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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 25

Posts Tagged ‘volatilità’

Volatilità: come affrontarla al meglio?

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 gennaio 2022

A cura di Andrea Rocchetti, Head of Investment Advisory Moneyfarm. I mesi di marzo e aprile 2020 resteranno a lungo impressi nella memoria collettiva. Lo scoppio della pandemia ha colto il mondo intero alla sprovvista: da quando il Covid è diventato un’emergenza globale nessuno sa come possa evolversi la crisi e quali possano essere esattamente le conseguenze di questa situazione dal punto di vista sanitario, economico e sociale.Nel complesso, nel mese di marzo 2020, i mercati azionari hanno perso oltre il 30%, le volatilità implicite delle azioni (indice Vix) hanno raggiunto livelli record superiori addirittura ai livelli raggiunti nel 2008 e gli spread delle obbligazioni societarie a più alto rischio si sono notevolmente ampliati, a causa di una revisione al rialzo delle probabilità di default derivanti dalla sospensione dell’attività economica. Data la mancanza di domanda, la crisi ha colpito anche il prezzo del petrolio il cui future ha toccato il valore di -37 dollari al barile, un livello ritenuto impensabile in precedenza. Insomma, le settimane turbolente tra marzo e aprile 2020 rappresentano un momento storico per i mercati finanziari e la volatilità a cui abbiamo assistito rimarrà con ogni probabilità tra le più alte mai registrate. Quello che è successo nei mesi successivi è storia nota, l’economia globale ha dimostrato di essere più resiliente delle aspettative. Le politiche monetarie e fiscali messe in campo da banche centrali e governi hanno permesso al sistema finanziario di rimettersi in moto e i mercati hanno intrapreso una graduale risalita che si è poi tramutata nell’importante espansione cui abbiamo assistito fino ad oggi.Quando l’incertezza cresce sui mercati, di norma l’investitore adotta uno di questi tre comportamenti: resta investito, rimanendo fedele al proprio piano di investimento e magari continuando ad investire nuova liquidità anche attraverso versamenti ricorrenti (per esempio attraverso un PAC, Piano di Accumulo di Capitale), oppure prova a “battere il mercato”, cercando di vendere per anticipare la presunta fase negativa e poi rientrare nel momento che ritiene più favorevole, oppure ancora esce definitivamente dal mercato, cercando di capitalizzare su eventuali profitti maturati in passato. Quest’ultima scelta, al netto dei rari casi in cui il capitale investito si renda necessario per spese improvvise, è condizionata da fortissime pressioni psicologiche, specialmente quando la volatilità è più estrema. A nessuno piace vedere il valore dei propri investimenti diminuire o andare in negativo e la tentazione di disinvestire o di entrare e uscire dal mercato è molto forte, come abbiamo notato durante la fase incerta di marzo/aprile 2020. Negli investimenti naturalmente non si possono prendere come riferimento gli scenari passati per prevedere con esattezza il futuro. Questi dati servono semplicemente a rendersi conto che nelle fasi di volatilità sui mercati, anche quelle più estreme e difficilmente replicabili come quelle dello scorso anno, agire sulla scia delle emozioni o provare a “battere il mercato” può rivelarsi una scelta molto rischiosa. Una strategia d’investimento lungimirante, che neutralizza la volatilità nel tempo, e il supporto di una consulenza professionale che aiuta a gestire la pressione emotiva rappresentano l’antidoto migliore anche alle situazioni più complesse e imprevedibili. (abstract http://www.moneyfarm.com)

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Volatilità dei mercati finanziari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 dicembre 2021

A cura di Massimo De Palma, Head of Multi Asset Team di GAM (Italia) SGR. In questi ultimi giorni abbiamo vissuto una improvvisa reazione emotiva dei mercati finanziari dovuta a due avvenimenti dirompenti. Il primo è stato la scoperta in Sudafrica della nuova variante Omicron. Le notizie inizialmente sono sembrate particolarmente allarmanti, sia in termini di diffusione, sia per quanto riguarda la copertura vaccinale. Oltretutto l’Europa stava vivendo una situazione particolarmente delicata, per le evidenti difficoltà nel gestire la quarta ondata pandemica. Tutto ciò ha determinato un‘intensa correzione dei mercati azionari, sono stati colpiti specialmente i settori più sensibili ai lockdown, come ad esempio “viaggi e tempo libero” che in Europa hanno cancellato le performance positive prodotte da inizio anno. Le commodity legate al ciclo economico, come ad esempio il petrolio, hanno subito pesanti discese, superiori al 10%. Perfino il dollaro, sul potenziale cambio di scenario, ha ritracciato rispetto alle principali valute. Gli operatori pensavano che prezzare tre rialzi dei tassi nel corso del 2022 fosse diventato eccessivo. I titoli governativi sono tornati ad essere una forma di protezione dalle tensioni generalizzate. Le informazioni successive sono risultate più rassicuranti, i sintomi evidenziati sembrano infatti essere lievi e le prime indicazioni che arrivano dalla ricerca israeliana mostrano che coloro che hanno un richiamo vaccinale dovrebbero essere protetti da questa variante. I mercati hanno fatto appena in tempo a riprendere il fiato quando è arrivato il secondo evento, ovvero le parole di Jerome Powell durante l’audizione davanti alla Commissione bancaria del Senato.Il presidente della Fed, appena confermato per un altro mandato quadriennale, ha dichiarato che è giunto il momento di smettere di usare la parola “transitoria” quando si parla di crescita dei prezzi. Ha però ribadito che la FED è pronta ad usare gli strumenti necessari per assicurare che l’inflazione più alta non si radichi. In pratica è probabile un’accelerazione del tapering, terminando gli acquisti di asset prima del previsto. Un cambio di tono che può portare ad una modifica nella politica monetaria. Se la ripresa del lavoro proseguisse nei prossimi mesi, Powell sarà effettivamente pronto a introdurre tassi d’interesse più elevati. L’azionario ha reagito negativamente, riprendendo a correggere, mentre i titoli governativi sono risultati più contrastati, senza prendere una direzione netta. Se prevarrà lo scenario di una crescita economica in carreggiata, come stanno segnalando i dati macro specialmente di Cina e Stati Uniti, con le strozzature produttive in progressiva risoluzione, il mercato azionario dovrebbe ritrovare un suo equilibrio e riprendere nella sua tendenza positiva di fondo. I tassi americani dovrebbero salire sulla parte breve della curva ma stabilizzarsi sulla parte lunga una volta incorporata la nuova politica monetaria. Questo a condizione che gli effetti delle nuove varianti del coronavirus non creino nuove limitazioni ai processi produttivi.

