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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 259

Posts Tagged ‘vivere’

I due diritti irrinunciabili: quello della vita e quello del vivere

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 luglio 2020

Non ho accettato, in altri termini, che si potesse esaltare il diritto alla vita e una volta acquisito l’essere umano fosse stato abbandonato a se stesso. È rimasto povero e condizionato dalla povertà della sua famiglia, dall’ambiente in cui vive, da una cultura tutta improntata sull’idea che occorre accettare la propria condizione sociale e rassegnarsi a subirla, nell’arco di tutta la propria esistenza, lunga o breve che fosse.
Abbiamo imparato a fare della carità ma non a essere solidali con chi vive in ristrettezze.
Abbiamo imparato a essere sprezzanti e a sentirci superiori anche se chi è solo un tantino socialmente a noi inferiore.
Abbiamo imparato a osteggiare chi ha una professione di fede dissimile dalla propria, ha il colore della pelle diversa e provengono da luoghi, dove la povertà è estrema. Così facendo abbiamo tramandato ai nostri figli e nipoti dei messaggi sbagliati e inculcati in essi il privilegio di casta.
Pensavo che con l’avanzamento della conoscenza, con la mobilità delle persone e la possibilità di conoscerle e poterle apprezzare per quelle che sono, si potesse ottenere un cambiamento radicale nei nostri atteggiamenti. Mi sbaglio. Il razzismo, l’antisemitismo, l’odio di casta se una società, cosiddetta evoluta, riesce ad ammantarli di venature ipocrite che evitano gesti plateali e persino violenti, vi sono, invece, paesi, dove si manifestano senza pudori e le stesse autorità fanno ben poco per spegnere quest’incendio. Ho provato personalmente cosa ha significato tutto ciò. Mi è accaduto da emigrante, in Australia, dove spesso fui esposto a giudizi sommari per il solo fatto che ero un italiano. È un condizionamento che risale a un’educazione sbagliata e si avvalgono di stantii luoghi comuni: il rumeno violento, l’africano pericoloso e via di questo passo. Pochi, però, ci spiegano che questa violenza è fisiologica come lo è per l’autoctono. Come dire? Chi non ha peccato lanci per primo la pietra. (Riccardo Alfonso)

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La catena alimentare che ci fa vivere e morire

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

Oggi possiamo dire che moltissimi lavori sono stati eseguiti, soprattutto in biologia molecolare, allo scopo di conoscere i meccanismi messi in atto per limitare tale capacità totale degli acidi nucleici per operare le sintesi proteiche. Alla fine, c’è da ritenere che quel seme “primigenio”, che taluni pensano possa pervenire dagli spazi intergalattici, sia stato riprodotto in loco rendendogli sufficiente autonomia per cui non si è reso più necessario attingere altrove gli elementi base. Da qui dovrebbe derivare anche l’idea della catena alimentare attraverso la quale vi possa essere l’acquisizione di quelle sostanze che altrimenti non potrebbero essere acquisite e che permettono la stessa sopravvivenza degli individui. Un ambiente, quindi, inteso nella forma più ampia per esercitare un’azione sugli acidi nucleici nel senso di permettere loro di sintetizzare proteine soltanto a immagine e somiglianza di quelle contenute nel citoplasma delle cellule che li ospitano al fine di promuoverne e di mantenerne il differenziamento. Così finiamo con la stessa passione, curiosità e interesse a guardare il microcosmo e il macrocosmo poiché la scintilla della vita può avere un’origine extraterrestre, ma è anche vero che è approdata da noi e ci permettiamo ora di manipolarla a nostro piacimento. Se poi consideriamo il fatto, che sono stati trovati dei geni che hanno perso gran parte della loro struttura, ciò non impedisce loro di fabbricare proteine perfettamente normali e funzionali, significa che ci permette d’aprire un capitolo nuovo nella storia dell’umanità. Le loro implicazioni potrebbero persino avvalorare quanto di fantastico e di straordinario è esistito nella storia degli essi viventi e dei poteri che possono aver perso in questa caduta “qualitativa”, che pur non accertato scientificamente, potrebbero essersi sfibrati nelle più intime strutture cellulari. Un processo che potrebbe avere la sua importanza durante lo sviluppo. Il suo citoplasma potrebbe influire sugli acidi nucleici, limitandone le capacità totali di produrre tutte le proteine dell’individuo, onde permettere il necessario differenziamento cellulare e di agire nel citoplasma di tali protozoi e nel generare un processo di alterazione del Dna che lo renda incapace di curarne l’esatta riproduzione. Usando una parafrasi si potrebbe immaginare di essere presenti a un concerto (fabbrica di proteine) nel momento in cui il direttore dell’orchestra (Dna del nucleo) perda la sua capacità di far tradurre in suoni armonici quanto è stabilito nel pentagramma. Sarà l’intera orchestra (citoplasma) che farà fronte alla situazione avocando a sé la realizzazione della “struttura” armonica indicata nella partitura. In questo senso sono andate le ricerche fatte da Landstainer, Pauling e altri che aprirono orizzonti nuovi sulle influenze che si verificano da parte delle molecole di un antigene artificialmente modificate, sulla formazione dei relativi anticorpi per determinarne direttamente la necessaria struttura atta a farli funzionare su di esse. Sta di fatto che la prestigiosa rivista scientifica americana “Nature” conferisce a quest’ipotesi un notevole risalto e l’astronomo Frank Drake ha inaugurato la prima effettiva ricerca, in proposito, utilizzando il radiotelescopio di Green Bank in West Virginia, verso Tau Ceti e Epsilon Eridani, due stelle vicine, e di tipo solare. Altri hanno seguito l’ipotesi fantascientifica di Crick puntando la ricerca sull’infinitamente piccolo. Per costoro tutto finisce con l’apparire come un fantastico ed un po’ alienante gioco di scatole cinesi: Il DNA, di cui disponiamo, è costituito da milioni di basi in grado di sintetizzare milioni di proteine. A questo punto più si va a ritroso con le tecniche d’ingegneria genetica e maggiormente crescono le difficoltà e s’ingarbugliano i segnali. Dobbiamo forse convenire che è proprio questa la storia della nostra vita e della nostra morte? (Riccardo Alfonso)

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Where are you going to live?

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 novembre 2019

Dove andrai a vivere? Ho l’impressione che non sono pochi coloro che stanno ponendosi, o lo hanno già fatto o suppongo lo faranno, la domanda sul proprio futuro e quello che è sintomatico incominciano a configurarla da giovanissimi ma non ne sono immuni, al tempo stesso, i più anziani. Inizialmente ho pensato che si trattasse solo di una moda e come tale destinata a durare una stagione per poi rientrare nei ranghi della normalità. Ora non lo penso più e ritengo che si tratti di un problema più serio e duraturo nel tempo. Ne consegue l’interrogativo: perché? E sia chiaro non mi riferisco allo stimolo migratorio legato all’indigenza ma a quanti si sentono indotti ad evadere perché non riescono più a riconoscersi nell’ambiente in cui sono nati. Sono a volte le piccole cose che vanno in uggia e fanno montare sempre più il senso del diverso che non riesce a maturare dove predomina il conservatorismo mentre intorno si annuncia il risveglio di nuove sfide culturali e pratiche di vita e che i residenti non riescono a cogliere nella loro interezza. E non è solo, ovviamente, una questione anagrafica. La differenza e il conformismo sono trasversali. E non è nemmeno una mera diversità di opinioni. E’ qualcosa di più. E’ questa la spinta che porta ad evadere, ad esplorare mondi nuovi, a fare nuove conoscenze a saggiare un rapporto diverso tra coetanei e non solo. Forse il nomadismo è nato proprio da questa spinta ideale, da questa voglia di confrontarsi, di misurarsi, d’esplorare, di conoscere. E’ una sfida contro il tempo, le avversità della natura, le diffidenze degli autoctoni, le difficoltà di adattamento ma anche la consapevolezza di saper accettare la provocazione e di saperla gestire al meglio. A ben riflettere penso che sia l’unico modo per sentirsi realizzato e ad avere una visione della vita più appagante e motivata. (Riccardo Alfonso)

