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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

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Tumore del colon: Uno dei grandi big killer

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 agosto 2019

L’implementazione degli esami di screening per il cancro del colon-retto ha dimostrato di essere in grado di ridurre l’incidenza e la mortalità nelle popolazioni screenate: in Italia quelle tra i 50 e i 69 anni. “Ma non è il caso di cantare vittoria – afferma il professor Luigi Ricciardiello, professore associato di Gastroenterologia dell’Università di Bologna, Chairman del Research Committee, United European Gastroenterology – il tumore del colon retto resta, tuttavia, uno dei grandi big killer: secondo dati Aiom-Airtum nel 2018 nel nostro paese sono circa 28.800 i nuovi casi di colon retto negli uomini e 22.500 nelle donne”. Un elemento di preoccupazione è rappresentato dall’aumento di incidenza di questa forma di tumore nei giovani. A dimostrare questo trend arrivano i risultati di uno studio statunitense effettuato su circa 500 mila uomini e donne che dimostra, accanto ad una riduzione dell’incidenza del cancro del colon-retto nei soggetti di età pari o superiore ai 55 anni (merito dei programmi di screening), un aumento di questo tumore al di sotto dei 50 anni con un picco di aumento soprattutto nella fascia di età compresa tra i 20 e i 29 anni.
Risultati analoghi sono emersi da uno studio condotto in 20 paesi europei tra 188 mila giovani adulti, che dimostra un aumento dell’incidenza del cancro del colon retto nella fascia tra i 20 e i 39 anni. Conferme arrivano anche dal nostro paese: uno studio condotto di recente a Milano dimostra un aumento dell’incidenza di questa forma tumorale nei soggetti al di sotto dei 50 anni nel periodo compreso tra il 1999 e il 2015.
Negli ultimi 40 anni la prevalenza dell’obesità nei bambini è drasticamente aumentata. Dati relativi a 2.416 studi di popolazione a livello mondiale per i quali erano disponibili misurazioni di altezza e peso, hanno dimostrato un significativo aumento dell’indice di massa corporea nella fascia di età 5-19 anni tra il 1975 e il 2016. E’ stato stimato che nel 2016 ci fossero a livello mondiale 124 milioni di bambini e adolescenti obesi (NCD Risk Factor Collaboration (NCD-RisC) et al. 2017). Uno studio condotto in 21 paesi Europei dalla Childhood Obesity Surveillance Initiative (Cosi) dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) su bambini di età compresa tra i 6 e i 9 anni, ha stimato che 398 mila bambini su 13,7 milioni fossero affetti da obesità grave (2,9 per cento). Ma a preoccupare ulteriormente è la distribuzione della prevalenza di obesità infantile: in molto paesi ad essere affetto da obesità grave è un bambino su 4, e i livelli più elevati di obesità si registrano nell’Europa meridionale, soprattutto tra i maschietti. Secondo le ultime statistiche in Italia la prevalenza complessiva di sovrappeso, obesità e obesità grave nei bambini tra 6 e 9 anni è intorno al 43 per cento. Peggio di noi stanno solo Spagna (circa 44 per cento) e Grecia (circa 48 per cento).
A guidare la classifica delle regioni meno virtuose c’è la Campania, dove il 26,2 per cento dei bambini in questa fascia d’età è in sovrappeso, il 13,22 per cento è obeso e il 4,7 per cento è affetto da obesità grave. Nella parte alta di questa preoccupante classifica si collocano anche Calabria, Molise, Basilicata, Sicilia, Puglia, Lazio, Abbruzzo e Marche. La media italiana rivela che il 21,3 per cento dei bambini è in sovrappeso, il 7,2 per cento obeso e l’1,2 per cento affetto da obesità grave. Alla luce di questi dati epidemiologici relativi all’obesità in età infantile e ’precoce’ adolescenziale edal possibile legame causale tra obesità e carcinoma del colon retto al di sotto dei 50 anni di età è fondamentale puntare su programmi di prevenzione dell’obesità mirati ai giovani e ai giovanissimi.
E’ stato dimostrato che l’obesità severa è più comune nei bambini le cui madri hanno un livello di istruzione medio-basso rispetto a quelli con madri con un elevato livello di istruzione. Anche i bambini non allattati al seno per almeno 6 mesi hanno una prevalenza di sovrappeso/obesità molto maggiore di chi è stato allattato al seno (16,8 per cento contro il 9,3 per cento). Obesità e sovrappeso che compaiono in età evolutiva adolescenziale tendono a persistere in età adulta e possono favorire la comparsa di patologie quali le malattie cardiovascolari, il diabete tipo 2 ed alcuni tumori, tra cui il cancro del colon-retto. Considerati i danni alla salute a breve e lungo termine causati dall’obesità, sono auspicabili strategie volte a prevenire l’obesità inclusi programmi e iniziative nei bambini e giovani che aiutino ad effettuare scelte salutari. Nel caso di obesità grave bisogna garantire anche i servizi per aiutare questi bambini e le loro famiglie a contrastarla. Secondo il presidente della Sige professor Domenico Alvaro “a scendere in campo per queste iniziative devono essere non solo le società scientifiche ma anche le scuole, dove sono diventanti improcrastinabili programmi educazionali volti ad insegnare ai nostri bambini ed adolescenti i corretti stili di vita oltre che le nozioni basilari di come si possono prevenire malattie ad alto impatto sociale”.

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Tumore Ovarico: individuati meccanismi pericolosi

Posted by fidest press agency su domenica, 4 agosto 2019

Il tumore ovarico rappresenta la principale causa di morte per tumore ginecologico e la quinta per tumore nelle pazienti dei Paesi sviluppati. Questa patologia colpisce ogni anno 5200 donne in Italia e poco meno di 300 mila nel mondo, e nel 75% dei casi viene diagnosticata in fase avanzata. Il carcinoma sieroso ad alto grado è il sottotipo più comune e rappresenta l’80% circa dei tumori ovarici in stadio avanzato, spesso associati a una prognosi infausta. Lo studio dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, condotto con il sostegno di AIRC, porta alla luce un meccanismo attraverso cui le mutazioni della proteina p53 rendono più aggressivo questo sottotipo, creando un inaspettato sistema di comunicazione fra i segnali. La scoperta potrebbe migliorare la classificazione della malattia e portare allo sviluppo di nuove terapie. “Mancano a oggi bersagli terapeutici specifici per il tumore dell’ovaio sieroso ad alto grado, una delle forme con rischio di recidiva elevato. I risultati del nostro studio individuano alcuni eventi che risultano essenziali per orchestrare le attività pro-metastatiche di questo sottotipo tumorale: un passo indispensabile per la messa a punto di strategie terapeutiche mirate.” Sottolinea Anna Bagnato, autrice del lavoro condotto dalla sua équipe dell’Unità di modelli preclinici e nuovi approcci terapeutici in collaborazione con Giovanni Blandino, dell’Unità di Oncogenomica ed Epigenetica dell’Istituto nazionale dei tumori Regina Elena di Roma, con il sostegno di Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro. I risultati sono pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature Communications.”Spesso nei tumori sierosi ad alto grado dell’ovaio sono presenti mutazioni della proteina p53, – spiega la Bagnato -. I tumori con queste mutazioni sono particolarmente aggressivi. Per cercare di capirne la ragione, i ricercatori hanno scoperto che, in molti casi, la p53 mutata si lega ad un’altra proteina chiamata YAP, uno degli interruttori generali del cancro, in una ‘liaison‘ pericolosa che porta i tumori a resistere alla chemioterapia”.Al centro di tutto sembra esserci l’attivazione del recettore dell’endotelina, che ha come partner un’importante molecola: la beta-arrestina. Grazie a una serie di esperimenti condotti con cellule tumorali che derivano dal paziente, i ricercatori hanno dimostrato che, insieme, le tre proteine, beta-arrestina, p53 mutata e YAP, costituiscono una piattaforma di coordinamento per altri segnali che consentono alle cellule tumorali di eludere la risposta al cisplatino, il farmaco di elezione nel trattamento del carcinoma ovarico,. “Giovanni Blandino precisa “L’interazione fisica tra le tre proteine rende le cellule tumorali capaci di dare origine alle metastasi e di non rispondere alle terapie”.La scoperta potrebbe avere una notevole rilevanza traslazionale. Chiarita la catena di eventi responsabili dell’aggressività tumorale, i ricercatori del Regina Elena hanno capito che è possibile interromperla utilizzando dei farmaci in uso clinico in grado di bloccare i recettori dell’endotelina. In esperimenti condotti in laboratorio, i ricercatori hanno verificato che un farmaco capace di bloccare questi recettori rallenta la capacità di formare metastasi, rendendo le cellule tumorali sensibili alla chemioterapia.Nel tessuto tumorale la presenza contemporanea del recettore dell’endotelina insieme a YAP e beta-arrestina è associata a un decorso peggiore della malattia. È questa un’ulteriore prova dell’importanza della relazione pericolosa messa in luce dai nostri ricercatori, analizzando un gruppo di pazienti con tumore all’ovaio sieroso di alto grado con alta frequenza delle mutazioni della proteina p53. Questa scoperta, se ulteriormente validata, potrebbe avere significative ricadute cliniche nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche e prognostiche.

