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Posts Tagged ‘violenze’

L’UNHCR esprime preoccupazione per l’intensificarsi delle violenze nel Niger sudorientale

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 aprile 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime profonda preoccupazione per l’intensificarsi degli attacchi nel Niger sudorientale che colpiscono tanto le comunità locali quanto i rifugiati. Si ritiene che circa 88 civili abbiano perso la vita per la recrudescenza delle violenze nel solo mese di marzo.L’Alto Commissariato esprime sgomento per le crescenti sofferenze patite dalla popolazione col passare dei mesi dall’inizio del 2019: sono infatti riprese le violenze perpetrate da Boko Haram nei confronti delle forze dell’ordine nonché della popolazione civile nella regione di Diffa, vicino al confine con la Nigeria. Dal 2015 il numero di persone costrette alla fuga nella regione di Diffa è cresciuto fino a quasi 250.000 unità e quasi la metà di queste sono rifugiati provenienti dalla Nigeria, precedentemente fuggiti a causa di attacchi simili per cercare rifugio oltre confine.
Gli attacchi più recenti hanno costretto alla fuga oltre 18.000 persone, molte di queste per la seconda o la terza volta, per cercare rifugio nella città di Diffa.L’UNHCR attualmente collabora col governo del Niger e coi partner umanitari per assicurare assistenza: l’obiettivo è quello di ricollocare immediatamente circa 10.000 rifugiati dalle aree vicine alla frontiera nel campo rifugiati di Sayam Forage, a circa 45 km dal confine. Il campo accoglie già più di 15.000 rifugiati.Inoltre, l’UNHCR sta sostenendo il governo nella ricerca di soluzioni alternative per le altre persone in fuga e fortemente vulnerabili, che necessitano con urgenza di assistenza umanitaria e di tornare a vivere in condizioni di sicurezza.L’UNHCR ha mobilitato lo staff specializzato in supporto psicosociale per rispondere alle esigenze più urgenti degli ultimi arrivati, profondamente traumatizzati, in particolare donne e bambini.I più recenti episodi di violenza avrebbero costretto le persone a fuggire oltre confine per cercare rifugio in Nigeria, recandosi in città quali Damasak e Maiduguri. Fuggono dalle crescenti condizioni di insicurezza della regione di Diffa, oltre che spinti dalla necessità di ricevere assistenza umanitaria.Nonostante le tensioni dovute all’assenza di sicurezza nella regione, l’UNHCR continua a collaborare con le autorità e i propri partner per garantire supporto ai rifugiati e alle comunità di accoglienza, nonché per implementare progetti di sviluppo e di ripresa a lungo termine nella regione di Diffa. Il governo del Niger ha lanciato da poco un progetto di assistenza da 80 milioni di dollari USA, in collaborazione con la Banca Mondiale e l’UNHCR.

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Nuovi centri e case rifugio per le donne vittime di violenza

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 marzo 2019

Una mozione che chiede alla Lombardia di “dare piena attuazione” al “Piano quadriennale regionale per le politiche di parità e di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne”. A depositarla, in previsione della discussione in Consiglio regionale di martedì 5 marzo prossimo, Monica Forte, consigliere del M5S Lombardia e Presidente della Commissione regionale Antimafia.La mozione chiede alla regione di attivarsi presso il Governo per il trasferimento delle risorse per la creazione di nuovi centri antiviolenza e case-rifugio utilizzando beni sottratti alla criminalità organizzata.Per Monica Forte, va immediatamente intercettato “il bisogno sui territori di una diffusione capillare degli interventi per migliorare la copertura e la qualità dei servizi antiviolenza rivolti alle donne”.“Stando ai dati da gennaio ottobre 2018 sono state 3890 le donne che si sono rivolte ai 27 centri operativi in lombardia per sottrarsi a violenze, abusi, vessazioni e molestie. È stato un massacro di fronte al quale dobbiamo fornire una via di fuga e di salvezza in modo capillare.Proprio per questo i servizi e la destinazione di risorse devono essere efficienti. La quota che spetta alla Lombardia è di 933.899 euro che possono essere investiti restituendo alla collettività i beni immobili sottratti alla criminalità organizzata trasformandoli in centri antiviolenza e case rifugio, identificando gli immobili già idonei a questa destinazione. L’idea è di togliere al crimine e offrire più assistenza e protezione alle vittime di violenza”.“Accogliere, sostenere e accompagnare all’autonomia le donne vittime di violenza sono obiettivi condivisi e raggiungibili, la Lombardia deve fare tutto il possibile per salvare la vita di centinaia di innocenti”, conclude Forte.

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Sud Sudan: a migliaia in fuga dal riaccendersi delle violenze

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 febbraio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sta registrando l’arrivo di una nuova ondata di rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) in fuga dal Sud Sudan. Negli ultimi giorni migliaia di persone disperate hanno continuato ad attraversare il confine per fuggire dagli scontri e dalle violenze perpetrate contro i civili.Si stima che siano 5.000 i rifugiati giunti in diversi villaggi di confine vicini alla città di Ingbokolo, nella provincia nordorientale di Ituri, nella RDC, secondo quanto riferito dai capivillaggio locali. Altre 8.000 persone, inoltre, sarebbero sfollate all’interno del Sud Sudan, nei sobborghi della città di Yei.Le persone fuggono dagli scontri scoppiati il 19 gennaio fra l’esercito e uno dei gruppi di ribelli, il Fronte di Salvezza Nazionale (National Salvation Front/NAS). I combattimenti, in corso nello Stato di Equatoria Centrale, in Sud Sudan, al confine con RDC e Uganda, stanno rendendo impossibile l’accesso degli aiuti umanitari alle aree colpite. Le persone fuggite dal conflitto sono giunte nella RDC a piedi nel fine settimana. La maggior parte sono donne, bambini e anziani. Sono arrivate esauste, affamate e assetate. Fra queste alcune sono affette da malaria o da altre malattie. Molte sono traumatizzate per aver assistito a violenze commesse da uomini armati, che avrebbero ucciso e stuprato civili e saccheggiato i villaggi.Lo staff dell’UNHCR di stanza nella provincia di Ituru, riferisce che la popolazione, in preda alla disperazione, sta cercando rifugio nelle chiese, nelle scuole e nelle case abbandonate, o dorme all’addiaccio. Si tratta di una remota regione di confine i cui villaggi sono quasi totalmente sprovvisti di infrastrutture o ambulatori medici. I nuovi arrivati stanno sopravvivendo grazie al cibo che la popolazione locale condivide con loro.Le aree in cui sono arrivati i rifugiati sono difficili da raggiungere: strade e ponti sono seriamente danneggiati e in rovina. Le autorità congolesi stanno sollecitando i rifugiati ad andarsene da questa zona di confine estremamente instabile e a dirigersi nell’entroterra, dove possono ricevere maggiore assistenza.L’UNHCR ha dispiegato ulteriore personale a Ituri per poter registrare i rifugiati e supportare le procedure di un loro possibile ricollocamento. Tuttavia, sono necessari fondi per allestire alloggi e assicurare cibo, acqua potabile e assistenza medica nel più vicino insediamento di rifugiati, a Biringi. Biringi si trova più a sud e attualmente accoglie oltre 6.000 rifugiati sudsudanesi. Il conflitto in Sud Sudan ha generato oltre 2,2 milioni di rifugiati a partire dal 2013. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati lancia nuovamente un appello affinché le parti coinvolte intraprendano tutte le azioni possibili per garantire la sicurezza e la libertà di movimento dei civili, assicurando l’istituzione di corridoi umanitari che permettano di abbandonare le aree teatro di scontri.

