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“Aggiornamento multi-asset mensile: arginare la volatilità in un contesto di premi al rischio elevati”

Posted by fidest press agency su sabato, 11 aprile 2020

A cura di Maya Bhandari, Gestore Multi-asset di Columbia Threadneedle Investments. I costi complessivi legati al Covid-19 per la sanità pubblica e l’economia sono al momento impossibili da quantificare. Nella scelta del loro approccio sanitario, le autorità hanno dovuto soppesare i costi umani legati alla saturazione delle unità di terapia intensiva e quelli generati dall’aumento della disoccupazione, dal crollo degli investimenti e dalla distruzione della domanda dovuti alle misure di distanziamento sociale. Com’è comprensibile, i governi hanno scelto di mettere la salute dei cittadini davanti agli interessi economici.Tuttavia, governi e banche centrali hanno anche cercato di utilizzare i propri bilanci per attuare misure di allentamento senza precedenti, volte a preservare la struttura delle rispettive economie nel breve termine. Tra questi provvedimenti figurano prestiti agevolati alle imprese, incentivi alle PMI e alle famiglie, la creazione di massicci veicoli a sostegno del credito per grandi datori di lavoro e l’assicurazione di un sostegno salariale ai lavoratori.La prima è che le valutazioni sono molto più basse. Gli spread del credito societario sembrano ricompensare gli investitori per i tassi di insolvenza nettamente superiori a qualunque massimo registrato in questo secolo: i differenziali delle obbligazioni investment grade sono ad esempio triplicati a oltre 300 pb quest’anno. Nel frattempo, i listini azionari presentano quotazioni pari o prossime ai rispettivi valori contabili, il che suggerisce un incremento asimmetrico dei rendimenti in futuro.Sappiamo anche che le autorità politiche hanno reagito in tempi sorprendentemente rapidi con provvedimenti di enorme portata. Anche se le politiche monetarie e fiscali non permettono di curare il Covid-19, queste misure possono gestire e in ultima analisi risolvere le distorsioni osservate nei mercati del reddito fisso, garantendo il buon funzionamento del sistema finanziario. Questi interventi possono inoltre gestire il rischio di un incremento vertiginoso della disoccupazione, che con ogni probabilità non farebbe altro che aggravare e prolungare la crisi.La terza cosa che sappiamo è che lo shock per l’attività economica sarà molto forte nel breve periodo, in quanto diversi settori hanno di fatto interrotto la propria attività. Molti degli indicatori che seguiamo non rispecchiano ancora l’improvviso arresto dell’attività economica, ma ciò che più conta è come il mondo reagirà nel 2021-2022.Continuiamo a considerare la pandemia di Covid-19 come uno shock grave ma temporaneo e siamo dell’avviso che, pur non essendo in grado di preservare perfettamente il funzionamento dell’economia globale, le autorità si sono dimostrate determinate ad evitare che questa crisi della sanità pubblica sfoci in una crisi finanziaria più profonda.
Sia le azioni che le obbligazioni societarie offrono premi al rischio considerevoli. Tuttavia, anche la volatilità assoluta dei mercati delle obbligazioni societarie appare elevata, al punto tale da aver causato un netto incremento delle correlazioni con le azioni. Pertanto, pur restando esposti al reddito fisso e alle azioni, a marzo abbiamo anche aumentato progressivamente la quota di liquidità, fino a raggiungere un livello senza precedenti del 10,5%. Oltre che ad arginare la volatilità del fondo, questa modifica ci fornisce anche “munizioni” liquide che cercheremo di impiegare non appena scorgeremo segnali che il peggio è passato.Stiamo inoltre sfruttando la nostra strategia basata su opzioni call coperte, che rappresenta un’importante fonte di reddito e ci permette di controllare la volatilità del portafoglio. A seguito dei forti aumenti della volatilità implicita e realizzata, le opzioni call di marzo sono state vendute out-of-the-money di circa il 10% (a fronte dell’1,5% in condizioni di mercato “normali”), ma hanno comunque permesso di catturare da tre a quattro volte i premi medi, tenendo conto degli obiettivi di reddito, crescita del capitale e di controllo della volatilità del fondo.

