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Posts Tagged ‘vulnerabili’

Antartide: quattro ecosistemi marini vulnerabili sul fondo del mare

Posted by fidest press agency su domenica, 22 luglio 2018

LONDRA. Le ricerche effettuate nel gennaio scorso con un sottomarino, durante la spedizione di Greenpeace in Oceano Antartico, hanno permesso di identificare quattro diversi Ecosistemi Marini Vulnerabili (EMV). Si tratta di aree che, secondo i ricercatori internazionali, devono essere tutelate con misure di protezione speciale. La ricerca è stata condotta dalla dottoressa Susanne Lockhart, dell’Accademia delle Scienze della California, e da John Hocevar, biologo marino di Greenpeace che, grazie al supporto della nave Arctic Sunrise di Greenpeace, con un sommergibile hanno esplorato i fondali dell’Oceano Antartico per documentarne le tante specie rare e vulnerabili. «Sono estremamente felice ed emozionata all’idea di proteggere queste aree», commenta la dottoressa Susanne Lockhart. «I filmati raccolti durante questa spedizione testimoniano l’ampia presenza di rari e quasi sconosciuti organismi. I fondali dell’Oceano Antartico sono davvero un mondo delle meraviglie, ricco di biodiversità, messo però seriamente a rischio dalla pesca intensiva e dai cambiamenti climatici». Greenpeace sta portando avanti una campagna per proteggere l’Oceano Antartico con una rete di aree protette, tra cui un Santuario nell’Oceano Antartico che, con una superfice di 1,8 milioni di chilometri quadrati, rappresenterebbe la più vasta area protetta sulla Terra.«È un privilegio per noi poter partecipare a questo tipo di ricerche scientifiche», afferma John Hocevar di Greenpeace, alla guida del sottomarino durante le ricognizioni. «Sappiamo ancora così poco su queste acque, per questo la loro protezione preventiva deve essere un imperativo. Dobbiamo proteggere questi luoghi meravigliosi prima di perdere qualcosa che non abbiamo avuto nemmeno il tempo di conoscere. I nostri risultati si aggiungono al crescente numero di prove che testimoniano la necessità di avere una rete di aree protette a tutela dell’Oceano Antartico».Le analisi dei filmati di questi ecosistemi marini, che si trovano nell’Antarctic Sound e nello Stretto di Gerlache, lungo la penisola antartica, sono state presentate la scorsa settimana a Cambridge dalla dottoressa Lockhart, durante un workshop tenuto da esperti della Commissione per la Conservazione delle Risorse Marine Viventi dell’Antartide (CCAMLR). Una volta riconosciuti ufficialmente dalla Commissione nella sua prossima riunione, che si terrà a ottobre a Hobart, in Tasmania, un’area con un raggio di miglio nautico attorno a ciascuno dei siti verrà immediatamente protetta.

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Oltre 1,5 milioni di bambini vulnerabili in Africa Occidentale e Centrale

