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Commento GAM – Turbolenze sui mercati, cosa aspettarsi per la fine dell’anno?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 novembre 2022

Commento a cura di David Dowsett, Global Head of Investments di GAM Investments. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a diversi eventi chiave, in particolare sul piano macro, come la pubblicazione degli ultimi dati sull’IPC negli Stati Uniti. Sebbene l’inflazione continui ad essere elevata, il dato mensile è stato, per la prima volta dopo molto tempo, marginalmente inferiore alle aspettative del mercato, in particolare grazie alla riduzione dell’inflazione nel settore healthcare. Nella giornata di giovedì 10 abbiamo assistito a un brusco movimento dei mercati, in qualche modo esacerbato dal fatto che venerdì 11 era un giorno festivo per il mercato a causa del Veterans Day negli Stati Uniti. Abbiamo assistito a una corsa alla copertura delle posizioni corte e a una performance molto forte di tutti gli asset a lunga duration, compresi i titoli tecnologici. Tutto ciò ha dato un nuovo impulso all’idea che la Federal Reserve possa aumentare i tassi di 50 punti base nella riunione di dicembre, anziché i 75 punti base temuti, e che possa iniziare a concentrarsi sull’imminente riduzione dell’inflazione a cui probabilmente assisteremo nei primi mesi del 2023.Vale la pena sottolineare che rimane un numero limitato di sessioni di trading per quest’anno. Questo non solo a causa del Giorno del Ringraziamento che cadrà alla fine del mese, ma anche a causa dei mondiali di calcio in Qatar. Per quanto riguarda i mercati emergenti, le borse saranno chiuse nelle giornate in cui giocano le rispettive squadre. La Coppa del Mondo rappresenta quindi un evento importante in termini di riduzione della liquidità in molti mercati. Inoltre, da un punto di vista globale, il 2022 è stato un anno estremamente difficile per i mercati e i fornitori di liquidità non sono incentivati ad assumere troppi rischi in questo momento dell’anno. Per il resto del 2022 ci aspettiamo che i mercati rimangano volatili e relativamente illiquidi, ma che, al contempo, abbiano più probabilità di salire anziché scendere. Il sentiment di rischio è alimentato dagli eventi che si sono verificati in Cina nell’ultimo periodo, tra cui il piano di riaperture in 20 punti che è stato prospettato e il piano in 16 punti per sostenere il settore immobiliare pubblicato di recente. Al momento si tratta solo di progetti strutturali e non di dettagli specifici; si tratta comunque di una sorpresa positiva che lascia presagire uno slancio di crescita più favorevole in Cina per il 2023. Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti sono state un fatto positivo anche perché gli elettori non hanno eletto i candidati più polarizzanti e, da un punto di vista prettamente economico, un Congresso diviso è considerato un buon risultato. In sostanza, limita la capacità di azione dei politici e un minore margine di espansione fiscale contribuisce a stabilizzare il mercato dei Treasury. By http://www.verinieassociati.com)

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“La Musa dei Mercati”

Posted by fidest press agency su domenica, 20 novembre 2022

A cura di Paolo Mauri Brusa, gestore del team Multi Asset Italia di GAM (Italia) SGR. La rilevazione di ottobre dell’inflazione americana ha costituito indubbiamente una sorpresa, più nell’entità, però, che nella direzione. Gli economisti, infatti, già stimavano una leggera flessione sia della componente headline che di quella core; d’altro canto l’indice dei prezzi alla produzione aveva toccato il punto di massimo già a marzo di quest’anno. Il dato mensile di +0,3% mese su mese, in calo dal +0,6% di settembre, è sembrata però la conferma che la politica restrittiva della Fed abbia iniziato ad intaccare la dinamica dei prezzi in modo sostanziale, alimentando le speranze per un rallentamento nel ritmo dei rialzi. In realtà un forte contributo alla discesa del dato di ottobre è arrivato dal calo delle spese per le assicurazioni sanitarie, legato interamente a ragioni tecniche, oltre che al calo dei prezzi delle auto usate e dei beni di prima necessità. Resta invece ancora in forte crescita la componente affitti, che pesa molto sull’indice, ma in questo caso il meccanismo di trasmissione richiede tempistiche abbastanza lunghe e gli effetti di tassi più alti dovrebbero risultare evidenti nei prossimi mesi. Il segnale è quindi positivo ma da solo non porterà, con molta probabilità, a grosse variazioni di strategia da parte della Banca Centrale americana. La reazione del mercato è stata immediata e veemente, con forte rimbalzo dei settori growth. Il movimento è stato amplificato dal posizionamento estremo dei grossi hedge fund che da molti mesi ormai avevano puntato sui settori value da un lato, e venduto tecnologia e affini dall’altro.La corsa alle ricoperture ha portato l’indice Nasdaq 100 a balzare del +7,6% in una singola seduta, variazione positiva giornaliera fra le più alte dell’ultimo decennio. Molti analisti però richiamano alla prudenza. Il percorso di rialzo dei tassi proseguirà, con ritocchi più contenuti da 25 e 50 punti base, almeno fino al primo trimestre del 2023 e il tasso obiettivo per ora resta fermo al 5%. Tale livello verrà mantenuto fino a quando non ci saranno evidenze che l’indice di crescita dei prezzi avrà intrapreso la strada verso il target del 2% annuo. L’impatto sulla crescita economica e sui consumi americani si farà certamente sentire e le valutazioni azionarie, benché siano rientrate dai livelli massimi del 2021, per molti ancora non scontano appieno la probabile recessione degli utili dei prossimi trimestri, in particolare quelli delle Big Tech. Il rally di fine anno potrebbe essere iniziato, ma attenzione alle ricadute. Meglio evitare acquisti compulsivi sugli eccessi di rialzo, ma approfittare delle fasi di debolezza per aggiungere gradualmente posizioni sull’azionario. Un aiuto ulteriore potrebbe arrivare dalla Cina, dove in questi giorni si stanno rivedendo le politiche di contenimento del Covid e le misure di sostegno al malandato settore immobiliare. Un supporto anche da questo fronte sarebbe un gradito regalo. Fonte: http://www.verinieassociati.com

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Il fondo Comgest Growth Global Flex ha raggiunto performance consistenti e protetto dalla volatilità di mercato

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 novembre 2022

Comgest, società di asset management indipendente e internazionale, celebra il 5° anniversario del fondo Comgest Growth Global Flex che, lanciato nel 2017, ha realizzato performance solide e costanti offrendo al contempo una buona protezione contro i ribassi, in qualsiasi condizione di mercato (2018, 2020, 2022), ottenendo un rendimento annualizzato del 5,9% e limitando al contempo la volatilità annualizzata al 9,3% e il drawdown massimo al -15,4%, nonostante il contesto di mercato rimanga sfidante.Comgest Growth Global Flex offre l’accesso al portafoglio azionario globale quality growth di Comgest, combinato con un modello quantitativo proprietario che copre dinamicamente le esposizioni ai mercati azionari regionali e alle valute dei mercati sviluppati, a seconda del contesto di mercato.In particolare, la pandemia da Covid-19 che si è verificata nel 2020 ha portato a una configurazione di mercato unica, con un forte ribasso in meno di un mese, seguito da un rimbalzo senza precedenti. Si è trattato di un vero e proprio crash-test in cui il fondo ha restituito una buona perfomance, riducendo il drawdown dei mercati azionari globali del 54% e chiudendo l’anno in territorio positivo, cogliendo il 56% della performance positiva di fine anno dei mercati con una volatilità molto inferiore.Molti fondi multi-asset hanno deluso le aspettative negli ultimi anni, poiché le obbligazioni hanno mostrato una correlazione positiva con le azioni in periodi di stress di mercato e non hanno più mitigato i drawdown dei mercati azionari come in passato. Il fondo Global Flex investe in società Quality Growth replicando la strategia Global Equity di Comgest, e copre dinamicamente le esposizioni ai mercati azionari regionali e alle valute. In questo modo beneficia di:Un portafoglio di titoli di qualità che offrono un’elevata crescita degli utili, relativamente meno correlata al ciclo economico rispetto ai mercati azionari. Una strategia di copertura quantitativa proprietaria e flessibile, progettata per rispondere efficacemente a un’ampia gamma di scenari di mercato avversi, grazie ai tre livelli di copertura dei diversi rischi: rischio azionario, tail risk (per affrontare eventi improvvisi e inattesi) e rischio valutario.In breve, offre accesso alla selezione di titoli azionari di Comgest con una volatilità molto più bassa. Non ha un benchmark e mira a generare rendimenti assoluti interessanti con rischi controllati. Fonte: http://www.verinieassociati.com/

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I mercati hanno festeggiato sulla scia del dato sull’inflazione Usa

