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Vitamina D per ossa più sane

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 ottobre 2021

Le cadute sono spesso la causa di fratture ossee negli uomini e nelle donne a partire dai 60 anni. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), 37,3 milioni di cadute ogni anno sono abbastanza gravi da richiedere attenzione ed intervento medico. Sono molteplici i fattori che possono aumentare le probabilità di caduta: tra questi, l’osteoporosi, che in Italia coinvolge il 23% delle donne oltre i 40 anni e il 14% degli uomini con più di 60 anni[3] e un basso apporto alimentare di vitamina D, come riportato nella sezione “Mind the gap” del sito IADSA. Anche Integratori Italia, associazione italiana aderente a Confindustria, da sempre impegnata a contribuire alla crescita della conoscenza, del corretto utilizzo e della qualità dell’integratore alimentare, fa il punto sull’importanza della supplementazione della vitamina D per ridurre il rischio di fratture da caduta.Uno studio statunitense pubblicato da Frost & Sullivan che ha valutato il periodo 2013 al 2020 ha evidenziato che sarebbe stato possibile ottenere un importante risparmio economico dall’uso di alcune sostanze nutritive presenti negli integratori, in una popolazione over 55 affetta da patologie croniche con gravi impatti sociali e a rischio di complicanze. Tra i vari integratori considerati, quelli con calcio e vitamina D potrebbero far risparmiare circa 4 miliardi di euro per anno in Europa in termini di costi sanitari evitabili, riducendo il rischio di fratture del femore e del bacino e di fratture in generale.Sempre l’OMS, in un rapporto sulla prevenzione delle cadute tra gli anziani, afferma che: “Prove in aumento sostengono [che] l’assunzione di calcio e vitamina D migliora la massa ossea tra le persone con bassa densità ossea, riduce il rischio di osteoporosi e di caduta. Le persone anziane con un basso apporto di calcio e vitamina D possono essere a rischio di cadute, e quindi di fratture che ne derivano”.Anche la Commissione europea ha riconosciuto la Vitamina D come alleato della salute delle ossa: “La vitamina D aiuta a ridurre il rischio di caduta associato all’instabilità posturale e alla debolezza muscolare. La caduta è un fattore di rischio di fratture ossee negli uomini e nelle donne a partire dai 60 anni.” Questa vitamina, infatti aiuta a migliorare la funzione muscolare, la forza e l’equilibrio. L’indicazione può essere utilizzata solo per gli integratori alimentari che forniscono almeno 15μg di vitamina D per dose giornaliera. Il consumatore dovrebbe quindi essere informato che l’effetto benefico si ottiene con un’assunzione giornaliera di 20μg di vitamina D.

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Bassi livelli di vitamina D e Covid-19

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 ottobre 2021

È ormai noto che i livelli di 25-OH-vitamina D (25OHD) sono correlati con modalità differenti all’infezione da SARS-CoV2 e le evidenze disponibili suggeriscono che il deficit di vitamina D potrebbe essere associato a un aumentato rischio di infezione da COVID-19 attraverso vari meccanismi d’azione (Balla M, et al. J Community Hosp Intern Med Perspect 2020). «Sulla base di questi presupposti, potrebbe essere raccomandato ottimizzare i livelli di 25OHD per migliorare la risposta all’infezione da SARS-CoV2» afferma Giacomo Accardo, Endocrinologia e Malattie Metaboliche, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Avanzate, Università ‘Luigi Vanvitelli’, Napoli.Ad oggi però, precisa Accardo, «in letteratura i dati disponibili sono pochi, sia in merito al trattamento finalizzato alla prevenzione, che relativamente a protocolli di supplementazione in pazienti sintomatici ospedalizzati». Livelli ottimali di 25OHD sembrano essere associati con manifestazioni meno gravi dell’infezione da SARS-CoV2 come di altre patologie respiratorie (D’Avolio A, et al. Nutrients 2020). «In uno studio condotto su 235 pazienti di età media di 58.7 anni (Maghbooli Z, et al. PLoS One 2020) è stata rilevata un’associazione significativa tra livelli ottimali di 25OHD e ridotta gravità delle manifestazioni cliniche, ridotti livelli di proteina C reattiva (PCR) e aumento della risposta linfocitaria» riporta Accardo. «In questo studio, infatti, tra i pazienti > 40 anni solo il 9.7% di quelli con 25OHD ≥ 30 ng/mL moriva per l’infezione rispetto al 20% dei pazienti che invece avevano livelli 50 ng/mL), osservando negativizzazione al tampone (62.5% nei trattati vs 20.8% nei non trattati) e riduzione dei livelli di fibrinogeno» aggiunge Accardo. «Altri studi ancora in corso stanno valutando la distinzione tra supplementazione di colecalciferolo ad alte dosi (2 flaconi da 200000 UI da ingerire contemporaneamente il giorno del ricovero) rispetto a quella standard (50000 UI il giorno del ricovero) in pazienti con almeno un fattore prognostico negativo (età ≥ 75 anni, SpO2 ≤ 94%, PaO2/FiO2 ≤ 300 mm Hg)». Le conclusioni che si possono trarre – secondo Accardo -sono essenzialmente tre: 1) nei pazienti con infezione da SARS-CoV2 è importante valutare i livelli di vitamina D, al fine di ottimizzarne i valori per provare a prevenire le manifestazioni più gravi della malattia; 2) non esiste un protocollo univoco di trattamento dell’ipovitaminosi D in pazienti con infezione da SARS- CoV2; 3) non è ancora chiara l’utilità in questi pazienti di un trattamento con vitamina D ad alte dosi rispetto a un trattamento con dosi standard. (fonte Doctor33)

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Rapporti fra vitamina D e COVID-19

Posted by fidest press agency su sabato, 22 Maggio 2021

Per divulgare le nuove conoscenze sulla vitamina D, che in realtà non è una vitamina, ma è molto simile ad un ormone, l’Accademia di Medicina di Torino, che in passato ha affrontato i rapporti fra vitamina D e COVID-19 diffondendo un articolato documento sottoscritto da 156 medici italiani (https://www.accademiadimedicina.unito.it/attivita/altro/317-vitamina-d-nella-prevenzione-e-nel-trattamento-del-covid-19-nuove-evidenze.html), organizza un corso nazionale di aggiornamento intitolato “La vitamina D: l’ormone della salute” che si svolgerà interamente per via telematica il 21, 22, 28 e 30 giugno, sempre dalle 17:30 alle 19; verranno illustrati, con la partecipazione, in qualità di docenti, dei maggiori esperti italiani sull’argomento, gli aspetti biologici, epidemiologici e clinici dell’ipovitaminosi D e come utilizzare la vitamina D per combattere le numerose malattie croniche dell’anziano. Per partecipare al corso, la cui adesione è gratuita fino ad esaurimento dei posti disponibili e che erogherà 12 crediti formativi., occorre iscriversi al sito del provider http://www.symposium.it/eventi Il corso rappresenta la 31ª edizione di un evento formativo di livello nazionale sulle malattie metaboliche dell’osso che da anni viene organizzato dal prof. Giancarlo Isaia, docente di Geriatria e presidente dell’Accademia di Medicina di Torino ed è il primo evento di una nuova iniziativa dell’Accademia di Medicina di Torino che intende organizzare eventi formativi di livello nazionale, sempre in modalità webinar e sempre con erogazioni di crediti ECM.

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Vitamina D nella cura del Covid-19: fantasia o realtà?