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 settembre 2017

dakarDakar. Rischiano di andare a scuola affamati o di non andarci affatto, a causa della mancanza di finanziamenti per i pasti a scuola nutrienti del World Food Programme (WFP). Lo ha annunciato l’agenzia delle Nazioni Unite all’inizio dell’anno scolastico 2017-2018. Complessivamente, il programma regionale del WFP si trova a dover fronteggiare una mancanza di fondi pari a 76 milioni di dollari, ha avvertito l’agenzia nel corso del forum annuale sulla nutrizione infantile che ha riunito gli esperti a Montreal e che è stato congiuntamente sponsorizzato e ospitato da Global Child Nutrition Foundation, Centro di Eccellenza del WFP contro la fame, e a Breakfast Club del Canada. Le ripercussioni sono drammatiche dal momento che i pranzi e gli snack nutrienti e sostanziosi forniti dal WFP sono, per molti giovani, l’unico pasto che riescono a consumare nell’arco dell’intera giornata. Più in generale, la stretta nei finanziamenti mette a rischio un’intera generazione, con ricadute piú ampie sulle economie nazionali e sullo sviluppo. “Non riuscire a finanziare completamente i pasti scolastici significa che, collettivamente, stiamo mettendo a repentaglio le prossime generazioni e il futuro dell’Africa” ha affermato Abdou Dieng, Direttore Regionale del WFP in Africa Occidentale e Centrale. “I pasti scolastici sono uno dei migliori investimenti che la comunità internazionale possa fare per assicurare una buona partenza ai bambini di alcuni dei Paesi più poveri del mondo.” Ne è un esempio il caso della Repubblica Centrafricana colpita dal conflitto, dove il programma di pasti scolastici del WFP prevedeva di raggiungere oltre 200.000 giovani ed è finanziato solamente per metà. Ancor piú critico è il caso del programma in Burkina Faso, destinato a quasi 83.000 bambini – e finanziato per una percentuale pari a zero.
In Niger, dove i pasti a scuola del WFP raggiungono oltre 250.000 alunni, il programma è finanziato solo per il 19 per cento mentre, in Senegal, solo per il cinque per cento. Altri Paesi particolarmente a rischio sono Liberia, Mali e Mauritania ma la mancanza di finanziamenti si estende a tutta la regione.
“Stiamo parlando di alcuni tra i bambini più affamati e vulnerabili”, ha aggiunto Dieng. “Questa è una crisi dell’istruzione, ma anche una crisi della nutrizione e della sicurezza alimentare che sono i pilastri fondamentali dello sviluppo”.Nel complesso, il programma prevede di raggiungere circa 2,2 milioni di giovani nel corso dell’anno accademico 2017-2018, spesso in aree con livelli estremamente alti di fame e malnutrizione. Senza un adeguato finanziamento, la maggior parte di questi giovani studenti finirà l’anno scolastico affamato.
Gli studi mostrano come i pasti aiutino a migliorare i tassi di frequenza e le prestazioni scolastiche. Essi, inoltre, costituiscono un incentivo fondamentale per i genitori nel mandare a scuola i propri figli – soprattutto le bambine– e a non ritirarli da scuola.Sebbene in alcuni casi governi o altre agenzie dirigano o contribuiscano al programma del WFP in Africa Occidentale e Centrale, in molte aree il WFP è l’unico o il principale fornitore di pasti scolastici. Nel corso degli anni, tuttavia, il WFP ha ridotto la sua copertura per mancanza di fondi.

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Rifugiati vulnerabili in Libia

