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CRY HAVOC: Wolfert porta in scena i veterani di guerra

Posted by fidest press agency su domenica, 20 gennaio 2019

Roma Lunedì 21 gennaio 2019 Ore 20 – Saluti Ore 20,30 inizio spettacolo In replica mercoledì 23 gennaio, ore 17:00 Off-Off Theatre Via Giulia, 20. Parte con uno spettacolo che racconta un folgorante incontro fra teatro e vita l’Onstage!festival, la rassegna in lingua originale nata con lo scopo di veicolare la cultura americana attraverso l’incontro “personale” ed efficace con la scena off statunitense. A scriverla e interpretarla, diretto da Eric Tucker, è Stephan Wolfert, attore, autore, regista, ex Ufficiale medico presso l’Esercito USA che ha lasciato le armi per dedicare la propria vita al teatro dopo l’incontro con Shakespeare. Una congiuntura fondamentale per la creazione di CRY HAVOC, che vedrà luce lunedì 21 gennaio alle ore 21, ad apertura del festival, presso l’Off Off Theatre di Roma (è in programma una seconda rappresentazione il 23 gennaio alle ore 17).
Solo sul palco, in jeans e t-shirt, Wolfert affronta i demoni della guerra con quella che la critica ha riconosciuto unanimemente come una enorme energia vitale e performativa, segnata dal dramma ma costellata di ironia, trascinando il pubblico verso un finale catartico.
Mentre le parole di condottieri shakespeariani si fondono nelle cronache militari contemporanee per raccontare dei veterani di guerra e la loro difficoltà nel riadattarsi al ritorno nella società civile, “Cry Havoc” restituisce al teatro un profondo senso di necessità.
Il testo nasce proprio dall’impatto che il “Riccardo III” di Shakespeare ha su un veterano di Guerra: il ritratto del re deforme e delle sue difficoltà esistenziali apre nuove ipotesi di vita in un ex-soldato in profonda crisi di identità. “Cry Havoc” è dunque un emblematico esempio del ruolo fondamentale che il Teatro può concretamente avere nell’incrociare il cammino degli uomini.
Dopo due anni di paralisi, dopo sei anni nell’esercito degli Stati Uniti, dopo aver sofferto della Sindrome da Stress Post-Traumatico, Stephan Wolfert salta su un treno che attraversa le montagne del Montana. Lontano da casa. Nel nulla. Alcolista e senza la minima idea di cosa fare del resto della sua vita. Fino a che per caso entra in un teatro, scoprendo la voce di Shakespeare e un’insospettabile affinità di quelle storie con la propria. Da allora Stephan fa teatro, arrivando alla scena di Broadway. E oggi è responsabile di uno speciale programma di recupero per veterani attraverso il teatro, De-cruit (www.decruit.org)
Nel testo l’attore include alcuni dei più famosi discorsi di personaggi shakespeariani, come lui reduci di Guerra: Coriolano, Enrico V, Tito Andronico, Marco Antonio. Le parole senza tempo del Bardo sono fonte di una riflessione sul tema della Guerra e sul difficile reintegro dei veterani nella società civile. Lo spettacolo torna in Italia dopo essere stato presentato con successo al Teatro Sala Uno di Roma, collezionando critiche entusiastiche. nell’ambito del Festival Shakespeare Re-Loaded (Roma-Verona, aprile 2016), in collaborazione con il Teatro Argot Studio di Roma e Casa Shakespeare di Verona. Ingresso agli spettacoli: € 15 intero, € 12 ridotto, € 10 convenzioni Abbonamento libero a 6 ingressi a 80 Euro.

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Veterani di una guerra di nessuno