Posted by fidest press agency su martedì, 18 Maggio 2021

È di pochi giorni fa la notizia che l’uso fai da te degli integratori alimentari sia significativamente aumentato in questo periodo (vitamina C, vitamina D) grazie alla facile reperibilità sul commercio di tali sostanze. In particolare la vitamina D3 oltre ad intervenire nel metabolismo del calcio, sembra avere proprietà importanti nel modulare la risposta immunitaria alle infezioni. Viene da chiedersi quindi se possa avere un ruolo preventivo o terapeutico anche nella cura del covid-19, che tanto impegno e consumo di risorse sta chiedendo al nostro paese. Un modo per capirlo consiste, oltre che nella propria esperienza clinica, nel mettere insieme i dati esistenti nella letteratura scientifica mondiale attraverso un’analisi aggregata dei lavori pubblicati fino ad oggi.Da questa analisi, la maggiore ad oggi pubblicata e condotta dalla UO di Oncologia dell’ASST Bergamo ovest, Presidio Ospedaliero di Treviglio-Caravaggio (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0960076021000765?via%3Dihub ), in collaborazione con i colleghi dell’UO di Medicina Generale – reparto che sta combattendo questa battaglia in prima linea sul campo – sono emersi dati interessanti. L’analisi ha avuto come termine i lavori pubblicati sui principali motori di ricerca scientifici (es. Pubmed) il 31.1.2021. A tale data 43 lavori sono stati raccolti ed analizzati. Il dato più rilevante è stato che i soggetti con valori insufficienti di vitamina D avevano un rischio più elevato (di 1,26 volte) di contrarre l’infezione e, soprattutto, la malattia si presentava in forma più severa (intesa come rischio di intubazione o, comunque, di accesso in terapia intensiva: 2,6 volte più alto!). Allo stesso modo i pazienti con valori inadeguati di vitamina D presentavano una più alta mortalità complessiva. Cosa suggeriscono i dati di questa ricerca? In primo luogo è necessario mantenere un’adeguata concentrazione di vitamina D3, in particolare nei soggetti anziani, che alle nostre latitudini sono i più soggetti ad ipovitaminosi (necessarie le canoniche 800-1000 UI al giorno o 25000-50000 alla settimana a seconda dei valori ematici più o meno adeguati). In questo senso il ruolo dei colleghi della medicina di base è fondamentale per il monitoraggio e la prescrizione di tale integrazione. La vitamina D3 è economica, di facile assunzione (esistono varie formulazioni in gocce, fiale, compresse) e mutuabile, qualora i valori siano inadeguati. Non ha particolari effetti collaterali tranne che in caso di abuso. In secondo luogo, nei pazienti affetti da COVID 19 è importante identificare la carenza di vitamina D per poi poterla correggere nell’organismo, riducendo quindi il rischio di una evoluzione sfavorevole della malattia. Infine, alla luce delle evidenze della letteratura attuale, comprendente anche la nostra meta-analisi, sarebbe auspicabile poter includere tale esame nei protocolli clinico-terapeutici ministeriali e locali. In attesa di ulteriori ampi studi di conferma, possiamo concludere che l’integrazione con vitamina D3 può rappresentare, insieme alle misure preventive già in atto (isolamento, mascherine ecc) e soprattutto ai vaccini, un’ulteriore ausilio a disposizione dei clinici in questa battaglia. Hanno partecipato allo studio i Dirigenti medici: Andrea Luciani (Dir. Oncologia), Fausto Petrelli (Medico Oncologia), Paolo Colombelli (Medicina Generale), Giuseppina Dognini (Medicina)

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Pandemia e vitamina D

Posted by fidest press agency su domenica, 14 marzo 2021

“In riferimento alla revisione del protocollo per la presa in carico dei Pazienti COVID a domicilio, messo a punto dalla Regione Piemonte (link), l’Accademia di Medicina di Torino esprime il suo compiacimento per l’introduzione della Vitamina D come supporto terapeutico, in aderenza ai numerosi dati della letteratura prodotti da Ricercatori di tutto il mondo che, pur in assenza di una definitiva e incontrovertibile evidenza scientifica, suggeriscono l’utilità di somministrarla, sempre sotto controllo medico, nella prevenzione e nel trattamento della malattia da COVID-19”. Con queste parole il prof Giancarlo Isaia, Presidente dell’Accademia di Medicina di Torino, ha commentato il provvedimento della Regione Piemonte, auspicando anche che altre Regioni assumano al più presto un’analoga posizione. L’Accademia di Medicina di Torino da tempo sostiene l’utilizzo della Vitamina D, sia in prevenzione che in terapia dell’infezione da COVID-19, e ne ha suggerito le modalità di somministrazione in un documento propositivo (link) che è stato condiviso e sottoscritto da 156 Medici e Ricercatori italiani.

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Covid-19, in valutazione un possibile ruolo protettivo della vitamina D

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 gennaio 2021

La mortalità da Covid-19 è più elevata in alcuni Paesi rispetto ad altri. Molti fattori potrebbero influire su questo dato, quali l’età media della popolazione, lo stato socio-economico, la salute generale, l’accesso alle cure mediche e/o la loro qualità. «La diffusione della malattia ha avuto poi un andamento apparentemente irregolare. Infatti, la più bassa percentuale di casi e tassi ridotti di mortalità sono stati riscontrati in Paesi dove la fortificazione dei cibi con vitamina D è effettuata di routine, a causa della ridotta esposizione alle radiazioni ultraviolette B, quali la Norvegia. Invece sono state particolarmente colpite Italia e Spagna, dove il deficit di vitamina D è largamente diffuso» (Mitchell F. Lancet Diabetes Endocrinol 2020). In tutti i paesi con più di 150 casi è documentata una correlazione tra mortalità da Covid-19 e latitudine (in riferimento alla capitale di ogni paese coinvolto, dati provenienti da https://www.worldometers.info/coronavirus) (Rhodes JM, et al. Aliment Pharmacol Ther 2020). «Ad ulteriore conferma del potenziale ruolo della vitamina D» aggiungono Ceccoli e Francucci «è da ricordare il dato dell’Ufficio per le Statistiche nazionali del Regno Unito, che ha evidenziato una mortalità da Covid-19 più di quattro volte maggiore nella popolazione nera inglese e gallese, con livelli di vitamina D tendenzialmente ridotti a causa della pelle scura, rispetto a quella bianca» (Mitchell F. Lancet Diabetes Endocrinol 2020). Tanti sono gli studi di associazione pubblicati per valutare la relazione tra deficit di vitamina D e pandemia da Covid-19, ma, ad oggi, abbiamo un solo studio prospettico che ha valutato i livelli effettivi di vitamina D in pazienti ospedalizzati durante il periodo della pandemia (Baktash V, et al. Postgrad Med J 2020).A ulteriore dimostrazione del ruolo di questo enzima, proseguono Ceccoli e Francucci, è interessante notare che il Covid-19 colpisce principalmente persone anziane e uomini (che presentano una più bassa espressione di ACE-2) e meno donne e bambini (in cui l’espressione di ACE-2 è generalmente più alta). «Per effetto dei meccanismi sopra-descritti, livelli ottimali di vitamina D potrebbero ridurre la risposta infiammatoria all’infezione da Sars-Cov 2, riducendo la severità della polmonite» sottolineano. «Questo effetto della vitamina D sulla flogosi è stato evidenziato in diversi studi. Ricerche pre-cliniche su topi hanno evidenziato che la somministrazione di calcitriolo è efficace nel ridurre il danno acuto polmonare indotto dai lipo-polisaccaridi, probabilmente modulando il RAS, e che il deficit cronico di vitamina D distrugge le strutture polmonari, ostacola lo sviluppo polmonare e promuove la fibrosi polmonare» (Isaia G, Medico E. Aging Clin Exp Res 2020). Una metanalisi del 2017 (Martineau AR, et al. BMJ 2017), effettuata su 25 studi di intervento randomizzati per un totale di 10.933 pazienti, ha mostrato che la supplementazione con vitamina D riduce di 2/3 l’incidenza di infezioni respiratorie acute in pazienti con livelli di 25-OH-vitamina D < 10 ng/mL (< 25 nmol/L). Concludendo, affermano Ceccoli e Francucci, sicuramente sono necessari ulteriori studi per esplorare meglio la possibile associazione tra ipovitaminosi D e morbilità e mortalità da Covid-19 e per valutare se la somministrazione di vitamina D possa evitare o rendere meno gravi le manifestazioni della malattia. Ma, dato che la realizzazione di studi randomizzati e controllati necessita di tanto tempo, è ragionevole in questo periodo di emergenza sanitaria, soprattutto in paesi quali l’Italia in cui il deficit di vitamina D è molto diffuso, promuovere campagne di sensibilizzazione per garantire un’adeguata esposizione solare e aumentare il consumo di cibi addizionati con vitamina D o l’integrazione farmacologica per ottimizzare i livelli di 25-OH-vitamina D, così come recentemente consigliato dalla British Dietetic Association e dal Governo Scozzese» (Isaia G, Medico E. Aging ClinExp Res 2020). (fonte: Doctor33)

