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UNICEF lancia concorso per nuovo contest di fumetti contro violenza nelle scuole

Posted by fidest press agency su martedì, 9 ottobre 2018

L’UNICEF e il Comics Uniting Nations invitano i bambini e i giovani a sconfiggere il più grande supercattivo – Silenzio – per aiutare a porre fine alla violenza nelle scuole e fuori.
Silenzio – un personaggio con poteri soprannaturali che impedisce ai bambini di parlare e agire contro la violenza nelle scuole e fuori – è stato presentato questa settimana al Comic Con di New York per lanciare “School SuperHero Comic Contest”, il contest di fumetti sui supereroi dell’UNICEF e del Comics Uniting Nations. I bambini e i giovani fino a 25 anni sono invitati a ideare il loro supereroe che sconfiggerà Silenzio e aiuterà i bambini a stare al sicuro a scuola.“Non ci dovrebbe essere spazio per Silenzio quando si tratta della sicurezza dei bambini”, ha dichiarato Paloma Escudero, Direttrice della Comunicazione dell’UNICEF. “Con questo contest creativo, speriamo di portare i bambini, gli insegnanti, le famiglie e le comunità a parlare e sconfiggere Silenzio”. Dagli scontri e il bullismo alle molestie sessuali e punizioni fisiche, la violenza a scuola e fuori può avere conseguenze devastanti e a lungo termine per i bambini e gli adolescenti. Il contest di fumetti sui supereroi “Silenzio” incoraggerà i bambini e i giovani a prendere parte della campagna globale dell’UNICEF #ENDviolence per fare luce e avviare un’azione per porre fine alla violenza nelle scuole attraverso il mezzo creativo della progettazione di fumetti. Le proposte migliori del contest saranno scelte in seguito alla data di chiusura del 25 ottobre da un panel speciale di giudici, fra cui l’artista di fumetti Gabriel Picolo e la vincitrice del contest di fumetti dell’anno scorso, Sathviga ‘Sona’ Sridhar. Successivamente il pubblico avrà la possibilità di votare online il loro eroe dei fumetti preferito fra il 16 e il 25 novembre. Il vincitore sarà annunciato a dicembre 2019 e lavorerà con un team di professionisti per trasformare l’idea vincente in un fumetto completo. Il loro fumetto sarà presentato ai leader mondiali al forum politico sullo Sviluppo Sostenibile alle Nazioni Unite di luglio 2019 e sarà inoltre distribuito nelle scuole e ai bambini nel mondo. La 21enne Sathviga ‘Sona’ Sridar, da Chennai, in India, ha vinto il primo contest di fumetti sui supereroi nel 2017, che affrontava la questione di come sconfiggere il cambiamento climatico. Il suo personaggio vincitore, “Light” era per metà umano e per metà albero e utilizzava i suoi poteri speciali per salvare la natura da un pianeta surriscaldato. Il contest ha ricevuto circa 2.900 proposte da giovani da 99 paesi diversi e sono stati espressi oltre 21.000 voti da 162 paesi per determinare il vincitore.

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La violenza come cultura dell’attenzione

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Da cronisti ci capita spesso di raccogliere il messaggio che proviene da chi scende in piazza per esporre quelle che ritiene giuste rivendicazioni e meritevoli di un’attenzione mediatica. Non manchiamo, ovviamente, di riportare le loro motivazioni ma il rilancio che facciamo acquista un risalto o meno non su ciò che è stato detto e sostenuto con fermezza e determinazione ma dai “clamori” che sono derivati con schiamazzi, aggressioni e danni ai negozi che si trovano lungo il tragitto dei manifestanti. C’è persino da chiedersi se tutto si fosse svolto in maniera pacifica quale spazio avrebbe potuto ambire, nei notiziari televisivi e nelle pagine della carta stampata, la giusta causa. Questa consapevolezza è senza dubbio chiara agli organizzatori tant’è che cercano, per seguire una strada virtuosa, di ben rappresentare il preannuncio del comizio con vari comunicati stampa. Ma anche su questo verso piovono i distinguo. L’accesso all’informazione dipende molto dalla sigla politica o sindacale o dei vari movimenti d’opinione che promuovono l’iniziativa e dalla possibile ricaduta sull’opinione pubblica. Poi vi è il discorso dei numeri. L’ascolto si dilata se a manifestare sono in tanti e qui parte la propaganda dei numeri che trasforma diecimila presenze in centomila e via di questo passo.
Ne consegue il luogo comune che più si è aggressivi e maggiore è l’attenzione e se alla fine si contano numerosi feriti e contusi vuol dire che solo in questo modo la copertura mediatica premia. Quest’andazzo non è condivisibile perché oltre tutto diseduca e mette in secondo piano il motivo stesso della contrarietà di quella parte dei cittadini che ancora credono alla forza delle parole, alla logica del pensiero e a farci riflettere seriamente. Si rende anche un pessimo servizio agli argomenti che s’intendono evidenziare con atti irresponsabili che non favoriscono la conoscenza al grosso pubblico e la loro eventuale condivisione finisce con lo spaventarlo e non certo a renderlo edotto di una ragione che potrebbe avere molti più sostenitori. Che fare allora? E’ scegliere, a nostro avviso, il ritorno alla lettura, al migliore ascolto televisivo e in streaming live cercando al tempo stesso di coinvolgere più persone tra il pubblico e non tra i soliti tromboni ammazza sentenze. E’ senza dubbio un fatto culturale e d’intelligenza critica che ci permette di setacciare il fatto dal commento, la circostanza tra un interesse personale e una obiettiva valutazione. Dobbiamo in pratica ritornare a ragionare sempre con la testa nostra e non con quella degli altri per imitarli ma non senza aver prima valutato la bontà dei loro intendimenti. (Riccardo Alfonso direttore centri studi della Fidest)

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Mali: nuova ondata di violenza oscura le elezioni presidenziali

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 agosto 2018

A qualche giorno dal ballottaggio per le elezioni presidenziali in Mali si registra una nuova escalation di violenza tra la popolazione appartenente ai gruppi etnici dei Peul e dei Dogon nel centro del paese. Lo scorso 9 agosto sono stati trovati i corpi senza vita di 14 Peul che erano stati rapiti due giorni prima da un gruppo di miliziani. In molti accusano del crimine un gruppo di miliziani Dogon che già in passato aveva fatto parlare di sé per attacchi condotti contro persone appartenenti ai Peul. Il conflitto tra Peul e Dogon ha causato dall’inizio dell’anno ad oggi almeno 317 morti.L’assenza istituzionale e la mancanza di politiche di sviluppo per la regione del Mali centrale è causa di malcontento e rabbia in particolare tra la popolazione Dogon che accusa in toto la popolazione Peul si sostenere gruppi islamici radicali. Di fatto però, lo stesso conflitto e la mancanza di sicurezza finisce per avvantaggiare proprio i gruppi radicalizzati. Meno di un mese fa, lo scorso 24 luglio, nella regione sono stati trovati i corpi di 17 Peul disarmati, e a fine giugno 2018 sono stati uccisi 42 Peul a Koumaga. In entrambi i casi, molti hanno pensato che i fautori delle violenze potessero essere gruppi di miliziani Dogon. Le cause del conflitto tra Peul e Dogon in realtà sono molteplici e risiedono principalmente nelle diverse economie di sussistenza dei due gruppi. Mentre i Peul sono tradizionalmente pastori nomadi, i Dogon sono agricoltori stanziali. Il cambio climatico e la conseguente scarsità di risorse e disponibilità di terre adatte alla pastorizia e all’attività agricola ha innescato forti tensioni tra i due gruppi, rese ancora più forti a causa della generale povertà e della crescita demografica unita alla mancanza di prospettive per il futuro.L’assenza delle istituzioni e di politiche adatte contribuisce a far crescere il malcontento e lascia campo libero alle milizie islamiche che approfittano della situazione per reclutare nuovi combattenti in particolare tra i Peul. Il ballottaggio di domenica 12 agosto stabilirà il nuovo presidente del paese. Molti danno per favorito il presidente uscente Ibrahim Boubacar Keita. Ma chiunque vincerà le elezioni dovrà occuparsi velocemente e seriamente della situazione nelle regioni centrali del paese se non vuole che le attuali violenze si trasformino in veri e propri conflitti armati.