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L’UNHCR chiede 135 milioni di dollari USA per assistere le persone in fuga dalle violenze di Boko Haram

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 gennaio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, insieme al Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e ad altri partner, ha lanciato oggi il Piano regionale di risposta alla crisi di rifugiati in Nigeria (Regional Refugee Response Plan/RRRP), un appello per la raccolta di 135 milioni di dollari statunitensi destinati all’assistenza di centinaia di migliaia di persone costrette alla fuga dall’insurrezione sempre più violenta di Boko Haram nella regione del bacino del lago Ciad. Oltre ai 250.000 minori, donne e uomini già fuggiti dalla Nigeria nordorientale, gli attacchi sempre più consistenti dei miliziani contro la popolazione civile stanno costringendo ogni giorno altre migliaia di persone a fuggire per salvarsi. Giovani ragazze, donne anziane e operatori umanitari continuano a essere le persone maggiormente colpite dall’inasprirsi delle violenze. La recente recrudescenza delle violenze nella Nigeria nordorientale ha costretto oltre 80.000 civili a cercare rifugio in campi già affollati o in città dello Stato di Borno, dove sopravvivono in condizioni difficili.Rifugiati nigeriani continuano ad arrivare presso comunità molto remote e povere dei Paesi confinanti. Si stima che 30.000 persone siano fuggite dalla città di Rann nel solo fine settimana per trovare rifugio in Camerun. A migliaia sono fuggiti in Camerun e in Ciad anche nelle ultime settimane. Le ostilità hanno messo a dura prova le operazioni umanitarie e hanno costretto gli operatori umanitari ad abbandonare alcune località. Sono stati distrutti su larga scala mezzi di sostentamento e infrastrutture.L’inasprirsi del conflitto non permette a chi è dovuto fuggire di tornare a casa. Alcuni rifugiati che hanno tentato di rientrare nelle proprie comunità sono diventati sfollati interni in Nigeria, costretti a fuggire all’interno del paese più volte, o sono tornati a essere nuovamente rifugiati in Camerun, Ciad e Niger. Questo nuovo appello mira ad espandere la risposta umanitaria verso un approccio ancora più a lungo termine per sostenere le persone costrette a fuggire e le comunità che le accolgono. Queste ultime vivono già al di sotto della soglia di povertà e hanno a loro volta urgente bisogno di aiuto, essendo le loro capacità di assicurare assistenza già al limite delle possibilità.Le 40 agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie che hanno aderito al RRRP in Nigeria nel 2019 risponderanno ai bisogni dei 250.000 rifugiati nigeriani e dei 55.000 membri delle comunità che li accolgono in Niger, Camerun e Ciad.
Un totale di circa 2,5 milioni di persone sono fuggite nella regione del lago Ciad, inclusi gli oltre 1,8 milioni di sfollati interni in Nigeria.Un Piano di risposta alla crisi di rifugiati (Refugee Response Plan/RRP) costituisce uno strumento di pianificazione e coordinamento inter-agenzie guidato dall’UNHCR per la gestione di crisi complesse o su vasta scala. Un appello simile per la raccolta di 157 milioni di dollari USA, lanciato nel 2018, era stato finanziato solo per il 42 per cento, rispetto al 56 per cento dei 241 milioni di dollari USA chiesti nel 2017.Le Nazioni Unite e i propri partner chiedono, inoltre, 848 milioni di dollari statunitensi per continuare a garantire cibo, acqua, alloggi e protezione alle persone più vulnerabili in Nigeria, nell’ambito della Strategia di risposta umanitaria 2019-2021 per il Paese, lanciata oggi in contemporanea, ad Abuja.

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Donne: in Campidoglio un convegno sulla violenza di genere

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 novembre 2018

A pochi giorni dalla giornata internazionale contro la violenza sulle donne si è tenuto in Campidoglio, presso la Sala della Protomoteca, il convegno dal titolo Stalking, violenza domestica e alienazione parentale. Percorsi di conoscenza, prevenzione e contrasto, promosso e organizzato dalla Lista Civica Con Giorgia. Obiettivo dell’incontro sarà analizzare i fattori capaci di contrastare questi fenomeni, purtroppo sempre più attuali e ‘trasversali’ anche nel nostro Paese, e valutare le modalità con cui affrontare adeguatamente e concretamente i percorsi in grado di prevenirli.Il numero delle donne vittime di violenza sale purtroppo di continuo e, giorno dopo giorno, diventa un’emergenza. Basti pensare che in Europa una donna su tre ha subito violenza almeno una volta nella vita.La legislazione italiana non contempla la definizione di femminicidio inteso come un omicidio in cui l’appartenenza al genere femminile della vittima è causa essenziale e movente dell’omicidio stesso. Eppure le donne continuano a morire. Come emerso dai dati presentati dal Viminale a metà agosto e relativi ai 12 mesi precedenti, in Italia sono stati oltre 130 gli omicidi commessi ai danni delle donne. Stragi spesso annunciate e troppe volte sottovalutate, a volte avvenute per mano di un uomo, un compagno, un familiare. Come dire che la violenza non ha confini ma ha le chiavi di casa. Alla violenza più estrema, quella che porta alla morte, si aggiungono poi varie altre forme di fenomeni violenti, non per questo meno vili o meno gravi: la violenza sessuale, i maltrattamenti in famiglia, le percosse e, infine, lo stalking, che tende a ridurre la vittima in uno stato di ansia e angoscia attraverso atti persecutori e, in alcune circostanze, anche fisici.
Dati Istat alla mano, nel 2015 oltre 3 milioni di donne sono state vittime di stalking, numeri parziali visto che molti casi non vengono denunciati per la ‘paura’, la ‘vergogna’, il ‘senso di frustrazione’ e la complessità di gestire le patologie della vita familiare all’interno delle quali spesso si verificano gli atti persecutori. Un bollettino di guerra molto pesante e quasi quotidianamente presente sui giornali, una mattanza alla quale occorre mettere la parola fine.A Roma la situazione è decisamente grave, come testimoniano anche i fatti di cronaca degli ultimi giorni.Secondo i dati forniti dalla Questura nel 2017 il numero delle violenze sessuali è pari a 220, quasi 20 stupri al mese solo nel Comune di Roma. Il dato è ancora più terribile se paragonato agli anni precedenti: le violenze sono state 184 nel 2016 e 187 nel 2015, un aumento del 20% che diventa del 33% nei casi in cui le vittime sono minori di 14 anni. Nel 2017 sono stati 12 gli stupri subiti da adolescenti, 9 l’anno prima e 7 nel 2015. «Nei mesi scorsi ho presentato al Sindaco e alla Giunta – dichiara Rachele Mussolini alcune interrogazioni finalizzate a monitorare i risultati raggiunti dall’istituzione di telecamere per la sicurezza di aree particolarmente rischiose o di una tariffazione “dedicata” che consenta alle donne, nelle fasce orarie notturne, di servirsi del servizio taxi”. E soggiunge: ” Come donna e come rappresentante del mondo delle istituzioni credo, infatti, che sia assolutamente doveroso da parte della politica affrontare con coraggio e determinazione la questione della violenza sulle donne, piaga sociale mai sopita». «E’ indispensabile, in tal senso, disegnare un sistema integrato di politiche pubbliche orientate in chiave preventiva alla salvaguardia e alla promozione dei diritti umani delle donne, al rispetto della loro dignità e alla tutela dei figli, ma anche potenziare le forme di assistenza, sostegno e protezione delle vittime a 360 gradi»
Particolarmente significativi gli interventi di alcuni dei maggiori esperti in diritto di famiglia e diritto della persona: gli avvocati Daniela Missaglia, Anna Pettene e Marcello Melandri, i magistrati Giuseppe Buffone, Valerio De Gioia e Vincenzo Barba. Insieme a loro prenderanno parte ai lavori anche il neurologo e psichiatra forense Stefano Ferracuti e la giornalista Antonella Delprino.

