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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Posts Tagged ‘virus’

Virus riprende e viaggi annullati. Evitare e combattere i profittatori

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 luglio 2021

Le prime timide percentuali di annullamento viaggi cominciano a circolare come indesiderata reazione alle tutt’altro che timide percentuali della ripresa diffusione del virus. In diversi non se ne vogliono ancora rendere conto, ma la realtà è più dura dei desiderata, e le scanzonate ballate di orgoglio italiano di una settimana calcistica fa, cominciano a dare i loro risultati. Quella sorta di lotta al coltello tra poveri, che avevamo già intuito come rinascita economica a suon di aumenti assurdi, corre il rischio di diventare letale per i consumatori. Già fragili in buona parte e, finito il grasso accumulato da tempi altrettanto grassi, i consumatori hanno provato a mescolare il frugale con la felicità della vacanza, del viaggio, del non-pensiero e del riposo dai riposti lockdown. In questa realtà da film di fantascienza catastrofista c’è un pericolo umano che si aggira insieme a quello virologico: la fregatura. Gli esperti della fregatura si sono fatti più disperati e più aggressivi. E nonostante gli appelli di governanti e circoli umanitari per agire in modo disciplinato per mantenere a galla la barca comune nella furia della tempesta, la guerra per appropriarsi delle scialuppe di salvataggio è cominciata: nella ignoranza che una volta in mare queste scialuppe non hanno lidi ma solitudini e nuove disperazioni. Ancora in voga, nonostante diverse perplessità e attentati (anche legislativi), la forza del Diritto, contro quella della spada, sembra poter essere utile.Diritto che è bene rammentare, ripassare, rispolverare, chiamando tutti i suoi protagonisti e meccanismi alla luce e, in certi casi, alla lotta.Principio base: ogni annullamento causa covid (divieti di vario tipo) dà diritto al rimborso in soldi al 100%. Ma la prevenzione individuale ognuno se la paga: il timore di covid, fa rientrare l’annullamento nell’ambito dei normali contratti tra fornitore del servizio e utente (penalità, etc).Trasporti: voli, treni, navi, autobus noleggi. Causa covid sono tutti rimborsabili in denaro al 100%. Se annullano i fornitori per loro esigenze di pianificazione commerciale (aerei con pochi passeggeri, per esempio) e non per covid, in alcuni casi ai consumatori sono dovuti anche indennizzi.Alberghi e alloggi vari. Causa covid sono rimborsabili in denaro al 100%. Causa paura di covid: se da parte del fornitore del servizio, non si esclude l’indennizzo per vacanza rovinata; se da parte del consumatore, occorre verificare le penali specifiche del servizio. Se l’interlocutore è italiano o comunitario (UE) la richiesta e l’eventuale contenzioso sono “facili”, altrimenti sono “difficili”. Dopo le richieste di rimborso coi canali più o meno facili che ogni fornitore di servizio mette a disposizione (modulistica e mail), in mancanza di considerazione dopo pochi giorni, occorre passare alle “maniere forti”: pec (solo per i fornitori italiani) o raccomandata A/R di diffida, intimando il rimborso del dovuto e minacciando di rivolgersi alle autorità preposte.

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Covid-19, l’Università di Yale e il Papa Giovanni XXIII di Bergamo dimostrano per la prima volta al mondo come il virus attacca il fegato

Posted by fidest press agency su domenica, 16 maggio 2021

Bergamo. I risultati di questa dimostrazione scientifica sono stati ora pubblicati sulla rivista Journal of Hepatology, una delle più prestigiose riviste al mondo di gastroepatologia. La collaborazione tra i ricercatori della prestigiosa Università di Yale, New Haven, Cunnecticut (USA) e l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha permesso, per la prima volta, di analizzare e soprattutto riprodurre il meccanismo patologico con cui il virus causa un danno del fegato nei malati di Covid-19. Questo studio conferma il ruolo-chiave della citochina IL-6 e della endoteliopatia cioè l’infiammazione delle pareti dell’endotelio che riveste i vasi sanguigni, responsabile del danno epatico associato a forme gravi e mortali di Covid-19. Il virus Sars-Cov-2 induce cioè le cellule dell’endotelio dei vasi sanguigni che irrorano il fegato a produrre una proteina chiamata interleuchina IL-6, che in situazioni normali agisce con funzione di regolazione dei processi immunitari. Quando la sua produzione è sregolata ed eccessiva può portare a stati infiammatori anomali. Nel caso del Covid-19, questa tempesta porta allo stato infiammatorio (endoteliopatia) e alla coagulazione del sangue all’interno dei vasi. Per arrivare a questi risultati sono stati valutati i campioni istologici di fegato relativi a 43 pazienti deceduti all’Ospedale di Bergamo nella primavera del 2020. Le autopsie con prelievo di materiale istologico erano state effettuate a Bergamo durante la prima ondata dal direttore del Dipartimento di Medicina di laboratorio Andrea Gianatti e dal collega anatomopatologo Aurelio Sonzogni. I dati biochimici ed umorali dei pazienti selezionati sono stati analizzati e valutati da Maria Grazia Alessio, Giulia Previtali e Michela Seghezzi della Medicina di Laboratorio – analisi chimico cliniche del Papa Giovanni XXIII. Si sono rivelate di importanza fondamentale le indagini radiologiche effettuate all’epoca del ricovero dall’Unità di Radiologia del Papa Giovanni. Il direttore Sandro Sironi, docente all’Università di Milano-Bicocca alla post Graduate School in Radiologia diagnostica, insieme ai radiologi Clarissa Valle e Pietro Bonaffini sono tra gli autori che hanno collaborato allo studio. Si tratta al momento del primo studio mai pubblicato su modello animale che coinvolge il più grande campione numerico di tessuti umani provenienti da pazienti deceduti per infezione da Covid-19. Uno dei più grandi studi clinici ad aver valutato il rapporto tra danno epatico e SARS-CoV-2 aveva rilevato che su 2.273 pazienti il 45% aveva un danno epatico lieve, il 21% moderato e il 6,4% grave. I pazienti con danno epatico acuto erano a maggior rischio di ricovero in terapia intensiva (69%), intubazione (65%), terapia renale sostitutiva (33%) e mortalità (42%). Il ruolo dell’infiammazione delle cellule endoteliali era già stato ipotizzato, ma nel caso del fegato non era mai stato dimostrato su tessuto. Precedenti studi sul Covid-19 si erano focalizzati finora soprattutto sulla coagulopatia, cioè sull’aumento delle complicanze trombotiche e microvascolari generate dalla risposta infiammatoria del sistema immunitario e derivante dalla ‘tempesta di citochine’ indotta dal virus Sars-CoV-2. Nessuno studio aveva analizzato direttamente il danno sui campioni di fegato correlandolo ai dati clinici. Ora lo studio degli scienziati italiani e statunitensi torna a porre l’accento sul ruolo dell’endoteliopatia come principale causa di danno epatico rispetto alla coagulopatia, proprio perché sarebbe la causa di quest’ultima. Questa conclusione suggerisce che l’identificazione precoce dell’endoteliopatia e le strategie terapeutiche per ridurne la accelerazione infiammatoria potrebbero migliorare il trattamento di malattia da Covid-19 grave. Lo studio conferma inoltre che l’IL-6 può essere più generalmente un potenziale bersaglio per la terapia mirata del Covid-19 anche perché il danno risulta essere ubiquitario, cioè diffuso nell’organismo, non limitato al solo polmone. E’ la strada già intrapresa da alcuni studi clinici, che si stanno concentrando sulla ricerca di farmaci efficaci come inibitori dell’IL-6.