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Nuove prospettive nella lotta contro il tumore della pelle più aggressivo

Posted by fidest press agency su sabato, 27 luglio 2019

Ogni anno in Italia più di 1.000 pazienti colpiti da melanoma potrebbero beneficiare di un trattamento “precoce” con i farmaci immuno-oncologici, subito dopo l’intervento chirurgico, la cosiddetta terapia adiuvante. Una strategia precauzionale, che mira ad anticipare nei pazienti in stadio III e IV completamente resecati l’uso di quest’arma terapeutica, per prevenire la recidiva del tumore o lo sviluppo di metastasi a distanza. Per indirizzare correttamente il paziente a questa terapia innovativa, diventa decisiva la collaborazione multidisciplinare fra oncologi e dermatologi. La partnership è stata siglata a Milano, in un incontro di approfondimento con i giornalisti sulle nuove prospettive di cura del più aggressivo tumore della pelle, promosso da Bristol-Myers Squibb. La Commissione Europea, nel luglio 2018, ha approvato l’utilizzo di nivolumab nel trattamento adiuvante dei pazienti adulti con melanoma con coinvolgimento di linfonodi o malattia metastatica, che sono stati sottoposti a resezione completa. L’approvazione si è basata sui risultati dello studio di fase III CheckMate -238, pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica The New England Journal of Medicine.2 Con questa decisione, nivolumab rappresenta la prima e unica terapia immuno-oncologica anti PD-1 a ricevere un’approvazione europea come trattamento adiuvante. Nei prossimi mesi è attesa la decisione sulla rimborsabilità nel nostro Paese da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).
Il dott. Michele Del Vecchio, Responsabile S.S. Oncologia Medica Melanomi, Dipartimento di Oncologia Medica ed Ematologia, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano, è stato il principal investigator del centro coordinatore per l’Italia dello studio CheckMate -238. “I risultati dello studio CheckMate -238, che ha coinvolto 906 pazienti con melanoma in stadio IIIB/C o IV ad alto rischio di recidiva – afferma il dott. Del Vecchio -, dimostrano che il trattamento precoce con nivolumab, dopo la resezione chirurgica completa, determina un significativo miglioramento dei tassi di sopravvivenza libera da recidiva: a 24 mesi il 63% dei pazienti trattati con nivolumab non ha avuto una ricomparsa della malattia.2 I dati dello studio indicano che questo trattamento adiuvante può cambiare il decorso della neoplasia, prevenendo le recidive e la progressione a uno stadio più avanzato. Questo significa che sempre meno pazienti svilupperanno metastasi”.
In Italia vivono 155.000 persone dopo la diagnosi di melanoma (73.000 uomini e 82.000 donne)1. “La nuova classificazione American Joint Committee on Cancer (AJCC) 8th edition – sottolinea il prof. Pietro Quaglino, Professore Associato di Dermatologia all’Università di Torino – individua quattro diversi stadi di melanoma in stadio III (dal IIIA al IIID), che presentano significative differenze per quanto riguarda il decorso clinico, con sopravvivenze a 10 anni che vanno dall’88% (IIIA), al 77% (IIIB), 60% (IIIC), per scendere al 24% nello stadio IIID.4 La maggior parte dei pazienti con melanoma in stadio III riceve un trattamento chirurgico, per cui è candidabile al trattamento adiuvante, che sarà da valutare in base alla situazione clinica del paziente e stadiazione della malattia. In questo modo possiamo aumentare il numero di persone che non sviluppano una recidiva di malattia dopo la chirurgia. L’opportunità di somministrare l’immunoterapia in una fase precoce, rispetto alla pratica clinica adottata fino allo scorso anno, rende fondamentale, come già evidenziato, la collaborazione fra le diverse figure: il dermatologo, il chirurgo e l’oncologo. In questa interazione multidisciplinare rientra anche l’anatomo-patologo, per verificare l’eventuale presenza di mutazioni genetiche, che permettono di indirizzare il paziente anche alla terapia a bersaglio molecolare”. Senza dimenticare le regole di prevenzione sulla corretta esposizione al sole e il controllo dei nei una volta all’anno da parte del dermatologo, che costituiscono la prima arma contro il melanoma. “Il cambiamento nella forma, dimensione o colore di un neo rappresenta un segnale d’allarme da non sottovalutare – conclude il prof. Quaglino -. È necessario investire in campagne di prevenzione, seguendo l’esempio dell’Australia, paese in testa alla classifica mondiale per incidenza. Oggi, grazie all’impegno delle Istituzioni nei progetti di informazione, è l’unico Paese al mondo in cui il numero dei nuovi casi di melanoma è in diminuzione”.

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La dieta fattore di rischio per il tumore del colon retto?

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 luglio 2019

Parlando di tumore e, nello specifico, di tumore del colon, la dieta rappresenta un’arma a doppio taglio, un Giano bifronte: se è infatti vero che una dieta sbagliata può favorire l’insorgenza del cancro del colon, è altrettanto vero che un adeguato stile alimentare può fare molto per prevenire questo tipo di tumore. E’ dunque importante imparare a riconoscere gli epic fail della dieta, le ‘bucce di banana’ che possono far levitare il rischio di tumore; ma altrettanto importante è familiarizzare con gli alimenti amici della salute, scudo e difesa contro il tumore. A questo riguardo, possono venire in aiuto alcuni importanti lavori scientifici di recente pubblicazione che hanno permesso di calcolare la percentuale di nuovi casi di tumore attribuibile ad un’assunzione inadeguata di alcuni alimenti. E’ il caso ad esempio di uno studio pubblicato su JNCI Cancer Spectrum (JNCI Cancer Spectrum 2019. Doi: 10.1093/jncics/pkz034 https://doi.org/10.1093/jncics/pkz034) che giunge alla conclusione che ben il 5,2 per cento (cioè 80.110 casi) di tutti i tumori registrati nel 2015 negli Usa, possono essere attribuibili ad una dieta inadeguata. Di questi, il 4.4 per cento è correlabile direttamente ad una dieta sbagliata, mentre nello 0.82 per cento dei casi il fattore di rischio dieta, è mediato dall’obesità (anch’essa frutto di una dieta sbagliata).
I fattori dietetici a maggiore impatto sul rischio di tumore sono risultati essere: uno scarso consumo di cereali integrali e di latticini da una parte e l’elevato consumo di carni processate (dagli insaccati alle salsicce e i wurstel) dall’altra. E’ proprio il tumore del colon retto quello che risulta maggiormente correlato alla dieta (ben il 38,3 per cento del totale dei casi), in particolare tra i maschi di mezza età (45-64 anni). Il cancro del colon-retto è il terzo tumore più comune in Italia ed in Europa e rappresenta globalmente il 10.2 per cento di tutti i tumori; la maggior incidenza è dopo i 50 anni anche se, studi dell’ultimo decennio, indicano che l’incidenza e la mortalità per questa patologia sono in aumento anche in fasce di età più giovani. Le ragioni di questo fenomeno non sono ancora del tutto chiare ma lo stile alimentare e la prevalenza di obesità, in aumento nei giovani e negli adolescenti, potrebbero rappresentare una spiegazione almeno parziale del fenomeno. I meccanismi biomolecolari attraverso i quali gli alimenti favoriscono o proteggono dall’insorgenza di cancro sono stati finora poco studiati, sebbene sia ormai scientificamente appurato il ruolo protettivo nei confronti del tumore di alcune componenti bioattive quali ad esempio, le fibre, la vitamina E, il selenio, i polifenoli e gli omega-3. “In definitiva – afferma la professoressa Filomena Morisco, Dipartimento di Scienza degli Alimenti dell’Università di Napoli ‘Federico II’ – dai risultati di questo studio epidemiologico emergono ulteriori conferme sull’importanza della dieta nella genesi delle malattie neoplastiche in generale, ma soprattutto di quelle che interessano l’apparato gastrointestinale. Ne consegue che la scienza della nutrizione si interfaccia con i meccanismi di cancerogenesi e suggerisce sempre più la necessità di un approccio multidisciplinare alla malattia, con il gastroenterologo in posizione sempre più centrale. Purtroppo ad oggi – prosegue la professoressa Morisco – la popolazione percepisce il messaggio di una corretta e sana alimentazione in maniera generica e superficiale, mentre questo studio appena pubblicato stabilisce in maniera precisa il tipo e l’entità del rischio di tumore attribuibile alla dieta. Sebbene siano necessari ulteriori studi per conoscere le peculiari correlazioni tra componenti della dieta ed il rischio di sviluppare una specifica neoplasia, questo studio dà indicazioni chiare circa lo stile alimentare da adottare per prevenire il cancro del colon-retto. Inoltre – conclude l’esperta – la stima precisa del numero di casi di tumore attribuibili ad una dieta sbagliata (che è bene ricordare, rappresenta un fattore di rischio modificabile) può essere utile per indirizzare le politiche nutrizionali su larga scala per ridurre l’impatto sanitario, sociale ed economico di questi tumori”. “E’ scientificamente dimostrato – sottolinea il professor Domenico Alvaro, presidente della Sige – che adottare sane abitudini e seguire i consigli che provengono dai recenti studi può prevenire la comparsa di tumore. Insomma, ormai non ci sono dubbi: l’alimentazione è un’arma di prevenzione straordinariamente potente, soprattutto se iniziata in giovane età. Questa, associata ai programmi di screening, potrebbe abbattere considerevolmente il numero di nuovi casi nei prossimi anni”.

