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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

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Tutto sembra sostenere le valute dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 luglio 2021

A cura di Kate Griffiths, Client Portfolio Manager del Team Emerging Debt di Pictet Asset Management. La domanda globale di prodotti dei mercati emergenti appare solida e ci aspettiamo un’ulteriore crescita. In presenza di una domanda interna debole e alla conseguente riduzione delle importazioni nelle aree emergenti, abbiamo assistito a un significativo miglioramento dei conti con l’estero delle economie emergenti. In questo modo, il posizionamento dei Paesi emergenti che già vantavano fondamentali solidi si è ulteriormente rafforzato e si sono registrati anche progressi degni di nota nella bilancia delle partite correnti delle nazioni invece strutturalmente più fragili. Ad esempio il Sudafrica e altri Paesi storicamente caratterizzati da un deficit delle partite correnti presentano ora un surplus. Inoltre, occorre considerare che le banche centrali dei Paesi emergenti sono un passo avanti a livello di inasprimento della politica monetaria: In Brasile, Russia e Turchia il ciclo di rialzo dei tassi è già cominciato e nel prossimo futuro ci saranno nuovi inasprimenti da parte delle autorità monetarie di questi o di altri Paesi. I differenziali di tasso di interesse rispetto ai mercati avanzati sono quindi in miglioramento, sostenendo le valute. Infine, l’avanzamento delle campagne vaccinali nei Paesi emergenti nel secondo semestre dell’anno si tradurrà in un miglioramento delle prospettive, più favorevoli alla crescita. Considerato che è stata riscontrata una forte correlazione tra l’evoluzione della situazione pandemica e l’andamento delle valute, notizie più incoraggianti sul fronte sanitario dovrebbero sostenere le divise emergenti. Il duplice mandato della Fed – adozione di un sistema di targeting dell’inflazione media asimmetrico e persistente focus sul raggiungimento di una forma più equa di pieno impiego – si tradurrà in un aumento dell’hurdle rate per l’inasprimento della politica della Fed e in una maggiore propensione a tollerare una risalita dell’inflazione. Per questo motivo, negli USA i rendimenti reali si manterranno su livelli depressi ancora per qualche tempo.A impattare sulle prospettive per la valuta nord-americana è anche il duplice deficit statunitense. Da un lato, il deficit fiscale è in costante aumento negli Stati Uniti per via delle misure accomodanti (programma di stimoli per l’emergenza causata dalla pandemia, investimenti infrastrutturali, ecc.) varate dall’amministrazione Biden in risposta alla situazione attuale. Dall’altro, il saldo commerciale appare sempre più ampio poiché i consumatori USA (destinatari di trasferimenti diretti di denaro da parte del governo) spendono per acquistare merci importate. Di conseguenza, si assiste a una fuoriuscita di dollari a livello globale che favorisce in particolare le aree emergenti, esportatrici di prodotti manifatturieri e questa crescente offerta di dollari in tutto il mondo alimenta le pressioni ribassiste sul biglietto verde. Infine, non possono essere ignorati i segnali di una tendenza generale alla de-dollarizzazione, seppur ancora nelle fasi iniziali. La progressiva affermazione della Cina sulla scena globale, infatti, sta accelerando il processo di de-dollarizzazione del commercio mondiale, che procede a ritmo sempre più rapido. Sempre più spesso le transazioni commerciali sono concluse al di fuori del “sistema del dollaro” e tale trend guadagnerà ulteriore slancio in seguito all’ascesa delle valute digitali delle banche centrali, tra cui la cinese CBDC sembra la più innovativa. L’egemonia del dollaro resta intatta (data l’attuale mancanza di alternative valide), ma il trend in atto è senza dubbio favorevole all’affermazione di monete di scambio alternative, anche alla luce della formazione di nuove alleanze politiche e regionali (relazioni UE/Cina, RCEP) e quindi del rifiuto di dipendere interamente dal “sistema del dollaro”.

