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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

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E le stelle stanno a guardare

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 luglio 2022

Di Vincenzo Olita. Joseph Cronin titolava così il suo romanzo sull’Inghilterra, ambientato nel primo trentennio del XX secolo, con lo sfondo di contrasti sociali, crisi politiche, disastri minerari, prima guerra mondiale. Raccolto su quel che stavo per scrivere, non sono riuscito ad allontanarmi da quel titolo, commettendo così un evidente e voluto plagio.In effetti, la storia dell’umanità ha seguito quasi sempre il volano del bisogno, presentato come nobile, impellente e quasi sempre avvertito con ritardo, fuori tempo per consentire rimedi o percorsi alternativi. Il pianeta è, di fatto, super armato. Nel mondo, a fronte di 198 tra nazioni e minuscoli stati, 174 dispongono di Forze Armate nella maggior parte dei casi membri di varie alleanze, tutte dichiaratamente difensive. Di fatto, siamo a una saturazione degli apparati militari, mai così tanti da quando la Terra ospita tanti pacifisti, una costante questa, mai tanto inquinamento da quando ospitiamo tanti ambientalisti e si potrebbe continuare. Partiamo dalla Nato, con l’adesione di Svezia e Finlandia raggruppa 32 Paesi di cui 29 europei, il continente ne conta 42, ne restano esclusi solo 13, tra cui: Andorra, Bosnia-Erzegovina, Cipro, Città del Vaticano, Liechtenstein, Malta, Monaco, San Marino, Svizzera, e se aggiungessimo i quattro con apparato militare, Austria, Irlanda, Serbia e Ucraina, la Nato disporrebbe della totalità delle Forze Armate europee. Poiché il conflitto Russia – Ucraina finirà, occorrerebbe chiedersi a chi dovrà opporsi questo impressionante apparato militare, la risposta è ovvia, alla Russia. Per i prossimi decenni, di conseguenza, l’Europa vivrà uno stato di tensione permanente. Portiamoci avanti nel ragionamento e chiediamoci perché l’intero pianeta è in una condizione di perenne preallarme, ancora ovvia anche questa risposta. Dalla fine del bipolarismo si è avviatauna competizione USA – Cina che fino all’inizio del nuovo secolo non ha preoccupato più di tanto la dirigenza americana. Poi, la continua crescita economica e tecnologica, l’esplosione urbanistica con l’innalzamento del tenore di vita dei cinesi, il veloce rafforzamento delle loro Forze Armate – da una settimana hanno varato la terza portaerei in grado di competere con quelle americane – la conclusione della terza missione per la costruzione di una stazione spaziale, insomma un costante progresso che accresce un’inarrestabile frizione. Ma si compete per cosa, per quale fine ultimo? Per la leadership strategica globaleed è per quest’obiettivo che il pianeta si arma sempre più e acuisce, per chi la vuol vedere, la sua bipolare divisione. Si rafforzano storiche alleanze statunitensi, la Cina ne avvia numerose nel Pacifico, nel Sud est asiatico, in Africa e da Gibuti alla Cambogia dal golfo del Siam alla Guinea, costruisce basi militari. Su 55 Paesi africani i cinesi, a vario titolo, sono presenti in 51. Il contrasto NATO – Russia è del tutto secondario, subordinato e funzionale a quello USA -Cinache troverà il suo detonatore nel futuro di Taiwan. La definizione della leadership globale, infatti, passerà dall’esito della criticità legata al destino della grande isola del Pacifico. Se queste considerazioni hanno fondamento, spiegano, allora, anche la corsa agli armamenti e alle alleanze. Nel suo rapporto annuale sul disarmo, l’Istituto svedese Stockholm International rende noto che il rischio di un ricorso alle armi nucleari è maggiore oggi rispetto ai momenti più difficili della Guerra Fredda e che la tendenza a ridurre gli arsenali nucleari è finita. Nel prossimo decennio, gli arsenali dovrebbero crescere così come gli stati in possesso di armi nucleari e, allora, come non vedere che con i prossimi belligeranti il pianeta conoscerà grandi, pericolosissime, instabilità. Il tutto perché l’umanità, nel suo insieme, è soggetta a partecipare alla lotta per laleadership strategica globale tra due superpotenze. E noi? Intendendo sia i pochi che si affannano a interpretare questo futuro, sia la maggioranza che abbeverata all’informazione partigiana si disperde in mille inconsistenti rivoli interpretativi, sia le fresche generazioni che combattono altre battaglie sui canali predisposti per parcellizzare contenuti falsamente culturali e lontanamente esistenziali. Quanta ragione aveva Karl Popper nel 1994 scrivendo che “Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione”. E non aveva conosciuto i Social. Ma chi l’ha detto che l’Umanità, giunta a questo stadio di concentrazione politica e militare, ha bisogno di un’unica leadership? Non è un’indicazione del pensiero politico né un precetto laico o religioso, è solo una consuetudine: è sempre accaduto che il più forte abbia piegato il più debole, ma così non dovrebbe essere in questa fase. La prosperità delle persone dipende dalla loro diligenza; con la diligenza non c’è povertà,proverbio cinese vecchio di 2000 anni, di sapore liberale, citato dal presidente Xi Jinping. Da seguire, se si potesse, ma dove la s’incrocia una dirigenza europea capace di rincorrere un’utopia? Dove lo s’incrocia un Ministro degli Esteri italiano capace almeno di comprendere? Dove s’incontrano efficaci organizzazioni internazionali tali da sostituire Onu, Oms, Fao e un centinaio di Agenzie preposte maldestramente al bene dell’Umanità? Potremmo continuare chiedendoci di religioni, accademie, sistemi informativi, finanza e personaggi alla Soros, di Davos e degli intellettuali del Grande Reset. Li troveremo tutti intenti a spendersi per il nobile bene comune. Noi continueremo a seguire il derby USA – Cina, augurandoci un dopoFormosa che ci consenta, almeno, di stare a guardare le stelle.