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Maggiore contrasto alla violenza sulle donne

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 giugno 2018

“La cronaca di oggi racconta di tre gravissimi episodi di violenza di genere verificatesi nel territorio della provincia di Mantova. La cronaca locale – anche nelle zone generalmente più tranquille o apparentemente tali – restituisce uno spaccato nazionale che purtroppo non si smentisce. La violenza domestica e quella all’interno delle relazioni sentimentali interpersonali, resta un’emergenza ed un fenomeno strutturale e sommerso” – così in una nota la Senatrice di Fratelli d’Italia Isabella Rauti. “Al neonato Governo chiediamo con forza – convinti di interpretare un sentimento diffuso nel Paese, al di là degli schieramenti politici – di non dimenticarsi delle donne, di applicare appieno la Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne – che l’Italia è stata tra i primi Paesi europei a ratificare, il 19 giugno 2013 – e di vigilare sulla corretta applicazione delle norme in materia con particolare riferimento a tutte le disposizioni contenute nella Legge n.119 del 15 ottobre 2013 , sul contrasto alla violenza di genere”. “E – prosegue la Senatrice Rauti – è evidente che nel Contratto di Governo non si sia dedicata un’attenzione particolare e specifica al mondo delle donne, al fenomeno della violenza, alle questioni di pari opportunità nonché al lavoro ed all’occupazione femminile”, conclude la Senatrice di Fratelli d’Italia.

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A “Libri di Storia” si parla di violenza sulle donne

Posted by fidest press agency su domenica, 20 maggio 2018

Parma martedì 22 maggio alle 16.30 al Palazzo del Governatore si parlerà i violenza sulle donne nell’ultimo appuntamento della rassegna Libri di Storia – Incontri con gli autori, organizzata dall’Università di Parma – Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali con il Comune di Parma. Al centro della riflessione ci saranno i due volumi Violenza alle donne. Una prospettiva medievale (Il Mulino), a cura di Anna Esposito, Franco Franceschi e Gabriella Piccinni, e La violenza contro le donne nella storia – Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV – XXI) (Viella), a cura di Simona Feci e Laura Schettini.
L’appuntamento sarà aperto dal Delegato del Rettore alle Iniziative culturali di carattere storico Piergiovanni Genovesi, curatore della rassegna, e dal Direttore del Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali Diego Saglia. Con Anna Esposito (Università di Roma La Sapienza), Simona Feci (Università di Palermo) e Gabriella Piccinni (Università di Siena) dialogheranno Marina Gazzini (Università di Parma) e Lisa Roscioni (Università di Parma).Il giorno successivo, mercoledì 23 maggio, alle 11, nell’Aula Magna del Liceo scientifico Marconi (sede di via Benassi 2) Anna Esposito e Simona Feci incontreranno gli studenti delle scuole superiori sul tema “La violenza sulle donne nella storia”, in un appuntamento organizzato dall’Università con l’Ufficio scolastico territoriale. All’incontro, che sarà introdotto da Piergiovanni Genovesi, interverranno anche Maurizio Bocedi, Dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale, Sara Rainieri, Pro Rettrice alla Didattica e servizi agli studenti dell’Università di Parma, e Adriano Cappellini, Dirigente del Liceo scientifico Marconi.La partecipazione agli incontri è valida come aggiornamento per gli insegnanti che si iscriveranno attraverso la piattaforma S.O.F.I.A. (www.istruzione.it/pdgf).

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La violenza genera soltanto violenza

