Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Posts Tagged ‘tumore’

Tumore del cavo orale

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 settembre 2021

Lei insieme ad altri esperti Sapienza ha dato vita già da tempo al progetto MoMax (Medicina orale e maxillo facciale) del Policlinico Umberto I della Sapienza Università di Roma, in pratica la prima task force ospedaliera in Italia, pensata per intercettare precocemente i tumori del cavo orale. Quali sono gli obiettivi e da quali figure è composta? “Questo progetto nasce dall’intuizione del mio primario, la Professoressa Antonella Polimeni che ha capito la necessità di creare questo gruppo multidisciplinare che ha lo scopo di ridurre i tempi della diagnosi e avviare quanto prima il paziente alla terapia. Una volta effettuata la diagnosi, il paziente viene preso in carico dall’equipe entrando dunque in questo percorso il Momax così da poter essere valutato da diversi specialisti. “A tal proposito – dichiara la prof. Polimeni – ringrazio anche il professor Marco De Vincentiis che è il coordinatore del Tumor board testa-collo costituito dagli oncologi per la chemioterapia e immunoterapia”. Nel gruppo sono presenti i radioterapisti, gli antomopatologi e lo stomatologo figura strategica per prevenire alcune problematiche che possono insorgere a seguito della radioterapia. E’ fondamentale in ogni caso la personalizzazione delle cure”. ( fonte “Agenzia DIRE”)

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Tumore della prostata

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 luglio 2021

Il Covid-19 spazza via i volumi di attività della chirurgia prostatica, con riduzioni del 30% nelle Regioni a maggiore incidenza epidemica come la Lombardia, ma con pesanti contrazioni – meno 50% in Basilicata – anche sulle performance di quelle meno colpite dal virus. “Tutto il Paese fatica a riorganizzare i reparti e a gestire le liste d’attesa – spiega il Prof. Vincenzo Mirone, ordinario di Urologia dell’Università Federico II di Napoli e Presidente di Fondazione PRO – ma c’è anche, ancora, la paura del contagio da parte di molti pazienti, spesso anziani e affetti da altre patologie. Si stima una riduzione di circa il 30% delle visite, un calo davvero preoccupante. Questi gli effetti dell’onda d’urto dell’epidemia sulla prevenzione del cancro della prostata e sulle terapie di chi, spaventato dalla paura del virus, spesso trascura il rispetto di cure e follow-up”. “Una neoplasia – prosegue Mirone – che vede 37.000 nuove diagnosi ogni anno in Italia – la metà delle quali nel 2020 perse a causa del Covid – e che, dopo il melanoma, negli over 50 è la più frequente negli uomini, con il 20% di tutti i tumori maschili. L’età media al momento della diagnosi è di 72 anni e si sviluppa più frequentemente a partire dai 50 anni. Soprattutto alle 564.000 persone che nel nostro Paese convivono con questa diagnosi è rivolta la seconda fase della nostra campagna ‘Per il cancro non c’è lockdown’, realizzata con il supporto incondizionato di Ipsen S.p.A. Tra le proposte del progetto, alcuni approfondimenti ospitati sulla nostra web tv, un booklet destinato ai pazienti, stampato e distribuito in 10 centri di eccellenza urologica e, dopo l’enorme successo dello spot promosso insieme a Massimiliano Allegri, un’altra clip che vede testimonial d’eccezione Carlo Verdone”.“Queste campagne di awareness nei confronti di pazienti e caregiver – spiega il Prof. Giuseppe Procopio, Responsabile Oncologia Medica genitourinaria della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – sono benedette. Con le vaccinazioni contro il Covid-19, speravamo in una ripresa di maggiore efficacia. E invece le migrazioni sanitarie dal Sud al Nord si sono fermate, i nostri pazienti anziani che vivono nel Mezzogiorno ancora temono spostamenti e contagi. Ma un ritardo di 3-6 mesi nelle terapie può essere fatale a molti di loro. Ruolo chiave in una situazione come l’attuale, ma anche in un futuro di lenta ripresa in una nuova normalità, lo hanno le terapie a lungo termine, trimestrali e semestrali. Grazie a una diagnosi precoce ma anche a una buona aderenza alle terapie, le persone colpite, vive a 5 anni dal verdetto, sono oltre il 90%. Un dato notevole, considerata l’età mediamente avanzata dei pazienti e la frequente presenza di altre patologie croniche in corso. Con le terapie a lungo termine possiamo tornare, in totale sicurezza, a centrare gli obiettivi raggiunti prima della pandemia”.

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Tumore colon-retto

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 luglio 2021

Nel 2020, rispetto all’anno precedente, in Italia sono saltati oltre 1 milione e 110mila esami di screening per il carcinoma colon-rettale. In totale sono stati individuati 1.300 casi in meno di tumore e -7.400 adenomi avanzati. Un forte calo di diagnosi, dovuto alla pandemia, e che allarma gli specialisti dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) che lanciano un appello affinché i programmi di screening siano rilanciati e anche ampliati. Per l’89% degli specialisti l’esame per la ricerca del sangue occulto nelle feci dovrebbe essere esteso fino ai 74 anni (attualmente è previsto per la fascia d’età 50-69 anni). Contro questa forma di cancro è fondamentale lo screening che serve per trovare la diagnosi il prima possibile. Molto importante è anche l’utilizzo del test molecolare che serve per selezionare la terapia per chi ha una malattia avanzata. Alla malattia l’AIOM dedica il progetto Test Diagnostici nel Tumore del Colon-Retto realizzato grazie al supporto non condizionato di Pierre Fabre. L’obiettivo è fare informazione e cultura a 360° sulla patologia e soprattutto sull’utilizzo di alcuni esami per la personalizzazione delle cure. Prevede una survey condotta tra i soci AIOM, un opuscolo dedicato a pazienti e caregiver, webinar per gli specialisti e attività sui principali social media. I risultati del sondaggio e l’intera iniziativa sono presentati oggi in una conferenza stampa virtuale. “La neoplasia colpisce ogni anno in Italia più di 43.700 uomini e donne e di questi casi circa 10.000 sono metastatici – afferma Giordano Beretta, Presidente Nazionale AIOM -. Dal 2013 ad oggi l’incidenza della malattia è calata del 20% grazie soprattutto ai programmi di screening che consentono la diagnosi precoce. Il Covid-19 può avere compromesso questo buon risultato e quindi ribadiamo, per l’ennesima volta, la necessità di rilanciare le campagne di prevenzione secondaria del cancro. Quello al colon-retto è infatti un tumore molto diffuso e che determina in Italia più di 21mila decessi ogni anno. Inoltre, è una malattia estremamente eterogenea dal punto di vista genetico-molecolare e quindi per sconfiggerla bisogna definire quale sia la caratterizzazione della biologia molecolare di ogni singolo caso. Il tumore del colon-retto è il secondo più frequente nel nostro Paese dove vivono 513.000 pazienti con questa neoplasia. “Sono uomini e donne prevalentemente con più di sessanta anni e che necessitano di essere sottoposti a trattamenti ed esami per lunghi periodi di tempo – prosegue Beretta -. Fondamentale risulta essere il ruolo del medico di medicina generale nell’assistere una così imponente mole di pazienti. Tuttavia, sempre secondo il nostro sondaggio, il 24% degli oncologi giudica scarsa la collaborazione con questa figura professionale. E’ un aspetto sul quale dobbiamo lavorare andando a sensibilizzare i medici di famiglia su come aiutare l’assistito negli effetti collaterali delle terapie o nei controlli di follow up. La lotta ai tumori deve prevedere una sempre maggiore integrazione tra gli specialisti ospedalieri e la medicina territoriale”. “Questo deve avvenire anche perché è in crescita il ricorso a farmaci orali anche nel carcinoma colon-rettale metastatico – conclude Cinieri -. Si pone così il problema dell’aderenza terapeutica che secondo il 48% degli specialisti viene favorita dalla somministrazione orale. Va però ricordato come il paziente oncologico è spesso fragile, anziano, con delle comorbilità e costretto ad assumere più terapie contemporaneamente. Nella gestione delle possibili interferenze, degli effetti collaterali nonché nella stessa aderenza ai trattamenti il medico di famiglia può e deve avere un ruolo prezioso”.