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Un Paese e i suoi eroi

Posted by fidest press agency su martedì, 11 gennaio 2022

di Vincenzo Olita. E fu l’inizio, con Garibaldi l’Italia aveva un eroe, addirittura, per duemondi; in seguito il Paese si è dovuto accontentare di eroi domestici, ma è bene chiarirci:usiamo l’espressione eroe nell’accezione limitata a chi offre spassionata dedizione alla gestione del governo della propria comunità e da questa ne è magnificato. Pur nella sua breve storia, l’Italia offre un’estesa galleria di personalità collocabili in questo quadro. Da Giovanni Giolitti a Benito Mussolini, nella prima metà del secolo, da Alcide De Gasperi ad Amintore Fanfani, nell’immediato dopoguerra, da Craxi a Berlusconi, a cavallo tra prima e seconda repubblica, dai contemporanei Giorgio Napolitano, Mario Monti, Renzi e Conte, tutti osannati, riconosciuti come statisti, alcuni come salvatori della Patria. Questa elencazione non per un ricordo storico, solo per evidenziare una nostra caratteristica che ci induce a privilegiare amori a prima vista per disconoscerli immediatamente dopo, a perseguire lunghe lune di miele per poi incenerirle con altrettanta passione. Di Giolitti alla fine delle sue cinque presidenze del Consiglio si ricordava il trasformismo, l’autoritarismo dei suoi prefetti, fino a essere indicato come il ministro della mala vita. Di Mussolini è superfluo ricordare ascesa e caduta. Dei due statisti che tanto significarono per la ricostruzione, e di Craxi si ricorda l’oblio seguito a sconfitte politiche e parlamentari. Di Berlusconi, Renzi e Conte abbiamo negli occhi le loro miserevoli uscite di scena, dagli interessati non ancora interiorizzate, ma dalla certa replica. Il tandem Napolitano-Monti di grande e rapida ascesa, equiparabile solo all’altrettanta rapida pubblica disaffezione, ci porta a ragionare sul tandem Mattarella-Draghi di consistente modernità, di grosso appeal, di entusiasmante popolarità.Sarà ancora così fra qualche tempo? “Spes unica imperii populi romani” (ultima speranza per l’autorità del popolo romano) così Tito Livio definiva il dittatore Cincinnato, ma troppa acqua è passata sotto i ponti del Tevere per indurci a osannare ultime speranze per il popolo italiano. Al Presidente del Consiglio riconosciamo il necessario cambio di marcia rispetto all’Erasmo da Foggia, suo predecessore, ma a indicarlo come leader dell’Europa e ancor più, è piaggeria. In carica da metà febbraio ’21 con lo spread a 90 punti base e i solerti commentatori che lo davano ormai vicino a quota 70, il 7 febbraio ’22 il differenziale lo ritroviamo a 138,7. Nella conferenza stampa di fine anno il solito Pierino, giornalista dall’aria contrita, chiede se era preoccupato dalla risalita dell’indice:Draghi, con superiore intelligenza, precisa che i movimenti dello spread non sono controllabili da singole personalità,ma frutto di variabili internazionali. E allora, per l’informazione domestica, nel ’21 come poteva