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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 151

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Economia: Il governo mette la “polvere” sotto il tappeto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 aprile 2017

ministero-finanzeSulle privatizzazioni “Non hanno fatto nulla, nel frattempo hanno portato al collasso il sistema bancario. In questi 1.200 giorni sono stati indecisi a tutto, hanno solo aumentato la spesa pubblica (20 miliardi buttati per il Jobs act e 10 per le “mance” degli 80 euro) per comprarsi il consenso, alla Achille Lauro, e gli è andata anche male: non hanno ridotto le tasse, hanno perso anche il referendum, e l`Europa ne ha le scatole piene”. Così Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia, intervistato da Avvenire.”La ghigliottina Ue – ha aggiunto – è già caricata. Intanto come assaggio siamo già costretti a questa manovrina da due decimali. Ma in autunno l`Italia dovrà non solo onorare la clausola di salvaguardia per quasi 20 miliardi, ma anche ridurre il deficit di quasi un punto, all`1.2%, il che vuol dire altri 16 miliardi. Se aggiungiamo le promesse sulla riduzione dell`Irpef, sul contratto del pubblico impiego, sul taglio del cuneo fiscale, si arriva a una manovra da 35-40 miliardi, fra maggiori tasse, dirette o indirette, o minori spese. O, come dice Padoan a mezza voce, col taglio delle spese fiscali”. Insomma, per Brunetta “aumenteranno le tasse. Se tagli detrazioni e deduzioni l’effetto è lo stesso. Il Def con le sue 912 pagine non doveva solo dire come sta l`economia italiana, ma anche indicare come raggiungere gli obiettivi di bilancio. Così invece Padoan prende in giro gli italiani, ma innanzitutto sé stesso. E ai mercati, o alla Ue, non piace essere presi in giro. Con gravi rischi per le aste sul nostro debito, da settembre”. E questa per Brunetta è strategia “meramente elettorale: mettere la polvere sotto il tappeto”.

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Governo minimalista: L’ennesima occasione sprecata

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 aprile 2017

gentiloniLa mini manovra di bilancio per rimediare agli errori del precedente governo, realizzata raschiando il barile a destra e a manca, e l’impostazione del nuovo Documento di economia e finanza, che liscia il pelo della congiuntura per il suo verso anziché provare a spettinarla con una politica economica di respiro strategico, rappresentano un passaggio ancora una volta deludente della politica italiana. Che avrebbe come primo ed essenziale compito quello di combattere, arrestare e invertire il corso del declino, e che invece da molto (troppo) tempo ha rinunciato – nei fatti, anzi, per mancanza di fatti – a modernizzare per renderlo capace di tornare a crescere. Niente di nuovo, si dirà. Vero: sono anni che facciamo finta di contestare la politica europea di austerità ma in realtà la subiamo, pietendo un po’ di flessibilità, finendo per non avere né i benefici del risanamento della finanza pubblica né i vantaggi di una crescita sospinta da investimenti a deficit. Peccato, però, che a furia di declinare e rimandare, ora l’onere del necessario cambio di rotta si è fatto tremendamente pesante, e quando l’inerzia presenterà il conto saranno dolori. Non è un caso, infatti, che il Wall Street Journal abbia perfidamente messo il dito nella piaga: il pericolo numero uno per la tenuta dell’euro e dell’Ue si chiama Italia, che pur non crescendo s’accontenta di galleggiare. E persino il prudente direttore del Corriere della Sera – probabilmente riflettendo le preoccupazioni dell’establishment economico e finanziario lombardo, forse finalmente redivivo dopo l’ubriacatura renziana (meglio tardi che mai) – si è premurato di dirci che “la politica gira a vuoto” perché cinque mesi dopo il referendum “la palude è diventata il luogo esistenziale” dei partiti nonostante ci sia la legge elettorale da fare (o almeno da sistemare i due mozziconi restituiti al Parlamento dalle evirazioni emendative della Corte Costituzionale) e una promessa del fronte del No di rimettere comunque mano alle riforme costituzionali.Ma la cosa più grave è che in questo quadro di sostanziale immobilismo c’è persino spazio per guerre politiche di cui non solo non si ravvisa la necessità, ma che rischiano di spalancare le porte di palazzo Chigi ai populisti. Si è letto, infatti, di una sorda battaglia che Renzi avrebbe ingaggiato nei confronti di Padoan e Calenda, etichettati spregiativamente come “ministri tecnici” – ma quando stavano nel suo esecutivo erano politici? – tesa sia a condizionare le trattative con Bruxelles sulla manovra correttiva ma soprattutto su quella che si dovrà fare in autunno, sia a bloccare le proposte del ministro dello Sviluppo Economico in materia di concorrenza e difesa dei campioni nazionali del nostro sempre più asfittico capitalismo. Peccato che tutto sia rimasto sotto traccia. Mentre se Renzi, peraltro solo in pectore segretario del Pd, intende muovere critiche e indicare alternative su questo o quel provvedimento del governo che è espressione del suo partito e che molti, erroneamente, hanno definito “fotocopia” del precedente, ha sì tutto il diritto di farlo, ma nello stesso tempo anche il dovere di procedere pubblicamente. Anzi, sono talmente tanti anni che al dibattito politico italiano manca il confronto-scontro sulle questioni programmatiche – ridotto com’è a querelle personali, lancio di anatemi e uso smodato di slogan qualunquistici – che chi lo reintroducesse sarebbe benemerito. Affidarsi ai “retroscenisti” dei media, salvo poi lamentarsi del gossip politico quando produce fastidio, significa invece svilire i propri contenuti, o certificarne l’assenza.Insomma, se nel governo e nella maggioranza esistono idee o addirittura concezioni diverse della politica economica lo si dica apertamente, oppure si mettano a tacere le dicerie e si bagnino le polveri della polemica. Allo stesso tempo, il governo eviti di tirare a campare – è da tempo che lo diciamo, ma non ci arrendiamo alla stanchezza – perché non ce lo possiamo permettere, per l’oggi ma soprattutto per il domani. La manovra minimalista che è stata messa in campo non consente né di accorciare le distanze che ci separano dal resto d’Europa, né di assorbire la doppia crisi dell’ultimo decennio, la recessione del 2008 e seguenti e il crollo di credibilità del 2011. Il ciclo economico ha sì subito un’inversione, ma i progressi realizzati fin qui sono troppo limitati, e la crescita ipotizzata nel triennio 2017-2019 – tre miseri punti complessivi – è talmente fragile da non rappresentare un argine al più che probabile cambiamento in negativo delle condizioni esterne, dalla politica monetaria meno espansiva al gelo neo-protezionista sui commerci mondiali, vera iattura per un paese come l’Italia che ormai ha solo nelle esportazioni il suo vero e unico traino.Dunque, caro Gentiloni, il cambio di passo e di rotta è indispensabile, tanto più pensando alle dimensioni della manovra – almeno 20 miliardi – che ci aspetta dopo l’estate. Ma soprattutto, è in vista dell’appuntamento con il voto che ci sarà nel 2018 che occorre lavorare. E non certo inventandosi l’ennesimo bonus che, come quelli dell’era Renzi, fa male alla finanza pubblica, non smuove il pil e, per di più, non paga elettoralmente. Lo schema di ragionamento è semplice: se agli italiani si continua a raccontare che le cose vanno non si dice splendidamente (Renzi ha usurato questa “narrazione”) ma almeno benino, essi avranno diritto di chiedere a chi li governa di dar loro cose che non si è in condizione di offrire, e dunque di fronte alle promesse non mantenute o ai guai combinati nel tentare di mantenerle (per esempio le manovre correttive imposte dalla Ue) avranno ulteriormente diritto a mandare a quel paese i governanti ciarlatani. Se, viceversa, si racconta la verità e si chiede la loro solidarietà per rimettere in piedi il Paese, occorre avere la credibilità che giustamente si esige da chi ti chiede dei sacrifici. Altrimenti, nell’uno come nell’altro caso, si spalancano le porte ai professionisti della protesta. Che notoriamente, a qualunque latitudine, se arrivano al governo fanno disastri di dimensioni inenarrabili. Qualcuno, tanto nel campo riformista come in quello moderato, si è reso conto del rischio drammatico che corriamo e ha cominciato a ragionare sui rimedi preventivi.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Conti pubblici e la “manovrina” del governo