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Tumore polmonare in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 giugno 2021

In Italia ogni anno circa 6.000 persone si ammalano di microcitoma, una forma di tumore del polmone con prognosi particolarmente infausta . Il fumo rappresenta il principale fattore di rischio e infatti i tabagisti hanno una probabilità 60 volte maggiore di svilupparlo. Inoltre a causa della sua aggressività e del rapido tasso di crescita, il 60% dei pazienti riceve la diagnosi in uno stadio avanzato o metastatico della malattia, ovvero quando la massa tumorale non è più confinata a un solo polmone, ma sono già presenti metastasi a distanza. Per favorire la corretta informazione su questa patologia viene lanciata la nuova campagna nazionale “Time for Lung – ogni attimo conta”. La campagna è promossa da AstraZeneca con il patrocinio dell’associazione WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe) onlus con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione sul microcitoma, una malattia di cui fino ad oggi si è sentito poco parlare a causa della carenza di opzioni terapeutiche efficaci a lungo termine. La campagna vuole inoltre informare pazienti, caregiver e clinici sul valore del tempo nella gestione della patologia: dal ruolo della diagnosi precoce all’importanza del rapido intervento per poter fornire il miglior regime di trattamento disponibile per i pazienti. Tutte le informazioni sono disponibili sulla piattaforma https://semplicementeio.it/time-for-lung/, divisa in due sezioni: una dedicata ai clinici e una seconda per pazienti e caregiver, con articoli e video realizzati da oncologi, psico-oncologi e altri specialisti medici. I contenuti saranno poi rilanciati da una forte attività sui principali social media.“Il carcinoma polmonare a piccole cellule è considerato un tumore aggressivo a causa della velocità con cui aumenta di dimensioni e per l’elevata capacità di metastatizzare a distanza e in tempi brevi- commenta la prof.ssa Silvia Novello, Presidente di WALCE onlus e Ordinario di Oncologia Medica al Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino -Arrivare tempestivamente a una diagnosi potrebbe permettere di intercettare e trattare il tumore a uno stadio più precoce, quando il rischio di recidiva è minore, o quantomeno di fornire, il prima possibile il miglior trattamento disponibile nella malattia estesa, che in questo momento è rappresentato dalla combinazione di chemio e immunoterapia”. “La campagna “Time for Lung – ogni attimo conta” – prosegue Novello -, oltre a sensibilizzare gli specialisti sull’importanza della diagnosi tempestiva, mira a promuovere i corretti stili di vita e a informare i pazienti su quei fattori e comportamenti che hanno il potere di influenzare l’andamento delle terapie, tra i quali l’abitudine tabagica”.

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Bayer acquisisce Noria e PSMA Therapeutics per ampliare il portfolio nel tumore della prostata

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 giugno 2021

Bayer annuncia la conclusione di un accordo per l’acquisizione di Noria Therapeutics Inc. (Noria) e PSMA Therapeutics Inc. Grazie a questa acquisizione Bayer otterrà i diritti in esclusiva di una terapia differenziata con radionuclidi alfa a base di attinio-225 e una piccola molecola mirata all’antigene di membrana specifico della prostata (PSMA). L’acquisizione amplia il portfolio oncologico già esistente di Bayer di terapie alfa mirate (TAT), che attualmente comprendono radio-223 dicloruro, e la piattaforma di TAT sperimentale a base di torio-227. Il programma pre-IND (Investigational New Drug) si concentra sul trattamento del tumore della prostata, il secondo tumore più comunemente diagnosticato negli uomini. Sulla base della sua particolare progettazione, questa terapia può offrire un profilo di efficacia e sicurezza differenziato e una potenzialità significativa per affrontare un elevato bisogno clinico insoddisfatto per gli uomini con tumore della prostata.Le aziende acquisite da Bayer, Noria e PSMA Therapeutics, detengono i diritti di esclusiva mondiale sulla tecnologia concessa in licenza da Weill Cornell Medicine (New York, NY, USA) e Johns Hopkins University (Baltimore, MD, USA). Noria è stata fondata dal Dr. John Babich, Responsabile Radiopharmaceutical Sciences in Radiology della Weill Cornell Medicine.Con radio-223 dicloruro, la prima e unica terapia alfa mirata approvata, e la sua straordinaria esperienza in tutte le fasi di sviluppo di un farmaco, dalla ricerca iniziale alla fornitura, Bayer ha permesso di introdurre la terapia alfa mirata (TAT) come parte dello standard di cura a livello mondiale nei pazienti con tumore della prostata. Con l’aggiunta di questa piccola molecola innovativa marcata con attinio-225 alla piattaforma aziendale di coniugati di torio sperimentali, attualmente in fase di sviluppo in molteplici tumori, l’azienda porta avanti opzioni terapeutiche differenziate che possono fare davvero la differenza per i pazienti oncologici. Le terapie target alfa (TAT) sono una classe emergente di terapie con radionuclide per diversi tumori. Rilasciano radiazioni alfa direttamente alle cellule tumorali all’interno del corpo attraverso la loro proprietà di tropismo osseo (radio-223), o combinando radionuclidi alfa emettitori, come l’attinio-225 o il torio-227, con farmaci target specifici. Rispetto alla radiazione beta, la radiazione alfa ha una potenza maggiore e un raggio di penetrazione più corto. E’ dimostrato che procura danni difficili da riparare alle cellule tumorali, causando rotture del doppio filamento del DNA. Radio-223 dicloruro di Bayer è la prima e unica terapia target alfa approvata. E’ indicata per i pazienti con tumore della prostata resistente alla castrazione con metastasi ossee sintomatiche e assenza di malattia viscerale nota; dal suo lancio sono stati trattati più di 76.000 pazienti. Radio-223 dicloruro è attualmente in fase di ulteriore valutazione in un ampio programma di sviluppo clinico nel tumore della prostata e in altri tumori. E’ previsto lo sviluppo nei diversi stadi del tumore della prostata.

