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Il disamore di Trump per le forze armate

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 settembre 2020

By Domenico Maceri. Andrew Napolitano, ex giudice della Corte Superiore del New Jersey, attuale commentatore alla Fox News, è amico di Donald Trump da molti anni. Napolitano si considera “fedele” al 45esimo presidente ma in primo luogo professa la sua fedeltà alla “verità”. In un recente editoriale l’ex giudice ha dichiarato che le accuse a Trump di avere definito i militari americani “perdenti” e “sfigati” sono probabilmente vere. Le informazioni sono venute a galla recentemente in un articolo pubblicato dal rispettabilissimo mensile americano Atlantic. L’autore, Jeffrey Goldberg, che è anche direttore della rivista, cita 4 fonti anonime vicine a Trump, secondo cui il 45esimo presidente si era rifiutato di visitare un cimitero in Francia nel 2018 perché considerava i soldati morti “perdenti e sfigati” e anche perché aveva paura che la pioggia gli scompigliasse i capelli.Trump ha categoricamente negato le accuse reiterando il suo rispetto per le forze armate e il bilancio da lui approvato che favorisce il Dipartimento di Difesa. Pochi però si sono uniti al coro di Trump. Alcuni membri della Casa Bianca hanno cercato di smentire le asserzioni di Goldberg incluso la first lady Melania. Silenzio però da leader delle forze armate passate o presenti per aiutare il presidente dall’ennesima accusa di mancanza di rispetto per diversi gruppi, tipici dell’attuale inquilino della Casa Bianca.Le fonti anonime citate da Goldberg avranno fatto scalpore con i sostenitori di Trump, etichettando le informazioni come fake news. Infatti, le fonti non sono affatto anonime per l’autore. Va ricordato che giornalisti di una certa reputazione usano questo tipo di fonti per scavare ed arrivare alla verità come ci hanno confermato le indagini di Carl Bernstein e Bob Woodward nello scandalo di Watergate. Le informazioni di Goldberg sono state però anche confermate da altri giornalisti dell’Associated Press e la CNN. Persino Jennifer Griffin, rispettata cronista della Fox News, rete molto amica di Trump, ha confermato quanto riportato da Goldberg.Ma a confermare ancor di più che Trump ha infatti detto quanto riportato da Goldberg ci viene rivelato dalle dichiarazioni pubbliche del 45esimo presidente sia da candidato che da quando è entrato nella Casa Bianca. A cominciare dal fatto che Trump era riuscito ad evitare di andare in Vietnam per un presunto problema ai piedi. Trump disse al suo ex avvocato Michael Cohen durante la campagna elettorale del 2016 di non rispondere in maniera specifica alle domande dei giornalisti per le loro richieste di certificati medici, confidandogli che non era andato in Vietnam perché non era “stupido”. Solo i fessi, secondo lui, ci andavano. Trump ha reiterato questo concetto dei soldati come “perdenti” nel 2017 al cimitero militare di Arlington a Washington. Osservando la tomba del figlio di John Kelly, l’allora capo del suo gabinetto, Trump gli espresse la sua perplessità sul perché questi soldati si erano offerti di volontari, non riuscendo a capire “chi gliel’aveva fatto fare”. Poi durante una discussione sulla partecipazione di soldati feriti e amputati in una parata militare, Trump aveva detto di non farli sfilare perché “nessuno li vuole vedere”. Nel recente libro di Mary Trump, nipote del presidente, si legge anche che Trump e l’allora moglie Ivana avevano minacciato di diseredare il figlio Donald nel caso in cui continuasse ad insistere ad arruolarsi come volontario nelle forze armate.Trump spesso cita il suo amore per le forze armate ricordando gli aumenti al bilancio ma i suoi rapporti con individui legati all’esercito sono stati tutt’altro che confortevoli. Va ricordato che nella campagna elettorale il candidato Trump aveva detto di non capire perché John McCain era considerato un eroe. L’attuale presidente aveva dichiarato che lui preferisce quelli che non si sono fatti catturare. Trump sorvolò sul fatto che McCain, dopo la sua cattura, rimase nella prigione dei Viet Cong per molti anni, rifiutandosi di usare la fama della sua famiglia per ritornare a casa anticipatamente. Per la sua decisione ammirevole, McCain fu torturato dai Viet Cong. Trump sembra non riconoscere questa parte. Per lui tutto semplice. I vincitori non si fanno catturare.Il linguaggio spesso poco cortese e frequentemente troppo semplicistico di Trump si interpreta facilmente come inaccettabile dal presidente del Paese più potente al mondo. Non è raro che il 45esimo presidente interpreti la sua visione di governare come se si trattasse della sua azienda. Riferendosi ai generali, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha non poche volte usato il possessivo “miei” come se i vertici delle forze armate fossero una delle sue proprietà. Trump ha inoltre dichiarato che preferisce i soldati semplici invece dei generali perché questi ultimi “vogliono sempre fare guerre”. Uno di loro però, Mike Mullen, ex capo del Joint Chief of Staff, ossia tutte le forze armate, ha dichiarato che i commenti di Trump riportati nell’articolo dell’Atlantic gli hanno fatto venire “la nausea”.I membri delle forze armate sono in grande misura conservatori e storicamente hanno dimostrato preferenze per candidati presidenziali repubblicani. Nell’elezione del 2012, per esempio, il candidato repubblicano Mitt Romney era favorito dal 65 percento dei membri delle forze armate, secondo un sondaggio della rivista Military History Monthly. Nel 2016 anche Trump era favorito dalle forze armate con un margine di 20 punti su Hillary Clinton. Un recentissimo sondaggio della citata rivista, però, ci informa che Joe Biden riceve il 41 percento dei consensi, quattro punti più di Trump (37 percento). Un altro sondaggio ci dice che nel 2018, il 59 percento degli ufficiali aveva una visione positiva di Trump. Adesso le cose sono cambiate. Il 59 percento vede Trump in termini negativi. Un presagio dell’esito alle elezioni presidenziali del 3 novembre? Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Trump, padrone assoluto del Partito Repubblicano

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2020

La piattaforma approvata alla Convention 2020 del Partito Repubblicano consiste di una risoluzione che rinnova ciò che i delegati hanno approvato nel 2016. Include un aggiornamento che il Partito “continuerà ad appoggiare in modo entusiastico l’agenda di America First” del presidente Donald Trump. L’agenda di Trump rimane un mistero nonostante le interviste concesse alla Fox News nelle quali il 45esimo presidente è rimasto evasivo su ciò che intende fare se gli americani gli rinnoveranno il mandato fra una sessantina di giorni. In effetti, il Partito Repubblicano non solo si è inchinato al suo leader ma ha deciso che Trump non è solo il capo ma anche il padrone assoluto.Gli interventi alla recente convention ci confermano che Trump si è piazzato al centro delle attività mettendo da parte gli altri luminari del Partito che di solito sono invitati a fare le loro presentazioni. Una buonissima parte dei partecipanti alla convention sono stati membri della famiglia di Trump con pochissimi individui che ci ricordano la storia del partito. A differenze della convention del Partito Democratico dove ex presidenti ed altri luminari sono intervenuti, in quella di Trump le dinastie dei leader repubblicani sono state assenti. George W. Bush, 43esimo presidente e altri membri della sua famiglia attivi in politica come il fratello Jeb, hanno saltato la convention. Gli ex portabandiera come Mitt Romney, candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 e i rappresentanti della famiglia di John McCain, portabandiera nel 2008, hanno anche loro ignorato la convention. In effetti, i VIP del Partito Repubblicano dal 1980 al 2016 sono scomparsi. Gli unici luminari sono stati Kevin McCarthy, attuale leader della minoranza alla Camera, e Mitch McConnell, attuale presidente del Senato. In ambedue i casi gli sono stati accordati 6 minuti per parlare. In sintesi, la convention repubblicana è stata non solo senza piattaforma, eccetto quella nella mente di Trump, ma anche uno spettacolo in cui lui stesso o i membri della sua famiglia hanno agito da protagonisti.Si tratta di uno spettacolo in cui Trump non è solamente la super star ma tutti gli altri attori sono piazzati in un ruolo di ovvio supporto. Quelli che non possono abbracciare questa ideologia vengono messi da parte. I luminari del Partito dunque sono scomparsi oppure si ribellano anche se in modo poco stridente. Alcuni però lo hanno fatto prendendo chiare distanze da Trump. John Kasich, ex governatore dell’Ohio e candidato di un certo successo alla nomination del Partito Repubblicano nel 2016, eventualmente sconfitto da Trump, è intervenuto alla convention democratica. Kasich ha suonato l’allarme contro il 45esimo presidente, lodando Joe Biden, il portabandiera democratico. Christine Todd, ex governatrice del New Jersey e Cindy McCain, vedova del senatore John McCain, hanno anche loro dato il loro endorsement a Biden. Altri luminari repubblicani come George W. Bush, presidente 2000-2008 e Mitt Romney, portabandiera del Partito Repubblicano nell’elezione del 2012, non hanno offerto pubblicamente l’endorsement a Biden ma la loro assenza dalla convention repubblicana non è passata inosservata.Alcuni analisti hanno affermato che sotto molti aspetti Trump non è veramente repubblicano facendo notare i principi tradizionali del partito. Questi includono un programma che fonde un conservatorismo sociale sposato con tendenze economiche liberiste e una politica estera basata su una linea dura. L’attuale inquilino della Casa Bianca riflette questi princípi pallidamente avendoli rimpiazzati con una politica principalmente riflettente i suoi sentimenti del momento. La mancanza di piattaforma alla convention ce lo conferma poiché gli offre anche mano libera per operare come lui crede.Nell’elezione del 2016 Trump fu eletto in parte perché non era un candidato dell’establishment repubblicano né di quello dell’ambiente di Washington, promettendo di asciugare il pantano. In realtà, dopo l’elezione, una buona parte dei suoi collaboratori erano individui che conoscevano il governo federale. Avrebbero dovuto fargli da guida, considerando la sua inesperienza politica. Poco a poco però Trump ha cacciato la stragrande maggioranza di questi professionisti della politica rimpiazzandoli con individui a lui grati, spesso provenienti dalla Fox News. I messaggi per potenziali collaboratori divennero chiarissimi: fedeltà al presidente o in caso contrario poche possibilità di permanenza. Alla convention si è avuta la conferma di questa sua politica, eliminando le regole tipiche come la piattaforma del Partito che storicamente non lega le mani dell’eventuale presidente ma serve più come ideologia simbolica del partito. Trump non ne ha bisogno. L’ideologia risiede nella sua mente.In effetti, Trump ha cancellato il partito creando il proprio sistema senza preoccuparsi degli altri candidati repubblicani i quali sono condannati al destino del loro capo. La piattaforma e la convention sono tipicamente anche una campagna per i candidati a governatori, senatori, sindaci e tante altre cariche. Trump ha alla fine creato un clima in cui l’elezione si sta convertendo in un referendum su lui stesso. Al momento questa situazione sembra favorire Biden, il quale, anche se poco entusiasmante, è visto dalla maggioranza degli americani come l’alternativa a un individuo con tendenze narcisistiche e autoritarie. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Trump presidente “law and order” e le aspirazioni autoritarie

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 settembre 2020

“Se davvero li volete fare impazzire, dite altri 12 anni”. Così Donald Trump rispondeva ai suoi sostenitori che urlavano “altri quattro anni” in un suo recente comizio, inneggiando a un secondo mandato. La costituzione americana, come si sa, parla chiaro sul numero di mandati del presidente. Il ventiduesimo emendamento, approvato nel 1947 e ratificato nel 1951, limita i mandati presidenziali a due, per un totale di otto anni. I dodici anni di Trump dunque sembrano una barzelletta ma l’attuale inquilino della Casa Bianca non scherza mai. Ce lo ha confermato il suo ex avvocato Michael Cohen in una recente intervista alla Msnbc dove ha detto che Trump non possiede nessun senso dell’umorismo.I comportamenti e la politica di Trump ci confermano che il 45esimo presidente possiede qualità che spesso infrangono non solo le tradizioni democratiche ma anche le leggi americane e lo avvicinano a leader autocratici per cui spesso dimostra ammirazione. Vladimir Putin e Kim Jong-un vengono subito alla mente come leader che fanno il bello e brutto tempo nei loro Paesi i quali ricevono l’ammirazione di Trump. Proprio recentemente l’attuale inquilino della Casa Bianca ha violato la legge Hatch che proibisce agli impiegati federali di fare campagna politica durante le loro ore lavorative ma vieta altresì l’uso delle proprietà pubbliche pagate dai contribuenti. Trump, come si è visto, ha accettato la nomination del Partito Repubblicano proprio da uno dei prati della Casa Bianca. Un atto illegale ma anche storico poiché non si era mai visto prima. Commentando la violazione, però, Mick Mulvaney, capo di gabinetto di Trump, si è burlato della legge dicendo che non interessa a nessuno.Le regole non si applicano a un presidente con tendenze autoritarie specialmente perché gli unici capaci di giudicare le azioni del presidente americano sono la Camera e il Senato. Va ricordato che la Camera, dominata dai democratici, ha votato per il suo impeachment per la questione dell’Ucrainagate ma poi il Senato, dominato dai repubblicani, lo ha assolto. Le leggi vengono sorvolate e proprio questa settimana veniamo a sapere che il Ministero di Giustizia si assumerà l’incarico di difendere Trump dall’accusa di strupo avanzata da E. Jean Carroll. William Barr si riconferma sempre più Ministro di Giustizia personale di Trump e non del Paese.L’infrazione delle leggi riflette una politica autoritaria tipica di Paesi con leader spesso ammirati da Trump come la Russia e la Corea del Nord. Il 45esimo presidente ambisce a imitarli come ci rivela anche la sua politica per caldeggiare il caos e autoproclamarsi difensore della patria. Le manifestazioni razziali degli ultimi mesi che continuano in parecchie città americane gli hanno offerto la scusa. Trump si è proclamato il presidente “law and order” nonostante il fatto che è proprio lui a infrangere la legge. La stragrande maggioranza dei manifestanti sono stati pacifici ma una piccolissima minoranza ha causato danni, attirando l’attenzione di Trump. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha descritto queste situazioni come caos al quale lui porrà fine. Si tratta, secondo lui, di città ripiene di immigrati, illegalità, infestate da criminali, che vanno fermati. Secondo lui, i sindaci democratici che controllano queste metropoli non riescono a risolvere la situazione. Dunque se ne incaricherà lui con forze federali. Quando poi avvengono scontri fra manifestanti di destra e di sinistra Trump si schiera ovviamente con i suoi sostenitori anche quando questi vengono accusati di omicidi. In Wisconsin, per esempio, un diciassettenne, armato fino ai denti con mitra ottenuto illegalmente, ha ucciso due manifestanti senza ricevere nessuna condanna da Trump. Quando poi alcuni manifestanti rompono finestre o fanno qualche altra attività illegale l’attenzione di Trump si fa viva.Alimentando la paura dei pericoli delle città Trump si dichiara il difensore delle donne nei sobborghi, asserendo che non permetterà questo caos di spargersi nei luoghi sicuri della società. Cercare di capire le ragioni per le manifestazioni pacifiche non aiuta la politica autoritaria di Trump e quindi non gli interessa. Lo scontro, per i leader autoritari, è indispensabile. Alla convention del Partito Repubblicano Trump è stato persino descritto come il difensore della civiltà occidentale per la sua campagna politica volta a mantenere o cercare di ritornare all’America degli anni 50. In questo sforzo il 45esimo presidente ha persino preso la parte di difensore delle statue dei confederati che non solo persero la guerra ma ma tradirono la nazione con i loro sforzi di separarsi dall’Unione.Se Trump parla dunque di tradizione e legalità si riferisce a una visione non condivisa. L’attuale inquilino della Casa Bianca promuove l’illegalità. Dopo avere condotto una campagna contro il voto per corrispondenza perché secondo lui facilita la frode elettorale, Trump ha persino incoraggiato un gruppo di sostenitori a votare due volte, una per corrispondenza e l’altra in presenza. Così facendo dimostrerebbe la sua tesi. Il problema è ovviamente che un presidente che si autoclassifica paladino della legge e dell’ordine non dovrebbe incentivare le infrazioni. Votare due volte, però, non è solo difficile ma anche pericoloso perché quei pochissimi che cercano di farlo di solito vengono beccati e sono soggetti a ingenti multe come pure la buona possibilità di andare a finire in carcere per parecchi anni.Trump sa benissimo che i sondaggi lo danno perdente e quindi si sta preparando con le sue attività a un possibile caos elettorale in cui il conteggio dei voti prenderà molto tempo per il fatto del notevole incremento di voto per corrispondenza a causa del Covid-19. Il 45esimo presidente ha caldeggiato il caos dichiarando che non è sicuro che accetterà un risultato negativo affermando in non poche situazioni che solo un’elezione truccata potrà risultare in una sua sconfitta. In caso di tale esito non si sa esattamente che cosa succederebbe. Alcuni, come il professore Jason Stanley della Yale University, vedono chiari paralleli fra Trump e le situazioni europee che condussero al fascismo e al nazismo. Stanley ha pochi dubbi che il 45esimo presidente approfitterebbe di un caos elettorale per cercare di prendersi pieni poteri copiando leader autoritari di altri Paesi. Cohen, l’ex avvocato, prende seriamente l’idea di Trump sui mandati che durino 12 anni. Altri però sperano in una vittoria schiacciante di Joe Biden che non lascerebbe spazio a un’interpretazione pericolosa di Trump.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Trump ed il suo rapporto attuale con la Cina