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 aprile 2018

By Alberto De Marco. Salerno. Nei giorni scorsi è stata organizzata dalla Comunità Religiosa “Gesù Redentore” una fiaccolata per la pace con la collaborazione della “Fraternità Nazareth”, del presidio di Salerno dell’Associazione “Libera”, nonché del “Gruppo Attività Ecumeniche”, de “La Bottegaia”; de “Il Portico” e delle Associazioni: “Oasi”; “Ricicliamo”; con un momento di preghiera. Come ha precisato Don Pietro Mari, già Parroco del “Volto Santo”, che ha fondato la “Fraternità Nazareth” ed è il Responsabile dell’Ufficio per il dialogo Ecumenico e interreligioso della Diocesi di Salerno: “…Oggi più che mai la priorità assoluta è la pace nel mondo e questo momento di preghiera vuole evidenziarlo”. La manifestazione ha stimolato un momento di riflessione e di preghiera, al fine di stigmatizzare, l’attenzione dell’opinione pubblica sulle continue violenze che si perpetuano da tempo in luoghi diversi del nostro pianeta e che generano genocidi e diaspore di numerosi nuclei familiari, che pure appartenendo a popoli ricchi di risorse naturali, sfruttate il più delle volte dai paesi occidentali, sono costretti ad affrontare “i viaggi della speranza” per assicurare la loro sopravvivenza e quella dei loro cari. Quello che oggi può sembrare irreale, si palesa nell’assurdità del “dogma della violenza”: la violenza generatrice di altra violenza; con la situazione paradossale che nel tempo le vittime della violenza si trasformano in carnefici. A tale proposito ci ritornano alla mente le parole del Mahatma Gandhi: “… a furia di dire occhio per occhio, resteremo tutti ciechi…”. Pertanto non ci meravigliamo, che il popolo prediletto da Dio, quello ebreo che nel secondo conflitto mondiale ha subito le maggiori vessazioni con oltre 6.000.000 di morti, da anni in determinati momenti, attraverso alcuni uomini indegni di appartenere a quel popolo, si sono trasformati da vittime ad oppressori e portatori di atroci sofferenze. Dalle pagine del libro “Il viaggio di Vittorio” di Egidia Beretta Arrigoni, possiamo infatti evincerlo dai racconti di un eroe, Vittorio, che ha sacrificato la sua giovane esistenza per tutelare la vita ed i diritti del popolo palestinese con la scelta di praticare l’interposizione non violenta: “… Mettersi tra due belligeranti, sia che si tratti di due persone; di un carro armato e di alcuni bambini; di manifestanti e di poliziotti pronti a spararti … Tra i tanti crimini che i soldati israeliani commettono contro la popolazione palestinese, ce n’è uno poco conosciuto, entrare di notte in Palestina, occupare un edificio alto per appostare i propri cecchini e sparare alla gente fino a quando è buio. La famiglia che abita nella casa occupata viene rinchiusa in una stanza e nessuno può uscire, neanche per andare in bagno, fintantoché durano le “operazioni militari”, durante le quali viene saccheggiato di tutto …”. Dai racconti di Vittorio Arrigoni, un volontario ed un Osservatore Internazionale dell’ONU e da alcune testimonianze da lui ricevute dalle vittime delle molteplici e sconvolgenti violenze, alle quali era ed è ancora oggi sottoposto quotidianamente, il popolo palestinese da parte dei soldati israeliani, ne scaturisce una sua riflessione: “… Siamo a Seida, a due passi da Tulkarem, immerso in una splendida campagna fitta di uliveti e viti, capace di sfornare diversi martiri consacrati alla jibad islamica…”. Inizia a raccontarci la storia di un vecchio palestinese di questo paese, dove girano di notte sulle colline i mezzi militari: “… O ci consegni tuo figlio entro 48 ore o torniamo e ti demoliamo la casa”, questa è la tipica versione israeliana di attacco preventivo: “… Mi hanno ammazzato il figlio davanti agli occhi, ora vogliono l’altro, che dovrei fare io? Che male abbiamo fatto tutti noi? Vogliamo soltanto vivere in pace, perché non ci lasciano in pace? E’ da queste testimonianze ricevute che scaturisce la considerazione di Vittorio Arrigoni:”…Per lo più questi martiri guerrieri sono ragazzini di 20 anni con la faccia troppo dura per essere vera, ritratti nelle foto ai lati delle strade coi Kalashinikov in braccio. Già diversi di questi giovani partigiani sono stati uccisi a sangue freddo durante le retate dei soldati israeliani … Non è per religione, né per ideale politico che questi ragazzi di campagna si sono convertiti in guerriglieri. Non si sognavano neppure di invadere Israele per compiere attentati. Ma la disperazione di chi si trascina dietro una serie infinita di lutti e disperazioni crea soldati pronti al martirio. E’ un’occupazione estenuante e terribile come quella israeliana, ha reso temibili combattenti dei semplici contadini ineruditi … Certo è che se fossi nato quaggiù e avessi visto morire la mia gente e martoriata la mia terra, durante tutta la mia breve esistenza, forse non avrei esitato un istante neanch’io a imbracciare il kalashinikov e a giurare battaglia in difesa della mia gente. E da un Dio qualsiasi avrei fatto benedire la mia anima…”. Questa triste, amara, angosciosa e preoccupante considerazione, è la cartina al tornasole, che ci offre la consapevolezza e la certezza che la violenza alimenta soltanto violenza, mentre il perdono, l’amore ed il confronto improntato al rispetto del nostro prossimo, realizza quella condizione indispensabile per la sopravvivenza e la pacifica esistenza dell’intera umanità. L’Associazione Amici di Totò… a prescindere! – Onlus in occasione del 51° anniversario della morte di Totò, in considerazione altresì della spiritualità di Antonio de Curtis, Totò e del grande rispetto che ha sempre manifestato nella quotidianità per ogni forma di diversità dell’uomo, per la razza, per il colore della pelle, per il ceto sociale e naturalmente contro ogni forma di omofobia, etc…; ha commissionato all’Artista Renato Cocozza, discepolo prediletto del Maestro Alfonso Grassi, che nel corso della sua vita ha lavorato a Roma nello studio di Piazza Navona del Maestro Giorgio De Chirico, un’opera Sacra, per donarla e farla collocare in una Chiesa di Napoli o di Roma o di Salerno. In queste città, si è intersecata la vita di Totò, l’Artista dalla Straordinaria Umanità, o quella dei suoi antenati. L’opera pittorica “Premonizione”, che appresenta la Madonna con Gesù Bambino, nonché la Crocefissione e la Resurrezione, delle quali ne ha consapevolezza anticipatamente, la nostra “Madre Celeste”, è un omaggio al popolo prediletto da Dio, quello ebreo, affinché da vittima dell’olocausto non si trasformi in carnefice ed oppressore di un altro popolo, nonché un messaggio contro ogni forma di razzismo, dipingendo con il colore olivastro, le immagini del colore della pelle di Gesù e della Madonna. Nel rispetto della verità storica, non si desidera continuare ad esaltare il colore bianco della pelle ed il colore azzurro degli occhi, come avviene frequentemente nel dipingere la Madonna e Gesù, come risulta evidente nella presenza delle opere sacre, che imperversano nelle Chiese, ma in tale modo si desidera enfatizzare il principio di uguaglianza ed il valore dell’uomo, che non si lasciano alterare e condizionare dal colore della pelle.

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14-15 aprile in piazza contro la violenza domestica

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 aprile 2018

Sabato 14 e domenica 15 aprile le piazze di 1600 città italiane saranno colorate dai fiori che le migliaia i volontari di SOS Il Telefono Azzurro Onlus consegneranno a chiunque aderirà a Fiori d’Azzurro, iniziativa nata con l’obiettivo di raccogliere i fondi che serviranno per sostenere il costante intervento in difesa dei bambini e degli adolescenti vittime di violenze e soprusi.
In Italia, sono tanti i giovani che subiscono violenza fisica e psicologica. Bambini e adolescenti maltrattati, privati della loro identità, schiacciati dalla paura del domani. Gli abusi sono un dramma, che spesso spinge i più deboli a compiere gesti estremi. Attraverso la sua linea di ascolto 1.96.96, Telefono Azzurro riceve in media 233 segnalazioni al mese, di queste il 58% è rappresentato da denunce di situazioni di difficoltà all’interno della famiglia, il luogo che dovrebbe rappresentare un porto sicuro, in cui sentirsi protetti e al sicuro. Dei casi gestiti (2.800 solo nel 2017), in quasi il 14% è stata riscontrata una situazione di rischio familiare, con la conflittualità tra genitori al primo posto tra le cause, con un’incidenza del 36% all’interno della categoria.Sono ancora troppe le situazioni di abuso e violenza ai danni di bambini e adolescenti all’interno delle mura domestiche, che costituiscono il 22% delle chiamate prese in carico dalla linea 1.96.96. La tipologia di violenza maggiormente denunciata è quella fisica, che rappresenta circa un terzo (32%) dei casi, mentre più di 1 su 5 (24%) riguarda contesti di abuso psicologico.
Secondo un’indagine da Telefono Azzurro con Doxa Kids su un campione di studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, è emerso un altro dato allarmante relativo al dilagarsi del fenomeno del bullismo tra gli adolescenti. I 35% degli intervistati ha ammesso di aver subito almeno un atto di bullismo, il 68% dei quali è avvenuto nel contesto scolastico. Episodi che spesso non vengono denunciati per vergogna o per paura di ritorsioni, per questo su teme che gli episodi siano ben più numerosi. Il 31% delle vittime ha, infatti, preferito “lasciar perdere”, con un 23% che non lo ha detto a nessuno, neanche al miglior amico. Solo il 23% ha chiesto l’aiuto dei genitori.
“Fiori d’Azzurro” nasce con l’obiettivo di accendere il dibattito sul tema dell’abuso, coinvolgendo l’intera cittadinanza e soprattutto chi rappresenta per i ragazzi un punto di riferimento: insegnanti, educatori, genitori, rappresentanti del mondo sportivo, pediatrico e delle istituzioni. Una vera e propria call to action che mira a promuovere un’azione sinergica, per limitare la propagazione di comportamenti devianti, diffondendo best practices e creando awareness rispetto agli strumenti messi a disposizione da Telefono Azzurro.

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Fermare escalation violenza negli ospedali

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 aprile 2018

“Gli ospedali e addirittura le sale operatorie sono diventate delle trincee, medici, chirurghi e personale ospedaliero dei bersagli da colpire. Nella sola giornata di ieri ci sono state altre due violente aggressioni a Napoli e Palermo, una addirittura appena fuori la sala operatoria. Esprimo a nome di tutta la categoria la massima solidarieta’, in particolare alla collega donna afferrata alla gola. Le aggressioni ai danni dei chirurghi aumentano di anno in anno per numero e per pericolosita’. Cos’altro deve accadere perche’ si prendano provvedimenti per garantire la sicurezza dei chirurghi negli ospedali? I chirurghi hanno l’obbligo di dare informazioni relative all’intervento ai pazienti ed ai loro familiari, anche quando queste sono drammatiche per chi le da’ e soprattutto per chi le riceve, ma non si puo’ certamente tollerare che cio’ si trasformi un un ulteriore rischio professionale. Tra il problema del contenzioso medico-legale e l’aumento della violenza fisica, rischiamo, in tempi brevi,di non avere piu’ chirurghi italiani”. Lo afferma Pierluigi Marini, presidente dell’Acoi, Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani.