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Covid, virus ridotto vaccinati. Ecco i dati dei Cdc

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 aprile 2021

I vaccini a mRna di Pfizer-Biontech e Moderna proteggono non solo dai sintomi della Covid-19, ma anche dal contagio. È quanto dimostrato da uno studio americano condotto dai Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (Cdc) su 3.950 medici, infermieri e altri lavoratori essenziali vaccinati negli Stati Uniti e monitorati per 13 settimane (da metà dicembre 2020 fino a metà marzo 2021) in un periodo in cui circolavano già le nuove varianti. Secondo la ricerca, il rischio di infezione è ridotto del 90% dopo due dosi e dell’80% dopo una singola dose. I risultati dei Cdc confermano che per sviluppare anticorpi protettivi servono all’incirca due settimane dopo la somministrazione di ciascuna dose di vaccino.Anche il direttore dell’Ecdc, il Centro europeo per il controllo delle malattie, Andrea Ammon sottolinea il rischio ridotto di trasmissione del virus tra i vaccinati. «È molto incoraggiante vedere che le reinfezioni da Sars-Cov-2 sono piuttosto rare. Ora ci sono anche le prime indicazioni positive che il rischio di trasmissione del virus sembra essere ridotto nei vaccinati. Sebbene l’effetto delle varianti debba essere attentamente monitorato, ci aspettiamo che il numero totale di infezioni diminuirà in modo significativo con l’aumentare della copertura vaccinale». Dal report dell’Ecdc emergono alcuni punti chiave. «La prova dell’impatto della vaccinazione sul rischio di trasmissione è disponibile da un solo studio, che suggerisce che la vaccinazione di un componente della famiglia riduce il rischio di infezione negli altri di almeno il 30%». Ma è stato «dimostrato che la vaccinazione riduce significativamente l’infezione sintomatica o asintomatica negli individui vaccinati, sebbene l’efficacia vari in base al prodotto vaccinale e al gruppo target». Vi sono anche «alcune prove di una minore carica virale e di una minore durata della diffusione negli individui vaccinati, il che potrebbe tradursi in una trasmissione ridotta» di Covid-19. Molti degli studi sull’efficacia del vaccino, rileva però l’Ecdc, «sono stati condotti prima dell’emergere delle varianti di Sars-Cov-2 che preoccupano e vi sono alcune prove che l’efficacia del vaccino potrebbe essere ridotta per alcune delle varianti». Lo studio del Cdc è il primo americano con dati del ‘mondo reale’ (cioè ottenuti al di fuori delle condizioni controllate tipiche delle sperimentazioni cliniche) ed è in linea con altri precedentemente condotti in Gran Bretagna e Israele. Gli esperti considerano dunque “parzialmente vaccinati” i soggetti che hanno ricevuto da almeno due settimane la prima dose e ‘completamente vaccinati’ coloro che hanno ricevuto da almeno due settimane la seconda dose.I dati del “mondo reale” sono in linea con quelli ottenuti nella fase 3 della sperimentazione clinica dei due vaccini. Quei test ne avevano valutato l’efficacia nel prevenire l’insorgenza della malattia Covid-19 con sintomi, mentre lo studio condotto dai Cdc ne valuta l’efficacia contro tutte le infezioni, anche quelle asintomatiche. Il disegno dello studio prevedeva infatti che ogni partecipante si sottoponesse ogni settimana a un tampone nasale fai-da-te, indipendentemente dalla presenza o meno di sintomi sospetti riferibili alla Covid-19. Per completare il quadro, i ricercatori hanno correlato gli esiti del tampone molecolare con l’eventuale presenza di segni di malattia (come febbre, tosse, diarrea, perdita di gusto e olfatto). I risultati dimostrano che raramente il contagio è stato trasmesso da asintomatici: solo il 10,7% delle infezioni rilevate era senza sintomi, mentre il 58% dei contagi è stato diagnosticato prima della comparsa dei sintomi. In media si sono verificate 0,04 infezioni al giorno ogni mille persone completamente vaccinate (due dosi) e 0,19 infezioni ogni mille parzialmente vaccinati (con una singola dose), numeri decisamente inferiori all’incidenza di 1,38 registrata tra le persone non vaccinate. Risultati altrettanto promettenti sono stati raccolti sulle persone parzialmente vaccinate con una singola dose. La riduzione del rischio di contagio dell’80% è infatti in linea con altri studi condotti in Gran Bretagna e Israele, i quali indicano un’efficacia rispettivamente del 70% e del 60%. (Fonte doctor33)

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Covid. L’uomo che coltiva il virus: variante inglese?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 febbraio 2021

Milano – “Una variante non puo’ essere definita piu’ pericolosa prima di avere dei risultati scientifici”. A invitare alla prudenza e’ Pasquale Ferrante, docente dell’Universita’ di Milano, coordinatore dei laboratori di virologia della Statale e direttore dell’istituto clinico ‘Citta’ Studi’. Ferrante si occupa, insieme al suo gruppo di ricercatori, di coltivare il virus: “Di studiarlo, quindi, piu’ approfonditamente”. “Abbiamo un centro di massima sicurezza e possiamo lavorare con i virus piu’ pericolosi”, spiega alla ‘Dire’. Ora sta analizzando la variante inglese “per testare se gli anticorpi sviluppati dai soggetti vaccinati siano neutralizzanti anche nei confronti di questa mutazione”. Per avere delle risposte, bisognera’ aspettare altre due settimane. “Il tema delle varianti esiste- ragiona Ferrante- ma dobbiamo ancora capire se hanno un impatto sulle vaccinazioni e sulla gravita’ della malattia”.
Per adesso si hanno soltanto delle “indicazioni su un’alterazione molecolare della proteina Spike che inciderebbe sulla capacita’ infettante”. Anche in questo caso, pero’, serve piu’ tempo. “Questi sono tutti dati che non possiamo dare immediatamente. Dobbiamo attendere che gli studi vengano pubblicati”, sottolinea il virologo.Analizzando la variante scozzese (quella che a detta del consulente Guido Bertolaso sarebbe presente in alcuni comuni del Varesotto), il gruppo di ricerca dell’universita’ di Milano ha scoperto che i soggetti vaccinati sono protetti anche per quella mutazione del Sars-CoV-2: “Dagli studi pubblicati sul ‘The New England Journal of Medicine’ sembrerebbe che anche nei confronti della variante inglese rimanga l’efficacia neutralizzante degli anticorpi”, aggiunge Ferrante. L’importante e’ avere pazienza, anche per far in modo che le persone non incomincino a dubitare dell’efficacia dei vaccini. “Penso che alla fine contrarre una variante sara’ come ricevere un’ulteriore dose di stimolazione antigenica”. (Fonte: agenzia Dire)

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I pazienti con gruppo sanguigno 0 e Rh-positivo potrebbero avere una maggiore protezione contro il COVID-19

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 febbraio 2021

A tal proposito, uno studio recentemente pubblicato da IVI e presentato all’ultima edizione del Congresso ASRM (American Society for Reproductive Medicine), uno dei più importanti convegni, a livello mondiale, sulla Medicina della Riproduzione, ha dimostrato che gli individui con il gruppo sanguigno 0 positivo e Rh positivo presentano una maggiore protezione contro il COVID-19.“Sulla base dei dati analizzati nel periodo post-lockdown, compreso tra maggio e giugno 2020, prendendo in esame un campione di 6.140 pazienti affetti da SARS-CoV-2, abbiamo rilevato una minor incidenza della malattia (comprovata dalla presenza di anticorpi positivi IgM o IgG) nei pazienti con il gruppo sanguigno 0. Inoltre, al contrario di quanto era stato pubblicato in precedenza, lo studio ha rilevato una percentuale maggiore di pazienti infetti tra quelli con gruppo Rh-negativo”, ha affermato la Dott.ssa Daniela Galliano, Responsabile del Centro PMA di IVI Roma.“La percentuale dei pazienti positivi al virus non varia significativamente in base all’età e non sono state osservate neanche importanti differenze in base al genere o al gruppo sanguigno. Tuttavia, nei pazienti con Rh-negativo è stato rilevato un rischio leggermente superiore di contrarre il virus rispetto ai pazienti con Rh positivo. Inoltre, nelle aree in cui il virus è più diffuso, la percentuale di IgM-positivi è maggiore e vi è un maggior rischio di infezione in caso di coppie in cui un partner sia già positivo”, ha aggiunto la Dott.ssa Galliano. L’idea che il gruppo sanguigno possa avere un valore prognostico in relazione al COVID-19 è interessante, tuttavia siamo ancora in una fase preliminare di studio in cui è urgente determinare in primo luogo se quest’associazione è reale, come altri studi su questo argomento hanno suggerito.