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 agosto 2020

Il presidente degli USA ha affermato che il suo rapporto con il Presidente cinese Xi Jinping si è sfilacciato sulla scia della pandemia di coronavirus e che non parla con la sua controparte cinese da molto tempo. Trump, che sta cercando la rielezione nelle elezioni statunitensi del 3 novembre, ha fatto della sfida alla Cina una parte fondamentale della sua campagna presidenziale del 2016 e ha pubblicizzato i suoi legami amichevoli con Xi durante gran parte del suo primo mandato. Ma le conseguenze dello scoppio della pandemia sono state peggiori del conflitto sul commercio. Le prime segnalazioni del virus sono emerse dalla Cina alla fine del 2019 e ora ha infettato più di 20 milioni di persone e ucciso almeno 735.369 in tutto il mondo, inclusi almeno 5,1 milioni di casi e almeno 163.160 morti negli Stati Uniti. I legami USA-Cina si sono anche sfilacciati per la repressione di Pechino ad Hong Kong e nel conteso Mar Cinese Meridionale. Non ha affrontato l’arresto del proprietario dell’Apple Daily di Hong Kong Jimmy Lai, uno dei più importanti attivisti della città. (Fonte: Partito Radicale)

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Trump e il voto per posta: OK solo per lui?

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 agosto 2020

L’elezione speciale del 25esimo distretto congressuale della California del maggio scorso è stata condotta quasi esclusivamente con la modalità del voto per posta. Il vincitore, Mike Garcia, repubblicano, ha sconfitto la sua avversaria democratica Christy Smith. A causa della pandemia, il Governatore della California Gavin Newsome aveva deciso di facilitare l’elezione mediante il voto per corrispondenza per evitare i contagi del Covid-19. 425mila plichi elettorali sono stati inviati agli elettori del distretto e il 34 percento sono stati spediti con le scelte degli elettori. Nessun broglio. Nessun problema e il candidato repubblicano ha prevalso.Subito dopo il presidente Donald Trump si è congratulato con Garcia in uno dei suoi frequentissimi tweet, ignorando però la modalità del voto per corrispondenza. Come si sa, il 45esimo presidente ha tuonato negli ultimi mesi contro il voto per corrispondenza perché secondo lui è soggetto a brogli. Trump ha persino minacciato di bloccare fondi federali a Stati che usano il voto per corrispondenza e il Partito Repubblicano ha denunciato lo Stato del Nevada e la California per avere deciso di ampliare il voto per corrispondenza. Trump ha spiegato, senza però dare prove, che la modalità del voto per corrispondenza apre la porta a chiunque di stampare schede elettorali e inviarle creando il caos.
In realtà, il voto per corrispondenza, già usato quasi esclusivamente dagli Stati del Colorado, Oregon, Washington e Utah per parecchi anni, non ha causato nessun problema. Questi Stati e quegli altri che lo permettono hanno stabilito procedure per evitare brogli. Si usa un plico elettorale che include due buste, una esteriore e un’altra interiore. La prima include un codice a barre e la firma dell’elettore mentre la seconda include la scheda elettorale con il voto segreto. I funzionari del governo che le ricevono controllano la busta esteriore per assicurarsi che si tratti di un plico valido. Esaminano il codice a barre e la firma che deve combaciare a quella già depositata anticipatamente nelle iscrizioni. Se la prima parte è valida la busta interiore con il voto segreto è passata agli altri addetti che usano il contenuto per il conteggio dei voti, mantenendo però l’anonimato dell’elettore.Trump non parla mai delle procedure specifiche per le sue preoccupazioni. Le domande ci sono ma tutti gli studi fatti al riguardo del voto per corrispondenza ci indicano che i brogli sono quasi inesistenti. In casi dove le procedure non vengono rispettate le schede sono scartate e se necessario si intraprendono indagini che potrebbero condurre a multe salate e persino il carcere per coloro che cercassero di abusare il sistema. Nei cinque Stati che usano quasi esclusivamente il voto per corrispondenza ci sono stati solo 112 casi di potenziale frode su 11 milioni di voti ricevuti.Trump ha paura che il voto per corrispondenza aumenterebbe la partecipazione nelle elezioni e lui e il suo partito ne farebbero le spese. Infatti, si sbagliano. Un recente studio del New York Times ci dice che un voto totale per corrispondenza nell’elezione del 2016 avrebbe portato allo stesso risultato, ossia la vittoria di Trump. In effetti, nessuno dei due maggiori partiti americani riceve benefici dal voto per posta eccetto per l’aumento di partecipazione del 3 percento. Un piccolo passo avanti per la democrazia.Il Partito Repubblicano è stato storicamente sfavorevole al voto per posta ma solo in teoria. Difatti, hanno sempre incoraggiato i loro sostenitori a farne uso. Ecco cosa succede per esempio in non pochi Stati dove risiedono elettori anziani i quali spesso votano per corrispondenza e tendono a votare contro il Partito Democratico. Nonostante le sue arcinote riserve anche Trump sarà stato informato che la sua campagna contro il voto per corrispondenza lo potrebbe danneggiare, specialmente in Florida. Nel Sunshine State una buona percentuale degli elettori sono anziani, votano per lui, e lo fanno per corrispondenza. La trovata di Trump: il voto per posta in Florida va bene perché lo Stato ha “un grande governatore”. Si tratta di Ron DeSantis, uno dei più fedeli sostenitori delle politiche del 45esimo presidente. Il voto per posta va bene anche per lui e il vicepresidente Mike Pence come pure per molti altri VIP della Casa Bianca.La campagna contro il voto per corrispondenza di Trump è una preparazione ad una probabile sconfitta alle elezioni del 3 novembre. Trump sta spianando il terreno per tentare di invalidare l’esito dell’elezione, creando un caos che a lui farebbe comodo. Per spianare ancora di più il terreno Trump continua ad attaccare il servizio postale americano. Il nuovo direttore delle Poste, Louis DeJoy, che ha contribuito finanziariamente alla campagna di Trump in modo notevole, sta cercando di rallentare il servizio postale, eliminando gli straordinari degli impiegati postali anche se la posta arriverà più tardi del normale. Si tratta di una strategia poco promettente. Gli americani considerano il servizio postale affidabile come ci viene dimostrato anche dal fatto che i passaporti, le patenti, medicine e persino cibo di questi giorni vengono distribuiti in tutte le parti del Paese. Un po’ nascosta è anche la strategia dei repubblicani di delegittimare il servizio postale con l’idea che è troppo costoso e quindi la solita soluzione di privatizzarlo è sempre all’orizzonte. Il problema per Trump è la pandemia che lui non è riuscito ad affrontare in modo efficace la quale continua a causare paura alla stragrande maggioranza degli americani. Il voto per corrispondenza è la misura giusta per condurre l’elezione. Nelle primarie del mese di marzo il 75 percento degli elettori in California ha ricevuto schede elettorali per votare con la posta. Questa modalità di voto è programmata per le elezioni presidenziali del 3 novembre non solo da Stati liberal come la California ma anche altri guidati da governatori repubblicani. Secondo uno studio del New York Times il 76 percento degli americani o forse anche più potrebbe votare per corrispondenza fra una ottantina di giorni anche se in alcuni Stati che permettono il voto anticipato è anche possibile votare prima del 3 novembre. Non si dovrebbe rischiare il contagio per esercitare il diritto del voto.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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La paura del Covid-19 blocca i comizi di Trump: nuvole nere sulla rielezione

Posted by fidest press agency su domenica, 9 agosto 2020

Poche settimane dopo il discorso di Donald Trump a Tulsa in Oklahoma, tenutosi il 20 giugno scorso, lo Stato ha subito un’impennata di contagi Covid-19. Non si è assolutamente certi della causa ma “con ogni probabilità” il rally di Trump e le manifestazioni sull’ingiustizia razziale hanno aumentato i contagi, secondo il dottor Bruce Dart del Dipartimento di Sanità dell’Oklahoma. Va ricordato che al comizio di Trump non era obbligatorio l’uso di mascherine e ovviamente gli assembramenti sono stati pericolosi anche se il numero di presenti doveva essere stato molto più grande. Infatti, il 45esimo presidente è stato deluso dal numero di sostenitori. Un milione di individui avevano fatto richiesta dei biglietti gratis ma solo 6mila si sono presentati in un’arena con 19mila posti. I sedili vuoti hanno causato la rabbia all’attuale inquilino della Casa Bianca il quale ha una sete insaziabile di incontrare il suo pubblico e creare una narrativa televisiva di popolarità. Lo share per Trump è indispensabile. La paura del Covid-19 ha però tenuto lontano molta gente creando paura per Trump e il futuro dei suoi rally.
Trump ha cancellato il susseguente comizio programmato per Portsmouth nello Stato del New Hampshire, giustificandolo con le previsioni atmosferiche poco promettenti e per ragioni di “sicurezza”. In realtà si crede che la paura di avere pochi spettatori a causa del Covid-19 lo ha costretto alla decisione. Non è facile trovare luoghi che accettino assembramenti di persone considerando le ovvie preoccupazioni della pandemia. Nel caso del New Hampshire, il governatore Chris Sununu, repubblicano come il presidente, aveva indicato che non si sarebbe presentato per non mettere a rischio se stesso e la sua famiglia.La stessa paura ha costretto Trump a ridimensionare la Convention repubblicana. Originalmente programmata per il North Carolina, il 45esimo presidente aveva cambiato sede perché il governatore Roy Cooper aveva espresso preoccupazioni sulla sicurezza e richiesto un ridimensionamento con regole precise per ridurre i contagi. Trump aveva deciso di spostarla in Florida ma con l’impennata dei casi positivi nel Sunshine State ha deciso che le celebrazioni programmate per Jacksonville saranno cancellate. Adesso sembra che alcune parti della convention si terranno in North Carolina ed altre in Florida. In sintesi, la paura del Covid-19 ha costretto l’attuale inquilino della Casa Bianca a cambiare strategia sulla convention dando l’impressione di poca leadership.Trovandosi indietro nei sondaggi nazionali ma anche in parecchi degli Stati in bilico che storicamente hanno deciso le elezioni, Trump aveva bisogno dei suoi rally per cercare di ribaltare la situazione. Mancano meno di cento giorni all’elezione del 3 novembre e il tempo stringe. La paura del Covid-19 ha costretto Trump a cercare alternative ai comizi per cambiare rotta. Ecco come si spiega la riattivazione delle conferenze quotidiane sul Covid-19 alle quali i media sono quasi costretti a essere presenti. Si tratta di situazioni in cui Trump si presenta ai giornalisti solo senza i soliti esperti come il notissimo virologo dottor Anthony Fauci e la dottoressa Deborah Leah Birx, coordinatrice della task force della Casa Bianca sul Covid-19.
La paura di recarsi alle urne per votare sta causando anche grandi timori agli elettori i quali stanno dando chiari segnali di favorire il voto per corrispondenza. Trump lo teme poiché crede, senza buone ragioni, che lo danneggerebbe politicamente, cercando di denigrarlo come fonte di frode elettorale. Recarsi a votare in persona avverrà in quegli Stati in cui non si permette il voto per posta che faranno correre il rischio di contagio agli elettori.La paura dei contagi avrà un serio effetto su tutti ma specialmente sugli anziani. Questo gruppo ha favorito Trump nel 2016 ma adesso lo stanno abbandonando a causa della paura del Covid-19 e della mancata leadership di Trump nell’affrontare la pandemia. In Florida, per esempio, Stato critico per la vittoria, Joe Biden è avanti di 10 punti su Trump con gli elettori over 65. In Michigan il margine di Biden su Trump con gli over 45 raggiunge undici punti. La paura del Covid-19 ha aperto gli occhi agli anziani e alla stragrande maggioranza degli americani che Trump parla a ruota libera e non li può proteggere da questo nemico invisibile. Trump dunque cerca in tutti i modi di crearsi altri nemici come i manifestanti di alcune città americane dove continua qualche scontro con le forze dell’ordine. Il 45esimo presidente ha mandato agenti federali, in alcuni casi senza divise, per difendere la proprietà federale ma anche per dare l’impressione che lui è il presidente della “legge e l’ordine”. Si tratta ovviamente di una diversione dal fatto che 150mila americani hanno perso la vita al Covid-19 e altri 4 milioni sono contagiati.
Trump ha espresso non poche volte tendenze autoritarie ma nel caso della pandemia è stato in grande misura assente, incapace di difendere gli americani dal nemico invisibile. Ha delegato ai governatori il compito di affrontare il Covid-19 senza elaborare una strategia nazionale simultanea. Si è caduti in una situazione sequenziale in cui il virus è stato più potente nel Nordest e poi nelle ultime settimane i focolai si sono spostati nel Sud e nell’Ovest. Mancano tre mesi all’elezione e Trump continua in grande misura nella stessa strada che non elimina la paura dei contagi. Si crede che l’esito dell’elezione potrebbe non essere immediato poiché molti americani voteranno per corrispondenza e il conteggio dei voti richiederà più tempo del normale. Per creare ancora di più paura nella mente di molti americani Trump ha persino ventilato che potrebbe non accettare l’esito dell’elezione. In un periodo in cui manca la sicurezza Trump non solo non rassicura ma getta persino benzina nelle fiamme dell’incertezza. Il caos gli va bene. Ai leader autoritari o aspiranti tali il caos offre opportunità per mantenersi al potere senza preoccuparsi della democrazia. (by Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Elezioni statunitensi: un referendum su Trump

