump chiese pubblicamente ai russi di rilasciare le e-mail di Hillary Clinton. I russi lo fecero mediante Wikileaks. Le indagini di Robert Mueller sul Russiagate hanno chiarito categoricamente che la Russia ha interferito nell’elezione del 2016 per aiutare Trump anche se non furono delineate prove di collusione fra le due parti.Nel caso sull’Ucrainagate però la richiesta di aiuto per essere rieletto ci è pervenuta dalle trascrizioni della telefonata di Trump con Zelensky, confermata anche dal noto whistleblower (informatore). Le testimonianze in audizioni a porte aperte e anche a porte chiuse alla Commissione Intelligence ci hanno confermato il tentativo corrotto di Trump.Come nel caso di Russiagate, Trump ha classificato le recentissime indagini sull’interferenza ucraina di caccia alle streghe. I suoi collaboratori repubblicani alla Camera lo hanno assecondato e hanno fatto di tutto per ostacolare le indagini. Hanno anche criticato i loro colleghi democratici di non dare l’opportunità al presidente di potere difendersi.Quando poi verso la fine delle indagini i leader democratici hanno offerto l’opportunità al presidente di partecipare, l’avvocato della Casa Bianca Pat Cipollone ha inviato una risposta negativa. Trump non invierebbe nessun legale a rappresentarlo. In effetti, Trump ha criticato la metodologia dei democratici e poi non ha accettato il loro invito di giocare la partita.Trump sa benissimo che alla Camera, dominata dai democratici, la partita è perduta e sta scommettendo tutto sul processo al Senato dove lui giocherà in “casa” considerando la maggioranza repubblicana alla Camera Alta. Giocare in “casa” ha il grande vantaggio per Trump poiché si prevede che la maggioranza repubblicana (53 vs. 47) sotto la guida di Mitch McConnell, senatore del Kentucky, non lo condannerà anche per il fatto che tale verdetto richiede 67 dei 100 voti al Senato. Ciononostante le “filosofie” di McConnell e Trump non coincidono sulla procedura. Il presidente del Senato vuole programmare un processo rapido per mettere tutto da parte e ritornare alla sua agenda regolare. McConnell si preoccupa di mantenere Trump alla Casa Bianca ma è egualmente interessato alle elezioni del 2020 per mantenere la risicata maggioranza al Senato. Da ricordare anche che i singoli senatori sono preoccupati dalla loro rielezione. Quindi dovendo scegliere fra il loro futuro politico e quello di Trump non sarebbe una scelta troppo difficile per loro soprattutto per una manciata di senatori repubblicani in Stati in bilico dove Trump non li può aiutare in modo significativo.Trump invece vorrebbe un lungo processo in cui parecchi leader democratici verrebbero al Senato per offrire testimonianze. Questi includono Adam Schiff, il presidente della Commissione Intelligence che tanto ha fatto per l’impeachment alla Camera, la speaker Nancy Pelosi, Joe Biden, ex vicepresidente, e il figlio Hunter. Trump non vuole solo l’assoluzione al Senato ma vorrebbe creare uno spettacolo nella Camera Alta le cui immagini potrebbero essere usate come materiale in campagna politica nell’elezione del 2020. In effetti il Senato sarebbe costretto a divenire una specie di reality per il beneficio personale e elettorale dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Richiedere la testimonianza di leader democratici al processo di impeachment al Senato potrebbe condurre anche alla minoranza democratica a richiedere le testimonianze di simili individui dalla parte repubblicana, come l’attuale vicepresidente Mike Pence e Mick Mulvaney, il chief-of-staff di Trump. Le regole dei processi di impeachment al Senato non fanno parte della costituzione americana ma sono stabilite dalla Camera Alta stessa. Quindi, nonostante la loro minoranza, i democratici potrebbero spingere per fare valere almeno in parte le loro ragioni.McConnell riconosce il pericolo di un’atmosfera di circo che potrebbe emergere con le testimonianze di individui chiave da ambedue le parti. In un pranzo con colleghi repubblicani il presidente del Senato avrebbe espresso le sue preoccupazioni che potrebbero essere dannose a ambedue i partiti ma anche al Senato come istituzione decorosa. Un’incognita da aggiungere sarebbe il comportamento della presenza di John Roberts, presidente della Corte Suprema, il quale, secondo la costituzione americana, dirigerebbe il processo di impeachment a Trump. La presenza di Roberts toglierebbe il timone del Senato a McConnell durante il processo, una situazione poco allettante per McConnell. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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