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UNHCR: porre fine alle allarmanti condizioni che affliggono le isole Egee

Posted by fidest press agency su domenica, 9 febbraio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esorta la Grecia a intensificare gli sforzi per porre fine alle allarmanti condizioni di sovraffollamento e di precarietà in cui vivono i richiedenti asilo e i migranti presenti sulle cinque isole egee di Lesbo, Chio, Samo, Cos, e Lero. L’UNHCR si appella da tempo al Governo greco affinché adotti misure emergenziali per accelerare i piani volti a trasferire un numero maggiore di richiedenti asilo in alloggi adeguati sulla terraferma. Attualmente, sono oltre 36.000 i richiedenti asilo presenti nei centri di accoglienza dislocati sulle cinque isole, i quali, in origine, erano destinati a ospitare fino a 5.400 persone.La Grecia si è dimostrata generosa e compassionevole nei confronti dei rifugiati, nonostante la situazione estremamente complessa, e le isole Egee orientali si sono assunte oneri e responsabilità enormemente sproporzionati. È di fondamentale importanza che altre regioni greche assicurino maggiore solidarietà per contribuire ad allentare la pressione facendosi carico dei richiedenti asilo da trasferire e mettendo a disposizione ulteriori posti in accoglienza. È necessario, inoltre, che l’Europa assicuri risorse, competenze e solidarietà per sostenere la risposta della Grecia.Sull’isola di Samo, 6.782 persone sono accolte in un centro concepito per 660, e altre ancora trovano riparo in alloggi di fortuna eretti nei prati circostanti lungo ripidi pendii. Il campo di Moria, a Lesbo, accoglie 18.342 persone all’interno di una struttura da 2.200 posti e altre ancora sono accampate tra gli uliveti ad essa adiacenti.Anche i centri di accoglienza di Chio, Cos, e Lero sono sovraffollati. La maggioranza di richiedenti asilo e migranti è composta da famiglie. Un terzo della popolazione è composta da minori, la maggior parte dei quali di età inferiore ai dodici anni.Migliaia di donne, uomini e bambini, che attualmente vivono in piccole tende, sono esposte a freddo e piogge, con accesso ridotto, o nullo, a riscaldamento, elettricità e acqua calda. Le condizioni igieniche e i servizi igienico-sanitari non sono sicuri. Si registra un aumento di problemi di salute. Nonostante la dedizione dei medici e dei volontari, molte persone non vengono visitate, dal momento che il personale sanitario disponibile presso centri di accoglienza e ospedali è semplicemente insufficiente.All’inizio di questa settimana, a Lesbo si sono registrate forti tensioni allorché la polizia ha dovuto contrastare le proteste dei richiedenti asilo. Le condizioni abitative disperate e le lunghe attese per completare le procedure di asilo hanno portato i richiedenti asilo a vivere nella paura e nell’ansia. Nelle ultime settimane anche le comunità locali hanno protestato e richiesto l’adozione immediata di misure volte ad allentare la pressione sulle isole.
È necessario riconquistare la fiducia delle comunità locali tramite l’adozione di misure governative risolute e coordinate che siano sostenute con vigore dall’Unione Europea.L’implementazione di soluzioni a lungo termine e il miglioramento delle condizioni sulle isole sono necessari, ma saranno possibili solo una volta che sarà posta fine al sovraffollamento che affligge i centri. L’UNHCR è pronta ad assicurare assistenza coi trasferimenti sulla terraferma impegnandosi, inoltre, nella ricerca di soluzioni rapide volte a incrementare le capacità di accoglienza. L’UNHCR esorta gli Stati europei a mettere a disposizione posti per il ricollocamento di minori non accompagnati e altre persone vulnerabili e ad accelerare il trasferimento dei minori che soddisfano i requisiti per ricongiungersi ai propri familiari.Quasi 2.000 minori presenti in Grecia, non accompagnati da genitori o parenti, sono esposti a rischi all’interno dei centri di accoglienza delle isole. I minori non accompagnati presenti attualmente in Grecia sono 5.300 e solo meno di un quarto di questi vivono in alloggi adeguati alle esigenze della loro età.Il sistema di asilo della Grecia è vicino al collasso per l’accumulo di quasi 90.000 casi. Gli sforzi del Governo per snellire e accelerare le procedure di asilo devono, al contempo, conformarsi alle norme e alle tutele previste in materia. La maggior parte dei profili dei richiedenti asilo presenti in Grecia soddisfa i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato e vi sono probabilità che necessiti di protezione internazionale.L’UNHCR accoglie con favore l’istituzione di un ministero dedicato, il Ministero per le migrazioni e l’asilo, volto a rafforzare le capacità del Governo in materia. L’annuncio del rafforzamento delle capacità del Servizio greco per l’asilo e il raddoppio del personale dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (European Asylum Support Office/EASO) dovrebbero contribuire alla presa in carico del numero considerevole di casi di asilo arretrati. È imperativo che, a partire da questo momento, tutte le istituzioni governative agiscano in modo coordinato per risolvere tali questioni. È auspicabile che le organizzazioni non governative, le quali continuano a svolgere un ruolo vitale in Grecia, siano incluse nella strategia di risposta.Il numero di arrivi in Grecia costituisce una piccola frazione di quello registrato nel 2015 e nel 2016, allorché un milione di persone approdò sulle coste del Paese. Tuttavia, insieme all’arrivo via mare di circa 59.000 persone nel 2019, e a procedure di asilo interminabili, tutto questo ha portato a un netto peggioramento delle condizioni. È di fondamentale importanza che gli Stati membri dell’Unione Europea assicurino solidarietà e contribuiscano ad allentare la pressione trasferendo i richiedenti asilo.L’UNHCR è pronta a sostenere la Grecia e a trovare soluzioni a questa situazione complessa

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Dichiarazione UNHCR per la Giornata della Memoria

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 gennaio 2020

In occasione della Giornata della Memoria, che quest’anno ricorda i 75 anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, vuole ricordare e onorare i milioni di cittadini ebrei, rom, omosessuali e altre vittime dell’Olocausto. Dagli orrori dell’Olocausto e dalle atrocità della seconda guerra mondiale sono nate le Nazioni Unite, con lo scopo di riaffermare la fiducia nella dignità e nel valore della persona umana e di difendere il diritto fondamentale a vivere in pace, al sicuro da persecuzioni e violenze. Questi principi sono fondamentali oggi come allora, e sono anche alla base del mandato di protezione dell’UNHCR nei confronti dei rifugiati.Nel mondo, milioni di persone continuano a soffrire a causa di discriminazioni e violenze, inclusi coloro che fuggono da guerre e persecuzioni. Sono più di 70.8 milioni le persone in fuga dalle loro case, il dato più alto dalla seconda guerra mondiale. Allo stesso tempo crescono gli estremismi e si moltiplicano gli episodi di intolleranza e xenofobia che alimentano l’isolamento e l’esclusione sociale.“Abbiamo il dovere di ricordare il passato, di opporci ad ogni forma di antisemitismo e pregiudizio nei confronti di qualsiasi essere umano e di proteggere coloro che ne hanno bisogno,” ha dichiarato Roland Schilling, Rappresentatnte UNHCR per l’Italia. “Queste azioni rappresentano il miglior antidoto contro il ripetersi della storia nelle sue forme più aberranti, e gettano le basi per una convivenza pacifica e dignitosa nel futuro.”

