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Posts Tagged ‘virus’

L’Africa tra due virus

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 dicembre 2020

La pandemia da Covid-19 in Africa rischia di avere effetti devastanti su una popolazione già messa a dura prova da un altro virus con cui lotta da decenni: l’HIV. Il Coronavirus mostra ancora una volta quanto il diritto alla salute sia strettamente legato alla riduzione delle disuguaglianze, ai diritti umani, alla protezione sociale e alla crescita economica. Un fenomeno che ha colpito tutti, anche in Italia, ma che in Africa può avere ripercussioni molto più pesanti, con un’onda anomala che si aggiunge a un mare in tempesta. E, per quanto questo mare, visto dall’Europa, possa sembrare molto lontano, la questione africana assume sempre di più i connotati di un problema globale. Il Coronavirus ha dimostrato al mondo che nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro. Sono necessarie “solidarietà globale, responsabilità condivisa”. Un binomio che è anche il tema della Giornata Mondiale contro l’AIDS che si celebra oggi. Ed è anche lo spirito con cui il programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio continua il suo impegno in Africa, raddoppiando gli sforzi di fronte a un doppio nemico: l’HIV e il Covid-19. DREAM è il programma di Salute Globale, della Comunità di Sant’Egidio nato nel 2002 per la prevenzione e cura dell’AIDS in territorio africano. Proprio grazie al personale formato e alle strutture stabili, DREAM è riuscito ad affrontare con efficacia l’arrivo del Coronavirus in Africa. In tutti i Paesi in cui è presente il programma della Comunità di Sant’Egidio, i pazienti sono stati sottoposti allo screening per il Coronavirus nei centri attrezzati per gestire in sicurezza la nuova pandemia. I laboratori di biologia molecolare DREAM, si sono messi a disposizione dei Ministeri della Salute locali per processare i test necessari alla diagnosi di COVID19. In particolare in Mozambico e Malawi, sono diventati un supporto importante per arginare la pandemia nei paesi. A Balaka i test sono iniziati il 4 maggio e ad oggi se ne contano più di 3.000. A Blantyre ne sono stati effettuati dal 22 maggio oltre 10.000, mentre a Beira, dal 16 giugno, si è giunti a circa 13.000 tamponi.L’obiettivo è non lasciare che la pandemia metta a rischio la già fragile condizione di chi già combatte contro l’HIV. Per questo, i medici di DREAM lavorano per impedire al nuovo virus di vanificare gli importanti risultati raggiunti finora. Ma questo potrebbe non bastare. Oggi si assiste ad una preoccupante riduzione delle risorse sufficienti per la lotta ad HIV/AIDS. E l’arrivo del Covid-19 non fa altro che complicare il quadro.

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Nell’anno del virus, non scordiamoci funghi e batteri

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 novembre 2020

Mentre il Coronavirus dilaga, funghi e batteri avanzano e diventano sempre più resistenti ai farmaci in grado di annientarli. Quello che stiamo vivendo verrà ricordato da tutti come l’anno del coronavirus eppure, mentre leggiamo i bollettini quotidiani su positivi e ricoveri per la pandemia, crescono i numeri legati all’antimicrobico-resistenza: basti pensare che ogni anno nei Paesi UE si registrano circa 33.000 decessi causati da batteri resistenti agli antibiotici e quasi un terzo – oltre 10mila – riguardano il nostro Paese. Il triplo delle vittime di incidenti stradali, che nel 2018 sono state 3.334. A invitarci a non sottovalutare le infezioni fungine e batteriche mentre l’attenzione è concentrata su una malattia a trasmissione virale come il Covid-19 è la campagna d’informazione “Non scordiamoci funghi e batteri. Difendiamo insieme gli antimicrobici” promossa da Pfizer in occasione della World Antimicrobial Awareness Week (WAAW 2020) che si celebra dal 18 al 24 novembre. Un vero e proprio appello rivolto a cittadini, istituzioni, media affinché vengano difesi valore ed efficacia dei farmaci antimicrobici, messi a rischio da un uso scorretto che apre la strada ai ‘superbugs’, microorganismi diventati resistenti a questi farmaci. Senza una maggiore consapevolezza dei cittadini e in assenza di interventi strutturali, nel 2050 i batteri multiresistenti saranno la principale causa di morte al mondo. Mentre già oggi alcuni pazienti affetti da COVID-19 possono sviluppare sovrainfezioni da germi multiresistenti che aggravano il quadro clinico. Lavarsi le mani, non abusare di farmaci antimicrobici, utilizzarli secondo la prescrizione del medico sono le regole fondamentali che la campagna rilancia attraverso il sito http://www.stopsuperbugs.it, video educazionali e attività web e social in partnership con Skuola.net, il maggior punto di riferimento in Italia per alunni, genitori e insegnanti. Per coinvolgere anche i ragazzi, attraverso il profilo Instagram di Azioneprevenzione sarà possibile scaricare il filtro in Realtà Aumentata “Stopsuperbugs”, per “infettare” foto e video con batteri e funghi animati.

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“Anticipare e contenere l’evolversi dell’epidemia perché non è possibile inseguire il virus”

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 novembre 2020

“Non è possibile inseguire il virus ma dobbiamo anticipare e contenere l’evolversi dell’epidemia. Altrimenti l’unica cosa che possiamo fare è adottare misure da ultima spiaggia, come le varie chiusure che si susseguono in queste settimane. I virus sono geneticamente programmati per diffondersi e non possiamo pensare di inseguirli alla meglio come stiamo facendo: è una battaglia persa in partenza”. Non ha dubbi il professore Alessandro Miani, Presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), che indica anche la possibile strada da intraprendere: “Si tratta di adottare un approccio scientifico, attraverso progetti pilota, in un momento di grande confusione. Provare sul campo se l’adozione di alcune strategie o tecnologie sono più o meno efficaci di altre: è l’unico modo per orientare correttamente le scelte dei decisori”. Arriva da Milano, emblema dell’Italia ripiombata nelle restrizioni legate al Covid-19, la proposta congiunta di 4 importanti realtà scientifiche – Società Italiana di Sanità Pubblica e Digitale, Società Italiana di Medicina Ambientale, Cattedra UNESCO per l’Educazione alla Salute e Sviluppo Sostenibile e Istituto Scientifico Biomedico Euro Mediterraneo – ai Presidenti di Regione, perché si attivino una serie di esperienze pilota nelle scuole per testare l’efficacia di possibili misure preventive in alcuni comuni o province, al fine di estenderle a livello regionale in caso si rivelino utili a contenere l’epidemia.“La prima proposta concreta che rivolgiamo alle Regioni in cui la ripresa o il proseguimento delle attività scolastiche in presenza nelle scuole primarie e medie prevede l’obbligo di mascherina è quella di ridurre a 45 minuti ciascuna ora di lezione, perché è impensabile che bambini o ragazzi di 6-12 anni possano affrontare in questo modo 5-6 ore di scuola” – dichiara la professoressa Maria Triassi, Ordinario di Igiene e Sanità Pubblica all’Università di Napoli Federico II e Presidente della Società Italiana di Sanità Pubblica e Digitale (SISPED). – “La riduzione del tempo scuola a 45 minuti per il computo di ogni ora di lezione è già previsto per la didattica a distanza per impedire uno sforzo prolungato degli alunni davanti agli schermi; allo stesso modo il dover indossare una mascherina in maniera continuativa per molte ore non è di certo ottimale per la salute psico-fisica dei giovanissimi, come sperimentiamo anche noi adulti sul posto di lavoro. La riduzione oraria a 45 minuti è l’unica misura a costo zero oggi a disposizione immediata dei presidi nell’ambito dell’autonomia scolastica, in accordo con gli uffici scolastici regionali e provinciali, visto lo stato emergenziale”.“Per non limitarsi a subire passivamente l’impatto dell’epidemia – continua Miani – bisogna mettere in campo strategie pro-attive nei comparti lavorativi più esposti al contatto interpersonale, avviando anche in questo caso delle esperienze pilota – a partire dal personale sanitario o di RSA, agenti di commercio, esercizi e uffici aperti al pubblico – con l’esecuzione e la ripetizione dei test rapidi più affidabili a nostra disposizione, che ad oggi sembrano essere i tamponi antigenici, senza escludere le potenzialità dei più maneggevoli test salivari, al fine di recuperare in rapidità quel che si perde in sensibilità o specificità. Nel comparto scuola questa attività cadenzata di test rapidi dovrebbe riguardare tutto il personale docente e non docente ma anche gli studenti o continueremo a chiudere intere classi o plessi scolastici. Idealmente, ogni 15 giorni tutti i docenti e gli studenti dovrebbero essere ritestati. Tutto ciò deve essere fatto subito mobilitando il personale sanitario a qualunque titolo impiegato nei distretti sanitari delle ASL, anche con l’aiuto della sanità militare e il volontariato sociale del settore. Inoltre, per quanto riguarda diagnosi e tracciamento, sarebbe necessario liberalizzare l’accesso in farmacia e nei laboratori ai test diagnostici rapidi, collegandoli con piattaforme digitali sanitarie ufficiali”.Sul tema scuola interviene anche la professoressa Annamaria Colao, titolare della Cattedra UNESCO per l’Educazione alla Salute e Sviluppo Sostenibile: “Nel mese di luglio, in concomitanza con l’approvazione del documento ministeriale sulle scuole promotrici di salute, abbiamo affrontato il problema della qualità dell’aria pubblicando specifiche raccomandazioni in 15 punti su riviste scientifiche internazionali. Le scuole vanno riaperte per garantire a tutti il diritto all’istruzione, alla cultura e quindi alla salute, tutti in stretta correlazione. E per farlo bisogna programmare da subito in maniera dettagliata come affrontare i veri nodi della sicurezza degli studenti e dei docenti – che ad oggi non sono realmente garantiti o affrontati al meglio delle possibilità – senza pregiudizi o ideologie di sorta. Solo l’avvio di esperienze pilota sul campo potranno aiutare i decisori a prendere a livello locale – differenziandole per aree – le decisioni più equilibrate e fondate unicamente sui dati epidemiologici, la disponibilità tecnologica e l’evidenza scientifica”. Cristina Depaoli