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Mali: il paese sconvolto da nuove violenze

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 settembre 2018

Non trova pace il Mali, dove negli scorsi giorni sono stati uccisi da un gruppo di assalitori non identificati almeno 19 nomadi Tuareg disarmati. Martedì 25 settembre un gruppo di motociclisti ha attaccato due accampamenti di nomadi Tuareg del gruppo degli Ibogholitane a 45 km dalla città di Menaka nel nordest del paese. Gli aggressori hanno ucciso a colpi di arma da fuoco 17 civili, tra cui diversi adolescenti. Solo pochi giorni prima, sabato 22 settembre, nella città di Kidal due capi clan dei Tuareg sono stati uccisi in strada da esponenti di un gruppo radical-islamico. Anche in questo caso i due capi clan, Saida Ould Cheik Cheick e Mohamed Ag Eljamet, sono stati circondati e bloccati da motociclisti armati e poi uccisi. Questi ultimi avvenimenti rischiano di deteriorare ulteriormente il clima nella regione settentrionale del paese africano, dove comuni banditi e seguaci radical-islamici continuano a seminare violenza e tensione. Solamente lo scorso 22 settembre il neo-eletto presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita aveva annunciato che il ripristino della sicurezza nel paese costituisce il primo e più importante punto del suo programma. Sembra però che né le truppe di pace ONU della missione Minusma né le truppe anti-terrorismo francesi stazionate nella regione
né tanto meno l’esercito del Mali siano in grado di garantire la sicurezza della popolazione civile. Per interrompere la escalation di violenza ed evitare che questi ultimi assassinii vadano ad alimentare ulteriormente la pericolosa spirale di aggressioni mortali, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede l’immediato avvio di un’indagine indipendente in grado di far incriminare i responsabili degli assassinii. L’APM chiede inoltre che le autorità competenti, nazionali ed internazionali, sviluppino delle strategie per una reale tutela della popolazione civile. Il primo passo in tal senso dovrebbe essere l’effettiva attuazione dell’accordo di pace con la popolazione Tuareg da parte del governo maliano. Il governo
finora ha attuato solo parzialmente e in modo molto lento l’accordo di pace, dando l’impressione di non volersene in realtà occupare. Secondo l’APM, in questo modo il governo diventa uno dei principali responsabili del clima di insicurezza, ma soprattutto del vuoto legislativo che si è creato nella regione, e che a sua volta lascia liberi comuni criminali ed estremisti di agire impunemente. Fintanto che il governo non si assume le proprie responsabilità, attua finalmente l’accordo di pace in tutti i suoi punti e ristabilisce la legalità nella regione, la spirale di violenza in Mali rischia di aggravarsi ulteriormente.

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Teenager e violenze a scuola e fuori

Posted by fidest press agency su domenica, 9 settembre 2018

Secondo un nuovo rapporto lanciato oggi dall’UNICEF, metà degli studenti fra i 13 e i 15 anni nel mondo – circa 150 milioni – hanno riferito di aver subito violenza da parte dei loro coetanei a scuola e fuori.Secondo il rapporto An Everyday Lesson: #ENDviolence in Schools (Una lezione quotidiana: porre fine alla violenza nelle scuole) la violenza tra coetanei – misurata come il numero di bambini che hanno riferito di essere stati vittime di bullismo nell’ultimo mese o che sono stati coinvolti in scontri fisici nell’ultimo anno – è una componente diffusa dell’istruzione dei giovani nel mondo. Ha un impatto sull’apprendimento degli studenti e sul loro benessere sia nei paesi poveri sia ricchi.Il rapporto sottolinea diversi modi in cui gli studenti subiscono violenza in classe e fuori. Secondo gli ultimi dati dell’UNICEF:A livello globale, poco più di 1 studente su 3 fra 13 e 15 anni è vittima di bullismo e circa la stessa percentuale è coinvolta in scontri fisici.3 studenti su 10 in 39 paesi industrializzati ammettono di esercitare bullismo sui loro coetanei;Nel 2017, sono stati registrati 396 attacchi documentati o verificati sulle scuole nella Repubblica Democratica del Congo, 26 sulle scuole in Sud Sudan, 67 attacchi in Siria e 20 attacchi in Yemen;Circa 720 milioni di bambini in età scolastica vivono in paesi in cui le punizioni fisiche a scuola non sono completamente proibite;
Le ragazze e i ragazzi sono egualmente esposti al rischio di bullismo, ma le ragazze hanno maggiori probabilità di essere vittime di forme psicologiche di bullismo e i ragazzi incorrono in un rischio maggiore di violenze fisiche e minacce;
In Italia, il 37% degli studenti fra i 13 e i 15 anni hanno riferito di essere stati vittime di bullismo a scuola almeno una volta negli ultimi due mesi e/o di essere stati coinvolti in scontri fisici almeno una volta nei 12 mesi passati. In questa stessa fascia di età, il 12% degli studenti ha subito atti di bullismo (a scuola almeno una volta negli ultimi due mesi) e il 31% è stato coinvolto in atti di violenza fisica (almeno una volta negli ultimi 12 mesi).
“L’istruzione è fondamentale per costruire delle società che vivano in pace, eppure, per milioni di bambini nel mondo, la scuola stessa non è sicura”, ha dichiarato il Direttore generale dell’UNICEF, Henrietta Fore. “Ogni giorno, i bambini incontrano numerosi pericoli, fra cui scontri, pressione per unirsi alle gang, bullismo – sia di persona che online –, punizioni violente, molestie sessuali e violenza armata. Nel breve periodo tutto ciò ha un impatto sul loro apprendimento, nel lungo periodo può condurre a depressione, ansia e persino suicidio. La violenza è una lezione indimenticabile che nessun bambino ha bisogno di imparare”.Il rapporto evidenzia che la violenza con armi a scuola, come coltelli e pistole, continua a provocare morti. Sostiene inoltre che in un mondo sempre più digitale, i bulli stanno disseminando messaggi violenti, offensivi e umilianti premendo dei pulsanti sulla tastiera.

