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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

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Crescita demografica ed evoluzione tecnologica

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 gennaio 2018

VulnusSe è come ho previsto nel mio libro Vulnus di trovarmi in una società di umani la cui popolazione complessiva sulla terra non è superiore a trecento milioni di abitanti devo capire come oggi si possa arrivare a una contrazione così netta dagli attuali sette miliardi di abitanti e con una previsione di crescita che nei prossimi venti anni raggiungerà i nove miliardi.
Nel citato racconto la storia di questo personaggio che ho chiamato Vulnus inizia nel 3100 d.C. e in un suo flash back ricorda la sua vita pregressa che si era conclusa nel 2017. Cosa gli successe?
A suo dire l’improvvisa perdita di contatto fu dovuta a un’esplosione atomica. Devo arguire che il fuoco nucleare, le armi batteriologiche e chimiche saranno gli strumenti validi per abbassare il nostro livello di natività? Può darsi. E’ fantascienza? Forse. Ma chi può dirlo di sicuro?
E mentre ci lambicchiamo nel pensare alle possibili soluzioni vi è anche da considerare l’aspetto che potrà avere l’uomo e la donna del futuro, come vestono, ci cibano ecc.
Molto probabilmente avranno occhi, capelli e carnagione “mediterranei”, parleranno inglese, vivranno in città e mangeranno prevalentemente pillole biologiche. Culturalmente si potranno definire democratici capitalisti occidentali e seguiranno una religione monoteista – se non saranno atei.
Secondo Mark Pagel, saggista e docente di Biologia evolutiva dell’Università di Reading (GB) e membro della Royal Society, è questa la tendenza che ci attende, seguendo un processo inarrestabile e sempre più rapido di globalizzazione e di omogeneizzazione linguistica, culturale e genetica.
«Se volete mantenere una diversità linguistica, in particolare – ha rimarcato rispondendo ad alcune domande del pubblico, che hanno evidenziato la specificità del friulano – dovete lavorare sodo, perché queste sono le tendenze che nel mondo stanno avvenendo spontaneamente». E allora ecco emergere l’esperienza della lingua gallese, confrontabile con l’esperienza del friulano. «Anche in Galles hanno introdotto lo studio obbligatorio del gallese per i bambini delle scuole, altrimenti la lingua locale sarebbe destinata a sparire in una ventina d’anni».
Pagel ha evidenziato come la globalizzazione sia un fenomeno spontaneo, che sempre è esistito («Probabilmente il Mediterraneo può definirsi il primo Internet della storia»), da che gli uomini hanno cominciato a scambiarsi conoscenze e merci. E la globalizzazione è un processo che tende alla prosperità e alla ingegnosità tecnologica: tutti vogliono vivere con queste due condizioni, che possono esistere solo grazie alla globalizzazione. Nel mondo ci sono 7 mila lingue parlate, ognuna delle quali strettamente legata alla cultura più “intima” di una popolo. «Ma sono 10 le lingue parlate dal 50% della popolazione mondiale, alcune delle quali sono lingue ponte, con cui ci si esprime per capirsi – ha rimarcato –. Anche questo processo sta portando a una omogeneizzazione linguistica.
Le persone stanno tendendo verso le “lingue di maggioranza”, grazie alle quali il 90% della popolazione mondiale riesce a scambiarsi informazioni». Un fenomeno che fa il paio con l’omogeneizzazione culturale. «Il mondo si sta urbanizzando sempre più rapidamente. Nell’800 solo il 4% della popolazione viveva nelle città – ha ricordato il docente –. Nel 2006 siamo arrivati al 50%. Le proiezioni dicono che nel 2050 il 75% delle persone vivrà in città». Sono le città i luoghi in cui si cerca lavoro, in cui si cerca creatività, benessere, sicurezza. E non ci sono solo le città a uniformare il mondo: ci sono le unioni politiche (come l’Ue o l’Asean), ci sono le unioni monetarie, i trattati economici, le democrazie che gradualmente stanno cercando di sostituirsi ai regimi autoritari, le diete, sempre più a base di omogeneizzati e in pillole. Tutto uniforma. E questa è la tendenza che porta la globalizzazione. Ci piaccia o no, però, è la globalizzazione che permette alle comunità di prosperare. «Più una società è isolata, meno è prospera», ha detto Pagel, e anche la tecnologia moderna dipende dalla globalizzazione, ossia dallo scambio di informazioni, idee, materiali e beni.
Di converso, la globalizzazione rende il mondo più competitivo: le nuove imprese, per esempio, si estinguono molto più rapidamente delle vecchie imprese, nate in altri contesti economici. I giovani d’oggi sono la “generazione dipendente” (in senso familiare), ossia il 50% dei giovani vive più a lungo in famiglia, segno di una crescente difficoltà e competitività della vita.
L’ultimo processo descritto da Pagel nella sua prefigurazione di scenario, quello probabilmente più lungo in termini di tempo, è l’omogeneizzazione genetica, che comunque risponde a tutte le altre condizioni. La popolazione del mondo si sta muovendo ovunque e se le persone si mescolano, si mescolano anche i geni. In America, nel 2010, già il 10% dei matrimoni erano matrimoni “interraziali”. Questa è una tendenza globale che tenderà a uniformare dunque anche i caratteri della popolazione mondiale. Da qui l’identikit dell’uomo del futuro. … Salvo imprevisti!
D’altra parte l’essere umano per sentirsi parte importante di un disegno unitario e non solo una pedina tra le tante e pianificata per contare poco o nulla non ha bisogno di moltiplicarsi bensì di ridurre sensibilmente la sua presenza sulla terra. Questa convinzione non poteva essere espressa al tempo in cui la forza di un popolo, la sua egemonia si manifestavano in ragione del numero degli abitanti, degli eserciti che si mettevano in campo, della sua espansione produttiva.
Oggi già lo rileviamo nelle distorsioni provocate dall’aumento delle produzioni industriali che mostrano chiaramente di aver raggiunto la saturazione poichè palesano d’avere sempre meno mercato essendo diminuito il potere d’acquisto delle popolazioni e nello stesso tempo si riducono le opportunità lavorative con l’introduzione prima delle macchine e poi di tecnologie sempre più sofisticate.
E se partiamo dal presupposto che il ciclo della vita umana è tutto orientato all’idea che vada in gran parte riempito da un’attività lavorativa, come la mettiamo oggi che la disoccupazione mondiale o la sottoccupazione raggiungono se non superano un miliardo di persone?
Oggi vi sono delle megalopoli che contano ben 20 milioni di abitanti. Sono equivalenti a un terzo dei residenti in Italia concentrati in un’area inferiore alla più piccola delle regioni italiane. E’ una mostruosità sotto tutti i punti di vista e che ha fatalmente delle ricadute sulla salute dei suoi abitanti, sul lavoro, sulla disoccupazione e altro ancora. (redazione Fidest) (Vulnus si può trovare su Amazon)

