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La Vergine Maria nelle pagine del Corano

Posted by fidest press agency su domenica, 30 novembre 2014

coranodi Rosario Amico Roxas. Una delle pagine più belle del Corano riguarda la “venerazione” che i popoli musulmani hanno verso Maria, madre di Gesù, “che si mantenne vergine”.
L’interpretazione del Corano ha dato, da sempre, occasione a dispute sfociate, spesso, anche in scontri violenti.
La lettura del Corano e il tentativo di interpretazione personale prevedono, da parte del musulmano, la dedizione di una vita intera; ciò che colpisce e attira l’attenzione di un cristiano cattolico, non chiuso dentro schemi anacronistici e antistorici, è la venerazione rivolta a Maria, madre di Gesù, unica donna che viene citata nel Corano con aggettivi di grande misticità.
Non si tratta di citazioni occasionali, anche se così potrebbero apparire ad una lettura distratta; il nome di Maria è citato 34 volte ed una intera sura (capitolo), la XIX, è dedicata a Lei. Occorre fare un lavoro di collage per comprendere pienamente il valore di tali citazioni e decifrare gli attributi dati a Maria; occorre seguire un itinerario omogeneo e coerente, privo di atteggiamenti di superiorità culturale di questo Occidente nei confronti della cultura islamica.
La madre di Maria prega:“O Signore, io voto a te ciò che è nel mio seno, sarà libero dal mondo e dato a Te ! Accetta da me questo dono, giacché Tu sei Colui che ascolta e conosce”;
(Corano III, 35 – 37)è la dedica di Anna a Dio della nascitura figlia Maria, così nascerà diversa da tutte le altre creature, nelle pienezza della Sua verginità, della purezza, della santità, della luminosità e ammantata dal mistero della volontà di Dio.
Quando Maria sarà nata, la madre dirà:“…l’ho chiamata Maria e la metto sotto la tua protezione, lei e la sua progenie, contro Satana…E il Signore l’accettò, d’accettazione buona, e la fece germogliare, di germoglio buono”. (Corano III,35-37):La figura di Maria, madre di Gesù, nelle religioni monoteistiche non offre una visione unitaria, al contrario ci fa assistere alle contraddizioni laceranti che la società giudaico-cristiana esprime. La cultura giudaica si ferma all’aspetto scientifico per negare la verginale concezione di Gesù, e andrà anche oltre nella negazione dell’ essenza soprannaturale di Gesù, arrivando anche ad affermazioni blasfeme e irrispettose nei confronti dei convincimenti altrui. Nella ortodossia giudaica ufficiale si mostra un ostentato disinteresse per la persona di Gesù e per i suoi seguaci, i cristiani, in genere: nella dodicesima domanda dello Shemoneb esreb i cristiani sono assimilati agli apostati, agli eretici degni della maledizione di Dio. Questo atteggiamento non è altro che il prosieguo della definizione, quell’impostore, registrata da Matteo come pronunciata dai sommi sacerdoti ebrei e quindi dal mondo ufficiale ebraico dopo la crocifissione e la morte di Gesù.Il giorno dopo, che era Parasceve, si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti dicendo: “Signore ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: dopo tre giorni risorgerò. Ordine che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo “E’ risuscitato dai morti”. Così quest’impostura sarebbe peggiore della prima”. (cfr. Mt., XXVII, 63)Per la religione ebraica Gesù è il rinnegato per eccellenza. Quando nel Talmud si allude a Gesù, lo si fa con l’appellativo Nosri (il Nazareno), inteso in senso dispregiativo, come proveniente da Nazareth, piccolo villaggio dove Maria ricevette l’annuncio dell’Arcangelo e dove Gesù visse la sua giovinezza, quindi “paesano” “rozzo”, quando non viene preferita l’espressione sprezzante “un tale”; né è raro trovare epiteti come “pazzo” e “bastardo”.