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“Fixed Income – Contenere la volatilità degli investimenti nelle obbligazioni dei mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 settembre 2019

A cura di Ketan Gada, Senior Investment Manager, Gareth Payne, Senior Client Portfolio Manager di Pictet Asset Management. Il contesto per gli investimenti nei mercati emergenti è chiaro. Con economie sviluppate frenate da una scarsa crescita demografica e bassi tassi di crescita della produttività, gli investitori in cerca di un forte potenziale economico volgono sempre più lo sguardo verso i mercati emergenti [si veda la Fig. 1]. Il fatto che gli attivi dei mercati emergenti tendano a essere relativamente decorrelati rispetto ai mercati sviluppati è un ulteriore fattore di interesse1. Il problema è che molti investitori alla fine preferiscono non procedere con l’investimento. Il motivo è legato al fatto che gli attivi dei mercati emergenti, malgrado siano molto interessanti, sono troppo spesso minacciati dalla volatilità – le loro valute e obbligazioni, infatti, possono registrare forti episodi di turbolenza.
I mercati delle obbligazioni sovrane e delle valute dei mercati emergenti sono una fonte di rendimento potenziale particolarmente ricca. Nella classe di attivi non solo c’è una notevole dispersione, ma le obbligazioni dei mercati emergenti tendono anche a essere poco analizzate, soprattutto al di fuori dei mercati delle obbligazioni di Stato più grandi. Questo le differenzia dalle obbligazioni dei mercati sviluppati, che ormai si muovono spesso all’unisono.
Molti grandi investitori istituzionali considerano omogeneo l’universo dei mercati emergenti, e vi investono utilizzando fondi indicizzati.Ma può rivelarsi controproducente. Coloro che seguono i benchmark ponderati per la capitalizzazione rischiano di ritrovarsi sovraesposti ad attivi di qualità inferiore, in quanto i governi in difficoltà sono anche quelli che si indebitano di più.
Un’altra ragione per la quale gli investitori non colgono tutti i benefici del debito dei Paesi emergenti è che alcuni di loro diffidano di questo mercato per via delle brusche e improvvise oscillazioni dei prezzi che lo caratterizzano. Molti di loro, di conseguenza, riducono l’esposizione alla classe di attivi. Complessivamente, questi fattori creano un contesto in cui gli investitori flessibili con forti competenze di analisi possono generare alpha. Un modo per mitigare il rischio di perdite e continuare a consentire agli investitori di beneficiare del potenziale dei mercati emergenti consiste nel ricercare rendimenti assoluti.
Il tutto significa che aggiungere un portafoglio total return a un’esposizione al debito dei mercati emergenti può migliorare i rendimenti rettificati per il rischio dell’investimento complessivo. Se ben fatto, il risultato può essere un portafoglio i cui rendimenti sono decorrelati non solo dalle principali classi di attivi, ma anche dagli indici di rifermento dei mercati emergenti. Tale portafoglio dovrebbe anche offrire una certa protezione dalla perdita di capitale, offrendo al contempo un costante rendimento positivo con più alpha rispetto a quanto normalmente generato da attivi scambiati con maggiore intensità. Tutto ciò significa che l’inclusione di una strategia di absolute return in un portafoglio obbligazionario tradizionale ha il potenziale di migliorare i rendimenti rettificati per la volatilità.

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Volatilità mercati azionari: Non solo rischi politici all’orizzonte

