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La pace nel mondo e quella del mio vicino

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 marzo 2018

Siamo cittadini del mondo. Siamo degli apolidi. Nello stesso tempo avvertiamo il fascino del “campanile” dalla nostra strada, quartiere, municipio, comune, provincia, ecc. Può sembrare un contro senso, ma non lo è. A ben considerare, è il nostro modo dello stare insieme e di sentirci al tempo stesso figli di una coscienza planetaria. E’ anche un aspetto che appaga i nostri affetti ed ha la ventura di dividere le nostre gioie e dolori, ma anche, a volte, di provocare forti delusioni e cocenti affronti. Da qui nasce il potente impulso che va oltre le passioni del momento e si fissa per un equilibrio fondato sulla ragione, sulla ricerca di valori condivisi tra i quali la pace la giustizia la libertà. Nasce così la consapevolezza che la pace è un bene che parte dalla famiglia e si dirama oltre se volgiamo che essa possa diventare una costante di tutte le nostre vite e di quelle che seguiranno. Allo stesso modo non dobbiamo trascurare, come fa chi è attorno a un camino e tende a ravvivare il fuoco che si cela sotto la cenere, aggiungendo, man mano, altri ciocchi, per dare alla pace la vigoria necessaria. E nessuna pace può dirsi tale se non partiamo dal nostro piccolo, se non la fortifichiamo con le nostre minuscole opere, con il nostro impegno quotidiano.
Nessun essere umano può considerarsi un messaggero di pace se la pace non la nutre dentro di se e la esprime nei suoi gesti, nei suoi rapporti e riesce a farla grande e universale perché sa comunicarla, perché riesce a entrare in sintonia con i suoi fratelli di tutto il mondo. E’ un linguaggio universale che oggi, purtroppo ha pochi conoscitori perché essi non sono costruttori di pace, nel loro microcosmo. Non vi sarà mai pace se insieme non la ricercheremo. Non vi sarà mai libertà e giustizia se il messaggio non sarà corale: dall’ultimo degli ultimi al primo dei primi. E pace sia agli uomini di buona volontà. (Riccardo Alfonso)

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La pace nel mondo e quella del mio vicino

Posted by fidest press agency su martedì, 3 ottobre 2017

mondo-multi-polareSiamo cittadini del mondo. Siamo degli apolidi. Nello stesso tempo avvertiamo il fascino del “campanile” dalla nostra strada, quartiere, municipio, comune, provincia, ecc. Può sembrare un contro senso, ma non lo è. A ben considerare, è il nostro modo dello stare insieme e di sentirci al tempo stesso figli di una coscienza planetaria. E’ anche un aspetto che appaga i nostri affetti ed ha la ventura di dividere le nostre gioie e dolori, ma anche, a volte, di provocare forti delusioni e cocenti affronti. Da qui nasce il potente impulso che va oltre le passioni del momento e si fissa per un equilibrio fondato sulla ragione, sulla ricerca di valori condivisi tra i quali la pace la giustizia la libertà. Nasce così la consapevolezza che la pace è un bene che parte dalla famiglia e si dirama oltre se volgiamo che essa possa diventare una costante di tutte le nostre vite e di quelle che seguiranno. Allo stesso modo non dobbiamo trascurare, come fa chi è attorno a un camino e tende a ravvivare il fuoco che si cela sotto la cenere, aggiungendo, man mano, altri ciocchi, per dare alla pace la vigoria necessaria. E nessuna pace può dirsi tale se non partiamo dal nostro piccolo, se non la fortifichiamo con le nostre minuscole opere, con il nostro impegno quotidiano.
Nessun essere umano può considerarsi un messaggero di pace se la pace non la nutre dentro di se e la esprime nei suoi gesti, nei suoi rapporti e riesce a farla grande e universale perché sa comunicarla, perché riesce a entrare in sintonia con i suoi fratelli di tutto il mondo. E’ un linguaggio universale che oggi, purtroppo ha pochi conoscitori perché essi non sono costruttori di pace, nel loro microcosmo. Non vi sarà mai pace se insieme non la ricercheremo. Non vi sarà mai libertà e giustizia se il messaggio non sarà corale: dall’ultimo degli ultimi al primo dei primi. E pace sia agli uomini di buona volontà.
(Riccardo Alfonso)

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Chi è il nostro vicino di casa musulmano?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 febbraio 2015