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Mercati asiatici, tra alta volatilità e potenziale di crescita

Posted by fidest press agency su domenica, 31 ottobre 2021

A cura di Chantana Ward, Gestore del fondo Comgest Growth Asia di Comgest. L’indice MSCI AC Asia è sceso del 4,6% in dollari (-2,4% in euro) nel corso del terzo trimestre, a causa dell’alta volatilità, soprattutto in Cina. In Giappone sono venuti a mancare due fattori che avevano probabilmente scoraggiato gli investitori stranieri: il basso tasso di vaccinazioni e l’impopolare amministrazione Suga. Sebbene per metà di quest’anno il Giappone sia stato snobbato dagli investitori, a esclusione delle scommesse a breve termine sulla curva dei rendimenti mondiali o sui prezzi delle materie prime, ora i meriti specifici delle singole aziende vengono nuovamente premiati.A metà del trimestre l’attenzione è stata catalizzata dalla Cina, dove il governo ha esercitato una forte pressione riformista su molte parti del mercato, tra cui i doposcuola privati, la normativa sui giochi online e la protezione online dei dati dei consumatori e il comportamento monopolistico delle “big tech”. Molti di questi settori erano stati segnalati come aree di interesse, ma la portata di alcune delle riforme ha colto il mercato di sorpresa, nonostante le misure siano relativamente allineate con le discussioni che si stanno svolgendo in tutto il mondo sulla protezione dei consumatori dal potere delle società tecnologiche incentrate sui dati. La riforma non si è fermata lì: da qualche anno il governo sta lavorando per ridurre il debito sul mercato. Quest’anno l’attenzione si è concentrata sulle società immobiliari eccessivamente indebitate, in particolare sullo sviluppatore immobiliare Evergrande, finito sulle prime pagine di tutti i giornali quando ha cercato di ristrutturare e rinegoziare il suo debito. La soluzione attualmente più probabile è uno scorporo ordinato delle attività, con il salvataggio di alcuni creditori scelti. Infine, alla chiusura del terzo trimestre si sono sentiti gli impatti delle riforme energetiche e ambientali in corso. Alcune province cinesi hanno ampiamente ignorato gli obiettivi governativi di riduzione energetica, ma non Pechino. Il brusco richiamo degli obiettivi energetici provinciali ha portato a blackout a rotazione, mentre i governi locali si affannavano ad adempiere agli obblighi. È chiaro che la portata del cambiamento avrà un certo impatto sulla crescita economica, ma, in generale, ci sorprenderebbe che il governo (nel centenario del Partito comunista cinese) permettesse alla riforma autoimposta di portare l’economia alla recessione.Le società cinesi di Internet e di gestione di piattaforme sono state nettamente penalizzate dalla normativa. Nei casi di Tencent e NetEase, crediamo fortemente che i vantaggi competitivi di queste imprese rimangano solidi mentre i movimenti di prezzo sono stati sproporzionati. Le opportunità per il Giappone risiedono nelle sue aziende leader a livello mondiale, che catturano la crescita asiatica, la normalizzazione dell’economia mondiale, così come i cambiamenti del Giappone stesso. Non appena gli investitori smettono di guardare al mercato giapponese come a un riflesso dell’economia o della politica del Giappone, queste opportunità in grandi aziende specifiche si manifestano. Per gran parte di quest’anno, il basso tasso di vaccinazione del Giappone e l’impopolarità del governo hanno scoraggiato dall’intraprendere quella caccia al tesoro soprattutto gli investitori stranieri, e i titoli che sono aumentati l’anno scorso sono stati venduti in modo sproporzionato quest’anno. Le cose sono cambiate recentemente, quando il tasso di vaccinati del Giappone ha recuperato nettamente terreno raggiungendo quello delle economie sviluppate, e la leadership del paese sembra destinata a un cambiamento emozionante. L’investimento azionario attivo in Giappone è diventato di nuovo, nel corso del terzo trimestre, uno dei veicoli azionari con il più alto rendimento a livello mondiale, come negli ultimi sette anni circa. L’investitore giapponese, che ritorna progressivamente a investire in patria, con una nuova attenzione alla governance, all’impegno e alla disciplina del capitale, sta sostenendo il passaggio verso una gestione attiva del portafoglio.La Cina continua ad avere un impatto importante sulle prospettive della regione. L’aspetto frustrante riguardo alla Cina è che le normative cambiano con poco preavviso. Ne veniamo a conoscenza tramite la stampa, ma l’iter normativo non è così lungo come nei paesi democratici. Questo è il lato oscuro della capacità del governo cinese per realizzare rapidamente il cambiamento in una grande economia, il che chiaramente rende le cose difficili per gli investitori internazionali. Detto questo, un gran numero di queste normative sono razionali: la riduzione energetica in un mondo che si riscalda è necessaria, la protezione dall’uso dei dati da parte delle big tech è ragionevole. Il grosso dei titoli interessanti in Cina è costituito da società di crescita altamente prevedibili, costanti e stabili.(abstract)

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Volatilità, Cina e inflazione