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Rohingya: i bambini che hanno subito atroci violenze non hanno ancora ottenuto la giustizia che meritano

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 agosto 2018

Save the Children accoglie favorevolmente i principali risultati e le raccomandazioni emerse dal Rapporto dell’inchiesta internazionale indipendente in Myanmar, pubblicato oggi.
Ad un anno dalle violenze e dalle atrocità commesse nello Stato di Rakhine che hanno causato la fuga di oltre 700.000 Rohingya verso il Bangladesh, l’impatto devastante che queste hanno avuto sui bambini è emerso in modo chiaro. In particolare, l’inchiesta ha chiarito che gli attacchi diffusi e sistematici contro la popolazione civile negli stati di Rakhine, Kachin e Shan, equivalgono a crimini contro l’umanità e crimini di guerra, e forse anche a un genocidio.A causa delle continue violenze perpetrate nello stato di Rakhine dall’agosto 2017, i bambini sono stati sottoposti a gravi violazioni dei diritti umani, come omicidi, menomazioni e violenze sessuali. I bambini sono stati uccisi davanti ai propri genitori e le ragazze hanno subito violenza sessuale. Di circa 500.000 bambini Rohingya in Bangladesh, molti sono fuggiti da soli dopo che i loro genitori sono stati uccisi o dopo essere stati separati dalle loro famiglie. La missione conoscitiva ha raccolto le testimonianze di molti bambini con ferite visibili che raccontavano di sparatorie, pugnalate o bruciature.Il rapporto ha proposto un percorso rivoluzionario, centrato sulla vittima, completo e inclusivo, sottolineando l’importanza che esso venga dalla comunità internazionale, al fine di interrompere il clima di impunità e garantire che tutte le istituzioni statali si sentano responsabili nei confronti della popolazione.”Le prove presentate dall’inchiesta sono chiare. Migliaia di bambini negli stati di Rakhine, Kachin e Shan hanno sofferto enormemente le violenze perpetrate per mano dell’esercito del Myanmar e di altri gruppi. Da tempo si attende un’azione incisiva. I bambini e le loro famiglie sono stati assassinati, aggrediti sessualmente e costretti a fuggire da villaggi in fiamme, e non hanno ancora ottenuto la giustizia che meritano. Stabilire i fatti attraverso l’inchiesta è stato un primo passo fondamentale verso l’ottenimento della giustizia, tuttavia ora deve esserci un passo avanti delle indagini al fine di identificare la responsabilità” ha commentato Michael McGrath, Direttore di Save the Children in Myanmar. “Save the Children sta chiedendo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di deferire senza indugio il Myanmar alla Corte penale internazionale. Esortiamo inoltre il Consiglio dei diritti umani a istituire un meccanismo internazionale, imparziale e indipendente alla 39a sessione di settembre, con personale esperto che ha esperienza specifica in interviste ai bambini che hanno sofferto o sono stati testimoni di atrocità. Ai bambini dovrebbe anche essere fornito un sostegno sia psicosociale che di accesso alla giustizia, così come risarcimenti e reintegri”.

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Le voci che provengono dalle capitali europee

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 giugno 2018

Sono purtroppo le stesse che in passato hanno fatto il bello e il cattivo tempo e che scatenarono due guerre mondiali e ora passiamo ad una logica condita di ricatti e di minacce. L’Italia è nel mezzo di questa bufera proprio perché è un vaso di coccio tra due di ferro: la Francia e la Germania. Finché è rimasta obbedienti ai dettati dei “grandi” e li ha seguiti con la coda tra le gambe tutto è filato liscio. Ora che si permette di alzare la testa la si accusa di ogni nefandezza dimenticando che i francesi ai confini di Ventimiglia e nell’entro terra non hanno avuto nessuna considerazione per una donna incinta e non si sono fatti scrupoli di riempire i sentieri di montagna che lambiscono i confini di tagliole per bloccare in qualche modo la marcia dei disperati che diventano “umanità sofferente” solo se abita altrove e le supposte crudeltà le praticano gli altri.
Noi che ci siamo imbevuti, si può dire sin dalla tenera età, dell’idea di un’Europa unita e solidale la ritroviamo occupata e imbarbarita dagli avventurieri della politica che ne fanno mercimonio. Non è solo un giudizio di parte e una sofferenza colta nel vivo dovendo gestire da italiani oltre mezzo milione di immigrati che ci sono piovuti addosso in una esigua manciata di anni senza poter offrire loro oltre al soccorso e alla prima assistenza ciò che per loro resta vitale: l’integrazione e un lavoro. E’ la consapevolezza che siamo entrati in un tunnel degli orrori dove intere nazioni sono per anni sconvolte da cruente guerre civili che fanno centinaia di migliaia di vittime e provocano esodi di massa per milioni di persone. E che cosa fa il mondo cosiddetto civilizzato? Si limita ad esportare, lucrandovi, in quelle stesse aree così disastrate, armi di distruzione di massa e proprio se non riesce a farne a meno qualche sacco di farina o di riso. Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Volete che anche l’Europa diventi un focolaio di rivolte e di violenze? (Riccardo Alfonso)

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Oltre 68 milioni di persone costrette alla fuga nel 2017

