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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 106

Posts Tagged ‘tumore’

EuropaColon Italia Onlus per i pazienti con una nuova diagnosi di tumore colorettale

Posted by fidest press agency su martedì, 31 marzo 2020

È da oggi disponibile il servizio di supporto e orientamento a distanza offerto da EuropaColon Italia Onlus in risposta alle sfide e alle limitazioni conseguenti la crescente diffusione del COVID-19 rivolto ai pazienti con una nuova diagnosi di tumore colorettale, la seconda neoplasia più frequentemente diagnosticata in Italia con 49.000 nuovi casi nel 2019.L’emergenza provocata dal dilagare dell’infezione da COVID-19 sta mettendo a dura prova le risorse del Sistema Sanitario, riducendo l’accesso agli esami diagnostici e alle prime visite. Per questo, EuropaColon Italia Onlus ha deciso di supportare i pazienti con neoplasie colorettali con un servizio gratuito di consulenza a distanza per via telematica, tramite mail o teleconsulenza via Skype.La consulenza verrà effettuata da un team di chirurghi con esperienza dedicata alla patologia colorettale che operano in tutte le regioni d’Italia, al fine di poter dare riscontro al paziente entro 72 ore dalla ricezione della richiesta.Il servizio è rivolto a tutti quei pazienti che, dopo aver ricevuto una nuova diagnosi endoscopica di tumore del colon retto (mediante colonscopia), devono completare l’iter diagnostico mediante specifici accertamenti ambulatoriali (esami del sangue, esami radiologici, consulenza). Anche i pazienti che hanno concluso il percorso diagnostico e hanno bisogno di una rivalutazione del quadro clinico e di informazioni sull’iter terapeutico da intraprendere possono usufruire della consulenza gratuita a distanza.Il servizio è stato reso il più semplice e intuitivo possibile per venire incontro ai reali bisogni dei pazienti che possono apparire disorientati in un momento di grave crisi sanitaria, come quello che stiamo vivendo per il dilagare del COVID-19. Al paziente, infatti, basterà entrare sul sito di EuropaColon Italia e compilare il modulo con le proprie informazioni cliniche, rispondere a un breve quesito, allegare eventuali referti. Una volta inseriti i contatti, il modulo verrà inviato a un chirurgo della regione di riferimento che entrerà in contatto con il paziente rispondendo alle domande e fornendo le indicazioni più adeguate e corrette di comportamento.EuropaColon Italia Onlus è un’associazione di medici e pazienti nata a settembre 2018 con lo scopo di supportare malati con diagnosi di tumore colorettale e promuovere la prevenzione di detta neoplasia il cui mese di sensibilizzazione ricade ogni anno nel mese di marzo. L’associazione è l’affiliata nazionale di DICE (Digestive Cancer Europe), presente a livello Europeo da circa 15 anni.

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Lazio: Tumore del seno

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 febbraio 2020

Calano nella Regione Lazio il numero di nuovi casi l’anno di tumore del seno. Nel 2019 sono stati in totale 4.600, erano 4.850 quelli registrati l’anno precedente. Una riduzione che segna una tendenza diversa, rispetto a quella nazionale, dove la neoplasia risulta in aumento. Ed è anche la più frequente tra la popolazione femminile: 53mila casi a livello nazionale. Il dato viene presentato in occasione del convegno regionale From Texas To Rome– The DayAfter San Antonio organizzato dalla sezione Regione Lazio dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM). L’evento si svolge oggi presso l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma e vede la partecipazione di specialisti da tutta la Regione per fare il punto sul carcinoma mammario. “In un anno abbiamo avuto 250 casi in meno – afferma la dott.ssa Alessandra Fabi, Segretario Regionale AIOM -. Ciò è dovuto a una maggiore attenzione nelle nostre latitudini ad alcuni stili di vita, come l’interesse all’esercizio fisico o la più accurata scelta di una dieta. Non bisogna poi sottovalutare la maggiore conoscenza del rischio familiare da parte delle donne che induce ad effettuare test diagnostici con eventuale scelta di una profilassi chirurgica in caso di mutazione del BRCA che annulla l’insorgenza del cancro della mammella”. “La neoplasia potrebbe inoltre essere stata sotto diagnosticata a causa della scarsa partecipazione ai programmi di screening – afferma il dott. Domenico Corsi, coordinatore regionale AIOM Lazio -. Si calcola che solo il 36% delle donne si sottoponga regolarmente alla mammografia e infatti la malattia, solo lo scorso anno, ha determinato in Lazio oltre 1.100 decessi. Serve quindi un maggiore sforzo, da parte di noi specialisti e delle istituzioni, per promuovere maggiormente questi esami”. Al convegno di Roma sono presentate anche le ultime novità terapeutiche per il trattamento della patologia oncologica. “La ricerca sta procedendo nella messa a punto di cure meno invasive e più personalizzate – prosegue la dott.ssa Fabi -. I nuovi farmaci sono più efficaci rispetto anche al più recente passato e ci permettono di intervenire chirurgicamente su tumori di dimensioni ridotte. Nei prossimi anni gli sforzi dei ricercatori proseguiranno nell’individuazione di nuovi bersagli terapeutici. L’immunoterapia, per esempio, potrebbe diventare una valida arma anche nel carcinoma della mammella come lo è già per il melanoma o i tumori polmonari. Oltre l’80% delle pazienti oggi è vivo a cinque anni dalla diagnosi. Raggiungiamo anche il 90% se riusciamo ad intervenire precocemente. Sono ottime percentuali che tuttavia possono essere ancora migliorate soprattutto per quanto riguarda i casi più gravi della malattia”.

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Tumore della prostata: parere positivo del CHMP per darolutamide

Posted by fidest press agency su domenica, 9 febbraio 2020

Il Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea del Farmaco ha raccomandato darolutamide, antiandrogeno non steroideo (ARi), per l’autorizzazione alla commercializzazione nell’Unione Europea (EU). Il farmaco, sviluppato da Bayer in collaborazione con Orion Corporation, un’azienda farmaceutica finlandese che opera su scala mondiale, è raccomandato per il trattamento degli uomini con tumore della prostata non metastatico resistente alla castrazione (nmCRPC), che sono a rischio di sviluppare malattia metastatica. La decisione finale della Commissione Europea per l’autorizzazione alla commercializzazione è attesa nei prossimi mesi. L’antiandrogeno (ARi) ha già ottenuto l’approvazione negli Stati Uniti, Brasile e Giappone e sono in corso ulteriori richieste in altri Paesi. Bayer è responsabile della commercializzazione a livello globale, in cooperazione con Orion Corporation in alcuni mercati europei, come Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito, Scandinavia e Finlandia.Il parere del CHMP si basa sui risultati dello studio di Fase III ARAMIS, che ha valutato darolutamide in associazione con terapia di deprivazione androgenica (ADT) rispetto a placebo associato ad ADT, e che ha dimostrato un miglioramento statisticamente significativo della sopravvivenza libera da metastasi (MFS), endpoint primario di efficacia di darolutamide in associazione con ADT, con una mediana di 40,4 mesi rispetto ai 18,4 mesi di placebo in associazione con ADT (p<0.0001), e un profilo di sicurezza favorevole.“E’ fondamentale che i pazienti con nmCRPC, stadio di malattia in genere asintomatico, abbiano a disposizione opzioni di trattamento che ritardino le metastasi, limitando però gli effetti collaterali della terapia”, afferma Dr. Scott Z. Fields, Senior Vice President and Head of Oncology Development. “Il parere positivo del CHMP per darolutamide segna un passo avanti significativo, perché fornisce una nuova opzione di trattamento per prolungare la sopravvivenza libera da metastasi nel tumore della prostata non metastatico resistente alla castrazione e ridurre l’impatto dei possibili effetti collaterali, in risposta a un bisogno clinico non soddisfatto.”
Il carcinoma della prostata non metastatico (confinato alla prostata), trattato con terapia di deprivazione androgenica (ADT) ma che continua a presentare una progressione biochimica anche quando il testosterone viene ridotto a livelli molto bassi, è conosciuto come nmCRPC. Sulla base dei dati di incidenza del tumore della prostata nel 2018, si stima che in Europa più di 67.000 uomini ricevano una diagnosi di CRPC. Circa un terzo degli uomini con nmCRPC sviluppa metastasi entro due anni.Nello studio ARAMIS, la sopravvivenza globale (OS) e il tempo alla progressione del dolore erano endpoint di efficacia secondari. Al momento dell’analisi finale di sopravvivenza libera da metastasi, è stato osservato un trend positivo nella sopravvivenza globale (OS); i dati di OS non erano ancora maturi.Oltre ai risultati di MFS, è stato osservato un ritardo del tempo alla progressione del dolore rispetto a placebo in associazione a terapia di deprivazione androgenica (ADT).Gli altri endpoint secondari, il tempo alla chemioterapia citotossica e il tempo al primo evento scheletrico sintomatico (SSE) hanno mostrato un beneficio a favore di darolutamide al momento dell’analisi finale di MFS.Gli eventi avversi più frequenti nel braccio con darolutamide in associazione con ADT, che si sono verificati con un incremento assoluto della frequenza di =2% rispetto a placebo e ADT, sono stati fatigue/astenia (16% vs. 11%), dolore alle estremità (6% vs. 3%) e rash (3% vs. 1%). L’interruzione dovuta ad eventi avversi è stata osservata nel 9% dei pazienti in entrambi i bracci dello studio.