?????????????????????????????????(di Giuseppe BIANCHI) Giorni fa, a Roma mi trovavo in autobus con alcuni passeggeri mussulmani. Non era certo la prima volta ma per la prima volta mi trovai a chiedermi: chi sono veramente, cosa pensano di noi, sono amici o nemici? Dopo i fatti di Parigi, ma anche di Londra, di Madrid, mi sentii parte di una comunità insicura e me lo confermava, guardandomi intorno, i poliziotti, i carabinieri posti a presidio delle piazze principali, dei monumenti storici, delle sedi istituzionali.
Un mutamento è già avvenuto nella nostra vita quotidiana che ci porta a riflettere sulla nostra società multi-etnica, sui diritti nostri e degli altri con cui viviamo in contiguità.
La nostra libertà di stampa, di religione contiene la possibilità di burlarsi delle altre religioni, di Maometto e di Allah? Queste libertà sono assolute o hanno dei limiti? D’altro canto non esistono già leggi che prevedono limiti alla libertà di negare il genocidio ebraico, e nella legislazione francese, (ho letto) quello armeno? Quanti sono stati gli inviati a giudizio per apologia del nazismo o del fascismo a mezzo stampa? E’ di senso comune che la libertà non può essere dissociata dalla responsabilità e dalla razionalità di chi ne fa uso. Che senso ha provocare quei miei compagni di viaggio nella loro credenza religiosa quando già devono affrontare i gravosi inserimenti in una società diversa dalla loro.Non sono però tanto ingenuo dal pensare che il rispetto della reciproca religiosità sia di per sé garanzia di pacifica convivenza. Ci sono montagne di scorie da smaltire prima di giungere, per lo meno, ad una reciproca comprensione.
Noi occidentali, ad esempio, non abbiamo mai cercato di capire la complessità di questi paesi mussulmani. Prima li abbiamo visti sotto il profilo dell’occupazione coloniale. Poi per soddisfare i nostri bisogni energetici ed economici senza guardare alla qualità democratica dei governi, poi intervenendo militarmente in nome di una supremazia dei nostri valori, infine gioendo, da molto lontano, della cosiddetta “primavera araba” senza capirla.
E nei confronti dei mussulmani immigrati li abbiamo abbandonati nelle periferie degradate delle nostre grandi città senza accompagnare la loro presenza con un potenziamento dei beni pubblici.
Una umiliazione di lungo periodo che porta con sé il senso della rivincita e che rende sfuocato ogni ricordo di quando a partire del X Secolo, soprattutto in Spagna, cristiani e mussulmani convissero in modo relativamente pacifico (per quei tempi) nel comune interesse allo sviluppo dei commerci e in presenza di una dialogante comunità di intellettuali interreligiosi che trovò il suo centro nella città di Cordoba.Ulteriore quesito che oggi si pone è: siamo in guerra con il mondo mussulmano? Siamo in guerra con l’islamismo radicale, con i terroristi, un fenomeno ormai globale, senza confine, una multinazionale del terrore che può colpire ovunque. Un movimento terroristico che si è dotato anche di uno stato, di un territorio, di un esercito, di una grande capacità di finanziamento, punto di riferimento e di aggregazione per nuovi proseliti combattenti e che ora si trova alle porte del nostro Paese.Se guerra è, essa va combattuta e non bastano le nuove tecnologie dei satelliti, dei droni, per vincere. Per vincere bisogna mettere in campo risorse strategiche militari e finanziarie; bisogna mobilitare le istituzioni internazionali a tutela della pace; bisogna far leva sulle forze locali più aperte al confronto; bisogna favorire la formazione di nuove statualità stabili.
L’Europa che marcia unita a Parigi, dopo l’aggressione terroristica, deve trovare il coraggio politico di mettere in campo cessioni di sovranità nazionali per combattere il terrorismo, al contrario di quanto sta avvenendo con la messa in discussione del trattato di Schengen.
Ma di quale guerra si tratta: di un conflitto di civiltà, di un conflitto religioso? E’ evidente che da parte dei mussulmani radicali l’uso della religione è strumentale perché in realtà si tratta di un conflitto di potere. Un conflitto di potere nei confronti dell’Occidente che essi giudicano sfibrato nei suoi valori identitari, ma anche tra le varie etnie (gli sciiti, i sunnniti e altri) per la conquista di una supremazia che sta provocando migliaia di vittime mussulmane. E’ in atto una guerra parallela contro l’Occidente e tra i diversi regimi islamici, la cui ambiguità nei confronti del terrorismo (Arabia Saudita, Qatar) dovrebbe cessare nella misura in cui rivendicano rapporti privilegiati con il mondo occidentale (esigenza rafforzata dopo le conquiste territoriali dell’Isis).
Da ultimo c’è il problema dei cosiddetti mussulmani moderati in casa nostra. L’insistenza con cui si chiede loro di schierarsi contro i fratelli che sbagliano ha un contenuto di provocazione. La grande maggioranza di loro è contro la violenza ma la religione di appartenenza è l’unica identità in cui si riconoscono.
Senza contare che pesa su di loro una lunga storia di sottomissione ai diversi califfi, pascià, prima ancora che nei confronti degli occupanti coloniali, per cui prevale una propensione all’attesa per accodarsi al carro dei vincitori. Più che chiedere a loro qualcosa sarebbe bene preoccuparci di offrire loro condizioni di una vita dignitosa che risponda alla speranza che hanno posto in noi.
Si ripropone il problema delle nostre periferie degradate, polveriere di violenza e di antagonismi fra ceti sociali ed etnie.
L’enfasi posta sulla sicurezza non può essere disgiunta dalla riqualificazione di queste aree, abbandonate a sé stesse. Renzo Piano ha parlato di “rammendo”, di una continuità da ricostruire fra centri storici e periferie. Non è solo un problema di risanamento edilizio ma anche di creazione di centri culturali, di punti di incontro, di volontariato sociale perché nel degrado si alimentano le forme più estreme di populismo razziale e, per contro reazione, di radicalismo religioso.
La conclusione è che siamo di fronte ad uno snodo della storia i cui eventi sono imprevedibili ma che già da oggi pongono problemi inediti ai cittadini sul piano del rapporto fra libertà e sicurezza, fra laicità e senso religioso, tra volontà di estirpare ciò che è diverso da noi e tolleranza.Siamo in presenza di una materia complessa ma è bene prenderne coscienza per avere una opinione pubblica informata in grado di sottrarsi alle semplificazioni che alimentano contrapposti fanatismi. (Giuseppe BIANCHI)

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