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Vivere in salute con l’avanzare dell’età

Posted by fidest press agency su martedì, 22 ottobre 2019

Roma 23 ottobre 2019, ore 11.00 Ministero della Salute, Auditorium Cosimo Piccinno, Lungotevere Ripa 1. La popolazione europea sta invecchiando: secondo proiezioni Eurostat nei prossimi 20 anni la percentuale di ultrasessantacinquenni aumenterà del 9% e con essi anche la prevalenza delle malattie associate alla terza età, quali le malattie delle valvole cardiache, con conseguenze gravose sulla società in termini di costi sociali e sanitari.L’Italia è il Paese europeo che invecchia più velocemente: grazie all’accresciuta aspettativa di vita, nel 2040 ci saranno più di 20 milioni di ultrasessantacinquenni, e di questi 2,5 milioni saranno affetti da malattie cardiache strutturali.In questo scenario, la cura delle malattie delle valvole cardiache, che già oggi colpiscono più di 10 milioni di europei, può aiutare le persone over 65 ad essere non solo in salute ma anche attive con conseguenti benefici sul sistema di assistenza sociale.Il Manifesto Europeo ‘Living longer, living better’ lanciato lo scorso novembre a Bruxelles prende spunto da questi elementi per sensibilizzare gli Stati Membri sulla necessità di politiche condivise mirate a garantire agli anziani una vita il più possibile sana e attiva.La presentazione del Manifesto costituirà un importante momento di confronto tra Istituzioni e mondo scientifico sulle possibili azioni da porre in essere per far fronte alla sempre maggiore diffusione di queste malattie e proteggere la sostenibilità del nostro sistema sanitario.Intervengono:
Pierpaolo Sileri, Viceministro della Salute
Stefano Collina, Vice Presidente Commissione Igiene e Sanità del Senato della Repubblica
Raffaele Antonelli Incalzi, Presidente SIGG – Società di Italiana di Gerontologia e Geriatria
Andrea Ungar, Membro Consiglio Direttivo SICGe – Società Italiana di Cardiologia Geriatrica
Raffaele Migliorini, Responsabile Coordinamento Medico Legale INPS
Eleonora Selvi, Portavoce Senior Italia FederAnziani
Brando Benifei, Membro del Parlamento Europeo
Giovanni Esposito, Membro del Consiglio Direttivo GISE – Società Italiana di Cardiologia Interventistica
Francesco Musumeci, Vice Presidente Fondazione Cuore Domani SICCH-Research ONLUS
Modera: Giancarlo Loquenzi, Giornalista, Rai Radio 1

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“Vivere in verticale”

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 settembre 2019

I nuovi skyline stanno cambiando il volto delle città più importanti. In tutto il mondo, dal 2010 al 2018, sono aumentati del +141% gli edifici oltre i 200 mt. Secondo l’analisi di Abitare Co., società attiva nell’ambito dell’intermediazione immobiliare, in Italia, considerando le 20 torri più alte esclusivamente residenziali (13 sono a Milano), l’altezza media è salita a 90 mt, mentre i piani a 24. Numeri importanti ma ben lontani dai 209 mt di altezza media (54 piani) registrati dai primi 20 grattacieli in Europa e dai 332 mt (81 piani) nel resto del mondo. In Italia Le Torri del Bosco Verticale a Milano sono in assoluto le più costose (da €12.300 a €16.500 a mq.), ma c’è chi ha speso ben €86 milioni (€112 mila a mq.) per diventare proprietario di un attico di 767 mq all’interno del 432 Park Avenue a New York.
La Torre Solaria a Milano, terminata nel 2013 nell’ambito del progetto Porta Nuova, con i suoi 143 mt e 37 piani è la più alta nel Bel Paese. Seguono la Torre EuroSky a Roma, che si “ferma” a 120 mt (31 piani), il Grattacielo di Cesenatico a 188 mt (35 piani), e la Torre 1 del Bosco Verticale a 116 mt (27 piani).Le altezze salgono decisamente se ci si sposta fuori Europa, e in particolare a New York e a Dubai. Tra i grattacieli residenziali al primo posto in assoluto troviamo il 432 Park Avenue, nel cuore di Manhattan (426 mt e 85 piani), seguito da Princess Tower (414 mt e 101 piani) e 23 Marina (392 mt e 88 piani), entrambe a Dubai. Nella classifica dei primi 20 grattacieli non rientrano quelli europei.Ma quanto costa vivere in Italia in uno dei 20 grattacieli più alti? I prezzi variano sensibilmente in base al numero del piano: tra il 1° e il 20°, ad esempio, bisogna prevedere in media circa il 25% in più. Le Torri del Bosco Verticale a Milano sono in assoluto le più costose (da €12.300 a €16.500 a mq.), ma i prezzi restano alti anche in altri grattacieli milanesi, come Torre Solaria (da €9.200 a €16.200 a mq.) e Torre Monforte (da €9.500 a €11.500 a mq.). Per chi non vuole rinunciare ai “piani alti” esistono comunque delle alternative, come la più economica Torre Cantore di Genova (da €1.100 a €1.900 a mq.) o una delle quattro Torri Baggio a Milano (da €2.200 a €2.800 a mq.).
In Europa, la torre residenziale più alta è la Skyland Residential Tower ad Istanbul (284 mt), dove tuttavia i prezzi di vendita sono fra i più bassi di tutto il continente: oggi si vendono gli appartamenti a partire da €2.200 al mq. sino ad un massimo di €3.400 euro. A Mosca il grattacielo più alto della capitale, il Capital City Moscow Tower, (274 metri), ha prezzi che variano fra €8.000 e €10.000 al mq.Fra i primi 20 grattacieli europei, uno solo si trova a Londra ed è il St. George Wharf Tower, conosciuta anche come la Torre di Vauxhall o semplicemente The Tower. Alto 180 metri, con i suoi 50 piani è il più alto edificio residenziale nel Regno Unito. Acquistare un appartamento al 40° piano costa oltre €23.000 al mq.

