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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 87

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Scuola: Rinnovo del contratto, il Governo stanzia appena 85 euro di aumento dopo 7 anni di blocco

Posted by fidest press agency su domenica, 12 marzo 2017

ministero-pubblica-istruzioneDisco verde per il decreto che sblocca 2,5 miliardi di euro: manca solo il via libera della Corte dei conti. Una volta stanziate le risorse, potrà mettersi in moto l’iter che porterà all’inizio della contrattazione; verrà inviata una direttiva all’Aran per riavviarla, i decreti dovrebbero essere approvati entro fine maggio. Per il sindacato, accettare queste condizioni sarebbe un vero tradimento dei lavoratori. Perché secondo la normativa vigente e la sentenza della Consulta, in attesa della firma del contratto, dal settembre 2015 lo Stato avrebbe dovuto versare a ogni dipendente pubblico 105 euro di aumento medio, riconducibile a una busta paga mensile di 1.500. Ossia, il 7 per cento del proprio stipendio, salvo recuperare l’altro 50 per cento alla firma del contratto. Ecco le ragioni per cui è stato deciso di chiedere ai lavoratori della scuola e della P.A. di inviare la diffidae di attendere il responso da parte della Corte Costituzionale.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): alla luce delle cifre risibili in arrivo, con gli 85 euro lordi che rappresentano anche una media lorda e non la cifra certa che ogni dipendente pubblico andrà a percepire, lo stipendio non andrà a coprire nemmeno il gap rispetto all’inflazione venutasi a creare in questo periodo per il mancato adeguamento dell’indennità di vacanza contrattuale. Se non si firma, il lavoratore avrebbe già comunque garantiti 22 euro in più in busta paga. Un accordo, tenendo conto di questa situazione, si potrebbe chiudere dunque solo garantendo 103 euro in più. Esattamente come è avvenuto nel settore privato.

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Precariato, piano pluriennale assunzioni: Governo al bivio

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 marzo 2017

ministero-pubblica-istruzioneAnief: scelga da che parte stare, confermato lo sciopero del 17 marzo. Dopo l’ordine del giorno Puglisi, nelle ultime ore sta prendendo piede, con la delega sulla formazione iniziale e sul nuovo reclutamento, la necessità di avviare un piano pluriennale di assunzioni: l’intenzione è quella di completare il pacchetto assunzioni aperto nel 2015 con il tentativo di svuotare le graduatorie a esaurimento stabilizzando anche i precari abilitati della II fascia delle graduatorie d’istituto e di III fascia che hanno raggiunto 36 mesi di supplenze. L’Esecutivo starebbe aprendo anche su altri punti importanti: monitorare la consistenza delle GaE e delle GM, in modo da calcolare il fabbisogno di posti e armonizzare la fase transitoria con reclutamento; garantire l’assunzione dei docenti di sostegno; consentire ai neolaureati adeguate possibilità d’accesso ai ruoli della scuola.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): sono punti imprescindibili, rivendicati dall’Anief in tempi non sospetti: prendiamo atto che ora, finalmente, il Governo, ma anche il Ministro Fedeli, li faccia propri. Ma sui percorsi da attuare non ci siamo, perché occorre dare seguito ai buoni intenti con un decreto legge specifico. Vanno poi trasformati in posti vacanti gli oltre 80mila dati oggi in supplenza annuale; riuscire a far incontrare domanda e offerta, tornando ad aggiornare da subito e annualmente le GaE; insistere sul doppio canale di reclutamento, allargandolo alla seconda fascia d’istituto e scorrere sulla terza, i cui candidati, con oltre 36 mesi di servizio, vanno assorbiti nei ruoli corso annuale abilitante; permettere ai neolaureati ricorrenti di partecipare alle prove suppletive del concorso a cattedra‎ 2016. Il Governo decida se seguirci o andare avanti con la Buona Scuola. Lo ricorderemo tra meno di dieci giorni, quando sciopereremo e torneremo in piazza.

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Governo Gentiloni: batta un colpo ora o mai più