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Tumore al polmone: ridotto del 28% il rischio morte

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 giugno 2021

Nei pazienti colpiti dalla forma più comune di tumore del polmone, quella non a piccole cellule, l’immunoterapia associata a cicli limitati di chemioterapia, cioè due invece dei “classici” quattro, riduce del 28% il rischio di morte e del 33% il rischio di progressione della malattia. Non solo, il 38% dei pazienti che hanno ricevuto la duplice terapia immuno-oncologica, costituita da nivolumab più ipilimumab, in associazione con 2 cicli di chemioterapia, era vivo a due anni rispetto al 26% di quelli trattati con la sola chemioterapia. Sono i dati principali dello studio di fase 3 CheckMate -9LA, presentato oggi in una sessione orale al Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO), in corso fino all’8 giugno in forma virtuale.“Nel 2020 in Italia sono state stimate quasi 41.000 nuove diagnosi di tumore del polmone – afferma Cesare Gridelli, Direttore Dipartimento di Onco-Ematologia dell’Azienda Ospedaliera ‘Moscati’ di Avellino -. È una neoplasia particolarmente difficile da trattare, perché circa il 70% dei casi è scoperto in fase avanzata. E la sopravvivenza a 5 anni per le persone con carcinoma polmonare non a piccole cellule metastatico non supera il 6%. Da qui l’importanza di nuove opzioni terapeutiche. Lo studio CheckMate -9LA ha coinvolto più di 700 pazienti ed ha un disegno innovativo. Innanzitutto la combinazione di due molecole immuno-oncologiche, nivolumab e ipilimumab, consente di ottenere un meccanismo d’azione completo e sinergico, perché diretto verso due diversi checkpoint (PD-1 e CTLA-4). L’ulteriore vantaggio di questo schema terapeutico è rappresentato dall’utilizzo di cicli limitati di chemioterapia, che permette di ridurre gli effetti collaterali. Si tratta di un grande beneficio per i pazienti, anche da un punto di vista psicologico, perché la chemioterapia fa ancora paura. Il paziente, in meno di un mese, termina la chemioterapia e prosegue il trattamento con l’immunoterapia”. “La duplice terapia immuno-oncologica, costituita da nivolumab più ipilimumab, in associazione con due cicli di chemioterapia, in prima linea nel tumore metastatico – spiega il Prof. Gridelli -, ha evidenziato miglioramenti sia nella sopravvivenza globale che in quella libera da progressione di malattia. In particolare, a un follow up esteso a due anni, l’associazione ha continuato a mostrare un miglioramento duraturo della sopravvivenza globale nel confronto con la sola chemioterapia, con una mediana di 15,8 mesi rispetto a 11 mesi. Anche la durata della risposta ha raggiunto 13 mesi rispetto a 5,6 mesi con la sola chemioterapia. E questi benefici si sono mantenuti indipendentemente dal livello di espressione di PD-L1 e dall’istotipo, squamoso o non squamoso”. Proprio oggi l’ASCO premia il Prof. Gridelli con il “B.J. Kennedy Award for Scientific Exellence in Geriatric Oncology”, prestigioso riconoscimento che attesta il contributo decisivo nella ricerca, diagnosi e trattamento dei tumori negli anziani. Cesare Gridelli dedica la sua lettura alla gestione del tumore del polmone non a piccole cellule avanzato nel paziente anziano. Il valore della produzione scientifica del Prof. Gridelli è testimoniato da un parametro molto elevato, che si basa sul numero di pubblicazioni e di citazioni ricevute (H-index pari a 69).

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Tumore esofago

Posted by fidest press agency su martedì, 8 giugno 2021

La combinazione di immunoterapia più chemioterapia e la duplice immunoterapia possono cambiare la pratica clinica nel trattamento in prima linea dei pazienti con tumore dell’esofago in fase avanzata. Lo studio CheckMate -648, presentato oggi al Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO), costituisce una pietra miliare nella lotta contro questa neoplasia grazie a risultati mai raggiunti finora. Sono stati coinvolti 970 pazienti, colpiti da tumore dell’esofago a cellule squamose avanzato o metastatico e mai trattati in precedenza. Sono stati considerati sia i pazienti con espressione del biomarcatore PD-L1 (maggiore o uguale all’1%) che tutta la popolazione randomizzata. “Nei primi, la combinazione di nivolumab più chemioterapia – afferma Stefano Cascinu, Primario Unità di Medicina Oncologica IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e Professore di Oncologia Medica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele – ha mostrato un vantaggio davvero impressionante in termini di sopravvivenza globale mediana nel confronto con la sola chemioterapia, pari a 15,4 mesi rispetto a 9,1 mesi. Ottimo anche il risultato raggiunto dalla combinazione delle due molecole immuno-oncologiche, nivolumab e ipilimumab, pari a 13,7 mesi rispetto a 9,1 mesi della sola chemioterapia”. Sostanzialmente sovrapponibili i risultati in tutti i pazienti randomizzati, cioè indipendentemente dall’espressione di PD-L1. “In questo gruppo la sopravvivenza globale mediana è stata di 13,2 mesi con la combinazione di nivolumab più chemioterapia e 12,8 mesi con nivolumab e ipilimumab rispetto a 10,7 mesi con la sola chemioterapia. Anche il tasso di risposta oggettiva è migliore con le combinazioni”.Nel 2020, in Italia, sono stati stimati 2.400 nuovi casi di tumore dell’esofago, in costante aumento. “Circa la metà presenta la malattia già in stadio avanzato al momento della diagnosi – spiega il Prof. Cascinu -. Oggi la chemioterapia è il trattamento standard per questi pazienti, ma la prognosi rimane sfavorevole perché la sopravvivenza non supera i 10 mesi. Da qui l’importanza di individuare nuove opzioni. Il significativo miglioramento clinico in sopravvivenza di questi due regimi di trattamento evidenzia l’impatto dell’immunoterapia sulla gestione della neoplasia e può portare nuove possibilità di cura per pazienti con malattia già in fase avanzata. Inoltre la duplice immunoterapia è il primo trattamento chemio-free a mostrare un beneficio in sopravvivenza in questi pazienti, che spesso sono molto fragili e colpiti anche da altre patologie. Può quindi rappresentare un’alternativa terapeutica efficace in persone che non tollerano la chemioterapia per le condizioni generali di salute compromesse”.“L’abuso di alcol e l’abitudine al fumo di sigaretta sono strettamente connessi alla forma squamosa del tumore dell’esofago – conclude il Prof. Cascinu –. Ecco perché è importante promuovere campagne di prevenzione per aumentare le diagnosi in fase precoce e sconfiggere la malattia”.

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Tumore della prostata metastatico

