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L’UNHCR esprime sgomento per le crescenti violenze ai danni degli sfollati nella RDC orientale

Posted by fidest press agency su sabato, 4 luglio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, è in allarme per il crescente numero di aggressioni violente perpetrate da gruppi armati ai danni dei civili sfollati nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) orientale.L’Agenzia si appella alle autorità affinché rafforzino la presenza delle forze militari e di polizia col supporto della Missione ONU per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO) al fine di migliorare la situazione sul piano della sicurezza e perseguire i responsabili.Gli sfollati restano inoltre esposti a rappresaglie, poiché percepiti dai gruppi armati attivi nella regione come sostenitori dell’esercito, una volta che quest’ultimo porta a termine le operazioni per liberare i territori e non è più presente.
Nelle ultime otto settimane, l’UNHCR e i partner hanno registrato molteplici attacchi di gruppi armati ai danni di insediamenti di sfollati e villaggi, principalmente nel territorio di Djugu, nell’Ituri, nei territori di Fizi e Mwenga, nella provincia del Sud Kivu, e nei territori di Masisi e Rutshuru, nel Nord Kivu. In queste aree, le violenze hanno costretto alla fuga oltre un milione di persone negli ultimi sei mesi.Gli attacchi in corso vanno ad aggravare una situazione già complessa segnata dalla presenza di numerosi sfollati nella RDC orientale ed espongono a rischi elevati le persone in fuga. Questo nuovo esodo, inoltre, mette ulteriore pressione sulle aree che accolgono sfollati interni. I siti di accoglienza non dispongono dei servizi per soddisfare le esigenze più basilari, quali cibo, acqua e assistenza sanitaria.Donne e bambine sono tra le persone più a rischio, considerato che, negli ultimi mesi, il numero di aggressioni e abusi sessuali e di genere nei loro confronti è andato aumentando. Nell’ultimo mese, nelle province di Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu si sono registrati più di 390 casi di violenza sessuale. La maggior parte delle aggressioni sono attribuite a gruppi armati, ma si presume che in molti casi, la responsabilità sia da attribuire a membri dei servizi di sicurezza congolesi.Il perdurare del conflitto sta impedendo alle persone l’accesso effettivo all’assistenza. Gli attacchi ai danni degli ambulatori medici e le razzie di kit per la profilassi post esposizione – farmaci antiretrovirali per curare le persone potenzialmente esposte all’HIV– in particolare stanno ostacolando gli sforzi volti ad assicurare cure mediche ai sopravvissuti e alle sopravvissute.Nonostante le difficoltà di accedere ad alcune aree, l’UNHCR continua a lavorare con le autorità locali e con gli attori umanitari nelle tre province per agevolare il trasporto dei sopravvissuti a violenza sessuale presso gli ambulatori medici più vicini per ricevere cure mediche adeguate entro 72 ore.L’UNHCR continua ad assicurare assistenza alle persone in fuga, per la stragrande maggioranza donne e minori, fornendo alloggi, beni di prima necessità e denaro contante.

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Nigeria: le violenze costringono 23.000 rifugiati a cercare riparo in Niger

Posted by fidest press agency su sabato, 16 maggio 2020

Le continue violenze in corso in alcune aree della Nigeria nord-occidentale ad aprile hanno costretto circa 23.000 persone a mettersi in salvo in Niger, portando a più di 60.000 unità il totale di rifugiati che da questa regione hanno cercato sicurezza nel vicino Paese, da quando è stato registrato il primo afflusso ad aprile dell’anno scorso.Dall’aprile 2019, le persone sono fuggite dagli attacchi perpetrati senza sosta da gruppi armati attivi negli Stati nigeriani di Sokoto, Zamfara e Katsina. La maggior parte ha trovato rifugio nella regione di Maradi, in Niger.In fuga dalla medesima situazione di insicurezza che vige lungo le aree di frontiera, 19.000 cittadini nigerini, inoltre, sono divenuti sfollati internamente al proprio territorio nazionale.L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime preoccupazione per il deteriorarsi delle condizioni di sicurezza in Nigeria e per il rischio che le incursioni armate sconfinino in Niger.Il più recente afflusso di rifugiati, soprattutto donne e bambini, è stato registrato in seguito agli attacchi condotti negli Stati nigeriani di Katsina, Sokoto e Zamfara nel mese di aprile. Numerosi villaggi di differenti aree governative locali (Local Government Area/LGA) hanno subito aggressioni da persone armate. L’attacco più mortale ha fatto registrare l’assassinio di 47 persone nelle LGA di Kankara, Danmusa e Dusi-ma, nello Stato di Katsina, causando la controffensiva aerea delle forze armate nigeriane.Le testimonianze delle persone in fuga riferiscono di episodi di estrema violenza ai danni dei civili, omicidi, rapimenti a scopo di estorsione, nonché saccheggi e razzie nei villaggi.Ai rifugiati dalla Nigeria è permesso cercare protezione in Niger nonostante la chiusura dei confini imposta dal rischio di diffusione del COVID-19. I nuovi arrivati hanno bisogno con urgenza di acqua, cibo, accesso all’assistenza sanitaria, nonché alloggio e indumenti. Dovendo mettersi in salvo, molti hanno potuto portare con se a malapena i propri effetti personali.Molti sono inoltre rimasti coinvolti in scontri che avrebbero visto confrontarsi agricoltori e pastori di differenti gruppi etnici, nonché in pericolose situazioni di giustizia sommaria. Circa il 95 per cento dei rifugiati proviene dallo Stato nigeriano di Sokoto, il resto dagli Stati di Kano, Zamfara e Katsina.L’UNHCR sta lavorando in stretto coordinamento con le autorità del Niger per trasferire almeno 7.000 rifugiati in aree sicure, presso villaggi distanti 20 km dal confine, dove è possibile assicurare acqua, cibo, alloggio, cure mediche e altri aiuti essenziali. Il trasferimento permetterà anche di allentare la pressione sulle comunità di accoglienza delle aree di frontiera, che non dispongono di infrastrutture e servizi di base adeguati.L’UNHCR è stata presente fin dall’inizio dell’emergenza assicurando una risposta che ha dato priorità all’implementazione di attività salvavita, procedure di identificazione e registrazione, monitoraggio della frontiera e delle esigenze di protezione, istruzione, cure mediche, alloggio nonché approvvigionamento e servizi igienico-sanitari.È necessario che l’UNHCR continui a svolgere le procedure di registrazione biometrica dei rifugiati per poterne valutare meglio le esigenze e guidare le operazioni di risposta umanitaria. L’agenzia, inoltre, sta dialogando regolarmente con le autorità per adottare un approccio di riconoscimento prima facie dei rifugiati in fuga dalla Nigeria in arrivo nella regione.Le violenze non sono direttamente legate ai gruppi armati attivi nelle regioni del bacino del Lago Ciad e del Sahel. Tuttavia, portano anche la regione di Maradi a ricadere tra le aree che in Niger sono teatro di instabilità, tra cui Diffa, Tillaberi e Tahoua, riducendo ulteriormente le risorse finanziarie a disposizione degli attori umanitari e la loro capacità di rispondere.