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Libro: Vulnus

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 agosto 2017

VulnusRiccardo Alfonso, “Vulnus” Edizioni Fidest. E’ un romanzo di fantascienza. Vulnus è il personaggio che l’autore fa rivivere nel trentesimo secolo dopo che in una precedente esistenza aveva trascorso i suoi anni a cavallo tra il XX ed il XXI secolo. E’ per Vulnus un’esperienza traumatica poiché ricorda a tratti il suo passato mentre è alle prese con un presente che non riesce a comprendere del tutto. Ma come è morto nel XXI secolo? L’ipotesi più accreditata è quella di un olocausto nucleare. Da qui parte il nostro più drammatico trauma esistenziale: la consapevolezza che la crescita demografica deve invertire la sua tendenza anche perchè diventa conflittuale con l’evoluzione tecnologica che rende gran parte della presenza umana superflua e foriera di gravi conflitti sociali e politici. Finchè non ne avremo la consapevolezza, in tutto il mondo vi saranno conflitti, lutti e immani distruzioni. Nel nostro futuro si rendono sempre più realistiche le figure dei “tre cavalieri dell’Apocalisse” non certo per la distruzione del mondo intero ma per stabilire un nuovo ordine sociale e politico ma dove non c’è posto per sette miliardi di abitanti ma di soli trecento milioni. (pubblicato su Amazon)