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Oscenità e violenza nei costumi della nostra contemporaneità

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 marzo 2018

Osceno – per quanto ci riguarda – è un concetto intimo, e la sua socializzazione è sempre sinonimo di violenza di qualcuno su qualcun altro, questo qualcuno che vuole imporre all’altro il proprio concetto e la propria pratica di oscenità. Talvolta leggendo una sentenza di un giudice, oltre che mantenerci la pancia dalle risate che ci provoca, subito dopo ci rattristiamo: è il Paese in cui siamo nati ed in cui continuiamo a vivere. Si, lo so, siamo testardi a non cambiare Paese, ma c’è sempre un qualche motivo o una qualche bellezza che ci allontana da questi propositi. Mi chiedo, a volte, se i nostri buoni intendimenti non vanno a scontrarsi con le leggi della globalizzazione che oltre a farci vedere tante cose da chi vive all’altro capo del mondo cerca d’importi, per imitazione, la sua cultura e le sue abitudini nel bene e nel male anche se quest’ultimo prevale sul primo. Abbiamo scoperto l’America? No, era stata già scoperta. Ne scriviamo solo perchè, da irriverenti quali siamo verso questa sorta di “pudore di Stato”, auspichiamo che, a furia di parlarne, qualcuno ci rifletta sopra, si incavoli in ogni ambito e ne faccia tesoro per chi dipende dalle sue decisioni e per i propri figli. E’ che tutto è diventato un prodotto d’importazione e d’esportazione. Alla fine non ci accontentiamo più d’essere dei malvagi ma vogliamo esserlo di più per sfidare le stesse leggi della natura e della convivenza civile.
Un tempo il ladro colto in flagrante si limitava a fuggire oggi si rivolta contro la vittima e non esita a seviziarla e ad ucciderla. Abbiamo, in pratica, perso il senso della misura. Non riusciamo più a dare una ragione al nostro essere e divenire e persino quando si deve essere raccolti nella preghiera guardiamo di sottecchi il nostro vicino e siamo distratti da pensieri poco “onorevoli” per una ragazza che ti siede accanto e ti sfiora il braccio e ti accorgi che è carina e che ha il seno che si rivela sotto le pieghe del vestito.
La circostanza ci fa riflettere non tanto per le distrazioni che ci permettiamo in un posto che noi stessi, per altro, abbiamo considerato sacro, ma per la nostra inettitudine nel valutare gli eventi e capacità di saperli controllare e considerarli nella giusta misura. Abbiamo notato, ad esempio, nel pieno di una celebrazione religiosa, cosa accade se nell’affollato asembramento c’è un bambino che piange? Quasi tutti cercano con lo sguardo di localizzare la fonte come se rivolgendo lo sguardo sull’autore e sulla persona alla quale è stato affidato il bimbo si possa tacitare quel pianto o per lo meno accettarlo e giustificarlo o anche esprimere un giudizio critico per chi dovrebbe fare in modo di acquetarne gli effetti sonori. A volte per una manciata di secondi se non di minuti noi ci distraiamo del tutto dall’ambiente dove ci troviamo per far divagare i nostri pensieri, per allontanarci mentalmente dal luogo sacro e dalla funzione che stiamo seguendo che è partecipazione spirituale e materiale alla sacralità del rito. Lo stesso accade per chi tiene accesa la televisione a basso volume mentre si sfaccenda in casa e si finisce con il recepire le notizie che la mente riesce a catturare casualmente confondendone il messaggio tra il trasmesso e la nostra capacità di deformarne il contenuto in virtù del fatto che ne cogliamo solo una parte e cerchiamo di colmare il resto con ciò che supponiamo possa aver detto il personaggio che ci sussurra qualcosa dal monitor del televisore. Questa nostra palese incapacità di ascoltare con attenzione ciò che gli altri dicono non ci consente di seguire il filo logico delle argomentazioni espresse dal nostro occasionale interlocutore e trarne motivo di riflessione rifuggendo dai giudizi avventati o da ricostruzioni di comodo del suo pensiero.
In questo modo i messaggi che gli altri c’inviano finiscono con il peccare di autenticità, non ci permettono di trarne un obiettivo spunto di riflessione, non ci stimolano a valutazioni di merito e a cogliere, nella migliore delle ipotesi, le insidie di un messaggio che sublima l’inganno e la disinformazione. Abbiamo, in pratica, allentato il nostro livello di attenzione, la nostra capacità di discernimento. (Riccardo Alfonso)

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Repubblica Centrafricana: 75.000 profughi in meno di un mese

Posted by fidest press agency su sabato, 20 gennaio 2018

repubblica-centrafricanaDopo la nuova ondata di violenza che nella Repubblica centrafricana ha causato solo nelle ultime tre settimane più di 75.000 profughi, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si appella alla comunità internazionale affinché intensifichi l’invio di aiuti umanitari nel paese scosso dal 2012 da una guerra civile dimenticata dal mondo. Circa la metà della popolazione centrafricana dipende per la propria sopravvivenza dagli aiuti umanitari ma nel 2017 gli aiuti internazionali hanno coperto solo il 36,5% degli aiuti veramente necessari. Da quando sono ripresi i combattimenti tra le diverse milizie del paese, la situazione sta drammaticamente peggiorando in tutto il paese anche se la situazione peggiore si registra nel nordest della Repubblica Centrafricana. Dopo i combattimenti scoppiati il 29 dicembre 2017 nei dintorni della città di Paoua circa 60.000 persone sono state costrette a fuggire di casa e a cercare rifugio nella città di Paoua che fino a quel momento aveva solo 40.000 abitanti. Nel vicino Ciad sono stati registrati 15.000 nuovi profughi provenienti dalla Repubblica Centrafricana. Solamente nel 2017 circa 180.000 persone sono fuggite dalla violenza portando così il numero complessivo dei profughi centrafricani a 1,1 milioni su una popolazione totale di 5 milioni. I combattimenti sono in aumento anche nelle altre regioni del paese. A causa degli scontri armati, lo scorso 17 gennaio sono morte sette persone in un quartiere della capitale Bangui, abitato prevalentemente da musulmani. I combattimenti sono stati scatenati da un attacco terroristico nonché da una lite tra miliziani armati e commercianti ai quali i miliziani hanno tentato di estorcere il pagamento di un pizzo.Da diversi anni le organizzazioni per i diritti umani chiedono il disarmo completo di tutte le milizie, cosa che il governo del paese finora non è riuscito ad ottenere. L’annuale Conferenza episcopale cattolica, tenutasi lo scorso 14 gennaio 2018, ha a sua volta condannato la violenza delle milizie e ha chiesto a tutte le parti in causa di aderire ad un armistizio incondizionato. Attualmente circa il 70% del territorio centrafricano è controllato da diverse milizie armate che si contendono il controllo delle materie prime.