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 settembre 2017

borsaA cura di Toby Nangle e Maya Bhandari, gestori Multi-asset di Columbia Threadneedle Investments.In occasione del decimo anniversario della crisi finanziaria globale, ci siamo trovati a riflettere sulla volatilità persistentemente contenuta dei mercati finanziari. Benché questo contesto ideale caratterizzato da un miglioramento della crescita senza pressioni sui prezzi sia giunto alquanto inaspettato, analisti e investitori sembrano tenerne sempre più conto nelle loro previsioni. La situazione può sembrare favorevole, ma le valutazioni elevate di numerose asset class (per non parlare dei premi a termine negativi delle obbligazioni) celano in realtà l’accumularsi di rischi potenziali. Gli sviluppi geopolitici, i cambiamenti ai vertici delle banche centrali, le fibrillazioni sul tapering, il dollaro e i mercati emergenti sono alcuni dei rischi che vediamo addensarsi all’orizzonte.
Le tensioni politiche restano elevate negli Stati Uniti ma sono andate accentuandosi anche in Giappone, dove i sondaggi indicano una perdita di consenso del premier Shinzō Abe tra l’elettorato nipponico. Il Giappone è uno dei mercati che prediligiamo per le allocazioni azionarie dei nostri fondi gestiti, ragion per cui la possibilità di un’uscita di scena dell’attuale primo ministro ci ha messo in allarme. Tuttavia, l’ondata di panico sembra ormai alle nostre spalle, almeno per il momento. Il miglioramento dei dati sull’espansione economica e l’atteggiamento meno ostile del pubblico dopo i recenti scandali sembrano infatti aver allontanato lo spettro di una crisi politica per Abe. Inoltre, il recente rimpasto di governo lascia ben sperare: affidando a due suoi potenziali oppositori cariche importanti all’interno del Partito liberal-democratico, Abe dovrebbe essersi liberato di due possibili minacce. In base al nostro scenario di riferimento Abe riuscirà a superare indenne questa crisi e la stabilità politica si protrarrà almeno fino al 2021.Un cambio alla guida delle banche centrali potrebbe mettere in discussione le politiche monetarie accomodanti che negli ultimi anni hanno sostenuto gli asset rischiosi, minacciando il contesto di tassi “più bassi più a lungo”. In Europa, il mandato di Mario Draghi scadrà nell’ottobre 2019, ma il prossimo anno il presidente della BCE potrebbe decidere di candidarsi alla guida dell’Italia; negli Stati Uniti, invece, l’incarico di Janet Yellen terminerà nel gennaio 2018 (benché la sua posizione dipenda, in certa misura, dal Presidente Trump). In Giappone, il mandato di Haruhiko Kuroda finirà ad aprile e il prossimo governatore della Bank of Japan potrebbe essere un tradizionalista pronto a normalizzare quanto prima la politica monetaria. Siamo consapevoli che un’accelerazione del processo di normalizzazione da parte delle banche centrali potrebbe avere serie ripercussioni sugli asset rischiosi globali.
In Europa non sono da escludere fibrillazioni sul tapering nel caso in cui la Banca centrale europea dovesse diventare meno accomodante, soprattutto dal momento che l’istituto di Francoforte è l’acquirente marginale di bund: Draghi ha parlato di un rafforzamento e di un ampliamento della ripresa nell’area euro e ha annunciato un ulteriore ridimensionamento del programma di QE con l’inizio del 2018. Idem per la Fed, dove i premi a termine dei tassi USA sono tornati in territorio negativo. A fronte del significativo rallentamento dei riacquisti azionari, le azioni potrebbero esibire vulnerabilità, anche se scontano un premio al rischio più alto rispetto, per esempio, alle obbligazioni societarie. Il dollaro ha perso slancio negli ultimi tempi, il che ha sostenuto i tassi dei mercati emergenti in particolare e delle attività rischiose più in generale. Se il trend del biglietto verde dovesse invertire la rotta, le conseguenze sugli altri mercati potrebbero essere significative.Abbiamo analizzato anche lo stato di salute dei mercati emergenti (Asia esclusa), dove deteniamo un’allocazione neutrale, e abbiamo osservato che i paesi duramente penalizzati dalle fibrillazioni sul tapering del 2013, quali Brasile, Messico, Russia e Sudafrica, hanno intrapreso riforme importanti, tradottesi in una crescita di migliore qualità. La Russia resta strettamente connessa al prezzo del barile di petrolio, che a USD 50 sembra tuttavia gestibile sia per l’economia che per le società petrolifere del paese. Il Sudafrica è probabilmente l’anello più debole nell’universo dei paesi emergenti Asia esclusa: la crescita è fiacca e il rischio politico in aumento, mentre i bassi tassi d’interesse reali limitano lo spazio di manovra per misure di stimolo. In Messico, la debolezza legata alle elezioni statunitensi ci ha offerto l’opportunità per rafforzare le posizioni in società robuste, in un contesto all’insegna di solide prospettive di consumo che potrebbero beneficiare di un allentamento monetario via via che l’inflazione rallenta. La fiducia delle imprese messicane è positiva, nonostante l’evoluzione della politica commerciale statunitense e le tempistiche di ulteriori rialzi dei tassi negli USA.Alla luce di tutti gli elementi sopra considerati, non abbiamo apportato alcuna modifica alla nostra asset allocation complessiva questo mese. Ciò nonostante, il nostro team azionario globale ha rivisto al ribasso il giudizio su tre settori: quello su industria e finanza è passato da favorevole a neutrale, mentre quello sul comparto tecnologico è stato abbassato da molto favorevole a favorevole. Rimaniamo ottimisti sulla tecnologia, ma considerate le valutazioni attuali abbiamo ritenuto prudente ridimensionare la nostra esposizione al settore.

