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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Posts Tagged ‘variabili’

Pagine di medicina: La medicina con le sue variabili dipendenti

Posted by fidest press agency su sabato, 17 agosto 2019

Vi è un genere di conoscenza medica fondata sulla riflessione e sull’intento di preparare i potenziali lettori a valutare i fatti prima delle suggestioni, delle mode e a prepararli alla consapevolezza che la più efficace cura dobbiamo trovarla in noi stessi nel comprendere ciò che non va nel nostro organismo e di renderci conto che alla base dei nostri mali vi può essere un regime alimentare sbagliato, dei comportamenti non virtuosi, come l’eccessiva sedentarietà, e un uso inappropriato di taluni farmaci assunti non da prescrizione medica ma dal si dice delle comari. Esiste poi un “effetto placebo” non solo per l’uso delle medicine ma anche per il rapporto fiduciario che noi intratteniamo con il nostro medico di famiglia.
A tutto questo si aggiunge la figura del cronista che partecipa ai convegni e ai congressi medici e che ha il delicato compito di riportare gli studi, le ricerche e le relazioni degli esperti su un determinato ambito medico. D’altra parte in tali meeting vi è lo sforzo corale di chi cerca di puntare verso nuove frontiere nella terapia di talune malattie nell’intento, se non proprio di debellarle, di limitarne i danni e gli stessi effetti collaterali a volte tanto insidiosi da colpire altri organi del corpo fondamentalmente sani. A questo riguardo la mia esperienza mi porta a riconoscere spesso nel relatore, negli stessi ricercatori, non solo il genuino entusiasmo per una sperimentazione che ha superato la prova dei vari controlli che sono stati messi a punto, ma anche il legittimo dubbio che di là della bontà del farmaco prodotto vi possa sempre essere una intolleranza strisciante che finisca con l’appalesarsi tardivamente e che il suo uso, alla lunga, diventi controproducente. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di medicina: La medicina con le sue variabili dipendenti

Posted by fidest press agency su sabato, 25 agosto 2018

Vi è un genere di conoscenza medica fondata sulla riflessione e sull’intento di preparare i potenziali lettori a valutare i fatti prima delle suggestioni, delle mode e a prepararli alla consapevolezza che la più efficace cura dobbiamo trovarla in noi stessi nel comprendere ciò che non va nel nostro organismo e di renderci conto che alla base dei nostri mali vi può essere un regime alimentare sbagliato, dei comportamenti non virtuosi, come l’eccessiva sedentarietà, e un uso inappropriato di taluni farmaci assunti non da prescrizione medica ma dal si dice delle comari. Esiste poi un “effetto placebo” non solo per l’uso delle medicine ma anche per il rapporto fiduciario che noi intratteniamo con il nostro medico di famiglia.
A tutto questo si aggiunge la figura del cronista che partecipa ai convegni e ai congressi medici e che ha il delicato compito di riportare gli studi, le ricerche e le relazioni degli esperti su un determinato ambito medico. D’altra parte in tali meeting vi è lo sforzo corale di chi cerca di puntare verso nuove frontiere nella terapia di talune malattie nell’intento, se non proprio di debellarle, di limitarne i danni e gli stessi effetti collaterali a volte tanto insidiosi da colpire altri organi del corpo fondamentalmente sani. A questo riguardo la mia esperienza mi porta a riconoscere spesso nel relatore, negli stessi ricercatori, non solo il genuino entusiasmo per una sperimentazione che ha superato la prova dei vari controlli che sono stati messi a punto, ma anche il legittimo dubbio che di là della bontà del farmaco prodotto vi possa sempre essere una intolleranza strisciante che finisca con l’appalesarsi tardivamente e che il suo uso, alla lunga, diventi controproducente. (Riccardo Alfonso)

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Terza età a 5 stelle: un invito alla politica per una più marcata identità sociale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 Maggio 2018