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Carenza di Vitamina D e COVID-19

Posted by fidest press agency su domenica, 15 novembre 2020

Il 23 novembre 2020 alle ore 16 il Prof. Giancarlo Isaia, Docente di Geriatria all’Università e Presidente dell’Accademia di Medicina di Torino, introdotto dal Prof. Massimo Mori, Presidente dell’Accademia delle Scienze, terrà una conferenza sul tema “Carenza di Vitamina D e COVID-19”.L’argomento è di particolare attualità e già in occasione della prima ondata della pandemia, il Prof. Isaia, insieme al Prof. Enzo Medico, sulla base di consistenti dati scientifici, aveva ipotizzato la presenza di un ruolo della carenza di Vitamina D nell’influenzare le manifestazioni cliniche del COVID-19, soprattutto negli anziani. Successivamente, questo problema è stato studiato da molti gruppi di ricerca e molti risultati sono stati pubblicati su importanti riviste scientifiche internazionali, ottenendo importanti conferme, ma, poiché non ne è stato dimostrato un chiaro rapporto di causa/effetto, è ancora oggi oggetto di un acceso dibattito in tutto il mondo.Nel corso del suo intervento, il Prof. Isaia riassumerà, con un approccio adatto al grande pubblico, quanto emerso dalla ricerca in questi mesi, con l’intento di chiarire i termini del problema e di contribuire in tal modo alla prevenzione della devastante malattia che sta compromettendo i sistemi sanitari e gli equilibri economici in tutto il mondo.

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Per prevenire il deficit di vitamina D

Posted by fidest press agency su martedì, 15 settembre 2020

Controllare il livello della vitamina D (25-OH) nel sangue e, in caso di carenza, provvedere alla prescrizione medica per una corretta integrazione, soprattutto nel periodo invernale, o, comunque, se non si ha un’esposizione al sole costante.
Fare una passeggiata tutti i giorni al sole affinché la vitamina D si attivi. Esporsi alla luce solare, non filtrata da vetri, con la maggior superficie del corpo possibile, per un periodo variabile in base al proprio fototipo, circa 10-15 minuti al giorno in estate e 20-30 minuti in inverno, tra le 11 e le 15 quando i raggi UV sono più attivi.
Consumare due porzioni di latticini al giorno, come latte o yogurt, anche parzialmente scremati, a colazione o a merenda e aggiungere un cucchiaio di formaggio grattugiato sui primi piatti o sulla verdura cotta. Chi non tollera il lattosio, può utilizzare latte delattosato e Grana Padano DOP perché privo di lattosio.
Due volte alla settimana consumare il formaggio stagionato, per esempio, due porzioni (50g) di Grana Padano DOP o fresco, in sostituzione del secondo piatto o 2 uova.
Mangiare ogni settimana 3 porzioni di pesce, variando le qualità, i pesci più grassi come salmone, sgombro, alici, tonno, trota, anguilla, etc., sono più ricchi di vitamina D.
Consumare due o tre uova a settimana, sode o cotte in padella antiaderente (anche strapazzate o in frittata) una volta a settimana un primo di pasta all’uovo.
Per migliorarne l’assorbimento, essendo una vitamina liposolubile, è bene condire le pietanze con un cucchiaio di olio extravergine d’oliva a crudo. Si può utilizzare con moderazione il burro crudo che apporta buone quantità di vitamina D.
Limitare il consumo di caffeina che potrebbe ridurre l’assorbimento di vitamina D.
Mantenere un BMI compreso tra 18,5 e 24,9, per evitare che la vitamina D venga sequestrata dalla massa grassa dell’organismo.

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Vitamina D e Covid-19

Posted by fidest press agency su sabato, 5 settembre 2020

In relazione ai benefici effetti della Vitamina D nel contrastare gli effetti della pandemia COVID-19 recentemente sono stati pubblicati alcuni studi che confermano l’ipotesi diffusa nel marzo scorso da Giancarlo Isaia e da Enzo Medico, dell’Accademia di Medicina e dell’Università di Torino. In particolare, uno studio randomizzato in aperto condotto all’Ospedale Universitario di Cordoba (Spagna) e di prossima pubblicazione, ma già disponibile on line, sulla rivista “The Journal of Steroid Biochemistry and Molecular Biology” (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0960076020302764), ha dimostrato che la somministrazione di elevate dosi di calcifediolo (il metabolita idrossilato della Vitamina D) è in grado di ridurre significativamente il numero di pazienti affetti da Coronavirus che hanno successivamente manifestato importanti complicanze, tali da richiedere il loro ricovero in rianimazione: 76 pazienti, tutti sottoposti a trattamento con idrossiclorochina secondo il protocollo standard, sono stati suddivisi in due gruppi e 50 di essi sono stati trattati con calcifediolo, mentre nei restanti 26 pazienti tale farmaco non è stato somministrato: i risultati hanno dimostrato una differenza molto significativa fra i due gruppi, segnatamente in ordine alla comparsa di complicanze importanti della malattia, in quanto fra pazienti trattati con calcifediolo, solo il 2% ha dovuto poi essere ricoverato in terapia intensiva, a fronte del 50% dei pazienti che non avevano ricevuto il trattamento. Lo studio, che richiede ulteriori conferme su un più elevato numero di pazienti, mostra che la Vitamina D è in grado di ridurre la comparsa delle maggiori complicanze della malattia e pertanto suggerisce l’opportunità della sua somministrazione in tutti i pazienti con COVID-19.

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Vitamina D: Un bene prezioso per la salute

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 luglio 2020

La stagione estiva è il momento ideale dell’anno per fare “scorta” di vitamina D, il potente alleato naturale per il benessere fisico di grandi e piccini. Tutti, indipendentemente dall’età, possono infatti essere a “rischio” di insufficienza vitaminica che grazie a qualche semplice e pratica strategia può essere integrata. Ma perché è così preziosa e quali effetti positivi regala a bambini, adulti e persone anziane? MioDottore – piattaforma specializzata nella prenotazione online di visite mediche e parte del gruppo DocPlanner – ha coinvolto una delle sue specialista, la dottoressa Rossella Tozzi, endocrinologa che aderisce al progetto di video consulenza online attivato dalla piattaforma, per approfondire la tematica, suggerire come aiutare l’attivazione della vitamina protagonista dell’estate e indicare le 5 regole d’oro per assimilarla con facilità.La dottoressa Tozzi commenta: “Recenti evidenze hanno dimostrato che buoni livelli di vitamina D nei bambini si associano a un migliore stato nutrizionale e miglior risposta immunitaria, mentre negli adulti concorrono a determinare la salute del tessuto muscolare e dello stato metabolico, prevenendo anche l’insorgenza di infezioni respiratorie acute”.Le 5 regole d’oro per facilitare l’assimilazione di vitamina D
1. Esposizione diretta alla luce solare, in maniera frequente e sicura, utilizzando gli appositi filtri solari.
2. Effettuare costante attività fisica, prediligendo attività all’aperto.
3. Assicurare fonti alimentari contenenti vitamina D: seguire una dieta normo variata che preveda formaggi, uova, carne di pollo, anatra o tacchino, cereali e verdure verdi.
4. Facilitare l’azione della vitamina D con l’introduzione di cibi ricchi di calcio, soprattutto per i bambini, garantendo sufficienti quantità di latte, burro, yogurt e formaggi.
5. Cercare di effettuare escursioni e passeggiate in luoghi lontani da smog e inquinamento, che possono interferire con la corretta assimilazione di vitamina D.