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Pianeta Terra: vivere oltre le nostre possibilità

Posted by fidest press agency su sabato, 10 agosto 2019

A cura del team di gestione del fondo Pictet-Global Environmental Opportunities (GEO) di Pictet Asset Management. In meno di sette mesi, gli esseri umani hanno consumato tutte le risorse del Pianeta Terra per il 2019. Il nostro modello quantifica l’impatto ambientale delle attività umane e delle principali aziende mondiali.Il 29 luglio è una data che tutti dovremmo segnare nel diario del 2019. Perché è il Giorno del sovrasfruttamento delle risorse della Terra, il giorno in cui gli esseri umani hanno consumato le risorse naturali del pianeta disponibili per un anno, come legname, pesce, acqua e minerali. Per il resto dell’anno, attingeremo alle risorse delle future generazioni e nel far questo produrremo rifiuti come emissioni di biossido di carbonio.
Il dato preoccupante è che il Giorno di sovrasfruttamento, calcolato dalla società non-profit Global Footprint Network (GFN), cade sempre con maggior anticipo a partire dagli anni ’70 quando, per la prima volta nella storia, la domanda di risorse da parte dell’umanità è aumentata oltre quanto la natura è in grado di sopportare. La ricerca di Pictet Asset Management dipinge un quadro analogamente preoccupante. Mostra che l’attività umana e i rifiuti che produce stanno generando cambiamenti potenzialmente irreversibili per l’ecosistema del pianeta. La nostra analisi, basata su di uno strumento di misurazione della bio-capacità chiamato Quadro dei Confini Planetari (PB), quantifica il consumo di risorse e le emissioni di scarico di oltre 100 settori che compongono l’economia globale. Sviluppato dallo Stockholm Resilience Centre, il modello valuta lo stato dell’ecosistema rispetto a nove parametri ambientali – che comprendono l’utilizzo idrico, del suolo e la riduzione dello strato di ozono, tra gli altri – per definire lo “spazio operativo sicuro” all’interno del quale dovrebbero svolgersi le attività umane.Attualmente, già cinque di questi confini sono stati superati. Consideriamo ad esempio il flusso biochimico di azoto e fosforo, ad esempio. L’azoto e il fosforo sono macronutrienti utilizzati in modo estensivo come fertilizzanti. Gli allevamenti intensivi, l’attività industriale e la crescita della popolazione hanno aumentato il quantitativo dei macronutrienti nei fiumi e negli oceani a livelli pericolosi, scatenando lo sviluppo eccessivo delle alghe. Questo è un problema, in quanto le alghe riducono l’ossigeno presente nell’acqua, causando la morte delle piante acquatiche e dei pesci secondo un processo noto come eutrofizzazione. Gli scienziati ritengono che le aree marine rimaste senza ossigeno, o “zone morte”, siano quadruplicate dagli anni ’50, minacciando gli ecosistemi marini in tutto il mondo.La nostra analisi a livello settoriale indica che i rifiuti biochimici vengono rilasciati ad un ritmo superiore del 40% a quanto l’ambiente può gestire. Tuttavia, la situazione non è poi così drammatica. Ci sono segnali che indicano che gli sforzi per arrestare i danni ambientali – che siano provvedimenti politici o nuove tecnologie innovative per affrontare il degrado ecologico – stanno iniziando a dare i loro frutti.
Secondo GFN, dagli anni ’70 al 2014, il Giorno del sovrasfruttamento delle risorse è caduto con anticipo di tre giorni in media. Da allora, tuttavia, il ritmo è rallentato a meno di un giorno l’anno. Il nostro modello offre anche motivi per essere ottimisti. Mostra che alcuni dei settori legati alle attività forestali e altri settori ambientali stanno riuscendo a ridurre il quantitativo dei rifiuti biochimici che producono, aiutati da tecnologie innovative in ambiti quali il controllo dell’inquinamento.Queste società svolgono un ruolo importante nel contribuire a ripagare il nostro “debito” ambientale e vivere entro le nostre possibilità.

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Vivere l’infanzia: un diritto negato

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 giugno 2019

Vivere l’infanzia che meritano oggi è un diritto negato per 690 milioni di minori, quasi 1 su 3 al mondo. Bambine e bambini che muoiono troppo presto a causa di malattie facilmente curabili e prevenibili, che non hanno cibo adeguato per vincere la malnutrizione, che non possono studiare e andare a scuola, che sono costretti a lavorare o a sposarsi precocemente. Un quadro che si fa ancor più cupo nei paesi sferzati dai conflitti, dove in un solo anno 53.000 bambini hanno perso la vita in seguito alle violenze.
La Repubblica Centrafricana è il Paese al mondo dove le condizioni di vita per i bambini sono le peggiori; a seguire Niger e Ciad, con 10 Stati africani, di cui 6 colpiti da conflitti, ad occupare gli ultimi dieci posti della classifica dei Paesi dove l’infanzia incontra le condizioni migliori (1), stilata per il terzo anno consecutivo da Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro. Sul versante opposto, il primato dei Paesi più a misura di bambino spetta a Singapore, seguito da Svezia e Finlandia, con l’Italia all’ottavo posto in graduatoria, in linea con lo scorso anno, peggio solo di Irlanda, Germania, Slovenia e Norvegia, oltre che dei tre sul podio, sebbene nel nostro Paese oggi si contino 1,2 milioni di minori in povertà assoluta. “Rispetto al passato, le condizioni di vita dei bambini, in tutto il pianeta, stanno facendo registrare miglioramenti enormi: si tratta di una notizia importantissima, che dimostra chiaramente che quando si intraprendono i passi giusti e si mettono in campo le azioni necessarie si possono ottenere risultati straordinari per assicurare un futuro a milioni di minori, anche nei Paesi più poveri e nei contesti più complicati. Tuttavia, il lavoro è tutt’altro che compiuto perché sono ancora troppi i bambini che continuano a essere privati dell’infanzia che meritano e che soffrono terribilmente a causa di guerre, povertà, cambiamenti climatici. Per questo è fondamentale che i leader mondiali, che nel 2015 si sono impegnati a raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile entro il 2030, facciano ancora di più e mettano in campo ogni sforzo possibile perché nessun bambino al mondo venga più lasciato indietro”, ha affermato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children.
Rispetto a 20 anni fa, emerge dal nuovo rapporto di Save the Children, si registrano 4,4 milioni di morti infantili all’anno in meno; il numero di bambini colpiti dalla malnutrizione è sceso di 49 milioni; si contano 115 milioni di bambini in meno tagliati fuori dall’educazione e 94 milioni in meno coinvolti in varie forme di lavoro minorile.
La cattiva notizia: sempre più bambini soffrono a causa dei conflitti.

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Smart Working, una rivoluzione. Lavorare fuori dall’ufficio aiuta a vivere meglio