Posted by fidest press agency su domenica, 16 aprile 2017

palazzo-chigi“Il governo è stato costretto a fare la manovrina perché l’Europa ha detto: ‘attenzione, siete fuori con i numeri, rientrate’. Questo vuol dire che se si fa la manovrina i conti non vanno bene. E per riequilibrarli o si taglia la spesa, cioè minori benefici per i cittadini, o si aumentano le tasse, oppure tutti e due. In realtà il governo ha voluto fare la manovrina assieme al Def per fare confusione, per metterla in secondo piano rispetto al libro dei sogni che è il Def”. Lo ha detto a Zapping (Rai Radio1) Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati. “Il governo ha voluto nascondere la manovrina per nascondere che gli italiani, dal prossimo mese, dovranno sborsare 3,4 miliardi di euro. È un grande imbroglio”, ha concluso l’esponente azzurro.

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“Il nuovo governo delle società a partecipazione pubblica”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 aprile 2017

campidoglioRoma Mercoledì 12 aprile 2017 ore 9.45 Sala della Piccola Protomoteca, Campidoglio. Il presidente dell’Assemblea Capitolina Marcello De Vito apre il dibattito “Il nuovo governo delle società a partecipazione pubblica”, organizzato dalla Presidenza dell’Assemblea Capitolina di Roma Capitale, in collaborazione con l’Universitas Mercatorum
Il nuovo testo unico sulle società a partecipazione pubblica (d.lgs. 175/2016, c.d. “TUSP”) ha introdotto una disciplina unitaria di questo particolare tipo di società. Nel corso della mattinata verranno analizzate le più rilevanti novità, muovendo dalle modifiche statutarie che dovevano essere introdotte entro il 31 dicembre 2016, tra cui si annovera il necessario passaggio a un sistema monocratico di amministrazione (amministratore unico invece del c.d.a.). L’analisi verterà poi su altri aspetti altrettanto cruciali delle partecipate: la responsabilità contabile e amministrativa degli amministratori, dei dipendenti e delle p.a. controllanti; la valutazione aziendale dei rischi di gestione nonché i profili aventi rilievo penalistico (anticorruzione e modelli 231); infine, le prospettive di miglioramento del testo unico, in corso di valutazione da parte del Governo che emanerà un decreto correttivo. Il programma dei lavori prevedono i saluti di Marcello de Vito, Presidente dell’Assemblea Capitolina
di Giovanni Cannata, Rettore Universitas Mercatorum e di Francesco Fimmanò, Curatore volume “Le Società Pubbliche” e direttore scientifico Universitas Mercatorum
Seguiranno gli interventi con il punto di vista dell’amministratore delle partecipate
Stefano Bina, Direttore Generale di AMA Spa e a seguire: La giurisdizione della Corte dei Conti sulla responsabilità degli amministratori conStefano Glinianski, Magistrato della Corte dei Conti, segretario generale dell’Autorità per gli Scioperi nei Servizi Pubblici Essenziali, le Modifiche statutarie e organi amministrativi ai sensi del nuovo Testo Unico (e del Decreto correttivo) con Vittorio Occorsio, Notaio, Aggregato di Diritto Privato Università Telematica Pegaso, la responsabilità amministrativa degli amministratori e delle p.a. con Sergio Santoro, Presidente VI Sezione del Consiglio di Stato, i programmi di valutazione del rischio nelle partecipate con Riccardo Tiscini, Ordinario di Economia Aziendale, Prorettore Universitas Mercatorum, Anticorruzione e modelli 231 nelle partecipate con Fabio Foglia Manzillo, Avvocato, Aggregato di Diritto Penale Università Telematica Pegaso, gli ordinamenti italiano, francese, tedesco, cinese e americano sul modello delle partecipazioni pubbliche: sistemi a confronto e profili de jure condendo con Alessio Mauro, Avvocato, Docente di Partecipate pubbliche e project financing, Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Chiude i lavori
Massimo Colomban, Assessore alla riorganizzazione delle Partecipate di Roma Capitale.