Esistono da sempre fasce di età che contraddistinguono l’esistenza dell’essere umano. Si è neonati e poi ragazzi, giovani, maturi e anziani. In quest’arco di tempo interpretiamo la parte che ci spetta: i primi rudimenti della conoscenza li apprendiamo tra le mura domestiche per poi passare il testimone al sistema scolastico. Cerchiamo la nostra autonomia lavorando o industriandoci in qualche modo e alla fine tiriamo i remi barca e volgiamo i nostri occhi al cielo. Dentro e fuori questo nostro percorso abbiamo creato sistemi che ci consentono di vivere in comunità per cercare la nostra identità nel luogo in cui siamo nati anche se vi sono momenti in cui per necessità o per libera scelta si pensa di mettere su casa altrove, trasmigrando. Nel tempo il modello esistenziale si è raffinato e abbiamo trovato nella politica il nostro catalizzatore. Da qui sono derivate molte variabili poiché è stato detto che la politica è la scienza del compromesso. In effetti è così. Al cospetto di una società sempre più composita i conflitti d’interesse sono nella loro stessa natura. Dobbiamo, quindi, arguire, che per quanto si possa esecrare il modo di essere e di fare della politica e i suoi messaggi non sempre opportuni e adeguati alle circostanze, essa resta l’unico collante capace di tenere unita una comunità dove si svolgono attività diverse e che nel loro divenire possono generare rapporti conflittuali. In questo quadro d’insieme esistono dei fermenti esistenziali profondi come lo sono la ricchezza e la povertà, il lavoro come condizione per vivere dignitosamente o come forma di sfruttamento, lo status fisico e i mali invalidanti, l’assistenza sanitaria e previdenziale pubblica e i circuiti privatistici che tendono ad allargare la maglia della protezione favorendo chi ha e penalizzando chi è. A questo punto nasce la forza della gioventù e della maturità o si perde l’attività a causa di fenomeni fisici dell’invecchiamento che rendono l’essere umano più fragile e bisognoso di aiuto. Da qui la necessità di capire da che parte la politica deve muoversi intercettando le aree del malessere e calmierando quelle del benessere se si vuole conferire un ruolo paritario in tutte le sue componenti. E la politica ne è conseguente offrendo questa opportunità a ciascuno di noi per consentirci di far nascere e maturare correnti di pensiero omogenee e mirate a una classe sociale specifica per evitare che gli interessi corporativi e partigiani prevalgano a scapito di quelle parti più deboli e meno rappresentative, per emarginarle. A questo punto calandoci nella realtà italiana di oggi possiamo notare delle aree di sofferenza che le strutture partitiche attualmente esistenti non sembrano in grado di cogliere nella loro interezza. Pensiamo alla didattica nelle scuole che sta attenuando il suo livello qualitativo, il lavoro umiliato nei diritti e con un’offerta sempre più ridotta, un’assistenza sanitaria che sta perdendo per strada la sua vocazione universalistica e una previdenza che sta riducendo drasticamente il suo valore sociale. Che fare allora se non ritrovare la nostra identità attraverso il rispetto dell’essere umano in chiave universalistica con lui e per lui? (Riccardo Alfonso)

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La “bonaccia” del governo Monti: Quando durerà?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 marzo 2012