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Tumore alla prostata, arriva una nuova “arma chimica”

Posted by fidest press agency su sabato, 11 gennaio 2020

Il carcinoma della prostata è uno dei tumori più comuni tra gli uomini. Il rischio è direttamente correlato all’età e tende a manifestarsi in maniera percentualmente apprezzabile verso i 50 anni.Numerose sono le scelte terapeutiche dopo la diagnosi, e in alcuni casi bisogna procedere a terapie mediche individuate con il poco piacevole termine di castrazione chimica, azzerando cioè i livelli di testosterone.
Talvolta però la patologia tende a sganciarsi dal nostro controllo.ARAMIS, uno studio internazionale di Fase III ha dimostrato di recente il ruolo benefico della darolutamide, un nuovo anti-androgeno che è stato trovato per prolungare la sopravvivenza libera da metastasi negli uomini con carcinoma prostatico resistente alla castrazione chimica. “La darolutamide è un nuovo antagonista del recettore degli androgeni non steroideo che ha proprietà strutturalmente distinte uniche con bassa penetrazione della barriera emato-encefalica. La darolutamide ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza libera da metastasi di 22 mesi rispetto al placebo (40,4 mesi contro 18,4 mesi), riducendo il rischio di metastasi o morte del 59%”, spiega il Dr Andrea Militello, urologo che opera a Roma e Milano.”La darolutamide ha anche mostrato un miglioramento degli obiettivi secondari tra cui la sopravvivenza libera da progressione, il tempo prolungato alla progressione del PSA, la risposta al PSA e il tempo di iniziare una terapia antineoplastica aggiuntiva, il tempo di progressione del dolore e il tempo di chemioterapia citotossica” continua l’urologo di Roma. La darolutamide è stata attualmente presentata come proposta di farmaco alla Food and Drug Administration (US FDA) degli Stati Uniti per l’uso in contesti di carcinoma prostatico resistente alla castrazione.Siamo quindi di fronte a una importante svolta nel trattamento medico del tumore più frequente nell’uomo.La prevenzione rimane comunque la migliore arma che abbiamo a disposizione. http://www.urologia-andrologia.net

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Tumore del polmone non a piccole cellule avanzato

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 gennaio 2020

AstraZeneca ha annunciato che da oggi in Italia è finalmente rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale anche in prima linea osimertinib, inibitore della tirosin chinasi (TKI) di terza generazione per il trattamento del tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) localmente avanzato o metastatico con mutazioni del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFRm). Osimertinib è una molecola in grado di agire sia a livello delle mutazioni sensibilizzanti di EGFR sia a livello della mutazione di resistenza T790M, dimostrando inoltre una importante attività clinica a livello delle metastasi a carico del sistema nervoso centrale.La molecola, già disponibile in Italia per il trattamento in seconda linea dei pazienti con NSCLC EGFRm, aveva già ricevuto l’approvazione in oltre 70 paesi, tra cui Stati Uniti, Giappone e UE, per il trattamento di prima linea.
Osimertinib è attualmente in fase di studio come terapia nel setting adiuvante (studio ADAURA), nel setting della malattia localmente avanzata non resecabile (LAURA) e in combinazione con la chemioterapia (FLAURA2) e con altri potenziali nuovi farmaci (SAVANNAH, ORCHARD).Il Prof. Filippo de Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano ha commentato: “La rimborsabilità di osimertinb per il trattamento di prima linea del tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di EGFR è il frutto dei risultati dello studio FLAURA nel quale, per la prima volta, una terapia ha dimostrato un vantaggio così importante in termini di sopravvivenza globale e sopravvivenza libera da progressione. Questo riconoscimento conferma il posizionamento di osimertinib come nuovo standard di trattamento in questo setting”.La Prof.ssa Silvia Novello, Ordinario di Oncologia Medica al Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e Presidente di WALCE, ha aggiunto: “Un importante traguardo per i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di EGFR, che potranno dunque accedere a questo trattamento subito dopo la diagnosi con benefici in termini di sopravvivenza ma anche di sicurezza e tollerabilità, elementi importantissimi per la qualità di vita dei pazienti”.

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Università di Parma: Terapia del tumore del polmone

Posted by fidest press agency su sabato, 21 dicembre 2019

Parma Il gruppo di ricerca guidato da Nicola Sverzellati, docente di Diagnostica per immagini al Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma, ha vinto un importante bando dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro – AIRC. Approccio Radio-Immuno-Genomico nell’identificazione di modelli prognostici e predittivi della risposta all’immunoterapia nel tumore del polmone non a piccole cellule il titolo del progetto, che ha ottenuto un finanziamento di 1 milione e 119mila euro.Lo studio trae origine da una continua e solida collaborazione multidisciplinare tra il gruppo del prof Sverzellati (Principal investigator, Scienze radiologiche), l’Oncologia Medica (referente Marcello Tiseo), l’Ematologia (referente Giovanni Roti), la Chirurgia toracica (referente Luca Ampollini), e l’Anatomia patologica (referente Letizia Gnetti), in una piena sinergia tra Ateneo e Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. L’esperienza di Federico Quaini, già docente del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma, è stata fondamentale per la sua realizzazione. La ricerca coinvolgerà diverse figure professionali, con particolare attenzione a giovani ricercatori, che in parte hanno contributo alla progettazione dello studio (Gianluca Milanese, dottorando in Scienze Mediche e Chirurgiche Traslazionali, Giulia Mazzaschi, specializzanda in Oncologia Medica e Roberta Minari, biologa molecolare presso Oncologia Medica).Il progetto si articola nell’ambito della patologia oncologica toracica ed è finalizzato al miglioramento delle conoscenze nel campo dell’immunoterapia del tumore del polmone. Prevede l’utilizzo combinato di strumenti tecnologicamente avanzati, che includono sistemi di intelligenza artificiale, per l’integrazione di multipli (migliaia) parametri potenzialmente utili per prevedere sopravvivenza e risposta alla terapia in pazienti affetti da tumore del polmone.
Gli specialisti coinvolti, ciascuno per il proprio settore di competenza, studieranno un approccio integrato Radio-Immuno-Genomico per individuare specifiche caratteristiche dei pazienti e per predire la risposta alla terapia in maniera personalizzata, basandosi sull’analisi di dati radiologici estratti dalle immagini TAC ed immuno-genetici ottenuti da campioni di tessuto e di sangue.I risultati dello studio potrebbero avere una fondamentale ricaduta clinica per tutti i pazienti affetti da tumore del polmone, ed aprire nuovi orizzonti di ricerca anche per altre malattie oncologiche.

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Ogni anno, in Italia, 34mila pazienti ricevono la diagnosi di tumore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 dicembre 2019

