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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 316

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Il voto degli italiani e il “Fattore P.”

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 settembre 2022

By Enrico Cisnetto. “Da quando la Russia ha deciso di attaccare militarmente l’Ucraina, con l’obiettivo molto più alto e pericoloso di dividere l’Europa e sovvertire l’ordine mondiale, portandoci dunque la guerra alle porte di casa, che ho cercato di dire che il “fattore P”, inteso come Vladimir Putin, ma anche come “politica estera”, avrebbe sconvolto la politica italiana. Poi una campagna elettorale idiota, spesa a parlar d’altro, ha fatto credere agli stolti che la partita si giochi su altri piani. Può darsi che sarà così domenica 25, perchè gli italiani metteranno nelle urne prima di tutto le loro rabbie e le loro paure, e in una certa misura finiranno per farsi attrarre, pur disprezzandolo, dal “teatrino della politica”, non fosse altro per poter partecipare al sempiterno gioco degli odii incrociati. Ma non sarà così a partire dal giorno dopo, quando entreranno in campo i veri fattori che condizionano la politica. Ora, a ricordarcelo, a poco più di una settimana dalle elezioni, arrivano tre autentiche bombe nucleari. La prima: le informazioni riservate dell’intelligence americana, contenute in vari dossier che il Dipartimento di Stato Usa ha cominciato (anzi, appena cominciato) a mettere in circolazione attraverso un documento classificato come “sensitive” (cioè contenente informazioni importanti) ma non come “classified”, dunque non da tenere strettamente riservato, circa finanziamenti di Mosca a partiti ed esponenti politici – mai direttamente, ma attraverso intermediari e con la copertura di strutture parallele – di diversi paesi occidentali, tra cui ovviamente l’Italia. La seconda bomba: la reazione di Mario Draghi al rischio di sputtanamento internazionale dell’Italia. Il presidente del Consiglio ci è andato giù durissimo: “La democrazia italiana è forte, non si fa battere da nemici esterni e dai loro pupazzi prezzolati. È chiaro che negli ultimi venti anni la Russia ha effettuato una sistematica opera di corruzione negli affari, stampa e politica in molti paesi Ue e negli Usa”, invitando a distinguere tra chi “vuole togliere le sanzioni e parla di nascosto con i russi” e chi non lo fa. Chi c’è, politicamente parlando, nella “lista nera”? Sicuramente la Lega di Salvini, i mondi alla sinistra del Pd (ma anche qualche componente dei Democratici), gli svalvolati di Paragone. Né sfugge alla memoria (e, immagino neppure ai dossier dell’intelligence) il rapporto di amicizia e di affari di Silvio Berlusconi con il nemico del Cremlino, che di sicuro le ambigue e ondivaghe prese di posizione sulla guerra del Cavaliere in questi mesi hanno fatto dimenticare. Quanto ai 5stelle, ci ha pensato Trump con l’endorsement elettorale di qualche giorno fa al suo amico Giuseppe (stavolta neppure storpiato) a ricordarci involontariamente quali mani Conte abbia stretto, e quelle del duo Donald-Vladimir sono certamente tra quante lasciano più germi. Infine, capitolo a parte per il partito della Meloni. Che si definisce atlantista senza se e senza ma, e che in effetti oltre Atlantico gode di qualche simpatia, naturalmente molto più se non esclusivamente sulla sponda repubblicana. E comunque nessuno mette in dubbio che nella partita della guerra sia stata dalla parte giusta, tanto più se la si paragona ai suoi due alleati col colbacco. Ma per colei che viene da mesi indicata (frettolosamente?) la prima presidente del Consiglio donna, i problemi sono molti più continentali che atlantici. Come dimostra il passo falso del voto su Orban. La Meloni ha compito un errore da matita blu: aveva l’occasione di tacitare le due obiezioni politicamente più rilevanti che le si possono sollevare, quella di non essere né pienamente democratica né sinceramente europeista, e l’ha mancata clamorosamente consentendo che il suo gruppo al Parlamento europeo votasse in difesa del leader ungherese. Un’amicizia, quella con Orban – ormai ai margini dell’Europa, da cui non è ancora stato sbattuto fuori solo per paura che si schieri apertamente (ma non lo è già, di fatto?) con Putin – che rischia di causarle gravi problemi, forse anche alle elezioni ma sicuramente un minuto dopo. Lei ha giocato la carta della lealtà per giustificare la scelta di Strasburgo, ma la lealtà primaria che doveva dimostrare, specie dopo aver passato anni a predicare il verbo nazionalista e aver criticato l’Europa ogni piè sospinto, è quella alla Ue. Tanto più quando in discussione ci sono i valori fondanti della democrazia e della libertà. Non è un caso che Berlusconi (o qualche suo ventriloquo) abbia colto al balzo la ghiotta occasione di recuperare qualcuno dei tanti punti persi con il suo filo-putinismo e per aver partecipato alla congiura che ha fatto cadere il governo Draghi e liquidato in anticipo la legislatura in un momento delicatissimo, per annunciare solenne che lui si farà garante di un governo esclusivamente europeista e che “se questi signori nostri alleati dovessero andare in direzioni diverse, noi non staremmo nel governo”. Inoltre, la leader di Fratelli d’Italia ha perso la possibilità, politicamente ed elettoralmente ghiotta, di scaricare tutto il peso della scelta pro-Orban e anti-Ue sulle spalle di Salvini, cioè di quello che oggi è il suo vero nemico politico (e forse unico, se dopo il voto si concretizzerà un asse Meloni-Letta, di cui i lettori di TerzaRepubblica sanno ormai da qualche mese). Insomma, se per Salvini e Berlusconi pesa il “fattore P”, Meloni d’ora in avanti dovrà fare i conti con il “fattore O”. Tenderei ad escludere a favore di un risultato rovesciato, anche perchè per avverarsi abbisognerebbe non solo di buoni risultati di Pd, 5stelle e Terzo Polo ma anche di un’alleanza che li sommi. Impossibile. Più facile a favore di un “pareggio” che avrebbe come conseguenza un qualche rimescolamento di carte (pronostico un ruolo di prim’attore di Renzi nel cucire alleanze trasversali); 2) il centro-destra vince comunque, seppure senza dilagare (il che vuol dire che la maggioranza al Senato è stretta). Ma con due ipotesi opposte: la prima è che nonostante l’errore su Orban la Meloni ottiene un risultato superlativo (diciamo intorno al 30%) a scapito dei due alleati, la seconda è che invece pur essendo davanti FdI, ci sia un certo equilibrio con Lega e Forza Italia. Pur trattandosi di due scenari assai diversi, questi sui pesi dentro il centro-destra, alla fine portano ad una medesima conclusione: sarà complicatissimo fare un governo, e quand’anche, sarà impossibile tenerlo in piedi (tempo massimo 6 mesi-1 anno).

