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Coronavirus e mercati azionari: è davvero la fine del mondo?

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2020

A cura di Giovanni Buffa, Portfolio Manager di AcomeA SGR It’s the end of the world as we know it…è un celebre brano dei Rem che ben si presta a descrivere il sentimento prevalente sui mercati azionari di questo periodo. Eppure, l’anno era cominciato sotto i migliori auspici: dopo il travagliato accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina raggiunto a fine 2019, i mercati proseguivano la loro inarrestabile ascesa segnando nuovi massimi storici appena un mese fa. Poi, come spesso succede, improvvisamente tutto è cambiato.Sono bastati soltanto 21 giorni per passare da un mercato ai massimi storici ad un “bear market”. Nell’arco di poche settimane, le borse mondiali sono letteralmente implose: l‘indice S&P500 ha perso in 1 mese il 28%, il Ftse Mib il 39%, l’indice Europeo il 32% con il mercato greco che si è letteralmente dimezzato. Non è andata meglio nel resto del mondo con il Giappone sotto del 23%, l’Australia del 33% e il Brasile del 40%. È bene sottolineare che queste variazioni sono avvenute in appena 30 giorni, e hanno coinvolto indifferentemente tutti i settori, nessuno escluso.Anche le materie prime sono state particolarmente sotto pressione con il palladio e il platino che hanno perso il 38%, il petrolio il 64%(!), il rame il 22% e lo zucchero il 18% solo per citarne alcune.Contestualmente si è assistito a violentissimi movimenti sul lato valutario, in special modo verso quelle valute più legate alle commodities come il peso messicano (-22.5%), il rublo russo (-21%), il real brasiliano (-15%) e il rand sudafricano (-13%).Anche le obbligazioni dei paesi periferici area euro, dei paesi emergenti e dei corporate non sono state risparmiate a causa di un massiccio allargamento degli spread e di seri problemi di liquidità nel mercato dei repos. Un “melt down” completo su tutte le asset class insomma dove anche i beni rifugio come l’oro sono stati liquidati senza troppi ripensamenti.Fino a metà febbraio il mercato non sembrava essere molto preoccupato dal virus. Molti investitori inizialmente ritenevano che questo fosse un problema circoscritto localmente alla Cina. Dopo il contenimento dei casi nella sola provincia di Hubei, grazie alle restrizioni introdotte dal governo cinese, i mercati avevano addirittura trovato la forza di raggiungere nuovi massimi storici. Lo stesso indice domestico cinese aveva completamente recuperato le perdite accumulate da inizio anno. Tutto sembrava tornato alla normalità come se niente fosse successo.Tuttavia, la diffusione del contagio al di fuori della Cina ha fatto emergere in tutta la sua brutalità la realtà della situazione. Il mercato si è reso conto che il virus Covid-19, una volta superati i confini cinesi, non era più controllabile.
Una crisi sanitaria si è trasformata in una crisi finanziaria con un contemporaneo shock della domanda e uno dell’offerta, ipotesi che forse fino a qualche mese fa era confinata ai libri di testo. Al momento ogni normale attività economiche è congelata, quasi ogni negozio è chiuso, non c’è domanda di prodotti discrezionali al di fuori dei beni di prima necessità, il turismo è inesistente, i trasporti sono fermi, gli eventi, anche quelli sportivi, sono stati cancellati o posticipati. I mercati prezzano ampiamente una recessione sincronizzata dell’economia mondiale. Ciò che preoccupa di più gli operatori, tuttavia, non è tanto la situazione attuale, che tutti sanno essere temporanea, ma la mancanza assoluta di visibilità sulla crisi. Nessuno riesce a sbilanciarsi su quanto possa durare il lockdown, se le misure restrittive saranno di breve o dureranno mesi e quali saranno i tempi di recupero una volta che l’epidemia avrà raggiunto il suo picco.La seconda ragione del crollo delle borse è più di natura tecnica. Lo scorso bull market (ormai ne possiamo tranquillamente decretare la fine) è stato il più lungo della storia ed è stato in parte agevolato dalle politiche monetarie molto accomodanti delle banche centrali.A completare il quadro del sell-off ha contribuito anche il sostanziale fallimento dell’Opec+ nel trovare un accordo sulle quote di greggio in un momento in cui la domanda di petrolio è particolarmente debole. Il mancato accordo ha dato il via ad una guerra di prezzi tra Russia e Arabia Saudita, tra i produttori con i più bassi costi di estrazione, per accaparrarsi quote di mercato. La conseguenza è che il petrolio è sceso del 60% sotto quota 30$, trainando al ribasso i titoli energetici dei listini. Negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli sforzi e gli annunci delle banche centrali e dei governi in tutto il mondo a sostegno delle economie e di riflesso dei mercati.La Fed ha tagliato i tassi quasi a zero annunciando contestualmente un nuovo QE e iniettando potenzialmente trilioni di dollari nel sistema. Nel mentre il governo degli Stati Uniti si appresta a lanciare un bazooka fiscale con rumors che vedono un budget di circa 2 trilioni di dollari. Per la prima volta si parla seriamente di Helicopter Money, e cioè di accreditare direttamente denaro nel conto corrente dei cittadini, per sostenerli temporaneamente durante la crisi, una teoria da molti osteggiata, ma che oggi viene vista come l’unico modo di aiutare direttamente l’economia reale.In Europa si discute di Eurobond e molti governi hanno già annunciato piani di stimolo dell’economia di centinaia di miliardi offrendo aiuto diretto alle imprese colpite dalla crisi con la Bce pronta a fare la sua parte con un pacchetto di acuisti di 750bn di euro estendibile.In buona sostanza il quadro generale che si va delineando è che le banche centrali finanzieranno la spesa pubblica dei governi in questi momenti di crisi, superando ostacoli che una volta si reputavano insormontabili. Riteniamo che questa crisi avrà indubbiamente ripercussioni di lungo periodo in termini di politica economica (ruolo delle banche centrali, MMT, monetizzazione del debito, budget deficit molto importanti, ecc.) e di un ulteriore spinta verso la de-globalizzazione dell’economia ma in definitiva rimarrà una crisi temporanea.Sul fondo Paesi Emergenti, il nostro focus principale è orientato verso il segmento delle Small Cap Value. Da inizio anno, l’indice MSCI Small Cap Value ha infatti registrato una performance al ribasso più ampia rispetto al mercato. Riteniamo dunque che possano emergere interessanti opportunità in questo mercato.
Nel libro “La guerra dei mondi” di H.G. Wells (1922) i marziani, invasori della terra, furono sconfitti non dagli eserciti delle nazioni ma dai batteri presenti nell’aria, gli stessi che gli uomini avevano sconfitto in millenni di evoluzione del proprio organismo.I mercati, pur con notevoli oscillazioni, hanno sempre resistito a qualunque evento nefasto di qualsivoglia natura: guerre mondiali, terremoti, tsunami, cambi di regime valutario, rischi di conflitti termonucleari, guerre fredde, fallimenti di hedge funds, fallimenti di Stati e di banche sistemiche e chi più ne ha più ne metta. La ragione è banale: in momenti di crisi come questo che viviamo, o come quello del 2008, le istituzioni che ci governano sono pronte a tutto pur di sostenere le loro economie e anche questa volta non sarà differente.It’s the end of the world as we know it… and I feel fine…

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Coronavirus: Pandemia o Pandemonio