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Oggi vi parlo del mio libro

Posted by fidest press agency su martedì, 4 maggio 2010

E’ titolato “Vulnus”. Qualcuno lo ha definito di fantascienza altri di narrativa e altri ancora è meglio non citarli. Su cosa si impernia la storia? Sul fatto che da una seduta psicanalitica emerge un passato, un lontano trascorso e che il trauma subito in un’altra vita si riverbera inevitabilmente in quella presente. Ma un momento. Stavo dimenticando di dirvi che il risveglio del nostro personaggio è nel tremila e passa dopo Cristo. Ovvero ben mille anni abbondanti dall’ultimo suo ricordo. A tratti si riaffacciano taluni eventi che l’hanno segnato in quella precedente esistenza e lo spingono a fare dei confronti con il presente. Ricorda, ad esempio, città popolose con bambini garruli per le vie, mamme che portano nel passeggino i loro bimbi e papà che non disdegnano di tirare con il figlio e i suoi compagni qualche calcio al pallone. Ora lo scenario è diverso. Le città, ben poche a dire il vero, sono un concentrato di altissimi palazzi e di un mondo esclusivamente di adulti. E i bambini, mi direte voi? Ci sono, certo, ma vivono altrove. Sono nati, per lo più, nei laboratori, coltivati in provetta e negli incubatori e, una volta, completata la fase formativa seguiti da assistenti, educatori ed educatrici sino a raggiungere la maturità e una professione. A questo punto possono andare ad abitare e a lavorare altrove. Vi è, quindi, un netto distacco tra l’età della crescita e della formazione e quella successiva. Non esiste, ovviamente, disoccupazione. Ognuno ha un suo preciso compito e il turn over non è legato all’età bensì alla morte. In pratica la morte è accettata come naturale conseguenza di uno status fisico che collassa per completamento del suo ciclo vitale. Non esiste la parola vecchio. Tutti conservano doti di efficienza e immutate capacità intellettive e il ciclo vitale è calcolato rigidamente intorno a 120 anni. Si può, ovviamente, morire prima ma non di malattia, ma per qualche incidente. Anche le parole “banca” e “carta moneta” non esistono. Ognuno ha un suo credito cumulabile in una carta elettronica e gestito da un chip e che si ricarica periodicamente e gestita da una centrale computerizzata. Assistenza sanitaria, alimenti, abitazione sono ad uso gratuito. Per la salute si fa molta prevenzione. Ogni anno è previsto un check-up per analizzare i valori e individuare eventuali anomalie. Non esistono prodotti farmaceutici poiché la loro prescrizione è nella dieta alimentare. Non esiste la proprietà. Tutto ciò che si usufruisce è utilizzato per il tempo che si vive. Non vi sono ricchi e poveri perché le risorse sono distribuite equamente e non esistono lavori che prevedono differenzazioni retributive. Ciò non di meno esistono due fasce d’impegno lavorativo: quello dedicato ai servizi e l’altro allo sviluppo di nuove tecnologie, reperimento e impiego risorse. I lavori più umili sono assegnati ai robot. Le donne, private della maternità, sentono la sensualità in modo diverso. In questo rapporto che divide Vulnus dal suo essere presente in una realtà così diversa dai suoi ricordi che lo ricacciano un millennio indietro si matura un confronto a tratti drammatico, nostalgico, ma anche denso di eventi e di interrogativi. E’ l’uomo che si confronta tra il suo presente e il suo passato e cerca di darsi un futuro partendo da questa nuova risposta evolutiva. (R.A.)

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Cul de Sac

Posted by fidest press agency su martedì, 13 aprile 2010

Bologna fino al 7/5/2010 via Zanardi, 2 neon>campo base Alexandros Papathanasiou, Emanuele Becheri, Giovanni Oberti, Ruth Scott a cura di Alessandro Sarri. Cul de sac, impedimento, strada senza sfondo o senza via d’uscita, divieto, pericolo, vulnus interdizione, rimozione, risacca, oscenità. Cul de sac indaga ciò che resta dell’opera che, una volta -realizzata’, tende inevitabilmente a celare e a dimenticare il suo impensabile processo di costruzione che si cancella proprio nell’istante in cui s’instaura esaurendosi nel segreto della propria iscrizione nella quale appunto la singolarità annienta l’universale. Cul de sac inteso come quella cosa che il processo stesso dimentica e rimuove in fieri proprio per rinascere escatologicamente.
artists:  Emanuele Becheri, Giovanni Oberti, Alexandros Papathanasiou, Ruth Scott  curated by Alessandro Sarri Cul de sac, hinderance, dead end, forbiddance, danger, vulnus, interdiction, removal, undertow, obscenity. Cul de sac tries to figure out what remains of something that, due to a finalization, tends to hide and forget its unthinkable process of construction that keeps on erasing just in the moment it comes about, exausting right in the secret of its own inscription in which singularity annihilates universality. Cul de sac intended here as the thing that even the process itself forgets and removes right away, in order to re-born as escatology. Cul de sac as something new stuck in the reiteration of a reproposition intended here as identical act, simultaneously what has arrived and what’s still here, present in what has already been ruined by its presence ce’libataire. (cul de sac)

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