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Oxfam: Covid, virus della disuguaglianza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 gennaio 2021

Secondo il Rapporto Oxfam, le 1.000 persone più ricche del mondo hanno recuperato in nove mesi tutte le perdite accumulate per l’emergenza Covid-19, mentre i più poveri potrebbero impiegare più di 10 anni per farlo. I 10 uomini più ricchi hanno visto la loro ricchezza aumentare di 540 miliardi di dollari dall’inizio della pandemia, una somma sufficiente a pagare il vaccino per tutti gli abitanti del pianeta.”Dati vergognosi, che dovrebbero allarmare tutti i governi, compreso quello italiano” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Il tema sul quale il Governo Conte dovrebbe riflettere e trovare al più presto una maggioranza parlamentare, è il seguente: a chi si chiederanno nei prossimi anni tutti i miliardi che si stanno spendendo ora per via dell’emergenza Covid? Ai soliti noti? Alla povera gente che fatica ad arrivare alla fine del mese, aumentando l’Iva, imposta con effetti regressivi che fa più male a chi già fatica ad arrivare a fine mese?” si chiede Dona.”Va rivoluzionato subito il nostro sistema fiscale, smantellato in questi anni per riscuotere consenso elettorale, con l’obiettivo di ridurre le diseguaglianze e redistribuire meglio la ricchezza, rispettando finalmente il criterio della capacità contributiva” prosegue Dona.”Se il ceto medio si è impoverito è proprio perché in questi ultimi vent’anni mentre con una mano si toglieva l’Imu sulla prima casa, con l’altra si alzavano Iva, accise, oneri di sistema di luce e gas, tariffe locali, dall’acqua ai rifiuti. Per questo condividiamo la proposta di Bankitalia di aumentare il carico fiscale sulla ricchezza, unica via per tassare anche gli evasori che non pagano le imposte sui redditi” conclude Dona.

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Nuova variante del virus denominata VOC-202012/01 o B.1.1.7

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 gennaio 2021

A partire dalla fine del mese di settembre si è diffusa nel sud-est della Gran Bretagna una nuova variante del virus denominata VOC-202012/01 o B.1.1.7, che ha causato allarme e indotto il governo ninglese ad assumere significative misure di contenimento nell’area, dove questa nuova variante si è diffusa in misura notevole sino a rappresentare a dicembre oltre il 50% dei nuovi casi, e dove in contemporanea l’incidenza dei casi positivi è aumentata in maniera significativa. Secondo le analisi elaborate dalla London School of Hygyene and Tropical Medicine e dall’Imperial College di Londra10, questa nuova variante sarebbe caratterizzata da una maggiore trasmissibilità rispetto agli altri ceppi più diffusi. Sempre nel mese di dicembre, il Sudafrica ha segnalato un’altra variante della SARS-CoV-2, designata come 501.V2, anch’essa potenzialmente preoccupante. Questa variante è stata osservata per la prima volta in campioni prelevati nel mese di ottobre, e da allora più di 300 casi con la variante 501.V2 sono stati confermati dal sequenziamento del genoma virale in Sud Africa, dove è diventata la forma dominante del virus e dove, secondo analisi preliminari, anche questa variante avrebbe una maggiore trasmissibilità. Tuttavia, come per la variante B.1.1.7, anche per la variante 501.V2 non esistono evidenze che la loro diffusione sia collegata ad una mag- giore gravità dell’infezione, né che le mutazioni del virus renderebbero queste varianti non attaccabili dal vaccino11. Alcuni ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che varianti come la B.1.1.7 possano essersi originate da pazienti immunocompromessi con un’infezione di lunga durata12, che permetterebbero al virus di evolversi più a lungo all’interno dell’ospite umano. Un recente studio13 ha analizzato il caso di un paziente oncologico trattato con un farmaco che riduce la produzione di linfociti B, deceduto 101 giorni dopo aver contratto l’infezione. Per i primi due mesi dall’infezione il virus si è replicato senza significative mutazioni. Dopo un ciclo di trattamento con plasma di convalescente, tuttavia, il virus ha sviluppato significative mutazioni, una delle quali è presente anche nella variante “inglese” B.1.1.7. (Salvatore Curiale Science Communicator Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” – I.R.C.C.S.)

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Piattaforma per tracciare la diffusione delle varianti del genoma del virus Covid-19

Posted by fidest press agency su sabato, 26 dicembre 2020

“L’obiettivo del portale – dichiara Matteo Pallocca – è quello di scremare rapidamente tra le centinaia di migliaia di sequenze virali generate e le mutazioni rilevate sulla proteina virale Spike, quelle di maggiore interesse per l’interazione con i recettori e gli anticorpi umani, e che possono impattare sul funzionamento dei vaccini in via di approvazione” Il portale COVID-Miner è l’oggetto di un lavoro in corso di pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Translational Medicine. Qui è descritta già la cosiddetta “variante inglese” diventata molto famosa negli ultimi giorni. Questa contiene due mutazioni principali sulla proteina Spike: in particolare una piccola delezione di pochi aminoacidi (delta 69-70) e una mutazione (N501Y) nel sito di contatto del virus con il recettore umano. Di fatto non sarebbe da definire propriamente variante inglese perché, come viene descritto nel lavoro, è stata riscontrata per la prima volta negli Stati Uniti in Aprile e poi in Australia a Giugno, per poi diffondersi maggiormente nel Regno Unito e in Sud Africa. La pubblicazione che descrive il COVID-Miner contiene già le caratteristiche di questa variante, associata ad una scarsissima frequenza (0.4%), anche se presenti in ceppi diversi del virus. Nei mesi scorsi abbiamo visto molte varianti diffondersi e diventare dominanti. Un esempio è la variante D614G, presente in più del 90% dei virus in circolazione. Attualmente ci sono evidenze circa la crescita della variante inglese nel Regno Unito, tuttavia è ancora difficile determinare se tale crescita sia dovuta a una sua maggiore infettività, oppure sia piuttosto da attribuire alla grande mobilità degli abitanti nell’affollata area metropolitana di Londra. Anche sulla maggiore trasmissibilità nei confronti delle fasce più giovani della popolazione gli epidemiologi dell’OMS sono ancora cauti nelle loro dichiarazioni. L’apprensione riguardo alla possibilità che i vaccini appena approvati non abbiano effetto su questa nuova variante è comprensibile. Tuttavia, esiste un ragionevole ottimismo al riguardo, giustificato dal meccanismo d’azione dei vaccini stessi. Se è vero infatti che il vaccino induce una risposta anticorpale verso la proteina Spike classica (cioè non mutata) è altrettanto vero che il “repertorio di anticorpi” prodotto dal corpo umano in seguito all’inoculazione del vaccino contiene migliaia di piccole variazioni che, per ragioni evolutive, sono in grado di riconoscere anche le variazioni della proteina Spike originaria. L’espressione “variante inglese” non è legata dunque al luogo d’origine della mutazione, tuttavia è entrata nell’uso perché dal Regno Unito è giunto finora il maggior numero di rilevazioni. Questa disparità è plausibilmente originata dal più alto numero di sequenziamenti e tracciamenti avvenuti: basti pensare che attualmente nel portale internazionale di riferimento per le sequenze virali (GISAID) sono depositate circa 80.000 sequenze provenienti dalla Gran Bretagna e meno di 1.000 dall’Italia, su un totale di 200.000 sequenze circa. Questa differenza nella raccolta dei dati potrebbe aver originato nei media e nell’opinione pubblica un resolution bias, ossia la tendenza a dare maggior risalto a un evento semplicemente perché maggiormente rilevato.