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Libro: Ritorno alla vita, Conoscere, prevenire, sconfiggere il tumore

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 luglio 2019

Roma, martedì 16 luglio 2019, ore 17 Sala Aldo Moro, Camera dei Deputati, Palazzo Montecitorio. nel nostro Paese quasi tre milioni e 400mila persone, il 6% della popolazione, vivono dopo la diagnosi di tumore, un numero in costante crescita. Circa il 40% dei casi può essere prevenuto seguendo stili di vita sani (no al fumo, dieta corretta e attività fisica costante). Una percentuale migliorabile anche promuovendo azioni concrete sul territorio, ad esempio riducendo l’inquinamento atmosferico e offrendo la possibilità a tutti i cittadini di praticare sport. Per questo diventa fondamentale il ruolo svolto dalle amministrazioni locali. Comuni, Province e Regioni sono infatti sempre più importanti nel contrasto alle neoplasie. Per approfondire le strategie messe in atto dalle Istituzioni locali, Fondazione Insieme contro il Cancro ha promosso la realizzazione del libro “Ritorno alla vita. Conoscere, prevenire, sconfiggere il tumore”. Il volume, scritto da Francesco Cognetti (Presidente di Insieme contro il Cancro) e Mauro Boldrini (Direttore Comunicazione di Insieme contro il Cancro), raccoglie interviste a presidenti di Regione, Sindaci e pazienti oncologici. La presentazione nazionale si svolgerà martedì 16 luglio, alle 17, presso la Camera dei Deputati (Sala Aldo Moro). All’evento interverranno, oltre agli autori, Mara Carfagna (Vicepresidente Camera), Pierpaolo Sileri (Presidente Commissione Igiene e Sanità del Senato) e Nicoletta Luppi (Presidente e AD MSD Italia).

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Quello alla tiroide è il tumore del sistema endocrino più diffuso

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 luglio 2019

E’il sesto tipo di tumore, per frequenza, nelle donne, con un rapporto maschi/femmine di 3/1. Nel 90% dei casi origina dalle cellule follicolari tiroidee che sono le cellule che producono gli ormoni tiroidei (fT3 e fT4), e prende il nome di adenocarcinoma papillare o follicolare, caratteristiche che permetto no di definirlo come ” tumore differenziato”.“L’incidenza di tale neoplasia è in aumento principalmente a causa di due fattori: il miglioramento delle tecniche diagnostiche che permettono di riconoscere sempre più precocemente la presenza di noduli tiroidei anche di piccole dimensioni e la maggiore esposizione a fattori di rischio ambientali (inquinanti, agenti tossici, radiazioni ionizzanti)” illustra il Professor Andrea Giustina, Presidente della Società Europea di Endocrinologia e del CUEM.“In assenza di sintomi specifici e quando i noduli sono non palpabili e non rilevabili, la maggior parte delle diagnosi avviene in modo ‘incidentale’ ossia nel corso di indagini diagnostiche, come eco-color-doppler di vasi del collo, od ecografie del collo per sindromi aspecifiche. Anche in corso di PET/CT per altre patologie oncologiche non è raro riscontrare noduli ad elevato metabolismo”.
Il sospetto diagnostico viene generalmente risolto mediante l’esecuzione di esame citologico su agoaspirato. La questione centrale, in presenza di un nodulo tiroideo neoplastico è la sua ‘stadiazione’, ossia la valutazione della sue caratteristiche che portano alla scelta del relativo trattamento. A seconda del cosiddetto ‘profilo di rischio’ del nodulo si opta per la chirurgia (parziale o radicale) e l’eventuale stadiazione e/o trattamento a base di radioiodio (I131). Il trattamento con radioiodio ha tre obiettivi principali: 1) definire il profilo di rischio 2) distruggere eventuali foci di cellule tiroidee residue dopo l’intervento (sia non patologici che patologici); 3) localizzare e trattare eventuali localizzazioni di malattia, quali metastasi linfonodali e/o a distanza; 4) rendere il dosaggio della Tireoglobulina un marker idoneo per il follow-up.Riguardo all’indicazione all’ impiego dello I131, è presente un forte dibattito all’interno del mondo scientifico con punti di vista contrastanti, a seguito della pubblicazione di linee guida statunitensi (American Thyroid Association – ATA 2015).
In un recente studio del Gruppo di Medicina Nucleare dell’Università di Brescia condotto dal Dott. Domenico Albano e dal Prof. Raffaele Giubbini (“Possible delayed diagnosis and treatment of metastatic differentiated thyroid cancer by adopting the 2015 ATA guidelines” Eur J Endocrinol 2018;179:143-151) sono stati rivalutati circa 2500 pazienti sottoposti ad intervento chirurgico di rimozione della tiroide e trattamento con I131. In 140 pazienti (il 6% del campione) sono state individuate metastasi a distanza; secondo le linee guida dell’ATA 2015, 38 presentavano un profilo di rischio post-chirurgico elevato e quindi un’indicazione assoluta a ricevere terapia con I131, mentre ben 102 presentavano un rischio intermedio-basso o basso e quindi senza un’indicazione assoluta al radioiodio. Se questi pazienti non fossero stati valutati e/o trattati con tecniche di Medicina Nucleare vi sarebbe stato un ritardo nella individuazione delle metastasi e di conseguenza nel trattamento con impatto su prognosi e qualità della vita. Cosa significano questi dati? “Se fossero stati classificati con i criteri dell’ATA non avrebbero ricevuto l’ablazione del tessuto residuo con una diagnosi tardiva delle metastasi e un ritardo nel trattamento” spiega il Prof. Giubbini, “In altre parole l’assenza di una corretta stadiazione può portare i pazienti a non essere trattati tempestivamente e ad una peggiore prognosi”.
In fase post-chirurgica, anche nei pazienti a basso-intermedio rischio l’utilizzo del radioiodio e la successiva scintigrafia estesa a tutto il corpo riveste un ruolo cruciale nella corretta stadiazione di malattia andando, non solo a valutare l’entità del tessuto tiroideo residuo (che può restare in parte), ma a riconoscere eventuali lesioni metastatiche linfonodali ed a distanza (osso, polmone in primis) con un impatto significativo sul management del paziente.Le associazioni italiane di endocrinologia e medicina nucleare hanno redatto delle raccomandazioni al fine di garantire una gestione ottimale ed univoca di questi pazienti.
I pazienti a ‘basso rischio’ vengono trattati con l’asportazione della porzione di tiroide interessata dal tumore a cui deve seguire una terapia tiroidea sostitutiva con Levotiroxina. Per i soggetti con ‘rischio intermedio o intermedio-basso’ l’ attuale miglior standard di trattamento prevede l’asportazione della tiroide in toto, l’eventuale eliminazione di focolai residui con I131 ed il controllo del trattamento con la scintigrafia dopo I131 (tecnica in grado di rilevare metastasi a distanza e linfonodi con buona accuratezza soprattutto se associata ad uno studio tridimensionale SPECT). Il trattamento con 131 è oggi semplice e maneggevole: il paziente assume una compressa di radioiodio in un reparto di degenze protette e rimane in osservazione per circa 72 ore. Il trattamento generalmente viene effettuato una sola volta in assenza di metastasi, e può essere ripetuto nel caso che il tumore sia diffuso. Le forme ‘differenziate’ reagiscono molto bene alla terapia con radioiodio: i dati parlano di una prognosi favorevole a 5 anni nell’85% dei casi. In questa fase prevalentemente diagnostica risulta determinante la forma sintetica del TSH umano ricombinante: poichè il trattamento con I131 sia efficace infatti, occorre avere alti livelli di TSH nel sangue. In passato per ottenere questo effetto si sospendeva la terapia sostitutiva per almeno 30-40 giorni lasciando il paziente senza ormoni tiroidei e determinando uno stato di ipotiroidismo mal tollerato e complicato da alcuni rischi (quali astenia, affaticamento, aumento ponderale, intolleranza al freddo, comparsa di edemi, stipsi ostinata con forti limitazioni sulla qualità di vita e l’attività lavorativa). La forma sintetica del TSH invece permette di ottimizzare il trattamento senza disagi per il paziente in quanto si aumenta artificialmente il TSH senza causare sintomi e disturbi. In ultima analisi, un corretto approccio post-chirurgico nella gestione del paziente con carcinoma tiroideo differenziato prevede una ristadiazione (definita come “ablazione” del residuo), atto quasi esclusivamente diagnostico nei Pazienti con rischio intermedio basso di recidiva, un trattamento adiuvante con maggiori dosi di radioiodio nelle forme biologicamente più aggressive ed infine un trattamento di maggiore impegno nella malattia metastatica conclamata.