Ancora la tradizione ebraica vorrebbe Gesù ucciso a Lidda, in Egitto, accusato di magia e apostasia; come mago si sarebbe formato in Egitto presso la scuola di un certo Giosuè, figlio di Perachia. L’epiteto “bastardo” viene confermato da un’altra leggenda ebraica secondo la quale Gesù sarebbe stato figlio di Maria, la quale si sarebbe unita con un certo Pappos, con Stada e con Pantera, quindi di padre ignoto o quanto meno incerto.
Nei tempi più recenti i pochi ebrei che si sono occupati della figura di Gesù, (M.C.G. Montefiore, I. Zolli) lo hanno fatto con maggiore rispetto, ma non differenziandosi dalle posizioni reperibili nel mondo razionalistico.
Messaggio etico e prassi di liberazione hanno la vita di Gesù di Nazareth e dovrebbero guidare anche la vita della comunità cristiana in ogni contesto storico. La grande rivoluzione del Nazareno consistette nell’aver cancellato l’idea esclusiva del popolo eletto e nella proposta di una comunità fraterna senza frontiere né discriminazioni.
La Constitutio Conciliaris “Nostra Aetate” promulgata al termine del Concilio Ecumenico Vaticano II, ha sollevato il popolo ebraico dall’accusa di deicidio, facendo giustizia di 2.000 anni di errori. Quegli errori che fecero dire a Farinacci, numero due del regime fascista, che l’antisemitismo del regime era il logico frutto di 2.000 anni di insegnamento della Chiesa di Roma. L’errore consiste nell’attribuire la possibilità dell’uccisione di Dio da parte di uomini; sarebbe una anticipazione del cammello di Zaratustra che. trasformatosi in leone uccide il suo ultimo padrone e uccide il suo ultimo Dio.
La distanza tra ebraismo e cristianesimo sta innanzitutto nella “cattolicità”, cioè nella universalità dell’insegnamento. L’ebraismo è la sola religione che non solamente non prevede il proselitismo e la divulgazione della parola di Dio, ma addirittura lo impedisce.Ebrei si nasce non si può diventarlo per convincimento o per conversione: è più facile che un Ebreo si dichiari ateo (come Ben Gourion e Moshè Dyan che fondarono lo Stato sionista di Israele), che un ateo si converta all’ebraismo.Le posizioni cardine sono rimaste inalterate, anche se ragioni di opportunità politica hanno portato ad un alleggerimento dell’oltranzismo anticristiano.
Il proselitismo vuol dire predicazione, divulgazione della parola di Dio; nell’ebraismo, mancando l’esigenza del proselitismo manca il dialogo con le altre religioni monoteiste che pure hanno una analoga origine.E’ questa una delle ragioni per le quali insisto nell’affermare che il Cristianesimo è molto più vicino all’Islamismo, con il quale è possibile l’apertura di un dialogo, che non all’Ebraismo, unica religione che rifiuta il proselitismo e la predicazione della propria fede; al contrario se una persona vuole abbracciare la fede ebraica, deve pagare ingenti somme per essere considerato uno di loro.
Ben diverso è l’atteggiamento islamico sia nei confronti di Maria, che di Gesù.
La cultura cristiana dichiara Maria come “Madre di Dio” , appellativo, questo, che ha prodotto numerose dispute teologiche, risolte da Papa Pio XI con l’Enciclica Lux Veritatis del 25.12.1931, dove viene detto:“…. se il Figlio della Beata Vergine Maria è Dio, per certo colei che lo generò deve chiamarsi con ogni diritto Madre di Dio; se una è la persona di Gesù Cristo, e questa è divina, senza alcun dubbio Maria deve chiamarsi non soltanto Genitrice di Cristo Uomo, ma Deipara. Nessuno, poi, potrebbe rigettare questa verità per il fatto che la Beata Vergine Maria abbia somministrato bensì il corpo di Gesù Cristo, senza però generare il Verbo del Padre Celeste; infatti, a quel modo che tutte le altre, nel cui seno si genera il nostro terreno composto, ma non l’anima, si dicono e sono veramente madri, così Ella ha similmente conseguita la divina maternità dalla sola persona del Figlio suo”.