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Distanziamento e mascherine possono abbassare la carica di virus circolante

Posted by fidest press agency su sabato, 7 novembre 2020

Secondo uno studio portato avanti dall’Irccs Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona), e pubblicato su Clinical Microbiology and Infection, l’uso delle mascherine e il rispetto del distanziamento fisico possono far sì che la seconda ondata di Covid-19 abbia un minore impatto sugli ospedali e sui reparti di terapia intensiva, abbassando la quantità di virus in circolazione.I ricercatori hanno analizzato 373 casi di Covid-19 arrivati all’osservazione del Pronto soccorso del loro ospedale fra il 1 marzo e il 31 maggio scorso. «Per ciascun caso è stato valutato il carico virale tramite tampone, quindi i pazienti sono stati seguiti per registrare la gravità dei sintomi e l’evoluzione della malattia» esordiscono Dora Buonfrate, autrice senior dello studio, e Chiara Piubelli, autrice principale. «I dati raccolti indicano chiaramente che al diminuire della circolazione di Sars-CoV-2 grazie alle misure di contenimento, la diffusione del virus si è abbassata e in parallelo lo ha fatto, di ben mille volte, la carica virale riscontrabile nei pazienti» proseguono. Proprio per questo motivo, i casi arrivati in ospedale a maggio erano entrati in contatto con quantità di virus inferiori e ne avevano quindi meno in circolazione, per cui la loro gravità era minore. «A maggio i pazienti avevano in media sintomi di Covid-19 meno gravi e una minore probabilità di complicazioni; si è ridotta allo stesso tempo la percentuale di malati che hanno avuto bisogno di un ricovero in terapia intensiva» spiegano Buonfrate e Piubelli. Mantenere bassa la circolazione del virus e l’esposizione al contagio con l’uso di mascherine e il rispetto del distanziamento può avere quindi un impatto non solo sul numero assoluto di casi, ma anche sulla gravità dei casi stessi, contribuendo a mantenere i reparti Covid e quelli di terapia intensiva al di sotto della soglia critica di occupazione dei letti di degenza. Le esperte sottolineano che il rispetto delle norme di distanziamento sociale è fondamentale. «Queste norme possono realmente contribuire a rendere più gestibile la seconda ondata, riducendo la pressione sul Sistema sanitario nazionale e facendo sì che la maggioranza dei casi di Covid-19 non si aggravi e possa risolversi senza conseguenze negative» concludono le autrici. (fonte Doctor33)

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Covid-19: Isolamento o quarantena

Posted by fidest press agency su sabato, 7 novembre 2020

Ci sono due procedure diverse in caso di quarantena o di isolamento fiduciario, per gli iscritti Enpam – medici di famiglia, pediatri, specialisti Asl, liberi professionisti, odontoiatri. Lo spiega bene una circolare del governo del 12 ottobre scorso. Secondo cui: la quarantena inquadra i soggetti che sono contatti stretti di positivi al Covid-19, mentre l’isolamento fiduciario riguarda chi è risultato positivo al Covid-19. In particolare, per il Ministero della Salute, «l’isolamento (…) si riferisce alla separazione delle persone infette dal resto della comunità per la durata del periodo di contagiosità, in ambiente e condizioni tali da prevenire la trasmissione dell’infezione». La quarantena, invece «si riferisce alla restrizione dei movimenti di persone sane (…) che potrebbero essere state esposte ad un agente infettivo o ad una malattia contagiosa, con l’obiettivo di monitorare per la durata del periodo di incubazione l’eventuale comparsa di sintomi e identificare tempestivamente nuovi casi». L’isolamento è equiparato a malattia, dunque, mentre la quarantena è un caso particolare. Seguendo tale logica, per gli iscritti risultati positivi e posti in isolamento si apre una procedura che passa per 30 giorni di copertura a proprio carico (con l’eccezione di medici di famiglia e specialisti) e dal 31° giorno per l’erogazione dell’inabilità temporanea di quota B da parte della Fondazione. Quarantena – A chi è stato costretto a interrompere l’attività a causa di quarantena ordinata dall’autorità sanitaria, l’Enpam come da delibera del 13 marzo scorso eroga un contributo sostitutivo del reddito di 82,78 euro al giorno. Nei mesi scorsi sono arrivate agli uffici della Fondazione diverse domande da parte di medici e dentisti liberi professionisti per il sussidio di quarantena, accompagnate da certificati di malattia per Covid-19. In realtà, come chiarisce la circolare, l’isolamento da malattia esclude trattamento da quarantena e le richieste state, purtroppo, respinte a causa del probabile fraintendimento tra i termini isolamento e quarantena. Altra novità nella circolare riguarda i motivi della messa in quarantena e i tempi per “uscirne”. Poiché la quarantena riguarda i contatti stretti di casi di positività confermati ed identificati dall’autorità sanitaria, in caso di contatto stretto per i camici bianchi si aprono due possibilità: un periodo di quarantena di 14 giorni dall’ultima esposizione al caso oppure un periodo di quarantena di 10 giorni dall’ultima esposizione con un test antigenico o molecolare negativo effettuato il decimo giorno. È trattato come un caso di quarantena anche chi, non essendo positivo al Covid-19, deve isolarsi dalla comunità per eventuali altri motivi stabiliti dalle autorità, ad esempio: quando si rientra da paesi dove il contagio è dilagante e si è isolamento forzato in attesa del tampone. Per ricevere il sussidio di quarantena occorre allegare alla richiesta un documento del proprio medico di famiglia o dell’autorità sanitaria in cui sia indicato il periodo in cui è valida la misura di prevenzione. La domanda andrà presentata alla fine del periodo di quarantena e quindi di assenza dal lavoro. Il modulo per fare domanda è disponibile al link https://www.enpam.it/moduli/sussidio-sostitutivo-del-reddito-per-lepidemia-coronavirus/ Isolamento fiduciario – Per i positivi invece viene disposto l’isolamento fiduciario, siano essi sintomatici o meno, per un periodo che dura 10 giorni minimo dalla comparsa dei sintomi. Questo periodo non gode paradossalmente delle stesse tutele perché viene considerato malattia, e non malattia professionale – l’Inail ha dato un iniziale indirizzo favorevole ma qui non si tratta di medico a rapporto dipendente – ma sostanzialmente al pari di un’influenza. In tutti i casi di assenza per malattia fino al 30° giorno nel caso del medico di famiglia, ma anche del pediatra convenzionato o del libero professionista, ci vuole una copertura assicurativa per coprire le spese di sostituzione. I medici di famiglia e continuità assistenziale la pagano come categoria con una trattenuta dello 0,72% sulla busta paga; pediatri e liberi professionisti provvedono loro con propria polizza assicurativa. Dal 31° giorno, se la malattia si protrae, interviene l’Enpam e fa scattare la diaria per l’inabilità temporanea pari a euro 82,78 al giorno erogabile nei casi di malattia od infortunio ma anche, da quest’anno, come contributo sostitutivo per l’accertata perdita di reddito. Per inciso, lo specialista ambulatoriale è coperto dal Servizio sanitario nazionale per i primi 180 giorni di malattia. By Mauro Miserendino fonte Doctor33)

