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Coronavirus, confermata la scoperta in Italia di una nuova variante

Posted by fidest press agency su domenica, 4 aprile 2021

È stato depositato oggi sui database internazionali il sequenziamento completo del genoma di una nuova variante del virus Coronavirus, scoperta nel laboratorio Cerba HealthCare di Milano dalla taskforce coordinata dal virologo Francesco Broccolo, dell’Università degli Studi Milano Bicocca. Da questo momento tutte le informazioni scientifiche sono disponibili al link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/nuccore/MW852494 Grazie a metodi di Advanced Molecular Diagnostic portati avanti nel laboratorio Cerba HealthCare di Milano, l’equipe di Francesco Broccolo aveva osservato all’inizio di marzo una combinazione di mutazioni mai riscontrate prima, che comprende caratteristiche delle varianti nigeriana e inglese. Il risultato del sequenziamento dell’intero genoma ha confermato che si tratta di una nuova variante. Al momento la nuova variante non sembra essere più contagiosa o più letale rispetto alle altre varianti del virus Sars-Cov-2 conosciute. Il dott. Broccolo e Cerba HealthCare sono a disposizione dei giornalisti per ulteriori informazioni e approfondimenti. Cerba HealthCare Italia – Nata nel 2018 in seguito all’acquisizione di Delta Medica (Rozzano – MI) e Fleming Research (Milano), Cerba HealthCare Italia è la sede italiana del gruppo internazionale Cerba HealthCare dedicato alla diagnostica ambulatoriale con laboratori analisi presenti in 16 nazioni con 750 laboratori operativi e 35 milioni di pazienti l’anno. Cerba HealthCare Italia è specializzata nei settori dei laboratori analisi, medicina dello sport, medicina del lavoro, radiologia, poliambulatori e Service di Laboratorio, intesa questa come l’attività di esecuzione di esami ultra specialistici di cui si avvalgono cliniche, ospedali pubblici e privati. Nel nostro Paese conta oggi 243 dipendenti, 14 centri medici, 3 piattaforme di laboratorio e 34 centri prelievo.www.cerbahealthcare.it

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Nuova variante del virus denominata VOC-202012/01 o B.1.1.7

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 gennaio 2021

A partire dalla fine del mese di settembre si è diffusa nel sud-est della Gran Bretagna una nuova variante del virus denominata VOC-202012/01 o B.1.1.7, che ha causato allarme e indotto il governo ninglese ad assumere significative misure di contenimento nell’area, dove questa nuova variante si è diffusa in misura notevole sino a rappresentare a dicembre oltre il 50% dei nuovi casi, e dove in contemporanea l’incidenza dei casi positivi è aumentata in maniera significativa. Secondo le analisi elaborate dalla London School of Hygyene and Tropical Medicine e dall’Imperial College di Londra10, questa nuova variante sarebbe caratterizzata da una maggiore trasmissibilità rispetto agli altri ceppi più diffusi. Sempre nel mese di dicembre, il Sudafrica ha segnalato un’altra variante della SARS-CoV-2, designata come 501.V2, anch’essa potenzialmente preoccupante. Questa variante è stata osservata per la prima volta in campioni prelevati nel mese di ottobre, e da allora più di 300 casi con la variante 501.V2 sono stati confermati dal sequenziamento del genoma virale in Sud Africa, dove è diventata la forma dominante del virus e dove, secondo analisi preliminari, anche questa variante avrebbe una maggiore trasmissibilità. Tuttavia, come per la variante B.1.1.7, anche per la variante 501.V2 non esistono evidenze che la loro diffusione sia collegata ad una mag- giore gravità dell’infezione, né che le mutazioni del virus renderebbero queste varianti non attaccabili dal vaccino11. Alcuni ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che varianti come la B.1.1.7 possano essersi originate da pazienti immunocompromessi con un’infezione di lunga durata12, che permetterebbero al virus di evolversi più a lungo all’interno dell’ospite umano. Un recente studio13 ha analizzato il caso di un paziente oncologico trattato con un farmaco che riduce la produzione di linfociti B, deceduto 101 giorni dopo aver contratto l’infezione. Per i primi due mesi dall’infezione il virus si è replicato senza significative mutazioni. Dopo un ciclo di trattamento con plasma di convalescente, tuttavia, il virus ha sviluppato significative mutazioni, una delle quali è presente anche nella variante “inglese” B.1.1.7. (Salvatore Curiale Science Communicator Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” – I.R.C.C.S.)