In contrasto con la cultura giudaica la cultura cristiana afferma ed esalta la verginità di Maria, prima e dopo la nascita di Gesù. Ritengo molto importante notare come nel 649, sotto Papa Martino I, il Concilio Lateranense riassunse nella seguente formula la dottrina circa la verginità:
Se qualcuno, secondo la dottrina dei Santi Padri, non confessa propriamente e secondo la verità che la Santa Madre di Dio e sempre vergine e immacolata Maria… ha concepito senza seme per opera dello Spirito Santo e che ha generato senza corruzione, permanendo indissolubile, anche dopo il parto, la sua verginità, sia condannato”.
Insisto sulla importanza della data, il 649, perché successiva alle prime rivelazioni che, secondo la cultura e la religione musulmana, l’Arcangelo Gabriele dettò a Maometto, tra il 610 e la morte del Profeta, che avvenne 22 anni dopo tra le città sante di Medina e La Mecca. Queste due città si trovano su quella che, ai tempi, era indicata come “la via della seta”, molto frequentata dai commercianti che portavano sete e spezie verso Occidente.
Non appare improbabile che la notizia degli scritti del Corano inerenti il riconoscimento della verginità di Maria sia giunta a Roma e il Concilio Lateranense ritenne di codificare come dogma quanto già, precedentemente, affermato nel Corano; ciò che preme documentare è la grandissima analogia esistente, su questo fondamentale argomento di Fede, tra le due religioni monoteistiche, la cristiana e la musulmana che sono molto assimilabili tra loro, al contrario della religione ebraica, che si differenzia in problematiche sostanziali.
La verginità di Maria, nel Corano e, quindi, nell’Islam, è considerata la condizione essenziale perché potesse diventare la donna tramite la quale Dio volle dare agli uomini un segno tutto particolare; solo la purezza della verginità poteva consentire a Maria di essere il ricettacolo dello Spirito di Dio, tramite il quale Maria genererà Gesù, l’amore di Dio (rahamatn minna)
“In verità, o Maria, Dio ti ha prescelta; ti ha purificata e prescelta tra tutte le donne del mondo” (Corano III, 42)
Ricordiamo le parole dell’Ave Maria: il Signore è con Te e Tu sei benedetta fra tutte le donne e benedetto il frutto del Tuo seno.
e il segno è stato Gesù suo figlio, nato per volontà dell’Altissimo, divina creazione, rappresentante di Dio in terra (Khalifat Hallah).“….un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra” (Corano XIX, 21)Tutta la vicenda di Maria nel Corano è dolcemente contraddistinta dall’abbandono a Dio e dalla purezza delle sue intenzioni. L’interpretazione coranica della verginità di Maria e l’attestazione di Fede che coinvolge la procreazione di Gesù, generato dal Verbo di Dio, può diventare la piattaforma dialettica per favorire la reciproca comprensione e il dialogo tra le due religioni, sia pure nella salvaguardia delle rispettive identità, in un itinerario che San Francesco, nel pieno delle crociate, inaugurò quando incontrò il Soldano, discendente del primo Sal-Al Dhin (il Saladino), il liberatore musulmano di Gerusalemme. San Francesco, dopo un incontro con il Soldano, definito molto affabile, partecipò alla preghiera collettiva della comunità islamica, incantato dalla devozione dei Musulmani e dal loro prostrarsi in segno di devozione.
San Francesco recitò un versetto dei Salmi di Davide:
Gioite voi che credete e ripetete sempre “Solo Dio è Grande” ,
in quel momento il muezzin stava invitando i fedeli a invocare Dio: Hallau Hakbarr (Solo Dio è il più Grande). Fuori dal recinto dell’accampamento infuriava la battaglia tra Cristiani e Musulmani; era il 1219, la V crociata che i popoli dell’Occidente armavano contro l’Islam.