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Solidarietà internazionale ai rifugiati e comunità di accoglienza in Sudan

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 gennaio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, chiede maggiore sostegno a favore del Sudan mediante un nuovo appello volto a raccogliere fondi per 477 milioni di dollari da destinare all’assistenza, nell’arco di quest’anno, degli oltre 900.000 rifugiati presenti nel Paese, nonché dei quasi 250.000 sudanesi delle comunità che li accolgono.Il Piano di risposta alla crisi di rifugiati in Sudan (Sudan Refugee Response Plan), presentato a Khartoum stamattina, prevede interventi umanitari ad opera dell’UNHCR e di oltre 30 partner.
Il Sudan può vantare una lunga tradizione di accoglienza a favore di rifugiati e richiedenti asilo, ma deve anche gestire il dramma dei propri cittadini sfollati interni, facendo fronte, allo stesso tempo, a una grave crisi economica. L’UNHCR rivolge il proprio appello in una fase in cui il Paese sta affrontando una storica transizione politica e necessita di solidarietà internazionale per conseguire pace e stabilità. Il gruppo più esteso di rifugiati accolto in Sudan è quello composto dai cittadini sudsudanesi: circa 840.000 hanno cercato rifugio nel Paese dal 2013. Sono, inoltre, necessarie risorse per i rifugiati originari di altri nove Paesi, in cerca di asilo da violenze e persecuzioni.Nel frattempo, il Sudan continua ad accogliere nuovi rifugiati. In Darfur, l’afflusso ininterrotto di rifugiati centrafricani in aree remote degli Stati del Darfur Meridionale e del Darfur Centrale ha fatto registrare un aumento da poco più di 5.000 a quasi 17.000 unità da settembre 2019.In Sudan i rifugiati sono presenti in oltre 130 località distribuite tra i 18 Stati del Paese. Circa il 70 per cento vive fuori dai campi, in villaggi, città e insediamenti. La maggioranza dei rifugiati e dei richiedenti asilo presenti in Sudan deve far fronte a livelli elevati di povertà, ha accesso limitato a opportunità di sostentamento, ed è accolta in alcune tra le regioni più povere del Paese, dove anche le comunità locali faticano a sopravvivere con risorse scarse.Sebbene, spesso, i rifugiati beneficino del sostegno generoso assicurato dalle comunità che li accolgono, la crisi ininterrotta che caratterizza il Sudan ha aggravato la situazione e le risorse locali continuano a scarseggiare.L’UNHCR, inoltre, prende parte agli sforzi umanitari interagenzie volti ad assistere circa 1,9 milioni di sfollati interni, guidando gli interventi di protezione e lavorando per assicurare tutela dei diritti alle persone interessate, alloggi di emergenza e distribuzioni di beni di prima necessità. Dall’anno scorso, il governo di transizione ha agevolato la consegna di aiuti in aree che per le agenzie umanitarie, in precedenza, non erano accessibili, tra cui regioni del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro, e del Jebel Marra, in Darfur.Anni di conflitto e instabilità hanno inoltre causato la fuga di oltre 600.000 rifugiati sudanesi nei Paesi limitrofi – tra i quali oltre 300.000 rifugiati dal Darfur al Ciad orientale. Da quando a maggio 2017 è stato firmato un Accordo tripartito tra il Governo del Sudan, il Governo del Ciad e l’UNHCR, quasi 4.000 rifugiati sudanesi hanno deciso di fare ritorno a casa. Si stima che altri faranno ritorno quest’anno.Nel 2019, l’operazione dell’UNHCR in Sudan ha continuato a restare tra quelle maggiormente sottofinanziate, dato che dei 269 milioni di dollari necessari è stato coperto solo il 32 per cento.

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Malta si unisce agli sforzi globali per affrontare il problema dell’apolidia

Posted by fidest press agency su martedì, 17 dicembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, accoglie con favore la decisione di Malta di unirsi agli sforzi globali per porre fine all’apolidia entro il 2024 attraverso l’adesione alla Convenzione del 1954 sullo status degli apolidi lo scorso 11 dicembre 2019.
“Questo è un passo lodevole per proteggere gli apolidi e sradicare l’apolidia in tutto il mondo”, ha detto Pascale Moreau, Direttrice del Bureau for Europe dell’UNHCR.L’adesione di Malta alla Convenzione sull’apolidia del 1954 fa seguito all’annuncio del governo nel recente segmento ad alto livello sull’apolidia, in cui sono state presentate 358 dichiarazioni d’impegno da parte di governi, società civile e organizzazioni internazionali e regionali, 252 delle quali da parte degli Stati. In Europa, Malta e altri paesi hanno annunciato 40 dichiarazioni d’impegno per porre fine all’apolidia.L’UNHCR ha convocato il 7 ottobre 2019 il segmento di alto livello sull’apolidia a metà percorso della campagna decennale #IBelong, lanciata nel 2014 per eliminare l’apolidia entro il 2024.L’apolidia colpisce milioni di persone in tutto il mondo, spesso negando loro l’accesso ai diritti fondamentali e al riconoscimento ufficiale che la maggior parte delle persone dà per scontato.Ci sono circa 3,9 milioni di apolidi documentati in 78 paesi, ma l’UNHCR stima che il totale effettivo sia significativamente più alto.

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L’UNHCR accoglie con favore la decisione del Brasile di riconoscere lo status di rifugiato a migliaia di venezuelani

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 dicembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, accoglie con favore la decisione presa dal Brasile di riconoscere prima facie lo status di rifugiato a migliaia di richiedenti asilo venezuelani. Circa 21.000 venezuelani soggiornanti nel Paese hanno beneficiato con decorrenza immediata della decisione presa giovedì dalla Commissione nazionale brasiliana per i rifugiati (CONARE).
A partire da questo momento, le domande di asilo presentate da cittadini venezuelani che soddisfano i criteri previsti in Brasile saranno prese in esame mediante una procedura accelerata, senza dover sostenere i rituali colloqui. Questa decisione costituisce una pietra miliare per la protezione dei rifugiati nella regione e fa seguito a quella presa a giugno di quest’anno con cui la CONARE riconosce che la situazione in Venezuela è caratterizzata da violazioni di diritti umani gravi e diffuse conformemente a quanto previsto dalla Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati del 1984.Per poter beneficiare delle nuove disposizioni, i richiedenti asilo venezuelani devono trovarsi in Brasile, non essere titolari di alcun permesso di soggiorno nel Paese, essere maggiorenni, possedere un documento d’identità rilasciato dal Venezuela e non avere precedenti penali a carico in Brasile. Le autorità brasiliane stimano che siano circa 224.000 i venezuelani che vivono attualmente nel Paese. Ogni giorno, una media di 500 venezuelani continua a varcare il confine per entrare in Brasile, soprattutto nello Stato settentrionale isolato di Roraima.
Il Governo brasiliano continua a guidare la risposta umanitaria a favore dei venezuelani più vulnerabili in arrivo nel Paese, promuovendo, allo stesso tempo, metodi innovativi, accessibili e solidali volti a sostenerne l’inclusione socioeconomica.
Ad oggi, sono oltre 750.000 le domande di asilo presentate da cittadini venezuelani nel mondo, la maggior parte in Paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Il Brasile ha registrato oltre 120.000 richiedenti asilo, secondo i dati ufficiali più recenti. La decisione annunciata giovedì a Brasilia avrà un impatto positivo sulla protezione dei venezuelani nel Paese e, inoltre, contribuirà ad allentare la pressione sul sistema di asilo nazionale brasiliano.L’UNHCR ribadisce di essere pronta a continuare a garantire supporto tecnico e operativo per rafforzare le capacità del sistema nazionale di esaminare le domande di asilo. L’Agenzia è impegnata affinché sia assicurato maggiore sostegno internazionale alla risposta dello Stato brasiliano e auspica che il Brasile continui a svolgere un ruolo leader nella regione in relazione alla protezione di quanti sono costretti a fuggire, specialmente nell’ambito dell’attuale crisi venezuelana.In seguito all’aggravarsi della situazione all’interno del Venezuela, all’inizio dell’anno l’UNHCR aveva esortato i Governi a riconoscere lo status di rifugiato ai cittadini venezuelani mediante procedure di determinazione collettiva, quali l’approccio di riconoscimento prima facie adottato ora dal Brasile. L’UNHCR rinnova tale appello agli altri Paesi della regione, dal momento che la portata degli attuali esodi pone sfide complesse e potrebbe portare al collasso del sistema di asilo.