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 febbraio 2017

gentiloniConsumata una scissione, quella dentro il Pd, che non passerà certo alla storia, perché povera di contenuti programmatici e culturali – in fondo in ballo c’è solo una diversità di accenti rispetto ad un comune approccio populista e giustizialista, seppur light – e perché priva della capacità di rappresentarsi sulla scena politica come uno psicodramma vero, tipico delle grandi svolte, ora si tratta di fare i conti con le conseguenze di questo passaggio politico, figlio naturale della sconfitta di Matteo Renzi al referendum che testardamente e stupidamente ha voluto, e imposto al Paese. Quelle interne al Pd possono essere liquidate in poche battute, ed hanno più a che fare con chi è rimasto piuttosto che con chi ha fatto (o farà) le valigie. Infatti, è più interessante notare che le candidature di Emiliano e Orlando alle primarie hanno come vero obiettivo quello di fare in modo che Renzi non arrivi al 50%. Cosicché, nel caso, oggi altamente probabile, che nessuno raggiunga la soglia, a scegliere il segretario del Pd non saranno i cittadini dei gazebo, ma i delegati nell’assemblea nazionale eletti con le liste collegate agli sfidanti. Con la conseguenza che alleanze e maggioranze verrebbero scompaginate, e un eventuale accordo tra Emiliano e Orlando metterebbe fuori gioco Renzi, con tutto quel che ne consegue non solo e non tanto dalle parti di Largo del Nazareno quanto da quelle di palazzo Chigi. Se poi, invece, Renzi ce la dovesse fare, saprebbe che c’è una componente decisiva per la sua tenuta, pronta a staccare la spina se dovesse ripetere l’errore di sentirsi padrone assoluto e non avere alcuna disponibilità alla mediazione e all’inclusione.Tuttavia, non saranno le beghe condominiali del Pd a determinare i nostri destini più prossimi, a cominciare dalla scelta di quando andare alle urne. La partita vera si svolge in Europa e con l’Europa, e già se ne sono viste le avvisaglie con l’insistenza di Bruxelles nel pretendere subito da Roma una manovra correttiva, atteggiamento che non può certo essere giustificato dalla portata della stessa, visto che si tratta di soli 3,4 miliardi (lo 0,2% di deficit-pil di troppo, al netto dello 0,4% scontato per i costi dei rifugiati e del terremoto). Tra l’altro, molti paesi hanno sfidato la procedura d’infrazione in modo ben più grave senza che nulla accadesse. Per carità, è anche legittimo che Commissione Ue e Germania si sentano prese in giro da chi sottoscrive impegni – anche quelli che non andrebbero presi – e poi regolarmente non li rispetta. Ma ci deve essere un’altra spiegazione. Anzi, ce ne sono due. La prima attiene alla fase pre-elettorale che riguarda, nell’ordine, Olanda (marzo), Francia (aprile) e Germania (settembre). Specie nel caso francese, in quelle consultazioni politiche c’è in ballo la tenuta dell’argine, non solo nazionale ma anche continentale, nei confronti delle spinte populiste e sovraniste, che si sono già rese vittoriose con la Brexit. Ora, non solo è normale, ma pure opportuno che ci sia a Bruxelles, a Francoforte e nelle più importanti cancellerie, la forte preoccupazione che quella diga possa cedere in Italia con la vittoria dei 5stelle, magari supportati – come qui andiamo avvertendo da mesi – dal duo anti-euro Salvini-Meloni. E le probabilità, ahinoi, non solo non sono poche, ma crescono via via che le forze politiche che quell’argine dovrebbero incarnare, rendono palese la loro incapacità di governare e di essere credibili agli occhi di un’opinione pubblica sempre più delusa, spaventata e incattivita. Ma, soprattutto, il timore è che ciò accada nel paese che ha il più alto debito e il minor tasso di crescita in Europa, con conseguenze letali per la moneta comune. Tanto più se una svolta politica di quel segno dovesse coincidere con un cambiamento della politica monetaria, l’unica cosa che finora ha consentito all’Italia di evitare la crisi del debito sovrano. Il ritorno dell’inflazione, ovunque in Europa (tranne che in Italia), ad una crescita intorno al 2%, per effetto di una ripresa non travolgente ma significativa (sempre tranne che in Italia), rende più agevole a chi non ha mai digerito in quantitative easing imposto da Mario Draghi, chiedere che la Bce rialzi i tassi d’interesse. E se ciò accadesse, noi che già ora abbiamo lo spread oltre i 200 punti, ci ritroveremmo non solo a pagare 20-30 miliardi all’anno in più di oneri sul debito, ma avremmo il fianco scoperto ad attacchi speculativi come quelli del 2011, quando andammo ad un passo dal default. Con la differenza che, rispetto ad allora, non avremmo più alcune cartucce difensive, già sparate nel frattempo. Ecco perché l’Europa ci impone la manovra correttiva e pretende che la prossima legge di bilancio attui interventi draconiani (almeno 20 miliardi). Per carità, possiamo dire che costoro sono brutti e cattivi, possiamo contestare (anche con ragione) un’austerità fine a se stessa – salvo però ammettere che abbiamo sempre sottoscritto tutto e che mai siamo riusciti ad offrire all’euroclub una credibile e ragionevole politica alternativa, praticando invece la penosa questua della cosiddetta flessibilità – ma questo non ci esime dal dover fare i conti con una situazione strutturale di finanza pubblica che ci rende drammaticamente vulnerabili. E questa volta sbaglia chi conta sul fatto che siamo troppo grandi e troppo ingombranti per essere lasciati al nostro destino: la corda dell’eurosistema è talmente prossima allo strappo per poter contare sulla benevolenza altrui.
Per questo, come diciamo fin dalla sua nascita, il vero tema è il governo Gentiloni, non il Pd e i suoi mediocri conflitti. Lo abbiamo difeso, sdoganandolo dal marchio d’infamia di essere una fotocopia nelle mani di Renzi. Abbiamo descritto il low profile di Gentiloni – nomen omen – come un opportuno strumento di pacificazione politica, anche se un po’ rovinato dai problemi interni del Pd. Abbiamo detto con nettezza che la legislatura va portata a compimento e che l’idea di anticipare il voto, oltre che rispondere solo alle ansie di rivincita di Renzi – che francamente sono un problema suo e della sua psiche – è alquanto sciocca, visto il calendario elettorale europeo, che rende più che conveniente votare a marzo 2018 dopo aver visto se quel famoso argine anti-populisti avrà tenuto o meno. Insomma, non siamo dei fans – non lo siamo di nessuno per dna – ma certo in noi Gentiloni ha trovato sostegno. Detto questo, anzi, proprio per questo, abbiamo già suggerito al presidente del Consiglio, e adesso torniamo a ripeterlo con ancora maggiore forza, che è ora di parlare agli italiani e di offrire loro, ridandogli la speranza, la ricetta per far ripartire il Paese. Poco importa, poi, se il tempo a disposizione è esiguo e le possibilità concrete di fare poche. Ma di fronte alla gravità dei problemi che incombono, al cospetto delle attese europee e con il rischio crescente che la pochezza della politica – si pensi alla gestione del dopo terremoto o al “caso taxi”, tanto per fare un paio di esempi – induca gli italiani a usare grillini e associati per rifilare l’ennesima sberla ai partiti tradizionali, dare un segno di vitalità è fondamentale. Come ha scritto Massimo Giannini, Gentiloni è rimasto “orfano” sia di Renzi, che vuole liquidarlo il prima possibile, e sia dei fuoriusciti capeggiati da D’Alema e Bersani, che lo vogliono vivo ma imponendogli una politica dal sapore antico. Ma qualche volta perdere i padrinaggi in politica è un vantaggio. A patto che si sappia approfittarsene.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Parlamento e Governo si esprimono: la questione FlixBus ora va risolta

Posted by fidest press agency su sabato, 25 febbraio 2017

montecitorio

“L’approvazione di tre ordini del giorno con parere favorevole del Governo impegna il Governo stesso a risolvere il problema e rappresenta un segnale che ci spinge a credere in questo Paese. Oggi, di fronte ad un problema reale, la Camera dei Deputati sceglie di stare dalla parte delle decine di aziende e dei milioni di passeggeri coinvolti. Siamo fiduciosi che il Governo darà seguito alle decisioni del Parlamento e supererà l’abuso normativo prodotto negli ultimi giorni. Viva FlixBus, viva la libertà di viaggiare!” ha dichiarato Andrea Incondi, Managing Director di FlixBus Italia.
FlixBus è un giovane operatore europeo della mobilità. Dal 2013 offre un nuovo modo di viaggiare, comodo, green e adatto a tutte le tasche. Con una pianificazione intelligente della rete e una tecnologia superiore, FlixBus ha creato la rete di collegamenti in autobus intercity più estesa d’Europa, con 120.000 collegamenti al giorno verso 1.000 destinazioni in 20 Paesi.
Fondata ed avviata in Germania, la start-up unisce esperienza e qualità lavorando a braccetto con le PMI del territorio. Dalle sedi di Berlino, Monaco di Baviera, Milano, Parigi, Zagabria e Copenaghen, il team FlixBus è responsabile della pianificazione della rete, del servizio clienti, della gestione qualità, del marketing e delle vendite, oltre che dello sviluppo del business e tecnologico. Le aziende di autobus partner – spesso imprese familiari con alle spalle generazioni di successo – sono invece responsabili del servizio operativo e della flotta di autobus verdi, tutti dotati dei più alti standard di comfort e di sicurezza. In tal modo, innovazione, spirito imprenditoriale e un brand affermato della mobilità vanno a braccetto con l’esperienza e la qualità di un settore tradizionalmente popolato da PMI. Grazie a un modello di business unico a livello internazionale, a bordo degli autobus verdi di FlixBus hanno già viaggiato milioni di persone in tutta Europa, e sono stati creati migliaia di posti di lavoro nel settore. http://www.flixbus.it/azienda

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I mille giorni di Renzi: Un paese dilaniato

