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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

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Medicina territoriale, Usca senza lavoro. Ecco cosa non funziona

Posted by fidest press agency su domenica, 26 luglio 2020

Scudo legale Covid, cresce pressing per introdurlo. L’avvocato: serve ad aziende e manager più che ai medici. Sono state uno dei principali cambiamenti nella medicina territoriale italiana dopo 42 anni. Sono entrate nelle case dei pazienti sospetti Covid a fare i tamponi e a trarre indicazioni per i dipartimenti di prevenzione Asl e i medici di famiglia. Infine, sono state oggetto nel decreto rilancio, di un finanziamento complessivo da oltre 1 miliardo. Oggi le Unità speciali di continuità assistenziale, le “Usca”, sono un po’ in sofferenza. Non solo perché ogni regione ne ha deciso le componenti in modo differente (chi soli medici di medicina generale, chi di varia estrazione, chi medici più infermieri) ma perché con l’attenuarsi della pandemia lavorano poco. In attesa di sapere se lo stato di emergenza sarà prolungato, il decreto rilancio ha aggiunto il carico da novanta: nelle Usca composte anche da infermieri questi ultimi hanno la chance di essere assunti come “infermieri di famiglia e comunità” nel distretto Asl; il collega medico, se non è in alto nelle graduatorie della medicina generale, rischia di sentirsi dire “arrivederci e grazie”. O al più, può far valere il periodo lavorato entro il 31 dicembre di quest’anno per ammonticchiare i 3 anni di ingaggio nel servizio sanitario utili a farlo accedere ai concorsi per la stabilizzazione. D’altra parte, dove il virus non corre le Asl iniziano a fare i conti e qualche manager potrebbe pensare di star buttando via quattrini, i medici Usca – che dovrebbero essere due per turno in una sede ogni 50 mila abitanti operativa 7 giorni su 7 – prendono per legge 40 euro/ora per 24 ore settimanali massime, e possono portare a casa 3600 euro lordi al mese. Esperienza da chiudere come una parentesi? «Nelle Marche, non mi pare proprio che i colleghi Usca siano inoperosi», ribatte Massimo Magi segretario Fimmg Marche, uno dei primi a lavorare a questo istituto, nella fattispecie comprensivo di medici ed infermieri. «Pur nel calo di diffusione del virus, stanno praticando i tamponi a tempo pieno, finalmente a un numero ampio di soggetti, e lavorano spesso al di sopra delle proprie possibilità, anche su cittadini extracomunitari e provenienti da fuori area Schengen. Visto l’andamento della crisi nel mondo, non mi sentirei di dire che l’esperienza sia sul punto di terminare. Bisogna vedere che cosa succederà a ottobre, con la riapertura delle scuole». Il vero problema «è che le Usca sono esterne alla medicina generale, non sono articolazioni delle nostre aggregazioni funzionali territoriali come invece dovrebbero essere. In alcune regioni sono state pensate come addentellato del Servizio di igiene e prevenzione dell’Asl o dell’ospedale. Il decreto 34 (rilancio) ne parla un po’ con la logica dei sylos, favorendo la frammentazione dell’assistenza territoriale. Diventa problematico rivendicarne una collaborazione stretta, non mediata, con l’assistenza primaria. Tra l’altro – aggiunge Magi – alle Usca sono stati assegnati non solo medici tirocinanti del corso di formazione in medicina generale, ma pure neolaureati con obiettivi personali vari. Il reale “movente” dell’Usca, in un contesto di scarsità dei presidi territoriali, sembra essere stato quello di concentrare i DPI in nuclei operativi da destinare all’assistenza domiciliare dei pazienti Covid e dei contatti stretti, mentre in parallelo procedevano continuità assistenziale ed assistenza primaria per il resto della popolazione. Ora il contesto è in parte cambiato e si evidenzia come solo nel contatto con la medicina generale e nella rete territoriale queste risorse siano impiegate in modo ottimale. Nelle Marche abbiamo molti medici del tirocinio e qualche medico “senior” che li coordina e fa da raccordo con l’assistenza primaria. Abbiamo il polso dei focolai del virus e possiamo gestire l’apprendimento pratico dei colleghi del triennio, assegnando crediti per la pratica. In altre regioni, talora, la scelta dei team non è stata altrettanto accurata, o si è addentellata l’Usca al Sisp dell’Asl, o si è creato un meccanismo “diffuso”, come nel Lazio, dove ogni singolo medico di assistenza primaria può indirizzare l’Usca. In ogni caso non si può pensare di potenziare il territorio con logiche della dipendenza, e con medici che vogliono diventare ospedalieri e sono ingaggiati per stare a contatto con dipendenti e non con i convenzionati. Questa è la logica da rigettare, se in autunno vorremo controllare l’evoluzione della pandemia le reti territoriali devono funzionare in accordo tra loro». (by Mauro Miserendino – fonte doctor33)