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Coronavirus: cosa sta accadendo sui mercati obbligazionari e valutari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 marzo 2020

A cura di Vittorio Fontanesi, Portoflio Manager mercati obbligazionari AcomeA. Negli ultimi giorni, la rapida e globale diffusione ha provocato ampie reazioni sui mercati obbligazionari e valutari.La domanda degli investitori si è velocemente spostata dalle attività più rischiose verso gli asset di rifugio, innescando il selloff sui mercati, a causa dei timori derivanti dagli effetti negativi del virus sulla crescita economica globale e sui profitti delle imprese.Il rendimento del Treasury a 10 anni americano è sceso fino all’1,25%, toccando i minimi di sempre, registrando un calo complessivo di circa 30punti base nell’arco di una settimana. Anche il rendimento del Treasury a 30 anni è sceso ai minimi storici, al di sotto dell’1,80%. Nell’area euro, il Bund tedesco è tornato nuovamente al -0,54% di rendimento, sui minimi da ottobre 2019. Sul fronte dei mercati emergenti, i ribassi si sono maggiormente concentrati nei paesi caratterizzati da rating di grado speculativo e da dipendenza dalle commodities più legate al ciclo economico (petrolio e rame).
Sui mercati valutari, la corsa alla sicurezza ha interessato le divise più forti, come dollaro, yen e franco svizzero, a discapito delle divise emergenti, come real brasiliano, rand sudafricano e rublo russo.La brusca riduzione dei rendimenti sui Treasury americani non riflette soltanto la corsa verso la sicurezza, ma sconta anche le crescenti aspettative degli investitori sulle probabilità di nuovi interventi accomodanti da parte della Federal Reserve nei prossimi mesi. Il mercato prezza ora 3 tagli della Fed entro la fine dell’anno. Il problema è che le banche centrali non hanno ora molte munizioni per combattere un rallentamento della crescita indotto dal Coronavirus. La capacità della Fed e delle banche centrali, in particolare la BCE, di stimolare l’economia quando i tassi di interesse sono già così bassi è ormai ampiamente ridotta. Per questo motivo, in Europa si inizia a parlare della storica opportunità di mettere in atto le tanto attese manovre di espansione fiscale per contrastare gli effetti negativi sull’economia. Il paese che gode di maggior spazio di manovra è senza dubbio la Germania, da cui ci si aspetta a questo punto l’abbandono alle politiche di pareggio del bilancio.
L’incertezza provocata dal Coronavirus ha innescato situazioni di illiquidità su bond e valute emergenti più sotto pressione. Disponiamo di un elevato cuscinetto di liquidità sui fondi che ci permetterebbe di aumentare sensibilmente la nostra esposizione qualora i ribassi dovessero continuare, soprattutto sui mercati emergenti.Nell’ultima settimana, abbiamo incrementato a margine la nostra esposizione ai subordinati (T1) italiani di emittenti bancari solidi, come Unicredit e Intesa Sanpaolo. Sui fondi obbligazionari a cambio aperto e sui flessibili, stiamo inoltre riducendo il grado di copertura del rand sudafricano, dopo la rapida svalutazione che ha subito nell’ultimi giorni. Rimaniamo invece attivi su storie idiosincratiche, non correlate alla diffusione del Coronavirus, come il debito locale argentino. Nelle prossime settimane, il mercato attende la definizione del piano di ristrutturazione dei bond di legislazione straniera da 70 miliardi di dollari. Per quanto riguarda il debito in peso, che è la parte dove siamo più investiti, il nuovo governo sta attuando invece una strategia più amichevole nei confronti degli investitori esteri con l’obiettivo di ricostituire il mercato locale.