Si tratta di una diagnosi in fase avanzata, quando le possibilità di sopravvivenza sono ridotte. È quindi essenziale mettere in atto strategie per anticipare la diagnosi, in stadi in cui la malattia può essere affrontata con successo con l’intervento chirurgico. Per questo, l’Italia è in prima linea, all’interno di un programma europeo, per reclutare nei prossimi due anni 10.000 forti fumatori (di età pari o superiore a 55 anni, con una storia di fumo di almeno 30 pacchetti all’anno), da inserire in uno studio randomizzato di 24.000 persone, che avrà lo scopo di definire le metodiche ottimali per lo screening polmonare, associando le tecniche più avanzate di TAC spirale a basso dosaggio (low-dose CT scan – LDCT) con i livelli di biomarcatori (attraverso un prelievo di sangue). I medici di famiglia offriranno un contributo decisivo al progetto nell’arruolamento dei partecipanti, grazie al rapporto diretto e costante con i propri pazienti. L’annuncio viene dal 36° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), che si chiude oggi a Firenze.
“Solo nel 15% dei pazienti il tumore viene diagnosticato quando è ancora localizzato nel polmone – afferma Claudio Cricelli, presidente SIMG -. L’iniziativa rientra in un progetto di finanziamento multicentrico europeo che include 6 Paesi (Italia, Olanda, Germania, Inghilterra, Francia, Spagna), nell’ambito del programma Horizon 2020, e offre all’Italia l’opportunità di avviare in modo graduale e controllato lo screening polmonare, attraverso una rete di centri di riferimento che forniscano un’adeguata copertura del territorio e, al contempo, un livello di qualità adeguato agli standard attualmente raggiunti nello screening di altri tumori (mammella, cervice uterina, colon-retto)”. Saranno reclutati nel programma forti fumatori (almeno 30 pacchetti/anno) attivi o ex fumatori da meno di un decennio, di età compresa tra i 55 e i 75 anni.
Diversi studi, condotti negli Stati Uniti, in Europa e in Italia, hanno dimostrato che lo screening con TAC spirale a basse dosi nei forti fumatori può determinare una riduzione della mortalità per cancro polmonare compresa tra il 20% e il 39%. “Si tratta di un risultato nettamente superiore a quello ottenibile con lo screening mammografico, che è garantito dal Servizio Sanitario Nazionale a tutte le donne fra i 50 e i 69 anni – sottolinea il prof. Pastorino -. Non solo. La lettura della TAC spirale toracica oggi avviene in maniera quasi completamente automatizzata mediante CAD (computer aided detection), per cui al radiologo compete solo una valutazione dei casi critici. Nella mammografia, invece, la lettura degli esami è ancora manuale. Lo screening del tumore del polmone, quindi, implica da un lato costi, impegno del personale e tempi inferiori, dall’altro un impatto sulla riduzione della mortalità più rilevante”.
La reticenza, anche da parte di molti medici, nei confronti dello screening polmonare è dovuta all’elevata mortalità dei forti fumatori per altre malattie, soprattutto cardiovascolari o respiratorie (in particolare, broncopneumopatia cronica ostruttiva). “Oggi con la TAC spirale, un esame che dura pochi secondi, possiamo fotografare anche il rischio globale per altre patologie, quantificando ad esempio il danno coronarico con grande precisione – afferma il dott. Cricelli -. Il rischio di infarto è elevato in presenza di calcificazioni coronariche. Il numero di vite salvate può diventare davvero rilevante con la diffusione dello screening polmonare su vasta scala”.
“Grazie alla Rete, vogliamo avviare un sistema controllato, che non implichi ulteriori esborsi a carico del servizio sanitario nazionale, già messo a dura prova dall’impatto della cura dei tumori – spiega il prof. Pastorino -. I 10 centri coinvolti condividono le stesse regole nell’esecuzione dello screening e presentano un alto livello di esperienza nella radiologia, chirurgia, oncologia e in tutti i servizi per la cura della patologia polmonare. Hanno quindi strumenti e personale pronti per avviare il progetto in tempi brevi, senza dover investire ulteriori risorse, ad esempio, nella formazione o nell’acquisto di apparecchiature”. “Una delle sfide è rappresentata dalla diagnostica dei noduli indeterminati – continua il prof. Pastorino -. Solo l’1% di queste lesioni si rivela effettivamente un tumore del polmone dopo l’analisi di base. È fondamentale aumentare questa percentuale. Per questo, nell’ambito del progetto europeo, è prevista una doppia lettura del risultato della TAC da parte di un radiologo locale e di un radiologo con esperienza decennale. In questo modo il numero dei falsi positivi si riduce, con conseguente minore stress per le persone che si sottopongono allo screening”.
Nello studio europeo, che includerà in totale 24mila forti fumatori e sarà avviato nella primavera del 2020, le persone che presentano una TAC negativa saranno divise in due gruppi: il 50% ripeterà il test dopo un anno e l’altra metà dopo 24 mesi. “Vogliamo dimostrare che chi presenta un rischio più basso può eseguire lo screening con cadenza biennale – continua il prof. Pastorino -. Obiettivo dello studio è anche definire il profilo di rischio nei fumatori che presentano una TAC positiva o sospetta, utilizzando i biomarcatori. Il test molecolare individua nel sangue determinati microRNA, piccole molecole che regolano la produzione delle proteine e ne controllano i meccanismi di crescita. Questo esame è in grado di differenziare i diversi profili di rischio, consentendo di attivare programmi di intensità di screening personalizzati”.
“Dopo l’avvio della prima fase del progetto, lo screening per il tumore polmonare sarà abbinato anche a programmi per la cessazione tabagica – conclude il dott. Cricelli -. Il fumo di sigaretta, infatti, è responsabile dell’85-90% delle neoplasie polmonari, per cui la prevenzione primaria, intesa come programma strutturato di supporto per la cessazione tabagica, rappresenta ancora il modo più efficace per contrastare l’incidenza di questa patologia e ridurre in maniera significativa la mortalità”.

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Tumore testa-collo

Posted by fidest press agency su martedì, 26 novembre 2019

KENILWORTH, N.J. La Commissione europea ha approvato pembrolizumab, terapia anti-PD-1 di MSD, in monoterapia o in combinazione con la chemioterapia contenente platino e 5-fluorouracile (5-FU) per il trattamento in prima linea di pazienti con carcinoma a cellule squamose della testa e del collo (HNSCC) metastatico o recidivato inoperabile, i cui tumori esprimono PD-L1 secondo CPS [Combined Positive Score] ≥ 1. Questa approvazione si basa sui risultati dello studio di fase 3 KEYNOTE-048, in cui pembrolizumab ha dimostrato un aumento statisticamente significativo della sopravvivenza globale (OS), rispetto al trattamento standard (cetuximab associato a carboplatino o cisplatino e 5-FU), sia in monoterapia (HR = 0,74; IC 95%: 0,61 – 0,90; p = 0,00133), che in combinazione con la chemioterapia (HR = 0,65; IC 95%: 0,53 – 0,80; p = 0,00002), in pazienti i cui tumori esprimono PD-L1 (CPS ≥ 1).
“L’approvazione anche in Europa di pembrolizumab in questo particolare gruppo di pazienti con tumore della testa e del collo rappresenta un significativo passo in avanti dopo oltre 10 anni di mancanza di novità importanti – dichiara il Dott. Marco Benasso, Direttore della struttura complessa di oncologia della ASL2 Savonese -. Sarà ora compito di noi clinici individuare quei pazienti che maggiormente possono beneficiare della monoterapia e quali della terapia di combinazione con la chemioterapia, in una patologia molto complessa per la quale le decisioni terapeutiche richiedono particolare esperienza”. Questa approvazione permette la commercializzazione di pembrolizumab in monoterapia e in combinazione in tutti i 28 Stati membri dell’Unione Europea, inclusi Islanda, Lichtenstein e Norvegia.
Il tumore testa-collo comprende numerose forme tumorali che si sviluppano all’interno o attorno a gola, laringe, naso, seni nasali e bocca. La maggior parte dei tumori testa-collo sono carcinomi a cellule squamose che originano nelle cellule piatte e squamose che costituiscono lo strato sottile superficiale delle strutture della testa e del collo. I due principali fattori che fortemente aumentano il rischio di sviluppare questi tumori includono il consumo di tabacco e di alcol. A livello mondiale, si stima che, nel 2018, siano stati diagnosticati più di 705.000 nuovi casi di tumori testa-collo e che più di 358.000 persone siano morte a causa di questa malattia. In Europa, si stima che le nuove diagnosi di tumore testa-collo siano state più di 146.000 e circa 66.000 i decessi nel 2018.