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1,2 miliardi di dollari a favore dell’UNHCR per finanziare programmi umanitari e di protezione dei rifugiati

Posted by fidest press agency su martedì, 10 dicembre 2019

Ginevra 17 e 18 dicembre 2019 nel Forum Globale sui Rifugiati (Global Refugee Forum/GRF) i donatori hanno già manifestato l’intenzione di impegnare fondi supplementari in quell’occasione. È previsto che Stati, imprese, organizzazioni internazionali, società civile e i rifugiati stessi adottino misure nuove e coraggiose volte ad allentare le pressioni su Paesi e comunità di accoglienza, aiutare i rifugiati a divenire maggiormente autosufficienti grazie alla destinazione di investimenti nello sviluppo dalle prime fasi delle operazioni di emergenza, promuovere la ricerca di soluzione a lungo termine. I contributi volontari di governi, istituzioni intergovernative, imprese private e singoli individui costituiscono quasi la totalità dei finanziamenti dell’UNHCR. Oltre ai fondi promessi ieri dai governati donatori, i rappresentanti di otto partner nazionali dell’UNHCR del settore privato hanno preso parte per la prima volta alla conferenza dei donatori annunciando uno stanziamento iniziale di 250 milioni di dollari per il 2020. L’UNHCR esprime gratitudine per tutti i contributi ricevuti, in particolare quelli che garantiranno finanziamenti flessibili e sostegno pluriennale, essenziali affinché l’organizzazione possa conservare la flessibilità e la dinamicità necessarie per rispondere tempestivamente allo scoppio di nuove crisi e ottenere benefici a lungo termine a favore di rifugiati, sfollati e comunità di accoglienza.
I fondi impegnati prevedono una cifra iniziale di 884,4 milioni di dollari per assicurare a rifugiati e sfollati interni alloggio, cibo, acqua potabile e servizi igienico-sanitari, cure mediche, istruzione e tutela legale, e per aiutare le persone apolidi ad acquisire una nazionalità. Tali fondi ammontano a circa il 9 per cento degli 8,7 miliardi di dollari che l’UNHCR stima essere necessari per poter realizzare i propri programmi l’anno prossimo. Inoltre, circa 310 milioni di dollari sono stati impegnati per la definizione dei piani pluriennali, un atto di fiducia nei confronti dell’organizzazione che consente all’UNHCR di essere più efficiente ed efficace nella programmazione a lungo termine e di sostenere i propri partenariati in modo più sostenibile. “Dopo un decennio in cui la portata degli esodi forzati ha raggiunto livelli record anno dopo anno, le esigenze umanitarie di quanti sono colpiti da guerre e persecuzioni sono aumentate come mai prima”, ha dichiarato Kelly T. Clements, Vice Alto Commissario ONU per i Rifugiati. “Il sostegno promesso rappresenta il modo migliore di cominciare l’anno. L’erogazione di contributi anticipati, flessibili e generosi ci permette di alleviare le sofferenze delle persone e delle comunità che le accolgono aiutandole a far fronte alle pressioni a cui sono esposte nel lungo periodo”.
La tempestività di questi fondi permetterà di garantire continuità nell’erogazione di attività salvavita, comprese quelle implementate nell’ambito di alcune tra le operazioni su più vasta scala a livello mondiale nella risposta alle crisi in corso in Siria, Iraq, Yemen, Sud Sudan, Bangladesh, Venezuela, Repubblica Democratica del Congo e nella regione del Sahel.Tuttavia, il divario tra esigenze e fondi disponibili è in costante crescita. Numerosi conflitti restano irrisolti e il numero di persone sradicate dalla propria terra aumenta, in parte spinte dagli effetti dei cambiamenti climatici, dalla povertà e dalle disuguaglianze.“Gli aiuti umanitari devono completare, non sostituire, l’azione politica”, ha dichiarato Kelly Clements. “Devono andare a braccetto con la più ampia ambizione di negoziare la pace, promuovere lo sviluppo e, in primo luogo, affrontare le cause alla radice della fuga delle persone”.

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“Family First: In Italia insieme alla tua famiglia”

Posted by fidest press agency su sabato, 23 novembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, insieme a Caritas Italiana e Consorzio Communitas presentano oggi il rapporto “Family First: In Italia insieme alla tua famiglia”, frutto di una ricerca sul ricongiungimento familiare dei rifugiati in Italia.Il ricongiungimento è spesso l’unico modo per garantire il rispetto del diritto all’unità familiare delle persone costrette a fuggire da persecuzioni e guerra, le quali troppo spesso sono costrette a fare la difficile scelta di lasciare la propria famiglia per cercare protezione in un altro paese, senza sapere se i propri cari sono al sicuro.La separazione forzata dei membri della famiglia può avere conseguenze devastanti sul benessere delle persone e sulla loro capacità di ricostruire la propria vita. Nella Dichiarazione di New York sui Rifugiati e i Migranti del 2016, gli Stati si sono impegnati ad ampliare le possibilità di protezione e tutela per i rifugiati, incluso il riconoscimento del ricongiungimento familiare come mezzo per facilitare una migrazione sicura e regolare.È in quest’ottica che UNHCR, Caritas Italiana e Consorzio Communitas hanno lanciato il progetto Family First, volto a migliorare e facilitare le procedure e i meccanismi di ricongiungimento familiare in Italia per i beneficiari di protezione internazionale, e che nella sua fase iniziale ha prodotto la ricerca presentata oggi a Roma.In Italia la normativa prevede diverse misure favorevoli che dovrebbero accelerare il ricongiungimento familiare dei rifugiati; tuttavia nella prassi, mancanza di informazione, lunghi tempi di attesa e numerosi ostacoli burocratici, rischiano di compromettere questo diritto. Per questo motivo, il report contiene alcune raccomandazioni alle autorità italiane per poter rendere realmente efficiente la procedura e far sì che il ricongiungimento possa costituire un’alternativa sicura e credibile ai viaggi organizzati dai trafficanti.Verrà inoltre lanciata la campagna informativa rivolta a rifugiati ed operatori che attraverso materiali multimediali mira a fornire informazioni corrette sulla procedura di ricongiungimento familiare. Per saperne di più e scaricare il rapporto: http://www.ricongiungimento.it

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L’UNHCR amplia la risposta in Iraq in seguito all’arrivo continuo di rifugiati siriani