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 novembre 2022

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Milano. La scorsa settimana i mercati finanziari hanno festeggiato una delle giornate migliori degli ultimi tempi grazie al dato sull’inflazione negli Stati Uniti, che sembra confermare una graduale normalizzazione della crescita dei prezzi. L’inflazione di ottobre si è attestata al 7,7%, sorprendendo in positivo rispetto alle previsioni degli economisti. Ciò ha provocato un forte rialzo di obbligazioni e azioni, mentre il dollaro si è indebolito. L’inflazione statunitense si è dimostrata negli ultimi mesi più resistente di quanto molti si aspettassero, anche quando altri indicatori economici avrebbero fatto presagire un rallentamento. Il rallentamento dell’inflazione a settembre era stato meno significativo del previsto e, per questo, la banca centrale statunitense aveva adottato una retorica più aggressiva che ha influito negativamente sui valori azionari. I mercati sembrano ritenere che questo rallentamento dell’inflazione possa indurre la banca centrale statunitense ad adottare un tasso di riferimento più espansivo del previsto. Potrebbe essere un’ipotesi un po’ prematura, perché stiamo guardando a un singolo dato che non fa ancora tendenza e la strada per raggiungere il 2% di inflazione è ancora lunga. Ma dopo alcuni mesi di delusione sul fronte dell’inflazione, è rassicurante vedere qualche progresso. Questa situazione in miglioramento potrebbe spingere a incrementare il peso degli asset rischiosi in portafoglio, avvantaggiandosi delle valutazioni, ma nella gestione complessiva di un portafoglio di investimento non bisogna sottovalutare alcuni rischi che, se si materializzassero, potrebbero influenzare negativamente la situazione. La crisi energetica rischia di peggiorare ulteriormente e potrebbe scatenare una crisi di liquidità per le aziende energetiche europee, mettendo in crisi il sistema economico dell’area geografica e certamente peggiorando le attese recessive per l’economia globale in generale. Negli ultimi mesi, infatti, la volatilità dei prezzi delle materie prime ha messo in luce la fragilità dei bilanci delle aziende energetiche, che devono correre al riparo dal cambiamento dei prezzi in futuro. Per fare ciò, le aziende utilizzano una quantità significativa di strumenti derivati che richiedono un collaterale, cioè una quantità di cash (o simile) che garantisca che siano in grado di pagare la controparte nel caso in cui la posizione derivata vada in perdita.Per dare un’idea della dimensione del problema, la Svezia ha proposto una linea di credito da 23 miliardi per le proprie aziende energetiche. Per il momento la situazione sembra gestibile, sia perché i prezzi delle materie prime si sono parzialmente normalizzati, sia perché i regolatori si sono dichiarati pronti a intervenire a supporto. Tuttavia, se la situazione geopolitica dovesse peggiorare o se la riapertura della Cina fosse più marcata delle attese, mettendo pressione sui prezzi delle risorse energetiche, le prospettive per l’economia europea sarebbero molto poco rosee. La Cina rimane in una situazione molto complicata. Nonostante l’allentamento di alcune misure anti-Covid, la seconda economia del mondo sembra più fragile che mai. Il mercato immobiliare continua a tentennare a causa di una nuova, preoccupante, tendenza dei consumatori cinesi che continuano a bloccare i pagamenti per le nuove costruzioni. La situazione geopolitica globale rimane l’incognita principale. Anzitutto, Putin potrebbe dare seguito alle sue minacce e testare armi tattiche nucleari, causando un’escalation poco prevedibile e un possibile conflitto con la Nato. Dall’altro lato abbiamo Xi Jinping, che ha ottenuto il terzo mandato a capo della Segreteria Generale del Partito Comunista. Un evento storico, data la longevità del potere di Xi, che è in carica dal 2012 e continuerà ad esserlo per i prossimi 5 anni. Un mandato che porta con sé diverse sfide: economiche (sfide di crescita ben al di sotto della media cinese), politiche (il suo terzo mandato potrebbe generare instabilità nel lungo periodo) e geopolitiche. Durante il Congresso il leader ha infatti ribadito la sua volontà di annettere Taiwan entro il 2024, facendo aumentare, di conseguenza, le paure di un conflitto aperto sull’isola. Gli Stati Uniti potrebbero intervenire in caso di invasione, con effetti chiaramente catastrofici per l’economia globale. (abstract by http://www.moneyfarm.com)

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GAM: Quale sarà il futuro dei mercati europei dell’energia?

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 novembre 2022

A cura di Niall Gallagher, Investment Director European Equities di GAM Investments.Come siamo giunti a questa situazione? Vale la pena di fare un passo indietro e riflettere su alcuni elementi che sono importanti per formulare una valutazione della crisi dell’energia. Primo, il prezzo del gas è molto alto rispetto ai dati storici e rispetto ai fondamentali dell’energia. Vale inoltre la pena di sottolineare che i prezzi del gas sono alti in Europa e nel Regno Unito rispetto ad altre regioni del mondo. Inoltre, hanno fatto salire anche il prezzo dell’elettricità in Europa che è alto rispetto ai dati storici. Molto è stato detto e scritto sulle ripercussioni dell’invasione russa in Ucraina. Ai politici conviene dare la colpa ad altri per assolvere se stessi. In realtà, molte delle problematiche nel campo del gas e dell’elettricità esistevano già da molto tempo. Il sistema dell’energia in Europa presenta alcune importanti fragilità, e ciò dipende in parte da un processo di transizione difettoso.Con questo non intendiamo minimizzare l’importanza della transizione, né dire che non serve ridurre le emissioni di carbonio nel nostro sistema energetico. Ma, se la transizione non venisse fatta in modo efficace, potrebbero verificarsi situazioni come quelle viste nel 3° trimestre che, a nostro giudizio, sono il risultato diretto di una politica dell’energia inefficace per un periodo di tempo prolungato in tutto il continente europeo. Ci sono inoltre importanti divergenze tra mercati e regioni del mondo per quanto concerne i prezzi dell’energia. Mentre gli Stati Uniti hanno registrato un aumento del prezzo del gas dalla pandemia di poco inferiore al 400%, in Europa l’incremento si avvicina al 2000%. Il sistema dell’elettricità suscita molto interesse da parte della stampa, in particolare l’idea che sia il gas a stabilire il prezzo dell’elettricità. C’è molta confusione in merito. È un concetto economico fondamentale per cui il bene più conveniente taglia fuori il più costoso. Tale ragionamento ha funzionato in un sistema elettrico tradizionale che era stato progettato sostanzialmente per il passaggio dal carbone al gas, mentre il nucleare è sempre operativo. La fonte più conveniente tra carbone e gas avrebbe avuto la meglio sull’altra. Le difficoltà sono subentrate per il modo in cui si calcola il prezzo del carbonio, per esempio attraverso l’introduzione dei sistemi di scambio delle emissioni che riflettono la maggiore intensità di carbonio del carbone rispetto al gas. Pertanto l’arbitraggio ovvero lo switch tra carbone e gas non ha più funzionato. Inoltre, le rinnovabili sono intermittenti. Tutto ciò significa che il gas è diventato molto più importante nel mix dell’energia e dunque è sempre più determinante per il prezzo dell’elettricità. Cosa significa tutto ciò? Per una famiglia media nel Regno Unito, per esempio, i prezzi dell’energia sono aumentati moltissimo, nonostante il governo abbia imposto un cap sulle bollette. Ciò potrebbe portare molte persone a spendere una parte cospicua del proprio reddito al netto delle imposte per le bollette dell’energia, con ripercussioni sui consumi. Per le famiglie a più basso reddito potrebbe rivelarsi catastrofico, senza tener conto anche dell’impatto sulle piccole imprese.Questi costi riguardano l’intera Europa che è esposta alle stesse problematiche del Regno Unito, anche se non necessariamente allo stesso modo relativamente alle bollette. Un’implicazione a più lungo termine è che, se il costo del gas e dell’elettricità in Europa è pari a molti multipli del prezzo negli Stati Uniti e in Asia, ciò potrebbe portare a una profonda deindustrializzazione in Europa. Come abbiamo citato prima, i governi vorrebbero farci credere che la crisi dell’energia sia stata accelerata dalla Russia. La Russia ha invaso l’Ucraina, ha smesso di fornire gas all’Europa, pertanto dobbiamo dare la colpa ai russi. Ma non è così semplice. Gli investimenti in gas e petrolio sono diminuiti di circa due terzi dal 2014. Le pressioni ambientali spingono giustamente le società petrolifere e del gas a non investire in tali risorse, ma ciò accade in una fase in cui la domanda è ancora in crescita su scala globale, trainata dallo sviluppo nei mercati emergenti e dalla crescita della popolazione mondiale. Speriamo di allontanarci rapidamente dal gas e dal petrolio, tuttavia, è un processo che va gestito bene. Dobbiamo riconoscere che l’80% della popolazione vive ancora nei Paesi emergenti, dove la domanda crescerà mentre cercano di recuperare rispetto ai Paesi più avanzati. La transizione energetica non è facile. Le autorità devono iniziare a pensarci seriamente. Per molto tempo le politiche dell’energia sono state inadeguate. I policymaker devono puntare a una transizione energetica ben pianificata per allontanarci da un sistema dell’energia fragile come quello emerso negli ultimi anni. (abstract by http://www.verinieassociati.com/)