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Voto ai sedicenni. Abolire la gerontocrazia

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 settembre 2022

Un po’ apparentemente aliena rispetto ai temi che si dibattono oggi per il rinnovo del Parlamento, la proposta di Beppe Grillo perché i 16enni possano votare, a parte la scontata intenzione del proponente di accreditare il giovanilismo del suo movimento, ha un suo spessore. Gli argomenti a favore sono gli stessi che si possono utilizzare quando si mette in evidenza la migliore qualità della vita. E’ un dato di fatto che oggi a 16 anni si hanno molte più conoscenze e opportunità e autonomie di quando i nostri nonni, genitori e noi stessi avevamo la stessa età.A 16 anni si ha la responsabilità penale (si va in galera se si commette un crimine) e non si capisce perché non si debba poter decidere chi ti amministra e chi ti governa.A 16 anni si può guidare un motociclo e per farlo occorre una patente che dà al conduttore la responsabilità del bene e del male sulle strade che percorre. E non si capisce perché non dovrebbe anche poter guidare un’auto a 16 anni e avere il diritto di voto. A 16 anni finisce l’obbligo scolastico (e quand’anche, come in diversi vorrebbero, si portasse l’obbligo a 18, non sarebbe motivo ostativo per la nostra questione).Insomma, a 16 anni si è “grandi” nella società di oggi e non si capisce perché non si possa essere anche cittadini al 100%.Per il diritto di voto a 16 anni, se non vogliamo impastoiarlo in discussioni per la modifica costituzionale, c’è un metodo semplice, semplice, lo stesso che negli anni 80 del secolo scorso fu utilizzato per portare il voto dai 21enni ai 18enni: abbassare a 16 ani la maggiore età.A parte le disquisizioni psicologiche e di psicopolitica che considerano i sedicenni come automi, l’ostacolo più grosso è: i vecchi che oggi controllano i poteri a tutti i livelli, si vogliono fare da parte e/o decidere anche coi loro figli e nipoti? Cioé: abolire la gerontocrazia.. che non si può fare per legge. Vincenzo Donvito Maxia http://www.aduc.it

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Elezioni: Il risultato del voto non è affatto scontato

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 agosto 2022

By Enrico Cisnetto.A far discendere le proprie valutazioni e le conseguenti decisioni dalla realtà virtuale dei sondaggi è un errore capitale. Seconda premessa: se i partiti fossero tali, e non dei comitati elettorali a carattere padronale, oggi gli schieramenti sarebbero delineati e i programmi già consolidati. Invece tutto è ricondotto a scelte personali che ruotano intorno a vere o, soprattutto, presunte leadership. Questo significa che l’affermarsi, prima sul piano mediatico e poi, eventualmente, su quello elettorale, di personalità che sembrano rivolte ad un successo imperituro, sono invece destinate a durare, al massimo, lo spazio di uno scorcio di legislatura. Teniamone conto. Terza e ultima premessa: il 25 settembre si voterà con la vecchia legge elettorale, che assegna il 37% dei seggi con il metodo maggioritario delle candidature uninominali, e il resto con il sistema proporzionale. Questo perché – nonostante sia stata decisa la decurtazione di un terzo del numero dei parlamentari, scendendo a 400 deputati e 200 senatori, cosa che ha determinato uno stravolgimento dei collegi – i partiti non hanno trovato la determinazione e la lucidità necessaria per cambiare la legge, come avevano detto e promesso. E siccome la quota uninominale sarà decisiva, specie al Senato, i partiti pur di vincere sono costretti – ma sarebbe meglio dire, si sono autocostretti – a formare alleanze preventive. Ed essendo totalmente privi di intelligenza politica, peggiorano le cose costringendo queste alleanze – la cui inconsistenza è dimostrata dal fatto che a poche settimane dal voto o devono ancora essere fatte o sono con tutta evidenza posticce e quindi destinate a frantumarsi dopo le elezioni – dentro lo schema bipolare, già dimostratosi fallimentare nella Seconda Repubblica. Tutto ciò premesso, ne discende che occorre evitare di farsi abbagliare sia dalla chincaglieria delle facili promesse – di solito spesa pubblica senza indicazione di dove si prendono le risorse, e quindi o non realizzabile o fatta a debito – sia dalle demonizzazioni degli avversari (basterebbe sottolinearne il dilettantismo e l’ignoranza, che ce ne sarebbe davanzo). Viceversa, la linea del giudizio deve assumere come discrimine le grandi questioni che sono davanti a noi. E la prima, quella fondamentale perché riguarda l’appartenenza all’Occidente e al suo sistema di valori, democrazie e libertà in testa, riguarda la collocazione internazionale dell’Italia, sollecitata dalla guerra che la Russia di Putin ha scatenato in Ucraina ma che ha mire che vanno ben oltre. Ricorderete che fin dalla prima cannonata su Kiev, a febbraio, io scrissi che il nostro Paese si sarebbe trovato di fronte ad una inequivoca (ma non per questo acritica) scelta di campo, e che la politica italiana avrebbe ritrovato un fattore discriminante, il “fattore P” (da Putin), così come durante la guerra fredda del secolo scorso ci fu il “fattore K”, che stava per comunismo e da cui ne discendeva la “conventio ad excludendum” nei confronti del Pci. Ora, la linea di confine è la caratura euro-atlantica dei partiti. Laddove entrambe le componenti del binomio – la pienezza della dimensione europea, che preclude ogni sbavatura sovranista, e la convinta adesione al patto Atlantico e alla Nato – devono essere garantite. E tradotte in una conseguente “solidarietà attiva”, cioè anche militare, all’Ucraina, senza ambiguità pacifiste, dietro le quali si nascondono i fili di legami inconfessabili con Mosca.Giorgio La Malfa ha tradotto l’applicazione rigorosa di questa discriminante in una proposta: il centrosinistra costruisca – pur nelle difficoltà di una legge elettorale che vieta forme di alleanze indirette, come la desistenza – un patto per i collegi uninominali tra tutti gli euro-atlantici, partendo dal presupposto che nessuna delle leadership del centro-destra abbia sul punto le carte in regola. Ora, se è vero che la Meloni è atlantista ma non europeista (l’amicizia con Orban e la collocazione nel parlamento europeo lo testimoniano), che Salvini non è né l’uno né l’altro e che Berlusconi ha dimenticato i suoi vecchi orientamenti liberali (ammesso che fossero autentici) ma non l’amicizia “molto stretta” con Putin, non per questo è altrettanto vero che il vasto fronte di chi si colloca nel centro-sinistra sia tutto adamantinamente euro-atlantico. Ne sono escluse vaste area della sinistra, anche dentro il Pd, mondi cattolici vari a cominciare da quelli ispirati al Papa peronista, e i 5stelle di Conte. E infatti si è già visto che la sinistra anziché organizzare su questi temi la campagna elettorale, preferisce – more solito – andare sul terreno della demonizzazione dei leader della destra e chiamare a raccolta il suo popolo agitando lo spettro del fascismo. La verità è che la selezione andrebbe fatta tra gli elettori, che sono sicuro starebbero in grande maggioranza dalla parte giusta, mentre il filtro dei partiti rende tutto poco limpido e credibile. Purtroppo, manca pochissimo alla presentazione delle liste e al voto, e pesano tutte le cose sbagliate fatte fin qui, e soprattutto quelle non fatte. E queste elezioni sono fondamentali, perché il Paese si gioca l’osso del collo. Sia perché arriva impreparato all’impatto con la somma di una serie di problemi esogeni di portata epocale – la guerra alle porte, la pandemia ancora ben viva, lo spettro della recessione da crisi dei costi dell’energia e delle materie prime e da inflazione prossima alle due cifre – con quelli endogeni dovuti ad una arretratezza lasciata incancrenire, sia perché subisce le conseguenze di avere un sistema politico e una architettura istituzionale sprofondati da anni in una crisi senza sbocco. Se poi gli ombrelli riparatori e le ciambelle di salvataggio che l’Europa ci ha messo a disposizione in questi anni, e di cui empiamente non abbiano fatto buon uso, non ci dovessero più essere, allora la situazione si farebbe davvero drammatica. Per questo non ci possiamo permettere una riedizione del 2018, in cui il combinato disposto tra l’astensione – ve lo dice uno che nel passato l’ha praticata, rivendicandone anche il valore politico quando non derivante da qualunquismo – e il voto di protesta, ha prodotto la peggior legislatura della storia repubblicana, che neppure l’italiano con maggiore credibilità internazionale è riuscito a salvare.Partiamo da qui, e portiamoci queste considerazioni in vacanza con noi che ci aiutino a riflettere, che prima del 25 settembre un’idea sul che fare ce la faremo. Per intanto buone vacanze a tutti, riprenderemo il filo del discorso ai primi di settembre. (abstract) Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it

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Scioglimento delle Camere: Gli italiani al voto