Posted by fidest press agency su sabato, 2 novembre 2019

Secondo il personale dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sono oltre 12.000 i rifugiati siriani che hanno cercato rifugio nel vicino Iraq da quando, due settimane fa, ha avuto inizio l’ultimo afflusso. La popolazione rifugiata presso il campo di Bardarash, aperto da poco, ha superato le 11.000 unità e più di 800 persone sono ora alloggiate presso il centro di transito di Gawilan. Entrambi i siti si trovano approssimativamente 150 chilometri a est del confine tra Siria e Iraq. L’UNHCR e le autorità stanno lavorando affinché i rifugiati del campo possano ricongiungersi ai familiari che risiedono nella regione del Kurdistan iracheno (Kurdistan Region of Iraq/KRI).L’UNHCR sta supportando la risposta implementata dalle autorità del KRI lavorando a stretto contatto con esse per preparare altre località all’eventualità che la capacità di entrambi i siti di accoglienza venga superata.Presso entrambi i siti le famiglie rifugiate ricevono i medesimi servizi e assistenza umanitaria: pasti caldi, trasporto, registrazione, alloggio e servizi di protezione. Il personale, inoltre, monitora le necessità di protezione, assicura la protezione dei minori e identifica minori non accompagnati e persone con esigenze particolari già presso i centri di accoglienza lungo il confine. L’UNHCR assicura questi stessi livelli di supporto e assistenza a tutti i nuovi arrivati. L’UNHCR esprime gratitudine a tutte le parti coinvolte nella risposta umanitaria attualmente implementata, compresi le autorità del KRI e tutti i propri partner, i quali lavorano senza sosta per soddisfare le necessità dei rifugiati garantendo loro riparo sicuro, servizi essenziali e protezione. L’UNHCR, inoltre, ha inviato ulteriore personale dalla sede di Baghdad a supportare le unità impegnate a Erbil e Dohuk per rispondere alle esigenze dei nuovi arrivati.

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Morte dell’ex Alto Commissario per i Rifugiati Sadako Ogata

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 novembre 2019

La famiglia dell’ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Sadako Ogata, alla guida dell’UNHCR dal 1991 al 2000, ne ha annunciato il decesso avvenuto a Tokyo, in Giappone.Sadako Ogata è divenuta Alto Commissario subito dopo la fine della Guerra fredda, evento che ha innescato profondi cambiamenti nello scenario politico globale e sradicato dalla propria terra decine di milioni di persone. Sotto la sua leadership, l’UNHCR ha lanciato operazioni di emergenza su larga scala per rispondere alle crisi in atto in Iraq, ex Unione Sovietica, Balcani, Somalia, Grandi Laghi e Timor Est, e ha assistito milioni di rifugiati a fare ritorno a casa mediante operazioni di rimpatrio in America Centrale, Africa e Asia. Per la prima volta, l’agenzia ha assunto un ruolo preminente impegnandosi in prima linea nelle aree di conflitto per proteggere e sostenere rifugiati e sfollati interni, e prevenire il verificarsi di ulteriori esodi.Rispettata accademica giapponese e diplomatica esperta in relazioni multilaterali, Sadako Ogata è stata un’instancabile sostenitrice della solidarietà internazionale a favore dei rifugiati, garantendo che la risoluzione degli esodi fosse inclusa nei negoziati politici e nei processi di pace. Dopo la fine del suo mandato di Alto Commissario, ha mantenuto una stretta relazione con le Nazioni Unite e ha continuato a contribuire alla causa dei rifugiati, facendosi promotrice della nozione di “sicurezza umana” e degli aiuti allo sviluppo per la risoluzione degli esodi in qualità di Presidente dell’agenzia giapponese di cooperazione internazionale JICA.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime le più sincere condoglianze ai figli di Sadako Ogata, Atsushi e Akiko, a tutta la sua famiglia e al Governo e al popolo del Giappone per la grave perdita.

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Yemen: l’UNHCR esprime profondo dolore per i civili uccisi a Sana’a

Posted by fidest press agency su domenica, 19 maggio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime profondo dolore per l’uccisione e il ferimento di civili durante gli attacchi di giovedì scorso, che hanno colpito la città di Sana’a, in Yemen.In base alle informazioni disponibili, tra i feriti ci sono anche rifugiati, tra cui una rifugiata somala e sua figlia, ricoverate d’urgenza in ospedale.Tragedie simili, che provocano la perdita di vite umane e numerosi feriti, sono la conferma delle drammatiche conseguenze che la guerra in Yemen sta avendo sulla popolazione civile.I civili devono essere protetti e le parti in conflitto devono garantire il rispetto degli obblighi sanciti dal diritto internazionale umanitario.In Yemen ci sono oltre 275.000 rifugiati e richiedenti asilo, la maggior parte dei quali (più del 90%) proviene dalla Somalia.Il conflitto ha notevolmente aggravato la situazione già precaria dei rifugiati, dei richiedenti asilo e dei migranti presenti nel Paese.In risposta alle richieste di aiuto da parte dei rifugiati somali desiderosi di lasciare lo Yemen e far ritorno alle proprie case, nel 2017 l’UNHCR ha avviato il Programma di Rimpatrio Volontario Assistito.L’UNHCR e le organizzazioni partner, tra cui l’OIM, sostengono i rifugiati che scelgono il rimpatrio aiutandoli con la documentazione e il trasferimento, distribuendo aiuti finanziari in Yemen nel tentativo di facilitare il loro viaggio e fornendo assistenza per il rimpatrio e il reinserimento una volta fatto ritorno in Somalia.Nell’ambito del programma di reinsediamento, lunedì 13 maggio 105 rifugiati sono partiti dal porto di Aden diretti al porto di Berbera, in Somalia, per un totale di 4.068 rifugiati che hanno fatto ritorno al proprio paese tramite questo canale.

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Osservazioni sulla Libia di Charlie Yaxley, portavoce di UNHCR

Posted by fidest press agency su martedì, 14 maggio 2019

Ginevra (Svizzera) Questa mattina, in risposta alle domande formulate durante la conferenza stampa al Palazzo delle Nazioni, il Portavoce dell’UNHCR Charlie Yaxley ha presentato le seguenti osservazioni sulla Libia: L’UNHCR rimane preoccupato per le condizioni di sicurezza a Tripoli, mentre proseguono gli scontri e gli attacchi aerei in città e nei dintorni. Negli ultimi giorni raid aerei e attacchi di artiglieria hanno colpito Ain Zara, Tajoura e le vicinanze dell’Aeroporto Internazionale di Tripoli. Ogni giorno, migliaia di civili si spostano verso aree più sicure nelle città costiere e verso l’altopiano del Jebel Nafusa. L’entità dei bisogni umanitari ha subito un incremento a causa della scarsità di cibo e di medicinali, oltre che della difficoltà di movimento all’interno della città. L’UNHCR continua a monitorare i bisogni della popolazione sfollata, e distribuisce coperte, materassi e altri beni di prima necessità.L’UNHCR è molto preoccupato per la sicurezza di circa 3.300 rifugiati e migranti bloccati nei centri di detenzione. In molti di questi centri, soprattutto nella zona occidentale, le persone hanno urgente bisogno di assistenza medica; a causa delle difficoltà di accesso per gli operatori anche il cibo scarseggia, mentre gli impianti idrici e i servizi igienico-sanitari sono in pessimo stato.Il 9 maggio, l’UNHCR ha trasferito 239 rifugiati dai centri di detenzione di Azzawya, Al-Sabah e Tajoura alla Struttura di Raccolta e Partenza – Gathering and Departure Facility (GDF). Due giorni prima, un attacco aereo aveva colpito una struttura nei pressi del centro di detenzione di Tajoura. L’UNHCR è impegnato in una corsa contro il tempo per trasferire con urgenza rifugiati e migranti dai centri di detenzione ad aree più sicure, e fa appello alla comunità internazionale perché si faccia avanti per offrire possibilità di evacuazione, corridoi umanitari, o qualunque altro mezzo per portare queste persone al sicuro.La scorsa settimana, circa 944 persone sono partite dalle coste libiche. Tra esse, almeno 65 persone hanno perso la vita al largo delle coste tunisine, mentre il 65% degli 879 sopravvissuti è stato riportato in Libia. L’UNHCR ribadisce che nessuno dovrebbe essere riportato in Libia. È necessario un duplice approccio che, da un lato, incrementi le capacità di ricerca e soccorso delle navi delle Ong e degli Stati e, dall’altro, che aumenti le evacuazioni umanitarie di rifugiati e migranti dai centri di detenzione a Tripoli.Le navi delle Ong hanno avuto un ruolo fondamentale nel salvare vite umane in mare, pertanto esortiamo gli Stati ad abolire le restrizioni legali e logistiche che ne impediscono le operazioni. Facciamo inoltre appello agli Stati perché offrano canali legali e sicuri di accesso all’asilo, per evitare innanzitutto che le persone siano costrette a salire sui barconi per cercare di mettersi al sicuro.