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Tumore colon-retto

Posted by fidest press agency su martedì, 25 giugno 2019

In Italia, ogni anno, più di 10mila pazienti scoprono di essere colpiti da tumore del colon-retto già in fase avanzata. La chemioterapia, in questo stadio, rappresenta la prima opzione, ma lo stigma che la circonda continua a essere molto forte. Il 64% dei pazienti colpiti da tumore del colon-retto ritiene che la chemioterapia faccia ancora paura. E solo il 37% è consapevole che questa arma è efficace anche nella malattia avanzata. Ma vi è un grande interesse per l’innovazione nella lotta contro il cancro: il 76% infatti è convinto che le terapie orali possano facilitare l’adesione ai trattamenti. Opinione condivisa anche dal 72% degli oncologi, che affermano in maggioranza (63%) che questa modalità di assunzione possa migliorare la qualità di vita dei malati. Sono i principali risultati di due sondaggi condotti su circa 200 pazienti con cancro del colon-retto e più di 250 oncologi, presentati oggi al Senato (Sala Caduti di Nassiriya).
I due sondaggi sono parte di un progetto promosso da Fondazione AIOM e realizzato con il contributo non condizionante di Servier, che include un opuscolo informativo destinato ai pazienti e distribuito in tutte le Oncologie e una sezione dedicata nel sito di Fondazione AIOM (www.fondazioneaiom.it). “Nel nostro Paese, nel 2018, sono stati stimati 51.300 nuovi casi di tumore del colon-retto, la seconda neoplasia più frequente dopo quella della mammella – afferma Fabrizio Nicolis, Presidente di Fondazione AIOM -. L’utilizzo di farmaci oncologici per via orale, che ha mostrato una rapida crescita negli ultimi anni, è legato a un incremento dell’aderenza al trattamento. I pazienti mostrano una netta preferenza per questo tipo di somministrazione, perché permette loro di non modificare in maniera sostanziale le abitudini quotidiane”. “La terapia oncologica orale, infatti, consente di realizzare gran parte del percorso di cura al domicilio, con una riduzione notevole della frequenza e della durata degli accessi in ospedale e un vantaggio significativo anche dal punto di vista psicologico – sottolinea Gaetano Lanzetta per Fondazione AIOM -. Maggior aderenza significa infatti miglior cura del tumore, minori complicanze associate alla neoplasia e maggiore efficacia dei trattamenti. Ne consegue un importante miglioramento dei risultati clinici e della qualità di vita”.
“Il tumore del colon-retto insorge, in oltre il 90% dei casi, a partire da lesioni precancerose che subiscono una trasformazione neoplastica maligna – spiega Daniele Santini, Ordinario di Oncologia Medica all’Università Campus-Biomedico di Roma -. Tra i fattori di rischio rientrano gli stili di vita scorretti, in particolare sedentarietà, fumo di sigaretta, sovrappeso, obesità, consumo di farine e zuccheri raffinati, carni rosse ed insaccati e ridotta assunzione di fibre vegetali. Gli stili di vita sani devono essere rispettati anche dopo la diagnosi, sia per prevenire l’insorgenza di recidive che per migliorare l’efficacia dei trattamenti. Dal sondaggio emerge che il 32% dei pazienti, al momento della diagnosi, era fumatore e il 54% in sovrappeso, ma preoccupa che solo il 56% abbia adottato uno stile di vita sano dopo la scoperta della malattia”. Senza dimenticare la prevenzione secondaria, cioè i programmi di screening. “Il 91% degli oncologi ritiene che il test per la ricerca del sangue occulto fecale, offerto gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale a tutti i cittadini fra i 50 e i 69 anni, debba essere esteso fino a 74 anni – continua Nicolis -.
In Italia vivono circa 471mila persone dopo la diagnosi di tumore del colon-retto. La sopravvivenza registra un aumento costante, con incremento percentuale e valori sovrapponibili in entrambi i generi: negli uomini si passa da un tasso pari al 50% a 5 anni nei primi anni ’90, per arrivare al 65% registrato nel 2005-2009, mentre nelle donne l’aumento è stato dal 52% al 65%.
In 12 mesi, in Italia, il tumore del colon-retto ha fatto registrare un calo significativo di 1.700 nuove diagnosi: erano 53.000 nel 2017, 51.300 nel 2018. “In più di un decennio, dal 2003 al 2014, l’incidenza di questa neoplasia risulta diminuita – concludono Fabrizio Nicolis e Gaetano Lanzetta -. Tuttavia, i tassi sono aumentati nel Sud e nelle Isole, sia fra gli uomini che nelle donne. Le cause vanno ricondotte alla diffusione, in queste aree, del sovrappeso e dell’obesità, al progressivo abbandono della dieta mediterranea e al ritardo nell’avvio dei programmi di screening. Le campagne di sensibilizzazione devono andare proprio in questa direzione”.

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Tumore al pancreas

Posted by fidest press agency su martedì, 4 giugno 2019

Chicago. Per la prima volta un trattamento di mantenimento nel tumore del pancreas metastatico migliora la sopravvivenza libera da progressione. Si chiama olaparib, inibitore dell’enzima PARP, e, nei pazienti con mutazione dei geni BRCA1 e/o BRCA2 (gBRCAm), ha ridotto del 47% il rischio di progressione della malattia. A 2 anni, il 22% dei pazienti trattati con olaparib risulta libero da progressione di malattia (rispetto al 9,6% di quelli trattati con placebo). Sono i dati principali dello studio internazionale di fase III POLO, presentati oggi in seduta plenaria al 55° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) in corso a Chicago e pubblicati sul New England Journal of Medicine, tra le più prestigiose riviste mediche al mondo. Lo studio ha coinvolto pazienti con adenocarcinoma del pancreas con mutazione germinale nei geni BRCA1 e/o BRCA2 che avevano seguito per almeno 16 settimane chemioterapia di prima linea con derivati del platino senza progressione di malattia. I pazienti sono stati randomizzati a ricevere olaparib o placebo, a partire da 4-8 settimane dopo l’ultima dose di chemioterapia, continuando fino a progressione o tossicità inaccettabile. Novantadue pazienti sono stati trattati con olaparib e 62 con placebo. “L’attuale standard di terapia nella malattia metastatica offre una mediana di sopravvivenza libera da progressione di malattia di soli 6 mesi – spiega il prof. Giampaolo Tortora, ordinario di Oncologia Medica all’Università Cattolica di Roma, direttore del Comprehensive Cancer della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e coautore dello studio POLO -. Fino a oggi, nessun trattamento di mantenimento nel tumore del pancreas aveva migliorato la sopravvivenza libera da progressione. POLO è quindi il primo studio che, nei tumori del pancreas, stabilisce un vantaggio con un nuovo farmaco biologico sulla base di una mutazione genetica-molecolare. Inoltre, si stanno, studiando altre alterazioni molecolari in piccoli sottogruppi di pazienti. Si apre così, finalmente anche in questa malattia, una strada già percorsa con successo in altri tipi di neoplasie come quelle del polmone, mammella, colon e melanoma, in cui i pazienti ricevono terapie in base alle rispettive mutazioni nel profilo genico-molecolare del tumore”. Nel 2018, in Italia, sono stati stimati 13.300 nuovi casi di tumore del pancreas, con una sopravvivenza a 5 anni pari all’8,1%.
Lo studio POLO ha dimostrato un incremento significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza nei pazienti con mutazione dei geni BRCA1 e/o BRCA2 che hanno ricevuto olaparib invece del placebo dopo chemioterapia, ottenendo una sopravvivenza media liberi da progressione di malattia di 7,4 mesi rispetto a 3,8 mesi, riducendo quindi del 47% il rischio di progressione della malattia.
Nello studio POLO, il tasso di risposte al trattamento, endpoint secondario dello studio, è stato del 23,1% (18/78) tra i pazienti trattati con olaparib contro l’11,5% (6/52) con placebo (odds ratio 2.30; 95% CI 0.89–6.76; P=0.103). Due pazienti trattati con olaparib hanno ottenuto una risposta completa. Dato interessante è stata la durata media delle risposte: quasi 25 mesi con olaparib contro 3.7 mesi con placebo.