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2020

A cura di Tazio Storni e Andrea Delitala di Pictet Asset Management. Il mondo si sta ammalando di Coronavirus. Economia e mercati con lui. Ma visto che l’emergenza che stiamo vivendo è innanzitutto un’emergenza sanitaria, riteniamo opportuno cominciare cercando di fare chiarezza sulla situazione dal punto di vista clinico.Bastano pochi numeri per capire meglio di cosa parliamo quando analizziamo gli effetti del Covid-19.Il primo è il tasso di riproduzione, R0, che nel caso del nuovo Coronavirus si attesta intorno a due persone e mezza, il che vuol dire che ogni persona infetta contagia in media tra le due e le tre persone.
Il secondo numero rilevante è il tasso di mortalità, che oscilla tra l’1% e il 7%. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è in media prossimo al 3,5%. Determinante per mantenere tale tasso nella parte bassa dell’intervallo, tra l’1% e il 2%, è evitare una crisi di saturazione delle strutture ospedaliere, come successo nella provincia cinese di Hubei.Per fare un confronto con la SARS, questa presentava un R0 doppio rispetto al Covid-19, pari a 5, e un tasso di mortalità che arrivava fino al 50%. Si trattava, quindi, di un virus molto più virulento di quello attuale, ma il cui contenimento era in realtà più semplice: nel caso della SARS, infatti, solo le persone sintomatiche, chiaramente più facili da individuare ed isolare (la maggior parte necessitava di un ricovero ospedaliero), erano in grado di infettare altre persone. Nel caso del Covid-19, invece, risultano contagiose anche le persone infette che non presentano alcun sintomo (quelli tipici sono febbre e tosse secca).Per questo motivo, l’unica opzione a disposizione dei Governi per bloccarne la diffusione è l’isolamento, imporre delle distanze fisiche e sociali tra i cittadini. Non è un caso che anche il Primo Ministro britannico Boris Johnson abbia deciso di tornare velocemente sui propri passi e seguire gradualmente gli altri Paesi colpiti, adottando misure di distanziamento sociale sempre più rigide.La buona notizia è legata senza dubbio al progresso scientifico.
Molte aziende dell’industria farmaceutica e delle biotecnologie si sono mosse tempestivamente per cercare possibili terapie efficaci e vaccini contro il Covid-19. A nostro avviso, arriveremo ad avere prima delle cure efficaci rispetto ai vaccini. Per quanto riguarda i vaccini, se ne stanno studiando essenzialmente di due tipi:
a base di acidi nucleici (RNA, DNA), più semplici da produrre e con studi clinici già iniziati (da società come Moderna, BioNTech e CureVac), ma potenzialmente meno efficaci dal punto di vista della risposta immunitaria;
base di proteine (proteine singole o interi capsidi virali), più difficili e laboriosi da produrre, ma più efficaci.
Per i primi è possibile che avremo i primi risultati in estate, mentre per i secondi verosimilmente sarà necessario aspettare la fine dell’anno.Sul fronte delle terapie, invece, si stanno studiando principalmente cure biologiche. Oltre alla possibilità di somministrare il siero di pazienti già guariti su pazienti ancora in fase medica critica, una strada che potrebbe rivelarsi sicuramente effettiva ma difficilmente replicabile su larga scala, un’alternativa sono degli anticorpi monoclonali che attaccano un segmento particolarmente vulnerabile del virus (i primi risultati si dovrebbero avere nella seconda metà dell’anno).Ci sono poi delle terapie già esistenti, come Remdisivir e Chloroquina, entrambi già testati con successo in vitro e per i quali si avranno i dati sui test sui pazienti nel mese di aprile o maggio, o come Actemra e Kevzara, in grado di inibire i danni prodotti dal sistema immunitario per reazione al virus (risultati attesi per l’estate).Il Remdisivir, in particolare, viene sviluppato dall’azienda Gilead, su cui siamo investiti all’interno del portafoglio del comparto tematico Pictet-Biotech, dove deteniamo una posizione anche su Regeneron, il cui anticorpo contro il Covid-19 è in fase di test e dovrebbe dare risposte entro l’estate. Si tratta solo di alcune delle aziende in portafoglio che stanno contribuendo alla frenetica ricerca di possibili cure e vaccini.È ormai noto che quello che è stato il comportamento dei mercati nelle ultime settimane, violento non solo nella velocità di discesa, ma anche nella volatilità infra-giornaliera, con il VIX che ha toccato il livello massimo dal “lunedì nero” del 1987 e i premi al rischio esplosi a livelli tipici delle fasi di crisi. Movimenti così violenti e concentrati nel tempo spesso si accompagnano a liquidazioni forzate che portano a fasi di illiquidità e scarsa rappresentatività delle quotazioni; questo è ancor più valido in un contesto in cui, oltre ai problemi tecnici, vi sono problemi ‘logistici’ creati dal virus.Lo scenario che scontano oggi i prezzi di mercato è un impatto sulla crescita globale compreso tra il -1% e il -2% per il 2020, coerente con lo scenario intermedio stimato dalla World Bank (in uno studio del 2006 sulle Pandemie) e simile alle ultime stime dei nostri economisti, e un calo degli utili prossimo al 25% concentrato nei primi due trimestri dell’anno.Particolarmente vulnerabile appare l’asset class del credito, in parte in quanto principale beneficiaria delle politiche monetarie straordinarie messe in atto dalle banche centrali di tutto il globo in seguito alla grande crisi finanziaria del 2007-2009, e in parte a causa della brusca riduzione della liquidità sperimentata nelle ultime sedute.Quello che i mercati aspettano è un’inversione della derivata seconda della curva del numero di contagiati in Italia, ossia un rallentamento nel numero di nuovi casi registrati. Di fatto, i mercati attendono la fine dell’emergenza sanitaria acuta, pur non sapendo precisamente per quanto tempo si prolungherà poi il periodo di lento e graduale ritorno alla normalità, in quello che, anche dal punto di vista economico, sembra assumere sempre più la forma di un evento a U, con un forte impatto negativo iniziale, una fase duratura di assestamento e poi un deciso rimbalzo (non a V, come inizialmente ipotizzato da molti).Nel frattempo, sono scesi in campo i soccorritori. Dopo un primo momento di impasse, la politica fiscale e la politica monetaria si sono mosse in modo coordinato a livello globale, nella forma di un “whatever it takes” generalizzato.Dal punto di vista fiscale, abbiamo assistito negli ultimi giorni ad una sequenza di imponenti misure di stimolo, seppur non ancora chiare nei loro dettagli: nel loro complesso, secondo una prima stima, raggiungono quasi l’1,5% del PIL mondiale. In Europa, è stato deciso di non ricorrere ad un intervento centralizzato, rinunciando ad un’occasione per arrivare ad una maggiore integrazione fiscale tra i Paesi membri e optando, piuttosto, ad una deroga sul patto di stabilità.Sul fronte monetario, invece, dopo il tentennamento iniziale, condito anche dalla gaffe di retorica del Presidente Christine Lagarde, è arrivato il bazooka della BCE, che nella notte del 18 marzo ha annunciato un massiccio piano di acquisti per ulteriori €750 miliardi, senza alcun limite per emissione. Restano validi, invece, i limiti per emittente, previsti dal meccanismo delle capital key, ma vi è ampia flessibilità per deviazioni temporanee.Dall’altro lato dell’Oceano, la Fed, anticipando il meeting previsto per il 18 marzo, ha portato i tassi di riferimento nell’intervallo compreso tra lo 0% e lo 0,25%, il range minimo per l’istituto centrale statunitense, che non si è mai spinto nella sua storia in territorio di tassi negativi. In aggiunta, accanto a un piano da $700 miliardi per l’acquisto di titoli di Stato ed MBS, la banca centrale ha varato il programma Commercial Paper Funding Facility, per supportare il credito alle imprese: un veicolo apposito acquisterà direttamente dagli emittenti debito a breve termine fino ad un importo di $1’000 miliardi; il Tesoro fornirà garanzie alla Fed.Nel loro complesso, le nostre stime sulla creazione di nuova liquidità da parte delle maggiori Banche Centrali da qui a fine anno si aggira su 3,6 trilioni di USD, una cifra considerevole, non dissimile da quella messa in campo a seguito della crisi finanziaria del 2008.Considerando che questa è una crisi dell’attività produttiva (sia di domanda sia di offerta) dai contorni incerti, ma non un corto circuito finanziario, ci aspettiamo che le banche centrali riescano ad evitare il credit crunch, almeno a livello di settore bancario (non altrettanto sull’attività di market making degli intermediari).