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 giugno 2021

Passi in avanti nel trattamento del tumore della prostata metastatico resistente alla castrazione. Una nuova terapia mirata con radioligando. Novartis annuncia oggi i risultati dello studio di Fase III VISION che ha valutato 177Lu-PSMA-617 in aggiunta al migliore standard di cura (SOC) dimostrando un miglioramento significativo della sopravvivenza globale (OS) rispetto al solo standard di cura (SOC), nei pazienti con carcinoma della prostata progressivo metastatico resistente alla castrazione (mCRPC)1, positivo all’antigene di membrana specifico della prostata (PSMA). 177Lu-PSMA-617 è in grado di ridurre del 38% il rischio di morte1. La differenza nella sopravvivenza globale tra i bracci dello studio è risultata statisticamente significativa (p<0,001 unilaterale), con una riduzione stimata del 38% del rischio di morte nel braccio con 177Lu-PSMA-617 (n=551) rispetto al braccio con il solo miglior standard di cura (n=280) (rapporto di rischio: 0,62 con intervallo di confidenza (CI) 95%: (0,52, 0,74))1. I risultati saranno presentati il 6 giugno durante la sessione plenaria del Congresso 2021 dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO).I pazienti trattati con 177Lu-PSMA-617 hanno inoltre dimostrato una riduzione statisticamente significativa (p<0,001 unilaterale) del 60% del rischio di progressione radiografica (rPFS) rispetto al braccio con il solo miglior standard di cura (rapporto di rischio: 0,40 con intervallo di confidenza (CI) 99.2% CI: (0,29 0,57)). Nel braccio di trattamento con 177Lu-PSMA-617 si è verificato un tasso maggiore di eventi avversi collegati alla terapia (85.3%) rispetto al solo standard di cura (28.8%).In entrambi i bracci dello studio, i tassi di interruzione del trattamento associati agli eventi avversi derivanti dalla terapia si sono presentati come segue: nel braccio con 177Lu-PSMA-617 più standard di cura (SOC) l’11,9% dei pazienti ha interrotto 177Lu-PSMA-617 e l’8,5% ha interrotto SOC; mentre nel braccio con il solo SOC il 7,8% dei pazienti ha interrotto il trattamento. Il carcinoma della prostata è una forma di cancro che si sviluppa nella ghiandola prostatica, una piccola ghiandola a forma di noce nel bacino degli uomini. Nel carcinoma della prostata resistente alla castrazione (CRPC), il tumore mostra segnali di crescita, come l’aumento dei livelli di antigene prostatico specifico (PSA), nonostante l’utilizzo di trattamenti ormonali che abbassano il testosterone7. Nel carcinoma della prostata metastatico resistente alla castrazione (mCRPC), il tumore si diffonde ad altre sedi del corpo come gli organi o le ossa adiacenti e non risponde al trattamento ormonale7. Il tasso di sopravvivenza a 5 anni dei pazienti con carcinoma della prostata metastatico è circa del 30%. Nonostante i progressi nella cura del cancro della prostata, vi è un forte bisogno insoddisfatto di nuove opzioni di trattamento mirate per migliorare i risultati dei pazienti con carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione (mCRPC). Più dell’80% dei tumori della prostata esprime in quantità elevate un biomarcatore fenotipico6 chiamato Antigene di Membrana Specifico della Prostata (PSMA) 3-5,8-9, rendendolo un promettente target diagnostico (tramite tomografia a emissione di positroni (PET)) e potenziale target terapeutico per la terapia con radioligando10. Si differenzia dalla medicina di precisione “genotipica” che si occupa delle alterazioni genetiche specifiche delle cellule cancerogene.

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Tumore del polmone non a piccole cellule

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 giugno 2021

L’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) ha approvato osimertinib per il trattamento adiuvante (dopo intervento chirurgico) dei pazienti adulti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) in stadio precoce (IB-IIIA) che presentano mutazioni del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR), in particolare delezioni dell’esone 19 o mutazione puntiforme dell’esone 21 (L858R).L’approvazione da parte di EMA si è basata sui risultati senza precedenti dello studio di Fase III ADAURA in cui osimertinib ha dimostrato un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza libera da malattia (DFS) nella popolazione di pazienti con NSCLC EGFRm in stadio II e IIIA (endpoint primario dello studio). Osimertinib ha inoltre dimostrato un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante anche nella popolazione complessiva dello studio (pazienti con NSCLC in stadio IB-IIIA), endpoint secondario chiave.Circa un paziente su tre presenta alla diagnosi malattia in stadio precoce e può beneficiare dell’intervento chirurgico con intento curativo. Ciò nonostante, la recidiva risulta piuttosto comune anche laddove la malattia venga diagnosticata in uno stadio iniziale: in media, quasi la metà dei pazienti che ricevono la diagnosi in stadio IB e tre quarti dei pazienti che ricevono la diagnosi di stadio IIIA vanno incontro a recidiva entro cinque anni. Nell’UE, circa il 15% dei pazienti affetti da NSCLC presenta una mutazione dell’EGFR. Risultati coerenti di DFS sono stati osservati indipendentemente dall’utilizzo o meno alla chemioterapia in adiuvante e per tutti i sottogruppi pre-specificati. La sicurezza e la tollerabilità di osimertinib in questo studio si sono dimostrate coerenti con quanto osservato per i precedenti studi in ambito metastatico. I risultati di ADAURA sono stati pubblicati dal New England Journal of Medicine.Osimertinib ha ricevuto l’approvazione per il trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule in stadio precoce in più di cinquanta paesi, inclusi Stati Uniti e Cina, e sono in corso ulteriori revisioni a livello globale. Osimertinib è inoltre già disponibile in Italia per il trattamento di prima e seconda linea dei pazienti con NSCLC localmente avanzato o metastatico con mutazione di EGFR.

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Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma: Tumore della prostata