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Violenza in Siria: Attacchi alle minoranze

Posted by fidest press agency su sabato, 16 maggio 2020

L’Associazione per i popoli minacciati (APM) critica i continui crimini della Turchia, membro della NATO, contro le minoranze nel nord della Siria. Nei giorni scorsi, le notizie di crimini di guerra commessi dal regime siriano e dalla Russia contro obiettivi civili avevano fatto scalpore a livello internazionale. Allo stesso tempo, i paesi partner della Turchia, tra cui Italia, Germania e Stati Uniti, rimangono in silenzio sulle continue violazioni dei diritti umani da parte del governo Erdogan e sul suo sostegno alle milizie islamiste. Questo atteggiamento rende la politica siriana dell’Occidente generalmente inaffidabile agli occhi delle persone colpite.
L’APM continua ad informare regolarmente i governi degli Stati della NATO sugli attacchi contro curdi, cristiani, yezidi e altri gruppi etnici nella Siria settentrionale, classificati come crimini di guerra. Ciononostante questi governi tacciono sulle pratiche disumane della Turchia nel nord della Siria. In questo modo la stanno sostenendo. La potenza occupante turca ha ripetutamente e completamente interrotto la fornitura d’acqua alla città di Al Hasakah e ad altri villaggi del nord-est della Siria. Solo in questa regione, centinaia di migliaia di persone di origine curda, araba, assiro/aramaica, armena e di fede musulmana, cristiana e yezida ne sono colpite. La Turchia e le milizie siriano-islamiche che sostiene, stanno occupando gran parte della Siria settentrionale e orientale. In queste zone sono insediati in particolare gruppi etnici curdi, cristiani, yezidi e aleviti. I governatori provinciali sono di fatto legati all’amministrazione turca e sono controllati da gruppi islamisti, anch’essi controllati da Ankara. Queste milizie sono costituite in gran parte da ciò che rimane dell’IS, l’ex fronte di Al-Nusra, ma anche da intere milizie jihadiste come Ahrar al-Sham o Faylaq al-Sham. C’è un clima di paura: rapimenti, torture ed esecuzioni extragiudiziali sono all’ordine del giorno. Scontri tra le stesse milizie filo-turche per arraffare tutto il possibile, sono un evento regolare. Gli attentati con autobombe nel contesto di questi conflitti interni hanno avuto più volte conseguenze drammatiche per la popolazione civile. Il 29 aprile, per esempio, almeno 60 persone sono rimaste uccise quando un’autocisterna è esplosa in un mercato di Afrin. Il governo turco accusa i gruppi curdi, mentre altre fonti sospettano che i responsabili siano milizie islamiste pro-turche. I gruppi curdi hanno severamente condannato l’attacco. Queste condizioni fanno sì che sempre più ampie fasce della popolazione curda, cristiana, yezidi e alevita siano costrette a lasciare la regione: al loro posto saranno insediate persone fedeli alla Turchia di fede radicale sunnita.

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Violenze nel Congo orientale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 maggio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime nuovamente apprensione per l’incessante ondata di attacchi violenti perpetrati ai danni delle popolazioni locali nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove, in soli due mesi, oltre 200.000 persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case.L’UNHCR, inoltre, esprime nuovamente preoccupazione per l’inesorabile riduzione degli spazi a disposizione delle agenzie umanitarie causata dagli attacchi continui, che impediscono di raggiungere quanti hanno disperato bisogno di assistenza. L’UNHCR chiede a tutte le parti in conflitto di rispettare le vite dei civili e di consentire agli operatori umanitari di prestare assistenza.Nella RDC, le persone costrette a fuggire sono cinque milioni, di cui 1,2 milioni nella provincia di Ituri.Le tensioni sono in costante crescita da dicembre 2019, quando il Governo lanciò un’operazione militare contro vari gruppi armati operativi nell’area. Da metà marzo le violenze si sono riacuite, con il moltiplicarsi del numero di controffensive condotte da gruppi armati. Nel territorio di Djugu, nella provincia di Ituri, negli ultimi 60 giorni l’UNHCR e i partner hanno registrato più di 3.000 gravi violazioni di diritti umani verificatesi nel corso dei quasi 50 attacchi perpetrati in media ogni giorno ai danni della popolazione locale.Gli sfollati hanno riferito di essere stati testimoni di episodi di estrema violenza, tra cui l’uccisione di almeno 274 civili con armi come i machete. 140 donne sono state vittime di stupro e quasi 8.000 case sono state incendiate. Analogamente alle tendenze registrate in passato, la stragrande maggioranza delle persone in fuga è composta da donne e bambini, molte delle quali ora vivono in ambienti sovraffollati presso famiglie di accoglienza. Altri dormono all’aperto o all’interno di edifici pubblici quali scuole, attualmente non utilizzate a causa delle misure imposte per contenere la diffusione del COVID-19.Sia gli sfollati sia le comunità che li accolgono vivono una condizione di vulnerabilità dovuta a offensive, controffensive e violenze continue.Alcuni degli sfollati che si sono assunti il rischio di fare ritorno a casa sono divenuti nuovamente oggetto di persecuzione, dal momento che aggressioni e minacce ad opera di gruppi armati non si sono fermate. Il 24 aprile, è stato riferito che quattro persone che avevano fatto ritorno a Nyangaray risultavano uccise, mentre altre 20 famiglie sono state rapite da un gruppo armato. Nel territorio di Mahagi, risulta che due persone tornate recentemente sono state sepolte vive da un gruppo di uomini armati, dopo essere state accusate di aver rubato beni del valore di 6 dollari.L’accesso degli aiuti umanitari ai territori di Djugu e Mahagi è fortemente limitato. Ad aprile, le strade principali che collegano il capoluogo di provincia, Bunia, col territorio di Djugu, sono rimaste chiuse per quasi tre settimane, e continuano a restare non sicure per l’accesso.L’UNHCR esprime preoccupazione per la sicurezza degli sfollati, col timore che l’assenza di aiuti umanitari potrà determinare un impatto enorme, dato il crollo delle opportunità di reddito causato dalla pandemia da COVID-19. Anche quello della fame rappresenta un rischio reale, in una fase in cui i prezzi degli alimenti salgono a causa dell’approvvigionamento limitato in entrambi i territori.L’UNHCR e i partner stanno lavorando per assicurare scorte di beni di prima necessità e costruire ulteriori alloggi da destinare ai nuovi sfollati. Tuttavia, gli insediamenti di sfollati interni stanno divenendo rapidamente sovraffollati a causa del numero elevato di persone in arrivo e della disponibilità limitata di terreno. La carenza di fondi, inoltre, sta condizionando le capacità dell’Agenzia di soddisfare le esigenze più basilari delle popolazioni sfollate: l’appello per la raccolta di 154 milioni di dollari da destinare alle operazioni nella RDC, è finanziato solo per il 18 per cento.

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Le violenze in corso in Burkina Faso costringono i rifugiati maliani a fare ritorno a casa