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La violenza non ha genere

Posted by fidest press agency su domenica, 26 novembre 2017

la violenza non ha genere“Aderendo alle celebrazioni della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, vogliamo ribadire il nostro disprezzo verso qualsiasi forma di maltrattamento, perpetrato non solo nei confronti delle donne, ma anche di qualunque altro soggetto che sia Vittima di abusi di potere, soprusi e forme di controllo o coercizione tali da condizionarne la normale vita di relazione e le libertà psico-fisiche, sessuali, economiche e religiose.
Non facciamo alcuna distinzione tra le Vittime, per noi la violenza non ha genere, proprio come recita lo slogan che abbiamo scelto per la campagna nazionale che è „Prima le Persone“.Anche le donne uccidono, e sempre perchè la storia d’amore è finita, per vendetta o per un sentimento non più ricambiato; le statistiche su questo fronte sono approssimative, poco aggiornate, e il fenomeno emerge solo grazie all’iniziativa di pochi giornalisti d‘inchiesta e a fatti di cronaca atroci che fanno rimbalzare una specifica notizia sui giornali.Il concetto della cosiddetta “violenza di genere” è diventato un sinonimo che va sempre ad identificare una prevaricazione esclusivamente maschile, come se l’uomo fosse destinato a ricoprire solo il ruolo di carnefice e la donna quello di Vittima.Esiste, invece, anche una violenza della donna sull’uomo che si manifesta con caratteristiche, motivazioni e azioni considerate tipicamente proprie del “femminicidio”, ma fa meno clamore, innanzitutto perchè non viene denunciata, in secondo luogo perchè il più delle volte gli stessi uomini faticano a riconoscersi nel ruolo di Vittima.Si debbono perciò investire tempo e risorse per incoraggiarli a far emergere il fenomeno, almeno tanto quante energie si sono spese per la donna, senza pregiudizi e senza eccezioni.Per questo, sebbene i dati siano sicuramente più sfavorevoli per le Vittime di genere femminile, è sbagliato parlare di “femmicidio”.
Riteniamo, dunque, che il 25 novembre sia una ricorrenza dove mettere al centro il valore dell’identità di ogni persona, la relazione tra uomini e donne, il rispetto della dignità umana.Abbiamo pertanto voluto estendere il concetto da “donna” a “persona”, perchè i cittadini e la politica devono prestare attenzione a tutte le possibili Vittime di tutte le forme di violenza, uomini compresi, certi che la risposta deve trovarsi in un concetto armonico di società, di coppia e di famiglia – vero fulcro della comunità umana – che dalla nostra locandina emerge come punto di forza (in blu) contro legami pericolosi (nastro nero) ai quali bisogna dare un taglio“ (forbice).“ Queste le dichiarazioni di Cinzia Pellegrino – Coordinatore nazionale del Dipartimento tutela Vittime di FdI AN – nell’avviare la campagna nazionale che aderisce alle manifestazioni del 25 novembre.

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UNICEF: nuovo rapporto sulla violenza contro i bambini

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 novembre 2017

unicefSecondo un nuovo rapporto dell’UNICEF lanciato oggi, un impressionante numero di bambini – alcuni anche di appena 12 mesi – hanno vissuto esperienze di violenza, spesso causate da chi dovrebbe prendersene cura. Lo studio A Familiar Face: Violence in the lives of children and adolescents (“Un volto familiare: la violenza nelle vite di bambini e adolescenti”) usa gli ultimi dati per rivelare le violenze che i bambini subiscono in ogni momento della loro infanzia e in tutti i contesti:
Tre quarti dei bambini del mondo tra i 2 e i 4 anni – circa 300 milioni – subiscono a casa aggressioni psicologiche e/o fisiche da coloro che se ne dovrebbero prendere cura.
Circa 6 bambini su 10 di un anno di età, in 30 paesi in cui sono disponibili dati, sono regolarmente vittime di un’educazione violenta: circa un quarto dei bambini di un anno viene strattonato per punizione e circa 1 su 10 viene schiaffeggiato o colpito al viso, alla testa o alle orecchie.
Nel mondo, 1 bambino su 4 sotto i 5 anni – 176 milioni – vive con una madre vittima di un partner violento.
Nel mondo, circa 15 milioni di ragazze adolescenti tra i 15 e i 19 anni sono state costrette a rapporti sessuali o altri tipi di violenza sessuale durante la loro vita;Solo l’1% delle ragazze adolescenti che hanno subito violenza sessuale ha dichiarato di aver chiesto l’aiuto di uno specialista;
Nei 28 paesi i cui dati sono disponibili, in media, il 90% delle ragazze adolescenti che hanno subito violenza sessuale, ha dichiarato che il perpetratore del primo atto era una persona che già conosceva. I dati di 6 paesi rilevano che amici, compagni di classe e partner sono tra coloro maggiormente indicati come i perpetratori di violenza sessuale contro i ragazzi adolescenti.
A livello globale, ogni 7 minuti un adolescente viene ucciso a causa di un atto di violenza;
Negli Stati Uniti, i ragazzi neri non ispanici tra i 10 e i 19 anni hanno una probabilità circa 19 volte maggiore di essere uccisi rispetto a un ragazzo bianco e non ispanico della stessa età. Se il tasso di omicidi tra i ragazzi adolescenti neri non ispanici fosse applicato all’intera popolazione del paese, gli Stati Uniti risulterebbero fra i 10 paesi più pericolosi al mondo;
Nel 2015, un ragazzo adolescente nero non ispanico aveva la stessa probabilità di essere ucciso per omicidio negli Stati Uniti rispetto al rischio che correva un ragazzo adolescente che viveva in Sud Sudan di morire a causa della violenza collettiva che dilaniava il paese;
L’America Latina e i Caraibi sono l’unica regione in cui il tasso di omicidi tra gli adolescenti è aumentato; nel 2015, circa la metà di tutti gli omicidi tra gli adolescenti a livello globale è avvenuta in questa regione.
La metà di tutti i bambini in età scolare – 732 milioni – vive in paesi in cui le punizioni fisiche a scuola non sono totalmente proibite;Tre quarti delle sparatorie documentate avvenute negli ultimi 25 anni nelle scuole si sono verificate negli Stati Uniti.
Per quanto riguarda gli adolescenti (età 11 – 15 anni) che hanno riferito di aver compiuto atti di bullismo a scuola almeno una volta, l’Italia si colloca tra i 10 paesi con la percentuale più bassa. Anche per quanto riguarda la percentuale di adolescenti (età 13 – 15 anni) che riferiscono di aver subito episodi di bullismo il nostro Paese si colloca nei posti più bassi della classifica. “Al di là delle classifiche il bullismo rappresenta comunque una realtà per molti adolescenti che vivono in Italia, per questo è importante non abbassare la guardia. In tal senso è positivo che vengano poste in atto misure di contrasto al fenomeno quali la recente presentazione da parte del MIUR del Piano nazionale per l’educazione al rispetto e le relative Linee guida e delle Linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo” ha dichiarato il Presidente dell’UNICEF Italia Giacomo Guerrera.
L’UNICEF nel suo lavoro è impegnato a porre fine alle violenze, supportando gli sforzi governativi per migliorare i servizi per i bambini colpiti da violenze, sviluppando politiche e leggi che proteggano i bambini e aiutando le comunità, i genitori e i bambini a prevenire la violenza con programmi pratici, come corsi per i genitori e azioni contro la violenza domestica.