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La volatilità caratterizzerà i viaggi d’affari nel settore Energy, Resources & Marine

Posted by fidest press agency su sabato, 22 ottobre 2016

porta nuova milanoMilano. Il 2017 sarà un anno caratterizzato da estrema volatilità per i viaggi delle aziende dei settori energy, resources & marine, a causa della combinazione di più fattori: l’aumento minimo dei prezzi del petrolio, il rallentamento della crescita sia nelle economie mature sia che in quelle emergenti e l’aumento delle risorse energetiche alternative e rinnovabili. Lo indica il nuovo studio Energy, Resources and Marine Forecast 2017 realizzato da CWT Energy, Resources & Marine, la divisione specializzata nel settore energetico di Carlson Wagonlit Travel. La previsione annuale offre dati completi utili ai responsabili viaggi aziendali per pianificare il budget di spesa per il prossimo anno.«Ci sono turbolenze economiche che avranno un impatto significativo sui viaggi delle aziende del settore energy, respources & marine – sottolinea Raphael Pasdeloup, senior vice president, global program solutions di CWT Energy, Resources & Marine -. Ci si attende una crescita, ma, come mostra lo studio, ci sarà anche una certa volatilità. I travel manager devono capire come queste variabili impatteranno sulla loro gestione del travel, affinché sia sempre efficiente e in linea con gli obiettivi aziendali».
Negli Stati Uniti, i prezzi dei biglietti aerei rimarranno pressoché stabili, anche se per effetto del consolidamento delle compagnie aeree statunitensi si potrà assistere a un aumento su specifiche rotte come Houston (+3,5%). Nelle altre aree del Continente americano l’andamento è atteso in media stabile, ma con una spiccata variabilità legata alle politiche commerciali aggressive dei vettori regionali o all’inflazione (a Rio de Janeiro -8%, Buenos Aires -5,6%, Calgary +2,3%).Sebbene ci si attenda che i pernottamenti alberghieri restino stabili o siano addirittura in calo a livello globale, nel Continente americano si potrebbe assistere ad aumenti contenuti nelle tariffe hotel a causa del consolidamento del settore.
In Cina, le tariffe aeree sono previste in rialzo nel 2017 (Hong Kong +3%, Shanghai +1,2%). Nella restante parte dell’Asia Pacifico i prezzi sono attesi stabili (Kuala Lumpur +0,2%, Jakarta +0,1%, Perth +0,6%) anche per effetto della pressione verso il basso esercitata dai vettori low cost.
In Europa, Medio Oriente e Africa, i prezzi dei voli dovrebbero rimanere stabili o diminuire leggermente (Aberdeen +1%, Antwerp -3,5%), a eccezione di alcuni mercati chiave come Sakhalinsk (Russia + 6,2%), Bassora (Iraq, +5,9%), Dubai +5,4% e Città del Capo +5,1%.Per le destinazioni EMEA fortemente legate al petrolio e al gas, le tariffe alberghiere nel 2017 saranno influenzate dalla crisi in corso nel settore o da un eventuale rimbalzo. Ci si attende una diminuzione, in particolare, a Dar-el-Salam (Tanzania, -4,6%), Dubai (-4,4%) e Lagos (Nigeria, -4,4%); in rialzo invece le tariffe a Città del Capo (+7,1%), Riad (+4,9%) e Copenaghen (+3,3%). «I travel manager hanno diverse possibilità per migliorare le loro strategie di acquisto nel 2017 – commenta Raphael Pasdeloup -. Una revisione trimestrale della loro spesa aerea potrà aiutarli a negoziare tariffe migliori con i vettori. Inoltre i travel manager potrebbero approfittare al massimo della diminuzione o stabilità delle tariffe alberghiere per negoziare nuovi accordi di lungo termine».

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Brexit e mercati: ed ora? Investec Asset Management