In questo scenario di crisi dall’esito incerto sono meritevoli le iniziative degli istituti e delle associazioni culturali volte ad approfondire i problemi che abbiamo di fronte a noi. A questo impegno non si è sottratta Koinè, l’Associazione presieduta da Raffaele Morese con una iniziativa di cui richiamiamo le analisi più significative, ritenendo che il loro trasferimento nel pubblico dibattito costituisca l’obiettivo di ogni associazione culturale. La documentazione esaminata ed elaborata dal Fondo Monetario Internazionale in materia dei cosiddetti fondamentali fiscali nel confronto tra i principali paesi tende ad interpretare gli squilibri finanziari di cui soffre il nostro paese non tanto in termini di “deficit” quanto di debito pubblico e dei conseguenti bisogni di rifinanziamento annuo lordo. L’Italia, in altre parole, presenta un indice di “sostenibilità” della spesa pubblica migliore di altri paesi perché gli aggiustamenti fatti in termini di pensione e di sanità (le voci di spesa più importanti) fanno ritenere che gli ulteriori interventi richiesti, in termini di conto economico, per raggiungere l’obiettivo di un rapporto debito pubblico Pil al 60% nel 2030, siano più contenuti rispetto ad altri paesi (Stati Uniti, Francia, Giappone e perfino Germania) che peraltro godono di maggiore credito da parte dei mercati finanziari. Ciò significa che in termini aggregati, il barile della spesa pubblica è stato raschiato per cui lo stereotipo di una Italia sprecona non corrisponde a verità anche se rimangono problemi che riguardano l’efficienza gestionale di questa spesa pubblica che nasconde sprechi e corruzione di cui l’opinione pubblica è ben informata. La vera vulnerabilità del Paese sta nel suo stato patrimoniale, cioè nell’entità del debito pubblico e nelle condizioni imposte dal suo rifinanziamento. Debito pubblico che viene da lontano (anni ’80) e che nel passato non ha mai posto problemi di rifinanziamento, neppure nei periodi di maggiore crisi. Valeva, allora, il principio che i debiti sovrani si rinnovavano in un contesto di compensazione multilaterale dei rischi che garantiva la loro sostenibilità. La novità con cui occorre fare i conti, a partire dal 2008, è l’avvenuta nazionalizzazione dei debiti sovrani per cui ogni paese è sottoposto al giudizio occhiuto dai mercati finanziari e chiamato ad emendarsi, in brevi termini, dei suoi peccati, non potendo contare più sulle garanzie offerte da altri paesi peraltro facenti parte della stessa Comunità economica.Siamo al punto in cui gli squilibri finanziari, per quanti colpevoli, di un Paese piccolo, dal lato economico, quale la Grecia, rischiano di trasformarlo con il suo fallimento nell’”untore” di manzoniana memoria in grado di trasmettere il contagio all’intera Europa e di mettere in pericolo la moneta comune usata da oltre 300 milioni di cittadiniIn questo nuovo scenario si pone anche la vulnerabilità del nostro Paese, il cui debito, detenuto per oltre il 40% dai non residenti, può aprire la falla di una grave crisi fiscale, qualora non si trovassero creditori accondiscendenti. Questo è il contributo di analisi fornito dall’iniziativa della Koiné che ha sollecitato una conseguente riflessione sui possibili interventi correttivi in termini di abbattimento del debito pubblico. Le ipotesi in campo sono molteplici: una patrimoniale o un prestito forzoso sulla ricchezza? Sulla ricchezza immobiliare o mobiliare? Nel primo caso come garantire la liquidità necessaria alle famiglie per fronteggiare i nuovi oneri fiscali? Nel secondo caso si ha una credibile anagrafe dei patrimoni finanziari compresi quelli dispersi nei diversi paradisi fiscali e poi una tale manovra la può fare un solo paese, senza che ciò alimenti una fuga dei capitali? Al di là delle considerazioni economiche si pone anche un problema di legittimità delle