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Un elicottero all’orizzonte: cosa accade sui mercati obbligazionari?

Posted by fidest press agency su domenica, 22 marzo 2020

A cura di Vittorio Fontanesi, Portoflio Manager mercati obbligazionari AcomeA SGR. Per far fronte all’emergenza economica del coronavirus, le banche centrali e i governi stanno scendendo in campo con un arsenale monetario e fiscale senza precedenti. Un vero e proprio “Helicopter Money” come impegno di ultima istanza per le sorti dell’economia mondiale.Negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha adottato una serie di misure significative volte a fornire stimoli monetari e migliorare la liquidità del sistema finanziario. Nell’arco delle ultime due settimane, ha ridotto di 150 punti base i tassi di interesse, introdotto un programma di allentamento quantitativo (QE) da $ 700 miliardi e ampliato le operazioni di Repo per $1,5 trilioni. Anche sul fronte fiscale, il Tesoro americano è ormai dichiaratamente in modalità “Whatever it takes”. Si sta discutendo infatti la possibilità di introdurre un pacchetto potenziale di stimoli fiscali pari a 1200 miliardi di dollari, il 6% dell’economia americana.In Europa, sul fronte monetario, nonostante non abbia tagliato i tassi, la BCE ha fornito una potente risposta alla crisi del Covid-19. Nella riunione del 13 marzo aveva dapprima annunciato misure per sostenere il prestito bancario e ampliato il suo programma di acquisto di attività da 120 miliardi di euro.In seguito, il 18 marzo, ha annunciato l’inizio di un nuovo programma – Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) – di acquisto di attività da 750 miliardi di euro. La governatrice Lagarde ha inoltre esortato i Paesi Membri di adottare politiche fiscali molto aggressive per combattere gli effetti economici dell’epidemia.Dal punto di vista fiscale, il governo italiano ha approvato un pacchetto di salvataggio pari a € 25 miliardi. In Francia sono stati approvati 45 miliardi di sostegni finanziari per aziende e lavoratori colpiti dalla pandemia di coronavirus e sono stati previsti circa 300 miliardi di garanzie statali per prestiti bancari alle imprese. Sulla stessa linea della Francia, anche la Gran Bretagna. L’impressione è quella che si possa fare ancora molto di più.Il grande player che può cambiare le carte in tavola della politica fiscale è ovviamente la Germania. Fino ad oggi, le misure adottate da Berlino per fronteggiare il coronavirus riguardano l’attivazione di garanzie statali, fino a circa 600 miliardi di euro. È assolutamente necessario però che la Germania si discosti ampiamente dalla sua tradizionale posizione fiscale restrittiva (regola del “Deficit 0”) degli ultimi anni mettendo in atto misure fiscali dirette che possano supportare l’economia reale dell’area euro nei prossimi mesi.Il mercato si augura inoltre passi in avanti in termini di condivisione dei rischi tra paesi attraverso l’avvio dell’atteso programma congiunto di emissioni di titoli di stato dell’Eurozona.Cosa sta accadendo sui mercati obbligazionari? Nonostante il supporto delle banche centrali, i mercati obbligazionari temono che gli effetti economici del coronavirus possano portare ad una nuova spirale di deficit e debito dei paesi.
Ricordiamo che, a novembre 2019, l’indebitamento globale aveva già raggiunto il valore record di 251 trilioni di dollari, equivalenti al 320% del PIL mondiale. Il peggioramento della liquidità e del sentiment hanno generato nelle ultime settimane la crescita dei rendimenti nei bond dei Paesi non-core.

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“Monitor dei Mercati Emergenti”

Posted by fidest press agency su sabato, 14 marzo 2020

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. Una pandemia incide sulle economie attraverso tre canali:
1) Mortalità: incide sulla produzione in quanto allontana in modo permanente alcune persone dalla forza lavoro;
2) Malattia, ospedalizzazione e assenteismo: la produzione è temporaneamente penalizzata;
3) Sforzi per evitare il contagio: le persone cambiano il loro comportamento in caso di epidemia, con la quarantena, evitando di viaggiare da/verso le regioni contagiate e riducendo il consumo di servizi: ristoranti, turismo, intrattenimento, mezzi di trasporto pubblici e acquisti offline.
Sebbene si tratti di una tragedia, la mortalità avrà un impatto economico molto limitato nel caso del coronavirus. Occorre guardare soprattutto agli altri due canali, in Cina e sul resto dei mercati emergenti.
I due canali stanno incidendo sull’economia cinese in due modi. Primo, attraverso una crisi dell’offerta: la produzione è fortemente ridotta, in quanto meno persone vanno a lavorare per via di malattia e quarantena. Questo effetto è accompagnato da una chiusura prolungata di alcuni stabilimenti dopo il prolungamento delle ferie per il Capodanno cinese.Il secondo è una crisi della domanda. La quarantena e il “fattore paura” limitano la mobilità delle persone e conducono a una notevole e temporanea flessione delle attività e dei servizi. Riteniamo che i settori più colpiti costituiscano il 52% del PIL cinese. In particolare, i servizi che saranno danneggiati in misura maggiore rappresentano il 18% del PIL (trasporti 4,5%; vendite all’ingrosso e al dettaglio 10%; strutture ricettive 2%; intrattenimento, cultura e sport 1%).Il coronavirus è chiaramente molto simile alla SARS. Nel 2003, quest’epidemia ha causato un calo dell’1,5% del PIL reale cinese su base annua tra il primo e il secondo trimestre, mentre le vendite al dettaglio nominali hanno perso 2,3 punti percentuali. A questi dati è seguita una forte ripresa (+1,2% per il PIL e +2,8% per le vendite al dettaglio).
Un notevole impatto di breve termine dovrebbe essere seguito da una robusta ripresa. L’impatto sulla crescita globale dovrebbe essere di circa 0,15 punti percentuale. Vale la pena di sottolineare che lo slancio economico globale si stava rafforzando nel memento in cui è scoppiata l’epidemia e dovrebbe naturalmente riprendersi se l’ipotesi di una crisi transitoria si rivelerà corretta.In particolare, citiamo le seguenti tre condizioni favorevoli:
1) Un crollo delle scorte mondiali ai minimi di 7 anni fa che ha generato quattro mesi consecutivi di forte rimbalzo nei nuovi ordini di scorte; un buon indicatore anticipatore a breve termine dell’attività industriale mondiale.
2) Forti segnali di ripresa nel commercio globale. Gli ordini per l’esportazione e il ciclo tecnologico per l’esportazione sono a livelli minimi, essendo stati tra i fattori principali alla base dell’indebolimento delle esportazioni globali.
3) Politiche monetarie molto accomodanti nei mercati emergenti, con il numero netto di banche centrali che operano tagli che si attesta al 63% e azioni ai livelli massimi dalla crisi finanziaria globale. L’allentamento monetario tende a produrre effetti sull’attività per almeno otto mesi. Nel complesso, l’epidemia di coronavirus non cambia la nostra visione costruttiva sui mercati emergenti. Prevediamo ancora un aumento del divario di crescita tra i mercati emergenti e i mercati sviluppati: è stato semplicemente rimandato.