Posted by fidest press agency su domenica, 15 marzo 2020

La situazione di insicurezza in Burkina Faso sta costringendo un numero sempre maggiore di persone a fuggire dalle loro case per mettersi in salvo in altre aree del Paese o a rifugiarsi in Mali. Allo stesso tempo, un numero preoccupante di rifugiati maliani ritiene sia più sicuro fare ritorno a casa piuttosto che restare in Burkina Faso.In soli 17 giorni, circa 14.000 persone sono fuggite dalle proprie case in Burkina Faso portando il numero totale di sfollati interni a 780.000. Le recenti violenze hanno anche costretto oltre 2.035 persone a rifugiarsi nel vicino Mali. Le condizioni di insicurezza, inoltre, rendono particolarmente difficile la situazione dei rifugiati maliani che avevano cercato protezione in Burkina Faso e rischiano di porre fine agli interventi volti a permettere loro di cominciare una nuova vita. Il Burkina Faso accoglie più di 25.000 rifugiati dal Mali, molti dei quali stanno scegliendo di fare ritorno a casa nonostante i rischi a cui sarebbero esposti una volta rientrati.L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime nuovamente apprensione per il drastico aumento del numero di persone costrette alla fuga nel Sahel e rinnova l’appello ad assicurare la protezione delle popolazioni civili e di quanti si stanno sottraendo alle violenze in corso. Agli operatori umanitari deve essere garantito accesso in condizioni sicure per poter prestare assistenza. Il potenziamento della risposta attuata dall’UNHCR prevede che siano assicurate, soprattutto, protezione e forniture d’emergenza a quanti sono costretti a fuggire e alle comunità che li accolgono, in particolare alloggi, istruzione e contrasto alla violenza sessuale e di genere, limitando, allo stesso tempo, l’impatto sull’ambiente.
Lo scorso novembre, l’UNHCR era stata costretta a trasferire temporaneamente il proprio personale da Djibo, nel nordest del Paese. Da allora, la distribuzione degli aiuti, tra cui cibo, destinati ai 7.000 rifugiati del campo di Mentao è avvenuta sporadicamente.
Nel corso di questo mese, si sono verificati allarmanti episodi di violenza nell’area di Dori, un paese anch’esso nel nordest. Campi e villaggi sono stati attaccati, gli abitanti non hanno più accesso ai mercati e alle scuole e si sono ridotte le opportunità di realizzare attività per sostenere le famiglie. Anche la salute è a rischio, dato che l’unica ambulanza operativa nel campo è stata rubata a inizio mese. Circa il 70 per cento degli 8.781 rifugiati che vivono a Goudoubo ha scelto volontariamente di abbandonare il campo per ritornare in Mali (57 per cento) o per essere trasferito in altre aree del Burkina Faso (13 per cento).Quasi 700 rifugiati maliani sono già partiti su camion diretti alla regione di Gao, nel Mali settentrionale. I rifugiati che intendono fare ritorno ricevono un Modulo di rimpatrio volontario (Voluntary Repatriation Form/VRF), documento che permette loro di viaggiare, e una somma unica di denaro per coprire i costi di trasporto e l’acquisto di beni di prima necessità. Inoltre, vengono dettagliatamente informati in merito alla situazione d’instabilità nei propri luoghi di origine o in altre aree di loro preferenza, prima che compiano volontariamente la scelta di fare ritorno. Né gli operatori umanitari né le forze di difesa maliane hanno accesso ad alcuni villaggi delle regioni di Ntilit e di Ngossi.In Mali, mentre sono cominciati i primi rimpatri, l’UNHCR e i partner stanno rafforzando la propria presenza nelle aree di N’tillit, Gossi, Gao e Timbuctu. Sono stati individuati 28 punti di registrazione per il monitoraggio della situazione presso i varchi di ingresso e i siti di accoglienza. Una volta registrate, le persone di ritorno ricevono assistenza in denaro contante volta a facilitarne la reintegrazione in condizioni dignitose e a ridurne la vulnerabilità.Mentre i rifugiati maliani fuggono dall’attuale situazione di insicurezza del Burkina Faso, i nuovi rifugiati burkinabè sono fuggiti verso Koro, circondario di Bankass, nella regione di Mopti. Il personale dell’UNHCR è impegnato sul campo insieme alle autorità locali per registrarli, valutarne le esigenze e assicurare una risposta rapida.

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Violenze camici bianchi

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 febbraio 2020

Un dossier con documenti che testimoniano le iniziative dei consiglieri di Fratelli d’Italia in 17 Regioni a difesa dei professionisti della sanità oggetto di aggressioni e violenze è stato presentato questa mattina al Senato, alla presenza del presidente di FdI Giorgia Meloni. Ma anche un disegno di legge presentato in Senato da Fratelli d’Italia che parta dall’equiparazione dei medici e il personale sanitario nell’esercizio delle proprie funzioni ai pubblici ufficiale e che, inoltre, preveda modifiche al codice penale, l’introduzione di misure di protezione e prevenzione insieme alla videosorveglianza nei luoghi di lavoro e l’istituzione di presìdi di sicurezza.
A presentare l’incontro Marta Schifone, responsabile del Dipartimento libere professioni di FdI. Sono intervenuti il dott. Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, Silvestro Scotti, segretario generale nazionale della Federazione italiana Medici di Medicina Generale, e Tonino Aceti, portavoce della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche. “Non si possono lasciare in prima fila da soli gli operatori e i professionisti della sanità – ha affermato la Schifone – è un tema di sicurezza che abbiamo portato avanti in tutte le Regioni con i nostri consiglieri in un gioco di squadra molto efficace”.
“Le libere professioni – ha osservato il capogruppo alla Camera di FdI Francesco Lollobrigida – sono oggetto di attacchi da parte dello Stato in tema di tasse perché fanno gettito. Il nostro obiettivo è di ricostruire il tessuto delle professioni a livello nazionale per tornare a dare loro più forza e di colmare quella che è stata l’aspettativa delusa del decentramento regionale sulla sanità, lavorando in parallelo sul piano nazionale e quello territoriale”.”Il nostro ddl presentato al Senato su questa materia – ha sottolineato il vicecapogruppo vicario al Senato di FdI Isabella Rauti – contiene misure di prevenzione e contrasto alla violenza sugli operatori sanitari e, in particolare, prevede il riconoscimento dello status di pubblico ufficiale degli operatori sanitari. Ed è proprio l’assenza di tale equiparazione a rappresentare il Vulnus della proposta della maggioranza. Lo status di pubblico ufficiale che FdI chiede per gli operatori sanitari è la legittimazione formale della funzione sociale svolta e consente l ‘attivazione di misure di prevenzione e deterrenza, nonché la previsione dell’ampliamento della procedibilità d’ufficio. Le violenze sugli operatori sanitari non possono essere derubricate ad una ‘componente del rischio professionale’ e non possiamo lasciare soli e in prima linea chi lavora per offrire un servizio sociale alla comunità”.”La nostra – ha concluso Giorgia Meloni – non è una iniziativa estemporanea ma è il frutto di un lungo lavoro. Sono oltre 3mila l’anno i casi stimati di aggressioni a danno dei medici e degli operatori del nostro sistema sanitario ed è un dilagare di fatti di violenza che incide pesantemente sulla qualità del nostro servizio sanitario. Per questo Fratelli d’Italia lavora da tempo sia a livello nazionale per equiparare i medici ai pubblici ufficiali, sia a livello regionale per iniziative come le telecamere che possano mettere in sicurezza i medici per migliorare le condizioni del nostro servizio sanitario e per rendere più facile la vita a chi dedica la propria esistenza a salvare quella degli altri. Il nostro vuole essere il tentativo di disegnare una società nella quale vi sia rispetto per chi si sacrifica e per chi lavora, nella quale ci sia una educazione culturale a comprendere le tante occasioni in cui in Italia si pensa di alzare la voce e si finisce con farsi male, tutti. Quindi cerchiamo di migliorare le condizioni del nostro sistema sanitario che, è sì considerato uno dei migliori del mondo, ma secondo me può parecchio migliorare”.

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A migliaia costretti alla fuga dalla recrudescenza delle violenze nel Mozambico settentrionale