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Immigrazione: provvedimento di sola propaganda

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 aprile 2017

camera deputatiRoma camera deputati. Il governo ha apposto l’ottantatreesima questione di fiducia in questa legislatura. Il mio gruppo, naturalmente, ha votato contro questa ennesima fiducia. Per motivi politici, noi siamo saldamente all’opposizione, e per motivi di merito sul provvedimento in questione”. Lo ha detto Pietro Laffranco, deputato di Forza Italia, nel suo intervento in Aula a Montecitorio durante la discussione sul dl immigrazione. “Ci sono organizzazioni non governative che favoriscono l’arrivo di immigrati clandestini nel nostro Paese, e su questo specifico punto abbiamo già chiesto al Senato un’indagine conoscitiva per capire fino in fondo il modo di operare di queste Ong. Che si faccia quest’indagine, presto e bene. L’Italia, e questo provvedimento non migliorerà il quadro, non è in grado di gestire il fenomeno dell’immigrazione clandestina, non facciamo rispettare le leggi, e quindi poi non possiamo di conseguenza chiedere all’Europa di rispettare gli accordi presi in sede comunitaria. Il governo con la richiesta della fiducia evita in questo modo il dibattito in parlamento. Non capisco, francamente, l’obiettivo politico di questo atteggiamento, quando qui alla Camera la maggioranza può contare su numeri larghissimi. Le nostre proposte sono state semplicemente cestinate e non prese in alcuna considerazione. Eppure erano tutte idee di buon senso per migliorare sensibilmente il provvedimento. La risposta del governo è stata: fiducia. Non ci sono parole. Quello che abbiamo davanti è un decreto evanescente, di pura propaganda. Minniti e Orlando hanno scritto un provvedimento che non affronta i punti nodali fondamentali: chiacchiere tante, fatti nessuno. Gli sbarchi proseguono, e le risorse, invece, sono al palo. Il governo Gentiloni ha avuto un approccio e risultati fallimentari, non ha ottenuto niente in Europa, non riesce a gestire il fenomeno in Italia. Serve autorevolezza da parte del governo affinché vada in Europa per affrontare con decisione i temi della lotta al terrorismo e della difesa dei nostri confini: non vuol dire chiudersi, vuol dire regolamentare i flussi migratori”.

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I fumogeni del governo per nascondere l’aumento delle tasse

Posted by fidest press agency su martedì, 11 aprile 2017

Palazzo chigi1“Il governo la butta in caciara. Non sa dove trovare i 3,4 miliardi della manovrina, non sa cosa dire nel Def, rinvia il Consiglio dei ministri per l’approvazione di queste due misure. Fa trapelare notizie di tagli, incentivi, sussidi, mescolati al Piano nazionale delle riforme – privatizzazioni, liberalizzazioni – per far confusione, per non far capire agli italiani che dalla prossima settimana aumenteranno le tasse”.Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio.“Aumenteranno le accise, aumenteranno probabilmente le sigarette, gli alcolici, forse la Coca Cola. Robetta di questo tipo: aleatoria, superficiale, senza carattere strutturale. Il tutto per dimostrare a Bruxelles che sta raccattando qualche miliardo di euro, in realtà non sarà così.E il governo mescolerà tutto questo insieme a sgravi fiscali a questo o a quello, riduzione del cuneo fiscale, salvo non dire che queste sono idee, programmi per il futuro che poi non si realizzeranno, visto che questo governo è in fase non solo discendente, ma in fase finale, anzi terminale.E questo è l’imbroglio del governo. Mescola tutto in un unico calderone: manovrina che aumenterà le tasse, Def che traccia percorsi luminosi, Pnr rispetto al quale non c’è alcun accordo all’interno della maggioranza (pensiamo al catasto). Il governo mescola tutto insieme cercando così di indorare la pillola. La pillola invece è amara, e aumenteranno le tasse”.

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“Il Governo delle Società Partecipate ai sensi del nuovo Testo Unico”

Posted by fidest press agency su domenica, 9 aprile 2017

campidoglioRoma Mercoledì 12 aprile 2017 ore 9.45 Sala della Piccola Protomoteca, Campidoglio dibattito “Il Governo delle Società Partecipate ai sensi del nuovo Testo Unico”, organizzato dalla Presidenza dell’Assemblea Capitolina di Roma Capitale,
in collaborazione con l’Universitas Mercatorum. Il nuovo testo unico sulle società a partecipazione pubblica (d.lgs. 175/2016, c.d. “TUSP”) ha introdotto una disciplina unitaria di questo particolare tipo di società. Nel corso della mattinata verranno analizzate le più rilevanti novità, muovendo dalle modifiche statutarie che dovevano essere introdotte entro il 31 dicembre 2016, tra cui si annovera il necessario passaggio a un sistema monocratico di amministrazione (amministratore unico invece del c.d.a.). L’analisi verterà poi su altri aspetti altrettanto cruciali delle partecipate: la responsabilità contabile e amministrativa degli amministratori, dei dipendenti e delle p.a. controllanti; la valutazione aziendale dei rischi di gestione nonché i profili aventi rilievo penalistico (anticorruzione e modelli 231); infine, le prospettive di miglioramento del testo unico, in corso di valutazione da parte del Governo che emanerà un decreto correttivo. Programma: Saluti
Marcello de Vito – Presidente dell’Assemblea Capitolina
Francesco Fimmanò – Curatore volume “Le Società Pubbliche” e direttore scientifico Universitas Mercatorum
Interventi
La giurisdizione della Corte dei Conti sulla responsabilità degli amministratori
Stefano Glinianski Magistrato della Corte dei Conti, segretario generale dell’Autorità per gli Scioperi nei Servizi Pubblici Essenziali
Modifiche statutarie e organi amministrativi
Vittorio Occorsio Notaio, Aggregato di Diritto Privato Università Telematica Pegaso
La responsabilità amministrativa Sergio Santoro
Presidente VI Sezione del Consiglio di Stato
I programmi di valutazione del rischio nelle partecipate
Riccardo Tiscini Ordinario di Economia Aziendale, Prorettore Universitas Mercatorum
Anticorruzione e modelli 231 nelle partecipate Fabio Foglia Manzillo Avvocato, Aggregato di Diritto Penale Università Telematica Pegaso.

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“L’azione di governo delle sinistre, prima con Renzi e adesso con Gentiloni, è stata ed è totalmente fallimentare”

Posted by fidest press agency su sabato, 8 aprile 2017

palazzo chigiCosì Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in un’intervista a “Il Dubbio”.“La riforma costituzionale è stata nettamente bocciata; la loro legge elettorale, l’Italicum, è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta; con il Jobs Act si sono buttati a mare 20 miliardi senza creare alcun nuovo posto di lavoro; con gli 80 euro hanno speso 10 miliardi all’anno lasciando consumi e crescita al palo; la Buona Scuola ha creato solo caos tra docenti, studenti e famiglie; Pubblica amministrazione? ‘riforma’ affossata dal Consiglio di Stato e dalla Corte costituzionale, con parallela resa al sindacato; banche: dopo il fallimento di Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara, 150.000 truffati e 4 decreti, per salvare Mps e mettere in sicurezza il sistema sono serviti 20 miliardi; siamo assediati dall’immigrazione clandestina; abbiamo più tasse, più debito, più deficit e nessuna spending review: la pressione fiscale in Italia è aumentata e continuerà ad aumentare con la ‘manovrina’. Queste sono considerazioni da guerra civile. Hanno fatto deragliare un intero Paese.
L’esecutivo Gentiloni dovrà coprire, entro metà aprile, i 3,4 miliardi di ‘buffi’ lasciati da Renzi, pena una procedura d’infrazione da parte dell’Unione europea. E poi abbiamo la maxi-manovra autunnale: 20-30 miliardi per annullare le clausole di salvaguardia e per mettere pezze alle sciagurate politiche economiche di questi ultimi tre anni. Renzi, Padoan e Gentiloni hanno distrutto tutto, hanno devastato l’Italia. È il PdR (il Partito di Renzi) il problema del Paese, non la soluzione. Questo gli italiani lo sanno bene”.

