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Nuovo Decreto Legge Vecchio sistema di emanare una norma incomprensibile per il cittadino

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 luglio 2021

Il labirinto normativo è oggi allungato dal Decreto Legge n. 105 datato 23 luglio 2021, infatti, sono passati il Governo Conte 1, il Governo Conte 2 e ora abbiamo il Governo Draghi ma proseguono a essere emanate leggi incomprensibili per il cittadino che, per capirle, si deve rivolgere agli specialisti che, alla fine, concludono le spiegazioni con un … dovrebbe essere così o, peggio, vediamo cosa risponde il Governo e il ministro di turno nelle FAQ che, incredibilmente in uno Stato di diritto, le vediamo assunte a livello di legge.Al contrario, in uno Stato di diritto, i provvedimenti, particolarmente incisivi sulle libertà dei cittadini, devono contenere norme intelligibili, facilmente comprensibili, conoscibili e, quindi, da consentire al cittadino di rispettarle oppure poter presentare ricorso allorquando vede leso un suo diritto non trovando spiegazioni e dati esaustivi alle limitazioni socioeconomiche imposte. Sono stati continui gli appelli rivolti al Governo di turno per redigere testi semplici, chiari e riepilogativi delle varie disposizioni emanate ma anche in questo caso ecco 7 pagine piene di rinvii a disposizioni contenute in altri provvedimenti. Ora ci chiediamo: Nell’era della informatizzazione al servizio del Governo di turno non ci sono dei dipendenti in grado di preparare un testo unico ogni volta che si impongono limitazioni socioeconomiche ai cittadini? Oppure: L’emanare leggi incomprensibili è una scelta precisa per impedire ai cittadini di capire e partecipare? Il risultato sicuro è che: Ormai, appare chiaro che la “caccia” ai provvedimenti e la conoscenza di obblighi e doveri, è diventata una micidiale costante, quindi è da archiviare il principio: “L’ignoranza del diritto non può essere invocata come scusa”. By Pier Luigi Ciolli – http://www.coordinamentocamperisti.it

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Al via le riprese de Il Vecchio e la bambina

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 giugno 2021

E’ un docufilm diretto da Sebastiano Rizzo con Totò Onnis e Maria Grazia Cucinotta. Girato tra le splendide location del Veneto, il film ripercorrerà i luoghi visitati e vissuti da Ernest Hemingway nella sua vita, dalla Grande Guerra in poi. La figura del grande letterato sarà rievocata dagli incontri, dai posti, dalle memorie e dalla stessa figura del vecchio, accompagnato dalla nipote nel suo misterioso viaggio.Il Vecchio e la bambina è prodotto da Corrado Azzollini per Draka Production con la partnership di HGV Italia, nell’ambito del progetto di cooperazione interterritoriale “Veneto rurale” ideato e promosso da un partnerariato di GAL veneti: VeGAL – capofila, GAL Alta Marca Trevigiana, GAL Patavino con il Comune di Arquà Petrarca, GAL Montagna Vicentina e GAL Adige, con il finanziamento della Misura 19 – Sviluppo Locale Leader del PSR 2014-2020 della Regione Veneto. L’obiettivo del docufilm mira a promuovere ed accrescere l’attrattiva turistica dei territori dei GAL coinvolti: Venezia orientale, Montagna e pedemontana vicentina, Colli euganei e bassa padovana, Medio polesine ed Alta marca trevigiana.“La valorizzazione del patrimonio naturalistico storico-artistico ed enogastronomico dei nostri territori è l’obiettivo principale del progetto condiviso fra i GAL e contribuisce alla strategia di promozione turistica della Regione Veneto – dichiara Giorgio Fregonese, Presidente di VeGAL soggetto capofila del partenariato. Abbiamo creduto e investito molto nella realizzazione di questo film documentario che racconterà i territori rurali dei GAL attraverso un viaggio evocativo nell’intento non solo di far conoscere luoghi e paesaggi che li contraddistinguono, ma anche di emozionare lo spettatore ed alimentare il desiderio di progettare viaggi futuri con destinazione le aree rurali venete”.Il regista Sebastiano Rizzo spiega che: “La ricchezza di set naturali del Veneto – e in particolare dei territori dei cinque GAL – ci porta in un mondo ricco di natura e storia. Montagne, laghi, fiumi e agricoltura verranno mostrati, all’occhio curioso dello spettatore, sia in chiave dimostrativa, ma ancor più in chiave suggestiva ed emozionale. La scelta, quindi, sarà quella di creare curiosità e incantare, grazie all’enorme ricchezza storica dei posti individuati. La musica di Vivaldi, e in particolare l’aria Siam navi all’onde algenti, ‘potrebbe’ essere l’ideale filo conduttore sonoro che lega il tutto senza far perdere originalità alle singole parti dedicate specificatamente al territorio di ogni GAL”.Il progetto finanziato per 450.000,00 euro nell’ambito della misura 19 – Sviluppo locale Leader del PSR 2014-2020, è sostenuto dalla Regione Veneto (Assessorati al turismo, cultura e agricoltura), dalla Fondazione Veneto Film Commission e da Fondazione Cassa di Risparmio Padova e Rovigo.