eventuali decisioni. Questione centrale della democrazia è quella di difendere il cittadino dal potere costrittivo dello Stato, soprattutto quando interviene sui diritti “acquisiti” per vie legittime, con il proprio lavoro e capacità di iniziativa. I diritti dei cittadini sono sottoposti al potere discrezionale delle maggioranze politiche che si alternano? Si dirà che viviamo in un momento eccezionale, ma sarebbe pericoloso trasformarlo in quello “stato di “eccezione” teorizzato da C. Schmidt che giustifica il mancato rispetto delle regole democratiche. Si dirà che non si è mosso ciglio quando il rigore ha penalizzato pensioni ed altri diritti delle fasce più deboli della popolazione. Se alcuni interventi sono giustificabili, in termini di “equitas”, perché riassorbono grandi o piccoli privilegi o correggono precedenti situazioni di squilibrio tra contributi e prestazioni a favore di alcune categorie e a danno di altre, per gli altri interventi dovrebbe valere la regola generale che quanti sono chiamati a concorrere al salvataggio dello Stato siano considerati “creditori di solidarietà”, con crediti esigibili quando le finanze pubbliche lo renderanno possibile. La certezza del diritto, che è alla base di un ordinamento democratico, non può essere sacrificato da interventi di economia straordinaria di grande aleatorietà, esistendo un “velo di ignoranza” sugli effetti, e soprattutto senza prevedere adeguate compensazioni nei confronti degli interessi legittimi che vengono colpiti. Alla luce di tali considerazioni si conferma l’opzione a favore di una politica ordinaria che mantenga in equilibrio la finanza pubblica e che intervenga, con efficacia sulle cause note della nostra scarsa competitività produttiva. Nello stesso tempo occorre riparare le crepe di una “governace” europea oggi messa di fronte della sua inefficacia per fronteggiare i processi di rinazionalizzazione in atto. Anche in questo caso il percorso segnato è quello di accelerare la costruzione di barriere a tutela dell’euro, affidate al nuovo fondo salva stati (E.S.M.) nella sua versione più efficace nonché di sostenere l’impegno alla crescita in atto nei vari paesi con progetti europei di investimento nel campo delle infrastrutture, dell’energia, della ricerca, per contrastare le tendenze recessive(projet bond nell’ambito del bilancio europeo).In tale direzione sta operando il Governo Monti e si aprono le prime disponibilità di altri paesi europei, Germania compresa. Difficile fare previsioni rispetto ad una situazione complessa quale quella in atto che essendo influenzata dall’interazione di molteplici variabili può portare ad eventi imprevedibili. Il dato culturale da tenere presente, è quello suggerito da K. Popper, per il quale il riformismo è un processo continuo di riforme parziali. L’essenziale è che non diventi un alibi per la conservazione, come spesso avvenuto nel passato. La gestione di discontinuità, benché parziali, richiede a tutte le istituzioni il coraggio di rimettere in gioco le tradizionali strategie oggi volte a tutela degli interessi più forti e rappresentati, per riattivare i meccanismi arrugginiti della crescita. Rimane la contraddizione propria degli ordinamenti democratici, cioè che le istituzioni saprebbero le riforme da fare ma non come ricostruire il consenso, una volta fatte. Senonchè queste stesse istituzioni (partiti, sindacati, ecc.) a livello nazionale ed europeo già si trovano al limite minimo della loro credibilità per cui avrebbero poco da guadagnare dalla difesa del passato mentre potrebbero ritrovare le condizioni di una loro rilegittimazione facendosi carico dei cambiamenti in grado di riportare fiducia e speranza nelle nuove come nelle vecchie generazioni. Dovrebbe essere noto a tutti che non si guida il cane tenendolo per la coda. (prof. Giuseppe Bianchi, presidente isril)