Maria è nata senza conoscere il peccato, ma non fu destinata a non conoscere il dolore, segno, questo, che il dolore non è un castigo per i peccati, ma è la via della conciliazione con Dio, attraverso i patimenti subiti e accettati nel nome di Dio. E Maria venne chiamata a sentire il dolore più forte per l’espiazione dei peccati del mondo, quando offrì Gesù al mondo, un mondo che non lo avrebbe compreso, un mondo che, anzi, avrebbe cercato di contagiare la sua peccaminosità a due esseri puri. Il dolore del parto sarà il dolore simbolico di Maria, che soffrirà ancora di più quando avrà preso coscienza che dovrà offrire suo figlio agli uomini che lo perseguiteranno:“Oh fossi morta prima, oh fossi una cosa dimenticata e obliata” (Corano XIX, 23)queste parole sono il segno di una sofferenza indicibile, ma che non si ribella, un dolore insopportabile che, nell’accettazione della volontà di Dio, si trasforma in preghiera. Per risalire al senso del dolore, alla sua accettazione, bisogna partire dall’attributo per eccellenza che l’Islam riconosce a Dio: “Ar- Rahman”, attributo che racchiude in sé la misericordia, la benevolenza, il perdono e l’amore, ma un amore che solo Dio è in grado di elargire, un amore che non attende di essere ricambiato, offerto a tutti gli uomini, credenti e non credenti, mistici e profani, santi e peccatori. Quel livello di amore è la meta indicata come desiderabile nell’itinerario di ogni uomo, un itinerario difficile, doloroso, pregno di significati che sfuggono all’uomo, ma che devono, comunque, essere accettati.
Quando l’uomo raggiunge quel livello di amore, diventa rappresentante di Dio in terra: Khalifat Allah. Maria urla il suo dolore, perché sa di offrire suo figlio Gesù, l’amore di Dio, “rahamatn minna”, ad un mondo che lo perseguiterà, perché incapace di capire quel grado infinito di amore, che, pur se incompreso, anzi proprio perché incompreso, diventa vita e fonte di vita.
Il Corano, a questo punto, assume toni lirici, trasformando la sua verità rivelata in un arpeggio di mistica bellezza. Maria urla il suo dolore, che è frutto del suo amore; questo amore, fonte di vita, si manifesterà anche concretamente, per dare agli uomini la prova tangibile della sua grande forza: dai piedi di Maria zampillerà una fonte d’acqua purissima e l’albero secco e morto riprenderà vigore e tornerà a dare datteri maturi (Corano XIX, 23-25).
Maria è il modello da seguire per la sua purezza, per la sua fede, per il mistero nel quale Dio ha voluto avvolgerLa.
“E Dio propone ad esempio, per coloro che credono, Maria, che si conservò vergine,.. sì che Noi insufflammo in Lei il Nostro Spirito; Maria che credette alla parole del suo Signore e dei Suoi Libri e fu una donna devota” (Corano LXVI, 11-12)E ancora, sempre citando Maria:“ Se il mare fosse inchiostro per scrivere le parole del Signore (su Maria), si esaurirebbe il mare prima che si esauriscano le parole del Signore, anche se portassimo un mare nuovo ancora in aiuto! ( Corano XVIII, 109)Maria è la devota (qanet), perché costantemente in preghiera, perché ogni suo atto o gesto che compie si trasforma in preghiera; Maria è libera (muHarrar), unico esempio nel Corano della perfetta libertà, libera da ogni impurità, da ogni dubbio, da ogni riferimento terreno; la libertà, nella terminologia araba con il radicale rr, implica una condizione particolare, in quanto prevede la libertà da qualche cosa; il libero si contrappone allo schiavo, ma questo nella vita sociale, in una interpretazione anagogica e spirituale, ciò che distingue il libero dallo schiavo è la presenza del peccato, che per tutte le religioni monoteiste rappresenta la peggiore schiavitù. L’uomo è naturalmente schiavo del peccato, cioè della sua debolezza e della sua fragilità, mentre Maria è muHarrar, libera per antonomasia, libera nella totalità del suo essere, perché libera dal peccato per potere ospitare lo spirito di Dio che la renderà madre di Gesù “il più vicino”; la libertà, in senso sociale o politico sarà indicata con il termine Hurria, mentre l’uomo libero sarà indicato con il termine abu harrar; il termine muharrar è riservato solo a Maria perché la sola che coniuga in sé la libertà con la purezza: libertà dal peccato perché nata pura.La sua particolare condizione la resero la sola donna in grado di essere visitata dallo Spirito di Dio (arsalna ilaiha ruHana) per poter ricevere e ospitare in sé il Verbo di Dio (kalimatin min Allah) e poterlo offrire al mondo intero, pur nella consapevolezza del dolore/amore, diventando, così, essa stessa Ar-Rahman, amore infinito che non attende di essere corrisposto, itinerario che Dio desidera per tutti gli uomini. Alla luce delle precedenti affermazioni contenute nei versetti del Corano dedicati a Maria, che toccherà ai teologi interpretare, non meraviglia se leggiamo ancora nel Corano, con grande analogia con quanto scritto nei Vangeli.