Posted by fidest press agency su domenica, 9 febbraio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sta intensificando la risposta nella provincia di Cabo Delgado, in Mozambico, dove il recente riacutizzarsi delle violenze ha costretto migliaia di persone a fuggire per mettersi in salvo. Sono almeno 100.000 le persone attualmente sfollate in tutta la provincia.Nei mesi passati si è registrato un drastico aumento di aggressioni brutali perpetrate da gruppi armati, con le ultime settimane rivelatesi il periodo più instabile dagli incidenti scoppiati nell’ottobre del 2017. In totale, nella provincia sono stati registrati almeno 28 attacchi dall’inizio dell’anno. Attualmente, risultano aggressioni commesse in nove dei sedici distretti di Cabo Delgado. La provincia è una delle aree meno sviluppate del Paese. Le violenze si stanno ora verificando anche nei distretti meridionali di Cabo Delgado, spingendo le persone a fuggire verso Pemba, il capoluogo della provincia. Uno degli incidenti più recenti è avvenuto a soli 100 km da Pemba.Gruppi armati hanno colpito in modo casuale i villaggi locali terrorizzando la popolazione. Le persone in fuga riferiscono di omicidi, mutilazioni, torture, case date alle fiamme, e coltivazioni ed esercizi commerciali distrutti. L’UNHCR ha raccolto testimonianze di decapitazioni, rapimenti e sparizioni di donne e bambini. Talvolta, gli aggressori avvertono la popolazione locale comunicando luogo e ora in cui colpiranno, creando così il panico e spingendo le persone a fuggire in fretta e furia dai villaggi. La maggior parte si lascia tutto alle proprie spalle, non avendo tempo di prendere effetti personali, cibo o documenti d’identità. Al momento sono centinaia i villaggi dati alle fiamme o completamente abbandonati per la campagna a tutto campo di indiscriminato terrore condotta dagli aggressori. Anche le istituzioni governative sono state oggetto di attacchi.I civili sono fuggiti in diverse direzioni, anche verso piccole isole in cui molti non hanno un alloggio in cui vivere. Alcuni, tra cui numerosi bambini e donne, dormono all’aperto e hanno accesso limitato all’acqua potabile. La maggior parte degli sfollati interni (internally displaced persons/IDP) ha trovato riparo presso famiglie o amici andando, così, a incrementare la pressione sulle già scarse risorse locali. Molti sfollati vivono in condizioni estremamente precarie. Il mese scorso, sei persone sono morte di diarrea sull’isola di Matemo.In risposta al rapido aggravarsi della situazione, e su richiesta del Governo del Mozambico rivolta a tutte le agenzie umanitarie, l’UNHCR sta estendendo la propria presenza su tutta la provincia per rispondere in modo più efficace alle crescenti esigenze della popolazione sfollata. Molti sono sopravvissuti a violenze e violazioni dei diritti umani e necessitano urgentemente di protezione e sostegno psicosociale.L’UNHCR contribuirà al coordinamento di tutte le attività di protezione in partenariato col Governo. L’Agenzia, inoltre, nelle prossime settimane dispiegherà personale e aiuti supplementari per soddisfare le necessità, inizialmente a beneficio di 15.000 IDP e delle comunità di accoglienza.Molte delle aree colpite dagli attacchi erano state devastate dal ciclone Kenneth nell’aprile 2019. In quell’occasione, circa 160.000 persone erano state direttamente interessate e hanno necessità di assistenza. Gli abitanti di Cabo Delgado, inoltre, sono stati gravemente colpiti da recenti inondazioni che hanno distrutto i ponti, limitandone ulteriormente l’accesso a cibo e ad altre risorse.L’UNHCR chiede che sia garantito con urgenza un sostegno deciso volto a consentirle di intensificare l’intervento in Mozambico. Nel frattempo, l’Agenzia impegnerà 2 milioni di dollari dalle proprie riserve operative per rispondere alle esigenze iniziali.

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Ogni anno circa 5mila infermieri subiscono violenze fisiche o verbali

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 gennaio 2020

L’89,6% degli infermieri – in prima linea ad esempio nel triage ospedaliero che “accoglie” i pazienti e li smista nella struttura con tempi spesso lunghi non dovuti però alla professionalità dell’operatore, ma all’organizzazione – è stato vittima, secondo una ricerca condotta dall’Università di Tor Vergata di Roma, di violenza fisica/verbale/telefonica o di molestie sessuali da parte dell’utenza sui luoghi di lavoro.In base ai dati rilevati dall’Università di Tor Vergata (Roma) si può dire che praticamente circa 240mila infermieri su 270mila dipendenti durante la loro vita lavorativa hanno subito una qualche forma di violenza, sia pure solo una aggressione verbale.
Di tutte le aggressioni (secondo l’Inail) il 46% sono a infermieri e il 6% a medici (gli infermieri sono i primi a intercettare i malati al triage, a domicilio ecc. e quindi quelli più soggetti).Durante l’audizione di oggi alla Camera, dinnanzi alle Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali, nell’ambito dell’esame dei progetti di legge recanti “Disposizioni in materia di sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni”, Cosimo Cicia, componente del Comitato centrale della Federazione nazionale degli ordini degli infermieri (FNOPI: oltre 450mila iscritti) e Giovanni Grasso, presidente dell’ordine degli infermieri di Arezzo che ha lanciato la campagna social ormai virale #RispettaChiTiAiuta rivolta ai cittadini, hanno illustrato le richieste FNOPI per il disegno di legge:
tolleranza zero verso la violenza nelle strutture sanitarie. L’inasprimento delle pene deve servire soprattutto a far sì che chi compie atti di violenza sappia (quindi massima informazione) sta perpetrando un reato severamente punibile;
regolamentare l’uso dei social nei luoghi di lavoro e rispetto all’attività professionale per evitare commenti, furti di identità e proposte inappropriate (ne sono vittima circa il 12% dei professionisti coinvolti che nel caso degli infermieri sono per il 77,42% donne;
snellimento delle attese stressanti in pronto soccorso con meccanismi di smistamento alternativi a bassa intensità e gestione infermieristica per ridurre la tensione e la reattività dei pazienti anche grazie all’applicazione dei nuovi codici già previsti per la classificazione delle urgenze; pene anche più severe per chi aggredisce verbalmente e fisicamente un professionista sanitario donna sul luogo di lavoro, prevedendo l’aggravante del pericolo che possono correre gli assistiti; maggiore formazione del personale nel riconoscere, identificare e controllare i comportamenti ostili e aggressivi prevedendo anche appositi corsi Ecm (educazione continua in medicina): oggi la formazione degli operatori su questo argomento è del tutto carente e chi si trova ad affrontare situazioni pericolose in prima linea, spesso è impreparato a meno di un suo personale interessamento, mentre dovrebbe essere previsto a livello di corso universitario, anche grazie a una modifica agli ordinamenti didattici e al sistema Ecm;
maggiore informazione e formazione perché siano denunciate da tutti e in modo chiaro le azioni di ricatto e le persecuzioni nell’ambiente di lavoro rispetto alla posizione e ai compiti svolti; predisposizione di un team addestrato a gestire situazioni critiche, in continuo contatto con le forze dell’ordine soprattutto (ma non solo) nelle ore notturne nelle accettazioni e in emergenza;
lo stesso team dovrà anche sensibilizzare i datori di lavoro a non “lasciar fare”, ma a rifiutare la violenza anche prevedendo sanzioni;
stabilire procedure per rendere sicura l’assistenza domiciliare prevedendo anche la comunicazione a un secondo operatore dei movimenti per una facile localizzazione; evitare per quanto possibile che i professionisti sanitari effettuino interventi “da soli”, ma fare in modo che con loro sia presente almeno un collega o un operatore della sicurezza; riconoscere lo status di pubblico ufficiale, ritenendolo strumento indispensabile per arginare le violenze; inserire la predisposizione delle opportune misure per la sicurezza degli operatori sanitari e per prevenire atti di violenza tra gli obiettivi individuali del Direttore generale dell’azienda. La Federazione si è già più volte espressa e ha preso posizione sul tema della violenza sugli operatori, anche a supporto delle numerose denunce e delle iniziative via via prese dagli Ordini provinciali ed è disponibile a dare supporto, collaborare e operare con le altre istituzioni per definire percorsi di prevenzione efficace. La FNOPI non ha intenzione – e chiede che la legge possa essere una garanzia in questo senso – di lasciare solo nessun collega. L’infermiere, come ogni professionista della salute, non è un bersaglio, non è un capro espiatorio, non è un contenitore inerme dove riversare rabbia, frustrazione e inefficienze del sistema.

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Eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 gennaio 2020

La Commissione ha adottato una proposta di decisione del Consiglio grazie alla quale gli Stati membri potranno progredire nel processo di ratifica a livello nazionale della Convenzione sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro.
La Convenzione era stata adottata nel giugno 2019 per il centenario dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e costituisce il primo strumento internazionale che introduce norme internazionali in materia di violenza e molestie legate al lavoro.
Nicolas Schmit, Commissario per il Lavoro e i diritti sociali, ha dichiarato: “la nuova Convenzione è uno strumento internazionale indispensabile per tutelare il diritto di tutti a un luogo di lavoro libero dalla violenza e dalle molestie. Una volta adottata, questa decisione sarà di ausilio agli Stati membri nel dare l’esempio quanto alla ratifica e all’attuazione della Convenzione”.Helena Dalli, Commissaria per l’Uguaglianza, ha aggiunto: “la violenza nei confronti delle donne sul luogo di lavoro riguarda tutti noi. Certamente le vittime sono coloro che soffrono maggiormente, ma anche i loro colleghi e le loro equipe lavorative subiscono conseguenze. La Convenzione internazionale è la soluzione giuridica che fa in modo che uomini e donne non subiscano violenze e molestie sul lavoro. Mi appello agli Stati membri perché ratifichino questa Convenzione. Tutti noi dobbiamo fare la nostra parte al fine di ottenere un cambiamento reale per la parità di genere”.La Convenzione riconosce che la violenza e le molestie sul lavoro possono rappresentare una violazione o un abuso dei diritti umani e una minaccia alle pari opportunità. Non essendo membro dell’Organizzazione, l’UE non può ratificare le Convenzioni OIL poiché solo gli Stati membri dell’Organizzazione possono farlo. Quando uno strumento dell’OIL rientra nell’ambito delle competenze dell’UE è necessaria una decisione del Consiglio che ne autorizzi la ratifica.Secondo l’indagine sulla violenza contro le donne condotta dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, nell’UE una donna su due dichiara di aver subito una qualche forma di molestia sessuale almeno una volta dall’età di 15 anni.Su tutti i casi di molestia sessuale, nel 32% dei casi segnalati il molestatore è collegato al luogo di lavoro della donna (spesso si tratta di un collega, di un capo o di un cliente)