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“Dal governo le risorse a Regione Lombardia per finanziare ADI, USCA e infermieri territoriali”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 luglio 2020

Arrivano da Roma direttamente nelle casse di Regione Lombardia. Si tratta di uno stanziamento di 95 milioni di euro per il 2020 e di 79 milioni nel 2021 nel DL34/2020 per potenziare i servizi sul territorio in modo particolare: ASST per potenziamento ADI e per far partire bandi per assunzione degli infermieri di famiglia; le ATS per potenziamento USCA e assistenti sociali.
“I finanziamenti statali serviranno per potenziare i servizi sanitari per ogni singola ATS presente sul territorio lombardo” spiega Massimo De Rosa, capogruppo del Movimento Cinque Stelle in Regione Lombardia: “In modo particolare finanzieranno alcune delle proposte che il Movimento Cinque Stelle ha portato avanti in questi anni con maggior forza. Sto parlando dell’assistenza domiciliare, tramite i bandi saranno assunte 1600 figure professionali che, suddivise all’interno delle singole ATS territoriali, andranno a ricoprire il ruolo di infermiere di famiglia, e per il potenziamento delle USCA. Si tratta di Unità Speciali di Continuità Assistenziale destinate alle cure al domicilio per pazienti COVID-19 dimessi, ma ancora bisognosi di assistenza, e per quei pazienti con sintomatologia clinica sospetta, ma che potranno essere curati a domicilio. Questo aspetto è di fondamentale importanza in un’ottica di prevenzione, al fine di scongiurare il rischio che le strutture ospedaliere possano nuovamente ingolfarsi il prossimo inverno.A emergenza terminata le USCA dovranno poter essere trasformate in Unità complesse di Cure Primarie (UCCP) come previsto dalla legge nazionale e regionale. È precisa responsabilità della Regione utilizzare queste risorse per il potenziamento della sanità territoriale. In questo modo le risorse resteranno a disposizione della medicina territoriale e dei suoi pazienti. Duecento USCA diventeranno 200 UCCP. Un obiettivo che Regione non può permettersi di fallire. Le risorse stanziate consentiranno inoltre il potenziamento dell’ADI, ovvero l’assistenza domiciliare integrata, per quei pazienti non autosufficienti, non in grado di essere trasportati presso i presidi ospedalieri che potranno così ricevere a domicilio le cure di infermieri, fisioterapisti, medici e operatori socio sanitari”.

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Coronavirus, ecco come sono organizzate le Usca