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Mercati emergenti e valute

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2016

indici di valuta globaleI dati sulla Cina hanno iniziato a mostrare segnali di miglioramento ai margini. Le autorità hanno enfatizzato la stabilizzazione della crescita, a spese delle riforme, sul lato dell’offerta, necessarie a sostenere la stabilità economica di lungo periodo. Le autorità hanno fissato un obiettivo minimo di crescita dal 6.5% per quest’anno, prevediamo dunque una continuazione della politica monetaria e fiscale di sostegno. Tutto ciò potrebbe sostenere l’economia nel breve periodo, ma un’ulteriore crescita alimentata dal credito non è un fattore positivo per le prospettive economiche di lungo termine, considerati l’eccesso di capacità produttiva e gli alti livelli indebitamento del settore privato. Nel medio periodo, di conseguenza, continuiamo a osservare con preoccupazione i rischi di ribasso dell’economia.Per quanto riguarda la crescita dei mercati emergenti, ci sono state significative correzioni negli ultimi anni. Siamo ancora in attesa tuttavia di riscontrare segnali concreti di una svolta positiva nei fondamentali dei mercati emergenti e alcuni di essi continuano a doversi confrontare con un eccesso di debito nel settore privato e/o sfide politiche concrete.Le valute dei mercati emergenti
Renminbi cinese
Siamo short sul renminbi cinese. Non prevediamo un’unica svalutazione, riteniamo invece che le autorità proseguiranno l’attuale linea politica, continuando a combinare una modesta debolezza della valuta e bassi tassi di interesse per garantire la prosecuzione delle condizioni monetarie di alleggerimento. Il conto capitale resta molto più permeabile di quanto i policy maker siano disposti ad ammettere e ciò, con l’accelerazione della crescita della moneta al 14%, potrebbe apportare pressione ai deflussi di capitale.
Rupia indonesiana
Restiamo sovrappesati sulla rupia indonesiana. La valuta continua a trarre beneficio dai consistenti flussi di investimento dovuti a uno scenario economico discreto e a un’agenda delle riforme soddisfacente. Abbiamo regolato la nostra sovraesposizione durante il trimestre, ritenendo che la valuta continuerà a trarre vantaggio dalla solidità del contesto strutturale.
Rublo russo
A gennaio abbiamo tenuto una posizione underweight, che si è rivelata positiva poiché la valuta ha raggiunto minimi record con la debolezza dei prezzi del petrolio. Il successivo rafforzamento di questi a livelli moderatamente alti ha rappresentato un fattore di sostegno per il rublo e ci ha incoraggiati ad assumere una posizione overweight, soprattutto considerato il tono più aggressivo della banca centrale. Restiamo dunque sovrappesati sul rublo russo rispetto alla posizione underweight adottata sul rand sudafricano.
Peso colombiano
Prevediamo che le dinamiche di sostegno alla domanda e all’offerta di petrolio sorreggeranno il peso colombiano, soprattutto quando le paragoniamo alle valute regionali maggiormente dipendenti dal rame. I prezzi più stabili del petrolio dovrebbero iniziare a guidare la ripresa delle esportazioni durante l’anno. Ciò dovrebbe favorire la contrazione del deficit commerciale del Paese, soprattutto considerando che le importazioni continuano a rallentare rapidamente e che gli effetti negativi di El Nino sulla bilancia commerciale iniziano a diminuire. La valuta dovrebbe anche ricevere sostegno da ulteriori rialzi dei tassi di interesse che, a nostro avviso, il mercato non ha ancora prezzato completamente. Di conseguenza restiamo sovrappesati sulla valuta.
Peso delle Filippine
Con le elezioni presidenziali ormai concluse, il peso delle Filippine dovrebbe ricevere sostegno, con il calo dei rischi politici e il ritorno dei fondamentali degli investimenti. Il nuovo Presidente ha rilasciato alcuni commenti provocatori durante la campagna elettorale, ma ha adottato un tono più conciliante dal momento della vittoria, e la sua comprovata esperienza nella gestione di Davao City è un fattore positivo per le caute politiche economiche e di business che verranno in seguito adottate. I fondamentali restano un elemento di sostegno, con prospettive di crescita solida durante l’anno (soprattutto se paragonata agli altri Paesi affini della regione) e un modesto avanzo delle partite correnti. La posizione del Paese nei confronti dell’estero dovrebbe essere sostenuta da un’ulteriore normalizzazione delle rimesse dai lavoratori all’estero e dalle entrate provenienti dalle società che operano attraverso l’outsourcing dei processi di business. (Marcello Villa)

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Cosa è successo alle valute?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 aprile 2016