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La guerra sul greggio non aiuta i mercati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 marzo 2020

Con il mondo e i mercati concentrati sul coronavirus, neppure i produttori di petrolio sono riusciti a trovare un accordo. Venerdì si sono interrotti i negoziati tra l’Opec e la Russia sul taglio della produzione. L’Arabia Saudita ha risposto tagliando il costo del barile, muovendo la prima mossa di quella che si configura come una guerra dei prezzi. Il prezzo del greggio è caduto del 25%-30%, aggiungendo un nuovo motivo di preoccupazione per i mercati.La guerra dei prezzi è raramente una buona idea. I Sauditi stanno ripercorrendo una strategia che hanno tentato in passato con scarso successo. L’idea di fondo è spingere fuori dal mercato i produttori che hanno difficoltà ad abbassare i costi (specialmente gli Stati Uniti). L’ultima volta che ci avevano provato il sistema del credito aveva contribuito a tenere i produttori a galla. Probabilmente la convinzione è che questa volta sarà diverso. Da un punto di vista strategico, la mossa potrebbe anche essere letta come un tentativo aggressivo per convincere tutti i produttori – inclusa la Russia – a tagliare l’offerta.Ovviamente in una condizione di mercato straordinaria, come quella in cui ci troviamo, l’effetto di questo tipo di notizie è molto maggiore del solito. Il mercato del petrolio sta vivendo sia uno shock della domanda sia dell’offerta (con l’aumento tattico della produzione saudita) e le conseguenze sul prezzo sono quelle che vediamo in questi giorni. Si tratta di un taglio che ha delle conseguenze importanti sull’economia. Il petrolio rappresenta per molti settori una voce di costo rilevante o una fonte notevole di ricavi. Quando il prezzo si muove così tanto, si verifica un impatto che può essere positivo o negativo a seconda del comparto, rimescolando le carte e creando ulteriore incertezza.Il prezzo inferiore del barile è una buona notizia per molti, specialmente attraverso costi di trasporto più bassi, l’effetto di questo beneficio sarà però parzialmente vanificato da una domanda che resta congelata, almeno per le prossime settimane. Le aspettative di inflazione cadranno ancora più in basso di quanto già siano. Se molte famiglie saranno contente di pagare meno, la situazione per la politica diventa più complessa, in un contesto dove si teme più la deflazione che l’inflazione e la politica monetaria ha sparato molte cartucce: il riferimento ovvio è al taglio di 50 punti base del tasso messo in atto dalla Fed, su cui già pesavano critiche per il tempismo troppo precoce.La reazione di mercato è molto marcata. L’indice VIX ha raggiunto un nuovo picco. I ‘porti sicuri’ continuano invece a crescere. Il contesto è molto polarizzato: il rischio paga, gli asset difensivi crescono. Non c’è spazio per le sfumature. Riteniamo che la volatilità continuerà nelle prossime settimane. Riteniamo che la volatilità possa andare avanti nelle prossime settimane, ma continuiamo a ritenere che situazioni di questo tipo possano rientrare anche nel breve termine: si tratta di uno scenario base che mettiamo in discussione ogni giorno in una situazione che resta fluida. Crediamo che a un certo punto ci sarà spazio per aumentare l’esposizione azionaria (il posizionamento di Moneyfarm di partenza era relativamente conservativo), ma questo momento non è ancora arrivato. Il presente scenario può essere complesso per gli investitori e il nostro consiglio resta sempre lo stesso: focalizzarsi sul lungo termine e lavorare per massimizzare i ritorni in ottica lungimirante.

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Coronavirus: cosa sta accadendo sui mercati obbligazionari e valutari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 marzo 2020

A cura di Vittorio Fontanesi, Portoflio Manager mercati obbligazionari AcomeA. Negli ultimi giorni, la rapida e globale diffusione ha provocato ampie reazioni sui mercati obbligazionari e valutari.La domanda degli investitori si è velocemente spostata dalle attività più rischiose verso gli asset di rifugio, innescando il selloff sui mercati, a causa dei timori derivanti dagli effetti negativi del virus sulla crescita economica globale e sui profitti delle imprese.Il rendimento del Treasury a 10 anni americano è sceso fino all’1,25%, toccando i minimi di sempre, registrando un calo complessivo di circa 30punti base nell’arco di una settimana. Anche il rendimento del Treasury a 30 anni è sceso ai minimi storici, al di sotto dell’1,80%. Nell’area euro, il Bund tedesco è tornato nuovamente al -0,54% di rendimento, sui minimi da ottobre 2019. Sul fronte dei mercati emergenti, i ribassi si sono maggiormente concentrati nei paesi caratterizzati da rating di grado speculativo e da dipendenza dalle commodities più legate al ciclo economico (petrolio e rame).
Sui mercati valutari, la corsa alla sicurezza ha interessato le divise più forti, come dollaro, yen e franco svizzero, a discapito delle divise emergenti, come real brasiliano, rand sudafricano e rublo russo.La brusca riduzione dei rendimenti sui Treasury americani non riflette soltanto la corsa verso la sicurezza, ma sconta anche le crescenti aspettative degli investitori sulle probabilità di nuovi interventi accomodanti da parte della Federal Reserve nei prossimi mesi. Il mercato prezza ora 3 tagli della Fed entro la fine dell’anno. Il problema è che le banche centrali non hanno ora molte munizioni per combattere un rallentamento della crescita indotto dal Coronavirus. La capacità della Fed e delle banche centrali, in particolare la BCE, di stimolare l’economia quando i tassi di interesse sono già così bassi è ormai ampiamente ridotta. Per questo motivo, in Europa si inizia a parlare della storica opportunità di mettere in atto le tanto attese manovre di espansione fiscale per contrastare gli effetti negativi sull’economia. Il paese che gode di maggior spazio di manovra è senza dubbio la Germania, da cui ci si aspetta a questo punto l’abbandono alle politiche di pareggio del bilancio.
L’incertezza provocata dal Coronavirus ha innescato situazioni di illiquidità su bond e valute emergenti più sotto pressione. Disponiamo di un elevato cuscinetto di liquidità sui fondi che ci permetterebbe di aumentare sensibilmente la nostra esposizione qualora i ribassi dovessero continuare, soprattutto sui mercati emergenti.Nell’ultima settimana, abbiamo incrementato a margine la nostra esposizione ai subordinati (T1) italiani di emittenti bancari solidi, come Unicredit e Intesa Sanpaolo. Sui fondi obbligazionari a cambio aperto e sui flessibili, stiamo inoltre riducendo il grado di copertura del rand sudafricano, dopo la rapida svalutazione che ha subito nell’ultimi giorni. Rimaniamo invece attivi su storie idiosincratiche, non correlate alla diffusione del Coronavirus, come il debito locale argentino. Nelle prossime settimane, il mercato attende la definizione del piano di ristrutturazione dei bond di legislazione straniera da 70 miliardi di dollari. Per quanto riguarda il debito in peso, che è la parte dove siamo più investiti, il nuovo governo sta attuando invece una strategia più amichevole nei confronti degli investitori esteri con l’obiettivo di ricostituire il mercato locale.