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Mistica della violenza

Posted by fidest press agency su domenica, 8 ottobre 2017

violenza_stadi_2Ragionare sulla violenza esercitata dagli esseri umani verso i propri simili ma anche nei confronti degli animali e in dispregio della natura, non è facile. Non lo è maggiormente se una madre si accanisce e uccide il proprio figlio o quello delle altre madri o se, peggio ancora, procura una strage di familiari. Il cronista che è chiamato a raccontare il fatto spesso si rifugia, nel tentativo di spiegarlo ai lettori, nella follia, in un raptus improvviso e incontrollato, in qualcosa impossibile da spiegare per vie razionali. Sull’argomento molto è stato scritto e la vena, purtroppo, continua a essere molto prolifica. E’ di qualche anno fa il libro scritto dall’avvocato e penalista Gianluca Arrigi: “Vincoli di sangue” (Baldini Castoldi Dalai Editore) dove l’autore si rifà a un caso di omicidio familiare nel quale una donna, Rosalia Quartararo, uccise la figlia diciottenne e ne occultò il cadavere in una roggia della Bassa lodigiana. Il fatto accadde nel 1993. “Per gli inquirenti il movente fu passionale: la donna si sarebbe innamorata del fidanzato della giovane e, in preda a un furioso attacco di gelosia, avrebbe eliminato la «rivale» con ferocia inaudita.” “Rosalia fu condannata all’ergastolo e inserita nei trattati di criminologia tra le assassine più spietate.” “Gianluca Arrighi ne ha ricostruito la complessa vicenda processuale cercando di rispondere a una domanda cruciale: cosa scatta nella mente di una madre che uccide la figlia?” “Con una prosa secca e incisiva Arrighi accompagna il lettore nella difficile esistenza di Rosalia, tra Palermo e Milano, costellata di drammi e violenze, fornendoci uno spaccato della vita carceraria femminile, segnata dai soprusi e dall’indelebile marchio d’infamia che bolla le detenute figlicide”. Una duplice violenza, quindi. La prima per chi commette il crimine e, la seconda, da parte di chi si sente in diritto di esercitarla nei confronti della rea. Un dramma e un pretesto sono i due elementi chiave di questa vicenda. L’avvocato, inoltre, ci sembra voglia focalizzare il delitto come il frutto di una mente improvvisamente ottenebrata dalla gelosia e che il poi si è trasformato in pentimento e in strazianti sensi di colpa. A tutto questo si aggiunge un ambiente, alquanto degradato, e che ha fatto da cornice al delitto. Dovremmo allora chiederci se mai si fosse verificato se la donna nella fattispecie fosse vissuta in una condizione sociale diversa e con un livello culturale medio-alto. Sappiamo, in proposito rispolverando i testi di criminologia, che nulla sarebbe cambiato se non, con molta probabilità, nel modus operandi dell’atto criminale. Diciamo, quindi, che si debba prescindere dallo scenario esterno per concentrarsi di più in quello “invisibile” che governa la mente e ancor più i suoi complessi pensieri e il modo come si formano e diventano incontrollabili. (Riccardo Alfonso)

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Il rigetto per un’idea di capitalismo pigliatutto

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 settembre 2017

capitaliIl capitalismo di stampo statunitense sta mostrando tutti i suoi limiti entro e fuori i suoi confini. Questa sua continua interferenza negli affari interni degli altri stati e nella pretesa di volerli tenere sotto tutela in nome di una libertà viziata da interessi legati alle lobby affaristiche, condizionata dal cinismo e dall’avidità, sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. E’ un potere che trasforma in carta straccia gli accordi internazionali, il rispetto della dignità umana, la volontà di quanti vorrebbero una società dal volto umano.
Gli Stati Uniti tendono a proiettare l’immagine di una società dove la politica è suddita dei poteri forti e se tende a condizionarli è spazzata via senza tanti complimenti. E’ un paese che è incline a ripiegarsi su se stesso, con le sue contraddizioni, con le sue lotte intestine, con i frutti della violenza data da una cultura dell’avere sull’essere che comporta l’imbarbarimento della società e la caduta dei suoi valori fondanti.
E’ una classe politica che ha trovato la sua Caporetto nell’avidità dei suoi membri. Un tutto condizionato dal dio denaro.
Per il dio denaro ogni sacrificio è degno di rispetto e la lotta diventa spietata perché se si è ricchi non basta, bisogna averne di più e se si è poveri si diventa automaticamente dei perdenti.
Questo modello di società se ci appaga nel presente non sembra trovare spazio nel futuro. Le tensioni sociali che provocano, l’allargarsi della schiera di chi ne esce sconfitto, la depressione che ingenera per una vita vissuta nel vuoto e la caducità degli ideali che s’infrangono lungo la scogliera degli interessi partigiani, delle congreghe malavitose, dei comitati d’affari che favoriscono gli arrampicatori sociali, cinici e spietati, hanno raggiunto il loro punto di rottura ed ora siamo arrivati alla resa dei conti. Alla consapevolezza che non è più premiante la logica dell’avere che costantemente e inesorabilmente umilia quella dell’essere. Ed è anche una questione culturale se si pensa che chi studia, lavora, ricerca è spesso estraneo al mondo dell’avere e ciò facendo diventa un soggetto fuori al circuito degli interessi economici e finanziari di una società sempre più proiettata alla spinta di una prosperità fine a se stessa. Se questi parametri non s’invertono la prospettiva di un imbarbarimento del sistema diventa concreta e con essa la violenza e l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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Fermare i conflitti in corso, il terrorismo che uccide gli innocenti e ogni forma di violenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 settembre 2017

Osnabrueck PanoramaOsnabrück. Perché a soffrirne sono tutti, ma in modo particolare i poveri e i più deboli della terra. Da Osnabrück, nel cuore di una Germania che seppe riconciliare, 400 anni fa, cattolici e protestanti in guerra, è salito questa sera un forte appello di pace. A presentarlo al mondo, davanti ad un popolo proveniente da tutta Europa, sono stati i leader delle religioni mondiali. Hanno sottoscritto frasi importanti, che dissociano dalla violenza in nome di Dio cristiani, musulmani ed ebrei oltre alle diverse fedi orientali presenti all’incontro internazionale “Strade di Pace”.
Ci sono cattolici insieme a protestanti, imam e rabbini, rappresentanti dell’induismo e del buddismo. Per tre giorni, nella vicina Münster, hanno parlato di come le religioni, strumentalizzate, possono infiammare il mondo. E come, al contrario, possono salvarlo restituendo quell’anima che rischia di perdersi per una globalizzazione “che ha puntato troppo sull’economia e sul mercato” e non sull’uomo.
Sono venuti in tanti qui in Germania da tutta Europa per seguire l’incontro che ogni anno la Comunità di Sant’Egidio promuove nello “spirito di Assisi”, un movimento di dialogo che è nato dopo la grande Giornata mondiale per la Pace voluta da Giovanni Paolo II nel 1986 ed ora cresciuto con la partecipazione di tanti leader religiosi e gente comune in diverse parti del mondo: una rete di credenti in dialogo che ha già dato frutti di pace. Come, 25 anni fa, l’accordo che portò alla fine di un conflitto che aveva fatto un milione di morti, quello in Mozambico. E come è successo, da allora in poi, in altre parti del mondo.
Il giorno dell’inaugurazione la Cancelliera Merkel ha parlato di come l’Europa sia una risorsa per la pace, il grande Imam di Al-Azhar, Al-Tayyeb, ha definito il terrorismo “un trovatello di cui non si conoscono i genitori”. Insieme al presidente del Niger, Mahamadou Issoufou e al presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani hanno aperto un convegno che ha visto anche la partecipazione di ambientalisti come Jeffrey Sachs, il cardinale Philippe Ouedraogo, arcivescovo di Ouagadougou, la città africana vittima un mese fa di un secondo grave attentato terroristico, e di tanti altri testimoni di terre che soffrono, come padre Solalinde, che ha parlato del Messico stretto fra il narcotraffico e il dramma dei migranti respinti. C’era anche il cardinale di Bangui, Dieudonné Nzaplainga, attore di pace nella martoriata Repubblica Centrafrica.
Nella cerimonia finale il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi ha invitato tutti a “non rassegnarsi” di fronte alla violenza e a “non accettare l’indifferenza” nei confronti del “dolore degli altri”. Occorre essere “artigiani di pace”. L’arcivescovo armeno cattolico di Aleppo, Boutros Marayati, ha portato nella piazza di Osnabruck piena di folla “il grido di donne, uomini e bambini” della sua città che attendono di ricominciare finalmente “una nuova vita nel perdono e della riconciliazione”. Hanno tutti sottoscritto un forte appello per aprire con urgenza nuove “strade di pace” e lo hanno consegnato ad un gruppo di bambini originari dei diversi continenti che, in una commovente processione, li hanno a loro volta affidati ai rappresentanti della politica e delle istituzioni presenti: “Il mondo ha bisogno di pace come del pane”, si legge nell’appello, “la globalizzazione è riuscita a riunire l’economia ma non i cuori”, per le religioni è venuto il momento di essere “più audaci”, di guardare al di là dei propri orizzonti e di invitare chi fa la guerra a fermarsi, di avere pietà di chi soffre.
I “pellegrini di pace” delle diverse religioni hanno promesso di allargare la loro rete per prevenire i conflitti e coinvolgere tanti in questo impegno di dialogo e di incontro. Ed già in calendario il nuovo appuntamento: a Bologna, il prossimo anno, invitati dall’arcivescovo Matteo Zuppi, per la prossima edizione della Preghiera per la Pace secondo lo “spirito di Assisi”.