Posted by fidest press agency su domenica, 9 agosto 2020

A cura di Thomas Costerg, US Economist & Jacques Henry, Cross-Asset Team Leader, Pictet Wealth Management Il presidente Donald Trump riceve dure critiche per il modo in cui gestisce l’epidemia, largamente fuori controllo in particolare nel sud. Nel contempo l’economia – il tema caratterizzante della sua politica – è pesantemente colpita nonostante gli ingenti pacchetti di misure di supporto. I sondaggi nazionali mostrano in media che il candidato democratico ed ex vice presidente Joe Biden è avanti rispetto a Trump di circa otto punti; il divario si sta inoltre allargando negli stati in bilico cruciali come la Florida, dove Biden è in vantaggio di circa sei punti secondo Real Clear Politics. In questo momento, Trump deve affrontare una corsa in salita per essere rieletto.Aggiudicarsi il controllo del Senato è cruciale perché le politiche economiche dei democratici possano avanzare. Mentre Biden è molto avvantaggiato nei sondaggi di opinione per l’elezione presidenziale, la situazione in Senato è diversa. Anche se i democratici dovessero ottenere il controllo, la loro maggioranza sarebbe probabilmente risicata. In termini di decisioni di politica economica, Joe Biden e i democratici insistono su un parziale annullamento dei tagli fiscali decisi da Trump a dicembre 2017, ma in caso di elezione i democratici dovrebbero rimanere pragmatici e focalizzare i loro sforzi iniziali sul fare ripartire l’economia tramite lo stimolo fiscale.Le relazioni tra Stati Uniti e Cina rimarranno probabilmente tese, indipendentemente da chi sarà il vincitore. Biden potrebbe minimizzare l’importanza del commercio internazionale e focalizzarsi maggiormente sui timori geopolitici. Chiunque vincerà le elezioni di novembre, appare probabile che una forma di Modern Monetary Theory «leggera», comprendente una combinazione di allentamento della politica monetaria e fiscale, continuerà a influenzare i responsabili della politica economica per il prevedibile futuro.Per i mercati azionari, le elezioni negli Stati Uniti sono viste sempre di più come una fonte di volatilità. Un aumento dell’aliquota dell’imposta societaria dal 21% al 28% potrebbe potenzialmente decurtare di almeno un terzo la crescita degli utili 2021. I giganti tecnologici statunitensi sono stati i grandi vincitori nella crisi del Covid-2019. Essi ora rappresentano circa un quarto della capitalizzazione dello S&P 500 ma pagano solo il 13% delle tasse complessive. La loro redditività è destinata a ridursi in caso di aumento delle imposte.Rispetto ai giganti della tecnologia, il settore della salute, anch’esso tra i beneficiari della crisi del Covid-19, tratta a valutazioni relativamente più interessanti. In aggiunta, le riforme del sistema sanitario statunitense sono scese d’importanza nell’agenda politica (e le proposte più estreme formulate dalla sinistra del partito democratico sono uscite del tutto dai radar). In generale, gli sforzi per evitare un deragliamento dell’economia possono significare che il vincitore delle elezioni di novembre potrà alleggerire la pressione su settori come il petrolio e il gas.I dividendi pagati dalle società comprese nello S&P 500 si prevede diminuiranno a circa USD 400 miliardi quest’anno. Dopo un 1° trimestre 2020 dinamico, anche i riacquisti di azioni proprie dovrebbero scendere a circa USD 400 miliardi quest’anno. Un incremento dell’imposta sulle società e le potenziali restrizioni regolamentari potrebbero frenare i riacquisti di azioni proprie anche l’anno prossimo.

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Trump e gli attacchi a Fauci

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 luglio 2020

“Anthony Fauci non ne ha mai azzeccato una”. Ecco il giudizio di Peter Navarro in un editoriale sul quotidiano USA Today sul più noto virologo in America e forse nel mondo. Navarro, come si sa, è il consigliere al commercio di Donald Trump e nel suo articolo rifletteva le critiche affibbiate a Fauci dal suo capo. Dopo la pubblicazione dell’editoriale e le critiche piovute al quotidiano per le inaccurate asserzioni, il direttore della pagina degli editoriali, Bill Sternberg, si è scusato, riconoscendo che alcune parti dell’articolo “erano fuorvianti e prive di contesto”.Il dottor Fauci ha reagito in modo molto diplomatico all’articolo in un’intervista concessa alla Pbs News, la rete di televisione pubblica. Rispondendo a una domanda della conduttrice Judy Woodruff, Fauci ha dichiarato che la Casa Bianca non sta cercando “di screditarlo”, riservando però una stoccata a Navarro, aggiungendo che il consigliere “vive isolato nel suo proprio mondo”.L’attacco di Navarro a Fauci però faceva parte della campagna dell’amministrazione di Trump di mettere dubbi sui messaggi realisti di Fauci ma politicamente poco rassicuranti sul Covid-19 che contrastano con il quadro roseo presentato da Trump. Alla fine però il 45esimo presidente si è reso conto che attaccare Fauci era controproducente ed ha suggerito ai suoi collaboratori di andare piano nei confronti del più noto esperto delle malattie infettive. Trump ha capito che in un confronto fra lui e Fauci la maggioranza degli americani sceglie il medico e specialista invece del politico. Il 65 percento degli americani, infatti, ha fiducia su Fauci. La cifra dovrebbe essere molto più alta ma gli attacchi sul virologo italo-americano hanno avuto effetti non solo su di lui ma hanno anche eroso l’idea che la scienza e la medicina dovrebbero guidare la strategia per affrontare la pandemia e non le parole spesso false e fuorvianti dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Ce lo conferma anche il fatto che il 60 percento degli americani non approva il modo di Trump nell’affrontare la pandemia.Gli attacchi personali ai suoi avversari sono stati l’arma di Trump più efficace e spesso hanno funzionato con individui ma anche istituzioni. Il 45esimo presidente mette in dubbio quello che lui non vede di buon occhio e poi nella sua mente e in quella dei suoi sostenitori riesce a sopraffare i “nemici”. Nel caso di Fauci però non gli è riuscito perché la paura del virus è stata più forte delle asserzioni fasulle dell’attuale presidente. Il virologo ne esce vittorioso, ma come sempre, cauto, anche se ovviamente ferito. Rispondendo alla domanda di una giornalista del New York Times la quale voleva dare uno sguardo ad alcune mail offensive e minacciose ricevute, Fauci ha risposto con un secco “no”.Come spesso avviene quando Trump attacca qualcuno i suoi fedelissimi passano al contrattacco per sostenere il loro capo. Non avremo dunque esempi precisi sulla ferocia degli attacchi ricevuti in privato da Fauci per i quali però è stato messo sotto scorta. Gli attacchi dei collaboratori di Trump sono stati esplicitamente abominevoli. La Casa Bianca ha condiviso anonimamente una lunga lista di commenti fatti da Fauci che dovrebbero dimostrare gli errori commessi dal virologo. Si tratta di una lista molto simile alle ricerche negative su un avversario politico. In particolar modo si cercava di dimostrare che Fauci cambia idea su alcune cose importanti.Interpellato su questi cambiamenti, Fauci ha spiegato che nella scienza si cambia idea quando nuove informazioni vengono scoperte, le quali fanno capire una data situazione in modo più completo. Nulla di nuovo. Le nuove ricerche ci aiutano ad agire in modo migliore. Fauci ammette di avere sbagliato qualche cosa e non ha nessun problema a chiedere scusa. Trump, ovviamente, non sbaglia mai e non chiede mai scusa per niente. Fauci però nella sua lunga carriera ha salvato la vita a migliaia di persone e si è conquistato una reputazione stellare. L’editorialista Maureen Dowd del New York Times lo ha chiamato “un tesoro nazionale”. Anche il senatore Cory Gardner, repubblicano del Colorado, ha usato la stessa espressione, riecheggiata anche dalla Society for Pedriatic Research. In un recente articolo della loro rivista si legge che
Fauci rappresenta il meglio della scienza, medicina e sanità pubblica. Spesso, continua l’articolo, Fauci è chiamato il medico dell’America poiché guida con “integrità” e le sue raccomandazioni sono “basate sulle più solide ricerche scientifiche” e le sue sintesi su qualunque problema si concentrano sempre sui “migliori interessi del Paese”. Trump è tutto il contrario. Tutto quello che fa e dice verte sui bisogni personali e politici.I media hanno cercato di fare scendere Fauci in campo contro Trump ma il virologo italo-americano non ha abboccato. Rispondendo alla Woodruff se considera di avere la fiducia della Casa Bianca, Fauci ha risposto in maniera positiva. Nonostante le parole diplomatiche e la marcia indietro di Trump di attaccarlo, Fauci rimane fiducioso ma con cautela. Il 45esimo presidente, indietro in tutti i sondaggi, ha deciso di riprendere le quotidiane conferenze stampa sul Covid-19. Nel suo più recente intervento ha letto, sempre in modo poco convinto, le raccomandazioni degli esperti, riconoscendo che, come ha detto recentemente Fauci, “la situazione è destinata a peggiorare prima di migliorare”. Ha poi continuato con il suo quadro roseo aggiungendo che il virus “scomparirà” come aveva detto tante volte. Ha poi accettato a malavoglia che l’uso delle mascherine forse può essere “utile” ma non intende imporne l’uso, lasciando la decisione ai governatori. In effetti, nonostante il tono più sobrio Trump non riesce a capire e seguire le raccomandazioni degli esperti i quali erano tutti assenti alla conferenza stampa. La pandemia ha però aperto gli occhi agli americani che per fermare il Covid-19 il populismo deve mettersi da parte per dare precedenza alla scienza. Trump non sembra averlo capito, ignorando che il vero nemico è il virus e Fauci è un vero alleato. (by Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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La Corte Suprema bacchetta Trump ma non troppo