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Violenze nella Repubblica Democratica del Congo e sorte dei civili

Posted by fidest press agency su domenica, 1 dicembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e i partner umanitari esprimono nuovamente profonda preoccupazione per l’incolumità di centinaia di migliaia di civili nel territorio di Beni, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) orientale, dopo che gli attacchi mortali e le proteste di massa hanno portato alla chiusura dell’accesso umanitario alla regione colpita. Le tensioni in questa zona della provincia del Nord Kivu sono andate crescendo in seguito al lancio di un’operazione di sicurezza condotta dal Governo contro le Forze democratiche alleate (Allied Democratic Forces/ADF) il 30 ottobre. Gruppi armati perseguitano da tempo civili e popolazioni sfollate nella regione, assassinando dozzine di persone.
Si stima che almeno 100 persone siano state assassinate nel corso di attacchi violenti nella regione di Beni a partire dal 2 novembre, costringendo alla fuga migliaia di persone, la stragrande maggioranza delle quali donne e bambini. Sono stati riferiti ulteriori esodi di massa dalle località di Mbau e Oicha, a nord di Beni. Gli abitanti si stanno rifugiando nella città di Beni, nel tentativo di sfuggire agli attacchi e alle continue ostilità tra l’esercito della RDC e le ADF.Testimonianze allarmanti dalla regione riferiscono che vi sarebbero persone intrappolate sotto la minaccia dei gruppi armati e che, ogni giorno, in molti perdono la vita. Anche il numero di rapimenti e attacchi a scuole, ambulatori medici e comunità indigene è in crescita.L’UNHCR e i partner chiedono che siano ripristinate con urgenza le condizioni di sicurezza necessarie per consentire alle agenzie umanitarie di portare assistenza immediata alla popolazione colpita. Attualmente, centinaia di famiglie dormono nelle chiese e nelle scuole.I bambini, molti dei quali hanno perso i genitori o sono arrivati non accompagnati, necessitano di sostegno immediato. Il reclutamento forzato attuato da parte dei gruppi armati rappresenta una reale minaccia alla loro sicurezza. Le donne, inoltre, sono vittime di episodi diffusi di violenza sessuale, abusi e rischio di sfruttamento. L’UNHCR teme che molte altre persone potrebbero perdere la vita se l’accesso umanitario, nonché l’ordine pubblico, non saranno immediatamente ripristinati nelle aree interessate. L’UNHCR lavora dentro e fuori la città di Beni per garantire protezione, riparo e coordinamento tramite l’allestimento di alloggi di emergenza per le popolazioni sfollate, la promozione di una coesistenza pacifica fra sfollati e comunità di accoglienza, e la collaborazione con le autorità locali per raccogliere informazioni inerenti ai profili e alle vulnerabilità delle persone sfollate al fine di rispondere meglio alle loro esigenze di protezione e di aiuto.Secondo stime ufficiali, la città di Beni accoglie quasi mezzo milione di persone. Sul territorio vivono circa 275.000 sfollati. A causa della continua situazione di insicurezza, molti sono stati abbandonati alla mercé dei gruppi armati. L’attuale situazione di insicurezza peggiora un quadro già complesso in Nord Kivu, dove a causa del conflitto gli sfollati interni sono già 1,5 milioni e gli sforzi per debellare il virus mortale Ebola continuano senza sosta.

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Violenze nel nord-est della Siria: bambini le prime vittime

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 ottobre 2019

Più di 74.000 bambini sono stati costretti a fuggire dalle loro abitazioni e ora si ritrovano a vivere dentro le scuole, in edifici abbandonati o in tende provvisorie allestite nei campi aperti. Migliaia di sfollati, sottolinea Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro – in questo momento hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, come cibo, acqua pulita e rifugi. “Nei cinque principali campi per sfollati, persone di decine di nazionalità diversa, tra cui siriani, iracheni e altri, dipendono già quasi interamente dagli aiuti umanitari – spiega Sonia Khush, Direttrice degli interventi di Save the Children in Siria – Nelle ultime due settimane, in alcuni di questi campi stanno confluendo ulteriori sfollati, il che mette ancor più a dura prova le popolazioni che vivono già in condizioni precarie, con pochissime risorse. Per evitare una crisi umanitaria su vasta scala, oltre a una cessazione duratura delle ostilità è quindi fondamentale che i civili e gli operatori umanitari possano spostarsi senza alcun ostacolo”. “Siamo fuggiti per scampare agli attacchi aerei e ai bombardamenti. Gli aeroplani volavano in cerchio, e non potevamo fare altro che scappare per salvare le nostre vite. Mia suocera è stata ferita, mentre mio cognato, mio nipote e mio cugino risultano dispersi. Abbiamo dei bambini piccoli con noi e abbiamo dovuto lasciarci tutto alle spalle pur di mettere in salvo la nostra vita e quella dei nostri figli. Siamo fuggiti a piedi nudi con solo i nostri vestiti addosso e ora siamo qui senza niente: non abbiamo né cibo né niente e non sappiamo cosa fare”, è la testimonianza di Shahad*, 30 anni, che ora vive in una scuola ad Al Hassakeh. Nell’ambito dei suoi interventi per rispondere all’emergenza in Siria, Save the Children ha finora distribuito oltre 200 kit di prima necessità, con vestiario, materassi e coperte, circa 440 razioni alimentari e più di 2.000 confezioni di cibo già pronto per esser consumato.

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Codice Rosso: in un volume tutte le norme e le sanzioni per prevenire le violenze e tutelare le vittime

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 settembre 2019

Un ‘codice rosso’, in sanità, identifica un caso a rischio. Per trattarlo con precedenza su tutti gli altri. Con lo stesso intento, cioè assicurare la priorità di trattamento e la massima tutela alle vittime di violenza, anche indirette (ad esempio orfani per crimini domestici), è nato il “Codice Rosso”, la legge approvata il 29 luglio 2019 dal Parlamento per rafforzare la tutela delle vittime dei reati di violenza domestica e di genere.A partire dalle nuove norme, che inevitabilmente invitano a riflettere su un drammatico e sempre più preoccupante fenomeno sociale, è stato redatto – ed è disponibile da oggi libreria – “CODICE ROSSO, La tutela delle vittime dopo la legge 19 luglio 2019, n. 69”, curato da Valerio de Gioia, Giudice Penale specializzato nei reati contro i soggetti vulnerabili e da Gian Ettore Gassani, Avvocato Cassazionista, presidente nazionale dell’Associazione degli Avvocati Matrimonialisti Italiani. Il volume, edito da La Tribuna, riunisce tutte le disposizioni – civilistiche, penalistiche, sostanziali e processuali – attualmente in vigore e utili a prevenire la violenza di genere e che possono presentarsi nelle relazioni familiari e affettive.Gli autori, partendo dalla legge del 19 luglio 2019 in vigore dal 9 agosto e a fronte del numero crescente di violenze nelle relazioni domestiche rivolte in particolare alle donne, hanno riunito le disposizioni che vanno dall’ammonimento all’allontanamento dalla casa familiare, hanno raccolto le norme che disciplinano la separazione e il divorzio o la cessazione delle convivenze o delle unioni civili e quelle nate per sanzionare, comprese quelle che puniscono il cosiddetto revenge porn e l’omicidio di identità.
Valerio de Gioia e Gian Ettore Gassani hanno inoltre scelto di inserire nel volume tutte le disposizioni in tema di pari opportunità e di tutela della maternità: “Il fenomeno della violenza familiare talvolta affonda le sue radici in una mentalità retrograda, che colloca la donna in una posizione di subordinazione”, affermano gli autori. Gli ultimi dati ISTAT confermano purtroppo la diffusione di una situazione preoccupante in tutto il Paese: quasi 7 milioni di donne italiane dai 16 ai 70 anni hanno subito almeno una volta nella vita una forma di violenza (20,2% violenza fisica, 21% violenza sessuale con casi nel 5,4% di violenze sessuali gravi, come stupro e tentato stupro). I numeri sono ancora più sconvolgenti se si considera che a praticare le violenze siano stati partner o ex partner.

