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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 316

Posts Tagged ‘tumore’

Tumori del sangue nei bambini

Posted by fidest press agency su sabato, 17 settembre 2022

Tempi di degenza ridotti e migliore qualità di vita. Sono gli obiettivi raggiunti grazie all’Associazione Bambino Emopatico (ABE), che dal 2012 ha attivato un servizio di assistenza domiciliare integrata rivolto ai bambini onco-ematologici in cura agli Spedali Civili di Brescia.Il progetto Assistenza domiciliare: continuità delle cure per i bambini del reparto di onco-ematologia pediatrica, in parte finanziato grazie al Bando di Gilead Sciences Community Award Program, giunto quest’anno alla sua undicesima edizione, è un esempio virtuoso di collaborazione fra terzo settore e sistema sanitario nazionale.ABE può contare su 11 case, abitazioni protette dove i bambini con malattie onco-ematologiche che afferiscono al reparto di oncoematologia dell’Azienda ASST Spedali Civili di Brescia da tutta Italia e le loro famiglie trovano assistenza dal punto di vista sanitario, psicologico, economico-assistenziale. L’Associazione fornisce infatti a titolo gratuito tutti gli alloggi e l’assistenza di un’equipe multidisciplinare composta da un medico, un infermiere e uno psicologo, sostenendo inoltre le spese delle utenze e fornendo il materiale sanitario necessario (mascherine, siringhe ecc.), i pacchi alimentari per le famiglie in difficoltà, i trasporti da e per l’ospedale.“Ogni anno – spiega Fulvio Porta Direttore del Reparto di Oncoematologia Pediatrica e Trapianto di Midollo Osseo dell’Ospedale dei Bambini di Brescia, arrivano nel nostro Reparto circa 40 nuovi casi di leucemia e tumori; 30 sono i nuovi casi di immunodeficienza, in arrivo per la maggior parte da diverse parti d’Italia e dall’estero. Ogni anno a Brescia più di 30 bambini effettuano il trapianto di midollo osseo”.Le malattie oncologiche hanno un importante impatto sulla quotidianità e sulla qualità di vita dell’intero nucleo familiare poiché richiedono un importante sforzo di adattamento sia da parte dei piccoli pazienti che da parte dei genitori e dei fratelli sani. Rappresentano un evento altamente drammatico, una condizione traumatica più o meno prolungata e intensa in rapporto alla gravità della malattia, alle risorse individuali e alle possibilità di ricevere aiuto.

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Tumore della prostata metastatico

Posted by fidest press agency su sabato, 17 settembre 2022

In sei anni (2015-2021), in Italia, la mortalità per tumore della prostata è diminuita del 14,6%. Un risultato importante, ottenuto grazie alla prevenzione e ai progressi della ricerca nella neoplasia più frequente negli uomini (circa 36mila nuove diagnosi stimate nel 2020 nel nostro Paese). Nella malattia metastatica l’obiettivo della terapia deve essere non solo garantire un miglioramento della sopravvivenza ma anche una buona qualità di vita. Un risultato che può essere raggiunto grazie alla combinazione di darolutamide, un potente inibitore del recettore degli androgeni, con la terapia di deprivazione androgenica (ADT) e la chemioterapia con docetaxel. È quanto emerge dai nuovi risultati dello studio di Fase III ARASENS per la valutazione della qualità di vita e di alcuni endpoint rilevanti nei pazienti con tumore della prostata ormonosensibile metastatico (mHSPC). Oltre a prolungare la sopravvivenza globale, darolutamide ha un favorevole profilo di tollerabilità e la capacità di mantenere la qualità di vita dei pazienti, con il controllo dei sintomi fisici e del dolore legati alla malattia. I risultati completi sono stati presentati al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), in corso a Parigi. Il trattamento con darolutamide più ADT e docetaxel ha mostrato una tendenza a ritardare il tempo di peggioramento dei sintomi fisici e del dolore correlati alla malattia nei pazienti con dolore moderato o grave al basale e un miglioramento degli endpoint rilevanti per i pazienti, rispetto a ADT più docetaxel, a sostegno dell’incremento del trattamento precoce con l’aggiunta di darolutamide. I risultati dello studio di Fase III ARASENS hanno dimostrato una riduzione del 32,5% del rischio di morte e il miglioramento di tutti gli endpoint secondari particolarmente rilevanti per i pazienti, con l’intensificazione del trattamento precoce rispetto a ADT più docetaxel. L’obiettivo raggiunto, della migliore preservazione della qualità della vita, è di particolare importanza in una malattia come la neoplasia prostatica, per la quale si deve prevedere una prognosi ed una durata dei trattamenti anche di molti anni. Numerosi pazienti nello studio di fase III ARASENS presentavano punteggi elevati di QoL al basale, senza dolore o con dolore lieve (81%). I dati dello studio mostrano che darolutamide in combinazione con ADT e docetaxel ha mantenuto la qualità di vita (QoL) con i tempi al peggioramento (TTW) dei sintomi fisici correlati alla terapia e al dolore simili a ADT e docetaxel. Il trattamento con darolutamide in combinazione con ADT e docetaxel ha inoltre portato a un minor numero di decessi per ogni causa (35,1% versus 46,8%) e decessi per tumore della prostata (26,1% versus 36,0%) rispetto a ADT e docetaxel. Il carcinoma prostatico è il secondo tumore più diagnosticato nella popolazione maschile in tutto il mondo. Si stima che, nel 2020, a livello mondiale, 1,4 milioni di uomini abbiano ricevuto una diagnosi di tumore della prostata e circa 375.000 uomini siano deceduti a causa di questa patologia. Al momento della diagnosi la maggior parte degli uomini presenta un tumore localizzato, il che significa che la neoplasia è limitata alla ghiandola prostatica e può essere trattata con la chirurgia curativa o la radioterapia. In caso di recidiva, quando la malattia si diffonde o diventa metastatica, il tumore è sensibile agli ormoni e la terapia di deprivazione androgenica (ADT) è il cardine del trattamento. Le attuali opzioni di trattamento per gli uomini con tumore della prostata ormonosensibile metastatico (mHSPC) prevedono terapia ormonale, come l’ADT, inibitori del recettore degli androgeni più ADT o una combinazione di chemioterapia con docetaxel e ADT. Nonostante questi trattamenti, la maggior parte dei pazienti con tumore della prostata ormonosensibile metastatico progredisce sviluppando un tumore resistente alla castrazione (mCRPC), una condizione di malattia caratterizzata da elevata morbilità e sopravvivenza limitata.