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Mercati: ottobre si chiude in positivo, ma resta alta l’allerta inflazione e il focus su Big Tech

Posted by fidest press agency su domenica, 13 novembre 2022

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager Moneyfarm. La seconda metà di ottobre ha dato un po’ di respiro agli investitori, con il mercato azionario in netto rialzo, soprattutto nella seconda metà del mese, dopo una stagione degli utili meno drammatica del previsto e dopo che gli ultimi meeting delle Banche Centrali sembrano lasciare intendere sia stato ormai raggiunto il picco delle politiche monetarie restrittive.Il mese di ottobre è stato inoltre caratterizzato da una debacle sui mercati emergenti, appesantiti dalla stretta regolamentare apparentemente senza fine, viste soprattutto le poche speranze di cambiamento all’indomani di un congresso del Partito Comunista che ha rafforzato la posizione di Xi Jinping al vertice, dando inizio ad un terzo mandato che porta con sé diverse sfide, tra cui quella economica e politica. Un trend interessante riguarda i colossi tecnologici che hanno guidato i listini negli ultimi cinque anni: Apple, Amazon, Google, Microsoft e Facebook, che da soli valgono oltre il 20% di tutte le società quotate Usa. Queste aziende hanno per anni basato il proprio successo borsistico su un’aspettativa di costante espansione degli utili, che ha portato a valutazioni molto elevate dei loro titoli.In questa stagione abbiamo per la prima volta assistito a tassi di crescita inferiori o simili al resto delle aziende quotate, risultato al quale è seguita una correzione decisa dei prezzi azionari di tutto il settore. Si tratta di un trend molto interessante che potrebbe ridisegnare l’assetto del mercato finanziario statunitense. I risvolti non sono del tutto negativi: la concentrazione, ovvero la presenza di poche grandi aziende che dominano il mercato, è sempre da guardare con diffidenza e un riequilibrio sarebbe sicuramente utile per i rendimenti attesi di lungo termine.Nonostante ottobre abbia visto le principali Banche Centrali procedere con i rialzi dei tassi d’interesse, il tono, almeno nelle dichiarazioni, sembra essersi alleggerito. In Europa ogni decisione sul programma di acquisto titoli è stata rimandata a dicembre e la Bce si è detta pronta a valutare il contesto economico prima di smantellare il tapering, annuncio che ha contribuito a tranquillizzare i mercati. Negli Stati Uniti, nonostante sia altamente probabile che la Fed continui a muoversi alzando i tassi fino ai primi mesi del prossimo anno, i principali esponenti dell’Istituto si sono lasciati andare a dichiarazioni piú accomodanti che in passato, lasciando intravvedere un barlume di luce alla fine del tunnel. Tuttavia, è bene tenere a mente che l’inflazione nell’ultimo mese ha continuato a correre in entrambe le geografie. Di conseguenza, a nostro parere, c’è un rischio significativo che le banche centrali possano smentire presto le speranze dei mercati ribadendo la determinazione di combattere l’aumento dei prezzi a qualsiasi costo.

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“Comgest: sui mercati globali prevale l’incertezza, come orientarsi?”

Posted by fidest press agency su domenica, 30 ottobre 2022

A cura di Laure Négiar, Gestore del fondo Comgest Growth World di Comgest. Nel terzo trimestre del 2022 i mercati hanno continuato a subire gli effetti dei rischi di recessione, dell’inflazione, della situazione geopolitica, della pandemia e dei lockdown. L’andamento del mercato è stato dominato ancora una volta dalle previsioni relative ai rendimenti obbligazionari e alla recessione. I rendimenti dei titoli di Stato statunitensi a 10 anni sono scesi inizialmente a quasi il 2,5% prima di risalire verso il 4,0% man mano che si avvicinava la fine del trimestre. A fine trimestre, i rendimenti dei titoli di Stato USA, britannici e tedeschi avevano raggiunto livelli cui non si assisteva da oltre un decennio, mentre i mercati azionari mondiali hanno registrato un ribasso.Nonostante le diverse fonti di incertezza, le nostre società in portafoglio hanno generalmente registrato utili soddisfacenti, anche se la debolezza del mercato in generale evidenzia quanto gli investitori siano fortemente concentrati sulle prospettive macroeconomiche. Gli utili dell’indice S&P 500 dell’ultimo trimestre hanno sorpreso in positivo nella misura del 4%, con risultati oltre le attese per il 76% delle società e dati deludenti solo nel 19% dei casi. Anche a livello di portafoglio azionario siamo stati più che soddisfatti degli utili riportati dalle società in cui investiamo.Tra i titoli che hanno contribuito significativamente alla performance del portafoglio azionario figurano Hoya, produttore giapponese di filtri fotografici per semiconduttori, Intuit, fornitore leader di soluzioni software per privati e piccole imprese negli Stati Uniti ed Eli Lilly, leader mondiale nella cura del diabete. Hoya ha riportato utili superiori alle stime di consenso, con un incremento dell’utile netto del 17% su base annua (a/a). Anche le previsioni sono state superiori alle aspettative del mercato. Intuit ha riportato utili per il quarto trimestre superiori alle stime degli analisti e ha previsto una crescita dei ricavi del 14-16% per l’esercizio in corso, che terminerà a luglio 2023. I farmaci GLP1 e per combattere l’obesità di Eli Lilly hanno continuato a suscitare ottimismo. La società ha inoltre registrato una performance in linea con i risultati positivi ottenuti da un concorrente nella fase tre della sperimentazione di un farmaco per la cura del morbo di Alzheimer. L’aumento dei rendimenti obbligazionari mette tuttavia sotto pressione le valutazioni dei titoli di lunga durata. Ciò detto, il portafoglio azionario è in parte protetto grazie a società growth di alta qualità con una crescita degli utili a più breve termine (più breve durata), sia a seguito di sviluppi idiosincratici come il successo dei farmaci contro l’obesità, nel caso di Eli Lilly, sia grazie allo sviluppo di sinergie, come nel caso di EssilorLuxottica dopo l’acquisizione di Grand Vision, che nei prossimi anni potrebbe portare i margini da circa il 15% a quasi il 20%.

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World Pasta Day: ottima performance sui mercati internazionali

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 ottobre 2022

L’analisi di BMTI realizzata in occasione del World Pasta Day rileva un mercato del grano duro caratterizzato da prezzi che superano i 500 €/t e che, seppur inferiori ai picchi raggiunti durante la scorsa annata, rimangono su livelli storicamente elevati (+57% rispetto alla media degli ultimi 5 anni). Tuttavia, al di là delle criticità connesse a tali aumenti, e alle difficoltà per le aziende legate all’incremento dei costi di produzione, le vendite di pasta dell’Italia confermano l’ottima performance sui mercati internazionali. Nei primi sette mesi del 2022, infatti, le esportazioni di pasta di semola sono cresciute del +9% in quantità e del +43% in volume, rispetto a un anno fa (elaborazioni su dati Istat), con risultati positivi in tutti i principali mercati di sbocco. In particolare, sono aumentati del +12% i volumi spediti in Germania, che resta il primo cliente di pasta Made in Italy, del +16% quelli diretti in Regno Unito e del +14% quelli inviati negli Stati Uniti, questi ultimi agevolati anche dal rafforzamento del dollaro nei confronti dell’euro.