Posted by fidest press agency su sabato, 16 settembre 2017

libiaLa Libia continua a presentare una delle situazioni di flussi misti più complesse al mondo, con rifugiati e migranti che percorrono insieme rotte molto pericolose, attraverso il deserto e il mare, sopravvivendo ad abusi tra cui violenze sessuali, torture, detenzioni in condizioni inumane e rapimenti a scopo di estorsione. Tutto ciò avviene prima ancora che riescano ad imbarcarsi per attraversare il Mar Mediterraneo per raggiungere l’Italia lungo una delle rotte più mortali, dove una persona su 39 rischia di perdere la vita. La Libia si trova inoltre al centro di un conflitto che ha costretto centinaia di migliaia di cittadini libici ad abbandonare le proprie case.Se i flussi migratori misti irregolari possono rappresentare una sfida per gli Stati, la detenzione non è la soluzione. In qualità di Agenzia per la protezione dei rifugiati, l’UNHCR si oppone alla detenzione di rifugiati e si è espressa molto nettamente su questa prassi, anche ad alti livelli, e sulle terribili condizioni dei rifugiati e dei migranti nei centri di detenzione libici. Durante una recente visita a Tripoli, per esempio, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha incontrato rifugiati e migranti nei centri di detenzione e ha dichiarato di essere “scioccato dalle condizioni proibitive in cui vengono trattenuti i rifugiati e i migranti”, aggiungendo che nessun rifugiato o richiedente asilo dovrebbe essere detenuto.Al tempo stesso, l’UNHCR sta negoziando con le autorità libiche affinché venga aperto un centro di accoglienza che assicuri libertà di movimento ai rifugiati e ai richiedenti asilo, dando priorità ai più vulnerabili. In questo centro, l’UNHCR potrebbe fornire servizi di registrazione, alloggio, cibo, servizi sociali, consulenza e sostegno ai sopravvissuti a violenze sessuali e di genere, e soluzioni in Stati terzi per i più vulnerabili.
L’UNHCR sta lavorando per assistere e proteggere oltre 535.000 persone in Libia, tra le quali oltre 226.000 libici sfollati interni a seguito del conflitto, 267.000 libici che sono tornati alle loro case ma rimangono in condizioni di vulnerabilità e 42.834 rifugiati e richiedenti asilo registrati.Nell’esprimere preoccupazione nei confronti delle condizioni riscontrate nei centri di detenzione, l’UNHCR ritiene importante mantenere un dialogo con le autorità competenti in Libia per assicurare l’accesso e l’assistenza salva-vita e per rafforzare le procedure di controllo, identificazione e registrazione, così come le misure volte a prevenire i rischi di violenza sessuale e di genere.“Effettuiamo visite regolari nei centri di detenzione ufficiali per fornire assistenza salva-vita,” spiega Roberto Mignone, Rappresentante dell­’UNHCR per la Libia. “La nostra presenza in questi centri non significa che appoggiamo tali strutture, né tantomeno ciò che vi accade. È nostro dovere, comunque, fornire aiuto ai rifugiati e ai richiedenti asilo e promuovere la loro protezione, anche quando si trovano in detenzione. Quest’anno l’UNHCR e i suoi partner hanno effettuato 658 visite nei centri di detenzione. Grazie ai nostri sforzi congiunti, sono stati rilasciati circa 1.000 rifugiati e richiedenti asilo”.
In Libia, l’UNHCR è impegnato nel migliorare la situazione di centinaia di migliaia di civili colpiti dal conflitto. Lavora inoltre per offrire protezione internazionale, assistenza umanitaria e soluzioni per le persone a rischio che vivono nel paese o che sono in transito verso l’Europa. Lavora in stretto coordinamento con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e altri partner. Le restrizioni che si affrontano in Libia sono molteplici, tra le quali l’accesso limitato su tutto il territorio a causa dell’attuale situazione di insicurezza. Ciononostante l’UNHCR sta facendo il massimo per estendere la sua presenza e il suo intervento in Libia attraverso il suo staff nazionale, i partner, e la regolare presenza a rotazione dello staff internazionale che attualmente opera da Tunisi.Considerati gli urgenti bisogni umanitari e le terribili condizioni nei centri di detenzione, è essenziale che l’UNHCR continui a essere impegnato nel fornire assistenza salva-vita, protezione e soluzioni, insieme alla promozione di alternative alla detenzione, che rappresentano la principale priorità.

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Anziani veneti vulnerabili

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 luglio 2011

(Centro Maderna) Anziani veneti vulnerabili: è un chiaro allarme quello lanciato dalle tabelle del Rapporto statistico regionale presentato a Venezia. Secondo le stime, il 16,5% degli anziani è a rischio di povertà, un dato ben più alto di quello calcolato per la popolazione complessiva, che si ferma al 9,7%. Maggiormente esposte sono le donne, che percepiscono pensioni più basse: circa 1 su 5 è a rischio di povertà. “Mediamente – si spiega nel report – un anziano veneto vive con una pensione di 11.300 euro, neanche mille euro al mese, poco meno della situazione nazionale”.
Oggi gli ultra65enni sono il 20% della popolazione (975 mila persone), ma si prevede che il loro numero crescerà del 45% nei prossimi vent’anni e che la variazione salirà al 67% per gli over85. Inoltre in Veneto il 68% degli over75 e il 46% di over65 è affetto da almeno due malattie croniche degenerative. “L’evoluzione della spesa sanitaria dipenderà non solo dall’invecchiamento – si spiega nel report -, ma anche dall’incidenza della disabilità tra gli anziani, dal disequilibrio tra cure formali e informali, oltre che dalla tipologia di servizi che il sistema intende mettere a disposizione”. (Superabile.it, 5 luglio 2011)