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Tumore del polmone

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 settembre 2022

I risultati aggiornati dello studio di Fase III ADAURA hanno mostrato che osimertinib, farmaco di AstraZeneca, ha prodotto un miglioramento clinicamente significativo e sostenuto della sopravvivenza libera da malattia (DFS) rispetto a placebo, nel trattamento adiuvante dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) in stadio precoce (IB, II e III A) che presentano mutazioni del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR), a seguito di resezione radicale. Questi ultimi risultati sono stati presentati a Parigi in occasione del Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) Susan Galbraith, Executive Vice President, Oncology R&D, AstraZeneca dichiara: “E’ straordinario come solo due anni fa i pazienti con tumore del polmone in stadio precoce con mutazione di EGFR non avessero opzioni terapeutiche mirate dopo la chirurgia. Ora, in tutto il mondo, questa popolazione di pazienti ha la possibilità di accedere ad osimertinib e di poter inoltre beneficiare del suo valore aggiunto offerto in termini di protezione a livello encefalico. Siamo in attesa dei risultati maturi sulla sopravvivenza globale nello studio ADAURA nei tempi previsti, ma la ricerca e il nostro impegno nei confronti dei pazienti con tumore del polmone in stadio precoce continuano attraverso un più ampio programma di sviluppo di osimertinib, nel quale si sta valutando una durata maggiore del trattamento post-chirurgico e il ruolo potenziale di osimertinib come terapia adiuvante in stadi ancora più precoci di malattia”.Il tumore del polmone è la causa principale di morte per cancro tra gli uomini e le donne, e rappresenta circa un quinto di tutti i decessi per cancro.5 Il tumore del polmone si suddivide in NSCLC e tumore del polmone a piccole cellule (SCLC), con l’80-85% classificato come NSCLC.6 La maggior parte dei pazienti con NSCLC presenta una diagnosi di malattia avanzata, mentre circa il 25-30% presenta malattia resecabile alla diagnosi.1,2 La maggior parte dei pazienti con tumori resecabili (stadio IB-IIIA) sviluppa una recidiva nonostante la resezione completa del tumore e la chemioterapia adiuvante. In assenza di programmi strutturati di screening, le diagnosi di cancro al polmone in fase iniziale vengono spesso rilevate solo quando il cancro viene identificato mediante indagini radiologiche effettuate per altre condizioni non correlate.AstraZeneca sta conducendo una rivoluzione in oncologia con l’ambizione di offrire le cure per il cancro in ogni forma, grazie alla scienza per comprendere il cancro e tutte le sue complessità, per individuare, sviluppare e fornire farmaci in grado di cambiare la vita dei pazienti.

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Tumore dell’ovaio in fase avanzata

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 settembre 2022

Migliora la sopravvivenza a lungo termine delle pazienti colpite da tumore dell’ovaio in fase avanzata. Ogni anno, in Italia, sono 5200 le nuove diagnosi. La sopravvivenza a 5 anni è ancora bassa, pari al 43%, anche perché troppe donne, circa l’80%, scoprono la malattia in fase avanzata. Inoltre, in questa patologia, mancano efficaci strumenti di screening. Oggi però vi sono terapie mirate. In presenza di specifiche mutazioni genetiche, questa neoplasia può essere trattata con una terapia mirata, olaparib, capostipite della classe dei PARP inibitori, in grado di tenere sotto controllo la malattia e di cambiare la pratica clinica, grazie agli ottimi risultati evidenziati negli studi scientifici presentati al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), in corso a Parigi. I risultati positivi del follow-up a lungo termine degli studi di Fase III PAOLA-1 (Abstract # LBA29) e SOLO-1 (Abstract # 517O) hanno mostrato significativi miglioramenti clinici nella sopravvivenza globale e nella sopravvivenza libera da progressione con olaparib in combinazione con bevacizumab, un farmaco antiangiogenico, per le pazienti positive al deficit di ricombinazione omologa (HRD), rispetto a bevacizumab, e con olaparib in monoterapia, per le pazienti con mutazioni BRCA, rispetto a placebo. Entrambi gli studi, che sono stati condotti in pazienti con nuova diagnosi di tumore ovarico avanzato selezionate tramite biomarcatori, nel setting di mantenimento in prima linea hanno inoltre dimostrato un profilo di sicurezza coerente con i risultati precedenti. I risultati dello studio SOLO-1 sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Oncology. Il carcinoma ovarico è uno dei tumori ginecologici più comuni, con la prognosi peggiore e il tasso più elevato di mortalità. Più di due terzi delle pazienti presenta malattia avanzata alla diagnosi e circa il 90-60% di queste muore entro cinque anni. Una donna su cinque con carcinoma ovarico avanzato presenta una mutazione BRCA, e circa la metà è affetta da tumori HRD positivi (che comprendono i tumori con una mutazione BRCA).Il carcinoma ovarico è l’ottavo tumore più comune nelle donne a livello mondiale. Nel 2020 sono stati diagnosticati oltre 313.000 nuovi casi di carcinoma ovarico con più di 207.000 decessi. Il tasso di sopravvivenza a cinque anni delle pazienti con nuova diagnosi di carcinoma ovarico avanzato è generalmente del 30-50%. Circa la metà delle donne con carcinoma ovarico avanzato presenta tumori positivi al deficit di ricombinazione omologa (HRD), che comprende quelli con una mutazione BRCA, e una su cinque ha una mutazione BRCA. L’obiettivo primario del trattamento di prima linea è ritardare il più possible la progressione di malattia con l’intento di raggiungere la remissione a lungo termine.

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Presentato il Libro bianco 2022 “Tumore alla prostata. Stato dell’arte e nuove prospettive”

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 luglio 2022

Ad iniziativa di Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, volume realizzato grazie all’impegno di esperti di primo piano e grazie al sostegno della Fondazione per la Formazione Oncologica. Il tumore della prostata, come noto, è uno dei più importanti problemi nell’ambito della salute dell’uomo, costituendo il 19% di tutti i tumori diagnosticati nella popolazione maschile e contando ogni anno in Italia circa 37.000 nuove diagnosi. La sua incidenza è aumentata nel tempo, da un lato per il progressivo invecchiamento della popolazione e, dall’altro, per l’introduzione del PSA, il dosaggio del cosiddetto “antigene prostatico specifico”, che può facilitare l’individuazione di questa forma di tumore. Fortunatamente, si registra in parallelo una continua riduzione della mortalità, favorita anche dall’aumento della diagnosi precoce. Fino al 40% delle nuove diagnosi è costituito da tumori clinicamente insignificanti. Per evitare il sovratrattamento di lesioni indolenti, risparmiando al paziente inutili tossicità e alla comunità inutili costi, si adotta oggi un paradigma chiamato Sorveglianza Attiva, nato negli anni Novanta e riconosciuto ormai da tutte le linee guida internazionali. «È un monitoraggio sistematico per pazienti con diagnosi di adenocarcinoma della prostata in classe di rischio bassa, che prevede uno schema predefinito di controlli che include anche la pronta attivazione di un trattamento curativo qualora gli esami di monitoraggio evidenzino la comparsa di un tumore clinicamente significativo. Gli studi clinici ne confermano efficacia, sicurezza e una buona qualità della vita» spiega Riccardo Valdagni, Direttore SC Radioterapia Oncologica e Responsabile Programma Prostata, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori, Milano, dove per la prima volta questo approccio è stato applicato nell’ambito del progetto PRIAS (Prostate Cancer Research International Active Surveillance) Italia.Si passa poi alla chirurgia, che «rappresenta un trattamento di scelta per la neoplasia prostatica organo-confinata, indicata per pazienti con neoplasia a rischio intermedio che abbiano un’aspettativa di vita superiore ai 10 anni, ma che trova indicazione anche in pazienti con neoplasia a rischio elevato o localmente avanzata, nei cui casi la chirurgia può essere seguita da trattamento radioterapico e medico in un’ottica multimodale», sintetizza Bernardo Rocco, Direttore UOC di Urologia, ASST Santi Paolo e Carlo, Milano.Vengono esaminate le terapie mediche, fino alle strategie e alle tecnologie più innovative, come la radiomica, i classificatori genomici, l’immunoterapia e la radioterapia di precisione. «L’evoluzione tecnologica degli ultimi due decenni e la sempre maggiore attenzione verso il paziente e la sua malattia hanno permesso alla radioterapia di divenire un trattamento di riferimento per la cura delle neoplasie della prostata. Inoltre, grandi sforzi di ricerca sono stati compiuti per individuare fattori genetici che rendono un individuo più sensibile alla radiazione: l’inclusione di queste caratteristiche in modelli predittivi permetterà di ottimizzare i trattamenti. Inoltre, l’evoluzione tecnologica degli ultimi due decenni e la sempre maggiore attenzione verso il paziente e la sua malattia hanno permesso alla radioterapia di divenire un trattamento di riferimento per la cura delle neoplasie della prostata», spiega Noris Chiorda della SC Radioterapia Oncologica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori, Milano.Un capitolo è dedicato agli aspetti psicologici del tumore alla prostata, correlati al vissuto di malattia nonché agli effetti collaterali delle terapie e dei trattamenti che minano la qualità di vita dei pazienti, interferendo con il funzionamento sessuale, urinario e intestinale. «Il tumore alla prostata non è solo una malattia del corpo, ma colpisce l’identità maschile più intima dell’uomo. Indipendentemente dalla tipologia d’intervento o dalla persistenza degli effetti collaterali, i pazienti con cancro alla prostata sperimentano un senso di perdita: delle proprie funzioni, del proprio sé, della connessione con l’altro e di controllo» ricorda Chiara Marzorati, psicologa e psicoterapeuta, Divisione di Psiconcologia, IRCSS Istituto europeo di oncologia, Milano. Ai contributi scientifici segue, quindi, la testimonianza di Europa Uomo, la prima e principale rete di informazione e supporto per il tumore alla prostata in Italia ed Europa. «Durante e dopo le cure, Europa Uomo sostiene gli uomini tramite un gruppo di auto-aiuto, con attività supportivo-espressive coordinate da uno psicologo, attività di riabilitazione motoria guidate da un personal trainer, incontri con gli specialisti del settore e attività socioculturali. Da non dimenticare, i Venerdì di Europa Uomo che si propongono di tutelare e migliorare la qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie, aiutandoli a creare una nuova rete sociale di supporto», conclude Maria Laura De Cristofaro, Presidente Europa Uomo Italia.