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Diagnosi di tumore del seno

Posted by fidest press agency su martedì, 19 novembre 2019

Sono 5.300 nel 2019, in Italia, le nuove diagnosi di tumore del seno già in fase metastatica: rappresentano circa il 10% del totale. Alle nuove strategie nella cura della malattia è dedicata la sesta edizione dell’International Meeting on New Drugs and New Insights in Breast Cancer, in corso all’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma con la partecipazione di più di 200 esperti da tutto il mondo. “In Italia vivono circa 815mila donne dopo la diagnosi della malattia – afferma il prof. Francesco Cognetti, Direttore Oncologia Medica del Regina Elena e presidente del Congresso -. Oggi abbiamo molte armi a disposizione, dalla chemioterapia all’ormonoterapia alle terapie target fino all’immunoterapia. Tutte le pazienti devono essere trattate nelle Breast Unit, cioè in Centri di Senologia, dove è più alta l’adesione alle linee guida, migliore l’esperienza degli specialisti ed è garantita l’adozione di un approccio multidisciplinare. A livello europeo, è stabilito che possano definirsi Breast Unit solo le strutture che trattano almeno 150 nuovi casi ogni anno. La multidisciplinarietà ne è l’elemento fondante. La formazione di un team coordinato favorisce il raggiungimento di un alto livello di specializzazione delle cure, dallo screening fino alla riabilitazione, ottimizzando qualità e tempistica delle prestazioni, con l’obiettivo principale di prolungare e migliorare la vita delle pazienti”.
È dimostrato che, nelle strutture ad alto volume, la sopravvivenza a 5 anni raggiunge l’83,9% (rispetto al 78,8% nei centri che trattano fra i 50 e i 99 casi ogni anno e al 74,9% con meno di 50). “Il lavoro efficiente di un gruppo multidisciplinare produce appropriatezza, coerenza e continuità dei percorsi diagnostico-terapeutici – continua il prof. Cognetti -, traducendosi in un miglioramento dell’utilizzo delle risorse umane ed economiche, indispensabile per sostenere i costi crescenti della malattia”. Il “peso” economico del tumore della mammella, in Italia, raggiunge i 540 milioni di euro ogni anno (considerando ospedalizzazioni e assistenza previdenziale). Circa la metà (52%) è rappresentato dai costi ospedalieri, oltre il 41% dalle uscite previdenziali legate alla disabilità parziale al lavoro ed il restante 7% da una disabilità lavorativa completa.
“La chemioterapia resta un’arma fondamentale nella lotta contro la malattia – sottolinea la dott.ssa Alessandra Fabi, Oncologia Medica Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma -. Se la malattia è in stadio iniziale, la strategia terapeutica può prevedere una combinazione di chirurgia, terapia farmacologica (chemioterapia, ormonoterapia, trattamento con anticorpi monoclonali) e radioterapia. In particolare, la chemioterapia ha lo scopo di ridurre il rischio di ripresa della malattia a livello locale e generale. Convenzionalmente si utilizzano regimi di associazione contenenti antracicline e taxani prolungati per circa 6 mesi. È importante che, se somministrata dopo la chirurgia, la chemioterapia venga iniziata non appena la paziente abbia completato il decorso operatorio e, comunque, entro 90 giorni dall’intervento: specialmente nei tumori più aggressivi, definiti triplo negativi, l’intervallo tra chirurgia e avvio della chemioterapia è correlato alla prognosi, con una significativa minore efficacia con un intervallo superiore a tre mesi”.
Vi sono diversi sottotipi della neoplasia, definiti in relazione alle alterazioni molecolari. “Questo ci consente di scegliere in maniera altamente selettiva il trattamento in relazione alle caratteristiche di ogni sottogruppo – afferma il prof. Maurizio Scaltriti, Direttore Associato del Center for Molecular-Based Therapies al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York -. In alcuni tipi di tumore della mammella (15-20% del totale) una proteina, HER2, è presente in quantità eccessiva, causando così una crescita rapida e incontrollata delle cellule malate. Dal punto di vista biologico, è una delle forme più aggressive e, in passato, non essendoci armi disponibili, queste pazienti presentavano la prognosi peggiore. Oggi invece, grazie a terapie mirate che bloccano il recettore HER2 e che sono utilizzate sia nelle forme iniziali non metastatiche che in quelle metastatiche, è cambiato radicalmente il decorso clinico”. Inoltre, come evidenziato in una recente pubblicazione a firma del prof. Scaltriti, una percentuale rilevante di tumori alla mammella positiva per i recettori ormonali e HER2 negativa (HR+/HER2-), un sottotipo che include circa il 65% di tutti i casi metastatici, presenta due mutazioni distinte del gene PIK3CA. Questa alterazione genetica rende questi tumori spiccatamente sensibili agli inibitori di PI3K, recentemente entrati nello scenario clinico.
Altri passi avanti sono stati fatti proprio per queste pazienti HR+/HER2- in postmenopausa con la patologia metastatica. “È dimostrato che la combinazione di ormonoterapia e delle nuove terapie a bersaglio molecolare (inibitori di CDK4/6) è migliore rispetto alla sola ormonoterapia standard: la sopravvivenza libera da progressione è raddoppiata – continua il prof. Cognetti -. Non solo. Nessun regime di chemioterapia si è dimostrato più efficace rispetto alla combinazione. In queste pazienti, la pratica clinica si sta progressivamente allontanando dall’impiego della chemioterapia per adottare la combinazione, in prima linea, di diverse molecole a bersaglio molecolare con la terapia endocrina”.
“È importante stimolare interazioni tra gli scienziati provenienti da diversi Paesi e fornire loro i mezzi necessari per svolgere attività di ricerca – conclude il prof. William J. Gradishar, Direttore del Dipartimento di Ematologia e Oncologia del Medicine Robert Lurie Comprehensive Cancer Center della Northwestern University di Chicago -. Oggi abbiamo a disposizione molte armi per combattere questo big killer: prevenzione, diagnosi precoce, chirurgia conservativa, chemioterapie combinate, terapie ormonali e farmaci biologici che permettono di assicurare la guarigione alla maggioranza delle donne colpite. I risultati presentati al convegno confermano come la strategia vincente sia quella di tarare la terapia sulle caratteristiche specifiche delle pazienti”.

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Italia: tumore del rene

Posted by fidest press agency su sabato, 19 ottobre 2019

Nel 2019 in Italia il numero di casi attesi di tumore del rene è in totale 12.600. Il 71% di questi pazienti risulta vivo a cinque anni dalla diagnosi e può essere considerato guarito. Un risultato importante e di 10 punti percentuali sopra la media registrata nell’intero Continente Europeo (61%). Merito delle nuove terapie, sempre più precise e mirate, mentre risultano ancora poche le diagnosi precoci. È quanto sottolineano gli specialisti della SIUrO (Società Italiana di Urologia Oncologica) in un media tutorial organizzato oggi a Milano. “Anche se in calo, nell’ultimo anno, il carcinoma renale interessa in totale circa 130mila italiani – afferma il dott. Giario Conti, Segretario Nazionale SIUrO -. È una neoplasia subdola e insidiosa perché spesso rimane clinicamente silente per la maggior parte del suo corso. I sintomi più evidenti, come dolore o presenza di sangue nelle urine, si manifestano solo quando la malattia è già in uno stadio avanzato. Se diagnosticata in fase precoce ben la metà dei pazienti ha buone possibilità di guarigione”. “Nei casi di malattia avanzata o metastatica il tasso di sopravvivenza a 5 anni è del 12% ma in graduale aumento grazie all’avvento di terapie più innovative – aggiunge il dott. Giuseppe Procopio, Responsabile Oncologia Medica Genitourinaria dell’Istituto Tumori Milano -. Da pochi giorni gli oltre 4.400 uomini e donne italiani, colpiti da queste forme della neoplasia, hanno a disposizione, come trattamento di prima linea, Cabozantinib. Si tratta di un farmaco orale inibitore antiangiogenetico che può bloccare la proliferazione cellulare attraverso l’inibizione della formazione di nuovi vasi sanguigni necessari al tumore per nutrirsi. Il farmaco è disponibile sia per il carcinoma renale avanzato in adulti naïve al trattamento a rischio ‘intermediate’ o ‘poor’ che per pazienti adulti precedentemente trattati con terapia contro il fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF). Studi di fase II e III hanno inoltre evidenziato come la molecola sia capace di ridurre le metastasi ossee e cerebrali che sono tipiche della patologia uro-oncologica. Si aprono quindi interessanti prospettive che dovranno essere monitorate e quantificate da nuove indagini scientifiche”.
“La ricerca medico-scientifica ha messo a punto strumenti terapeutici estremamente efficaci – sottolinea il dott. Renzo Colombo, Vice Presidente SIUrO -. Le terapie a bersaglio molecolare hanno rivoluzionato la lotta ad una neoplasia nella quale la chemioterapia si è storicamente dimostrata poco utile. Rispetto ai decenni precedenti la qualità di vita dei pazienti è quindi notevolmente migliorata. Tuttavia possono insorgere alcuni effetti collaterali ed è quindi necessario instaurare un adeguato dialogo tra medico, malato e caregiver. Sempre più importante è anche il ruolo degli stili di vita durante e dopo le cure. Come dimostrano numerosi studi, una sana alimentazione e un’attività fisica giornaliera, adattata alle singole possibilità, rappresentano un prezioso aiuto e vanno quindi raccomandate. Possono migliorare la risposta dell’organismo ai trattamenti oncologici”. “Nonostante questi grandi successi, ad oggi non esiste una forma di prevenzione specifica della patologia – aggiunge il dott. Conti -. Possiamo tuttavia eliminare o ridurre alcuni fattori di rischio che la favoriscono. Si calcola che in totale oltre un terzo dei casi di tumore renale può essere collegato al fumo di sigaretta. Il 30% è invece attribuibile al sovrappeso o all’obesità. Esistono inoltre delle persone che devono essere considerate “sorvegliati speciali”. I pazienti affetti da malattia renale policistica, sottoposti a dialisi per lungo tempo, presentano un rischio fino a 30 volte maggiore di sviluppare la neoplasia”. “I parenti di primo grado di malati con carcinoma renale possono sviluppare una probabilità quattro volte maggiore di essere colpiti dallo stesso tumore rispetto alla popolazione generale – conclude il dott. Procopio -. Particolarmente esposti al rischio sono anche i lavoratori costretti ad un’esposizione prolungata ai derivati del petrolio, torotrast o zinco. Infine non va sottovalutata l’ipertensione, una delle patologie croniche più diffuse e che interessa oltre 15 milioni d’italiani. Aumenta del 60% le probabilità d’insorgenza della malattia uro-oncologica”.