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 giugno 2018

Nel 2017 il numero di persone costrette a fuggire nel mondo a causa di guerre, violenze e persecuzioni ha raggiunto un nuovo record per il quinto anno consecutivo. A determinare tale situazione sono state in particolare la crisi nella Repubblica Democratica del Congo, la guerra in Sud Sudan e la fuga in Bangladesh di centinaia di migliaia di rifugiati rohingya provenienti dal Myanmar. I paesi maggiormente colpiti sono per lo più i paesi in via di sviluppo.Nel suo rapporto annuale Global Trends, pubblicato oggi, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, riporta che a fine 2017 erano 68.5 milioni le persone costrette alla fuga. Di queste, solo nel corso dell’anno passato, 16.2 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case per la prima volta o ripetutamente. Questo dato rappresenta un numero elevato di persone in fuga: 44.500 al giorno, ossia una persona ogni due secondi.Nel totale dei 68.5 milioni sono inclusi anche 25.4 milioni di rifugiati che hanno lasciato il proprio paese a causa di guerre e persecuzioni, 2.9 milioni in più rispetto al 2016 e l’aumento maggiore registrato dall’UNHCR in un solo anno. Nel frattempo, i richiedenti asilo che al 31 dicembre 2017 erano ancora in attesa della decisione in merito alla loro richiesta di protezione sono aumentati da circa 300.000 a 3.1 milioni. Le persone sfollate all’interno del proprio paese erano 40 milioni del numero totale, poco meno dei 40.3 milioni del 2016.In breve, il numero di persone costrette alla fuga nel mondo è quasi pari al numero di abitanti della Thailandia. Considerando tutte le nazioni nel mondo, una persona ogni 110 è costretta alla fuga.“Siamo a una svolta, dove il successo nella gestione degli esodi forzati a livello globale richiede un approccio nuovo e molto più complessivo, per evitare che paesi e comunità vengano lasciati soli ad affrontare tutto questo,” ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Ma abbiamo motivo di sperare. Quattordici paesi stanno già sperimentando un nuovo piano di risposta alle crisi di rifugiati e in pochi mesi sarà pronto un nuovo Global Compact sui rifugiati e potrà essere adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Oggi, alla vigilia della Giornata Mondiale del Rifugiato, il mio appello agli Stati membri è di sostenerci in questo. Nessuno diventa un rifugiato per scelta; ma noi tutti possiamo scegliere come aiutare”.Il Global Trends è un rapporto annuale pubblicato dall’UNHCR in tutto il mondo in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato (20 giugno). Il suo scopo è monitorare gli esodi forzati sulla base di dati forniti dall’UNHCR, dai governi e da altri partner. Non viene invece esaminato il contesto globale relativo all’asilo, a cui l’UNHCR dedica pubblicazioni separate e che nel 2017 ha continuato a vedere casi di rimpatri forzati, di politicizzazione e uso dei rifugiati come capri espiatori, di rifugiati incarcerati o privati della possibilità di lavorare, e diversi paesi che si sono opposti persino all’uso del termine “rifugiato”.
Nonostante ciò, il Global Trends offre numerose informazioni, indagando, in alcuni casi, le realtà percepite rispetto a quelle effettive degli esodi forzati e come queste realtà possano a volte essere in contrasto.Una di queste discrepanze è l’idea che le persone costrette a fuggire si trovino per lo più nei paesi del nord del mondo. I dati mostrano invece che è vero il contrario: l’85% dei rifugiati risiede nei paesi in via di sviluppo, molti dei quali versano in condizioni di estrema povertà e non ricevono un sostegno adeguato ad assistere tali popolazioni. Quattro rifugiati su cinque rimangono in paesi limitrofi ai loro.Anche gli esodi di massa oltre confine sono meno frequenti di quanto si potrebbe pensare guardando il dato dei 68 milioni di persone costrette alla fuga a livello globale. Quasi due terzi di questi sono infatti sfollati all’interno del proprio paese. Dei 25.4 milioni di rifugiati, poco più di un quinto sono palestinesi sotto la responsabilità dell’UNRWA. Dei restanti, che rientrano nel mandato dell’UNHCR, due terzi provengono da soli cinque paesi: Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Myanmar e Somalia. La fine del conflitto in ognuna di queste nazioni potrebbe influenzare in modo significativo il più ampio quadro dei movimenti forzati di persone nel mondo.Il Global Trends offre altri due dati di realtà: il primo è che la maggior parte dei rifugiati vive in aree urbane (58%) e non nei campi o in aree rurali; il secondo è che le persone costrette alla fuga nel mondo sono giovani – nel 53% dei casi si tratta di minori, molti dei quali non accompagnati o separati dalle loro famiglie.Come per il numero di paesi caratterizzati da esodi massicci di persone, anche il numero di paesi che ospitano un elevato numero di persone rifugiate è relativamente basso: in termini di numeri assoluti, la Turchia è rimasta il principale paese ospitante al mondo, con una popolazione di 3.5 milioni di rifugiati, per lo più siriani. Nel frattempo, il Libano ha ospitato il maggior numero di rifugiati in rapporto alla sua popolazione nazionale. Complessivamente, il 63% di tutti i rifugiati di cui si occupa l’UNHCR si trova in soli 10 paesi.Purtroppo, le soluzioni a tali situazioni sono state poche. Guerre e conflitti hanno continuato a essere le principali cause di fuga, con progressi assai limitati verso la pace. Circa cinque milioni di persone hanno potuto tornare alle loro case nel 2017, la maggior parte delle quali erano sfollate all’interno del proprio paese; tra queste, tuttavia, c’erano persone che sono rientrate in maniera forzata o in contesti assai precari. A causa del calo dei posti messi a disposizione dagli Stati per il reinsediamento, il numero di rifugiati reinsediati è diminuito di oltre il 40%, arrivando a circa 100.000 persone.

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In migliaia fuggono dalle violenze della Repubblica Centrafricana

Posted by fidest press agency su martedì, 22 maggio 2018

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime forte preoccupazione per i nuovi flussi di persone costrette a lasciare la Repubblica Centrafricana per cercare rifugio nella parte settentrionale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove sono arrivati settemila rifugiati in meno di una settimana.I rifugiati, che sono per la maggior parte donne e bambini, sono concentrati nel remoto villaggio di Kanzawi nella provincia settentrionale dell’Ubele Bas-Uele. Sono fuggiti dalle violenze che affliggono la parte sud-orientale della Repubblica Centrafricana, e si trovano ora in una situazione in cui ricevono scarso supporto a fronte di condizioni di grave necessità
La rapidità con cui si sono succeduti gli ultimi arrivi e la scarsa presenza di operatori umanitari nella zona rendono ancora più urgente la necessità di un ulteriore sostegno in favore dei rifugiati.A rendere ancora più critica la situazione è la limitata capacità dell’UNHCR di dare una risposta all’emergenza, dal momento che l’operazione dell’Agenzia nella Repubblica Democratica del Congo è sottofinanziata, avendo ricevuto solamente 1,6 dollari statunitensi per ogni 10 dollari necessari.I rifugiati riferiscono di essere fuggiti dai combattimenti tra due gruppi anti-Balaka nell’area di Kouango, appena oltre il confine. Si tratta dell’ultimo flusso di una serie di movimenti di rifugiati nel nord della Repubblica Democratica del Congo. In meno di un anno, il numero di rifugiati arrivati nel Paese dalla Repubblica Centrafricana è passato da circa 102mila a oltre 182mila, senza contare gli ultimi arrivi.L’UNHCR esprime particolare preoccupazione per la situazione delle persone anziane, delle donne in stato di gravidanza e di altri soggetti con esigenze specifiche. Nel villaggio di Kanzawi c’è un’unica fonte idrica, e ciò costringe le persone ad attingere l’acqua direttamente dal fiume. La maggior parte dei rifugiati dorme all’aperto, altri all’interno di edifici pubblici.
Un partner dell’UNHCR fornisce assistenza medica ai nuovi arrivati e l’Agenzia sta valutando come rendere possibile un maggiore supporto, da garantire nel caso in cui il gruppo di nuovi arrivati non fosse in grado di tornare presto nelle zone di origine. L’UNHCR ha migliorato le infrastrutture essenziali per la vita delle comunità in alcuni dei villaggi e delle città che stanno ospitando il numero più elevato di rifugiati, per esempio scavando pozzi, supportando scuole e centri sanitari locali e predisponendo alloggi provvisori per alcuni rifugiati della Repubblica Centrafricana estremamente vulnerabili; si è altresì garantito ai rifugiati di ricevere documenti e si è provveduto alla loro registrazione.L’UNHCR esprime apprezzamento per la Repubblica Democratica del Congo che ha mantenuto i propri confini aperti ai rifugiati. L’Agenzia fa appello affinché le comunità che ospitano rifugiati e i rifugiati stessi ricevano un sostegno urgente, per garantire che le necessità primarie tra cui l’accesso ad acqua, alloggio e assistenza sanitaria possano essere soddisfatte nei villaggi vicino al confine. In questo momento molti di questi villaggi ospitano un numero di rifugiati superiore al numero dei residenti locali congolesi.