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Il Grande Vecchio delle sardine

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 dicembre 2019

Piacenza Sabato 7 Dicembre alle ore 18 si inaugura presso lo Studio Baldini art gallery in via Scalabrini 122 la mostra “Sardine 2000” (7 dicembre 2019-8 febbraio 2020). Tutti sanno (più o meno) chi sono i grandi giovani che hanno promosso, secondo la vulgata mediatica, l’attuale movimento delle Sardine ma fino ad ora non si sapeva chi ne era o ne sarebbe il “Grande Vecchio”. L’attuale mostra “Sardine 2000“ oggi ci disvela che il grande vecchio altri non sarebbe che Lino Baldini storico gallerista piacentino (fondatore e gestore per anni della Galleria Placentia Arte che ha promosso molti giovani talenti).E’ lui infatti che in tempi non sospetti ha prodotto e realizzato nel 1995 la mostra “Mille e non più Mille” ad Arte Fiera di Bologna (Bologna, si badi bene, città dove è nato l’attuale movimento… tutto ritorna… tutto si tiene…) in cui l’artista Corrado Bonomi ha esposto 1000 scatolette di sardine semiaperte dal cui fondo occhieggiava il simpatico pesce (multicolore nella finzione creativa di ieri e di oggi).A conferma che l’opera d’arte ha spesso un carattere polisemico, cioè assume significati anche diversi soggettivamente nello sguardo del fruitore ed oggettivamente nel suo interagire con la realtà e con lo sviluppo temporale, questo lavoro che nel 1995 ci parlava della imminente soglia del nuovo secolo e delle speranze riposte in un radioso progresso che questa scadenza portava con sé (speranze in gran parte frustrate) e contemporaneamente delle paure di un futuro incognito (paure poi concretizzatesi anche più dell’immaginabile) oggi immergersi nella Wunderkammer allestita nello spazio di via Scalabrini si hanno sensazioni simili ed al tempo diverse.In un primo momento si è piacevolmente colpiti dal fatto di essere circondati-accolti nell’insieme di queste allegre creature che finalmente possono emergere dalla loro scatoletta-prigione che qualcuno ha aperto a metà. Ma contemporaneamente si è colti dal pensiero-incubo che quelle stesse scatolette possano presto rinchiudersi, anche su di noi.
Chi ha in mano le redini di quella Società Liquida magistralmente teorizzata da Zygmunt Bauman ha imparato che si possono tollerare (fino a che rimangono liquidi) anche movimenti di opposizioni agli interessi consolidati purché siano controllabili con l’uso manipolatorio degli strumenti mass media e social media e purché la chiave della scatoletta sia in mano a LORO e possano usarla quando lo ritengano necessario. Forse l’attuale mostra ci parla anche di questo: della speranza che noi fruitori-attori coltiviamo. University of Camberradi potere aprire completamente le scatolette esposte e della nostra paura che siano invece LORO ad avere il potere di richiuderle. (Professor Benjamin Walker)

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Oggi l’essere vecchio che senso ha?