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Capital Group: Sfidare i mercati orso

Posted by fidest press agency su martedì, 18 ottobre 2022

A cura di Jody Jonsson, Equity Portfolio Manager di Capital Group. L’esperienza ci ha insegnato che i mercati hanno cicli lunghi. Riteniamo che la pandemia abbia segnato la fine del ciclo post-crisi finanziaria globale, un ciclo dominato dalla riduzione della leva finanziaria, dagli shock della domanda e dall’espansione della globalizzazione. Queste condizioni hanno portato ad un allentamento della politica monetaria e fiscale, ad un basso costo del capitale e ad un’inflazione dei prezzi azionari. Oggi siamo all’inizio di un nuovo ciclo, che prevediamo sarà caratterizzato da deglobalizzazione, contrazione dell’offerta di lavoro e decarbonizzazione, condizioni che porteranno al passaggio dall’inflazione dei prezzi degli asset a quella dei beni. I margini di profitto e i titoli con valutazioni elevate saranno sottoposti a continue pressioni. Visto che ci aspettiamo un’inflazione generalmente più elevata in questo periodo, vogliamo evitare alcune società statunitensi in rapida crescita che si sono rivelate vincenti nel ciclo precedente. Quando i cicli cambiano, cambia la leadership del mercato. Pertanto, nell’attuale contesto di tassi in aumento, ci concentriamo sulle opportunità di investire in società a prezzi più bassi che generano un forte flusso di cassa. In generale, ci teniamo alla larga dai “cool kids” dell’ultimo decennio – le sfavillanti società tecnologiche e dei media – e cerchiamo opportunità tra gli “impopolari” di quei settori colpiti dal basso costo del capitale, dalla scarsa allocazione del capitale e dalle normative avverse. Visti i recenti timori di deglobalizzazione e di aumento dell’inflazione, guardiamo alle aziende europee e giapponesi, nonché ai mercati emergenti. Riteniamo che l’ultimo decennio sia stato troppo facile. In futuro sarà probabilmente più difficile generare buoni rendimenti e i fattori che li determinano cambieranno. Ad esempio, non sarà più possibile acquistare e detenere i titoli che crescono più rapidamente senza tenere conto degli utili. Riteniamo che questo sia un gradito ritorno ai fondamentali. È possibile che il calo attuale venga descritto come una correzione dei titoli growth a multipli elevati. Sebbene ciò sia generalmente vero, è incompleto. I titoli che sono scesi di più avevano tutti dei fondamentali che hanno deluso le aspettative. I titoli che hanno mantenuto buoni fondamentali hanno resistito meglio.Negli ultimi 10 anni il mercato azionario ha attribuito molto valore alle aziende che offrono beni immateriali come i software. Di recente, però, ha dimostrato di apprezzare maggiormente le aziende che producono beni tangibili. Tutti conosciamo e apprezziamo la rapida crescita dei veicoli elettrici, ma pensiamo che sia stato sottovalutato quanto nichel e rame siano necessari per costruire le loro batterie. Ecco perché la domanda di alcune materie prime, come il nichel, sta beneficiando di venti favorevoli secolari e i mercati stanno iniziando a riconoscerlo. Naturalmente, per avere successo in un investimento in commodity, è necessario individuare una società che disponga di una risorsa duratura o di un mezzo economicamente vantaggioso per trovarne e produrne di più. Prendiamo, ad esempio, il minerale di ferro, un ingrediente chiave dell’acciaio. Uno dei motivi per cui è importante fin dall’età del ferro è che non si è ancora trovato un altro materiale che lo sostituisca in termini di resistenza, costo, peso, flessibilità e capacità di essere modellato e trasportato. Non siamo preoccupati che la Silicon Valley distrugga il minerale di ferro o che qualche brillante scienziato in Svizzera scopra un modo diverso di produrlo. Il mercato si muove ciclicamente, quindi il minerale entrerà e uscirà di scena, ma ci sentiamo ragionevolmente sicuri che tra 50 anni la produzione di minerale di ferro rimarrà importante.Riteniamo che il mercato stia vivendo un “cambiamento climatico”, non una semplice tempesta passeggera. Dobbiamo evitare di ancorarci ai tassi di crescita, ai margini di profitto o ai prezzi delle azioni del passato. Dato l’elevato livello di incertezza, ci dovremmo focalizzare principalmente sulle “superpetroliere”, ossia le società dominanti nei propri settori che generano un solido flusso di cassa, hanno un forte vantaggio competitivo e possono finanziare la propria crescita. Dovremmo altresì investire con maggiore parsimonia in quelle che definiremmo “moonshots” – società a più alto rischio e a più alto rendimento che sono più volatili – perché in un contesto di tassi d’interesse in crescita, gli investitori sono meno indulgenti sulle valutazioni delle società più speculative. Cerchiamo di detenere società con valutazioni ragionevoli e comprensibili sugli utili e sui flussi di cassa a breve termine. Alcuni esempi sono i produttori di dispositivi nel settore sanitario oppure i finanziari non bancari come gli assicuratori che possono trarre vantaggio dall’aumento dei tassi d’interesse e dei volumi di scambio e non sono eccessivamente sensibili all’economia.

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Schroders – Timori e opportunità nei mercati obbligazionari

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 ottobre 2022

A cura di Andrew Chorlton, Head of Fixed Income, Schroders. Due settimane fa il governo britannico ha presentato il cosiddetto “mini-budget”, cercando di aumentare il deficit del Regno Unito ma offrendo pochi dettagli a sostegno del suo piano. Si tratta di una serie di pacchetti, principalmente a sostegno della crisi energetica, che pone un price cap per l’energia per i consumatori e una serie di tagli alle tasse, misure che hanno portato a un aumento del deficit. Tra gli investitori obbligazionari serpeggiava il timore che il taglio delle tasse non finanziato e l’intervento sull’energia comportassero un aumento del prezzo che il mercato obbligazionario avrebbe richiesto per prestare denaro al governo britannico – che è essenzialmente ciò che un’obbligazione rappresenta. Ritengo che l’entità di questo aumento – visto che il governo non aveva prodotto ulteriori previsioni a sostegno del suo piano – sia stata molto più forte di quanto ci si aspettasse.Acquistando titoli di Stato britannici, la Bank of England, in questo caso, ha reagito a un pericolo molto chiaro e attuale che riguardava una particolare parte del mercato per un motivo molto specifico. È possibile che l’intervento della scorsa settimana sia stato sufficiente, anche perché un rialzo d’emergenza dei tassi avrebbe probabilmente dato un segnale sbagliato. Il mercato, tuttavia, ritiene che la BoE continuerà ad aumentare i tassi perché non credo sia cambiata la determinazione della Banca Centrale a battere l’inflazione.Sebbene la sterlina e i mercati obbligazionari britannici si siano per ora stabilizzati, i movimenti della scorsa settimana sono avvenuti in concomitanza con un nuovo calo dei mercati azionari di tutto il mondo e un ulteriore rafforzamento del dollaro. Più in generale, il mercato è alle prese con la lotta tra l’idea che l’inflazione sia radicata e destinata a perdurare, e quella di un suo rallentamento imminente. Gli investitori sono alla ricerca di segnali che indichino che l’inflazione non è consolidata: si buttano su qualsiasi indicatore che vada in questa direzione e poi, quando rimangono delusi, si verificano brusche inversioni di tendenza. È un mercato volatile, perché siamo in una zona in cui il punto di flesso è vicino, ma non sappiamo quanto vicino sia.Andando oltreoceano, i mercati hanno bisogno di un dollaro stabile per poter ottenere un’apertura, in particolare nei mercati emergenti, sia per l’azionario sia per il fixed income. Entrambi gli asset trarrebbero beneficio da un dollaro stabile, piuttosto che da un dollaro che sembra aumentare sempre di più. I differenziali dei tassi d’interesse tra i Paesi si stanno riducendo, e questo dovrebbe sostenere l’euro e la sterlina, ma la forza del dollaro è una tendenza che va avanti da molto tempo e non sembra destinata a esaurirsi.Gli Stati Uniti, ovviamente, sono il mercato più liquido e con la più ampia gamma di opportunità, e l’unica cosa che si nota in casi come questo è una maggiore dispersione tra i crediti. Dal punto di vista del credito, c’è molto interesse per il mercato americano, in particolare quello investment grade. Sarà necessario vedere un’ulteriore revisione degli utili prima di passare all’high yield.In Europa, probabilmente la BCE è in ritardo rispetto alla BoE e alla Fed in termini di rialzo dei tassi, ma anche in questo caso la cosa è ben nota. I mercati del credito stanno già valutando una lieve recessione. Penso che il problema sia la probabilità di una lieve recessione rispetto a una più grave, insieme a quanto si viene compensati in termini di rendimento per questa incertezza. Anche in questo caso, stiamo trovando interessanti opportunità nel credito a causa di tale dispersione.Non si tratta di comprare alla cieca l’intero indice, ma di iniziare a valutare la propria esposizione al credito e potenzialmente aumentarla, sia negli Stati Uniti sia in Europa.