Posted by fidest press agency su sabato, 25 giugno 2016

borsaAlla luce di questo risultato sorprendente riteniamo che si registrerà una notevole volatilità nel breve periodo. In particolare pensiamo che a preoccupare particolarmente i mercati saranno i seguenti aspetti:Volatilità valutaria: La sterlina è crollata rapidamente dai livelli che stavano scontando la possibilità di una vittoria del “Remain”. Fattori fondamentali del Regno Unito, quali il deficit di conto capitale corrente crescente e un mercato immobiliare in difficoltà, stanno diventando sempre meno elementi di supporto.Turbolenze sul mercato azionario UK: i titoli azionari UK sono scesi in maniera repentina sul mercato dei futures ed un clima di incertezza continua andrà ad influire negativamente su multipli e valutazioni. Sarà fondamentale selezionare con attenzione tra i titoli che hanno una maggiore probabilità di essere colpiti da un’ampia gamma di fattori ciclici interni, che per natura non sono di lunga durata, e società, come ad esempio i titoli bancari, che potrebbero essere colpite in maniera più strutturale. Difficilmente il mercato è in grado di fare questa netta distinzione in una prima fase e quindi, per i gestori in grado di adottare un approccio di selezione dei titoli molto scrupoloso, in grado di esaminarli uno ad uno, questo potrebbe rappresentare un notevole vantaggio nel lungo periodo. Molte società UK quotate potrebbero in realtà beneficiare di una sterlina debole o grazie ad un incremento della competitività o dalla conversione degli utili provenienti dall’estero.Calo del mercato immobiliare UK: gli asset immobiliari UK quotati, che erano già stati negativamente influenzati dalle preoccupazioni di “Brexit” a partire dall’ultimo trimestre del 2015, è probabile che vedano una inversione di tendenza dei propri recenti guadagni. Una ulteriore debolezza è possibile alla luce del re-rating dovuto a tassi di interesse strutturalmente più bassi nel lungo periodo.Stabilità macroeconomica e Fed accomodante: riteniamo che gli investitori a livello globale siano posizionati in linea di massima in maniera cauta alla luce delle preoccupazioni su la crescita. L’esito del refendum, oltre a creare un problema in particolare per gli asset UK, getta delle ombre su la recente stabilità macroeconomica e sull’atteggiamento più accomodante sui tassi da parte della Fed. Gli asset difensivi, come i bond governativi, potrebbe registrare un rally momentaneo mentre gli asset più rischiosi saranno probabilmente impattati in maniera negativa nel breve periodo. D’ora in avanti entrambi saranno influenzati dai fondamentali globali e dalle scelte degli investitori.
I mercati tendono ad aggiustarsi rapidamente e talvolta a reagire meglio del previsto. Gli investitori generalmente preferiscono non muoversi nell’immediato sulla scia del referendum. Nel lungo periodo i fondamentali economici e aziendali guideranno i rendimenti.
Gli elettori hanno votato per l’uscita del Regno Unito dall’UE nel referendum di ieri. Seguiremo la reazione iniziale dei mercati dei capitali con interesse. Riteniamo comunque che i movimenti valutari siano probabilmente più significativi, come abbiamo già osservato nella reazione immediata al risultato del referendum.
Aspettiamo che il reale impatto sugli accordi commerciali si dispieghi. Per quanto riguarda gli attuali accordi commerciali, ci sono segnali che indicano che si potrebbero attendere almeno due anni prima che nuovi accordi diventino effettivi. Riteniamo che a subire il maggiore impatto dei cambiamenti nelle tariffe commerciali probabilmente saranno l’agricoltura e la manifattura, poiché i servizi non conoscono un export specifico dell’industria. Sia il settore agricolo sia manifatturiero sono di dimensioni ridotte nella prospettiva del prodotto interno lordo UK (rispettivamente corrispondono allo 0.7% e all’11% del PIL). Riteniamo comunque che le incertezze determineranno un rinvio delle decisioni di investimento e acquisto di consumatori e società.Il grado di pragmatismo nel complesso detterà gli sviluppi nel breve periodo. Gli abitanti del Regno Unito hanno dato il loro messaggio e osserveremo il ritmo al quale la nuova agenda si svilupperà. Sarebbe sorprendente registrare ostacoli alla ripresa economica che l’Europa sta attraversando. Con una politica monetaria accomodante, esistono sia il rischio di rialzo che ribasso nel mercato dei titoli. Con i rendimenti dei mercati azionari di molto superiori a quelli dei mercati obbligazionari, riteniamo che vi siano settori che possono far crescere i dividendi anche in ambiente più difficile. (by Luca Maranesi)