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 luglio 2020

“Duecento anni fa, un grande giurista della nostra Corte ha stabilito che nessun cittadino, nemmeno il presidente, è al di sopra del dovere comune di produrre evidenza se viene citato in un’indagine penale”. Così John Roberts, presidente della Corte Suprema statunitense, ha confermato che Donald Trump deve produrre i documenti richiesti dalla procura di New York che sta indagando illeciti nella campagna elettorale del 2016. Si tratta dei tentativi della campagna del 45esimo presidente di silenziare due presunti rapporti con la pornostar Stormy Daniels e l’ex modella di Playboy Karen McDougal. Il procuratore Cyrus Vance Jr. potrà dunque avere accesso ai documenti relativi a tasse e contabilità dell’attuale inquilino della Casa Bianca da usare nel Gran Giurì, il che significa che resteranno fuori dalla conoscenza del pubblico.La sconfitta di Trump (7-2) nella Corte Suprema è stata però raddolcita dall’altra sulle richieste delle dichiarazioni dei redditi di Trump da parte di tre Commissioni del Congresso. In questo caso la Corte ha rimandato la richiesta a una Corte di grado inferiore, considerando le richieste delle Commissioni non abbastanza specifiche. Secondo gli analisti, ci vorrà tempo e quindi gli americani non vedranno le dichiarazioni dei redditi del presidente come hanno potuto fare con quasi tutti gli altri candidati presidenziali negli ultimi decenni.Nonostante le due apparenti sconfitte Trump ne esce bene poiché la Corte non ha imposto la consegna immediata di questi documenti. Vance dovrà ancora lottare per ottenerli e i presidenti delle tre Commissioni dovranno ancora sudare sette camice per arrivare alla loro meta. Si crede che ciò potrebbe arrivare a dopo l’elezione del 3 novembre. La Corte ha dunque bacchettato Trump sulla questione della sua immunità assoluta ma allo stesso tempo gli ha dato tempo per continuare le battaglie legali e continuare a mantenere segreti i suoi affari. Ovviamente, se Trump non fa vedere le sue dichiarazioni di redditi aumenta i sospetti che esiste qualcosa di poco limpido. Fino ad adesso ciò non lo ha danneggiato politicamente ma Joe Biden userà questo tema per aumentare i dubbi sul suo avversario.Il fatto che Trump non possiede immunità assoluta ha rassicurato tutti poiché ci conferma che la Corte Suprema ha fatto il suo dovere ed ha agito da contrappeso alle tendenze autoritarie dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Gli lega le mani anche se non troppo. Conferma però il concetto basico che l’attuale presidente e quelli del futuro hanno dei limiti nei loro considerevoli poteri. Considerando che i repubblicani al Senato hanno chiuso non uno ma ambedue gli occhi alle trasgressioni di Trump almeno uno dei tre rami del potere americano ha fatto valere la sua voce. Ciononostante la decisione manda un messaggio poco rassicurante. Un presidente che non vuole cooperare con il Congresso e rispettare gli atti di comparizione può cercare di seguire la strada tracciata da Trump, cioè di ritardare e fare scadere l’orologio. Dimostra anche che la giustizia non è uguale per tutti poiché quelli con risorse, come Trump, possono usare il sistema legale facendo uso di avvocati e farla franca o almeno decelerare le decisioni e spingerle nel futuro finché i loro avversari si stanchino e alla fine prevalere.La “vittoria” del 45esimo presidente però si potrebbe rivelare una vittoria di Pirro. Tutte le previsioni ci dicono che Trump perderà le elezioni e in sei mesi dovrà uscire dalla Casa Bianca. Non avrà più dunque i poteri del presidente e dovrà difendersi usando completamente le sue risorse di cittadino privato. Trump potrebbe concedersi la grazia come ha indicato in un tweet del 2018 in cui asserisce di avere il “potere assoluto di concedersi la grazia”. In tale eventualità lancerebbe di nuovo un’altra sfida alla Corte Suprema di decidere poiché la Costituzione non è chiara se il potere presidenziale di concedere la grazia include anche il presidente stesso. Trump potrebbe anche dimettersi e farsi graziare da Mike Pence, il suo vice, il quale avrebbe l’opportunità di divenire il 46esimo presidente, anche se per poco tempo. La grazia però sarebbe valida solo in questioni federali e non si applica ai suoi problemi legali con la procura di New York che verte su questioni statali. Quindi l’ipotesi di correre il rischio per frode fiscale e elettorale rimane.Il rischio di condanna non è remoto. Come ha testimoniato il suo ex avvocato Michael Cohen, è molto probabile che Trump abbia mentito nelle sue richieste di prestiti alle banche gonfiando il valore delle sue proprietà ma poi sgonfiandolo quando ha fatto le sue dichiarazioni fiscali. Da aggiungere anche che, nel caso di frode elettorale che ha causato a Cohen il carcere, si cita che l’ex avvocato ha agito in coordinazione con “l’individuo numero 1”, cioè Trump stesso, i cui assegni firmati dal presidente sono stati presentati al Congresso. Queste sono alcune ipotesi che il procuratore Vance affronterà al più presto non appena riuscirà ad ottenere le informazioni richieste che la Corte Suprema ha deciso dovranno essergli consegnate. I legali di Trump hanno già intrapreso le vie legali per ostacolare o almeno ritardare di consegnare questi documenti.Nulla sarà in ogni caso di aiuto a Biden per le elezioni del 3 novembre. I procuratori e i giudici non vogliono agire nel periodo vicino alle elezioni per non essere accusati di interferenza di parte e influenzare l’esito di un’elezione presidenziale. Il pericolo per Trump però esiste. La mezza sconfitta della Corte Suprema potrebbe rivelarsi pericolosa.Nel suo recente comizio a Tulsa Oklahoma Trump si è auto congratulato per i “due grandi giudici alla Corte Suprema”, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, da lui nominati. Anche loro però hanno votato contro di lui, dimostrando una certa indipendenza, capendo molto bene che Trump scomparirà dalla scena fra breve e la loro carica invece durerà per parecchi decenni. Il 45esimo presidente si è sentito “tradito” e lo avrebbe espresso ai suoi collaboratori. A differenza dei suoi altri collaboratori, però, Trump non può licenziare i giudici come ha recentemente fatto con Brad Parscale, il manager della sua campagna elettorale, a cui ha addossato la colpa per la situazione disastrosa in cui si trova secondo tutti i sondaggi.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Biden presidenziale, Trump candidato underdog

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 luglio 2020

“Non c’è nessun dubbio. Questa rivoluzione di estrema sinistra mira a rovesciare la Rivoluzione Americana”. Così Donald Trump mentre attaccava i suoi avversari politici nella ricorrenza della festa nazionale del 4 luglio in un discorso al Monte Rushmore nel South Dakota. L’attuale inquilino della Casa Bianca cercava di segnare gol politici approfittando della ricorrenza storica per attaccare i suoi “nemici”. Joe Biden, il candidato del Partito Democratico, invece, ha sottolineato nel suo discorso l’unità del Paese, notando giustamente le idee esemplari dei Padri Fondatori ma riconoscendo anche l’incompleta messa in atto di questi stessi ideali. L’ex vice presidente ha chiarito che le celebrazioni servono anche a ricordare “la persistente marcia verso una più grande giustizia”. Mentre Trump parlava da candidato politico con i suoi attacchi, Biden, invece ha dato segnali di agire da presidente con toni pacati che si riallacciano agli eventi degli ultimi mesi.Trump nel suo discorso ha completamente dimenticato la pandemia in corso con 3 milioni di contagi, 134mila morti, e gli aumenti di casi positivi che negli ultimi giorni hanno raggiunto la cifra di 60mila in un solo giorno. Il 45esimo presidente ha anche evitato il tema della giustizia razziale, preferendo di concentrarsi sulla sua continua guerra contro i suoi avversari politici, dipingendoli come nemici della gloriosa storia americana. Incapace di offrire risposte ai problemi dell’America, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha cercato di inventarsi una battaglia in cui si aggrappa alla bandiera senza fare nessuno sforzo di vedere l’unione del Paese. La guerra culturale creata da Trump si riallaccia in parte alle manifestazioni che mettono in rilievo le palesi ingiustizie ancora presenti negli Usa. L’abbattimento di statue, soprattutto quelle che celebrano i confederati, con i loro richiami alla schiavitù, trova in Trump il grande paladino della vecchia e macchiata America. Trump continua asserendo nel suo discorso che i nemici dell’America vogliono “condurre una guerra spietata per diffamare i nostri eroi, cancellare i nostri valori e indottrinare i nostri bambini”. L’attuale presidente sorvola sul fatto che gli ideali di uguaglianza espressi e celebrati dalla Rivoluzione Americana non si applicavano né agli afro-americani né alle donne.Trump nel suo discorso ignora anche le direttive dei virologi che sconsigliano gli assembramenti. Nel suo discorso al Monte Rushmore non è stato richiesto l’uso delle mascherine né il rispetto del distanziamento sociale per limitare i contagi. Il 45esimo presidente è divenuto un pessimo modello per gli americani, ignorando un vero nemico che colpisce in silenzio come ci ricordano le tragiche notizie quotidiane. Parecchi Stati, anche quelli conservatori del Sud, sono stati infatti costretti a fare marcia indietro con la riapertura e ritornare al lockdown per salvare vite umane.Biden invece, parlando in video, ha dimostrato l’importanza di dare l’esempio che nonostante l’attiva campagna politica, bisogna fare di tutto per proteggere gli americani dal virus. L’ex vice presidente ha anche ricordato che i padri fondatori non mettevano in pratica gli ideali tramandati a noi nei loro scritti. Molti di loro possedevano schiavi e ovviamente il diritto al voto delle donne non è avvenuto fino al 1924. Biden, in un editoriale, sostiene inoltre che esiste la possibilità di mettere in pratica gli ideali del Sogno Americano e darli a quelli che non ne sono ancora in pieno possesso. In effetti, Biden riconosce il valore della creazione del nuovo Paese ma allo stesso tempo non sorvola sul fatto che non pochi americani continuano tuttora ad avere le porte chiuse all’opportunità di partecipare nella vita politica, sociale e economica con pieni diritti.Trump e Biden articolano due visioni dell’America. Il primo che si preoccupa di difendere gli americani da un “movimento pericoloso e proteggere i bambini della nazione… e preservare le nostre amate tradizioni”. Trump si riferisce a tradizioni che non includono tutti ma quella parte del Paese che lo sostiene. Biden, invece intende essere più inclusivo, estendendo il diritto al voto mediante la posta, riformare l’immigrazione e assicurare che il sistema giudiziario sia indipendente.I recentissimi sondaggi danno ragione a Biden. Trump da parte sua non accetta i consigli che cercano di spingerlo ad aprire ai gruppi minoritari, temendo di erodere il supporto della sua base che lo ha portato al successo nel 2016. Difatti, il tycoon non dà nessuna impressione di volere fare altro che ripetere la sua campagna di quattro anni fa. Gli americani però si sono accorti che le intuizioni di successo di Trump alla fine si scontrano con la realtà. I suoi suggerimenti di usare il disinfettante per curare il coronavirus hanno aperto gli occhi a quasi tutti che le sue soluzioni sono fuori posto. La sua riluttanza di insistere sulle mascherine e il distanziamento sociale per limitare il Covid-19 si stanno anche scontrando con la realtà di non pochi senatori repubblicani. Alcuni notissimi fra di loro come Chuck Grassley (Iowa), Lamar Alexander (Tennessee), Mitt Romney (Utah), Lisa Murkowski (Alaska) e Susan Collins (Maine) hanno già deciso che non parteciperanno alla convention del loro partito a causa del Covid-19.Trump sta passando buona parte del suo tempo a fare campagna elettorale dando l’impressione di essere l’outsider e non il presidente in carica. È sfavorito nei sondaggi. Biden, invece, sentendosi sicuro, agisce in modo presidenziale, dando l’impressione che il suo mandato sia già iniziato.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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I sondaggi dicono Biden: Trump punta sull’economia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 luglio 2020

“Se si tratta di un referendum su Donald Trump, Joe Biden può sorridere”. Così Colin Reed, noto stratega politico repubblicano, mentre commentava le prossime elezioni presidenziali americane in una recente intervista concessa alla Fox News. Reed sottolineava l’operato di Trump negli ultimi mesi che è anche riflesso nei sondaggi a picchiata e i dubbi sulla rielezione dell’attuale inquilino della Casa Bianca.Fino a pochi mesi fa l’economia continuava ad andare bene e Trump si era impossessato di tutto il credito nonostante il fatto che si trattasse solo di una situazione cominciata con la presidenza di Barack Obama, il suo predecessore. Trump, però, ha un grande talento a accaparrarsi dei frutti degli alberi piantati da altri. La maggioranza degli americani lo aveva accettato e nonostante i danni recati all’economia da Trump con i suoi dazi a Paesi considerati avversari, ma anche quelli visti come alleati, lo slancio economico sembrava non finire. Il 45esimo presidente da candidato aveva coltivato la sua immagine promettente di un’economia forte basandosi sul suo passato di uomo di affari di successo. Dopotutto, Trump andava in giro nel suo aereo personale durante la campagna elettorale del 2006 e ripeteva a più non posso che era ricco e non aveva bisogno di soldi. Voleva la presidenza solo per il bene dell’America.Sappiamo benissimo adesso che durante la campagna del 2016 il tycoon continuava i suoi affari e mentre di giorno diceva di non avere niente a che fare con la Russia, di sera parlava con il suo avvocato del progetto di una Trump Tower a Mosca. Ce lo ha rivelato nelle sue testimonianze Michael Cohen, uno dei suoi ex avvocati condannato a tre anni di carcere per frode fiscale e per avere mentito al Congresso. Cohen, adesso è ai domiciliari e sconterà il resto della sua pena a casa per via della pandemia. Cohen, nelle sue testimonianze, aveva rivelato che Trump gonfiava il valore delle sue proprietà per ottenere prestiti mentre allo stesso tempo lo riduceva quando si trattava di responsabilità fiscali. Il fatto che il 45esimo presidente non ci ha rivelato le dichiarazioni dei suoi redditi fa credere che non sia tanto ricco come lui dà a credere e aumenta i sospetti che i suoi prestiti gli siano arrivati da fonti poco limpide.Nonostante tutto, questa sua immagine non poco falsa di essere bravo negli affari, la fede nel suo “successo” economico rimane solida. La maggioranza degli americani crede che, comparato a Biden sulla questione dell’economia, il tycoon sarebbe più efficace. Un sondaggio della CNBC-All-America ci dice infatti che Trump avrebbe una politica economica migliore di quella di Biden (44 a 38 percento). Questo dato è significativo soprattutto per il fatto che l’economia attuale si trova in uno stato di recessione iniziata nel mese di febbraio del 2020, una situazione che non avveniva dal 2009. Da notare che la recessione era già iniziata prima della diffusione del Covid-19. Il primo trimestre dell’anno in corso il PIL (prodotto interno lordo) degli Stati Uniti è calato del 4,8 percento e si crede che nel secondo trimestre il calo arriverà al 30 percento, cifra che non si vedeva dalla Grande Depressione degli anni ’30.Se Trump è riuscito a convincere che sarebbe preferibile a Biden per l’economia, in tutte le altre aree i sondaggi ci dicono che il candidato democratico avrebbe la meglio. Alcuni sondaggi danno a Biden un vantaggio di 14 punti a livello nazionale ma anche in sei Stati tipicamente in bilico Trump si trova indietro. Persino in Stati “red”, che tipicamente votano per i candidati repubblicani, come il Texas e la Georgia, Biden si trova in una posizione favorevole. Le cifre vengono spiegate dalle reazioni di Trump alla pandemia e le manifestazioni contro il razzismo ma anche con l’unificazione del Paese. L’unico punto forte per Trump si trova nell’entusiasmo dei suoi fedelissimi. Biden invece non entusiasma, ma considerando le sue posizioni moderate, non si presta nemmeno agli attacchi del suo avversario che cercano di definirlo come radicale.I repubblicani in generale anche al Senato dovrebbero preoccuparsi poiché il 51 percento degli americani voterebbe per candidati democratici (51 percento) invece di candidati repubblicani (37 percento). Queste preoccupazioni aumenteranno almeno nel vicino futuro poiché la reazione alla pandemia della linea di Trump, caratterizzata da poca serietà, non quadra con la maggioranza. Gli americani sono preoccupati che la pandemia rappresenti un serio pericolo e con 21 punti di distacco credono che il governo dovrebbe fare sforzi per contenere i contagi anche se l’economia ne soffrirebbe. Tutto il contrario della politica di Trump colorata anche dalla sua avversione a indossare la mascherina come raccomandano i virologi, servendo dunque da cattivo esempio, inviando un messaggio che le 130mila morti causate dal Covid-19 non lo preoccupano affatto.
Nei tre anni e mezzo di mandato Trump non è riuscito ad ampliare il suo elettorato, preferendo di concentrarsi a mantenere unita la sua base come se lui fosse solo il loro presidente. Uno sbaglio che riflette la sua incapacità di dimostrare empatia verso gli altri. Un comportamento tragico per un presidente il cui ruolo dovrebbe mirare a unificare il Paese. Trump sembra però legato al passato ed ha persino dichiarato che imporrà il veto a un ingente disegno di legge sulla difesa che include i cambiamenti di nomi che onorano leader militari confederati.Se Trump non sembra essere preoccupato dai sondaggi alcuni dei suoi sostenitori invece la vedono diversamente. Tucker Carlson, della Fox News, per esempio, ha recentemente twittato che il presidente potrebbe perdere le elezioni a meno che “alcuni fatti fondamentali cambino subito”. Lo stratega Reed ha aggiunto che si può ignorare un sondaggio ma quando si tratta di cifre che sono riflesse in tutti i sondaggi bisogna prenderli sul serio. Dissente ovviamente Brad Parscale, il manager della campagna elettorale di Trump. In un recentissimo editoriale nel Washington Post fa notare che il suo candidato genera entusiasmo nel suo elettorato ma visibile anche nei contributi finanziari della loro campagna. Giusto. I sondaggi di questi giorni sono però compatti e l’elezione è a solo 4 mesi. Se Parscale non sembra preoccupato qualcuno lo sarà. Già si sono sentite voci che Trump potrebbe abbandonare la corsa per evitare una sconfitta storicamente schiacciante e umiliante. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Immigrazione: l’emozione di Roberts sul DACA “tradisce” Trump