Posted by fidest press agency su martedì, 28 maggio 2019

Il modo migliore per conoscere più da vicino lo smart working è imparare dagli altri, osservare chi ha già adottato con successo questa filosofia e ne ha implementato i vantaggi ed i benefici. Se n’è parlato ieri al settimo appuntamento di “Conosciamoci Meglio”, dal titolo “Smart Working, una rivoluzione. Lavorare fuori dall’ufficio aiuta a vivere meglio”, insieme a numerosi ospiti ed esperti del settore: Giuseppina Corvino, Responsabile Unità Mercato del Lavoro del Comune di Milano, Alessandra Mazzei, Director at Centre for Employee Relations & Communication dell’Università IULM, Katia Foglia, Head of HR Operations – Bayer Italia e Giuseppe Sabella, Direttore Think Industry 4.0.
“La Settimana del Lavoro Agile è l’occasione, per il comune di Milano di promuovere la cultura che sottende questa nuova ed innovativa forma di lavoro che conquista sempre più spazi ed è una formula win – win-win, per le persone per il aziende e per l’ambiente. – esordisce Giuseppina Corvino, Responsabile Unità Mercato del Lavoro del Comune di Milano. Lo smart working consente alle persone di equilibrare i tempi di vita e di lavoro individuali, agisce nella direzione di una più equa divisione dei compiti genitoriali, aumenta la produttività nelle aziende e salvaguarda l’ambiente. I risultati ottenuti in questi anni confermano che la strada intrapresa è quella giusta e ci auguriamo di poter incrementare e perfezionare ulteriormente quanto finora fatto.”
L’appuntamento di ieri è stato l’occasione per offrire un quadro aggiornato di come cambia il lavoro in una società in continua evoluzione e di come lo smart working rappresenta un’incredibile opportunità anche per i lavoratori o per chi vuole approcciarsi a questo mondo in modo smart e attuale. Ad oggi sono sempre più numerose le aziende e le istituzioni che adottano il Lavoro Agile e, più in generale, politiche di flessibilità oraria e di welfare, favorendo sempre di più la conciliazione vita lavoro per donne e uomini che lavorano in realtà professionali sempre più articolate e in contesti urbani ad alta complessità. Come dimostra l’esperienza di Bayer:
“Oggi lo smart working è utilizzato da oltre 620 dipendenti con una media di 3 gg al mese – dichiara Katia Foglia, Head of HR Operations – Bayer Italia. Da una Survey interna risulta che per la quasi totalità aumenta l’engagement (99%), oltre il 70% dichiara che l’organizzazione e la pianificazione del lavoro sono migliorate e che c’è un notevole beneficio nell’equilibrio tra vita personale e lavorativa. Significativi anche i risultati relativi al risparmio di tempo e ai kpi in termini di impatto ambientale”
L’introduzione dello smart working è stata frutto di un percorso costruito lentamente affinché l’impatto per l’organizzazione fosse positivo. A questo proposito è intervenuta Alessandra Mazzei, Director at Centre for Employee Relations & Communication dell’Università IULM:
Ma lo smart working è davvero una rivoluzione? Lo spiega, per concludere, Giuseppe Sabella, Direttore Think Industry 4.0: “Lo smart working può davvero esserlo perché – come ci dice l’esperienza di Bayer Italia – lavorare fuori dall’ufficio aiuta a vivere meglio. E una delle grandi sfide del nostro tempo è il welfare inteso soprattutto come work-life balance. È vero che registriamo anche casi di applicazione non felice dello smart working; del resto, ciò richiede un nuovo modo di concepire il rapporto con il lavoro e con l’impresa e un nuovo modello di governance i cui assi fondamentali sono fiducia, responsabilità e autonomia. È tutto ciò che chiamiamo “centralità della persona” ma rendere centrale la persona nel lavoro è, appunto, un grande lavoro. Ad ogni modo, questo è il futuro. E indietro non si torna”. Il ciclo di incontri “Conosciamoci meglio” sono realizzati da Bayer, con il patrocinio del Comune di Milano e in collaborazione con UNAMSI (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione).

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Un Robot come amico. Come la tecnologia ci aiuta a vivere meglio

Posted by fidest press agency su martedì, 22 gennaio 2019

Milano 24 gennaio 2019 ore 18:00 presso Bayer Centro Comunicazione – Viale Certosa, 130. “Conosciamoci Meglio”, il ciclo d’incontri pubblici che si svolgono presso il Centro Comunicazione Bayer di Viale Certosa 130, annuncia il terzo appuntamento che vede ospite il Professor Roberto Cingolani, Direttore Scientifico dell’IIT ISTITUTO ITALIANO di TECNOLOGIA di Genova. L’incontro, moderato dalla giornalista UNAMSI Francesca Cerati, offrirà l’eccezionale opportunità di scoprire quanto la robotica umanoide sia già una realtà consolidata e come innovazione nel campo abbia evidenti risvolti positivi nella vita di ciascuno di noi offrendo soluzioni concrete a problemi legati alle attività quotidiane come il lavoro, la vita domestica, il supporto alla terza età e, infine, le applicazioni di robotica chirurgica e riabilitativa. L’appuntamento è fissato per giovedì 24 gennaio ore 18:00 presso il Centro Comunicazione Bayer di Viale Certosa 130. Ingresso gratuito previo registrazione su Eventbrite – Un robot come amico. Come la tecnologia ci aiuta a vivere meglio.

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Si vive sempre più come nomadi

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 gennaio 2019

Una proiezione di SpeedDate.it prevede che, nel momento in cui i giovani di oggi raggiungeranno l’età di 48 anni, uno su 4 sarà stato single per tutta la vita.La stessa tendenza si ha ormai a livello globale e rispecchia la situazione di una società in radicale e profonda trasformazione, una società dove le persone che si sposano per farlo impiegano più tempo che mai e dove il numero dei nuclei monopersonali sta superando quello delle famiglie in quasi tutti i Paesi del mondo. A fotografare questa situazione è SpeedDate.it, il portale che offre ai single il modo più veloce e divertente per incontrare gente nuova e molti nuovi potenziali partner.«Un record che presto sarà raggiunto anche negli Stati Uniti, dove il numero di persone che vivono senza coniuge o partner è salito al 42% lo scorso anno, rispetto al 39% di un decennio fa» commenta Giuseppe Gambardella, ideatore di SpeedDate.it e di SpeedVacanze.it, il tour operator che ha inventato l’esclusiva formula dei viaggi e delle crociere per single e di gruppo.La tendenza -secondo quanto osserva SpeedDate.it- è fortissima anche in Italia, dove a vivere da soli sono oltre 7 milioni di persone, 2 milioni dei quali hanno tra i 15 ed i 45 anni, 1,7 milioni tra i 45 ed i 64 anni e 3,3 milioni sono di età pari o superiore ai 65 anni.Ma, diversamente agli altri Paesi del mondo, in Italia a vivere sempre più come una sorta di monadi sono soprattutto le donne: il dato complessivo è del 15,5% a fronte dell’11,6% degli uomini. E solo nella fascia di età compresa tra i 15 ed i 45 anni a vivere da soli sono più gli uomini rispetto alle donne.Negli ultimi 10 anni, osserva inoltre SpeedDate.it, la fascia di età di chi va a vivere da solo con il maggiore incremento (+66%) è quella più giovane. Una percentuale di crescita importante, soprattutto se si considera che il dato è mitigato dal fatto che nel nostro Paese, a causa della crisi economica, un numero crescente di single opta per condividere l’appartamento con altri.«Quindi, alla fine, gli italiani non sono affatto bamboccioni come sostengono alcuni amanti degli stereotipi e delle generalizzazioni» puntualizza Roberto Sberna, direttore generale di SpeedDate.it.Il dato forse più allarmante del bilancio 2019 sul mondo dei single tracciato da SpeedDate.it è però la tendenza a rimanere soli. Gli ultimi dati Istat fotografano la situazione di un Paese in cui negli ultimi 20 anni le unioni di lunga durata sono diminuite quasi di un quarto ed in cui perfino la quota di divorzi nei matrimoni di “lunga durata” è cresciuta, passando dall’11,3% del 1998 al 23,5% registrata a fine del 2017.E una proiezione di SpeedDate.it su dati Istat prevede addirittura che, nel momento in cui i giovani di oggi raggiungeranno l’età di 48 anni, uno su 4 di essi sarà stato single per tutta la vita.Più specificamente per i matrimoni, nella fascia di età compresa tra i 45 ed i 54 anni già oggi un uomo su 4 non si è mai sposato ed una donna su 5 è nubile. «Per quanto riguarda i divorzi, poi, il nostro Paese si colloca agli ultimi posti nel ranking mondiale delle unioni matrimoniali» osservano gli analisti di SpeedDate.it. In sintesi, in Italia ci si sposa di meno e i matrimoni durano meno rispetto agli altri Paesi del mondo.