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Prima rete di ospedali specializzati nel trattamento del tumore al polmone

Posted by fidest press agency su domenica, 3 luglio 2022

Una missione unica, dal nome molto promettente: Apollo 11. Si chiama così il progetto pilota presentato c/o l’Istituto Nazionale Tumori di Milano che per i prossimi 3 anni ricalcherà le orme (è il caso di dirlo!) di quello internazionale che sta ottenendo risultati sorprendenti sulle strategie diagnostiche e di sopravvivenza per i pazienti con tumore al polmone. Nella Giornata della Ricerca Scientifica vi è stato ill lancio di questa 1° rete di ospedali, che vede c/o l’Istituto dei Tumori anche l’importante riconoscimento ad Arsela Prelaj, la vincitrice per l’area della ricerca clinica e del bando che le sta permettendo di portare a termine questa missione. La rete APOLLO 11 così costruita, fornirà gli strumenti per la standardizzazione dei dati clinici e biologici dei pazienti. “L’esclusività di questa unica rete nazionale per un tumore così invasivo nasce dal fatto che verranno raccolti sia i dati dei pazienti sia i campioni biologici che verranno stoccati in biobanche locali. La condivisione dei dati e campioni di ciascun centro – continua Giovanni APOLONE, Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – sarà volontaria e contribuirà sicuramente alla ricerca scientifica di medio lungo periodo. Siamo di fronte a un traguardo mai raggiunto finora: la personalizzazione delle cure grazie alle nuove tecnologie dell’analisi dei big data come l’Intelligenza Artificiale e le sue branche di Machine e Deep Learning che possono leggere i dati insieme fornendo delle armi molto potenti”. L’associazione nazionale dei pazienti IPOP (Insieme per i Pazienti di Oncologia Polmonare), sarà uno degli attori principali del progetto vedendosi coinvolti sin dal disegno del progetto. Il tumore al polmone è la prima causa di mortalità legata al cancro in tutto il mondo. L’incidenza globale nel 2018 (periodo pre-COVID) è stata stimata in 2 milioni di casi, destinato a crescere nei prossimi 20 anni. Sono due le famiglie di tumori polmonari: quello a piccole cellule (SCLC), che rappresenta circa il 15-20% dei casi totali, e quello non a piccole cellule (NSCLC), che ne rappresenta circa l’80-85% e che viene spesso diagnosticato già in fase avanzata rendendolo non suscettibile di resezione chirurgica (a differenza del primo che è sempre considerato una malattia sistemica). L’associazione dei pazienti IPOP, sarà uno degli attori principali del progetto.

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Tumore del polmone in stadio iniziale: aumentano le guarigioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 giugno 2022

Nel 2020, in Italia, sono stati stimati circa 41.000 nuovi casi di cancro del polmone. “Troppo spesso la malattia è scoperta in fase avanzata e le diagnosi in stadio precoce, candidabili all’intervento chirurgico, non superano il 25% – afferma Federico Cappuzzo, Direttore dell’Oncologia Medica 2 all’Istituto Nazionale Tumori ‘Regina Elena’ di Roma -. I risultati dello studio CheckMate-816, che ha arruolato 358 pazienti, sono davvero significativi e possono condurre a una modifica delle linee guida del trattamento in fase precoce. Ad oggi, l’intervento chirurgico è considerato l’unico strumento per ottenere la guarigione definitiva. Una percentuale compresa tra il 30% e il 55% dei pazienti però sviluppa recidiva dopo la chirurgia, confermando quindi una forte necessità di opzioni aggiuntive che interrompano questo ciclo. Se l’intervento chirurgico è preceduto da nivolumab più chemioterapia, è possibile ottenere una importante regressione tumorale e una potenziale guaribilità del paziente”. L’associazione di nivolumab e chemioterapia aveva già mostrato un miglioramento statisticamente significativo nel tasso di risposta patologica completa, ottenuta dal 24% dei pazienti rispetto al 2% di quelli trattati con la sola chemioterapia. “I dati aggiornati dello studio, presentati al Congresso ASCO – continua il prof. Cappuzzo –, mostrano la straordinaria capacità della chemioimmunoterapia neoadiuvante di ridurre di oltre l’80% il rischio di recidiva nei pazienti che ottengono la risposta patologica completa. In questo modo possono aumentare non solo le guarigioni, ma anche le persone candidabili all’intervento. Oggi, infatti, i pazienti con malattia non metastatica non operabile sono trattati con la chemioradioterapia, ma l’impatto dello studio CheckMate-816 è tale da poter portare a una modifica nella cura delle persone con malattia localmente avanzata, finora escluse dalla chirurgia”. Se nella neoplasia in fase precoce la guarigione costituisce un obiettivo reale, nella patologia metastatica le terapie mirano a migliorare la sopravvivenza a lungo termine e alla cronicizzazione. “A tre anni, è vivo il 27% dei pazienti trattati in prima linea con la duplice terapia immunoncologica, costituita da nivolumab più ipilimumab, in associazione con due cicli di chemioterapia, rispetto al 19% con la sola chemioterapia – spiega Filippo de Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano

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ll tumore dell’esofago è una delle neoplasie a prognosi peggiore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 giugno 2022