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 luglio 2020

“Dal 2012, i beneficiari del DACA si sono iscritti a università, iniziato carriere, messo su aziende, comprato case e si sono anche sposati e hanno avuto figli, tutto questo basato sull’esistenza del programma DACA”. Così il presidente della Corte Suprema americana John Roberts, scrivendo per la maggioranza (voto 5 a 4), che ha impedito all’amministrazione di Donald Trump di eliminare il programma che ha beneficiato i “dreamers”, giovani portati in America dai loro genitori senza autorizzazione legale. Si tratta di individui cresciuti negli Usa che a tutti gli effetti sono cittadini americani eccetto per i documenti. Il DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals), ordine esecutivo di Barack Obama del 2012, ha offerto protezione a questi individui, offrendo loro un permesso di soggiorno temporaneo, rinnovabile ogni due anni. In sintesi, si tratta di una “green card”, il cartellino verde di residenza legale negli Usa, anche se non permanente né valido come porta aperta alla cittadinanza.Facile pensare che quando Roberts ha scritto le sue parole pensava sicuramente a uno di questi giovani adesso adulto, uno degli avvocati che ha difeso il programma DACA nelle deliberazioni della Corte Suprema. Luis Cortes Romero, infatti, un membro della squadra di avvocati che è riuscita a salvare il programma, è proprio uno di questi beneficiari. Nato in Messico, Cortes Romero è stato portato dai suoi genitori negli Usa senza autorizzazione legale quando aveva solo un anno. Dopo tanti sacrifici è riuscito a laurearsi in giurisprudenza alla University of Idaho dove studiava senza residenza legale e nessuna speranza di potere esercitare la sua futura professione. Poi nel secondo dei tre anni di studi emerse il DACA, fece domanda e riuscì a qualificare, ottenendo la residenza legale temporanea. Dopo la laurea ha iniziato a esercitare la sua professione e ha persino avuto l’onore e l’onere di difendere individui nella sua stessa situazione. Cortes ha dichiarato a Democracy Now, la rete progressista televisiva americana, di essere sicuro che le storie di tanti giovani come lui hanno avuto un impatto nella decisione di Roberts di consegnare una seria sconfitta a Trump.Non si tratta di una sconfitta totale poiché il 45esimo presidente potrebbe riprovarci anche se ovviamente richiederebbe tempo. Roberts nella sua decisione ha detto che i legali di Trump non hanno specificato una ragione legalmente valida per la revoca dell’ordine esecutivo di Obama. Inevitabile la tipica reazione di Trump che ha caratterizzato questa sentenza ed altre di “fucilate verso coloro che sono repubblicani”. L’attuale inquilino della Casa Bianca era decisamente deluso specialmente perché dei nove giudici della Corte Suprema cinque pendono a destra, essendo stati nominati da presidenti repubblicani. Il “traditore” in questo caso è stato Roberts, nominato da George W. Bush nel 2005, il quale secondo Cortes, ha usato la logica giuridica ma anche le sue emozioni per la decisione.Roberts non è stato l’unico ad usare argomentazioni extralegali. La giudice Sonia Sotomayor, la quale ha votato con la maggioranza, ha però dissentito in un aspetto che tocca direttamente la politica. Sotomayor sottolinea che Trump ha espresso malanimo verso gli ispanici che la maggioranza non ha incluso nella decisione. Cita specificamente alcune frasi arcinote di Trump politico e presidente che caratterizzano gli ispanici come “criminali”, “spacciatori” e “stupratori”. Sotomayor sa benissimo che dal punto di vista legale questi suoi punti hanno solo valore storico per sottolineare i comportamenti politici dell’attuale presidente.Anche Clarence Thomas e Brett Kavanaugh, due dei quattro giudici che hanno votato per Trump, hanno dissentito, nascondendosi principalmente in una giungla di argomentazioni legalistiche comprensibili solo agli specialisti. Thomas però si tradisce quando riconosce che la legge conferisce al ministro della Giustizia il potere di proteggere dalla deportazione alcuni stranieri per ragioni “umanitarie”. Quindi non ignora la tragica situazione dei “dreamers” i quali se deportati potrebbero ritrovarsi nel Paese natale che conoscono a malapena poiché sono cresciuti negli Stati Uniti. Poi però Thomas si rifugia in argomentazioni giuridiche asserendo che l’ordine esecutivo di Obama ha creato una nuova classe di immigrati concedendo loro benefici non supportati dalla legge.Roberts controbatte però citando gli aspetti umanitari e pratici asserendo che l’amministrazione di Trump non ha considerato gli effetti della rescissione del decreto di Obama. Cita specificamente il fatto che i beneficiari del DACA hanno negli otto anni del programma creato famiglie e 200mila bambini nati in America i quali sono cittadini americani a tutti gli effetti. Aggiunge anche il valore pratico dei contributi dei “dreamers” poiché hanno generato più di 215 miliardi di dollari in attività economiche e in dieci anni produrranno 60 miliardi alle casse del tesoro in contributi fiscali. I “dreamers”, dopotutto, sono giovani e il 90 percento di loro possiede posti di lavoro e quindi contribuiscono notevolmente di più grazie al loro status di residenti legali conferitogli dal DACA.I giudici della Corte Suprema devono essere obiettivi e basare le loro decisioni sulla legge. Sono però esseri umani oltre a essere “animali politici” poiché nominati da inquilini della Casa Bianca. La sentenza sul Daca ce lo dimostra. Roberts però, da presidente della Corte Suprema, si preoccupa anche della reputazione del gruppo da lui condotto. Gli attacchi dei politici ai magistrati, specialmente quelli di Trump, da candidato ma anche da presidente, hanno eroso in parte la credibilità della Corte Suprema. Nel 2016 il 48 percento degli americani approvava l’operato della Corte Suprema. Adesso la cifra è salita al 58 percento essendo dunque ritornata in terreno positivo. Inoltre un recente sondaggio ci dice che il 64 percento crede che la Corte Suprema usi la legge per determinare le sue sentenze. Si vedrà fra breve se Roberts continuerà a fare da ago della bilancia con altri importantissimi casi attualmente in considerazione come l’aborto e il rilascio delle informazioni sul reddito di Trump. (By Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Le ingiustizie razziali: Trump congelato nell’America degli anni ’50

Posted by fidest press agency su sabato, 20 giugno 2020

By Domenico Maceri. “Quando iniziano i saccheggi iniziamo a sparare”. Questa la reazione di Donald Trump per riflettere la mano dura nel confrontare alcune manifestazioni scatenate dalla tragedia di George Floyd che hanno causato danni alla proprietà privata nelle ultime settimane. Trump riprendeva un’espressione con sfumature razziste, forse senza rendersene conto, riflettendo la sua ignoranza della storia americana e la discriminazione razziale. Glielo ha fatto notare la giornalista afro-americana Harris Faulkner della Fox News a cui il 45esimo presidente ha recentemente concesso un’intervista.
La Faulkner è grande sostenitrice di Trump come del resto lo è la rete di Rupert Murdoch. Ciononostante la giornalista afro-americana ha pressato l’attuale inquilino della Casa Bianca sull’origine violenta dell’espressione e della sua carica razzista. Rispondendo alla domanda, Trump ha detto che la frase era di moda e che lui l’aveva sentita spesso. Nel dialogo, la Faulkner ha istruito il presidente che l’espressione fu usata per la prima volta da Walter Headley, capo della polizia di Miami, in una conferenza stampa del 1967. Headley e le forze dell’ordine stavano cercando di controllare risse e attività criminali nei quartieri afro-americani di Miami. Headley aggiunse che poco gli importava l’accusa di “brutalità poliziesca”.Trump ha cercato di giustificare la sua mancanza di conoscenze continuando a dire che lui l’aveva sentita dire a Frank Rizzo, ex sindaco di Filadelfia. Rizzo era stato capo della polizia di Filadelfia nello Stato della Pennsylvania e poi anche sindaco ma è notissimo per il suo esplicito razzismo come la storia ci ricorda poiché le sue misure estremiste terrorizzarono la comunità afro-americana della città. Trump, citando Rizzo, non si rende conto che l’uso dell’espressione lo avvicina a un individuo il cui razzismo appare lampante e lo fa parlando con una giornalista conservatrice ma di colore. Trump, di fatti, loda Rizzo dicendo che era “un sindaco molto forte”, secondo la sua opinione. Il 45esimo presidente probabilmente ignora anche che la statua di Rizzo è stata recentemente smantellata dall’attuale sindaco Jim Kenney, il quale l’ha descritta come “un monumento deplorevole al razzismo, l’intolleranza, e la brutalità della polizia verso la comunità afro-americana e quella LBGTQ”.La cecità di Trump sul razzismo ci viene anche dimostrata dalla sua ripresa dei rally con cui cercherà di colmare il divario che lo separa dal suo avversario Joe Biden secondo i sondaggi. Il prossimo comizio del 45esimo presidente si terrà a Tulsa Oklahoma, uno degli Stati più “red” (conservatori) ma anche significativo nella storia razziale. Nel 1921, 300 afro-americani a Tulsa furono massacrati in un quartiere prospero della città. Si trattava di una zona dominata da professionisti e benestanti afro-americani, malvisti dalla maggioranza bianca della città. Il luogo scelto per il comizio, carico di tensioni razziali, diviene ancora più problematico anche per la scelta della data, originalmente fissata per il 19 giugno. In questo giorno, June Nineteenth, combinato a Juneteenth, si celebra la fine della schiavitù, annunciata nel mese di aprile, ma estesa a tutti i territori il 19 giugno del 1865. Trump, avendo riconosciuto di avere fatto un passo falso, ha indietreggiato, rimandando il rally al giorno dopo. Una piccola concessione atipica ma sempre poco apprezzata considerando tutto il suo operato e ideologia sul razzismo.
Trump ha anche fatto un altro piccolo passo positivo con il suo decreto sulla riforma della polizia annunciando la limitazione del “chokehold”, l’uso dello strangolamento per immobilizzare un individuo sospettato di avere commesso un reato. Inoltre il governo fornirebbe contributi a quei dipartimenti di polizia che seguiranno questa nuova direttiva. Non un obbligo dunque, solo un consiglio. In linea generale, però, l’attuale inquilino della Casa Bianca continua a sostenere che il problema della polizia consiste di alcune mele marce e non esiste nessun bisogno per cambiamenti strutturali.
L’estremismo di Trump sulle questioni emerse nelle ultime settimane a causa dei manifestanti però rimane e ce lo confermano anche le prese di posizioni dei suoi avversari politici che lo hanno criticato aspramente. Ma anche la leadership repubblicana ha preso le distanze da Trump per alcune sue azioni che continuano a riflettere la sua linea politica vicinissima ai suprematisti bianchi. Le manifestazioni causate dalla morte di George Floyd hanno riacceso la disuguaglianza politico-sociale con le richieste di cambiamenti strutturali. Si richiede anche l’eliminazione di simboli che continuano a ferire gli afro-americani ma anche tutti coloro che hanno partecipato alle manifestazioni poiché continuano a legittimare le ingiustizie storiche.
L’eliminazione di statue che commemorano militari confederati è riemersa con le manifestazioni. Trump si è dichiarato contrario. Si oppone anche al cambiamento di nomi di una decina di basi che ricordano militari confederati dicendo che “Queste monumentali e potentissime basi fanno parte del patrimonio americano e una lunga storia di vincere, vittoria e libertà”. Difficile capire a che cosa si riferisce il 45esimo presidente. Queste basi militari, i cui nomi il ministero della Difesa voleva cambiare, riflettono individui che hanno perso la Guerra Civile poiché in caso contrario il Paese si sarebbe diviso in due. Riflettono infatti la schiavitù che ovviamente ferisce le sensibilità di tutti i soldati afro-americani che vi mettono piede ma anche bianchi che vi entrano e continuano a legittimare ingiustizie nel Sud del Paese. Si tratta però di ingiustizie che esistono anche negli Stati del Nord poiché la discriminazione e le uccisioni di afro-americani da parte dei poliziotti avvengono troppo frequentemente in quasi tutti gli Stati.Nel caso delle basi Trump si trova però quasi tutto solo, abbandonato anche dal suo partito. Una commissione al Senato, dominata dai repubblicani, ha infatti votato per eliminare questi nomi confederati. La proposta, originalmente introdotta dalla senatrice democratica Elizabeth Warren, sarà inclusa in un disegno di legge importantissimo per autorizzare il bilancio della difesa che riceve appoggio bipartisan.Gli americani si sono anche loro allontanati da Trump e dalla sua linea dura verso i manifestanti. Il 74 percento supporta i manifestanti. Inoltre anche il 65 percento di quelli che si considerano conservatori crede che la frustrazione dei manifestanti sia almeno in parte giustificata.Gli atteggiamenti di Trump nella questione della discriminazione razziale rientrano in grande misura nello slogan di “Make America Great Again” (Rifacciamo grande l’America), una visione che riflette il passato in cui la discriminazione era esplicita e alla luce del sole. Gli Usa sono però cambiati ma Trump rimane nel passato mentre la maggioranza degli americani lo ha lasciato indietro. L’elezione di novembre si profila in questo senso di grandi conseguenze. Con l’elezione di Barack Obama nel 2008 e poi la rielezione del 2012 l’America ha fatto un passo avanti eleggendo un afro-americano alla carica più importante. Paradossalmente questo ha aumentato la paura di un segmento degli americani che si sentono insicuri dalla globalizzazione ma anche per il fatto che il potere dei bianchi sta scomparendo. Nel 2016 una minoranza di americani ha eletto Trump mediante il meccanismo dell’Electoral College che non riflette il voto popolare. Il 2020 farà dunque una correzione allo sbaglio del 2016? (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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I big del Gop scaricano Trump: rielezione sempre più in salita