Quando gli angeli dissero:
“ O Maria, Dio ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente: il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’altro, uno dei più vicini. Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti”.
Ella (Maria) disse
“Come potrei avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata ?” issero (gli Angeli):
“E’ così che Dio crea ciò che vuole: quando decide una cosa dice solo “Sii” ed essa è”. E Dio gli insegnerà il Libro e la saggezza, la Torah e l’Ingil, (i Vangeli n.d.r.). E (ne farà) un messaggero per i figli di Israele (che dirà loro):“In verità vi reco un segno da parte del vostro Signore. Plasmo per voi un simulacro di uccello nella creta e poi vi soffio sopra e, con il permesso di Dio, diventa un uccello. E per volontà di Dio guarisco il cieco nato e il lebbroso e resuscito il morto. (Corano III, 45, 46, 47, 48, 49)

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Omelia cardinale Paolo Romeo

Posted by fidest press agency su sabato, 1 gennaio 2011

Palermo Palazzo delle Aquile 1 gennaio 2011  Tra le diverse consuetudini palermitane c’è la tradizionale celebrazione eucaristica del primo giorno dell’anno civile, al Palazzo delle Aquile, nel cuore amministrativo della Città. Per l’occasione riprendiamo per sommi capi quanto ha detto il cardinale:
“Proprio il primo giorno dell’anno, la Chiesa celebra la Vergine Maria sotto il titolo di Madre di Dio. Incontriamo ancora, come otto giorni fa, questa “madre”. La Chiesa desidera porre il nuovo anno da un lato sotto la paterna benedizione di Dio, e dall’altro sotto la materna protezione di Maria. Perché? In primo luogo, perché una madre è sempre agli inizi di una novità, e più precisamente è agli inizi della novità della vita. Mentre nel grembo di una donna si intesse una nuova creatura è come se si preparasse un nuovo tempo, una nuova storia. Ecco la prima delle ragioni per cui all’inizio di questo nuovo tempo, il 2011, ci viene proposta la figura di una “madre” che custodisce ogni novità chiamata a crescere giorno per giorno.
Sì! Con Maria e per mezzo della sua maternità verginale, che ha introdotto Cristo nel mondo il tempo che passa è ormai il “tempo di Cristo”, un tempo, che si fa occasione di salvezza, un tempo a nostra disposizione per amare Dio e i fratelli, e per giungere così alla pienezza della gioia e della felicità. Maria ci fa da modello! Ci insegna una lettura della storia fatta con la sapienza della fede. Possiamo leggere questi tempi di crisi nello scoraggiamento e nella sconfitta… Oppure possiamo lasciarci interpellare dalle domande che pongono soprattutto a chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica. Maria è la prima a riconoscere un Dio che, nel Figlio fatto Bambino, ha “sposato” l’umano e i suoi bisogni. Da questo stile ogni buon amministratore della cosa pubblica può imparare attenzione, disponibilità e servizio.