Posted by fidest press agency su sabato, 25 febbraio 2017

palazzo-chigi“Ci permettiamo di analizzare in modo schematico e per punti i passaggi e i provvedimenti chiave con i quali abbiamo avuto a che fare negli ultimi tre anni con Matteo Renzi a Palazzo Chigi”. Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in un intervento pubblicato da “Il Giornale”.
“1. Riforma costituzionale bocciata (60 a 40) dal referendum del 4 dicembre 2016; 2. Italicum caduto con la bocciatura della riforma costituzionale e con la sentenza della Corte del 25 gennaio 2017; 3. Jobs Act: 20 miliardi buttati senza creare buona occupazione, con disoccupazione al 12% e disoccupazione giovanile 40,1%; 4. Bonus 80 euro: 10 miliardi all’anno spesi lasciando consumi e crescita al palo; 5. Buona Scuola: 3 miliardi e 120.000 assunzioni hanno creato solo caos tra docenti, studenti e famiglie; 6. PA: riforma affossata dal Consiglio di Stato, con parallela resa al sindacato; 7. Banche: dopo il fallimento di Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara, 150.000 truffati e 4 decreti, per salvare MPS e mettere in sicurezza il sistema sono serviti 20 miliardi; 8. Immigrazione: l’invasione che stiamo subendo (181.436 migranti sbarcati nel 2016) è soprattutto segno che Renzi in Europa non ha contato nulla; 9. Più tasse, più debito, più deficit e nessuna spending review: la pressione fiscale è aumentata di un punto di Pil, dal 41,6% al 42,6% e continuerà ad aumentare con la manovra correttiva. Il debito è aumentato di 121,8 miliardi, il deficit per il 2016 doveva attestarsi all’1,5% e invece ha chiuso al 2,4%, la spesa pubblica aumenta di 20,5 miliardi fino al 2019 (pari al 2,4% in più in 5 anni); 10. Terremoto: nonostante 3 decreti, popolazioni abbandonate, confusione di ruoli, Protezione Civile smantellata.Cosa resta agli italiani dopo i mille giorni di Renzi? Un mucchio di polvere in mano, un Paese dilaniato, una manovra correttiva da 3,4 miliardi (0,2% del Pil) da fare in fretta per evitare una procedura d’infrazione da parte dell’Ue, una manovra da 30-40 miliardi da fare a fine 2017 per limitare i danni sui conti pubblici della politica economica disastrosa di Renzi-Padoan.L’unica riforma degna di questo nome era quella sulla cosiddetta concorrenza. Che fine ha fatto? È insabbiata al Senato, bloccata da veti e controveti all’interno della maggioranza”.

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Debito pubblico: Le responsabilità del governo

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 febbraio 2017

renzi-padoan“Padoan, nei mille giorni di Renzi, si era impegnato a diminuire il debito. Nei mille giorni di Renzi il debito è aumentato di 120-140 miliardi di euro, quindi se lo spread aumenta è colpa di Padoan, per le sue stesse parole, per sua stessa ammissione”.Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio.
“In tutti questi anni di governo Renzi-Padoan ci è stato detto che il debito sarebbe diminuito l’anno dopo, poi ancora l’anno dopo, in realtà ogni anno il debito è aumentato, sia in percentuale che in valore assoluto, dimostrando il fallimento della politica economica di Renzi e dei governi di centrosinistra.Stiamo a vedere cosa farà Padoan 2, con Gentiiloni, ma non vedo grande chiarezza. Abbiamo visto la procedura d’infrazione, la lettera dell’Ue, la marcia indietro, adesso stanno arrancando per trovare i 3,4 miliardi di euro per la correzione, continuano a dire che non metteranno le tasse ma in realtà per fare una correzione o si aumentano le tasse o si tagliano le agevolazioni, che equivale a un aumento di tasse. Quindi siamo vicini a un aumento della pressione fiscale”.

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Sentenze tributarie: i ritardi del governo

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 gennaio 2017

TasseIeri mattina in Commissione Finanze alla Camera si è svolto un question time sul tema dell’esecutività delle sentenze di primo grado dei giudici tributari. Questa la risposta del Governo ai due quesiti presentati dagli on. Baldelli e Capezzone:“Con i documenti in esame gli Onorevoli interroganti fanno riferimento all’articolo 69 del decreto legislativo 31 dicembre 1992 n. 546, come sostituito dall’articolo 9 del decreto legislativo 24 settembre 2015 n. 156, nella parte in cui si dispone l’immediata esecutività delle sentenze di condanna al pagamento di somme in favore del contribuente.L’articolo 69 dispone che il pagamento possa essere subordinato dal giudice alla prestazione di idonea garanzia ove l’ammontare superi 10.000 euro, anche tenuto conto delle condizioni di solvibilità dell’istante e nel comma 2 viene demandata ad un decreto ministeriale la disciplina della predetta garanzia, sulla base di quanto previsto dall’articolo 38-bis, comma 5, del D.P.R. n. 633 del 1972.Al riguardo, gli Onorevoli interroganti sollecitano l’emanazione del decreto ministeriale di cui al comma 2 dell’ articolo 69 del decreto legislativo 31 dicembre 1992 n. 546.In proposito, si fa presente che il provvedimento di cui trattasi è in corso di emanazione”.“La risposta del Governo è assolutamente insoddisfacente, – ha affermato il vicepresidente della Camera, l’azzurro Simone Baldelli – da un lato, perché nel dire che l’emanazione del provvedimento è in corso, non dice per quando è prevista, a fronte dei sette mesi di ritardo già accumulati; dall’altro, perché non offre alcuna risposta alla grave questione del comportamento dell’Agenzia delle Entrate, che non liquida le somme inferiori ai 10.000 euro, danneggiando un diritto del contribuente tutelato dalla legge”. Il presidente della Commissione Finanze, l’on. Maurizio Bernardo, dopo lo svolgimento dell’interrogazione, nel sottolineare la rilevanza del tema, ha formulato l’auspicio che la Commissione stessa possa affrontare al più presto il tema”.

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E’ venuto il momento che Gentiloni parli al Paese

