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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘vincenzo camporini’

Diciamo addio agli Stati Uniti e ci alleiamo con la Russia?

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 aprile 2016

europa-261011-cIl generale Vincenzo Camporini ospite di Mix24 su Radio 24 alla domanda di Giovanni Minoli su cosa debba fare l’Europa tra Trump e Sanders isolazionisti e Hillary Clinton inseguita dai fantasmi di Bengasi ha così sintetizzato la sua opinione in proposito: “Dobbiamo sicuramente avere una nostra identità europea, limitata certamente non a ventotto, ma a tre, quattro, cinque. Dopodiché si potrà negoziare con Putin un’alleanza o una convergenza di interessi che sicuramente sarà favorevole sia per noi che per la Russia”.
Questa possibilità mi richiama alla mente una conversazione avuta oltre venti anni fa con un giornalista Ucraino sul dissolvimento dell’URSS e i nuovi possibili rapporti dell’Unione Europea con la Federazione russa “orfana” dei diversi stati europei che si sono staccati da lei dopo la caduta del muro di Berlino.
Prima di tutto il mio interlocutore dopo qualche esitazione mi parlò di un “misterioso”, a suo avviso, incontro ai vertici a Mosca nel 1987 dove fu fatto il punto sulla sempre più difficile tenuta delle relazioni con i paesi europei dell’Est e si convenne sulla necessità di un radicale cambiamento di rotta che si concretizzò qualche anno dopo con la mossa a sorpresa di quella che apparve all’Occidente come lo scioglimento dell’Unione Sovietica.
Mi incuriosii a tal punto che cercai di saperne di più da questo giornalista e da altri e tra qualche omissione e l’altra il quadro che ne ricavai fu che la mossa operata dagli strateghi del Cremlino non mi apparve del tutto avventata ma capace, semmai, di rimescolare le carte e allontanare nel contempo l’idea che si era fatta il mondo occidentale di una URSS in perenne guerra fredda con il resto del mondo. Divenne da subito una inaspettata ma benefica vittoria del capitalismo nei confronti del socialismo reale. La Russia, a sua volta, poté incominciare ad intraprendere un percorso più virtuoso, senza il peso di alleati al suo interno diventati costosi, inaffidabili e recalcitranti, e per consolidarsi si avvalse della possibilità di aprire le sue frontiere ai capitali e agli interscambi commerciali. L’asso nella manica della Russia era e resta la sua capacità di barattare le enormi riserve petrolifere e di gas con le tecnologie occidentali per rinforzarsi senza darne molto a vedere.
Se da allora veniamo all’oggi i risultati di questa strategia si possono considerare soddisfacenti. La federazione russa è ritornata la grande potenza di un tempo e può far sentire il peso delle sue azioni nel resto del mondo Europa compresa, beninteso.
Ora che si ha netta la percezione che gli statunitensi stanno chiudendosi a riccio e incominciano a ridurre sensibilmente la loro presenza sullo scacchiere internazionale mentre sia l’Europa comunitaria e la Cina non sono certo in grado di prendere il suo posto, l’unico successore naturale sembra proprio la Federazione russa con le sue enormi riserve energetiche le sole che possono sostenere le produzioni industriali del vecchio continente.
Un’Europa, del resto, che sembra volersi autodistruggere senza bisogno dell’opera di terzi.
Da qui è nata la convinzione, e pare che il generale Camporini sia della partita, che l’Europa sognata dai nostri padri come un “corpo unico” non possa essere una realtà praticabile per le tante diversità inconciliabili tra loro e che sia necessario una rivisitazione della sua formazione geografica creando una sorta di “nuovo continente” che vedrebbe il Nord Europa da una parte e il Sud Europa dall’altra con la Russia, la Cina, il vicino oriente e l’Africa occidentale. Pensando a tutto questo sembra quasi di fare della fantapolitica, ma se riflettiamo sui grandi eventi storici del passato dai babilonesi ai faraoni, dalla Grecia di Alessandro Magno all’impero romano e alla stessa Urss e all’attuale sistema capitalistico in evidente crisi, l’idea non appare del tutto peregrina. Ma se su questi paventati cambiamenti geostrategici non si ha ancora un segno manifesto è forse perché i tempi non sono del tutto maturi, sebbene vi siano senza dubbio le premesse e solo chi è miope non riesce a scorgerle. La stessa figura di Putin, per quanto certi ambienti occidentali sono propensi a demonizzarla, appare quella giusta per questo genere di cambiamenti sullo scacchiere mondiale e soprattutto per tenere dritto il timone nel suo Paese. Il problema sta semmai come ci arriveremo.
E’ che tre possono essere le possibili soluzioni: o il cambiamento è traumatico o arriva alla chetichella e si consolida senza molti clamori. Nel primo caso la risposta verrebbe da una vera e propria guerra mondiale sia pure a “scacchiera” interessando ora una regione ora un’altra del mondo oppure con la rivoluzione silente con la presa del potere per via democratica come è accaduto con il fascismo e il nazismo. La terza mescolerebbe le due citate opzioni a seconda dei paesi trattati e della capacità d’offrire al loro interno delle valide e credibili leadership. Ciò che posso dire sino ad ora che la partita è aperta tra i giocatori di scacchi e quelli di poker e a noi miseri mortali non ci resta che fare da spettatori. (Riccardo Alfonso direttore Centro studi politici della Fidest – fidest@gmail.com)