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Il cambio di regime dei mercati richiede idee nuove

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 settembre 2022

A cura di Justin Thomson, Head of International Equity, T. Rowe Price. L’economista Paul Samuelson una volta ha detto: “Quando i fatti cambiano, io cambio idea. E tu cosa fai?”. Per capire il presente, a volte è utile studiare il passato. A metà degli anni ‘60, ad esempio, l’inflazione iniziò a salire dopo un lungo periodo di inflazione generalmente bassa. Continuò a salire per tutti gli anni ‘70 e nei primi anni ‘80 – periodo che divenne noto come Grande Inflazione – e incorporò quattro recessioni, due gravi crisi energetiche, un lungo periodo di stagflazione e livelli mai visti prima di controlli sui salari e sui prezzi in tempo di pace.La Grande Inflazione durò fino al 1982, ma i semi della sua inversione furono gettati quattro anni prima, quando si concluse il mandato di Arthur Burns alla presidenza della Fed. Durante i suoi otto anni di presidenza, Burns si dimostrò poco incline ad affrontare il problema dell’inflazione e fu ampiamente considerato una pedina politica. Per volere del Presidente Nixon, Burns tagliò i tassi di interesse proprio quando avrebbero dovuto essere aumentati, alimentando un boom economico statunitense in vista delle elezioni del 1972. Burns fu sostituito nel 1978 da George William Miller, ma fu Paul Volcker, che assunse la presidenza della Fed nel 1979, a determinare la fine della Grande Inflazione. Non credo. Nonostante le analogie tra il presente e gli anni ’70 e i primi anni ’80, ci sono anche differenze significative. Negli anni ’70, la Fed era sottoposta a forti pressioni per evitare politiche anti-inflazionistiche che avrebbero rallentato la crescita; oggi, l’attuale presidente della Fed Jerome Powell gode di un notevole sostegno da parte della Casa Bianca e del Congresso nei suoi sforzi per ridurre l’inflazione. C’è però un rovescio della medaglia: se le banche centrali indipendenti e orientate all’inflazione sono positive per l’economia, non lo sono necessariamente per i mercati finanziari, almeno nel breve periodo. Questo è il cambiamento di paradigma a cui mi riferivo e che potrebbe avere implicazioni di lunga durata. Secondo il vecchio paradigma, era possibile avere successo individuando il miglior asset di ogni settore e osservandone l’aumento di valore. È improbabile che questo funzioni nella nuova era. I giorni delle valutazioni elevate, alimentate dalla generosità delle banche centrali, sono finiti. Nella nuova era, gli investitori dovranno probabilmente essere più sensibili alle valutazioni rispetto ai tempi recenti. Le competenze tradizionali, come la capacità di individuare driver azionari e rischi idiosincratici, continueranno a essere essenziali, ma potrebbero essere necessari quadri d’investimento più sofisticati e olistici per tenere conto di fattori macroeconomici, sociali e geopolitici più ampi, oltre che dei fondamentali delle società. Non fare nulla non è una strategia: gli investitori che avranno successo nel periodo a venire saranno probabilmente quelli che sapranno evolvere al meglio i loro processi alla luce della nuova realtà. Probabilmente ci troviamo nella fase iniziale di un ciclo di revisione negativa degli utili, quindi, è importante che gli investitori testino i modelli e capiscano dove gli utili sono più vulnerabili. Le dinamiche di mercato sono cambiate, probabilmente in modo permanente, ma questo non significa che non ci sia possibilità di generare alpha. Ritengo che gli investitori attivi che saranno in grado di adattarsi al nuovo paradigma abbiano buone possibilità di uscire da questo periodo difficile più forti che mai. (abstract http://www.verinieassociati.com/)

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La Fed rialza di 75 pb e spaventa i mercati

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 settembre 2022

A cura di Giorgio Broggi, Quantitative Analyst di Moneyfarm. Come da attese, la Banca Centrale americana ha rialzato i tassi di 75 basis point, sventando il rischio, parzialmente prezzato, di un rialzo da 100 bp dei tassi. Nonostante l’inflazione abbia sorpreso al rialzo anche ad agosto (8.3% annuale contro l’8.1% atteso), la Fed ha probabilmente tenuto conto di due fattori principali per optare per “soli” 3 rialzi. Per prima cosa, l’aumento dei prezzi ha, seppur lentamente, iniziato ad abbassarsi rispetto al picco estivo. Inoltre, cosa forse ancor più rilevante, Powell è consapevole dei rischi che un rialzo più aggressivo potrebbe avere sulla crescita economica, che rimane resiliente, ma le cui attese sono state ancora una volta riviste al ribasso proprio durante il meeting. Tutto sommato, la decisione ha comunque, in qualche modo, spaventato i mercati, con l’azionario al ribasso e il Dollaro in rafforzamento contro l’Euro, mentre la curva 2-10 anni si è invertita ancor di più, catturando aspettative ancor più restrittive per il prossimo anno e segnalando i sempre maggiori rischi di attuare un soft-landing.

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Le elezioni politiche portano tradizionalmente una crescente incertezza sui mercati: come affrontare la volatilità?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 settembre 2022

A cura di Gimme5, soluzione digitale che permette di accantonare piccole somme attraverso smartphone e investirle in fondi comuni. Le elezioni politiche italiane sono al centro del dibattito pubblico da mesi: domenica 25 settembre i cittadini saranno chiamati ad eleggere chi dovrà condurre l’Italia attraverso un periodo storico particolarmente complesso, proseguendo il lavoro dell’uscente governo Draghi. I mercati si domandano quale forza politica andrà al governo, quali saranno le azioni che intraprenderanno i nuovi ministri e come questi affronteranno concretamente le difficili scelte economiche. Le elezioni politiche portano tradizionalmente una crescente incertezza sui mercati, come dimostra lo studio “Stock Market Volatility And Presidential Election Uncertainty: Evidence From Political Futures Markets” di David R. Bowes, della Southeastern Louisiana University, USA. La ricerca illustra come, in corrispondenza di ogni elezione presidenziale Usa tra il 1992 e il 2012, la volatilità sui mercati finanziari abbia subito una brusca accelerata (guardando la performance dell’indice S&P500). Questo perché, se i candidati hanno posizioni contrastanti per quanto riguarda la fiscalità, le azioni mirate alla creazione di posti di lavoro, gli stipendi e le riforme chiave, gli operatori finanziari si trovano di fronte a ipotetici scenari divergenti, quindi l’incertezza sul futuro economico rende più difficile adattare i prezzi di Borsa alle previsioni. Maggiore è l’incertezza sul possibile governo vincente, maggiore sarà la volatilità determinata dalle elezioni. Quando si assiste a una caduta dei mercati, è fondamentale rimanere fedeli al proprio obiettivo di investimento, senza farsi prendere dal panico e tenendo presente il fatto che uscire dal mercato in un momento di ribasso rappresenta un modo sicuro per congelare la perdita e perdere la maggior parte dei possibili guadagni. Investire con costanza ogni mese è una tecnica che presenta numerosi vantaggi, soprattutto nelle fasi di discesa del mercato: nessuno può prevedere con certezza quale sarà il movimento dei mercati nel breve periodo, pertanto frazionare l’investimento consente di limitare il rischio di investire troppo quando i prezzi possono ancora scendere. Ad esempio, gli investitori che avevano un piano di accumulo attivo alla vigilia dello scoppio della pandemia, hanno continuato ad acquistare anche in un momento in cui l’emotività glielo avrebbe impedito, aumentando le prospettive di guadagno quando i prezzi sono tornati a salire. quando i mercati scendono i titoli diventano più economici e, acquistandoli in questo momento, si ottiene un potenziale di risalita maggiore. Il rischio può essere ripagato dalla successiva ripresa di valore degli indici, basti pensare che l’S&P 500, ha perso in media il 14,2% almeno una volta l’anno tra il 1980 e il 2015, ma, nonostante ciò, ha chiuso in positivo 27 anni su 36 (il 75% delle volte). La diversificazione è una regola fondamentale, sempre valida: per non investire tutto il capitale in un singolo strumento finanziario, una soluzione semplice è rappresentata dai fondi comuni, che contengono centinaia di titoli, tra azioni e obbligazioni e consentono un’utile ripartizione del rischio. (abstract)

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Commento di analisi sugli impatti dell’inflazione sui mercati dei capitali