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Tumore del polmone

Posted by fidest press agency su martedì, 4 giugno 2019

Kenilworth (New Jersey) – MSD ha annunciato la presentazione dei dati di efficacia e sicurezza a cinque anni di pembrolizumab, farmaco anti-PD-L1, in monoterapia, nei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) avanzato dal primo studio KEYNOTE (KEYNOTE-001 di fase 1b). “Lo studio KEYNOTE 001 – afferma la dott.ssa Marina Garassino, responsabile della Struttura Semplice di Oncologia Medica Toraco Polmonare, Dipartimento Oncologia Medica, presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale di Tumori di Milano – mostra che, a 5 anni, il beneficio di pembrolizumab in monoterapia si mantiene a lungo termine, con un buon profilo di tossicità: la mediana di sopravvivenza globale ha raggiunto i 35,4 mesi nei pazienti con PD-L1 superiore al 50%, con un tasso di sopravvivenza del 30%. Ne emerge che la sequenza del trattamento nel tumore del polmone deve sempre iniziare con l’immunoterapia in prima linea”. “Nei pazienti che esprimono PD-L1 – aggiunge la dott.ssa Garassino – oggi abbiamo due potenziali opzioni terapeutiche: pembrolizumab in monoterapia, che è già disponibile in Italia, o la combinazione pembrolizumab e chemioterapia, approvata a livello europeo. Tutti gli altri pazienti, indipendentemente dall’espressine di PD-L1, potranno essere sottoposti a questa combinazione in prima linea, quando sarà approvata dall’ente regolatorio italiano”.
Tra i 60 pazienti che hanno ricevuto due o più anni di trattamento con pembrolizumab, il tasso di OS a cinque anni era del 78,6% nei pazienti naïve al trattamento e del 75,8% in quelli precedentemente trattati. La ORR in questi pazienti era pari rispettivamente all’86% e al 91%. La DOR mediana è risultata pari a 52,0 mesi (range: 10,2-55,7+) nei pazienti naïve al trattamento e non è invece stata raggiunta (range: 12,5-71,8+) in quelli precedentemente trattati. Il profilo di sicurezza di pembrolizumab era in linea con quanto osservato in precedenti studi tra i pazienti con NSCLC avanzato. Gli eventi avversi correlati al trattamento di ogni grado si sono manifestati nel 71% (n = 388) dei pazienti che hanno ricevuto pembrolizumab; eventi avversi correlati al trattamento di grado 3-5 erano osservati nel 13% (n = 69) dei pazienti. Gli eventi avversi di tipo immune sono stati riportati nel 17% (n = 92) dei pazienti; l’ipotiroidismo è stato il più frequente, seguito da polmonite, ipertiroidismo e tossicità cutanee.
Nuovi e aggiornati dati dallo studio di fase 3 KEYNOTE-189, che ha valutato pembrolizumab in combinazione con pemetrexed e platino (cisplatino o carboplatino) per il trattamento di prima linea del NSCLC non squamoso metastatico, rispetto a solo pemetrexed e platino, sono presentati oggi all’ASCO (Abstract #9013).
I nuovi risultati dello studio KEYNOTE-189 presentati all’ASCO 2019 comprendono anche la prima presentazione dell’endpoint di sopravvivenza libera da progressione 2 (PFS2), un endpoint clinico utilizzato per valutare l’impatto del trattamento di seconda linea sul controllo della malattia, nell’intera popolazione dello studio e in diversi sottogruppi sulla base dell’espressione di PD-L1. Tra i pazienti che hanno ricevuto pembrolizumab in combinazione con la chemioterapia, i risultati hanno indicato una riduzione del 51% del rischio dalla randomizzazione alla progressione obiettiva del tumore sul trattamento di prossima linea o morte per ogni causa.
Il tumore del polmone, che si forma nei tessuti polmonari, di solito dalle cellule che ricoprono le vie respiratorie, è la principale causa di morte per cancro al mondo. Ogni anno, molte più persone muoiono per tumore del polmone che per tumore di colon o mammella insieme. I due principali tipi di tumore del polmone sono: non a piccole cellule e a piccole cellule. Il tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) è la forma più frequente di carcinoma polmonare, responsabile di circa l’85% dei casi totali. Il tumore a piccole cellule (SCLC) si presenta invece nel 10-15% dei casi. Si stima che, tra il 2008 e il 2014, il tasso di sopravvivenza a cinque anni nei pazienti che ricevono diagnosi di NSCLC avanzato negli Stati Uniti sia solo del 5%. Inoltre, circa il 50% dei pazienti con NSCLC metastatico negli Stati Uniti non riceve alcuna terapia di seconda linea.

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Tumore della prostata: nuove cure dall’epigenetica

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 giugno 2019

Roma. Novità importanti sulla cura del tumore alla prostata grazie all’epigenetica, il meccanismo principale che controlla la trascrizione di geni specifici senza cambiamenti nelle sequenze del DNA sottostanti. Le alterazioni epigenetiche portano a modelli anormali di espressione genica che contribuiscono alla carcinogenesi e persistono durante la progressione della malattia.“A causa della natura reversibile le modificazioni epigenetiche emergono come promettenti bersagli farmacologici antitumorali. Diversi composti sono stati sviluppati per invertire le attività aberranti degli enzimi coinvolti nella regolazione epigenetica, e alcuni di essi mostrano risultati incoraggianti in studi preclinici e clinici” – spiega il Dr. Andrea Militello, eletto come miglior andrologo e urologo nel 2018 e già libero docente presso l’Università Federiciana di Cosenza.“Negli ultimi tempi i nostri studi, cercano di interpretare in modo completo i ruoli aggiornati dell’epigenetica nello sviluppo e nella progressione del cancro alla prostata. Ci concentriamo soprattutto su tre meccanismi epigenetici: metilazione del DNA, modificazioni dell’istone e RNA non codificanti. Elaboriamo gli attuali modelli / teorie che spiegano la necessità di questi programmi epigenetici nel guidare i fenotipi maligni delle cellule tumorali della prostata” racconta ancora l’urologo.
In particolare, si cerca di far chiarezza in che modo alcuni regolatori epigenetici incrociano con percorsi biologici critici, come la segnalazione del recettore degli androgeni (AR), e come la cooperazione controlli dinamicamente i profili trascrizionali orientati al cancro.Il ripristino di un paesaggio epigenetico “normale” è promettente come cura per il cancro alla prostata.”Potremmo in futuro prossimo, evidenziare particolari modificazioni epigenetiche come biomarcatori diagnostici e prognostici o nuovi bersagli terapeutici per il trattamento della malattia”, conclude il dott. Militello.

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Tumore testa-collo

Posted by fidest press agency su domenica, 2 giugno 2019

KENILWORTH, N.J. MSD ha presentato l’analisi finale dello studio di fase III KEYNOTE-048 (su 882 pazienti) che ha valutato l’efficacia di pembrolizumab, terapia anti-PD-1, sia in monoterapia che in combinazione con chemioterapia, nel trattamento di prima linea del carcinoma a cellule squamose della testa e del collo (HNSCC) recidivato o metastatico. Questi risultati sono stati presentati al Congresso della Società Americana di Oncologia Medica (ASCO) a Chicago (Abstract #6000). Per la prima volta sono stati presentati i dati di sopravvivenza globale (OS) nel braccio con pembrolizumab in combinazione con chemioterapia in base al livello di’espressione di PD-L1 e del braccio con pembrolizumab in monoterapia nella popolazione totale dei pazienti. I risultati dell’analisi ad interim erano stati divulgati al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) nel 2018 e avevano dimostrato un vantaggio significativo In sopravvivenza globale con pembrolizumab in combinazione con chemioterapia nella popolazione totale di pazienti e di pembrolizumab in monoterapia in pazienti i cui tumori esprimono PD-L1 con CPS (Combined Positive Score) ≥ 20 e CPS ≥ 1, rispetto all’attuale standard di cura rappresentato dal regime EXTREME. In monoterapia il beneficio di sopravvivenza globale, rispetto alla chemioterapia standard, è stato osservato nella popolazione di pazienti con espressione di PD-L1 valutato con CPS ≥ 1 e ≥ 20, mentre in combinazione con la chemioterapia il beneficio di sopravvivenza globale è stato osservato su tutti i pazienti.
Nel 2018 in Italia sono stati stimati 9.700 nuovi casi di tumore della testa-collo (7.400 uomini e 2.300 donne) e 104mila persone vivono dopo la diagnosi. Troppo spesso però le diagnosi avvengono in stadio avanzato, soprattutto per una sottovalutazione dei sintomi, ad esempio bruciore o lesioni nel cavo orale, mal di gola, raucedine persistente, deglutizione dolorosa e fastidiosa o gonfiore al collo. Queste neoplasie riguardano in particolare la laringe, la bocca, la lingua e la faringe. Il 75% dei casi è riconducibile al fumo di sigaretta e all’abuso di alcol. Chi fuma ha infatti un rischio 15 volte più alto di sviluppare la neoplasia, probabilità che aumenta ulteriormente se al tabacco si associa il consumo di alcol. Quando la malattia è individuata in fase precoce, le possibilità di guarigione variano dal 75% al 100%. In fase avanzata, la sopravvivenza a cinque anni si attesta intorno al 40%.
Il tumore testa-collo comprende numerose forme di cancro che si sviluppano all’interno o attorno a faringe, laringe, seni nasali e paranasali e cavo orale. La maggior parte dei tumori testa-collo sono carcinomi a cellule squamose che originano nelle cellule piatte e squamose che costituiscono lo strato sottile superficiale delle strutture della testa e del collo. I due principali fattori che fortemente aumentano il rischio di sviluppare questi tumori includono il consumo di tabacco e di alcol. A livello mondiale, si stima che nel 2018 siano stati diagnosticati più di 887.000 nuovi casi di tumori testa-collo e che più di 453.000 persone siano morte a causa di questa malattia. Negli Stati Uniti, si stima che nel 2019 saranno più di 65.000 le nuove diagnosi di tumori testa-collo e più di 14.000 i decessi per questa malattia.