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 ottobre 2021

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer Moneyfarm. Dopo una prima metà dell’anno caratterizzata da performance generalmente positive, i mercati hanno frenato la propria rincorsa nel terzo trimestre. Le azioni dei mercati sviluppati sono cresciute solo marginalmente, mentre le obbligazioni globali sono rimaste sostanzialmente invariate. L’azionario dei mercati emergenti ha invece avuto un andamento più movimentato. Le turbolenze in Cina, innescate dalla crisi di alcune aziende immobiliari in un contesto di crescita in rallentamento, hanno pesato sul mercato azionario che nel trimestre è sceso di circa il 7%. Negli ultimi mesi tutte le nostre discussioni sono state dominate da tre questioni principali. La prima è stata la ripresa dell’economia globale. Abbiamo visto i dati macro deteriorarsi un po’, il che significa che la ripresa non è forse così forte come delineavano alcuni degli scenari più ottimistici. Il secondo centro di attenzione, ancora una volta, è stato l’inflazione. Abbiamo generalmente ritenuto, insieme a molti altri, che l’inflazione si sarebbe prima o poi regolarizzata gradualmente verso la soglia del 2%, l’obiettivo della maggior parte delle banche centrali. Nel complesso, sembra che i banchieri centrali stiano iniziando a delineare la strada della normalizzazione – forse un po’ prima di quanto avremmo potuto pensare. Ma, in un mondo in cui le catene di approvvigionamento rimangono sotto pressione, continuiamo a pensare che la rimozione dello stimolo sarà un processo graduale e attento. Infine, abbiamo rivolto molta della nostra attenzione alla Cina. Nell’ultimo anno abbiamo assistito a numerose azioni da parte del governo di Pechino che hanno preso di mira le grandi aziende, le piattaforme Internet e le società immobiliari. La crisi di Evergrande, una grande società immobiliare, merita molta attenzione.Gli ultimi mesi hanno visto i politici cinesi condurre una guerra a tutto campo contro i giganti tecnologici (e campioni della crescita) del paese, in nome dell’uguaglianza economica e sociale e di una crescita più sostenibile. In qualità di investitori globali, siamo stati in grado di osservare l’evolversi delle ostilità da una comoda distanza. Lo stesso non si può dire per quanto riguarda la crisi Evergrande: la possibilità che la più grande società immobiliare cinese potesse andare in default è stata sufficiente a preoccupare per qualche giorno la maggior parte degli investitori globali.Mentre la Cina è alle prese con la debacle di Evergrande – insieme agli investitori esposti all’High Yield cinese – il resto del mondo finanziario ha rivolto la sua attenzione alla logistica e alle frizioni sul mercato del lavoro. I problemi relativi alle scorte hanno impedito alle aziende di capitalizzare l’aumento della domanda e di conseguenza la ripresa del giro d’affari ha subito un rallentamento.Nonostante tutto, il terzo trimestre è stato ancora caratterizzato da una crescita economica positiva. Anche tutti i problemi che riguardano la catena di approvvigionamento, la mancanza di forza di lavoro, i rincari energetici sono in ultima analisi riconducibili a una crescita repentina della domanda. Questo crea un contesto positivo di fondo che ci permette di guardare ai prossimi mesi con cauto ottimismo. Lo slancio economico si è indebolito a causa dei problemi che abbiamo discusso, ma la crescita è ancora lontana dal diventare negativa. Il sostegno politico e la ripresa economica hanno sostenuto i mercati azionari. Gli investitori in euro sono inoltre stati aiutati dal dollaro USA, che si sta rivelando un rifugio sicuro per i mercati finanziari; mentre la performance delle azioni è peggiorata nella seconda metà di settembre, il biglietto verde si è apprezzato rispetto ai suoi principali omologhi globali. Quando valutiamo il ciclo delle notizie, è importante per noi vedere attraverso il rumore di fondo e isolare i fatti che determinano realmente uno sviluppo per i nostri investitori. L’ultimo fattore di rischio da considerare è la possibilità che l’inflazione si dimostri meno transitoria di quanto si pensasse inizialmente e di quanto abbiamo predicato negli scorso mesi, sulla scia delle banche centrali. La nostra opinione è che ha contare sia effettivamente ciò che pensano le banche centrali sull’argomento. Fed, Bank of England e Bce continuano a sottolineare come il fenomeno sia legato alla congiuntura, anche se cominciano a includere nella loro narrativa la possibilità che l’aumento dei prezzi abbia conseguenze più strutturali. A nostro avviso ciò non cambia di molto le prospettive di politica monetaria di breve termine ma potrebbe in qualche modo influenzare nel medio termine la velocità e la tempistica dello smantellamento dei sostegni all’economia, una prospettiva che dobbiamo monitorare.Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una forte crescita dell’economia globale che si è tramutata in rendimenti molto positivi. Il 2021 ha rispettato le premesse e crediamo che questa fase positiva continuerà nei prossimi mesi, anche se forse in misura minore. Con questo presupposto, abbiamo modificato le nostre scelte tattiche, guardando ai prossimi mesi con fiducia, ma aggiustando i portafogli per fronteggiare meglio alcune tendenze di cui abbiamo parlato precedentemente. (abstract)

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Volatilità e mercati asiatici: il settore tecnologico

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 settembre 2021

A cura di Chantana Ward, Gestore del fondo Comgest Growth Asia di Comgest. Recentemente, i mercati asiatici hanno attraversato un periodo di volatilità. Dopo che l’autorità di vigilanza cinese ha emanato una serie di norme per regolamentare il settore dell’istruzione, si è verificato un sell-off. Di fatto, le imprese operanti in questo ambito hanno dovuto registrarsi come organizzazioni senza scopo di lucro. La notizia ha mandato a picco società come TAL Education e New Oriental Education, con cali del 50-70% in una sola seduta di borsa.La volatilità si è diffusa al settore tecnologico in generale poiché queste nuove norme rientrano in una più ampia serie di modifiche normative. Tutti hanno parlato del rischio legato alle Olimpiadi, ma andrebbe anche considerata l’opportunità per il Giappone di essere protagonista del primo evento mondiale della riapertura, gestito egregiamente nonostante le circostanze avverse. Nel frattempo, il Giappone sta vaccinando più di un milione di persone al giorno e il suo tasso di crescita del PIL dovrebbe allinearsi a quello delle altre principali economie a partire da questo trimestre.Riteniamo che le storie di crescita endogena, quelle dei leader globali e dei beneficiari dei cambiamenti sociali, debbano riflettersi nei rispettivi prezzi azionari; e continuiamo a trovare molte di queste storie. Riportiamo di seguito alcuni esempi. Nonostante i continui lockdown da Covid-19, Fast Retailing ha riportato una crescita dell’utile operativo del 72% (per i nove mesi fino a maggio), trainata in particolare da Cina e paesi limitrofi.La forza del marchio e l’apertura di nuovi negozi stanno imponendo la propria presenza presso il consumatore asiatico emergente. Nidec ha continuato a crescere rispetto all’anno precedente registrando una crescita dell’utile operativo del 60%, grazie in particolare al solido andamento delle applicazioni per beni di consumo e il settore automobilistico. L’azienda ha annunciato il nome del suo primo cliente nell’ambito dei motori per veicoli elettrici in Giappone, Sagawa Express. Samsung Electronics ha pubblicato i risultati del secondo trimestre 2021, che hanno evidenziato aumenti del fatturato e dell’utile operativo rispettivamente del 19% e del 53% su base annua.

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“Aggiornamento multi-asset mensile: arginare la volatilità in un contesto di premi al rischio elevati”