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Tumore al polmone: scoperto un nuovo possibile marcatore prognostico

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 ottobre 2019

In uno studio diretto e coordinato dall’Università degli Studi di Brescia e da Humanitas, alcuni ricercatori hanno scoperto il ruolo fondamentale della proteina CCRL2 nell’attivazione di una risposta immunitaria protettiva contro i tumori polmonari. I risultati dello studio, sostenuto da Fondazione AIRC, sono stati pubblicati su Cancer Immunology Research, la prestigiosa rivista dell’American Association for Cancer Research (AACR) che allo studio dedicherà la copertina di novembre.
La proteina CCRL2 è presente sulla superficie di svariati tipi di cellule: alcune appartengono al sistema immunitario, altre sono cellule “di barriera” come quelle endoteliali ed epiteliali. In particolare nel polmone, CCRL2 è espresso dall’endotelio vascolare, dove àncora sulla superficie un fattore chemotattico essenziale per il richiamo delle cellule Natural Killer, in grado uccidere le cellule tumorali.“Nel corso del nostro studio abbiamo analizzato informazioni provenienti da banche dati del National Institute of Health di campioni ottenuti da pazienti affetti da adenocarcinoma polmonare e utilizzato cellule e modelli sperimentali con cui simulare aspetti della malattia. Questo ci ha permesso di identificare le cellule Natural Killer come sentinelle essenziali nei confronti dei tumori polmonari e di associare i livelli di espressione di CCRL2 con l’aggressività della crescita tumorale. In particolare abbiamo potuto evidenziare che nei tessuti tumorali il cancro tende a inattivare la trascrizione di questo gene, con il risultato di ostacolare le risposte immunitarie dell’ospite dirette a contrastare la crescita tumorale – spiega Silvano Sozzani, docente dell’Università degli Studi di Brescia, e principale autore dell’articolo. Lo studio è stato condotto insieme a Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e docente di Humanitas University. “I risultati che abbiamo raggiunto dimostrano che questa proteina riveste un ruolo cruciale nel modellare una risposta immunitaria contro il tumore polmonare. Per questa funzione, CCRL2 si candida a essere un nuovo marcatore prognostico del tumore”.
Questi studi sostengono l’ipotesi che CCRL2 abbia un ruolo importante nelle risposte immunitarie protettive antitumorali e aprono la strada a future ricerche che mirino a comprendere se CCRL2 possa rappresentare un nuovo marcatore prognostico tumorale.Titolo dell’articolo pubblicato: ‘The atypical receptor CCRL2 is essential for lung cancer immune surveillance’DOI: 10.1158/2326-6066.CIR-19-0168

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Tumore del polmone: La chemioterapia a basse dosi controlla la malattia

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 ottobre 2019

A parità di efficacia, garantisce ai pazienti colpiti da tumore del polmone una migliore qualità di vita grazie a un’ottima tollerabilità. È la chemioterapia metronomica, una strategia che prevede somministrazioni di farmaci orali a basso dosaggio, giornaliere o a cadenza settimanale, senza intervalli. Al congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO, European Society for Medical Oncology) in corso a Barcellona, questo approccio ha dimostrato un’efficacia (in termini di sopravvivenza e di controllo della malattia) paragonabile alla chemioterapia standard, riducendo nettamente gli effetti collaterali. In uno studio randomizzato di fase II (TEMPO Lung) sono stati coinvolti a livello europeo 165 pazienti colpiti da tumore del polmone non a piccole cellule, mai trattati prima (e non candidabili a chemioterapia a base di platino). La ricerca ha visto l’Italia in primo piano, con 69 pazienti arruolati. A 83 pazienti la chemioterapia (vinorelbine) è stata somministrata in prima linea secondo il dosaggio standard (60-80 mg/m², una volta a settimana) e 82 sono stati trattati con lo schema metronomico (vinorelbine orale metronomica), dose fissa e frequente (50 mg, 3 volte a settimana). “Nel 2019, in Italia, sono stimati 42.500 nuovi casi di carcinoma del polmone, il terzo più frequente dopo quelli della mammella e del colon-retto – spiega il prof. Filippo de Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano -. La chemioterapia metronomica ha raddoppiato l’obiettivo primario dello studio, cioè la sopravvivenza libera da progressione senza tossicità di grado 4, pari a 4 mesi rispetto a 2,2 dello schema standard. La chemioterapia metronomica presenta un’elevata tollerabilità e può essere utilizzata per lunghi periodi di tempo. Inoltre, grazie all’impiego di formulazioni orali, il paziente segue la terapia al proprio domicilio e si reca in ospedale solo per controllare gli esami del sangue e ritirare le nuove compresse. Si tratta di un grande vantaggio per i malati, le famiglie e i caregiver, con risparmi per il sistema perché si riducono gli accessi in ospedale”.
Gli altri parametri di attività ed efficacia considerati nello studio erano sovrapponibili: la sopravvivenza libera da progressione mediana (senza considerare anche la tossicità) è risultata di 4,3 mesi nel braccio sperimentale rispetto a 3,9 mesi della chemioterapia standard. E la sopravvivenza globale era, rispettivamente, di 7,1 e 7,6 mesi. Molto importante anche il controllo della malattia, che indica la possibilità di arrestare la crescita del tumore, raggiunto nel 63,9% dei pazienti trattati con la metronomica rispetto al 63,4% con chemioterapia tradizionale. I parametri di sicurezza confermano la migliore tollerabilità della metronomica: gli eventi avversi correlati al trattamento erano pari al 61,4% nel braccio sperimentale rispetto all’84% con chemioterapia standard. Ancor più netta la differenza negli eventi avversi ematologici, in particolare la neutropenia severa che con la metronomica si riduce dal 52% all’11%. “L’esposizione costante della neoplasia ai farmaci chemioterapici non determina solo una tossicità diretta sulle cellule tumorali, ma anche un effetto sul loro microambiente – conclude il prof. De Marinis -, perché inibisce l’angiogenesi neoplastica, in altre parole il meccanismo di formazione di nuovi vasi sanguigni, responsabile della crescita tumorale e delle metastasi”.

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Tumore: cresce la spesa per i farmaci

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 ottobre 2019

Barcellona. La spesa per i farmaci anticancro in Italia è aumentata di oltre 650 milioni di euro in un anno: era pari a 5 miliardi nel 2017, ha raggiunto i 5 miliardi e 659 milioni nel 2018. A fronte di un costante incremento delle uscite per la cura dei tumori, nel nostro Paese tutti i pazienti riescono ad accedere alle terapie migliori. In cinque anni (2013 – 2017) nel mondo sono stati commercializzati 54 nuovi trattamenti anticancro e l’Italia ha garantito (entro il 2018) la disponibilità a 35 di queste molecole innovative, collocandosi al quinto posto a livello internazionale dopo Stati Uniti (52), Germania (43), Regno Unito (41), Francia (37), e davanti a Canada (33), Spagna (30) e Giappone (29). Sulla sfida della sostenibilità dei sistemi sanitari si confrontano più di 24mila esperti al congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO, European Society for Medical Oncology), che si apre oggi a Barcellona. E la prevenzione, prima arma per combattere i tumori, diventa personalizzata.
“Circa il 40% delle neoplasie può essere evitato seguendo uno stile di vita sano (no al fumo, attività fisica costante e dieta corretta) – afferma Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. In Italia il 34,5% dei cittadini è sedentario, il 31,6% è in sovrappeso, il 10,9% obeso e il 25,7% fuma. Per invertire la tendenza, serve maggiore consapevolezza anche da parte degli operatori sanitari: solo 1 fumatore su 2 ha ricevuto il consiglio di smettere di fumare, suggerimenti sull’attività fisica sono stati forniti solo al 30% dei cittadini e meno della metà delle persone in eccesso ponderale ha ottenuto dal proprio medico indicazioni per perdere peso. Sugli stili di vita è invece possibile definire programmi di prevenzione ‘personalizzata’, in relazione all’età e alle abitudini dei singoli. Inoltre, in alcuni tumori, oggi si stanno delineando percorsi di prevenzione ‘su misura’”. Nel 2019, in Italia, sono stimati 371mila nuovi casi di cancro. “Il 5-7% dei tumori della mammella e il 10-20% delle neoplasie dell’ovaio sono dovuti a una predisposizione ereditaria, riconducibile in particolare alle mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 – continua la presidente Gori -. Questo significa che, nel nostro Paese, ogni anno circa 3.000 casi di carcinoma della mammella e circa 1.000 all’ovaio potrebbero essere evitati o individuati in fase molto precoce proprio adottando strategie mirate ed efficaci. È quindi fondamentale che il test BRCA venga eseguito nei familiari sani delle pazienti in cui è stata individuata una variante dei geni BRCA1/2 e che, in caso di positività, venga loro offerto gratuitamente il programma di prevenzione, eventualmente con l’introduzione di un codice di esenzione per malattie genetiche ereditarie. L’identificazione di una frazione di pazienti con carcinoma prostatico o pancreatico metastatico portatori di mutazione BRCA sta inoltre aprendo nuovi orizzonti anche per quanto riguarda la valutazione dei loro familiari sani: nel caso risultino portatori sani di mutazione BRCA, dovranno essere avviati a percorsi di prevenzione. È, quindi, un nuovo mondo in espansione per una prevenzione dei tumori”.
Anche per i forti fumatori si stanno delineando percorsi “su misura” per la prevenzione del cancro del polmone.
In Italia la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi raggiunge il 63% nelle donne e il 54% negli uomini. Circa 3 milioni e mezzo di persone vivono dopo la scoperta della malattia, cifra in costante crescita. “La malattia sta diventando sempre più cronica grazie a armi efficaci come l’immuno-oncologia e le terapie a bersaglio molecolare che si aggiungono a chirurgia, chemioterapia, ormonoterapia e radioterapia – sottolinea Giordano Beretta -. Evidenti i risultati in alcune delle neoplasie più frequenti: la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi raggiunge il 92% nel tumore della prostata, l’87% nella mammella, il 79% nella vescica e il 65% nel colon-retto”.
“Sul fronte dell’organizzazione – conclude la Presidente Gori -, la svolta è rappresentata dalla reale istituzione delle reti oncologiche regionali, attive solo in Piemonte e Valle D’Aosta, Veneto, Toscana, Umbria, Liguria, Provincia autonoma di Trento, Puglia e Campania oltre che in Lombardia ed Emilia-Romagna, pur se con configurazioni differenti. La concreta realizzazione di questi network consentirà di migliorare i livelli di appropriatezza, di estendere a tutti i cittadini i programmi di prevenzione e di risparmiare risorse da utilizzare per velocizzare l’accesso ai farmaci innovativi”.