Posted by fidest press agency su domenica, 23 settembre 2018

Oggi l’invecchiamento non dà più l’idea di un progresso verso la saggezza e la serenità, ma quella di una degradazione funzionale. Se il cadavere, il morente, il vecchio sono oramai inseriti nella categoria dello “scarto”, è perché sono considerati nient’altro che delle “macchine” fuori servizio. E’ questa visione disumanizzante del corpo che ha dato luogo a una strategia generale dello “sgombero”.
Il tutto diventa una mera operazione di mascheramento. Urbain in proposito scriveva sull’Enciclopedia Einaudi nel 1980: “Trascinato nel labirinto ospedaliero, più rassicurante per i suoi che per lui, al morente è continuamente negato la sua specificità e occultata metodicamente la differenza tra il morire e l’essere infermo”.
L’importante è nascondere sotto l’accanimento terapeutico, il sopraggiungere del nulla, far tacere la comparsa del morire con un mucchio di diagnosi incerte, mascherare insomma l’imminenza della fine mediante una tecnica di rianimazione cieca che trasforma a volte il morituro in un cadavere vivente. Il desiderio della negazione è così forte che si giunge a togliere con la forza al moribondo, uno dei diritti più naturali che ci siano: il diritto alla morte. E’ un rapporto non risolto, che l’evoluzione scientifica non solo rende più traumatico, ma non risolve in assoluto. Parodiando il detto latino: “Si vis pacem para bellum” dovremmo dire “Si vis vitam, para mortem”, se vuoi vivere veramente preparati a morire.
Qui sta realisticamente il punto e la stessa spiegazione che percorre tutto il lungo tratto dei miei scritti sino ad ora e attendono, se ancora avrò le forze per farlo, gli altri che chiudono la summa dei miei studi e delle conseguenti ricerche.
Io cerco, nonostante tutto, e avvalendomi del contributo di ricercatori e studiosi, di stimolare i miei simili verso un nuovo ordine d’idee nel quale vi sia posto alla vita come alla morte, in uguale misura. Nel loro complesso non vale la logica consumistica così come non vale il sacrificio corale e condiviso di una perdita. (Riccardo Alfonso)

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Il vecchio sa ciò che il giovane vuole ignorare