Posted by fidest press agency su sabato, 11 aprile 2020

A cura di Maya Bhandari, Gestore Multi-asset di Columbia Threadneedle Investments. I costi complessivi legati al Covid-19 per la sanità pubblica e l’economia sono al momento impossibili da quantificare. Nella scelta del loro approccio sanitario, le autorità hanno dovuto soppesare i costi umani legati alla saturazione delle unità di terapia intensiva e quelli generati dall’aumento della disoccupazione, dal crollo degli investimenti e dalla distruzione della domanda dovuti alle misure di distanziamento sociale. Com’è comprensibile, i governi hanno scelto di mettere la salute dei cittadini davanti agli interessi economici.Tuttavia, governi e banche centrali hanno anche cercato di utilizzare i propri bilanci per attuare misure di allentamento senza precedenti, volte a preservare la struttura delle rispettive economie nel breve termine. Tra questi provvedimenti figurano prestiti agevolati alle imprese, incentivi alle PMI e alle famiglie, la creazione di massicci veicoli a sostegno del credito per grandi datori di lavoro e l’assicurazione di un sostegno salariale ai lavoratori.La prima è che le valutazioni sono molto più basse. Gli spread del credito societario sembrano ricompensare gli investitori per i tassi di insolvenza nettamente superiori a qualunque massimo registrato in questo secolo: i differenziali delle obbligazioni investment grade sono ad esempio triplicati a oltre 300 pb quest’anno. Nel frattempo, i listini azionari presentano quotazioni pari o prossime ai rispettivi valori contabili, il che suggerisce un incremento asimmetrico dei rendimenti in futuro.Sappiamo anche che le autorità politiche hanno reagito in tempi sorprendentemente rapidi con provvedimenti di enorme portata. Anche se le politiche monetarie e fiscali non permettono di curare il Covid-19, queste misure possono gestire e in ultima analisi risolvere le distorsioni osservate nei mercati del reddito fisso, garantendo il buon funzionamento del sistema finanziario. Questi interventi possono inoltre gestire il rischio di un incremento vertiginoso della disoccupazione, che con ogni probabilità non farebbe altro che aggravare e prolungare la crisi.La terza cosa che sappiamo è che lo shock per l’attività economica sarà molto forte nel breve periodo, in quanto diversi settori hanno di fatto interrotto la propria attività. Molti degli indicatori che seguiamo non rispecchiano ancora l’improvviso arresto dell’attività economica, ma ciò che più conta è come il mondo reagirà nel 2021-2022.Continuiamo a considerare la pandemia di Covid-19 come uno shock grave ma temporaneo e siamo dell’avviso che, pur non essendo in grado di preservare perfettamente il funzionamento dell’economia globale, le autorità si sono dimostrate determinate ad evitare che questa crisi della sanità pubblica sfoci in una crisi finanziaria più profonda.
Sia le azioni che le obbligazioni societarie offrono premi al rischio considerevoli. Tuttavia, anche la volatilità assoluta dei mercati delle obbligazioni societarie appare elevata, al punto tale da aver causato un netto incremento delle correlazioni con le azioni. Pertanto, pur restando esposti al reddito fisso e alle azioni, a marzo abbiamo anche aumentato progressivamente la quota di liquidità, fino a raggiungere un livello senza precedenti del 10,5%. Oltre che ad arginare la volatilità del fondo, questa modifica ci fornisce anche “munizioni” liquide che cercheremo di impiegare non appena scorgeremo segnali che il peggio è passato.Stiamo inoltre sfruttando la nostra strategia basata su opzioni call coperte, che rappresenta un’importante fonte di reddito e ci permette di controllare la volatilità del portafoglio. A seguito dei forti aumenti della volatilità implicita e realizzata, le opzioni call di marzo sono state vendute out-of-the-money di circa il 10% (a fronte dell’1,5% in condizioni di mercato “normali”), ma hanno comunque permesso di catturare da tre a quattro volte i premi medi, tenendo conto degli obiettivi di reddito, crescita del capitale e di controllo della volatilità del fondo.

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“Fixed Income – Contenere la volatilità degli investimenti nelle obbligazioni dei mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 settembre 2019

A cura di Ketan Gada, Senior Investment Manager, Gareth Payne, Senior Client Portfolio Manager di Pictet Asset Management. Il contesto per gli investimenti nei mercati emergenti è chiaro. Con economie sviluppate frenate da una scarsa crescita demografica e bassi tassi di crescita della produttività, gli investitori in cerca di un forte potenziale economico volgono sempre più lo sguardo verso i mercati emergenti [si veda la Fig. 1]. Il fatto che gli attivi dei mercati emergenti tendano a essere relativamente decorrelati rispetto ai mercati sviluppati è un ulteriore fattore di interesse1. Il problema è che molti investitori alla fine preferiscono non procedere con l’investimento. Il motivo è legato al fatto che gli attivi dei mercati emergenti, malgrado siano molto interessanti, sono troppo spesso minacciati dalla volatilità – le loro valute e obbligazioni, infatti, possono registrare forti episodi di turbolenza.
I mercati delle obbligazioni sovrane e delle valute dei mercati emergenti sono una fonte di rendimento potenziale particolarmente ricca. Nella classe di attivi non solo c’è una notevole dispersione, ma le obbligazioni dei mercati emergenti tendono anche a essere poco analizzate, soprattutto al di fuori dei mercati delle obbligazioni di Stato più grandi. Questo le differenzia dalle obbligazioni dei mercati sviluppati, che ormai si muovono spesso all’unisono.
Molti grandi investitori istituzionali considerano omogeneo l’universo dei mercati emergenti, e vi investono utilizzando fondi indicizzati.Ma può rivelarsi controproducente. Coloro che seguono i benchmark ponderati per la capitalizzazione rischiano di ritrovarsi sovraesposti ad attivi di qualità inferiore, in quanto i governi in difficoltà sono anche quelli che si indebitano di più.
Un’altra ragione per la quale gli investitori non colgono tutti i benefici del debito dei Paesi emergenti è che alcuni di loro diffidano di questo mercato per via delle brusche e improvvise oscillazioni dei prezzi che lo caratterizzano. Molti di loro, di conseguenza, riducono l’esposizione alla classe di attivi. Complessivamente, questi fattori creano un contesto in cui gli investitori flessibili con forti competenze di analisi possono generare alpha. Un modo per mitigare il rischio di perdite e continuare a consentire agli investitori di beneficiare del potenziale dei mercati emergenti consiste nel ricercare rendimenti assoluti.
Il tutto significa che aggiungere un portafoglio total return a un’esposizione al debito dei mercati emergenti può migliorare i rendimenti rettificati per il rischio dell’investimento complessivo. Se ben fatto, il risultato può essere un portafoglio i cui rendimenti sono decorrelati non solo dalle principali classi di attivi, ma anche dagli indici di rifermento dei mercati emergenti. Tale portafoglio dovrebbe anche offrire una certa protezione dalla perdita di capitale, offrendo al contempo un costante rendimento positivo con più alpha rispetto a quanto normalmente generato da attivi scambiati con maggiore intensità. Tutto ciò significa che l’inclusione di una strategia di absolute return in un portafoglio obbligazionario tradizionale ha il potenziale di migliorare i rendimenti rettificati per la volatilità.

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Volatilità mercati azionari: Non solo rischi politici all’orizzonte