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Pazienti reumatologici e contagi da virus

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 novembre 2020

I pazienti reumatologici italiani lanciano un allarme sulla recente situazione sanitaria dopo la forte crescita di contagi da Coronavirus. “Stiamo registrando nuovamente una progressiva chiusura degli ambulatori, dei Day Hospital e Day Service, se non di interi reparti di reumatologia e di medicina. Si stanno verificando sull’intero territorio nazionale l’annullamento degli appuntamenti per la somministrazione di terapie, esami e visite di controllo”. E’ quanto denuncia ANMAR Onlus (Associazione Nazionale Malati Reumatici) in una lettera inviata ad alcuni esponenti delle istituzioni locali e nazionali. Nella missiva si sollecita un’urgente interrogazione parlamentare per denunciare una situazione molto simile a quella della scorsa primavera. La richiesta di ANMAR è stata accolta e sottoscritta da Rossana Boldi (Vice Presidente della XII Commissione Affari Sociali), Fabiola Bologna (Segretaria della XII Commissione Affari Sociali) Paola Binetti (Membro della 12ma Commissione Permanente Igiene e Sanità), Massimiliano De Toma (Membro Commissione Parlamentare per la Semplificazione) Stefano Mugnai (Membro della XII Commissione Affari Sociali). La lettera è stata inoltre sottoscritta dall’Associazione Karol Wojtyla e dall’Associazione GILS. “Con la chiusura dei reparti reumatologici e l’assegnazione di tutto il personale alla gestione dell’emergenza sanitaria, viene, inoltre, a mancare pressoché totalmente la possibilità di interventi specialistici in regime di urgenza – sottolinea Silvia Tonolo, presidente nazionale ANMAR -. Ciò ha già comportato, e provocherà ancora più spesso, l’implementarsi del rischio di errori nella diagnosi della patologia e di conseguenza nella cura dei malati reumatologici”. Per tutti questi motivi l’Associazione richiede un intervento del Ministero della Salute e delle Regioni e avanza alcune proposte. “Bisogna ripristinare i presidi ambulatoriali ed i reparti specialistici reumatologici per la gestione delle urgenze – prosegue Silvia Tonolo -. Vanno attivati, il prima possibile, tutti i servizi legati alla telemedicina e garantiti permessi speciali per i caregiver. Nelle autocertificazioni va aggiunta la voce “visita dei congiunti alle persone affette da patologie croniche”. Si deve poi assicurare la continuità assistenziale attraverso la proroga dei piani terapeutici e l’approvvigionamento dei farmaci. Infine bisogna attuare la rete integrata ospedale-territorio per il trattamento del dolore cronico non oncologico”. “Ringraziamo gli onorevoli che stanno sostenendo le nostre richieste – conclude la presidente ANMAR -. L’intero Paese sta vivendo un momento molto complesso e difficile e molti pazienti sono preoccupati per la loro situazione nonché per il possibile contagio da Covid-19. Vogliamo quindi sollecitare un intervento delle istituzioni nell’interesse di 5 milioni e mezzo di malati affetti da patologie reumatologiche”.

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Governo. Si insegue il virus invece di precederlo

Posted by fidest press agency su domenica, 1 novembre 2020

Si stanno ripetendo gli errori della primavera scorsa: si insegue il virus invece di precederlo.Provvedimenti parziali hanno consentito al virus di svilupparsi rapidamente e si è dovuti intervenire con un provvedimento di chiusura totale, salvo allentare la presa, in estate, dopo i primi risultati.Ora ci risiamo.Provvedimenti parziali che non hanno il tempo per essere verificati, ai quali si succedono altri provvedimenti che seguono lo stesso iter.Il Governo vuole arrivare alla chiusura totale, come a marzo scorso? Rimedi economici, per sostenere determinate categorie, possono sempre essere posti in essere, in situazioni come quella che stiamo vivendo, senza perdere di vista l’obiettivo fondamentale: prevenire, controllare e limitare la diffusione virale.Se, però, l’attenzione è posta sui sondaggi elettorali o di gradimento personale, allora il quadro complessivo non può che peggiorare.Occorre muoversi, e in fretta. Primo Mastrantoni, segretario Aduc

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La saliva è un campione diagnostico ideale per eseguire la ricerca del virus

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 ottobre 2020

E può essere utilizzata con sistemi commerciali già disponibili, veloci e sensibili. È quanto emerge da una ricerca appena pubblicata sulla rivista Viruses, realizzata all’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma (INMI) in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, lo University College di Londra e la società biomedicale DiaSorin.Obiettivo dello studio, che è stato realizzato sul numero più consistente di pazienti e di campioni sinora analizzato al mondo, lungo un arco di tempo di diversi mesi, era determinare in maniera rigorosa come si comportano i campioni di saliva in termini di sensibilità nell’identificazione del virus nel corso dell’infezione. I risultati dimostrano che la saliva è un campione altrettanto valido rispetto al tampone naso-faringeo ed al lavaggio bronco-alveolare attualmente utilizzati come gold standard per il rilevamento del SARS-CoV-2 attraverso sistemi RT-PCR (Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction).Il campione salivare è meno invasivo e più facile da raccogliere rispetto al tampone naso-faringeo e, a maggior ragione, rispetto al lavaggio bronco-alveolare; lo studio realizzato presso l’INMI dimostra adesso che esso permette di ottenere risultati diagnostici altrettanto affidabili, ed apre quindi una nuova prospettiva anche all’industria biomedicale per la realizzazione di nuove generazioni di sistemi diagnostici che permettano l’individuazione del virus in maniera più semplice e rapida, ma altrettanto affidabile di quelli attualmente utilizzati.Il team di ricercatori ha analizzato 337 campioni salivari di 164 pazienti ricoverati presso l’INMI, mettendoli a confronto con altrettanti tamponi naso-faringei e riscontrando un elevatissimo grado di concordanza dei risultati. Sia la quantità di virus, rappresentata dai valori Ct (Cycle treshold value) del test molecolare, che la durata del rilascio del virus, si sono mostrati sostanzialmente sovrapponibili nella saliva e nel tampone, con un rilascio virale che può perdurare fino a 100 giorni. Nei pazienti con manifestazioni gravi è stato possibile, per la prima volta, estendere il paragone del test salivare anche a 50 campioni di lavaggio bronco-alveolare, ed anche in questo caso i risultati ottenuti sono stati sostanzialmente sovrapponibili. Il sistema utilizzato per la ricerca è quello prodotto dalla società italiana DiaSorin: si tratta dunque di un sistema commerciale già utilizzato correntemente per i tamponi naso-faringei, marcato CE anche sulla saliva, che non richiede estrazione separata e che restituisce il risultato in poco più di un’ora. Esso è quindi particolarmente adatto per gli esami da eseguire in urgenza, anche se il format del test prevede la gestione di un limitato numero di campioni per volta.Questo studio ha fornito la base scientifica per l’applicazione ad un progetto pilota della Regione Lazio, che è volto allo screening nelle scuole dell’infanzia. Il progetto prevede la raccolta di un unico campione salivare che viene dapprima analizzato con un test antigenico; in caso di positività, lo stesso campione salivare viene analizzato con il test rapido molecolare per la conferma della positività, con un percorso che si conclude nel giro di poche ore e rende possibile la tempestiva adozione di misure di contenimento.