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 luglio 2022

Una giornata che al Senato della Repubblica verrà ricordata come una delle pagine più vergognose della nostra storia. Mentre nei giorni scorsi il Paese si è mobilitato, a tutti i livelli, come non era mai accaduto, per chiedere che Draghi potesse continuare a guidare il governo, lo spettacolo andato in scena per tutto il giorno a Palazzo Madama ha dimostrato lo scollamento di gran parte degli eletti dal sentire dei cittadini, e ancor di più la loro totale autoreferenzialità e incapacità di esercitare in modo responsabile il loro mandato. Tra chi è intervenuto c’era chi rappresentava se stesso e chi forze politiche preoccupate di posizionarsi in vista della campagna elettorale che ritenevano fosse nel loro interesse aprire; tutti erano accomunati dai toni offensivi, dall’arroganza, spesso dalla distorsione della realtà e sempre dall’irresponsabilità e dall’incoerenza. E’ stato terribile vedere così tanti parlamentari umiliare un uomo delle istituzioni con le capacità e il prestigio di Draghi e cercare di distruggere un Presidente del Consiglio che stava dando una speranza all’Italia e che portava avanti una complessa agenda giocata sul fronte interno, su quello europeo e su quello atlantico per creare le condizioni per superare le drammatiche difficoltà del presente e costruire un futuro solido.Ora il futuro solido si allontana e le difficoltà del presente ci aggrediranno con durezza, trovandoci del tutto indifesi. Con la fine del governo Draghi non solo saltano tutta una serie di provvedimenti economici e sociali e sono a rischio i fondi europei per il PNRR, ma le riforme europee che Draghi stava perseguendo, per la governance finanziaria ed economica e per rafforzare la capacità politica e militare dell’UE, ci vedranno non più protagonisti, ma addirittura in posizione di problema e di rischio per la coesione europea. L’Italia che cade sotto i colpi del populismo invece di partecipare alla costruzione della solidarietà e dell’unità europee alimenta l’ala rigorista e i governi più nazionalisti. Per il Paese, è davvero la tempesta perfetta. Di tutto questo gli Italiani si devono ricordare nelle prossime settimane, di qui al voto. Oggi la fiducia posta da Draghi in Senato ha ricevuto 95 voti a favore. 95 voti che corrispondono a chi in Aula ha saputo esprimere la responsabilità e il senso della politica, dimostrando di avere ben chiara la posta in gioco per l’Italia, per l’Europa e per le democrazie occidentali con questa crisi. La dimensione non solo nazionale, ma ancor più globale della posta in gioco dovranno riuscire ad emergere, e farsi sentire tra la demagogia, le false informazioni, la distorsione dei fatti. Europa e posizionamento internazionale, in primis nei confronti dell’aggressione della Russia all’Ucraina, saranno i punti centrali. Speriamo che l’informazione lavori con responsabilità, che le forze vive del Paese che si sono mobilitate in questi giorni facciano sentire la loro voce. (fonte: Movimento federalista europeo)

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Referendum e voto a distanza. E’ ora di modernizzarsi

Posted by fidest press agency su domenica, 16 gennaio 2022

Il voto a distanza in Italia è consentito solo per chi si trova all’estero. In molti altri Paesi, invece, votare fuori del proprio comune di residenza o votare per posta è una realtà. Crediamo sia il caso di rendere le nostre leggi più moderne e adeguate alle nuove realtà che stiamo vivendo da un paio d’anni, con problemi di mobilità da pandemia. Se non vogliamo che la pandemia ci faccia male anche per la massima espressione della nostra democrazia, il voto, sarà il caso di legiferare prima dei prossimi voti che ci aspettano a primavera, quelli per i referendum su giustizia, cannabis ed eutanasia.La lezione di rinnovamento e di democrazia che ci spinge in questo, ci arriva proprio da come sono state raccolte le firme di due di questi referendum: essenzialmente quello per la legalizzazione della cannabis, ma in buona parte anche quello per la legalizzazione dell’eutanasia.Tanti hanno convenuto che, in un contesto di crisi di partecipazione democratica, con il 50% degli aventi diritto che si sono recati alle urne nelle ultime consultazioni, la possibilità di firmare per i referendum con lo spid (senza, quindi, doversi fisicamente recare in un luogo) ha rivoluzionato e rafforzato la nostra democrazia. Se si pensa, in particolare, al referendum cannabis, quasi integralmente convocato da elettori che hanno firmato online, la portata e l’importanza diventa un’urgenza.Non sappiamo cosa succederà alla pandemia nella prossima primavera. E’ probabile che avremo ancora a che fare con essa. Vogliamo per questo rendere più difficile questa consultazione elettorale? E’ probabile che qualcuno lo auspichi, ma chi ha interesse che il Paese non si disinteressi alle sue dinamiche riformatrici, è bene che si dia una mossa. Il voto in altro Comune, il voto per corrispondenza o, se si fosse in grado, il voto via spid, sarebbero una conquista di civiltà per tutti. http://www.aduc.it

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Cambiare modalità di voto per gli italiani all’estero

Posted by fidest press agency su domenica, 5 dicembre 2021

“La gestione del voto per gli italiani all’estero registra ormai da anni forti criticità ed è giunto il momento di cambiare le sue modalità”.Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia Patrizio La Pietra che sull’argomento è intervenuto oggi nell’aula di Palazzo Madama.”I nostri connazionali che vivono all’estero – sottolinea La Pietra – mantengono un forte legame con la madre Patria che purtroppo però, spesso, troppo spesso si presenta più matrigna che madre. Molte sono le difficoltà di chi vive all’estero, penso alle procedure per il riconoscimento della cittadinanza in quanto figli o nipoti di italiani, elemento fondamentale sia per ufficializzare un forte legame con l’Italia sia, molto spesso, per una doverosa tutela dei propri diritti oltre confine, tutela della quale noi già tutti possiamo godere in quanto cittadini italiani”.”In questi giorni, in queste ore – osserva la Pietra – in otre 100 Distretti Consolari si stanno svolgendo le elezioni dei COM.IT.ES., l’organismo di rappresentanza dei cittadini italiani all’estero e anche in questa circostanza si sono registrati, e ci sono arrivate segnalazioni puntuali relative a criticità al limite della legalità. Oggi parliamo di COM.IT.ES, ieri di elezioni Politiche, sono sempre le solite problematiche. Per questo abbiamo già da tempo depositato come Fratelli d’Italia una proposta di legge per l’istituzione del voto elettronico per gli italiani all’estero”.”Una normativa di tre articoli – conclude La Pietra – che prevede questa modalità di voto solo ed esclusivamente per i 6 milioni di cittadini italiani residenti all’estero. Un provvedimento che non è un atto isolato ma è frutto di un lavoro e di una sensibilità di Fratelli d’Italia, di attenzione alle nostre comunità che vivono “oltre confine”, fatta di interrogazioni ed anche di emendamenti, uno per tutti, quello che ha consentito ai medici venezuelani di origine italiana, ai quali non si voleva riconoscere la professionalità acquisita negli anni passati all’estero, di venire ad esercitare la loro preziosa professione in Italia durante la pandemia. Non possiamo rimanere sordi alle richieste dei nostri concittadini, vedremo come si esprimerà l’aula, ma possiamo sicuramente garantire che Fratelli d’Italia sarà al loro fianco in ogni passaggio parlamentare, necessario per arrivare a questo obiettivo comune: garantire legalità e degna rappresentanza dei nostri connazionali all’estero”.

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Elezioni e quelli che non votano. Chi li ascolta e chi gli parla?