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UNHCR chiede di portare al sicuro i rifugiati detenuti a Tripoli

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 maggio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha lanciato un appello affinché i rifugiati e i migranti bloccati nei Centri di detenzione delle zone di Tripoli interessate dal conflitto siano immediatamente evacuati verso aree più sicure, dopo che un attacco aereo ha colpito un edificio a meno di 100 metri dal Centro di detenzione di Tajoura, in cui sono detenuti oltre 500 rifugiati e migranti.Le persone detenute attualmente a Tajoura sono più di 500, due delle quali sono ferite e richiedono assistenza medica. Con l’intensificarsi delle ostilità durante la notte di martedì, rifugiati e migranti sono rimasti intrappolati all’interno senza poter fuggire e mettersi in salvo.Date le violenze ininterrotte in corso a Tripoli e i rischi evidenti per le vite dei civili, è ora più che mai necessario che i responsabili dei Centri interessati autorizzino il rilascio immediato dei detenuti affinché possano essere portati in salvo.“A questo punto, i rischi sono semplicemente inaccettabili”, ha dichiarato Vincent Cochetel, Inviato Speciale dell’UNHCR per il Mediterraneo Centrale. “Le persone detenute nei Centri di Tripoli sono minacciati da pericoli sempre maggiori, pertanto è di vitale importanza che siano evacuate immediatamente e messe in salvo”.
Dallo scoppio del conflitto avvenuto lo scorso 4 aprile a Tripoli, l’UNHCR ha ricollocato oltre 1.200 persone da località ad alto rischio verso aree più sicure. Tuttavia, restano circa 3.460 ‪rifugiati e migranti in Centri di detenzione che si trovano in prossimità di zone interessate dal conflitto.Non sono state effettuate nuove evacuazioni dalla Libia da quando, il 29 aprile, 146 persone sono state portate in Italia. L’UNHCR sollecita la comunità internazionale a mettere nuovamente a disposizione di rifugiati e migranti programmi quali corridoi umanitari e ricollocamento.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime, inoltre, preoccupazione per l’utilizzo dei Centri di detenzione quali depositi di armi e attrezzature militari. Un simile utilizzo delle infrastrutture civili costituisce una violazione del diritto umanitario internazionale e deve essere assolutamente evitato.

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L’UNHCR esprime preoccupazione per l’intensificarsi delle violenze nel Niger sudorientale

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 aprile 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime profonda preoccupazione per l’intensificarsi degli attacchi nel Niger sudorientale che colpiscono tanto le comunità locali quanto i rifugiati. Si ritiene che circa 88 civili abbiano perso la vita per la recrudescenza delle violenze nel solo mese di marzo.L’Alto Commissariato esprime sgomento per le crescenti sofferenze patite dalla popolazione col passare dei mesi dall’inizio del 2019: sono infatti riprese le violenze perpetrate da Boko Haram nei confronti delle forze dell’ordine nonché della popolazione civile nella regione di Diffa, vicino al confine con la Nigeria. Dal 2015 il numero di persone costrette alla fuga nella regione di Diffa è cresciuto fino a quasi 250.000 unità e quasi la metà di queste sono rifugiati provenienti dalla Nigeria, precedentemente fuggiti a causa di attacchi simili per cercare rifugio oltre confine.
Gli attacchi più recenti hanno costretto alla fuga oltre 18.000 persone, molte di queste per la seconda o la terza volta, per cercare rifugio nella città di Diffa.L’UNHCR attualmente collabora col governo del Niger e coi partner umanitari per assicurare assistenza: l’obiettivo è quello di ricollocare immediatamente circa 10.000 rifugiati dalle aree vicine alla frontiera nel campo rifugiati di Sayam Forage, a circa 45 km dal confine. Il campo accoglie già più di 15.000 rifugiati.Inoltre, l’UNHCR sta sostenendo il governo nella ricerca di soluzioni alternative per le altre persone in fuga e fortemente vulnerabili, che necessitano con urgenza di assistenza umanitaria e di tornare a vivere in condizioni di sicurezza.L’UNHCR ha mobilitato lo staff specializzato in supporto psicosociale per rispondere alle esigenze più urgenti degli ultimi arrivati, profondamente traumatizzati, in particolare donne e bambini.I più recenti episodi di violenza avrebbero costretto le persone a fuggire oltre confine per cercare rifugio in Nigeria, recandosi in città quali Damasak e Maiduguri. Fuggono dalle crescenti condizioni di insicurezza della regione di Diffa, oltre che spinti dalla necessità di ricevere assistenza umanitaria.Nonostante le tensioni dovute all’assenza di sicurezza nella regione, l’UNHCR continua a collaborare con le autorità e i propri partner per garantire supporto ai rifugiati e alle comunità di accoglienza, nonché per implementare progetti di sviluppo e di ripresa a lungo termine nella regione di Diffa. Il governo del Niger ha lanciato da poco un progetto di assistenza da 80 milioni di dollari USA, in collaborazione con la Banca Mondiale e l’UNHCR.

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L’UNHCR chiede 135 milioni di dollari USA per assistere le persone in fuga dalle violenze di Boko Haram

