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Quotidiano di informazione – Anno 35 n°32

Posts Tagged ‘tumore’

Nuovissimo vaccino 2.0 a DNA per la cura del tumore del pancreas

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 gennaio 2023

Un importante finanziamento PNRR di 950.000 euro per il nuovissimo vaccino 2.0 a DNA per la cura del tumore del pancreas all’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino. Il progetto finanziato ha lo scopo di validare ENO3PEP come vaccino di seconda generazione somministrabile virtualmente a tutti i pazienti con tumore pancreatico, dopo avere ottenuto l’autorizzazione dall’AIFA per il primo studio clinico sui pazienti di tumore pancreatico.Si tratta di un progetto coordinato dal professor Francesco Novelli (responsabile del Laboratorio di Immunologia dei Tumori del Centro di Ricerca in Medicina Sperimentale (CeRMS) dell’ospedale Molinette, Professore Ordinario di Immunologia e Direttore del Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute dell’Università di Torino), sviluppato con il sostegno della FONDAZIONE RICERCA MOLINETTE ONLUS. Il Progetto sarà condotto in collaborazione con l’Unità del Policlinico P. Giaccone di Palermo, guidato da Serena Meraviglia (Professore Associato di Immunologia Università di Palermo). Da anni il Laboratorio del professor Novelli studia la relazione tra il sistema immunitario ed il tumore pancreatico, uno tra i tumori più aggressivi e letali. Questi studi hanno portato all’identificazione di una proteina iper-espressa nel tumore del pancreas, l’alfa-enolasi, capace di scatenare nei pazienti con tumore pancreatico sia una risposta anticorpale sia l’attivazione di linfociti T anti-tumore. Questa proprietà immunostimolante ha suggerito lo sviluppo di un vaccino a DNA, codificante l’intera sequenza di alfa-enolasi che si è rivelato efficace, ed in maggior misura in combinazione con la chemioterapia, nel ritardare la progressione del tumore pancreatico in modelli animali, senza tuttavia eradicarlo del tutto. Nel settembre 2021, il professor Novelli, insieme a tre ricercatrici del suo gruppo di ricerca (la Prof. Paola Cappello, la Dr.ssa Claudia Curcio e la Dr.ssa Silvia Brugiapaglia) ha depositato, a nome dell’Università di Torino, la domanda di brevetto italiano e nel settembre 2022 è stata richiesta l’estensione europea del brevetto di ENO3PEP. Come è ben noto, il passaggio dalla fase di ricerca pre-clinica di un potenziale nuovo prodotto terapeutico come ENO3PEP all’approvazione dello studio clinico da parte di AIFA è purtroppo il più difficile a causa dei costi molto elevati della ricerca tossicologica e per la produzione e la preparazione del vaccino in condizioni cosiddette di Good Manifacturing Practice (GMP) per la sua somministrazione ai pazienti. Questo finanziamento metterà il Consorzio di Ricerca in condizione di completare un percorso di ricerca traslazionale svolto presso l’ospedale Molinette, anche grazie al supporto costante della Fondazione Ricerca Molinette ONLUS, e potere ottenere l’autorizzazione ministeriale per lo studio clinico del vaccino ENO3PEP e renderlo così sicuramente più appetibile per molti investitori dell’industria farmaceutica e biotech.

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Metodi per ottenere avanzamenti nel trattamento del tumore endometriale

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 gennaio 2023

Ottimizzare l’iter diagnostico-terapeutico del paziente con patologie onco-ginecologiche e, più specificatamente, con tumore dell’endometrio. Questo l’obiettivo di una “Masterclass in Onco-ginecologia” – realizzata da Edra e Imagine, con il contributo non condizionante di GSK – che si è svolta in tre moduli residenziali Ecm a Milano nel periodo luglio-ottobre 2022. Responsabili scientifici del corso: la prof.ssa Nicoletta Colombo – Dipartimento di Medicina e Chirurgia, Università Milano-Bicocca, Direttore Programma Ginecologia Oncologica, Istituto Europeo Oncologia, Milano – e il dott. Gennaro Daniele – Direttore UOC Fase 1, Direttore Medico “Programma Fase 1”, Direttore Scientifico Clinical Trial Center SpA, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Università Cattolica del Sacro Cuore – Roma. Il format ha previsto, per ogni modulo, tre ore di lezioni frontali alla mattina e tre ore di interattività al pomeriggio. Questo, in sintesi, il razionale scientifico: 1) Il tumore dell’endometrio rappresenta la principale neoplasia dell’utero e il più frequente tumore ginecologico nei paesi maggiormente industrializzati, occupando il quarto posto tra le cause di cancro nel sesso femminile, dopo il tumore della mammella, del colon e del polmone; è tipico della post menopausa e il picco di incidenza si ha tra i 50-70 anni; 2) l’oncologia sta vivendo trasformazioni importanti, l’innovazione delle soluzioni terapeutiche apre prospettive sempre più efficaci tanto che si osserva una tendenziale “cronicizzazione” dei pazienti; la recente creazione di protocolli di immunoterapie cellulari o diretti contro bersagli molecolari precisi ha migliorato la storia clinica e le prospettive terapeutiche di molte neoplasie che, sino a pochi anni fa, erano considerate incurabili, specialmente con metastasi a distanza; la figura professionale dello specialista in oncologia ginecologica assume un ruolo sempre più importante all’interno della struttura sanitaria ed oggi è chiamato a coniugare la necessità di migliorare l’assistenza multidisciplinare della paziente e la qualità della gestione e aderenza alla terapia; 3) il percorso formativo ha l’obiettivo di formare giovani medici su skills cliniche legate all’ambito terapeutico del tumore all’endometrio, nello specifico: a) inquadramento della patologia; b) diagnostica; c) soluzioni terapeutiche; d) immunologia; e) studi clinici e analisi dei dati. Proprio su quest’ultimo punto si è soffermato il dott. Daniele nel primo modulo, dedicato alla metodologia degli studi clinici. Infatti, lo stesso avanzamento delle conoscenze di base che ha portato allo sviluppo di farmaci e metodi diagnostici innovativi (in questo ambito oncologico così come in altri della medicina) ha determinato una maggiore precisazione dei metodi della sperimentazione clinica e una maggiore complessità nella realizzazione della stessa. Ecco, i concetti più rilevanti sottolineati dal dott. Daniele. (Fonte Doctor33)

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Diagnosticare il tumore della prostata attraverso una metodica non invasiva