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Il presidente del Niger Issoufou a Sant’Egidio

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 aprile 2017

IssoufouMahamadou Issoufou, presidente della Repubblica del Niger, ha visitato sabato mattina la Comunità di Sant’Egidio con una delegazione del governo di Niamey. Ad accoglierlo il presidente Marco Impagliazzo, con alcuni responsabili della Comunità. Tra i temi trattati nel colloquio, la pace nella regione del Sahel, il dialogo interreligioso e la lotta alla povertà come mezzo efficace per prevenire l’emigrazione: aiutare lo sviluppo dell’Africa rappresenta infatti un investimento necessario per permettere a tanti giovani africani di lavorare per il futuro dei loro paesi. “Il tema delle migrazioni è una priorità per il Niger – ha dichiarato Marco Impagliazzo – perché questo Paese è al centro delle rotte utilizzate dai trafficanti di uomini. Il presidente Issoufou ha manifestato una profonda sensibilità a questo tema e, primo tra i capi di Stato africani, ha espresso parole di cordoglio per le tante vittime dei viaggi nel Sahara e nel Mediterraneo”. (foto: Issoufou)

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Scuola: Rinnovo del contratto, il Governo stanzia appena 85 euro di aumento dopo 7 anni di blocco

Posted by fidest press agency su domenica, 12 marzo 2017

ministero-pubblica-istruzioneDisco verde per il decreto che sblocca 2,5 miliardi di euro: manca solo il via libera della Corte dei conti. Una volta stanziate le risorse, potrà mettersi in moto l’iter che porterà all’inizio della contrattazione; verrà inviata una direttiva all’Aran per riavviarla, i decreti dovrebbero essere approvati entro fine maggio. Per il sindacato, accettare queste condizioni sarebbe un vero tradimento dei lavoratori. Perché secondo la normativa vigente e la sentenza della Consulta, in attesa della firma del contratto, dal settembre 2015 lo Stato avrebbe dovuto versare a ogni dipendente pubblico 105 euro di aumento medio, riconducibile a una busta paga mensile di 1.500. Ossia, il 7 per cento del proprio stipendio, salvo recuperare l’altro 50 per cento alla firma del contratto. Ecco le ragioni per cui è stato deciso di chiedere ai lavoratori della scuola e della P.A. di inviare la diffidae di attendere il responso da parte della Corte Costituzionale.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): alla luce delle cifre risibili in arrivo, con gli 85 euro lordi che rappresentano anche una media lorda e non la cifra certa che ogni dipendente pubblico andrà a percepire, lo stipendio non andrà a coprire nemmeno il gap rispetto all’inflazione venutasi a creare in questo periodo per il mancato adeguamento dell’indennità di vacanza contrattuale. Se non si firma, il lavoratore avrebbe già comunque garantiti 22 euro in più in busta paga. Un accordo, tenendo conto di questa situazione, si potrebbe chiudere dunque solo garantendo 103 euro in più. Esattamente come è avvenuto nel settore privato.

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Precariato, piano pluriennale assunzioni: Governo al bivio

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 marzo 2017

ministero-pubblica-istruzioneAnief: scelga da che parte stare, confermato lo sciopero del 17 marzo. Dopo l’ordine del giorno Puglisi, nelle ultime ore sta prendendo piede, con la delega sulla formazione iniziale e sul nuovo reclutamento, la necessità di avviare un piano pluriennale di assunzioni: l’intenzione è quella di completare il pacchetto assunzioni aperto nel 2015 con il tentativo di svuotare le graduatorie a esaurimento stabilizzando anche i precari abilitati della II fascia delle graduatorie d’istituto e di III fascia che hanno raggiunto 36 mesi di supplenze. L’Esecutivo starebbe aprendo anche su altri punti importanti: monitorare la consistenza delle GaE e delle GM, in modo da calcolare il fabbisogno di posti e armonizzare la fase transitoria con reclutamento; garantire l’assunzione dei docenti di sostegno; consentire ai neolaureati adeguate possibilità d’accesso ai ruoli della scuola.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): sono punti imprescindibili, rivendicati dall’Anief in tempi non sospetti: prendiamo atto che ora, finalmente, il Governo, ma anche il Ministro Fedeli, li faccia propri. Ma sui percorsi da attuare non ci siamo, perché occorre dare seguito ai buoni intenti con un decreto legge specifico. Vanno poi trasformati in posti vacanti gli oltre 80mila dati oggi in supplenza annuale; riuscire a far incontrare domanda e offerta, tornando ad aggiornare da subito e annualmente le GaE; insistere sul doppio canale di reclutamento, allargandolo alla seconda fascia d’istituto e scorrere sulla terza, i cui candidati, con oltre 36 mesi di servizio, vanno assorbiti nei ruoli corso annuale abilitante; permettere ai neolaureati ricorrenti di partecipare alle prove suppletive del concorso a cattedra‎ 2016. Il Governo decida se seguirci o andare avanti con la Buona Scuola. Lo ricorderemo tra meno di dieci giorni, quando sciopereremo e torneremo in piazza.