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Volatilità monetaria

Posted by fidest press agency su sabato, 22 agosto 2015

monete(A cura di Claudio Barberis, responsabile asset allocation di MoneyFarm SIM) Poco più di un mese fa Mario Draghi ha dichiarato che la volatilità sui titoli obbligazionari è comprensibile e che vi si deve fare l’abitudine, dopo anni di tassi bassi.La dichiarazione di Draghi era legata a un momento di forti oscillazioni dei prezzi dei titoli di stato tedeschi, ma per diverse ragioni è simbolica di una transizione che i mercati stanno vivendo.Dal 2009 in poi, con la parentesi della crisi europea del 2011, si è assistito a una lunga fase di moderazione della volatilità sui mercati, accompagnata da dati macroeconomici nei paesi sviluppati con inflazione vicina allo zero, crescita di poco positiva e un generale contesto di relativa tranquillità supportata anche dalle politiche di quantitative easing delle banche centrali.Tra gli investitori e gli analisti vi è chi ha teorizzato l’inizio di una nuova era di tassi bassi, crescita potenziale bassa, evoluzioni demografiche molto contenute… al punto che alcuni parlano di questi tempi come del completamento di un percorso di “Great moderation” che ha le sue radici negli anni ’80, quando negli Stati Uniti venne iniziata e poi vinta la lotta all’inflazione.La bassa volatilità è andata di pari passo con valutazioni storicamente alte per i titoli di stato, spread bassi sui corporates e azioni di tutto il mondo sviluppato in media care. Partendo dai minimi del 2009, i mercati hanno offerto agli investitori performances positive con basso rischio, il meglio che si potesse chiedere per i propri risparmi.Qualcuno però evidenzia il rischio legato a condizioni troppo “tranquille” sui mercati. È sufficiente guardare un grafico dello Standard and Poors 500 (azioni americane) nei trent’anni passati per vedere come gli ultimi trimestri sono a dir poco particolari: da quasi un anno l’indice si trova sui massimi storici e si muove in un range molto stretto intorno a questi livelli. Si tratta di una situazione non facile per chi deve investire, combattuto tra l’idea che i mercati possano essere un po’ cari ma che l’abbondante liquidità, l’assenza di alternative e di notizie negative possano far sì che nulla si muova ancora per diverso tempo.
Simile discorso si può fare anche sui titoli di stato americani o tedeschi.Recentemente qualcosa sta cambiando. Vi sono asset class “periferiche” come le materie prime, le valute, le azioni dei paesi emergenti e alcuni segmenti del mercato high yield statunitense che mostrano volatilità elevata e prezzi in calo. Le cause sono molte, legate a vicende specifiche o a fattori globali, come l’atteso rialzo dei tassi d’interesse da parte della Fed in autunno.
Il comportamento di materie prime e paesi emergenti in queste settimane è per qualcuno un campanello d’allarme, per altri una boccata d’ossigeno.È un campanello d’allarme per chi vi legge la fine di un tema d’investimento profittevole negli ultimi quindici anni, oggi che nei paesi sviluppati la crescita non è ancora tale da compensare la mancata spinta dei paesi emergenti. Anche dal punto di vista dei flussi di portafoglio, la fine di un tema così duraturo può portare a deflussi di capitale dalle valute di questi paesi e da tutte le asset class legate a questo, con conseguenti crisi e tensioni su mercati ed economie.
Ma la recente volatilità può avere anche implicazioni positive. La Cina svalutando la sua moneta sta muovendosi verso meccanismi più “di mercato”, permettendo che la valuta debole compensi un export in difficoltà, come sarebbe normale in un sistema monetario internazionale a cambi flessibili. Lo yuan viene svalutato per ottenere un risultato non diverso dal deprezzamento visto su tante altre valute emergenti a cambio flessibile in queste settimane.Il calo dei prezzi delle materie prime può essere il sintomo di una minor crescita potenziale globale, ma allo stesso tempo dimostra che sui mercati c’è ancora spazio per una normale dinamica di domanda e offerta che contribuisca alla formazione dei prezzi, nonostante quantitative easing e supporti di ogni tipo post 2008.Se solo alcuni mesi fa l’investitore globale si trovava in difficoltà per via di asset class tutte sui massimi e con una mancanza cronica di possibilità di diversificazione, l’atteso lento smantellamento di politiche monetarie espansive in Occidente (a partire dagli Stati Uniti già quest’anno) sta ridando la parola ai mercati per quanto riguarda il processo di scoperta e formazione dei prezzi.Investitori anche famosi sono arrivati a sostenere che i tassi bassi non sono la soluzione dei problemi dell’economia globale e che in alcuni casi siano essi stessi il cuore del problema. È un’affermazione forte, su cui si discuterà per decenni. Si può comunque dire che l’atteso rialzo dei tassi Fed in autunno e l’attuale volatilità sui mercati potrebbero essere una boccata d’ossigeno per molti. La stessa Fed e la Bce, pur in fasi diverse del ciclo di politica monetaria, potrebbero vedere con sollievo la fine di un ruolo da protagoniste che si sono trovate a dover ricoprire.

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Una manovra finanziaria che non convince