Posted by fidest press agency su sabato, 3 dicembre 2022

Ciò comporta una maggiore accuratezza rispetto alle procedure tradizionali è una realtà sempre più vicina. Lo confermano i dati di uno studio pubblicato dalla rivista scientifica International Journal of Urology, nel quale è stata testata l’efficacia del primo prototipo di naso elettronico che identifica la presenza della neoplasia a partire da un campione di urina, attraverso il riconoscimento di specifiche molecole volatili. Diag-Nose – questo il nome del progetto da cui è nato un primo prototipo sperimentale – deriva dalla stretta collaborazione tra Humanitas e Politecnico di Milano. I risultati preliminari sono incoraggianti: l’esame identifica correttamente la presenza del tumore in pazienti malati nell’85,2% dei casi e risulta correttamente negativo nei pazienti sani nel 79,1% dei casi. Non solo. Il prototipo presenta ulteriori elementi significativi rispetto al tradizionale metodo della biopsia: oltre a essere un esame invasivo, la biopsia ha un tasso di falsi negativi piuttosto elevato nei tumori in fase precoce, dovuto al fatto che si preleva e analizza solo una piccola porzione dell’organo.Lo studio è stato condotto da marzo 2020 a marzo 2021 in Humanitas Mater Domini, a Castellanza, e all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. Il progetto ha coinvolto 174 persone, divise in due gruppi: 88 pazienti con tumore alla prostata di diverso grado e stadio di progressione, confermato dall’esame istologico positivo, e 86 persone del gruppo definito di “controllo”, composto da soggetti femminili o da uomini di diversa età ma senza familiarità alla patologia e con visita ed esami (tra cui il PSA) negativi. Per ogni persona è stato poi raccolto un campione di urina e analizzato presso i laboratori della prof.ssa Laura Capelli al Dipartimento di Chimica Materiali e Ingegneria Chimica del Politecnico di Milano. Il naso elettronico ha dimostrato di identificare correttamente come positive le persone con tumore nell’85,2% dei casi. L’accuratezza – ovvero la capacità di fare una diagnosi corretta, sia essa di negatività o positività – è dell’82,1%. Se si considerano solo gli uomini di età superiore ai 45 anni, la fascia di età più interessata dalla malattia, ma anche la più difficile da diagnosticare correttamente, l’accuratezza si attesta all’81%. «La biopsia alla prostata è oggi il gold standard per la diagnosi del cancro di questa ghiandola. Nonostante la maggior precisione che oggi l’esame ha raggiunto grazie all’utilizzo delle immagini di risonanza magnetica nel guidare il prelievo di tessuto, il tasso di rilevamento del tumore raggiunge al massimo il 48,5%. Una percentuale significativamente inferiore rispetto a quella del naso elettronico che, oltre ad un’accuratezza diagnostica maggiore, limiterebbe il disagio e le complicanze per il paziente», spiega il promotore dello studio, il dott. Gianluigi Taverna, responsabile Urologia di Humanitas Mater Domini e medico-ricercatore dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas. Il naso elettronico sviluppato nell’ambito del progetto Diag-Nose, è dunque un prototipo nato dalla riproduzione dell’olfatto canino, realizzato grazie a una serie di sensori in grado di analizzare le sostanze volatili rilasciate nell’aria dai campioni di urina. «Perché il naso elettronico possa effettivamente entrare a far parte della pratica clinica quotidiana saranno però necessari ulteriori studi su larga scala, che ci permetteranno di confermare i risultati già ottenuti e approfondire il potenziale del prototipo. Il prossimo passo per rendere il naso elettronico una realtà, è dunque quello di validarlo coinvolgendo istituti clinici internazionali», concludono Gianluigi Taverna e Fabio Grizzi.

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Tumore della prostata

Posted by fidest press agency su sabato, 26 novembre 2022

Con PDTA certificati 9 pazienti su 10 discussi dal team multidisciplinare, meno riospedalizzazioni dopo intervento chirurgico e maggiore appropriatezza nelle terapie e negli esami. Un aumento considerevole, dal 20% al 90%, dei casi di tumore della prostata discussi in ottica multidisciplinare; una riduzione della percentuale di pazienti a basso rischio che hanno effettuato TC o PET; una diminuzione dei pazienti riospedalizzati a 30 giorni dopo intervento chirurgico; una migliore ripartizione della strategia terapeutica tra trattamento radioterapico, oncologico e sorveglianza attiva. Sono i principali risultati dell’attivazione e sistematizzazione dei Percorsi Diagnostico-Terapeutico-Assistenziali – PDTA – per il tumore della prostata in 29 Centri specializzati in tutto il territorio italiano, nell’ambito del progetto “Prostate Cancer Team – una squadra di specialisti contro il tumore della prostata” realizzato con il contributo non condizionante di Astellas Pharma e con il supporto organizzativo di OPT, finalizzato alla certificazione ISO 9001:2015 dei PDTA da parte di un ente di certificazione internazionale indipendente: un importante traguardo a garanzia del continuo miglioramento del livello di qualità e sicurezza delle cure, secondo un approccio integrato multidisciplinare e multiprofessionale. Il valore generato dalla ‘messa a regime’ e certificazione dei PDTA del tumore della prostata è stato misurato da OPT coinvolgendo 18 team multidisciplinari, che hanno condiviso i dati anonimizzati sul percorso paziente, 150 clinici, che hanno collaborato nella raccolta e inserimento dei dati, e monitorando oltre 80 indicatori: i dati sono stati presentati questa mattina a Roma in un evento promosso da OPT con il patrocinio di Europa Uomo e SIICP (Società Italiana Interdisciplinare per le Cure Primarie) e con il contributo non condizionante di Astellas Pharma.

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Tumore dello stomaco, cambio di passo nei trattamenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 novembre 2022

Passi avanti importanti nella chemioterapia e nell’immunoterapia per i pazienti italiani affetti da tumore gastrico, con l’arrivo di due molecole per la malattia avanzata che potrebbero cambiare le prospettive e le strategie terapeutiche di chirurghi e oncologi.Buone notizie però arrivano sul fronte della terapia con l’approvazione per l’Italia nelle ultime settimane di due molecole per i pazienti con tumore dello stomaco allo stadio avanzato di malattia. La percezione è che negli ultimi 2-3 anni, hanno commentato gli esperti nel corso del Convegno, si è assistito ad una ripresa dei nuovi casi che sono passati da 12.000 a 14.500. Fatto da attribuire in parte all’emergere di una diversa eziologia della malattia collegata agli stili di vita e che sembra avere una origine autoimmunitaria legata alla dieta. «Le stime ci dicono che un tumore dello stomaco su 100 è ereditario tuttavia i numeri potrebbero essere sottovalutati, perché ancora oggi non tutte queste forme vengono identificate – spiega Maria Bencivenga, Professore Associato di Chirurgia Generale ed Esofago e Stomaco, Università degli Studi di Verona – le criticità nel percorso diagnostico sono diverse: da un lato l’accessibilità ai centri di genetica in grado di eseguire i test genomici necessari per individuare i geni coinvolti nell’ereditarietà del carcinoma gastrico dall’altro una sottovalutazione del problema da parte dei medici che non indirizzano allo screening genetico tutti i casi che lo meriterebbero. Per questo è nato un gruppo di lavoro nazionale, voluto e coordinato dall’Associazione “Vivere senza stomaco si può” che a breve avvierà un’indagine per mappare i Centri di genetica che sul territorio nazionale offrono counseling e test di sequenziamento multigenico ai pazienti, e per identificare eventuali altri Centri che potrebbero essere accreditati per offrire questo screening al fine di ampliare l’offerta. Dal 2015 ad oggi si è assistito ad un calo della mortalità molto vicino al 20%. Le nuove chemioterapie e immunoterapie aprono a prospettive migliori per le nuove diagnosi e per una gestione più appropriata delle conseguenze legate all’intervento di resezione gastrica e delle complicanze. I pazienti in alcuni casi vengono operati in Centri ad alto volume dove la gestione del pre- e post-operatorio è standardizzata e presidiata anche se la diffusione di questi Centri è ancora molto limitata sul territorio nazionale. Lo sviluppo e la disponibilità dell’approccio multidisciplinare si è dimostrato in ogni caso fondamentale. «Si conferma che l’esercizio fisico, insieme alla dieta, rappresenta un fattore protettivo verso i tumori dello stomaco – spiega Davide Festi, Gastroenterologo, Professore Alma Mater Università degli Studi di Bologna – prevenendo lo sviluppo della malattia, controbilancia la sarcopenia e la perdita di massa muscolare, due condizioni spesso presenti nel paziente gastroresecato, e ha effetti benefici sull’esito dell’intervento chirurgico e sulla capacità di sopportare le terapie mediche. Nel complesso a parte alcune zone d’ombra che vanno risolte, la gestione del paziente con tumore gastrico sta migliorando seppur lentamente e si assiste ad una maggiore consapevolezza, in primo luogo da parte dei gastroenterologi che, ai primi segnali dubbi che lasciano supporre un interessamento gastrico, sottopongono i propri assistiti ad una gastroscopia, e in secondo luogo dei chirurghi e degli oncologi, più attenti al dopo intervento e alle possibili complicanze. Gli specialisti hanno capito l’importanza di gestire lo stile di vita per ottimizzare la qualità di vita di questi pazienti e le Associazioni pazienti possono fare molto.