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Cittadini congolesi in fuga da atroci violenze

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 marzo 2018

L’Altro Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) sta collaborando con organizzazioni partner nell’Uganda occidentale per fornire assistenza ad un numero crescente di persone, la maggior parte delle quali sono donne e bambini, costrette a fuggire da terribili situazioni di violenze inter-etniche e abusi sessuali nella Repubblica Democratica del Congo (RDC).
Dall’inizio di quest’anno sono oltre 57.000 i rifugiati costretti a fuggire a causa delle violenze nella RDC orientale, una stragrande maggioranza dei quali (circa il 77,5%) sono donne e bambini.Nell’arco di soli tre giorni, tra il 10 e il 13 marzo, oltre 4.000 persone provenienti dalle province dell’Ituri e del Nord Kivu sono entrate in Uganda. Sono numeri che vanno considerati su scala più ampia rispetto al 2017, quando furono circa 44.000 le persone in fuga nel corso dell’intero anno. L’UNHCR teme che altre migliaia di rifugiati possano arrivare in Uganda se il clima di sicurezza nella RDC tarderà a migliorare.
La maggior parte delle persone continua ad arrivare in Uganda partendo da Ituri e attraversando il lago Albert a bordo di imbarcazioni di fortuna e pericolose, un viaggio che è già costato la vita a numerosi rifugiati. La situazione è diventata ancora più pericolosa negli ultimi giorni a causa del maltempo. Altri invece arrivano a piedi nei pressi dei villaggi di Kisoro e Ntoroko.
Molti dei nuovi arrivati sono profondamente traumatizzati a causa delle violenze subite. Molti altri sono esausti, affamati, assetati, malati e sono fuggiti senza portarsi nulla o poche cose.
Se da un lato la mancanza di accesso a questa parte della Repubblica Democratica del Congo rende difficile ottenere un quadro dettagliato della situazione, dall’altro l’UNHCR ha ricevuto terribili resoconti delle violenze perpetrate, riguardanti episodi di stupri, omicidi e separazione dai familiari.
Tali violenze sono dovute al deteriorarsi delle condizioni di sicurezza, ai conflitti interni e alle tensioni tra le comunità. Secondo le informazioni disponibili, gruppi di uomini armati attaccano i villaggi, saccheggiano e incendiano le case, uccidono indiscriminatamente la popolazione civile e rapiscono giovani uomini e ragazzi. Si moltiplicano le notizie che indicano come le violenze stiano assumendo contorni etnici, con attacchi di rappresaglia perpetrati da gruppi tribali.Dozzine di rifugiati hanno riferito agli operatori dell’UNHCR in Uganda delle violenze sessuali e delle aggressioni subite nella RDC. La stragrande maggioranza dei sopravvissuti sono donne e ragazze, e in numero minore uomini e ragazzi.Questi rapporti allarmanti hanno portato l’UNHCR e i partner a rafforzare i sistemi esistenti per identificare e sostenere le vittime di violenza sessuale e di genere.
L’UNHCR ha impiegato personale e risorse aggiuntive significative per identificare le vittime e intensificare il proprio sostegno. Questo ha comportato il potenziamento dello screening medico nei luoghi di sbarco sulle sponde del lago Albert e lo screening SGBV (per violenze sessuali e di genere) presso i centri di accoglienza, e la creazione di spazi separati in base al genere.
Grazie alla collaborazione con i propri partner, l’UNHCR ha potuto utilizzare personale aggiuntivo specializzato nel fornire assistenza psico-sociale ai rifugiati che hanno subito violenza di genere e sessuale e condurre altre attività di sensibilizzazione con leader e reti comunitarie affinché i rifugiati siano pienamente informati dei servizi a loro disposizione.
L’UNHCR sta inoltre collaborando con i partner umanitari per salvare vite umane dopo che un’epidemia di colera ha ucciso almeno 32 rifugiati. Dallo scoppio dell’epidemia a febbraio il numero di casi segnalati è significativamente diminuito da 668 a 160.L’appello a finanziare il Piano di risposta per l’Uganda, che ammonterebbe a circa 180 milioni di dollari USA, è stato per lo più inascoltato e questo limita molto la capacità delle organizzazioni umanitarie di fornire aiuti e assistenza di base. Dei 118,3 milioni di dollari USA richiesti dall’UNHCR in occasione dell’appello lanciato, solo il 3% è stato ricevuto ad oggi. I bisogni umanitari rimangono elevati, compresi cibo, acqua, una sistemazione e l’assistenza sanitaria.

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Nuove violenze nella Repubblica Centrafricana spingono migliaia di persone verso il Ciad

Posted by fidest press agency su sabato, 6 gennaio 2018

Onu palaceL’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, sta registrando e aiutando migliaia di nuovi rifugiati in arrivo nel Ciad, soprattutto donne e bambini in fuga da un recente riacutizzarsi delle violenze nel nordest della Repubblica Centrafricana.Si stima che dalla fine di dicembre siano arrivati nel Ciad meridionale più di 5.000 rifugiati, in fuga dagli scontri tra i gruppi armati Mouvement national pour la libération de la Centrafrique (MNLC) e Révolution et Justice (RJ) nella città di Paoua. In questa città, situata nel distretto di Ouham-Pendé, si registra la presenza di altri 20.000 sfollati interni.Insieme al governo del Ciad, l’UNHCR ha finora registrato circa 2.350 nuovi rifugiati nel villaggio di Odoumian, a poco meno di 15 chilometri dal confine con la Repubblica Centrafricana.Molti rifugiati hanno raggiunto i dipartimenti di Nya-Pende e Lam Mountains a piedi. Le autorità locali affermano che dal 27 dicembre 2017, data di inizio degli ultimi scontri, sono arrivati circa 5.600 rifugiati. Più di 1.000 sono invece giunti ai campi per rifugiati nei pressi della città di Goré.Stiamo assistendo al più grande movimento di rifugiati dalla Repubblica Centrafricana, superando il numero totale registrato nel 2017, quando circa 2000 persone fuggirono in Chad. In molti riferiscono diffuse violazioni dei diritti umani commesse dai membri dei due gruppi armati nei villaggi lungo il confine tra Repubblica Centrafricana e Ciad.Il confine con la Repubblica Centrafricana è ufficialmente chiuso. L’UNHCR accoglie con favore il gesto umanitario delle autorità del Ciad, che hanno permesso l’ingresso ai rifugiati in cerca di protezione internazionale nonostante la chiusura.L’Agenzia ONU per i Rifugiati sta inoltre aiutando le autorità del Ciad a registrare e ad assistere i rifugiati. Insieme alle agenzie partner, l’UNHCR fornisce anche check-up medici a tutti i rifugiati in condizioni di salute precarie.Il Ciad ospita più di 75.000 rifugiati provenienti dalla Repubblica Centrafricana, su un totale di 538.000 ospitati in tutti gli Stati confinanti.Nella Repubblica Centrafricana la situazione è andata deteriorandosi in maniera significativa durante la seconda metà del 2017. La violenza armata e gli attacchi nei confronti delle associazioni umanitarie e dei peacekeepers hanno provocato un aumento del 50% nel numero degli sfollati interni, facendo salire il totale dai 400.000 di maggio ai 600.000 della fine dell’anno. Il numero totale dei rifugiati e degli sfollati interni è il più alto mai registrato nella Repubblica Centrafricana, circa un quarto della popolazione totale, che si assesta sui 4,6 milioni.