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I nuovi casi di tumore in Italia tendono a diminuire

Posted by fidest press agency su martedì, 1 ottobre 2019

Nel 2019 sono stimate 371mila diagnosi (196.000 uomini e 175.000 donne), erano 373mila nel 2018: 2.000 in meno in 12 mesi. Le cinque più frequenti sono quelle della mammella (53.500 casi nel 2019), colon-retto (49.000), polmone (42.500), prostata (37.000) e vescica (29.700). In calo, in particolare, le neoplasie del colon-retto, dello stomaco, del fegato e della prostata e, solo negli uomini, i carcinomi del polmone. Che continuano, invece, ad aumentare fra le donne (+2,2% annuo), per la preoccupante diffusione dell’abitudine al fumo di sigaretta fra le italiane. In crescita anche il tumore della mammella e, in entrambi i generi, quelli del pancreas, della tiroide e i melanomi (soprattutto al Sud). L’incidenza più alta si registra in Friuli Venezia Giulia (716 casi per 100.000 abitanti), la più bassa in Calabria (559 casi per 100.000 abitanti). Quasi 3 milioni e mezzo di italiani (3.460.025, il 5,3% dell’intera popolazione) vivono dopo la diagnosi di cancro, cifra in costante crescita (erano 2 milioni e 244 mila nel 2006, 2 milioni e 587mila nel 2010, circa 3 milioni nel 2015), grazie ad armi sempre più efficaci e alla maggiore adesione ai programmi di screening. In aumento anche la sopravvivenza: il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi. Almeno un paziente su quattro, pari a quasi un milione di persone, è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può considerarsi guarito.
È questo il censimento ufficiale, giunto alla nona edizione, che descrive l’universo cancro in tempo reale grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), di Fondazione AIOM, PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), PASSI d’Argento e della Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPEC-IAP), raccolto nel volume “I numeri del cancro in Italia 2019”, presentato oggi all’Auditorium del Ministero della Salute in un convegno nazionale (disponibile nella versione per operatori e in quella per pazienti e cittadini).
Nel 2016 (ultimo anno disponibile), nel nostro Paese, sono stati 179.502 i decessi attribuibili al cancro (100.003 uomini e 79.499 donne). “I trend temporali – continua Stefania Gori – indicano che, nel periodo 2003-2014, anche la mortalità continua a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi, come risultato di più fattori, quali la prevenzione primaria, in particolare la lotta al tabagismo, la diffusione degli screening su base nazionale, i miglioramenti diagnostici, i progressi terapeutici (chirurgici, farmacologici, radioterapici) e l’applicazione sempre più su larga scala di una gestione multidisciplinare dei pazienti oncologici.
Uno studio ha stimato i rischi attribuibili di morte per tumore legati allo stile di vita (fumo, alcol, eccesso ponderale, dieta e inattività fisica) specifici per la popolazione italiana, evidenziando un rischio complessivo dal 37,9% al 43,8%, con una percentuale più alta negli uomini (46,7%) che nelle donne (26,8%).
“Il costante incremento delle persone che vivono dopo la diagnosi (nel 2019 circa 3 milioni e mezzo) richiede un’attenta valutazione dell’impatto sanitario e sociale in termini di programmazione del follow-up e della riabilitazione – conclude Fabrizio Nicolis, Presidente Fondazione AIOM -. I numeri e gli andamenti della patologia neoplastica, riportati in questo volume, possono diventare un riferimento in sanità pubblica per programmazioni future, che dovranno tener conto della necessità di investimenti importanti in termini di prevenzione primaria, per poter ridurre il rischio di ammalarsi di tumore. Il cancro è, infatti, la patologia cronica potenzialmente più prevenibile e, oggi, anche più curabile”.

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Tumore alla mammella: Oggi si può evitare

Posted by fidest press agency su martedì, 24 settembre 2019

In Italia più di 24.100 donne con tumore della mammella metastatico possono essere trattate con la combinazione di ormonoterapia e terapia mirata, evitando così la chemioterapia. Un’analisi di 140 studi che ha incluso 50.029 pazienti, pubblicata su The Lancet Oncology, ha infatti dimostrato che la combinazione di ormonoterapia e delle nuove terapie a bersaglio molecolare (inibitori di CDK4/6) è migliore rispetto alla sola ormonoterapia standard (la sopravvivenza libera da progressione è raddoppiata). Non solo. Nessun regime di chemioterapia si è dimostrato più efficace rispetto alla combinazione. Lo studio è il risultato di una collaborazione internazionale, coordinata dal prof. Mario Giuliano dell’Università Federico II di Napoli e dal prof. Daniele Generali dell’Università di Trieste, e che ha visto la partecipazione di molti ricercatori italiani. “Nel nostro Paese, nel 2018, sono state stimate 52.300 nuove diagnosi di carcinoma della mammella e circa 37mila donne vivono con la malattia in fase metastatica – spiega la prof.ssa Lucia Del Mastro, Responsabile della Breast Unit dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova –. La ricerca ha coinvolto pazienti in postmenopausa con la patologia metastatica, positiva per i recettori ormonali e negativa per il recettore 2 del fattore umano di crescita epidermica (HR+/HER2-). Si tratta di un sottotipo che include circa il 65% di tutti i casi metastatici”. “Questa analisi – continua la prof.ssa Del Mastro – è molto importante perché, per la prima volta, pone a confronto, in prima e seconda linea, l’efficacia dei regimi oggi disponibili di chemioterapia e ormonoterapia, con o senza terapie mirate. E conferma quanto stabilito dalle linee guida internazionali, che raccomandano, anche in prima linea, l’impiego dell’ormonoterapia (con o senza terapie mirate), posticipando l’uso della chemioterapia in queste pazienti. Sono chiari i vantaggi di una scelta di questo tipo in termini di minore tossicità. Nonostante le raccomandazioni internazionali, oggi la chemioterapia è ancora diffusa nella pratica clinica. Ci auguriamo che l’analisi pubblicata su The Lancet Oncology possa cambiare la tendenza. Le nuove opzioni terapeutiche costituite dagli inibitori di inibitori di CDK4/6 infatti garantiscono quantità e qualità di vita”.
I risultati dell’analisi, che ha incluso ricerche pubblicate fra gennaio 2000 e dicembre 2017, erano in linea con gli studi (PALOMA-2, MONARCH 3, e MONALEESA-2), che hanno condotto all’approvazione degli inibitori di CDK4/6 (palbociclib, abernaciclib e ribociclib) da parte dell’ente regolatorio americano, la Food and Drug Administration, nel tumore della mammella metastatico.
“Servono opzioni terapeutiche innovative – spiega il prof. Giuliano -. Gli inibitori di CDK4/6 rappresentano una nuova strategia nella gestione del tumore del seno metastatico positivo per i recettori ormonali e HER2 negativo. In queste pazienti, la pratica clinica si sta progressivamente allontanando dall’impiego della chemioterapia per adottare la combinazione, in prima linea, di diverse molecole a bersaglio molecolare con la terapia endocrina. Gli inibitori di CDK4/6 infatti stanno progressivamente sostituendo la chemioterapia in prima linea, proprio perché, a parità di efficacia, garantiscono una migliore qualità di vita grazie all’ottima tollerabilità. Va sottolineato che non viene meno l’importanza della chemioterapia, soprattutto nelle pazienti già trattate”.