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Tumore della prostata: Arriva Telelilt

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 novembre 2022

Arriva una piattaforma di telemedicina con un’app dedicata alla cura dei pazienti con neoplasia della prostata che contiene tutte le informazioni utili sulla malattia, dalla prevenzione alla terapia agli effetti collaterali. Battezzata Telelilt, dal naming della Lega italiana per la lotta contro i tumori (Lilt), ideatrice del software, è stata presentata stamattina a Villa Magnisi, sede dell’ordine dei medici di Palermo, presieduto da Toti Amato, consigliere della Fnomceo. L’occasione è stato il convegno “La telemedicina nel trattamento della neoplasia alla prostata”. “La sperimentazione dell’intero sistema digitale – ha spiegato l’oncologo radioterapista Antonino Daidone – è già in corso grazie alla partecipazione di un campione di pazienti del centro di Medicina nucleare San Gaetano di Bagheria e dell’U.o di Radioterapia dell’ospedale Ajello di Mazara del Vallo. App e piattaforma sono alla portata di tutti. Il paziente, si collega digitando la sua login, scarica l’app e accede ai servizi erogati. Potranno ricevere visite oncologiche o di prevenzione durante i giorni del trattamento radiante e durante le visite trimestrali di follow-up. Documentazione clinica, trasferimenti voce, video e immagini saranno crittografati nel rispetto delle norme sulla privacy e sicurezza”. Secondo i dati segnalati dall’associazione, il carcinoma della prostata in Italia è la neoplasia più frequente tra i maschi e rappresenta oltre il 20% di tutti i tumori diagnosticati a partire dai cinquant’anni. La sopravvivenza a 5 anni al Nord è al 92%, mentre nel Sud è all’88% a causa del ritardo nella diagnosi e una scarsa diffusione dello screening. In Sicilia resta il tumore più diffuso tra gli uomini e rappresenta il 17,3% di tutti gli altri carcinomi. Teletilt è un progetto molto ampio che mira ad un doppio obiettivo. “Il primo – ha spiegato Glorioso – è mettere a regime i servizi per i pazienti con tumore alla prostata in grado di garantire equità nell’accesso alle cure e all’alta specializzazione, e una gestione semplificata delle cronicità e della continuità assistenziale attraverso un approccio multidisciplinare. Il secondo riguarda il trattamento radioterapico perché, nonostante la letteratura scientifica abbia dimostrato come la radioterapia sia un’alternativa non inferiore in termini di sopravvivenza e con minori effetti collaterali, la chirurgia è ancora la scelta terapeutica più diffusa”.

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Tumore della prostata: i pazienti chiedono maggiore informazione e conoscenza sulla malattia

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 novembre 2022

È quanto emerge dall’indagine conoscitiva sul tumore della prostata, condotta nell’ambito dell’iniziativa “In Contatto”, promossa dalle Associazioni del gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”, che ha voluto indagare le esperienze e le esigenze dei pazienti durante il percorso di cura per portare all’attenzione delle Istituzioni eventuali disagi, bisogni non soddisfatti e proposte per trovare soluzioni adeguate. I dati dell’indagine sono stati presentati durante una diretta Facebook che ha avuto come focus proprio il tumore della prostata, nell’ambito dell’iniziativa “In Contatto”. La figura dell’urologo è piuttosto conosciuta tra gli intervistati, con una consapevolezza crescente della popolazione maschile rispetto ai temi che riguardano la sfera della salute dell’apparato uro-genitale, come l’esame del PSA e la diagnosi precoce. «Il tumore della prostata è la neoplasia più comune nella popolazione maschile adulta; da alcuni anni la consapevolezza dei maschi rispetto a questo tumore è in aumento, così come la presa di coscienza dell’importanza di proteggere la propria salute uro-genitale anche per le ricadute che un tumore prostatico scoperto tardi può avere sulla sopravvivenza e la qualità della vita – dichiara Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna Onlus e Coordinatrice del gruppo «La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere» – è in crescita l’attenzione alla prevenzione primaria, che tuttavia dovrebbe essere potenziata anche tra i medici di medicina generale, ai quali per primi si rivolge l’uomo quando qualcosa non va a livello della sfera uro-genitale. I pazienti rivendicano alcuni importanti bisogni, come il supporto psicologico, un più stretto rapporto con il medico curante, una maggiore informazione sulla malattia e sul percorso di cura, segnale che il messaggio di salvaguardare la propria salute uro-genitale non arriva completamente al target. Molto c’è ancora da fare e il nostro Gruppo intende proseguire nel portare avanti con forza e determinazione il lavoro per assicurare ai pazienti tutto il sostegno necessario a che la loro presa in carico diventi veramente globale».

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Tumore del polmone a piccole cellule

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 novembre 2022

Milano, mercoledì 9 novembre 2022, ore 11.30 Fondazione Feltrinelli (Viale Pasubio 5, Sala Lettura). Si terrà una conferenza stampa con gli interventi di Andrea Ardizzoni (Ordinario di Oncologia Medica all’Università di Bologna), Lorenza Landi (Oncologia Medica 2, Istituto Nazionale dei Tumori Regina Elena, Roma), Silvia Novello (Presidente WALCE, Women Against Lung Cancer in Europe, e Ordinario di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Torino) e Mirko Merletti (Vice Presidente Oncology AstraZeneca). È prevista anche la diffusione in streaming dell’evento. La registrazione è obbligatoria e va effettuata prima dell’inizio dell’evento.

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Chieti: chirurgia robotica mini invasiva per rimuovere un tumore dal rene

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 ottobre 2022

Chieti. Un delicato intervento di chirurgia robotica mini invasiva per la rimozione di un tumore di tre centimetri al rene sinistro di un paziente, sottoposto nel 2008 a trapianto di cuore, è stato eseguito nella Clinica urologica dell’ospedale di Chieti dal direttore, Luigi Schips, e dalla sua équipe. Schips, professore ordinario nell’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara, ha fatto ricorso alla chirurgia mini invasiva, preservando gran parte del parenchima renale sano. Diversamente sarebbe stato possibile eseguire un simile intervento soltanto con un approccio tradizionale, “a cielo aperto”. Ma ciò avrebbe determinato un decorso post operatorio molto più lungo e con tempi di recupero notevolmente più lenti in un paziente già compromesso dal precedente trapianto cardiaco.Questo tipo di approccio chirurgico ha permesso al paziente di subire una perdita ematica minima e di essere dimesso già al quarto giorno in buone condizioni cliniche e con normali valori di funzionalità renale e di emoglobina.L’ospedale di Chieti si conferma centro di riferimento per il trattamento dei tumori del rene e della prostata, grazie alla competenza del professor Schips, della sua équipe, degli anestesisti e del personale di sala operatoria.“La chirurgia robotica – spiega Schips – permette di eseguire interventi sempre più precisi e con un decorso post operatorio meno doloroso e più rapido. La Asl Lanciano Vasto Chieti ha recentemente acquistato l’ultimo modello di ‘Robot da Vinci Xi’ che, con nuove telecamere 3D, garantisce un ingrandimento fino a dieci volte, assicurando un’alta chiarezza delle immagini. Consente, inoltre, una chirurgia multiquadrante, che permette di eseguire interventi più complessi agendo su organi posizionati in quadranti anatomici diversi. È inoltre dotata di una seconda console che permette a due chirurghi di collaborare durante la procedura in modo da aumentare la supervisione e ridurre la curva di apprendimento. Tale aspetto risulta molto rilevante per il nostro centro, un reparto universitario che dà grande importanza alla formazione dei giovani”.