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Campionatura sulla reale diffusione del virus in Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 ottobre 2020

A 10 mesi di distanza, gli ex Presidenti dell’ISTAT Giorgio Alleva e Alberto Zuliani tornano a richiedere dalle pagine del Corriere della Sera una campionatura sulla reale diffusione del virus in Italia. Associazione Luca Coscioni, attiva a livello internazionale a tutela del diritto alla Scienza e alla Salute, aveva da subito rilanciato quella richiesta sollecitando una risposta da parte del Governo, che però non è mai arrivata. Alleva e Zuliani chiedono oggi ‘un campione probabilistico quindicinale anche di poche migliaia di unità’, che avrebbe un valore informativo di grande utilità a un costo relativamente molto basso. Potrebbe dare grande forza ai numeri e al dibattito corrente, fornire fondamento migliore alle decisioni delle istituzioni preposte e impegnare a un rispetto più convinto i destinatari, cittadini e imprese. Come Associazione Luca Coscioni chiediamo al Governo e al Parlamento di ascoltare i due scienziati e di prendere urgentemente i provvedimenti necessari per realizzare il monitoraggio.

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È italiano il più grande studio al mondo sulle conseguenze del virus

Posted by fidest press agency su martedì, 13 ottobre 2020

L’Italia è su un crinale sottile che non può essere oltrepassato, se non esponendo a gravi rischi la vita di oltre 33mila persone che, ogni anno, nel nostro Paese ricevono una diagnosi di tumore del sangue. Uno studio tutto italiano, promosso dalla Società Italiana di Ematologia (SIE) e pubblicato sul numero di ottobre di “The Lancet Hematology”, ha evidenziato un altissimo tasso di mortalità, pari al 37%, nei pazienti ematologici contagiati dal Covid-19 nel periodo da febbraio a maggio 2020. Una percentuale 2,4 volte superiore rispetto a quella della popolazione generale che ha contratto il virus e ben 41,3 volte maggiore rispetto a quella dei malati ematologici osservata nello stesso periodo dello scorso anno, cioè in epoca pre-Covid. Si tratta del più grande studio al mondo che ha analizzato le caratteristiche cliniche e i fattori di rischio associati al Covid-19 in persone colpite da malattie del sangue maligne: sono stati coinvolti 536 pazienti di 67 centri. La ricerca è stata presentata oggi in una conferenza stampa a Milano promossa da SIE. “Il 70% dei cittadini colpiti da tumore del sangue guarisce – afferma il Prof. Paolo Corradini, Presidente SIE e Direttore Ematologia Istituto Nazionale Tumori di Milano -. Un risultato molto importante, raggiunto grazie a terapie sempre più efficaci. Dobbiamo continuare a curare questi pazienti, anche durante la pandemia. I trattamenti non possono essere interrotti. Lo studio, infatti, dimostra che uno dei principali fattori di rischio di morte, in caso di contagio da Covid-19, è proprio la fase avanzata della patologia ematologica. L’immunodepressione provocata dalla malattia che interessa il midollo, l’organo che produce le difese immunitarie, espone i pazienti a maggior rischio di morte, se contagiati dal Covid-19. Anche a marzo e aprile, nel periodo più critico della pandemia, i nostri centri hanno continuato a curare con regolarità i pazienti, raccomandando il rispetto delle regole fondamentali come l’uso della mascherina per i familiari e il tampone per ogni paziente prima del ricovero”. “Oggi, però – continua il prof. Corradini -, stiamo assistendo al rischio reale che tutto possa essere vanificato dal comportamento poco responsabile di molti cittadini. Troppi, soprattutto giovani, non indossano la mascherina e non osservano la distanza minima di almeno un metro dalle altre persone. Il nostro Paese confina, ad esempio, con la Francia dove purtroppo, a causa dell’altissimo numero di contagi, stanno già riducendo i posti letto per terapie salvavita, come i trapianti di midollo osseo e le CAR-T, in previsione di una seconda grave ondata del virus. Dobbiamo utilizzare tutti gli strumenti e sensibilizzare i cittadini perché questo non avvenga anche in Italia, ma abbiamo poco tempo. Ed è corretto imporre l’obbligo di utilizzo della mascherina anche all’aperto”.La terapia cellulare CAR-T è una forma innovativa di immunoterapia, che utilizza le cellule del sistema immunitario (linfociti T): queste ultime vengono prelevate dal paziente, ingegnerizzate in laboratorio e addestrate a riconoscere e combattere con più forza il tumore, per essere poi reinfuse nel paziente. Sono indicate nel trattamento dei linfomi avanzati e aggressivi negli adulti e della leucemia linfoblastica acuta nei bambini. Inoltre, sono in corso sperimentazioni in altre patologie come il mieloma multiplo. I trapianti allogenici, cioè da donatore, sono indicati per le leucemie acute, le mielodisplasie e i linfomi. “La terapia CAR-T è eseguibile solo in ospedali dotati di unità di trapianto di midollo osseo da donatore – spiega il Prof. Fabio Ciceri, Primario Unità di Ematologia e Trapianto di Midollo Osseo IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e Presidente GITMO (Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo Osseo) -. Le due attività coincidono, perché i requisiti organizzativi e strutturali sono sovrapponibili. In Italia, durante la fase acuta della pandemia, i trapianti di midollo sono proseguiti regolarmente, pur con notevoli difficoltà logistiche. Ogni anno, nel nostro Paese, vengono effettuati circa 1.800 trapianti di midollo osseo da donatore. A oggi, rispetto allo stesso periodo del 2019, c’è stata una diminuzione davvero irrisoria, pari a circa l’8%. Il merito va al grandissimo sforzo degli operatori sanitari, del Registro donatori di midollo e dei centri, che hanno continuato a lavorare a pieno regime. Ad esempio, all’Ospedale San Raffaele, dove portiamo a termine circa 100 trapianti allogenici all’anno, finora abbiamo eseguito lo stesso numero di trapianti registrati a ottobre 2019, ma i medici che hanno lavorato a marzo, aprile e maggio erano meno della metà dello staff ordinario, perché contagiati dal virus o destinati a reparti Covid. Ecco perché oggi, a maggior ragione, dobbiamo continuare a proteggere e rendere possibile questa attività. L’Italia, finora, non è stata toccata dal problema della riduzione dei posti letto per trapianti di midollo e terapie CAR-T, a differenza di quanto sta avvenendo nelle ultime settimane a Parigi. Ma la situazione può aggravarsi in poco tempo. Nella pianificazione della riorganizzazione ospedaliera, le Istituzioni e le direzioni generali e sanitarie devono porre come cardine la preservazione e il proseguimento di questa attività”.Tra i tumori del sangue più frequenti vi sono i linfomi (13.182 nuovi casi di linfoma non Hodgkin e 2.151 di linfoma di Hodgkin, stimati in Italia nel 2020), le leucemie (7.967) e il mieloma multiplo (5.759). “Nello studio retrospettivo pubblicato su ‘The Lancet Hematology’ sono stati considerati non solo i tumori del sangue ma anche altre malattie ematologiche maligne, come le sindromi mielodisplastiche – sottolinea il Prof. Francesco Passamonti, Ordinario di Ematologia all’Università dell’Insubria di Varese e Direttore Ematologia ASST Sette Laghi di Varese -. Il periodo considerato va dal 25 febbraio al 18 maggio 2020. Il tempo mediano di ospedalizzazione è stato molto breve, pari a 16 giorni, 20 per i sopravvissuti e 11 per i morti. Il 18% ha potuto accedere alle terapie intensive. Su 536 pazienti con malattie ematologiche e contagiati dal Covid-19, 198, cioè il 37%, sono deceduti. Una percentuale altissima. Inoltre, abbiamo analizzato un altro parametro, cioè il tasso di mortalità standardizzato, che indica il rapporto fra la mortalità del malato ematologico con Covid rispetto a quella della popolazione generale italiana colpita dal virus. È risultato 2,4 volte superiore, per arrivare a 3,72 volte maggiore nei pazienti ematologici under 70. Questo dato è molto importante, perché i pazienti più giovani sono i candidati ideali per il trapianto allogenico e le terapie CAR-T. E la leucemia mieloide acuta e il linfoma non Hodgkin sono le patologie che pongono più a rischio la vita dei pazienti, se contagiati”. Lo studio è stato promosso da SIE, in collaborazione con FIL (Fondazione Italiana Linfomi), SEIFEM (Sorveglianza Epidemiologica Infezioni nelle Emopatie) e SIES (Società Italiana Ematologia Sperimentale).