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 maggio 2011

E’ accaduto un’altra volta che un giovanissimo abbia fatto “piazza pulita” del proprio coetaneo: di certo non ci sono professionisti del crimine dietro questo schiantarsi della ragione, c’è solamente una periferia invisibile, un territorio esistenziale dimenticato per il carico delle sue eredità. Un bullismo che combatte altre schiere di pari, un disagio relazionale demenzialmente carismatico, una generazione di maledetti per vocazione, che irrompe negli spicchi di città lasciati senza custodi educazionali. Una colonna di impavidi per età, per inesperienza, per solitudine, che imperversa nelle mancanze altrui, a cominciare da quelle della strada, dove non esiste più regola, né valore, figuriamoci ideale, il disvalore non è più solo la spiegazione acculturata di una negatività, è soprattutto ciò che campeggia sui sellini degli scooter mal allineati ai margini della via. Ragazzi e ragazze cadono, colpevoli di non essere duri e prepotenti a sufficienza, o perché turisti innocenti di una sera. Rileggo le cronache, gli sforzi letterari per rendere meno ostico il messaggio che traspare, ma in queste morti c’è poco spazio per qualsivoglia letteratura noir, romanticismo o nostalgia criminale di altri tempi. Tanti anni fa raccontai della sofferenza che ho provato per il raglio di un mulo ferito a morte, un raglio che ti penetra sottopelle, ti grida dentro le ossa, fino a farti impazzire per non ascoltarlo più. La gente discute delle ferite, delle lacerazioni, della morte inaccettabile, a me tornano in mente le parole scritte dal mio amico Erri: “ La vergogna del sangue, vergogna che paralizza più dell’ira”. Troppo facile risolvere e concludere la tragedia con una sentenza, con un’altra condanna del colpevole, troppo semplice e scontato l’epitaffio. Mi viene più fisico e dunque meno caritatevole il disagio per quella vergogna che dovrebbe assalire; “intero il corpo e la mente, per tanto sangue offeso e umiliato. Vergogna del dolore e vergogna del sangue “. Quando la vergogna entra nelle case disabitate dal cuore, non c’è più giustificazione né risposta che possa bastare. Se c’è vergogna che bussa alla tua porta, non è miracolo di qualche seduta di psicoanalisi, piuttosto è capolinea, è ultima stazione concessa alla cecità dell’esser contro sempre e comunque. E’ ghigliottina per ogni colpevole accettazione di un folklore metropolitano che genera cultura dei totem e del branco. Quando le nocche delle dita sono sbucciate, e nelle orecchie stride il rumore dei denti spezzati, è davvero il momento di mettersi lo zaino in spalla, cacciandovi dentro le armi di offesa e di difesa della propria ottusità e delle proprie miserie, in codici d’onore presi a calci dalla storia. Adesso c’è chi piange, chi colpevolmente volge le spalle da un’altra parte, chi tenta inutilmente di esorcizzare il male con qualche parentesi a effetto, senza però denunciare le morti per difetto. Quando un giovane si schianta nella propria disumanità, c’è la torsione delle emozioni, c’è soprattutto a farla da padrone la rampa di lancio dell’innamoramento del “ sono tosto “, forse c’è pure lo spinello, quello deposto come un fiore, e l’altro da fumare, comunque droga sbagliata. Violenza che diventa simbolo di un associazionismo diverso, ma assai ben conosciuto, dove il fumo e l’alcol che scendono ai polmoni si tramutano in propellente che lega a filo doppio i clan di bambini adulti. (Vincenzo Andraous)

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Veterani di una guerra di nessuno

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 maggio 2011

E’ accaduto un’altra volta che un giovanissimo abbia fatto “piazza pulita” del proprio coetaneo: di certo non ci sono professionisti del crimine dietro questo schiantarsi della ragione, c’è solamente una periferia invisibile, un territorio esistenziale dimenticato per il carico delle sue eredità.
Un bullismo che combatte altre schiere di pari, un disagio relazionale demenzialmente carismatico, una generazione di maledetti per vocazione, che irrompe negli spicchi di città lasciati senza custodi educazionali. Una colonna di impavidi per età, per inesperienza, per solitudine, che imperversa nelle mancanze altrui, a cominciare da quelle della strada, dove non esiste più regola, né valore, figuriamoci ideale, il disvalore non è più solo la spiegazione acculturata di una negatività, è soprattutto ciò che campeggia sui sellini degli scooter mal allineati ai margini della via. Ragazzi e ragazze cadono, colpevoli di non essere duri e prepotenti a sufficienza, o perché turisti innocenti di una sera. Rileggo le cronache, gli sforzi letterari per rendere meno ostico il messaggio che traspare, ma in queste morti c’è poco spazio per qualsivoglia letteratura noir, romanticismo o nostalgia criminale di altri tempi. Tanti anni fa raccontai della sofferenza che ho provato per il raglio di un mulo ferito a morte, un raglio che ti penetra sottopelle, ti grida dentro le ossa, fino a farti impazzire per non ascoltarlo più. La gente discute delle ferite, delle lacerazioni, della morte inaccettabile, a me tornano in mente le parole scritte dal mio amico Erri: “ La vergogna del sangue, vergogna che paralizza più dell’ira”. Troppo facile risolvere e concludere la tragedia con una sentenza, con un’altra condanna del colpevole, troppo semplice e scontato l’epitaffio. Mi viene più fisico e dunque meno caritatevole il disagio per quella vergogna che dovrebbe assalire; “intero il corpo e la mente, per tanto sangue offeso e umiliato. Vergogna del dolore e vergogna del sangue “. Quando la vergogna entra nelle case disabitate dal cuore, non c’è più giustificazione né risposta che possa bastare. Se c’è vergogna che bussa alla tua porta, non è miracolo di qualche seduta di psicoanalisi, piuttosto è capolinea, è ultima stazione concessa alla cecità dell’esser contro sempre e comunque. E’ ghigliottina per ogni colpevole accettazione di un folklore metropolitano che genera cultura dei totem e del branco. Quando le nocche delle dita sono sbucciate, e nelle orecchie stride il rumore dei denti spezzati, è davvero il momento di mettersi lo zaino in spalla, cacciandovi dentro le armi di offesa e di difesa della propria ottusità e delle proprie miserie, in codici d’onore presi a calci dalla storia. Adesso c’è chi piange, chi colpevolmente volge le spalle da un’altra parte, chi tenta inutilmente di esorcizzare il male con qualche parentesi a effetto, senza però denunciare le morti per difetto. Quando un giovane si schianta nella propria disumanità, c’è la torsione delle emozioni, c’è soprattutto a farla da padrone la rampa di lancio dell’innamoramento del “ sono tosto “, forse c’è pure lo spinello, quello deposto come un fiore, e l’altro da fumare, comunque droga sbagliata.Violenza che diventa simbolo di un associazionismo diverso, ma assai ben conosciuto, dove il fumo e l’alcol che scendono ai polmoni si tramutano in propellente che lega a filo doppio i clan di bambini adulti. (Vincenzo Andraous)

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