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 settembre 2017

borsaA cura di Toby Nangle e Maya Bhandari, gestori Multi-asset di Columbia Threadneedle Investments.In occasione del decimo anniversario della crisi finanziaria globale, ci siamo trovati a riflettere sulla volatilità persistentemente contenuta dei mercati finanziari. Benché questo contesto ideale caratterizzato da un miglioramento della crescita senza pressioni sui prezzi sia giunto alquanto inaspettato, analisti e investitori sembrano tenerne sempre più conto nelle loro previsioni. La situazione può sembrare favorevole, ma le valutazioni elevate di numerose asset class (per non parlare dei premi a termine negativi delle obbligazioni) celano in realtà l’accumularsi di rischi potenziali. Gli sviluppi geopolitici, i cambiamenti ai vertici delle banche centrali, le fibrillazioni sul tapering, il dollaro e i mercati emergenti sono alcuni dei rischi che vediamo addensarsi all’orizzonte.
Le tensioni politiche restano elevate negli Stati Uniti ma sono andate accentuandosi anche in Giappone, dove i sondaggi indicano una perdita di consenso del premier Shinzō Abe tra l’elettorato nipponico. Il Giappone è uno dei mercati che prediligiamo per le allocazioni azionarie dei nostri fondi gestiti, ragion per cui la possibilità di un’uscita di scena dell’attuale primo ministro ci ha messo in allarme. Tuttavia, l’ondata di panico sembra ormai alle nostre spalle, almeno per il momento. Il miglioramento dei dati sull’espansione economica e l’atteggiamento meno ostile del pubblico dopo i recenti scandali sembrano infatti aver allontanato lo spettro di una crisi politica per Abe. Inoltre, il recente rimpasto di governo lascia ben sperare: affidando a due suoi potenziali oppositori cariche importanti all’interno del Partito liberal-democratico, Abe dovrebbe essersi liberato di due possibili minacce. In base al nostro scenario di riferimento Abe riuscirà a superare indenne questa crisi e la stabilità politica si protrarrà almeno fino al 2021.Un cambio alla guida delle banche centrali potrebbe mettere in discussione le politiche monetarie accomodanti che negli ultimi anni hanno sostenuto gli asset rischiosi, minacciando il contesto di tassi “più bassi più a lungo”. In Europa, il mandato di Mario Draghi scadrà nell’ottobre 2019, ma il prossimo anno il presidente della BCE potrebbe decidere di candidarsi alla guida dell’Italia; negli Stati Uniti, invece, l’incarico di Janet Yellen terminerà nel gennaio 2018 (benché la sua posizione dipenda, in certa misura, dal Presidente Trump). In Giappone, il mandato di Haruhiko Kuroda finirà ad aprile e il prossimo governatore della Bank of Japan potrebbe essere un tradizionalista pronto a normalizzare quanto prima la politica monetaria. Siamo consapevoli che un’accelerazione del processo di normalizzazione da parte delle banche centrali potrebbe avere serie ripercussioni sugli asset rischiosi globali.
In Europa non sono da escludere fibrillazioni sul tapering nel caso in cui la Banca centrale europea dovesse diventare meno accomodante, soprattutto dal momento che l’istituto di Francoforte è l’acquirente marginale di bund: Draghi ha parlato di un rafforzamento e di un ampliamento della ripresa nell’area euro e ha annunciato un ulteriore ridimensionamento del programma di QE con l’inizio del 2018. Idem per la Fed, dove i premi a termine dei tassi USA sono tornati in territorio negativo. A fronte del significativo rallentamento dei riacquisti azionari, le azioni potrebbero esibire vulnerabilità, anche se scontano un premio al rischio più alto rispetto, per esempio, alle obbligazioni societarie. Il dollaro ha perso slancio negli ultimi tempi, il che ha sostenuto i tassi dei mercati emergenti in particolare e delle attività rischiose più in generale. Se il trend del biglietto verde dovesse invertire la rotta, le conseguenze sugli altri mercati potrebbero essere significative.Abbiamo analizzato anche lo stato di salute dei mercati emergenti (Asia esclusa), dove deteniamo un’allocazione neutrale, e abbiamo osservato che i paesi duramente penalizzati dalle fibrillazioni sul tapering del 2013, quali Brasile, Messico, Russia e Sudafrica, hanno intrapreso riforme importanti, tradottesi in una crescita di migliore qualità. La Russia resta strettamente connessa al prezzo del barile di petrolio, che a USD 50 sembra tuttavia gestibile sia per l’economia che per le società petrolifere del paese. Il Sudafrica è probabilmente l’anello più debole nell’universo dei paesi emergenti Asia esclusa: la crescita è fiacca e il rischio politico in aumento, mentre i bassi tassi d’interesse reali limitano lo spazio di manovra per misure di stimolo. In Messico, la debolezza legata alle elezioni statunitensi ci ha offerto l’opportunità per rafforzare le posizioni in società robuste, in un contesto all’insegna di solide prospettive di consumo che potrebbero beneficiare di un allentamento monetario via via che l’inflazione rallenta. La fiducia delle imprese messicane è positiva, nonostante l’evoluzione della politica commerciale statunitense e le tempistiche di ulteriori rialzi dei tassi negli USA.Alla luce di tutti gli elementi sopra considerati, non abbiamo apportato alcuna modifica alla nostra asset allocation complessiva questo mese. Ciò nonostante, il nostro team azionario globale ha rivisto al ribasso il giudizio su tre settori: quello su industria e finanza è passato da favorevole a neutrale, mentre quello sul comparto tecnologico è stato abbassato da molto favorevole a favorevole. Rimaniamo ottimisti sulla tecnologia, ma considerate le valutazioni attuali abbiamo ritenuto prudente ridimensionare la nostra esposizione al settore.

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La volatilità caratterizzerà i viaggi d’affari nel settore Energy, Resources & Marine

Posted by fidest press agency su sabato, 22 ottobre 2016

porta nuova milanoMilano. Il 2017 sarà un anno caratterizzato da estrema volatilità per i viaggi delle aziende dei settori energy, resources & marine, a causa della combinazione di più fattori: l’aumento minimo dei prezzi del petrolio, il rallentamento della crescita sia nelle economie mature sia che in quelle emergenti e l’aumento delle risorse energetiche alternative e rinnovabili. Lo indica il nuovo studio Energy, Resources and Marine Forecast 2017 realizzato da CWT Energy, Resources & Marine, la divisione specializzata nel settore energetico di Carlson Wagonlit Travel. La previsione annuale offre dati completi utili ai responsabili viaggi aziendali per pianificare il budget di spesa per il prossimo anno.«Ci sono turbolenze economiche che avranno un impatto significativo sui viaggi delle aziende del settore energy, respources & marine – sottolinea Raphael Pasdeloup, senior vice president, global program solutions di CWT Energy, Resources & Marine -. Ci si attende una crescita, ma, come mostra lo studio, ci sarà anche una certa volatilità. I travel manager devono capire come queste variabili impatteranno sulla loro gestione del travel, affinché sia sempre efficiente e in linea con gli obiettivi aziendali».
Negli Stati Uniti, i prezzi dei biglietti aerei rimarranno pressoché stabili, anche se per effetto del consolidamento delle compagnie aeree statunitensi si potrà assistere a un aumento su specifiche rotte come Houston (+3,5%). Nelle altre aree del Continente americano l’andamento è atteso in media stabile, ma con una spiccata variabilità legata alle politiche commerciali aggressive dei vettori regionali o all’inflazione (a Rio de Janeiro -8%, Buenos Aires -5,6%, Calgary +2,3%).Sebbene ci si attenda che i pernottamenti alberghieri restino stabili o siano addirittura in calo a livello globale, nel Continente americano si potrebbe assistere ad aumenti contenuti nelle tariffe hotel a causa del consolidamento del settore.
In Cina, le tariffe aeree sono previste in rialzo nel 2017 (Hong Kong +3%, Shanghai +1,2%). Nella restante parte dell’Asia Pacifico i prezzi sono attesi stabili (Kuala Lumpur +0,2%, Jakarta +0,1%, Perth +0,6%) anche per effetto della pressione verso il basso esercitata dai vettori low cost.
In Europa, Medio Oriente e Africa, i prezzi dei voli dovrebbero rimanere stabili o diminuire leggermente (Aberdeen +1%, Antwerp -3,5%), a eccezione di alcuni mercati chiave come Sakhalinsk (Russia + 6,2%), Bassora (Iraq, +5,9%), Dubai +5,4% e Città del Capo +5,1%.Per le destinazioni EMEA fortemente legate al petrolio e al gas, le tariffe alberghiere nel 2017 saranno influenzate dalla crisi in corso nel settore o da un eventuale rimbalzo. Ci si attende una diminuzione, in particolare, a Dar-el-Salam (Tanzania, -4,6%), Dubai (-4,4%) e Lagos (Nigeria, -4,4%); in rialzo invece le tariffe a Città del Capo (+7,1%), Riad (+4,9%) e Copenaghen (+3,3%). «I travel manager hanno diverse possibilità per migliorare le loro strategie di acquisto nel 2017 – commenta Raphael Pasdeloup -. Una revisione trimestrale della loro spesa aerea potrà aiutarli a negoziare tariffe migliori con i vettori. Inoltre i travel manager potrebbero approfittare al massimo della diminuzione o stabilità delle tariffe alberghiere per negoziare nuovi accordi di lungo termine».