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Covid-19: Possibile ruolo preventivo della Vitamina D

Posted by fidest press agency su sabato, 11 luglio 2020

L’ipotesi formulata a fine marzo da Giancarlo Isaia e da Enzo Medico dell’Accademia di Medicina e dell’Università di Torino, relativamente al possibile ruolo preventivo della Vitamina D nei confronti dell’infezione da Covid-19, ha riscosso un’ampia risonanza in tutto il mondo ed è stata ripresa in un editoriale degli stessi autori dal titolo “Associations between hypovitaminosis D and COVID-19: a narrative review” (Link) che sta per essere pubblicato sul numero di agosto della rivista internazionale “Aging in Clinical and Experimental Research”. Considerando ulteriori e più recenti evidenze scientifiche, il lavoro sottolinea che, pur non essendo ancora stato dimostrato un rapporto di causa/effetto fra l’ipovitaminosi D e l’infezione da Coronavirus e che sono necessari ulteriori studi per esplorare a fondo questo fenomeno, è molto probabile che la compensazione di questa carenza, molto diffusa in tutto il mondo e soprattutto in Italia, possa contribuire a mitigare le negative conseguenze della malattia: di conseguenza, gli Autori richiamano l’attenzione sulla necessità di promuovere pubbliche campagne di promozione atte ad incentivare il consumo di cibi ricchi in vitamina D o ad esporsi adeguatamente al sole. La prossima pubblicazione dell’Editoriale rappresenta un importante ed autorevole accreditamento dell’ipotesi formulata dai due Docenti torinesi, che in un primo tempo era stata definita “Fake news” dall’Istituto Superiore di Sanità, che poi, sulla base di ulteriori evidenze scientifiche, ha opportunamente rivisto tale posizione.

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Coronavirus: La carenza di vitamina D è un fattore di rischio?

Posted by fidest press agency su sabato, 28 marzo 2020

La presentazione clinica ed epidemiologica della pandemia da Coronavirus è certamente molto anomala e, alla ricerca di possibili concause o di specifici fattori di rischio, il Prof. Giancarlo Isaia, Docente di Geriatria e Presidente dell’Accademia di Medicina di Torino, e il Prof. Enzo Medico, Professore Ordinario di Istologia all’Università di Torino, anche a seguito delle recentissime raccomandazioni della British Dietetic Association, hanno approfondito il ruolo che potrebbe svolgere la carenza di Vitamina D, che in Italia interessa una vasta fetta della popolazione, soprattutto anziana. Sono così emersi alcuni dati che, sintetizzati in un documento, già sottoposto ai Soci dell’Accademia di Medicina di Torino, sono stati giudicati molto interessanti. In esso gli Autori suggeriscono ai medici, in associazione alle ben note misure di prevenzione di ordine generale, di assicurare adeguati livelli di Vitamina D nella popolazione, ma soprattutto nei soggetti già contagiati, nei loro congiunti, nel personale sanitario, negli anziani fragili, negli ospiti delle residenze assistenziali, nelle persone in regime di clausura e in tutti coloro che per vari motivi non si espongono adeguatamente alla luce solare. Inoltre, potrebbe anche essere considerata la somministrazione della forma attiva della Vitamina D, il Calcitriolo, per via endovenosa nei pazienti affetti da COVID- 19 e con funzionalità respiratoria particolarmente compromessa. Queste indicazioni derivano da numerose evidenze scientifiche che hanno mostrato:
a) Un ruolo attivo della Vitamina D sulla modulazione del sistema immune
b) La frequente associazione dell’Ipovitaminosi D con numerose patologie croniche che possono ridurre l’aspettativa di vita nelle persone anziane, tanto più in caso di infezione da COVID-19.
c) Un effetto della Vitamina D nella riduzione del rischio di infezioni respiratorie di origine virale, incluse quelle da coronavirus.
d) La capacità della vitamina D di contrastare il danno polmonare da iperinfiammazione.
Inoltre, i primi dati preliminari raccolti in questi giorni a Torino indicano che i Pazienti ricoverati per COVID-19 presentano una elevatissima prevalenza di Ipovitaminosi D. Il compenso di questa diffusa carenza vitaminica può essere raggiunto innanzitutto esponendosi alla luce solare per quanto possibile, anche su balconi e terrazzi, alimentandosi con cibi ricchi di vitamina D e, sotto controllo medico, assumendo specifici preparati farmaceutici.

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Il consumo di farmaci a base di vitamina D in Italia cresce di anno in anno

Posted by fidest press agency su sabato, 8 febbraio 2020

Nel 2017 la spesa pubblica per questi farmaci ha raggiunto i 260 milioni di euro e 12,6 italiani su mille li hanno assunti (il doppio rispetto al 2013) secondo l’AIFA, che proprio lo scorso ottobre, con la nota 96, ha posto nuovi limiti alla prescrivibilità di questi farmaci a carico del SSN. Così, questi medicinali sono rimborsabili solo previo un test a carico del cittadino che accerti la carenza di vitamina D, e solo ad alcune categorie di pazienti (persone con osteoporosi e osteopatie, donne in gravidanza o allattamento, persone che soffrono di carenze iatrogene o hanno malattie che causano il malassorbimento della vitamina). Ma i preparati a base di vitamina D sono presenti sul mercato anche come integratori, quindi acquistabili senza bisogno di ricetta medica: «Si tratta di importanti alleati nella prevenzione, perché le carenze di vitamina D sono molto comuni in tutta l’Italia, non soltanto al Nord. Infatti il 60-80% della popolazione italiana ne è interessato» spiega Maurizio Salamone, direttore scientifico di Metagenics Italia, produttore e distributore di integratori alimentari ad alto impatto che nel 2019 ha visto aumentare le vendite dei propri integratori a base di vitamina D del 40%.La vitamina D infatti dà un contributo fondamentale alla salute di ossa e denti, alle funzioni del sistema immunitario, alla funzione muscolare, al mantenimento dei livelli di calcio nel sangue e al normale assorbimento del calcio e del fosforo. È una sostanza che viene prodotta dal corpo grazie soprattutto all’esposizione alla luce solare, mentre la dieta ci fornisce solo 20% dell’apporto giornaliero.
L’indicazione più importante, sottolineata proprio dall’AIFA nelle avvertenze alla nota 96, recita: “l’approccio più fisiologico della supplementazione con vitamina D è quello giornaliero col quale sono stati realizzati i principali studi che ne documentano l’efficacia”. «Dato che la vitamina D ha la caratteristica di accumularsi nel tessuto adiposo è consigliabile assumere la dose giornaliera raccomandata quotidianamente, piuttosto che un dosaggio più elevato saltuariamente» spiega Salamone. La precisione nella quantità è quindi fondamentale, ed è per questo che Metagenics ha sviluppato una gamma di prodotti calibrate su esigenze diverse: 400 U.I. per i bambini, 1000 U.I. per adolescenti e adulti, 2000 U.I. per gli anziani e le donne in gravidanza, fino alle 4000 U.I. per chi presenta carenze gravi. «La cosa migliore – sottolinea Salamone – è sempre consultare il proprio specialista di fiducia per definire la posologia corretta, in modo da massimizzare i benefici».Inoltre sono da preferire prodotti facili da assumere e gradevoli al gusto: Metagenics pone grande importanza non soltanto alle formulazioni ma anche alla facilità di assunzione. Nel caso specifico della Vitamina D sono disponibili sia le compresse masticabili al gusto lime, dolcificate con stevia, sia le gocce dal gusto neutro a base di olio MCT (medium chain triglycerides) ben digeribile e tollerabile, adatto anche ai neonati. Con una scelta mirata e una spesa molto contenuta, quindi, la prevenzione di una delle più diffuse carenze micronutrizionali è davvero alla portata di tutti, eliminando in questo modo il problema della ridotta mutuabilità della vitamina D generata dalla recente nota 96. http://www.metagenics.it