Posted by fidest press agency su martedì, 24 gennaio 2017

gentiloniAvviso ai naviganti: se dopo aver buttato via il 2016 per colpa del referendum, ora l’Italia dovesse far rotta nel mare periglioso e inquinato di una lotta politica basata sul ritorno o meno di Matteo Renzi, e relativa guerra interna al Pd, dividendosi su legge elettorale – la prossima settimana dovrebbe arrivare il giudizio della Corte Costituzionale sull’Italicum – e data delle elezioni, si può star certi che finiremo violentemente contro gli scogli. Anche perché si sta profilando una nuova stagione di delegittimazione – questa volta con le banche, e in parte le imprese, nel mirino, o se si vuole contro i luoghi e le modalità di generazione e detenzione di ricchezza, stipendi (alti) compresi – che rischia di far riprecipitare il Paese nel clima del 1992-94, con tutto quello che significa per la tenuta del sistema politico-istituzionale e di quello economico. Con la conseguenza di consegnare ai grillini un warrant elettorale che le urne si incaricheranno di trasformare in un biglietto d’accesso a Palazzo Chigi, magari in compagnia di Matteo Salvini.
Sia chiaro, è più che comprensibile, oltre che probabile, che l’ex presidente del Consiglio tenti di tornare al centro della scena, così come che nel Pd si scateni una battaglia politica – se poi fosse sulle idee, magari sarebbe meglio – e va da sé che tra le forze politiche si debba aprire una discussione sul sistema elettorale da scegliere (anche qui, se già che ci siamo si riuscisse a rendere omogenei i meccanismi non solo tra Camera e Senato ma anche per gli enti locali, sarebbe tanto di guadagnato). L’importante, però, è che agli italiani non sia data in pasto solo questa roba. Perché il rigetto sarebbe totale e assoluto. Psicologicamente, il Paese sta messo peggio di quanto già non fosse dopo la lunga recessione. Renzi è stato una droga – all’epoca delle primarie e poi nella prima parte del suo esecutivo, ha riacceso speranze sopite – che però ha generato la depressione che compare quando la sostanza stupefacente smette i suoi effetti. Ora Gentiloni ha riportato normalità, ed è un gran bene. E Mattarella è apparso ai più come un solido ancoraggio. Ma è evidente che non basta. Anche perché tanto lo scenario geopolitico – l’incognita dell’era Trump, le dinamiche russo-turche, Brexit, Libia e Siria – quanto quello economico – si pensi solo alla sempre più probabile e ravvicinata fine della stagione dei tassi zero – sono in grande fermento e proiettano forti e ansiogene incertezze. Occorre dunque un salto di qualità. Prima di tutto nell’analisi, che necessariamente va aggiornata e anche (ri)portata su un livello strategico da cui da tempo è scesa. E poi nelle decisioni di governo.
Il nostro suggerimento a Gentiloni è quello di provare ad andare oltre il pur apprezzabile ritorno alla collegialità nell’esecutivo. Crei un gruppo di lavoro di personalità esterne al governo, politiche e non, ed elabori un piano da poter attuare di qui fino alla fine della legislatura, che deve essere il suo orizzonte temporale. Inoltre cominci a parlare agli italiani, dicendo loro parole di verità sulla situazione in cui siamo e sulle difficoltà ma anche le possibilità che abbiamo di aggredire i problemi e invertire la curva del nostro più che ventennale declino strutturale. Sarebbe già molto, sia in termini di metodo che di merito. Lo sappiamo, questa non può essere, non fosse altro che per ragioni temporali, una stagione politica nuova. Ma una nuova fase sì. Il cui significato politico più profondo deve essere quello della lotta al populismo dilagante.
Da dove partire? Sicuramente non dal vuoto pneumatico dell’intervista, pur preannunciata come epocale, di Renzi ad Ezio Mauro. Le parole che abbiamo letto su Repubblica erano una finta autocritica, la descrizione di sé come di un “combattente solitario” che ha perso, per ragioni di cattiva comunicazione, una battaglia ma che è pronto a riprendere e vincere la guerra. Analisi politica, economica e del sentire collettivo, zero.
Invece, diciamo che i tre punti – ambiziosi – indicati dal ministro Calenda da quando è tornato libero di potersi esprimere (Renzi considerava ogni sua uscita, come quelle di Delrio e di altri ministri troppo poco ortodossi per i suoi gusti, come un delitto di lesa maestà) paiono un buon punto di partenza: messa in sicurezza del Paese con un piano straordinario di interventi; rilanciare l’economia attraverso investimenti strategici, tutelando in modo più netto gli interessi nazionali; avviare una vera politica di inclusione sociale. Anche prendendo tutti gli spazi di bilancio che servono. Noi aggiungeremmo una postilla a quest’ultimo punto – più deficit per investimenti in conto capitale assolutamente sì, ma piano per una riduzione del debito attraverso l’uso del patrimonio pubblico – e un ulteriore punto: la necessità di cominciare a dare qualche segnale di inversione di tendenza a favore del garantismo e a scapito della giustizia sommaria. Non fosse altro per fermare la deriva della guerra sociale strisciante e l’insopportabile ulteriore decadimento della credibilità della politica e delle istituzioni pubbliche.Bisogna assolutamente che al più presto Gentiloni dia il segno di una discontinuità nella politica economica. Va dato all’Europa, che sembra essere – anche in vista degli appuntamenti elettorali tedeschi e francesi – molto meno disposta alla benevolenza di fronte all’ennesimo sforamento della legge di bilancio 2017 sugli obiettivi precedenti. E va dato sia alle imprese, che devono tornare ad investire e fermare l’emorragia di cessioni (a stranieri e soggetti finanziari), sia ai lavoratori, cui chiedere più produttività in cambio di più salari. Industria 4.0 non può essere uno slogan buono per i convegni, ma deve assumere centralità nell’agenda del governo. Infine si affronti con decisione il tema delle banche – modesta proposta: perché non affidare ad Atlante, magari attraverso la forma del prestito obbligazionario, i 20 miliardi stanziati ad hoc? – prima che la marea montante dello scandalismo prenda il sopravvento.La possibilità che le prossime elezioni, al di là della data, non aprano la porta di palazzo Chigi ai colleghi di Virginia Raggi è tutta nelle mani di Gentiloni e di una scelta finalmente lungimirante del Parlamento sulla legge elettorale, non di Renzi e della sua agognata rivincita. (Enrico Cisnetto direttore Terza Repubblica quotidiano online di Società Aperta)

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Il Governo chiederà al Parlamento l’autorizzazione per poter erogare 20 miliardi alle banche

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 gennaio 2017

camera deputatiIeri pomeriggio Rete Consumatori Italia (Assoutenti, Casa del Consumatore e Codici), è stata audita nell’ambito dell’ esame del disegno di legge n. 2629 (in riferimento al decreto-legge n. 237 del 2016), con il quale il Governo chiede l’autorizzazione alle Camere per poter disporre di 20 miliardi per salvare le banche.Sul provvedimento proposto (discrezionalità del Governo), la Rete crede di poter sintetizzare lo scopo del provvedimento nella possibilità di erogare risorse finanziarie pubbliche agli istituti bancari ritenuti in stato di crisi sostanzialmente a discrezione del Governo, salve le limitazioni che saranno poste dalla Commissione europea.
Quindi, il presente provvedimento finisce per trasformarsi in un una mera autorizzazione al Governo italiano alla distribuzione di 20 miliardi (che diviene un debito certo) e a farne ciò che riterrà più opportuno; secondo una prima valutazione ci sembra una richiesta irrituale ed irrispettosa delle prerogative del Parlamento. Inoltre vi sarà l’emissione di nuovo debito pubblico. A fronte di tale nuovo debito si prevede l’emissione di nuovi titoli che lo compensino nella contabilità pubblica; nulla si dice dell’andamento futuro dei corsi di tali titoli. È di assoluta evidenza che se il Pil non riparte non vi sarà nessuna tonificazione del mercato azionario ed obbligazionario; né è pensabile, in queste condizioni di economia reale asfittica, attendersi una tonificazione del rendimento dell’attività bancaria.Quindi mentre il debito è di importo certo, il valore degli attivi a “compensazione” è incerto. Il costo di tale “aiuto” (cioè della garanzia) addebitato alle banche è attualmente imprecisabile, anche da questo punto di vista i loro bilanci futuri saranno aggravati da importi che oggi non si possono valutare. Senza considerare gli effetti sui depositi e la sfiducia dei correntisti, la sfiducia che i risparmiatori hanno maturato in queste anni di sconsiderata legiferazione bancaria è ormai a livelli massimi, mai raggiunti prima. I titoli azionari ed obbligazionari bancari sono all’apice dei sospetti del pubblico retail e lo stesso deposito in conto corrente viene vissuto con sofferenza ed incertezza. Inoltre la crescita della disaffezione verso il mercato mobiliare è divenuta incontrollabile. In questo senso, assieme ad ogni altra misura emergenziale o strutturale, va immediatamente abolita la norma sul bail in rassicurando esplicitamente che non sarà mai più introdotta anche solo in maniera surrettizia o indiretta.
Infine è necessario che si apra una pagina nuova nella legislazione creditizia: se si vuole che i cittadini capiscano e confidino nelle politiche economiche e finanziarie scelte dal governo è necessario che i provvedimenti siano semplici da comprendere; la reazione più immediata e più difficile da estirpare,che un provvedimento del genere susciterà, è di sospetto e certamente non di consenso.
Perciò alla luce delle considerazioni suddette, invitiamo questo Parlamento alla riflessione, anzi ad un approfondimento tecnico, che lo ponga in condizione di fare delle scelte non frettolose e deresponsabilizzanti, ma serie, ponderate ed efficaci. (Dott.ssa Carla Pillitu)