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Nuova variante del virus denominata VUI-202012/01

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 dicembre 2020

Nel mese di dicembre 2020 si è diffusa nel sud-est della Gran Bretagna una nuova variante del virus denominata VUI-202012/01, che ha causato allarme e indotto il governo inglese ad assumere significative misure di contenimento nell’area, dove questa nuova variante rappresenta oltre il 50% dei nuovi casi, e dove in contemporanea l’incidenza dei casi positivi è aumentata in maniera significativa. Alcune analisi preliminari suggeriscono che questa variante avrebbe un potenziale stimato di aumento del numero riproduttivo (R) di 0,4 o superiore, ed un aumento stimato della trasmissibilità fino al 70%. Al momento tuttavia non esistono concrete evidenze che la correlazione tra l’e- mergere di una nuova variante virale e l’aumento dei casi abbia anche valore di causa ed effetto, né che le mutazioni del virus renderebbero questa variante non attaccabile dal vaccino. I biologi molecolari continuano a sorvegliare le mutazioni più diffuse ed a tracciare il percorso di evoluzione del virus attraverso il sequenziamento del genoma dei virus isolati nei pazienti. (fonte: Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” Roma)

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Covid, Rotta: “Passo avanti con la ricerca che studia la relazione tra smog e virus”

Posted by fidest press agency su sabato, 12 dicembre 2020

Verificare se esiste una relazione tra inquinamento e diffusione del coronavirus e predisporre un sistema di allerta ambientale precoce. Sono questi alcuni degli obiettivi del progetto di ricerca Pulvirus promosso da ENEA, Istituto Superiore di Sanità e Sistema nazionale per la Prevenzione ambientale presentato oggi in Commissione Ambiente della Camera. “Per la prima volta tre enti di ricerca di primaria importanza stanno lavorando insieme a una mole importante di dati per verificare la capacità del virus di aderire al particolato atmosferico. E’ un progetto che apre la strada a tantissime altre ricerche sulla qualità dell’aria”, ha detto la presidente della Commissione, Alessia Rotta. Lo studio può costituire anche “un’opportunità per verificare l’effetto delle misure adottate dai diversi decreti per il riavvio delle attività, con particolare attenzione agli impegni presi con l’Accordo di Parigi sul raggiungimento dell’obiettivo delle emissioni nette nulle entro il 2050”.Al momento, secondo la ricerca, abbiamo evidenza solo di una relazione indiretta tra virus e inquinamento: laddove i livelli di smog sono più alti, la salute delle persone è più fragile, l’apparato respiratorio più esposto e pertanto più vulnerabile al Covid. Altro dato interessante è che il lockdown ha ridotto, come intuibile, le emissioni di inquinanti in atmosfera a causa della minore mobilità privata e della produzione, ma il calo non ha prodotto effetti positivi sul riscaldamento globale. Nel primo trimestre 2020 si è registrato una riduzione delle emissioni di gas serra del 5,5% e nel terzo trimestre 2020 del 9,2%, ma è dimostrato che per ridurre di 1,5°C la temperatura del pianeta, la riduzione globale di emissioni di gas serra deve essere superiore al 7,6% su base annua. “Siamo lontani quindi dal generare effetti incisivi sulla riduzione dell’inquinamento atmosferico – aggiunge la presidente Rotta – Proprio per tale motivo ho voluto fortemente questa audizione affinché tutti i parlamentari fossero coscienti del compito decisivo che ci attende nelle prossime settimane: disegnare con scelte concrete, fin dalla legge di Bilancio e dai progetti da realizzare con la Next Generation Ue, la strada nuova di uno sviluppo fondato sul principio della sostenibilità ambientale e sociale. La prima indicazione – conclude Rotta – è che dobbiamo assolutamente modificare il modello produttivo rovesciando il paradigma attuale della crescita non sostenibile e sostituirlo con un sistema di produzione e con modelli di vita ecosostenibili”.

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L’Africa tra due virus

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 dicembre 2020

La pandemia da Covid-19 in Africa rischia di avere effetti devastanti su una popolazione già messa a dura prova da un altro virus con cui lotta da decenni: l’HIV. Il Coronavirus mostra ancora una volta quanto il diritto alla salute sia strettamente legato alla riduzione delle disuguaglianze, ai diritti umani, alla protezione sociale e alla crescita economica. Un fenomeno che ha colpito tutti, anche in Italia, ma che in Africa può avere ripercussioni molto più pesanti, con un’onda anomala che si aggiunge a un mare in tempesta. E, per quanto questo mare, visto dall’Europa, possa sembrare molto lontano, la questione africana assume sempre di più i connotati di un problema globale. Il Coronavirus ha dimostrato al mondo che nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro. Sono necessarie “solidarietà globale, responsabilità condivisa”. Un binomio che è anche il tema della Giornata Mondiale contro l’AIDS che si celebra oggi. Ed è anche lo spirito con cui il programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio continua il suo impegno in Africa, raddoppiando gli sforzi di fronte a un doppio nemico: l’HIV e il Covid-19. DREAM è il programma di Salute Globale, della Comunità di Sant’Egidio nato nel 2002 per la prevenzione e cura dell’AIDS in territorio africano. Proprio grazie al personale formato e alle strutture stabili, DREAM è riuscito ad affrontare con efficacia l’arrivo del Coronavirus in Africa. In tutti i Paesi in cui è presente il programma della Comunità di Sant’Egidio, i pazienti sono stati sottoposti allo screening per il Coronavirus nei centri attrezzati per gestire in sicurezza la nuova pandemia. I laboratori di biologia molecolare DREAM, si sono messi a disposizione dei Ministeri della Salute locali per processare i test necessari alla diagnosi di COVID19. In particolare in Mozambico e Malawi, sono diventati un supporto importante per arginare la pandemia nei paesi. A Balaka i test sono iniziati il 4 maggio e ad oggi se ne contano più di 3.000. A Blantyre ne sono stati effettuati dal 22 maggio oltre 10.000, mentre a Beira, dal 16 giugno, si è giunti a circa 13.000 tamponi.L’obiettivo è non lasciare che la pandemia metta a rischio la già fragile condizione di chi già combatte contro l’HIV. Per questo, i medici di DREAM lavorano per impedire al nuovo virus di vanificare gli importanti risultati raggiunti finora. Ma questo potrebbe non bastare. Oggi si assiste ad una preoccupante riduzione delle risorse sufficienti per la lotta ad HIV/AIDS. E l’arrivo del Covid-19 non fa altro che complicare il quadro.