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Il Coronavirus e un eventuale impatto significativo sui mercati

Posted by fidest press agency su sabato, 1 febbraio 2020

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Da un punto di vista prettamente logico il rischio di epidemia del coronavirus si può catalogare come un cigno nero: si tratta di un evento la cui portata catastrofica può crescere in modo esponenziale, in una relazione indiretta con la probabilità che lo scenario peggiore accada (poche probabilità di conseguenze molto gravi).Negli ultimi anni i mercati hanno mostrato di preferire ignorare questo tipo di rischi. Tuttavia, affidarsi a questa logica è pericoloso: si potrebbe argomentare che i mercati hanno ignorato questi rischi perché poi non si sono mai effettivamente realizzati, con il senno di poi è complesso valutare il nesso di causa ed effetto.A differenza di altri eventi di questo tipo, il possibile dilagare dell’epidemia ha due caratteristiche peculiari:È un evento nuovo e non si hanno ancora gli strumenti per valutare la portata. Gli scienziati ogni giorno aggiungono nuovi elementi di conoscenza, ma la fase di studio dell’epidemia non è ancora finita.Il virus sta già cominciando ad avere degli effetti concreti, dalla quarantena, al blocco dei viaggi.Allo stato attuale della situazione, crediamo che ci siano due principali fonti di impatto per i mercati finanziari. In primis, abbiamo lo scenario peggiore, ossia che il coronavirus diventi una pandemia globale. La probabilità di questo evento sicuramente non è nulla, ma i mercati finanziari sembrano per ora non scommettere su tale scenario.
Il secondo effetto negativo importante potrebbe essere sulla crescita delle aziende. Gli utili delle imprese hanno già deluso nel 2019, ma le valutazioni sono comunque continuate a crescere, anche grazie alla politica monetaria poco rigorosa delle banche centrali. Per giustificare questi livelli, quest’anno sarebbe quindi necessaria una crescita più accentuata dell’economia e degli utili.Anche gli ottimisti, però, sono ora ampiamente d’accordo sul fatto che la crescita globale rimanga relativamente fragile. È qui che entra in gioco il coronavirus: se la malattia continuasse a diffondersi e i governi adottassero ulteriori misure per contenerla, ciò potrebbe portare a cambiamenti importanti nel comportamento dei consumatori e delle imprese – in Cina e non solo. Meno viaggi e spostamenti, meno acquisti, vacanze annullate e la serie potrebbe andare avanti all’infinito. E più a lungo continua questo contenimento, maggiore potrebbe essere l’impatto sulla crescita globale: la chiave è capire quando eventualmente i danni cominceranno a diventare strutturali e a danneggiare le prospettive di Pil di medio termine.Per questi motivi il coronavirus non dovrà per forza arrivare a uccidere milioni di persone per avere un impatto significativo sui mercati. Basta che la diffusione del virus si protragga per alcuni mesi per modificare il comportamento di consumatori ed aziende.Non da ultimo dobbiamo considerare l’impatto che il coronavirus potrebbe avere sul “momentum”. Se nei beni di consumo, all’aumentare dei prezzi la domanda dovrebbe diminuire, nei mercati finanziari ci sono periodi in cui la crescita dei prezzi si autoalimenta.Questo trend positivo potrebbe essere fermato da uno shock esogeno (come abbiamo visto per numerose crisi finanziarie) e il coronavirus potrebbe svolgere questo ruolo di catalizzatore.Con un’ottica più di medio termine, è opportuno ragionare sulla possibile trasmissione di questa crisi sull’economia reale. Un’emergenza del genere andrebbe a condizionare nell’ordine la circolazione, i consumi, fino ad arrivare agli investimenti e al commercio in caso di escalation.Analizzeremo queste componenti partendo dai consumi. Essi rappresentano una delle componenti fondamentali del PIL. Rimangono la componente che potrebbe ricevere una maggior scossa dal travel ban e dalla quarantena a cui sono sottoposte quasi 50 milioni di persone.In Cina è periodo di feste e questo potrebbe essere sia un vantaggio che uno svantaggio. Il lato positivo è che l’attività produttiva, in questo periodo, corre già a ritmo ridotto con molte fabbriche che avevano messo già in programma uno stop della produzione.Un possibile aspetto negativo potrebbe essere l’effetto sui consumi interni. In generale, quando qualche fattore esterno deprime i consumi, le risorse destinate a questa voce del Pil vengono accantonate per essere utilizzate in un secondo momento. Se l’epidemia non dovesse perdurare a lungo, l’effetto sui consumi dovrebbe ridurre la volatilità di breve termine. Diverso sarebbe il caso se il fattore esterno andasse a colpire il picco stagionale di consumo, come potrebbe essere il caso delle festività.A ben guardare, la dinamica dei consumi cinese non sembra essere caratterizzata da particolari trend stagionali. In questo senso, per il momento, l’effetto sui consumi è probabilmente temporaneo e localizzato.

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Prospettive per il 2020: mercati emergenti. Un ricco ventaglio di opportunità

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 gennaio 2020

Siamo ottimisti riguardo alle prospettive dei mercati emergenti per il 2020, ma riteniamo che la chiave del successo risieda in un approccio selettivo. Anche lo scenario macroeconomico gioca un ruolo di rilievo, in quanto definisce il contesto che permette alle aziende di prosperare. Assistiamo con entusiasmo allo sviluppo di diversi temi importanti tutt’ora ben presenti nel complesso dei mercati emergenti.Qualunque sia l’economia emergente considerata, le società capaci di produrre effetti dirompenti dominano la scena. Queste aziende pionieristiche lanciano prodotti e servizi utili che aprono nuove aree della domanda dei consumatori. Ad esempio, benché gli acquisti tramite dispositivi mobili siano all’ordine del giorno nei mercati sviluppati, in Brasile PagSeguro sta aiutando i consumatori a effettuare pagamenti mobili per la prima volta.Le classi medie emergenti creano una gamma di opportunità in costante evoluzione. In Cina, i modelli di consumo evolvono parallelamente alla creazione di ricchezza; nel corso degli anni abbiamo assistito al passaggio da alimentari, elettrodomestici e acquisti nei grandi magazzini a viaggi e turismo. Ricerchiamo società ben posizionate per trarre profitto da questi sviluppi.Anche le aziende del settore sanitario sono avvantaggiate da questa creazione di ricchezza, visto il crescente interesse nei confronti della salute e delle assicurazioni. In Brasile Notre Dame Intermedica è un esempio di operatore sanitario che possiede ospedali privati. Questo modello integrato rappresenta un modo efficiente di gestire l’assistenza sanitaria, rendendola una proposta interessante.La dipendenza del mondo emergente da quello sviluppato sta venendo meno, grazie allo sviluppo di mercati obbligazionari locali, alla stabilizzazione del differenziale dei tassi di interesse tra gli Stati Uniti e le economie emergenti e al superamento del concetto obsoleto delle “cinque fragili”. Tutti questi fattori segnalano un miglioramento della salute dei mercati emergenti, che tuttavia, come il mondo sviluppato, rimangono vulnerabili all’instabilità politica, ragion per cui i fattori geopolitici dovranno sempre essere monitorati.Per fortuna le buone notizie superano quelle cattive e la maggior parte dei mercati emergenti dispone ancora di strumenti di politica monetaria che i paesi sviluppati hanno ormai esaurito. Se necessario, i paesi emergenti hanno infatti la possibilità di tagliare i tassi di interesse.All’alba del 2020, si profilano ancora molte prospettive interessanti per gli investitori growth. Il nostro universo d’investimento è estremamente ampio e offre un ricco ventaglio di opportunità.
Columbia Threadneedle Investments è un gruppo specializzato nell’attività di asset management leader a livello globale che si contraddistingue per un’ampia offerta di strategie a gestione attiva e molteplici soluzioni d’investimento per clienti individuali, istituzionali e corporate in tutto il mondo.Con l’ausilio di oltre 2.000 collaboratori tra cui più di 450 professionisti dell’investimento operanti nel Nord America, in Europa e Asia, il Gruppo gestisce un patrimonio pari a EUR 430 miliardi che copre azioni dei mercati sviluppati ed emergenti, reddito fisso, soluzioni multi-asset e strumenti alternativi.Columbia Threadneedle Investments è la società specializzata in asset management che opera a livello globale e che fa parte di Ameriprise Financial, Inc. (NYSE: AMP), uno dei principali Gruppi statunitensi per offerta di servizi finanziari. In quanto parte di Ameriprise, Columbia Threadneedle beneficia quindi del sostegno di una grande società leader nei servizi finanziari, diversificata e adeguatamente patrimonializzata.www.columbiathreadneedle.com

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Monitor dei mercati emergenti: previsioni per il 2020

