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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Posts Tagged ‘umori’

Coronavirus: La politica decide senza cavalcare tutti gli umori

Posted by fidest press agency su domenica, 3 Maggio 2020

“Francamente resto sorpresa quando leggo le dichiarazioni di qualche Presidente di Regione che vuole accelerare sulle riaperture, come se tutto fosse passato. Dimenticandosi i numeri drammatici, soprattutto nella sua regione, in termini di contagiati e morti. Questo balletto di dichiarazioni, a giorni alterni, tra aperture e chiusure, non aiuta proprio.
Mettendo, con una decisione coraggiosa, in lockdown l’intero Paese abbiamo salvato il centro-sud da una tragedia ed abbiamo aiutato tutte le regioni del nord, a partire dalla Lombardia, a contenere il contagio. Responsabilità di chi Governa è assumere le decisioni non seguendo le onde emotive ma adottando misure sulla base dei dati tecnico-scientifici. La politica decide, e lo stiamo facendo, ma tenendo conto di tutti gli elementi in campo. Se non torniamo alla normalità con gradualità, con riaperture a tappe, partendo da quei settori dove si presentano meno rischi e probabilità di contagio, il rischio è di incorrere in un nuovo aumento dei casi. E nessuno ci perdonerebbe un nuovo lockdown, o meglio il Paese rischierebbe di non reggerlo proprio.Adesso serve responsabilità, da parte di tutti. Maggioranza e opposizione, per evitare le continue polemiche che destabilizzano una situazione già difficile sotto l’aspetto emotivo. Andrebbero cavalcati di meno gli umori, anche quelli della rete, concentrando le energie sulle azioni necessarie per risolvere i problemi. Dispiace che questo atteggiamento, poco costruttivo, sia tenuto anche da chi, negli anni, ha avuto importanti responsabilità di Governo. Stiamo stanziando tutte le risorse necessarie, accompagnando questa fase di riapertura con provvedimenti in termini di liquidità, sostegno alle imprese, internazionalizzazione, provvedimenti per il sostegno al reddito e alla famiglia. Qualcuno dice che dovevamo fare di più? Parto dal presupposto che si può sempre fare di meglio, ma in poche settimane abbiamo messo in campo misure che equivalgono ad almeno tre leggi di bilancio degli ultimi anni. E non ci stiamo fermando, perché tutto verrà accompagnato da un piano straordinario per lo sblocco degli investimenti, la semplificazione e la sburocratizzazione”.Così, in un post Facebook, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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Gli umori degli italiani sul ruolo del fascismo negli anni di guerra