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Calamità naturali e violenze fraticide

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

I media rendono sempre più vicine le grandi distanze. In questo modo possiamo, quasi in tempo reale, avvertire la sofferenza di un popolo a fronte di eventi calamitosi naturali e per le violenze praticate dai propri simili. Ma è anche una responsabilità che ci assumiamo allorché la nostra attenzione non è conseguente e lasciamo che la solidarietà per le sofferenze altrui restino un sentimento formale. Ma sia chiaro: non è tanto un atto di pietà nel donare un abito dismesso o un obolo che costituiscono i fondamenti per una compensazione all’altrui disagio. Occorrono atti più concreti e duraturi. E’ necessario operare fattivamente la pietà convertita in solidarietà, in partecipazione attiva e non solo tra poveri ma anche se non soprattutto tra coloro che vivono del superfluo e ne fanno titolo di primato sociale e di arroganza di potere. Se nell’essere umano non facciamo prevalere queste condizioni è difficile che il male possa essere debellato o le sofferenza, da un evento calamitoso naturale, possano incontrare un nuovo afflato di solidarietà umana. E’ questo ciò che vogliono gli spiriti liberi ed amanti della giustizia. E’ questo ciò che si chiede a quel popolo che riversa nella preghiera il suo appello spirituale alla concordia e alla fraternità. E’ questa la sola risposta per ritrovarci più buoni, ma soprattutto nel ridare al concetto di giustizia la sua valenza primigenia, la sua carica di valori e di ispirazioni verso il bene come il primato stesso della Fede. (Riccardo Alfonso)

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L’UNHCR esprime preoccupazione per l’intensificarsi delle violenze nel Niger sudorientale

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 aprile 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime profonda preoccupazione per l’intensificarsi degli attacchi nel Niger sudorientale che colpiscono tanto le comunità locali quanto i rifugiati. Si ritiene che circa 88 civili abbiano perso la vita per la recrudescenza delle violenze nel solo mese di marzo.L’Alto Commissariato esprime sgomento per le crescenti sofferenze patite dalla popolazione col passare dei mesi dall’inizio del 2019: sono infatti riprese le violenze perpetrate da Boko Haram nei confronti delle forze dell’ordine nonché della popolazione civile nella regione di Diffa, vicino al confine con la Nigeria. Dal 2015 il numero di persone costrette alla fuga nella regione di Diffa è cresciuto fino a quasi 250.000 unità e quasi la metà di queste sono rifugiati provenienti dalla Nigeria, precedentemente fuggiti a causa di attacchi simili per cercare rifugio oltre confine.
Gli attacchi più recenti hanno costretto alla fuga oltre 18.000 persone, molte di queste per la seconda o la terza volta, per cercare rifugio nella città di Diffa.L’UNHCR attualmente collabora col governo del Niger e coi partner umanitari per assicurare assistenza: l’obiettivo è quello di ricollocare immediatamente circa 10.000 rifugiati dalle aree vicine alla frontiera nel campo rifugiati di Sayam Forage, a circa 45 km dal confine. Il campo accoglie già più di 15.000 rifugiati.Inoltre, l’UNHCR sta sostenendo il governo nella ricerca di soluzioni alternative per le altre persone in fuga e fortemente vulnerabili, che necessitano con urgenza di assistenza umanitaria e di tornare a vivere in condizioni di sicurezza.L’UNHCR ha mobilitato lo staff specializzato in supporto psicosociale per rispondere alle esigenze più urgenti degli ultimi arrivati, profondamente traumatizzati, in particolare donne e bambini.I più recenti episodi di violenza avrebbero costretto le persone a fuggire oltre confine per cercare rifugio in Nigeria, recandosi in città quali Damasak e Maiduguri. Fuggono dalle crescenti condizioni di insicurezza della regione di Diffa, oltre che spinti dalla necessità di ricevere assistenza umanitaria.Nonostante le tensioni dovute all’assenza di sicurezza nella regione, l’UNHCR continua a collaborare con le autorità e i propri partner per garantire supporto ai rifugiati e alle comunità di accoglienza, nonché per implementare progetti di sviluppo e di ripresa a lungo termine nella regione di Diffa. Il governo del Niger ha lanciato da poco un progetto di assistenza da 80 milioni di dollari USA, in collaborazione con la Banca Mondiale e l’UNHCR.

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Nuovi centri e case rifugio per le donne vittime di violenza

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 marzo 2019

Una mozione che chiede alla Lombardia di “dare piena attuazione” al “Piano quadriennale regionale per le politiche di parità e di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne”. A depositarla, in previsione della discussione in Consiglio regionale di martedì 5 marzo prossimo, Monica Forte, consigliere del M5S Lombardia e Presidente della Commissione regionale Antimafia.La mozione chiede alla regione di attivarsi presso il Governo per il trasferimento delle risorse per la creazione di nuovi centri antiviolenza e case-rifugio utilizzando beni sottratti alla criminalità organizzata.Per Monica Forte, va immediatamente intercettato “il bisogno sui territori di una diffusione capillare degli interventi per migliorare la copertura e la qualità dei servizi antiviolenza rivolti alle donne”.“Stando ai dati da gennaio ottobre 2018 sono state 3890 le donne che si sono rivolte ai 27 centri operativi in lombardia per sottrarsi a violenze, abusi, vessazioni e molestie. È stato un massacro di fronte al quale dobbiamo fornire una via di fuga e di salvezza in modo capillare.Proprio per questo i servizi e la destinazione di risorse devono essere efficienti. La quota che spetta alla Lombardia è di 933.899 euro che possono essere investiti restituendo alla collettività i beni immobili sottratti alla criminalità organizzata trasformandoli in centri antiviolenza e case rifugio, identificando gli immobili già idonei a questa destinazione. L’idea è di togliere al crimine e offrire più assistenza e protezione alle vittime di violenza”.“Accogliere, sostenere e accompagnare all’autonomia le donne vittime di violenza sono obiettivi condivisi e raggiungibili, la Lombardia deve fare tutto il possibile per salvare la vita di centinaia di innocenti”, conclude Forte.