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 gennaio 2020

A cura di Anjeza Kadilli, Economist di Pictet Asset Management. Dopo una performance poco brillante nel 2019, ci aspettiamo che il 2020 metta a segno un cambio di passo per la crescita del PIL nella maggior parte dei mercati emergenti. In particolare, riteniamo che la Turchia registrerà il rimbalzo della crescita maggiore, dopo 18 mesi difficili. Al secondo posto l’Argentina, in cui prevediamo ancora una crescita del PIL negativa, ma di portata molto inferiore rispetto al 2019. Ovviamente, entrambi questi mercati rimangono in condizioni economiche difficili, ma nel complesso il quadro per i Paesi emergenti è migliore, a sostegno della nostra visione rialzista.
L’Asia rimarrà il motore della crescita per i mercati emergenti. Con un’analisi più approfondita a livello regionale, riteniamo che l’Asia (Giappone escluso) rimarrà il motore della crescita dei mercati emergenti, nonostante il rallentamento della crescita cinese. L’America Latina e l’area EMEA, dal canto loro, stanno prendendo quota, ma per loro si prevede ancora una crescita del PIL pari a circa la metà rispetto a quella dell’Asia. Un ulteriore fattore positivo per i mercati emergenti nel 2020 è dato dal contesto di inflazione relativamente favorevole, ad eccezione dei valori anomali di Argentina e Turchia (nella prima l’inflazione dovrebbe essere prossima al 50% nel prossimo anno).
Fondato a Ginevra nel 1805, il Gruppo Pictet è uno dei principali gestori patrimoniali e del risparmio indipendenti in Europa. Con un patrimonio gestito e amministrato che ammonta a circa 490 miliardi di euro al 30 giugno 2019, il Gruppo è controllato e gestito da sette soci e mantiene gli stessi principi di titolarità e successione in essere fin dalla fondazione. Il Gruppo Pictet, con oltre 4.300 dipendenti, ha il suo quartier generale a Ginevra.

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Fixed Income – Mercati obbligazionari braccati dagli zombie

Posted by fidest press agency su martedì, 17 dicembre 2019

A cura di Galia Velimuklhametova, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. Il numero di aziende nei Paesi industrializzati i cui costi legati agli interessi passivi sono superiori agli utili annui – le “società zombie”, secondo il termine talvolta utilizzato per descriverle – ha raggiunto un livello che non si vedeva dalla crisi finanziaria globale. Bank of America Merrill Lynch stima che ci siano 548 di questi zombie nel club OCSE dei Paesi più ricchi, rispetto a un picco di 626 società al momento dello scoppio della crisi.
Il gruppo immobiliare WeWork, che continua a risucchiare capitale unicamente per stare a galla, deve essere considerato l’emblema di questa categoria. Ma una recente ricerca di Morgan Stanley evidenzia che sono moltissime le grandi società oppresse da un carico di debito tanto pesante che non hanno utili a sufficienza per coprire il pagamento degli interessi, come Telecom Italia e la società di lotteria greca Intralot. Il carico crescente di debito societario è una conseguenza naturale delle politiche di allentamento monetario delle banche centrali, che hanno mantenuto i tassi d’interesse ancorati a livelli bassi. È facile vedere la causa della crescente leva nel costo reale del debito. Il costo di indebitamento delle società, misurato attraverso il rendimento rettificato per l’inflazione sulle obbligazioni societarie investment grade dell’eurozona, è pari a circa il -1%. E la situazione è analoga in altre parti del mondo.Le società hanno risposto a questo contesto riequilibrando le loro fonti di finanziamento. Da nessuna parte ciò è più evidente come negli Stati Uniti, dove dal 2009 le società si sono indebitate per oltre 3.100 miliardi di dollari attraverso titoli di debito e mutui, riacquistando 4.000 miliardi di azioni, secondi i dati della Federal Reserve statunitense.Anche molte società potrebbero andare incontro a una morte orribile se i margini di profitto venissero ulteriormente compressi a causa di un conflitto commerciale e di un rallentamento generale dell’economia globale. La qualità del credito societario si va costantemente deteriorando da decenni. Negli anni Novanta, il rating mediano del debito societario secondo S&P Global, un’agenzia di rating, era sostanzialmente di qualità investment grade. Adesso è di poco superiore al livello “spazzatura”.Questa è una grande preoccupazione per la salute anche del mercato azionario. Una recessione economica aumenta le possibilità di un’improvvisa e drastica cascata di downgrade. Molti grandi investitori possono detenere solo debito investment grade, il che significa che devono vendere le posizioni declassate a livello di spazzatura. Ciò causerebbe una seria indigestione nel mercato relativamente illiquido delle obbligazioni high-yield, in quanto gli acquirenti rimasti faticherebbero ad assorbire l’offerta aggiuntiva.Inoltre, il recente indebolimento delle protezioni tradizionali degli investitori aumenta le probabilità di una crisi improvvisa. Solo nel 2011, praticamente tutti i mutui societari europei erano stati emessi con solidi “covenant” — le soglie finanziarie minime che contribuiscono a garantire che una società sarà in grado di rispettare i suoi obblighi.
Attualmente, oltre l’80% del debito emesso dalle società più grandi è classificato come “covenant lite”, ossia che offre una scarsa protezione ai creditori.Coloro fra noi che investono in attivi in difficoltà (“distressed”) e situazioni speciali (“special situations”) fanno molta attenzione al fatto che il 6% delle obbligazioni spazzatura europee sono scambiate a livelli “distressed”, o a più di 10 punti percentuale oltre le obbligazioni di Stato, secondo Deutsche Bank. Il che significa che la proporzione di attivi distressed è in crescita dal solo 3% dello scorso anno. Situazione analoga negli Stati Uniti, in cui il 9,3% dell’indice di riferimento high yield è scambiato a livelli in sofferenza, rispetto al basso livello del 3,5% di settembre 2018.Per contro, la maggior parte degli investitori obbligazionari pare soddisfatta. Il rendimento medio per un’obbligazione spazzatura in Europa è appena il 3,1%, in calo di 1,2% punti percentuale rispetto a un anno fa. La media ventennale è molto superiore, all’8,5%.
L’intervento delle banche centrali ha sostenuto il settore societario per buona parte della scorsa decade e può continuare ancora fino a quando l’inflazione non inizierà a salire. Nel frattempo, un allentamento della politica fiscale e una distensione delle tensioni commerciali potrebbero stimolare i profitti.Ma quando un ciclo economico diventa fiacco come questo, le probabilità iniziano a pendere verso il negativo. Si intravedono i segnali di un crollo del mercato del debito societario.

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Internazionalizzazione dei mercati e nuove sfide per l’economia

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 settembre 2019

Camerino. Grazie ad un finanziamento della Commissione Europea nell’ambito del programma Erasmus Plus, l’Università di Camerino ha avviato un programma di scambio con l’International Business University (UIB) di Almaty in Kazakistan, paese in forte crescita, membro dell’OCSE, il cui modello di integrazione etnica costituisce un caso di successo nel complesso scenario dell’Asia Centrale.
La prof.ssa Lucia Ruggeri, direttore della Scuola di Specializzazione in Diritto civile, insieme agli assegnisti di ricerca Roberto Garetto e Manuela Giobbi, hanno effettuato un ciclo di incontri e di seminari incentrati sui principi contrattuali europei, con particolare riguardo al mercato energetico e turistico.
La UIB costituisce un’eccellenza nel contesto kazako preparando studenti destinati a lavorare nel programma di sviluppo avviato dal nuovo Presidente kazako il cui obiettivo è condurre il paese all’interno dei 30 Stati più avanzati del mondo. La delegazione UNICAM è stata ricevuta dal prof. Darkhan Akhmed-Zaki presidente della UIB e dalle autorità accademiche al fine di sviluppare nuove forme di collaborazione sia in àmbito didattico che di ricerca.
La collaborazione tra i due Atenei ha condotto a Camerino venti studenti della UIB per svolgere corsi in lingua inglese dedicati allo studio dei mercati e dei contratti ed ha permesso di includere la prof.ssa Meruyert Narenova, economista formatasi negli Stati Uniti e direttore dei programmi di ricerca della UIB, all’interno del collegio di dottorato giuridico di Unicam. L’internazionalizzazione in atto nel paese asiatico è sostenuta da ingenti investimenti in programmi di formazione universitaria e professionale e particolare interesse è stato dimostrato per Unicam quale ateneo accreditato dal Ministero della Giustizia per la formazione di mediatori in àmbito civile e commerciale e per i suoi programmi di studio e di ricerca in materia di risoluzione stragiudiziale delle controversie.
Grande successo ha ottenuto una sessione pratica di sessioni di mediazione e negoziazione oggetto in Almaty di specifici programmi di formazione.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 agosto 2019