Posted by fidest press agency su martedì, 18 Maggio 2021

Un importantissimo traguardo per l’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma, che mette a segno un obiettivo prestigioso nel trattamento dei tumori della prostata: il Percorso Diagnostico-Terapeutico-Assistenziale (PDTA) per questa neoplasia ha ottenuto la certificazione UNI EN ISO 9001:2015 dall’Ente Internazionale Bureau Veritas, nell’ambito di un progetto che è stato reso possibile grazie al supporto incondizionato di Astellas. Obiettivo del PDTA è assicurare al paziente una presa in carico rapida, efficace ed efficiente, tale da garantirgli un’offerta ampia ed innovativa di opportunità diagnostiche, terapeutiche ed assistenziali secondo le più recenti Linee guida internazionali. Il lavoro che ha portato alla certificazione del PDTA della prostata dell’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli è iniziato diversi anni fa, esattamente nel 2007-2008, con la riorganizzazione del processo clinico-diagnostico-terapeutico-assistenziale e riabilitativo oncologico per questa patologia neoplastica maschile, che rappresenta un’area ad alta densità numerica. Le patologie oncologiche richiedono una corretta gestione clinico-assistenziale fondata su una piena integrazione multidisciplinare, così da garantire al paziente una presa in carico funzionale alle diverse esigenze che la patologia richiede. I carcinomi della prostata sono tra i tumori più diffusi nel Lazio con circa 2.800 nuovi casi l’anno e diverse migliaia di uomini laziali che convivono con queste neoplasie, che rappresentano il paradigma di tali esigenze. Richiedono, infatti, il coinvolgimento nel percorso di diagnosi e cura di molteplici figure specialistiche, dal radioterapista all’anatomo-patologo, dall’oncologo medico al radiologo interventista, fino all’urologo, figura di riferimento fin dalla presa in carico iniziale del paziente. «La certificazione del PDTA del tumore della prostata è senz’altro un punto di arrivo di grande prestigio. Un riconoscimento ufficiale che arriva a compimento di un lungo processo di riorganizzazione gestionale dei pazienti affetti da tumore della prostata – sottolinea Francesco Sasso, Direttore di Urologia, Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma – il motivo di questa scelta è legato al fatto che su questa neoplasia si può intervenire con diverse tipologie di trattamento: chirurgica, radioterapica e ormono-chemioterapica e queste terapie possono essere impiegate in maniera integrata. Ciò significa che il paziente con tumore della prostata deve essere necessariamente seguito da un team multispecialistico dall’inizio alla fine delle cure e poi anche dopo per trattare eventuali complicanze ed effetti collaterali delle terapie e ancora, nella fase di riabilitazione. Il PDTA consente alle diverse figure specialistiche di condividere e scegliere la migliore soluzione terapeutica possibile per il paziente. Insomma, il paziente con tumore prostatico deve essere curato all’interno di una struttura che è in grado di soddisfare tutte le sue esigenze. I vantaggi di questo percorso facilitato sono molti: ridurre i tempi d’attesa, ridurre i tempi della diagnosi, accorciare i tempi terapeutici, supportare psicologicamente il paziente. L’urologo nel team multispecialistico è il playmaker: è lui che vede il paziente per primo e fa la diagnosi, è lui che si relaziona e condivide tutte le scelte terapeutiche con gli altri specialisti del team. Il percorso dedicato in questo delicato periodo di pandemia ci aiuta anche a fronteggiare le criticità con cui purtroppo medici e pazienti devono confrontarsi a causa del Covid-19».Il percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale è imperniato su un team multidisciplinare che si fa carico del paziente, lo accompagna e rende meno arduo il passaggio da una fase all’altra della malattia. «I PDTA sono sicuramente uno strumento di efficienza delle risorse a disposizione e di facilitazione del percorso assistenziale dei pazienti oncologici – dichiara Antonio Astone, Direttore di Oncologia Medica, Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma – Oramai, la medicina non appartiene più al singolo professionista, la complessità delle procedure diagnostiche e terapeutiche richiede la centralità del paziente, intorno al quale ruotano una serie di figure specialistiche che possono a seconda delle varie fasi della storia naturale della malattia, mettere la loro competenza specifica al servizio del paziente. Questo significa spostare la relazione dal singolo medico-singolo paziente a singolo paziente-gruppo di medici che devono coordinarsi. Il cardine del PDTA è la multidisciplinarietà, l’organizzazione e la condivisione del caso clinico. Il PDTA consiste in un cambiamento del modello gestionale che ha ricadute positive sull’efficacia delle cure e sull’efficienza delle prestazioni e procedure. L’oncologo medico ha un ruolo molto importante all’interno del team, è lo specialista dedicato soprattutto ai pazienti con tumore della prostata in fase avanzata. Al momento sono oltre 200 gli uomini con neoplasia prostatica in trattamento nella nostra struttura. Il tumore della prostata viene diagnosticato spesso tardivamente, per questo motivo è fondamentale la prevenzione primaria. Non esistendo al momento uno screening per la prostata, noi oncologi suggeriamo ai maschi che abbiano superato i 45-50 anni di rivolgersi al proprio medico di famiglia in caso di segnali e sintomi della sfera uro-genitale e di effettuare su base volontaria almeno ogni due anni una visita dall’urologo e l’esame del PSA».La comunicazione ed i mezzi di informazione alla popolazione diventano sempre più importanti per far riflettere la cittadinanza intera sul fatto che l’adesione a stili di vita corretti rimane un fattore fondamentale per la prevenzione delle malattie neoplastiche e delle malattie in genere. Il modello di PDTA certificato riflette una tipologia di governance clinica basata su specifici percorsi formalizzati, su protocolli clinico-organizzativi, condivisi tra le varie Unità Operative coinvolte, e su un adeguato sistema di monitoraggio delle performance. «Astellas ha sempre dato molta importanza alla partnership pubblico-privato – conclude Giuseppe Maduri, Amministratore Delegato di Astellas Pharma – vogliamo con questo rispondere alla domanda di salute dei pazienti e dei cittadini e, al tempo stesso, alle esigenze della sanità pubblica di reperire risorse per garantire la sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale e regionale. La collaborazione con l’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma per la certificazione del PDTA del tumore prostatico rappresenta uno strumento concreto per rendere efficiente e di qualità la presa in carico e la cura del paziente anche attraverso una precisa organizzazione e sostenibilità del percorso diagnostico-terapeutico assistenziale». http://www.proformatcomunicazione.it

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Tumore al seno metastatico

Posted by fidest press agency su martedì, 18 Maggio 2021

In Italia sono oltre 37mila le donne che vivono con una diagnosi di carcinoma mammario metastatico. Si tratta di un dato in crescita e che evidenzia i grandi passi avanti fatti dalla ricerca medico-scientifica. A questa particolare categoria di pazienti è dedicata la nuova campagna di IncontraDonna Onlus, l’Associazione no profit che vuole promuovere una corretta informazione sul tumore del seno. Si chiama “Sono una Donna con Carcinoma #metastabile” e prevede la creazione di infografiche e una forte campagna social, un ciclo di tre webinar al quale partecipano esperti della comunità scientifica e una survey dedicata sulla percezione del tema ‘metastatico’. L’iniziativa è realizzata con il contributo non condizionante di Seagen ed è stata presentata ieri in occasione del primo evento on line dedicato alle donne e ai caregiver residenti nel Centro Italia. “Nel nostro Paese si parla poco e non volentieri di tumore metastatico del seno – ha affermato la prof.ssa Adriana Bonifacino, Presidente di IncontraDonna Onlus -. Gli ultimi studi scientifici hanno ampliamente dimostrato come la sopravvivenza mediana sia in progressivo e costante aumento in tutti i sottotipi di carcinoma mammario. Il termine “metastatico” deve quindi essere sdoganato dall’accezione negativa a cui troppo spesso viene ancora associato. Si tratta, infatti, di una patologia curabile anche se non ancora guaribile. La confusione sul significato dei due termini rischia spesso di generare reazioni di rifiuto da parte della donna durante e dopo il momento della diagnosi. Con questa nostra nuova campagna vogliamo favorire una maggiore sensibilizzazione e promuovere un’informazione sempre più corretta e responsabile a 360 gradi. Condurremo un processo di alfabetizzazione scientifica promuovendo concetti chiave, sul tema del tumore metastatico della mammella, attraverso un linguaggio efficace e scientificamente appropriato. L’obiettivo finale è far comprendere alle donne come sia possibile convivere con la patologia. Si tratta di forme di cancro che possono essere cronicizzate e grazie alle nuove terapie disponibili”. “Anche in questa fase così difficile contraddistinta dal Covid abbiamo visto quanto conta la prevenzione – ha sottolineato il Ministro della Salute, Roberto Speranza nel messaggio video che ha inviato per il webinar di IncontraDonna Onlus -. E’ l’arma più importante e quindi tutte le iniziative che vanno in questa giusta direzione devono essere sostenute. E’ stato importante istituire la giornata nazionale dedicata al tumore al seno metastatico del 13 ottobre. E’ un evento che ci consente di tenere alta l’attenzione su una tematica decisiva che riguarda la vita di tutti”.

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Pubblicato su Nature Scientific Reports uno studio sulle valutazioni diagnostiche del tumore prostatico