Posted by fidest press agency su martedì, 16 giugno 2020

La senatrice Lisa Murkowski, repubblicana dell’Alaska, non è sicura che voterà per Donald Trump all’elezione di novembre. La senatrice ha dichiarato che “sta lottando” con questa decisione da molto tempo. La Murkowski, come la senatrice Susan Collins del Maine, è uno di quei senatori etichettati moderati, ma spesso nei voti che contano, si schiera con il suo partito. Nel caso del voto sull’impeachment di Trump del mese di febbraio, ambedue senatrici hanno votato seguendo la linea imposta dal presidente del Senato Mitch McConnell per assolvere l’attuale inquilino della Casa Bianca.A cinque mesi di distanza dall’elezione molto può cambiare e potrebbe darsi che la Murkowski alla fine rimarrà nel campo di Trump. Altri big del Partito Repubblicano lo hanno definitivamente scaricato. George W. Bush, il 43esimo presidente, non voterà per Trump come pure sembra anche il fratello Jeb, ex governatore della Florida. Il senatore Mitt Romney dell’Utah, già candidato presidenziale del Gop (Grand Old Party), sconfitto da Barack Obama nel 2012, seguirà la stessa strada contro Trump. Cindy McCain, vedova di John McCain (candidato presidenziale sconfitto da Obama nel 2008), ha dato indicazioni che non voterà per Trump nemmeno lei.Al di là di questi luminari del Gop che in un modo o nell’altro sono contrari a una rielezione dell’attuale inquilino della Casa Bianca parecchi generali si sono anche schierati contrari a Trump. William H. McRaven, ammiraglio della marina in pensione, noto per avere guidato il raid che ha eliminato Osama bin Laden, ha anche detto che l’America “ha bisogno di nuova leadership” che non sia Trump, poco importa se sia un democratico, un repubblicano o un indipendente. Anche il generale Jim Mattis, ex ministro della Difesa di Trump, ha rilasciato una pungente condanna in cui asserisce che l’attuale inquilino della Casa Bianca è l’unico presidente in tutta la sua carriera che “non cerca di unificare il Paese e che non fa nemmeno finta di provarci”. Mattis era specialmente deluso dal recente tentativo di Trump di usare le forze armate americane per affrontare i manifestanti nel caso di George Floyd.Colin Powell, un altro ex generale repubblicano in pensione, si è aggiunto alla voce di Mattis. In un’intervista televisiva, Powell, che ha servito in parecchie amministrazioni repubblicane da Ronald Reagan, a George Bush padre e George Bush figlio, ha persino detto che nelle prossime elezioni voterà per Joe Biden. Powell, nonostante la sue fede repubblicana, ha già votato per candidati democratici incluso Barack Obama e Hillary Clinton. Anche il generale Mark Milley, Chairman of the Joint Chief of Staff, ha preso le distanze dal suo capo. Milley ha chiesto scusa per avere partecipato al forzato varco dei manifestanti per permettere a Trump di recarsi alla St John Episcopal Church dove si è fatto fotografare con Bibbia in mano per uno spot elettorale. Milley ha chiarito che l’esercito non deve partecipare per il controllo dei cittadini americani quando protestano “per secoli di ingiustizia verso gli afro-americani”.
Trump non ha ancora commentato le parole di Milley ma le sue reazioni su Mattis e Powell non si sono fatte aspettare. Il 45esimo presidente ha accusato Powell, non ingiustamente, di avere grosse responsabilità per la disastrosa guerra in Iraq scatenata dal presunto possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. Trump ha anche attaccato Mattis considerandolo un generale sopravvalutato. C’è da chiedersi perché l’attuale inquilino della Casa Bianca lo aveva nominato ministro della Difesa. Ma poi, è già notissimo che Trump nomina persone e poi le licenzia quando diventano scomodi perché non fanno esattamente quello che lui vuole. Ambedue Powell e Mattis godono di notevole rispetto nei circoli dell’establishment repubblicano. Parecchi senatori infatti hanno recentemente alzato la loro voce difendendo Mattis per il suo servizio al Paese.
Il fatto che Trump sia scaricato da alcuni big dell’establishment repubblicano non rappresenta un serio problema eccetto che può incoraggiare altri, specialmente al Senato, a venire allo scoperto e dire quello che pensano sull’operato e i comportamenti tutt’altro che rispettabili di Trump. In grande misura, i membri repubblicani della Camera Alta tacciono come si è visto nel recentissimo caso del tweet disgustoso di Trump su Martin Gugino. Il 75enne attivista di pace italo-americano, spinto a terra violentemente da due poliziotti è caduto ferendosi alla testa. Secondo Trump si potrebbe trattare di una messinscena ed è possibile che Gugino sia un “provocatore Antifa”, il movimento antifascista e antirazzista. Parecchi senatori si sono rifiutati di commentare il tweet di Trump, tacendo davanti ad altre parole disgustose del 45esimo presidente, asserendo di non leggere i suoi prolifici tweet. L’unico senatore che non solo ha letto il tweet di Trump è stato Romney il quale lo ha classificato di “scioccante”. Romney, infatti, si sta allontanando ancora di più da Trump, avendo anche recentemente partecipato alla manifestazione anti-razzista a Washington. Il senatore dell’Utah ha anche twittato una foto del padre George il quale anche lui credeva alla giustizia sociale avendo marciato con manifestanti per i diritti civili a Detroit negli anni ’60.Le reazioni di Trump alla pandemia e alle manifestazioni anti-razzismo non hanno riflesso nessun tentativo presidenziale di unificare il Paese. La Casa Bianca ha promesso che il 45esimo presidente sta considerando un discorso sulla problematica sociale e tutto sembra fare credere che l’autore principale del testo sarà Stephen Miller, la cui politica viene facilmente descritta di ultra destra e anti-immigranti. Nulla di buono da sperare dunque come ci conferma anche il rifiuto di Trump di cambiare i nomi di una decina di basi militari che riflettono leader degli Stati confederati i quali hanno tradito il loro Paese, combattendo per la scissione nella Guerra Civile del 1861-65. Trump sembra continuare la sua marcia con il suo semplice piano di mantenere la solidità della sua base.I sondaggi ci dicono che il 52 percento degli americani favorisce i manifestanti mentre il 22 percento sono contrari. Ancora più bui per Trump i sondaggi sulle elezioni di novembre che lo vedono indietro a Biden di almeno 10 punti. Il più recentissimo sondaggio della Cnn piazza addirittura Biden a 14 punti davanti a Trump il quale, sorpreso dal distacco, ha incaricato uno dei suoi sondaggisti a smentirlo come fake news. La Casa Bianca ha persino richiesto una ritrattazione alla Cnn perché, a dire del 45esimo presidente, il sondaggio mira a “fabbricare una narrativa anti-Trump”. Emerge infatti la paura che la rielezione sarà improbabile e che i senatori repubblicani, specialmente McConnell, faranno un pensierino sulla loro possibilità di essere affondati e perdere la maggioranza al Senato. Dovrebbe preoccupare in particolar modo la situazione dei senatore Cory Gardner (Colorado), Susan Collins (Maine) e Martha McSally (Arizona) che avranno serie difficoltà a essere rieletti a novembre. Quanto tempo continueranno ancora questi senatori a mantenere il silenzio supportando Trump invece di scaricarlo come hanno già fatto Bush, Powell, Romney e Mattis? (by Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Il caso di Floyd: Trump presidente assente, candidato presente

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 giugno 2020

“Tutti gli americani sono sconvolti per la morte brutale di George Floyd, alla cui famiglia il mio governo promette giustizia”. Così Donald Trump riconosceva la tragica fine del cittadino afro-americano a Minneapolis. Il 45esimo presidente ha però subito continuato commentando la violenza di alcuni manifestanti dicendo che “le vittime principali sono i cittadini” e che lui farà di tutto “per proteggerli”. Le sue azioni successive ci rivelano che si trattava di parole vuote perché invece di agire da leader e unificare il Paese ha subito approfittato della nuova crisi per la sua campagna politica, creando scontri e nemici da sconfiggere.L’ennesima morte di un afro-americano causato da abusi di poliziotti bianchi ha scatenato manifestazioni che abbiamo visto in precedenza. La stragrande maggioranza sono pacifiche ma emergono anche gesti violenti di una piccola minoranza che cerca di approfittarne per scopi personali, sminuendo il messaggio pacifico espresso dalle folle. Trump ha reagito come spesso fa, identificando i nemici per annientarli con la forza. Parlando con i governatori americani l’attuale inquilino della Casa Bianca ha consigliato a tutti di usare la mano dura contro i manifestanti dicendo che devono “dominare invece di perdere tempo” poiché in caso contrario “verranno sopraffatti”. Bisogna, ha continuato Trump, “arrestare i trasgressori, processarli, e metterli in carcere per molto tempo”. Se i governatori non riusciranno a mantenere la pace Trump ha minacciato che se ne incaricherà lui mobilitando le forze armate.Le proteste nelle maggiori città americane hanno incluso Washington D.C. e hanno anche avuto un impatto sulla sicurezza di Trump. Per un’ora il 45esimo presidente, la moglie Melania e il figlio Barron, sono stati costretti a rifugiarsi nel bunker sotterraneo della Casa Bianca come hanno consigliato i servizi di sicurezza. Non sarà stato piacevole per Trump e ovviamente ha reagito per dare l’impressione di essere in comando e libero di fare quello che vuole. Trump è uscito dalla Casa Bianca a piedi dirigendosi alla vicinissima Saint John Episcopal Church, la cosiddetta “Chiesa dei presidenti”, oltrepassando le urla della folla. Le forze dell’ordine sono state costrette a lanciare lacrimogeni e proiettili di gomma per aprire il varco al presidente. Davanti alla chiesa Trump si è fatto fotografare alzando un braccio, tenendo in mano la Bibbia. Al suo lato erano presenti anche il ministro della Difesa Mark Esper e il Chairman of the Joint Chiefs of Staff (Capo delle Forze Armate), esibendo il potere militare del presidente. Uno spot elettorale per dimostrare ai suoi sostenitori religiosi evangelici che è sempre con loro e che userà i militari per mantenere l’ordine. Il vescovo della Chiesa, però, la reverendo Marianne Budd, ha più tardi espresso la sua indignazione per non avere ricevuto un preavviso della visita e soprattutto per l’uso inappropriato del luogo sacro da parte di Trump. In un’intervista alla Pbs (Public Broadcasting Service) Budd ha detto che tutti sono benvenuti alla Chiesa per pregare. Trump, invece, secondo Budd, ha usato la Chiesa per i suoi scopi politici e per promuovere un’agenda di incitamento alla violenza invece di calmare le acque. “Tutto ciò che ha fatto è stato per infiammare la violenza” invece di essere guida “morale del Paese”, continuando a “dividerci”, ha aggiunto la reverendo.Il vescovo Budd ha in effetti suggerito il percorso a Trump per agire in modo presidenziale a beneficio di tutti gli americani invece di concentrarsi su ciò che gli potrebbe produrre frutti elettorali. Da presidente, il magnate di New York ha continuato la sua politica di stabilire nemici e poi sconfiggerli. Senza accettare responsabilità, Trump ha, per esempio, cercato di incolpare altri per la pandemia che ha causato la morte a più di 110mila americani. Nella crisi attuale scatenata dall’uccisione di Floyd, il 45esimo presidente ha seguito la stessa strada, minacciando a destra e manca. L’attuale inquilino della Casa Bianca si è dichiarato “the law and order president” (il presidente della legge e dell’ordine) per reiterare la sua strategia con cui mettere fine alle manifestazioni che hanno anche causato danni alla proprietà privata. Ha minacciato di invocare “The Insurrection Act”, legge del 1807, che gli permetterebbe di usare le forze armate per stabilire la pace. Si tratta di un annuncio che richiama non solo la campagna elettorale di Richard Nixon ma anche le misure fascistoidi spesso usate in Paesi autoritari.Ma siamo negli Stati Uniti e nonostante il fatto che le forze armate obbediscano Trump come commander-in-chief, il ministro della Difesa Esper ha preso le distanze sull’uso delle forze militari nell’interno del Paese. Esper ha dichiarato dal Pentagono che non supporta l’invocazione dell’Insurrection Act nella situazione attuale.Trump non l’avrà presa bene e non sorprenderebbe se Esper dovesse essere licenziato nell’immediato futuro come spesso avviene con collaboratori che non appoggiano la sua linea estremista. Le manifestazioni del caso di George Floyd hanno inevitabilmente occupato i media i quali hanno quasi dimenticato la pandemia del Covid-19 che ha causato quasi 2 milioni di contagi e la morte a più di 110mila americani. Ha messo anche da parte il fatto che 40 milioni di posti di lavoro si sono persi nelle ultime settimane. La parte più pericolosa però è il fatto che Trump non ha detto né fatto nulla per calmare gli animi e preparare una strategia per le ingiustizie razziali che continuano a dominare la società statunitense. Gli americani se ne sono accorti e si sono dichiarati solidali ai manifestanti (64 percento solidali, 27 percento no), secondo un sondaggio della Reuters/Ipsos. Lo stesso sondaggio ci informa che solo il 39 percento approva la condotta di Trump sui manifestanti e il 55 percento disapprova. Ci informa inoltre che Joe Biden ha un margine di 10 punti su Trump per le presidenziali di novembre (47 a 37 percento). La strategia di Trump di concentrare i suoi sforzi sulla sua rielezione non sembra promettente. Ciononostante il 45esimo presidente è incapace di usare il dialogo invece del conflitto, per il bene del suo futuro politico, ma soprattutto per il bene del Paese. (by Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Gli attacchi velati di Obama e i contrattacchi spregiudicati di Trump

