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Posts Tagged ‘vertebrali’

Patoloogie vertebrali

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 novembre 2011

Artificial Intervertebral disc

Image via Wikipedia

Il “mal di schiena” affligge, nei paesi industrializzati, circa l’80% della popolazione: in Italia, in particolare, sono circa 15 milioni le persone che soffrono di dolori alla colonna vertebrale, causati da malattie degenerative, e da patologie legate ai traumi. Un fenomeno che comporta altissimi costi, poiché si stima che un paziente su tre deve sospendere temporaneamente l’attività lavorativa, con conseguenti problemi economici e sociali. Alla luce di queste considerazioni, risulta chiara la necessità di definire l’approccio ottimale alla gestione del paziente con patologie della colonna, alla luce delle valide alternative offerte oggi dalla chirurgia mininvasiva, frutto dei più recenti progressi tecnologici compiuti nell’ambito dei dispositivi medici. La definizione del trattamento ideale e le problematiche di accesso alle terapie innovative oggi esistenti sono stati alcuni dei temi espressi nel corso del seminario dal titolo: “Nuovi percorsi per l’accesso all’innovazione in chirurgia vertebrale”, tenutosi oggi a Roma presso il Senato della Repubblica, organizzato in collaborazione con Il Sole 24 Ore Sanità e promosso dalla SINCH – Società Italiana di Neurochirurgia insieme all’Associazione Parlamentare per la Tutela e la Promozione del Diritto alla Prevenzione, con il Patrocinio del Senato della Repubblica e il supporto non condizionato di Medtronic Italia. L’incontro ha visto la partecipazione del Senatore Antonio Tomassini, Presidente XII Commissione Igiene e Sanità del Senato e Presidente dell’Associazione Parlamentare per la Tutela e la Promozione del Diritto alla Prevenzione, il dottor Giuseppe Lippi, Esperto di Activity Based Costing dell’Azienda Sanitaria di Firenze, il professor Franco Servadei, Presidente Società Italiana di Neurochirurgia (SINCH), il professor Giancarlo Guizzardi, Responsabile Chirurgia Spinale dell’azienda ospedaliero – universitaria Careggi di Firenze, il dottor Natale Francaviglia, Direttore dell’Unità Complessa di Neurochirurgia dell’Azienda Ospedaliera S. Elia di Caltanissetta e il professor Maurizio Fornari, Responsabile Unità Operativa di Neurochirurgia dell’Istituto Clinico Humanitas di Milano. “Gli indiscussi progressi nel campo tecnologico e l’entrata in uso di diversi sistemi mininvasivi hanno contribuito ad accendere vivaci dibattiti sui tempi, sulle modalità e sulla scelta di un ideale trattamento per le patologie della colonna – dichiara il Senatore Tomassini – Le tecnologie all’avanguardia comportano costi iniziali maggiori, ma, in una prospettiva di lungo periodo il risparmio in termini di accessi impropri sarà evidente.” Nei paesi occidentali la degenerazione della colonna vertebrale è legata, oltre che al naturale invecchiamento dell’organismo, anche allo stile di vita spesso dominato dalle cattive abitudini (sedentarietà e sovrappeso in primis) e dallo “stress”, che determina una contrattura costante e continua dei muscoli. Non tutte le patologie del rachide – discopatie degenerative, ernie del disco, stenosi lombari, fratture vertebrali – possono essere risolte efficacemente con i trattamenti conservativi come fisioterapia, busto o terapie farmacologiche. Quando questi approcci, infatti, risultano fallimentari, è possibile oggi ricorrere ad approcci chirurgici percutanei mininvasivi, grazie anche all’utilizzo di dispositivi all’avanguardia che permettono di far recuperare nel modo migliore l’assetto anatomico – funzionale della colonna vertebrale, a fronte di una riduzione sostanziale del trauma chirurgico, e delle complicanze post operatorie. “La chirurgia delle forme degenerative della colonna vertebrale lombare – dichiara Guizzardi – può essere eseguita da mani esperte, sempre dopo il fallimento della terapia conservativa, con metodiche mini-invasive (purché sempre adeguate), dal costo iniziale lievemente più alto, ma con costi sanitari, sociali e personali per il paziente che, soprattutto alla distanza, sono minori che in