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Le varianti del Cov-19 che possono costituire un rischio per la salute umana

Posted by fidest press agency su sabato, 2 gennaio 2021

A partire dalla fine del mese di settembre si è diffusa nel sud-est della Gran Bretagna una nuova variante del virus denominata VUI-202012/01 o B.1.1.7, che ha causato allarme e indotto il governo inglese ad assumere significative misure di contenimento nell’area, dove questa nuova variante si è diffusa in misura notevole sino a rappresentare a dicembre oltre il 50% dei nuovi casi, e dove in contemporanea l’incidenza dei casi positivi è aumentata in maniera significativa. Secondo un modello matematico elaborato dalla London School of Hygyene and Tropical Medicine, questa nuova variante sarebbe tra il 50% e il 74% più trasmissibile rispetto agli altri ceppi più diffusi. Sempre nel mese di dicembre, il Sudafrica ha segnalato un’altra variante della SARS-CoV-2, designata come 501.V2, anch’essa potenzialmente preoccupante. Questa variante è stata osservata per la prima volta in campioni prelevati nel mese di ottobre, e da allora più di 300 casi con la variante 501.V2 sono stati confermati dal sequenziamento del genoma virale in Sud Africa, dove è diventata la forma dominante del virus e dove, secondo analisi preliminari, anche questa variante avrebbe una maggiore trasmissibilità. Alcuni ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che varianti come la B.1.1.7 possano essersi originate da pazienti immunocompromessi con un’infezione di lunga durata11, che permetterebbero al virus di evolversi più a lungo all’interno dell’ospite umano. Un recente studio ha analizzato il caso di un paziente oncologico trattato con un farmaco che riduce la produzione di linfociti B, deceduto 101 giorni dopo aver contratto l’infezione. Per i primi due mesi dall’infezione il virus si è replicato senza significative mutazioni. Dopo un ciclo di trattamento con plasma di convalescente, tuttavia, il virus ha sviluppato significative mutazioni, una delle quali è presente anche nella variante “inglese” B.1.1.7. In una corrispondenza alla rivista New England Journal of Medicine13 è documentato un caso simile, un paziente immunocompromesso deceduto dopo 154 giorni dall’infezione, che durante il decorso clinico è stato trattato tra l’altro con corticosteroidi, idrossiclorochina, remdesivir, immunoglobuline per endovena e un cocktail sperimentale di anticorpi monoclonali. L’analisi filogenetica dei campioni prelevati al paziente ha evidenziato una evoluzione accelerata del virus, con la maggior parte delle mutazioni intervenute nella proteina spike, alcune delle quali presenti anche nella variante B.1.1.7. Una terza case history14, riguardante una paziente oncologica che ha risolto l’infezione dopo 105 giorni, ha confermato la presenza di numerose variazioni genetiche sviluppate all’interno dell’ospite umano tra due isolamenti virali effettuati al giorno 49 e al giorno 70 dell’infezione, prima che il paziente ricevesse due infusioni di plasma di convalescente.(fonte: Istituto Nazionale Malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” IRCCS – Roma a cura di Salvatore Curiale)

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Nuova variante del virus denominata VUI-202012/01

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 dicembre 2020

Nel mese di dicembre 2020 si è diffusa nel sud-est della Gran Bretagna una nuova variante del virus denominata VUI-202012/01, che ha causato allarme e indotto il governo inglese ad assumere significative misure di contenimento nell’area, dove questa nuova variante rappresenta oltre il 50% dei nuovi casi, e dove in contemporanea l’incidenza dei casi positivi è aumentata in maniera significativa. Alcune analisi preliminari suggeriscono che questa variante avrebbe un potenziale stimato di aumento del numero riproduttivo (R) di 0,4 o superiore, ed un aumento stimato della trasmissibilità fino al 70%. Al momento tuttavia non esistono concrete evidenze che la correlazione tra l’e- mergere di una nuova variante virale e l’aumento dei casi abbia anche valore di causa ed effetto, né che le mutazioni del virus renderebbero questa variante non attaccabile dal vaccino. I biologi molecolari continuano a sorvegliare le mutazioni più diffuse ed a tracciare il percorso di evoluzione del virus attraverso il sequenziamento del genoma dei virus isolati nei pazienti. (fonte: Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” Roma)

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La variante inglese del Covid-19 non è più letale ma più contagiosa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 dicembre 2020

I virus sono così, loro combattono noi e viceversa, è una lotta corretta nella natura che è sempre esistita, però sono convinto che vinceremo noi. All’inizio del nuovo anno arriveranno i vaccini e possiamo stare tranquilli sulla validità e sull’assenza di effetti collaterali. Soprattutto, saremo protetti dal virus e dalle sue varianti. Voglio dire a genitori, bambini e ragazzi che nel giro di un anno torneremo alla vita di una volta”. Parole rassicuranti quelle di Giuseppe Di Mauro, presidente della Società italiana di Pediatria preventiva e sociale (SIPPS), in merito alla nuova variante del Coronavirus. “In questo periodo dobbiamo stare più attenti- spiega il presidente SIPPS- perché la variante inglese è più contagiosa nei rapporti interpersonali. Continuiamo a stare distanziati, con la mascherina e a lavarci spesso le mani, resistiamo questi mesi. Sono convinto che la luce è vicina grazie ai vaccini. Entro l’estate- conclude- vaccineremo l’80% della popolazione e subito dopo ci penserà madre natura a sconfiggere il virus con l’immunizzazione sociale o di gregge”.