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Sud Sudan: a migliaia in fuga dal riaccendersi delle violenze

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 febbraio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sta registrando l’arrivo di una nuova ondata di rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) in fuga dal Sud Sudan. Negli ultimi giorni migliaia di persone disperate hanno continuato ad attraversare il confine per fuggire dagli scontri e dalle violenze perpetrate contro i civili.Si stima che siano 5.000 i rifugiati giunti in diversi villaggi di confine vicini alla città di Ingbokolo, nella provincia nordorientale di Ituri, nella RDC, secondo quanto riferito dai capivillaggio locali. Altre 8.000 persone, inoltre, sarebbero sfollate all’interno del Sud Sudan, nei sobborghi della città di Yei.Le persone fuggono dagli scontri scoppiati il 19 gennaio fra l’esercito e uno dei gruppi di ribelli, il Fronte di Salvezza Nazionale (National Salvation Front/NAS). I combattimenti, in corso nello Stato di Equatoria Centrale, in Sud Sudan, al confine con RDC e Uganda, stanno rendendo impossibile l’accesso degli aiuti umanitari alle aree colpite. Le persone fuggite dal conflitto sono giunte nella RDC a piedi nel fine settimana. La maggior parte sono donne, bambini e anziani. Sono arrivate esauste, affamate e assetate. Fra queste alcune sono affette da malaria o da altre malattie. Molte sono traumatizzate per aver assistito a violenze commesse da uomini armati, che avrebbero ucciso e stuprato civili e saccheggiato i villaggi.Lo staff dell’UNHCR di stanza nella provincia di Ituru, riferisce che la popolazione, in preda alla disperazione, sta cercando rifugio nelle chiese, nelle scuole e nelle case abbandonate, o dorme all’addiaccio. Si tratta di una remota regione di confine i cui villaggi sono quasi totalmente sprovvisti di infrastrutture o ambulatori medici. I nuovi arrivati stanno sopravvivendo grazie al cibo che la popolazione locale condivide con loro.Le aree in cui sono arrivati i rifugiati sono difficili da raggiungere: strade e ponti sono seriamente danneggiati e in rovina. Le autorità congolesi stanno sollecitando i rifugiati ad andarsene da questa zona di confine estremamente instabile e a dirigersi nell’entroterra, dove possono ricevere maggiore assistenza.L’UNHCR ha dispiegato ulteriore personale a Ituri per poter registrare i rifugiati e supportare le procedure di un loro possibile ricollocamento. Tuttavia, sono necessari fondi per allestire alloggi e assicurare cibo, acqua potabile e assistenza medica nel più vicino insediamento di rifugiati, a Biringi. Biringi si trova più a sud e attualmente accoglie oltre 6.000 rifugiati sudsudanesi. Il conflitto in Sud Sudan ha generato oltre 2,2 milioni di rifugiati a partire dal 2013. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati lancia nuovamente un appello affinché le parti coinvolte intraprendano tutte le azioni possibili per garantire la sicurezza e la libertà di movimento dei civili, assicurando l’istituzione di corridoi umanitari che permettano di abbandonare le aree teatro di scontri.

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L’UNHCR chiede 135 milioni di dollari USA per assistere le persone in fuga dalle violenze di Boko Haram

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 gennaio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, insieme al Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e ad altri partner, ha lanciato oggi il Piano regionale di risposta alla crisi di rifugiati in Nigeria (Regional Refugee Response Plan/RRRP), un appello per la raccolta di 135 milioni di dollari statunitensi destinati all’assistenza di centinaia di migliaia di persone costrette alla fuga dall’insurrezione sempre più violenta di Boko Haram nella regione del bacino del lago Ciad. Oltre ai 250.000 minori, donne e uomini già fuggiti dalla Nigeria nordorientale, gli attacchi sempre più consistenti dei miliziani contro la popolazione civile stanno costringendo ogni giorno altre migliaia di persone a fuggire per salvarsi. Giovani ragazze, donne anziane e operatori umanitari continuano a essere le persone maggiormente colpite dall’inasprirsi delle violenze. La recente recrudescenza delle violenze nella Nigeria nordorientale ha costretto oltre 80.000 civili a cercare rifugio in campi già affollati o in città dello Stato di Borno, dove sopravvivono in condizioni difficili.Rifugiati nigeriani continuano ad arrivare presso comunità molto remote e povere dei Paesi confinanti. Si stima che 30.000 persone siano fuggite dalla città di Rann nel solo fine settimana per trovare rifugio in Camerun. A migliaia sono fuggiti in Camerun e in Ciad anche nelle ultime settimane. Le ostilità hanno messo a dura prova le operazioni umanitarie e hanno costretto gli operatori umanitari ad abbandonare alcune località. Sono stati distrutti su larga scala mezzi di sostentamento e infrastrutture.L’inasprirsi del conflitto non permette a chi è dovuto fuggire di tornare a casa. Alcuni rifugiati che hanno tentato di rientrare nelle proprie comunità sono diventati sfollati interni in Nigeria, costretti a fuggire all’interno del paese più volte, o sono tornati a essere nuovamente rifugiati in Camerun, Ciad e Niger. Questo nuovo appello mira ad espandere la risposta umanitaria verso un approccio ancora più a lungo termine per sostenere le persone costrette a fuggire e le comunità che le accolgono. Queste ultime vivono già al di sotto della soglia di povertà e hanno a loro volta urgente bisogno di aiuto, essendo le loro capacità di assicurare assistenza già al limite delle possibilità.Le 40 agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie che hanno aderito al RRRP in Nigeria nel 2019 risponderanno ai bisogni dei 250.000 rifugiati nigeriani e dei 55.000 membri delle comunità che li accolgono in Niger, Camerun e Ciad.
Un totale di circa 2,5 milioni di persone sono fuggite nella regione del lago Ciad, inclusi gli oltre 1,8 milioni di sfollati interni in Nigeria.Un Piano di risposta alla crisi di rifugiati (Refugee Response Plan/RRP) costituisce uno strumento di pianificazione e coordinamento inter-agenzie guidato dall’UNHCR per la gestione di crisi complesse o su vasta scala. Un appello simile per la raccolta di 157 milioni di dollari USA, lanciato nel 2018, era stato finanziato solo per il 42 per cento, rispetto al 56 per cento dei 241 milioni di dollari USA chiesti nel 2017.Le Nazioni Unite e i propri partner chiedono, inoltre, 848 milioni di dollari statunitensi per continuare a garantire cibo, acqua, alloggi e protezione alle persone più vulnerabili in Nigeria, nell’ambito della Strategia di risposta umanitaria 2019-2021 per il Paese, lanciata oggi in contemporanea, ad Abuja.

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Donne: in Campidoglio un convegno sulla violenza di genere

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 novembre 2018

A pochi giorni dalla giornata internazionale contro la violenza sulle donne si è tenuto in Campidoglio, presso la Sala della Protomoteca, il convegno dal titolo Stalking, violenza domestica e alienazione parentale. Percorsi di conoscenza, prevenzione e contrasto, promosso e organizzato dalla Lista Civica Con Giorgia. Obiettivo dell’incontro sarà analizzare i fattori capaci di contrastare questi fenomeni, purtroppo sempre più attuali e ‘trasversali’ anche nel nostro Paese, e valutare le modalità con cui affrontare adeguatamente e concretamente i percorsi in grado di prevenirli.Il numero delle donne vittime di violenza sale purtroppo di continuo e, giorno dopo giorno, diventa un’emergenza. Basti pensare che in Europa una donna su tre ha subito violenza almeno una volta nella vita.La legislazione italiana non contempla la definizione di femminicidio inteso come un omicidio in cui l’appartenenza al genere femminile della vittima è causa essenziale e movente dell’omicidio stesso. Eppure le donne continuano a morire. Come emerso dai dati presentati dal Viminale a metà agosto e relativi ai 12 mesi precedenti, in Italia sono stati oltre 130 gli omicidi commessi ai danni delle donne. Stragi spesso annunciate e troppe volte sottovalutate, a volte avvenute per mano di un uomo, un compagno, un familiare. Come dire che la violenza non ha confini ma ha le chiavi di casa. Alla violenza più estrema, quella che porta alla morte, si aggiungono poi varie altre forme di fenomeni violenti, non per questo meno vili o meno gravi: la violenza sessuale, i maltrattamenti in famiglia, le percosse e, infine, lo stalking, che tende a ridurre la vittima in uno stato di ansia e angoscia attraverso atti persecutori e, in alcune circostanze, anche fisici.
Dati Istat alla mano, nel 2015 oltre 3 milioni di donne sono state vittime di stalking, numeri parziali visto che molti casi non vengono denunciati per la ‘paura’, la ‘vergogna’, il ‘senso di frustrazione’ e la complessità di gestire le patologie della vita familiare all’interno delle quali spesso si verificano gli atti persecutori. Un bollettino di guerra molto pesante e quasi quotidianamente presente sui giornali, una mattanza alla quale occorre mettere la parola fine.A Roma la situazione è decisamente grave, come testimoniano anche i fatti di cronaca degli ultimi giorni.Secondo i dati forniti dalla Questura nel 2017 il numero delle violenze sessuali è pari a 220, quasi 20 stupri al mese solo nel Comune di Roma. Il dato è ancora più terribile se paragonato agli anni precedenti: le violenze sono state 184 nel 2016 e 187 nel 2015, un aumento del 20% che diventa del 33% nei casi in cui le vittime sono minori di 14 anni. Nel 2017 sono stati 12 gli stupri subiti da adolescenti, 9 l’anno prima e 7 nel 2015. «Nei mesi scorsi ho presentato al Sindaco e alla Giunta – dichiara Rachele Mussolini alcune interrogazioni finalizzate a monitorare i risultati raggiunti dall’istituzione di telecamere per la sicurezza di aree particolarmente rischiose o di una tariffazione “dedicata” che consenta alle donne, nelle fasce orarie notturne, di servirsi del servizio taxi”. E soggiunge: ” Come donna e come rappresentante del mondo delle istituzioni credo, infatti, che sia assolutamente doveroso da parte della politica affrontare con coraggio e determinazione la questione della violenza sulle donne, piaga sociale mai sopita». «E’ indispensabile, in tal senso, disegnare un sistema integrato di politiche pubbliche orientate in chiave preventiva alla salvaguardia e alla promozione dei diritti umani delle donne, al rispetto della loro dignità e alla tutela dei figli, ma anche potenziare le forme di assistenza, sostegno e protezione delle vittime a 360 gradi»
Particolarmente significativi gli interventi di alcuni dei maggiori esperti in diritto di famiglia e diritto della persona: gli avvocati Daniela Missaglia, Anna Pettene e Marcello Melandri, i magistrati Giuseppe Buffone, Valerio De Gioia e Vincenzo Barba. Insieme a loro prenderanno parte ai lavori anche il neurologo e psichiatra forense Stefano Ferracuti e la giornalista Antonella Delprino.