In Italia, nel 2020, sono stati stimati 2.400 nuovi casi (1.700 uomini e 700 donne). Oltre la metà delle diagnosi è in fase avanzata, quando la malattia è più difficile da trattare. Infatti, la sopravvivenza a 5 anni è pari al 12% negli uomini e al 17% nelle donne. Da qui la necessità di nuove armi in grado di controllare la malattia a lungo termine. Un risultato possibile grazie all’immunoterapia, come evidenziato dai dati aggiornati dello studio CheckMate -648, presentato oggi al Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO), in corso a Chicago, e approfondito nel press briefing promosso da Bristol Myers Squibb. “Il tumore squamoso dell’esofago è una malattia per anni considerata priva di opzioni realmente efficaci – spiega Sara Lonardi, Direttore FF dell’Oncologia 3 all’Istituto Oncologico Veneto IRCCS di Padova –. Infatti, la chemioterapia standard di prima linea, costituita da una doppietta di farmaci, non migliora molto la prognosi, che rimane sfavorevole con una sopravvivenza mediana che non supera i 10 mesi. Nello studio CheckMate -648 sono state coinvolte 970 persone, affette da tumore dell’esofago a cellule squamose avanzato o metastatico e mai trattate in precedenza. L’analisi primaria aveva già evidenziato il beneficio in sopravvivenza globale, che è quasi raddoppiata grazie ai regimi immunoterapici in prima linea rispetto alla sola chemioterapia. In particolare, la sopravvivenza a un anno, nella popolazione di pazienti con espressione tumorale di PD-L1 pari o superiore all’1%, è passata dal 37% con lo standard di cura al 58% con la combinazione di immunoterapia e chemioterapia e al 57% con la duplice immunoterapia”. “Le nuove analisi – continua la dott.ssa Lonardi – confermano come la molecola immunologica nivolumab associata a chemioterapia e la duplice immunoterapia costituita da nivolumab più ipilimumab possano cambiare la pratica clinica nel trattamento della malattia in fase avanzata. Questo tipo di carcinoma è molto aggressivo e, con la progressione della malattia, diventa sempre più sintomatico e difficile da trattare. Per questo ogni miglioramento nel controllo della malattia nelle sue fasi iniziali è di grande valore. Come in tanti studi di immunoterapia in diverse neoplasie, anche nel carcinoma dell’esofago, con lo studio, si dimostra un beneficio di questo approccio prolungato per tutta la storia di malattia, con un gruppo di pazienti che presenta un vantaggio di sopravvivenza a lungo termine, la cosiddetta ‘coda delle curve’. Oltre ciò, la nuova analisi dimostra che il rischio di progressione a linee di terapia successive alla prima (PFS2) si è ridotto del 36% con la combinazione nivolumab chemioterapia e del 26% con nivolumab e ipilimumab, rispetto al braccio di sola chemioterapia standard. Inoltre, si conferma l’ottima tollerabilità di questo approccio”.Nel 2020, in Italia, vivono 7.100 persone dopo la diagnosi. “L’abuso di alcol e l’abitudine al fumo di sigaretta sono strettamente connessi alla forma squamosa – conclude la dott.ssa Lonardi -. Troppi pazienti scoprono la malattia in stadio avanzato, non più operabile. E sono persone molto fragili, talvolta marginalizzate per la dipendenza dall’alcol, spesso colpite anche da altre malattie, con una bassa qualità di vita. Da qui la necessità di terapie efficaci e tollerabili. La duplice immunoterapia con nivolumab ed ipilimumab è il primo trattamento ‘chemo-free’ ad aver dimostrato un beneficio in sopravvivenza e un controllo della malattia che, in base ai dati aggiornati dello studio CheckMate -648, si prolunga nelle linee successive di terapia. Esso può quindi rappresentare un’alternativa terapeutica efficace in persone che non tollerano la chemioterapia per le condizioni generali di salute compromesse”.

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Melanoma: L’immunoterapia cronicizza il tumore metastatico

Posted by fidest press agency su martedì, 7 giugno 2022

Chicago. Quasi la metà dei pazienti (48%) con melanoma metastatico, trattati in prima linea con la combinazione di due molecole immunoncologiche, nivolumab e ipilimumab, è viva a 7 anni e mezzo. Un risultato senza precedenti e impensabile prima dell’arrivo dell’immunoncologia, quando la speranza di vita nella malattia metastatica era di circa 6 mesi. I dati aggiornati della duplice immunoterapia, evidenziati dallo studio Checkmate 067 che ha arruolato 945 persone, sono presentati al Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO), che si apre oggi a Chicago, e sono approfonditi nel press briefing promosso da Bristol Myers Squibb.“Il melanoma ha costituito il modello ideale per verificare l’efficacia della immunoterapia contro il cancro – afferma Paolo Ascierto, Direttore Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative del ‘Pascale’ di Napoli -. Fino a pochi anni fa, non esistevano terapie realmente efficaci contro questo tumore della pelle, molto aggressivo in fase metastatica. Oggi la storia della malattia è cambiata e l’obiettivo della cronicizzazione è possibile per sempre più persone. Il dato dello studio Checkmate 067 consolida ulteriormente l’efficacia della combinazione nivolumab e ipilimumab in prima linea, con il 48% dei pazienti metastatici vivo a 7 anni e mezzo. La sopravvivenza globale mediana è stata di 72,1 mesi con la combinazione, rispetto a 36,9 mesi con nivolumab e a 19,9 con ipilimumab. In particolare, l’‘effetto memoria’ di ipilimumab è solido nel tempo e la sua efficacia si mantiene a lungo termine, anche dopo la fine del trattamento”. Nel 2020, in Italia, sono state stimate quasi 14.900 nuove diagnosi di melanoma. Al Congresso ASCO sono presentati anche i dati dello studio RELATIVITY-047 sulla combinazione di relatlimab e nivolumab in prima linea. “Relatlimab è una nuova molecola immunoncologica, inibitore del checkpoint immunitario LAG-3 – spiega il prof. Ascierto -. Nello studio internazionale sono stati coinvolti 714 pazienti con melanoma metastatico o non operabile. LAG-3 può essere paragonato a un ‘freno’, utilizzato dal tumore per aggirare la risposta alle terapie immuno-oncologiche, che si affianca a quelli già noti come PD-1 e CTLA-4. Questa proteina svolge un ruolo decisivo nella resistenza ai farmaci anti-PD1 come nivolumab. Sono molto incoraggianti i dati relativi alle risposte e alla sopravvivenza globale, a un follow up mediano di 19,3 mesi.

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Tumore del polmone

Posted by fidest press agency su sabato, 4 giugno 2022

E’ ancora la principale causa di morte per cancro nel mondo. Circa l’85% dei casi sono classificati come tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC), di cui l’adenocarcinoma è il sottotipo istologico più comune. L’introduzione dei moderni approcci di immunoterapia, che mirano a riattivare le cellule del sistema immunitario contro le cellule neoplastiche, ha iniziato a cambiare il panorama terapeutico per diversi tipi di tumore. Tuttavia, il tasso di risposta è ancora basso e solo il 20-30% dei pazienti beneficiano dei trattamenti di immunoterapia. Il risultato ancora modesto è dovuto a meccanismi di resistenza in parte dipendenti dalle caratteristiche intrinseche delle cellule tumorali, in parte legate al microambiente che circonda il tumore stesso. Nell’importante studio dell’Università Sapienza e dell’Istituto Regina Elena, i ricercatori hanno esplorato proprio il microambiente tumorale e le sue componenti essenziali, per identificare nuovi bersagli terapeutici e sviluppare terapie di combinazione. In quest’ ottica i versamenti che nella routine clinica vengono drenati dai pazienti a scopo terapeutico-palliativo, contengono lesioni metastatiche facilmente accessibili con metodi non troppo invasivi. Sono inoltre utili per studiare in laboratorio le interazioni tra cellule all’interno del microambiente tumorale, assai più difficili da osservare in altri tipi di contesti metastatici. L’arruolamento dei pazienti è stato possibile grazie ad uno studio multicentrico e alla preziosa collaborazione delle Divisioni di Chirurgia Toracica e la Pneumologia presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Sant’Andrea ed il Policlinico Umberto I (Sapienza Università di Roma), dirette rispettivamente da Erino Angelo Rendina, Alberto Ricci e Federico Venuta, e dell’Unità di Chirurgia Toracica dell’IRE, diretta da Francesco Facciolo. Grazie a Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, che ha sostenuto lo studio.