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Tumore colon retto: Nuovo bersaglio terapeutico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 maggio 2019

È sempre più chiaro il ruolo della proteina telomerica TRF2 nella formazione e progressione dei tumori, grazie a uno studio i cui risultati sono pubblicati quasi in contemporanea in due articoli, su Embo Journal e Nucleic Acids Research. Il lavoro è stato condotto da ricercatori dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, guidati da Annamaria Biroccio. TRF2 è espressa in eccesso in diversi tipi di tumori e in particolare nel cancro colonrettale. L’importante tassello aggiunto dalla recente ricerca aiuta a chiarire ulteriormente le funzioni della proteina che sembra agire in due sensi: da un lato regola la risposta immunitaria dell’organismo contro la neoplasia e dall’altro favorisce il processo di angiogenesi, ovvero la moltiplicazione dei vasi sanguigni che alimentano e fanno espandere il tumore. “Si tratta di una scoperta rilevante – dichiara Gennaro Ciliberto, Direttore Scientifico IRE – pubblicata su due tra le migliori riviste internazionali del settore, che apre la strada a nuove strategie di cura per tumori del colon retto che non rispondono a terapie tradizionali.”La ricerca è stata sostenuta dalla Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, e si è svolta in stretta collaborazione con il gruppo di Eric Gilson all’IRCAN di Nizza.
“I risultati ottenuti grazie al brillante lavoro di due ricercatori del mio team, Pasquale Zizza, Roberto Dinami, e Di Manuela Porru del gruppo del Dr. Leonetti – dichiara Annamaria Biroccio – hanno permesso di far emergere TRF2 quale interessante bersaglio terapeutico per tumori del colon retto. Gli sforzi del gruppo sono adesso mirati a identificare farmaci e piccole molecole di RNA (miRNA) capaci di inibire l’espressione della proteina TRF2, da utilizzare da soli o in combinazione a farmaci antitumorali nei tumori del colon che presentano mutazioni di KRAS, per i quali attualmente non sono disponibili terapie efficaci”.Il gruppo di ricercatori guidati da Annamaria Biroccio da molti anni studiano i telomeri e i loro componenti quali potenziali bersagli terapeutici per il trattamento del cancro. I telomeri sono le estremità dei cromosomi e hanno la funzione di proteggere il genoma. TRF 2 ha un ruolo importante nella regolazione dell’attività di queste porzioni terminali dei cromosomi, proteggendole da ricombinazioni anomale. Ma non è l’unica funzione. Già nel 2013 era stato dimostrato che l’inibizione di TRF2 blocca la crescita tumorale, grazie all’attivazione delle difese immunitarie e in particolare delle cellule Natural Killer. I risultati di questo nuovo studio dimostrano che TRF2 modula la sintesi di glicoproteine che modificano la struttura dell’ambiente extracellulare. Grazie a tale meccanismo, la proteina da una parte stimola l’attivazione delle cellule immunitarie “Natural Killer” e dall’altra il rilascio di un importante fattore che favorisce l’angiogenesi tumorale.

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Medicina estetica cura dell’anima. Anche in presenza di un tumore

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 maggio 2019

La gestione di un paziente affetto da tumore dovrebbe essere affidata a un’équipe multidisciplinare più che al singolo specialista, non solo per la complessità intrinseca delle patologie neoplastiche ma anche per le implicazioni che le terapie antitumorali hanno per l’organismo nel suo complesso. Sono farmaci la cui gestione è problematica: è infatti necessario che abbiano un certo grado di tossicità affinché siano efficaci, ma questo determina una serie di effetti collaterali per il paziente, e questi vanno seguiti attentamente, poiché potrebbero essere degli indicatori di un superamento dei livelli di tossicità tollerabili dall’organismo. Di particolare interesse sono gli effetti collaterali che si manifestano a livello cutaneo. “La cute è un organo che ha la straordinaria capacità di interagire con l’ambiente esterno, ricevendo contemporaneamente informazioni dall’interno – spiega Marta Carlesimo, docente di dermatologia presso il dipartimento di Medicina Interna e Specialità Mediche, Università ‘La Sapienza’, Roma, in occasione del 40° congresso della Società italiana di medicina estetica (SIME) in corso a Roma – Tutto ciò che accade all’interno di un organismo si può leggere sulla pelle, se si ha una preparazione adeguata. Nel paziente oncologico è importante controllare accuratamente lo stato della pelle, in modo da scorgere per tempo delle spie di tossicità che ci permettono di modulare l’approccio terapeutico, evitando conseguenze anche mortali”. A dimostrazione dell’importanza e al tempo stesso della complessità di questo compito, in Europa è stata creata la figura dell’onco-dermatologo, con competenze di dermatologia, farmacodinamica e farmacocinetica delle terapie antitumorali. “Gli effetti collaterali visibili a livello cutaneo sono tantissimi, sia nella chemioterapia che nella target therapy, e purtroppo nemmeno le terapie immunoncologiche di nuova generazione ne sono prive. I più comuni e immediatamente riconoscibili sono perdita di capelli, eritemi, rush cutanei e manifestazioni bollose. Non vanno mai sottovalutati o considerati banalmente come ‘conseguenze inevitabili’ della terapia, sono spie da tenere sotto lo stretto controllo di professionisti competenti”.
La cura della pelle insomma può essere determinante, e per questo motivo in una visione globale della presa in carico del paziente oncologico scende in campo la medicina estetica “Si sta aprendo un importante filone della medicina estetica che viene chiamato medicina estetica sociale – afferma il professor Emanuele Bartoletti, presidente della SIME – e prevede l’utilizzo di terapie di medicina estetica in pazienti che stanno affrontando terapie oncologiche oppure si trovano sotto dialisi. Abbiamo potuto constatare come anche la sola prescrizione cosmetica possa alleviare la condizione del paziente, evitando complicanze che potrebbero addirittura portare all’interruzione della terapia inoltre una volta superato il periodo della terapia (destabilizzante sia dal punto di vista fisico che mentale) è la ripresa della vita di tutti i giorni viene resa più semplice se si percepisce positivamente il proprio aspetto. Lo stato emotivo del paziente è infatti molto importante per reagire alla lotta che il suo fisico deve sostenere per raggiungere la guarigione”. Un tema di primo piano nell’ambito del Congresso SIME, in cui viene per altro approfondita una serie di iniziative che stanno avendo luogo presso l’Ospedale Fatebenefratelli-Isola Tiberina. ”All’ospedale Fatebenefratelli è attivo ormai da anni un percorso di check up cutanei per i pazienti oncologici – spiega spiega Gloria Trocchi, specialista in Medicina Interna e vice presidente SIME – con i quali valutiamo (sia prima che durante il percorso terapeutico) parametri quali idratazione, produzione di sebo, reattività cutanea, presenza di ipercromie o meno. Questi check up sono parte fondamentale di progetti finalizzati al benessere del paziente oncologico, primo fra tutti ‘Care of me’. Si tratta di un progetto nato dalla collaborazione con la Fondazione ‘Le Cinque vie di Giorgio’ –– che vede coinvolto il Reparto di Oncologia insieme il Servizio di Medicina Estetica ed altri specialisti e professionisti. Vengono previsti check-up cutanei, manicure oncologica, make-up correttivo e corsi di autotrucco, yoga, meditazione, filosofia, scrittura creativa, musicoterapia e colorazione di mandala al fine di integrare il processo di cura con un percorso mirato al benessere e all’equilibrio corpo-mente della persona e per farlo”. (by Marta Carlesimo)

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Tumore al rene: la laparoscopia diventa in 3D

Posted by fidest press agency su sabato, 11 maggio 2019

E’ una colonna laparoscopica con visione 3D l’apparecchiatura di ultima generazione donata alle sale chirurgiche della Urologia del Papa Giovanni XXIII dalla A.O.B. Associazione Oncologica Bergamasca onlus, grazie alle risorse della Fondazione Cariplo e della Fondazione della Comunità Bergamasca onlus.
Introdotta da pochi anni nelle sale operatorie degli ospedali italiani, la tecnologia tridimensionale è un’evoluzione della laparoscopia tradizionale. Grazie al monitor in 3D, che aggiunge aggiunge la dimensione della profondità, il chirurgo riesce a operare con una visione più realistica del campo operatorio laparoscopico. Migliorando il dettaglio, aumentano l’efficienza e i risultati.L’attrezzatura che è stata donata al Papa Giovanni XXIII, del valore di 100 mila euro, permetterà all’Urologia dell’Ospedale di Bergamo di migliorare ulteriormente l’approccio conservativo. L’obiettivo è quello di tutelare il più possibile la porzione sana del rene colpito dal tumore, per non comprometterne la funzionalità.“Fondazione Cariplo e Fondazione della Comunità Bergamasca, unendo le proprie competenze e le proprie professionalità, – afferma Carlo Vimercati, presidente della Fondazione della Comunità Bergamasca onlus e componente della Commissione Centrale di Beneficenza della Fondazione Cariplo – hanno reso possibile la realizzazione di un progetto esemplare per il territorio, in grado di esprimere i valori filantropici delle due Fondazioni, e capace di generare un positivo ed elevato impatto sulla qualità della vita di tutta la nostra comunità. Diventare il punto di raccordo tra chi dona e chi riceve è la nostra mission e ci auguriamo che buone pratiche come questa possano indurre altri donatori a investire insieme a noi nella crescita della nostra comunità”.A tradurre questo finanziamento in realtà, acquistando il macchinario per donarlo all’Ospedale, è stata la A.O.B. Associazione Oncologica Bergamasca. La onlus, che opera da oltre vent’anni in Ospedale a favore dei malati oncologici, conosce bene il reparto di Urologia e la sua necessità di un costante aggiornamento della dotazione tecnologica.
“Da sempre A.O.B. è in prima linea nel contribuire all’aggiornamento tecnologico delle attrezzature e dei macchinari necessari all’attività dei medici che quotidianamente operano con i pazienti oncologici, al fine di migliorare affidabilità e precisione delle indagini diagnostiche – ha dichiarato Maurizio Radici, presidente di A.O.B. Associazione Oncologica Bergamasca onlus -. In questo caso, il tutto si è potuto concretizzare grazie al contributo della Fondazione Cariplo e della Fondazione della Comunità Bergamasca, che sono state davvero generose e attente alle esigenze del nostro Ospedale”.Grazie a questa donazione, lo staff chirurgico di Luigi Da Pozzo, direttore della Urologia del Papa Giovanni XXIII, potrà mantenere elevati gli attuali standard dell’attività interventistica mininvasiva. Per le sole neoplasie renali, sono circa 150 in media ogni anno gli interventi chirurgici, in gran parte eseguiti proprio in laparoscopia. Un’attività che contribuisce a posizionare l’Urologia del Papa Giovanni XXIII di Bergamo nella “top ten” di tutte le strutture italiane, sia pubbliche che private, per il trattamento della patologia tumorale di rene, vescica e prostata.