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Contratto unico

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 aprile 2010

«Il contratto unico è la migliore proposta, la più innovativa, la più convincente, per dare una risposta ai lavoratori giovani, alle donne, ai lavoratori cosiddetti “vulnerabili”». Lo afferma in un articolo pubblicato oggi su «Il Riformista» Alessia Mosca, deputato del PD e vicepresidente di TrecentoSessanta, l’Associazione che fa riferimento a Enrico Letta. «La scelta che il PD deve fare – sottolinea a proposito della difficoltà di trovare un accordo all’interno del Partito sulle varie proposte in esame –   è tra assumere il contratto unico come la propria battaglia fondamentale in materia  di lavoro oppure derubricarla dalle proprie priorità: io credo che non ci siano dubbi nel propendere per la prima opzione. Coloro che nel PD si oppongono al contratto unico adducono come argomentazione il fatto che i sindacati pare si siano dichiarati contrari. Intanto, non c’è unanimità neppure all’interno del sindacato su questo punto. Inoltre, su temi delicati come questo, dobbiamo essere capaci di ascoltare tutti, ma avere la forza di presentare una nostra posizione autonoma, nell’interesse generale e non di alcune parti».   «Il contratto unico – conclude Mosca – è  la nostra opportunità di dettare, per una volta, l’agenda politica e programmatica, senza dover essere sempre costretti a inseguire quanto ci impone l’attuale maggioranza».

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Copenaghen: persa occasione storica

Posted by fidest press agency su sabato, 19 dicembre 2009

L’accordo di oggi sancisce il trionfo delle parole sui fatti, dell’apparenza sulla sostanza. Per Oxfam International e Ucodep, i leader presenti al vertice di Copenaghen hanno trasformato un momento storico in un fallimento storico: le due organizzazioni chiedono che l’accordo non sia un punto di arrivo, ma solo la base di partenza dei colloqui sul clima nel 2010. Non è chiaro se ciò sarà possibile, perché la Conferenza delle parti, con un’acrobazia linguistica, non ha “adottato” il testo ma si è limitata “a prenderne nota”.  La rinuncia a siglare un trattato legalmente vincolante entro il 2010 è una duro colpo, soprattutto per le popolazioni più vulnerabili. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che 150mila persone muoiono ogni giorno a causa dei cambiamenti climatici. Ogni minuto di ritardo costa nuove vite umane.  La proposta contiene l’annuncio di 100 miliardi di dollari l’anno per aiutare i paesi poveri a fronteggiare i cambiamenti climatici. In realtà, si tratta di un obiettivo e non di un risultato già assicurato: i paesi poveri non hanno infatti alcuna certezza di ricevere i fondi necessari per adattarsi ai cambiamenti climatici e ridurre le emissioni. La somma di 100 miliardi di dollari, inoltre, è solo metà di quella necessaria. Questa differenza può avere conseguenze drammatiche: solo nell’Asia del sud e nell’Africana subsahariana, per esempio, c’è bisogno di un miliardo e mezzo di dollari per impedire nuove morti per malaria e diarrea causate dal clima.  Non c’è poi certezza che i 100 miliardi saranno aggiuntivi rispetto agli impegni presi sull’Aiuto pubblico allo sviluppo. Ciò significa che, nei paesi in via di sviluppo, i fondi potrebbero essere sottratti all’istruzione e all’assistenza sanitaria per finanziarie difese contro le inondazioni o sostenere gli agricoltori più poveri. I 100 miliardi di dollari potrebbero infine non essere fondi pubblici, ed essere quindi erogati secondo l’agenda dei donatori privati più che sulla base delle reali emergenze.    Preoccupante anche l’assenza, nella bozza di accordo, di obiettivi specifici di riduzione delle emissioni entro il 2020, essenziali secondo gli scienziati per garantire che il riscaldamento globale non superi i due gradi.

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Tubercolosi: una sfida sempre attuale