Posted by fidest press agency su sabato, 4 agosto 2018

Le consuetudini sociali cristallizzano gli uomini, per la maggior parte, in una data e relativamente esigua sfera d’azione. Questo dissidio tra il nostro istinto e la nostra necessità determina, a mio avviso, una profonda scontentezza per la vita.
Anche gli uomini più fortunati aspirano ad altro che non sia quello che fanno o godono: le gioie e i godimenti valgono, in realtà, nulla in confronto a ciò che potrebbero essere le gioie e i diletti sognati.
Non parliamo poi di chi soffre: per costoro l’esistenza è un implacabile tormento di desiderio verso forme altre d’esistenza. Per costoro la realtà è un indegno destino che sempre li allontana dalla terra promessa, nel sole.
Ma purtroppo la natura umana non riesce ad essere altrimenti. Non si placa nella completa fede. Questo è nel regno del senso e dell’anima per gli uomini, come nell’istinto per le belve, nella vegetazione per le piante.
Probabilmente l’essere scontento appartiene alla ragione delle cose. E’ stata la forza pungolante che ha creato la civiltà umana. Per essa il bruto è divenuto uomo, per essa l’istinto si affina nel desiderio, il desiderio s’integra nell’intelligenza. Per essa l’uomo ha potuto arricchirsi di beni che la natura aveva non vietati, ma nascosti perché sembrassero più preziosi. Per essa anche oggi, ci affiniamo per schiudere nuove e tempestose vie all’esperienza.
Giova, dunque, che l’uomo non dorma sull’ignavia molle del già valicato e vinto.
Giova che ognuno, acuendo le sue attitudini ed eccitando le sue riposte virtù, si sforzi di migliorare se stesso. Ottempererà, così alle grandi leggi della creazione che ha imposto natura sul filo d’erba, sul tronco secolare, sulla scimmia urlante. Il tutto può compiersi non certo con voli improvvisi e repentini. Il volo repentino è dell’uccello, ferito a morte, che piomba. E’ indice di debolezza e di disfatta. Per conquistare in se stesso e intorno a se, altezze sempre più degne occorre procedere a passi lenti e sicuri.
Questo modo di trovare una ragione della vita è una vittoria interiore appartiene più al vecchio che al giovane, più al ricordo che alla memoria.
In tutti, in ogni caso, vi è un affinamento delle facoltà. Il ciclo che si apre con la vita non si chiude del tutto con la morte, pretende una riflessione, impone una meditazione ed essa appartiene a quel viandante che stanco dal lungo cammino si sofferma all’ombra di fronzuto albero per trarne sollievo dalla calura e dalle fatiche del cammino protratto più del dovuto. Vi è in proposito un’altra riflessione d’aggiungere a quelle già esposte. La natura sdegna il capolavoro. Troppo vasti e universali e profondi sono i suoi disegni, le sue leggi evolutive, perché si possa indugiare sulle esigue cose particolari.
Così l’essere umano in ogni mestiere, anche il più umile, in ogni arte, anche la più alta, occorre, si, la pazienza coraggiosa del lavoro, ma occorre soprattutto il coraggio di trascurare il relativo per conquistare l’assoluto.
La vita quotidiana è un viluppo, quando non una catena di piccole imperfezioni: incompiutezza di luce, d’aria, di vegetazione. Tutto si proietta verso la grande finalità dell’esistenza. Lungo tale percorso lascia cadere i detriti delle sue energie.
Nello sforzo, che non è dell’uomo, di rompere la cerchia dell’individuazione, per ricongiungersi a leggi più complete e più eterne, l’intelligenza abbaglia e s’infrange in un nobile e sterile martirio. Questo trascende la logica. Bisogna avere la forza di passare sui pentimenti e sui nostri scontenti e nell’arte come nella vita, nel saper guardare avanti e lontano.
Il già percorso, comunque percorso, non ci turba. Esso non deve. Le contaminazioni, che dissi-pano il nostro intimo e lo affliggono, sono prodotti dalla volgarità e se la trivialità non eccelle in nessuna cosa è perché continuamente compie su di sé opera di dissipazione.
Il vecchio avverte nel profondo il senso del rammarico per essere stato defraudato dalla comunione degli uomini abituati a vani e insulsi cicalecci. La volgarità, che ne proviene, poco si cura dello spirito poiché esso è intento più alla vita grossolana che traffica con il sentimento come se si trattasse di merce. Nessuna cosa è più disdicevole allo spirito umano che il contatto con l’oscenità. La volgarità non s’impone come non s’impone la luce agli occhi di chi non vede.
Resta la solitudine che appartiene più al vecchio che al giovane. E’ la madre feconda per un’intensa vita spirituale. E’ la creatrice di un mondo senza confine. E’ orizzonte tutto il sentimento di cui disponiamo e siamo capaci. Non dimentichiamolo quando inseguiamo i fuochi fatui: l’essere umano e la natura, rappresentano un’intensa vita interiore, non alle miserie dell’esteriorità. In difetto diventano nient’altro che delle superficialità. (Riccardo Alfonso)

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Si può vivere senza interessi?