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Tumore della prostata metastatico

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 ottobre 2022

Nel tumore metastatico della prostata oggi sono possibili cure più precise ed efficaci. Ogni anno in Italia oltre 7.000 uomini sono colpiti da forme gravi del carcinoma e di questi fino al 12% possiedono una mutazione dei geni BRCA (e in particolare di BRCA 2). Grazie alla possibilità di ricercare tale mutazione su tessuto bioptico o su prelievo ematico, il team multidisciplinare che assiste il malato può selezionare al meglio la terapia da proporre al paziente. In caso di riscontro di una positività di tipo eredo-familiare (la metà circa dei casi) si possono programmare accertamenti diagnostici ed eventuali trattamenti nei parenti più stretti, al fine di attivare eventuali trattamenti in fase precoce o l’avvio di appropriati programmi di controllo. Una limitazione a questo percorso è tuttavia, rappresentata dalla attuale carenza in Italia di un network di laboratori certificati in grado di svolgere i test, con risultati che spesso arrivano in tempi troppo dilatati. E’ quanto sostengono gli specialisti della SIUrO (Società Italiana di Urologia Oncologica) riuniti in questi giorni a Firenze per il loro XXXII congresso nazionale. Titolo dell’evento, che si apre oggi, è Opportunità e Limiti attuali della Medicina di Precisione. “Il counseling genetico presenta grandi potenzialità anche in uro-oncologia – sottolinea Alberto Lapini, Presidente Nazionale SIUrO -. Bisognerebbe, infatti, proporre l’esecuzione del test BRCA a tutti i pazienti con carcinoma prostatico metastatico per valutare la possibilità di utilizzare, quando indicato, una terapia individualizzata. Se l’alterazione genetica riscontrata è di tipo germinale vi è una discreta probabilità che il gene sia presente anche in altri componenti del nucleo familiare. La ricerca della mutazione dei geni BRCA nei familiari può consentire di individuare altri casi di tumore della prostata ma anche del seno, dell’ovaio o del pancreas”. “I limiti attuali alla medicina di precisione non sono scientifici ma soprattutto di natura burocratica e amministrativa – aggiunge Sergio Bracarda, Presidente Incoming SIUrO e nuovo Presidente Nazionale SIUrO da oggi-. I laboratori che svolgono questi esami non sono presenti in maniera uniforme sull’intero territorio nazionale. Tutti quelli operativi dovrebbero inoltre rispettare alcuni parametri minimi e dei percorsi di qualità. Solo così si può creare una rete di centri che sia efficiente e sostenibile anche da un punto di vista economico. I test genetici sono già importanti e lo saranno sempre di più nel contrasto dei tumori genito-urinari, come è stato dimostrato anche in altre neoplasie. Questi test ci permettono di identificare quei pazienti BRCA positivi che dopo una prima linea di trattamento per malattia ormonoresistente (comprendente almeno un agente ormonale di nuova generazione) potranno essere trattati con i farmaci orali inibitori di PAR”. “Anche nel tumore della vescica stiamo iniziando a valutare possibili target di sottogruppi di pazienti sui quali potrebbero funzionare o meno nuove cure farmacologiche – sostiene Renzo Colombo, Vice Presidente SIUrO -. Per il carcinoma renale siamo ancora lontani da poter parlare di medicina di precisione ma comunque i tassi di sopravvivenza sono in netto miglioramento. Più in generale i pazienti con neoplasia urologica oggi possono giovarsi di numerose opzioni terapeutiche in grado di migliorare non solo la sopravvivenza ma anche la qualità della via. Le cure per essere davvero personalizzate devono tenere conto delle caratteristiche della neoplasia sia sotto il profilo dell’estensione di malattia che della sua aggressività biologica. Bisogna quindi valutarne in modo approfondito le caratteristiche immunoistochimiche e biomolecolari”. I tumori della prostata, rene, testicolo e vescica rappresentano un quinto di tutti i tumori registrati nel nostro Paese. Si calcola che ogni anno colpiscano oltre 77mila italiani. “Sono tutte neoplasie che nelle forme iniziali possono essere trattate chirurgicamente con le nuove tecnologie robotiche – aggiunge Giario Conti, Segretario Nazionale SIUrO -. I risultati raggiunti sono sovrapponibili a quelli classici, detti anche a “cielo aperto”. Otteniamo inoltre meno effetti collaterali e soprattutto minore invalidità post-operatoria. Ad esempio per i tumori renali la chirurgia conservativa, se possibile robot assistita, rappresenta oggi lo standard terapeutico in presenza di malattia localizzata. Consiste nell’asportare solo la massa tumorale risparmiando il resto dell’organo sano. Queste tecnologie sono disponibili solo in centri di riferimento e anche in questo caso vi sono ancora notevoli differenze territoriali. In particolare nelle Regioni del Sud risultano relativamente poche le strutture sanitarie che riescono a fornire ai malati trattamenti con tali strumentazioni”. “La stessa evoluzione si sta verificando anche per la radioterapia oncologica – prosegue Rolando D’Angelillo, professore di Radioterapia, all’Università di Roma Tor Vergata -. Vi sono state delle innovazioni tecnologiche molto importanti che stanno migliorando la qualità di vita dei pazienti. In questo l’ultimo periodo, anche grazie ai fondi garantiti dal PNRR, vi è una maggiore diffusione delle nuove tecnologie di radioterapia in tutta Italia. Grazie al rinnovamento tecnologico attualmente un numero maggiore di pazienti con tumore urologico può accedere a trattamenti radianti di alta precisione”.