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 aprile 2020

Altro che controllare il coronavirus; scarsità di personale e norme regionali farraginose sulle Unità speciali di continuità assistenziale rischiano di favorirne l’esplosione. Ogni Usca dovrebbe essere formata da almeno due medici o da medico-infermiere. Non sempre lo è, come testimonia il caso mediatico del giovane medico che dopo la visita a casa all’anziana malata si sveste nel ballatoio condominiale e torna indietro in taxi. «Sulle Usca arrivano notizie da diverse parti d’Italia che fanno rabbrividire», scrive sui social il tesoriere del Sindacato Medici Italiani Franco Fontana. «Regioni in cui le Usca condividono la stessa sede della Continuità assistenziale, altre in cui pretendono che il medico faccia da solo. Pensano che la svestizione dai dpi la faccia una sola persona? O nello stesso locale dove soggiorna un medico di continuità assistenziale?» Fontana invita i colleghi rappresentanti sindacali ad intervenire ove sia messa in pericolo l’incolumità dei sanitari dedicati. Ricorda il segretario Smi Lombardia Enzo Scafuro: «Sulla delibera istitutiva n°2986 del 23-03-2020 e la successiva circolare avevamo inviato una nota alla Regione per evitare che le Usca essendo definite “unità” potessero essere costituite da un “singolo medico». Per Scafuro, «o le Usca si progettano per un’assistenza complessa, due operatori che si vestono e svestono uno di fronte all’altro in aree dedicate, viaggiano in mezzi di trasporto sanificati (non il taxi!), o il rischio supera il beneficio». Già il decreto legge nazionale istitutivo del 9 marzo sembra avere delle pecche quando indica che ogni Usca, nata per sgravare in un bacino di 50 mila abitanti il Mmg, il pediatra e il medico di continuità assistenziale da compiti non ordinari, faccia capo alle sedi di guardia medica esistenti. «Le regioni erano chiamate a realizzare il decreto entro il 20 marzo scorso, ma la fretta non aiuta la qualità delle delibere», dice Scafuro. «Inoltre, per noi all’équipe andrebbero aggregati specialisti, si pensi al ruolo del cardiologo nell’inquadrare il rischio collaterale della clorochina da taluni suggerita per il paziente Covid-19 a casa. O allo psicologo».
Il problema di fondo è il personale. Non è infinito. Il decreto legge dice chiaro che l’Usca è costituita da un numero di medici pari a quelli già presenti nella sede di continuità assistenziale scelta. Non sono gli stessi medici ma tra i medici Usca vi possono essere ugualmente titolari o supplenti di CA, tirocinanti del triennio in medicina generale o, invia residuale, neoabilitati. E devono garantire copertura 8-20 sette giorni su sette, con compenso lordo di 40 euro ad ora. «Ogni regione si è organizzata come poteva in carenza di personale -dice Giovanni Senese responsabile continuità assistenziale Smi -in Campania, Basilicata e Lazio abbiamo chiesto una composizione di due medici ed un infermiere per turno. Il medico non può andare da solo: il rischio non è il contagio dal paziente a casa, ma il virus che puoi liberare quando ti svesti sul pianerottolo, o non ti vesti secondo le procedure adeguate e nessuno ti controlla. La svestizione dovrebbe inoltre avvenire in aree adeguate, servono training appositi. E il personale che visita non deve essere lo stesso che fa attività ordinaria di guardia medica. Come Smi sottolineiamo che dovrebbe afferire a sedi diverse da quelle della continuità assistenziale, ad esempio le sedi del 118 dove ci sono elementi omogenei come la sanificazione del mezzo di trasporto dopo ogni viaggio per accesso a casa di paziente Covid-19». Si dovrebbe sanificare dopo ogni accesso, dettaglia Senese. «Posto che gli accessi a casa dei sospetti per il primo tampone spettano all’unità operativa di prevenzione Asl, al sanitario Usca spetta il monitoraggio a casa di soggetti positivi ai quali va eseguito 2° o 3° tampone o provare i parametri per eventualmente ricoverare. Anche abitassero nello stesso condominio, tra due pazienti di questo tipo è bene mettere un viaggio di ritorno in centrale e una decontaminazione e sanificazione del mezzo, per non portare il virus in giro. Abbiamo sostenuto questa posizione nei comitati regionali e provinciali. Una terza via non c’è. Occorre istituire ex novo queste unità con fondi ad hoc. Qualche sindacato vorrebbe trovare per la continuità assistenziale una nuova collocazione come Usca del domani: una soluzione irricevibile. La continuità assistenziale ha tante chiamate, l’Usca ha accessi impegnativi con equipaggiamento protettivo specifico. Con eventuali “doppi lavori” il rischio è, oltre a contagiarsi, portare il contagio ai pazienti cronici, e ai colleghi del turno di continuità assistenziale che dovranno mettersi a loro volta in quarantena per evitare un disastro che vanificherebbe i risultati ottenuti con il lock-down. Inoltre -conclude Senese -si andrebbe in contrasto con la Legge Balduzzi in base alla quale, alla luce del Ruolo Unico, la CA confluisce a pieno titolo nell’Assistenza Primaria dando spazio al ruolo unico nelle istituende aggregazioni funzionali territoriali al momento formate dai soli medici di assistenza primaria in dispregio alla legge». (fonte: Doctor33)

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