scaturire quota 70 solo dall’arrivo del novello Cincinnato? Il nostro Pil nel 2021 sale del 6,3%, siamo i primi in Europa, la Germania solo del 2,6%, sì ma l’informazione è monca, se non precisiamo che, nel ’20 il Pil italiano ha perso l’8,9%, quello tedesco il 4,9%. Nel biennio, quindi, il nostro recupero è stato del -2,6 quello tedesco del -2,3. Potremmo proseguire nell’evidenziare, delusioni, criticità e punti deboli del Presidentema non vuole essere questo il nostro intendimento che, invece, vuole rimarcare la sostanziale crisi della politica e delle istituzioni, dicui il Governo Draghi è snodo ed emblema.Con un Parlamento alla vigilia di una corposa ristrutturazione, che non rispecchia più nella sua composizione gli orientamenti dell’elettorato, che approva la legge di bilancio senza che la Commissione della Camera, a essa preposta, possa esprimere il proprio parere, siamo del tutto tranquilli perché abbiamo raggiunto gli obiettivi previsti dal pomposo PNRR,traguardo solo burocratico e formale. E ancor più tranquilli perché abbiamo scoperto la resilienza,termine rassicurante che indica la trasformazione delle crisi in opportunità che non converte, però, malinconia e depressione provocate dall’azzeccagarbugli parola.E ancora, considerando che abbiamo un sagace nonno al servizio delle Istituzioni, poco interessa se andiamo trasformando, silenziosamente, la nostra in Repubblica semipresidenziale.Su questo terreno dobbiamo essere grati all’altro pedalante del tandem che, rifiutando una proroga al suo mandato, ci risparmia uno scivolamento verso una Monarchia-Presidenziale. La sua attenzione istituzionale, purtroppo, si ferma qui:solo un assordante silenzio sulla crisi della giustizia,che per il Presidente del CSM avrebbe dovuto essere di primaria preoccupazione. Molti interventi farciti di ovvietà e piattezza, tanto buonismo e tanta energia dedicata ad impedire elezioni anticipate, con il risultato di ritrovarci con un sistema politico, nel suo complesso, collassato. Un tandem, che non amiamo, che ha pedalato lontano dal cuore del Paese, lontano dalle condizioni delle nostre carceri, dei nostri ospedali, delle nostre scuole, dal nostro malaffare, dalle case occupate abusivamente ai nostri vecchi, dalla loro sanità, in definitiva, dal nostro mal di vivere. Il futuro? Al Presidente Mattarella, così come a Berlusconi e all’inconsistente Frattini, auguriamo sereni pensionamenti, per il Presidente Draghi auspichiamo che per serietà istituzionale, per coerenza personale e per dedizione agli interessi nazionali, voglia continuare nel lavoro di Palazzo Chigi, lavoro raccontato ma tutto da realizzare. Alla politica la resilienza per una scelta ponderata e accorta per il Quirinale:non abbiamo bisogno di nuovi e passeggeri eroi,ma di una religione che assicuri, tra l’altro, la nostra libertà di pensiero. Vincenzo Olita Direttore Società Libera

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Un caos diffuso e una flebile prospettiva