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Il tumore dell’ovaio fa meno paura

Posted by fidest press agency su sabato, 9 marzo 2019

Rappresenta la quinta causa di morte per cancro nelle donne 50-69enni in Italia, ma i decessi legati alla malattia diminuiscono: nel 2015 (ultimo anno disponibile) sono stati 3.186, nel 2013 ne erano stati registrati 3.302, con un calo del 3% in due anni. Il merito è da ricondurre a terapie sempre più efficaci, che permettono di controllare la malattia anche nello stadio metastatico. Tra queste, si annoverano anche i farmaci inibitori di PARP, oggi utilizzabili sia nelle pazienti BRCA mutate che non mutate. “Le armi contro il tumore dell’ovaio spaziano dalla chirurgia alla chemioterapia fino alle terapie mirate, in cui rientrano gli inibitori di PARP – spiega Fabrizio Nicolis, Presidente Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Conoscere lo stato mutazionale dei geni BRCA è sempre molto importante ed il test dovrebbe essere effettuato su tutte le pazienti (con le caratteristiche indicate nelle Raccomandazioni AIOM-SIGU-SIBioC-SIAPEC-IAP 2019) al momento della diagnosi. È questa la via da seguire per definire le migliori strategie terapeutiche e iniziare il percorso familiare che potrebbe permettere l’identificazione di persone sane con mutazione BRCA, nelle quali impostare programmi di sorveglianza o di chirurgia (annessiectomia bilaterale) per la riduzione del rischio di sviluppare il tumore ovarico. Ma, ancora oggi, non tutte le pazienti che dovrebbero essere sottoposte al test BRCA lo eseguono. Inoltre, in Italia, il regime di rimborsabilità per questo esame varia nelle diverse Regioni, con la conseguenza che viene effettuato solo nel 65,2% delle donne che ricevono la diagnosi”. Oncologi e pazienti, in una conferenza stampa che si svolge oggi al Ministero della Salute, chiedono alle Istituzioni di uniformare le modalità di accesso al test BRCA sul territorio nazionale.
Lo studio “Every Woman”, promosso dalla World Ovarian Cancer Coalition, condotto su 1.531 pazienti di 44 Paesi ha evidenziato che, in Italia, prima della diagnosi il 56,5% delle donne non aveva mai sentito parlare di questa neoplasia e solo il 65,2% è stato sottoposto al test genetico. La mancata consapevolezza troppo spesso porta infatti le donne a sottovalutare i sintomi iniziali e ad arrivare alla diagnosi quando la malattia si è già diffusa ad altri organi”. Il trattamento delle forme precoci è chirurgico, ma, di fronte a un rischio di recidiva del 25-30%, in molti casi viene prescritta una terapia chemioterapica precauzionale, dopo l’intervento. Nella malattia avanzata, è indicato un approccio chirurgico quanto più possibile radicale, seguito da chemioterapia. In alcuni casi, può essere necessario far precedere l’intervento chirurgico da alcuni cicli di chemioterapia (di solito tre) per ridurre la malattia e rendere la successiva chirurgia meno complessa.
“Sono poche le strategie efficaci per prevenire il tumore dell’ovaio – continua Valentina Sini, oncologa presso il Centro Oncologico ‘Santo Spirito-Nuovo Regina Margherita’ ASL Roma 1 -. Fra i fattori protettivi, la multiparità, l’allattamento al seno e un prolungato impiego di contraccettivi orali. In particolare, donne con pregresse gravidanze multiple presentano una riduzione del rischio di circa il 30% rispetto a coloro che non hanno partorito. Una recente indagine ha dimostrato che l’uso prolungato di anticoncezionali riduce il rischio di incidenza di tumore ovarico nella popolazione generale, in particolare nelle donne portatrici di mutazione dei geni BRCA”. Quattro società scientifiche, AIOM, SIGU (Società Italiana di Genetica Umana), SIBioC (Società Italiana di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica) e SIAPEC-IAP (Società Italiana di Anatomia Patologica e Citologia Diagnostica), hanno firmato le “Raccomandazioni per l’implementazione del test BRCA nelle pazienti con carcinoma ovarico e nei familiari a rischio neoplasia”. È importante che queste alterazioni genetiche siano individuate tempestivamente anche attraverso provvedimenti specifici di politica sanitaria aumentando la percentuale di identificazione nelle persone sane con mutazione BRCA secondo indicazioni di accesso al test uniformi sul territorio nazionale e percorsi dedicati. È inoltre essenziale che la presa in carico delle persone sane e delle pazienti BRCA mutate avvenga in centri altamente specializzati. Prima di decidere se sottoporsi al test, la donna deve essere adeguatamente informata delle eventuali conseguenze dell’esame, con un immediato supporto psicologico”.

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Tumore della prostata

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 marzo 2019

Un nuovo antiandrogeno non steroideo, darolutamide, ha ridotto del 59% il rischio di metastasi o morte in pazienti colpiti da carcinoma prostatico resistente alla castrazione non metastatico (nmCRPC). Lo dimostrano i risultati dello studio di fase III ARAMIS che hanno evidenziato un miglioramento della sopravvivenza libera da metastasi (MFS) con darolutamide associato a terapia di deprivazione androgenica (ADT) rispetto al placebo associato ad ADT. La sopravvivenza libera da metastasi mediana è stata di 40,4 mesi nel braccio darolutamide e di 18,4 mesi nel braccio placebo, con un miglioramento complessivo mediano di 22 mesi. È stato osservato anche un trend positivo nella sopravvivenza globale (OS) e in tutti gli altri endpoint secondari è stato evidenziato un beneficio in favore di darolutamide. È importante sottolineare che l’incidenza di eventi avversi (AE) associati al trattamento con frequenza pari o superiore al 5% o di grado 3–5 è risultata paragonabile tra il braccio darolutamide e il braccio placebo; soltanto la fatigue è stata riscontrata in più del 10% dei pazienti. Gli esiti in termini di qualità della vita sono risultati simili tra i gruppi di trattamento. Questi dati sono stati presentati al congresso internazionale sui tumori genitourinari (American Society of Clinical Oncology Genitourinary Cancers Symposium, ASCO GU) che si è svolto recentemente a San Francisco e contemporaneamente sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine.”Oltre a un beneficio in termini di MFS, nei pazienti affetti da carcinoma prostatico resistente alla castrazione non metastatico, che sono nella maggior parte asintomatici, è fondamentale avere a disposizione farmaci con un profilo di sicurezza favorevole, perchè le decisioni terapeutiche possono influire sul loro benessere generale, sulla prognosi e sull’aderenza al trattamento, nonché sulle possibili interazioni con gli altri medicinali generalmente utilizzati in questa popolazione di pazienti. Questi dati sono entusiasmanti per la comunità di pazienti affetti da carcinoma prostatico; non dimostrano soltanto la notevole efficacia di darolutamide nel prevenire la diffusione del carcinoma prostatico, ma anche il suo profilo di tollerabilità favorevole che, in seguito all’approvazione, potrebbe consentire ai pazienti di proseguire la propria vita quotidiana senza incorrere in alcun peggioramento della qualità di vita”, ha dichiarato Karim Fizazi, M.D., Ph.D., Professore di Medicina presso l’Institut Gustave Roussy, Università di Paris Sud (Francia).
“Sebbene negli ultimi anni siano state sviluppate numerose nuove opzioni terapeutiche nell’ambito del carcinoma prostatico, ci sono ancora dei bisogni non soddisfatti, in particolare per quanto riguarda la necessità di fornire ai pazienti trattamenti efficaci e al tempo stesso caratterizzati da un profilo di sicurezza che non comporti un peggioramento della loro qualità di vita” ha dichiarato Scott Z. Fields, M.D., Vice President senior e Responsabile dello Sviluppo oncologico nella Divisione Pharmaceuticals di Bayer. “Bayer sta lavorando con impegno per riuscire a offrire trattamenti innovativi, con un buon profilo di efficacia e tollerabilità”. Bayer, che prevede di discutere i dati dello studio ARAMIS con le autorità regolatorie, ha ricevuto dall’ente regolatorio statunitense (Food and Drug Administration, FDA) la designazione “Fast Track” per darolutamide nei pazienti affetti da nmCRPC. Darolutamide viene sviluppato in maniera congiunta da Bayer e Orion Corporation, un’azienda farmaceutica finlandese operante su scala mondiale.