Posted by fidest press agency su sabato, 16 luglio 2011

Ieri la manovra finanziaria è stata approvata anche alla Camera, dopo il sì di giovedì del Senato. Tutto in due giorni: dialogo tra maggioranza e opposizione, pochi emendamenti, nessun ostruzionismo. Un miracolo. Ma la crisi resta. Non solo perché lo certifica l’alta volatilità dei mercati – anche ieri lo spread è tornato oltre quota 300 subito dopo l’asta dei Btp, nonostante che una domanda quasi doppia per i titoli a cinque anni e superiore del 50% per i Btp a 15 anni possa far dire che si è trattato di uno scoglio superato bene – e perché i tassi che si stanno praticando (il Btp a 15 anni il 5,9% massimo storico da quando esiste l’euro) fanno pensare che in autunno sarà nuovamente necessario intervenire con provvedimenti correttivi. No, la crisi che stiamo vivendo deriva dalla mancanza di fiducia – forse la commodity oggi più rara – che a sua volta discende dalla mancanza di credibilità di chi ha (avrebbe) il potere di decidere, e per questo essa è essenzialmente politica. E questo vale per l’Italia, ma anche per l’Europa, visto che nel mirino dei mercati non ci siamo solo noi, come finora non ci sono stati solo i greci, i portoghesi e gli irlandesi, ma c’è l’euro e l’intera impalcatura, assai fragile, della moneta unica.
Qualcuno, riferendosi ai fatti italiani, dice: il fatto che sotto la pressione dei mercati si vari una finanziaria che ha sempre richiesto un’enorme quantità di tempo e suscitato una non meno grande quantità di polemiche, significa che la risposta politica è arrivata. Ma non basta. Perché proprio questo “miracolo” è la dimostrazione più lampante dell’anomalia politica italiana, che al fondo è causa prima dei nostri problemi. Perché il clima parlamentare che si è creato in questa circostanza dovrebbe essere la normalità, non l’eccezione. Il fatto, invece, che sia una cosa più unica che rara significa che è destinata a non ripetersi. Davide Giacalone scrive su Libero che avendo bisogno di mercato, privatizzazioni, competizione, di tagliare la spesa pubblica e riqualificarla, “chi dovrebbe farla, questa roba, un accordo bipartisan fra chi è contrario alla gestione privata dell’acqua e chi è favorevole ma non ha il coraggio manco di dirlo?”. Non si ripristina una dialettica sana e una competizione virtuosa senza prima aver sconfitto la contrapposizione permanente che ha portato alla mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti, la quale a sua volta ha impedito qualsiasi continuità legislativa (si pensi al settore dell’energia, in cui le scelte sono per definizione di lungo periodo). E comunque due decenni di “non governo” ci costringono ora a scelte – per evitare di diventare la Grecia – talmente difficili da richiedere almeno una fase di convergenza.
Se ci pensate, lo stesso vale in Europa. Se nel mirino c’è l’euro, la risposta non può essere tecnica, ma politica. Tremonti lo ha detto con chiarezza: l’Europa balla sul Titanic e il rischio è che si affondi tutti, passeggeri di prima classe inclusi. Ma come in Italia occorre discontinuità assoluta, così ci vuole nel club della moneta unica. Continuare e mettersi d’accordo tra Stati nella pienezza della loro sovranità è una pia illusione. Finora ci si è riusciti poco e male, perché dovrebbe accadere domattina. Certo la paura del contagio è alta, ma non basta. Ci vuole di più. E l’equivalente di quello che per l’Italia è la “grande coalizione”, sul piano continentale si chiama Stati Uniti d’Europa. (fonte: Redazione Terza Repubblica in sintesi)

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Il ruolo delle economie emergenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 giugno 2011

Le economie emergenti rispetto al passato presentano oggi un miglioramento dei fondamentali e del clima di fiducia. Ciò consente risultati economici per molti versi migliori di quelli delle economie avanzate, anche in termini di crescita e di scambi commerciali. I flussi finanziari verso le economie emergenti sono raddoppiati nel periodo recente, mentre l’aumento delle riserve ufficiali è stato ancora più sostenuto. L’evoluzione della situazione finanziaria delle economie emergenti ha assunto un’importanza crescente con il rafforzarsi del loro ruolo sui mercati internazionali. Grazie alla loro crescente integrazione nei mercati finanziari, tali economie sono riuscite non solo a migliorare le proprie prospettive di crescita, ma anche ad offrire maggiori opportunità di diversificazione agli investitori esteri (provenienti da economie avanzate ma anche, in misura crescente, da quelle non avanzate). Tuttavia, l’andamento delle economie emergenti pone anche seri rischi alla stabilità del mercato finanziario globale, non ultimo a causa della maggiore volatilità dei loro fondamentali economici e, quindi, dei flussi finanziari. L’analisi di queste economie è pertanto diventata parte integrante dell’esercizio di valutazione della stabilità finanziaria. Dobbiamo, quindi, concludere che le economie emergenti sono diventate un a parte importante dell’economia e del sistema finanziario globale. La convenienza di un trasferimento netto di risorse dalle economie emergenti alle economie mature dipende in larga misura dal saldo tra i vantaggi derivanti dalla promozione della domanda delle economie mature verso le loro esportazioni e quelli derivanti dall’ampiezza di investimenti produttivi nelle economie emergenti stesse. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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I rischi di choc monetari