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La mistica della violenza

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

La mistica dell'evoluzioneLa parola ‘mistica’, ha una chiara origine greca nella radice del verbo myein. Indica tutto ciò che è incomprensibile, enigmatico, immediato. Il termine, nella fattispecie, lo adotto e lo associo a quello della “aggressività” che compone una parte dell’essere umano, ovvero di colui che spalma il dono dell’essere con il veleno dell’aggressività. Non è in tutti, per fortuna, ma è in molti, purtroppo.
Ed è un atteggiamento che non trova riscontro con la logica. Si è violenti per immotivate ragioni, per il gusto di procurare il male come se fossimo nella costante di un atteggiamento che va oltre la comprensione. E’ una forza selvaggia, spronata da istinti primordiali, da ottusa volontà. Sull’argomento molto si è discettato. Sono stati messi in campo svariate argomentazioni e scomodato illustri studiosi per dare una spiegazione logica ad un comportamento che se si poteva, in qualche modo, motivare alle origini della vita con i suoi imperativi esistenziali legati alla natura selvaggia dell’ambiente nel quale l’essere primordiale doveva fare i conti, oggi non sembra trovare alibi altrettanto permeanti. Eppure esiste una continuità storica che percorre il filo logico della violenza in tutte le epoche sino ai giorni nostri e certamente intaccherà anche le future generazioni.
la mistica della fedeEcco perché è stata scomodata la “mistica” poiché tocca le corde sensibili di un qualcosa che pare giungere da lontano ma al tempo stesso, nonostante la lunga osservazione, ci sfugge perché non riusciamo a catalogarla secondo schemi logici e nonostante la nostra crescita intellettuale ed esistenziale. In altri termini vi sono uomini e donne che hanno fatto della violenza la loro “mistica”. Ricordo in proposito il recente libro di Stefania Bonura con i tipi di Newton Compton Editori “Le 101 donne più malvagie della storia” e un altro saggio dove si discettava sulla crudeltà che portò al genocidio di interi popoli, dagli indiani d’America, agli indios e che ancora oggi in Africa e altrove, con forme a volte ammantate da motivazioni religiose e in difesa degli autoctoni. Ora con un mio saggio ho inteso ripercorrere questi momenti che umiliano la nostra intelligenza, che ci rendono schiavi di una condizioni che non fa onore alla nostra cultura, alle stesse ragioni che ci rendono credenti in valori trascendentali, e vi cerco una spiegazione. Di certo non sarà per i critici severi una spiegazione supportata dal rigore scientifico tout court, ma, a mio avviso, resta l’unica più plausibile o se vogliamo un buon punto di partenza per una ricerca più approfondita e tecnicamente validata. Sarà mia cura sintetizzare questo lavoro nei miei prossimi articoli ed avere, almeno lo spero, da parte di chi avrà la bontà di leggermi, dei preziosi pareri e possibili contributi e anche giudizi critici e aperti dissensi. (Riccardo Alfonso)

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La violenza come cultura dell’attenzione

Posted by fidest press agency su martedì, 1 agosto 2017

lavoratoriDa cronisti ci capita spesso di raccogliere il messaggio che proviene da chi scende in piazza per esporre quelle che ritiene giuste rivendicazioni e meritevoli di un’attenzione mediatica. Non manchiamo, ovviamente, di riportare le loro motivazioni ma il rilancio che facciamo acquista un risalto o meno non su ciò che è stato detto e sostenuto con fermezza e determinazione ma dai “clamori” che sono derivati con schiamazzi, aggressioni e danni ai negozi che si trovano lungo il tragitto dei manifestanti.
C’è persino da chiedersi se tutto si fosse svolto in maniera pacifica quale spazio avrebbe potuto ambire, nei notiziari televisivi e nelle pagine della carta stampata, la giusta causa. Questa consapevolezza è senza dubbio chiara agli organizzatori tant’è che cercano, per seguire una strada virtuosa, di ben rappresentare il preannuncio del comizio con vari comunicati stampa. Ma anche su questo verso piovono i distinguo. L’accesso all’informazione dipende molto dalla sigla politica o sindacale o dei vari movimenti d’opinione che promuovono l’iniziativa e dalla possibile ricaduta sull’opinione pubblica. Poi vi è il discorso dei numeri. L’ascolto si dilata se a manifestare sono in tanti e qui parte la propaganda dei numeri che trasforma diecimila presenze in centomila e via di questo passo. Ne consegue il luogo comune che più si è aggressivi e maggiore è l’attenzione e se alla fine si contano numerosi feriti e contusi vuol dire che solo in questo modo la copertura mediatica premia. Quest’andazzo non è condivisibile perché oltre tutto diseduca e mette in secondo piano il motivo stesso della contrarietà di quella parte dei cittadini che ancora credono alla forza delle parole, alla logica del pensiero e a farci riflettere seriamente. Si rende anche un pessimo servizio agli argomenti che s’intendono evidenziare con atti irresponsabili che non favoriscono la conoscenza al grosso pubblico e la loro eventuale condivisione finisce con lo spaventarlo e non certo a renderlo edotto di una ragione che potrebbe avere molti più sostenitori.
Che fare allora? E’ scegliere, a nostro avviso, il ritorno alla lettura, al migliore ascolto televisivo e in streaming live cercando al tempo stesso di coinvolgere più persone tra il pubblico e non tra i soliti tromboni ammazza sentenze. E’ senza dubbio un fatto culturale e d’intelligenza critica che ci permette di setacciare il fatto dal commento, la circostanza tra un interesse personale e una obiettiva valutazione. Dobbiamo in pratica ritornare a ragionare sempre con la testa nostra e non con quella degli altri per imitarli ma non senza aver prima valutato la bontà dei loro intendimenti. (Riccardo Alfonso direttore centri studi della Fidest)

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L’escalation di violenza nella Repubblica Centrafricana costringe alla fuga 88mila persone