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Una terapia mirata per il tumore al pancreas

Posted by fidest press agency su martedì, 10 settembre 2019

Il carcinoma del pancreas è una delle neoplasie a prognosi più severa e tra le più aggressive con un tasso di sopravvivenza a 5 anni dell’ 8% . Lo studio dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) pubblicato oggi su Cancer Research ha identificato, a livello preclinico, una nuova terapia mirata per un sottogruppo di pazienti affetti da tumore del pancreas con marcata dipendenza dall’oncogene K-RAS. Il lavoro, condotto dal gruppo di ricerca guidato da Luca Cardone, team leader dell’Unità di Immunologia e immunoterapia IRE, ha mostrato che, la decitabina, un farmaco già in uso clinico per altre neoplasie, ha una potente azione antitumorale mirata per i tumori del pancreas con specifiche caratteristiche. I pazienti selezionati con screening molecolare ne potrebbero beneficiare grazie ad un approccio di “riposizionamento” di farmaci, cioè nuove indicazioni terapeutiche per farmaci conosciuti, altrimenti detto “Drug repurposing”.
Il tumore del pancreas ha un tasso di mortalità in aumento rispetto ad altri tumori che hanno un trend stabile o in miglioramento. Non è possibile fare diagnosi precoce, è aggressivo e, tra le terapie, l’opzione chirurgica non sempre è praticabile, mentre i chemioterapici disponibili offrono risposte terapeutiche limitate. Molti i fattori di rischio associati a questa neoplasia, come ad esempio il fumo ma, tra le cause genetiche, l’oncogene K-RAS ha un ruolo chiave nella formazione e progressione del tumore pancreatico.Attraverso un approccio multidisciplinare, con l’utilizzo di modelli sperimentali e calcoli biocomputazionali, i ricercatori hanno quindi dimostrato che i tumori pancreatici con alta dipendenza molecolare per K-RAS hanno un’alta sensibilità al trattamento con la decitabina, mentre tumori indipendenti da K-RAS sono quasi cento volte meno sensibili o completamente resistenti. Il farmaco si è dimostrato anche capace di arrestare la progressione metastatica della malattia in modelli sperimentali di tumori pancreatici K-RAS dipendenti. Infine hanno anche compreso il meccanismo molecolare alla base della vulnerabilità selettiva dei tumori con tale dipendenza.
Da una stima effettuata su database di tumori pancreatici disponibili, si calcola che una percentuale che va dal 30% fino al 50% dei casi di tumori pancreatici ha una dipendenza molecolare da K-RAS che può, pertanto, potenzialmente rispondere al trattamento farmacologico con la decitabina.Grazie a questo studio preclinico, si potranno ora avviare studi clinici con la decitabina, come singolo trattamento o in combinazione, individuando e selezionando i pazienti con alta probabilità di risposta per confermare l’efficacia del trattamento.

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Combattiamo insieme il tumore del polmone

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 settembre 2019

Milano giovedì 12 settembre alle ore 19.00 all’Anteo Spazio del Cinema – Sala Astra, in Piazza XXV Aprile 8 conferenza stampa di presentazione della campagna In famiglia all’improvviso. Combattiamo insieme il tumore del polmone.
La campagna è promossa da Salute Donna onlus, Salute Uomo e WALCE onlus, con il contributo non condizionato di MSD, con l’obiettivo di far conoscere il percorso diagnostico e terapeutico del tumore del polmone, attraverso una web fiction e altre attività.

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Tumore del colon: Uno dei grandi big killer

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 agosto 2019

L’implementazione degli esami di screening per il cancro del colon-retto ha dimostrato di essere in grado di ridurre l’incidenza e la mortalità nelle popolazioni screenate: in Italia quelle tra i 50 e i 69 anni. “Ma non è il caso di cantare vittoria – afferma il professor Luigi Ricciardiello, professore associato di Gastroenterologia dell’Università di Bologna, Chairman del Research Committee, United European Gastroenterology – il tumore del colon retto resta, tuttavia, uno dei grandi big killer: secondo dati Aiom-Airtum nel 2018 nel nostro paese sono circa 28.800 i nuovi casi di colon retto negli uomini e 22.500 nelle donne”. Un elemento di preoccupazione è rappresentato dall’aumento di incidenza di questa forma di tumore nei giovani. A dimostrare questo trend arrivano i risultati di uno studio statunitense effettuato su circa 500 mila uomini e donne che dimostra, accanto ad una riduzione dell’incidenza del cancro del colon-retto nei soggetti di età pari o superiore ai 55 anni (merito dei programmi di screening), un aumento di questo tumore al di sotto dei 50 anni con un picco di aumento soprattutto nella fascia di età compresa tra i 20 e i 29 anni.
Risultati analoghi sono emersi da uno studio condotto in 20 paesi europei tra 188 mila giovani adulti, che dimostra un aumento dell’incidenza del cancro del colon retto nella fascia tra i 20 e i 39 anni. Conferme arrivano anche dal nostro paese: uno studio condotto di recente a Milano dimostra un aumento dell’incidenza di questa forma tumorale nei soggetti al di sotto dei 50 anni nel periodo compreso tra il 1999 e il 2015.
Negli ultimi 40 anni la prevalenza dell’obesità nei bambini è drasticamente aumentata. Dati relativi a 2.416 studi di popolazione a livello mondiale per i quali erano disponibili misurazioni di altezza e peso, hanno dimostrato un significativo aumento dell’indice di massa corporea nella fascia di età 5-19 anni tra il 1975 e il 2016. E’ stato stimato che nel 2016 ci fossero a livello mondiale 124 milioni di bambini e adolescenti obesi (NCD Risk Factor Collaboration (NCD-RisC) et al. 2017). Uno studio condotto in 21 paesi Europei dalla Childhood Obesity Surveillance Initiative (Cosi) dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) su bambini di età compresa tra i 6 e i 9 anni, ha stimato che 398 mila bambini su 13,7 milioni fossero affetti da obesità grave (2,9 per cento). Ma a preoccupare ulteriormente è la distribuzione della prevalenza di obesità infantile: in molto paesi ad essere affetto da obesità grave è un bambino su 4, e i livelli più elevati di obesità si registrano nell’Europa meridionale, soprattutto tra i maschietti. Secondo le ultime statistiche in Italia la prevalenza complessiva di sovrappeso, obesità e obesità grave nei bambini tra 6 e 9 anni è intorno al 43 per cento. Peggio di noi stanno solo Spagna (circa 44 per cento) e Grecia (circa 48 per cento).
A guidare la classifica delle regioni meno virtuose c’è la Campania, dove il 26,2 per cento dei bambini in questa fascia d’età è in sovrappeso, il 13,22 per cento è obeso e il 4,7 per cento è affetto da obesità grave. Nella parte alta di questa preoccupante classifica si collocano anche Calabria, Molise, Basilicata, Sicilia, Puglia, Lazio, Abbruzzo e Marche. La media italiana rivela che il 21,3 per cento dei bambini è in sovrappeso, il 7,2 per cento obeso e l’1,2 per cento affetto da obesità grave. Alla luce di questi dati epidemiologici relativi all’obesità in età infantile e ’precoce’ adolescenziale edal possibile legame causale tra obesità e carcinoma del colon retto al di sotto dei 50 anni di età è fondamentale puntare su programmi di prevenzione dell’obesità mirati ai giovani e ai giovanissimi.
E’ stato dimostrato che l’obesità severa è più comune nei bambini le cui madri hanno un livello di istruzione medio-basso rispetto a quelli con madri con un elevato livello di istruzione. Anche i bambini non allattati al seno per almeno 6 mesi hanno una prevalenza di sovrappeso/obesità molto maggiore di chi è stato allattato al seno (16,8 per cento contro il 9,3 per cento). Obesità e sovrappeso che compaiono in età evolutiva adolescenziale tendono a persistere in età adulta e possono favorire la comparsa di patologie quali le malattie cardiovascolari, il diabete tipo 2 ed alcuni tumori, tra cui il cancro del colon-retto. Considerati i danni alla salute a breve e lungo termine causati dall’obesità, sono auspicabili strategie volte a prevenire l’obesità inclusi programmi e iniziative nei bambini e giovani che aiutino ad effettuare scelte salutari. Nel caso di obesità grave bisogna garantire anche i servizi per aiutare questi bambini e le loro famiglie a contrastarla. Secondo il presidente della Sige professor Domenico Alvaro “a scendere in campo per queste iniziative devono essere non solo le società scientifiche ma anche le scuole, dove sono diventanti improcrastinabili programmi educazionali volti ad insegnare ai nostri bambini ed adolescenti i corretti stili di vita oltre che le nozioni basilari di come si possono prevenire malattie ad alto impatto sociale”.