indici di valuta globaleDall’inizio dell’anno, le valute si sono mosse nella direzione opposta rispetto alle aspettative. Riassumiamo cosa è accaduto e cosa sta succedendo sia nelle valute nei paesi sviluppati che nelle economie emergenti. Dall’inizio dell’anno abbiamo visto affermarsi sulle valute alcuni trend molto forti, come il deprezzamento della sterlina e del dollaro e l’apprezzamento dell’euro e dello yen. A stupire molto gli analisti è stata la direzione di questi movimenti, contraria a quanto previsto dalla teoria economica.In teoria, un abbassamento dei tassi d’interesse seguito da aspettative sui tassi futuri sempre più basse (appiattimento della curva dai tassi d’interesse) dovrebbe essere seguito da rendimenti più bassi per una determinata valuta, in questo mondo spingendo gli investitori a preferire altre valute, e dato l’abbassamento della domanda, la valuta coi rendimenti più bassi dovrebbe deprezzarsi.Finora, nonostante tassi negativi in Giappone e Germania (e nell’Eurozona nel suo complesso), lo Yen e l’Euro si sono apprezzati. Al contrario, economie che dovrebbero essere più solide e in crescita, come il Giappone e gli Stati Uniti, dove i tassi d’interesse sono alti e la politica monetaria è meno (esplicitamente) accomodante, hanno visto la propria valuta deprezzarsi.Fino ad ora, da inizio anno, il dollaro statunitense ha perso circa il 5% sia contro le principali valute sviluppate sia contro le valute emergenti.
La sterlina ha fatto ancora peggio, perdendo il 6% contro le valute più liquide e il 7.5% contro le valute emergenti. Nello stesso periodo lo yen è salito del 7%, seguito dall’euro che finora ha guadagnato il 2.5%.Il posizionamento degli investitori ha giocato un ruolo importante in questi movimenti apparentemente contro intuitivi.Per quanto riguarda la sterlina, i timori circa la possibilità di Brexit hanno causato un aumento del posizionamento “corto” sulla valuta. La volatilità implicita prezzata dal mercato delle opzioni è più alta nelle scadenze brevi (2 – 3 mesi), segnalando un incremento della domanda per la copertura dal rischio di cambio per le scadenze vicine al referendum. Così, nonostante il contesto macroeconomico più favorevole a una sterlina forte, non è difficile vedere perché i mercati si sono posizionati in un determinato modo.
Passando al dollaro USA, la recente debolezza ha sorpreso quanto si aspettavano la parità tra euro e valuta americana. Una ragione per il deprezzamento del dollaro può essere che il tasso d’interesse reale statunitense (misurato come differenza tra tassi d’interesse nominali e l’inflazione prezzata dai relativi bond indicizzati all’inflazione) si è deteriorato negli ultimi mesi. Tassi sempre più bassi e aspettative d’inflazione più alte hanno compresso il tasso reale, che è sceso in termini assoluti e relativi se paragonato con le altre maggiori economie. Ad ora è difficile pensare a una Fed che possa invertire la rotta e, solo fattori di rischio esogeni (come movimenti del petrolio o Brexit), potrebbero portare a un rafforzamento del petrolio.Alla base del rafforzamento dello Yen troviamo le stesse dinamiche, ma capovolte. I tassi nominali sono sì diminuiti anche in Giappone, ma le aspettative di inflazione sono crollate, portando il tasso d’interesse reale a rafforzarsi sia contro il dollaro USA che contro l’euro, anche se i tassi nominali sono scesi in territorio negativo. Per invertire la tendenza, la Bank of Japan ha bisogno o di aspettative d’inflazione in crescita o di una Fed più hawkish.Lasciandosi alle spalle il mondo delle valute sviluppate, molte soprese sono arrivate pure dalle valute emergenti, che dopo aver perso più del 7% nel 2015, sono ora largamente in positivo dall’inizio dell’anno.Dal punto di vista dei fondamentali, le preoccupazioni sul mondo emergente rimangono. Una Fed in attesa combinata con politiche espansive da parte della Banca Centrale Europea e della Bank of Japan hanno favorito la propensione al rischio degli investitori. Il dollaro debole ha giocato un ruolo importante nel rimandare ancora la fase di deleverage dell’economia, mantenendo le condizioni di credito nel mondo emergente relativamente accomodanti e contribuendo a dare un floor al prezzo del petrolio (che è stato il maggior driver di mercato del 2016).Il contesto quindi è tuttavia limitato ad una visione tattica. La convinzione degli investitori su questa asset class non è ancora molto forte, e finora si è trattato più di approfittare del contesto favorevole che a uno spostamento massiccio a favore dei mercati emergenti.I recenti movimenti valutari hanno sottolineato l’importanza di una gestione nel breve/medio termine che tenga conto anche dell’esposizioni in valuta estera. Soprattutto per i portafogli obbligazionari, con i rendimenti molto bassi, i movimenti sul mercato dei cambi possono cancellare un anno di performance in poco tempo. La diversificazione tra le asset class, si deve tradurre anche in una diversificazione sulle valute. (foto: indici di valuta globale) (fonte: MoneyFarm.com)