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 settembre 2022

A cura di Gabriella Berglund, Italian Branch Manager di Comgest. Le aziende growth più consolidate, con un forte vantaggio competitivo, un’elevata redditività, un elevato free cash flow e bilanci solidi, sono in gran parte indipendenti dal deterioramento del contesto finanziario. Continuano a crescere, investire, fare acquisizioni e conquistare quote di mercato indipendentemente dalle turbolenze del mercato e dalle deboli prospettive macro. La nostra strategia europea per le large cap ha registrato un aumento del fatturato del 14% a livello organico nel primo semestre del 2022, mentre le acquisizioni hanno contribuito alla crescita per il 6-7%. Il maggiore contributo delle acquisizioni significa che i multipli di acquisizione sono più interessanti oggi rispetto a uno o due anni fa.Alla fine, le aziende forti si rafforzano e le aziende più deboli (e molto spesso di più recente costituzione) soffrono. Noi investiamo in aziende solide e affermate, con un background di crescita costante e che non corrono rischi tecnologici elevati.In sostanza, deteniamo molte aziende del tipo “Winner takes it all” – “chi vince prende tutto”: queste società sono la spina dorsale dei nostri portafogli. Esse tendono a estromettere i concorrenti più piccoli (a volte a rilevarli) quando i tempi si fanno più difficili, il contesto finanziario si impoverisce e l’avversione al rischio degli investitori aumenta. E questo è esattamente ciò che sta accadendo attualmente. I tempi si fanno più duri, la crescita rallenta, i costi di finanziamento aumentano, gli investitori tendono a essere più cauti. In questo contesto, investire in maratoneti con più esperienza e affermati, che hanno dato prova di sé nel corso di decenni, sembra una scelta più ovvia che puntare su aziende giovani o semplicemente sulla prossima grande promessa. (abstract)

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Capital Group: L’aggressivo programma di inasprimento delle politiche dalla Fed potrebbe comportare ulteriori turbolenze sui mercati

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 luglio 2022

By Darrell Spence, Economista specializzato negli Stati Uniti di Capital Group.Con un rialzo dei tassi da 75 punti base, il suo singolo provvedimento più rilevante da quasi 30 anni a questa parte, la FED ha segnalato che il suo obiettivo principale è ridurre l’inflazione. L’istituto è passato ad un orientamento di policy più aggressivo in seguito alla pubblicazione del rapporto sull’indice dei prezzi al consumo (IPC) di maggio, che si è rivelato più negativo del previsto: l’indice è infatti cresciuto dell’8,6%, trainato da pressioni generalizzate sui prezzi. In assenza di segnali che tali pressioni abbiano raggiunto il proprio picco, e con l’aumento del rischio che l’inflazione entri in una spirale incontrollata, la Fed manterrà con tutta probabilità un atteggiamento aggressivo, salvo nell’eventualità di un brusco inasprimento delle condizioni finanziarie.Al momento assistiamo ad una significativa inversione del tratto a breve della curva dei rendimenti, con i futures sui tassi d’interesse che segnalano un picco del tasso sui Fed Fund in corrispondenza del 4% verso metà 2023 ma anche, successivamente, tagli per 50 pb. Si tratta di ipotesi plausibili considerando che il mercato continua a scontare la prosecuzione dei rialzi. Se da una parte continuiamo a ritenere che le pressioni inflazionistiche rimarranno elevate e che la Fed dovrà mettere in atto un’ulteriore stretta, crediamo anche che l’istituto porrà particolare attenzione al potenziale impatto sui mercati dell’inasprimento delle condizioni finanziarie. Sebbene rimanga estremamente concentrata sull’inflazione e abbia dimostrato un’elevata tolleranza nei confronti del calo del prezzo degli asset, la Fed non ignorerà la necessità di una certa stabilità nei mercati.Con il mercato che sconta già un picco del tasso sui Fed Fund in corrispondenza del 4% e rialzi per 200 pb previsti per le prossime tre riunioni della Fed, il rischio/rendimento legato al fatto di conservare una duration ridotta diviene via via meno interessante. La duration misura la sensibilità del prezzo di un’obbligazione alle variazioni dei tassi d’interesse. Mantenere un’esposizione alla duration e alla curva vicina ai propri valori neutrali risulta attualmente conveniente dato che ci avviciniamo a quello che sarà a mio avviso un periodo volatile per i mercati fino alla fine dell’anno.Stiamo iniziando ad assistere allo sviluppo di una moderata spirale salari-prezzi negli Stati Uniti, e guardando all’attuale situazione è davvero difficile capire come sarà possibile far tornare l’inflazione al target del 2% fissato dalla Fed senza trascinare l’economia in una recessione. Non potendo risolvere il problema delle strozzature sul fronte dell’offerta, se l’istituto vuole davvero ridurre l’inflazione dovrà far diminuire la crescita e aumentare la disoccupazione.L’unico modo di porre fine alla spirale salari-prezzi, a nostro avviso, è far rallentare notevolmente il mercato del lavoro spingendo al rialzo il tasso di disoccupazione. Prima che la crescita dei salari inizi a mostrare segni di moderazione, pertanto, potrebbe servire un incremento del tasso di disoccupazione di due o perfino più punti percentuali. Pertanto, nonostante i bilanci di famiglie e imprese siano al momento robusti, risulterà molto difficile evitare una recessione nel 2023.Tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo gli utili aziendali saranno messi probabilmente sotto pressione dal peggioramento del contesto economico. Sebbene il risvolto positivo dell’inflazione sia che è in grado di spingere al rialzo la crescita degli utili, quest’ultimo costituisce in genere un fenomeno di breve durata compensato infine dalla riduzione delle attività provocato potenzialmente dall’inflazione stessa, nonché dalla relativa risposta sul fronte delle politiche monetarie. Secondo le nostre previsioni nel 2022 gli utili per azione delle società che compongono lo S&P 500 cresceranno del 7%, per poi tuttavia ridursi di quasi il 10% nel 2023. Nel 2023 il multiplo prezzo di mercato/utili sarà pertanto pari a 18,7. Si tratta di un valore ancora elevato per il contesto da me pronosticato sul versante dei tassi d’interesse, e sussiste la possibilità di ulteriori revisioni al ribasso delle previsioni sugli utili.In conclusione, le fasi ribassiste legate alle recessioni tendono ad essere più profonde e durature, e i dati storici mostrano che in tali fasi (definite in questo caso da un calo minimo del mercato del 15%) la mediana del calo esibito dai mercati è pari al 33,9%, mentre la mediana della relativa durata è pari a 17 mesi: prima che i mercati tocchino il fondo, pertanto, potremmo continuare a sperimentare una certa volatilità di mercato e ulteriori ribassi.Grazie al suo orientamento più aggressivo la Fed continua a recuperare credibilità; i mercati rimarranno tuttavia volatili e gli asset rischiosi sotto pressione. Abbiamo sperimentato un lungo periodo caratterizzato da tassi bassissimi nel corso del quale le cosiddette azioni ad elevata duration hanno registrato performance decisamente buone. Purché tali titoli growth avessero delle buone prospettive a lungo termine non importava che i loro emittenti fossero profondamente in perdita. Questa dinamica si è invertita, dato che il tasso di sconto sui titoli azionari è salito insieme all’impennata dei rendimenti. Sui mercati, al contempo, c’è molta meno liquidità per via del passaggio dal quantitative easing al quantitative tightening. Data la minore liquidità gli investitori non sono più disposti a finanziare aziende attualmente in perdita in vista di una crescita futura. Insieme alle azioni, pertanto, sono state messe sotto pressione a vendere molte asset class più rischiose, come credito privato, private equity, criptovalute e finanziamento di operazioni di M&A.Le valutazioni azionarie hanno iniziato anch’esse a contrarsi data la compressione dei margini di profitto provocata a sua volta dall’aumento dei costi di produzione. Il maggiore potere negoziale dei lavoratori comporta infatti un aumento del costo del lavoro per le aziende. L’inasprimento dei rischi legati alle catene di approvvigionamento, allo stesso tempo, costringe le imprese ad abbandonare il modello delle scorte “just-in-time” e a dotarsi di ridondanze.Ciò detto, oggi i fattori negativi sono più facili da rilevare. I trend sono più evidenti e dunque vengono scontati rapidamente dai mercati. Nel lungo periodo, tuttavia, il fatto che i lavoratori godano di un potere negoziale strutturalmente maggiore rappresenta a mio avviso uno sviluppo positivo. È una buona notizia per le famiglie, e ciò che fa bene ai consumatori nel lungo periodo fa bene anche all’economia. Per il futuro prevedo temi d’investimento basati sull’innovazione, robusti e di lungo periodo, e ritengo che le aziende sopravvivranno e prospereranno man mano che gli investitori separeranno il grano dalla paglia.