Posted by fidest press agency su domenica, 10 ottobre 2021

E’ il tema del giorno, i risultati delle parziali elezioni comunali. Quelle in cui ha votato il 54% degli aventi diritto e per le quali – ci sono i segnali – c’è un certo imbarazzo e tentativi di classificare il mancante 46%. Tra il tripudio dei vincitori, quelli che aspettano il secondo turno, le ammissioni e i “distinguo” degli sconfitti, quelli che non vengono mai sconfitti, le analisi dei politologi che ci aiutano a comprendere… il 46% non dice la sua. E’ come fare dichiarazione d’amore ad una persona e questa guarda e pensa altrove.Coloro che guidano le amministrazioni si pongono il problema, ma preso atto, in genere vanno oltre. E si consolano col fatto che in Paesi con democrazie ben più solide e secolari della nostra (Usa per esempio), le percentuali di chi vota sono ancora più basse; non solo, ma le alte partecipazioni al voto sono considerate prerogativa dei regimi autoritari. Ed è vero. Come è vero che ci sono il 46% di consumatori che non sono interessati alla gestione di quei beni e servizi che poi loro acquistano o fruiscono. Magari protestano quando qualcosa non funziona, e pretendono rimedi, ma preferiscono che siano altri a scegliere per loro. Dovendo amministrare un paese, una città o una intera Nazione, come si fa a parlare a tutti? Probabilmente se il soggetto del “colloquio” è la nazionale di calcio, questo parlare diventa più facile. Ma perché il calcio appassiona e la gestione dell’amministrazione meno? Passione e svago, identità, facilità di comunicazione interpersonale… questi alcuni elementi dell’amore verso il calcio. Quali quelli verso l’amministrazione, più o meno considerata amica, nemica, onesta, corrotta, sorda o attenta ai propri desideri e alle proprie esigenze? Chi è in grado di farlo? E quali sono gli strumenti che, chi ha il potere, concede a tutti per comunicare i pro e i contro? Domanda con difficile risposta. Anche perché, chi dovrebbe darla, in genere prende il risultato di chi lo ha votato, se lo porta a casa e alimenta il proprio orticello in modo che alla prossima scadenza sia sempre rigoglioso. Certo, non tutti sono così. Ma sta di fatto che quelli che lo sono compromettono la credibilità anche di quei pochi che non lo sono. Noi crediamo che compito dello Stato dovrebbe essere di trovare il vaccino contro questa predominanza della politica considerata come bottino del vincitore, a favore della politica come servizio per tutti, incluso il 46% che non vota. (fonte comunicato Aduc)

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Italiani all’estero e voto elettronico

Posted by fidest press agency su domenica, 1 agosto 2021

Fratelli d’Italia ha presentato questa mattina al Senato il disegno di legge per l’istituzione del voto elettronico per gli italiani all’estero. Si tratta di una normativa di tre articoli che prevede questa modalità di voto solo ed esclusivamente per i 6 milioni di cittadini italiani residenti all’estero. Il capogruppo al Senato di FdI, Luca Ciriani, ha sottolineato che “si tratta di una tema che non può più essere rinviato, anche in considerazione dell’assenza nella politica italiana degli ultimi anni nei confronti delle problematiche che vivono i nostri connazionali fuori dei confini della madrepatria.Secondo il senatore Patrizio la Pietra, estensore del ddl, “questo provvedimento non è un atto isolato ma è frutto di un lavoro portato avanti da Fratelli d’Italia di attenzione alle nostre comunità che vivono all’estero fatta di interrogazioni ed emendamenti, l’ultimo dei quali ha consentito ai medici venezuelani di poter venire ad esercitare in Italia durante la pandemia. Si tratta dell’introduzione del voto elettronico che riguarda esclusivamente i nostri connazionali all’estero e che vuole dare una risposta definitiva ai problemi del voto per corrispondenza che non si è dimostrato adeguato”.Per il responsabile nazionale del Dipartimento di FdI per gli italiani all’estero, Roberto Menia, “la battaglia per la concessione del voto per gli italiani all’estero compie vent’anni ed è stata il coronamento dell’impegno portato allora avanti da Mirko Tremaglia. A distanza da quel periodo, la legge riteniamo debba essere sottoposta ad una revisione a cominciare dalla modalità di voto. Quello per corrispondenza ha dimostrato tutta la sua fallacità soprattutto per i costi e per i brogli evidenti che si sono verificati che hanno portato nel nostro Parlamento personaggi non all’altezza di ricoprire il ruolo di rappresentanza loro delegato. La riduzione del numero dei parlamentari con l’ultima modifica costituzionale ha portato alla riduzione del numero dei parlamentari eletti all’estero da 12 deputati e 6 senatori a 8 deputati e 4 senatori. Con i sistemi di controllo che la modalità elettronica oggi consente sarà finalmente possibile far espletare un voto regolare ma soprattutto ampiamente partecipato, viste le defezioni al voto che il sistema cartaceo per corrispondenza ha provocato”. Per il vicepresidente del Senato Ignazio La Russa “Il sistema di voto attuale per gli italiani all’estero è ampiamente superato e la tecnologia consentirà finalmente di poter dare un’adeguata rappresentanza ai nostri connazionali che vivono lontano dall’Italia”.

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Governo: Laura Castelli su voto Rousseau

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 febbraio 2021

Dichiarazione di Laura Castelli, Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze: “Sono contenta che questa scelta sia passata per Rousseau, sono contenta che la maggioranza, come me, consideri importante metterci la faccia e continuare a difendere e rilanciare le tante cose fatte in questi anni. Dimostrando serietà e responsabilità istituzionale, abbiamo fatto, con consapevolezza, una scelta chiara: quella di un’Italia forte, all’interno di un’Europa ancora più forte. Abbiamo scelto di incidere, non di voltarci dall’altra parte. Grazie a tutti gli iscritti che, con il loro voto, hanno contribuito a riaffermare la centralità del MoVimento. Anche grazie al voto di ciascuno di noi è più vicina la ripartenza del Governo, fermo da oltre un mese per una crisi ingiustificata. Viva il MoVimento 5 Stelle. Viva l’Italia!”

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Scuola: Elezioni CSPI, si vota il 13 aprile

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 gennaio 2021

La scuola si prepara a una nuova tornata elettorale: quella per il rinnovo dei componenti eletti del Cspi essendo ormai scaduto il mandato quinquennale. L’ordinanza ministeriale prevede che l’elettorato attivo e passivo per le singole rappresentanze nel Consiglio spetta esclusivamente ai componenti delle rispettive categorie partecipanti a tale organismo. Può esercitare il diritto di elettorato, ricorda la stampa specializzata, anche il personale di ruolo e non di ruolo nominato successivamente alla data di indizione delle elezioni purché prima del termine di presentazione delle liste (elettorato passivo) o entro il giorno antecedente le votazioni (elettorato attivo). Il Consiglio superiore della pubblica istruzione è l’organo di garanzia dell’unitarietà del sistema nazionale dell’istruzione in Italia: nasce come supporto tecnico-scientifico per l’esercizio delle funzioni di governo nelle materie di “istruzione universitaria, ordinamenti scolastici, programmi scolastici, organizzazione generale dell’istruzione scolastica e stato giuridico del personale” (articolo 1, comma 3, lettera q, della legge 59 del 15 marzo 1997).

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Governo, Serracchiani: “Crisi da evitare, ma se salta tutto resta solo il voto”

Posted by fidest press agency su domenica, 10 gennaio 2021

“Se salta tutto, se non riusciamo a rilanciare l’azione del governo, l’alternativa è il voto. Come Pd non vediamo maggioranze diverse da quella attuale, ad esempio una maggioranza che si regga raccogliendo parlamentari tra Camera e Senato per sostituire Italia Viva, né d’altra parte potremmo aprire la strada alla destra sovranista. In ogni caso non possiamo rischiare ora una crisi al buio”, così la parlamentare Pd e Presidente della Commissione Lavoro della Camera Debora Serracchiani in una intervista a La Stampa.Per la deputata Dem si stanno registrando passi in avanti nel dialogo, ma serve un aumento del senso di responsabilità perché “il rischio di scivolare verso il voto è alto e non ce lo possiamo permettere proprio mentre parte il piano dei vaccini e dobbiamo essere credibili in Europa per realizzare il Recovery Plan».“Il Pd – annota Serracchiani – ha chiesto un patto di legislatura. Ha sempre domandato collegialità per dare indirizzi programmatici: maggiori fondi per il sociale, in particolare per servizi ai disabili e per l’integrazione socio-sanitaria, cioè investimenti sulla sanità territoriale; più fondi sul lavoro, investendo sulle politiche attive per arrivare preparati a marzo quando scadrà il divieto di licenziamento. Abbiamo chiesto di rafforzare gli investimenti sulle politiche industriali, individuando in particolare le filiere di maggiore innovazione su cui il Paese vuole puntare nel futuro. E poi fondi sulla parità di genere. Vogliamo un grande piano di investimenti per l’occupazione femminile e per quella giovanile”.“Tutti temi che faranno parte della nuova proposta di Recovery Fund del Governo – conclude la Presidente della Commissione Lavoro – . Ma non ragioniamo con gli aut aut, perché creando tensioni non si fa bene al governo e tanto meno al Paese. Dobbiamo ricordarci tutti le parole del Presidente della Repubblica che ci ha richiamati alla necessità di essere costruttori”