passato, come dimostrano gli ultimi studi. Alla conoscenza di tali metodiche, al loro rigore scientifico, alla corretta indicazione chirurgica e a un’adeguata scelta dei numerosi devices oggi disponibili, sul mercato deve però corrispondere un aggiornato riconoscimento economico da parte del nostro SSN.” Questa considerazione ovviamente si lega con le problematiche di accesso alle terapie innovative oggi esistenti. Definire adeguati sistemi di remunerazione per tali terapie, in grado di coprire i costi finali dell’ospedalizzazione e conseguentemente garantire l’accesso all’innovazione, diventa presupposto imprescindibile per la garanzia della qualità delle cure. “Molti degli attuali rimborsi sono vecchi e non più corrispondenti alla realtà chirurgica, mentre le nuove procedure non sono ancora state prese in considerazione e sono oggi classificate con codici non corrispondenti.” – conclude Guizzardi. Un discorso simile è applicabile anche per le patologie da trauma vertebro-midollari. “L’incidenza dei traumi è notevolmente aumentata proporzionalmente all’incremento degli incidenti stradali e sul lavoro. – dichiara Francaviglia – La popolazione maggiormente colpita è quella socialmente più attiva, di età medio-giovanile. Il trattamento di un trauma vertebrale, sia esso conservativo sia chirurgico ha notevoli costi sociali ed economici in quanto, nel primo caso limita la ripresa delle normali attività lavorative, mentre nel secondo prevede una lunga ospedalizzazione. A ciò devono essere aggiunti i costi per la spesa farmacologica di antidolorifici, antibiotici ed antitrombotici. Una metodica percutanea mininvasiva, come la cifoplastica con palloncino, consente un abbattimento della spesa di ospedalizzazione pari a circa 2.000 euro per paziente, poiché si riduce il timing chirurgico, preservando l’integrità anatomica dell’apparato muscolo-ligamentoso e si può dimettere il paziente già in prima giornata post-operatoria, con una rapida ripresa delle attività quotidiane e lavorative. Una “learning curve” appropriata consente di estendere tale metodica anche alle fratture più gravi, riducendo quasi a zero le possibili complicanze.”
Proprio l’esame degli aspetti economici dei percorsi sanitari, da analizzare attraverso l’activity-based cost management (il metodo di analisi economica che fornisce dati sull’effettiva incidenza dei costi di ciascun prodotto e servizio venduto) è un punto essenziale da chiarire quando si parla di nuove terapie, al fine di permettere ai decisori di effettuare scelte consapevoli. “Valutare gli aspetti economici dei percorsi sanitari non è mai cosa banale – dichiara Lippi – L’activity-based cost management si propone come una moderna tecnica per gestire attivamente i costi, anziché subirli passivamente a posteriori.” Tuttavia, il solo costo sanitario del percorso terapeutico rappresenta soltanto una parte delle conseguenze economiche che un paziente deve affrontare. La malattia, infatti, costringe il paziente a sottostare alle disposizioni di chi lo ha in cura, influenzando la vita del paziente e spesso dei familiari: in sintesi, gli effetti economici non sanitari rappresentano il “costo sociale” di una malattia, spesso trascurato da analisi contabili focalizzate sulle sole spese sanitarie. “Appartengono al costo sociale tutte le spese non sanitarie direttamente sostenute dal nucleo familiare dell’ammalato (ad esempio i trasporti e gli spostamenti) e i costi indiretti (ad esempio la riduzione del reddito) che influenzano il comportamento economico della famiglia. – prosegue Lippi – Tutto questo senza considerare il ruolo suppletivo diretto svolto dalle assicurazioni sociali, come INPS, INAIL, le quali si sostituiscono al datore di lavoro nel garantire il reddito al dipendente durante la malattia. Di certo i direttori delle aziende sanitarie, ai quali, di solito, vengono proposte solo informazioni relative ai costi sanitari diretti, saranno poco attenti al costo sociale. Altra cosa è il decisore politico, al quale spettano scelte economiche che siano convenienti alla società nel suo insieme. Trascurare gli effetti economici sociali, diretti o indiretti, di diversi atteggiamenti terapeutici nei confronti della stessa patologia, può condurre a risultati finanziari non desiderati.”