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Identificato all’Università di Parma il primo virus influenzale alle porte della stagione epidemica

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 ottobre 2020

Il virus influenza di specie A è stato identificato il 26 settembre 2020 dalla Prof.ssa Flora De Conto, dalla Prof.ssa Maria Cristina Arcangeletti e nei Laboratori di Virologia Molecolare e Virologia Isolamento agenti virali dell’Unità di Virologia, diretta dalla Prof.ssa Adriana Calderaro, Direttore della Scuola di Specializzazione in Microbiologia e Virologia del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma.Si stima che ogni anno le infezioni causate da virus influenza, che circola causando episodi epidemici ricorrenti e generalmente collocati nella stagione invernale nei Paesi a clima temperato, siano responsabili di 3-5 milioni di casi con quadri clinici severi, soprattutto per quanto riguarda i soggetti maggiormente a rischio, rappresentati da bambini, persone anziane e individui affetti da malattie cardiache e respiratorie croniche. Il virus influenza A identificato all’Unità di Virologia appartiene al sottotipo H3 di emoagglutinina (verosimilmente associato al sottotipo N2 di neuraminidasi), ossia uno dei sottotipi, assieme a H1, circolanti ormai da anni nell’uomo, anche se con fluttuazioni annuali della loro presenza.Infatti, in linea con i dati di sorveglianza epidemiologica europea, anche all’unità di Virologia è stata osservata una prevalenza di influenza A H3 nella stagione epidemica invernale 2016-17, un’inversione di tendenza con prevalenza assoluta di influenza A H1 nel 2017-18, una co-circolazione di entrambi i sottotipi nelle stagioni epidemiche invernali 2018-19 e 2019-20. In conclusione, la disponibilità di strumenti all’avanguardia e, soprattutto, la professionalità e l’esperienza pluriennale dell’équipe operante nella UO di Virologia, offrono non solo la possibilità di fare diagnosi di laboratorio accurata e rapida di agenti virali dell’apparato respiratorio, quali il virus Influenza, ma hanno l’ulteriore vantaggio di poter mettere in evidenza anche possibili co-infezioni, aspetto di fondamentale importanza data la nota possibilità di cooperazione tra virus anche geneticamente non correlati, come in questo caso, con possibile aggravamento dei quadri clinici connessi.Questi risultati, di grande utilità per i pazienti, sono possibili anche grazie al supporto della continua attività di ricerca condotta sugli stessi virus nel medesimo Centro, che ha un’attività scientifica documentata da pubblicazioni su prestigiose riviste scientifiche, tra le quali la più recente è relativa al primo caso di isolamento del virus Sars-CoV-2 da un lattante del quale è in corso il sequenziamento genico.

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Il virus è mutato

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 agosto 2020

«Sta circolando una variante di SARS-CoV-2 più fragile, che in un caso su 100 si rompe e perde i pezzi. Nel Rna virale si verificano una delezione proprio in quella parte della proteina Nsp1 che regola la replicazione del coronavirus e la sua patogenicità. Capita cioè che il coronavirus a un certo punto perda tre aminoacidi che potrebbero essere molto importanti per riprodursi e aggredire l’organismo umano. La proteina del ceppo virale che subisce questa rottura non smette di funzionare, ma questo suo cambiamento – irreversibile – potrebbe essere la causa della minore pericolosità del morbo che si riscontra ormai in tutti i Paesi». Questa notizia, diffusa oggi da Avvenire, è tratta da un articolo scientifico anticipato dall’e-book “Il virus è mutato” di Massimo Ciccozzi (autore dello studio citato da Avvenire) e Paolo Viana. Nel libro elettronico si ricostruiscono le mutazioni subite dal Covid 19.

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“Non siamo ancora in pace con il virus, ma in armistizio”

Posted by fidest press agency su sabato, 4 luglio 2020

Risponde cosi’ Pier Luigi Bartoletti, segretario provinciale della Fimmg Roma e vicepresidente dell’Ordine dei medici di Roma e provincia, interpellato dall’agenzia Dire sul nuovo focolaio dei contagi a Fiumicino. “Non faccio parte degli ottimisti che dicono ‘e’ tutto finito’ – prosegue Bartoletti – ma sono tra chi pensa che siamo riusciti a gestire bene l’epidemia. In questo momento stiamo isolando, soprattutto nell’area della Asl Roma 3, dei piccoli focolai che non preoccupanti perche’ sono stati subito tracciati, trattati e isolati. Ma cosa sarebbe accaduto se non lo avessimo fatto? Nel mondo abbiamo assistito purtroppo a molti esempi negativi: penso ad Israele che, dopo una chiusura come la nostra, adesso sta vivendo momenti non felici, ma anche alla Svezia, che ha scelto una strada morbida con il lockdown e ora ha un numero di casi ancora gravissimo, per non parlare degli Stati Uniti, del Brasile e dell’America Latina”. Insomma, secondo Bartoletti “non bisogna abbassare la guardia e noi non l’abbiamo fatto – sottolinea – Nelle ultime due settimane come Uscar (Unita’ speciale di continuita’ assistenziale regionale) abbiamo lavorato esattamente come lavoravamo fino a due mesi fa, non c’e’ stato un calo delle attivita’. Questo perche’ da parte della Regione Lazio c’e’ ancora il massimo dell’attenzione”.Intanto l’Organizzazione mondiale della Sanita’ ha detto cheil ‘peggio deve ancora arrivare’ e che la ‘pandemia e’ ancora lontana dalla fine’. Come commenta? “Speriamo che l’Oms si sbagli- risponde Bartoletti- ma noi siamo ancora a livelli di allerta massima, perche’ questo e’ un virus che, se si lascia libero di diffondersi, ha dimostrato di avere una capacita’ diffusiva molto elevata e di andare addirittura al raddoppio dei casi di settimana in settimana. Quindi non dobbiamo assolutamente consentire che circolino persone infette, in grado di infettarne altre. È normale che piu’ si va avanti con la stagione estiva e piu’ c’e’ voglia di liberta’, ma c’e’ anche piu’ il rischio che i casi possano aumentare. Le persone allora non devono sottovalutare il rischio, che esiste. Noi adesso siamo concentrati sul presente, che e’ il tracciare, e sul futuro, che e’ il vaccinare. L’altra grande partita, infatti, e’ quella di iniziare le vaccinazioni antinfluenzali il prima possibile – conclude il vicepresidente Omceo Roma – e su tante persone”.

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Covid-19, virus killer o meno aggressivo?