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Tumore del polmone

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 ottobre 2022

Età compresa fra 55 e 75 anni, fuma un pacchetto di sigarette al giorno da più di 30 anni o è un forte fumatore che ha smesso da meno di 15 anni. È l’identikit del candidato per l’inserimento nel programma ministeriale RISP (Rete Italiana Screening Polmonare). Il reclutamento inizia in questi giorni, con l’obiettivo di coinvolgere oltre 7300 persone (7324), monitorandole periodicamente con la tomografia computerizzata del torace a basso dosaggio (Low-Dose Computed Tomography, LDCT). Ogni anno, in Italia, 32.800 cittadini (circa l’80% dei casi) ricevono la diagnosi di tumore del polmone in fase avanzata, quando la malattia non è operabile e la prognosi è peggiore. Studi clinici hanno dimostrato che l’utilizzo della TAC spirale a basso dosaggio può ridurre di circa il 20% la mortalità per questa neoplasia nei forti fumatori. Si tratta di un progetto pilota, il primo di questo tipo in Italia, avviato per porre le basi per l’inserimento dello screening polmonare all’interno dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), alla stregua dei programmi di prevenzione secondaria del cancro mammario, colorettale e cervicale. Il tumore del polmone è responsabile del maggior numero di decessi oncologici in Italia, 34.000 nel 2021. Circa il 60%, pari a 20.400 morti, riguarda i forti fumatori. “Sono numeri allarmanti che ci impongono di agire quanto prima contro quello che resta il big killer – afferma Saverio Cinieri, Presidente Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. La TAC a basso dosaggio costituisce una promettente strategia salvavita, ma ad oggi non rientra ancora nella pratica clinica e nei programmi di prevenzione secondaria rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale. Ci auguriamo che RISP contribuisca a un cambiamento culturale. La Commissione Europea, pochi giorni fa, ha lanciato una nuova iniziativa volta a rafforzare la prevenzione e facilitare la diagnosi precoce dei tumori. Una delle patologie per cui è prevista un’intensificazione dei controlli preventivi è proprio il carcinoma polmonare e l’Unione Europea nei prossimi mesi emanerà una direttiva ad hoc. I sistemi sanitari nazionali saranno chiamati a partecipare attivamente all’avvio di programmi di screening strutturati per il tumore del polmone negli individui a rischio. RISP rappresenta il primo passo in questa direzione”. “Non va sottovalutato l’impatto economico della malattia, pari, nel nostro Paese, a circa 2,5 miliardi di euro ogni anno, considerando sia i costi diretti sanitari che quelli indiretti e sociali – continua il Presidente Cinieri -. Anticipare la diagnosi, grazie allo screening, significa aumentare il numero di persone che possono rientrare al lavoro, riducendo i costi socio-economici dovuti alla perdita di produttività e garantendo risparmi al sistema grazie al minor numero di ospedalizzazioni”. Nel 2020, in Italia, sono state stimate circa 41.000 nuove diagnosi di cancro del polmone. La sopravvivenza a 5 anni è pari al 16% negli uomini e al 23% nelle donne. (abstract)

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Tumori del sangue nei bambini

Posted by fidest press agency su sabato, 17 settembre 2022

Tempi di degenza ridotti e migliore qualità di vita. Sono gli obiettivi raggiunti grazie all’Associazione Bambino Emopatico (ABE), che dal 2012 ha attivato un servizio di assistenza domiciliare integrata rivolto ai bambini onco-ematologici in cura agli Spedali Civili di Brescia.Il progetto Assistenza domiciliare: continuità delle cure per i bambini del reparto di onco-ematologia pediatrica, in parte finanziato grazie al Bando di Gilead Sciences Community Award Program, giunto quest’anno alla sua undicesima edizione, è un esempio virtuoso di collaborazione fra terzo settore e sistema sanitario nazionale.ABE può contare su 11 case, abitazioni protette dove i bambini con malattie onco-ematologiche che afferiscono al reparto di oncoematologia dell’Azienda ASST Spedali Civili di Brescia da tutta Italia e le loro famiglie trovano assistenza dal punto di vista sanitario, psicologico, economico-assistenziale. L’Associazione fornisce infatti a titolo gratuito tutti gli alloggi e l’assistenza di un’equipe multidisciplinare composta da un medico, un infermiere e uno psicologo, sostenendo inoltre le spese delle utenze e fornendo il materiale sanitario necessario (mascherine, siringhe ecc.), i pacchi alimentari per le famiglie in difficoltà, i trasporti da e per l’ospedale.“Ogni anno – spiega Fulvio Porta Direttore del Reparto di Oncoematologia Pediatrica e Trapianto di Midollo Osseo dell’Ospedale dei Bambini di Brescia, arrivano nel nostro Reparto circa 40 nuovi casi di leucemia e tumori; 30 sono i nuovi casi di immunodeficienza, in arrivo per la maggior parte da diverse parti d’Italia e dall’estero. Ogni anno a Brescia più di 30 bambini effettuano il trapianto di midollo osseo”.Le malattie oncologiche hanno un importante impatto sulla quotidianità e sulla qualità di vita dell’intero nucleo familiare poiché richiedono un importante sforzo di adattamento sia da parte dei piccoli pazienti che da parte dei genitori e dei fratelli sani. Rappresentano un evento altamente drammatico, una condizione traumatica più o meno prolungata e intensa in rapporto alla gravità della malattia, alle risorse individuali e alle possibilità di ricevere aiuto.

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Tumore della prostata metastatico

Posted by fidest press agency su sabato, 17 settembre 2022

In sei anni (2015-2021), in Italia, la mortalità per tumore della prostata è diminuita del 14,6%. Un risultato importante, ottenuto grazie alla prevenzione e ai progressi della ricerca nella neoplasia più frequente negli uomini (circa 36mila nuove diagnosi stimate nel 2020 nel nostro Paese). Nella malattia metastatica l’obiettivo della terapia deve essere non solo garantire un miglioramento della sopravvivenza ma anche una buona qualità di vita. Un risultato che può essere raggiunto grazie alla combinazione di darolutamide, un potente inibitore del recettore degli androgeni, con la terapia di deprivazione androgenica (ADT) e la chemioterapia con docetaxel. È quanto emerge dai nuovi risultati dello studio di Fase III ARASENS per la valutazione della qualità di vita e di alcuni endpoint rilevanti nei pazienti con tumore della prostata ormonosensibile metastatico (mHSPC). Oltre a prolungare la sopravvivenza globale, darolutamide ha un favorevole profilo di tollerabilità e la capacità di mantenere la qualità di vita dei pazienti, con il controllo dei sintomi fisici e del dolore legati alla malattia. I risultati completi sono stati presentati al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), in corso a Parigi. Il trattamento con darolutamide più ADT e docetaxel ha mostrato una tendenza a ritardare il tempo di peggioramento dei sintomi fisici e del dolore correlati alla malattia nei pazienti con dolore moderato o grave al basale e un miglioramento degli endpoint rilevanti per i pazienti, rispetto a ADT più docetaxel, a sostegno dell’incremento del trattamento precoce con l’aggiunta di darolutamide. I risultati dello studio di Fase III ARASENS hanno dimostrato una riduzione del 32,5% del rischio di morte e il miglioramento di tutti gli endpoint secondari particolarmente rilevanti per i pazienti, con l’intensificazione del trattamento precoce rispetto a ADT più docetaxel. L’obiettivo raggiunto, della migliore preservazione della qualità della vita, è di particolare importanza in una malattia come la neoplasia prostatica, per la quale si deve prevedere una prognosi ed una durata dei trattamenti anche di molti anni. Numerosi pazienti nello studio di fase III ARASENS presentavano punteggi elevati di QoL al basale, senza dolore o con dolore lieve (81%). I dati dello studio mostrano che darolutamide in combinazione con ADT e docetaxel ha mantenuto la qualità di vita (QoL) con i tempi al peggioramento (TTW) dei sintomi fisici correlati alla terapia e al dolore simili a ADT e docetaxel. Il trattamento con darolutamide in combinazione con ADT e docetaxel ha inoltre portato a un minor numero di decessi per ogni causa (35,1% versus 46,8%) e decessi per tumore della prostata (26,1% versus 36,0%) rispetto a ADT e docetaxel. Il carcinoma prostatico è il secondo tumore più diagnosticato nella popolazione maschile in tutto il mondo. Si stima che, nel 2020, a livello mondiale, 1,4 milioni di uomini abbiano ricevuto una diagnosi di tumore della prostata e circa 375.000 uomini siano deceduti a causa di questa patologia. Al momento della diagnosi la maggior parte degli uomini presenta un tumore localizzato, il che significa che la neoplasia è limitata alla ghiandola prostatica e può essere trattata con la chirurgia curativa o la radioterapia. In caso di recidiva, quando la malattia si diffonde o diventa metastatica, il tumore è sensibile agli ormoni e la terapia di deprivazione androgenica (ADT) è il cardine del trattamento. Le attuali opzioni di trattamento per gli uomini con tumore della prostata ormonosensibile metastatico (mHSPC) prevedono terapia ormonale, come l’ADT, inibitori del recettore degli androgeni più ADT o una combinazione di chemioterapia con docetaxel e ADT. Nonostante questi trattamenti, la maggior parte dei pazienti con tumore della prostata ormonosensibile metastatico progredisce sviluppando un tumore resistente alla castrazione (mCRPC), una condizione di malattia caratterizzata da elevata morbilità e sopravvivenza limitata.