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Nell’anno del virus, non scordiamoci funghi e batteri

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 novembre 2020

Mentre il Coronavirus dilaga, funghi e batteri avanzano e diventano sempre più resistenti ai farmaci in grado di annientarli. Quello che stiamo vivendo verrà ricordato da tutti come l’anno del coronavirus eppure, mentre leggiamo i bollettini quotidiani su positivi e ricoveri per la pandemia, crescono i numeri legati all’antimicrobico-resistenza: basti pensare che ogni anno nei Paesi UE si registrano circa 33.000 decessi causati da batteri resistenti agli antibiotici e quasi un terzo – oltre 10mila – riguardano il nostro Paese. Il triplo delle vittime di incidenti stradali, che nel 2018 sono state 3.334. A invitarci a non sottovalutare le infezioni fungine e batteriche mentre l’attenzione è concentrata su una malattia a trasmissione virale come il Covid-19 è la campagna d’informazione “Non scordiamoci funghi e batteri. Difendiamo insieme gli antimicrobici” promossa da Pfizer in occasione della World Antimicrobial Awareness Week (WAAW 2020) che si celebra dal 18 al 24 novembre. Un vero e proprio appello rivolto a cittadini, istituzioni, media affinché vengano difesi valore ed efficacia dei farmaci antimicrobici, messi a rischio da un uso scorretto che apre la strada ai ‘superbugs’, microorganismi diventati resistenti a questi farmaci. Senza una maggiore consapevolezza dei cittadini e in assenza di interventi strutturali, nel 2050 i batteri multiresistenti saranno la principale causa di morte al mondo. Mentre già oggi alcuni pazienti affetti da COVID-19 possono sviluppare sovrainfezioni da germi multiresistenti che aggravano il quadro clinico. Lavarsi le mani, non abusare di farmaci antimicrobici, utilizzarli secondo la prescrizione del medico sono le regole fondamentali che la campagna rilancia attraverso il sito http://www.stopsuperbugs.it, video educazionali e attività web e social in partnership con Skuola.net, il maggior punto di riferimento in Italia per alunni, genitori e insegnanti. Per coinvolgere anche i ragazzi, attraverso il profilo Instagram di Azioneprevenzione sarà possibile scaricare il filtro in Realtà Aumentata “Stopsuperbugs”, per “infettare” foto e video con batteri e funghi animati.

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“Anticipare e contenere l’evolversi dell’epidemia perché non è possibile inseguire il virus”

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 novembre 2020

“Non è possibile inseguire il virus ma dobbiamo anticipare e contenere l’evolversi dell’epidemia. Altrimenti l’unica cosa che possiamo fare è adottare misure da ultima spiaggia, come le varie chiusure che si susseguono in queste settimane. I virus sono geneticamente programmati per diffondersi e non possiamo pensare di inseguirli alla meglio come stiamo facendo: è una battaglia persa in partenza”. Non ha dubbi il professore Alessandro Miani, Presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), che indica anche la possibile strada da intraprendere: “Si tratta di adottare un approccio scientifico, attraverso progetti pilota, in un momento di grande confusione. Provare sul campo se l’adozione di alcune strategie o tecnologie sono più o meno efficaci di altre: è l’unico modo per orientare correttamente le scelte dei decisori”. Arriva da Milano, emblema dell’Italia ripiombata nelle restrizioni legate al Covid-19, la proposta congiunta di 4 importanti realtà scientifiche – Società Italiana di Sanità Pubblica e Digitale, Società Italiana di Medicina Ambientale, Cattedra UNESCO per l’Educazione alla Salute e Sviluppo Sostenibile e Istituto Scientifico Biomedico Euro Mediterraneo – ai Presidenti di Regione, perché si attivino una serie di esperienze pilota nelle scuole per testare l’efficacia di possibili misure preventive in alcuni comuni o province, al fine di estenderle a livello regionale in caso si rivelino utili a contenere l’epidemia.“La prima proposta concreta che rivolgiamo alle Regioni in cui la ripresa o il proseguimento delle attività scolastiche in presenza nelle scuole primarie e medie prevede l’obbligo di mascherina è quella di ridurre a 45 minuti ciascuna ora di lezione, perché è impensabile che bambini o ragazzi di 6-12 anni possano affrontare in questo modo 5-6 ore di scuola” – dichiara la professoressa Maria Triassi, Ordinario di Igiene e Sanità Pubblica all’Università di Napoli Federico II e Presidente della Società Italiana di Sanità Pubblica e Digitale (SISPED). – “La riduzione del tempo scuola a 45 minuti per il computo di ogni ora di lezione è già previsto per la didattica a distanza per impedire uno sforzo prolungato degli alunni davanti agli schermi; allo stesso modo il dover indossare una mascherina in maniera continuativa per molte ore non è di certo ottimale per la salute psico-fisica dei giovanissimi, come sperimentiamo anche noi adulti sul posto di lavoro. La riduzione oraria a 45 minuti è l’unica misura a costo zero oggi a disposizione immediata dei presidi nell’ambito dell’autonomia scolastica, in accordo con gli uffici scolastici regionali e provinciali, visto lo stato emergenziale”.“Per non limitarsi a subire passivamente l’impatto dell’epidemia – continua Miani – bisogna mettere in campo strategie pro-attive nei comparti lavorativi più esposti al contatto interpersonale, avviando anche in questo caso delle esperienze pilota – a partire dal personale sanitario o di RSA, agenti di commercio, esercizi e uffici aperti al pubblico – con l’esecuzione e la ripetizione dei test rapidi più affidabili a nostra disposizione, che ad oggi sembrano essere i tamponi antigenici, senza escludere le potenzialità dei più maneggevoli test salivari, al fine di recuperare in rapidità quel che si perde in sensibilità o specificità. Nel comparto scuola questa attività cadenzata di test rapidi dovrebbe riguardare tutto il personale docente e non docente ma anche gli studenti o continueremo a chiudere intere classi o plessi scolastici. Idealmente, ogni 15 giorni tutti i docenti e gli studenti dovrebbero essere ritestati. Tutto ciò deve essere fatto subito mobilitando il personale sanitario a qualunque titolo impiegato nei distretti sanitari delle ASL, anche con l’aiuto della sanità militare e il volontariato sociale del settore. Inoltre, per quanto riguarda diagnosi e tracciamento, sarebbe necessario liberalizzare l’accesso in farmacia e nei laboratori ai test diagnostici rapidi, collegandoli con piattaforme digitali sanitarie ufficiali”.Sul tema scuola interviene anche la professoressa Annamaria Colao, titolare della Cattedra UNESCO per l’Educazione alla Salute e Sviluppo Sostenibile: “Nel mese di luglio, in concomitanza con l’approvazione del documento ministeriale sulle scuole promotrici di salute, abbiamo affrontato il problema della qualità dell’aria pubblicando specifiche raccomandazioni in 15 punti su riviste scientifiche internazionali. Le scuole vanno riaperte per garantire a tutti il diritto all’istruzione, alla cultura e quindi alla salute, tutti in stretta correlazione. E per farlo bisogna programmare da subito in maniera dettagliata come affrontare i veri nodi della sicurezza degli studenti e dei docenti – che ad oggi non sono realmente garantiti o affrontati al meglio delle possibilità – senza pregiudizi o ideologie di sorta. Solo l’avvio di esperienze pilota sul campo potranno aiutare i decisori a prendere a livello locale – differenziandole per aree – le decisioni più equilibrate e fondate unicamente sui dati epidemiologici, la disponibilità tecnologica e l’evidenza scientifica”. Cristina Depaoli

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Distanziamento e mascherine possono abbassare la carica di virus circolante