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 maggio 2020

“È stato un presidente incompetente”. Così Donald Trump mentre parlava con giornalisti alla Casa Bianca commentando il recente discorso di Barack Obama ai laureati del 2020. L’ex presidente non aveva nominato esplicitamente il suo successore ma aveva additato all’operato dell’attuale inquilino della Casa Bianca come completamente insoddisfacente.Gli ex presidenti americani di solito tacciono sulla condotta di quelli che li seguono come commander-in-chief. Pochissime le eccezioni a questo comportamento. Va ricordato però che Theodore Roosevelt, il 26esimo presidente (1901-09) in un discorso del 1912, criticò aspramente la piattaforma e il servizio del suo successore William Taft (1909-13). Per il resto della storia presidenziale si era stabilita una “pace” fra ex presidenti e presidenti in carica che è durata per molti anni.Il 2020 è però diverso non solo per la pandemia in corso ma anche per gli stili e ideologie diversi fra Trump e Obama. Il primo presidente afro-americano ha sottolineato nel suo discorso che nonostante tutti i problemi della recente pandemia i giovani devono essere ottimisti. L’America ha già sofferto tempi duri— schiavitù, altre pandemie, la Grande Depressione, e l’undici settembre. Obama ha ricalcato anche che l’America è uscita più forte dopo avere affrontato questi periodi bui. Il 44esimo ha anche rilevato la necessità dei giovani di partecipare attivamente alla politica perché gli “adulti” che controllano il sistema stanno fallendo. Obama ha detto anche che i nuovi laureati non dovrebbero fare quello che “dà l’impressione di essere buono o conveniente” come fanno i bambini. Sfortunatamente, ha proseguito Obama, molti adulti fanno esattamente così comportandosi da bambini. Bisogna invece, sempre secondo il 44esimo presidente, decidere da se stessi, basandosi sui valori come l’onestà, il duro lavoro, la responsabilità, la giustizia, la generosità e il rispetto per gli altri.Senza menzionare il nome, Obama si riferiva a tutte le qualità che mancano all’attuale presidente. La stoccata più profonda è emersa quando l’ex presidente ha parlato della pandemia che ha eliminato “ogni illusione che quelli al governo” sanno quello che fanno. “Non fanno nemmeno finta di governare”, ha continuato Obama, nonostante i loro “titoli pomposi”, additando Trump, senza però fare il nome del presidente in carica.Trump non ha ovviamente gradito e ha reagito come fa con chiunque non sia “gentile” con lui, ricorrendo all’attacco personale. I fatti però danno ragione al primo presidente afro-americano. La pandemia ha rivelato l’incompetenza di Trump. Con il 4 percento della popolazione mondiale gli Stati Uniti hanno registrato quasi 1,6 milioni di contagi, ossia il 30 percento del totale al mondo. La cifra dei decessi è alquanto sconcertante con quasi 94mila negli Usa, ossia il 29 percento del totale mondiale. La pandemia ha anche massacrato l’economia con più di 38 milioni di disoccupati attualmente. Nel secondo trimestre del 2020 si prevede un tasso di disoccupazione del 14 percento e un calo del Pil del 38 percento. L’economia che doveva essere il cavallo di battaglia della rielezione di Trump è sfumata costringendolo ad amplificare gli attacchi per togliersi ogni responsabilità e incolpare gli altri della situazione. Ecco come si spiegano i feroci tweet contro l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, a cui ha minacciato di togliere i contributi. Il Covid-19 è un virus cinese e dunque Trump ha sentenziato che la colpa è della Cina. E se mancano le attrezzature di protezione al personale americano della sanità la colpa è dei governatori. Rispondendo a una domanda di un giornalista se lui ha qualche responsabilità, il 45esimo presidente ha risposto che la sua performance merita un perfetto dieci.
Con l’economia a pezzi, Trump sta facendo di tutto per accelerare la ripresa, incoraggiando gli Stati a riaprire, nella speranza di un miracolo per raggiungere cifre incoraggianti prima dell’elezione di novembre. Si tratta di un’eventualità poco probabile e dunque ha deciso che la strada migliore per la rielezione sarà quella di amplificare i suoi attacchi. Ecco come si spiega l’ultima sua teoria di complotto sull’amministrazione del suo predecessore che Trump ha già etichettato Obamagate. Si tratterebbe, secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, di manovre che Obama avrebbe fatto usando la Fbi per le primissime indagini che hanno alla fine scatenato il Russiagate. Non vi è nulla di concreto ma poco importa. Trump spera che il semplice fatto di parlarne toglierà l’attenzione mediatica dalla pandemia e la sua disastrosa performance e intrappolerà anche Joe Biden, il suo rivale a novembre. In effetti, Trump sta cercando di ripetere quello che ha fatto nel 2016, ossia demonizzare la concorrenza.In questo caso però sarà più difficile perché è già stato al potere per quasi quattro anni e dovrà fare salti mortali per districarsi dalle sue responsabilità nella profonda crisi attuale. Una comparazione con l’indice di gradimento di Trump in comparazione ai governatori ce lo chiarisce. Mentre buona parte dei leader Statali ricevono “buoni voti” dai loro cittadini per il loro operato nella pandemia, Trump si trova all’ultimo posto, secondo un recentissimo sondaggio, accompagnato dal governatore della Georgia Brian Kemp, il quale ha seguito la stessa strada noncurante del presidente nell’affrontare il Covid-19. I sondaggi che contano però sono quelli degli Stati in bilico ma anche qui le notizie sono poco promettenti per Trump. Gli attacchi dell’attuale inquilino della Casa Bianca al suo predecessore si riveleranno controproducenti. Obama rimane molto popolare con gli elettori democratici ma anche con gli americani in generale. Con gli elettori afro-americani rimane popolarissimo. Attaccare Obama non farà altro che stimolarli a presentarsi alle urne votando in massa contro Trump. (By Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.)

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Barr: Ministro di Giustizia o arma politica di Trump?

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 maggio 2020

“Flynn si è dichiarato colpevole di mentire alla Fbi sui suoi contatti illegali con i russi. Le sue menzogne non diventano verità. Il ritiro delle accuse non lo assolve ma incrimina Bill Barr. Si tratta della peggiore politicizzazione della storia del Dipartimento di Giustizia”. Così Adam Schiff, parlamentare democratico della California, presidente della Commissione Intelligence alla Camera. Schiff, come va ricordato, è stato uno dei leader del suo partito che ha condotto l’impeachment di Donald Trump nel caso dell’Ucrainagate. Il 45esimo presidente è stato alla fine assolto dal Senato americano.Le dure parole di Schiff su Barr non sono nuovissime in riferimento del Procuratore Generale degli Stati Uniti. Non sono nemmeno ingiustificate data l’ultima azione di Barr di fare cadere le accuse a carico di Mike Flynn, il quale aveva ammesso sotto giuramento di avere mentito alla Fbi nelle indagini del Russiagate. Il generale Flynn era stato per poche settimane consigliere della Sicurezza Nazionale nell’amministrazione di Trump. L’inquilino della Casa Bianca lo aveva licenziato il 13 febbraio del 2017 dopo soli 24 giorni di servizio perché aveva mentito al vice presidente Mike Pence. Ciononostante, Trump aveva fatto del suo meglio per difenderlo, chiedendo anche all’allora direttore della Fbi, James Comey, di andare leggero su Flynn perché era una “brava persona”.
La reazione di Schiff su Barr, lievemente partisan, va però compresa anche dal punto di vista giuridico e politico. Ce lo conferma anche la richiesta di dimissioni di Barr inclusa in una lettera pubblicata dal gruppo “Protect Democracy” e firmata da 2mila ex funzionari del Dipartimento di Giustizia. Il ritiro delle accuse a Flynn ha anche attirato l’attenzione critica del giudice Emmet Sullivan della Corte del Distretto di Washington D.C., incaricato del processo, il quale ha deciso di bloccare tutto, rinviandone la conclusione. Sullivan ha deciso di chiedere contributi di “amicus curiae briefs”, analisi e informazioni che lo aiuteranno sul modo di procedere, alimentando implicitamente dubbi sulla mozione poco ortodossa di Barr. In questa luce Sullivan è andato oltre incaricando John Gleeson, pensionato e giudice federale di New York per esaminare il caso e inviargli la sua raccomandazione se archiviarlo o concluderlo, la cui decisione per legge spetta a lui. Come i lettori ricorderanno, il processo di Flynn si sarebbe dovuto concludere nel mese di novembre del 2018, ma Sullivan aveva rimandato l’emissione della sentenza concedendogli un po’ più di tempo per cooperare ulteriormente con gli investigatori del Russiagate sotto la guida di Robert Mueller. Sullivan aveva avvertito Flynn che non gli poteva garantire l’assenza di carcere nella sua sentenza come avevano anche richiesto i procuratori, soddisfatti della collaborazione di Flynn. L’ammissione di Flynn di avere mentito alla Fbi e le informazioni date agli investigatori di Mueller gli avevano risparmiato i suoi lavori potenzialmente illegali di lobbista per Paesi stranieri e avevano anche aiutato il figlio Michael G. Flynn, anche lui coinvolto nelle indagini. Inoltre, al processo Flynn si era pentito delle sue azioni, presentando le sue scuse al giudice. Quindi a quel tempo Michael Flynn aveva ottenuto il risultato migliore. Le cose sono poi cambiate con la conclusione delle indagini del Russiagate e l’entrata in scena di Barr nei panni di Ministro della Giustizia. Barr è stato accusato di agire come burattino di Trump per il ritiro della accuse a Flynn. Va ricordato che Trump aveva licenziato Jeff Sessions, il suo primo Ministro di Giustizia, per non avere impedito le indagini del Russiagate. Barr, invece, mentre lavorava da avvocato privato, scrisse una lunga lettera a Trump nel 2018 in cui sosteneva perché le indagini in corso sul Russiagate erano illegali. Trump capì da quella missiva che aveva trovato il “suo” Ministro di Giustizia e gli diede la nomina nel mese di dicembre del 2018 e alla fine fu confermato dal Senato a febbraio del 2019.Trump ha infatti riconosciuto il valore di Barr come “suo” Ministro di Giustizia in una recente intervista in cui ha ammesso che questi non avrebbe mai approvato le indagini del Russiagate. Trump non ha mai digerito che la sua vittoria nel 2016 si deve almeno in parte agli aiuti ricevuti dai russi con la loro interferenza per danneggiare Hillary Clinton. Poco importa al 45esimo presidente persino la conferma della Commissione Intelligence del Senato, dominata dai repubblicani, che ha recentemente finito le sue indagini ed ha confermato l’interferenza russa nell’elezione del 2016.Trump però continua a ripetere che il Russiagate era una caccia alle streghe. Il ritiro delle accuse a Flynn fa parte della ricostruzione narrativa per confermare la sua visione della realtà. Anche il caso del suo ex amico Roger Stone, adesso in carcere per le sue attività illegali nel Russiagate, ha fatto emergere le attività di etichettare le indagini di Mueller come illegali. Prima della sentenza di Stone però l’attuale Ministro di Giustizia aveva raccomandato una pena più leggera, ricevendo le congratulazioni del presidente. Questo annuncio ha causato ai quattro procuratori del caso a dimettersi considerando la richiesta un oltraggio alla giustizia.Anche nel caso di Stone, Barr si è macchiato di azioni di giustizia di parte, ricevendo le lodi del suo capo ma il biasimo degli analisti indipendenti. Barr in effetti continua a dimostrarsi più come arma politica di Trump che come Ministro di Giustizia indipendente al servizio del Paese. Una recentissima intervista ci conferma che lui accetta le vedute politiche di Trump il quale si considera attaccato ferocemente dai democratici e dai media semplicemente per ragioni politiche. Barr ha sostenuto che il clima politico è divenuto talmente tossico che la “gente ha perso ogni senso di giustizia”. Parlava degli altri o il suo uso di “gente” si riferiva a se stesso? (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Il sistema postale americano: Trump lo privatizzerà?