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Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Posted by fidest press agency su domenica, 19 novembre 2017

violenza sulle donne“Aderendo alle celebrazioni della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, vogliamo ribadire il nostro disprezzo verso qualsiasi forma di maltrattamento, perpetrato non solo nei confronti delle donne, ma anche di qualunque altro soggetto che sia Vittima di abusi di potere, soprusi e forme di controllo o coercizione tali da condizionarne la normale vita di relazione e le libertà psico-fisiche, sessuali, economiche e religiose. Non facciamo alcuna distinzione tra le Vittime, per noi la violenza non ha genere, proprio come recita lo slogan che abbiamo scelto per la campagna nazionale che è „Prima le Persone“.Anche le donne uccidono, e sempre perchè la storia d’amore è finita, per vendetta o per un sentimento non più ricambiato; le statistiche su questo fronte sono approssimative, poco aggiornate, e il fenomeno emerge solo grazie all’iniziativa di pochi giornalisti d‘inchiesta e a fatti di cronaca atroci che fanno rimbalzare una specifica notizia sui giornali.Il concetto della cosiddetta “violenza di genere” è diventato un sinonimo che va sempre ad identificare una prevaricazione esclusivamente maschile, come se l’uomo fosse destinato a ricoprire solo il ruolo di carnefice e la donna quello di Vittima.Esiste, invece, anche una violenza della donna sull’uomo che si manifesta con caratteristiche, motivazioni e azioni considerate tipicamente proprie del ‚femminicidio‘, ma fa meno clamore, innanzitutto perchè non viene denunciata, in secondo luogo perchè il più delle volte gli stessi uomini faticano a riconoscersi nel ruolo di Vittima.Si debbono perciò investire tempo e risorse per incoraggiarli a far emergere il fenomeno, almeno tanto quante energie si sono spese per la donna, senza pregiudizi e senza eccezioni.Per questo, sebbene i dati siano sicuramente più sfavorevoli per le Vittime di genere femminile, è sbagliato parlare di ‚femmicidio‘.Riteniamo, dunque, che il 25 novembre sia una ricorrenza dove mettere al centro il valore dell’identità di ogni persona, la relazione tra uomini e donne, il rispetto della dignità umana.Abbiamo pertanto voluto estendere il concetto da “donna” a “persona”, perchè i cittadini e la politica devono prestare attenzione a tutte le possibili Vittime di tutte le forme di violenza, uomini compresi, certi che la risposta deve trovarsi in un concetto armonico di società, di coppia e di famiglia – vero fulcro della comunità umana – che dalla nostra locandina emerge come punto di forza (in blu) contro legami pericolosi (nastro nero) ai quali bisogna „dare un taglio“ (forbice).“Queste le dichiarazioni di Cinzia Pellegrino – Coordinatore nazionale del Dipartimento tutela Vittime di FdI AN – nell’avviare la campagna nazionale che aderisce alle manifestazioni del 25 novembre. (foto: violenza sulle donne)

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Le violenze verbali e la logica della visibilità

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 novembre 2017

violenza_stadi_2Se mi rifaccio all’ultimo episodio in ordine di tempo che ho avuto modo di conoscere per virtù “mediatiche” in quanto è stato ripreso alla grande a livello nazionale dove un certo Angelo Parisi ha profferito una grave minaccia verbale nei confronti del deputato Ettore Rosato reo di aver data la sua paternità alla legge elettorale oggi passata alla storia come Rosatellum, in latino maccheronico essendo uno stile molto a la page nei quartieri alti della politica, devo convenire con la vittima che è stato un modo di rendersi discernibile decisamente riprovevole. Chiarito questo punto segue un’altra amara riflessione sullo scadimento del linguaggio che molti adottano più per rendersi visibili che per preavvisare il destinatario di una volontà criminale. Atti che per altre vie trascendono in violenze urbane sebbene a volte deprivate da una matrice politica, xenofoba o altro, ma espresse solo ed esclusivamente per attirare l’attenzione dei media e farvi convergere le luci della ribalta. A questo punto andrebbe fatta una riflessione più attenta sull’origine di questa tendenza che a livello mondiale procura vittime innocenti e barbarie d’ogni genere e soprattutto domandarci il perché si è arrivati a tanto. La verità è che non riusciamo più a convivere con le idee altrui perché questa convivenza è stata resa conflittuale, prevaricatrice e intollerante. E’ una profonda crisi si identità su ciò che si è e ciò che si ha e che tende sempre di più a creare non un solco ma una voragine tra le due entità. E’ il momento di correre ai ripari prima che sia troppo tardi e i politici dovrebbero essere i primi a farlo guardando di più ai bisogni della gente e meno agli interessi di parte. (Riccardo Alfonso)

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Protezione umanitaria: regole in Italia e nel resto dell’Europa

Posted by fidest press agency su sabato, 16 settembre 2017

Laura_Ravetto_daticameraDichiarazione degli onorevoli Gregorio Fontana e Laura Ravetto, deputati di Forza Italia:“I fatti di violenza sulla turista finlandese a Roma confermano che occorre al più presto porre rimedio all’anomalia tutta italiana rappresentata dalla protezione umanitaria. Forza Italia chiederà una rapida calendarizzazione e discussione della specifica proposta di legge già da tempo presentata, che se approvata consentirà finalmente di allineare le regole per la protezione internazionale a quelle in vigore nel resto d’Europa.Inoltre la vicenda di Roma, come già quella di Rimini, dimostra ancora una volta che il permesso umanitario è concesso facilmente e con grande libertà a chi, secondo gli standard europei, non avrebbe invece diritto ad alcuna protezione e si trasforma di fatto in una sanatoria mascherata. Basti pensare che solo il 48% delle protezioni internazionali concesse dall’Italia nel 2016 (status di rifugiato e protezione sussidiaria) hanno effetto e sono riconosciute nel resto dell’Europa, mentre la maggioranza, il restante 52% ovvero la protezione umanitaria, viene concessa grazie a regole che esistono solo in Italia”.