Protagonista della complessa e delicata gestione economica e organizzativa di un’azienda ospedaliera è anche lo specialista clinico, che ormai deve bilanciarsi tra il ruolo di medico, con un codice deontologico e una missione nei confronti del paziente, per il quale deve garantire la migliore scelta terapeutica, e quello di soggetto che partecipa alle decisioni amministrative della struttura di cui fa parte, su cui pesano le indicazioni della Direzione Generale.
Una possibile risposta alla necessità di bilanciare sostenibilità ed efficacia terapeutica potrebbe essere quella di concentrare i pazienti e le risorse in isole di eccellenza.
“Quando si parla di patologie spinali, la centralizzazione diventa necessaria, soprattutto nei casi di trauma ed in quelli in cui in cui si eseguono procedure all’avanguardia. – dichiara il professor Servadei – Un primo modello organizzativo di questo tipo è il centro unico unipolare: strutture all’avanguardia caratterizzate dalla concentrazione dell´assistenza a elevata complessità in centri di eccellenza. Un’alternativa è il sistema in rete, denominato Hub And Spoke (centri hub) supportati da una rete di servizi (centri spoke). –in cui il percorso sanitario del paziente è inserito in una rete di centri che seguono gli stessi protocolli. Con questo modello il paziente con patologia vertebrale segue un percorso unico che, grazie a un link telematico, lo porta dalla struttura di pronto soccorso, dove può non essere presente un reparto di neurochirurgia, all’ospedale centrale dove viene operato e infine al centro specializzato per la riabilitazione.”
“Il concetto chiave è che, al di là dei diversi sistemi, l’importante è che il percorso sia personalizzato e miri a un’ottimizzazione dei costi. Pertanto, è necessario che, all’interno di questi centri, le patologie spinali siano trattate in volumi consistenti.” – conclude Servadei.
Con la centralizzazione in isole di riferimento (come è stato anche messo in luce nel VI Rapporto Meridiano Sanità presentato recentemente), si otterrebbero risultati positivi in termini di efficienza e di efficacia, ovvero qualità delle prestazioni ed economie di specializzazione e di scala. La concentrazione dei pazienti in centri d’eccellenza, per effettuare prestazioni ad alta specialità al di fuori della propria Regione, è un aspetto positivo e talvolta trascurato della mobilità sanitaria – fenomeno che di solito è associato negativamente alla carenza o inefficienza di alcune realtà regionali rispetto ad altre. Alla luce di quanto è emerso appare chiaro che il percorso terapeutico esige continuità di cura e corretta identificazione della popolazione target. “Nell’ambito del trattamento della patologia spinale degenerativa uno dei provvedimenti più urgenti riguarda la creazione di uno strumento per la definizione degli indicatori clinici dei risultati e l’istituzione di protocolli di reclutamento e controllo dei pazienti, un organismo che generi la sinergia delle società scientifiche, dei Dipartimenti di Bioingegneria dei Politecnici interessati, e delle principali ditte di strumentazione spinale, sotto l’egida delle Regioni e del Ministero della Sanità – dichiara Fornari – La finalità principale potrebbe riassumersi nella creazione di un Registro Italiano della Chirurgia Spinale, in cui convergano i dati clinici, economici e tecnici relativi alla chirurgia spinale “strumentata”, per cui sarebbe necessario creare un apposito sito web accessibile a tutti. Si tratterebbe di un’iniziativa di sicuro rilievo a livello internazionale in un settore in pieno boom a livello Europeo. Dall’analisi degli strumenti terapeutici disponibili e dei risultati clinici potrebbero, così, più chiaramente emergere comportamenti tali da ottimizzare i risultati clinici e generare formidabili economie di spesa. Questo programma si potrebbe avvalere della collaborazione di ricercatori, clinici, marketing manager, studenti, borsisti sostanzialmente a costo zero, con la possibilità di creare uno strumento informatico vendibile a terzi (altri paesi o società della Comunità Europea).”