Posted by fidest press agency su sabato, 4 agosto 2018

Il vecchio non ha più interessi come quello di far carriera, di mettere a frutto talune conoscenze, di sfruttare l’ingenuità degli altri per trarne vantaggi, di prostituirsi per una nota di lode. Il vecchio può solo ricordare e capire e amare ciò che ha già amato distrattamente o ha disprezzato ingiustamente.
Egli, in questo modo, esce dal calcolo di chi si cimenta nella vita e la vive minuto per minuto, per sublimarla, per ispessirla di valori, per esaltarla, per arricchirla di cose che ha tralasciato ora per distrazione e ora per calcolo e ora, ancora, per ignoranza e per stupidità.
Ogni età ha il suo prezzo e va speso per la moneta che si dispone. Può suonare falsa ma è difficile che il giovane la riconosca per tale, al vecchio non sfugge il suo tintinnio stonato.
Se il giovane avesse coscienza di quanta fragilità e delicatezza si nutrono le povere ossa dell’anziano raccolte in un gesto estremo per tenerle unite sottraendole alla sofferenza o almeno attenuandone gli effetti con qualche piccolo accorgimento, presterebbe, di certo, un’attenzione maggiore a quel vetusto uomo che gli siede accanto o che ha lasciato distrattamente in una casa di riposo o a svernare solitario ed errante tra le quattro mura di una casa vuota e silenziosa.
Sovente non vi è dialogo tra chi si muove leggero, affrancato dal peso degli anni, e chi li avverte, nella loro interezza o più greve, di quanto è in realtà. Ciò accade poiché negli uni vi è un futuro, negli altri il futuro non ha più senso.
Cambiano i valori. Negli uni il tempo diventa relativo; negli altri l’assoluto predomina. Negli uni è tempo per affrontare nuovi cimenti, per gli altri è quello di meditare su di essi e su quelli della loro giovinezza.
E’ un discorso che potrebbe essere colto in tutta la sua bellezza e validità se solo le generazioni che s’incontrano, e spesso si scontrano o non si comprendono o diffidano o sono insofferenti, sapessero trovare il loro punto d’incontro che è anche fatto di sottigliezze come quella tra la me-moria e il ricordo, tra l’esuberanza e la pacatezza, tra la saggezza e l’ignoranza. Sono considerazioni di profonda verità che mai come oggi dovrebbero essere ripetute, oggi che non il selvaggio cantore agita le anime nostre verso le terre dell’ignoto splendore, verso i confini del Divino e dell’infinito.
Oggi l’essere umano è visto come chi è stretto dalla mediocrità dell’esistenza quotidiana. Non sa staccarsi dall’ambiente in cui si è plasmato, in cui vive. Non sa imporre una concezione propria del valore della vita, ma vi ambisce al talento immiserito e puramente meccanico che si rispecchia negli altri. Non sa scrutare con occhi antiveggenti, ma vede attraverso le ombre subdole della comunità.
Non dice il verbo della profezia, virtù delle anime sensibili, ma ripete le parole volgari e le trasciniamo miserevolmente dalla piazza, al caffè, al teatro, sugli spalti degli stadi, nelle discoteche.
Tito Livio ci ricorda che “questa è l’indole della moltitudine.” “O servilmente si sottomette o ferocemente signoreggia.” “Essa non sa né misuratamente spregiare, né possedere la libertà che è nel mezzo.” (Riccardo Alfonso)

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L’Italia è un Paese vecchio?