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Tumore della vescica

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 Maggio 2022

Il 21% dei pazienti, colpito da tumore della vescica, scopre la malattia durante controlli medici per altri problemi di salute. Solo il 37% ottiene la diagnosi perché colpito da sintomi evidenti come l’ematuria: presenza di sangue nelle urine. Il 24% invece individua la neoplasia dopo esami svolti su consiglio del medico di famiglia. Sono questi alcuni dati contenuti in un sondaggio on line svolto tra 347 pazienti dalla Società Italiana di Uro-Oncologia (SIUrO). La presentazione dell’indagine è avvenuta, nei giorni scorsi, durante il webinar “Tumore della Vescica” che è andato in onda sulla pagina Facebook della Società Scientifica. E’ stato il secondo di una serie di talk show on line che rientrano nel progetto “SIUrO Incontra Pazienti e Caregiver”: una volta al mese gli esperti della SIUrO affrontano a 360 gradi tutti gli aspetti inerenti i tumori urologici (prevenzione, terapie, impatto sulla vita quotidiana, difficoltà burocratico-amministrative, riabilitazione).“Il carcinoma alla vescica colpisce ogni anno oltre 25 mila uomini e donne nel nostro Paese – ha affermato Renzo Colombo, Vice Presidente della SIUrO -. La diagnosi precoce è ancora difficile in quanto non sono possibili screening di massa su ampie fasce della popolazione. Vanno svolti esami specifici solo per alcune categorie di professionisti che lavorano a stretto contatto con particolari agenti chimici. Lo stesso vale per i tabagisti che fumano almeno dieci sigarette al giorno per oltre 10 anni. Infatti dal nostro sondaggio emerge come l’83% dei malati fumava quando ha scoperto di avere il cancro. Per tutte gli altri potenziali pazienti è necessario un attento monitoraggio dei sintomi in primis la presenza di sangue nelle urine che va sempre segnalata al medico. L’ematuria non comporta automaticamente la presenza di un tumore e proprio per questo chi ne soffre deve sottoporsi il prima possibile ad una visita con lo specialista urologo”. Nel webinar della SIUrO ampio spazio è stato dedicato ai trattamenti disponibili per malati e specialisti. “Otto pazienti su dieci sono vivi a cinque anni dalla diagnosi anche grazie alle nuove terapie – ha sottolineato Patrizia Giannatempo, medico oncologo presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. Diverse sono le armi con le quali possiamo sconfiggere un tumore insidioso e che spesso dobbiamo trattare ad uno stadio avanzato. Per quanto riguarda i farmaci utilizziamo quelli chemioterapici ad azione citotossica o gli immunoterapici che sono in grado di riattivare e potenziare il nostro sistema immunitario. A volte possiamo usare entrambi le categorie di medicinali in combinazione. Oltre il 90% dei pazienti sostiene di aver avuto effetti collaterali che hanno impattato sulla qualità di vita. Nausea, vomito, stanchezza e disturbi di malessere generale sono i più frequenti. Va ricordato che negli ultimi anni, anche grazie all’introduzione di farmaci di supporto, riusciamo sempre più a controllare queste controindicazioni”. “Fondamentale è anche il ruolo della radioterapia – ha dichiarato Barbara Jereczek, Direttore della Divisione di Radioterapia dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e Docente dell’Università degli Studi di Milano -. Nel trattamento del tumore della vescica viene utilizzata soprattutto nel trattamento trimodale e cioè in combinazione con farmaci chemioterapici dopo un intervento chirurgico parziale. L’obiettivo fondamentale che in casi selezionati spesso riusciamo a ottenere è la conservazione dell’organo. La scelta quindi dei trattamenti, nonché l’intero percorso di cura del malato, deve essere valutato da un team multidisciplinare. Grazie al lavoro di squadra di urologi, oncologi, radioterapisti ed anatomo-patologo possiamo garantire un’assistenza migliore”.

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Tumore del colon-retto: Una nuova terapia mirata

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 aprile 2022

Una nuova terapia mirata da oggi è disponibile nel nostro Paese per il trattamento di una delle forme di cancro del colon-retto più aggressive. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità di encorafenib, in combinazione con cetuximab, nel tumore del colon-retto metastatico (mCRC) con mutazione del gene BRAFV600E, che hanno ricevuto precedente terapia sistemica. Inoltre, AIFA ha riconosciuto l’innovatività condizionata per questa indicazione. Si tratta della prima terapia mirata approvata in questa popolazione di pazienti, finora privi di terapie target. Nello studio di fase 3 BEACON, che ha portato a giugno 2020 all’approvazione da parte dell’Agenzia Europea per i medicinali (EMA) di encorafenib in combinazione con cetuximab, ha infatti dimostrato una sopravvivenza globale mediana di 9,3 mesi e una riduzione del rischio di morte del 40% rispetto al braccio di controllo. La nuova possibilità di cura è approfondita oggi in una conferenza stampa virtuale promossa da Pierre Fabre. “La neoplasia colpisce ogni anno in Italia più di 43.700 persone – afferma Alberto Sobrero, Responsabile del Dipartimento di Oncologia Medica dell’Ospedale San Martino di Genova -. Il 20% delle diagnosi purtroppo è scoperto in fase metastatica. Nella maggior parte dei casi, la malattia avanzata non è adatta a un intervento chirurgico potenzialmente curativo. Grazie alle nuove terapie, la sopravvivenza è migliorata, ma resta ancora un forte bisogno clinico insoddisfatto per i pazienti che presentano la mutazione del gene BRAF. Questa alterazione, che è individuata in circa il 10% dei casi, è associata a una prognosi decisamente peggiore, perché il tumore è più aggressivo e per una maggiore resistenza alle terapie. La mutazione V600E è la più frequente tra quelle di BRAF e il rischio di mortalità in questi pazienti è più che raddoppiato rispetto a quelli ‘non mutati’. Grazie alla disponibilità della nuova combinazione encorafenib e cetuximab, cambia il trattamento, con la possibilità di ritardare la progressione della malattia e prolungare la sopravvivenza”.BEACON è il primo e unico studio clinico di fase 3 specificamente disegnato per persone colpite da tumore del colon-retto metastatico con mutazione di BRAFV600E, che hanno ricevuto una o due precedenti terapie sistemiche. Si è svolto in più di 200 centri in tutto il mondo e ha coinvolto 665 pazienti. La caratterizzazione molecolare rappresenta un passaggio fondamentale prima di iniziare il trattamento del tumore del colon retto metastatico. Il tumore del colon-retto è la seconda neoplasia più frequente, dopo quella della mammella. In Italia vivono 513.500 persone dopo la diagnosi. “Nel 2020, i tassi di incidenza erano in diminuzione del 20% rispetto al picco del 2013 – conclude il prof. Ciardiello –. Il ruolo dello screening è evidente anche nel miglioramento della sopravvivenza a 5 anni, aumentata dal 52% degli anni Novanta al 65% attuale, anche per l’efficacia delle terapie negli stadi più avanzati. Purtroppo, la pandemia ha determinato un forte rallentamento dei programmi di prevenzione secondaria. Nei 17 mesi relativi a gennaio 2020-maggio 2021 sono oltre un milione in meno gli uomini e le donne che hanno eseguito il test di screening (ricerca del sangue occulto fecale o rettosigmoidoscopia), pari ad una riduzione del 34,3%. Il numero di carcinomi colorettali diagnosticato in meno ammonta a 1.376, mentre la stima degli adenomi avanzati persi è di 7.763. Quest’ultimo punto evidenzia come sia a rischio anche la riduzione dell’incidenza ottenuta in questi anni grazie all’identificazione delle lesioni precancerose. Sono 5,8 i mesi di ritardo accumulati, che devono essere recuperati quanto prima”. (abstract)