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Tumore del polmone

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 settembre 2022

I risultati aggiornati dello studio di Fase III ADAURA hanno mostrato che osimertinib, farmaco di AstraZeneca, ha prodotto un miglioramento clinicamente significativo e sostenuto della sopravvivenza libera da malattia (DFS) rispetto a placebo, nel trattamento adiuvante dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) in stadio precoce (IB, II e III A) che presentano mutazioni del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR), a seguito di resezione radicale. Questi ultimi risultati sono stati presentati a Parigi in occasione del Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) Susan Galbraith, Executive Vice President, Oncology R&D, AstraZeneca dichiara: “E’ straordinario come solo due anni fa i pazienti con tumore del polmone in stadio precoce con mutazione di EGFR non avessero opzioni terapeutiche mirate dopo la chirurgia. Ora, in tutto il mondo, questa popolazione di pazienti ha la possibilità di accedere ad osimertinib e di poter inoltre beneficiare del suo valore aggiunto offerto in termini di protezione a livello encefalico. Siamo in attesa dei risultati maturi sulla sopravvivenza globale nello studio ADAURA nei tempi previsti, ma la ricerca e il nostro impegno nei confronti dei pazienti con tumore del polmone in stadio precoce continuano attraverso un più ampio programma di sviluppo di osimertinib, nel quale si sta valutando una durata maggiore del trattamento post-chirurgico e il ruolo potenziale di osimertinib come terapia adiuvante in stadi ancora più precoci di malattia”.Il tumore del polmone è la causa principale di morte per cancro tra gli uomini e le donne, e rappresenta circa un quinto di tutti i decessi per cancro.5 Il tumore del polmone si suddivide in NSCLC e tumore del polmone a piccole cellule (SCLC), con l’80-85% classificato come NSCLC.6 La maggior parte dei pazienti con NSCLC presenta una diagnosi di malattia avanzata, mentre circa il 25-30% presenta malattia resecabile alla diagnosi.1,2 La maggior parte dei pazienti con tumori resecabili (stadio IB-IIIA) sviluppa una recidiva nonostante la resezione completa del tumore e la chemioterapia adiuvante. In assenza di programmi strutturati di screening, le diagnosi di cancro al polmone in fase iniziale vengono spesso rilevate solo quando il cancro viene identificato mediante indagini radiologiche effettuate per altre condizioni non correlate.AstraZeneca sta conducendo una rivoluzione in oncologia con l’ambizione di offrire le cure per il cancro in ogni forma, grazie alla scienza per comprendere il cancro e tutte le sue complessità, per individuare, sviluppare e fornire farmaci in grado di cambiare la vita dei pazienti.

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Tumore dell’ovaio in fase avanzata

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 settembre 2022

Migliora la sopravvivenza a lungo termine delle pazienti colpite da tumore dell’ovaio in fase avanzata. Ogni anno, in Italia, sono 5200 le nuove diagnosi. La sopravvivenza a 5 anni è ancora bassa, pari al 43%, anche perché troppe donne, circa l’80%, scoprono la malattia in fase avanzata. Inoltre, in questa patologia, mancano efficaci strumenti di screening. Oggi però vi sono terapie mirate. In presenza di specifiche mutazioni genetiche, questa neoplasia può essere trattata con una terapia mirata, olaparib, capostipite della classe dei PARP inibitori, in grado di tenere sotto controllo la malattia e di cambiare la pratica clinica, grazie agli ottimi risultati evidenziati negli studi scientifici presentati al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), in corso a Parigi. I risultati positivi del follow-up a lungo termine degli studi di Fase III PAOLA-1 (Abstract # LBA29) e SOLO-1 (Abstract # 517O) hanno mostrato significativi miglioramenti clinici nella sopravvivenza globale e nella sopravvivenza libera da progressione con olaparib in combinazione con bevacizumab, un farmaco antiangiogenico, per le pazienti positive al deficit di ricombinazione omologa (HRD), rispetto a bevacizumab, e con olaparib in monoterapia, per le pazienti con mutazioni BRCA, rispetto a placebo. Entrambi gli studi, che sono stati condotti in pazienti con nuova diagnosi di tumore ovarico avanzato selezionate tramite biomarcatori, nel setting di mantenimento in prima linea hanno inoltre dimostrato un profilo di sicurezza coerente con i risultati precedenti. I risultati dello studio SOLO-1 sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Oncology. Il carcinoma ovarico è uno dei tumori ginecologici più comuni, con la prognosi peggiore e il tasso più elevato di mortalità. Più di due terzi delle pazienti presenta malattia avanzata alla diagnosi e circa il 90-60% di queste muore entro cinque anni. Una donna su cinque con carcinoma ovarico avanzato presenta una mutazione BRCA, e circa la metà è affetta da tumori HRD positivi (che comprendono i tumori con una mutazione BRCA).Il carcinoma ovarico è l’ottavo tumore più comune nelle donne a livello mondiale. Nel 2020 sono stati diagnosticati oltre 313.000 nuovi casi di carcinoma ovarico con più di 207.000 decessi. Il tasso di sopravvivenza a cinque anni delle pazienti con nuova diagnosi di carcinoma ovarico avanzato è generalmente del 30-50%. Circa la metà delle donne con carcinoma ovarico avanzato presenta tumori positivi al deficit di ricombinazione omologa (HRD), che comprende quelli con una mutazione BRCA, e una su cinque ha una mutazione BRCA. L’obiettivo primario del trattamento di prima linea è ritardare il più possible la progressione di malattia con l’intento di raggiungere la remissione a lungo termine.

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Presentato il Libro bianco 2022 “Tumore alla prostata. Stato dell’arte e nuove prospettive”

