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Il nuovo rapporto tra giudaismo e cristianesimo

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 settembre 2011

Secondo Nathan Ben Horim (Nuovi orizzonti tra ebrei e cristiani, Padova, Messaggero, 2011), ex ministro all’Ambasciata d’Israele in Italia incaricato dei rapporti con la S. Sede dal 1980 al 1986, è dovuto «a tre eventi: la shoah, la nascita dello Stato d’Israele e il concilio Vaticano II» (ibidem, p. 11). Infatti la shoah impone riflessioni storiche, politiche e morali di enorme portata, alle quali nessuno – nemmeno la Chiesa – può sottrarsi. Dalla shoah (1942-45) è nato lo Stato d’Israele (1948), che ha soprattutto un significato etnico ed anche normativo-religioso per l’ebraismo. Da queste riflessioni storiche, morali, politiche, etnico-religiose (dacché il giudaismo è un popolo o stirpe che si riconosce in una certa pratica etica o religiosità) è nato il concilio Vaticano II (1962-65).
Il diplomatico israeliano ammette che «il cambiamento, nella visione cristiana degli ebrei, non sarebbe mai avvenuto se non ci fossero state la shoah e la nascita dello Stato d’Israele» (ibidem, p. 12). Egli definisce il giudaismo col trinomio “Torah, Popolo, Terra” (ib., p. 107). Poi cita il maître à penser di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Martin Buber: “Terra e Popolo, predestinati l’una all’altro per realizzare assieme il regno del Signore in questo mondo”
Il problema del Concilio è sostanzialmente legato alla giudaizzazione del cristianesimo (Nostra aetate, 28 ottobre 1965) ed è indissolubilmente legato a quello della shoah e del sionismo. Chi non vuole ammetterlo o è incapace di vedere la realtà o non vuole ammetterla, poiché non gli fa comodo. Inoltre gli Orientamenti esplicitano, dopo circa 8 anni, l’affermazione conciliare – ancora molto sfumata ed imprecisa – secondo cui l’Alleanza tra Dio e popolo ebraico “permane” (ivi) e da essa i Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei e dell’ebraismo (26 giugno 1985), dopo altri 10 anni, esplicitano la portata non solamente spirituale o religiosa dell’ebraismo attuale, ma soprattutto “etnico-religioso-culturale, con una sua storia legata ad una Terra precisa” (ib., p. 15) ossia “la questione della Terra e dello Stato d’Israele” (ib., p. 44), la quale ha portato, 8 anni dopo, al Concordato della S. Sede con Israele (30 dicembre 1993, iniziato formalmente e giuridicamente il 29 luglio 1992). che “era la conclusione logica del cammino cominciato circa trent’anni prima con Nostra aetate, n. 4” (ib., p. 44). In breve l’ebraismo attuale è l’appartenenza etnica ad un popolo, schiatta o “razza”, che può o meno comportare una certa religiosità o meglio moralità o pratica spirituale, ma che ha come elemento principale ed essenziale il legame di sangue tra ebrei e storico-geografico con la Terra Santa, poi Palestina ed oggi Stato d’Israele. Questo è l’ebraismo odierno e post-biblico. Per cui non si può parlare di esso riferendosi solo all’aspetto religioso, che è del tutto contingente nel giudaismo (può esservi o no, non modifica essenzialmente, ma solo accidentalmente, l’ebraismo), ma bisogna mettere in luce l’unità etnica o razziale e il legame che tale popolo pretende di avere ancora oggi dopo 2000 anni con la Terra dei propri padri, la Terra Santa, la Giudea, poi Syria-Palestina ed oggi Stato d’Israele.
L’ambasciatore Ben Horim racchiude in un sillogismo l’inconciliabilità tra dottrina cattolica tradizionale e quella pastorale del Vaticano II. È per questo che parlando di ebraismo bisogna tenere presente l’elemento etnico, di “sangue e suolo”, di un popolo che possiede in perpetuo una Terra, che è in perpetua Alleanza con “Dio” (anche se non ci crede, infatti il sionismo è un movimento laicista ed agnostico o a-religioso se non addirittura ateo). L’ebraismo si auto-presenta in primo luogo come popolo, poi come Stato e tutto ciò alla luce della shoah, che gli ha fatto ritrovare la sua identità, la quale stava per essere smarrita con l’assimilazione durante l’Illuminismo. Horim stesso riporta la convinzione che quasi tutti i cristiani hanno, ma che nessuno osa dire, mentre è espressa esplicitamente dai “Fratelli maggiori”: «La dottrina tradizionale [è un dogma di Fede] extra Ecclesiam nulla salus è in contrasto con il discorso del papa [Giovanni Paolo II] agli ‘esperti cattolici per l’ebraismo’, nel quale parlava della possibilità per ebrei e cristiani di raggiungere per vie diverse, ma finalmente convergenti [le “convergenze parallele” di Aldo Moro], una vera fraternità della riconciliazione».
È interessante – per concludere – quanto dice l’Autore sulla reciprocità dei rapporti ecumenici ebraico cristiani. Vale a dire: se il cristianesimo si è giudaizzato, col Vaticano II, anche l’ebraismo dovrebbe cristianizzarsi (p. 76). Egli risponde nettamente che l’argomento vale solo a senso unico, ossia per i cristiani verso l’ebraismo, mentre non è assolutamente applicabile per gli ebrei verso il cristianesimo. Infatti