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Convegno “Una casa da vivere”

Posted by fidest press agency su domenica, 14 ottobre 2018

Roma 18 ottobre presso il Centro Carlo Azeglio Ciampi per l’educazione monetaria e finanziaria (via Nazionale, 190), dalle 9.00 alle 13.30 si terrà il convegno “Una casa da vivere – Offerte innovative per nuovi modi di abitare” organizzato da Sidief e Banca d’Italia.

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I due diritti irrinunciabili: quello della vita e quello del vivere

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Vi è un tema di cui sono stato, in concreto da sempre, molto sensibile e che per ovvie ragioni ha toccato più campi della conoscenza. Ha ruotato intorno a due diritti irrinunciabili: quello della vita e quello del vivere.
Non ho accettato, in altri termini, che si potesse esaltare il diritto alla vita e una volta acquisito l’essere umano fosse stato abbandonato a se stesso. E’ rimasto povero e condizionato dalla povertà della sua famiglia, dall’ambiente in cui vive, da una cultura tutta improntata sull’idea che occorre accettare la propria condizione sociale e rassegnarsi a subirla, nell’arco di tutta la propria esistenza, lunga o breve che fosse.
Abbiamo imparato a fare della carità ma non a essere solidali con chi vive in ristrettezze.
Abbiamo imparato a essere sprezzanti e a sentirci superiori anche se chi è solo un tantino socialmente a noi inferiore.
Abbiamo imparato a osteggiare chi ha una professione di fede dissimile dalla propria, ha il colore della pelle diversa e provengono da luoghi, dove la povertà è estrema. Così facendo abbiamo tramandato ai nostri figli e nipoti dei messaggi sbagliati e inculcati in essi il privilegio di casta.
Pensavo che con l’avanzamento della conoscenza, con la mobilità delle persone e la possibilità di conoscerle e poterle apprezzare per quelle che sono, si potesse ottenere un cambiamento radicale nei nostri atteggiamenti. Mi sbaglio. Il razzismo, l’antisemitismo, l’odio di casta se una società, cosiddetta evoluta, riesce ad ammantarli di venature ipocrite che evitano gesti plateali e persino violenti, vi sono, invece, paesi, dove si manifestano senza pudori e le stesse autorità fanno ben poco per spegnere quest’incendio. Ho provato personalmente cosa ha significato tutto ciò. Mi è accaduto da emigrante, in Australia, dove spesso fui esposto a giudizi sommari per il solo fatto che ero un italiano. Lo stesso accadde anche nel mio paese quando, per ragioni di lavoro, mi trovai in una cittadina del nord. Io sono d’origine molisana. Mi fu difficile trovare una camera in affitto. Non riuscii a condurre una vita normale appena la mia parlata segnava, come per un marchio indelebile, la mia origine. Oggi mi sento ancor più solidale con l’immigrato extra-comunitario perché ho provato sulla mia pelle cosa significa vivere in casa propria da apartheid. So bene che è un fatto culturale. E’ un condizionamento che risale a un’educazione sbagliata e si avvalgono di stantii luoghi comuni: il rumeno violento, l’africano pericoloso e via di questo passo. Pochi, però, ci spiegano che questa violenza è fisiologica come lo è per l’autoctono. Come dire? Chi non ha peccato lanci per primo la pietra. (Riccardo Alfonso)

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Storie ferragostane: La droga ci aiuta a vivere?

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 agosto 2018

Ci riferiamo non solo a tutte le famiglie dei psicofarmaci ma anche alle droghe pesanti dalla morfina all’eroina. Essi, per giunta, a differenza della produzione “naturale”, hanno una ricaduta sull’organismo umano molto distruttiva e procurano, altresì, dipendenza.
E’, se vogliamo vederla in questo modo, il classico esempio del come l’organismo, da una parte, tende a difendersi con le proprie armi e, dall’altra, poco gradisce le interferenze esterne, anche se apparentemente appaiano più efficaci e tempestive come è avvenuto nel caso del cortisone, usato come antidolorifico ed antiallergico.
Da qui partono i grandi entusiasmi e le tragiche depressioni a loro volta obliate dal potere delle droghe. La sofferenza umana non è solo il frutto dell’inclemenza del tempo, dalla violenza degli elementi che esso scatena, dai cataclismi naturali, dall’insidia degli altri esseri viventi non umani, ma è prodotta pure dai propri simili.
Così è sgranata, pallina dopo pallina, la collana del rosario con qualche opportuno interludio tra il momento del pater noster e quello del De profundis.
Dentro e intorno a questo rosario i giorni si susseguono inesorabili, lo sguardo diventa stanco e i capelli s’incanutiscono. La pelle raggrinzisce e noi ci guardiamo sorpresi, davanti allo specchio della vita, mentre essa, inesorabile, si dissolve sotto i nostri sguardi stupiti e impauriti. Perché, mi chiedo a questo punto, è stato imposto a me e ai miei simili il ruolo della nullità? Ho vissuto nel più oscuro anonimato se faccio eccezione dell’agente delle tasse, l’unico che ti riconosce e perseguita dalla nascita a oltre la morte, poiché se la prende persino con gli eredi. Ho sempre fatto a pugni con i soldi: più ne avevo bisogno e più mi mancavano. (Riccardo Alfonso) (I precedenti sono reperibili sulla pagina “confronti” terza parte)

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Si può vivere senza interessi?

Posted by fidest press agency su sabato, 4 agosto 2018

Il vecchio non ha più interessi come quello di far carriera, di mettere a frutto talune conoscenze, di sfruttare l’ingenuità degli altri per trarne vantaggi, di prostituirsi per una nota di lode. Il vecchio può solo ricordare e capire e amare ciò che ha già amato distrattamente o ha disprezzato ingiustamente.
Egli, in questo modo, esce dal calcolo di chi si cimenta nella vita e la vive minuto per minuto, per sublimarla, per ispessirla di valori, per esaltarla, per arricchirla di cose che ha tralasciato ora per distrazione e ora per calcolo e ora, ancora, per ignoranza e per stupidità.
Ogni età ha il suo prezzo e va speso per la moneta che si dispone. Può suonare falsa ma è difficile che il giovane la riconosca per tale, al vecchio non sfugge il suo tintinnio stonato.
Se il giovane avesse coscienza di quanta fragilità e delicatezza si nutrono le povere ossa dell’anziano raccolte in un gesto estremo per tenerle unite sottraendole alla sofferenza o almeno attenuandone gli effetti con qualche piccolo accorgimento, presterebbe, di certo, un’attenzione maggiore a quel vetusto uomo che gli siede accanto o che ha lasciato distrattamente in una casa di riposo o a svernare solitario ed errante tra le quattro mura di una casa vuota e silenziosa.
Sovente non vi è dialogo tra chi si muove leggero, affrancato dal peso degli anni, e chi li avverte, nella loro interezza o più greve, di quanto è in realtà. Ciò accade poiché negli uni vi è un futuro, negli altri il futuro non ha più senso.
Cambiano i valori. Negli uni il tempo diventa relativo; negli altri l’assoluto predomina. Negli uni è tempo per affrontare nuovi cimenti, per gli altri è quello di meditare su di essi e su quelli della loro giovinezza.
E’ un discorso che potrebbe essere colto in tutta la sua bellezza e validità se solo le generazioni che s’incontrano, e spesso si scontrano o non si comprendono o diffidano o sono insofferenti, sapessero trovare il loro punto d’incontro che è anche fatto di sottigliezze come quella tra la me-moria e il ricordo, tra l’esuberanza e la pacatezza, tra la saggezza e l’ignoranza. Sono considerazioni di profonda verità che mai come oggi dovrebbero essere ripetute, oggi che non il selvaggio cantore agita le anime nostre verso le terre dell’ignoto splendore, verso i confini del Divino e dell’infinito.
Oggi l’essere umano è visto come chi è stretto dalla mediocrità dell’esistenza quotidiana. Non sa staccarsi dall’ambiente in cui si è plasmato, in cui vive. Non sa imporre una concezione propria del valore della vita, ma vi ambisce al talento immiserito e puramente meccanico che si rispecchia negli altri. Non sa scrutare con occhi antiveggenti, ma vede attraverso le ombre subdole della comunità.
Non dice il verbo della profezia, virtù delle anime sensibili, ma ripete le parole volgari e le trasciniamo miserevolmente dalla piazza, al caffè, al teatro, sugli spalti degli stadi, nelle discoteche.
Tito Livio ci ricorda che “questa è l’indole della moltitudine.” “O servilmente si sottomette o ferocemente signoreggia.” “Essa non sa né misuratamente spregiare, né possedere la libertà che è nel mezzo.” (Riccardo Alfonso)