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Tumore alla Tiroide

Posted by fidest press agency su sabato, 9 aprile 2022

Carcinomi della tiroide sono causati dalla crescita anomala e incontrollata delle cellule che la costituiscono e insorgono prevalentemente nelle donne in età adulta. Nel 90-95% dei casi le cellule coinvolte sono i tireociti, cioè le vere e proprie cellule della tiroide, riunite in gruppetti chiamati “follicoli tiroidei”, che producono gli ormoni, nella restante percentuale di casi vengono colpite le cellule parafollicolari – cellule presenti in misura quantitativamente minore e che producono un ormone chiamato calcitonina. Sebbene i noduli tiroidei siano molto frequenti, solo il 10% circa di essi sono maligni e i tumori alla tiroide sono quindi da considerarsi tumori rari.Il tumore alla tiroide spesso non si manifesta con alcun sintomo nella fase precoce della malattia perché cresce in maniera lenta e silenziosa. Il campanello d’allarme può essere rappresentato da un nodulo isolato nella ghiandola riscontrato alla palpazione; tuttavia non tutti i noduli sono segno di un tumore alla tiroide, anzi nella maggior parte dei casi sono solo l’espressione di un’iperplasia tiroidea (una manifestazione benigna che determina un aumento di volume della ghiandola).La diagnosi di tumore maligno si avvale di dati anamnestici, in grado di fornire indicazioni sull’esistenza di altri casi nella famiglia del paziente e sulla velocità di accrescimento del nodulo, e dell’esame obiettivo che individuerà un nodulo duro e in qualche caso la presenza di linfonodi ingranditi in regione laterocervicale.Gli esami del sangue sono importanti per determinare la funzionalità della tiroide mediante il dosaggio del TSH e consentono di valutare la calcitonina, un marcatore di carcinoma midollare della tiroide. L’ecografia della tiroide, per mezzo della tecnologia ad ultrasuoni, permette di descrivere le caratteristiche del nodulo e di visualizzarne i rapporti con le strutture normali della ghiandola mentre, come ultimo approfondimento diagnostico, e solo nel caso in cui si abbia necessità di stabilire la precisa localizzazione del tumore prima dell’intervento chirurgico, si possono effettuare una TC o una risonanza magnetica per osservare meglio il nodulo maligno, i rapporti con le strutture circostanti e le eventuali metastasi.

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Tumore del colon retto

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 marzo 2022

Cambia lo standard di cura in prima linea nel tumore del colon retto. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità di pembrolizumab, terapia immunoterapica anti-PD-1 di MSD, per il trattamento dei pazienti con tumore del colon-retto metastatico con elevata instabilità dei microsatelliti (MSI-H) o deficit di riparazione del mismatch (dMMR). Si tratta della prima approvazione dell’immunoterapia in questo tumore molto frequente, che ogni anno in Italia colpisce 43.700 persone. Circa il 5% dei pazienti con malattia metastatica mostra elevata instabilità dei microsatelliti, da cui deriva un alto numero di mutazioni. Questo tipo di neoplasia è associato a una diminuzione della sopravvivenza e a una minore risposta alla chemioterapia convenzionale. Da qui l’importanza della decisione di AIFA, che rende disponibile una nuova arma e consente di evitare la chemioterapia a una parte delle persone colpite dalla neoplasia in fase avanzata. Presentati per la prima volta a maggio 2020 al Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO), i risultati dello studio KEYNOTE-177 hanno condotto, nel gennaio 2021, all’approvazione di pembrolizumab da parte della Commissione europea proprio nella terapia di prima linea del tumore del colon-retto inoperabile o metastatico con alta instabilità dei microsatelliti o deficit di riparazione del mismatch. Il 20% dei casi di tumore del colon-retto, purtroppo, è scoperto in fase metastatica. La malattia avanzata, di solito, non è adatta a un intervento chirurgico potenzialmente curativo, ma, grazie alle nuove terapie, la sopravvivenza è migliorata. “Il tumore del colon-retto insorge, in oltre il 90% dei casi, a partire da lesioni precancerose che subiscono una trasformazione neoplastica maligna – afferma il prof. Ciardiello -. Tra i fattori di rischio rientrano gli stili di vita scorretti, in particolare sedentarietà, fumo di sigaretta, sovrappeso, obesità, consumo di farine e zuccheri raffinati, carni rosse ed insaccati e ridotta assunzione di fibre vegetali. Gli stili di vita sani devono essere rispettati anche dopo la diagnosi, sia per prevenire l’insorgenza di recidive che per migliorare l’efficacia dei trattamenti”.

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La piattaforma digital che pone al centro della cura e dell’assistenza il paziente con tumore del sangue