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Brexit e mercati: ed ora? Investec Asset Management

Posted by fidest press agency su sabato, 25 giugno 2016

borsaAlla luce di questo risultato sorprendente riteniamo che si registrerà una notevole volatilità nel breve periodo. In particolare pensiamo che a preoccupare particolarmente i mercati saranno i seguenti aspetti:Volatilità valutaria: La sterlina è crollata rapidamente dai livelli che stavano scontando la possibilità di una vittoria del “Remain”. Fattori fondamentali del Regno Unito, quali il deficit di conto capitale corrente crescente e un mercato immobiliare in difficoltà, stanno diventando sempre meno elementi di supporto.Turbolenze sul mercato azionario UK: i titoli azionari UK sono scesi in maniera repentina sul mercato dei futures ed un clima di incertezza continua andrà ad influire negativamente su multipli e valutazioni. Sarà fondamentale selezionare con attenzione tra i titoli che hanno una maggiore probabilità di essere colpiti da un’ampia gamma di fattori ciclici interni, che per natura non sono di lunga durata, e società, come ad esempio i titoli bancari, che potrebbero essere colpite in maniera più strutturale. Difficilmente il mercato è in grado di fare questa netta distinzione in una prima fase e quindi, per i gestori in grado di adottare un approccio di selezione dei titoli molto scrupoloso, in grado di esaminarli uno ad uno, questo potrebbe rappresentare un notevole vantaggio nel lungo periodo. Molte società UK quotate potrebbero in realtà beneficiare di una sterlina debole o grazie ad un incremento della competitività o dalla conversione degli utili provenienti dall’estero.Calo del mercato immobiliare UK: gli asset immobiliari UK quotati, che erano già stati negativamente influenzati dalle preoccupazioni di “Brexit” a partire dall’ultimo trimestre del 2015, è probabile che vedano una inversione di tendenza dei propri recenti guadagni. Una ulteriore debolezza è possibile alla luce del re-rating dovuto a tassi di interesse strutturalmente più bassi nel lungo periodo.Stabilità macroeconomica e Fed accomodante: riteniamo che gli investitori a livello globale siano posizionati in linea di massima in maniera cauta alla luce delle preoccupazioni su la crescita. L’esito del refendum, oltre a creare un problema in particolare per gli asset UK, getta delle ombre su la recente stabilità macroeconomica e sull’atteggiamento più accomodante sui tassi da parte della Fed. Gli asset difensivi, come i bond governativi, potrebbe registrare un rally momentaneo mentre gli asset più rischiosi saranno probabilmente impattati in maniera negativa nel breve periodo. D’ora in avanti entrambi saranno influenzati dai fondamentali globali e dalle scelte degli investitori.
I mercati tendono ad aggiustarsi rapidamente e talvolta a reagire meglio del previsto. Gli investitori generalmente preferiscono non muoversi nell’immediato sulla scia del referendum. Nel lungo periodo i fondamentali economici e aziendali guideranno i rendimenti.
Gli elettori hanno votato per l’uscita del Regno Unito dall’UE nel referendum di ieri. Seguiremo la reazione iniziale dei mercati dei capitali con interesse. Riteniamo comunque che i movimenti valutari siano probabilmente più significativi, come abbiamo già osservato nella reazione immediata al risultato del referendum.
Aspettiamo che il reale impatto sugli accordi commerciali si dispieghi. Per quanto riguarda gli attuali accordi commerciali, ci sono segnali che indicano che si potrebbero attendere almeno due anni prima che nuovi accordi diventino effettivi. Riteniamo che a subire il maggiore impatto dei cambiamenti nelle tariffe commerciali probabilmente saranno l’agricoltura e la manifattura, poiché i servizi non conoscono un export specifico dell’industria. Sia il settore agricolo sia manifatturiero sono di dimensioni ridotte nella prospettiva del prodotto interno lordo UK (rispettivamente corrispondono allo 0.7% e all’11% del PIL). Riteniamo comunque che le incertezze determineranno un rinvio delle decisioni di investimento e acquisto di consumatori e società.Il grado di pragmatismo nel complesso detterà gli sviluppi nel breve periodo. Gli abitanti del Regno Unito hanno dato il loro messaggio e osserveremo il ritmo al quale la nuova agenda si svilupperà. Sarebbe sorprendente registrare ostacoli alla ripresa economica che l’Europa sta attraversando. Con una politica monetaria accomodante, esistono sia il rischio di rialzo che ribasso nel mercato dei titoli. Con i rendimenti dei mercati azionari di molto superiori a quelli dei mercati obbligazionari, riteniamo che vi siano settori che possono far crescere i dividendi anche in ambiente più difficile. (by Luca Maranesi)