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Governo Gentiloni: batta un colpo ora o mai più

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 febbraio 2017

gentiloniConsumata una scissione, quella dentro il Pd, che non passerà certo alla storia, perché povera di contenuti programmatici e culturali – in fondo in ballo c’è solo una diversità di accenti rispetto ad un comune approccio populista e giustizialista, seppur light – e perché priva della capacità di rappresentarsi sulla scena politica come uno psicodramma vero, tipico delle grandi svolte, ora si tratta di fare i conti con le conseguenze di questo passaggio politico, figlio naturale della sconfitta di Matteo Renzi al referendum che testardamente e stupidamente ha voluto, e imposto al Paese. Quelle interne al Pd possono essere liquidate in poche battute, ed hanno più a che fare con chi è rimasto piuttosto che con chi ha fatto (o farà) le valigie. Infatti, è più interessante notare che le candidature di Emiliano e Orlando alle primarie hanno come vero obiettivo quello di fare in modo che Renzi non arrivi al 50%. Cosicché, nel caso, oggi altamente probabile, che nessuno raggiunga la soglia, a scegliere il segretario del Pd non saranno i cittadini dei gazebo, ma i delegati nell’assemblea nazionale eletti con le liste collegate agli sfidanti. Con la conseguenza che alleanze e maggioranze verrebbero scompaginate, e un eventuale accordo tra Emiliano e Orlando metterebbe fuori gioco Renzi, con tutto quel che ne consegue non solo e non tanto dalle parti di Largo del Nazareno quanto da quelle di palazzo Chigi. Se poi, invece, Renzi ce la dovesse fare, saprebbe che c’è una componente decisiva per la sua tenuta, pronta a staccare la spina se dovesse ripetere l’errore di sentirsi padrone assoluto e non avere alcuna disponibilità alla mediazione e all’inclusione.Tuttavia, non saranno le beghe condominiali del Pd a determinare i nostri destini più prossimi, a cominciare dalla scelta di quando andare alle urne. La partita vera si svolge in Europa e con l’Europa, e già se ne sono viste le avvisaglie con l’insistenza di Bruxelles nel pretendere subito da Roma una manovra correttiva, atteggiamento che non può certo essere giustificato dalla portata della stessa, visto che si tratta di soli 3,4 miliardi (lo 0,2% di deficit-pil di troppo, al netto dello 0,4% scontato per i costi dei rifugiati e del terremoto). Tra l’altro, molti paesi hanno sfidato la procedura d’infrazione in modo ben più grave senza che nulla accadesse. Per carità, è anche legittimo che Commissione Ue e Germania si sentano prese in giro da chi sottoscrive impegni – anche quelli che non andrebbero presi – e poi regolarmente non li rispetta. Ma ci deve essere un’altra spiegazione. Anzi, ce ne sono due. La prima attiene alla fase pre-elettorale che riguarda, nell’ordine, Olanda (marzo), Francia (aprile) e Germania (settembre). Specie nel caso francese, in quelle consultazioni politiche c’è in ballo la tenuta dell’argine, non solo nazionale ma anche continentale, nei confronti delle spinte populiste e sovraniste, che si sono già rese vittoriose con la Brexit. Ora, non solo è normale, ma pure opportuno che ci sia a Bruxelles, a Francoforte e nelle più importanti cancellerie, la forte preoccupazione che quella diga possa cedere in Italia con la vittoria dei 5stelle, magari supportati – come qui andiamo avvertendo da mesi – dal duo anti-euro Salvini-Meloni. E le probabilità, ahinoi, non solo non sono poche, ma crescono via via che le forze politiche che quell’argine dovrebbero incarnare, rendono palese la loro incapacità di governare e di essere credibili agli occhi di un’opinione pubblica sempre più delusa, spaventata e incattivita. Ma, soprattutto, il timore è che ciò accada nel paese che ha il più alto debito e il minor tasso di crescita in Europa, con conseguenze letali per la moneta comune. Tanto più se una svolta politica di quel segno dovesse coincidere con un cambiamento della politica monetaria, l’unica cosa che finora ha consentito all’Italia di evitare la crisi del debito sovrano. Il ritorno dell’inflazione, ovunque in Europa (tranne che in Italia), ad una crescita intorno al 2%, per effetto di una ripresa non travolgente ma significativa (sempre tranne che in Italia), rende più agevole a chi non ha mai digerito in quantitative easing imposto da Mario Draghi, chiedere che la Bce rialzi i tassi d’interesse. E se ciò accadesse, noi che già ora abbiamo lo spread oltre i 200 punti, ci ritroveremmo non solo a pagare 20-30 miliardi all’anno in più di oneri sul debito, ma avremmo il fianco scoperto ad attacchi speculativi come quelli del 2011, quando andammo ad un passo dal default. Con la differenza che, rispetto ad allora, non avremmo più alcune cartucce difensive, già sparate nel frattempo. Ecco perché l’Europa ci impone la manovra correttiva e pretende che la prossima legge di bilancio attui interventi draconiani (almeno 20 miliardi). Per carità, possiamo dire che costoro sono brutti e cattivi, possiamo contestare (anche con ragione) un’austerità fine a se stessa – salvo però ammettere che abbiamo sempre sottoscritto tutto e che mai siamo riusciti ad offrire all’euroclub una credibile e ragionevole politica alternativa, praticando invece la penosa questua della cosiddetta flessibilità – ma questo non ci esime dal dover fare i conti con una situazione strutturale di finanza pubblica che ci rende drammaticamente vulnerabili. E questa volta sbaglia chi conta sul fatto che siamo troppo grandi e troppo ingombranti per essere lasciati al nostro destino: la corda dell’eurosistema è talmente prossima allo strappo per poter contare sulla benevolenza altrui.
Per questo, come diciamo fin dalla sua nascita, il vero tema è il governo Gentiloni, non il Pd e i suoi mediocri conflitti. Lo abbiamo difeso, sdoganandolo dal marchio d’infamia di essere una fotocopia nelle mani di Renzi. Abbiamo descritto il low profile di Gentiloni – nomen omen – come un opportuno strumento di pacificazione politica, anche se un po’ rovinato dai problemi interni del Pd. Abbiamo detto con nettezza che la legislatura va portata a compimento e che l’idea di anticipare il voto, oltre che rispondere solo alle ansie di rivincita di Renzi – che francamente sono un problema suo e della sua psiche – è alquanto sciocca, visto il calendario elettorale europeo, che rende più che conveniente votare a marzo 2018 dopo aver visto se quel famoso argine anti-populisti avrà tenuto o meno. Insomma, non siamo dei fans – non lo siamo di nessuno per dna – ma certo in noi Gentiloni ha trovato sostegno. Detto questo, anzi, proprio per questo, abbiamo già suggerito al presidente del Consiglio, e adesso torniamo a ripeterlo con ancora maggiore forza, che è ora di parlare agli italiani e di offrire loro, ridandogli la speranza, la ricetta per far ripartire il Paese. Poco importa, poi, se il tempo a disposizione è esiguo e le possibilità concrete di fare poche. Ma di fronte alla gravità dei problemi che incombono, al cospetto delle attese europee e con il rischio crescente che la pochezza della politica – si pensi alla gestione del dopo terremoto o al “caso taxi”, tanto per fare un paio di esempi – induca gli italiani a usare grillini e associati per rifilare l’ennesima sberla ai partiti tradizionali, dare un segno di vitalità è fondamentale. Come ha scritto Massimo Giannini, Gentiloni è rimasto “orfano” sia di Renzi, che vuole liquidarlo il prima possibile, e sia dei fuoriusciti capeggiati da D’Alema e Bersani, che lo vogliono vivo ma imponendogli una politica dal sapore antico. Ma qualche volta perdere i padrinaggi in politica è un vantaggio. A patto che si sappia approfittarsene.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Parlamento e Governo si esprimono: la questione FlixBus ora va risolta