Posted by fidest press agency su sabato, 7 novembre 2020

Secondo uno studio portato avanti dall’Irccs Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona), e pubblicato su Clinical Microbiology and Infection, l’uso delle mascherine e il rispetto del distanziamento fisico possono far sì che la seconda ondata di Covid-19 abbia un minore impatto sugli ospedali e sui reparti di terapia intensiva, abbassando la quantità di virus in circolazione.I ricercatori hanno analizzato 373 casi di Covid-19 arrivati all’osservazione del Pronto soccorso del loro ospedale fra il 1 marzo e il 31 maggio scorso. «Per ciascun caso è stato valutato il carico virale tramite tampone, quindi i pazienti sono stati seguiti per registrare la gravità dei sintomi e l’evoluzione della malattia» esordiscono Dora Buonfrate, autrice senior dello studio, e Chiara Piubelli, autrice principale. «I dati raccolti indicano chiaramente che al diminuire della circolazione di Sars-CoV-2 grazie alle misure di contenimento, la diffusione del virus si è abbassata e in parallelo lo ha fatto, di ben mille volte, la carica virale riscontrabile nei pazienti» proseguono. Proprio per questo motivo, i casi arrivati in ospedale a maggio erano entrati in contatto con quantità di virus inferiori e ne avevano quindi meno in circolazione, per cui la loro gravità era minore. «A maggio i pazienti avevano in media sintomi di Covid-19 meno gravi e una minore probabilità di complicazioni; si è ridotta allo stesso tempo la percentuale di malati che hanno avuto bisogno di un ricovero in terapia intensiva» spiegano Buonfrate e Piubelli. Mantenere bassa la circolazione del virus e l’esposizione al contagio con l’uso di mascherine e il rispetto del distanziamento può avere quindi un impatto non solo sul numero assoluto di casi, ma anche sulla gravità dei casi stessi, contribuendo a mantenere i reparti Covid e quelli di terapia intensiva al di sotto della soglia critica di occupazione dei letti di degenza. Le esperte sottolineano che il rispetto delle norme di distanziamento sociale è fondamentale. «Queste norme possono realmente contribuire a rendere più gestibile la seconda ondata, riducendo la pressione sul Sistema sanitario nazionale e facendo sì che la maggioranza dei casi di Covid-19 non si aggravi e possa risolversi senza conseguenze negative» concludono le autrici. (fonte Doctor33)

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Covid-19: Isolamento o quarantena

Posted by fidest press agency su sabato, 7 novembre 2020

Ci sono due procedure diverse in caso di quarantena o di isolamento fiduciario, per gli iscritti Enpam – medici di famiglia, pediatri, specialisti Asl, liberi professionisti, odontoiatri. Lo spiega bene una circolare del governo del 12 ottobre scorso. Secondo cui: la quarantena inquadra i soggetti che sono contatti stretti di positivi al Covid-19, mentre l’isolamento fiduciario riguarda chi è risultato positivo al Covid-19. In particolare, per il Ministero della Salute, «l’isolamento (…) si riferisce alla separazione delle persone infette dal resto della comunità per la durata del periodo di contagiosità, in ambiente e condizioni tali da prevenire la trasmissione dell’infezione». La quarantena, invece «si riferisce alla restrizione dei movimenti di persone sane (…) che potrebbero essere state esposte ad un agente infettivo o ad una malattia contagiosa, con l’obiettivo di monitorare per la durata del periodo di incubazione l’eventuale comparsa di sintomi e identificare tempestivamente nuovi casi». L’isolamento è equiparato a malattia, dunque, mentre la quarantena è un caso particolare. Seguendo tale logica, per gli iscritti risultati positivi e posti in isolamento si apre una procedura che passa per 30 giorni di copertura a proprio carico (con l’eccezione di medici di famiglia e specialisti) e dal 31° giorno per l’erogazione dell’inabilità temporanea di quota B da parte della Fondazione. Quarantena – A chi è stato costretto a interrompere l’attività a causa di quarantena ordinata dall’autorità sanitaria, l’Enpam come da delibera del 13 marzo scorso eroga un contributo sostitutivo del reddito di 82,78 euro al giorno. Nei mesi scorsi sono arrivate agli uffici della Fondazione diverse domande da parte di medici e dentisti liberi professionisti per il sussidio di quarantena, accompagnate da certificati di malattia per Covid-19. In realtà, come chiarisce la circolare, l’isolamento da malattia esclude trattamento da quarantena e le richieste state, purtroppo, respinte a causa del probabile fraintendimento tra i termini isolamento e quarantena. Altra novità nella circolare riguarda i motivi della messa in quarantena e i tempi per “uscirne”. Poiché la quarantena riguarda i contatti stretti di casi di positività confermati ed identificati dall’autorità sanitaria, in caso di contatto stretto per i camici bianchi si aprono due possibilità: un periodo di quarantena di 14 giorni dall’ultima esposizione al caso oppure un periodo di quarantena di 10 giorni dall’ultima esposizione con un test antigenico o molecolare negativo effettuato il decimo giorno. È trattato come un caso di quarantena anche chi, non essendo positivo al Covid-19, deve isolarsi dalla comunità per eventuali altri motivi stabiliti dalle autorità, ad esempio: quando si rientra da paesi dove il contagio è dilagante e si è isolamento forzato in attesa del tampone. Per ricevere il sussidio di quarantena occorre allegare alla richiesta un documento del proprio medico di famiglia o dell’autorità sanitaria in cui sia indicato il periodo in cui è valida la misura di prevenzione. La domanda andrà presentata alla fine del periodo di quarantena e quindi di assenza dal lavoro. Il modulo per fare domanda è disponibile al link https://www.enpam.it/moduli/sussidio-sostitutivo-del-reddito-per-lepidemia-coronavirus/ Isolamento fiduciario – Per i positivi invece viene disposto l’isolamento fiduciario, siano essi sintomatici o meno, per un periodo che dura 10 giorni minimo dalla comparsa dei sintomi. Questo periodo non gode paradossalmente delle stesse tutele perché viene considerato malattia, e non malattia professionale – l’Inail ha dato un iniziale indirizzo favorevole ma qui non si tratta di medico a rapporto dipendente – ma sostanzialmente al pari di un’influenza. In tutti i casi di assenza per malattia fino al 30° giorno nel caso del medico di famiglia, ma anche del pediatra convenzionato o del libero professionista, ci vuole una copertura assicurativa per coprire le spese di sostituzione. I medici di famiglia e continuità assistenziale la pagano come categoria con una trattenuta dello 0,72% sulla busta paga; pediatri e liberi professionisti provvedono loro con propria polizza assicurativa. Dal 31° giorno, se la malattia si protrae, interviene l’Enpam e fa scattare la diaria per l’inabilità temporanea pari a euro 82,78 al giorno erogabile nei casi di malattia od infortunio ma anche, da quest’anno, come contributo sostitutivo per l’accertata perdita di reddito. Per inciso, lo specialista ambulatoriale è coperto dal Servizio sanitario nazionale per i primi 180 giorni di malattia. By Mauro Miserendino fonte Doctor33)

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Pazienti reumatologici e contagi da virus