1°) il cristianesimo ha fatto soffrire il giudaismo sino alla shoah, mentre mai il giudaismo ha perseguitato il cristianesimo. Al che si risponde facilmente citando i Vangeli e gli Atti degli Apostoli, i quali rivelano divinamente la persecuzione continua del giudaismo contro Gesù, gli Apostoli e i primi Discepoli cristiani. Inoltre la storia ha dimostrato ampiamente che le persecuzioni attuate dalla Roma pagana contro i cristiani vennero aizzate dal giudaismo.
2°) Il cristianesimo è nato dal giudaismo, mentre il giudaismo non deve nulla al cristianesimo. Anche qui la risposta è sin troppo semplice. Il cristianesimo è nato da Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, che hanno decretato ab aeterno l’Incarnazione del Verbo nel seno della Vergine Maria. Ciò è rivelato nell’Antico Testamento (dalla Genesi sino ai Maccabei). Per cui l’Antico Testamento era tutto relativo al Nuovo Testamento e a Gesù Cristo. Onde Mosè e i Profeti annunziarono Cristo venturo, che fu rigettato dal ‘falso Israele’ ed accolto dal ‘vero Israele’, ossia da coloro che fedeli allo spirito dell’Antico Testamento hanno accolto il Messia Gesù Cristo venuto, una “piccola reliquia d’Israele” (San Paolo) alla quale si è unito il resto del genere umano (i Pagani). Il giudaismo attuale è il ‘falso Israele’ fedele alla lettera della Torah, ora la “lettera uccide mentre è lo spirito che vivifica” (San Paolo). Quindi il cristianesimo non ha ricevuto nulla di positivo dal giudaismo post-biblico o attuale, mentre il giudaismo mosaico o vetero-testamentario è relativo ed ordinato totalmente al cristianesimo senza il quale non ha ragion d’essere.
Recentemente un caso pratico di ‘monologo’ analogo è scoppiato il 7 luglio del 2011 tra il card. Kurt Koch e il rabbino Riccardo Di Segni. Infatti il cardinale aveva scritto su L’Osservatore Romano (7 luglio 2011) che «La Croce di Gesù è il permanente ed universale Yom Kippur […] per ebrei e cristiani». Ma siccome già l’8 ottobre 2008 il rabbino Di Segni su L’Osservatore Romano aveva spiegato che la festa dello Yom Kippur [perdono] ebraico esprime le “differenze inconciliabili tra i due mondi” ebraico e cristiano e che l’ebraismo avendo il Kippur “non ha bisogno della salvezza dal peccato proposta dalla Fede cristiana”, ha risposto di nuovo sempre su L’Osservatore Romano al cardinal Koch il 29 luglio 2011: “Se i termini del discorso sono quelli di indicare agli ebrei il cammino della croce, non si capisce il perché di un dialogo e il perché di Assisi”. Il cardinale allora ha rispolverato la neo-dottrina conciliare scrivendo che per il cristianesimo «L’Alleanza di Dio con il popolo d’Israele ha una validità permanente e [anche] la fede nella redenzione universale in Gesù Cristo».
Il problema di Cristo e del cristianesimo per l’ebraismo non esiste. Non è un ‘dialogo’ (discorso tra due parti), ma un ‘monologo’ del solo Israele, che vorrebbe indottrinare sub specie boni il cristianesimo e vi riesce con gli attuali prelati postconciliari, accecati ed induriti di cuore. Questo è un “mistero d’iniquità”.
Il 16 settembre 2011 – secondo il rabbino Levi Brackman – alcuni gruppi ebraici specialmente statunitensi (Abraham Foxman Direttore dell’ADL del B’nai B’rith e il rabbino David Rosen dell’American Jewish Committee) “hanno espresso la loro preoccupazione che il Vaticano potrebbe rimettere in discussione 40 anni di progressi nelle relazioni ebraico-cattoliche”. Essi quindi avvertono che Nostra aetate, 4 e Lumen gentium, 16 (“i doni di Dio [Antica Alleanza] sono irrevocabili”) “non possono essere messi in discussione e lasciati al libero dibattito”. Se così non fosse il dialogo ebraico-cristiano cesserebbe. Dubito seriamente che Benedetto XVI sia tentato di rivedere 40 anni di teologia giudaizzante, della quale è stato un pioniere sin da giovane studente tedesco toccato dalla “tragedia abissale” della shoah.
Agire assieme, conoscersi da vicino, interloquire è la stessa vecchia tattica del neo-comunismo verso i ‘cristiani adulti’, che li faceva agire assieme ad esso, per renderli simili a sé. Agere seguitur esse, si agisce come si è. Ora se agisco assieme al comunismo, parto da una posizione tendenzialmente simile ad esso e pian piano divengo inevitabilmente eguale ad esso; se agisco assieme al giudaismo odierno, poco alla volta giudaizzo e – Dio non voglia – se agisco assieme al neo-modernismo, immancabilmente divengo neo-modernista, prima almeno praticamente (i ‘neo-modernisti anonimi’) e poi anche speculativamente. Il primato della prassi sulla teoresi è un caposaldo del talmudismo, del comunismo e del modernismo. Caveamus! Latet in erba anguis. “Bisogna agire come si pensa, altrimenti si giunge a pensare come si agisce”.(d. Curzio Nitoglia in sintesi)

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