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Monitor dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 luglio 2022

A cura di Sabrina Khanniche, Senior Economist di Pictet Asset Management. La rivoluzione digitale non è solo una manna dal cielo. Per i mercati emergenti potrebbe rivelarsi una vera e propria magia economica. La digitalizzazione, infatti, potrebbe consentire a questi Paesi di saltare a piè pari alcune lunghe fasi di sviluppo economico. In pochi anni, i Paesi emergenti stanno velocizzando interi decenni di investimenti di questo tipo, grazie a telecomunicazioni mobili efficienti e relativamente economiche e a fonti energetiche locali e sostenibili. Ciò, a sua volta, apre a un livello di efficienza economica senza precedenti, offrendo a un numero sempre crescente di persone accesso a informazioni (che si tratti di prezzi di mercato o di istruzioni su come riparare un motore) e servizi essenziali per la crescita economica, come quelli relativi al settore finanziario e bancario.La digitalizzazione ha visto accelerare l’adozione di nuove tecnologie. È facile dimenticare quanto tempo ci sia voluto prima che tecnologie che ora diamo per scontate si affermassero, anche nelle principali economie mondiali. Nel 1915, ad esempio, appena il 10% degli americani poteva permettersi un’automobile. Solo nel 1989 questa percentuale ha raggiunto il 90%. Per quel che riguarda l’energia elettrica, ci sono voluti 40 anni per raggiungere gli stessi livelli di adozione. Per la rete telefonica fissa, 66 anni. A confronto, la penetrazione dei telefoni cellulari ha richiesto solo 22 anni e i computer hanno impiegato poco più in termini di tempo per affermarsi allo stesso modo.La simultaneità tra questi progressi tecnologici e il calo dei costi ha avuto un forte impatto sulle economie emergenti. Secondo un’analisi condotta dai ricercatori di Our World in Data (Oxford University), l’adozione di una linea telefonica fissa è poco frequente in Paesi con redditi pro capite compresi tra i 7.000 e gli 8.000 dollari. Al contrario, non esiste una chiara soglia di reddito per l’adozione di dispositivi di telecomunicazione mobile. Nel 2017, non c’era nessun Paese dell’Africa subsahariana con più di 10 abbonamenti di telefonia fissa per ogni 100 persone e la maggior parte di essi ne aveva sostanzialmente meno di 1. A titolo di confronto, gli Stati Uniti ne avevano 36. Eppure, alla stessa data, quasi tutti i Paesi africani avevano più di 25 abbonamenti di telefonia mobile; molti ne avevano anche più di 100. In termini economici, l’età media inferiore e una solida infrastruttura tecnologica offrono un potenziale vantaggio competitivo ai Paesi meno sviluppati. Circa il 90% della popolazione mondiale con meno di 30 anni vive in questi Paesi. A livello globale, ad esempio, uno dei tassi più elevati di penetrazione di dispositivi mobili si trova nel sud-est asiatico. In effetti, la crescita dell’economia digitale ha guidato la ripresa dalla pandemia di COVID nel sud e nel sud-est asiatico, anche grazie alla forte diffusione degli smartphone in molti di questi Paesi.In questo nuovo mondo, fintech e big tech sostituiscono le banche come nuovi intermediari nell’offerta di credito. Le piattaforme fintech decentralizzate consentono ai singoli fornitori di prestiti online di interagire direttamente con chi riceve il prestito, sia che ciò avvenga in un contesto peer-to-peer, che in un marketplace dedicato. E c’è spazio per un’evoluzione tra i vari servizi. Con WeChat Pay, ad esempio, il gruppo tecnologico cinese Tencent ha ideato una superapp e un intero ecosistema in Cina, mentre Mercado Libre ha ideato il sito di e-commerce più popolare dell’America Latina, adottando un approccio simile. I governi di alcuni Paesi emergenti sono ben consapevoli dei vantaggi che può offrire il digital banking. Le autorità di regolamentazione brasiliane, ad esempio, si sono sforzate di aprire i propri mercati ad alternative digitali. Corea del Sud, Cina e Taiwan hanno un ruolo critico nel settore dei semiconduttori e in tutta la sua filiera: nel complesso, l’Asia orientale ospita tre quarti della produzione globale di chip.[8] La loro importanza sembra destinata a continuare, anche perché i governi dell’ASEAN sostengono gli investimenti in questo comparto e diversi Paesi si stanno specializzando in diverse aree di questo settore.[9] Ecco quindi che ricerca, sviluppo e progettazione di chip sono fortemente concentrati in Malaysia, Singapore, Vietnam, Filippine e Thailandia, la produzione di wafer in silicone avviene per lo più in Malaysia e a Singapore e la fabbricazione dei back-end avviene, per la maggior parte, negli stessi Paesi e in Indonesia.Il futuro digitale, però, non deve essere dominio esclusivo delle nuove economie: non è ancora tempo di mettere da parte gli operatori consolidati, soprattutto perché conoscono bene la loro clientela locale. Filiali e canali fisici rimangono importanti e, sebbene le banche stiano ridimensionando le proprie reti di penetrazione, non stanno affatto pensando di eliminarle del tutto. Neanche in Corea del Sud, in cui i tassi di diffusione di smartphone e banda larga sono tra i più alti al mondo, Internet costituisce l’unico canale di vendita di polizze assicurative per la casa o per l’auto, o ancora per la negoziazione di titoli. Nelle economie emergenti le criptovalute sono già state adottate in misura significativa nei flussi internazionali, tanto da preoccupare alcune banche centrali. Il Fondo Monetario Internazionale ha già sottolineato i rischi che le banche centrali dei mercati emergenti corrono a causa della dollarizzazione dei loro sistemi di pagamento e ha evidenziato gli ulteriori rischi posti dalle criptovalute. Ma ha anche sostenuto che le politiche macroeconomiche in questi Paesi potrebbero essere rafforzate qualora le singole banche centrali creassero le loro stablecoin (vale a dire criptovalute agganciate alle valute esistenti). Fonte https://am.pictet/it/italy/articoli/2022/idee-di-investimento/07/monitor-dei-mercati-emergenti#PAM_Section_7

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Robeco: La Sfida delle tre vette: la corsa dei mercati contro il tempo

Posted by fidest press agency su domenica, 17 luglio 2022

A cura di Colin Graham, Head of Multi-Asset Strategies di Robeco. La crescita globale non riprenderà slancio finché le recenti impennate dei prezzi e gli aumenti dei tassi utilizzati per contrastarle non avranno raggiunto lo zenith. Solo allora il dollaro USA, il cui rafforzamento ha spinto al rialzo il costo del commercio estero e messo sotto pressione le economie emergenti, comincerà a indebolirsi. Proprio come la famosa Sfida delle tre vette del Regno Unito, in cui i corridori devono raggiungere le cime delle montagne più alte di Scozia, Inghilterra e Galles entro un tempo prestabilito, tutti e tre i picchi economici dovranno essere superati nella seconda metà del 2022 affinché i mercati possano stabilizzarsi. a prima vetta da conquistare è l’inflazione, che ha subito un’accelerazione a causa dei cospicui aumenti dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari dopo la fine della pandemia di Covid-19 e per effetto della guerra Russia-Ucraina. Negli Stati Uniti e nell’eurozona l’inflazione ha raggiunto rispettivamente l’8,6%, il livello più alto dal 1981, e l’8,1%, il valore più alto di sempre. Prima della pandemia, l’inflazione era rimasta stabilmente al di sotto del 2% per molti anni. La montagna successiva da scalare è quella dei tassi d’interesse, che sono stati innalzati in tutto il mondo per combattere l’inflazione. All’aumentare dei tassi l’indebitamento diventa più costoso e i consumatori hanno quindi meno soldi da spendere. Il rialzo dei tassi, tuttavia, ha anche effetti collaterali, tra cui l’ulteriore apprezzamento del già costoso dollaro USA. Secondo le proiezioni, il tasso sui Fed Fund statunitensi dovrebbe salire al 3,5% circa dall’1,75% di fine giugno, il che si costituirebbe il maggior rialzo dei tassi in un anno solare dal 1980. Nel 1994, anno in cui si è registrato quello che viene generalmente considerato un ‘atterraggio morbido’, i tassi statunitensi sono balzati al 2,5%. Pertanto, il ciclo di inasprimento oggi è più difficile, perché l’economia ha bisogno di un’analoga reazione. La terza sfida è rappresentata dal dollaro USA, che ha raggiunto un massimo ventennale rispetto alle principali valute mondiali. Tradizionalmente considerato un bene rifugio in tempi difficili, l’apprezzamento del biglietto verde accresce il costo delle materie prime quotate in dollari. Questo a sua volta si ripercuote negativamente sui mercati emergenti che fanno affidamento sulle esportazioni di commodity e hanno bisogno di finanziamenti in dollari.Una volta che le aspettative sui tassi d’interesse e sull’inflazione degli Stati Uniti avranno raggiunto un picco, possiamo aspettarci che il dollaro USA faccia altrettanto. Non sappiamo con certezza se questo avverrà prima, durante o dopo gli altri due picchi. Ma è importante monitorare l’andamento della valuta statunitense, che suscita l’interesse di una gamma quanto mai eterogenea di trader e detentori non orientati alla massimizzazione del profitto.Al momento, i principali driver del biglietto verde – vale a dire i differenziali di interesse, i differenziali di crescita e i flussi di capitali indirizzati verso ‘beni rifugio’ – sono positivi. Con il rallentamento della crescita e il calo delle aspettative sui tassi, l’oneroso dollaro USA dovrebbe indebolirsi.