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Rimesse immigrati

Posted by fidest press agency su domenica, 6 Maggio 2012

Gli stranieri che vivono in Italia hanno fatto defluire nel 2011 7,4 miliardi di euro di rimesse, registrando un aumento del 12,5% rispetto all’anno precedente. Mediamente ogni straniero in Italia invia nel proprio paese 1.618 euro all’anno, destinati per lo più in Asia e in Cina per la precisione. Si stima che i cinesi che risiedono in Italia riescono a mantenere 800mila connazionali in Patria. Roma, Milano, Napoli e Prato sono le province da cui defluisce il maggior importo di rimesse verso l’estero. Questi i risultati principali di uno studio della Fondazione Leone Moressa (www.fondazioneleonemoressa.org) che ha analizzato i flussi monetari transitati per i canali di intermediazione regolare in uscita dall’Italia da parte degli stranieri che vivono nel nostro paese.Il volume delle rimesse. Nel 2011 il flusso monetario in uscita dall’Italia è stato pari a 7,4 miliardi di euro, in aumento rispetto all’anno precedente del 12,5%. In aumento anche il valore delle rimesse calcolate a livello procapite: mediamente ciascuno straniero invia nel proprio Paese di origine poco più di 1.600 euro annui, in aumento rispetto ai 1.552 euro registrati nel 2010. Per riuscire a quantificare il volume delle rimesse basti pensare che l’ammontare complessivo del denaro in uscita dall’Italia equivale allo 0,47% del Pil nazionale: anche in questo caso tale incidenza è aumentata rispetto allo 0,42% rilevato l’anno precedente.
Destinazione delle rimesse. L’Asia è il continente maggiormente beneficiario delle rimesse che escono dall’Italia. Infatti con quasi 4 miliardi di euro, la macroarea asiatica concentra il 52% di tutti i flussi monetari; della rimanente parte, il 24,4% rimane all’interno dei confini europei, il 12,1% prende la via americana e l’11,5% quella africana. Rispetto al 2010 quasi tutte le destinazioni hanno subito un aumento in termini di rimesse inviate: il continente asiatico ha ricevuto dagli stranieri in Italia il 23,4% in più di denaro, le Americhe il 5,2% in più, l’Africa il 3,1% e il continente europeo l’1,6%.
Tra tutti i Paesi, la Cina è quello a cui viene inviato il maggior volume di rimesse con 2,5 miliardi di euro, seguito da Romania (894 milioni di euro), Filippine (601 milioni di euro) e Marocco (299 milioni di euro). Le principali nazioni di destinazione mostrano un aumento nell’ultimo anno, ad eccezione delle Filippine che mostrano un -19,1%. Per la Cina la variazione si attesta addirittura al +39,7%, per la Romania si tratta del +3% e per il Marocco il +5,8%. In quanto a rimesse procapite, ciascun cinese residente in Italia invia in Patria poco più di 12mila euro a testa, valore più elevato tra tutte le nazionalità. Questo significa che ogni cinese in Italia “mantiene” 3,9 cinesi in Patria e che a livello complessivo si tratta di oltre 800mila di cinesi. Con 4.484 euro di rimesse procapite i filippini sostengono una comunità in patria di 394 mila concittadini, i bengalesi di 629 mila soggetti, i senegalesi di 348 mila persone.Il dettaglio provinciale. Roma è la provincia dalla quale defluisce il maggior volume di rimesse verso l’estero: si tratta di 2 miliardi di euro, pari a oltre un quarto di tutte le rimesse che escono dall’Italia. Seguono a ruota Milano, Napoli e Prato. Per tali province la prima nazionalità di destinazione è la Cina, ma tra tutte è Prato l’area in cui la quasi totalità delle rimesse defluisce verso il paese asiatico: il 91% di tutte le rimesse della provincia. La Romania è invece il primo paese di destinazione delle rimesse di Torino e Treviso, mentre per le Filippine si tratta di Bologna (solo per citare le prime città).