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Trump: I vani tentativi di ribaltare il voto

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 dicembre 2020

By Domenico Maceri, PhD I vani tentativi di Trump di ribaltare l’elezione del 2020: delegittimare Biden e spianare la strada a una rivincita nel 2024? “Non si tratta solo di onorare i voti dei 74 milioni di americani che hanno votato per me ma di assicurarsi che gli americani abbiano fiducia in questa elezione e in quelle del futuro”. Così il presidente americano uscente Donald Trump in un video nel quale continua ad asserire falsamente che ha vinto l’elezione del 2020.Nel suo video Trump non riconosce il basilare principio democratico secondo cui Joe Biden ha prevalso. Tutti i 50 Stati hanno già certificato gli esiti elettorali dando Biden come vincitore. Il candidato democratico ha ricevuto 81 milioni di voti, 7 milioni più di Trump (51% Vs. 46%). Per quanto riguarda l’Electoral College, Biden ha conquistato 306 voti, 36 più del minimo di 270 per la vittoria. Questa è la democrazia ma il presidente uscente la definisce in tal modo solo quando vince lui, incapace di accettare sconfitta, creando instabilità nei principi democratici.Trump aveva già dato segnali della sua incapacità di accettare esiti elettorali negativi. Va ricordato che nell’elezione del 2016 aveva dichiarato di accettare il risultato solo in caso di una sua vittoria. Gli andò bene e la sua avversaria Hillary Clinton il giorno dopo l’elezione riconobbe la sua sconfitta. Trump non è cambiato dunque. O vince lui o la democrazia non funziona. Le sue parole e azioni nelle settimane recenti dopo l’elezione continuano a confermare che lui vive nel suo mondo irreale di vittoria che continua a ripetere ai suoi sostenitori. La democrazia però richiede l’accettazione di una realtà condivisa che Trump ovviamente non possiede.I suoi metodi per rovesciare l’esito elettorale non hanno però avuto efficacia. I suoi tentativi legali di squalificare i voti negli Stati in bilico che gli hanno negato un secondo mandato come in Pennsylvania, Arizona, Georgia, Nevada e Michigan si sono rivelati inutili. Denuncia dopo denuncia Trump è stato sconfitto. L’ultimissimo risultato negativo è stato un rifiuto della Corte Suprema di ribaltare o ritardare l’esito del voto in Pennsylvania. Una semplice comunicazione della Corte Alta emessa solo dopo 34 minuti senza nessuna spiegazione ha sconfitto Trump il quale si sarà sentito tradito dai tre membri della Corte che lui ha nominato. Le altre denunce capitanate da Rudy Giuliani, il suo avvocato personale, adesso positivo al Covid-19, non hanno avuto successo nemmeno. Con ogni probabilità Trump si aspettava questi risultati ed è per questo che il suo rappresentante legale è stato proprio Giuliani, ottimo per fare rumore nella televisione a cavo, ma letteralmente incapace di serie questioni legali. Una lunga lista di avvocati americani ha persino richiesto che la licenza di avvocato di Giuliani venga sospesa per tutte le menzogne che l’ex sindaco di New York sta dicendo per promuovere la realtà alternativa del suo capo.A dare man forte a Giuliani si presenta il procuratore generale del Texas Ken Paxton che ha esposto una denuncia alla Corte Suprema asserendo che gli Stati della Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin hanno danneggiato i texani poiché hanno modificato le loro leggi sull’elezione a causa della pandemia. Una denuncia che ha sbalordito gli analisti legali poiché le leggi elettorali appartengono ai singoli Stati e non al governo federale. Paxton è tipicamente “trumpiano” nelle sue trovate ma anche nei suoi comportamenti poco etici. Attualmente è indagato per frode fiscale ed è anche accusato da alcuni suoi collaboratori di abusi di potere e corruzione. Non sorprenderebbe dunque se Paxton stesse cercando di ingraziarsi Trump sperando in una grazia presidenziale. Non ha funzionato. Anche questa volta la Corte Suprema ha tempestivamente bocciato la richiesta.Trump ha tentato anche di ribaltare l’esito dell’elezione facendo pressione sui leader del suo partito al livello Statale. I grandi elettori che alla fine eleggeranno il presidente formalmente il 14 dicembre vengono nominati dalle leadership statali riflettendo il risultato dell’elezione. In casi di brogli elettorali il governatore e le legislature statali avrebbero il diritto legale di nominare gli elettori secondo il loro giudizio. In Nevada, Pennsylvania e Georgia e Michigan, quattro Stati vinti da Biden alle urne, Trump ha direttamente chiesto che gli esiti elettorali vengano sorvolati. I governatori di questi Stati lo hanno ignorato, aderendo ai principi elettorali. In questo senso si sono comportati non da membri del Partito Repubblicano, come voleva Trump, ma da funzionari governativi, mettendo in pratica le leggi dei loro Stati. Lo hanno fatto perché la costituzione dei loro Stati lo richiede. Andrebbero ammirati specialmente in comparazione ai comportamenti dei legislatori al livello federale che hanno rivelato complicità nelle furbizie del presidente uscente. Con l’eccezione di Mitt Romney, senatore dell’Utah, la stragrande maggioranza dei membri repubblicani della Camera Alta, ha mantenuto il silenzio sull’esito elettorale. Biden ha indicato che parecchi di loro si sono congratulati con la sua vittoria ma solo in privato per paura di adirare l’attuale inquilino alla Casa Bianca. Un sondaggio del Washington Post ha scoperto che solo 27 dei parlamentari repubblicani hanno ammesso che Biden ha vinto l’elezione. Gli altri non hanno voluto esprimersi.I leader repubblicani silenziosi riflettono l’assoluta padronanza di Trump del Grand Old Party. Trump ha perso nel 2020 e nonostante il suo rifiuto di accettare questa realtà ha già suggerito la sua intenzione di ricandidarsi nel 2024. Le sue ultimissime battaglie legali e politiche per ribaltare l’esito elettorale attuale sarebbero in questa luce un tentativo di delegittimare la vittoria di Biden. Allo stesso tempo mirano a mantenere uniti i suoi seguaci. Sta funzionando. I loro contributi finanziari continuano ad arricchire le casse del suo tesoro. Anche se non si dovesse ricandidare nel 2024 Trump rimarrebbe una voce importante nel Partito Repubblicano. Biden è riuscito a togliergli la presidenza. Togliergli la leadership del GOP rimane impossibile.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Il peso del voto latino: Trump migliora, ma Biden vince

