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Vene varicose: È un disturbo che non permette una corretta circolazione del sangue

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 aprile 2020

L’insufficienza venosa può essere cronica e acuta. La prima è tipica degli arti inferiori e, a differenza di quella acuta, è causata da un’alterazione circolatoria continua e continuata nel tempo che può determinare importanti ripercussioni sui tessuti.
È oggi noto che fra gli stimoli nocivi che possono ripercuotersi sull’evoluzione della IVC (insufficienza venosa cronica) si possono ritrovare tutte quelle patologie del piede che, oltre ad alterare la struttura ed il passo, rendono difficile il ritorno intravenoso. Essa, quindi, intende l’incapacità del sistema venoso a bene eseguire le proprie funzioni circolatorie. Si tratta, in definitiva, di una “sindrome” caratterizzata da un difettoso ritorno venoso con conseguente presenza di stasi, reflusso e ipertensione venosa. Tutto ciò si trova associato a un deficit del decremento pressorio orto-dinamico tipico del sistema venoso nella fase della deambulazione. E’ un quadro morboso, nosograficamente ben definito, in cui si raggruppano i sintomi derivanti dalle alterazioni circolatorie conseguenti principalmente all’insufficienza valvolare, sia essa primitiva sia secondaria, del circolo venoso superficiale, profondo o delle perforanti. A differenza dell’insufficienza venosa acuta che insorge d’emblée per effetto di una trombosi ed ha una durata limitata nel tempo, l’IVC è lenta nell’insorgenza, poiché compare soltanto quando si fanno risentire gli effetti dell’ipertensione venosa sui tessuti, è controllabile con la terapia, ma irreversibile. Secondo la vecchia classificazione di Widmer (1978), che segue esclusivamente un certo criterio clinico, l’IVC è divisa in tre stadi:
È caratterizzato da edema lieve e comparsa della corona phlebectasica.
Sono presenti oltre ai chiari segni di stasi, iperpigmentazione e ipercheratosi.
Le vene varicose non sono altro che delle spie che denotano un problema di funzionamento delle valvole venose. Esse chiudendosi temporaneamente dopo ogni battito cardiaco impediscono al sangue di rifluire verso il basso dove lo trascinerebbe la forza di gravità. Se queste valvole s’indeboliscono, il sangue non scorre più come dovrebbe. Le pareti della vena, a questo punto, incominciano a gonfiarsi e a infiammarsi, provocando la comparsa di una vena varicosa. I sintomi provocati dalle vene varicose vanno dal dolore ai piedi, al gonfiore, alle ulcerazioni della pelle, fino ad arrivare alle emorragie gravi, se una vena è lesa. Il disturbo può essere alleviato con qualche semplice accorgimento. Si possono stendere le gambe appoggiandole su un cuscino o utilizzando le calze elastiche in modo da favorire il ritorno venoso.
La terapia fitoterapica suggerisce l’utilizzo di flavonoidi pigmenti che si trovano in tutte le specie vegetali quali il biancospino. Il ginkgo, la camomilla tedesca, la calendula e il mirtillo. I cibi ricchi di flavonoidi sono: ciliegie, frutti di rosa canina, more albicocche, grano saraceno, cipolle, asparagi, peperoni, cavoletti di Bruxelles, mele e pere. Alcuni studi danno molta importanza agli effetti terapeutici dei prodotti a base d’ippocastano (aesculus hippocastanum). La dose da somministrare per via orale è di 600 mg d’estratto al giorno, contenenti in 100 mg di escina, il principio attivo dell’ippocastano. I prodotti per uso topico a base di creme sono assorbiti a livello sistemico. Anche il rusco è un buon rimedio contro le vene varicose. Diminuisce l’infiammazione e restringe i vasi sanguigni. La dose standard giornaliera è di 300 mg di estratto secco, che contiene dai 7 agli 11 mg di principio attivo, la ruscogenina. Un’altra pratica suggerita è quella dell’idroterapia. Si basa sull’effetto combinato del movimento e dell’impatto termico. Occorre, inizialmente, scaldare i piedi con un pediluvio e poi immergerli in una vasca d’acqua fredda (20 cm. d’altezza) e calpestandola alzando le ginocchia e abbassando energicamente i piedi. Un analogo metodo è stato suggerito dall’abate Sebastian Kneipp, considerato, a buon diritto, il padre dell’idroterapia moderna. Il tutto si finalizza alla riattivazione della circolazione sanguigna e a rafforzarne i vasi e i capillari.
Sin qui abbiamo parlato del trattamento medico della patologia venosa sia dal punto di vista della medicina ufficiale sia di quella tradizionale. È un ampio capitolo che non esclude ogni tipo di tecnologia e punta soprattutto l’indice sul laser. Il suo scopo è di essere una reale alternativa alla scleroterapia, che lavora in tre tempi successivi: Flebite chimica, Processo riparativo, Fibrosi del vaso. Il problema, che la tecnologia laser ha cercato di risolvere, è come oltrepassare la barriera della pelle senza danneggiarla, senza causare bruciature o iper-ipopigmentazioni, e raggiungere il sangue all’interno del capillare o della vena con abbastanza energia da distruggere la parete del vaso. La soluzione qualcuno l’ha trovata con l’underskin contact laser. Si tratta di un particolare manipolo provvisto di un attacco per aghi disponibile che permette l’inserimento della fibra ottica attraverso la pelle dentro la vena e può spingere la fibra ottica fuori dall’ago. In questo modo l’azione del laser colpirà direttamente il sangue senza l’interferenza della pelle e senza effetti collaterali al derma. L’energia trasmessa sarà totalmente assorbita solo dal bersaglio. La vaporizzazione del sangue, all’interno della vena, determina una specie d’esplosione di una bolla di sangue che coagula sia il sangue sia la parete venosa. Esistono, ovviamente, altre metodiche laser che non cito, avendo dato la precedenza ad una che ci sembra più innovativa.
È un discorso che andrebbe affrontato con qualche particolare in più, consci del fatto che una malformazione vascolare cutanea è, spesso, causa di disagio emotivo ed ha una notevole incidenza nel sociale. I vari studi, infatti, hanno dimostrato come questo forte disagio sia molto importante negli adulti e negli adolescenti, affetti da malformazione vascolare, e come il trattamento, mediante tecnica laser, risulti efficace sia per la correzione della lesione cutanea sia in termini psicosociali. (redazionale)