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 settembre 2009

Lecco 25 Settembre 2009, 8:30-13:30 Corso Carlo Alberto, 120 Sala Conferenze Azienda Sanitaria Locale Lecco In Italia l’opinione pubblica ritiene che la tubercolosi sia ormai debellata, scomparsa dal territorio nazionale. Al più, la tendenza generale è pensare che essa sia stata relegata alle fasce deboli della popolazione.  In realtà, la repentina evoluzione della popolazione italiana, ormai entrata nel vivo della globalizzazione, ha aumentato il rischio di contagio per molti categorie di cittadini, tra cui soprattutto operatori sanitari, detenuti, persone economicamente disagiate, immigrati e tutti coloro che vivono a stretto contatto con questi soggetti.  Il corso “Tubercolosi: una sfida sempre attuale” si inserisce nel Progetto “Stop alla tubercolosi”, promosso  dall’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” in collaborazione con BAICR Sistema Cultura.  Il Progetto, che rappresenta la declinazione a livello nazionale di iniziative ideate e realizzate  dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in collaborazione con Stop TB Partnership a livello globale,  nasce dalla necessità di sensibilizzare in maniera appropriata sullo stato attuale della malattia e sulle misure necessarie per fronteggiarla. Lo scopo ultimo è accendere ancora una volta i riflettori su un importante problema sociale, quello della tubercolosi, che abbisogna di efficaci messaggi di educazione e promozione alla salute; un problema che occorre portare nuovamente e costantemente all’attenzione del personale sanitario, sia quale target tra i principali a rischio contagio, sia quale intermediario per la diffusione al grande  pubblico del messaggio comunicativo di prevenzione, diagnosi precoce e corretto trattamento terapeutico.  Il corso, in questo senso, ospitando relatori di alto livello professionale e profusa esperienza nel settore, offre  il giusto spazio per un dibattito sui temi dell’epidemiologia, diagnosi, trattamento e implicazioni sociali della  tubercolosi.
La tubercolosi è una pandemia causata da germi (Mycobacterium tubercolosis) che colpisce i polmoni e nel 15-20% dei casi contagia altri organi. È trasmissibile per via aerea, tramite nebulizzazione di particelle prodotte da soggetti malati. Se non trattata, uccide nel 65% dei casi in 5 anni, nonostante sia curabile in soli sei mesi al costo di 20 €.  Nel mondo ci sono più di 9 milioni di nuovi casi di tubercolosi l’anno, con quasi 1,8 milioni di decessi ogni anno. È una malattia che colpisce principalmente i giovani adulti nei loro anni più produttivi e, allo stesso  tempo, è uno dei principali killer tra le persone affette dal virus HIV, che hanno un sistema immunitario  indebolito.  Nei paesi endemici, spesso, non si è a conoscenza della curabilità della tubercolosi e dell’attuale disponibilità  di trattamento. D’altro canto, nei Paesi ad alto reddito si pensa che la malattia sia stata definitivamente debellata. Il sostegno dei Paesi ad alto reddito è invece essenziale per la lotta alla Tubercolosi in termini di finanziamenti, ricerca, ed esercizio di influenza nei confronti dei paesi endemici, sovente notevolmente deboli e vulnerabili.

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Pakistan: Save the Children

Posted by fidest press agency su martedì, 12 maggio 2009

Save the Children ha avviato un vasto intervento di aiuto in favore dei bambini e delle famiglie costrette ad abbandonare le proprie case e villaggi a causa dell’intensificarsi dei combattimenti nella provincia di frontiera del Nord ovest del Pakistan (NWFP). Si stimano fra 150.000 e 200.000 le persone sfollate negli ultimi quattro giorni, cifra che probabilmente potrebbe arrivare a 300.000 nei prossimi giorni. In totale quindi sono più di 1 milione i bambini e gli adulti in fuga dal conflitto, nel Nord ovest del Pakistan, dall’agosto 2008 (nota). Save the Children, in particolare, intende concentrare i propri sforzi sui minori saparati dai genitori, sulle donne con figli, sui nuclei familiari con bambini con meno di 5 anni e sulle famiglie in cui uno dei membri sia ferito o malato cronico. I bambini in questa provincia pachistana sono particolarmente vulnerabili e a rischio. Si tratta infatti di una zona funestata da disastri naturali o da emergenze provocate dall’uomo. Inoltre il lungo conflitto e gli intermittenti combattimenti di quest’ultimo anno e mezzo hanno intaccato i risparmi e le scorte delle famiglie, mandato in crisi l’economia locale e causato la distruzione di centinaia di scuole. Save the Children è presente e operativa in Pakistan da più di 25 anni, contribuendo a migliorare le condizioni di vita di molti rifugiati afghani e di donne e bambini pachistani. L’organizzazione per la difesa e tutela dei diritti dell’infanzia ha sviluppato un ampio piano di interventi, nell’ambito della salute, istruzione, aiuto d’emergenza sia in favore della popolazione locale che dei rifugiati afghani. Save the Children sta inoltre operando nelle zone colpite dal terremoto del 2005.

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