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Strage Via Fani: Un sistema senza vergogna

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 marzo 2018

“Quanto è accaduto nei giorni precedenti il 40° anniversario della strage di via Fani, una delle più drammatiche e dolorose vicende di cronaca che hanno colpito al cuore le istituzioni italiane attraverso il brutale assassinio dei più fedeli Servitori dello Stato, ci dimostra ancora una volta, con nostro grandissimo dolore, come il ‘sistema’ non abbia in alcun serio conto il valore della vita e del sacrificio di donne e uomini in divisa. In occasione di questa tragica ricorrenza, infatti, ci saremmo aspettati di ascoltare ai vari microfoni e di vedere sotto le varie telecamere vedove, orfani, colleghi, magari, dei nostri eroi trucidati senza pietà, in modo che suonasse chiara, netta, incontrovertibile e severissima la condanna per quell’eccidio ignobile che, come sempre, vide immolate vittime incolpevoli che nulla avevano a che fare con la politica, ma solo servivano con onore il proprio paese. Ma invece no. Disgraziatamente siamo stati costretti, con enorme sdegno e disgusto, ad assistere al pietoso spettacolo di una narrazione affidata alle parole di criminali senza scrupoli che, ancora, incredibilmente, provano a dare un senso a ciò che accadde, e che fu e resta un massacro di figli, fratelli, mariti, padri, in un Paese ingrato che così ha dimostrato di disonorarli senza ritegno dopo quarant’anni, prima di questa mattina quando le massime autorità italiane hanno reso il dovuto omaggio pubblico ai nostri morti”.
Durissima la critica di Domenico Pianese, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, ai servizi televisivi che hanno affidato ad appartenenti alle brigate rosse il ricordo della strage di via Fani in occasione del 40° anniversario della ricorrenza del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione dei 5 uomini di scorta, l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, che guidava l’auto di Moro, il maresciallo Oreste Leonardi, capo scorta, e agli agenti di polizia Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino.
“Nel momento in cui rivolgiamo il nostro più profondo e sentito pensiero ai familiari dei nostri martiri – aggiunge Pianese -, condanniamo anche certi atteggiamenti che in nome di una presunta e fasulla necessità di svolgere ancora analisi politiche su questioni fin troppo chiare, tralasciano la verità e la concretezza delle cose: chi fu trucidato in via Fani stava compiendo il proprio dovere, non aveva alcuna colpa e non faceva politica. Chi ha trucidato Poliziotti e Carabinieri in via Fani era puramente e semplicemente un assassino. Non merita alcuna considerazione o comprensione per ciò che fece, non merita alcun palcoscenico da cui parlare per dare inutili spiegazioni o, peggio ancora, deliranti messaggi di fanatismo, non merita microfoni per riaccendere pericolosi e insensati pensieri nostalgici. Il rispetto che è dovuto alle nostre vittime in divisa avrebbe meritato, merita, che il loro ricordo, il loro sacrificio, e il senso stesso dello svolgimento del loro dovere, che dopo 40 anni è ancora e sempre anche il nostro, fosse celebrato e mostrato a tutti in ogni modo, come hanno fatto stamani il Presidente della Repubblica e il Capo della Polizia nella cerimonia commemorativa in via Fani”.

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Quelli di via Fani

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2009

via-faniIl 16 marzo 1978 gli uomini della scorta di Moro vengono uccisi da un comando delle Brigate Rosse all’incrocio tra via Fani e via Stresa, a Roma. Questa è la storia di cinque persone, poliziotti e carabinieri che hanno dato la loro vita per proteggere il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro: eroi del quotidiano, dimenticati troppo in fretta che questo Sindacato di Polizia COISP vuole tristemente, ma con grande orgoglio, ricordare. Erano ragazzi semplici, padri affettuosi, mariti presenti, figli e fratelli adorati. Carabinieri e poliziotti con un forte senso di responsabilità nei confronti del servizio e dello Stato, uccisi mentre compivano il loro dovere.
Francesco Zizzi, nasce a Fasano, in provincia di Brindisi, nel 1948. Entrato nella Pubblica Sicurezza nel 1972, quattro anni dopo vince il concorso per la scuola allievi sottufficiali di Nettuno. Il 16 marzo del 1978 è il suo primo giorno al servizio della scorta di Moro. Si trova nell’alfetta che precede la macchina dell’Onorevole, seduto al posto del passeggero. Muore a trent’anni come vice brigadiere di polizia, durante il trasporto all’ospedale Gemelli di Roma. Giulio Rivera, nasce nel 1954 a Guglionesi, in provincia di Campobasso. Nel 1974 si arruola nella Pubblica Sicurezza e viene chiamato al servizio della scorta di Aldo Moro. Il 16 marzo si trova alla guida dell’alfetta che precede la macchina del Presidente. Muore a 24 anni all’istante, crivellato da otto pallottole. Raffaele Iozzino nasce in provincia di Napoli, a Casola, nel 1953. Nel 1971 si arruola nella Pubblica Sicurezza, frequenta la scuola di Alessandria e viene successivamente aggregato al Viminale e quindi comandato alla scorta dell’On. Moro. Il 16 marzo del 1978 si trova nel sedile posteriore dell’alfetta che precede la macchina del Presidente. Muore come agente di polizia a solo 25 anni. Il carabiniere Domenico ricci, Nasce a San Paolo di Jesi, in provincia di Ancona, nel 1934. Abile motociclista, entra a far parte della scorta di Moro alla fine degli anni Cinquanta. Diviene il suo autista di fiducia e non lo lascia fino alla morte. Il 16 marzo 1978 si trova al posto di guida della Fiat 130 su cui viaggiava il Presidente della DC. A 42 anni lascia una moglie e due bambini. Oreste Leonardi nasce nel 1926 a Torino. Mentre frequenta il II ginnasio, Oreste rimane orfano del padre che muore durante la seconda guerra mondiale. Da quel momento decide di terminare gli studi e di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri. Dopo aver lavorato in diverse sedi, viene inviato a Viterbo. Lì diviene istruttore alla Scuola Sabotatori del Centro Militare di Paracadutismo e nel 1963 viene chiamato come guardia del corpo dell’On. Aldo Moro. Il maresciallo Leonardi era l’ombra di Moro, la sua guardia del corpo più fedele: quel 16 marzo del 1978, trovandosi nel sedile anteriore della macchina del Presidente, vicino al posto di guida, è proprio lui a compiere un tentativo estremo per proteggere Moro con il proprio corpo. A 52 anni ha lasciato una moglie e due figli.

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