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Il maltempo, il terremoto e l’inerzia del governo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 gennaio 2017

meloni«La neve, il maltempo e le scosse di terremoto che continuano a tormentare il Centro Italia stanno portando tantissimi italiani all’esasperazione. La gravità degli eventi non giustifica in nessun modo l’inerzia, i ritardi burocratici e tutti gli errori ai quali stiamo assistendo. Basta con le promesse e con le passerelle nei territori colpiti: il Governo intervenga subito con fatti concreti e stanzi i soldi necessari per riportare la situazione in una condizione di normalità. Dopo mesi e mesi, la vicinanza fine a se stessa è una presa in giro e gli italiani sono stufi delle prese in giro». Lo scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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Chiediamo a Gentiloni discontinuità nella politica economica

Posted by fidest press agency su martedì, 17 gennaio 2017

governo“Chiediamo di riconoscere gli errori fatti, quelli sulle banche, quelli sulla politica delle mance, sugli 80 euro. Se ci sarà un riconoscimento degli errori fatti ed un cambiamento di linea noi saremo pronti a dare le nostre indicazioni. Ma se Padoan continuerà a dire che tutto va bene, che tratterà con Bruxelles, che non è cambiato nulla e che è solo sfortuna, non possiamo accettarlo. Non possiamo accettare le facce di bronzo, la sfortuna”.Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio.“Questa sui conti non è sfortuna, è polvere messa sotto il tappeto che ti fa inciampare. Adesso si vede, e gli italiani lo hanno già visto con il referendum, ora purtroppo lo pagheranno.Noi siamo all’opposizione, chiediamo discontinuità e chiediamo che vengano accettate le nostre proposte: attacco al debito, taglio delle politiche clientelari, cambio della linea di politica economica. Fino ad ora di discontinuità se n’è vista ben poca, ma fino ad ora Aspettiamo ancora perché siamo pazienti e responsabili, ma la nostra pazienza non è infinita”.

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Buona Scuola: in CdM 4 dei 9 decreti attuativi: il Governo tapperà le falle aperte dalla riforma?

Posted by fidest press agency su domenica, 15 gennaio 2017

ministero-pubblica-istruzioneIl Governo chiamato ad esprimersi su riordino dell’istruzione professionale, scuole all’estero e sostegno; inoltre, è quasi ultimata anche la delega 0-6 anni, che dovrà tener conto dei rilievi della Corte costituzionale sollevati a fine dicembre. Per i rimanenti cinque provvedimenti (formazione iniziale docenti, esami di Stato, cultura umanistica, testo unico, diritto allo studio) si va verso la proroga di due mesi. Intanto, il Ministro Fedeli ha chiesto consiglio a tutti gli operatori scolastici. Anief si presta a collaborare e propone i cambiamenti fondamentali, da attuare proprio sui primi quattro decreti delegati della Legge 107/2015.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): molte di queste modifiche le abbiamo presentate in questi giorni al Parlamento attraverso alcuni emendamenti al decreto Milleproroghe. È importante, però, che Palazzo Chigi ne tenga conto già nella stesura dei decreti delegati: questi, infatti, potrebbero sanare una parte rilevante delle storture presenti nella riforma Renzi-Giannini. Approvare delle deleghe in sintonia con dei profili di incostituzionalità sarebbe, infatti, controproducente per tutti: ciò significa che la lezione derivante dalla bocciatura della Consulta dei decreti legislativi della Pubblica Amministrazione non ha portato alcun cambiamento positivo.Si chiude il cerchio su alcune delle nove leggi delega della Legge di riforma 107/2015: secondo quanto riportato dalla stampa nazionale, infatti, Miur e Palazzo Chigi hanno concordato di portare nel Consiglio dei ministri di sabato 14 gennaio solo quattro decreti attuativi: riordino dell’istruzione professionale, scuole all’estero e sostegno e “quasi ultimata è anche la delega 0-6 anni, che dovrà tener conto dei rilievi della Corte costituzionale sollevati a fine dicembre. Per i rimanenti cinque provvedimenti (formazione iniziale docenti, esami di Stato, cultura umanistica, testo unico, diritto allo studio) si punterebbe a una proroga di due mesi da inserire in un Ddl ad hoc (sembrerebbe tramontata la strada del Milleproroghe – si aprirebbe un precedente “pericoloso” che potrebbe essere utilizzato anche da altre amministrazioni, in primis Funzione pubblica)”.I motivi della proroga della maggior parte delle leggi delega sono noti: “ostruzionismi interni al sistema scolastico (e ministeriale), contrasti tra le forze di maggioranza (e dentro lo stesso Pd), problemi di copertura, a cui si è aggiunta, a dicembre, la fine anticipata dell’esecutivo Renzi, stanno, nei fatti, segnando la sorte di questi Dlgs”. Il Ministro Valeria Fedeli, dal canto suo, poco dopo il suo insediamento al Dicastero di Viale Trastevere ha però garantito, nell’Atto d’Indirizzo che elenca le priorità dell’amministrazione per il 2017, “di voler proseguire nel processo di implementazione e completa attuazione della Legge 107 del 2015”.Ma non sarà semplice: perché “per rispettare il dettato della legge 107 (deadline per le deleghe 16 gennaio) i testi, non solo, debbono essere approvati, in prima lettura dal governo, ma, poi, vanno subito incardinati presso le competenti commissioni parlamentari (che devono esprimere i pareri, per poi trasmetterli all’Esecutivo per il via libera finale). L’obiettivo della neo-ministra Fedeli è utilizzare questa finestra temporale “aggiuntiva” per migliorare gli articolati, anche a seguito di un confronto con tutti gli operatori scolastici”.A questo proposito, l’Anief conferma la volontà di collaborare al loro miglioramento, a iniziare dai testi riguardanti le prime quattro deleghe in dirittura d’arrivo. Sulla riforma del sostegno, il giovane sindacato ritiene che qualsiasi cambiamento non deve andare a scollare la figura del docente di sostegno dagli organici della scuola (rifiutando logiche di “medicalizzazione” della professione), facendo venire meno anche il progetto di portare a 10 anni l’obbligo di permanenza sul sostegno dopo l’immissione in ruolo. Per l’immediato, occorre poi assolutamente provvedere alla trasformazione di circa 40mila posti dall’attuale organico di fatto a quello di diritto, visto che i posti in deroga hanno una valenza annuale e non possono, come intende fare l’amministrazione, procrastinarli a tempo indeterminato in quello status.Per quanto riguarda le scuole all’estero, è fondamentale che si valorizzi al massimo l’operato del personale che agisce in strutture collocate in territorio non italiano poiché, ancora oggi, il 50 per cento dei docenti è precario e nei loro confronti l’indennità aggiuntiva, assegnata al personale di ruolo‎, è inspiegabilmente ridotta della metà. Vengono, poi, spezzoni per anni assegnati su posti vacanti, le cui situazioni non sono state considerate nella riforma “La Buona Scuola” mettendo, così, a rischio il servizio scolastico offerto a 31mila studenti frequentanti quelle scuole.Sulla riforma della formazione fino a 6 anni, invece, il decreto delegato dovrebbe contenere delle misure che prevedono l’aggiunta del segmento 0-3 anni all’attuale impianto 3-6 anni, nell’ottica di una continuità verticale che vedrebbe finalmente integrato il sistema fino all’inizio della primaria. Tra le novità, servirebbe però anche la fondamentale introduzione dell’anno “ponte”, con la presenza contemporanea di maestri della scuola dell’infanzia e primaria: a 5 anni di età, infatti, i bambini necessitano di un’attenzione pedagogica maggiore. Con il percorso scolastico che potrebbe anche esaurirsi a 18 anni, come avviene in molti altri Paesi. L’introduzione della copresenza porterebbe l’incremento di almeno 30mila docenti, cui si aggiungerebbero quelli considerati dalla riforma, pari ad almeno altri 25mila nuovi insegnanti di settore (necessari per incrementare fino al 33 per cento la diffusione degli asili nido, soprattutto al Sud). In tal modo, le nuove immissioni in ruolo permetterebbero finalmente la stabilizzazione dei docenti dell’infanzia delle Graduatorie a Esaurimento, incredibilmente dimenticati dalla Legge 107/2015 e, con loro, anche dei precari abilitati non inseriti nelle graduatorie ad esaurimento, che hanno svolto oltre 36 mesi di servizio nonché tutti i vincitori dei passati concorsi e di quello del 2016.L’ultimo decreto, relativo al riordino dell’istruzione professionale, è chiaro che, dopo la sentenza n. 284/2016 della Corte Costituzionale, non si può non tenere conto della centralità delle Regioni su questo versante. In particolare, come ha detto la Consulta, sulla “previsione degli standard strutturali, organizzativi e qualitativi dei servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia, diversificati in base alla tipologia, all’età dei bambini e agli orari di servizio, prevedendo tempi di compresenza del personale dei servizi educativi per l’infanzia e dei docenti di scuola dell’infanzia, nonché il coordinamento pedagogico territoriale e il riferimento alle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, adottate con il regolamento di cui al decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 16 novembre 2012, n. 254”. Allo stesso modo, sempre in tema di riforma dell’istruzione professionale, bisogna tenere conto di due norme basilari: lo statuto dei lavoratori, il D.M. 300 del 1977, il quale nonostante alcune modifiche recentemente apportate, prevede ancora, all’articolo 10, che il lavoratore è un soggetto avente titolo a completare un percorso di studi. Allo stesso modo, lo statuto degli studenti e delle studentesse del 1998 accorda il diritto degli studenti alla partecipazione alle attività extracurricolari organizzate dalla scuola. Purtroppo, sinora di tali indicazioni non risulta traccia nelle bozze attuative predisposte.“La Legge 107/2015 – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal – va fortemente modificata. Molte di queste modifiche le abbiamo presentate in questi giorni al Parlamento attraverso degli emendamenti al decreto Milleproroghe. È importante, però, che il Governo ne tenga conto anche nella stesura dei decreti delegati: questi, infatti, potrebbero sanare una parte rilevante delle storture presenti nella riforma Renzi-Giannini. Approvare delle deleghe in sintonia con dei profili di incostituzionalità sarebbe, infatti, controproducente per tutti: ciò significherebbe che la lezione derivante dalla bocciatura della Consulta dei decreti legislativi della Pubblica Amministrazione non ha portato alcun cambiamento positivo e che, a metterci mano, per sistemare le cose, dovrà ancora una volta essere il tribunale”, conclude Pacifico.