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Vitamina D, ecco come scegliere l’integratore giusto

Posted by fidest press agency su martedì, 28 gennaio 2020

Il consumo di farmaci a base di vitamina D in Italia cresce di anno in anno: nel 2017 la spesa pubblica per questi farmaci ha raggiunto i 260 milioni di euro e 12,6 italiani su mille li hanno assunti (il doppio rispetto al 2013) secondo l’AIFA, che proprio lo scorso ottobre, con la nota 96, ha posto nuovi limiti alla prescrivibilità di questi farmaci a carico del SSN. Così, questi medicinali sono rimborsabili solo previo un test a carico del cittadino che accerti la carenza di vitamina D, e solo ad alcune categorie di pazienti (persone con osteoporosi e osteopatie, donne in gravidanza o allattamento, persone che soffrono di carenze iatrogene o hanno malattie che causano il malassorbimento della vitamina). Ma i preparati a base di vitamina D sono presenti sul mercato anche come integratori, quindi acquistabili senza bisogno di ricetta medica: «Si tratta di importanti alleati nella prevenzione, perché le carenze di vitamina D sono molto comuni in tutta l’Italia, non soltanto al Nord. Infatti il 60-80% della popolazione italiana ne è interessato» spiega Maurizio Salamone, direttore scientifico di Metagenics Italia, produttore e distributore di integratori alimentari ad alto impatto che nel 2019 ha visto aumentare le vendite dei propri integratori a base di vitamina D del 40%.
La vitamina D infatti dà un contributo fondamentale alla salute di ossa e denti, alle funzioni del sistema immunitario, alla funzione muscolare, al mantenimento dei livelli di calcio nel sangue e al normale assorbimento del calcio e del fosforo. È una sostanza che viene prodotta dal corpo grazie soprattutto all’esposizione alla luce solare, mentre la dieta ci fornisce solo 20% dell’apporto giornaliero.«Occorre però fare un po’ di chiarezza – prosegue Maurizio Salamone – perché i cambiamenti sulla mutuabilità della vitamina D hanno generato un po’ di difficoltà nel mondo degli operatori sanitari che sono costretti in molti casi di prescrivere la vitamina D a carico del cittadino».L’indicazione più importante, sottolineata proprio dall’AIFA nelle avvertenze alla nota 96, recita: “l’approccio più fisiologico della supplementazione con vitamina D è quello giornaliero col quale sono stati realizzati i principali studi che ne documentano l’efficacia”. «Dato che la vitamina D ha la caratteristica di accumularsi nel tessuto adiposo è consigliabile assumere la dose giornaliera raccomandata quotidianamente, piuttosto che un dosaggio più elevato saltuariamente» spiega Salamone. La precisione nella quantità è quindi fondamentale, ed è per questo che Metagenics ha sviluppato una gamma di prodotti calibrate su esigenze diverse: 400 U.I. per i bambini, 1000 U.I. per adolescenti e adulti, 2000 U.I. per gli anziani e le donne in gravidanza, fino alle 4000 U.I. per chi presenta carenze gravi. «La cosa migliore – sottolinea Salamone – è sempre consultare il proprio specialista di fiducia per definire la posologia corretta, in modo da massimizzare i benefici».Inoltre sono da preferire prodotti facili da assumere e gradevoli al gusto: Metagenics pone grande importanza non soltanto alle formulazioni ma anche alla facilità di assunzione. Nel caso specifico della Vitamina D sono disponibili sia lecompresse masticabili al gusto lime, dolcificate con stevia, sia le gocce dal gusto neutro a base di olio MCT (medium chain triglycerides) ben digeribile e tollerabile, adatto anche ai neonati.Con una scelta mirata e una spesa molto contenuta, quindi, la prevenzione di una delle più diffuse carenze micronutrizionali è davvero alla portata di tutti, eliminando in questo modo il problema della ridotta mutuabilità della vitamina D generata dalla recente nota 96.

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Più del 50% degli italiani, con meno di 16 anni, soffre di carenza di vitamina D

Posted by fidest press agency su martedì, 22 ottobre 2019

In particolare i più esposti ai rischi per la salute, derivati da questa insufficienza, risultano gli adolescenti. Sotto accusa è soprattutto la scarsa esposizione al sole da cui dipende oltre il 90% dell’assorbimento della vitamina. Lo stile di vita troppo “indoor”, che inizia solitamente in questo periodo dell’anno, influenza in modo significativo lo stato vitaminico. Infatti il 36% dei teenager passa almeno due ore al giorno a giocare a videogames o la PC e il 48% invece guarda troppa televisione. E’ questo l’allarme lanciato dalla Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) in occasione della penultima giornata del suo XIII Congresso Nazionale Scientifico. “Assumere una dose adeguata di Vitamina D è fondamentale per lo sviluppo corretto della massa ossea e di quella muscolare – afferma il dott. Paolo Biasci, Presidente Nazionale FIMP -. Inoltre è fondamentale perché aiuta a rafforzare il sistema immunitario e contribuisce così a difendere l’organismo dalle infezioni. Come pediatri di famiglia siamo preoccupati dal grande numero di giovanissimi italiani che soffrono di ipovitaminosi D. Il fabbisogno giornaliero di vitamina D3 viene assicurato da una corretta e adeguata esposizione solare e quindi consigliamo vivamente a tutti i giovani di passare parte del loro tempo libero all’aperto, magari praticando un po’ di sport o attività fisica”. “La dieta gioca un ruolo trascurabile nella carenza di vitamina D – aggiunge il dott. Mattia Doria, Segretario alle Attività Scientifiche della FIMP -. Il latte e più in generale gli alimenti, anche se fortificati con vitamine, non rappresentano una modalità ottimale per la prevenzione dell’ipovitaminosi nel bambino e nell’adolescente. Può essere quindi necessario ricorre a integratori alimentari che possono svolgere un ruolo particolarmente utile in età pediatrica. Sono prodotti assolutamente sicuri ed efficaci che devono però essere assunti solo su indicazione e consiglio del pediatra di famiglia anche in termini di posologia corretta”. Al congresso di Paestum un’intera sessione è dedicata anche alle vitamine del complesso B. “Hanno un ruolo importantissimo per compensare le carenze da diete di esclusione collegate ad allergie o intolleranze alimentari – aggiunge il dott. Biasci -. Questi problemi di salute sono in forte crescita e adesso interessano più dell’8% dei bambini italiani. Risulta così fondamentale anche per questo gruppo di vitamine un eventuale utilizzo di adeguati integratori in caso di deficit che sono più frequenti nei bambini che fanno uso di diete di esclusione o sbilanciate”. “In particolare – ricorda il dott. Doria – occorre avere particolare cura delle famiglie che scelgono per se e i propri figli uno stile alimentare a base vegetale, soprattutto se totalmente privo di proteine di origine animale. In questi casi l’utilizzo dell’integrazione con vitamine del complesso B, e della vitamina B12 è obbligatorio”.