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 luglio 2022

Ad iniziativa di Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, volume realizzato grazie all’impegno di esperti di primo piano e grazie al sostegno della Fondazione per la Formazione Oncologica. Il tumore della prostata, come noto, è uno dei più importanti problemi nell’ambito della salute dell’uomo, costituendo il 19% di tutti i tumori diagnosticati nella popolazione maschile e contando ogni anno in Italia circa 37.000 nuove diagnosi. La sua incidenza è aumentata nel tempo, da un lato per il progressivo invecchiamento della popolazione e, dall’altro, per l’introduzione del PSA, il dosaggio del cosiddetto “antigene prostatico specifico”, che può facilitare l’individuazione di questa forma di tumore. Fortunatamente, si registra in parallelo una continua riduzione della mortalità, favorita anche dall’aumento della diagnosi precoce. Fino al 40% delle nuove diagnosi è costituito da tumori clinicamente insignificanti. Per evitare il sovratrattamento di lesioni indolenti, risparmiando al paziente inutili tossicità e alla comunità inutili costi, si adotta oggi un paradigma chiamato Sorveglianza Attiva, nato negli anni Novanta e riconosciuto ormai da tutte le linee guida internazionali. «È un monitoraggio sistematico per pazienti con diagnosi di adenocarcinoma della prostata in classe di rischio bassa, che prevede uno schema predefinito di controlli che include anche la pronta attivazione di un trattamento curativo qualora gli esami di monitoraggio evidenzino la comparsa di un tumore clinicamente significativo. Gli studi clinici ne confermano efficacia, sicurezza e una buona qualità della vita» spiega Riccardo Valdagni, Direttore SC Radioterapia Oncologica e Responsabile Programma Prostata, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori, Milano, dove per la prima volta questo approccio è stato applicato nell’ambito del progetto PRIAS (Prostate Cancer Research International Active Surveillance) Italia.Si passa poi alla chirurgia, che «rappresenta un trattamento di scelta per la neoplasia prostatica organo-confinata, indicata per pazienti con neoplasia a rischio intermedio che abbiano un’aspettativa di vita superiore ai 10 anni, ma che trova indicazione anche in pazienti con neoplasia a rischio elevato o localmente avanzata, nei cui casi la chirurgia può essere seguita da trattamento radioterapico e medico in un’ottica multimodale», sintetizza Bernardo Rocco, Direttore UOC di Urologia, ASST Santi Paolo e Carlo, Milano.Vengono esaminate le terapie mediche, fino alle strategie e alle tecnologie più innovative, come la radiomica, i classificatori genomici, l’immunoterapia e la radioterapia di precisione. «L’evoluzione tecnologica degli ultimi due decenni e la sempre maggiore attenzione verso il paziente e la sua malattia hanno permesso alla radioterapia di divenire un trattamento di riferimento per la cura delle neoplasie della prostata. Inoltre, grandi sforzi di ricerca sono stati compiuti per individuare fattori genetici che rendono un individuo più sensibile alla radiazione: l’inclusione di queste caratteristiche in modelli predittivi permetterà di ottimizzare i trattamenti. Inoltre, l’evoluzione tecnologica degli ultimi due decenni e la sempre maggiore attenzione verso il paziente e la sua malattia hanno permesso alla radioterapia di divenire un trattamento di riferimento per la cura delle neoplasie della prostata», spiega Noris Chiorda della SC Radioterapia Oncologica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori, Milano.Un capitolo è dedicato agli aspetti psicologici del tumore alla prostata, correlati al vissuto di malattia nonché agli effetti collaterali delle terapie e dei trattamenti che minano la qualità di vita dei pazienti, interferendo con il funzionamento sessuale, urinario e intestinale. «Il tumore alla prostata non è solo una malattia del corpo, ma colpisce l’identità maschile più intima dell’uomo. Indipendentemente dalla tipologia d’intervento o dalla persistenza degli effetti collaterali, i pazienti con cancro alla prostata sperimentano un senso di perdita: delle proprie funzioni, del proprio sé, della connessione con l’altro e di controllo» ricorda Chiara Marzorati, psicologa e psicoterapeuta, Divisione di Psiconcologia, IRCSS Istituto europeo di oncologia, Milano. Ai contributi scientifici segue, quindi, la testimonianza di Europa Uomo, la prima e principale rete di informazione e supporto per il tumore alla prostata in Italia ed Europa. «Durante e dopo le cure, Europa Uomo sostiene gli uomini tramite un gruppo di auto-aiuto, con attività supportivo-espressive coordinate da uno psicologo, attività di riabilitazione motoria guidate da un personal trainer, incontri con gli specialisti del settore e attività socioculturali. Da non dimenticare, i Venerdì di Europa Uomo che si propongono di tutelare e migliorare la qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie, aiutandoli a creare una nuova rete sociale di supporto», conclude Maria Laura De Cristofaro, Presidente Europa Uomo Italia.

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Prima rete di ospedali specializzati nel trattamento del tumore al polmone

Posted by fidest press agency su domenica, 3 luglio 2022

Una missione unica, dal nome molto promettente: Apollo 11. Si chiama così il progetto pilota presentato c/o l’Istituto Nazionale Tumori di Milano che per i prossimi 3 anni ricalcherà le orme (è il caso di dirlo!) di quello internazionale che sta ottenendo risultati sorprendenti sulle strategie diagnostiche e di sopravvivenza per i pazienti con tumore al polmone. Nella Giornata della Ricerca Scientifica vi è stato ill lancio di questa 1° rete di ospedali, che vede c/o l’Istituto dei Tumori anche l’importante riconoscimento ad Arsela Prelaj, la vincitrice per l’area della ricerca clinica e del bando che le sta permettendo di portare a termine questa missione. La rete APOLLO 11 così costruita, fornirà gli strumenti per la standardizzazione dei dati clinici e biologici dei pazienti. “L’esclusività di questa unica rete nazionale per un tumore così invasivo nasce dal fatto che verranno raccolti sia i dati dei pazienti sia i campioni biologici che verranno stoccati in biobanche locali. La condivisione dei dati e campioni di ciascun centro – continua Giovanni APOLONE, Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – sarà volontaria e contribuirà sicuramente alla ricerca scientifica di medio lungo periodo. Siamo di fronte a un traguardo mai raggiunto finora: la personalizzazione delle cure grazie alle nuove tecnologie dell’analisi dei big data come l’Intelligenza Artificiale e le sue branche di Machine e Deep Learning che possono leggere i dati insieme fornendo delle armi molto potenti”. L’associazione nazionale dei pazienti IPOP (Insieme per i Pazienti di Oncologia Polmonare), sarà uno degli attori principali del progetto vedendosi coinvolti sin dal disegno del progetto. Il tumore al polmone è la prima causa di mortalità legata al cancro in tutto il mondo. L’incidenza globale nel 2018 (periodo pre-COVID) è stata stimata in 2 milioni di casi, destinato a crescere nei prossimi 20 anni. Sono due le famiglie di tumori polmonari: quello a piccole cellule (SCLC), che rappresenta circa il 15-20% dei casi totali, e quello non a piccole cellule (NSCLC), che ne rappresenta circa l’80-85% e che viene spesso diagnosticato già in fase avanzata rendendolo non suscettibile di resezione chirurgica (a differenza del primo che è sempre considerato una malattia sistemica). L’associazione dei pazienti IPOP, sarà uno degli attori principali del progetto.

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Tumore del polmone in stadio iniziale: aumentano le guarigioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 giugno 2022

Nel 2020, in Italia, sono stati stimati circa 41.000 nuovi casi di cancro del polmone. “Troppo spesso la malattia è scoperta in fase avanzata e le diagnosi in stadio precoce, candidabili all’intervento chirurgico, non superano il 25% – afferma Federico Cappuzzo, Direttore dell’Oncologia Medica 2 all’Istituto Nazionale Tumori ‘Regina Elena’ di Roma -. I risultati dello studio CheckMate-816, che ha arruolato 358 pazienti, sono davvero significativi e possono condurre a una modifica delle linee guida del trattamento in fase precoce. Ad oggi, l’intervento chirurgico è considerato l’unico strumento per ottenere la guarigione definitiva. Una percentuale compresa tra il 30% e il 55% dei pazienti però sviluppa recidiva dopo la chirurgia, confermando quindi una forte necessità di opzioni aggiuntive che interrompano questo ciclo. Se l’intervento chirurgico è preceduto da nivolumab più chemioterapia, è possibile ottenere una importante regressione tumorale e una potenziale guaribilità del paziente”. L’associazione di nivolumab e chemioterapia aveva già mostrato un miglioramento statisticamente significativo nel tasso di risposta patologica completa, ottenuta dal 24% dei pazienti rispetto al 2% di quelli trattati con la sola chemioterapia. “I dati aggiornati dello studio, presentati al Congresso ASCO – continua il prof. Cappuzzo –, mostrano la straordinaria capacità della chemioimmunoterapia neoadiuvante di ridurre di oltre l’80% il rischio di recidiva nei pazienti che ottengono la risposta patologica completa. In questo modo possono aumentare non solo le guarigioni, ma anche le persone candidabili all’intervento. Oggi, infatti, i pazienti con malattia non metastatica non operabile sono trattati con la chemioradioterapia, ma l’impatto dello studio CheckMate-816 è tale da poter portare a una modifica nella cura delle persone con malattia localmente avanzata, finora escluse dalla chirurgia”. Se nella neoplasia in fase precoce la guarigione costituisce un obiettivo reale, nella patologia metastatica le terapie mirano a migliorare la sopravvivenza a lungo termine e alla cronicizzazione. “A tre anni, è vivo il 27% dei pazienti trattati in prima linea con la duplice terapia immunoncologica, costituita da nivolumab più ipilimumab, in associazione con due cicli di chemioterapia, rispetto al 19% con la sola chemioterapia – spiega Filippo de Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano