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 gennaio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, insieme al Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e ad altri partner, ha lanciato oggi il Piano regionale di risposta alla crisi di rifugiati in Nigeria (Regional Refugee Response Plan/RRRP), un appello per la raccolta di 135 milioni di dollari statunitensi destinati all’assistenza di centinaia di migliaia di persone costrette alla fuga dall’insurrezione sempre più violenta di Boko Haram nella regione del bacino del lago Ciad. Oltre ai 250.000 minori, donne e uomini già fuggiti dalla Nigeria nordorientale, gli attacchi sempre più consistenti dei miliziani contro la popolazione civile stanno costringendo ogni giorno altre migliaia di persone a fuggire per salvarsi. Giovani ragazze, donne anziane e operatori umanitari continuano a essere le persone maggiormente colpite dall’inasprirsi delle violenze. La recente recrudescenza delle violenze nella Nigeria nordorientale ha costretto oltre 80.000 civili a cercare rifugio in campi già affollati o in città dello Stato di Borno, dove sopravvivono in condizioni difficili.Rifugiati nigeriani continuano ad arrivare presso comunità molto remote e povere dei Paesi confinanti. Si stima che 30.000 persone siano fuggite dalla città di Rann nel solo fine settimana per trovare rifugio in Camerun. A migliaia sono fuggiti in Camerun e in Ciad anche nelle ultime settimane. Le ostilità hanno messo a dura prova le operazioni umanitarie e hanno costretto gli operatori umanitari ad abbandonare alcune località. Sono stati distrutti su larga scala mezzi di sostentamento e infrastrutture.L’inasprirsi del conflitto non permette a chi è dovuto fuggire di tornare a casa. Alcuni rifugiati che hanno tentato di rientrare nelle proprie comunità sono diventati sfollati interni in Nigeria, costretti a fuggire all’interno del paese più volte, o sono tornati a essere nuovamente rifugiati in Camerun, Ciad e Niger. Questo nuovo appello mira ad espandere la risposta umanitaria verso un approccio ancora più a lungo termine per sostenere le persone costrette a fuggire e le comunità che le accolgono. Queste ultime vivono già al di sotto della soglia di povertà e hanno a loro volta urgente bisogno di aiuto, essendo le loro capacità di assicurare assistenza già al limite delle possibilità.Le 40 agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie che hanno aderito al RRRP in Nigeria nel 2019 risponderanno ai bisogni dei 250.000 rifugiati nigeriani e dei 55.000 membri delle comunità che li accolgono in Niger, Camerun e Ciad.
Un totale di circa 2,5 milioni di persone sono fuggite nella regione del lago Ciad, inclusi gli oltre 1,8 milioni di sfollati interni in Nigeria.Un Piano di risposta alla crisi di rifugiati (Refugee Response Plan/RRP) costituisce uno strumento di pianificazione e coordinamento inter-agenzie guidato dall’UNHCR per la gestione di crisi complesse o su vasta scala. Un appello simile per la raccolta di 157 milioni di dollari USA, lanciato nel 2018, era stato finanziato solo per il 42 per cento, rispetto al 56 per cento dei 241 milioni di dollari USA chiesti nel 2017.Le Nazioni Unite e i propri partner chiedono, inoltre, 848 milioni di dollari statunitensi per continuare a garantire cibo, acqua, alloggi e protezione alle persone più vulnerabili in Nigeria, nell’ambito della Strategia di risposta umanitaria 2019-2021 per il Paese, lanciata oggi in contemporanea, ad Abuja.

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L’UNHCR chiede 2,7 miliardi di dollari per i rifugiati del Sud Sudan

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 dicembre 2018

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e le ONG partner hanno lanciato oggi un appello di 2,7 miliardi di dollari USA per poter far fronte ai bisogni umanitari salvavita dei rifugiati del Sud Sudan nel 2019 e nel 2020.Cinque anni dopo l’inizio di una brutale guerra civile, oltre 2,2 milioni di rifugiati sud sudanesi hanno cercato la salvezza in sei paesi confinanti: Uganda, Sudan, Etiopia, Kenya, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana. Altri 1,9 milioni di persone sono tuttora sfollate all’interno del Sud Sudan.L’UNHCR accoglie con favore la relativa riduzione delle violenze in alcune parti del paese dopo la firma dell’accordo di pace rinnovato nel settembre 2018 e rivolge un appello a tutte le parti affinché continuino a rispettare l’accordo. Considerate tuttavia le violazioni delle iniziative di pace verificatesi in passato, l’UNHCR ritiene che in Sud Sudan non siano ancora presenti le condizioni necessarie ad un ritorno sicuro dei rifugiati.L’Agenzia apprezza la continua generosità dei paesi di asilo nel mantenere le frontiere aperte ai rifugiati sud sudanesi in cerca di salvezza, in particolare alla luce dell’enorme pressione che questa situazione esercita sulle loro limitate risorse. A causa delle dimensioni dell’esodo, i livelli di finanziamento sono stati ampiamente superati dalle crescenti esigenze. Per i rifugiati del Sud Sudan sono urgentemente necessari un sostegno e una solidarietà internazionale di gran lunga maggiori.Nelle scuole mancano gli insegnanti, le aule e il materiale didattico, e la metà dei bambini rifugiati sud sudanesi resta pertanto esclusa dall’istruzione. Nelle cliniche i medici, gli infermieri e i farmaci sono insufficienti. I finanziamenti limitati hanno portato alla riduzione delle razioni alimentari in Etiopia. In Sudan, alcuni rifugiati e le comunità che li ospitano sono costretti a sopravvivere con soli cinque litri di acqua a persona al giorno, cosa che inevitabilmente crea tensioni. Le opportunità economiche che permettano ai rifugiati di creare i propri flussi di reddito restano limitate.Una priorità chiave per l’UNHCR è la promozione dei programmi di coesione sociale tra i rifugiati e le comunità ospitanti, al fine di garantire la praticabilità di una convivenza pacifica e armoniosa. In ogni situazione caratterizzata da un’ingente presenza di rifugiati è vitale che entrambe le comunità siano supportate.Poiché le donne e i bambini costituiscono l’83% dei rifugiati, la violenza sessuale e di genere e le attività volte alla protezione dei minori restano le preoccupazioni principali. Molte donne hanno denunciato stupri e altre forme di violenza sessuale e di genere, insieme alle uccisioni dei loro mariti e al rapimento dei loro bambini durante la fuga.In molti casi i bambini hanno subito gravi violenze e traumi, inclusa la morte di uno o entrambi i genitori, e molti fratelli maggiori sono rimasti le uniche persone a prendersi cura dei fratelli minori. Migliaia di bambini sono stati forzatamente reclutati da gruppi armati. Nel 2018, l’UNHCR ed i suoi partner hanno ricevuto solo il 38% degli 1,4 miliardi di dollari americani necessari per sostenere i rifugiati sud-sudanesi.

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Provvedimenti sulla protezione internazionale in discussione al Senato

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 novembre 2018

In merito al ddl n. 840, di conversione del decreto-legge n. 113, in materia di protezione internazionale e immigrazione e sicurezza pubblica oggi in discussione al Senato, l’UNHCR richiama l’attenzione sull’impatto che i nuovi provvedimenti potrebbero avere sul sistema di accoglienza e asilo in Italia. Qualora fossero approvati nella loro forma attuale, questi potrebbero influire negativamente sull’accesso alla protezione e ai diritti dei richiedenti asilo e rifugiati in Italia. L’Unhcr ricorda come qualsiasi nuovo provvedimento debba essere conforme alla Convenzione di Ginevra, alla normativa internazionale e agli standard europei esisitenti.Come già esplicitato nelle osservazioni e raccomandazioni dettagliate inviate al Governo e al Parlamento nelle ultime settimane (disponibili sul sito http://www.unhcr.it), l’UNHCR intravede un rischio in particolare rispetto alle nuove misure relativi alla detenzione amministrativa in attesa dell’identificazione o dell’espulsione, le cosiddette procedure accelerate alla frontiera, e le domande d’asilo reiterate. Questi nuovi provvedimenti, nella formulazione attuale, non forniscono garanzie adeguate, soprattutto per le persone vulnerabili e quelle con esigenze particolari, come per esempio le persone che hanno subito abusi e torture. Inoltre, gli standard ed i servizi offerti nei centri di prima accoglienza devono poi essere garantiti. Questo è particolarmente vero poiché ora tali centri ospiteranno tutti i richiedenti asilo (tranne i minori non accompagnati) per l’intera durata della procedura d’asilo. Questi centri sono spesso sovradimensionati, sovraffollati e relegati in zone remote, lontane dai servizi di base.
Infine, l’Unhcr prende atto dell’intenzione del Governo di regolamentare la protezione umanitaria, ma si aspetta un approccio aperto all’applicazione delle nuove norme per garantire un sostegno alle persone più vulnerabili. L’Unhcr è profondamente impegnata nel promuovere la creazione di una società equa e inclusiva, dove la dignità di ogni donna, uomo e bambino sia garantita. Pertanto, monitorerà attentamente l’impatto dei nuovi provvedimenti sulle persone sotto il suo mandato. Molti richiedenti asilo, rifugiati e apolidi in tutto il Paese sono preoccupati per l’impatto negativo dei nuovi provvedimenti sulla loro situazione individuale.