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Tumori vertebrali

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 giugno 2010

Bologna il 18 e 19 giugno 2010, presso il Centro Congressi Codivilla Putti di Bologna. il dottor Stefano Boriani, Direttore della Struttura complessa di Chirurgia Vertebrale Oncologica e Degenerativa dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, centro d’eccellenza in Italia per le patologie della colonna vertebrale, parlerà anche di uno degli approcci chirurgici di maggiore successo per intervenire sui tumori spinali, la resezione in blocco, e dei vantaggi in termini di riduzione del rischio di “recidive”.Il convegno, sponsorizzato da Medtronic, azienda leader nel campo delle tecnologie medico-terapeutiche, sarà presieduto da uno dei maggiori esperti del settore a livello internazionale, il dottor Stefano Boriani, Direttore della struttura complessa di chirurgia vertebrale Oncologica e Degenerativa dell’istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, e costituirà l’occasione per discutere su alcune patologie della colonna vertebrale che maggiormente incidono sulla qualità di vita dei pazienti, a causa del forte dolore, della ridotta mobilità, delle complicazioni neurologiche che comportano.
Sabato 19 giugno il dottor Boriani parlerà del trattamento dei tumori primari della colonna vertebrale, focalizzando l’attenzione sulla tecnica chirurgica della resezione in blocco, una delle strategie terapeutiche che negli ultimi anni ha ottenuto le maggiori evidenze scientifiche in termini di appropriatezza della cura.  Nel 2009 è stato completato uno studio condotto su 1072 pazienti affetti da tumori vertebrali trattati negli ultimi vent’anni presso l’Ospedale Maggiore e l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, di cui 95 trattati chirurgicamente per tumore primitivo con la tecnica della resezione in blocco.  Proposta per la prima volta negli anni Settanta, la resezione in blocco è una procedura chirurgica di grande complessità, che richiede una preparazione specifica da parte di specialisti esperti: in Italia è praticata in pochissimi centri, tra cui il reparto di Chirurgia vertebrale oncologica e degenerativa dell’Istituto Ortopedico Rizzoli.

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Fratture vertebrali

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 Maggio 2010

Ferrara 4 e 5 giugno 2010 presso la Sala dei Congressi delle Fiere di Ferrara. Il Congresso, organizzato dal Professor Leo Massari, Direttore della Clinica Ortopedica e Traumatologica dell’Università di Ferrara, rappresenta l’occasione per affrontare l’argomento delle lesioni della colonna vertebrale dal punto di vista epidemiologico, diagnostico e degli approcci terapeutici, da quelli farmacologici a quelli chirurgici.  Il Congresso è articolato in 5 sessioni nelle quali si parlerà della epidemiologia e della diagnostica delle fratture vertebrali, delle lesioni spinali, delle fratture del rachide cervicale, delle fratture del rachide toraco-lombare e lombare, nonché delle fratture vertebrali da fragilità. Sabato 5 giugno, in particolare, il Professor Massari parlerà delle fratture da fragilità causate da osteoporosi, problema assai diffuso (in Italia ogni anno si verificano oltre 100.000 casi), in particolar modo tra le donne in età post-menopausale. L’osteoporosi si manifesta con un andamento cronico e con una elevata predisposizione alle fratture in quanto l’osso diminuisce di consistenza, diventa poroso e quindi fragile. Il progressivo invecchiamento della popolazione, specie nei Paesi più sviluppati, unito alle aumentate esigenze funzionali fanno sì che le problematiche mediche legate alle patologie discali abbiano subito un vertiginoso incremento in termini numerici e non solo.  Presso la clinica di Ortopedia e Traumatologia dell’Università di Ferrara, il Professor Massari e la sua equipe eseguono circa 70 interventi all’anno di cifoplastica a cui si aggiungono i circa 65-70 interventi di chirurgia vertebrale “maggiore” di stabilizzazione per fratture, patologie degenerative o tumorali. Numeri che esprimono la bontà dei risultati ottenuti, consistenti principalmente nella risoluzione della sintomatologia dolorosa, anche nei casi di crolli di più corpi vertebrali.
La cifoplastica con palloncino è un intervento della durata di circa mezz’ora che viene eseguito in anestesia locale o generale, a seconda del paziente e della sede della frattura. Dopo l’intervento, il paziente rimane in osservazione qualche ora, mentre i suoi sintomi dolorosi scompaiono quasi subito. I vantaggi correlati a questa tecnica chirurgica sono numerosi: dalla rapidità con cui viene restituita la mobilità al paziente, ai notevoli risparmi economico-sociali rispetto alle cure tradizionali. Vengono infatti evitati i costi di ospedalizzazione, riabilitazione e cura farmacologica del dolore.  Finora, in tutto il mondo, sono state trattate con la tecnica della cifoplastica con palloncino più di 600.000 fratture su oltre 450.000 pazienti. Secondo un recente Studio pubblicato nel febbraio 2009 su The Lancet che ha coinvolto 300 pazienti di 21 centri clinici di otto Paesi, i pazienti sottoposti alla cifoplastica con palloncino, a un mese dall’intervento, hanno manifestato, rispetto a coloro che hanno ricevuto solo trattamenti conservativi, un miglioramento più marcato con un recupero più rapido della funzionalità e della mobilità e una maggiore riduzione del dolore. Benefici che si sono mantenuti costanti sull’arco di 12 mesi.