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 maggio 2020

By Domenico Maceri, PhD. “Non permetterò mai che il nostro sistema postale fallisca”. Così Donald Trump in uno dei suoi recentissimi tweet. Poco dopo il 45esimo presidente ha attaccato il sistema postale americano asserendo, senza dare dettagli precisi, che la gestione dell’USPS (United States Postal Service) “è stata un disastro”. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha continuato accusando i vertici del servizio postale di non volere aumentare i prezzi dei loro servizi perché colpirebbero finanziariamente Jeff Bezos, padrone di Amazon. Secondo Trump tutto si potrebbe risolvere aumentando i prezzi per le consegne pacchi che l’USPS fornisce a Amazon.La recentissima nomina di Louis DeJoy a postmaster, il leader del servizio postale, spianerà la strada a Trump di mettere in atto questi aumenti e imporre altri cambiamenti all’USPS che lo porteranno a funzionare come un’azienda privata invece di un’agenzia apolitica al servizio degli americani. DeJoy, un imprenditore del North Carolina, è un importante finanziatore della campagna politica di Trump come pure del Partito Repubblicano. La sua nomina è stata resa possibile per il fatto che l’attuale postmaster Megan Brennan ha annunciato il suo pensionamento, azione causata almeno in parte dalle pressioni della Casa Bianca di cambiare la direzione dell’USPS da un’agenzia apolitica a un ente che riflette i desideri del 45esimo presidente.Si prevedono tempi poco belli per il servizio postale con possibili riduzioni di servizi e inevitabili conflitti con il sindacato dei dipendenti. Al momento tutte le zone degli Stati Untisi sono incluse nei loro servizi anche quelle rurali e isolate. Non sorprende dunque che il 90 percento degli americani la considera l’agenzia federale di massima fiducia. Si tratta però di un’agenzia indipendente quasi-governativa che non riceve fondi del governo, mantenendosi in piedi mediante le risorse che guadagna con i servizi offerti. A differenza di altre aziende, l’USPS non è tenuto a generare profitti ma semplicemente ad offrire servizi indispensabili, coprendo le spese della gestione.Ciononostante, come tutte le altre aziende, di questi giorni sta soffrendo del calo economico. Una parte delle entrate dell’USPS viene dalla distribuzione di pubblicità per le aziende le quali in questo trimestre hanno ridotto le loro attività del 50 percento. Come hanno riportato i media l’economia ha subito un calo del 4,8 percento nei primi tre mesi dell’anno e più di 33 milioni di americani sono disoccupati. Si prevede un calo di Pil molto più profondo nei prossimi tre mesi che potrebbe raggiungere il 30 percento.La situazione del servizio postale è in un certo senso molto più grave perché a differenza delle altre aziende private ha difficoltà a ridurre i servizi in quanto il governo lega le sue mani. Uno di questi impedimenti al funzionamento efficace è stata la “The Postal Accountability and Enhancement Act (PAEA)”, una legge approvata nel 2006 durante l’amministrazione di George W. Bush. La legge ha imposto al servizio postale un limite di 10 anni per pre-pagare le pensioni e i benefici medici dei loro 630mila dipendenti per i prossimi 75 anni. L’altro punto scioccante è che il servizio postale è l’unica azienda a dovere pre-pagare le pensioni e i benefici dei suoi dipendenti. Di solito, le aziende, il Social Security, e gli altri fondi pensionistici sia statali che privati, mettono i soldi da parte per il futuro gradualmente e non anticipatamente per 75 anni. Non è rarissimo infatti che se un’azienda fallisce mette anche in pericolo le pensioni dei lavoratori. Nel caso dell’USPS la legge del 2006 è diventata un albatro attorno al collo che aggrava la sua situazione economica. Nel mese di febbraio di quest’anno la Camera ha approvato una nuova legge che revocherebbe quella del 2006. Il voto è stato fornito principalmente da parlamentari democratici ma anche 87 repubblicani hanno votato a favore (309 sì, 106 no). Il Senato, dominato dai repubblicani, fino ad adesso non ha considerato la misura della Camera e sembra che Mitch McConnell, presidente della Camera Alta, non abbia nessuna intenzione di sottoporla al voto.Non è stata l’unica opposizione repubblicana all’USPS. Nel recente stimolo di 2mila miliardi di dollari a beneficio di individui e aziende, il sistema postale non ha ricevuto nulla. I democratici non hanno insistito abbastanza e i repubblicani hanno avuto la meglio. Non si escludono altri stimoli perché la situazione economica continua e stentare e forse il servizio postale potrà ricevere qualche sussidio che lo manterrà a galla.In questi giorni di pandemia si parla giustamente di lavoratori e anche di servizi essenziali. L’USPS è una di queste agenzie che riesce a fornire assistenza a quasi tutti gli americani. Distribuisce lettere e pacchi, alcuni dei quali contenenti medicine ma in alcuni casi anche cibo. A differenza di altre aziende private come l’UPS (United Parcel Service) e FedEx (Federal Express), che gli fanno concorrenza diretta, il servizio postale copre tutto il territorio non solo i posti redditizi. Infatti, l’USPS assiste queste aziende a completare le ultime tappe di consegna di pacchi quando devono raggiungere zone isolate non servite da loro.Il valore dell’USPS si vede anche nei suoi contributi a facilitare il voto per corrispondenza offerto gratis ai cittadini e governi statali e locali. Queso modo di votare continua a divenire più popolare e viene permesso da trenta Stati e in cinque è quasi l’unico modo di votare. Nel 2018 il 65 percento dei californiani ha votato per posta. In altri Stati il numero di persone che si reca alle urne il giorno dell’elezione continua a diminuire. Con la pandemia in corso e le incertezze generate il numero di americani che vorrà votare per posta aumenterà anche per evitare le tipiche lunghissime file. Alcuni hanno suggerito votare mediante l’Internet ma l’idea è stata quasi subito messa da parte per il pericolo di hacking. Il voto per corrispondenza mediante il servizio postale è però sicuro nonostante le obiezioni di Trump dovute principalmente al fatto che permetteranno a più cittadini di partecipare nella democrazia.Trump, però, come tutti i repubblicani, vorrebbe approfittare della crisi attuale per colpire di più l’USPS e privatizzarlo come vogliono fare con tutte le agenzie del governo. La nomina di DeJoy rende questa possibilità più probabile. Il nuovo postmaster dovrà lavorare in fretta. Inizierà il suo lavoro il primo giugno e avrà poco più di quattro mesi prima delle elezioni di novembre. Con l’economia a pezzi Trump potrebbe essere fuori dalla Casa Bianca nel mese di gennaio, sfrattato dal suo avversario democratico Joe Biden.

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La pandemia e la mancata opportunità di Trump per unificare il paese

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 maggio 2020

In una delle recentissime conferenze stampa sul coronavirus Donald Trump ha ammesso che i decessi del covid-19 raggiungeranno 60 o 70mila, ma si è subito congratulato dicendo di avere “preso molte decisioni importanti” che avrebbero ridotto il numero delle vittime. Il 45esimo presidente non riesce proprio a non parlare di se stesso nemmeno quando si tratta di una tragedia come la pandemia in corso. Per un altro presidente sarebbe stato facile unificare il Paese davanti a una tale tragica situazione ma l’attuale inquilino della Casa Bianca continua a dividere per le sue ragioni politiche.Subito dopo l’11 settembre George W. Bush si comportò in tutt’altro modo riuscendo a unificare la nazione la quale lo ricompensò con un indice di gradimento del 90 percento durato parecchi mesi. L’attacco al Paese riuscì a unificare tutti gli americani per lottare contro il terrorismo, il comune nemico di allora. Bush unificò il paese mostrando empatia per le vittime, rassicurando tutti gli americani, creando unità senza riguardo di allineamenti di parte. Dopotutto le vittime degli attacchi non avevano discriminato fra repubblicani o democratici. I governatori di Stati liberal come Andrew Cuomo (New York), Gavin Newsome (California) ma anche repubblicani come Mike De Wine (Ohio) e Larry Hogan (Maryland) hanno seguito l’esempio di Bush, ottenendo la gratitudine dei loro cittadini. Il 77 per cento degli americani giudica favorevolmente l’operato dei loro governatori per il loro modo di affrontare la pandemia.Il covid-19 avrebbe potuto servire a Trump di una simile occasione usando l’insicurezza degli americani, sfruttando l’effetto del “rally around the flag” (fare quadrato attorno alla bandiera) contro il nemico di tutti, senza riguardo di allineamenti politici di parte. L’attuale presidente ha deciso invece di usare la crisi per i suoi vantaggi politici personali.Le conferenze stampa della sua task force sul covid-19 miravano a presentare alla nazione le informazioni necessarie per affrontare la pandemia ma quasi dall’inizio divennero un sostituto per i comizi politici di Trump. Avrebbero dovuto parlare di più gli specialisti per dare informazioni precise ma Trump si impose come protagonista senza assumersi però nessuna responsabilità, attaccando a destra e sinistra gli altri, dai cinesi per il virus, ai media di essere fake, ai governatori per esser irresponsabili e chiunque lui vede come ostacolo ai suoi scopi.I sondaggi gli andarono bene per poco tempo ma tutti si sono presto accorti della sua condotta e adesso solo il 22 percento degli americani ha fiducia sulle informazioni che il presidente dà sul covid-19. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la sua asserzione che il virus si potrebbe curare con il disinfettante. Persino la Fox News, rete molto amica al presidente, ha preso le distanze da quell’affermazione. Il volto silenzioso pieno di stupore della dottoressa Deborah Birx, uno dei membri chiave della task force, ha colto tutto il dolore degli scienziati costretti ad ascoltare la scioccante ricetta di Trump che si era improvvisato medico senza licenza.Se Trump non è riuscito ad entrare nel ruolo ortodosso di presidente con l’opportunità della pandemia unificando il Paese lo si deve principalmente alla sua mancanza totale di empatia. Nessuna ammissione di avere sbagliato nulla, continuando ad agire con la sua filosofia che il mondo è formato di nemici da sconfiggere, usando tutte le sue armi a disposizione per cogliere i suoi obiettivi personali e politici.Trump si è preoccupato dall’inizio della pandemia di additare al positivo stato dell’economia, vedendola come la sua carta vincente alle elezioni di novembre. Adesso però con la pandemia dovrà affrontare Joe Biden a mani vuote perché i più recenti dati economici ci dicono che nel primo trimestre l’economia ha subito un calo del 4,8 percento, il livello più basso dalla Grande Recessione del 2007-2009. Gli analisti ci dicono che il secondo trimestre sarà ancora peggio con un ulteriore probabile calo del 30 percento. L’economia comincerà a respirare in parte per i 3mila miliardi di dollari di stimolo approvati dal governo ma la ripresa economica prenderà tempo. Nel 2009 ci vollero più di due anni per ritornare ai livelli della pre-recessione.
Trump continua ad insistere che gli Stati dovrebbero porre fine al lockdown (la chiusura) ma le incertezze della gente continuano specialmente in alcune parti severamente colpite come il nordest del Paese. I governatori degli Stati conservatori, che poco avevano fatto per ridurre i contagi, sono i primi a seguire i desideri di Trump e riaprire gradualmente i negozi, ristoranti ed altri luoghi pubblici ma l’insicurezza degli americani continua. Vale la pena rischiare il contagio del coronavirus per un taglio di capelli o una cena al ristorante? I sondaggi nazionali vedono Trump indietro a Biden di parecchi punti. I sondaggi che contano però sono quelli degli Stati in bilico che in fin dei conti determineranno l’esito finale. Anche qui Trump appare inguaiato. Il Washington Post ci informa che i sondaggi interni della campagna di Trump lo vedono perdere a novembre. Sempre secondo il Washington Post, il presidente sarebbe andato su tutte le furie una volta confrontato con questa realtà ed avrebbe minacciato di licenziare o denunciare Brad Parscale, il manager della sua campagna elettorale. By Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Le elezioni al tempo del covid-19: il voto per posta e la paura di Trump

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 aprile 2020

by Domenico Maceri, PhD “Ai repubblicani piace il voto per posta quando è usato da gente con due case ma non da gente che ha un secondo lavoro”. Così Terry McAuliffe, ex governatore della Virginia, mentre rispondeva all’attacco al voto per posta di Donald Trump il quale lo ha etichettato di “terribile” perché “nessun repubblicano vincerebbe mai più”.
Con la pandemia del covid-19 i leader democratici hanno già insistito che per la sicurezza dei cittadini bisogna cominciare a prendere le precauzioni necessarie per garantire il diritto al voto. Il presidente Trump, ufficialmente residente della Florida, vota per corrispondenza perché risiede temporaneamente a Washington e gli sarebbe difficile, ma non impossibile, recarsi alle urne in persona. Per il 45esimo presidente votare per posta va tutto bene ed è completamente legittimo ma solo per pochi. Per gli altri, continua Trump, ci sarebbe il rischio di troppi brogli. In realtà, Trump riflette la paura repubblicana che vede qualunque aumento degli afflussi alle urne come pericolo alla loro sopravvivenza politica.Il Partito Repubblicano ha una lunghissima storia di sopprimere il diritto al voto agli elettori credendo, giustamente, ma non completamente, che meno elettori esercitano il loro diritto, migliori risultati loro potranno ottenere. Anche quando si tratta di rischiare la vita i repubblicani scelgono la strada più propensa a ridurre il numero di elettori. Lo si è visto nelle recenti elezioni dello Stato del Wisconsin. Il governatore del Badger State (Stato tasso), Tony Evers, democratico, aveva dato un ordine esecutivo per rinviare l’elezione, ma la legislatura, dominata dai repubblicani, si è opposta. Alla fine la Corte Suprema dello Stato, con 5 giudici tendenti a destra e 2 a sinistra, ha favorito i repubblicani e l’elezione si è tenuta, nonostante il rischio del coronavirus.L’obiezione di Trump e dei repubblicani al voto per posta ci viene anche dimostrata con i loro tentativi di rendere difficile l’esercizio al voto alla classe bassa che tipicamente vota per i democratici. Ecco come si spiegano tutti i loro sforzi che spesso richiedono carte di identità quando gli elettori si recano alle urne. In effetti, queste carte di identità non sono ritenute necessarie in molti Stati perché i controlli sono già stati effettuati in precedenza. L’idea che un cittadino si presenti a un seggio per votare usando l’identità di un’altra persona è rarissima. Rischiare pene severissime per votare non è allettante per nessuno anche perché in molte elezioni in America meno del 50 percento partecipa al voto. Nelle elezioni presidenziali tipicamente si passa la soglia del 50 percento ma in altre spesso la cifra è inferiore al 40 percento. Nella recente elezione in Wisconsin solo il 34 percento ha partecipato. L’idea di frode elettorale, spesso citata dai repubblicani, è dunque inesistente come ci rivelano parecchi studi. Avviene rarissimamente. Uno di questi casi è successo però nell’elezione del 2018 in North Carolina ma a barare non furono i democratici bensì i repubblicani. Un individuo che lavorava per candidati repubblicani si era presentato in case di anziani e aveva promesso di raccogliere le loro schede elettorali per recapitarle ai seggi ma invece le distrusse.Gli aspetti positivi del voto per posta però sono tanti perché rendono più conveniente la partecipazione. Ecco perché gli Stati del Colorado, Hawaii, Oregon, Washington e Utah lo usano esclusivamente anche se offrono la possibilità di consegnare personalmente le schede elettorali all’ufficio della contea di residenza dell’elettore. Una trentina di altri Stati permettono il voto per posta su richiesta degli elettori senza nessuna spiegazione mentre altri richiedono giustificazione come malattia, residenza all’estero o fare parte del servizio militare. In alcuni casi rari, però, il voto per posta richiede la presenza di un testimone e in rarissimi casi persino la presenza di un notaio.Con la vittoria scontata di Joe Biden per la nomination del Partito Democratico le rimanenti elezioni di primarie sono quasi divenute irrilevanti. Preoccupa però l’elezione di novembre che vedrebbe Trump e Biden avversari in un’elezione con l’ombra incombente del coronavirus. L’attuale inquilino della Casa Bianca sta facendo di tutto per riaprire l’economia e tentare di rilanciarla, limitando le perdite, sperando nel miracolo della ripresa economica che lui vede come la sua carta vincente. Dall’altro lato i democratici sono preoccupati dall’inerzia repubblicana per accertarsi che l’elezione di novembre venga condotta in modo adeguato anche se si prevede e spera che il covid-19 sarà solo una bruttissima memoria. Ciononostante la preoccupazione di una seconda ondata di contagi potrebbe avere un forte impatto negativo all’afflusso alle urne. Ecco perché i democratici hanno insistito che lo stimolo di 2,2mila miliardi approvato recentemente includesse 400 milioni di dollari dedicati a facilitare le elezioni. Non sarà ovviamente sufficiente. Ecco perché la senatrice Amy Klobuchar, democratica del Minnesota e già candidata alla nomination del Partito Democratico, ha introdotto un disegno di legge che richiederebbe a tutti gli Stati di offrire la scelta di votare per posta o recarsi alle urne. Non andrà in porto per l’opposizione dei repubblicani ma quella sarebbe la strada giusta per un’elezione democratica.Alcuni studi ci dicono che nelle elezioni condotte per corrispondenza si ottiene più democrazia poiché 3 percento in più di elettori vi partecipano. Non si tratta di una cifra grande ma abbastanza da potere essere decisiva, soprattutto in quella decina di Stati in bilico che spesso decidono le elezioni presidenziali. Va ricordato che nel 2000 George W. Bush fu eletto presidente avendo avuto la meglio in Florida con un margine di 500 voti. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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