Posted by fidest press agency su domenica, 9 gennaio 2022

È nata GIMEMA-ALLIANCE (alliance.gimema.it) la prima piattaforma che digitalizza, grazie a sofisticate tecnologie, l’assistenza sanitaria per i pazienti ematologici in Italia, in grado di garantire una comunicazione tempestiva e sicura tra il medico e il paziente. La continuità assistenziale è un fattore molto importante per i pazienti affetti da tumore del sangue. I sistemi digitali sanitari, in particolare la telemedicina, hanno dimostrato durante la pandemia Covid-19 di essere un alleato prezioso per i medici e per i pazienti.ALLIANCE è un prezioso e originale strumento ideato e realizzato da Fondazione GIMEMA –Franco Mandelli ONLUS, in collaborazione con la società accademica ESD (Evaluation Software Development), e il suo processo di sviluppo è stato di recente pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale JMIR Research Protocols. Il sistema è già attivo e punta a diffondersi sul territorio nazionale, i servizi della piattaforma sono disponibili su internet 24 ore su 24. L’adesione alla piattaforma da parte del paziente avviene su proposta dell’ematologo curante. Una volta iscritto, il paziente riceve le sue credenziali e può accedere nella sua area personale ogni volta che lo desidera e da qualsiasi dispositivo.Come muterà l’assistenza per i pazienti ematologici con le tecnologie digitali? Quale potrà essere l’utilizzo della piattaforma ALLIANCE nelle cure domiciliari e nell’assistenza ai pazienti affetti da tumore del sangue? Di tutto questo e molto altro si è parlato al meeting “La centralità del paziente nell’era della Digital Health – GIMEMA-ALLIANCE Platform”, un incontro aperto a medici e pazienti durante il quale gli esperti, anche internazionali, insieme ai rappresentanti di associazioni dei pazienti (ricordiamo AIL – Associazione Italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma) hanno fatto il punto sul ruolo della tecnologia digitale nel migliorare significativamente l’assistenza ai pazienti affetti da tumori del sangue. La piattaforma ALLIANCE consiste di due portali web comunicanti tra di loro: un portale dedicato ai pazienti (alliance.gimema.it) e un portale dedicato ai medici, ad uso esclusivo dei centri ematologici designati dal direttore del centro aderente, che vi accedono attraverso un link specifico con username e password personali (physician-alliance.gimema.it). Tutti i pazienti che rispettano i criteri di inclusione, dopo aver firmato un consenso informato, possono essere registrati sul portale del medico che ne fa richiesta e che fornisce al paziente le rispettive credenziali.A oggi, la piattaforma ALLIANCE- è attiva in oltre 20 centri ematologici italiani e ha permesso a circa 80 ematologi di monitorare più di 400 pazienti affetti da un tumore del sangue. Un risultato reso possibile grazie al grande impegno di tutti i Centri GIMEMA coinvolti e di un grande team multidisciplinare di persone altamente qualificate nel settore. Nel corso dell’incontro sono state presentate le funzionalità aggiuntive della piattaforma digitale, tra cui una App che il paziente può facilmente scaricare su Apple Store o su Google Play.

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Tumore della prostata

Posted by fidest press agency su domenica, 19 dicembre 2021

Lo studio di Fase III ARASENS che valuta l’utilizzo di darolutamide, inibitore orale del recettore degli androgeni (ARi), nel tumore della prostata ormonosensibile metastatico (mHSPC) ha raggiunto l’endpoint primario. Nello studio ARASENS, darolutamide in combinazione con docetaxel e terapia di deprivazione androgenica (ADT) ha incrementato significativamente la sopravvivenza globale (OS) rispetto a docetaxel e ADT. L’incidenza globale degli eventi avversi riportati è risultata simile nei due bracci di trattamento. Il dettaglio dei risultati dello studio sarà presentato ad un prossimo congresso scientifico. ARASENS è l’unico studio di Fase III randomizzato, multicentrico, in doppio cieco programmato prospetticamente per valutare l’efficacia e la sicurezza della combinazione di un inibitore orale del recettore degli androgeni (ARi) con docetaxel e terapia di deprivazione androgenica (ADT) rispetto a docetaxel e terapia di deprivazione androgenica (ADT) nei pazienti con tumore della prostata ormonosensibile metastatico (mHSPC). Darolutamide è approvato in numerosi Paesi nel mondo, compresi Stati Uniti, Unione Europea (EU), Giappone e Cina, per i pazienti con tumore della prostata resistente alla castrazione non metastatico (nmCRPC), a rischio elevato di sviluppare metastasi. Autorizzazioni sono in via di approvazione o programmate in altre regioni. Darolutamide è sviluppato congiuntamente da Bayer e da Orion Corporation, un’azienda farmaceutica che opera a livello globale. Bayer intende discutere i dati dello studio ARASENS con le autorità sanitarie mondiali per la presentazione della richiesta di autorizzazione alla commercializzazione per questa indicazione.Il carcinoma prostatico è il secondo tumore per incidenza nella popolazione maschile in tutto il mondo. Si stima che, nel 2020, nel mondo, 1,4 milioni di uomini abbiano ricevuto una diagnosi di tumore della prostata e circa 375.000 uomini siano deceduti a causa di questa patologia. Al momento della diagnosi, la maggior parte degli uomini presenta una malattia localizzata, limitata cioè alla ghiandola prostatica, che può essere trattata con la chirurgia curativa o la radioterapia. In caso di recidiva, quando la malattia si diffonde diventando metastatica, la terapia di deprivazione androgenica (ADT) è fondamentale nel trattamento di questo tumore ormonosensibile. Circa il 5% degli uomini alla prima diagnosi presenta tumore della prostata con metastasi a distanza. Il trattamento dei pazienti con tumore della prostata ormonosensibile metastatico (mHSPC) prevede l’ormonoterapia, con la terapia di deprivazione androgenica (ADT) o la combinazione di chemioterapia con docetaxel e ADT. Nonostante questi trattamenti, la maggior parte dei pazienti con tumore della prostata ormonosensibile metastatico progredisce sviluppando il tumore della prostata resistente alla castrazione (CRPC), una malattia con sopravvivenza limitata. Nuovi trattamenti con farmaci orali ad azione antiandrogenica stanno dimostrando efficacia nell’aumentare la sopravvivenza e ritardare la comparsa di malattia resistente a castrazione in questi pazienti.

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Tumore della prostata

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 novembre 2021

Il carcinoma della prostata è il secondo tumore più comunemente diagnosticato negli uomini e la quinta causa di morte per cancro nei maschi a livello mondiale. Ogni anno, in Italia, si stimano circa 37mila nuovi casi di tumore della prostata. Grazie ai farmaci sviluppati negli ultimi anni, più del 90% è vivo a 5 anni dalla diagnosi. Gli uomini affetti da carcinoma della prostata non metastatico resistente alla castrazione sono generalmente attivi e non presentano sintomi, ma sono a rischio elevato di sviluppare la malattia metastatica; circa un terzo dei pazienti con carcinoma della prostata non metastatico resistente alla castrazione sviluppa metastasi entro due anni. Una delle sfide più importanti è quindi quella di evitare l’insorgenza di metastasi, mantenendo inalterata la qualità di vita.Nello studio di fase III ARAMIS, darolutamide, inibitore orale del recettore per gli androgeni, ha dimostrato di ridurre il rischio di morte del 31% e di migliorare la sopravvivenza libera da metastasi (40,4 mesi rispetto a 18,4 mesi del placebo), senza compromissione della qualità di vita. Ulteriori conferme su questa molecola sono emerse dalle analisi dello studio ARAMIS presentate al Congresso dell’Associazione Americana di Urologia (2021 AUA Annual Meeting) e al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO Congress 2021) che hanno valutato darolutamide nei pazienti con carcinoma della prostata non metastatico resistente alla castrazione (nmCRPC). Queste analisi consolidano il profilo clinico di darolutamide e sottolineano la sua potenzialità nel controllo dei sintomi associati alla malattia localmente ricorrente in questi uomini. Inoltre, nel braccio con darolutamide si è ridotta la necessità di interventi locali invasivi. I dati di queste analisi forniscono una ulteriore evidenza che rafforza il profilo di efficacia e tollerabilità noto di darolutamide nei pazienti con carcinoma della prostata non metastatico resistente alla castrazione, con un progresso significativo della sopravvivenza libera da metastasi (MFS) e della sopravvivenza globale (OS), e un profilo di sicurezza favorevole in un periodo di trattamento prolungato paragonabile alla sola terapia di deprivazione androgenica (ADT).(fonte: http://www.bayer.com)

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Prima Giornata Nazionale di Prevenzione dei Tumori del Collo