Posted by fidest press agency su sabato, 25 febbraio 2017

montecitorio

“L’approvazione di tre ordini del giorno con parere favorevole del Governo impegna il Governo stesso a risolvere il problema e rappresenta un segnale che ci spinge a credere in questo Paese. Oggi, di fronte ad un problema reale, la Camera dei Deputati sceglie di stare dalla parte delle decine di aziende e dei milioni di passeggeri coinvolti. Siamo fiduciosi che il Governo darà seguito alle decisioni del Parlamento e supererà l’abuso normativo prodotto negli ultimi giorni. Viva FlixBus, viva la libertà di viaggiare!” ha dichiarato Andrea Incondi, Managing Director di FlixBus Italia.
FlixBus è un giovane operatore europeo della mobilità. Dal 2013 offre un nuovo modo di viaggiare, comodo, green e adatto a tutte le tasche. Con una pianificazione intelligente della rete e una tecnologia superiore, FlixBus ha creato la rete di collegamenti in autobus intercity più estesa d’Europa, con 120.000 collegamenti al giorno verso 1.000 destinazioni in 20 Paesi.
Fondata ed avviata in Germania, la start-up unisce esperienza e qualità lavorando a braccetto con le PMI del territorio. Dalle sedi di Berlino, Monaco di Baviera, Milano, Parigi, Zagabria e Copenaghen, il team FlixBus è responsabile della pianificazione della rete, del servizio clienti, della gestione qualità, del marketing e delle vendite, oltre che dello sviluppo del business e tecnologico. Le aziende di autobus partner – spesso imprese familiari con alle spalle generazioni di successo – sono invece responsabili del servizio operativo e della flotta di autobus verdi, tutti dotati dei più alti standard di comfort e di sicurezza. In tal modo, innovazione, spirito imprenditoriale e un brand affermato della mobilità vanno a braccetto con l’esperienza e la qualità di un settore tradizionalmente popolato da PMI. Grazie a un modello di business unico a livello internazionale, a bordo degli autobus verdi di FlixBus hanno già viaggiato milioni di persone in tutta Europa, e sono stati creati migliaia di posti di lavoro nel settore. http://www.flixbus.it/azienda

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I mille giorni di Renzi: Un paese dilaniato

Posted by fidest press agency su sabato, 25 febbraio 2017

palazzo-chigi“Ci permettiamo di analizzare in modo schematico e per punti i passaggi e i provvedimenti chiave con i quali abbiamo avuto a che fare negli ultimi tre anni con Matteo Renzi a Palazzo Chigi”. Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in un intervento pubblicato da “Il Giornale”.
“1. Riforma costituzionale bocciata (60 a 40) dal referendum del 4 dicembre 2016; 2. Italicum caduto con la bocciatura della riforma costituzionale e con la sentenza della Corte del 25 gennaio 2017; 3. Jobs Act: 20 miliardi buttati senza creare buona occupazione, con disoccupazione al 12% e disoccupazione giovanile 40,1%; 4. Bonus 80 euro: 10 miliardi all’anno spesi lasciando consumi e crescita al palo; 5. Buona Scuola: 3 miliardi e 120.000 assunzioni hanno creato solo caos tra docenti, studenti e famiglie; 6. PA: riforma affossata dal Consiglio di Stato, con parallela resa al sindacato; 7. Banche: dopo il fallimento di Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara, 150.000 truffati e 4 decreti, per salvare MPS e mettere in sicurezza il sistema sono serviti 20 miliardi; 8. Immigrazione: l’invasione che stiamo subendo (181.436 migranti sbarcati nel 2016) è soprattutto segno che Renzi in Europa non ha contato nulla; 9. Più tasse, più debito, più deficit e nessuna spending review: la pressione fiscale è aumentata di un punto di Pil, dal 41,6% al 42,6% e continuerà ad aumentare con la manovra correttiva. Il debito è aumentato di 121,8 miliardi, il deficit per il 2016 doveva attestarsi all’1,5% e invece ha chiuso al 2,4%, la spesa pubblica aumenta di 20,5 miliardi fino al 2019 (pari al 2,4% in più in 5 anni); 10. Terremoto: nonostante 3 decreti, popolazioni abbandonate, confusione di ruoli, Protezione Civile smantellata.Cosa resta agli italiani dopo i mille giorni di Renzi? Un mucchio di polvere in mano, un Paese dilaniato, una manovra correttiva da 3,4 miliardi (0,2% del Pil) da fare in fretta per evitare una procedura d’infrazione da parte dell’Ue, una manovra da 30-40 miliardi da fare a fine 2017 per limitare i danni sui conti pubblici della politica economica disastrosa di Renzi-Padoan.L’unica riforma degna di questo nome era quella sulla cosiddetta concorrenza. Che fine ha fatto? È insabbiata al Senato, bloccata da veti e controveti all’interno della maggioranza”.

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Debito pubblico: Le responsabilità del governo

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 febbraio 2017

renzi-padoan“Padoan, nei mille giorni di Renzi, si era impegnato a diminuire il debito. Nei mille giorni di Renzi il debito è aumentato di 120-140 miliardi di euro, quindi se lo spread aumenta è colpa di Padoan, per le sue stesse parole, per sua stessa ammissione”.Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio.
“In tutti questi anni di governo Renzi-Padoan ci è stato detto che il debito sarebbe diminuito l’anno dopo, poi ancora l’anno dopo, in realtà ogni anno il debito è aumentato, sia in percentuale che in valore assoluto, dimostrando il fallimento della politica economica di Renzi e dei governi di centrosinistra.Stiamo a vedere cosa farà Padoan 2, con Gentiiloni, ma non vedo grande chiarezza. Abbiamo visto la procedura d’infrazione, la lettera dell’Ue, la marcia indietro, adesso stanno arrancando per trovare i 3,4 miliardi di euro per la correzione, continuano a dire che non metteranno le tasse ma in realtà per fare una correzione o si aumentano le tasse o si tagliano le agevolazioni, che equivale a un aumento di tasse. Quindi siamo vicini a un aumento della pressione fiscale”.