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Carenza di vitamina D: Cosa fare

Posted by fidest press agency su sabato, 13 aprile 2019

È arrivata la primavera: le giornate si allungano e il freddo intenso dell’inverno sembra già un ricordo. Il sole ravviva le nostre giornate, migliora l’umore e ci stimola ad essere più attivi, ma non solo. La luce solare risulta fondamentale anche per “fare il pieno” di vitamina D.Uno studio condotto dall’Osservatorio nutrizionale Grana Padano e dall’Associazione Brain and Malnutrition Onlus (B&M) ha correlato la Vitamina D (25-OH) plasmatica non solo con ciò che mangiamo, ma anche con l’esposizione al sole, che permette all’organismo di sintetizzare questa vitamina. I volontari dell’associazione B&M hanno indagato le abitudini alimentari, i livelli di vitamina D nel sangue e l’esposizione al sole di 450 persone con età maggiore di 60 anni e in possesso degli esami ematochimici inerenti ai livelli di 25OH vitamina D, senza però aver consumato supplementi (integratori) di tale vitamina. Dall’indagine si evince che l’esposizione media al sole è di circa 1,6 ore a settimana e che con gli alimenti il campione intervistato assume circa 2.5 microgrammi al giorno di vitamina D. La concentrazione ematica media di Vitamina D (25-OH) rilevata dallo studio è di 17,8ng/ml (DS± 9,4), insufficiente per garantire il fabbisogno di molte funzioni dell’organismo. Dal campione preso in esame si evince che, a parità di vitamina D assunta dagli alimenti, chi si espone di più al sole ha una concentrazione di vitamina D nel sangue più elevata.L’importanza del corretto livello di tale vitamina nel sangue non è dovuta solo alle necessità del metabolismo del calcio, che la utilizza per preservare una corretta mineralizzazione ossea e prevenire l’osteoporosi, ma anche a diversi e importanti ruoli biologici. I dati che emergono dagli studi scientifici, infatti, supportano il legame tra carenza di Vitamina D nel plasma e aumentato rischio cardiovascolare, mentre studi su modelli sperimentali hanno dimostrato le proprietà antinfiammatorie della vitamina, oltre alle già note attività antitumorali e un possibile ruolo anche nelle patologie neurodegenerative.“I dati emersi confermano che la concentrazione ematica della vitamina D è molto bassa nella popolazione generale – spiega la dott.ssa Michela Barichella, medico dietologo, Presidente di Brain and Malnutrition in Chronic Diseases Association Onlus e membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Grana Padano – e non raggiunge il valore minimo dei 30ng/ml, inoltre la Vitamina D (25-OH) diminuisce all’aumentare dell’età ed è influenzata direttamente dall’esposizione al sole. Dall’indagine emerge anche un’evidente ipovitaminosi D già dopo i sessant’anni, fattore che aumenta il rischio di osteoporosi e fratture ossee soprattutto nelle donne, oltre che eventi cardiovascolari e altre patologie”. I dati emersi dallo studio dell’Osservatorio nutrizinale Grana Padano confermano il dato già emerso sui consumi alimentari in Italia (INRAN-SCAI 2005-06) e il fatto che l’alimentazione non è sufficiente a coprire i fabbisogni di vitamina D. Dall’analisi statistica, infatti, non si trova una correlazione significativa tra livelli plasmatici di vitamina D e assunzione della stessa, correlazione positiva che si trova invece tra livelli plasmatici di vitamina D e introduzione dei PUFA (acidi grassi polinsaturi).I cinque consigli per combattere il deficit di vitamina D:
1. Fare tutti i giorni una passeggiata al sole affinché i raggi UV attivino la vitamina D. Esporsi alla luce solare (non filtrata da vetri) con la maggior superficie del corpo possibile e senza crema protettiva, per un periodo variabile in base al proprio fototipo: circa 10-15 minuti al giorno in estate e 20-30 minuti in inverno tra le 11:00 e le 15:00, cioè quando i raggi UV sono più attivi.
2. Mangiare ogni settimana tre porzioni di pesce, variando la specie e scegliendo anche quelli in cui è più presente la vitamina D. In ordine di quantità: aringa, tonno, pesce spada, alici, suro o sugarello, trota e coregone. Le noci (20 g al giorno) sono una valida fonte di grassi polinsaturi.
3. Consumare due porzioni di latticini al giorno, come latte o yogurt (anche parzialmente scremati), a colazione o a merenda e aggiungere un cucchiaio di formaggio grattugiato sui primi piatti. Chi non tollera il lattosio, può utilizzare latte delattosato e Grana Padano DOP perché privo di lattosio, ma ricco di calcio che grazie alla vitamina D fortifica le ossa.
4. Consumare due-quattro uova a settimana, sode o cotte in padella antiaderente (anche strapazzate o in frittata). Consumare una volta a settimana un primo piatto a base di pasta all’uovo.
5. Controllare il livello della vitamina D (25-OH) nel sangue e, in caso di carenza, provvedere alla corretta integrazione soprattutto nel periodo invernale, o comunque se non si ha un’esposizione al sole costante.

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Appropriatezza terapeutica e personalizzazione del trattamento con Vitamina D

Posted by fidest press agency su domenica, 16 settembre 2018

Se n’è parlato alla “Second International Conference on Controversies in Vitamin D”, summit globale, organizzato sotto l’egida del Glucocorticoid Induced Osteoporosis Skeletal Endocrinology Group (GIOSEG) che ha coinvolto oltre trenta dei massimi esperti a livello mondiale in una tre giorni scientifica interamente dedicata all’ormone del sole. Gli esperti, riunitisi a Monteriggioni (Siena), attraverso l’analisi dei più recenti studi scientifici e il confronto sull’esperienza clinica hanno condiviso e discusso ogni aspetto rilevante della Vitamina D – dosaggi, somministrazione, effetti scheletrici ed extrascheletrici – con l’obiettivo di raggiungere un consenso sulle questioni ancora aperte, proseguendo così il lavoro iniziato l’anno scorso alla prima edizione del Meeting. “Questo Summit rappresenta la naturale evoluzione di quanto abbiamo iniziato nel 2017 a Pisa – dichiara il Professor Andrea Giustina, Professore Ordinario di Endocrinologia al San Raffaele di Milano, Presidente GIOSEG e Coordinatore del Comitato Scientifico del ‘Second International Conference on Controversies in Vitamin D’- un percorso che sta iniziando a dare risposte a tutte quelle domande cruciali per noi specialisti, la nostra pratica clinica e soprattutto per i pazienti, data l’importanza che la Vitamina D riveste per il loro benessere”. La Vitamina D, sintetizzata principalmente dalla cute attraverso l’esposizione solare, aiutando l’organismo ad assorbire il calcio è essenziale nella salute dell’osso, una sua carenza può quindi comportare una ridotta mineralizzazione ossea e l’insorgenza di osteoporosi e rachitismo. Trattandosi di un ormone, tuttavia, è necessario eseguire una corretta anamnesi del paziente per accertarne il deficit, eventualmente ricorrendo al test nei soggetti che presentano particolari condizioni di rischio e successivamente intervenire in maniera adeguata. “Appropriatezza terapeutica e personalizzazione della cura devono essere le parole chiave nel trattamento di un paziente con ipovitaminosi D – afferma Giustina – In primo luogo è fondamentale accertare il deficit e procedere con la somministrazione di colecalciferolo solo in quei pazienti che ne hanno reale necessità; in secondo luogo la somministrazione va modulata ad personam, in base alle caratteristiche del singolo individuo. Aspetti fisiologici – come una scarsa esposizione solare dovuta ai cambiamenti negli stili di vita – aspetti parafisiologici – invecchiamento o gravidanza, condizioni naturali in cui la carenza di vitamina D può intaccare la salute dell’osso (anche del feto) – e aspetti patologici concomitanti – celiachia, obesità o diabete e terapie croniche come quella cortisonica che limitano o influenzano l’assorbimento, la sintesi e all’azione della vitamina D – sono tutti elementi fondamentali da considerare quando si va a prescrivere una terapia di supplementazione. Il nostro compito è quello di promuovere una cultura dell’appropriatezza per evitare sia l’inefficacia della somministrazione sia l’insorgere di possibili effetti collaterali sia per un’ottimizzazione delle risorse”.
Gli argomenti affrontanti durante la ‘Second International Conference on Controversies in Vitamin D’ saranno oggetto di pubblicazioni scientifiche destinate agli specialisti con l’obiettivo di continuare a fare importanti passi avanti su un terreno sempre più condiviso, nonostante l’ambito così controverso, a vantaggio della pratica clinica e del benessere dei pazienti.