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 maggio 2017

congoL’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) segnala l’urgente necessità di maggiori fondi per aiutare più di 88mila persone che sono state costrette a fuggire dall’escalation di violenza nella Repubblica Centrafricana.Da quando nel mese di maggio sono ripresi i combattimenti tra i ribelli, più di 68mila persone sono fuggite dalle proprie abitazioni all’interno della Repubblica Centrafricana, mentre in quasi 20mila hanno cercato rifugio nella Repubblica Democratica del Congo.Per aiutare le persone recentemente sfollate, l’UNHCR chiede un sostegno urgente in risposta al suo appello per un finanziamento pari a 209,2 milioni di dollari statunitensi per la situazione della Repubblica Centrafricana, che è finanziata solo per il 6 per cento.Una significativa attività da parte dei ribelli nelle città lungo il confine con la Repubblica Democratica del Congo e le voci di possibili attacchi spingono le persone a fuggire nelle prefetture di Haute Kotto e Mbomou all’interno della Repubblica Centrafricana.Nelle ultime settimane, gli attacchi di gruppi armati hanno provocato numerosi casi di spostamenti forzati all’interno delle tre prefetture di Bria, Bangassou e Basse-Kotto. Solo a Bria, più di 41mila persone sono state sfollate. Inoltre, sono stati uccisi centinaia di civili. Gli sfollati dormono per lo più all’addiaccio o in alloggi improvvisati.In molte di queste aree l’accesso da parte degli operatori umanitari continua a essere gravemente limitato a causa delle condizioni di sicurezza. L’UNHCR è stato comunque in grado di fornire, attraverso una risposta congiunta da parte di più agenzie, aiuti umanitari per i nuovi sfollati a Bria. L’Agenzia intende distribuire ulteriori aiuti, tra cui tende per le famiglie, materassi e coperte per le famiglie più vulnerabili.Con le scorte disponibili a Bria, l’UNHCR invierà ulteriori beni di prima necessità da Bangui, poiché il nostro team sta valutando l’entità di questi spostamenti di persone a Bria e ne individua i bisogni.Il recente aumento della violenza sta anche spingendo le persone ad attraversare il confine nelle province di Bas Uele e Ubangi della Repubblica Democratica del Congo. Nelle ultime due settimane si stima che circa 20.575 cittadini centrafricani siano fuggiti. I team dell’UNHCR hanno incontrato alcuni dei nuovi arrivati, mentre altri sono stati segnalati alle autorità locali.I cittadini centrafricani continuano ad arrivare nella Repubblica Democratica del Congo, riferendo dei loro timori di nuovi episodi di violenza. La maggior parte dei nuovi arrivati si sono insediati vicini ai fiumi – Mbomou e Ubangi – che tracciano il confine tra i due Paesi, nella speranza di poter attraversare rapidamente il confine e far ritorno alle loro case una volta stabilizzatasi la situazione.L’UNHCR esprime forte preoccupazione per la situazione dei richiedenti asilo nella zona vicino alla piccola città di Ndu, proprio di fronte al fiume Mbomou. Le persone sono arrivate lì senza portare quasi nulla con sé e alcuni di essi sono feriti e necessitano di cure. Tuttavia, l’area è così remota che l’UNHCR non ha potuto portare assistenza via terra e sta valutando possibilità alternative per raggiungere Ndu.Altre aree, in particolare nella provincia del Nord Ubangi della Repubblica Democratica del Congo, sono più facili da raggiungere. I nuovi arrivati ​​si stabiliscono lungo le rive del fiume e nella maggior parte dei casi hanno trovato rifugio presso famiglie locali. L’UNHCR sta collaborando con i partner umanitari per fornire ulteriori aiuti.Ci sono 503.600 sfollati interni nella Repubblica Centrafricana. Prima dell’ultimo afflusso, nella Repubblica Democratica del Congo sono stati registrati 102.600 rifugiati della Repubblica Centrafricana.

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2500 giovani in marcia contro la violenza

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 maggio 2017

udineUdine. Venerdì 26 maggio, a pochi giorni dalla barbara, insensata strage di ragazzi e ragazze di Manchester, 2500 studenti e insegnantidel Friuli Venezia Giulia si incontreranno a Udine per dare vita ad una originale “marcia contro la violenza e l’indifferenza” e partecipare al Meeting regionale delle scuole per la pace. La Marcia, che attraverserà le vie del centro di Udine, partirà alle ore 10.30 da Piazza Duomo e si concluderà con un’Assemblea pubblica in piazza della Libertà. Nel pomeriggio, a partire dalle 14.00, in diversi luoghi della città si svolgeranno cinque laboratori che consentiranno ai ragazzi di riflettere sui grandi problemi dei nostri giorni e condividere i lavori realizzati nel corso dell’anno. Al Meeting interverranno tra gli altri Jean Fabre, esperto dell’Onu, Francesco Laera, della Commissione Europea, don Pierluigi di Piazza, Centro Balducci Zugliano (UD), Flavio Lotti, Coordinatore del Meeting di Pace, Aluisi Tosolini, Coordinatore della Rete Nazionale delle Scuole di Pace, Guido Barbera, Presidente CIPSI, Emanuele Giordana, giornalista, Erica Boschiero, cantautrice, Furio Honsell, Sindaco di Udine, Loredana Panariti, Assessore all’istruzione della Regione
Friuli Venezia Giulia, Alida Misso, Direttore Titolare USR FVG, Federico Pirone, Presidente del Coordinamento FVG Enti Locali per la pace e i diritti umani, Flavia Virgilio, Referente Cittadinanza e Legalità USR FVG, Cecilia Di Leo, docente. Il Meeting giunge a conclusione di un altro anno scolastico in cui molti insegnanti e dirigenti scolastici del Friuli Venezia Giulia, inseriti nel programma “Dalla Grande Guerra alla Grande Pace” 2014-2018, si sono impegnati per educare i nostri ragazzi alla pace e alla cittadinanza. responsabile. Il Meeting delle scuole per la pace è stato presentato questa mattina ad Udine, in una Conferenza stampa con la partecipazione di Debora Serracchiani, Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Loredana Panariti, Assessore all’Istruzione della Regione Friuli Venezia
Giulia, Flavio Lotti, Coordinatore del Programma “Dalla Grande Guerra alla Grande Pace”, Alida Misso, Dirigente Titolare USR FVG, Federico Pirone, Presidente Coordinamento Enti Locali per la pace e i diritti umani del Friuli Venezia Giulia e una delegazione di insegnanti del Friuli Venezia Giulia. Il Meeting regionale delle Scuole per la pace del Friuli Venezia Giulia è organizzato dall’Assessorato all’Istruzione della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Ufficio Scolastico Regionale per il Friuli Venezia Giulia, Coordinamento Nazionale e regionale degli Enti Locali per la pace e i Diritti Umani, Rete Nazionale delle scuole di pace, Tavola della pace e Comune di Udine.

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WeWorld Onlus: i fatti che dimostrano che la violenza sulle donne colpisce anche i loro figli

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 marzo 2017

ospedaleSono oltre 6 milioni le donne vittime di violenza in Italia. Ma non sono le sole. Molte di queste donne sono madri e a subire le violenze sono spesso anche i loro figli: in 2 casi su 3 i bambini vedono la violenza. Questi bambini portano i segni di quanto hanno vissuto per sempre e hanno più probabilità di infliggere o accettare violenza una volta adulti. È urgente e necessario intervenire. WeWorld Onlus, ONG italiana che si occupa dei diritti dei bambini e delle donne di tutto il mondo, vuole mettere fine al più presto a questa violenza. Perché non c’è più tempo, timeout, come recita l’hashtag della campagna nata per proteggere le donne e i loro bambini.
WeWorld ogni giorno opera per contrastare la violenza sulle donne con azioni di prevenzione, sensibilizzazione e lavoro sul campo.
I fondi raccolti serviranno a sostenere gli sportelli SOStegno Donna, aperti 24h 7 giorni su 7 all’interno dei Pronto Soccorso degli ospedali di Roma e Trieste per intercettare le donne vittime di violenza e dare loro un aiuto immediato, e gli Spazi Donna WeWorld, centri aperti alle donne, presenti a Roma, Napoli e Palermo, nei quartieri dove la violenza è talmente diffusa da non essere riconosciuta nemmeno dalle vittime. Qui oltre alle donne sono accolti i bambini cresciuti in situazioni difficili, che attraverso il gioco imparano che la violenza non è l’unica vita possibile.

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