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 aprile 2021

E’ stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature Scientific Reports uno studio che analizza le potenzialità della microscopia virtuale messa in campo dal CRS4 attraverso la piattaforma di patologia digitale, per le valutazioni diagnostiche di vetrini istologici appartenenti a pazienti affetti da tumore alla prostata.Il CRS4, che opera all’interno del Parco scientifico e tecnologico della Sardegna, gestito da Sardegna Ricerche, da tempo è impegnato nelle attività di ricerca nell’ambito della diagnostica in anatomia patologica, grazie alla sua piattaforma di patologia digitale è in grado di gestire, esaminare e annotare campioni istologici virtuali in un processo completamente digitalizzato. La piattaforma è un sistema che combina un microscopio virtuale, che consente un’agevole navigazione e un esame visivo dei dettagli delle immagini istologiche, con strumenti per l’annotazione clinica dei vetrini, per definire le regioni di interesse sulle immagini ed eseguire misurazioni quantitative delle caratteristiche dei tessuti.La diffusione di sistemi di questo tipo contribuisce al miglioramento della qualità della cura perché, ad esempio, permetterà al paziente di ricevere un secondo parere, da remoto, da altri specialisti che potranno procedere alle relative valutazioni analizzando le immagini ad altissima risoluzione dei vetrini scansionati. Inoltre, sarà possibile effettuare ulteriori studi sulle immagini sviluppando e applicando sistemi di intelligenza artificiale in grado di rilevare automaticamente gruppi di cellule con caratteristiche particolari che permetteranno un intervento medico più mirato.Tra gli autori di questa pubblicazione oltre ai ricercatori Luca Lianas e Cecilia Mascia del settore Informatica visuale e ad alta intensità di dati del CRS4, anche specialisti clinici svedesi del Karolinska Institutet e del dipartimento di urologia dell’Università di Örebro, come pure dell’azienda Ospedaliero-Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, del Centro di riferimento per l’epidemiologia e la prevenzione oncologica in Piemonte e dell’Ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. In questa collaborazione la piattaforma del CRS4 è stata perfezionata per le valutazioni sul tumore prostatico e nel contempo, si è riusciti a creare una delle raccolte di vetrini digitali annotati con informazioni cliniche su questa patologia più accurate d’Europa.

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Tumore dell’esofago in Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 aprile 2021

In cinque anni (2015-2020), in Italia, i nuovi casi di tumore dell’esofago sono aumentati del 26%, da 1.900 a 2.400, ma la mortalità è diminuita del 12,4% nelle donne e del 6,7% negli uomini. Un risultato significativo, a cui ha contribuito la migliore capacità di gestione della malattia, soprattutto in fase preoperatoria con la chemio-radioterapia per le forme squamose e la chemioterapia per quelle non squamose. Circa due terzi dei casi però vengono scoperti già in fase avanzata, in cui la sopravvivenza non supera i 10 mesi. Una nuova molecola immunoterapica, tislelizumab, ha evidenziato un netto miglioramento della sopravvivenza proprio nei pazienti con tumore dell’esofago squamoso in fase avanzata non operabile o metastatica e già trattati. La sfida è “portare” i vantaggi dell’immunoterapia anche in prima linea, cioè in persone non ancora trattate, o in fase più precoce, come quella preoperatoria. Tislelizumab è una molecola innovativa sviluppata da BeiGene, azienda farmaceutica biotecnologica globale, che presenta oggi in un media tutorial virtuale la pipeline, con armi efficaci sia nei tumori solidi che ematologici. In particolare una nuova terapia mirata orale, zanubrutinib, ha dimostrato risultati importanti non solo in una neoplasia del sangue molto rara come la macroglobulinemia di Waldenstrom, ma anche nella leucemia linfatica cronica, la forma di leucemia più frequente, e nel linfoma mantellare. Un aspetto decisivo nelle malattie ematologiche è il mantenimento della risposta, che zanubrutinib ha evidenziato in più dell’80% dei pazienti colpiti da queste patologie.

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Metastasi ossea e tumore prostata

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 aprile 2021

Preservare la salute delle ossa deve essere una delle priorità nella cura del carcinoma prostatico avanzato. Ben nove pazienti su dieci, con questa forma di tumore, sono colpiti da metastasi ossee causate anche da alcuni trattamenti oncologici. Possono determinare un aumentato rischio di fratture, forte dolore, immobilità e di conseguenza ridurre la qualità di vita. Il tutto si traduce in un aggravio della spesa economica del sistema sanitario e in una maggiore morbidità e mortalità del paziente. E’ quanto è emerso oggi durante il webinar La Salute delle ossa nel paziente oncologico organizzato dalla Fondazione Insieme contro il Cancro. L’evento on line rientra in una campagna nazionale omonima realizzata grazie al sostengo non condizionate di AMGEN. “Nel tumore della prostata la presenza di metastasi ossee riducono del 29% la sopravvivenza a cinque anni – afferma il prof. Francesco Cognetti, Presidente di Insieme Contro il Cancro -. Inoltre entro 2 anni oltre il 40% di tutti i malati colpiti da metastasi ossee soffre di un evento scheletrico. Rappresentano quindi ulteriori complicazioni allo stato di salute e al benessere psico-fisico di uomini che stanno già affrontando una neoplasia in stadio avanzato. E’ stato ampiamente dimostrato come alcune cure possono contribuire a determinare questi gravi problemi di salute. In particolare, la terapia ormonale provoca una rapida perdita di massa ossea e si calcola sia somministrata fino al 70% dei pazienti. Prima di iniziare qualsiasi trattamento farmacologico ogni uomo, con carcinoma prostatico, dovrebbe essere informato del rischio di perdita ossea indotta”. “E’ la neoplasia più diffusa tra gli uomini residenti nel nostro Paese – aggiunge Francesco Cognetti -. Abbiamo ottenuto negli ultimi anni ottimi risultati in termini di riduzione dei tassi di mortalità. Tuttavia, il 30% dei casi viene scoperto quando la patologia ha già colpito altri organi e a volte capita che si diffonda anche a livello osseo. Contro le metastasi ossee possiamo ricorrere alla somministrazione di alcuni particolari farmaci osteoprotettori. Per valutare quali cure siano praticabili ed efficaci è necessario rivolgersi ad un centro oncologico specializzato che possa fare un’accurata valutazione del paziente. A nostro avviso sono necessarie una maggiore informazione tra i malati e una migliore preparazione degli specialisti. La salute dell’osso risulta infatti un aspetto ancora poco conosciuto del tumore prostatico e che invece merita maggiore attenzione da parte di tutti”. Insieme contro il Cancro ha perciò lanciato una campagna nazionale di sensibilizzazione che prevede la distribuzione di opuscolo, attività sui social media e webinar per i pazienti. “Ai malati dobbiamo ribadire l’assoluta necessità di adottare cambiamenti nello stile di vita per evitare la perdita di massa ossea – conclude Cognetti -. Svolgere un po’ esercizio fisico moderato per esempio riduce la probabilità di fratture e lo sviluppo dell’osteoporosi. Bisogna assolutamente smettere di fumare in quanto le sigarette danneggiano non solo i polmoni ma l’intero organismo comprese le ossa. Fondamentale è anche ridurre l’assunzione di alcol e seguire un’alimentazione il più possibile varia ed equilibrata”.

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Tumore del colon e i batteri del microbiota responsabili delle metastasi al fegato