Posted by fidest press agency su martedì, 14 gennaio 2020

di Vincenzo Olita. Iran, Libia, Afganistan, Yemen, Somalia, ONU, Nato, Europa, Vaticano, Sciiti, Sunniti, Informazione e si potrebbe continuare con altri Paesi, Istituzioni, Religioni e Classi dirigenti, ma anche così si comprende che il ragionamento che andiamo sviluppando attiene alle crisi di estese aree geopolitiche. Già, la geopolitica, espressione utilizzata spesso a sproposito, indica compiutamente il rapporto tra geografia, quindi occorre conoscere almeno i confini, e situazione e condizioni politiche che insistono su quell’area. Va da sé che se il primo elemento è immutabile, il secondo, per sua stessa definizione, è una variabile dipendente. L’appropriata conoscenza di entrambi consente analisi corrette e valutazioni strutturate al di là di storiche e romantiche affezioni e di coazioni a ripetere. Credere, ad esempio, che l’Italia possa avere peso e ruolo nella crisi libica significa non aver compreso gli avvenimenti in quell’area dell’ultimo decennio, le nostre omissioni ed assenze, anche militari, su quel terreno, pensando di poter svolgere un’influenza diplomatica caratterizzata da prediche ed inviti a buoni propositi. Il silenzio sulle crisi iraniane e libiche dei vertici Nato, dei suoi Paesi membri e dell’ONU certifica le profonde difficoltà di quest’ultima e il tramonto dell’Alleanza Atlantica che, perso il ruolo di contrapposizione al Patto di Varsavia, stenta a rimodellare la sua missione. Nello stesso tempo appelli ed invocazioni all’Europa affinché “parli con una sola voce”, senza definire per dire cosa e quali posizioni sostenere sui vari teatri conflittuali, paradossalmente, rafforza la certificazione di uno stallo depressivo, frutto di divaricazioni strategiche tra i ventisette e un elevato tasso di nanismo politico della Commissione. Lo stato di tensione permanente tra i tre grandi imperi – USA, Russia e Cina; le turbolenze, un tempo classificate come regionali, innescate da potenze di secondo e terzo livello; la sanguinosa dicotomia nel mondo islamico; l’inefficacia delle grandi istituzioni/organizzazioni internazionali; la decadenza, in occidente, delle Chiese cristiane, ed in particolare di quella cattolica, che non assolvono più neppure ruolo e funzione di autorità morale; l’evidenza, come non mai nella sua storia, dell’equivoca funzione dell’informazione, che si caratterizza sempre più come sottoprodotto di riferimento delle parti politiche, determinano nelle genti occidentali uno stato di insicurezza, di incertezza e di anomia che influenza la visione prospettica del domani. Se a questo scenario sommiamo gli affanni per l’economia, per il lavoro e per la pochezza della classe dirigente europea, pena un penoso tramonto, s’impone di ridisegnare il futuro. Agli abitanti di questo continente storia e modelli su cui riflettere non mancano, l’Europa è stata la nostra storia, l’Europa potrà essere la nostra Utopia, il nostro futuro. L’abbiamo già conosciuta un’Europa con pochi confini, con un autorevole potere centrale, con una grande attenzione alla cultura con i monasteri e le abbazie cluniacensi, profondamente cristiana e nel contempo progenitrice delle libertà rinascimentali. Un’Europa con una visione e un’anima che tengano al centro la persona e le libertà individuali, i diritti umani, la libertà economica, in sintesi un liberalismo europeo in cui la sfera della politica abbia la sua nobile supremazia. Questa l’Europa da costruire, purtroppo la presidente Ursula von der Leyen, i commissari Borrell e Gentiloni non ne saranno i costruttori, quindi il nostro ragionamento è meno, molto meno, che flebile. (fonte: http://www.societalibera.org)

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Sardine italiane, aringa svedese e informazione militante

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 dicembre 2019

Di Vincenzo Olita. Per un’Associazione di cultura liberale qual è Società Libera che concentra la sua attenzione sulla complessità della libertà dei moderni, il pensiero politico di Clistene e Cicerone, di Machiavelli e Locke, di Mosca e Gramsci, di Einaudi e Popper, di Giovanni Sartori e Nicola Matteucci costituisce un possente schermo culturale verso miserie e povertà della quotidianità politica. Efficace toccasana per decifrare e comprendere secolari modelli di aggregazione politica-sociale, lo è meno per valutare estemporaneità politica e fulminanti collegamenti organizzativi.E’ il caso delle sardine italiane e dell’aringa svedese Greta Thunberg, fenomeni socio-politici presentati come spontanei, istintivi, sinceri e liberi da supporti e condizionamenti. Apparizioni improvvise, insomma, destinate ad un fulgido cammino; nel primo caso, per innovare la scena politica italiana, nel secondo per scuotere e orientare i leaders del mondo sul problema ambientale. Tutto da accogliere, interpretare e forse sostenere se così fosse, ma non lo é, almeno per chi, come noi, rifugge da logiche di parte, e qui, invece, l’apparato sostenitore, davvero imponente e robusto, è del tutto unilaterale nel senso del politicamente corretto. Si va dalla quasi totalità dei partiti ai sindacati, dalla Presidenza della Repubblica, del Senato, della Camera e del Consiglio all’ANPI, dal partito di Bergoglio al Segretario di Stato cardinale Parolin, dai Papaboys ad altre organizzazioni cattoliche, da Vip e Star dello spettacolo all’Unione europea, per la Thunberg poi, “Persona dell’anno” per il Time, c’é da aggiungere la Segreteria generale dell’Onu. Basterebbe quest’universo consensuale a dimostrazione che trattasi di fenomeni di smisurato spessore e significato politico culturale, se poi consideriamo la massiccia copertura mediatica, assicurata dalla globalità delle emittenti televisive e dai principali quotidiani, da un’informazione che informa poco ma unanimemente milita, allora, di sicuro, con le sardine e l’aringa siamo già entrati nella storia. (fonte: http://www.societalibera.org)