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 agosto 2018

L’opinione pubblica – se stiamo alle segnalazioni dei Questori – viveva quei momenti di una guerra che si stava scatenando sempre più cruenta con “raccoglimento”, conscia della “gravità dell’ora”, con “titubanza” e con “spirito di sacrificio”. Parole che, dati i tempi, non potevano essere più ardite per esprimere un sentimento di “paura” e di “impotenza” dinanzi ad una decisione così drammatica per le sorti del paese. Non vi furono, naturalmente, manifestazioni esplicite di dissenso, ma infiniti elementi minori che danno l’indicazione di uno scollamento fra il sentimento popolare e il regime.
Dobbiamo, quindi, convenire con gli storici Salvatorelli, Renzo De Felice e molti altri che il momento d’effettivo consenso popolare al regime fosse già passato nel 1939/40. Per Paolo Spriano quella vigilia di guerra si annida il dramma degli italiani “nell’intreccio tra passività e im-potenza”. Certamente l’intervento italiano al fianco dei tedeschi ebbe anche cause più remote e più complesse dei semplici scatti d’umore di un dittatore. Piero Melograni a questo proposito non ha dubbi: “La decisione del 10 giugno 1940 si collega naturalmente agli orientamenti espansionistici e filo-tedeschi presenti da qualche tempo nella politica italiana.”
Mussolini in una sua relazione segreta, scritta il 31 marzo del 1940, annotava: “L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la durata della guerra senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci.”
E il momento d’intervenire sembrò ineluttabilmente coincidere con la caduta della Francia e con l’isolamento della Gran Bretagna e, quindi, a condannarla a una “pace forzata”. Lo stesso Ciano, considerato il principale fautore del “non intervento”, davanti al trionfante attacco della Wermacht, contro l’esercito francese, si pronunciò per la prima volta a favore della guerra. Ciò che non fu valutato nella giusta misura è che, per Gheorghij Filatov, il destino del conflitto non fosse deciso dalle campagne militari fulminee, ma da fattori di lungo termine come le risorse umane e il potenziale industriale delle parti in causa e così via. In più andava considerata una differenza di fondo, per Rudolf Lill, fra le mire belliche di Hitler e quelle di Mussolini, essendo la vittoria sulla Francia per Hitler nient’altro che la fine della prima tappa della guerra e non della guerra stessa com’erano convinti i fascisti interventisti. Inoltre Mussolini non teneva conto della debolezza dell’apparato militare italiano come pure della scarsa disposizione degli italiani per la guerra a fianco della Germania nazista. Negligenza doppia e due volte fatale perché il Fuhrer era deciso a condurre quella guerra totale, che Mussolini non voleva e che l’Italia non poteva fare. D’altra parte per lo storico Richard A. Webster “Mussolini non poteva non scegliere la Germania, come non poteva non impostare la guerra come guerra fascista, guerra di impegno ideologico”.
“Non così la pensava il popolo italiano” – osserva il Webster – e lo stesso si può dire di molti, tra gli industriali e finanzieri, soprattutto quelli con maggiore esperienza nel mercato mondiale. Va altresì ricordato che i tedeschi, da qualche tempo, erano alleati scomodi in campo economico. Essi vedevano in Italia solo una riserva di mano d’opera e di derrate agricole piuttosto che un socio d’affari industriali.
L’errore dell’Italia fu di non aver tentato la strada americana, per i rifornimenti, ad esempio, di carbone che allora era l’ossigeno dell’industria del triangolo settentrionale italiano. Roosevelt, a sua volta, aveva intuito questa possibilità di agganciare al carro statunitense l’Italia e cercò in tutti i modi di avviare un dialogo di favore con Mussolini, al tempo della non belligeranza, ma purtroppo l’intervento si dimostrò tardivo. Alla fine dobbiamo rilevare con Giuseppe Bottai, uno dei più intelligenti gerarchi fascisti, che stava avvenendo qualcosa di strano, tra la gente, quanto annotava nel suo diario: “Che la sera del 10 giugno del 1940 la piazza (Venezia) si gremisce di una folla ora silenziosa, ora tumultuante. Si avverte la fatica dei pochi nuclei volitivi ad indirizzare grida e acclamazioni. ”Dobbiamo – rileva Corrado Vivanti – interpretare secondo queste poche righe il rapporto fra regime e popolo? Si trattava solo di un consenso organizzato e imposto? A questo punto ci sembra più logico concludere che l’adesione prevalente fosse dettata da un preconcetto. La maggioranza degli italiani era convinta che si trattasse unicamente di una guerra di “convenienza” e non effettiva. Gli entusiasmi, a questo punto, erano anch’essi frutto di un rituale accettato ma non digerito. L’equivoco aveva fatto perdere ogni forma di spontaneità. (Riccardo Alfonso)

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Consob: trasferimento non scongiurato

Posted by fidest press agency su sabato, 12 febbraio 2011

“Grazie alla pressione dell’opposizione, la Consob non verrà trasferita a Milano. Almeno per il momento. Dall’emendamento al Dl Milleproroghe approvato è stato infatti tolto il riferimento esplicito a Milano ma si parla di una ‘riorganizzazione’ senza definire termini, modalità e luoghi. Questa vaghezza non può placare le preoccupazioni di quanti temono il trasferimento e le conseguenze occupazionali ed economiche che esso avrebbe sulla città”. Lo afferma il senatore del Pd Raffaele Ranucci che così continua: “Le misure sulle quote latte e quelle sulla Consob testimoniano la totale sudditanza di questo governo agli umori della Lega Nord. A farne le spese sono, come è evidente, i cittadini onesti e il centro e sud d’Italia”.