Posted by fidest press agency su domenica, 20 Maggio 2018

Sono 60,5 milioni gli italiani che popolano il bel Paese, per il terzo anno consecutivo diminuiscono ancora, quasi 100mila persone in meno rispetto all’anno precedente. Il dato Istat è aggiornato a gennaio 2018 e l’incidenza negativa è evidentemente il risultato, oltre che della diminuzione delle nascite, dell’emigrazione dei giovani verso l’estero. Siamo il secondo Paese più vecchio al mondo. “Molti italiani con alto livello di istruzione lasciano il Paese, pochi vi fanno ritorno-dice l’Istat-. Selezionando i migranti italiani con più di 24 anni, nel corso del 2016 si ottiene un saldo migratorio con l’estero di circa 54 mila unità, di cui circa 15 mila hanno almeno la laurea. La fascia d’età in cui si registra la perdita più marcata è quella dei giovani dai 25 ai 39 anni (circa 38 mila unità in meno) e, tra questi, quasi il 30 per cento è laureato. La giovane età di questi emigrati testimonia la difficoltà del Paese nel trattenere competenze e professionalità”. L’importanza di valorizzare le loro capacità l’ha acquisita bene Soft Strategy, un’azienda che produce proprio innovazione e che grazie all’assunzione di giovani talenti italiani ha più che raddoppiato il proprio fatturato negli ultimi anni. A raccontare la sua esperienza è proprio uno di loro, Antonio di Ronza, oggi divenuto partner oltre che responsabile della Service Line di Data Protection Compliance Risk & Security della stessa azienda.«Quando entrai in Soft Strategy -racconta Di Ronza- erano i primi anni della grande crisi economica italiana, sposai in pieno un progetto imprenditoriale che puntava tutto su giovani laureati e sull’innovazione, all’epoca sembrava un’idea da folli. Quell’idea, oggi, fattura oltre 14 milioni di euro l’anno ed ha un organico di circa cento persone, ed io, a 37 anni, forse sono ormai uno dei più “anziani”. Cosa davvero strana in Italia, ma all’estero invece è normalità».L’istituto di ricerche, utilizzando come dato migratorio specifico il tasso di mobilità dei laureati, rileva segnali del tutto negativi rispetto alla capacità dell’Italia di “attrarre occupazione altamente qualificata ovvero di favorire prospettive di occupazione per i laureati italiani. Nel 2016 il tasso di mobilità dei laureati italiani continua ad essere negativo, indicando una perdita netta a favore dei paesi esteri e proseguendo il trend degli ultimi anni”. Ad emigrare, evidenzia il report, sono sempre più persone giovani con un livello di istruzione superiore. L’Italia, dunque, non è in grado di arginare il fenomeno della fuga dei cervelli e quindi le aziende si organizzano da sole. «La mia storia all’interno del Gruppo Soft Strategy è unica nel suo genere forse, e in netta controtendenza rispetto a quanto riportano i dati che rileva l’Istat- prosegue Di Ronza-. Una volta laureato ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare nel settore Privacy Compliance all’interno dell’azienda che mi ha dato fiducia da subito. Col tempo ho iniziato a sviluppare una linea di servizi insieme ai miei colleghi specializzandomi sempre più in questo settore, nel quale ho fatto da pioniere sui vari step di carriera diventando il primo manager quadro cresciuto dall’interno, il primo dirigente e, da qualche giorno, il primo Partner e Responsabile di Service Line».Siamo il secondo Paese più vecchio al mondo, dice però l’Istat. “Inoltre, i processi d’emigrazione di giovani con qualifiche terziarie rischiano di rendere insufficiente l’offerta attuale di personale qualificato, in una fase di crescita e ristrutturazione sostenuta dai processi di digitalizzazione”. Rispetto alla necessità delle imprese di colmare il divario digitale nel momento epocale del passaggio all’industria 4.0 una risposta risiede nella capacità delle stesse di formare, assumere e credere nei giovani italiani, dando una possibilità di crescita competitiva a sé stesse e trattenendo le intelligenze migliori in Italia.«Non ho mai perso di vista il mio punto di partenza – rilancia di Ronza – oggi anche io continuo a puntare sui giovani. Infatti in questi anni ho provato ad emulare chi mi ha guidato facendo crescere tutto il team della mia Service Line. È stato davvero gratificante vedere ragazzi giovanissimi impegnarsi con passione e abnegazione. Sì, perché in Italia purtroppo le aziende investono poco in formazione, ma quella vera, nonostante viviamo in una nazione che pur senza materie prime si è ingegnata sull’innovazione ed ha creato eccellenze mondiali. Noi, per esempio, abbiamo lanciato un programma, l’Information Security Academy, inserendo quindici laureati in aula per un mese a nostre spese che ricevono formazione teorica, ma soprattutto tecnica ed esperienziale da parte di docenti di altissimo livello oltre ai nostri professionisti: Chief Information Security Officer di grandi aziende, Data Protection Officer, Etical Hacker, a cui si sono aggiunte testimonianze di membri di alcune Autorità italiane. Un vero acceleratore di competenze tecniche, trasversali e manageriali. Oggi nella nostra Service Line siamo in trenta circa e stiamo continuando a crescere anche grazie ad un momento storico in cui la tutela della privacy e della sicurezza dei dati personali nel mondo iperconnesso è diventato un diritto inalienabile, non solo dell’individuo, ma soprattutto delle diverse ed innumerevoli forme di proiezione dell’io reale nel mondo digitale». L’io reale nel mondo digitale.