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Corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 luglio 2018

E’ stato ppena pubblicato su Nutrients un documento di consenso per il corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D, messo a punto da un gruppo di esperti AME, Associazione Medici Endocrinologi.“La pubblicazione si pone come riferimento per la comunità scientifica che si confronta su questa condizione piuttosto frequente persino nel nostro Paese considerato il Paese del Sole”, introduce Vincenzo Toscano, Presidente AME. “Negli ultimi anni la Vitamina D è stata al centro dell’attenzione e come endocrinologi sentivamo l’esigenza di trovare risposta a domande quali: la vitamina D è realmente una panacea? Protegge dal diabete e dal cancro? I medici devono focalizzare in maniera importante la loro attenzione sui livelli circolanti in tutta la popolazione? I preparati di Vitamina D sono tutti uguali? Il medico può scegliere qualsiasi preparato di Vitamina D e somministrarlo in maniera equivalente?L’Associazione Medici Endocrinologi attraverso i suoi esperti ha fatto chiarezza su questi argomenti pubblicando linee guida ad hoc evidenziando quanto è riportato in letteratura nell’ottica metodologica della Medicina basata sulle evidenze che ha sempre caratterizzato l’attività dell’AME”.
La Vitamina D svolge funzioni importanti per la salute delle ossa aiutando l’organismo ad assorbire il calcio, uno dei principali costituenti del nostro scheletro e prevenendo l’insorgenza di malattie ossee, come l’osteoporosi o il rachitismo. L’eventuale carenza di Vitamina D viene valutata attraverso un dosaggio nel sangue, che viene così interpretato, con qualche variazione secondo i diversi laboratori e soprattutto secondo i dettami delle differenti società mediche: carenza <10 ng/mL; insufficienza: 10 – 30 ng/mL; sufficienza: 30 – 100 ng/mL; tossicità: >100 ng/mL.“I valori di Vitamina D”, spiega Roberto Cesareo, endocrinologo, Ospedale S.M. Goretti, Latina e primo firmatario del lavoro, “attualmente adottati, prevedono quindi che i soggetti con un valore inferiore a 30 ng/dl possano essere dichiarati affetti da insufficienza di Vitamina D. A nostro avviso, tale limite andrebbe rivalutato in quanto troppo alto, soprattutto in assenza di forti evidenze scientifiche. L’adozione di tali livelli costituisce uno dei motivi per cui si finisce per dichiarare “carenti di Vitamina D” tanti soggetti che poi probabilmente non lo sono. Nella consensus abbiamo ritenuto più opportuno definire ridotti i valori di Vitamina D quando essi sono chiaramente al di sotto di 20 ng/dl. Sembra apparentemente una banalità tale differenza, ma una buona parte dei soggetti dichiarati “carenti di Vitamina D” cadono proprio in questa forbice che va tra i 20 ed i 30 ng/dl comportando così, come poi effettivamente si sta verificando, una incongrua prescrizione di tale molecola. Al contrario soggetti osteoporotici o pazienti che assumono già farmaci per la cura dell’osteoporosi o altre categorie di soggetti significativamente più a rischio di carenza di vitamina D è corretto, a nostro giudizio, che abbiano valori di Vitamina D superiore al limite di 30 ng/dl e quindi vanno trattati”.
“Abbiamo poi cercato di chiarire”, prosegue l’esperto, “che, al momento, nonostante ci sia una serie incontrovertibile di dati che associano la carenza di Vitamina D ad altre malattie che non sono solo l’osteomalacia e l’osteoporosi (vedi diabete mellito, alcune sindromi neurologiche, alcuni tipi di tumori), non è dato sapere quali siano i dosaggi corretti di Vitamina D che possano essere utili per ridurre l’incidenza di queste patologie correlate. Riteniamo che sia giusto riportare questo dato in quanto far passare il messaggio che la Vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici”.
È bene sapere che la luce solare anche nel nostro paese “definito il paese del sole” per lunghi periodi dell’anno (autunno-inverno) non contiene una radiazione UVB sufficiente a far produrre Vitamina D nella cute; paradossalmente ciò si può verificare anche in estate, in quanto l’opportuna applicazione di creme con filtri solari riduce la penetrazione dei raggi solari nella cute e, conseguentemente, la biosintesi di Vitamina D. In letteratura è riportata una variabilità stagionale nei valori plasmatici di Vitamina D. Essi infatti tendono ad essere massimi in autunno e raggiungono un nadir nella primavera inoltrata. Non esiste una “raccomandazione” circa il periodo migliore nel quale eseguire il dosaggio della Vitamina D plasmatica. Certamente un valore basso, rilevato in autunno, è segno che le scorte di Vitamina D non sono state colmate nell’estate appena trascorsa ed è logico attendersi che in primavera questo paziente abbia una severa ipovitaminosi D”.
“Inoltre”, continua Cesareo, “è necessario sapere che le molecole di Vitamina D non sono tutte uguali. La forma inattiva, quella di più comune utilizzo, è il colecalciferolo. Tale molecola prescritta solitamente sotto forma di gocce o flaconcini da assumere o giornalmente o in assunzione mono-settimanale o a più lunga scadenza (mensile o anche bimensile) viene successivamente attivata in sede prima epatica e poi renale e, come tale, espleta i suoi effetti finalizzati in particolare ad un corretto assorbimento di calcio a livello intestinale e ad un controllo del metabolismo fosfo-calcico in sede ossea. Ma esistono altre molecole che sono già parzialmente o del tutto attive. Tra esse merita attenzione il calcefidiolo che non necessità di essere attivato al livello del fegato e per le sue caratteristiche molecolari è, come si dice in gergo, meno “liposolubile” cioè permane meno nel tessuto adiposo rispetto alla precedente molecola menzionata, il colecalciferolo. Entrambe queste molecole non danno, se prescritte appropriatamente e a dosi corrette, problemi, in particolare alterazione dei livelli del calcio nel sangue e/o nelle urine. Il calcifediolo per la sua cinetica di azione e per la sua conformazione può trovare motivo di maggior utilizzo, per quanto detto, nei pazienti che hanno patologie epatiche di un certo rilievo e anche nei soggetti obesi e carenti di Vitamina D o in coloro che sono affetti da problemi di malassorbimento in sede intestinale. Anche essa viene prescritta in gocce o in capsule molli in prescrizioni giornaliere, settimanali o mensili. Il colecalciferolo, di contro, trova la sua indicazione principe nei soggetti affetti da osteoporosi e/o che assumono contestualmente farmaci per la cura di tale patologia”. “Infine”, conclude l’esperto, “i metaboliti del tutto attivi e che non necessitano quindi dell’attivazione epatica o renale trovano un campo di utilizzo molto più limitato, in particolare nei soggetti affetti da insufficienza renale o che sono carenti dell’ormone paratiroideo, quadro clinico che solitamente si riscontra nel soggetto operato di tiroide e di paratiroidi. Il loro ridotto utilizzo nel paziente con semplice carenza di Vitamina D è dettato dal fatto che, rispetto alle due molecole descritte in precedenza, queste espongono il paziente ad un maggior rischio di ipercalcemia e di aumentati livelli di calcio nelle urine”.