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Elezioni? Possibili scenari

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 novembre 2010

Editoriale. In questi giorni l’opinione pubblica è stata bombardata di messaggi in prevalenza tesi a scongiurare l’idea delle elezioni anticipate. La ragione è ovvia. I sondaggi d’opinione rilevano la forte contrarietà degli italiani a ritornare prematuramente alle urne e alla base di questo malumore si percepisce l’inutilità di tale ricorso tanto che potremmo anche considerare un forte astensionismo. C’è chi lo pensa al 50%. Dai soliti “bene informati” che notoriamente bivaccano nell’atrio del “palazzo” e cercano di catturare gli umori “dei servus servorum Dei” si coglie la voglia del “capo” di andare a votare facendo pagare per intero il prezzo di questa scelta impopolare ai “cattivi” di turno e, in primis, a Fini e alle stesse opposizioni. Il ragionamento è questo. Fini si sta ora organizzando e ci vorrà tempo per avere un partito capace di proporsi sul territorio in chiave elettorale. Il Pd è esitante. Bersani non convince. Le opposizioni interne si fanno sempre più agguerrite e pensano ad altre candidature. Gli altri da Casini a Di Pietro non sono un vero e proprio ostacolo, anzi con le elezioni potrebbero essere ridimensionati e “marginalizzati”. L’altro vantaggio è che si andrebbe a votare con l’attuale legge elettorale mentre più passa il tempo e maggiori sarebbero le pressioni per modificarla. La Lega, a sua volta, avendo in sospeso il Federalismo, diventa un’occasione in più per far quadrato e incrementare il proprio bacino elettorale. Se questi ragionamenti produrranno una risposta confacente ci troveremo ad un bivio cruciale il 14 dicembre prossimo allorchè si voterà la fiducia. Si ha l’impressione che diventi interesse di gran parte dei deputati far si che il governo superi questa tornata poiché le battaglie si possono vincere non tanto con uno scontro diretto quanto con la guerriglia. E se Berlusconi non soddisfatto rassegna le dimissioni chi gli garantirà che il Presidente della Repubblica non affidi l’incarico esplorativo, per ricercare un’altra opportunità con un leader diverso, sia pure in seno alla stessa maggioranza? In questo caso potrebbe essere lo stesso Fini. E allora? Non avendo la sfera di cristallo e la magia di Merlino e non trovandoci alla presenza dei cavalieri della Tavola rotonda diciamo dimessamente: ai posteri l’ardua sentenza. Noi abbiamo detto la nostra ora tocca a voi. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Edwin Hunziker

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 novembre 2010

Palermo fino al 20/11/2010 via Ricasoli, 45 Galleria Elle Arte Un sogno, una vita, un’isola. Opere 1950- 1979 La retrospettiva raccoglie ventisette oli su tela realizzati dal pittore svizzero, dal 1924 residente a Lipari, tra il 1950 e il 1979 . Le opere, appartenenti alla collezione degli eredi (Famiglia Hunziker Casamento, di Lipari), rappresentano paesaggi eoliani dipinti con l’amore di un autore che ha trovato la propria dimensione artistica e di vita.  Nonostante le origini nordiche Hunziker e’ riuscito come pochi a rappresentare i colori, gli umori e le tradizioni culturali dell’isola, lasciando ai posteri un appassionato documento delle trasformazioni subite negli anni dalla sua terra di elezione.
Nato nel 1901 ad Affoltern sull’ Albis, nel Cantone di Zurigo, dopo il diploma intraprese vari viaggi in Europa ed in Italia e nel 1921 inizio’ a studiare pittura a Roma. Frequento’ poi, nel 1922, l’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera.  Hunziker ha dedicato tutta la sua vita ed il suo impegno artistico alle isole Eolie ed in particolare a Lipari, da lui stesso definita come ”Terra Promessa”. (edwin)

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La democrazia rappresentativa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 agosto 2009

La forma di governo parlamentare che le democrazie occidentali si sono scelte prevede un momento elettorale teso a legittimare istituzionalmente una determinata maggioranza ad esprimere un governo. Se tutto ciò ci appare chiaro e persino scontato, non possiamo dire che è la stessa cosa allorché poniamo nel piatto il modo come intendiamo istituire il rapporto con quella opinione pubblica che diventa elettore e si serve della “cinghia di trasmissione” che è il parlamento per dare al governo la sua legittimità per amministrarci. Questo modo di essere è la comunicazione, ovvero i mass media. Diventa, quindi, vitale la possibilità di comunicare per cercarne, con l’opinione pubblica, il confronto. Solo in questo modo i parlamentari ed i partiti possono aggiustare l’azione di governo e farne riflettere gli umori popolari che sono tenuti a prendere atto e a trarne le conseguenze. Se lungo questo percorso si tende a barare è ovvio che ci troviamo davanti ad un sistema imperfetto che può determinare una caduta di credibilità ed una sfiducia profonda dell’elettore nello stesso sistema che pur resta nominalmente sui valori della democrazia rappresentativa. Da qui l’importanza di cogliere, con crescente attenzione, quei segnali che ci fanno intravedere il pericolo che la comunicazione sia manipolata, ad usum delphini, e veicoli, di conseguenza, una forma di consenso fittizio creato ad arte per disorientare gli elettori e far loro scorgere situazioni diverse dalle reali. E’ quanto potrebbe accadere in Italia, e per certuni sta già accadendo, e quel che è peggio, se il potere finisce con lo strutturarsi in forme rigidamente gerarchiche di tipo piramidale per veicolare il consenso rendendo meno libera la comunicazione e la stessa informazione.

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