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I due diritti irrinunciabili: quello della vita e quello del vivere

Posted by fidest press agency su martedì, 27 febbraio 2018

Vi è un tema di cui sono stato, in concreto da sempre, molto sensibile e che per ovvie ragioni ha toccato più campi della conoscenza. Ha ruotato intorno a due diritti irrinunciabili: quello della vita e quello del vivere.
Non ho accettato, in altri termini, che si potesse esaltare il diritto alla vita e una volta acquisito abbandonare a se stesso l’essere umano. Mi riferisco a chi è rimasto povero e condizionato dalla povertà della sua famiglia, dall’ambiente in cui vive, da una cultura tutta improntata sull’idea che occorre accettare la propria condizione sociale e rassegnarsi a subirla, nell’arco di tutta la propria esistenza, lunga o breve che fosse.
Abbiamo imparato a fare della carità ma non a essere solidali con chi vive in ristrettezze.
Abbiamo imparato a essere sprezzanti e a sentirci superiori anche se chi è solo un tantino socialmente a noi inferiore.
Abbiamo imparato a osteggiare chi ha una professione di fede dissimile dalla propria, ha il colore della pelle diversa e provengono da luoghi, dove la povertà è estrema. Così facendo abbiamo tramandato ai nostri figli e nipoti dei messaggi sbagliati e inculcati in essi il privilegio di casta.
Pensavo che con l’avanzamento della conoscenza, con la mobilità delle persone e la possibilità di conoscerle e poterle apprezzare per quelle che sono, si potesse ottenere un cambiamento radicale nei nostri atteggiamenti. Mi sbaglio. Il razzismo, l’antisemitismo, l’odio di casta se una società, cosiddetta evoluta, riesce ad ammantarli di venature ipocrite che evitano gesti plateali e persino violenti, vi sono, invece, paesi, dove si manifestano senza pudori e le stesse autorità fanno ben poco per spegnere quest’incendio. Ho provato personalmente cosa ha significato tutto ciò. Mi è accaduto da emigrante, in Australia, dove spesso fui esposto a giudizi sommari per il solo fatto che ero un italiano. Lo stesso accadde anche nel mio paese quando, per ragioni di lavoro, mi trovai in una cittadina del nord. Io sono d’origine molisana. Mi fu difficile trovare una camera in affitto. Non riuscii a condurre una vita normale appena la mia parlata segnava, come per un marchio indelebile, la mia origine. Oggi mi sento ancor più solidale con l’immigrato extra-comunitario perché ho provato sulla mia pelle cosa significa vivere in casa propria da apartheid. So bene che è un fatto culturale. E’ un condizionamento che risale a un’educazione sbagliata e si avvalgono di stantii luoghi comuni: il rumeno violento, l’africano pericoloso e via di questo passo. Pochi, però, ci spiegano che questa violenza è fisiologica come lo è per l’autoctono. Come dire? Chi non ha peccato lanci per primo la pietra. (Riccardo Alfonso)

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I due diritti irrinunciabili: quello della vita e quello del vivere

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

povertàNon ho accettato, in altri termini, che si potesse esaltare il diritto alla vita e una volta acquisito l’essere umano fosse stato abbandonato a se stesso. E’ rimasto povero e condizionato dalla povertà della sua famiglia, dall’ambiente in cui vive, da una cultura tutta improntata sull’idea che occorre accettare la propria condizione sociale e rassegnarsi a subirla, nell’arco di tutta la propria esistenza, lunga o breve che fosse.
Abbiamo imparato a fare della carità ma non a essere solidali con chi vive in ristrettezze.
Abbiamo imparato a essere sprezzanti e a sentirci superiori anche se chi è solo un tantino socialmente a noi inferiore.
Abbiamo imparato a osteggiare chi ha una professione di fede dissimile dalla propria, ha il colore della pelle diversa e provengono da luoghi, dove la povertà è estrema. Così facendo abbiamo tramandato ai nostri figli e nipoti dei messaggi sbagliati e inculcati in essi il privilegio di casta.
Pensavo che con l’avanzamento della conoscenza, con la mobilità delle persone e la possibilità di conoscerle e poterle apprezzare per quelle che sono, si potesse ottenere un cambiamento radicale nei nostri atteggiamenti. Mi sbaglio. Il razzismo, l’antisemitismo, l’odio di casta se una società, cosiddetta evoluta, riesce ad ammantarli di venature ipocrite che evitano gesti plateali e persino violenti, vi sono, invece, paesi, dove si manifestano senza pudori e le stesse autorità fanno ben poco per spegnere quest’incendio. Ho provato personalmente cosa ha significato tutto ciò. Mi è accaduto da emigrante, in Australia, dove spesso fui esposto a giudizi sommari per il solo fatto che ero un italiano. Lo stesso accadde anche nel mio paese quando, per ragioni di lavoro, mi trovai in una cittadina del nord. Io sono d’origine molisana. Mi fu difficile trovare una camera in affitto. Non riuscii a condurre una vita normale appena la mia parlata segnava, come per un marchio indelebile, la mia origine. Oggi mi sento ancor più solidale con l’immigrato extra-comunitario perché ho provato sulla mia pelle cosa significa vivere anche in casa propria da apartheid. So bene che è un fatto culturale. E’ un condizionamento che risale a un’educazione sbagliata e si avvalgono di stantii luoghi comuni: il rumeno violento, l’africano pericoloso e via di questo passo. Pochi, però, ci spiegano che questa violenza è fisiologica come lo è per l’autoctono. Come dire? Chi non ha peccato lanci per primo la pietra. (Riccardo Alfonso)

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Convivere con il Parkinson in estate