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 novembre 2020

I pazienti reumatologici italiani lanciano un allarme sulla recente situazione sanitaria dopo la forte crescita di contagi da Coronavirus. “Stiamo registrando nuovamente una progressiva chiusura degli ambulatori, dei Day Hospital e Day Service, se non di interi reparti di reumatologia e di medicina. Si stanno verificando sull’intero territorio nazionale l’annullamento degli appuntamenti per la somministrazione di terapie, esami e visite di controllo”. E’ quanto denuncia ANMAR Onlus (Associazione Nazionale Malati Reumatici) in una lettera inviata ad alcuni esponenti delle istituzioni locali e nazionali. Nella missiva si sollecita un’urgente interrogazione parlamentare per denunciare una situazione molto simile a quella della scorsa primavera. La richiesta di ANMAR è stata accolta e sottoscritta da Rossana Boldi (Vice Presidente della XII Commissione Affari Sociali), Fabiola Bologna (Segretaria della XII Commissione Affari Sociali) Paola Binetti (Membro della 12ma Commissione Permanente Igiene e Sanità), Massimiliano De Toma (Membro Commissione Parlamentare per la Semplificazione) Stefano Mugnai (Membro della XII Commissione Affari Sociali). La lettera è stata inoltre sottoscritta dall’Associazione Karol Wojtyla e dall’Associazione GILS. “Con la chiusura dei reparti reumatologici e l’assegnazione di tutto il personale alla gestione dell’emergenza sanitaria, viene, inoltre, a mancare pressoché totalmente la possibilità di interventi specialistici in regime di urgenza – sottolinea Silvia Tonolo, presidente nazionale ANMAR -. Ciò ha già comportato, e provocherà ancora più spesso, l’implementarsi del rischio di errori nella diagnosi della patologia e di conseguenza nella cura dei malati reumatologici”. Per tutti questi motivi l’Associazione richiede un intervento del Ministero della Salute e delle Regioni e avanza alcune proposte. “Bisogna ripristinare i presidi ambulatoriali ed i reparti specialistici reumatologici per la gestione delle urgenze – prosegue Silvia Tonolo -. Vanno attivati, il prima possibile, tutti i servizi legati alla telemedicina e garantiti permessi speciali per i caregiver. Nelle autocertificazioni va aggiunta la voce “visita dei congiunti alle persone affette da patologie croniche”. Si deve poi assicurare la continuità assistenziale attraverso la proroga dei piani terapeutici e l’approvvigionamento dei farmaci. Infine bisogna attuare la rete integrata ospedale-territorio per il trattamento del dolore cronico non oncologico”. “Ringraziamo gli onorevoli che stanno sostenendo le nostre richieste – conclude la presidente ANMAR -. L’intero Paese sta vivendo un momento molto complesso e difficile e molti pazienti sono preoccupati per la loro situazione nonché per il possibile contagio da Covid-19. Vogliamo quindi sollecitare un intervento delle istituzioni nell’interesse di 5 milioni e mezzo di malati affetti da patologie reumatologiche”.

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Governo. Si insegue il virus invece di precederlo

Posted by fidest press agency su domenica, 1 novembre 2020

Si stanno ripetendo gli errori della primavera scorsa: si insegue il virus invece di precederlo.Provvedimenti parziali hanno consentito al virus di svilupparsi rapidamente e si è dovuti intervenire con un provvedimento di chiusura totale, salvo allentare la presa, in estate, dopo i primi risultati.Ora ci risiamo.Provvedimenti parziali che non hanno il tempo per essere verificati, ai quali si succedono altri provvedimenti che seguono lo stesso iter.Il Governo vuole arrivare alla chiusura totale, come a marzo scorso? Rimedi economici, per sostenere determinate categorie, possono sempre essere posti in essere, in situazioni come quella che stiamo vivendo, senza perdere di vista l’obiettivo fondamentale: prevenire, controllare e limitare la diffusione virale.Se, però, l’attenzione è posta sui sondaggi elettorali o di gradimento personale, allora il quadro complessivo non può che peggiorare.Occorre muoversi, e in fretta. Primo Mastrantoni, segretario Aduc

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La saliva è un campione diagnostico ideale per eseguire la ricerca del virus

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 ottobre 2020

E può essere utilizzata con sistemi commerciali già disponibili, veloci e sensibili. È quanto emerge da una ricerca appena pubblicata sulla rivista Viruses, realizzata all’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma (INMI) in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, lo University College di Londra e la società biomedicale DiaSorin.Obiettivo dello studio, che è stato realizzato sul numero più consistente di pazienti e di campioni sinora analizzato al mondo, lungo un arco di tempo di diversi mesi, era determinare in maniera rigorosa come si comportano i campioni di saliva in termini di sensibilità nell’identificazione del virus nel corso dell’infezione. I risultati dimostrano che la saliva è un campione altrettanto valido rispetto al tampone naso-faringeo ed al lavaggio bronco-alveolare attualmente utilizzati come gold standard per il rilevamento del SARS-CoV-2 attraverso sistemi RT-PCR (Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction).Il campione salivare è meno invasivo e più facile da raccogliere rispetto al tampone naso-faringeo e, a maggior ragione, rispetto al lavaggio bronco-alveolare; lo studio realizzato presso l’INMI dimostra adesso che esso permette di ottenere risultati diagnostici altrettanto affidabili, ed apre quindi una nuova prospettiva anche all’industria biomedicale per la realizzazione di nuove generazioni di sistemi diagnostici che permettano l’individuazione del virus in maniera più semplice e rapida, ma altrettanto affidabile di quelli attualmente utilizzati.Il team di ricercatori ha analizzato 337 campioni salivari di 164 pazienti ricoverati presso l’INMI, mettendoli a confronto con altrettanti tamponi naso-faringei e riscontrando un elevatissimo grado di concordanza dei risultati. Sia la quantità di virus, rappresentata dai valori Ct (Cycle treshold value) del test molecolare, che la durata del rilascio del virus, si sono mostrati sostanzialmente sovrapponibili nella saliva e nel tampone, con un rilascio virale che può perdurare fino a 100 giorni. Nei pazienti con manifestazioni gravi è stato possibile, per la prima volta, estendere il paragone del test salivare anche a 50 campioni di lavaggio bronco-alveolare, ed anche in questo caso i risultati ottenuti sono stati sostanzialmente sovrapponibili. Il sistema utilizzato per la ricerca è quello prodotto dalla società italiana DiaSorin: si tratta dunque di un sistema commerciale già utilizzato correntemente per i tamponi naso-faringei, marcato CE anche sulla saliva, che non richiede estrazione separata e che restituisce il risultato in poco più di un’ora. Esso è quindi particolarmente adatto per gli esami da eseguire in urgenza, anche se il format del test prevede la gestione di un limitato numero di campioni per volta.Questo studio ha fornito la base scientifica per l’applicazione ad un progetto pilota della Regione Lazio, che è volto allo screening nelle scuole dell’infanzia. Il progetto prevede la raccolta di un unico campione salivare che viene dapprima analizzato con un test antigenico; in caso di positività, lo stesso campione salivare viene analizzato con il test rapido molecolare per la conferma della positività, con un percorso che si conclude nel giro di poche ore e rende possibile la tempestiva adozione di misure di contenimento.

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Campionatura sulla reale diffusione del virus in Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 ottobre 2020

A 10 mesi di distanza, gli ex Presidenti dell’ISTAT Giorgio Alleva e Alberto Zuliani tornano a richiedere dalle pagine del Corriere della Sera una campionatura sulla reale diffusione del virus in Italia. Associazione Luca Coscioni, attiva a livello internazionale a tutela del diritto alla Scienza e alla Salute, aveva da subito rilanciato quella richiesta sollecitando una risposta da parte del Governo, che però non è mai arrivata. Alleva e Zuliani chiedono oggi ‘un campione probabilistico quindicinale anche di poche migliaia di unità’, che avrebbe un valore informativo di grande utilità a un costo relativamente molto basso. Potrebbe dare grande forza ai numeri e al dibattito corrente, fornire fondamento migliore alle decisioni delle istituzioni preposte e impegnare a un rispetto più convinto i destinatari, cittadini e imprese. Come Associazione Luca Coscioni chiediamo al Governo e al Parlamento di ascoltare i due scienziati e di prendere urgentemente i provvedimenti necessari per realizzare il monitoraggio.