Respiriamo nell’aria, anche nella nostra Palermo, la sfiducia della gente comune che vede un dibattito politico estremamente radicalizzato ad ogni livello, in uno scontro permanente fra le varie parti, come chiuso in se stesso, che giunge spesso a momenti di assoluto stallo e – dunque – si fa poco attento ai problemi concreti, specie quelli delle fasce più deboli della popolazione. Abbiamo assistito e continuiamo ad assistere all’esplosione della rabbia per le strade che si tinge di violenza: su questo terreno – ne siamo sicuri – Palermo non può far germogliare nulla. Come si fa a non essere seriamente interpellati dal diffuso senso di sfiducia e dalla tensione che si respira attorno a noi?  Concludo con un accenno all’ormai tradizionale Messaggio col quale si celebra la XLIV Giornata Mondiale della Pace. Il tema scelto quest’anno è: “Libertà religiosa, via per la pace”. Nelle parole del Papa sta il ricordo doloroso per i recenti fatti di intolleranza e di violenza nei confronti della comunità cristiana in Iraq, e la conseguente riflessione di sintesi: negare la libertà di professare apertamente la propria fede significa minacciare lo sviluppo e attentare alla pace. Il Santo Padre è esplicito: “Tutto ciò non può essere accettato, perché costituisce un’offesa a Dio e alla dignità umana; inoltre, è una minaccia alla sicurezza e alla pace e impedisce la realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale”. Solo un’attenzione al bene dell’uomo come sintesi di tutti gli aspetti che lo caratterizzano e lo costituiscono davanti a Dio e davanti agli altri, può davvero muovere ogni aspettativa di sviluppo e pacifica convivenza.
Riprendo allora la benedizione di Dio per il nuovo anno che inizia, che sta come sullo sfondo di questa celebrazione. E mi piace vederla come affidata anche alle opere dell’uomo. L’atto del “bene-dire” divino, ossia del “dire il bene” è affidato anche al “fare il bene” da parte dell’uomo, e – in questa particolare sede – a quelle scelte e a quelle decisioni di quanti, al servizio dei cittadini, a diverso titolo, si fanno ogni giorno autentici strumenti di Dio”.

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Presentazione dizionario delle apparizioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 dicembre 2010

Roma, 13 dicembre 2010, alle 11.30, a presso l’Istituto Maria ss. Bambina (via Paolo VI, 21 – Colonnato di sinistra, piazza San Pietro), si terrà la presentazione del Dizionario delle “apparizioni” della Vergine Maria, pubblicato da Edizioni ART. Sarà presente Mons. René Laurentin, teologo e Direttore del Dizionario delle “apparizioni” della Vergine Maria. L’originale francese del volume è stato pubblicato nel 2007. Ora, dopo un accurato lavoro di aggiornamento e l’inserimento di circa un centinaio di nuove voci, Edizioni ART presenta al pubblico italiano questa importantissima opera, unica nel suo genere. Il volume, di 1200 pagine, ha una prefazione del Cardinale Roger Etchegaray. E’ diviso in tre parti. La prima è un’introduzione generale che spiega il fenomeno delle apparizioni sotto un profilo interdisciplinare. La seconda riporta circa 1900 voci su luoghi e persone oggetto delle apparizioni della Vergine Maria fino al 1966.  Questa data  – ha spiegato Mons. René Laurentin – fa da spartiacque nella vicenda legata al fenomeno delle apparizioni. In quell’anno, infatti, è stato eliminato il divieto imposto dal Diritto Canonico di trattare dell’argomento. Una mole imponente di documenti e informazioni si è da allora accumulata e fino ad oggi nessuno aveva raccolto dati e informazioni su questo fenomeno vivo nella Chiesa da sempre.  La terza parte del volume riporta più di 600 voci di luoghi e persone oggetto di apparizioni (riconosciute o presunte) dal 1966 in poi, fino ai nostri giorni. Alla presentazione, insieme a Mons. René Laurentin, interverranno: Padre Paolo Scarafoni LC, Rettore dell’Università Europea di Roma e Ordinario di Teologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Padre Stefano De Fiores, Docente di Mariologia presso la Pontificia Facoltà “Marianum” di Roma, il Prof. Tonino Cantelmi, Presidente dell’Associazione Italiana Psichiatri e Psicologi Cattolici, il Dott. Angelo Serra, Coordinatore Editoriale Edizioni ART. Modererà l’incontro il Dott. Saverio Gaeta, giornalista e scrittore.

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