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Tiburtino III, Campidoglio: “Condanna per ogni forma di violenza ed estremismo”

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 settembre 2017

laura baldassarreRoma. L’Amministrazione capitolina condanna ogni forma di violenza, fisica e verbale e invita i cittadini a isolare i comportamenti intimidatori provenienti da qualsiasi estremismo.“Purtroppo oggi alcune minoranze, appartenenti a differenti schieramenti politici, hanno impedito il regolare svolgimento del consiglio straordinario del Municipio IV che si sarebbe dovuto tenere presso il centro anziani di via del Badile. Ringraziamo le forze dell’ordine per l’impegno profuso che ha garantito la sicurezza dei cittadini”, sottolinea il delegato alla Sicurezza della Sindaca di Roma Capitale Marco Cardilli. “Mi sono recato al Consiglio straordinario per esprimere vicinanza e solidarietà alla presidente, alla giunta e ai consiglieri. Siamo sempre favorevoli al confronto democratico, siamo invece contrari a chi usa metodi violenti e non democratici. Nessun soggetto ha quindi goduto di corsie preferenziali: condanniamo, in egual modo, ogni forma di estremismo. L’azione del governo del IV Municipio andrà avanti con la stessa determinazione di prima”, commenta l’assessore allo Sport, Politiche Giovani e Grandi Eventi Cittadini Daniele Frongia. “Il consiglio straordinario è stato annullato a causa di alcune minoranze violente. Il Tiburtino III è un quartiere sano che non è rappresentato in alcun modo da un manipolo di estremisti che concepiscono la politica soltanto come strumentalizzazione. La Costituzione ripudia ogni forma di fascismo e rispecchia perfettamente la nostra visione. Siamo al lavoro, assieme all’assessora Laura Baldassarre, per mettere a sistema le numerose iniziative e i tantissimi progetti promossi dalla maggioranza sana, realmente attiva e virtuosa del nostro territorio”, afferma la presidente del Municipio IV Roberta Della Casa. (n.r. A questo riguardo gli esponenti ci Casa Pound ci hanno inviato un filmato dove è stata commentata un’aggressione e fatto vedere delle chiazze di sangue sul pavimento della sala dove era prevista la riunione consiliare. A loro dire sono intervenuti per evitare che i presenti subissero le violenze di alcuni facinorosi. Resta agli inquirenti, come sempre, l’accertamento delle relative responsabilità.)

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Pestaggi e stupri mettono in allarme i cittadini

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 settembre 2017

aggressioni“Un nuovo episodio di violenza sessuale sulla spiaggia di Rimini, dove un marocchino di 34 anni e’ stato arrestato dai carabinieri per estorsione e stupro, che segue di poche ore la violenza subita da una donna di 80 anni al Parco Nord nella periferia milanese. Questi ultimi due casi avvenuti in un così ristretto arco di tempo devono farci porre delle domande, visto che dalla sinistra, buonista, non possiamo aspettarci alcuna soluzione. E’ vergognoso che le donne, dopo aver lottato per affermare la propria libertà, indipendenza e parità, si ritrovino oggi a dover temere per loro stesse, per le loro figlie e anche per le loro mamme. Con l’aggravante che se chiediamo sicurezza, ponendo l’accento sulla nazionalità degli aggressori, veniamo tacciati di razzismo e xenofobia. La violenza da chiunque avvenga è sempre un atto orribile ma considerando il punto a cui siamo arrivati non si può più tergiversare e bisogna mettere in campo sistemi di tutela e controlli efficaci. Forza Italia è da sempre per il rispetto della libertà. Libertà che va garantita a tutti, questo però non vuol dire che siamo disposti ad assistere inermi alla trasformazione del nostro Paese in una sorta di ‘Africa senza regole’. Il mondo non si divide in buoni di sinistra e cattivi di destra e la politica dovrebbe agire ispirata dal buon senso garantendo innanzitutto sicurezza. Servono rimpatri più serrati, controlli capillari e sistemi di videosorveglianza soprattutto nelle periferie. Il Ministro Minniti sia concreto su questi aspetti perché permettere il crearsi di zone d’ombra senza regole, danneggia non solo noi ma anche la nostra democrazia.” Lo dichiara in una nota Vincenza Labriola, deputata di Forza Italia.

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Migranti e violenze

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 agosto 2017

BariBari. “Solo quindici giorni fa una donna di 75 anni è stata picchiata e stuprata da un ventiseienne nigeriano, ospite del Cara di Bari Palese, che si era offerto di portarle la spesa. All’alba di oggi è stata registrata una tentata violenza ai danni di una giovane turista francese ad opera di un ventunenne cittadino del Bangladesh, ospite anch’egli del Cara di Bari Palese. E’ una situazione diventata ormai insostenibile per i nostri cittadini che vivono nel terrore e che non sanno più come difendersi da chi, con la scusa di scappare dalla guerra, circola indisturbato nel nostro territorio, rendendosi spesso protagonista di atti intollerabili”. Lo dichiara la deputata di FI Vincenza Labriola che aggiunge: “Come esponente di Forza Italia invito il Ministro dell’Interno Marco Minniti a porre fine ad una situazione non più tollerabile come quella del centro di Cara di Bari Palese. Sarebbe opportuno, e mi auguro che venga fatto al più presto, effettuare un blitz nel Centro per capire come sia possibile fuggire da una struttura che dovrebbe essere presieduta h24. Siamo lieti di apprendere che gli sbarchi siano diminuiti del 57 per cento nell’ultimo mese – conclude la deputata azzurra – ma ora bisogna compiere uno step successivo: quello di procedere al rimpatrio immediato per chi commette reati e all’espulsione per chi non ha diritto di asilo”.

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La civiltà della violenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

Nel dibattito politico si sta ora insinuando un’altra variabile che avremmo preferito volentieri fare a meno: la violenza, le sevizie, le torture. Molti si sorprendono di doverle nuovamente riesumare in quelle popolazioni che più delle altre sembrano aver acquistato quel tanto di civiltà giuridica da aborrirle e, ove si verificassero, da perseguirle con il massimo rigore. La verità è che in queste circostanze vale il detto evangelico: chi non ha peccato lanci per primo la pietra. Un attento osservatore dei comportamenti umani ci disse tempo addietro che la civiltà del progresso è ben lungi dal portarci anche l’abolizione delle violenze private e pubbliche. Esse, semmai, si possono affinare, con le torture psicologiche, con l’annientamento della personalità e per finire al mobbing. Siamo tutti, in un modo o nell’altro, vittime e carnefici nei confronti dei nostri simili e se non riusciamo a superare questo marchio che ci viene impresso dalla nascita in poi ben difficilmente ci sarà possibile diventare esseri umani nel senso civile ed etico della parola. Ecco perché queste torture così ben documentate fotograficamente che ci pervengono dalle carceri irachene, le violenze e le distruzioni in Siria dopo circa sei anni di guerra civile, e le violazioni delle libertà civili in Turchia, in Venezuela e in molti altri paesi non ci sorprendono più di tanto. Né ci suona altrettanto sorprendente lo stupore di chi oggi cerca di ammantare il tutto con un’alta dose di perbenismo propagandistico. E’ l’ipocrisia del sistema, delle persone e della stessa informazione che conosciamo bene e che oggi recita la sua parte come quella di tutti gli altri, del resto. Quante volte Amnesty International ed altri movimenti affini hanno denunciato soprusi e violenze un po’ ovunque nel mondo dentro e fuori le carceri, dentro e fuori i regimi autoritari, e quante altre volte le abbiamo accolte con una certa indifferenza, per non dire fastidio? E’ questo, dunque il prezzo, che dobbiamo continuare a pagare nonostante teniamo a definirci civili, democratici e rispettosi delle opinioni altrui? E finché andiamo avanti con queste spirali di violenze che nessuno sembra voler spezzare seriamente, la nostra civiltà continua a procedere con passo malfermo verso il suo futuro. E se in quel futuro continuerà ad esservi il male, le tecnologie potranno solo renderlo peggiore e perverso. (Riccardo Alfonso direttore Centro studi sociali e politici della Fidest da “Lezioni di politica”)

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