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Sentenze tributarie: i ritardi del governo

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 gennaio 2017

TasseIeri mattina in Commissione Finanze alla Camera si è svolto un question time sul tema dell’esecutività delle sentenze di primo grado dei giudici tributari. Questa la risposta del Governo ai due quesiti presentati dagli on. Baldelli e Capezzone:“Con i documenti in esame gli Onorevoli interroganti fanno riferimento all’articolo 69 del decreto legislativo 31 dicembre 1992 n. 546, come sostituito dall’articolo 9 del decreto legislativo 24 settembre 2015 n. 156, nella parte in cui si dispone l’immediata esecutività delle sentenze di condanna al pagamento di somme in favore del contribuente.L’articolo 69 dispone che il pagamento possa essere subordinato dal giudice alla prestazione di idonea garanzia ove l’ammontare superi 10.000 euro, anche tenuto conto delle condizioni di solvibilità dell’istante e nel comma 2 viene demandata ad un decreto ministeriale la disciplina della predetta garanzia, sulla base di quanto previsto dall’articolo 38-bis, comma 5, del D.P.R. n. 633 del 1972.Al riguardo, gli Onorevoli interroganti sollecitano l’emanazione del decreto ministeriale di cui al comma 2 dell’ articolo 69 del decreto legislativo 31 dicembre 1992 n. 546.In proposito, si fa presente che il provvedimento di cui trattasi è in corso di emanazione”.“La risposta del Governo è assolutamente insoddisfacente, – ha affermato il vicepresidente della Camera, l’azzurro Simone Baldelli – da un lato, perché nel dire che l’emanazione del provvedimento è in corso, non dice per quando è prevista, a fronte dei sette mesi di ritardo già accumulati; dall’altro, perché non offre alcuna risposta alla grave questione del comportamento dell’Agenzia delle Entrate, che non liquida le somme inferiori ai 10.000 euro, danneggiando un diritto del contribuente tutelato dalla legge”. Il presidente della Commissione Finanze, l’on. Maurizio Bernardo, dopo lo svolgimento dell’interrogazione, nel sottolineare la rilevanza del tema, ha formulato l’auspicio che la Commissione stessa possa affrontare al più presto il tema”.

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E’ venuto il momento che Gentiloni parli al Paese

Posted by fidest press agency su martedì, 24 gennaio 2017

gentiloniAvviso ai naviganti: se dopo aver buttato via il 2016 per colpa del referendum, ora l’Italia dovesse far rotta nel mare periglioso e inquinato di una lotta politica basata sul ritorno o meno di Matteo Renzi, e relativa guerra interna al Pd, dividendosi su legge elettorale – la prossima settimana dovrebbe arrivare il giudizio della Corte Costituzionale sull’Italicum – e data delle elezioni, si può star certi che finiremo violentemente contro gli scogli. Anche perché si sta profilando una nuova stagione di delegittimazione – questa volta con le banche, e in parte le imprese, nel mirino, o se si vuole contro i luoghi e le modalità di generazione e detenzione di ricchezza, stipendi (alti) compresi – che rischia di far riprecipitare il Paese nel clima del 1992-94, con tutto quello che significa per la tenuta del sistema politico-istituzionale e di quello economico. Con la conseguenza di consegnare ai grillini un warrant elettorale che le urne si incaricheranno di trasformare in un biglietto d’accesso a Palazzo Chigi, magari in compagnia di Matteo Salvini.
Sia chiaro, è più che comprensibile, oltre che probabile, che l’ex presidente del Consiglio tenti di tornare al centro della scena, così come che nel Pd si scateni una battaglia politica – se poi fosse sulle idee, magari sarebbe meglio – e va da sé che tra le forze politiche si debba aprire una discussione sul sistema elettorale da scegliere (anche qui, se già che ci siamo si riuscisse a rendere omogenei i meccanismi non solo tra Camera e Senato ma anche per gli enti locali, sarebbe tanto di guadagnato). L’importante, però, è che agli italiani non sia data in pasto solo questa roba. Perché il rigetto sarebbe totale e assoluto. Psicologicamente, il Paese sta messo peggio di quanto già non fosse dopo la lunga recessione. Renzi è stato una droga – all’epoca delle primarie e poi nella prima parte del suo esecutivo, ha riacceso speranze sopite – che però ha generato la depressione che compare quando la sostanza stupefacente smette i suoi effetti. Ora Gentiloni ha riportato normalità, ed è un gran bene. E Mattarella è apparso ai più come un solido ancoraggio. Ma è evidente che non basta. Anche perché tanto lo scenario geopolitico – l’incognita dell’era Trump, le dinamiche russo-turche, Brexit, Libia e Siria – quanto quello economico – si pensi solo alla sempre più probabile e ravvicinata fine della stagione dei tassi zero – sono in grande fermento e proiettano forti e ansiogene incertezze. Occorre dunque un salto di qualità. Prima di tutto nell’analisi, che necessariamente va aggiornata e anche (ri)portata su un livello strategico da cui da tempo è scesa. E poi nelle decisioni di governo.
Il nostro suggerimento a Gentiloni è quello di provare ad andare oltre il pur apprezzabile ritorno alla collegialità nell’esecutivo. Crei un gruppo di lavoro di personalità esterne al governo, politiche e non, ed elabori un piano da poter attuare di qui fino alla fine della legislatura, che deve essere il suo orizzonte temporale. Inoltre cominci a parlare agli italiani, dicendo loro parole di verità sulla situazione in cui siamo e sulle difficoltà ma anche le possibilità che abbiamo di aggredire i problemi e invertire la curva del nostro più che ventennale declino strutturale. Sarebbe già molto, sia in termini di metodo che di merito. Lo sappiamo, questa non può essere, non fosse altro che per ragioni temporali, una stagione politica nuova. Ma una nuova fase sì. Il cui significato politico più profondo deve essere quello della lotta al populismo dilagante.
Da dove partire? Sicuramente non dal vuoto pneumatico dell’intervista, pur preannunciata come epocale, di Renzi ad Ezio Mauro. Le parole che abbiamo letto su Repubblica erano una finta autocritica, la descrizione di sé come di un “combattente solitario” che ha perso, per ragioni di cattiva comunicazione, una battaglia ma che è pronto a riprendere e vincere la guerra. Analisi politica, economica e del sentire collettivo, zero.
Invece, diciamo che i tre punti – ambiziosi – indicati dal ministro Calenda da quando è tornato libero di potersi esprimere (Renzi considerava ogni sua uscita, come quelle di Delrio e di altri ministri troppo poco ortodossi per i suoi gusti, come un delitto di lesa maestà) paiono un buon punto di partenza: messa in sicurezza del Paese con un piano straordinario di interventi; rilanciare l’economia attraverso investimenti strategici, tutelando in modo più netto gli interessi nazionali; avviare una vera politica di inclusione sociale. Anche prendendo tutti gli spazi di bilancio che servono. Noi aggiungeremmo una postilla a quest’ultimo punto – più deficit per investimenti in conto capitale assolutamente sì, ma piano per una riduzione del debito attraverso l’uso del patrimonio pubblico – e un ulteriore punto: la necessità di cominciare a dare qualche segnale di inversione di tendenza a favore del garantismo e a scapito della giustizia sommaria. Non fosse altro per fermare la deriva della guerra sociale strisciante e l’insopportabile ulteriore decadimento della credibilità della politica e delle istituzioni pubbliche.Bisogna assolutamente che al più presto Gentiloni dia il segno di una discontinuità nella politica economica. Va dato all’Europa, che sembra essere – anche in vista degli appuntamenti elettorali tedeschi e francesi – molto meno disposta alla benevolenza di fronte all’ennesimo sforamento della legge di bilancio 2017 sugli obiettivi precedenti. E va dato sia alle imprese, che devono tornare ad investire e fermare l’emorragia di cessioni (a stranieri e soggetti finanziari), sia ai lavoratori, cui chiedere più produttività in cambio di più salari. Industria 4.0 non può essere uno slogan buono per i convegni, ma deve assumere centralità nell’agenda del governo. Infine si affronti con decisione il tema delle banche – modesta proposta: perché non affidare ad Atlante, magari attraverso la forma del prestito obbligazionario, i 20 miliardi stanziati ad hoc? – prima che la marea montante dello scandalismo prenda il sopravvento.La possibilità che le prossime elezioni, al di là della data, non aprano la porta di palazzo Chigi ai colleghi di Virginia Raggi è tutta nelle mani di Gentiloni e di una scelta finalmente lungimirante del Parlamento sulla legge elettorale, non di Renzi e della sua agognata rivincita. (Enrico Cisnetto direttore Terza Repubblica quotidiano online di Società Aperta)