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Vene varicose: Ne soffre il 40% delle italiane

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 aprile 2019

Fastidioso inestetismo ma anche “spia” che può nascondere problemi di salute seri. Sono le vene varicose, una patologia che interessa oltre il 40% delle donne italiane, in particolare dopo i 50 anni. Ma non è solo un problema femminile, in Italia ne soffre anche un uomo su quattro. E in estate il problema si aggrava: gonfiori e arrossamenti – oltre al senso di pesantezza dovuto al caldo – fanno aumentare in questo periodo dell’anno le richieste di interventi di scleroterapia, per migliorare non solo la salute ma anche l’aspetto delle gambe, più esposte in estate. “Si stima che in tutto il mondo in una sola giornata oltre 9 milioni di persone si sottopongano a questo trattamento – afferma il Dott. Paolo Casoni, Vice Presidente dell’Associazione Flebologica Italiana (AFI) e direttore del Dipartimento del Centro Ippocrate – Vein Clinic di Parma -. Solo nel mio centro specializzato ne eseguiamo oltre 6.000 ogni anno. L’inizio della bella stagione è uno dei periodi migliori, in cui si concentrano le maggiori richieste e proprio in queste settimane stiamo assistendo a un aumento di pazienti”. “L’intervento – continua Casoni – consiste nell’ iniezione di farmaci che determinano una lesione dell’endotelio, le ‘piastrelle’ che rivestono le pareti della vena. Questo causa l’ostruzione dei capillari e la loro rimozione. Un piccolo intervento ben tollerato ma che può presentare alcune controindicazioni. Il passaggio del farmaco può determinare infatti infiammazioni, dolore, piccoli trombi o noduli visibili sulla pelle, che beneficiano dell’applicazione di pomate a base di sostanze naturali come escina, meliloto, centella asiatica e soprattutto eparina. Oltre alle pomate, oggi è disponibile il primo patch, frutto della ricerca italiana, da applicare sulla pelle, farlo aderire per circa 10 ore e permettere una più rapida guarigione”. “Una tecnologia di rilascio innovativa sperimentata in uno studio condotto nel nostro centro di Parma – spiega ancora il dr. Casoni –. I ricercatori, infatti, hanno evidenziato la superiorità dell’azione del prodotto rilasciato attraverso il cerotto rispetto a quella ottenuta con la sola pomata. Le persone sottoposte a scleroterapia sono state trattate con lo speciale cerotto a base di prodotti naturali: escina, meliloto e centella asiatica con Glycacid Eco. L’innovativo prodotto biotecnologico di origine vegetale ad azione eparino-simile, può contribuire a ridurre la formazione di ematomi dovuti a traumi, interventi estetici o a disordini circolatori venosi. Grazie a questa tecnica di somministrazione le sostanze riescono più efficacemente a superare la barriera cutanea e la loro azione risulta quindi di maggiore impatto”. Lo dimostra lo studio prossimo alla pubblicazione su Veins, la rivista dell’associazione Flebologica Italiana. “La ricerca ha evidenziato chiaramente come Venoplant Patch sia in grado di far riassorbire tutti i piccoli trombi che si possono manifestare dopo la scleroterapia – conclude il dott. Casoni, coordinatore dello studio -. In particolare, il nostro obiettivo era valutare la riduzione dello stato infiammatorio e l’aumento della permeabilità del tessuto connettivo. Entrambi i risultati sono stati raggiunti. In particolare il formato cerotto adesivo è risultato più comodo rispetto allo stesso prodotto in crema gel. E’ infatti sufficiente tenerlo applicato nella zona interessata per 10 ore, ad esempio durante la notte. Si tratta quindi di una nuova opportunità per tutti i pazienti che nel giro di 10 giorni possono risolvere le problematiche di infiammazione, edema e inestetismi causati dall’intervento”.