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Il vecchio e il cielo

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 aprile 2011

Roma 12-21 Aprile 2011 Teatro India Lungotevere dei Papareschi, 1. Debutta “Il vecchio e il cielo” di Cesare Lievi protagonisti in scena: Gigi Angelillo (nella parte del preside), Ludovica Modugno (nel ruolo di Donata), Giuseppina Turra (la figlia del preside) e Paolo Fagiolo (il barbone). Un preside arrivato alla pensione. Un barbone che si è lasciato tutto alle spalle.  Due vite all’ultima, decisiva, svolta d’esistenza. Il vecchio e il cielo, il nuovo testo drammatico di Lievi  che  racconta un incontro inatteso che mette in discussione ogni aspettativa e sicurezza. Già nelle prime ore di libertà senza più l’impegno della scuola, il vecchio preside vede esplodere e sparire tutte le speranze di cambiamento e di riscatto intraviste e proiettate in questo giorno fatidico: la fine dell’impegno quotidiano, l’indipendenza economica e affettiva riconquistata, la nuova libertà della vecchiaia. Decisivo in questo senso è l’incontro imprevisto con un clochard – il “Cielo” del titolo della pièce – conosciuto in un bar vicino alla posta dove il preside ha appena ritirato personalmente la sua prima pensione.testo e regia Cesare Lievi con Gigi Angelillo, Ludovica Modugno, Paolo Fagiolo, Giuseppina Turra scene Josef  Frommwieser costumi Marina Luxardo luci Gigi Saccomandi assistente alla regia Idelson Da Silva Costa musiche a cura di Flàvio Martins Dos Santos  una coproduzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia Teatro Nuovo Giovanni da Udine (ludovica modugno)

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Esiste ancora in Italia una «vecchia classe politica»?

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 agosto 2010

Questo “vecchio” lo intendiamo, è bene chiarirlo da subito”, non tanto e non solo per il suo dato anagrafico quanto di mentalità che possiamo trascinarci dietro in un “revival” tra il nostalgico e l’assurdo. Non vi è dubbio che dagli anni novanta in poi la classe politica italiana si è trovata dinanzi ad un panorama istituzionale diametralmente opposto ai suoi soliti schemi. Pensiamo, ad esempio, al crescente processo di globalizzazione che ha prodotto una corrispondente “territorializzazione” dell’economia e dello sviluppo ed aprendo ampi spazi alla competizione e alla concorrenza tra i territori. Come avrebbe potuto questa classe politica, adusa ad una sorta di reductio ad unitatem, affrontare con i suoi soliti strumenti culturali ed ideologici le dinamiche del potere così diverse dalle attuali? Per rendere meglio il concetto possiamo affermare che si è venuto ad instaurare nel nostro sistema politico, diciamo tradizionale, un governo ed un potere a più strati ma nel contempo in stretta correlazione tra loro ma senza che sia possibile individuare né un livello “base” né un “centro” o comunque una gerarchia ben definita. In pratica non esiste una “costituzione” complessiva, in ambito comunitario, di indirizzo generale che sappia regolare in ogni circostanza i vari livelli di governo e li possa esprimere in forma gerarchica per quanto vi possano essere alcune regole di interrelazione tra i livelli anche se non sono organizzate in un sistema chiuso e compiuto. E il tutto ci porta ad un agire politico molto complesso e di difficile governabilità in termini di coerenza di indirizzo e di risposte appropriate ai problemi emergenti. Lo dobbiamo al fatto che è entrato in crisi il “pensiero gerarchico” ma al suo posto non siamo ancora riusciti a trovare un suo degno sostituto.

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