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Fratture vertebrali da trauma

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 Maggio 2010

Oggi le fratture vertebrali possono essere trattate con moderne tecniche chirurgiche minivasive, tra cui la più innovativa è la cifoplastica con palloncino. Questo intervento della durata di circa mezz’ora, eseguito in anestesia locale o generale a seconda del paziente, prevede l’inserimento di un “palloncino” percutaneo che, oltre a ridurre e stabilizzare la frattura in modo controllato, ripristina, attraverso l’inserimento di cemento biologico, l’altezza del corpo vertebrale e corregge la deformità angolare. In questo modo è possibile far recuperare in breve tempo ai pazienti la completa mobilità della colonna, evitando gli svantaggi dell’immobilizzazione a letto e dell’utilizzo di busti o corsetti – i cosiddetti trattamenti conservativi – oltre alla massiccia assunzione di farmaci per lenire l’intenso dolore alla schiena. Notevoli anche i risparmi economico-sociali rispetto alle cure tradizionali, dal momento che vengono evitati i costi di ospedalizzazione, riabilitazione e cure farmacologiche. L’equipe del Professor Antonio Franco, responsabile dell’Unità Operativa di Neurochirurgia dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Napoli, ha completato a Febbraio 2010 uno studio, partito nel 2005, su 54 pazienti con fratture vertebrali di tipo traumatico, che ha confermato la validità del trattamento della cifoplastica con palloncino. “La nostra esperienza ha confermato che la cifoplastica con palloncino può diventare un trattamento d’elezione per risolvere sia le fratture vertebrali che la sintomatologia dolorosa – asserisce il Professor Franco – A dispetto del termine, infatti, i trattamenti “conservativi” delle fratture vertebrali traumatiche non sono né privi di rischi, né indolori, mentre il ripristino dell’altezza del corpo vertebrale può produrre un immediato miglioramento della qualità di vita del paziente.”

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Fratture vertebrali oncologiche