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Vene varicose per il 40% delle italiane

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 marzo 2019

Sono solo un problema estetico”. “Vengono causate dai tacchi alti”. “Chi le ha deve necessariamente sottoporsi all’intervento chirurgico”. Ecco alcune delle false credenze o fake news più diffuse in tema di vene varicose, di cui si parlerà il 20 marzo, alle ore 18:00, nell’ambito dell’incontro aperto al pubblico “Varici, non prendiamole sotto gamba”, nuovo appuntamento della rassegna “I Mercoledì della Salute” dell’Ospedale San Giuseppe di Milano. “Le varici sono una vera e propria patologia di cui, in forma più o meno grave, soffre il 40% delle donne italiane e il 20-30% della popolazione generale”, spiega Sergio Losa, Direttore dell’Unità di Chirurgia Vascolare dell’IRCCS MultiMedica e relatore dell’evento. “L’apparato valvolare che permette alle vene delle gambe di condurre il sangue verso il cuore, quindi dal basso verso l’alto, smette di funzionare correttamente con conseguenti ristagni e rigonfiamenti, visibili sulla superficie della pelle. Il problema non è solo estetico, questa condizione provoca, infatti, infiammazione, dolore, gonfiore, lesioni cutanee che possono diventare ulcere, predisponendo alla comparsa di complicanze gravi e invalidanti, non da ultima la formazione di trombi”.
“Familiarità, professioni che impongono di stare molto tempo in piedi, fermi nella stessa posizione (dai panettieri ai chirurghi), obesità e scarsa attività fisica sono alcuni dei principali fattori di rischio. È invece un falso mito – precisa l’esperto – quello secondo cui portare scarpe con i tacchi alti provochi le vene varicose. Non permettendo una corretta contrattura del polpaccio, i tacchi, se portati per diverse ore al giorno, influiscono non tanto sulla comparsa e la progressione delle varici quanto sulla sintomatologia della stasi venosa, arrecando un senso di pesantezza e stanchezza alle gambe”.“Esistono trattamenti per prevenire le varici e per impedirne un peggioramento ma, quando ormai si sono formate, la chirurgia è la terapia definitiva”, prosegue Losa. “Non tutti i pazienti, però, sono candidabili all’intervento. Occorre distinguere tra quelli che possono trarne vantaggi sostanziali da quelli che invece possono continuare a seguire un percorso più conservativo. Solo il 2-5% dei pazienti con patologia varicosa arriva all’operazione. Oggi sono disponibili modalità d’intervento mininvasive. Rispetto alla chirurgia tradizionale, che prevedeva l’asportazione completa della vena grande safena, le nuove metodiche ‘chiudono’ la vena malata mediante termoablazione con laser o radiofrequenza; il decorso post-operatorio è più semplice e non richiede i 15 giorni di assenza dal lavoro, necessari invece dopo l’operazione tradizionale”.

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