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 agosto 2017

parkinsonIl caldo estivo rappresenta causa di disagio per la maggior parte delle persone ma, ancora di più, per quelle che devono convivere con una malattia degenerativa del sistema nervoso centrale quale è il Parkinson. “Oggi il Parkinson colpisce circa il 3 per mille della popolazione generale, circa l’1% di quella sopra i 65 anni – dichiara il Prof. Pietro Cortelli, Professore Ordinario di Neurologia presso il Dipartimento di Scienze Biomediche e NeuroMotorie (DIBINEM) Alma Mater Studiorum, Università di Bologna – IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna Ospedale Bellaria. Nel nostro Paese i malati sono circa 300.000, per lo più uomini (1,5 volte in più rispetto alle donne) e con età d’esordio compresa fra i 59 e i 62 anni. Come Società Italiana di Neurologia (SIN) e Accademia LIMPE DisMov riteniamo sia molto importante dare il nostro contributo attraverso una serie di consigli utili per aiutare i pazienti ad affrontare al meglio questi mesi estivi”. Le persone affette da Parkinson hanno difficoltà ad iniziare i movimenti e questi stessi risultano generalmente molto lenti: per accrescere la capacità fisica e il grado di allenamento si consiglia dunque di praticare ogni mattina una serie di esercizi di riscaldamento e allungamento per una ventina di minuti. In questo modo la riattivazione della mattina può avvenire con una maggiore celerità e facilità.
“Mantenere alcune abitudini giornaliere – dichiara il Dottor Nicola Modugno, responsabile del Centro Parkinson dell’Istituto neurologico Mediterraneo Neuromed di Pozzilli (Isernia) – può essere utile per aiutare il cervello a preservare la gestione di alcuni automatismi. Ad esempio, rispettare la cadenza dei pasti giornalieri: non è importante mantenere un orario fisso, ma curare la regolarità. Altrettanto importante è avere uno spazio della giornata dedicato all’attività fisica all’aria aperta: è utile ricordare che la fascia mattutina dalle 7.00 alle 11.00 e quella pomeridiana dalle 18.00 alla sera sono i momenti della giornata in cui è preferibile praticare delle attività fisiche e motorie”.
Attenzione ovviamente alle cadute che sono più frequenti nelle fasi avanzate della malattia; in genere aumentano dopo il decimo anno e nei mesi caldi, a volte a causa della stanchezza e della paura di cadere che spesso genera strategie motorie difensive che aumentano il rischio di caduta. Con l’aumento delle fasi di “off”, che spesso si verifica nei mesi estivi, aumenta il rischio cadute.
Seguire un programma di riabilitazione motoria aiuta non solo a ridurre questo rischio, ma insegna anche come cadere, in modo da farsi meno male.
Se il rischio di caduta è elevato può anche essere consigliato l’utilizzo di un deambulatore, nei momenti della giornata in cui si verificano i blocchi motori. Per i pazienti che utilizzano dei bastoni o mezzi di ausilio, si raccomanda di sostituirli con i bastoncini da trekking o nordic walking. Si ricorda anche che camminare con i bastoncini da nordic walking accresce la capacità fisica ed il grado di allenamento rispetto alla passeggiata senza mezzi di ausilio di circa il 20%.
La stitichezza o stipsi è una conseguenza della lentezza dei movimenti e quindi della malattia in sé, ma anche di alcuni farmaci che possono essere prescritti per la cura del Parkinson. E’ un disagio che aumenta in estate a causa della tendenza alla disidratazione o della scarsa idratazione e per la vita sedentaria. Alcuni semplici consigli: dedicatevi a un’attività fisica regolare, consumate liquidi in maniera adeguata (1,5 litri d’acqua al giorno, 8-10 bicchieri al giorno) e scegliete un’alimentazione ricca di frutta e verdura e di fibre in generale.
Con il caldo aumenta la sensazione di stanchezza per più di un fattore, tra cui i farmaci, la malattia stessa (gli sforzi per gestire i sintomi ma anche le variazioni chimiche nel cervello), il sonno disturbato, la depressione e la ipotensione che di estate si accentua. Si consiglia quindi di dedicare tutto il tempo necessario a svolgere le varie attività, imparando a riconoscere e sfruttare i momenti in cui i farmaci sono più efficaci e ci si sente meno stanchi. E’ importante assicurarsi che la dieta sia bilanciata come apporto energetico, evitare la stitichezza che causa stanchezza ed effettuare un regolare esercizio fisico in modo da mantenere i muscoli tonici.
La dieta non deve essere restrittiva, ma bilanciata e variata nella scelta degli alimenti, e anche nei modi di cottura. La prima, importantissima regola della corretta alimentazione è quella della varietà dei cibi e delle ricette per la preparazione dei pasti. La composizione ideale della dieta bilanciata dovrebbe essere la seguente: la maggior parte dell’energia (55-58%) dovrebbe provenire dai carboidrati (cereali e loro derivati, patate), una quota del 25-30% dai grassi e il 12-15 % dalle proteine.
Nell’arco della giornata si consiglia di bere almeno 2-3 litri d’acqua. Questa quantità va aumentata in caso di sudorazione abbondante; si può bere l’acqua sia a pasto che fuori pasto. Una buona occasione per imparare a bere molto è di assumere un bicchiere d’acqua ogni volta che si assumono i farmaci, oltre che durante i pasti. E’ consentito consumare non più di 1-2 bicchieri al giorno di vino, privilegiando il bianco fresco d’estate, mentre i superalcolici andrebbero ridotti o eliminati. Sì a caffè e thé.
Fortemente raccomandata è una passeggiata serale prima di andare a letto. Diverse esperienze riportate dai pazienti suggeriscono, infatti, che arrivare la sera con un senso di stanchezza fisica dovuto alle diverse attività praticate durante il giorno accresce il senso di benessere riducendo la diversa sensazione di stanchezza dovuta all’astenia e all’ipotensione.
Questi suggerimenti vanno ovviamente ridimensionati per i pazienti con maggiori gradi di disabilità e con una ridotta autonomia motoria. Dove possibile, si consiglia di praticare l’attività fisica con delle passeggiate di lunghezza relativa alle possibilità, con presenza di frequenti pause ristoratrici. Per i pazienti impossibilitati a passeggiare è comunque consigliato portarli sempre all’aria aperta ed in mezzo ad altre persone per diversi tratti della giornata, avendo sempre cura di farli bere spesso.

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Imparare a vivere con il dolore cronico