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 giugno 2020

“Questo è ancora un virus killer. Ci sono migliaia di persone che ogni giorno muoiono. Non credo sia il caso di dire che è diventato meno patogeno, siamo noi che ora lo combattiamo meglio”. Così Mike Ryan, il capo del programma di emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), risponde indirettamente alle osservazioni di alcuni medici italiani, in primis Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva del San Raffaele di Milano, secondo i quali il virus è clinicamente cambiato.
“Non è interesse di un virus – ha ricordato il rappresentante dell’Oms – uccidere tutti coloro che infetta, lo abbiamo visto con i bambini, ma la contagiosità e la severità non sono cambiate. Abbiamo imparato però a ridurre la trasmissione e stiamo anche studiando se l’intensità dell’esposizione al virus, come nel caso degli operatori sanitari, possa avere un ruolo nella severità della malattia”.Nessuno ha mai detto che il virus è sicuramente mutato, né che non esiste più, ma il fatto che i pazienti che vengono ricoverati oggi siano “diversi” e meno gravi rispetto a quelli di un mese fa è una “evidenza clinica”. E’ la linea dei medici italiani rispetto alla posizione dell’Oms. “La mia è una osservazione puramente clinica, assistita dallo studio virologico del professor Massimo Clementi, e la derivo dall’osservazione nel mio ospedale che ha avuto sino a 1.200 ricoverati all’apice della crisi, 150 dei quali in terapia intensiva”, dice il professor Alberto Zangrillo. “Dal 21 aprile non abbiamo più ricoverato pazienti in condizioni gravi -scandisce – Ora noi abbiamo a che fare con una malattia completamente diversa. E questo dato arriva dal confronto con i responsabili di tutti gli ospedali dell’area metropolitana milanese e anche dagli ospedali delle aree più colpite, come il Papa Giovanni XXIII di Bergamo e quelli di Crema, Cremona e Lodi”. “Non abbiamo mai detto che il virus è mutato – ribadisce Zangrillo – Abbiamo detto che è cambiata l’interazione fra il soggetto ospite e il virus. E questo può derivare o da una caratteristica differente del virus, che non abbiamo dimostrato, o da caratteristiche diverse a livello recettoriale dell’ospite”. Zangrillo tiene a sottolineare che le sue considerazioni non equivalgono a un ‘liberi tutti’. “Al contrario, significa che se continueremo a tenere i comportamenti virtuosi che abbiamo tenuto finora, probabilmente fra un mese avremo risultati anche migliori”.
Massimo Clementi è direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele, ed è curatore di uno studio che, spiega, verrà pubblicato dalla rivista scientifica “Clinical Chemistry and Laboratory Medicine” entro la prossima settimana. Lo studio del San Raffaele, condotto su un campione omogeneo di cento pazienti dei primi quindici giorni di marzo confrontato con un analogo campione di altri cento pazienti negli ultimi quindici giorni di maggio, evidenzia che la carica virale negli ammalati di fine maggio è notevolmente ridotta.”Test genetici li facciamo di routine. Cerchiamo verifiche su sequenze virali – dice il professor Clementi – E non abbiamo notato mutazioni rilevanti: il virus non sembra sia mutato da un punto di vista genetico”.
“Il nostro studio è partito quindi dall’evidenza clinica che la malattia ha cambiato profilo – continua – E’ una cosa abbastanza abituale in un nuovo virus. Capita spesso che, dopo una fase di grande aggressività, ci sia una forma di coadattamento, fra virus e ospite”. Il professor Clementi per il suo studio ha quindi applicato una tecnica quantitativa che aveva utilizzato nei primi anni 90 per l’Hiv “un virus diverso che più replica e più fa danno”, che consente di misurare l’Rna del virus. “Con una metodologia un po’ forzata, perché in questo caso abbiamo usato campioni ottenuti da tamponi rispetto al prelievo di sangue utilizzato per l’Hiv – precisa Clementi – Abbiamo diviso i pazienti per fasce omogenee, e quel che è emerso è che i pazienti di maggio avevano una carica virale straordinariamente più bassa di quelli di marzo, anche considerando soggetti con età superiore ai 65 anni”.”Capire da cosa questo sia determinato – sottolinea – non lo so. Ma mi pare un dato significativo”. “Ora vorremmo fare uno studio più ampio in più centri – conclude – Siamo in contatto con il professor Guido Silvestri, virologo ad Atlanta (Usa), per fare uno studio comparativo fra 1.000 suoi soggetti e 1.000 soggetti nostri”. Sulla stessa lunghezza d’onda dei due colleghi è Matteo Bassetti, docente di Malattie Infettive all’Università di Genova e direttore della Clinica Malattie Infettive e Tropicali dell’Ospedale genovese San Martino. “Fondamentalmente nelle ultime tre-quattro settimane i nostri pazienti sono molto cambiati – dice – In parole povere se prima il virus si presentava come una tigre assassina ora si presenta come un gatto selvatico addomesticabile. (fonte doctor33)

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“Il rischio legato al debito sovrano dopo il virus”

Posted by fidest press agency su sabato, 23 maggio 2020

A cura di Andres Sanchez Balcazar, Head of Global Bonds e Sabrina Khanniche, Senior Economist di Pictet Asset Management La crisi sanitaria globale scatenata dalla pandemia di Coronavirus ha saldamente puntato i riflettori sul modo in cui i Paesi saranno in grado di gestire il fardello del salvataggio delle economie da un tracollo senza precedenti. La domanda che gli investitori nel reddito fisso si pongono è quali Paesi sopravvivranno meglio alla tempesta e se seguirà una crisi del debito sovrano. I deficit dei governi spuntano da tutte le parti, trainati da due forze. Innanzitutto, sono stati istituiti imponenti programmi fiscali per sostenere le famiglie e le aziende in un momento in cui molti hanno visto i propri redditi e ricavi precipitare per via del lockdown globale. In secondo luogo, il gettito fiscale dei governi è stato duramente colpito dalla scarsità dell’attività economica, sia interna sia internazionale.Finora i governi hanno annunciato programmi di stimoli fiscali in risposta alla crisi del Coronavirus per importi pari al 4,1% del PIL globale potenziale, quasi metà dei quali proverrà dai soli Stati Uniti. Nell’eurozona, i programmi di stimolo rappresentano il 3% del PIL, mentre in Giappone equivalgono al 10%. Questa spesa necessita di ingenti volumi di emissione di debito governativo. Le banche centrali dei Paesi meglio posizionati, come gli Stati Uniti, che beneficiano dello status di valuta di riserva, possono assorbire gran parte, se non tutto, il nuovo debito attraverso i loro programmi di acquisto di attivi. Il bilancio della Fed statunitense è stato aumentato da 4.000 a 6.500 miliardi di dollari solo negli ultimi due mesi, e prevediamo che raggiungerà quota 8.000 entro fine anno. Nel Regno Unito, la Bank of England sta portando avanti un programma di acquisto di attivi ancora più aggressivo, acquistando obbligazioni direttamente dal Tesoro sotto forma di monetizzazione del debito – una politica che per lungo tempo è stata fuori discussione. Ma se il lockdown dei Paesi dovesse durare più di due trimestri, si dovranno adottare nuove misure fiscali, con conseguenti problemi di solvibilità per alcuni Paesi già fortemente indebitati. Riteniamo che il debito statunitense crescerà dal 108% del PIL a una cifra compresa tra il 133% e il 145% in seguito al programma di stimoli pari a circa il 7% del PIL, in base alla forza di ripresa dell’economia. Nel caso peggiore, potrebbe raggiungere il 165% del PIL entro la fine del 2022. Nel complesso, maggiori livelli di debito potrebbero far suonare alcuni campanelli d’allarme – vale la pena di ricordare che durante la crisi del debito sovrano dell’eurozona, la Grecia ha rischiato di essere espulsa dall’eurozona dato che il suo debito superava il 150% del PIL.
I punteggi di rischio sovrano di Pictet Asset Management indicano quali Paesi sono stati più vulnerabili alle pericolose dinamiche di debito causate dalla crisi del Coronavirus. Il criterio di valutazione è basato su come ogni Paese sta in relazione agli altri e al suo trend storico secondo tre dimensioni: quanto è conveniente il suo debito esistente, quanto è in grado di finanziarlo e a quale livello il debito scenderà, naturalmente se la sua economia riprenderà a crescere.
La nostra analisi indica che la Grecia aveva di gran lunga la condizione peggiore a livello di sostenibilità del debito a fine 2019, seguita da Italia, Giappone, Belgio e Regno Unito. All’altra estremità dello spettro, Svizzera, Paesi Bassi e Irlanda occupavano le posizioni più invidiabili. La mappatura delle condizioni del debito a breve termine dei Paesi rispetto ai loro punteggi strutturali conferma che Grecia, Italia e Giappone evidenziano le peggiori dinamiche di debito, sebbene anche la Francia desti una certa preoccupazione. Per contro, altri Paesi del Nord Europa e della Scandinavia sono in una buona posizione.
La BCE, tuttavia, deve affrontare una difficile operazione di riequilibrio nel decidere come comportarsi nei prossimi mesi, e dovrà mostrarsi abile nell’applicare la “teoria dei giochi”. Desidera evitare un’altra crisi del debito sovrano, ma desidera anche eliminare del tutto la pressione sugli esponenti politici dell’eurozona affinché si raggiunga un accordo di qualche tipo sulla mutualizzazione del debito. Se la Banca Centrale fosse troppo accomodante e comprimesse troppo gli spread delle obbligazioni di Stato dei Paesi europei del sud, indebolirebbe la necessità da parte dei governi dell’eurozona di mettersi d’accordo su come procedere. Una preoccupazione ancora più immediata è che alcune economie dei mercati emergenti siano già rimaste senza spazio di manovra in termini monetari. L’inflazione non sarebbe un problema per un certo periodo nelle economie sviluppate, in quanto una domanda depressa e deboli prezzi del petrolio trascinano verso il basso i prezzi al consumo in generale, a prescindere dall’intervento aggressivo della Banca Centrale. In alcune economie emergenti, tuttavia, le politiche delle banche centrali stanno già funzionando per trascinare al ribasso le rispettive valute in quello che potrebbe trasformarsi in un altro ciclo di svalutazione/inflazione. Un dato che preoccupa è che alcune grandi economie in via di sviluppo – come Turchia, Brasile, Sudafrica – stanno andando in questa direzione. La pandemia globale è destinata a esacerbare le tensioni che già esistono nell’economia globale e a creare nuovi problemi. Il modo in cui i governi sono entrati nella crisi sarà fondamentale per capire come ne usciranno.