Posted by fidest press agency su martedì, 4 Maggio 2010

Le fratture vertebrali dolorose da compressione rappresentano uno dei maggiori fattori invalidanti in alcune patologie ematologiche e oncologiche, come il mieloma multiplo e le metastasi vertebrali dovute a neoplasia del polmone, della mammella, della prostata, del colon, dell’esofago, dell’utero e dell’osso stesso.  Le conseguenze di queste fratture sono molteplici: oltre al dolore vertebrale e la disabilità, i pazienti soffrono anche di ridotta mobilità e dell’insorgenza di deformità spinali come cifosi e scoliosi. Il trattamento finora utilizzato prevedeva l’immobilizzazione forzata del paziente con impiego di busto, radioterapia, assunzione di notevoli dosi di farmaci antidolorifici ed eventuali interventi di stabilizzazione vertebrale estremamente invasivi. L’equipe del Prof. Angelo Lavano, in collaborazione con le Unità Operative di Neuroradiologia diretta dal Prof. Kurt Pardatcher, di Anestesia diretta dal Prof. Ermenegildo Santangelo e di Oncologia diretta dai Professori Piersandro Tagliaferri e PierfrancescoTassone, ha completato a Febbraio 2010 uno studio partito nel 2007 su 49 pazienti con fratture vertebrali derivanti da patologie onco-ematologiche, che ha confermato la validità del trattamento.
La cifoplastica con palloncino è un intervento della durata di circa mezz’ora che viene eseguito in anestesia locale o generale, a seconda del paziente. Dopo l’intervento, il paziente rimane in osservazione per qualche ora, mentre i suoi sintomi dolorosi scompaiono nell’immediato. I vantaggi correlati a questa tecnica chirurgica sono numerosi: dalla rapidità con cui viene restituita la mobilità al paziente, ai notevoli risparmi economico-sociali rispetto alle cure tradizionali. Vengono infatti evitati i costi di ospedalizzazione, riabilitazione e cura farmacologica del dolore.
Il Prof. Giovanbattista De Sarro,  Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo “Magna Graecia” di Catanzaro, ha tenuto a precisare con soddisfazione che, interventi di questo tipo non possono che portare ad un progressivo sviluppo della ricerca scientifica in campo universitario e della sanità in Calabria.

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Fratture vertebrali

Posted by fidest press agency su martedì, 20 aprile 2010

“Oggi – dichiara il dottor Giuseppe Sabadin, Primario del reparto di Ortopedia dell’Ospedale di Vittorio Veneto – è possibile trattare le fratture vertebrali con moderne tecniche chirurgiche minivasive come la cifoplastica con palloncino che consiste nell’introduzione attraverso il peduncolo vertebrale di un cemento acrilico a presa rapida, previa espansione del soma vertebrale mediante apposito palloncino. Questa tecnica è stata ideata per ridurre prima e stabilizzare poi la frattura in modo controllato, correggere le deformità della colonna vertebrale, prevenire l’insorgere di nuove fratture, alleviare il dolore in modo rapido e prolungato e migliorare la qualità della vita del paziente”. La caratteristica che rende unica questa tecnica rispetto ad altri interventi chirurgici è l’uso di un “palloncino” che, oltre a stabilizzare la frattura, ripristina l’altezza del corpo vertebrale e corregge la deformità angolare.
La cifoplastica con palloncino è un intervento della durata di circa un’ora che viene eseguito in anestesia locale o generale, a seconda del paziente. Il palloncino viene inserito per via percutanea, e una volta gonfiato, risolleva la vertebra fratturata posizionandola il più vicino possibile all’altezza originale. A questo punto, si procede con l’inserimento di un cemento osseo, biologico, totalmente riassorbibile. Dopo l’intervento, il paziente rimane in osservazione per qualche ora, mentre i suoi sintomi dolorosi scompaiono nell’immediato. I vantaggi correlati a questa tecnica chirurgica sono numerosi: dalla rapidità con cui viene restituita la mobilità al paziente, ai notevoli risparmi economico-sociali rispetto alle cure tradizionali. Vengono infatti evitati i costi di ospedalizzazione, riabilitazione e cura farmacologica del dolore.  Finora, in tutto il mondo, sono state trattate con la tecnica della cifoplastica con palloncino più di 600.000 fratture su oltre 450.000 pazienti.
Secondo un recente Studio pubblicato nel febbraio 2009 su The Lancet che ha coinvolto 300 pazienti di 21 centri clinici di otto paesi, i pazienti sottoposti alla cifoplastica con palloncino, a un mese dall’intervento, hanno manifestato, rispetto a coloro che hanno ricevuto solo trattamenti conservativi, un miglioramento più marcato con un recupero più rapido della funzionalità e della mobilità e una maggiore riduzione del dolore. Benefici che si sono mantenuti costanti sull’arco di 12 mesi.  La frequenza di effetti avversi non ha presentato differenze fra i gruppi. Come confermato dalle radiografie effettuate a un anno di distanza, la cifoplastica con palloncino non ha comportato un aumento significativo di nuove fratture vertebrali rispetto al gruppo di controllo.

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