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ll tumore dell’esofago è una delle neoplasie a prognosi peggiore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 giugno 2022

In Italia, nel 2020, sono stati stimati 2.400 nuovi casi (1.700 uomini e 700 donne). Oltre la metà delle diagnosi è in fase avanzata, quando la malattia è più difficile da trattare. Infatti, la sopravvivenza a 5 anni è pari al 12% negli uomini e al 17% nelle donne. Da qui la necessità di nuove armi in grado di controllare la malattia a lungo termine. Un risultato possibile grazie all’immunoterapia, come evidenziato dai dati aggiornati dello studio CheckMate -648, presentato oggi al Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO), in corso a Chicago, e approfondito nel press briefing promosso da Bristol Myers Squibb. “Il tumore squamoso dell’esofago è una malattia per anni considerata priva di opzioni realmente efficaci – spiega Sara Lonardi, Direttore FF dell’Oncologia 3 all’Istituto Oncologico Veneto IRCCS di Padova –. Infatti, la chemioterapia standard di prima linea, costituita da una doppietta di farmaci, non migliora molto la prognosi, che rimane sfavorevole con una sopravvivenza mediana che non supera i 10 mesi. Nello studio CheckMate -648 sono state coinvolte 970 persone, affette da tumore dell’esofago a cellule squamose avanzato o metastatico e mai trattate in precedenza. L’analisi primaria aveva già evidenziato il beneficio in sopravvivenza globale, che è quasi raddoppiata grazie ai regimi immunoterapici in prima linea rispetto alla sola chemioterapia. In particolare, la sopravvivenza a un anno, nella popolazione di pazienti con espressione tumorale di PD-L1 pari o superiore all’1%, è passata dal 37% con lo standard di cura al 58% con la combinazione di immunoterapia e chemioterapia e al 57% con la duplice immunoterapia”. “Le nuove analisi – continua la dott.ssa Lonardi – confermano come la molecola immunologica nivolumab associata a chemioterapia e la duplice immunoterapia costituita da nivolumab più ipilimumab possano cambiare la pratica clinica nel trattamento della malattia in fase avanzata. Questo tipo di carcinoma è molto aggressivo e, con la progressione della malattia, diventa sempre più sintomatico e difficile da trattare. Per questo ogni miglioramento nel controllo della malattia nelle sue fasi iniziali è di grande valore. Come in tanti studi di immunoterapia in diverse neoplasie, anche nel carcinoma dell’esofago, con lo studio, si dimostra un beneficio di questo approccio prolungato per tutta la storia di malattia, con un gruppo di pazienti che presenta un vantaggio di sopravvivenza a lungo termine, la cosiddetta ‘coda delle curve’. Oltre ciò, la nuova analisi dimostra che il rischio di progressione a linee di terapia successive alla prima (PFS2) si è ridotto del 36% con la combinazione nivolumab chemioterapia e del 26% con nivolumab e ipilimumab, rispetto al braccio di sola chemioterapia standard. Inoltre, si conferma l’ottima tollerabilità di questo approccio”.Nel 2020, in Italia, vivono 7.100 persone dopo la diagnosi. “L’abuso di alcol e l’abitudine al fumo di sigaretta sono strettamente connessi alla forma squamosa – conclude la dott.ssa Lonardi -. Troppi pazienti scoprono la malattia in stadio avanzato, non più operabile. E sono persone molto fragili, talvolta marginalizzate per la dipendenza dall’alcol, spesso colpite anche da altre malattie, con una bassa qualità di vita. Da qui la necessità di terapie efficaci e tollerabili. La duplice immunoterapia con nivolumab ed ipilimumab è il primo trattamento ‘chemo-free’ ad aver dimostrato un beneficio in sopravvivenza e un controllo della malattia che, in base ai dati aggiornati dello studio CheckMate -648, si prolunga nelle linee successive di terapia. Esso può quindi rappresentare un’alternativa terapeutica efficace in persone che non tollerano la chemioterapia per le condizioni generali di salute compromesse”.

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Melanoma: L’immunoterapia cronicizza il tumore metastatico

Posted by fidest press agency su martedì, 7 giugno 2022

Chicago. Quasi la metà dei pazienti (48%) con melanoma metastatico, trattati in prima linea con la combinazione di due molecole immunoncologiche, nivolumab e ipilimumab, è viva a 7 anni e mezzo. Un risultato senza precedenti e impensabile prima dell’arrivo dell’immunoncologia, quando la speranza di vita nella malattia metastatica era di circa 6 mesi. I dati aggiornati della duplice immunoterapia, evidenziati dallo studio Checkmate 067 che ha arruolato 945 persone, sono presentati al Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO), che si apre oggi a Chicago, e sono approfonditi nel press briefing promosso da Bristol Myers Squibb.“Il melanoma ha costituito il modello ideale per verificare l’efficacia della immunoterapia contro il cancro – afferma Paolo Ascierto, Direttore Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative del ‘Pascale’ di Napoli -. Fino a pochi anni fa, non esistevano terapie realmente efficaci contro questo tumore della pelle, molto aggressivo in fase metastatica. Oggi la storia della malattia è cambiata e l’obiettivo della cronicizzazione è possibile per sempre più persone. Il dato dello studio Checkmate 067 consolida ulteriormente l’efficacia della combinazione nivolumab e ipilimumab in prima linea, con il 48% dei pazienti metastatici vivo a 7 anni e mezzo. La sopravvivenza globale mediana è stata di 72,1 mesi con la combinazione, rispetto a 36,9 mesi con nivolumab e a 19,9 con ipilimumab. In particolare, l’‘effetto memoria’ di ipilimumab è solido nel tempo e la sua efficacia si mantiene a lungo termine, anche dopo la fine del trattamento”. Nel 2020, in Italia, sono state stimate quasi 14.900 nuove diagnosi di melanoma. Al Congresso ASCO sono presentati anche i dati dello studio RELATIVITY-047 sulla combinazione di relatlimab e nivolumab in prima linea. “Relatlimab è una nuova molecola immunoncologica, inibitore del checkpoint immunitario LAG-3 – spiega il prof. Ascierto -. Nello studio internazionale sono stati coinvolti 714 pazienti con melanoma metastatico o non operabile. LAG-3 può essere paragonato a un ‘freno’, utilizzato dal tumore per aggirare la risposta alle terapie immuno-oncologiche, che si affianca a quelli già noti come PD-1 e CTLA-4. Questa proteina svolge un ruolo decisivo nella resistenza ai farmaci anti-PD1 come nivolumab. Sono molto incoraggianti i dati relativi alle risposte e alla sopravvivenza globale, a un follow up mediano di 19,3 mesi.

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