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L’uso di creme solari può determinare carenza di vitamina D?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 Maggio 2018

Creme solari salvavita contro i tumori della pelle ma anche possibili responsabili dei tanti problemi legati alla carenza di vitamina D? La questione è stata sollevata in occasione del congresso della Società Italiana di Medicina Estetica che ha chiuso i battenti a Roma ieri, con una edizione record che ha superato i 3 mila partecipanti provenienti da tutto il mondo. “Cominciano ad accumularsi evidenze scientifiche che suggeriscono una possibile correlazione tra uso di creme con filtri solari ad elevata protezione (SPF 50+) e carenza di vitamina D – ha detto il presidente della SIME Emanuele Bartoletti ad un simposio su questo argomento – Ma rimane ancora controverso il ruolo dei filtri solari nell’influenzare i livelli di vitamina D”. “Sembra un paradosso ma l’Italia, Paese baciato dal sole, è anche uno di quelli con la maggior prevalenza di carenza di vitamina D in Europa – sottolinea Domenico Centofanti, vicepresidente SIME – Esporsi al sole almeno per 20 minuti a giorni alterni aiuta a ‘ricaricare’ l’organismo di vitamina D; tenendo però presente che la pelle delle mani o del viso è meno ‘efficiente’ di quella del tronco nel produrre vitamina D”. Ma i medici consigliano giustamente di non esporsi al sole senza aver prima applicato sulla pelle una crema con filtro solare.
“Di recente – ricorda Centofanti – è stato pubblicato un documento sull’effetto dei filtri solari sulla vitamina D. Scopo di questo studio era quello di valutare l’effetto di una protezione solare SPF50+ sulla produzione di vitamina D cutanea e sui livelli circolanti di 25(OH)D3 (la vitamina D ‘trasformata in forma attiva dal fegato) in base alle diverse aree superficiali del corpo (BSA, body surface area). La BSA era classificata in quattro gruppi: testa e mani (gruppo I), testa, mani e braccia (gruppo II), testa, mani, braccia e gambe (gruppo III) e corpo totale (gruppo IV). I risultati dello studio hanno mostrato una riduzione della produzione di vitamina D cutanea variabile dal 75,7 al 92,5 per cento a seconda del gruppo BSA considerato.
Tuttavia, i valori della vitamina D 25(OH)D3 circolante risultavano diminuiti solo del 7,7-13,2 per cento. Pertanto, nonostante una grave riduzione della vitamina D cutanea, i livelli di vitamina D 25(OH)D3 circolanti D3 sono risultati influenzati in modo modesta. Gli autori dello studio concludono dunque che l’uso a breve termine dei filtri solari non esercita un impatto rilevante sui livelli di 25 (OH) D3 circolante; resta tuttavia da stabilire se questo sia vero anche per l’uso cronico di filtri solari ad alta SPF. Il dibattito sulla ‘relazione pericolosa’ tra creme solari ad elevato SPF e carenza di vitamina D è ancora aperto e, anche in considerazione della mancanza di prove certe su questo argomento, sarebbe auspicabile condurre ulteriori studi per far luce su questa associazione.La vitamina D, che è un o vero e proprio ormone, è fondamentale per la nostra salute. Oltre al suo ruolo nel metabolismo osseo, infatti, la vitamina D è coinvolta in diversi processi quali la modulazione della crescita cellulare, la funzione neuromuscolare e immunitaria e la riduzione dell’infiammazione. Di conseguenza, la sua carenza, può contribuire a determinare non solo disturbi ossei, ma anche una serie di altre malattie, di tipo metabolico, cardiovascolare, autoimmune. Alcuni studi infine suggeriscono un ruolo della carenza di vitamina D addirittura nella patogenesi di alcuni tumori. La vitamina D è prodotta dal nostro organismo quando la pelle è esposta alla luce solare. I fotoni UV-B, infatti, agiscono sulla pro-vitamina D3, nella membrana plasmatica delle cellule epidermiche per formare la pre-vitamina D3, che a sua volta si trasforma rapidamente in vitamina D3. Quest’ultima viene trasferita nello spazio extracellulare dove si lega ad una proteina di trasporto, per essere veicolata nel fegato dove viene idrossilata in posizione 25 (25-OH-D3).
In considerazione di questo processo, appare chiaro che la concentrazione di vitamina D è strettamente correlata all’esposizione ai raggi UV-B, la cui quantità dipende da giorno,latitudine, altitudine, abbigliamento, pigmentazione della pelle, età e, secondo alcune ricerche anche dall’uso di creme con schemi solari, che potrebbe essere correlato ad una diminuzione della produzione di vitamina D. Tuttavia, le evidenze sull’importanza dei filtri solari nel proteggere la pelle dai tumori sono ormai schiaccianti e ampiamente accettati dalla comunità scientifica. A
livello molecolare, infatti, la luce UV del sole danneggia il DNA cellulare della pelle, creando mutazioni genetiche che possono portare al cancro della pelle. Per questo motivo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato le radiazioni UV solari come cancerogeno comprovato per l’uomo, con studi che lo collegano a circa il 90 per cento dei tumori della pelle non-melanoma e a circa l’86 per cento dei melanomi. Accanto a questo, i raggi UV del sole sono un noto fattore di invecchiamento precoce della pelle (foto-invecchiamento). Pertanto, l’uso di fattori di protezione solare (SPF) è raccomandato esattamente per la loro azione profilattica sulla fotocarcinogenesi perché sono progettati per filtrare la maggior parte della radiazione UVB del sole.

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Prevenzione fratture, Uspstf aggiorna raccomandazioni su vitamina D e calcio

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 aprile 2018

In un aggiornamento delle indicazioni esistenti sulla prevenzione delle fratture tramite integrazione con vitamina D e calcio pubblicato su JAMA, la U.S. Preventive Services Task Force (Uspstf) ha concluso che i dati oggi disponibili sono insufficienti per valutare l’utilità dell’uso di tali integratori, da soli o in combinazione, nella cornice preventiva negli uomini e nelle donne in pre-menopausa. La task force ha altresì espresso una raccomandazione contro l’integrazione giornaliera con 400 UI o meno di vitamina D e 1.000 mg o meno di calcio per prevenire le fratture nelle donne in post-menopausa, e ha dichiarato di non avere trovato prove sufficienti per esprimersi riguardo all’uso di vitamina D in dosi superiori a 400 UI e di calcio in dosi superiori a 1.000 mg nelle donne in post-menopausa. L’USPSTF ha esaminato studi sull’integrazione in adulti che vivono nella comunità, quindi non in una casa di riposo o in un altro contesto di assistenza istituzionale, e ha escluso lavori condotti in popolazioni con precedenti fratture o con noti disturbi del metabolismo osseo, che assumessero farmaci associati con l’osteoporosi. Il gruppo di lavoro ha sottolineato che queste raccomandazioni non si applicano alle persone con una storia di fratture osteoporotiche, aumento del rischio di cadute o diagnosi di osteoporosi o carenza di vitamina D. «In contrasto con altre raccomandazioni dell’USPSTF per lo screening che si basano su una singola azione da parte dei medici, questi servizi di prevenzione richiedono anche un’azione continua da parte dei pazienti» spiega David Reuben, della University of California Los Angeles, in un editoriale pubblicato su JAMA Internal Medicine. L’editorialista sostiene che le raccomandazioni della task force dovrebbero specificare che i risultati degli studi dipendono dall’aderenza del paziente, e se esprimono un risultato in condizioni ideali oppure normali di aderenza. «L’USPSTF ha concluso che sono necessarie ulteriori prove per valutare se dosi maggiori di vitamina D possano essere benefiche per la prevenzione. A tal proposito, ci sarà un aumento sostanziale dei dati disponibili sull’integrazione con vitamina D negli adulti residenti nella comunità da nuovi studi clinici nel prossimo anno» scrive in un altro editoriale su JAMA Heike Bischoff-Ferrari, della University of Zurich, di Zurigo in Svizzera. (fonte Doctor33)

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