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 aprile 2021

Perché i pazienti con tumore del colon spesso sviluppano metastasi al fegato anche dopo la chirurgia e senza altri campanelli d’allarme? Come prevedere questa evoluzione? Da questi quesiti clinici è partito lo studio di Humanitas, in collaborazione con l’Unità Operativa di Chirurgia del Colon-Retto di Humanitas e lo IEO, i cui risultati sono stati da poco pubblicati sulla rivista Cancer Cell.La ricerca rientra nel programma ‘Immunity in Cancer Spreading and Metastasis’ (ISM) coordinato dal professor Alberto Mantovani e sostenuto da AIRC tramite i contributi del 5×1000. Gli studi hanno portato inoltre all’identificazione del batterio responsabile della migrazione dal colon al fegato e del biomarcatore che segnala le modificazioni a livello vascolare. Questo consentirà, in futuro, di predire se una persona potrà sviluppare metastasi al fegato, e decidere di conseguenza il tipo di trattamento più adatto e quanto distanziare i controlli di follow up.La metastatizzazione di un tumore del colon avviene normalmente attraverso i linfonodi drenanti nel fegato o nei polmoni. Per questo, dopo l’operazione per rimuovere il tumore, i medici controllano se i linfonodi drenanti sono interessati dalla malattia. In caso affermativo si considera il paziente metastatico e si avvia una terapia più aggressiva. Il problema si pone quando il paziente, anche se non ha mostrato metastasi nel linfonodo, in seguito sviluppa metastasi al fegato. L’ipotesi di partenza dello studio è che le cellule non arrivino nel fegato attraverso i vasi linfatici, ma tramite i vasi sanguigni. Il passo successivo è stato chiedersi: l’aumento dei batteri nel sito tumorale del colon può modificare la barriera intestinale e favorire le metastasi? A guidare questo passaggio, le conoscenze pregresse sulla capacità dei batteri di modificare la permeabilità intestinale. «Abbiamo così verificato che i batteri sono in grado di “entrare” nel tumore, modificare la barriera del colon, migrare nel fegato e creare una nicchia pre-metastatica che fa da ‘richiamo’ per le cellule tumorali. Si tratta di una scoperta molto importante, che ha permesso di identificare il batterio in grado di innescare questo processo», osserva l’autrice dello studio.

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Tumore prostata, radioterapia in tre sedute

Posted by fidest press agency su domenica, 11 aprile 2021

Sole tre sedute radioterapiche per la cura del tumore alla prostata. L’importante risultato emerge da uno studio clinico italiano di radioterapia stereotassica ideato e coordinato dall’IRCCS Istituto Tumori Regina Elena (IRE) e recentemente pubblicato sulla rivista americana “International Journal Radiation Oncology Biology Physics”. Il vantaggio delle poche sedute si riflette soprattutto in termini di qualità di vita del paziente: l’intero ciclo di trattamento si effettua in una sola settimana, contro le 8 settimane del passato! Negli uomini il tumore alla prostata rimane la neoplasia più frequente: 36.074 sono i nuovi casi diagnosticati solo nel 2020. La neoplasia colpisce soprattutto i 50-69enni e gli ultra 70enni, anche se negli ultimi anni si registra un aumento della incidenza, del 3,4% medio annuo, anche negli uomini sotto i 50 anni di età (fonte AIRTUM). All’Istituto Tumori Regina Elena di Roma, l’ approccio di cura radiante stereotassico è offerto per una gran varietà di tumori ed in particolare per quello della prostata, in 3 o al massimo 4 sedute. “Abbiamo dimostrato – spiega Giuseppe Sanguineti, direttore della unità clinica di Radioterapia – che il trattamento radiante in sole tre sedute è efficace e bene sopportato in termini di effetti collaterali sulla vescica e sul retto. Con questi ritmi saremo in grado di prendere in carico e curare un maggiore numero di pazienti. Inoltre, è possibile somministrare dosi di radiazioni maggiore per ogni seduta, che potrebbero avere un’efficacia biologica superiore rispetto al trattamento tradizionale.” Il lavoro è ora entrato in una seconda fase in cui è possibile analizzare l’efficacia della tecnica radioterapica a lungo termine. Ad oggi l’arruolamento dei 150 pazienti è quasi completato.

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Tumore della prostata

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 aprile 2021

Un importantissimo traguardo per l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma, che mette a segno un obiettivo prestigioso nel trattamento dei tumori della prostata: il Percorso Diagnostico-Terapeutico-Assistenziale (PDTA) per questa neoplasia ha ottenuto la certificazione UNI EN ISO 9001:2015 dall’Ente Internazionale Bureau Veritas, nell’ambito di un progetto che è stato reso possibile grazie al sostegno incondizionato di Astellas. Con questo programma di certificazione, l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata, riferimento regionale per l’Oncologia, si propone sempre più come punto di attrazione per la gestione ed il più efficace trattamento del paziente oncologico e, nel caso specifico, del paziente affetto da neoplasie prostatiche che rappresentano tumori molto frequenti tra gli over 60. Obiettivo del PDTA è assicurare al paziente una presa in carico rapida, efficace ed efficiente, tale da garantirgli un’offerta ampia ed innovativa di opportunità diagnostiche, terapeutiche ed assistenziali secondo le più recenti Linee guida internazionali. Il lavoro che ha portato alla certificazione del PDTA della prostata dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata è iniziato diversi anni fa, esattamente nel 2008, con la riorganizzazione del processo clinico-diagnostico-terapeutico-assistenziale e riabilitativo oncologico per questa patologia neoplastica maschile, che rappresenta un’area ad alta densità numerica. Per i tumori uro-genitali maschili i programmi di screening sono carenti e hanno poche adesioni. Questo è uno dei motivi per cui la diagnosi e gli stessi trattamenti a volte presentano qualche difficoltà, che può essere affrontata al meglio proprio con un approccio multidisciplinare e multiprofessionale all’interno del quale la figura dell’urologo e dell’oncologo medico sono centrali.Le patologie oncologiche richiedono una corretta gestione clinico-assistenziale fondata su una piena integrazione multidisciplinare, così da garantire al paziente una presa in carico funzionale alle diverse esigenze che la patologia richiede. I carcinomi della prostata sono tra i tumori più diffusi nel Lazio con circa 3.000 nuovi casi l’anno e diverse migliaia di uomini laziali che convivono con queste neoplasie, che rappresentano il paradigma di tali esigenze. Richiedono, infatti, il coinvolgimento nel percorso di diagnosi e cura di molteplici figure specialistiche, inclusa quella del radioterapista, che in anni recenti ha assunto una rilevanza pari a quella dell’urologo e dell’oncologo medico. «L’approccio radioterapico oggi nel trattamento del tumore della prostata è fondamentale – dichiara Ugo de Paula, già Direttore di Radioterapia Oncologica AO San Giovanni Addolorata – e il ruolo del radioterapista è cresciuto moltissimo in questo ultimo decennio, diventando una delle figure centrali del team multidisciplinare che si occupa della presa in carico del paziente. Tutte le fasi della malattia prostatica possono beneficiare di un trattamento radioterapico. Nelle fasi avanzate di tumore della prostata la radioterapia può trovare impiego nel trattamento delle metastasi a scopo sintomatico-palliativo. A tal proposito abbiamo attivato da alcuni anni l’ambulatorio di terapie palliative rapide, per dare una risposta di rapido effetto in caso di metastasi scheletriche particolarmente dolorose. Il radioterapista si interfaccia e si confronta subito dopo la diagnosi con le altre figure professionali, in particolare l’urologo e l’oncologo, e poi con il paziente con il quale condivide la scelta ultima di terapia, i risultati attesi e i suoi possibili effetti collaterali». La comunicazione ed i mezzi di informazione alla popolazione diventano sempre più importanti per far riflettere la cittadinanza intera sul fatto che l’adesione a stili di vita corretti rimane un fattore fondamentale per la prevenzione delle malattie neoplastiche e delle malattie in genere. Il modello di PDTA certificato riflette una tipologia di governance clinica basata su specifici percorsi formalizzati, su protocolli clinico-organizzativi, condivisi tra le varie Unità Operative coinvolte, e su un adeguato sistema di monitoraggio delle performance. «Astellas ha sempre dato molta importanza alla partnership pubblico-privato – conclude Enrico Belviso, Responsabile Market Access&Government Affairs di Astellas Pharma – vogliamo con questo rispondere alla domanda di salute dei pazienti e dei cittadini e, al tempo stesso, alle esigenze della sanità pubblica di reperire risorse per garantire la sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale e regionale. La collaborazione con l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma per la certificazione del PDTA del tumore prostatico rappresenta uno strumento concreto per rendere efficiente e di qualità la presa in carico e la cura del paziente anche attraverso una precisa organizzazione e sostenibilità del percorso diagnostico-terapeutico assistenziale».