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 novembre 2020

By Domenico Maceri, PhD. Da anni si parla del voto latino come un gigante addormentato poiché nonostante i numeri crescenti di ispanici la loro partecipazione alle urne rimaneva sempre sotto le aspettative. Juan Gonzalez, condirettore di Democracy Now, ha centrato però il bersaglio rilevando che nell’elezione del 2020 il gigante si è finalmente svegliato. I media, però, continua giustamente Gonzalez, hanno sottolineato di più il fatto che Trump ha vinto lo Stato della Florida a causa del voto latino e i successi del presidente uscente con gli ispanici nella zona del Texas confinante col Messico. I fatti ci dicono però che al di là del voto latino che ha preferito Joe Biden invece di Trump a livello nazionale il loro flusso alle urne è aumentato del 64% in confronto all’elezione del 2016. Il voto degli afro-americani è aumentato anche del 20%, quello degli asiatici-americani del 16% e quello degli elettori bianchi di un po’ più del 5%. In termini di dati precisi, dei 32 milioni di latinos eleggibili, 26 milioni hanno esercitato il loro diritto al voto.Al livello nazionale, come si aspettava, i latinos hanno preferito il candidato democratico (Biden 66%, Trump 32%). L’attuale inquilino della Casa Bianca ha migliorato con i latinos dal 2016 quando ricevette il 28%, cifra simile a quella di Mitt Romney nel 2008, ma notevolmente inferiore a quella ricevuta da George W. Bush (44%) nel 2004. Il voto latino non è però monolitico. Questo gruppo è una costruzione degli analisti per cercare di capire come votano gli elettori le cui radici affondano nella lingua e cultura ispanica. Si tratta di un gruppo variegato per quando riguarda la razza, Paesi di origine, e persino religione, dato che la tradizionale maggioranza cattolica ha perso terreno e gli evangelici hanno aumentato i loro numeri.Esaminando dunque i “successi” di Trump con il voto latino si nota che in Florida, dove il presidente uscente ha vinto, una buona fetta di questo elettorato affonda le radici a Cuba e consiste di ideologia di destra anti-Castro. Questo era da aspettarsi. Inoltre, la crescente immigrazione in Florida di ispanici provenienti da Paesi sudamericani tende a destra perché anche loro sfuggono a regimi autoritari di sinistra. Il successo di Trump con gli elettori ispanici al confine col Messico diventa chiaro in confronto all’elezione del 2016. Nella contea di Hidalgo, per esempio, il candidato Trump nel 2016 ricevette il 27% del voto latino ma nel 2020 è aumentato al 40%. Questo successo va spiegato con l’ideologia sociale conservatrice dei residenti ma anche con il beneficio arrecato all’economia dalla dura politica sull’immigrazione. La costruzione del muro, anche se lungi da essere completa e ovviamente non pagata dal Messico come aveva promesso Trump in campagna elettorale, ha creato posti di lavoro generati dagli sforzi del governo per bloccare l’ingresso di immigrati non autorizzati. Ma ciò che più ha contribuito al “sorriso” di questi elettori ispanici a Trump è stata la costante campagna mediatica, specialmente in Florida, condotta principalmente mediante annunci televisivi. Biden, da parte sua, si è svegliato tardi in Florida e ha speso una cifra inferiore a quella del suo avversario per ingraziarsi con gli elettori latinos del Sunshine State. La forza di Biden con gli elettori ispanici si è vista invece in zone dove la provenienza e le radici affondano nel Messico. Da non dimenticare che Trump iniziò la sua campagna elettorale accusando il Messico di mandare “stupratori e criminali” in America. L’accusa si rifaceva a tutti gli immigrati ma i più colpiti sono stati specificamente quelli provenienti dal Paese confinante al Sud degli Stati Uniti. Gli elettori di origine messicana, specialmente quelli residenti nelle grandi metropoli americane e negli Stati liberal, hanno preferito Biden. In California il presidente eletto ha ricevuto il 77% del voto latino e nello Stato di New York la cifra è vicina (72%). Cifre simili oltre il 70% per Biden si sono viste nelle metropoli come Philadelphia, Milwaukee, ed altre.Il supporto dei latinos si è rivelato critico per Biden in parecchi Stati ma specialmente in Arizona dove il candidato democratico è riuscito a ribaltare l’esito del 2016. In parte ciò si deve al fatto che i latinos in questo Stato sono di origine messicana, motivati anche dalle aspre leggi sull’immigrazione. Inoltre la condotta razzista dello sceriffo Joe Arpaio di alcuni anni fa ha galvanizzato i latinos a votare contro Trump, visto anche lui come fautore di un’ideologia anti-immigratoria ma anche anti-messicana.Il voto latino, importante nell’elezione del 2020, lo diventerà ancor di più nel futuro. Al momento i 60 milioni di latinos rappresentano il 18,3 percento della popolazione statunitense, cifra che secondo alcune proiezioni, diventerà 119 milioni nel 2060, ossia il 28% del totale. In dieci Stati americani gli ispanici includono un milione di residenti. Nonostante alcuni “successi” geografici di Trump con il voto latino la maggioranza degli ispanici rimangono nel campo democratico. Sarebbe però uno sbaglio dare per scontata la fedeltà dei latinos al partito di Biden. In futuro ci sarà molto da fare per continuare a ridurre l’erosione di questi elettori verso il Partito Repubblicano. Il fatto che il “gigante addormentato” si sia svegliato in questa elezione ci farebbe credere che ambedue partiti dovranno sudare sette camicie per il loro consenso. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Joe Biden ha vinto: che cosa ci aspettiamo?

Posted by fidest press agency su sabato, 14 novembre 2020

A cura di Pasquale Diana, Senior Macro Economist di AcomeA SGR. Dopo qualche giorno d’incertezza, Joe Biden ha conquistato la presidenza degli Stati Uniti, mentre sembra che il Senato rimanga (per ora) a maggioranza Repubblicana. Proviamo a capire quali sono le principali implicazioni per la politica economica negli Stati Uniti e per le economie dei paesi emergenti. Teniamo a mente che, prima delle elezioni, lo scenario che i mercati si attendevano era il “blue sweep” cioè una vittoria dei Democratici sia alla Casa Bianca sia al Senato. Questo avrebbe garantito un governo coeso, un approccio multilaterale, un forte stimolo fiscale. Lo stimolo avrebbe a sua volta favorito una curva dei tassi US più ripida, e l’aumento dei twin deficits avrebbe portato a un indebolimento del dollaro.In merito al suddetto stimolo fiscale, ricordiamo che i Repubblicani parlavano di un pacchetto di 500 mld di dollari, mentre i Democratici chiedevano oltre 2 trilioni (ca. il 10% del PIL). Per ora il Senato rimane in mano ai Repubblicani, anche se va detto che questa situazione potrebbe cambiare in seguito alle due elezioni suppletive in Georgia del 5 gennaio. Per adesso, un Congresso diviso (Camera ai Democratici, Senato ai Repubblicani) rende difficile che si arrivi alle cifre più alte. Ciò detto, se l’economia USA dovesse rallentare nel quarto trimestre, in seguito a un aumento dei contagi, lo stimolo sarebbe più probabile. In generale, quello che possiamo dire è che la politica fiscale sarà probabilmente meno proattiva, e più reattiva, quindi magari dovremo attendere un peggioramento dei dati nel quarto trimestre prima di vedere un accordo su un ulteriore stimolo fiscale.Sulla politica monetaria, la Fed continuerà la sua azione particolarmente espansiva, specialmente nel caso in cui lo stimolo fiscale fosse modesto. E ovviamente se la politica fiscale non dovesse fornire stimolo adeguato, la Fed aumenterebbe il QE, usando il playbook di marzo/aprile se necessario. Pertanto, nello scenario attuale, appare difficile che i tassi dei Treasuries salgano molto, visto che lo stimolo fiscale sarà inferiore alle attese e comunque la Fed continuerà a tenere i tassi sotto controllo. L’evento più importante tra oggi e la fine dell’anno è sicuramente l’annuncio dell’efficacia e la approvazione di eventuali vaccini anti-Covid.Quale sarà l‘impatto sui paesi emergenti in particolare? Per i paesi emergenti il discorso è abbastanza complesso. Il mercato in generale guardava con favore allo scenario del “blue sweep”, grazie alla combinazione di forte stimolo fiscale, e un dollaro debole. Tuttavia, anche uno scenario in cui Biden è alla Casa Bianca, ma i Democratici non controllano (per ora) il Senato appare favorevole agli emergenti, per almeno tre ragioni. In primo luogo, la politica commerciale dovrebbe essere assai meno imprevedibile sotto un esecutivo a guida Biden. Questo non vuol dire che Biden sarà morbido con la Cina, ma sicuramente il fattore sorpresa a cui Trump ci aveva abituato sarà minore. Per paesi che fanno del commercio mondiale la loro ragione di vita (pensiamo alla Cina e al suo indotto ad esempio), questo è importante. Va anche detto che per alcuni paesi, dove la situazione geopolitica è più complessa (Russia, Turchia), la vittoria di Biden potrebbe creare delle tensioni aggiuntive visto che sia Putin sia Erdogan avevano una relazione particolare con Trump. Ma ritengo che sia un rischio contenuto almeno nei prossimi mesi. In secondo luogo, il fatto che i tassi US rimangano con ogni probabilità bassi sia a causa di uno stimolo fiscale più contenuto sia (soprattutto) di una Fed che continua a fare molto QE è chiaramente favorevole agli emergenti. È infatti plausibile attendersi che questa liquidità nel tempo raggiungerà sempre più paesi, tra cui anche gli EM frontiers. In terzo luogo, con ogni probabilità un’amministrazione Biden sarà più aperta all’emissione di diritti speciali di prelievo (SDRs) da parte del Fondo Monetario. Ricordiamo che il Tesoro americano si era opposto a un’emissione straordinaria nel mese di aprile. Un’emissione di diritti costituirebbe una fonte potenziale di liquidità in valuta forte per alcuni paesi emergenti le cui riserve destano preoccupazione. Ovviamente sarebbe ideale che questa emissione fosse accompagnata da un meccanismo in cui i paesi sviluppati prestano le SDRs (i diritti appunto) ai paesi emergenti a condizioni vantaggiose.