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Diabete: Le varianti della malattia

Posted by fidest press agency su domenica, 6 settembre 2020

Per la maggior parte delle persone esistono solo due tipi di diabete, il tipo 1 che colpisce i giovani ed è una malattia autoimmune, e il tipo 2, molto più frequente (90-95% di tutti i tipi di diabete) che colpisce dalla mezz’età in avanti. Ma in realtà, anche se poco note ai più, esistono diverse altre varianti di questa malattia. Il 10-15% circa di soggetti con diagnosi di diabete mellito tipo 2, ad esempio, è in realtà affetto dal diabete cosiddetto ‘LADA’, un acronimo che sta per ‘diabete autoimmune dell’adulto’. “Si tratta – spiega la professoressa Raffaella Buzzetti, coordinatrice del progetto NIRAD (Non InsulinRequiring Autoimmune Diabetes) finanziato dalla ‘Fondazione Diabete e Ricerca’ della Società Italiana di Diabetologia (SID) e ordinario di Endocrinologia preso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma – di una forma particolare di diabete che insorge in età adulta, ma riconosce una patogenesi autoimmune, simile al diabete tipo 1 ad insorgenza giovanile, in quanto determinato dalla distruzione delle cellule pancreatiche che producono insulina da parte del proprio sistema immunitario”.
A differenza del diabete di tipo 1 però il LADA ha una evoluzione più lenta; chi ne è affetto può arrivare alla terapia con insulina anche dopo molti anni dalla diagnosi. “Per porre diagnosi di LADA – prosegue la professoressa Buzzetti – cosa certamente rilevante in quanto il trattamento di questa forma di diabete è diverso da quello del diabete tipo 2, è necessario evidenziare la presenza degli autoanticorpi diretti verso le cellule pancreatiche che producono insulina (si fa attraverso un esame del sangue). La caratterizzazione di questa forma di diabete è stata possibile negli ultimi anni anche grazie ai numerosi lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali nell’ambito del progetto italiano NIRAD. Fino ad oggi non esistevano tuttavia linee guida dedicate a questa forma di diabete ancora poco conosciuta. Una lacuna adesso colmata da una pubblicazione su Diabetes, organo ufficiale dell’American Diabetes Association. “Un panel internazionale di esperti di diabete e metabolismo – spiega la professoressa Buzzetti, che è il primo autore del documento – ha siglato una consensus sulla terapia del LADA, pubblicata Diabetes. C’era assoluta necessità di fornire indicazioni precise circa la terapia di questa forma di diabete. E’ molto importante porre una corretta diagnosi del tipo di diabete: in particolare, riconoscere il LADA in un soggetto precedentemente considerato affetto da diabete tipo 2, può comportare un cambiamento anche sostanziale della sua terapia che consentirà di ottenere un significativo miglioramento del controllo metabolico e di fare una corretta prevenzione delle complicanze croniche”. L’algoritmo proposto dagli autori della consensus, che si basa sulla valutazione della riserva insulinica del soggetto con diabete autoimmune, ottenibile con un semplice dosaggio su prelievo di sangue indirizza verso la terapia più appropriata. “Attualmente – conclude la professoressa Buzzetti – sono molte le classi di farmaci a disposizione del diabetologo per la cura del diabete, ma soltanto una diagnosi precisa permette di prescrivere al paziente una terapia personalizzata. Nel caso del LADA, il trattamento prevede in una prima fase l’utilizzo di farmaci ipoglicemizzanti in grado di preservare la funzione delle cellule pancreatiche che producono insulina; sarà quindi necessario ricorrere alla terapia insulinica, il più precocemente possibile, qualora la funzione delle cellule beta pancreatiche risulti già compromessa. In questo modo sarà possibile prevenire le complicanze del diabete quali infarto, ictus, insufficienza renale”.“Aiutare e finanziare la ricerca in ambito diabetologico – afferma il professor Francesco Purrello, presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) – è una delle missioni principali della nostra società scientifica e della Fondazione Diabete Ricerca ad essa correlata, e il LADA è stato uno dei principali temi di ricerca finanziato da diversi anni. Questo ha consentito di creare una rete di centri di diabetologia sparsi nel territorio nazionale e coordinata dalla professoressa Buzzetti, che ha prodotto un enorme numero di dati clinici e scientifici. Un orgoglio per la SID avere contribuito in modo rilevante alle conoscenze attuali su questo tipo di diabete”.Management of Latent Autoimmune Diabetes in Adults: A Consensus Statement From an International Expert Panel Raffaella Buzzetti, TiinamaijaTuomi, DidacMauricio, Massimo Pietropaolo, Zhiguang Zhou, Paolo Pozzilli, Richard David Leslie Diabetes 2020 Aug; dbi200017. https://doi.org/10.2337/dbi20-0017

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