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Va creato un nuovo paniere di valute

Posted by fidest press agency su domenica, 5 dicembre 2010

Il Seul Action Plan contiene un impegno dei paesi del G20 ad «astenersi da svalutazioni competitive sulle monete» che sembra essere un minimo accordo razionale contro le guerre valutarie. In realtà è lontano anni luce dalla necessaria e improcrastinabile riforma del sistema monetario internazionale.  Per dirla con la Angela Merkel «una politica che scommette di mantenere bassi i tassi di cambio e di favorire l’export in modo artificiale, alla fine danneggia tutti». In questo modo si creano inevitabili tensioni e distorsioni che indebolirebbero la ripresa economica globale.  Effettivamente si vive oggi senza un ordine monetario. Lo si sa dal 1971, l’anno in cui il presidente americano Richard Nixon decise di sganciare il valore del dollaro da quello dell’oro e di abbandonare il riferimento alle riserve auree per passare ad un sistema di cambi flessibili. La progressiva regressione dell’economia americana e il suo indebitamento, l’emergere dell’Unione europea e delle nuove potenze economiche dei paesi del Bric hanno successivamente reso sempre più insostenibile il ruolo del dollaro come unico strumento del commercio internazionale.
Tuttavia ancora oggi l’egemonia del biglietto verde c’è ed è sostenuta dal fatto che l’85% delle transazioni mondiali dei cambi ed il 62% delle riserve delle banche centrali sono in dollari. Il flusso di dollari che si registra quotidianamente sui mercati internazionali è di circa 4.000 miliardi. È amaro dover constatare il verificarsi dell’ammonimento dell’allora segretario del Tesoro di Nixon, John Connolly, che affermava: «Il dollaro è la nostra moneta ma è il vostro problema».  Prima si pensava che le riserve monetarie servissero per affrontare situazioni di emergenza valutaria nazionale e per pagare i disavanzi commerciali, oggi invece esse sono diventate quasi delle bolle di liquidità e strumenti di possibili pressioni sulle politiche monetarie dei paesi debitori da parte dei paesi creditori. I paesi emergenti hanno infatti circa 7.000 miliardi di dollari nelle loro riserve, 2.500 miliardi dei quali in possesso della sola Cina.  Mentre la Fed stampa dollari per pagare i debiti, dovremmo riflettere sul fatto che gli Usa aumentino nel contempo le loro riserve auree. Hanno 8.133 tonnellate di oro nelle loro riserve monetarie, mentre la Germania ne ha 3.412 , la Francia e l’Italia circa 2.450 ciascuna e la Cina 1.050 tonnellate. Il messaggio è chiaro. Non può essere frainteso: voi vi tenete i dollari, il cui valore sarà tutto da scoprire, noi l’oro, il cui prezzo è passato dai 34 dollari l’oncia del fatidico 1971 agli attuali 1.400 l’oncia! È un evidente atto di difesa contro il rischio di possibili grandi rivolgimenti.  Ciò pone con urgenza la necessità di riformulare l’intero sistema monetario internazionale. L’era del dollaro sta volgendo alla fine. Da tempo, non solo noi, sosteniamo la necessità di creare un paniere di valute. Al dollaro sarebbe opportuno affiancare altre monete come l’euro, lo yen giapponese, lo yuan cinese e nuove monete di riferimento di blocchi regionali emergenti per un nuovo e più regolato sistema dei cambi, dei pagamenti internazionali e delle riserve. Un sistema che deve combinare mercato e regole da parte degli stati che vi aderiscono.  Recentemente anche il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, lo ha proposto sulle pagine del Wall Street Journal.  In questo campo l’Europa, che è stata troppo ai margini delle discussioni anche nell’ultimo summit di Seul, potrebbe avere un ruolo molto importante e trainante. Prima di arrivare alla moneta unica, nel 1979 si istituì il Sistema Monetario Europeo (Sme) che potrebbe essere considerato per il nuovo sistema monetario mondiale multi polare. Lo Sme nasceva dopo il crollo del sistema di Bretton Woods e mirava a rafforzare l’unione dei paesi europei e a contenere le fluttuazioni tra le monete dell’allora Comunità Europea all’interno di una fascia di oscillazione del 2,25%. Fu creata anche un’unità di conto sintetica, l’Ecu, basata su un paniere di monete Cee in relazione alla loro forza economica e all’oro. È stato un sistema che ha funzionato abbastanza bene fino al 1992 quando cominciò a sfidare l’egemonia solitaria del dollaro e fu distrutto dalla speculazione più incontrollata.  Oggi un sistema monetario multi laterale basato su un paniere di monete e sull’oro non è più  soltanto un’opzione desiderabile. È un’ineludibile necessità  per evitare la crescente volatilità monetaria e finanziaria e per scongiurare atti di protezionismo aggressivo e il rischio di vere e proprie guerre monetarie.  (Mario Lettieri Sottosegretario dell’economia nel governo Prodi e Paolo Raimondi Economista)

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