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È italiano il più grande studio al mondo sulle conseguenze del virus

Posted by fidest press agency su martedì, 13 ottobre 2020

L’Italia è su un crinale sottile che non può essere oltrepassato, se non esponendo a gravi rischi la vita di oltre 33mila persone che, ogni anno, nel nostro Paese ricevono una diagnosi di tumore del sangue. Uno studio tutto italiano, promosso dalla Società Italiana di Ematologia (SIE) e pubblicato sul numero di ottobre di “The Lancet Hematology”, ha evidenziato un altissimo tasso di mortalità, pari al 37%, nei pazienti ematologici contagiati dal Covid-19 nel periodo da febbraio a maggio 2020. Una percentuale 2,4 volte superiore rispetto a quella della popolazione generale che ha contratto il virus e ben 41,3 volte maggiore rispetto a quella dei malati ematologici osservata nello stesso periodo dello scorso anno, cioè in epoca pre-Covid. Si tratta del più grande studio al mondo che ha analizzato le caratteristiche cliniche e i fattori di rischio associati al Covid-19 in persone colpite da malattie del sangue maligne: sono stati coinvolti 536 pazienti di 67 centri. La ricerca è stata presentata oggi in una conferenza stampa a Milano promossa da SIE. “Il 70% dei cittadini colpiti da tumore del sangue guarisce – afferma il Prof. Paolo Corradini, Presidente SIE e Direttore Ematologia Istituto Nazionale Tumori di Milano -. Un risultato molto importante, raggiunto grazie a terapie sempre più efficaci. Dobbiamo continuare a curare questi pazienti, anche durante la pandemia. I trattamenti non possono essere interrotti. Lo studio, infatti, dimostra che uno dei principali fattori di rischio di morte, in caso di contagio da Covid-19, è proprio la fase avanzata della patologia ematologica. L’immunodepressione provocata dalla malattia che interessa il midollo, l’organo che produce le difese immunitarie, espone i pazienti a maggior rischio di morte, se contagiati dal Covid-19. Anche a marzo e aprile, nel periodo più critico della pandemia, i nostri centri hanno continuato a curare con regolarità i pazienti, raccomandando il rispetto delle regole fondamentali come l’uso della mascherina per i familiari e il tampone per ogni paziente prima del ricovero”. “Oggi, però – continua il prof. Corradini -, stiamo assistendo al rischio reale che tutto possa essere vanificato dal comportamento poco responsabile di molti cittadini. Troppi, soprattutto giovani, non indossano la mascherina e non osservano la distanza minima di almeno un metro dalle altre persone. Il nostro Paese confina, ad esempio, con la Francia dove purtroppo, a causa dell’altissimo numero di contagi, stanno già riducendo i posti letto per terapie salvavita, come i trapianti di midollo osseo e le CAR-T, in previsione di una seconda grave ondata del virus. Dobbiamo utilizzare tutti gli strumenti e sensibilizzare i cittadini perché questo non avvenga anche in Italia, ma abbiamo poco tempo. Ed è corretto imporre l’obbligo di utilizzo della mascherina anche all’aperto”.La terapia cellulare CAR-T è una forma innovativa di immunoterapia, che utilizza le cellule del sistema immunitario (linfociti T): queste ultime vengono prelevate dal paziente, ingegnerizzate in laboratorio e addestrate a riconoscere e combattere con più forza il tumore, per essere poi reinfuse nel paziente. Sono indicate nel trattamento dei linfomi avanzati e aggressivi negli adulti e della leucemia linfoblastica acuta nei bambini. Inoltre, sono in corso sperimentazioni in altre patologie come il mieloma multiplo. I trapianti allogenici, cioè da donatore, sono indicati per le leucemie acute, le mielodisplasie e i linfomi. “La terapia CAR-T è eseguibile solo in ospedali dotati di unità di trapianto di midollo osseo da donatore – spiega il Prof. Fabio Ciceri, Primario Unità di Ematologia e Trapianto di Midollo Osseo IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e Presidente GITMO (Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo Osseo) -. Le due attività coincidono, perché i requisiti organizzativi e strutturali sono sovrapponibili. In Italia, durante la fase acuta della pandemia, i trapianti di midollo sono proseguiti regolarmente, pur con notevoli difficoltà logistiche. Ogni anno, nel nostro Paese, vengono effettuati circa 1.800 trapianti di midollo osseo da donatore. A oggi, rispetto allo stesso periodo del 2019, c’è stata una diminuzione davvero irrisoria, pari a circa l’8%. Il merito va al grandissimo sforzo degli operatori sanitari, del Registro donatori di midollo e dei centri, che hanno continuato a lavorare a pieno regime. Ad esempio, all’Ospedale San Raffaele, dove portiamo a termine circa 100 trapianti allogenici all’anno, finora abbiamo eseguito lo stesso numero di trapianti registrati a ottobre 2019, ma i medici che hanno lavorato a marzo, aprile e maggio erano meno della metà dello staff ordinario, perché contagiati dal virus o destinati a reparti Covid. Ecco perché oggi, a maggior ragione, dobbiamo continuare a proteggere e rendere possibile questa attività. L’Italia, finora, non è stata toccata dal problema della riduzione dei posti letto per trapianti di midollo e terapie CAR-T, a differenza di quanto sta avvenendo nelle ultime settimane a Parigi. Ma la situazione può aggravarsi in poco tempo. Nella pianificazione della riorganizzazione ospedaliera, le Istituzioni e le direzioni generali e sanitarie devono porre come cardine la preservazione e il proseguimento di questa attività”.Tra i tumori del sangue più frequenti vi sono i linfomi (13.182 nuovi casi di linfoma non Hodgkin e 2.151 di linfoma di Hodgkin, stimati in Italia nel 2020), le leucemie (7.967) e il mieloma multiplo (5.759). “Nello studio retrospettivo pubblicato su ‘The Lancet Hematology’ sono stati considerati non solo i tumori del sangue ma anche altre malattie ematologiche maligne, come le sindromi mielodisplastiche – sottolinea il Prof. Francesco Passamonti, Ordinario di Ematologia all’Università dell’Insubria di Varese e Direttore Ematologia ASST Sette Laghi di Varese -. Il periodo considerato va dal 25 febbraio al 18 maggio 2020. Il tempo mediano di ospedalizzazione è stato molto breve, pari a 16 giorni, 20 per i sopravvissuti e 11 per i morti. Il 18% ha potuto accedere alle terapie intensive. Su 536 pazienti con malattie ematologiche e contagiati dal Covid-19, 198, cioè il 37%, sono deceduti. Una percentuale altissima. Inoltre, abbiamo analizzato un altro parametro, cioè il tasso di mortalità standardizzato, che indica il rapporto fra la mortalità del malato ematologico con Covid rispetto a quella della popolazione generale italiana colpita dal virus. È risultato 2,4 volte superiore, per arrivare a 3,72 volte maggiore nei pazienti ematologici under 70. Questo dato è molto importante, perché i pazienti più giovani sono i candidati ideali per il trapianto allogenico e le terapie CAR-T. E la leucemia mieloide acuta e il linfoma non Hodgkin sono le patologie che pongono più a rischio la vita dei pazienti, se contagiati”. Lo studio è stato promosso da SIE, in collaborazione con FIL (Fondazione Italiana Linfomi), SEIFEM (Sorveglianza Epidemiologica Infezioni nelle Emopatie) e SIES (Società Italiana Ematologia Sperimentale).

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