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 marzo 2017

doloreNel 2003 la Società Internazionale per lo Studio del Dolore (IASP) ha stimato che circa il 20% della popolazione mondiale soffra di qualche forma di dolore cronico, includendo il dolore oncologico, quello post-chirurgico o post-traumatico e quello muscolo-scheletrico. In questo ultimo gruppo, la fibromialgia o sindrome fibromialgica riveste un ruolo importante, rappresentando una delle cause più frequenti di dolore cronico diffuso di tipo muscolo-scheletrico. Oltre al dolore, nella fibromialgia sono spesso presenti altri sintomi sia fisici sia di natura psicologica come astenia, disturbi del sonno, ansia, depressione, difficoltà di concentrazione e attenzione, parestesie, disturbi gastro-intestinali, rigidità soprattutto al risveglio e altri ancora a carico di diversi organi e apparati. Insieme al dolore diffuso, questi sintomi concorrono al peggioramento della qualità di vita dei pazienti.Il Italia è stato stimato che la fibromialgia colpisca circa 1,5 milioni di persone e in modo particolare le donne (rapporto maschi: femmine risulta di 1:9). Non è ancora chiaro il motivo di questa differenza di genere, ma è stato ipotizzato che dipenda da una diversa interazione nei due sessi tra fattori genetici, biologici, psicologici e socio-culturali. La prevalenza della fibromialgia aumenta con l’età, raggiungendo il picco nella fascia d’età tra i 40 e i 70 anni.
La fibromialgia spesso confonde poiché alcuni dei suoi sintomi possono essere riscontrati in altre condizioni cliniche. La diagnosi viene posta dal reumatologo secondo i criteri dell’American College of Rheumatology (ACR); essi includono la presenza di dolore cronico diffuso (che interessa cioè tutto il corpo) e dolorabilità alla pressione di almeno 11 punti specifici del corpo, definiti Tender Points, su 18. Al di là dell’esame obiettivo dei tender points, la diagnosi dipende principalmente dai sintomi che il paziente riferisce, come il dolore, l’astenia, il sonno non ristoratore, deficit cognitivi e così via. L’eziologia della fibromialgia risulta ad oggi sconosciuta, ma ciò che si può affermare con relativa certezza è la sua natura multi-fattoriale, nel senso che diversi fattori di natura biologica, psicologica e sociale interagiscono tra loro influenzandone insorgenza e decorso. Questo inquadramento permette di concettualizzare la fibromialgia come il risultato dell’interazione tra le esperienze di vita avverse, la capacità di gestione dello stress e i meccanismi di processazione e modulazione del dolore a livello del sistema nervoso centrale. In altre parole, la suscettibilità alla FM sembrerebbe dovuta a un’ iperattivazione del sistema dello stress geneticamente determinata, la quale, interagendo con esperienze precoci negative e fattori ambientali causa di distress, esiterebbe in alti livelli di stress fisico e psicosociale e nell’insorgenza della malattia.
La terapia farmacologica può dare risultati soddisfacenti, sebbene solo una percentuale limitata di pazienti risponda in modo efficace al trattamento. Diversi studi hanno dimostrato l’efficacia di approcci psicologici di tipo cognitivo-comportamentale nel trattamento della fibromialgia, in modo particolare quelli basati sulla meditazione mindfulness, definita come la capacità di prestare attenzione in modo intenzionale e non giudicante al momento presente (Kabat-Zinn, 1990).
Attraverso la meditazione è possibile acquisire la capacità di relazionarsi al dolore e agli altri sintomi in maniera più adattiva e flessibile, in modo da ridurre l’impatto che essi hanno nella vita dei pazienti migliorandone in questo modo la qualità di vita.
Ciro Conversano e Laura Marchi, nel volume “Vivere con la fibromialgia. Strategie psicologiche per affrontare il dolore cronico”, appena pubblicato da Eclipsi edizioni, offrono le informazioni scientifiche più aggiornate riguardo alle caratteristiche, alle cause e alle possibilità di cura della fibromialgia, e accompagnano il lettore passo per passo, attraverso esercizi e file audio per le meditazioni, in un percorso di auto-aiuto psicologico che lo aiuteranno ad affrontare più efficacemente il dolore, con conseguenti miglioramenti della propria qualità di vita.

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Abbadia San Salvatore si prepara a vivere un Natale “oltre la neve”

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 ottobre 2015

abbadiaabbadia1Sul Monte Amiata si prepara un Natale “oltre la neve”. Dal 4 dicembre al 6 gennaio Abbadia San Salvatore, “Città delle Fiaccole”, sarà il centro di una serie di eventi che offriranno la possibilità di scoprire una montagna diversa, fatta per sciare ma anche per dedicarsi ad itinerari culturali attraverso i quali scoprire arte, antiche tradizioni, sapori e saperi di altri tempi.
Qui infatti inizia proprio con i primi giorni di dicembre la costruzione delle Fiaccole, le tradizionali cataste di legna a forma piramidale che si levano al cielo in attesa della mezzanotte del 24 dicembre quando poi verranno incendiate. Un rito antichissimo che coinvolge l’intera popolazione e che si tramanda di generazione in generazione. Ma quest’anno, ad Abbadia San Salvatore non saranno solo le Fiaccole a rendere unico e indimenticabile il periodo natalizio. Ogni weekend, musiche, mercatini, laboratori e mostre di presepi animeranno la città.
Si inizia il 4 dicembre, con la commemorazione di Santa Barbara, protettrice dei minatori: un evento particolarmente caro alla comunità di Abbadia perché legato al suo passato minerario. Quest’anno, oltre ai tradizionali festeggiamenti sarà inaugurato lo spettacolare Museo Multimediale che andrà ad arricchire e completare il Museo Minerario, che vanta un allestimento assolutamente esclusivo che sfrutta parte della celebre miniera di cinabro del Monte Amiata.
Nel lungo ponte tra il 5 e l’8 dicembre, nel cuore di Abbadia San Salvatore prenderà vita la cerimonia di accensione delle luminarie, che accompagna l’inizio della costruzione delle tradizionali Fiaccole. Tante le attrazioni, per famiglie e bambini: dai laboratori per i più piccoli, la Casa di Babbo Natale, la carrozza dei cavalli, la giostra tradizionale, fino al chiosco dedicato allo street-food. E poi ancora animazioni musicali, giochi e tanto altro. Tutti i giorni e in particolare nei fine settimana le mostre di presepi, gli eventi e le animazioni si susseguiranno senza sosta. Già dal 5 dicembre prenderanno il via i mercatini di Natale, un vero e proprio trionfo di profumi e sapori fatto di prodotti enogastronomici locali e tradizionali, ma anche artigianato tipico, decorazioni natalizie e hobbistica.
abbadia2Spettacoli e musiche continueranno ad animare il paese fino all’attesissima sera del 24 dicembre: la notte delle Fiaccole di Natale, un evento unico al mondo.La lunga nottata inizia alle ore 18, con la “Cerimonia di accensione” e la benedizione del fuoco che segna l’inizio della festa; la banda suona canti natalizi e la Fiaccola davanti al Municipio è la prima ad essere accesa.
Questo è il segnale convenuto: da qui i capi fiaccola con le loro torce vanno a dare fuoco alle altre decine di fiaccole disseminate nel centro storico e in tutto il paese Quindi tra canti e musiche popolari, in una tradizione che si trasmette da migliaia di anni e concilia laicità e spiritualità, le Fiaccole iniziano a bruciare illuminando la notte e rendendo il Natale ad Abbadia San Salvatore un momento magico e indimenticabile. L’intero paese si ritrova nelle strade a rinnovare conoscenze e amicizie, mentre le cataste di legna bruciano fino all’alba e piccoli chioschi, organizzati accanto ai fuochi, offrono dolci tipici e vin brulé.
Ma le feste di Abbadia San Salvatore continuano ben oltre il Natale: il 31 dicembre si festeggerà l’arrivo del 2016 con il “Capodanno in Piazza” e il 1 gennaio avrà luogo il consueto “Concerto di Capodanno” nella suggestiva Abbazia del San Salvatore. Il programma si arricchisce poi con le animazioni del Museo Minerario, le ciaspolate, il trekking nel bosco e le visite guidate nel meraviglioso centro storico del paese e tantissime altre attività fino al 6 gennaio. Durante tutto il periodo sarà inoltre possibile gustare piatti della tradizione natalizia locale, grazie all’iniziativa “Natale a Tavola” nella maggior parte dei ristoranti del paese. (foto abbadia)

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Che cos’è la Sapienza? Lo studio come arte di vivere

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 febbraio 2015

cappela universitariaRoma martedì 3 febbraio 2015, dalle ore 13.00 auditorium della Cappella universitaria piazzale Aldo Moro 5, incontro di presentazione del ciclo di seminari organizzato dalla cappellania dell’università, in collaborazione con alcuni docenti della Sapienza. Sono previsti appuntamenti mensili indirizzati a docenti rappresentativi di diverse facoltà. Il percorso proposto si sviluppa in più date (3 marzo, 14 aprile, 5 maggio e 9 giugno) e ha come punto di approdo il convegno “Cos’è la Sapienza? Lo studio come arte di vivere”, previsto per il 2016. Il Comitato organizzativo dell’iniziativa è composto dai docenti Fulco Lanchester, Giovanni Bachelet e Maria Carmela Benvenuto e da padre G. Parnofiello SJ. (p. Jean-Paul Hernández SJ)

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