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Primo studio nazionale su infezione e immunità del virus

Posted by fidest press agency su sabato, 23 maggio 2020

48 laboratori italiani, afferenti ad alcuni fra i più importanti centri di ricerca e cura del Paese, hanno deciso di unire le risorse per lo studio collaborativo “Progetto Sierologia COVID-19”, con l’obiettivo di valutare se la presenza di anticorpi anti Sars-Cov2 protegge dalla reinfezione e per quanto tempo. Si tratta di un’informazione fondamentale per la ripresa delle attività lavorativo-sociali e la convivenza con il virus che ci aspetta nei prossimi mesi.Il progetto si basa sul test sierologico sviluppato da Istituto Europeo di Oncologia e Università di Pavia e messo a disposizione di tutti i laboratori di ricerca italiani. Un test che non richiede investimenti aggiuntivi in macchinari e materiali rispetto alle dotazioni normalmente presenti nei laboratori di ricerca. Il test ha una sensibilità e specificità elevatissima e costi enormemente inferiori rispetto ai test commerciali.
È proprio partendo dalle proteine glicosilate del virus SARS-CoV-2 che Federica Facciotti, immunologa dello IEO, insieme a Marina Mapelli e Sebastiano Pasqualato specialisti in biochimica del Dipartimento di Oncologia Sperimentale IEO, hanno messo a punto il test che valuta in maniera quantitativa il titolo degli anticorpi circolanti nel sangue. “Gli anticorpi che identifichiamo sono quelli che potenzialmente neutralizzeranno il virus, prevenendo seconde infezioni e quindi garantendo immunità nel breve termine” spiega Facciotti. “Diversamente dai test commerciali, il nostro esame può rilevare diversi tipi di anticorpi che caratterizzano l’intero spettro della risposta immunitaria all’infezione virale, con una alta sensibilità, cioè anche quando gli anticorpi sono presenti a livelli relativamente bassi, come ci si può aspettare da chi ha contratto la malattia in forma lieve, e con un alta specificità, ovvero escludendo anticorpi diretti contro altri virus della stessa famiglia di SARS-CoV-2, che causano le comuni sindromi da raffreddamento.”
L’adesione dei 48 laboratori al Progetto Sierologia Covid 19 fa seguito all’appello lanciato a governo e regioni da un gruppo di 290 scienziati il 26 marzo scorso affinché venissero aumentati i tamponi virali e introdotti i test sierologici.

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Il calore uccide i virus?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 maggio 2020

In questi mesi si è più volte discusso se il caldo estivo potesse influenzare in senso positivo la riduzione del contagio da Coronavirus. Più opinioni sono state espresse da vari infettivologi e nella maggior parte dei casi la risposta è stata negativa. Le risposte sono state le più varie e spesso hanno incrementato ulteriori dubbi ed incertezze.
Cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza su un argomento in cui sicuramente certezze non si possono avere.Quando si parla di caldo estivo e Coronavirus si fa un po’ di confusione.Il caldo, inteso come calore, uccide i virus in generale ad una temperatura intorno ai 90 gradi centigradi. E’ quindi evidente che il caldo estivo non può uccidere il Coronavirus o influenzare il suo ciclo vitale.
Si è anche ipotizzato che il caldo estivo possa influenzare positivamente il contagio perché ci sarebbe un maggior distanziamento sociale. Questa ipotesi è veramente singolare, se si pensa che l’estate è il momento in cui c’è più aggregazione, anche se in ambienti esterni. Ciò andrebbe in contraddizione con tutto quello che abbiamo raccomandato e fatto fino ad adesso: distanziamento anche nei luoghi esterni.
Si è ipotizzato che le goccioline di saliva, meglio conosciute ormai come droplets, con il caldo perderebbero la loro componente acquosa e si “essicherebbero” prima di poter contagiare un individuo, Questa è un’altra ipotesi inverosimile se si pensa a quale velocità viaggiano le goccioline di uno starnuto.Si è inoltre evidenziato che, siccome durante l’estate ci sono meno infezioni del tratto bronco-polmonare, questo potrebbe diminuire il contagio. Ma il Coronavirus non “bada” alle infezioni broncopolmonari ed infetta chiunque. Allora il caldo non fa niente? No! Bisogna intendere il caldo come irradiazione solare.
Non è il caldo che influenza il ciclo vitale del virus, ma sono i raggi ultravioletti del sole che destabilizzano il virus.
Tutti i virus ed in particolare i coronavirus sono sensibili ai raggi UVB del sole. Durante la stagione estiva, in particolare da giugno ad agosto il sole, alla nostra latitudine, splende ed irradia per molte ore la nostra superficie terrestre, distribuendo raggi UVB molto potenti. Questi possono destabilizzare la struttura del coronavirus ed influenzare il suo ciclo vitale, rendendolo meno contagioso e virulento.Ci dobbiamo aspettare quindi, in questi mesi estivi, un calo notevole dei contagi e soprattutto una malattia diversa, meno aggressiva e con meno complicazioni. Sarà inoltre inverosimile, durante il periodo estivo , una seconda ondata di contagio.
La speranza è che il coronavirus , come è successo per la SARS, dopo l’estate perda il suo potere di contagiosità e di aggressività; se ciò non dovesse accadere e se dovessero permanere focolai quiescenti in Italia od attivi, soprattutto nell’emisfero australe, allora una seconda ondata è verosimile che avvenga da ottobre in poi, quando l’irradiazione solare diminuisce e con essa l’azione dei raggi UVB. Occorre quindi mantenere la massima allerta , anche in questo periodo estivo, ed essere prudenti nello smantellare presidi ed ospedali COVID. In questo momento è un’operazione improvvida che va evitata.

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“La globalizzazione dopo il virus”