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Tumore della prostata

Posted by fidest press agency su domenica, 28 febbraio 2021

In Italia il tumore della prostata è il più frequente fra gli uomini, con circa 36mila nuove diagnosi stimate nel 2020. Grazie alla prevenzione e ai progressi della ricerca, è una delle neoplasie che, negli ultimi cinque anni (2015-2020), ha fatto registrare il maggior calo di mortalità (-15,6%).Per le forme non metastatiche e resistenti alla castrazione, da oggi negli ospedali del nostro Paese è disponibile una nuova arma, darolutamide, che migliora sia la sopravvivenza globale, con una riduzione del rischio di morte del 31%, che la sopravvivenza libera da metastasi, senza compromettere la qualità di vita. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha infatti approvato la rimborsabilità di darolutamide, inibitore orale del recettore per gli androgeni sviluppato da Bayer in collaborazione con Orion Corporation, nel trattamento del carcinoma prostatico resistente alla castrazione non metastatico (nmCRPC) ad alto rischio di sviluppare malattia metastatica.A marzo 2020, darolutamide è stato approvato da EMA (Agenzia Europea del Farmaco) sulla base dei dati dello studio internazionale di fase 3 ARAMIS, pubblicato sul The New England Journal of Medicine, che ha valutato l’efficacia e la sicurezza del farmaco in associazione alla terapia di deprivazione androgenica (ADT), rispetto a placebo associato a ADT. Sono stati coinvolti più di 1.500 pazienti. “La neoplasia che rimane confinata all’organo ma che, trattata con terapia di deprivazione androgenica, continua a progredire senza sviluppare metastasi, anche quando il valore di testosterone nell’organismo si riduce a livelli molto bassi, è conosciuta come carcinoma prostatico resistente alla castrazione non metastatico – spiega Giario Conti, Direttore Urologia all’Ospedale S. Anna di Como e Segretario della Società Italiana di Uro-Oncologia (SIUrO) -. Questi pazienti generalmente non presentano sintomi e conducono una vita attiva. Ma circa un terzo sviluppa metastasi entro due anni. Nello studio ARAMIS, gli uomini trattati con darolutamide, associato a terapia di deprivazione androgenica, hanno mostrato un miglioramento significativo della sopravvivenza globale rispetto a placebo e ADT, con una riduzione del rischio di morte del 31% e un miglioramento significativo della sopravvivenza libera da metastasi, con una mediana di 40,4 mesi rispetto a 18,4 mesi di placebo in associazione a ADT. Questi risultati sono associati anche ad un profilo di sicurezza favorevole che può implementare l’aderenza terapeutica, a limitati effetti collaterali e a un ritardo del tempo alla progressione del dolore rispetto a placebo. Gli obiettivi terapeutici nel carcinoma prostatico non metastatico sono ritardare la comparsa di metastasi e prolungare la sopravvivenza globale, mantenendo invariata la qualità di vita. Risultati raggiunti da questa nuova arma”. Darolutamide, grazie alla sua struttura chimica peculiare, inibisce la crescita delle cellule di carcinoma prostatico, limitando al contempo gli effetti collaterali che impattano sulla vita quotidiana. Darolutamide è un inibitore orale del recettore degli androgeni (ARi) con una struttura chimica peculiare: si lega al recettore degli androgeni con un’elevata affinità e mostra una forte attività antagonista, inibendo la funzione del recettore e la crescita delle cellule di carcinoma prostatico. È inoltre in corso uno studio di Fase III (ARASENS) di darolutamide nel tumore della prostata ormono-sensibile metastatico. Informazioni sullo studio sono disponibili al sito http://www.clinicaltrials.gov.

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Nel 2020 in Italia sono stati stimati 36mila nuovi casi di tumore della prostata

Posted by fidest press agency su sabato, 27 febbraio 2021

È la neoplasia più frequente fra gli uomini e la sopravvivenza a 5 anni raggiunge il 92%. Il carcinoma prostatico non metastatico resistente alla castrazione in genere è asintomatico e non impedisce ai pazienti di condurre una vita normale. Ma un terzo degli uomini colpiti da questa forma sviluppa metastasi entro due anni. Ora è disponibile in Italia una nuova arma, che ha dimostrato di ritardare in modo significativo la comparsa delle metastasi, migliorando la sopravvivenza globale. Per illustrare le prospettive offerte dalla nuova terapia, venerdì 26 febbraio alle 11.30, è prevista una conferenza stampa on line. Interverranno Giario Conti (Direttore Urologia all’Ospedale S. Anna di Como e Segretario della Società Italiana di Uro-Oncologia), Orazio Caffo (Direttore Oncologia all’Ospedale Santa Chiara di Trento) e Marius Moscovici (Responsabile Medical Affairs Oncologia Bayer Italia).

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Migrazione sanitaria per tumore

Posted by fidest press agency su domenica, 31 gennaio 2021

Oltre 67.000 dei ricoveri ospedalieri per tumore, nel 2018, sono stati effettuati in mobilità passiva, ovvero con una migrazione dei pazienti dalla loro città di residenza abituale: il 9,5% di tutti i ricoveri oncologici e oncoematologici, percentuale che scende all’8,5% se si considera solo la mobilità extraregionale e non quella cosiddetta “di prossimità”.Campania, Calabria, Puglia, Sicilia e Lazio sono le Regioni dalle quali i pazienti con tumore si spostano maggiormente: oltre la metà dei ricoveri extraregionali proviene da queste 5 Regioni.A guidare la classifica delle Regioni che accolgono più pazienti extraregionali, Lombardia, lo stesso Lazio, Emilia-Romagna e Veneto, nelle quali vengono effettuati il 60% dei ricoveri per tumore in mobilità passiva.In termini economici, la mobilità passiva incide sui finanziamenti regionali nel campo dell’oncologia, con un range che va dal -3,2% della Lombardia al -40,9% del Molise. Tutte le Regioni del Sud perdono, esclusa la Sardegna (-9,0%), oltre il 13% del finanziamento per l’oncologia: di queste, Basilicata, Calabria e Molise perdono più del 30%.Il paziente oncologico si sposta dalla propria Regione prevalentemente per tumori della prostata, della vescica, del fegato e della tiroide, e circa un terzo dei ricoveri extraregione è associato a un intervento chirurgico.Sono le principali evidenze di un’indagine socio-economica realizzata dal Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (C.R.E.A. Sanità), nell’ambito delle attività del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”, coordinato da Salute Donna Onlus insieme a 35 Associazioni di pazienti oncologici e onco-ematologici, sulla migrazione sanitaria in oncologia, con un’analisi innovativa che mette a disposizione dati e proiezioni sull’impatto organizzativo ed economico di questo fenomeno, affrontando il tema della mobilità “di prossimità”, che non è sempre evitabile, e andando per la prima volta a profilare il paziente oncologico in mobilità. L’obiettivo è quello di collaborare con le Istituzioni per comprendere meglio le motivazioni alla base della migrazione sanitaria in oncologia, in vista della profonda riforma dell’assistenza e dell’organizzazione sanitaria che verrà posta in essere attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

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