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Petizione per giornalista Orioles, Musumeci: “Intervenga il governo Crocetta”

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 gennaio 2017

sicilia-regione-default-120718100156_big“Credo che anche il governo della Regione Siciliana debba avvertire il dovere morale di intervenire sul premier Paolo Gentiloni, affinché siano concessi i benefici della legge Bacchelli al giornalista siciliano Riccardo Orioles, che vive, bisognoso di cure e in età pensionabile, nella sua Milazzo, in provincia di Messina. Sarebbe il giusto riconoscimento ad un lungo, appassionato e coraggioso impegno professionale profuso nella trincea più difficile: quella della denuncia e della lotta ad ogni forma di mafia”. Lo dichiara il presidente della Commissione regionale Antimafia Nello Musumeci, dopo la petizione pubblica lanciata nei giorni scorsi a favore del noto giornalista.
“Alla ripresa dei lavori parlamentari – aggiunge Musumeci – formalizzerò al presidente dell’Ars la richiesta, affinché nella conferenza dei capigruppo la proposta possa essere condivisa da tutta l’Assemblea”.

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Riforma elettorale: a chi la guida del percorso?

Posted by fidest press agency su sabato, 7 gennaio 2017

urne-vote“Sulla nuova legge elettorale ricordiamo a noi stessi e anche al bravo ministro Orlando le parole chiare, nette e inequivocabili del Presidente della Repubblica: ‘È augurabile che, sulle regole elettorali, si registri in Parlamento un consenso, auspicabilmente generale, comunque più ampio di quello della maggioranza di governo’. Chi ha mai detto, dunque, che il Pd debba guidare il processo di riforma, caro ministro Orlando?”. Lo afferma, in una nota, Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati.
“Dopo i fallimenti del governo Renzi – continua –, il 60 a 40 del referendum costituzionale e le ripetute convulsioni e cambi di rotta del Pd in tema di legge elettorale è impensabile affidare a quest’ultimo la guida di un percorso così delicato. Realismo, caro ministro Orlando. A te che renziano non sei suggerisco: basta con la tipica arroganza renziana. Gli italiani hanno già bocciato Renzi e il renzismo. Basta – prosegue Brunetta – fughe in avanti da chi rappresenta solo una parte del Pd, partito che con il 25% alle ultime elezioni politiche, prendendo tra l’altro meno voti del Movimento 5 Stelle, non è maggioranza nel Paese. La nuova legge elettorale si faccia in Parlamento, con tutte le forze politiche rappresentate pariteticamente e dopo la sentenza della Corte Costituzionale. Che il buon ministro Orlando e tutti i renziani – conclude – si mettano l’anima in pace, per il bene loro e dell’Italia”.

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Il governo prende in giro 17 milioni di persone a rischio povertà