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Il Governo chiederà al Parlamento l’autorizzazione per poter erogare 20 miliardi alle banche

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 gennaio 2017

camera deputatiIeri pomeriggio Rete Consumatori Italia (Assoutenti, Casa del Consumatore e Codici), è stata audita nell’ambito dell’ esame del disegno di legge n. 2629 (in riferimento al decreto-legge n. 237 del 2016), con il quale il Governo chiede l’autorizzazione alle Camere per poter disporre di 20 miliardi per salvare le banche.Sul provvedimento proposto (discrezionalità del Governo), la Rete crede di poter sintetizzare lo scopo del provvedimento nella possibilità di erogare risorse finanziarie pubbliche agli istituti bancari ritenuti in stato di crisi sostanzialmente a discrezione del Governo, salve le limitazioni che saranno poste dalla Commissione europea.
Quindi, il presente provvedimento finisce per trasformarsi in un una mera autorizzazione al Governo italiano alla distribuzione di 20 miliardi (che diviene un debito certo) e a farne ciò che riterrà più opportuno; secondo una prima valutazione ci sembra una richiesta irrituale ed irrispettosa delle prerogative del Parlamento. Inoltre vi sarà l’emissione di nuovo debito pubblico. A fronte di tale nuovo debito si prevede l’emissione di nuovi titoli che lo compensino nella contabilità pubblica; nulla si dice dell’andamento futuro dei corsi di tali titoli. È di assoluta evidenza che se il Pil non riparte non vi sarà nessuna tonificazione del mercato azionario ed obbligazionario; né è pensabile, in queste condizioni di economia reale asfittica, attendersi una tonificazione del rendimento dell’attività bancaria.Quindi mentre il debito è di importo certo, il valore degli attivi a “compensazione” è incerto. Il costo di tale “aiuto” (cioè della garanzia) addebitato alle banche è attualmente imprecisabile, anche da questo punto di vista i loro bilanci futuri saranno aggravati da importi che oggi non si possono valutare. Senza considerare gli effetti sui depositi e la sfiducia dei correntisti, la sfiducia che i risparmiatori hanno maturato in queste anni di sconsiderata legiferazione bancaria è ormai a livelli massimi, mai raggiunti prima. I titoli azionari ed obbligazionari bancari sono all’apice dei sospetti del pubblico retail e lo stesso deposito in conto corrente viene vissuto con sofferenza ed incertezza. Inoltre la crescita della disaffezione verso il mercato mobiliare è divenuta incontrollabile. In questo senso, assieme ad ogni altra misura emergenziale o strutturale, va immediatamente abolita la norma sul bail in rassicurando esplicitamente che non sarà mai più introdotta anche solo in maniera surrettizia o indiretta.
Infine è necessario che si apra una pagina nuova nella legislazione creditizia: se si vuole che i cittadini capiscano e confidino nelle politiche economiche e finanziarie scelte dal governo è necessario che i provvedimenti siano semplici da comprendere; la reazione più immediata e più difficile da estirpare,che un provvedimento del genere susciterà, è di sospetto e certamente non di consenso.
Perciò alla luce delle considerazioni suddette, invitiamo questo Parlamento alla riflessione, anzi ad un approfondimento tecnico, che lo ponga in condizione di fare delle scelte non frettolose e deresponsabilizzanti, ma serie, ponderate ed efficaci. (Dott.ssa Carla Pillitu)

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Il maltempo, il terremoto e l’inerzia del governo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 gennaio 2017

meloni«La neve, il maltempo e le scosse di terremoto che continuano a tormentare il Centro Italia stanno portando tantissimi italiani all’esasperazione. La gravità degli eventi non giustifica in nessun modo l’inerzia, i ritardi burocratici e tutti gli errori ai quali stiamo assistendo. Basta con le promesse e con le passerelle nei territori colpiti: il Governo intervenga subito con fatti concreti e stanzi i soldi necessari per riportare la situazione in una condizione di normalità. Dopo mesi e mesi, la vicinanza fine a se stessa è una presa in giro e gli italiani sono stufi delle prese in giro». Lo scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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