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 novembre 2009

Il presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet in una recente conferenza a Francoforte ha denunciato il pericolo di “una eccessiva volatilità del mercato dei cambi che è un nemico per la stabilità e la prosperità dell’economia globale”. Qualche giorno prima anche il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, si era espresso negli stessi termini.   Il dollaro ha infatti superato la soglia di 1,50 sull’euro con una svalutazione dall’inizio del 2009 di oltre il 20% in rapporto alla moneta europea. C’è una reale perdita di competitività delle esportazioni europee sui mercati internazionali dove il dollaro resta la moneta di riferimento nei commerci, ma c’è anche il rischio immediato di una grave crisi monetaria, dopo essere stati investiti dalla crisi finanziaria globale. Chiaramente il dollaro è  debole e sempre più in difficoltà ad essere la sola moneta di riferimento mondiale e la principale moneta di riserva. L’economia americana, come è noto, è in picchiata mentre crescono la disoccupazione, il debito pubblico e il deficit di bilancio e quello del commercio estero. Di conseguenza c’è una perdita del 18% di introiti fiscali in rapporto all’anno precedente. Alcuni dati finanziari evidenziano ulteriormente la pericolosità dell’evolversi della crisi e del suo riversarsi sui mercati monetari.   Nel 2009 il Tesoro americano ha emesso ben 1.270  miliardi di dollari in titoli di stato, di cui soltanto 298, cioè il 23,5% del totale, sono stati acquistati dalla Fed. Il resto è stato acquistato da vari paesi, a cominciare dalla Cina. Evidentemente, nonostante la debolezza del dollaro, si confida sempre nel governo americano applicando agli USA il principio del creditore di ultima istanza e del “too big to fail”. L’anno scorso il bilancio della Fed è più che raddoppiato superando i 2.000 miliardi di dollari. Essa ha semplicemente stampato altri dollari e questa grande liquidità si è riversata sui mercati internazionali.  Siamo di fronte al paradosso che da un lato si registra una eccedenza di liquidità  e dall’altro vi è una drammatica carenza di dollari! Infatti la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ha pubblicato uno studio dal singolare titolo “Scarsezza di dollari USA nelle attività bancarie globali” in cui spiega che dopo il fallimento della Lehman Brothers il sistema si è trovato in gravi difficoltà per ottenere crediti in dollari a breve termine. La Fed è arrivata a concedere aperture di credito swap illimitate alle altre banche centrali, soprattutto quelle europee,  e ha fornito liquidità in dollari per oltre 600 miliardi a non residenti, cioè a istituti bancari e finanziari stranieri. Questo perché nei passati dieci anni vi è stata una crescita straordinaria dei bilanci globali delle banche, in particolare quelle europee, operanti come entità multinazionali. Si ricordi che i diritti di pagamenti esteri (foreign claims) delle banche erano 10.000 miliardi di dollari nel 2000 e che sono saliti a 34.000 miliardi nel 2007. La famosa “tecno-finanza” dei derivati e dei titoli tossici è cresciuta in modo esponenziale gonfiando i bilanci, incidendo anche sulla domanda a breve di dollari. Infatti, se non fosse per questa forte domanda di dollari necessari a mantenere il funzionamento di questo grande meccanismo speculativo, la moneta americana avrebbe perso molto più del suo valore! Questa enorme liquidità ha invaso tutti i mercati. Anche il G8 di Lecce aveva avvisato che essa era andata anche nella speculazione in “commodities”, come petrolio e altre materie prime e prodotti primari anche alimentari.  Parte di essa si è riversata nei mercati emergenti tanto che ad esempio i valori delle azioni e obbligazioni del Perù sono cresciuti del 139%, quelli dell’Indonesia del 112%, quelli della Turchia del 99%. La Banca Mondiale ha lanciato l’allarme sul pericolo di nuove bolle nelle borse e nei settori immobiliari di alcuni paesi dell’Asia, a cominciare dalla Cina, Hong Kong e Singapore. La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) perciò ha opportunamente invitato i paesi dell’Europa centrale e orientale, fino a pochi mesi fa sull’orlo della bancarotta, a fermare la loro “corsa drogata verso il debito in valuta straniera”.Purtroppo non si è ancora fatto nulla di concreto per riformare a fondo il sistema finanziario. Anzi c’è una nuova euforia speculativa che pervade le banche americane e potrebbe contagiare il mondo intero.  I governi d’Europa e lo stesso Mario Draghi che ha la responsabilità del Financial Stability Board, accelerino l’approvazione di nuove regole stringenti, altrimenti esploderà una nuova crisi nel sistema finanziario e monetario. Di ciò, lo stesso Lorenzo Bini Smaghi, rappresentante italiano nel board della BCE, è consapevole, tanto che ha detto:”C’è il rischio di una nuova imminente ondata di svalutazioni delle attività bancarie nell’area dell’euro, con conseguenti riduzioni patrimoniali”.  (Mario Lettieri, sottosegretario all’Economia nel governo Prodi Paolo Raimondi, economista)

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