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 gennaio 2017

governo.jpgdi Nunzia Catalfo, MoVimento 5 Stelle Senato. Per questo governo le famiglie in difficoltà e i 17 milioni e mezzo di persone che sono a rischio povertà nel nostro Paese non sono una priorità. Non contano nulla.Questo è quello che è stato provato in questi anni di governo Renzi e questo è quanto si evince chiaramente dalle recenti dichiarazioni fatte dal Ministro Poletti. L’attuale ministro del lavoro ha affermato, infatti, che per il 2017 verrà destinato circa 1 miliardo e mezzo di euro per ampliare il Sia, ovvero, il sostegno di inclusione attiva che nulla ha a che vedere con una misura seria e strutturale di contrasto alla povertà. Una proposta, quella avanzata dall’attuale esecutivo, che continuerebbe a lasciare senza alcun aiuto milioni e milioni di persone, famiglie, giovani, disoccupati, liberi professionisti, pensionati ecc disperati, che per il semplice fatto di avere un ISEE di poco più di 3000 euro o per il semplice fatto di avere anche solo un motociclo di proprietà, resterebbero totalmente esclusi dalla proposta avanzata dal governo.
Annunci poco seri, privi di contenuto e tipici dello stile renziano che hanno come scopo esclusivo quello di buttare fumo negli occhi dei più deboli, quando in realtà si trovano sempre le risorse per aiutare i più forti.Basta pensare che solo qualche settimana fa il governo ha trovato in un batter d’occhio ben 20 miliardi di euro per salvare le banche e non i risparmiatori, tra cui Mps. Senza dimenticare i 18 miliardi di euro spesi per finanziare il Jobs Act che è servito solo per far aumentare il precariato e i 20 miliardi di euro che sono stati spesi finora per cercare consensi elettorali con gli 80 euro. Poi chiesti indietro a molti beneficiari.Il governo ha detto che considera una priorità assoluta l’impegno per l’attuazione di una misura universale di contrato alla povertà e all’esclusione sociale e che considera apprezzabile anche ogni altra iniziativa del Parlamento che vada nella direzione di renderla rapidamente attuabile dichiarandosi pronti a sostenerla. Bene.
Una misura strutturale seria e capace di porre fine al dilagante fenomeno della povertà c’è. È la proposta del Movimento 5 stelle che è ferma da 2 anni in Parlamento per colpa del governo Renzi e della maggioranza. Si chiama reddito di cittadinanza, serve ad azzerare la povertà più grave e a reinserire i beneficiare nel mondo del lavoro e nel contesto sociale e come ha dichiarato l’ISTAT costa 14,9 miliardi di euro. Molto ma molto meno di quanto il governo ha fatto spendere finora agli italiani per aiutare le banche, per precarizzare ulteriormente il lavoro e per cercare consensi elettorali.Non diteci che non ci sono i soldi. Avete dimostrato ampiamente che quando volete le risorse ci sono e si trovano subito.Si tratta solo di una questione di priorità e di volontà politica.Sostenete la nostra misura per ridare dignità alle persone o preferite continuare a difendere solo e sempre gli interessi dei più forti?Se non avete capito che la priorità è aiutare chi è rimasto indietro, allora fatevi da parte senza aspettare un minuto in più! (fonte.blog5 stelle (foto: governo)

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Governo sui migranti: solo annunci

Posted by fidest press agency su domenica, 1 gennaio 2017

migranti«Sfidando ogni senso del ridicolo, il Governo Gentiloni annuncia una svolta nelle politiche di accoglienza degli immigrati. Il nuovo ministro dell’Interno Minniti ha annunciato un maggior controllo degli irregolari sul territorio e che le espulsioni “saranno raddoppiate” passando dalle attuali 5 mila l’anno a 10 mila. Peccato che ogni anno sbarcano in Italia più di 170 mila clandestini. Questa gente crede che gli italiani siano tutti scemi. Gli stessi che hanno fatto entrare 500 mila clandestini in tre anni e che continuano a usare la nostra Marina militare per fare il servizio navetta dal Nord Africa all’Italia, gli stessi che hanno rinunciato a controllare le nostre frontiere e che spendono miliardi di euro per “l’accoglienza” ora annunciano solennemente una svolta che non esiste. L’unica svolta seria sarebbe quella di fermare l’invasione attraverso un blocco navale al largo delle coste libiche. Ma per farlo serve un altro Governo». Lo scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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Bonus diciottenni: La politica delle “mancette”

Posted by fidest press agency su domenica, 1 gennaio 2017

Palazzo chigi1Era fine novembre 2015, poco dopo gli attentati di Parigi. L’allora premier Renzi prometteva di combattere il terrorismo con la cultura e annunciava un bonus di 500 euro per tutti i diciottenni.Ad un anno dal proclama e a due mesi dal “taglio del nastro”, apprendiamo dalla stampa che esiste un mercato nero dei bonus di 500 euro per i diciottenni, che se li “rivendono” acquistando libri per conto di terzi e chiedendo l’accredito della somma equivalente (scontata per incentivare il mercato) su carta prepagata. Magari con i proventi si compreranno il telefonino di ultima generazione.Abbiamo criticato spesso l’uso di elargizioni economiche statali una tantum, conseguenza di una visione politica che non supera il proprio naso. In questo caso fa ancora più effetto, perché tocca il cuore dello sviluppo democratico di un Paese: scuola, educazione alla legalità, futuro. E ci fa vedere ancor più da vicino che la politica della mancetta è inutile e dannosa.Inutile perché cultura e istruzione devono essere oggetto di investimenti di lungo periodo e i 500 euro del bonus diciottenni (per un budget complessivo di 290 milioni di euro) potevano essere spesi meglio: più fondi alla scuola o borse di studio agli studenti più meritevoli e bisognosi, tanto per dirne qualcuna.Dannosa perché la possibilità di un uso deviato di quelle somme, pur ovviamente vietato dal Ministro e prima ancora dalle cosiddette norme vigenti, doveva essere previsto. Era prevedibile, quindi evitabile. Ora, i diciottenni che hanno messo sul mercato nero i propri bonus rischiano una condanna penale per truffa aggravata ai danni dello Stato, pena minima un anno di reclusione. Segno che c’è da lavorare (e molto) anche sulla educazione alla legalità e al rispetto della cosa pubblica, in modo adeguato, sistematico e lungimirante. Nel breve periodo invece, è indispensabile limitare i danni, poiché i buoni possono essere utilizzati fino a dicembre del 2017. Il Ministro della cultura deve immediatamente mettersi al lavoro per correre ai ripari ed inventarsi un modo che salvaguardi sia la destinazione d’uso delle somme stanziate (si inventi qualcosa, sistema di rendicontazione online degli acquisti, biglietti per concerti, musei, teatri ecc nominali e non cedibili…) sia –e soprattutto– i ragazzi stessi, tramite il sito istituzionale, spiegando loro le gravi conseguenze penali dell’uso improprio dei bonus. (Emmanuela Bertucci, legale Aduc)

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Il governo salva le banche ma affonda la ricerca pubblica

Posted by fidest press agency su domenica, 25 dicembre 2016

claudio-giustozzi“Nell’ultimo Consiglio dei Ministri non è stata inserita la norma per la stabilizzazione dei precari dell’Istituto Superiore di Sanità, confermando che per questo Esecutivo, così come per quello precedente, la Ricerca Pubblica non è un ambito nel quale il Paese deve investire” dichiara Cristiano Fiorentini dell’Esecutivo Nazionale di USB PI.
“Dopo centinaia di milioni di euro regalati allo Human Technopole e il salvataggio del Monte dei Paschi ” continua Fiorentini “è paradossale che il Governo Gentiloni non trovi dodici milioni di euro da investire sulla ricerca sanitaria stabilizzando professionalità fondamentali per l’ISS, con una ricaduta importantissima sul Paese e sulla salute dei cittadini.
“E’ chiaro che se non avremo risposte entro fine anno sarà inevitabile la reazione dei lavoratori precari che non meritano questa umiliazione dopo che da anni mettono quotidianamente al servizio dei cittadini le proprie competenze ricevendo in cambio solo belle parole. L’occupazione continuerà e se necessario intensificheremo le mobilitazioni con sempre maggiore determinazione” conclude il dirigente USB. (foto: Claudio Giustozzi)

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Il governo Gentiloni ha un nemico in Matteo Renzi?