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Volatilità monetaria

Posted by fidest press agency su sabato, 22 agosto 2015

monete(A cura di Claudio Barberis, responsabile asset allocation di MoneyFarm SIM) Poco più di un mese fa Mario Draghi ha dichiarato che la volatilità sui titoli obbligazionari è comprensibile e che vi si deve fare l’abitudine, dopo anni di tassi bassi.La dichiarazione di Draghi era legata a un momento di forti oscillazioni dei prezzi dei titoli di stato tedeschi, ma per diverse ragioni è simbolica di una transizione che i mercati stanno vivendo.Dal 2009 in poi, con la parentesi della crisi europea del 2011, si è assistito a una lunga fase di moderazione della volatilità sui mercati, accompagnata da dati macroeconomici nei paesi sviluppati con inflazione vicina allo zero, crescita di poco positiva e un generale contesto di relativa tranquillità supportata anche dalle politiche di quantitative easing delle banche centrali.Tra gli investitori e gli analisti vi è chi ha teorizzato l’inizio di una nuova era di tassi bassi, crescita potenziale bassa, evoluzioni demografiche molto contenute… al punto che alcuni parlano di questi tempi come del completamento di un percorso di “Great moderation” che ha le sue radici negli anni ’80, quando negli Stati Uniti venne iniziata e poi vinta la lotta all’inflazione.La bassa volatilità è andata di pari passo con valutazioni storicamente alte per i titoli di stato, spread bassi sui corporates e azioni di tutto il mondo sviluppato in media care. Partendo dai minimi del 2009, i mercati hanno offerto agli investitori performances positive con basso rischio, il meglio che si potesse chiedere per i propri risparmi.Qualcuno però evidenzia il rischio legato a condizioni troppo “tranquille” sui mercati. È sufficiente guardare un grafico dello Standard and Poors 500 (azioni americane) nei trent’anni passati per vedere come gli ultimi trimestri sono a dir poco particolari: da quasi un anno l’indice si trova sui massimi storici e si muove in un range molto stretto intorno a questi livelli. Si tratta di una situazione non facile per chi deve investire, combattuto tra l’idea che i mercati possano essere un po’ cari ma che l’abbondante liquidità, l’assenza di alternative e di notizie negative possano far sì che nulla si muova ancora per diverso tempo.
Simile discorso si può fare anche sui titoli di stato americani o tedeschi.Recentemente qualcosa sta cambiando. Vi sono asset class “periferiche” come le materie prime, le valute, le azioni dei paesi emergenti e alcuni segmenti del mercato high yield statunitense che mostrano volatilità elevata e prezzi in calo. Le cause sono molte, legate a vicende specifiche o a fattori globali, come l’atteso rialzo dei tassi d’interesse da parte della Fed in autunno.
Il comportamento di materie prime e paesi emergenti in queste settimane è per qualcuno un campanello d’allarme, per altri una boccata d’ossigeno.È un campanello d’allarme per chi vi legge la fine di un tema d’investimento profittevole negli ultimi quindici anni, oggi che nei paesi sviluppati la crescita non è ancora tale da compensare la mancata spinta dei paesi emergenti. Anche dal punto di vista dei flussi di portafoglio, la fine di un tema così duraturo può portare a deflussi di capitale dalle valute di questi paesi e da tutte le asset class legate a questo, con conseguenti crisi e tensioni su mercati ed economie.
Ma la recente volatilità può avere anche implicazioni positive. La Cina svalutando la sua moneta sta muovendosi verso meccanismi più “di mercato”, permettendo che la valuta debole compensi un export in difficoltà, come sarebbe normale in un sistema monetario internazionale a cambi flessibili. Lo yuan viene svalutato per ottenere un risultato non diverso dal deprezzamento visto su tante altre valute emergenti a cambio flessibile in queste settimane.Il calo dei prezzi delle materie prime può essere il sintomo di una minor crescita potenziale globale, ma allo stesso tempo dimostra che sui mercati c’è ancora spazio per una normale dinamica di domanda e offerta che contribuisca alla formazione dei prezzi, nonostante quantitative easing e supporti di ogni tipo post 2008.Se solo alcuni mesi fa l’investitore globale si trovava in difficoltà per via di asset class tutte sui massimi e con una mancanza cronica di possibilità di diversificazione, l’atteso lento smantellamento di politiche monetarie espansive in Occidente (a partire dagli Stati Uniti già quest’anno) sta ridando la parola ai mercati per quanto riguarda il processo di scoperta e formazione dei prezzi.Investitori anche famosi sono arrivati a sostenere che i tassi bassi non sono la soluzione dei problemi dell’economia globale e che in alcuni casi siano essi stessi il cuore del problema. È un’affermazione forte, su cui si discuterà per decenni. Si può comunque dire che l’atteso rialzo dei tassi Fed in autunno e l’attuale volatilità sui mercati potrebbero essere una boccata d’ossigeno per molti. La stessa Fed e la Bce, pur in fasi diverse del ciclo di politica monetaria, potrebbero vedere con sollievo la fine di un ruolo da protagoniste che si sono trovate a dover ricoprire.

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Una manovra finanziaria che non convince

Posted by fidest press agency su sabato, 16 luglio 2011

Ieri la manovra finanziaria è stata approvata anche alla Camera, dopo il sì di giovedì del Senato. Tutto in due giorni: dialogo tra maggioranza e opposizione, pochi emendamenti, nessun ostruzionismo. Un miracolo. Ma la crisi resta. Non solo perché lo certifica l’alta volatilità dei mercati – anche ieri lo spread è tornato oltre quota 300 subito dopo l’asta dei Btp, nonostante che una domanda quasi doppia per i titoli a cinque anni e superiore del 50% per i Btp a 15 anni possa far dire che si è trattato di uno scoglio superato bene – e perché i tassi che si stanno praticando (il Btp a 15 anni il 5,9% massimo storico da quando esiste l’euro) fanno pensare che in autunno sarà nuovamente necessario intervenire con provvedimenti correttivi. No, la crisi che stiamo vivendo deriva dalla mancanza di fiducia – forse la commodity oggi più rara – che a sua volta discende dalla mancanza di credibilità di chi ha (avrebbe) il potere di decidere, e per questo essa è essenzialmente politica. E questo vale per l’Italia, ma anche per l’Europa, visto che nel mirino dei mercati non ci siamo solo noi, come finora non ci sono stati solo i greci, i portoghesi e gli irlandesi, ma c’è l’euro e l’intera impalcatura, assai fragile, della moneta unica.
Qualcuno, riferendosi ai fatti italiani, dice: il fatto che sotto la pressione dei mercati si vari una finanziaria che ha sempre richiesto un’enorme quantità di tempo e suscitato una non meno grande quantità di polemiche, significa che la risposta politica è arrivata. Ma non basta. Perché proprio questo “miracolo” è la dimostrazione più lampante dell’anomalia politica italiana, che al fondo è causa prima dei nostri problemi. Perché il clima parlamentare che si è creato in questa circostanza dovrebbe essere la normalità, non l’eccezione. Il fatto, invece, che sia una cosa più unica che rara significa che è destinata a non ripetersi. Davide Giacalone scrive su Libero che avendo bisogno di mercato, privatizzazioni, competizione, di tagliare la spesa pubblica e riqualificarla, “chi dovrebbe farla, questa roba, un accordo bipartisan fra chi è contrario alla gestione privata dell’acqua e chi è favorevole ma non ha il coraggio manco di dirlo?”. Non si ripristina una dialettica sana e una competizione virtuosa senza prima aver sconfitto la contrapposizione permanente che ha portato alla mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti, la quale a sua volta ha impedito qualsiasi continuità legislativa (si pensi al settore dell’energia, in cui le scelte sono per definizione di lungo periodo). E comunque due decenni di “non governo” ci costringono ora a scelte – per evitare di diventare la Grecia – talmente difficili da richiedere almeno una fase di convergenza.
Se ci pensate, lo stesso vale in Europa. Se nel mirino c’è l’euro, la risposta non può essere tecnica, ma politica. Tremonti lo ha detto con chiarezza: l’Europa balla sul Titanic e il rischio è che si affondi tutti, passeggeri di prima classe inclusi. Ma come in Italia occorre discontinuità assoluta, così ci vuole nel club della moneta unica. Continuare e mettersi d’accordo tra Stati nella pienezza della loro sovranità è una pia illusione. Finora ci si è riusciti poco e male, perché dovrebbe accadere domattina. Certo la paura del contagio è alta, ma non basta. Ci vuole di più. E l’equivalente di quello che per l’Italia è la “grande coalizione”, sul piano continentale si chiama Stati Uniti d’Europa. (fonte: Redazione Terza Repubblica in sintesi)