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Le forze armate nelle operazioni di pace

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 gennaio 2011

Perugia 11 gennaio 2011, alle ore 11:00, presso la sala goldoniana di palazzo gallenga – università per stranieri di Perugia – il capo di stato maggiore della difesa, gen. Vincenzo Camporini, terrà una lectio magistralis da titolo: “Le forze armate italiane nelle operazioni di peacekeeping”.

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Libano: Si fa presto a dire pace

Posted by fidest press agency su sabato, 2 gennaio 2010

Riprediamo per sommi capi l’intervista rilasciata dal generale Claudio Graziano ad Antonello Tiracchia il 26 dicembre scorso. Ci parla del Libano e della missione Unifil di cui è a capo. Per il generale Vincenzo Camporini Capo di Stato Maggiore della Difesa: “Il Libano è al centro di quella che può essere paragonata una gigantesca pentola a pressione, la cui valvola di sicurezza è costituita dall’impegno delle truppe della comunità internazionale che, sin dagli anni Settanta, cercano di trovare una via di uscita da una guerra ormai consolidata da un susseguirsi di violenze e lutti, che a loro volta continuano ad alimentare odio, incomprensione e voglia di vendetta”. La missione UNIFIL -United Nations Interim Force in Lebanon- è probabilmente la più longeva operazione militare dell’ONU, essendo nata il 19 marzo 1978 dopo la Risoluzione 425 del Consiglio di Sicurezza mirata a porre fine all’invasione del Libano, avvenuta nel 1978, da parte di Israele. Questa Risoluzione prorogata semestralmente è praticamente giunta sino ad oggi senza soluzione di continuità, diventando l’undici agosto 2006 nel 2006 la Risoluzione 1701 e il giorno dopo fu accettata sia dal Governo libanese che da quello israeliano.  “E’ una missione – per il generale – dedicata prevalentemente al raggiungimento della sicurezza su questi territori, quindi è a tutti gli effetti una missione militare, con azioni militari e civili integrate tra loro”. Per dare una misura dell’attuale impegno in termini numerici possiamo dire che nel sud del Libano sono presenti circa 13 mila caschi blu ma il contingente potrebbe aumentare nei prossimi mesi sino a portarsi a 15 mila unità. Ciò significa che la missione continuerà stabilmente. A fine gennaio il comando italiano passerà allo spagnolo Alberto Asarta Cuevas. Per il generale Graziano, da poco promosso di corpo d’armata, l’impegno dell’Unifil è quello di portare stabilità nell’area. Per questo: “Abbiamo riunioni periodiche tripartite, in cui si incontrano ufficiali israeliani e libanesi, che all’inizio parlavano attraverso di noi, pur essendo seduti a pochi metri uno dall’altro. Sono affrontati problemi riguardanti la sicurezza, si parla di eventuali incidenti e di violazioni; ed il fatto che si incontrino e inizino a conoscersi è già un passo avanti. Ci sono problemi di sicurezza, ma anche di linee di confine, come le 14 fattorie di Sheeba, il territorio di Ghajar e le colline di Kfar Shouba. Quanto ai rischi per la pace, sono chiari a tutti i rischi insiti nei lanci di razzi Qassam Palestinesi, la cui risposta degli Israeliani potrebbe creare riflessi anche in questa area.” (Antonello Tiracchia foto di: Cybernaua)

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