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 dicembre 2016

gentiloniParadossale. Il governo Gentiloni nasce ed è destinato a vivere incarnando una clamorosa contraddizione: appare, e per molti versi è, un Renzi bis, ma nello stesso tempo ha nell’ex presidente del Consiglio il suo peggior nemico. Il quale, non avendo per nulla metabolizzato la sconfitta, né per quanto lo riguarda personalmente né per il più generale significato di spartiacque tra un prima e un dopo che il referendum è destinato ad avere nella politica italiana, si muove in perfetta continuità con il profilo caratteriale che ha mostrato e le modalità politiche che ha adottato nei suoi mille giorni a palazzo Chigi.Ricordare la sequenza degli eventi che disegnano la reazione di Renzi alla consultazione referendaria è utile per capire cosa l’ex primo ministro farà nell’immediato, a cominciare tra poche ore all’assemblea del Pd, che deve decidere se instradare o meno il partito verso un congresso ravvicinato. Uno: la conferenza stampa di mezzanotte nella domenica elettorale, in cui annunciava le sue dimissioni prima ancora di aver conferito con il Capo dello Stato. Due: il tentativo, durato 48 ore e stoppato da Mattarella, di spingere il Paese ad elezioni immediate, usando l’Italicum non ancora giudicato dalla Corte Costituzionale. Tre: le consultazioni parallele a quelle del Quirinale, per spingere la candidatura di Gentiloni, la figura da lui ritenuta meno ingombrante per se stesso e che era nella sua testa ormai da settimane. Naturalmente il presidente incaricato lo sapeva e non ha potuto che tenerne conto in sede di formazione del governo. Quattro: la richiesta che il nuovo esecutivo fosse il più possibile fotocopia del suo e l’insistenza perché Luca Lotti diventasse ministro e mantenesse la delega all’editoria, e perché Maria Elena Boschi fosse sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, e pure senza che altri avessero pari grado (contrariamente a quanto si racconta, è stato lui e non lei, che invece era consapevole della necessità di uno stop, a pretendere la nomina). Cinque: l’indicazione, fatta trapelare dai suoi, dell’11 giugno come data possibile per il voto anticipato (cosa che ha fatto nuovamente imbestialire il Quirinale). Tutto questo per ribadire che, nonostante la vittoria del No, è ancora lui a dare le carte. E che, partendo dal presupposto – infondato, ma questa è una valutazione che proprio non gli riesce di fare – di poter contare alle politiche su tutti i 13 milioni di Sì, la rivincita gli sorriderà.Fin qui Renzi, di cui scopriremo fra poco le intenzioni anche per quanto riguarda il partito. Ma ora a palazzo Chigi c’è Gentiloni. Tutti dicono: è troppo debole, politicamente e caratterialmente, per opporsi ai disegni di chi gli ha consegnato le chiavi. Noi, che lo conosciamo bene da decenni, tendiamo non solo a sperare ma anche a credere che il neo primo ministro consideri saldato il debito a Renzi proprio con le modalità con cui è stato formato il governo, visto che il prezzo pagato con la “fotocopia” è assai alto. Inoltre, Gentiloni può contare su Mattarella, che a sua volta ha compreso come il vero settennato sia iniziato adesso, ed è ovvio che desideri lasciare il segno, seppur con il suo stile dimesso. Ed entrambi, Gentiloni e Mattarella, hanno tutto l’interesse che il governo duri, possibilmente anche fino al termine naturale della legislatura, e sono pienamente consapevoli che il pericolo maggiore è rappresentato dal fuoco amico renziano. Naturalmente, tutto dipenderà da come il governo saprà giocarsi le carte nelle partite aperte e in quelle che inevitabilmente, specie sul terreno economico, si apriranno via via. Il primo banco di prova riguarda due questioni delicatissime. Una attiene al decreto necessario per fornire alle banche quelle garanzie anti-crack che Renzi avrebbe dovuto produrre molti mesi fa, quando sia la vicenda Montepaschi sia quella delle due banche venete erano gestibili con molti meno affanni. L’impressione è che il Tesoro stia finalmente lavorando senza i pesanti condizionamenti che finora gli erano arrivati da palazzo Chigi, ma certo è ancora presto per giudicare. Il secondo problema che Gentiloni si trova ad affrontare è quello della scalata della francese Vivendi a Mediaset, che rischia di essere il preludio di altre e ben peggiori – dal punto di vista degli interessi strategici del sistema paese – capitolazioni degli ultimi baluardi del capitalismo nostrano (Unicredit e Generali, che andrebbero ad aggiungersi a Telecom, già persa). Qui si tratta di sottrarsi al solito e sterile dibattito su mercato e Stato, per assumere un atteggiamento pragmatico ma risoluto di moral suasion per evitare la colonizzazione (in questo caso francese). In che modo? Suggeriamo al presidente del Consiglio di studiare bene come Renzi si è comportato nella vicenda Mps, e poi fare l’esatto contrario. Sapendo che ultimamente il barometro dei rapporti tra Mattarella e Berlusconi volge finalmente al bello. E questo aiuta non poco Gentiloni.Naturalmente, la partita politicamente più scivolosa è quella della legge elettorale. Il presidente del Consiglio fa bene a pensare che il governo debba avere la mano leggera, e ha fatto bene a ricordare al Parlamento il ruolo che dovrà avere. Ma farebbe male a chiamarsi fuori. Deve fare un lavoro, tanto discreto quanto fattivo, dentro il Pd, e deve avviare contatti con Berlusconi – da quelle parti non gli mancano le entrature, e poi la vicenda Vivendi-Mediaset da questo punto di vista rappresenta una grande opportunità – con l’obiettivo di definire già prima del pronunciamento della Corte Costituzionale sull’Italicum il profilo della nuova legge. Anche qui, come e più che per la durata del governo, avrà Renzi come nemico. Al quale difetta, come abbiamo detto, l’analisi sul significato più vero del voto referendario. Ci pare, infatti, ma vorremmo tanto essere smentiti dai fatti, che al segretario del Pd sfugga il fatto che la vittoria del No abbia messo fine – ed era ora – alla lunga e per molti versi fallimentare stagione del maggioritario e dell’uomo solo al comando.Due facce, queste, della stessa medaglia, e cioè quella dell’illusione che esista una scorciatoia democratica per assicurare governabilità laddove l’offerta e la domanda politica faticano ad incontrarsi in modo virtuoso. Non si tratta di tornare al proporzionale puro della Prima Repubblica – alla quale peraltro vengono tuttora riservati giudizi ingenerosi – ma di scegliere una modalità istituzionale, per esempio quella tedesca, capace di dare il maggior potere decisionale possibile al governo senza per questo mortificare il parlamento ed evitando che ciò derivi da alchimie che consentano di formare maggioranze fittizie rispetto agli orientamenti dei cittadini.Chi blatera sul proporzionale dovrebbe riflettere sul fatto che l’abominevole sfilata di 42 partiti, partitini e mono-soggetti politici che si è vista al Quirinale nel corso della crisi non è certo figlia della congrua misurazione dei voti bensì delle forzature a suon di premi di maggioranza di questi anni, e che per assicurare un’adeguata semplificazione della rappresentatività basta e avanza l’uso di una soglia di sbarramento. Pierluigi Bersani, ospite lunedì scorso a Roma Incontra, è parso pienamente consapevole di tutto ciò. Adesso aspettiamo di vedere se lo sarà, una volta per tutte, la maggioranza del Pd. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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