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PIMCO – Gli effetti dell’inflazione nei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su domenica, 17 luglio 2022

A cura di Pramol Dhawan, Head of Emerging Markets, e Lupin Rahman, Head of Emerging Market Sovereign Credit di PIMCO L’attuale shock inflazionistico è un fenomeno globale, determinato dalle interruzioni della catena di approvvigionamento e dall’impatto della guerra tra Russia e Ucraina sui prezzi dei prodotti alimentari e delle materie prime, con conseguenze per le nazioni di tutto il mondo. La risposta delle autorità è variata da Paese a Paese, contribuendo a creare elevati differenziali tra i tassi di interesse reali – o corretti per l’inflazione – nei mercati sviluppati e nei mercati emergenti. Riteniamo che ciò possa offrire agli investitori opportunità di rendimenti decorrelate sotto forma di debito locale dei mercati emergenti. Tuttavia, gli investitori devono essere Lo slancio inflazionistico degli emergenti rimane forte, con risultati altamente correlati a quelli dei mercati sviluppati. Analogamente alle nostre previsioni per i mercati sviluppati, ci aspettiamo che l’inflazione negli emergenti raggiunga un picco, per poi scendere gradualmente quest’anno e fino al 2023. Data l’ampiezza e la persistenza di questo evento, tuttavia, non prevediamo che l’inflazione rallenti ai precedenti livelli del trend fino a dopo il 2023. Le banche centrali degli emergenti, che nel corso di decenni hanno costruito la propria credibilità nella lotta all’inflazione, hanno preso diverse strade: alcune hanno scelto di aumentare i tassi di interesse prima della Federal Reserve. In generale, ci aspettiamo che le banche centrali dei Paesi emergenti prendano spunto dagli Stati Uniti, man mano che si avrà una maggiore chiarezza sulle prospettive economiche statunitensi e sul percorso di inasprimento della Fed. È più probabile che l’inflazione degli emergenti rimanga elevata rispetto a quella dei paesi industrializzati, dato che i prodotti alimentari e l’energia hanno un peso maggiore nei panieri degli indici di inflazione degli emergenti, oltre alla propensione della politica fiscale ad accogliere gli shock inflazionistici. Per diventare più rialzisti sulle valute emergenti, in generale, dovremmo vedere questa dinamica auto-rinforzante ampliarsi e rafforzarsi, soprattutto sulla scia delle precedenti false partenze. La cautela è ulteriormente giustificata dall’influenza incerta dei fattori di rischio globali, come quelli derivanti dalla guerra in Ucraina.Se questa dinamica dovesse affermarsi, potrebbe segnare un’importante rottura rispetto all’ultimo decennio di dominio del dollaro. Finché le prospettive non saranno più chiare, cerchiamo opportunità selezionate per generare rendimenti potenzialmente elevati nel debito locale degli emergenti, ad esempio evitando le obbligazioni locali polacche e privilegiando invece quelle brasiliane. La maggiore divergenza tra Paesi e regioni rafforza le opportunità di valore relativo nell’ambito degli investimenti nei mercati emergenti e può offrire opportunità di diversificazione del portafoglio. (abstract)

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Mercati globalizzati. Vantaggi. I nuovi accordi Ue/Nuova Zelanda

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 luglio 2022

Unione Europea e Nuova Zelanda hanno concluso i negoziati per un accordo commerciale. Secondo le stime, gli scambi commerciali aumenteranno fino al 30%: le esportazioni annuali Ue potrebbero crescere fino a 4,5 miliardi di euro. L’accordo promette di tagliare circa 140 milioni di euro all’anno di dazi per le società europee. Questo è uno dei vantaggi di ragionare avendo a disposizione un mercato di circa 450 milioni di consumatori, ed uno dei motivi per cui, oltre ai noti aspetti di sicurezza e ricchezza, c’è la fila tra chi vuole far parte dell’Ue. Nello specifico, oltre l’immaginario popolare che collega la Nuova Zelanda essenzialmente ai kiwi, si tratta solo marginalmente di questi agrumi. Da questo paese importiamo pellami, lana, carni e frutta; mentre vi esportiamo automobili, trattori, ricambi vari, idraulica, elettrodomestici, farmaci, alimenti e calzature.I vantaggi per consumatori e produttori sono innegabili, visto che le quantità hanno forte incidenza sui prezzi e, infatti, già oggi, al supermercato non ci sono differenze di prezzo se acquistiamo kiwi, per esempio, calabresi o neozelandesi.Tutto questo indica che l’economia globale che abbiamo messo in movimento nei decenni passati, continua e si rafforza. Economia che ci consente di avere prezzi e prodotti altrimenti irraggiungibili o riservati solo a nicchie di mercato e di non dover soffrire per temporanee o croniche problematiche territoriali. Vincenzo Donvito Maxia http://www.aduc.it

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PIMCO: Outlook per i bond in miglioramento dopo le recenti fluttuazioni di mercato

Posted by fidest press agency su sabato, 2 luglio 2022

A cura di Marc Seidner, CIO Strategie non tradizionali di PIMCO. L’inflazione, misurata dall’indice dei prezzi al consumo (CPI), ha raggiunto questo mese il massimo da 40 anni, pari all’8,6%. La Federal Reserve ha risposto con il più grande aumento dei tassi di interesse dal 1994. Secondo Freddie Mac, il tasso medio dei mutui ipotecari a 30 anni è salito al massimo dal 2008, registrando il maggior aumento settimanale dal 1987. I principali indici azionari sono caduti in un mercato ribassista, con un calo di oltre il 20% rispetto ai picchi recenti, mentre le obbligazioni hanno subito il peggior inizio d’anno mai registrato. Gli investitori sono consapevoli delle perdite subite anche dai portafogli più diversificati. Gli asset finanziari e l’economia sono sotto pressione, mentre la Fed inasprisce le condizioni finanziarie nel tentativo di contenere l’inflazione. Anche i consumatori risentono dell’aumento dell’inflazione. Le vendite al dettaglio sono scese dello 0,3% a maggio, secondo i dati del Dipartimento del Commercio. Un indicatore dell’Università del Michigan ha mostrato che la fiducia dei consumatori è scesa a maggio al minimi mai registrato. L’impennata dei tassi ipotecari ha causato un rallentamento delle vendite di case esistenti e nella costruzione di nuove. Di conseguenza, la probabilità di una recessione sembra aumentare. Il 16 giugno, lo strumento GDPNow della Federal Reserve Bank di Atlanta stima che l’economia statunitense non registrerà alcuna crescita nel secondo trimestre del 2022. Inoltre, il recente rallentamento della crescita probabilmente non riflette ancora la piena portata dell’inasprimento di politica monetaria finora attuato, dato il consueto ritardo tra l’inasprimento delle condizioni finanziarie e il rallentamento della crescita. I titoli obbligazionari tendono a registrare buone performance nei periodi di recessione e, se la Fed riuscirà a ridurre l’inflazione, potrebbe creare un contesto ancora più favorevole agli investimenti a reddito fisso.Uno dei migliori indicatori dei rendimenti futuri delle obbligazioni è il rendimento iniziale. L’impennata dei rendimenti dall’inizio del 2022 – il rendimento del Treasury a 10 anni è salito al 3,25% circa dall’1,63% circa – ha inflitto perdite di prezzo senza precedenti alle obbligazioni esistenti. Ma ha anche creato un punto di partenza migliore per i nuovi investimenti, sia in termini di rendimento potenziale che di diversificazione, due delle ragioni fondamentali per possedere obbligazioni. Con il rendimento del decennale statunitense al 3,25% circa, i Treasury potrebbero offrire rendimenti reali positivi – in un asset altrettanto sicuro e liquido – se si ritiene che la Fed possa riportare l’inflazione anche solo vicino al suo livello target. Ci sono aree relativamente difensive dei mercati del reddito fisso che ora offrono rendimenti più interessanti di quelli che abbiamo visto da qualche tempo a questa parte. Ciò ha contribuito ad aumentare sia il rendimento potenziale che il margine di errore degli investitori. Nel corso della lunga storia dei mercati finanziari, ci sono state circostanze altrettanto dolorose a quella che gli investitori stanno vivendo quest’anno. Come è accaduto in passato, questi cali possono contribuire a ripristinare le valutazioni degli asset e a gettare le basi per giorni migliori. (abstract)

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