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Che tristezza: Un mondo che cade a pezzi

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 ottobre 2019

di Vincenzo Olita. Sergio Costa, ministro 5Stelle dell’ambiente, ci spiega che occorre dare impulso all’economia circolare con la cultura del riciclo e dismettere definitivamente la cultura del rifiuto, nel frattempo Roma soffoca tra 4600 tonnellate di rifiuti prodotti quotidianamente. Il confronto con capitali e ministri europei evidenzia che il nostro ministro ambientalista manca sia di buon senso che di vigoria intellettuale. Che tristezza
Fortunatamente solo un’infinitesima parte della popolazione, dalla Lombardia alla Sicilia, ha fatto l’esperienza di un Pronto Soccorso, dove si attende anche per 8/10 ore l’accettazione, per poi ascoltare in TV che abbiamo la migliore sanità del mondo. Che tristezza
Infiniti tempi della giustizia, carcerazioni in ambienti disumani con pessime prospettive, rapporti lacerati e conflittuali tra i componenti la comunità carceraria, il tutto a proposito della funzione rieducativa della pena. Che tristezza
In famiglie prive di sufficienti risorse finanziarie, la convivenza con condizioni croniche dei nostri vecchi, con malattie invalidanti di un congiunto, si traduce, tra la pubblica indifferenza, in un calvario quotidiano. Che tristezza
Si è parlato della manovra di bilancio dal 15 gennaio e si continuerà fino al 30 dicembre, argomento quasi incomprensibile per la maggior parte della popolazione, ma funzionale agli interessi mediatici: si riempiono palinsesti e cachet di moderatori, il più delle volte, ignari dei fondamentali dell’economia. Da liberale, lo dico con Marx, siamo alla personificazione dell’economia. Che tristezza
La consapevolezza di avere un Presidente del Consiglio buono per tutti gli usi ed utile per tutte le stagioni, disprezzato dagli ex alleati, ben considerato dagli ex avversari, conduce ad una misera considerazione del sistema politico nel suo complesso. Che tristezza
Debito pubblico, manovra finanziaria, emigrazione, con porti chiusi o aperti, lotta alla droga persa da anni, sistema elettorale riformato ad ogni legislatura, priorità che il Paese non avverte come tali. Che tristezza
Il clero cattolico compresso e indaffarato tra lotta alla pedofilia e intrighi tra fazioni della gerarchia, tra teologia della liberazione e disinteresse per l’estesa crisi del cattolicesimo in Occidente. E i fedeli? Che tristezza
In undici anni l’incapacità della classe politica, di tutti gli schieramenti, di privatizzare l’Alitalia é costata più di 10 miliardi. Ora il Governo ha concesso, per la presentazione di un’offerta vincolante, la settima proroga al 21 novembre. Passata sotto silenzio l’ulteriore erogazione di un prestito di 400 milioni per far fronte ad una perdita giornaliera di 715 mila euro. Uno scandalo europeo. Non resta che consolarsi con lo slogan che Berlusconi coniò “Io amo l’Italia, io volo Alitalia”. Che tristezza
Apprendiamo dal capo politico dei 5Stelle che viviamo in un periodo post ideologico che letteralmente non significa nulla, la destra resta la destra, la sinistra resta la sinistra, a meno che non vengano cancellate come è stato fatto con la povertà. Che tristezza
Lo Stato, ovvero la maggioranza governativa, per il nostro benessere pretende di disciplinare anche i metodi di pagamento, facendo balenare l’idea che se tutti pagano le imposte io pagherò di meno, intanto dovrò pagarmi annualmente una carta di credito e relative spese. Che tristezza
Il Paese non guarda al futuro, non ha la cultura del progetto, é ripiegato sul passato e vive sugli errori degli avversari politici, non ha coesione sociale, né un elemento fondamentale delle società aperte: l’informazione, relegata al ruolo di sottoprodotto della politica. Insomma é un Paese fondamentalmente triste, molto triste.
Può sembrare l’esemplificazione di uno stato emotivo individuale invece é un profondo sentimento diffuso tra chi non vive di politica, non lavora per la politica, non beneficia della politica, non vota per interessi politici, non è affascinato dal politicamente corretto e che possiamo definire, qualunquisticamente, persone qualunque. (fonte: http://www.societalibera.org)

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