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Il ruolo delle economie emergenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 giugno 2011

Le economie emergenti rispetto al passato presentano oggi un miglioramento dei fondamentali e del clima di fiducia. Ciò consente risultati economici per molti versi migliori di quelli delle economie avanzate, anche in termini di crescita e di scambi commerciali. I flussi finanziari verso le economie emergenti sono raddoppiati nel periodo recente, mentre l’aumento delle riserve ufficiali è stato ancora più sostenuto. L’evoluzione della situazione finanziaria delle economie emergenti ha assunto un’importanza crescente con il rafforzarsi del loro ruolo sui mercati internazionali. Grazie alla loro crescente integrazione nei mercati finanziari, tali economie sono riuscite non solo a migliorare le proprie prospettive di crescita, ma anche ad offrire maggiori opportunità di diversificazione agli investitori esteri (provenienti da economie avanzate ma anche, in misura crescente, da quelle non avanzate). Tuttavia, l’andamento delle economie emergenti pone anche seri rischi alla stabilità del mercato finanziario globale, non ultimo a causa della maggiore volatilità dei loro fondamentali economici e, quindi, dei flussi finanziari. L’analisi di queste economie è pertanto diventata parte integrante dell’esercizio di valutazione della stabilità finanziaria. Dobbiamo, quindi, concludere che le economie emergenti sono diventate un a parte importante dell’economia e del sistema finanziario globale. La convenienza di un trasferimento netto di risorse dalle economie emergenti alle economie mature dipende in larga misura dal saldo tra i vantaggi derivanti dalla promozione della domanda delle economie mature verso le loro esportazioni e quelli derivanti dall’ampiezza di investimenti produttivi nelle economie emergenti stesse. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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I rischi di choc monetari

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 novembre 2009

Il presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet in una recente conferenza a Francoforte ha denunciato il pericolo di “una eccessiva volatilità del mercato dei cambi che è un nemico per la stabilità e la prosperità dell’economia globale”. Qualche giorno prima anche il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, si era espresso negli stessi termini.   Il dollaro ha infatti superato la soglia di 1,50 sull’euro con una svalutazione dall’inizio del 2009 di oltre il 20% in rapporto alla moneta europea. C’è una reale perdita di competitività delle esportazioni europee sui mercati internazionali dove il dollaro resta la moneta di riferimento nei commerci, ma c’è anche il rischio immediato di una grave crisi monetaria, dopo essere stati investiti dalla crisi finanziaria globale. Chiaramente il dollaro è  debole e sempre più in difficoltà ad essere la sola moneta di riferimento mondiale e la principale moneta di riserva. L’economia americana, come è noto, è in picchiata mentre crescono la disoccupazione, il debito pubblico e il deficit di bilancio e quello del commercio estero. Di conseguenza c’è una perdita del 18% di introiti fiscali in rapporto all’anno precedente. Alcuni dati finanziari evidenziano ulteriormente la pericolosità dell’evolversi della crisi e del suo riversarsi sui mercati monetari.   Nel 2009 il Tesoro americano ha emesso ben 1.270  miliardi di dollari in titoli di stato, di cui soltanto 298, cioè il 23,5% del totale, sono stati acquistati dalla Fed. Il resto è stato acquistato da vari paesi, a cominciare dalla Cina. Evidentemente, nonostante la debolezza del dollaro, si confida sempre nel governo americano applicando agli USA il principio del creditore di ultima istanza e del “too big to fail”. L’anno scorso il bilancio della Fed è più che raddoppiato superando i 2.000 miliardi di dollari. Essa ha semplicemente stampato altri dollari e questa grande liquidità si è riversata sui mercati internazionali.  Siamo di fronte al paradosso che da un lato si registra una eccedenza di liquidità  e dall’altro vi è una drammatica carenza di dollari! Infatti la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ha pubblicato uno studio dal singolare titolo “Scarsezza di dollari USA nelle attività bancarie globali” in cui spiega che dopo il fallimento della Lehman Brothers il sistema si è trovato in gravi difficoltà per ottenere crediti in dollari a breve termine. La Fed è arrivata a concedere aperture di credito swap illimitate alle altre banche centrali, soprattutto quelle europee,  e ha fornito liquidità in dollari per oltre 600 miliardi a non residenti, cioè a istituti bancari e finanziari stranieri. Questo perché nei passati dieci anni vi è stata una crescita straordinaria dei bilanci globali delle banche, in particolare quelle europee, operanti come entità multinazionali. Si ricordi che i diritti di pagamenti esteri (foreign claims) delle banche erano 10.000 miliardi di dollari nel 2000 e che sono saliti a 34.000 miliardi nel 2007. La famosa “tecno-finanza” dei derivati e dei titoli tossici è cresciuta in modo esponenziale gonfiando i bilanci, incidendo anche sulla domanda a breve di dollari. Infatti, se non fosse per questa forte domanda di dollari necessari a mantenere il funzionamento di questo grande meccanismo speculativo, la moneta americana avrebbe perso molto più del suo valore! Questa enorme liquidità ha invaso tutti i mercati. Anche il G8 di Lecce aveva avvisato che essa era andata anche nella speculazione in “commodities”, come petrolio e altre materie prime e prodotti primari anche alimentari.  Parte di essa si è riversata nei mercati emergenti tanto che ad esempio i valori delle azioni e obbligazioni del Perù sono cresciuti del 139%, quelli dell’Indonesia del 112%, quelli della Turchia del 99%. La Banca Mondiale ha lanciato l’allarme sul pericolo di nuove bolle nelle borse e nei settori immobiliari di alcuni paesi dell’Asia, a cominciare dalla Cina, Hong Kong e Singapore. La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) perciò ha opportunamente invitato i paesi dell’Europa centrale e orientale, fino a pochi mesi fa sull’orlo della bancarotta, a fermare la loro “corsa drogata verso il debito in valuta straniera”.Purtroppo non si è ancora fatto nulla di concreto per riformare a fondo il sistema finanziario. Anzi c’è una nuova euforia speculativa che pervade le banche americane e potrebbe contagiare il mondo intero.  I governi d’Europa e lo stesso Mario Draghi che ha la responsabilità del Financial Stability Board, accelerino l’approvazione di nuove regole stringenti, altrimenti esploderà una nuova crisi nel sistema finanziario e monetario. Di ciò, lo stesso Lorenzo Bini Smaghi, rappresentante italiano nel board della BCE, è consapevole, tanto che ha detto:”C’è il rischio di una nuova imminente ondata di svalutazioni delle attività bancarie nell’area dell’euro, con conseguenti riduzioni patrimoniali”.  (Mario Lettieri, sottosegretario all’Economia nel governo Prodi Paolo Raimondi, economista)

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