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Tumore colon retto: Asa a basse dosi riduce il rischio

Posted by fidest press agency su martedì, 5 febbraio 2019

Una nuova metanalisi pubblicata su JAMA, che ha raccolto i dati presenti in letteratura sull’asa utilizzata come prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari e del cancro, non ha riscontrato un beneficio generale derivante da tale uso del farmaco. In realtà, infatti, aspirina in questo tipo di utilizzo è risultata associata a un rischio diminuito di eventi cardiovascolari, ma anche a un aumento del rischio di sanguinamento maggiore, e non è stato rilevato alcun effetto sul rischio di cancro. «Sono stati pubblicati recentemente tre studi altamente pubblicizzati che suggerivano che dall’utilizzo dell’aspirina in prevenzione primaria derivassero più danni che benefici. Per questo abbiamo pensato di valutare l’associazione tra aspirina in prevenzione primaria ed eventi cardiovascolari e sanguinamento» spiega Sean Zheng, dell’Imperial College di Londra, Regno Unito, primo autore dello studio.I ricercatori hanno esaminato 13 ricerche in cui circa 165.000 adulti senza malattia cardiovascolare sono stati randomizzati a ricevere o meno quotidianamente aspirina. Nel complesso, durante un follow-up medio di 5 anni, il farmaco è risultato associato a un rischio inferiore per i principali eventi cardiovascolari e a un più alto rischio di sanguinamento maggiore, tanto che i ricercatori hanno stimato che sarebbe necessario trattare 265 pazienti per prevenire un evento cardiovascolare, e 210 per causare un evento di sanguinamento. In un editoriale di accompagnamento, tuttavia, Michael Gaziano, del Brigham and Women’s Hospital di Boston, afferma che la questione non è ancora abbastanza chiara, sottolineando che il beneficio dell’aspirina sulla prevenzione del cancro sarebbe visibile solo dopo un follow-up molto più lungo e che il farmaco potrebbe avere un ruolo in alcuni pazienti per quanto riguarda la prevenzione cardiovascolare primaria. (fonte doctor33)

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Ogni anno nel Lazio più di 21.320 anziani sono colpiti da tumore

Posted by fidest press agency su sabato, 26 gennaio 2019

L’incidenza di questa malattia aumenta in modo direttamente proporzionale all’età e, secondo i dati dei Registri Tumori Italiani, il 63,7% dei nuovi casi riguarda proprio gli anziani. Il rischio di sviluppare il cancro negli over 65 è circa 40 volte più alto che nelle persone di 20-44 anni. Per pianificare il più adeguato ed integrato percorso assistenziale di questi malati, domani all’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma (ore 9-13), è previsto un incontro (“La difficile sfida dell’assistenza multidisciplinare”) che vedrà coinvolti i responsabili di tutte le aree specialistiche che ruotano intorno al paziente oncologico, inclusi i clinici dell’Hospice Villa Speranza operativi sul territorio.
“Il trattamento dei tumori dell’anziano – spiega il Prof. Antonio Astone, Direttore della UOC di Oncologia dell’Ospedale San Pietro e organizzatore dell’incontro – apre una serie di problematiche poco affrontate in un individuo più giovane, in quanto si tratta di pazienti spesso già affetti da altre patologie croniche, in trattamento con farmaci potenzialmente contrastanti con le cure oncologiche e non sempre in grado di affrontare autonomamente il necessario percorso terapeutico. In aggiunta la letteratura scientifica è carente, in quanto gli anziani sono generalmente esclusi dai trial clinici. Viceversa, essi rappresentano la quota principale di pazienti afferenti ogni giorno nei nostri ospedali e ciò pone il clinico in una situazione di quotidiana difficoltà decisionale”.
L’evento, promosso da una Task Force oncologico-geriatrica coordinata dal prof. Silvio Monfardini insieme al prof Giuseppe Colloca (Geriatra del Policlinico Gemelli Università Cattolica di Roma), rientra nel tour “Road Map dell’Oncologia Geriatrica”, che ha già visto dieci incontri in tutta Italia.
“Devono essere tenuti nella giusta considerazione tutti gli elementi che caratterizzano la salute e la malattia della terza età – afferma il Prof. Silvio Monfardini, Direttore Programma Oncologia Geriatrica Fondazione Don Gnocchi di Milano -, compresi quelli sociali, la condizione e la volontà della famiglia, l’educazione del malato, i suoi sentimenti nei confronti della malattia e della cura”.

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“Inquinamento elettromagnetico: un problema che riguarda ognuno di noi”

Posted by fidest press agency su sabato, 19 gennaio 2019

Il glioblastoma è il tumore maligno più comune tra le neoplasie cerebrali – con incidenza globale di circa 3-4 casi su 100.000 persone per anno. Più frequente negli uomini che nelle donne, esso insorge prevalentemente nella fascia d’età compresa tra i 55 e i 75 anni, senza particolare distribuzione territoriale ma con maggiore incidenza nella popolazione caucasica rispetto alle popolazioni africane o asiatiche.
Tra i fattori di rischio accertati dalla scienza c’è l’esposizione a radiazioni ionizzanti tipica della permanenza in aree interessate da incidenti nucleari o ai trattamenti radioterapici. Altre concause probabili che negli anni hanno generato dibattito e interesse sono quelle di origine professionale come l’esposizione ad alcuni pesticidi e/o sostanze chimiche utilizzate nell’industria (es. cloruro di vinile), ma non si osserva una maggiore incidenza di tale neoplasia in specifiche categorie professionali e non sono stati raggiunti dimostrazioni conclusive al riguardo. Può invece riguardare potenzialmente ognuno di noi, l’esposizione prolungata ai campi magnetici generata dai telefoni cellulari. L’inquinamento elettromagnetico che caratterizza in modo crescente la nostra società, dovrebbe essere valutato con attenzione ed essere al centro di adeguate campagne di sensibilizzazione, come peraltro riconosciuto da recenti sentenze della magistratura al riguardo. Infine, una predisposizione genetica è stata osservata in una minoranza dei casi (5-10%), specie in associazione alle neurofibromatosi, alla sclerosi tuberosa o alla sindrome di Li-Fraumeni.Al Working Group Glioblastoma costituito in Alleanza Contro il Cancro – coordinato da Stefano Indraccolo dello IOV di Padova con la collaborazione del coordinatore preclinico Lucia Ricci-Vitiani dell’Istituto Superiore di Sanità e del coordinatore clinico Gaetano Finocchiaro dell’Istituto Besta di Milano – afferisce una decina di laboratori ed unità cliniche di altrettanti IRCCS attivi in neuro-oncologia. Le attività contemplano lo scambio di campioni e la condivisione sia dei risultati di specifici test sia di linee cellulari originate dalla neoplasia, nonché attività di formazione per i giovani ricercatori.
La ricerca contro il Glioblastoma, in ACC, si concentra principalmente su tre linee progettuali. «La prima – spiega Indraccolo – riguarda la caratterizzazione genetica di linee cellulari dei Pazienti degli IRCCS associati, una risorsa molto importante per la sperimentazione in vitro di farmaci targettizzati. La seconda si propone di approfondire le conoscenze sulla piccola sotto popolazione dei lungo sopravviventi – e sono solo il 5%. Obiettivo del progetto comprendere se esistano precise caratteristiche genetiche o del microambiente del tumore, che si accompagnano a una lunga sopravvivenza. La terza progettuale – aggiunge ancora Indraccolo – presenta finalità di natura squisitamente clinico-assistenziale: grazie a uno sforzo congiunto è stato perfezionato un pannello (il cosiddetto gbm oncochip), costituito da una cinquantina di geni ad alto tasso di mutazione o amplificazione in questo tipo di tumore. Il sequenziamento tramite tecnologia NGS dei campioni, ci consentirà di fornire ai colleghi clinici che ne faranno richiesta, un servizio di profilazione genetica del Glioblastoma, tutto sommato ancora poco caratterizzato da questo punto di vista. Tale profilazione può rappresentare il punto di partenza per il trattamento con farmaci innovativi a bersaglio molecolare di specifici sottogruppi di pazienti».

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Diagnosi precoce del tumore polmonare

Posted by fidest press agency su domenica, 25 novembre 2018

Pistoia sabato 1 dicembre alle ore 9,30 nella sala Maggiore del Palazzo comunale di Pistoia è il tema della 2° conferenza scientifica “Giancarlo Piperno“. Per ricordare la figura del dottor Piperno – primario radiologo e oncologo, fondatore della Lega italiana per la lotta contro i tumori di Pistoia e membro del cda della Turati fin dalla sua nascita – il Centro studi e il Comitato scientifico della Fondazione Turati hanno scelto infatti di tenere con cadenza annuale una serie di conferenze su temi di carattere medico. Il convegno organizzato quest’anno è dunque il secondo di tale serie ed è intitolato «La diagnosi precoce del tumore polmonare»: realizzato con il patrocinio del Comune di Pistoia e dell’Asl Toscana Centro, prevede l’intervento di medici primari e docenti universitari.Il corso si propone di presentare in breve l’attuale impostazione del controllo delle neoplasie polmonari: dunque si parlerà non solo di diagnosi ma anche di prevenzione, di screening e della chirurgia nelle fasi precoci di malattia. La frequenza alla conferenza scientifica darà diritto al conseguimento di 5 crediti Ecm per i medici.
Al termine del convegno, alle ore 12, avverrà la cerimonia di consegna delle borse di studio e degli assegni di ricerca che il Comitato scientifico della Fondazione Turati ha deciso di attribuire a giovani medici fisiatri, fisioterapisti e studiosi nel campo della riabilitazione a partire dall’anno accademico 2017/2018.

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