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Mutui richiesti per liquidità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 novembre 2011

Banco del Mutuo Soccorso (album)

Image via Wikipedia

Sono molti gli italiani che, per risolvere i problemi creati dalla crisi economica, intendono ipotecare il proprio immobile. Secondo quanto rilevato dal comparatore Mutui.it, che ha analizzato oltre 25.000 domande di finanziamento presentate negli ultimi mesi, il 4% di esse riguarda la richiesta di mutuo liquidità.
La cifra media per questo tipo di finanziamento è di 116.000 euro, pari al 48% del valore dell’immobile che si intende ipotecare. La durata è di 20 anni, mentre il tasso variabile appare più gettonato del tasso fisso (45% vs 40%). L’età al momento della richiesta è, in media, di 40 anni.
Il mutuo liquidità è sottoscritto in principal modo da chi deve affrontare spese non previste, da chi vuole aiutare i figli a comprare casa o a studiare, da chi punta ad investimenti nel mattone all’estero e preferisce gestire il mutuo con una banca italiana – e chi ha bisogno di una grossa somma, ma vuole evitare i tassi d’interesse (più elevati) dei prestiti personali.

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Il pensiero tra progresso e regresso

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2009

(Edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) Senza dubbio diverso sarebbe stato l’avvenire dell’uomo se i credi religiosi avessero mostrato più interesse per la ricerca del divenire umano in tutti i campi dello scibile e mostrato di cogliere nel senso giusto il messaggio sociale e civile che da esso promanava. Probabilmente avremmo prestato una migliore attenzione per i nostri contemporanei nel campo delle loro ricerche e insegnato, nel frattempo, agli studiosi laici o confessionali che fossero, le nuove variabili che si ponevano ai precedenti studi e di saperne recepire il messaggio con modestia e spirito di servizio. E invece, troppo spesso, si alternava l’ostracismo in campo religioso con quello laico come se le novità alterassero un equilibrio al quale tutti non volevano discostarsene per timori inconfessati ed inconfessabili. Non vi è dubbio che c’eravamo imbattuti in una “rivoluzione scientifica” maturatosi in poco tempo dopo oltre un millennio di stasi per cui lo scossone trovò i più impreparati e condannati ad uscire dalle file della conoscenza nella quale si erano faticosamente costruita una nicchia di potere e d’indiscusso prestigio. Pensiamo ad esempio al paradosso audace della scoperta di Harwey.  Essa demoliva totalmente la credenza a cui erano rimasti attaccati tutti i medici da Ippocrate in poi. Un avvenimento tanto significativo se pensiamo che la moderna teoria della relatività enunciata da Einstein fu complementare alla teoria di Newton ma quella della circolazione del sangue umano, enunciata da Harwey, rappresentò veramente una rivoluzione compiuta, nella sua interezza, da un uomo solo. E dire che le sue ricerche erano limitate dalla pochezza degli apparati rudimentali con i quali un medico del ‘600 doveva lavorare. Precisiamo, inoltre, che l’Harwey non aveva ancora nozione dell’esistenza delle cellule e dei corpuscoli fluttuanti, a miriadi, nel liquido circolante! In questo modo l’Harwey respingeva la teoria d’Aristotele per il quale la sede dell’anima fosse nel cuore, ma enunciò che il sangue è la fonte della vita, il primo a vivere e l’ultimo a morire ed è la sede primaria dell’anima governata dal moto del cuore: De motu cordis. Il mio interlocutore, quindi, rimproverava agli uomini del passato non solo di aver fatto uso di uno strumento come quello religioso, simbolo di progresso e di civiltà, per tappare la bocca a quegli stessi uomini che, in nome di un progresso altrettanto in tono con il messaggio cristiano e fideistico in genere, avevano fatto proprio l’impegno di rinnovare per crescere, per capire e per restituire all’uomo non un suo primato sulle altre specie ma la sua capacità di vivere con tutti i viventi nell’armonia della conoscenza e della saggezza. Scriveva Isaac Newton poco prima di morire nel 1727: “Non so cosa io possa sembrare al mondo, ma a me stesso sembra di essere stato unicamente un bimbo che gioca sulla spiaggia del mare, e di tratto in tratto si diverte a trovare un ciottolo più levigato ed una conchiglia più graziosa del solito, mentre il grande oceano della verità giace tutto ignorato dinanzi a me.” (Dagli aneddoti di Joseph Spence). Questo “ciottolo più levigato” può anche esser stato il nuovo senso che si è voluto dare alle parole e ai mutamenti di metodo. Prendiamo ad esempio la famosa frase newtoniana: “Hypotheses non fingo”. Egli non fa altro che dare alla parola il suo esatto ed originario significato. “Hypothesis” in greco significa “una cosa messa sotto”. Per Platone e per Ippocrate il termine fu usato per significare un postulato che si deve accettare per discutere.  Se affermiamo che l’uomo deve essere trattato come un innocente finché non sia provata la sua colpevolezza, l’ipotesi assume il significato di una mera finzione legale in quanto sono ipotesi in senso platonico, ippocratico e newtoniano. Oggi, però, diamo alla parola un senso diverso. Essa diventa un’ipotesi scientifica, cioè una generalizzazione tratta da una serie d’osservazioni.  Questo ci spiega il motivo di richiamarci a una più accorta valutazione di ciò che leggiamo e dei messaggi che ci sono lanciati attraverso i media in specie se riandiamo al passato dove certe definizioni e talune espressioni assumono oggi un significato diverso. In caso contrario possiamo pervenire a conclusioni errate o ad intravedere delle contraddittorietà su fatti solo apparentemente esistenti. Questo discorso vale per tutti, ovviamente. Ha la sua importanza per i contemporanei che leggono al passato e quelli, a loro volta, che hanno, parimenti, scrutato a ritroso rispetto alla loro epoca. Solo sgombrando il terreno dai ciottoli che c’impediscono il cammino potremo dire, per il caso che ci riguarda, che dopo “L’ultima frontiera” nasce la “Nuova”. In essa e per essa sono stati condotti alla fonte battesimale i primi neofiti della gran conoscenza, in altre parole di coloro che per primi hanno saputo combinare alla perfezione i precetti di fede con la gran conoscenza e a dare ad entrambe una sua logica applicazione per affidare all’uomo il vero messaggio che si nutre della sua vita e che s’immortala nella sua morte. (sesta parte)

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