A cura di Nikolay Markov, Senior Economist di Pictet Asset Management. I Paesi dell’Europa centrale stanno resistendo alla debolezza dell’eurozona mostrando robusti tassi di crescita. Qual è il motivo e in che modo gli investitori possono trarne beneficio? Le economie dei Paesi dell’Europa centro-orientale sono riuscite a generare tassi di crescita sorprendentemente robusti e sembrano essersi disallineati dal rallentamento dell’eurozona. La loro resilienza può essere attribuita a un’incoraggiante domanda interna, trainata dal credito al consumo. Per quanto ancora potrà durare il boom e in che modo possono beneficiarne gli investitori? Gli aspetti da considerare sono tre.
1. Mercato del lavoro solido. Condizioni del mercato del lavoro molto solide con tassi di disoccupazione a livelli minimi record e una forte crescita dell’occupazione che stanno alimentando la spesa al consumo (si vedano le Fig.2 e Fig.3 sotto riportate). Ciò si è tradotto in una forte crescita dei salari nominali in tutti quanti i Paesi CEE4: dal 7,1% della Repubblica Ceca al 21,6% della Romania – in forte contrasto con il 2,4% dell’eurozona.
2. Dai salari all’inflazione dei prezzi al consumo. Anche la seconda parte del canale di trasmissione, dai salari all’inflazione dei prezzi al consumo, si è materializzata nei Paesi CEE4, diversamente da quanto successo nell’eurozona. Entrambi i tassi di inflazione primaria e core sono saliti (si veda il grafico sotto riportato).
3. Banche centrali. Con maggiori pressioni inflazionistiche, si prevede che le banche centrali metteranno in campo ulteriori misure per contenere l’inflazione. Tuttavia, finora questo è stato il tassello mancante del puzzle, ad eccezione della Repubblica Ceca e, entro certi limiti, della Romania. L’esempio più preoccupante è la Romania, in cui l’inflazione è salita oltre la fascia obiettivo (si veda la Fig.7 sopra riportata, a destra), dopo che la banca centrale ha avviato il percorso di normalizzazione della politica monetaria lo scorso anno, ma ha poi fermato il programma di restringimento monetario.Gli investitori nelle economie dei Paesi CEE4 dovranno presto fare attenzione alla normalizzazione della politica monetaria, giustificata da condizioni interne positive che si trasmettono a una risalita dell’inflazione core. L’eurozona avrebbe desiderato di trovarsi in questa condizione, mentre si trova all’estremità opposta dello spettro. Ciononostante, gli investitori devono anche prestare attenzione ad alcune economie a rischio, per via dell’aumento dei debiti delle partite correnti, di finanze pubbliche in deterioramento e di un debito pubblico in crescita. Questo è in particolare il caso di Romania e Ungheria.La crescita trainata dai salari dei Paesi CEE4 li ha ampiamente immunizzati nei confronti del rallentamento dell’eurozona. Riteniamo che ciò offra opportunità di investimento, soprattutto sul fronte azionario.

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Surgital: Bilancio in crescita e nuovi mercati

Posted by fidest press agency su martedì, 23 luglio 2019

Surgital SpA, prima azienda italiana produttrice di pasta fresca surgelata, piatti pronti surgelati e sughi in pepite surgelati per la ristorazione, catering e canale bar, chiude il bilancio 2018 e presenta il piano industriale del prossimo triennio. Il fatturato di Surgital è passato da 72.200 mio nel 2017 a 76.700 mio nel 2018 – dei quali il 60% proviene dal mercato italiano. L’incremento è del 6%.L’Horeca e il Food Service rappresentano l’87% del fatturato totale; il restante 13% si riferisce alla gestione direzionale nei canali GDO, door to door e PL industriale.
Surgital SpA è la capogruppo del Gruppo Surgital, di cui fanno parte anche Surgital France sarl, Surgital America Inc., Ca’ Pelletti Retail srl. Il fatturato consolidato di Gruppo 2018 è di 81 mio di euro, +8% rispetto all’esercizio 2017.Recentemente il Consiglio di Amministrazione ha approvato un piano industriale di sviluppo triennale che punta a superare nel 2021 i 100 milioni di fatturato per tutto il Gruppo Surgital. Il focus sarà quello di ampliare il presidio in Europa, ma guardando da vicino i mercati target più interessanti come USA, Canada, alcune aeree del Far East (Singapore, Hong Kong, Giappone) e potenziando inoltre gli investimenti nella penisola araba (Arabia Saudita e Paesi Arabi).Previsto anche un ampliamento dello stabilimento di Lavezzola di circa 4mila metri quadri, tutti destinati all’area produttiva, dove saranno inserite nuove linee, per un investimento totale che supererà i 10 milioni di euro. Nel piano ci sarà anche l’introduzione di nuovo organico, dalle 20 alle 30 persone in tre anni. (segue completo in allegato)

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La Germania è uno dei mercati chiave per Europcar Mobility Group

Posted by fidest press agency su domenica, 21 luglio 2019

Nel 2017 il Gruppo ha acquisito Buchbinder Holdings, uno dei leader del noleggio di auto e veicoli commerciali sul mercato tedesco. Dopo aver creato le necessarie sinergie nel corso del 2018, la filiale tedesca del Gruppo accelera l’integrazione di Buchbinder, nominando Hubert Terstappen nuovo COO (Chief Operations Officer) con la responsabilità di gestire le Operations del Gruppo in Germania. Europcar Mobility Group Germany, filiale di Europcar Mobility Group, opera sul mercato con i 3 principali brand del Gruppo – Europcar, Ubeeqo e InterRent – e con il brand locale, Buchbinder.Con un fatturato di circa 800 milioni di euro, Europcar Mobility Group Germany è uno dei principali provider di soluzioni di mobilità nel mercato tedesco e ha l’ambizione di crescere offrendo un portfolio completo di soluzioni adatte alle diverse esigenze di mobilità dei clienti qualunque sia la durata – un’ora, un giorno una settimana o anche più. L’integrazione è un fattore chiave per raggiungere questo obiettivo. Dopo aver integrato con successo Ubeeqo, Europcar Mobility Group Germany sta accelerando anche l’integrazione di Buchbinder, unificando la gestione operativa.Per supportare questa strategia, Hubert Terstappen, Co-Managing Director di Buchbinder, è stato nominato COO (Chief Operations Officer) di Europcar Mobility Group Germany e in quanto tale entra a far parte del Comitato Esecutivo tedesco. Lavorerà a stretto contatto con Stefan Vorndran, Managing Director di Europcar Mobility Group Germany.
Allo stesso tempo Hubert Terstappen conserva la carica di Co-Managing Director di Buchbinder, insieme a Konrad Altenbuchner.Hubert Terstappen ha più di 30 anni di esperienza nel settore della mobilità. Ha iniziato la sua carriera in Haniel Logistic Düsseldorf per poi entrare nella compagnia di autonoleggio fondata dal padre, Hubert Paul Terstappen. Nel 1992 è diventato amministratore delegato della Terstappen KG, che è stata integrata in Buchbinder nel 2013. Come Co-Managing Director di Buchbinder Holdings dal 2013, ha dato un contribuito essenziale all’integrazione di Terstappen KG in Buchbinder.Olivier Baldassari, Chief Countries e Operations Officer del Gruppo, commenta: “Siamo oggi un’azienda leader nel panorama della mobilità che opera attraverso numerosi ed importanti brand. Gestiamo un business su larga scala per servire i nostri 7,7 milioni di clienti attivi. Il nostro è un business capillare, solido e profittevole. In Germania, stiamo costruendo una piattaforma di mobilità grazie a 4 brand che offrono servizi differenziati e rispondono a diverse esigenze. Ora dobbiamo connettere questi brand in maniera sempre più sinergica, integrando le nostre competenze di Fleet Management acquisite nei diversi business e intensificando lo condivisione. La nomina di Hubert Terstappen è coerente con il nostro obiettivo e sarà un fattore importante per favorire una la nostra crescita in Germania “.