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Mali: il paese sconvolto da nuove violenze

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 settembre 2018

Non trova pace il Mali, dove negli scorsi giorni sono stati uccisi da un gruppo di assalitori non identificati almeno 19 nomadi Tuareg disarmati. Martedì 25 settembre un gruppo di motociclisti ha attaccato due accampamenti di nomadi Tuareg del gruppo degli Ibogholitane a 45 km dalla città di Menaka nel nordest del paese. Gli aggressori hanno ucciso a colpi di arma da fuoco 17 civili, tra cui diversi adolescenti. Solo pochi giorni prima, sabato 22 settembre, nella città di Kidal due capi clan dei Tuareg sono stati uccisi in strada da esponenti di un gruppo radical-islamico. Anche in questo caso i due capi clan, Saida Ould Cheik Cheick e Mohamed Ag Eljamet, sono stati circondati e bloccati da motociclisti armati e poi uccisi. Questi ultimi avvenimenti rischiano di deteriorare ulteriormente il clima nella regione settentrionale del paese africano, dove comuni banditi e seguaci radical-islamici continuano a seminare violenza e tensione. Solamente lo scorso 22 settembre il neo-eletto presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita aveva annunciato che il ripristino della sicurezza nel paese costituisce il primo e più importante punto del suo programma. Sembra però che né le truppe di pace ONU della missione Minusma né le truppe anti-terrorismo francesi stazionate nella regione
né tanto meno l’esercito del Mali siano in grado di garantire la sicurezza della popolazione civile. Per interrompere la escalation di violenza ed evitare che questi ultimi assassinii vadano ad alimentare ulteriormente la pericolosa spirale di aggressioni mortali, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede l’immediato avvio di un’indagine indipendente in grado di far incriminare i responsabili degli assassinii. L’APM chiede inoltre che le autorità competenti, nazionali ed internazionali, sviluppino delle strategie per una reale tutela della popolazione civile. Il primo passo in tal senso dovrebbe essere l’effettiva attuazione dell’accordo di pace con la popolazione Tuareg da parte del governo maliano. Il governo
finora ha attuato solo parzialmente e in modo molto lento l’accordo di pace, dando l’impressione di non volersene in realtà occupare. Secondo l’APM, in questo modo il governo diventa uno dei principali responsabili del clima di insicurezza, ma soprattutto del vuoto legislativo che si è creato nella regione, e che a sua volta lascia liberi comuni criminali ed estremisti di agire impunemente. Fintanto che il governo non si assume le proprie responsabilità, attua finalmente l’accordo di pace in tutti i suoi punti e ristabilisce la legalità nella regione, la spirale di violenza in Mali rischia di aggravarsi ulteriormente.

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Teenager e violenze a scuola e fuori

Posted by fidest press agency su domenica, 9 settembre 2018

Secondo un nuovo rapporto lanciato oggi dall’UNICEF, metà degli studenti fra i 13 e i 15 anni nel mondo – circa 150 milioni – hanno riferito di aver subito violenza da parte dei loro coetanei a scuola e fuori.Secondo il rapporto An Everyday Lesson: #ENDviolence in Schools (Una lezione quotidiana: porre fine alla violenza nelle scuole) la violenza tra coetanei – misurata come il numero di bambini che hanno riferito di essere stati vittime di bullismo nell’ultimo mese o che sono stati coinvolti in scontri fisici nell’ultimo anno – è una componente diffusa dell’istruzione dei giovani nel mondo. Ha un impatto sull’apprendimento degli studenti e sul loro benessere sia nei paesi poveri sia ricchi.Il rapporto sottolinea diversi modi in cui gli studenti subiscono violenza in classe e fuori. Secondo gli ultimi dati dell’UNICEF:A livello globale, poco più di 1 studente su 3 fra 13 e 15 anni è vittima di bullismo e circa la stessa percentuale è coinvolta in scontri fisici.3 studenti su 10 in 39 paesi industrializzati ammettono di esercitare bullismo sui loro coetanei;Nel 2017, sono stati registrati 396 attacchi documentati o verificati sulle scuole nella Repubblica Democratica del Congo, 26 sulle scuole in Sud Sudan, 67 attacchi in Siria e 20 attacchi in Yemen;Circa 720 milioni di bambini in età scolastica vivono in paesi in cui le punizioni fisiche a scuola non sono completamente proibite;
Le ragazze e i ragazzi sono egualmente esposti al rischio di bullismo, ma le ragazze hanno maggiori probabilità di essere vittime di forme psicologiche di bullismo e i ragazzi incorrono in un rischio maggiore di violenze fisiche e minacce;
In Italia, il 37% degli studenti fra i 13 e i 15 anni hanno riferito di essere stati vittime di bullismo a scuola almeno una volta negli ultimi due mesi e/o di essere stati coinvolti in scontri fisici almeno una volta nei 12 mesi passati. In questa stessa fascia di età, il 12% degli studenti ha subito atti di bullismo (a scuola almeno una volta negli ultimi due mesi) e il 31% è stato coinvolto in atti di violenza fisica (almeno una volta negli ultimi 12 mesi).
“L’istruzione è fondamentale per costruire delle società che vivano in pace, eppure, per milioni di bambini nel mondo, la scuola stessa non è sicura”, ha dichiarato il Direttore generale dell’UNICEF, Henrietta Fore. “Ogni giorno, i bambini incontrano numerosi pericoli, fra cui scontri, pressione per unirsi alle gang, bullismo – sia di persona che online –, punizioni violente, molestie sessuali e violenza armata. Nel breve periodo tutto ciò ha un impatto sul loro apprendimento, nel lungo periodo può condurre a depressione, ansia e persino suicidio. La violenza è una lezione indimenticabile che nessun bambino ha bisogno di imparare”.Il rapporto evidenzia che la violenza con armi a scuola, come coltelli e pistole, continua a provocare morti. Sostiene inoltre che in un mondo sempre più digitale, i bulli stanno disseminando messaggi violenti, offensivi e umilianti premendo dei pulsanti sulla tastiera.

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