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Nissoli (FI): Ma la sicurezza del voto all’estero interessa ancora a qualcuno?

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 ottobre 2020

“Ieri, sono intervenuta nell’Aula di Montecitorio per sottolineare l’urgenza della messa in sicurezza del voto all’estero anche alla luce di episodi avvenuti su cui ho chiesto di fare chiarezza. Di seguito il testo del mio intervento:“Signor presidente, 2 anni e mezzo fa ho presentato un’interrogazione relativa ad una lista che è riuscita a presentare il proprio simbolo, nella circoscrizione estero delle politiche del 2018, presentando una documentazione fasulla. In considerazione del fatto che dovrebbe essere una priorità condivisa quella di assicurare adeguate procedure per l’esercizio del voto democratico e garantire, quindi, la giusta rappresentanza della volontà popolare, mi chiedo e le domando, quale cittadina ancor prima che parlamentare e con un certo disagio, come sia possibile che il ministero dell’interno non abbia ancora dato una risposta su un fatto di tale rilevanza e gravità ! Questi signori si sono burlati della democrazia. Siamo già a metà legislatura e tutto tace in quella che appare una totale indifferenza ! Se non garantiamo una debita trasparenza nell’esercizio primario della democrazia, ovvero il voto, come possiamo affrontare seriamente la riforma del voto all’estero ? Provi ad immaginare se quella lista avesse vinto: oggi ci ritroveremmo in Parlamento persone elette non solo illegittimamente, ma che hanno anche “sbeffeggiato” la democrazia. Un grande paese come l’Italia ed i suoi cittadini, elettori, non se lo meritano ! Credo sia un dovere del Governo fare chiarezza, soprattutto per rispetto a quegli onesti italiani all’estero, i più, che amano profondamente la madrepatria e non possono accettare che accadano fatti come questi. Credo sia giunta l’ora di dare loro risposte che denoterebbero una giusta e dovuta attenzione. Ci sono ancora troppe notizie di brogli, e irregolarità durante le elezioni all’estero in più luoghi, tra cui il Canada. Signor Presidente, il VOTO è la nostra partecipazione democratica alla vita del paese, il suo caposaldo. Difendiamolo, altrimenti sarebbe poi anacronistico lamentare una mancata partecipazione dei cittadini a questo fondamentale esercizio democratico”. Lo ha dichiarato l’On. Fucsia Nissoli Fitzgerald, deputata di Forza Italia eletta in Nord e Centro America.

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Agricoltura: Decisivo il voto sulla riforma della Pac

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 ottobre 2020

Bruxelles. L’accaparramento delle terre rientra in uno schema di sfruttamento delle risorse naturali che nega i principi su cui si dovrebbe fondare la nuova agricoltura – dichiara Andrea Michele Tiso, presidente nazionale Confeuro. Secondo il rapporto presentato nei giorni scorsi in Senato dalla Focsiv, il land grabbing colpisce oggi 80 milioni di ettari, spesso sottratti alle popolazioni locali per essere sottoposti a sfruttamento intensivo. L’acquisizione di nuove terre segue inoltre procedure che si rivelano di frequente contrarie alle leggi e violano i diritti delle comunità locali.Il land grabbing non è più limitato ai Paesi in via di sviluppo, ma interessa anche l’Europa e l’Italia, perpetuando un sistema produttivo insostenibile in aperto contrasto con le nuove strategie ‘Farm to fork’ e Biodiversità della Commissione europea. A questo proposito, decisivo sarà il voto del Parlamento europeo sulla riforma della Pac, in programma a partire dal 21 ottobre. In base al suo esito, capiremo se l’Europa fa sul serio o se intende limitarsi agli annunci. Le notizie che giungono da Bruxelles non sono rassicuranti. Se, come denuncia la coalizione ‘Cambiamo Agricoltura’, le maggiori forze politiche europee si sono già accordate per cedere alle forti pressioni esercitate dalle lobby della grande agroindustria, sarà molto difficile riuscire a riformare la nostra agricoltura per proteggere i consumatori e l’ambiente. Gli obiettivi della Commissione verrebbero così sconfessati dal Parlamento. Insieme alle altre organizzazioni che condividono la necessità di una svolta, seguiremo attentamente il voto europeo con l’auspicio che le attuali previsioni siano smentite dai fatti.

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Il voto europeo segna la condanna a morte dell’agricoltura europea

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 ottobre 2020

Ieri sera i ministri dell’agricoltura, riuniti in Lussemburgo per decidere sulla PAC, hanno raggiunto un accordo in cui almeno il 20 per cento della dotazione nazionale degli aiuti diretti dovrà essere dedicata a incentivi per pratiche agronomicheverdi. In attesa di conoscere i dettagli però, e consci che il 20 per cento non è assolutamente sufficiente ad affrontare la crisi in corso, ancora una volta non si è guardato in faccia alla gravità del problema e agito con la necessaria fermezza per un cambio di rotta urgente del sistema agroalimentare europeo. I negoziati a tre, ovvero il trilogo, tra Commissione europea, Parlamento europeo e governi nazionali dovrebbero iniziare presto, sotto la presidenza tedesca del Consiglio europeo, per concludersi all’inizio del 2021. Il voto di ieri sera della plenaria del Parlamento europeo ha segnato la condanna a morte dell’agricoltura europea. Gli eurodeputati non sono riusciti a riformare la PAC (Politica agricola comune) – che plasmerà l’agricoltura Ue per i prossimi sette anni – per consentirle di affrontare la crisi climatica ed ecologica in corso.Il Parlamento Ue ha adottato un accordo preconfezionato tra i gruppi PPE, S&D e Renew, respingendo le proposte della Commissione ambiente del Parlamento Ue di tagliare i sussidi per il sistema degli allevamenti intensivi o di aumentare sostanzialmente i finanziamenti per le misure ambientali.“I deputati hanno firmato una condanna a morte per ambiente, clima e aziende agricole di piccole dimensioni, che continueranno a scomparire a un ritmo allarmante. Per oltre 60 anni, la politica agricola europea è stata cieca rispetto all’impatto dell’agricoltura sull’ambiente e il Parlamento europeo sta continuando volontariamente nella stessa direzione mentre gli scienziati avvertono che l’agricoltura deve cambiare rotta per affrontare la crisi climatica. Questo voto potrebbe rivelarsi una condanna a morte anche per gli obiettivi del Green Deal europeo” dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura di Greenpeace Italia.C’era così tanta insoddisfazione tra i deputati al Parlamento europeo per l’accordo presentato dai tre gruppi politici che 166 di loro, molti in opposizione alla leadership del proprio partito, hanno votato per annullare l’intera proposta della PAC e chiedere alla Commissione di tornare al tavolo di programmazione. Anche il Commissario europeo per l’agricoltura, Janusz Wojciechowski, ha affermato che l’accordo raggiunto dal Parlamento è incompatibile con il Green Deal europeo.