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Tumore Ovarico: individuati meccanismi pericolosi

Posted by fidest press agency su domenica, 4 agosto 2019

Il tumore ovarico rappresenta la principale causa di morte per tumore ginecologico e la quinta per tumore nelle pazienti dei Paesi sviluppati. Questa patologia colpisce ogni anno 5200 donne in Italia e poco meno di 300 mila nel mondo, e nel 75% dei casi viene diagnosticata in fase avanzata. Il carcinoma sieroso ad alto grado è il sottotipo più comune e rappresenta l’80% circa dei tumori ovarici in stadio avanzato, spesso associati a una prognosi infausta. Lo studio dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, condotto con il sostegno di AIRC, porta alla luce un meccanismo attraverso cui le mutazioni della proteina p53 rendono più aggressivo questo sottotipo, creando un inaspettato sistema di comunicazione fra i segnali. La scoperta potrebbe migliorare la classificazione della malattia e portare allo sviluppo di nuove terapie. “Mancano a oggi bersagli terapeutici specifici per il tumore dell’ovaio sieroso ad alto grado, una delle forme con rischio di recidiva elevato. I risultati del nostro studio individuano alcuni eventi che risultano essenziali per orchestrare le attività pro-metastatiche di questo sottotipo tumorale: un passo indispensabile per la messa a punto di strategie terapeutiche mirate.” Sottolinea Anna Bagnato, autrice del lavoro condotto dalla sua équipe dell’Unità di modelli preclinici e nuovi approcci terapeutici in collaborazione con Giovanni Blandino, dell’Unità di Oncogenomica ed Epigenetica dell’Istituto nazionale dei tumori Regina Elena di Roma, con il sostegno di Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro. I risultati sono pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature Communications.”Spesso nei tumori sierosi ad alto grado dell’ovaio sono presenti mutazioni della proteina p53, – spiega la Bagnato -. I tumori con queste mutazioni sono particolarmente aggressivi. Per cercare di capirne la ragione, i ricercatori hanno scoperto che, in molti casi, la p53 mutata si lega ad un’altra proteina chiamata YAP, uno degli interruttori generali del cancro, in una ‘liaison‘ pericolosa che porta i tumori a resistere alla chemioterapia”.Al centro di tutto sembra esserci l’attivazione del recettore dell’endotelina, che ha come partner un’importante molecola: la beta-arrestina. Grazie a una serie di esperimenti condotti con cellule tumorali che derivano dal paziente, i ricercatori hanno dimostrato che, insieme, le tre proteine, beta-arrestina, p53 mutata e YAP, costituiscono una piattaforma di coordinamento per altri segnali che consentono alle cellule tumorali di eludere la risposta al cisplatino, il farmaco di elezione nel trattamento del carcinoma ovarico,. “Giovanni Blandino precisa “L’interazione fisica tra le tre proteine rende le cellule tumorali capaci di dare origine alle metastasi e di non rispondere alle terapie”.La scoperta potrebbe avere una notevole rilevanza traslazionale. Chiarita la catena di eventi responsabili dell’aggressività tumorale, i ricercatori del Regina Elena hanno capito che è possibile interromperla utilizzando dei farmaci in uso clinico in grado di bloccare i recettori dell’endotelina. In esperimenti condotti in laboratorio, i ricercatori hanno verificato che un farmaco capace di bloccare questi recettori rallenta la capacità di formare metastasi, rendendo le cellule tumorali sensibili alla chemioterapia.Nel tessuto tumorale la presenza contemporanea del recettore dell’endotelina insieme a YAP e beta-arrestina è associata a un decorso peggiore della malattia. È questa un’ulteriore prova dell’importanza della relazione pericolosa messa in luce dai nostri ricercatori, analizzando un gruppo di pazienti con tumore all’ovaio sieroso di alto grado con alta frequenza delle mutazioni della proteina p53. Questa scoperta, se ulteriormente validata, potrebbe avere significative ricadute cliniche nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche e prognostiche.

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Nuove prospettive nella lotta contro il tumore della pelle più aggressivo

Posted by fidest press agency su sabato, 27 luglio 2019

Ogni anno in Italia più di 1.000 pazienti colpiti da melanoma potrebbero beneficiare di un trattamento “precoce” con i farmaci immuno-oncologici, subito dopo l’intervento chirurgico, la cosiddetta terapia adiuvante. Una strategia precauzionale, che mira ad anticipare nei pazienti in stadio III e IV completamente resecati l’uso di quest’arma terapeutica, per prevenire la recidiva del tumore o lo sviluppo di metastasi a distanza. Per indirizzare correttamente il paziente a questa terapia innovativa, diventa decisiva la collaborazione multidisciplinare fra oncologi e dermatologi. La partnership è stata siglata a Milano, in un incontro di approfondimento con i giornalisti sulle nuove prospettive di cura del più aggressivo tumore della pelle, promosso da Bristol-Myers Squibb. La Commissione Europea, nel luglio 2018, ha approvato l’utilizzo di nivolumab nel trattamento adiuvante dei pazienti adulti con melanoma con coinvolgimento di linfonodi o malattia metastatica, che sono stati sottoposti a resezione completa. L’approvazione si è basata sui risultati dello studio di fase III CheckMate -238, pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica The New England Journal of Medicine.2 Con questa decisione, nivolumab rappresenta la prima e unica terapia immuno-oncologica anti PD-1 a ricevere un’approvazione europea come trattamento adiuvante. Nei prossimi mesi è attesa la decisione sulla rimborsabilità nel nostro Paese da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).
Il dott. Michele Del Vecchio, Responsabile S.S. Oncologia Medica Melanomi, Dipartimento di Oncologia Medica ed Ematologia, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano, è stato il principal investigator del centro coordinatore per l’Italia dello studio CheckMate -238. “I risultati dello studio CheckMate -238, che ha coinvolto 906 pazienti con melanoma in stadio IIIB/C o IV ad alto rischio di recidiva – afferma il dott. Del Vecchio -, dimostrano che il trattamento precoce con nivolumab, dopo la resezione chirurgica completa, determina un significativo miglioramento dei tassi di sopravvivenza libera da recidiva: a 24 mesi il 63% dei pazienti trattati con nivolumab non ha avuto una ricomparsa della malattia.2 I dati dello studio indicano che questo trattamento adiuvante può cambiare il decorso della neoplasia, prevenendo le recidive e la progressione a uno stadio più avanzato. Questo significa che sempre meno pazienti svilupperanno metastasi”.
In Italia vivono 155.000 persone dopo la diagnosi di melanoma (73.000 uomini e 82.000 donne)1. “La nuova classificazione American Joint Committee on Cancer (AJCC) 8th edition – sottolinea il prof. Pietro Quaglino, Professore Associato di Dermatologia all’Università di Torino – individua quattro diversi stadi di melanoma in stadio III (dal IIIA al IIID), che presentano significative differenze per quanto riguarda il decorso clinico, con sopravvivenze a 10 anni che vanno dall’88% (IIIA), al 77% (IIIB), 60% (IIIC), per scendere al 24% nello stadio IIID.4 La maggior parte dei pazienti con melanoma in stadio III riceve un trattamento chirurgico, per cui è candidabile al trattamento adiuvante, che sarà da valutare in base alla situazione clinica del paziente e stadiazione della malattia. In questo modo possiamo aumentare il numero di persone che non sviluppano una recidiva di malattia dopo la chirurgia. L’opportunità di somministrare l’immunoterapia in una fase precoce, rispetto alla pratica clinica adottata fino allo scorso anno, rende fondamentale, come già evidenziato, la collaborazione fra le diverse figure: il dermatologo, il chirurgo e l’oncologo. In questa interazione multidisciplinare rientra anche l’anatomo-patologo, per verificare l’eventuale presenza di mutazioni genetiche, che permettono di indirizzare il paziente anche alla terapia a bersaglio molecolare”. Senza dimenticare le regole di prevenzione sulla corretta esposizione al sole e il controllo dei nei una volta all’anno da parte del dermatologo, che costituiscono la prima arma contro il melanoma. “Il cambiamento nella forma, dimensione o colore di un neo rappresenta un segnale d’allarme da non sottovalutare – conclude il prof. Quaglino -. È necessario investire in campagne di prevenzione, seguendo l’esempio dell’Australia, paese in testa alla classifica mondiale per incidenza. Oggi, grazie all’impegno delle Istituzioni nei progetti di informazione, è l’unico Paese al mondo in cui il numero dei nuovi casi di melanoma è in diminuzione”.

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