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L’UNHCR rafforza la risposta alle frontiere mentre i venezuelani si affrettano in vista della scadenza stabilita dal Perù

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 novembre 2018

Questa settimana l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha rafforzato la propria risposta ai principali valichi di frontiera in Perù, Ecuador e Colombia, mentre migliaia di rifugiati e migranti provenienti dal Venezuela si sono precipitati in Perù in vista della scadenza prevista per poter richiedere un permesso di soggiorno temporaneo.
Il numero di rifugiati e migranti venezuelani che mercoledì scorso hanno fatto ingresso in Perù dall’Ecuador attraverso la frontiera principale di Tumbes ha raggiunto un picco di oltre 6.700 persone in un solo giorno, un livello tre volte maggiore rispetto a quello di appena due settimane fa. Si stima che al momento il Perù ospiti circa mezzo milione di venezuelani.
In ottobre sono aumentati anche i venezuelani che dalla Colombia hanno fatto ingresso in Ecuador attraverso i valichi di frontiera di Rumichaca e San Miguel. Nel corso del mese sono stati registrati 97.500 arrivi.
All’inizio di questa settimana, i venezuelani hanno aspettato in fila per due o tre giorni al fine di espletare le formalità di frontiera, comprese le procedure di immigrazione e le vaccinazioni obbligatorie. Migliaia di persone hanno dormito all’aperto e molti necessitavano di assistenza medica e alimentare. Le autorità peruviane, l’UNHCR e i suoi partner hanno lavorato per incrementare rapidamente l’intervento ed è stato messo in atto uno stretto coordinamento tra gli uffici dell’UNHCR in Perù e in Ecuador per rispondere alle urgenti necessità dei venezuelani in arrivo.
In Perù, l’UNHCR ha rafforzato la sua presenza a Tumbes mobilitando ulteriore personale per aiutare a coordinare la risposta, ad aumentare la copertura della protezione e ad identificare ed assistere le persone con bisogni specifici, come i minori non accompagnati e separati. I venezuelani che chiedono formalmente asilo in Perù continuano ad essere ammessi alla frontiera, anche se sembra che gli arrivi stiano diminuendo. A Tumbes, le autorità peruviane stanno trattando circa 1.000 domande di asilo al giorno. Dal 29 ottobre, la Commissione speciale per i rifugiati (CEPR) lavora 24 ore al giorno per far fronte all’aumento delle domande. Dal 2014, oltre 150.000 venezuelani hanno fatto domanda di asilo in Perù.
L’UNHCR ha donato computer e altre attrezzature alle autorità peruviane competenti per l’immigrazione al fine di accelerare le formalità di frontiera e ridurre i tempi di attesa. L’UNHCR ha anche fornito risorse finanziarie finalizzate all’invio di ulteriori funzionari governativi, allo scopo di rafforzare le capacità della Commissione speciale per i rifugiati alla frontiera.
L’UNHCR ha anche rafforzato il proprio intervento in Ecuador al fine di assicurare la protezione e l’assistenza necessarie ai rifugiati e ai migranti provenienti dal Venezuela. I team dell’UNHCR si trovano ai confini settentrionale e meridionale per offrire orientamento alle famiglie venezuelane in arrivo, identificare i casi con bisogni di protezione specifici e inviarli ai servizi e ai programmi offerti dallo stato e dai partner dell’UNHCR.
In Colombia, per rispondere all’aumento delle partenze verso l’Ecuador, l’UNHCR ed i suoi partner hanno inviato al confine diversi team al fine di offrire assistenza, fornire pasti caldi, coperte e kit per bambini, nonché informazioni ed orientamento ai venezuelani diretti in Ecuador.

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L’UNHCR chiede all’Australia di intervenire per salvare vite a rischio imminente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 ottobre 2018

Ginevra (Svizzera) L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) fa appello al governo australiano affinché intervenga oggi stesso con misure urgenti a favore di tutti i rifugiati e richiedenti asilo che si trovano in Papua Nuova Guinea e Nauru. L’UNHCR esprime apprezzamento per gli sforzi di medici, esperti indipendenti, avvocati ed esponenti politici di ogni corrente, volti ad evidenziare il costo umano della “gestione esternalizzata” delle domande e le conseguenze che questa ha comportato nelle ultime settimane. Tale impegno riflette il crescente riconoscimento del rischio imminente e critico al quale sono esposte delle vite umane, nonché la crescente preoccupazione della comunità. Ciononostante, non è stata ancora adottata alcuna misura decisiva.L’evacuazione immediata dei rifugiati e dei richiedenti asilo da Papua Nuova Guinea e Nauru all’Australia non richiede alcun emendamento legislativo. Inoltre, le limitazioni alla libertà di circolazione e qualsiasi trattamento differenziato dei rifugiati non solo non sono necessari, ma sono anche contrari ai principi fondamentali della protezione dei rifugiati [1]. Per prevenire ulteriori morti e danni a uomini, donne e bambini innocenti, si rende necessaria un’azione congiunta e fondata su un chiaro imperativo umanitario.“Ovviamente i bambini sono una priorità, ma sia in Papua Nuova Guinea che a Nauru ci sono molti altri uomini e donne estremamente vulnerabili che non devono essere dimenticati”, ha esortato il rappresentante regionale dell’UNHCR, Thomas Albrecht. “L’Australia ha sia la capacità che la responsabilità di agire oggi stesso per la salvezza di queste vite”.
Trasferire unicamente i bambini e le loro famiglie non rappresenterebbe una soluzione alla difficile situazione nella quale si trovano altre persone con bisogni medici urgenti, molte delle quali erano ancora minori all’epoca del loro invio forzato a Nauru, più di cinque anni fa. Allo stesso modo, la situazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo in Papua Nuova Guinea e Nauru è al momento così drammatica che evacuare solo alcune persone accentuerebbe la disperazione e acuirebbe i gravi rischi per la salute mentale delle persone costrette a restare.Già nel 2016 i consulenti medici dell’UNHCR avevano riscontrato che i tassi cumulativi di depressione, ansia e disturbo post traumatico da stress tra la popolazione intervistata in entrambi i paesi superavano l’80%. Da allora, la situazione è in continuo deterioramento.Le condizioni dei rifugiati e dei richiedenti asilo in Papua Nuova Guinea e a Nauru sono completamente diverse da quelle dei cittadini dei due paesi e delle persone che vi sono migrate volontariamente. I bisogni peculiari di persone fuggite da guerre e persecuzioni, trasferite con la forza, detenute e soggette a condizioni spaventose, richiedono un intervento intensivo che, molto semplicemente, non è disponibile a livello locale. Ciò non sminuisce in alcun modo i molteplici sforzi effettuati in buona fede dei governi della Papua Nuova Guinea e di Nauru o il calore e l’ospitalità dimostrati dalla popolazione locale.