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 maggio 2020

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. La pandemia di Coronavirus ha gettato un’ombra scura sul commercio mondiale. Nel breve termine, il lockdown attuato in tutto il mondo ha causato un collasso senza precedenti del commercio transfrontaliero, una risposta razionale, guidata da considerazioni di pubblica sicurezza. Ma si teme che questi effetti negativi possano persistere a lungo una volta passata la crisi. Questa, tuttavia, non dovrebbe essere una conclusione scontata. Ci sono buoni motivi per credere che, sebbene la rete di relazioni economiche internazionali sia destinata a cambiare, forse in modo significativo, il commercio non sarà danneggiato a livelli catastrofici. Piuttosto, alcuni dei flussi di merci fisiche saranno sostituiti da servizi digitali. Contemporaneamente, anche le filiere sono destinate ad ampliarsi e a diventare più regionali. Il timore principale è che l’inversione della globalizzazione iniziata con la crisi finanziaria globale del 2008 (GFC) possa essere esacerbata dalla pandemia di Coronavirus. La Brexit, le guerre commerciali volute dal Presidente statunitense Donald Trump, le tensioni in Europa dovute ai migranti, la sfida alle élite posta dal crescente populismo, gli assalti alle istituzioni multilaterali come l’Organizzazione Mondiale del Commercio sono tutti esempi costantemente citati come segnali di un cambiamento contrario al commercio e all’apertura delle frontiere.
La globalizzazione ha raggiunto il picco con la crisi finanziaria globale. Nel 2008, il commercio globale delle merci rappresentava il 25,3% del PIL globale. Entro il 2019, quel valore è sceso al 21,7%. Di certo, un aumento del protezionismo è stato una concausa: in quel decennio, sono state imposte misure restrittive al commercio su 1.500 miliardi di dollari di importazioni, ovvero il 7,5% del commercio mondiale nel 2018. Ma ci sono stati anche altri due fattori che hanno poco a che fare con i movimenti anti-globalizzazione. Innanzitutto, la debole crescita degli investimenti all’indomani della crisi finanziaria globale ha contenuto la domanda di importazioni connesse agli investimenti, la componente della domanda interna più legata al commercio. In secondo luogo, dato che le economie emergenti, trainate dalla Cina, sono maturate, rappresentano sempre meno una tappa intermedia lungo il percorso delle filiere globali. Ad esempio, nel 2004 le importazioni cinesi di prodotti destinati alla ri-esportazione valevano il 29% delle esportazioni totali. Entro il 2019, questo valore è sceso al 13,2%. La Cina potrebbe essere l’obiettivo di nuove restrizioni – ovunque politici populisti hanno sostenuto che andrebbe “punita” in quanto responsabile del contagio. Nel frattempo, le filiere globali sono state fortemente impattate dal lockdown, in quanto in questo periodo le fabbriche sono rimaste chiuse. Le aziende potrebbero rispondere adottando misure volte a ridurre la loro vulnerabilità.
Sebbene vi siano rischi per la globalizzazione nel mondo post Coronavirus, è probabile che il commercio internazionale assuma nuove forme, piuttosto che essere compromesso. Potrebbero esserci meno scambi di merci fisiche e minor mobilità delle persone. Ma la globalizzazione digitale indubbiamente assumerà una maggiore rilevanza. Il lockdown globale ha mostrato alle aziende e ai governi quanto si può fare tramite internet – sia in termini di efficacia dello smart working sia di funzionalità dei servizi online. Le videoconferenze possono essere molto più efficaci e convenienti in termini di tempo rispetto alle riunioni di persona. L’e-learning può essere efficace, spalancando la possibilità di impartire un’istruzione di qualità a un numero molto maggiore di studenti. Sebbene le aziende possano essere disposte a realizzare localmente parte della produzione, il principio del vantaggio comparativo rimarrà ancora. Sarà sempre più economicamente conveniente procurarsi alcune merci e materiali da Paesi terzi. Invece, le aziende potrebbero diventare meno dipendenti da singoli fornitori, rendendo le loro filiere più resilienti diversificando le reti di fornitori e incrementando qualche forma di ridondanza. Ciò potrebbe aumentare in certa misura i costi di produzione, ma le società potrebbero considerare questo aspetto come un’assicurazione contro l’interruzione delle filiere. Accorciare le filiere potrebbe rendere il commercio più regionale – come è successo in Asia negli ultimi tre decenni, anche dopo la crisi finanziaria globale. Il commercio intra-asiatico rappresentava il 28% delle esportazioni totali asiatiche, passato al 42% nel 2008 e al 46% nel 2018. Qualora ciò dovesse comportare un aumento dei costi della manodopera, le società possono compensare tale maggior costo con una maggiore automazione.
Le relazioni commerciali comportano sempre dei rischi. Tuttavia, non bisogna sottovalutare che i benefici di economie interconnesse a livello globale sono di molto superiori ai costi. Negli scorsi decenni, grazie all’aumento del commercio mondiale, sospinto dalla caduta di molte barriere come i dazi doganali, centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà – non solo in Asia, ma in tutto il mondo. Non dobbiamo permettere che la pandemia rovini tutto quanto è stato finora raggiunto.

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COVID-19: il virus ferma anche i lavori stradali

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 maggio 2020

La diffusione del COVID-19 nel nostro Paese e il successivo lockdown hanno interrotto la ripresa dei lavori stradali, registrata nel corso del 2019 e nei primi due mesi del 2020, dopo oltre un decennio di crisi che ha compromesso la sicurezza del nostro patrimonio stradale. Nonostante queste attività siano state escluse dal blocco, i lavori si sono fermati, soprattutto a causa delle lentezze burocratiche e di un rapporto con le pubbliche amministrazioni reso ancor più farraginoso dall’emergenza che ha spinto molti uffici a rinviare l’approvazione e la firma di progetti cantierabili. Oggi occorre sbloccare i troppi cantieri stradali fermi, sfruttando al meglio questo periodo di basso costo delle materie prime e di scarsa circolazione dei veicoli sulle strade.L’appello alle istituzioni nazionali e locali emerge dalla nuova analisi trimestrale effettuata dall’Associazione SITEB – Strade Italiane E Bitumi.

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I testicoli possono diventare un obiettivo del virus?

Posted by fidest press agency su martedì, 5 maggio 2020

Se si con quali effetti e conseguenze? Gli uomini dovrebbero preoccuparsi? “Sino ad oggi sono state fatte alcune ipotesi interessanti. Lo studio più recente sull’argomento viene dell’Albert Einstein College di New York ed è stato pubblicato Med RXIV anche se non è ancora stato sottoposto a peer-review (il processo di revisione prioritaria da parte di un comitato di esperti della stessa disciplina che discute ed approva i risultati delle ricerche scientifiche), che si è diffuso rapidamente nella comunità scientifica (1)” spiega il Professor Sansalone “Le cellule che esprimono numerosi recettori ACE-2 sulla loro superficie e sarebbero teoricamente più suscettibili alle infezioni”. Pochi giorni fa un articolo su Natureaveva sottolineato che l’ACE-2 è altamento espresso in prostata, cellule del testicolo e cellule di Leydig che producono ormoni tra cui testosterone. Il fatto che il Covid-19 può annidarsi nei testicoli è stato ipotizzato possa rendere conto anche della maggiore suscettibilità e mortalità maschile. Inoltre i maschi eliminano il virus dall’organismo più lentamente rispetto alle donne,forse a causa di questo serbatoio aggiuntivo nell’organismo colpito. Lo studio, eseguito da un gruppo americano e uno indiano ha valutato 60 pazienti sintomatici: 40 maschi e 20 femmine constatando che i primi avevano due giorni di sintomi in più prima di avere tamponi negativi rispetto alle donne.
“Ma soprattutto” prosegue Sansalone “è stata segnalata una perdita di funzione dei testicoli nei pazienti con danni alle cellule che producono testosterone in caso di infezione. Purtroppo al momento non è noto se gli eventuali danno siano permanenti o reversibili. Per questo nei soggetti giovani e adulti che hanno contratto il Covid-19 è raccomandato un controllo andrologico specialmente se hanno in programma di diventare padri”. Il 20 aprile un commento a cura di scienziati cinesi apparso su Nature Reviews Urology (2)ha sottolineato con forza la necessità di monitorare anche il tratto uro-genitalenei soggetti positivi al Covid. Nonostante la maggior parte dei pazienti sviluppi complicanze a livello polmonare, le crescenti evidenze indicano un coinvolgimento dell’apparato riproduttivo maschile, anche a causa della sua maggiore suscettibilità alle infezioni. “Una preoccupazione, quella per la fertilità, che negli USA ha portato ad un aumento di almeno il 20% delle richieste di conservazione del seme” racconta l’andrologo“Servizio fornito a domicilio da società specializzate che inviano kit da rispedire in banche doveil prezioso campione sarà congelato per essere utilizzato in caso di bisogno. Una procedura analoga a quella a cui si sottopongono pazienti giovani adulti con patologie oncologiche prima di sottoporsi a chemio e radioterapia”. Le aziende americane riferiscono di richieste aumentate fino a 10 volte, il che riflette le paureche stanno emergendo su potenziali effetti del virus sulla fertilità. Va detto però che la sopravvivenza degli spermatozoi dopo lo scongelamento è direttamente proporzionale alla qualità del campione conservato: i campioni di pazienti con pochi spermatozoi (oligospermici) hanno un tasso di sopravvivenza inferiore rispetto a quelli normali. Ma quelli ottenuti dall’eiaculazione risentono meno dei danni rispetto a quelli prelevati medicalmente.

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