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Parlamento italiano: Il voto elettronico è incostituzionale

Posted by fidest press agency su martedì, 13 ottobre 2020

“L’introduzione del voto elettronico porterebbe a seri rischi sicurezza sul web e mancanza di tracciabilità del processo decisionale ed è, inoltre, in conflitto con la Costituzione. Ricordo a Ceccanti, che dovrebbe ben saperlo, che il comma 3 dell’articolo 64 della Costituzione esplicita il requisito della presenza intesa come “fisica” nel momento culmine delle “deliberazioni”. Internet non esisteva, è vero, ma i mezzi dell’epoca della scrittura della Carta, come quelli postali o la delega, avrebbero permesso il voto da remoto. Nemmeno nei peggiori periodi storici più difficili, come durante la Prima Guerra Mondiale, i parlamentari hanno evitato il voto in “presenza”. Il voto da remoto necessiterebbe di una modifica costituzionale, a differenza della modifica regolamentare proposta da Ceccanti. Sottolineiamo che il voto in aula è solo il termine di un percorso più ampio: come parlamentari presentiamo delle proposte, le depositiamo, vengono valutate, sintetizziamo interessi legittimi. Il voto da remoto potrebbe portare rischi della tracciabilità della formazione dei processi decisionali e del voto. Al netto, infine, di dubbi sostanziali sulla possibilità di implementare, in tempi brevi, un sistema informatico che possa garantire trasparenza e sicurezza del processo di votazione.” Così il deputato responsabile Innovazione di FDI, Federico Mollicone.

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Dal Referendum una chiara richiesta di ammodernamento, a cominciare proprio dalla riforma del voto all’estero

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 settembre 2020

di Fucsia Nissoli Fitzgerald. Il Sì ha vinto con il 69,64 per cento delle preferenze, mentre i voti per il No sono stati poco meno del 30 per cento. L’affluenza alle urne è stata del 53,84 per cento. Gli elettori hanno confermato la legge costituzionale “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 240 del 12 ottobre 2019. In particolare, nella Circoscrizione Estera hanno votato per il Referendum Costituzionale 1.057.211 cittadini a fronte di 4.537.308 aventi diritto al voto, con una affluenza del 23,30%. Un dato che è molto più basso di quello che si è registrato dentro i confini nazionali ma che è comunque significativo per la Circoscrizione estero. Gli italiani all’estero hanno votato in maggioranza per il “Sì” (78,24%), con 744.557 voti, mentre il fronte del “No” ha ricevuto 207.089 voti, pari al 21,76 %.Inoltre, nella Ripartizione III – Nord e Centro America – si è registrato il dato più alto a favore del taglio con il fronte del “Sì” attestato a quota l’81,07% (62.644 voti), con una punta dell’85,50% in Canada, contro il 18,93% del “No” (14.632 voti). La legge costituzionale prevede la riduzione del numero dei parlamentari, da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi. La riforma costituzionale entrerà in vigore ma prima di diventare effettiva bisognerà aspettare 60 giorni, quelli previsti per ridisegnare i collegi elettorali.Sull’attuale Parlamento, in ogni caso, non ci saranno conseguenze: il taglio del numero dei parlamentari verrà applicato a partire dalla prossima legislatura.Finora, altri tentativi di riforme costituzionali erano stati bocciati dagli elettori: la riforma di Berlusconi nel 2006; la riforma di Renzi nel 2016. Gli italiani avevano mostrato di non voler mettere in discussione le decisioni dei padri costituenti. In questo caso, al di là delle implicazioni politiche è sembrato prevalere il desiderio di far arrivare ai politici un messaggio di richiesta di semplicità, di essenzialità.Si palesa un risultato che i partiti non devono giocarsi nella gara del consenso di parte perché rischierebbero di allontanarsi dallo spirito nuovo di riformismo costituzionale che vivono gli italiani. Un dato elettorale chiaro, ed ancor più chiaro all’estero, che ci evidenzia la richiesta netta di cambiamento che i cittadini fanno alla politica, una richiesta di snellimento della burocrazia italiana e di snellimento delle procedure per fare le leggi, quindi una politica più snella nel rispondere alle esigenze della popolazione e che sia al passo con i tempi.Quindi bisogna partire da questo dato per pensare delle riforme che siano rispondenti alle indicazioni dei cittadini. Ci si poteva aspettare un’era di grandi riforme, ma ora siamo incamminati sulla strada delle piccole riforme che devono essere di volta in volta completate. Pertanto la barca delle riforme non può fare altre che proseguire a piccole tappe, una specie di processo che ci ricorda quello della costruzione europea cosiddetta a piccoli passi, secondo il metodo funzionalista di Jean Monnet.Allora, bisognerà procedere alla revisione dei Regolamenti parlamentari, la cui procedura di approvazione è relativamente semplice perché ciascun ramo del Parlamento vota solo la sua revisione dei regolamenti.Mentre in Commissione Affari Costituzionali della Camera sta già a buon punto per licenziare un testo legislativo che garantisce il voto ai diciottenni al Senato.Poi bisognerà prevedere il superamento della base regionale e la riduzione dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica. Piccoli passi che la politica dovrà fare con decisione per garantire una democrazia funzionale, quella stessa che vogliamo anche all’estero il che significa accelerare i tempi per una riforma della Circoscrizione estera e del voto all’estero.Sarà necessario ridefinire le Ripartizioni affinché il minor numero di parlamentari possa essere distribuito in maniera adeguata sul territorio.Credo che una delle prime cose che dovrà fare la istituenda Commissione bicamerale per gli italiani all’estero sarà proprio la riforma del voto all’estero. Una riforma che dovrà tener conto della diminuzione del numero dei parlamentari e trovare il modo di permetterci di lavorare in maniera efficace! L’esame del testo legislativo che istituisce la Bicamerale per gli italiani all’estero passerà al Senato, dopo l’imminente approvazione della Camera dei Deputati e spero che i senatori lavorino celermente, anche in conformità alle indicazioni che viene dal dato referendario, e si possa avviare il lavoro per le riforme di cui ha bisogno la Circoscrizione Estera! In questo senso il “Sì” referendario non è un punto di approdo ma uno stimolo a riformare, passo dopo passo, e ammodernare il nostro sistema istituzionale; il che all’estero significa, in primis, avere la capacità ed il buon senso di introdurre quelle innovazioni che rendono più snelle e sicure le procedure elettorali.”

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I pentastellati e il voto alle amministrative

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 agosto 2020

“Ho letto l’intervista che Luigi Di Maio ha rilasciato oggi al Fatto Quotidiano. Un pensiero che condivido e che esprime la volontà della nostra base. Luigi porta avanti una posizione su cui gli iscritti sono già espressi.Il nostro MoVimento in pochi anni è arrivato al Governo del Paese, dopo aver avuto il coraggio di avviare un dialogo, sui programmi, con le altre forze politiche. Tutti i risultati che abbiamo raggiunto sono stati possibili grazie a questo coraggio, e senza il dialogo non avremmo il Paese che stiamo costruendo. Ora dobbiamo avere il coraggio di dialogare anche a livello territoriale, con quelle forze politiche che con noi vogliono portare avanti una visione di Paese, replicando un modello che sta funzionando. Per questo serve un tavolo nazionale, per metterci nelle condizioni di essere pronti per le elezioni amministrative del 2021, pronti a far nascere una nuova generazione di amministratori del MoVimento.Abbiamo sfide troppo importanti davanti a noi e un’Italia da far ripartire a tutti i livelli”. Lo scrive, sui social, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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