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L’UNHCR esorta l’Australia ad evacuare i centri di detenzione offshore

Posted by fidest press agency su domenica, 14 ottobre 2018

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sollecita il governo australiano ad affrontare con un’azione immediata la situazione sanitaria ormai al collasso nelle strutture di detenzione offshore per rifugiati e richiedenti asilo in Papua Nuova Guinea e Nauru. Ai sensi del diritto internazionale, l’Australia continua a essere responsabile di coloro che hanno chiesto la sua protezione. A fronte del deterioramento delle condizioni sanitarie e di una riduzione dell’assistenza medica, l’Australia deve agire adesso per evitare di aggravare ulteriormente la situazione di coloro che sono stati trasferiti forzatamente, come conseguenza della cosiddetta politica di “detenzione offshore” adottata dal Paese. L’UNHCR rinnova la richiesta di procedere all’immediato trasferimento di rifugiati e richiedenti asilo in Australia, dove possono ricevere supporto e cure adeguati.Nel mese di settembre, un numero maggiore di rifugiati e richiedenti asilo è stato evacuato per motivi medici da Nauru in Australia rispetto al biennio precedente. Ciò evidenzia sia il perdurare della gravosa situazione sanitaria causata dalla pratica di “detenzione offshore”, sia un recente peggioramento delle condizioni, piuttosto che una situazione in via di definizione. Alcuni di questi ri-trasferimenti hanno avuto luogo a seguito di ordinanze giudiziarie o azioni legali in senso più ampio. Con circa 1.420 persone ancora detenute a Papua Nuova Guinea e Nauru, circa 500 sono state trasferite in Australia per motivi di salute, pari a più di un quarto del totale.Dal monitoraggio dell’UNHCR si evince che questo dato è nettamente inferiore rispetto al totale delle persone con serie esigenze di salute, in particolare per quanto riguarda la salute mentale. Tra i vari casi portati all’attenzione dell’UNHCR a settembre, vi è il caso di una ragazza in fase pre-adolescenziale con tendenze suicide. La ragazza è rimasta a Nauru nonostante il parere contrario dei medici. Dai documenti medici visionati dall’UNHCR è emerso come la ragazza si sia cosparsa di benzina prima di tentare di darsi fuoco e di strapparsi ciocche di capelli dalla testa.Nel corso di quest’anno, in Papua Nuova Guinea non si sono registrati ri-trasferimenti verso l’Australia, nonostante una chiara e urgente necessità di evacuazione medica; il mese scorso si sono verificati diversi casi di autolesionismo o tentato suicidio. Molte persone che hanno urgente necessità di cure mediche, sia dal punto di vista fisico che mentale, tra cui anche soggetti che l’UNHCR ha portato all’attenzione del governo australiano nel 2017, continuano a non ricevere assistenza sanitaria.Dei 12 decessi avvenuti ad oggi in conseguenza della pratica di “detenzione offshore”, metà dei quali sono casi di suicidio confermati o sospetti, molti riguardano rifugiati e richiedenti asilo che avrebbero dovuto essere trasferiti in Australia.Un giovane iraniano, che aveva trascorso la maggior parte della sua vita adulta in regime di “detenzione offshore”, già nel 2014 aveva scritto ai servizi sanitari australiani con sede a Nauru, informandoli delle proprie tendenze suicide e chiedendo di vedere un medico. Nelle lettere, ora pubblicate secondo i desideri della famiglia, la madre del giovane chiedeva con insistenza che a suo figlio fossero garantite le cure mediche di cui aveva bisogno. Tragicamente, il ragazzo si è tolto la vita nel mese di giugno.Dal 2016, l’UNHCR ha sistematicamente e ripetutamente richiamato l’attenzione sui gravi effetti negativi che la “detenzione offshore” ha sulla salute, effetti che sono tanto gravi quanto prevedibili. Le stesse preoccupazioni sono state riportate anche da altri organismi indipendenti, tra cui l’Australian Medical Association. L’UNHCR ha spesso sottolineato la necessità di trovare soluzioni immediate a lungo termine al di fuori della Papua Nuova Guinea e di Nauru, che dovrebbero garantire, tra le altre cose, assistenza medica completa e consulenza in caso di tortura e traumi. Le autorità australiane hanno un preciso obbligo di garantire il benessere delle persone trasferite in questi luoghi. È una responsabilità fondamentale a cui tuttavia il Paese continua a non far fronte.L’UNHCR non condivide l’affermazione del governo australiano secondo cui tali casi sono esclusivamente “questioni di competenza della Papua Nuova Guinea e di Nauru”, mentre l’Australia ha contemporaneamente ideato, finanziato e gestito il sistema in cui sono coinvolte queste due nazioni in via di sviluppo e con risorse insufficienti.Dal 2013, l’Australia ha ridotto di circa la metà il budget disponibile per la cura dei rifugiati e dei richiedenti asilo “offshore”, nonostante il fatto che durante lo stesso periodo tale popolazione sia diminuita solo del 7% e che le esigenze mediche continuino ad aumentare.
Se da un lato circa 1.250 rifugiati dovrebbero essere trasferiti negli Stati Uniti in base a un accordo bilaterale con il governo australiano, d’altro canto manca ancora una soluzione definitiva per molti uomini, donne e bambini che non possono più aspettare.L’UNHCR ha ripetutamente sollecitato l’Australia ad accettare la gradita e costante offerta della Nuova Zelanda di accogliere i rifugiati provenienti sia dalla Papua Nuova Guinea che da Nauru. In assenza di altre alternative, l’UNHCR chiede che tutti i rifugiati e richiedenti asilo siano immediatamente trasferiti dalla Papua Nuova Guinea e Nauru in Australia, per evitare altri gravi danni e perdite di vite umane.

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L’UNHCR esprime seria preoccupazione per il rimpatrio di cittadini del Myanmar dall’India

Posted by fidest press agency su sabato, 6 ottobre 2018

L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime seria preoccupazione per la sicurezza di sette cittadini del Myanmar a seguito del loro rimpatrio dall’India eseguito questo giovedì.Secondo le informazioni pervenute all’UNHCR, prima dell’esecuzione del rimpatrio i sette sono stati trasferiti nello Stato del Manipur, al confine con il Myanmar, dal carcere centrale di Silchar, nello Stato di Assam, dove erano detenuti dal 2012. Venuta a conoscenza della detenzione e delle disposizioni relative al rimpatrio, e sulla base di rapporti affidabili secondo i quali i sette uomini appartengono alla minoranza Rohingya, l’UNHCR ha chiesto alle autorità indiane di garantire l’accesso al gruppo al fine di valutarne i bisogni di protezione internazionale. L’UNHCR si rammarica di non aver ricevuto risposta a questa richiesta e che non abbia pertanto potuto garantire l’accesso ad un avvocato dei servizi legali statali.L’UNHCR continua a chiedere chiarimenti alle autorità sulle circostanze nelle quali queste persone sono state rimpatriate in Myanmar. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati è preoccupata del mancato accesso alla consulenza legale e alla procedura d’asilo per la valutazione della loro domanda di protezione internazionale in India.Centinaia di migliaia di persone Rohingya sono fuggite dal Myanmar negli ultimi decenni. Nella crisi più recente, dal 25 agosto 2017, più di 720.000 rifugiati Rohingya sono stati accolti in Bangladesh. Le condizioni attuali nello stato di Rakhine in Myanmar non permettono un rientro sicuro, dignitoso e sostenibile ai rifugiati apolidi Rohingya.
Sono circa 18.000 i rifugiati e richiedenti asilo Rohingya registrati presso l’UNHCR in India, dislocati in diverse zone del Paese. L’UNHCR rilascia una carta d’identità ai rifugiati registrati e un documento ai richiedenti asilo, aiutando così a prevenire arresti arbitrari, detenzione e deportazione. L’UNHCR collabora con le autorità dei servizi legali statali e con una rete di partner per offrire assistenza legale alle persone detenute in India che rientrano nel mandato dell’Agenzia.

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