Posted by fidest press agency su sabato, 20 novembre 2021

Martedì 23 novembre 2021 si terrà la prima Giornata Nazionale di Prevenzione dei Tumori promossa da SIOeChCF, Società Italiana di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico Facciale, dedicata quest’anno ai tumori del collo e rappresentata da due testimonial d’eccezione; si tratta della cantante e attrice Orietta Berti e del cantante Riccardo Fogli, fondatore tra l’altro della Nazionale Cantanti che quest’anno compie 40 anni. Per l’occasione essi registreranno un videomessaggio apposito. Su tutto il territorio nazionale si terranno iniziative di sensibilizzazione e visite mediche gratuite presso numerose strutture sanitarie pubbliche e private. Ospedali, cliniche, ASL, AUSL, ASST, studi privati: sono oltre 100 gli enti che hanno risposto alla chiamata della SIO e che apriranno le loro porte per un consulto gratuito ai cittadini che ne faranno richiesta oltre ai numerosi ambulatori del SSN e strutture dell’ospedalità privata. Un’adesione diffusa in tutte le regioni italiane che conferma quanto il tema della prevenzione dei tumori, e nella fattispecie dei carcinomi testa-collo, sia percepito come impellente all’interno della comunità scientifica di riferimento. La giornata è realizzata con il contributo non condizionante di Atos Medical.I tumori del distretto testa-collo sono il settimo cancro più comune in Europa, circa la metà dei tumori del polmone ma due volte più comuni del cancro del collo dell’utero. In Italia rappresentano il 3% dei casi oncologici, con una frequenza media tre volte superiore negli uomini e un’incidenza che aumenta progressivamente con l’età a partire dai 50 anni.Diffondere informazioni utili, stimolando così una consapevolezza condivisa e una corretta prevenzione, rappresenta una tappa fondamentale nella lotta ai tumori, centrale nell’attività svolta dalla SIO. Basti pensare che il 75% dei carcinomi della testa e del collo è causato dal fumo di tabacco e dall’abuso alcolico; altri fattori determinanti sono le esposizioni prolungate a materiali nocivi (polveri di legno, lavorazioni del cuoio, amianto, nichel…), alcuni virus tra i quali il papilloma umano (HPV) e il virus di Epstein-Barr (EBV), o ancora l’esposizione a radiazioni ionizzanti e a inquinanti atmosferici.Inoltre, adottare buone abitudini a livello alimentare e fisico resta il primo e più importante passo per condurre una vita lunga e sana. È infatti comprovato che alcuni comportamenti irregolari, come una dieta povera di fibre vegetali e ricca di carni rosse, l’obesità, o una scarsa igiene orale, se protratti nel tempo, possono essere fattori incentivanti nello sviluppo di problemi oncologici.

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Tumore del polmone, sopravvivenza in aumento

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 novembre 2021

Al via la terza edizione di “Be MUTual Days”, organizzato da WALCE – Women Against Lung Cancer in Europe. Due giorni tutti dedicati ai pazienti italiani affetti da tumore polmonare non a piccole cellule con mutazioni molecolari e in stadio metastatico, che si incontrano e confrontano tra di loro e con oncologi italiani ed europei, psicologi, Società Scientifiche e Istituzioni. L’obiettivo è costruire una rete di persone, condividere bisogni e aspettative e progettare nuove azioni sul territorio.Il tumore del polmone modello della medicina di precisione in oncologia: le terapie a bersaglio molecolare stanno cambiando la storia naturale di questa neoplasia. Nei prossimi anni, la sopravvivenza dei pazienti trattati con farmaci target, che oggi si attesta al 15-19% a 5 anni, potrebbe superare il 60% grazie alla mole di dati e conoscenze sulle alterazioni molecolari e allo sviluppo di farmaci innovativi. Attualissime le tematiche trattate al workshop: nella prima giornata, scenario e prospettive delle terapie target, testimonianze di pazienti italiani ed europei; nella seconda giornata, terapie di supporto, gruppi di lavoro e il punto sugli studi clinici. Il dato: un terzo dei pazienti non sente mai parlare di sperimentazioni cliniche durante la sua storia di malattia. Il programma europeo EPROPA, disegnato da WALCE prova a ridurre le disparità regionali di accesso a test molecolari, farmaci innovativi e sperimentazioni cliniche in Italia e in alcuni Paesi europei.

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Prevenzione per il tumore al seno

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 ottobre 2021

«Anche quest’anno il mese di ottobre sarà dedicato alla prevenzione per il tumore al seno grazie all’iniziativa “Ottobre rosa”, che attraverso iniziative gratuite in tutta Italia consentirà di poter accedere in maniera diretta al programma di esami e screening. L’annus horribilis della pandemia Covid19 ha rappresentato, purtroppo, un freno per gli esami di screening e dunque per la prevenzione. La naturale paura di recarsi in ospedale, con il rischio di entrare in contatto con il virus e contrarre l’infezione, ha fatto desistere dal sottoporsi ai primi controlli o esami di routine. Ma anche la conversione di diversi reparti in area Covid, nei momenti di maggior emergenza sanitaria, ha avuto i suoi effetti. Oggi per fortuna lo scenario epidemiologico è più rassicurante, con un calo nel numero dei contagi e una campagna vaccinale già avanzata. Per questo motivo l’invito alle donne è quello di rivolgersi con fiducia alle strutture e di usare sempre tutte le precauzioni suggerite. La diagnosi precoce, infatti, è fondamentale e riesce a fare la differenza nella cura e trattamento di questa patologia, così come per tutte le altre. Sono ancora molte, infatti, le donne a cui viene diagnosticato un tumore al seno: secondo un’indagine della Lega Italiana Lotta al Tumore (LILT) lo scorso anno, nel 2020, sono stati registrati 55mila nuovi casi», afferma il Comitato centrale FNOPO.Per tale motivo è auspicabile inserire la figura dell’ostetrica/o nei centri di screening mammografici, e nei centri oncologici, affinché lavori di concerto nei team multiprofessionali. Dopo alcuni interventi e terapie vi è tutta una parte di informazioni sulle modificazioni del corpo e sulle terapie che vengono effettuate che devono essere approfondite da tale professionista, ad esempio cicli ormonali, trasformazione fisica ecc. Tale supporto ha anche una valenza psicologica che in questo tipo di patologie non deve mai essere sottovalutato: le donne si sentono diverse, sole, impaurite, senza più il controllo del proprio corpo, devono affrontare i cambiamenti nella vita sociale, in quella di coppia e di relazione. Encomiabile è il lavoro svolto in questo campo da tutte le associazioni di donne di autoaiuto, presenti nel nostro Paese, che danno supporto e sostegno. Tra le tante difficoltà che incontrano le donne, vi è anche quella di un tempestivo accesso ai servizi – sottolinea il Comitato centrale FNOPO -. Affinché ci sia reale prevenzione, quindi, non basta una lodevole iniziativa che ricorre un mese l’anno, ma serve un sistema che metta le donne in condizioni reali di potersi sottoporre a esami senza le lungaggini delle liste di attesa. Chi gestisce la sanità, a tutti i livelli, ha la responsabilità di tutelare e proteggere la salute dei cittadini, ad esempio potenziando e migliorando le strutture e la presenza dei professionisti sanitari. Infine, determinanti nella cura contro il tumore al seno sono i test genomici, per i quali il ministro della Salute Speranza ha firmato un decreto con i quali vengono previsti 20 milioni di euro di finanziamenti, e che sono rivolti gratuitamente alle donne con tumore al seno in fase precoce e in terapia ormonale. Sono test fondamentali poiché aiutano nella definizione dei trattamenti più appropriati per ciascuna paziente». (By Dott.ssa Elisabetta Cannone)

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