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Mercati: Due trimestri di turbolenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 giugno 2019

A cura di William Davies, Responsabile azionario globale di Columbia Threadneedle Investments. Nell’arco di soli sei mesi – dallo scorso ottobre alla fine di marzo – sui mercati mondiali è accaduto qualcosa di eccezionale. Il 21 settembre 2018, giorno dell’equinozio di autunno, i listini hanno raggiunto un picco; poi all’improvviso si è verificato una apparente cambio di stagione ed è arrivato l’inverno. Con l’inizio del quarto trimestre si è prodotta rapidamente una brusca correzione, durante la quale i principali mercati azionari hanno perso circa il 17%, toccando un minimo alla vigilia di Natale negli Stati Uniti (il giorno di Natale in Asia). Quindi, dopo aver annullato tutti i guadagni del 2018 e oltre, i listini mondiali si sono divincolati dalla gelida morsa della paura, e tra la fine di dicembre e l’equinozio di primavera (21 marzo) hanno invertito la rotta, registrando un rialzo del 18%. La bella stagione era arrivata.
Perché i mercati hanno manifestato di punto in bianco tanta paura? E se gli apparenti timori per l’economia globale erano giustificati, come si può spiegare l’improvviso ritorno dalla propensione al rischio? Il crollo del quarto trimestre è stato un’anomalia? Oppure il successivo rimbalzo segnala una pericolosa sottovalutazione dei pericoli che attendono gli investitori nel resto di quest’anno e nel prossimo? La mia risposta alle ultime due domande è “no”. La correzione del quarto trimestre è stata forse di una gravità inattesa, ma è spiegabile alla luce del contesto e di alcuni dati pubblicati intorno a quel periodo. Credo anche che il rimbalzo all’inizio di quest’anno sia giustificabile, anche se sono rimasto sorpreso dalla sua intensità. Sia la correzione che il successivo recupero sono stati una reazione a una serie di rischi geopolitici in rapida evoluzione – specie le tensioni sulle relazioni commerciali sino-statunitensi – che gli investitori trovano sempre più difficili da prevedere e da valutare. A causa della fragilità della fiducia e della successione talvolta rapida degli eventi i mercati potrebbero aver evidenziato oscillazioni più violente del solito, ma le loro reazioni non sono state irrazionali. Il contesto di lungo periodo è fondamentale in questo caso. L’attuale espansione globale e il corrispondente rialzo dei mercati azionari hanno raggiunto un fase avanzata in termini storici; di conseguenza, aumenta naturalmente il timore che l’economia mondiale sia vicina a una contrazione che segnalerà la fine del ciclo attuale. Non stupisce, quindi, che gli investitori prestino grande attenzione ai segnali di recessione, dopo aver osservato una crescita economica nominale del 3-4% all’anno negli Stati Uniti e del 4-5% a livello globale per gran parte del decennio da quando l’S&P 500 ha toccato un minimo nel marzo del 2009, il tutto abbinato a un’inflazione estremamente modesta. Le loro apprensioni si sono indubbiamente acuite in seguito all’ulteriore accelerazione del ritmo di espansione nel 2017 e 2018.
La marcata correzione degli ultimi tre mesi del 2018 è stata causata da due fattori importanti. Il primo è stato il mutevole panorama politico. Negli ultimi anni nelle principali economie mondiali sono saliti al potere alcuni uomini forti di orientamento nazionalistico che hanno adottato un approccio più risoluto nelle relazioni internazionali. Negli Stati Uniti i Repubblicani non hanno più la maggioranza al Congresso, ma il presidente Trump rimane una figura dominante e imprevedibile. In Cina Xi Jinping ha consolidato il controllo sul governo e ha eliminato i limiti temporali al proprio mandato di primo ministro. Analogamente, Narendra Modi in India, Recep Tayyip Erdogan in Turchia, Jair Bolsonaro in Brasile, Shinzo Abe in Giappone e il principe ereditario Mohammad Bin Salman in Arabia Saudita sono tutti leader più forti e nazionalistici dei loro predecessori, mentre figure anticonformiste come Vladimir Putin e Kim Jong Un godono di una notevole influenza internazionale.
È in questo contesto che la situazione della Brexit diventa particolarmente rilevante. In quanto economia aperta e interconnessa a livello internazionale, il Regno Unito è profondamente integrato in molte delle catene di produzione transfrontaliere lungo le quali si muovono i flussi commerciali. Ma se a causa dei cambiamenti geopolitici non si ha più la certezza che queste catene di produzione continueranno a operare come in passato, non è chiaro dove le aziende dovrebbero investire.
A quel punto è affiorato il primo importante segnale positivo: gli Stati Uniti hanno sospeso l’innalzamento dei dazi dal 10% al 25% minacciato nei confronti di USD 200 miliardi di importazioni cinesi. Questo rinvio di 90 giorni ha spostato a fine febbraio il rischio di un’ulteriore perturbazione dei flussi commerciali, alleviando una delle principali fonti di apprensione per i mercati globali.
Nel contesto di crescenti timori riguardo ai dati economici che venivano pubblicati, i mercati hanno captato il secondo importante segnale positivo: dopo aver accennato a ulteriori rialzi dei tassi fino all’ultimo trimestre del 2018, la Fed ha reagito all’indebolimento delle prospettive indicando che non prevedeva più di aumentare i tassi nel corso del 2019. Questo mutato orientamento, unito al rinvio di un nuovo conflitto sul fronte commerciale, ha contribuito a innescare il rimbalzo degli indici azionari che è poi proseguito per tutto il primo trimestre.
In un’ottica futura, le prospettive a medio termine sono dominate da una questione in particolare: le elezioni statunitensi del 2020 e la volontà del presidente Trump di creare un solido contesto economico per la propria campagna elettorale. Deciso a ottenere un secondo mandato, il magnate farà tutto il possibile per evitare un rallentamento dell’economia statunitense esacerbato dalle tensioni commerciali e dalla debolezza degli investimenti aziendali. Avendo perso il controllo del Congresso e con un ampio disavanzo di bilancio, non sarà facile per Trump far approvare ulteriori misure di stimolo economico.
Un eventuale accordo commerciale con Pechino, in particolare laddove questo comporti un maggiore acquisto da parte cinese di beni e prodotti agricoli provenienti dagli stati centrali elettoralmente cruciali degli USA, potrebbe fornire all’economia nazionale e alle prospettive di rielezione di Trump quella sorta di stimolo che il Presidente sta cercando.
Trump ha già varato un ampio stimolo fiscale alla fine del 2017, con tagli alle imposte sui redditi individuali e societari che hanno dato impulso alla crescita sino alla fine del 2018, anche se gli effetti di queste misure dovrebbero iniziare a svanire dai dati economici con l’avanzare del 2019. Data questa lettura degli eventi, il rialzo messo a segno dai mercati mondiali a partire dai minimi di fine 2018 appare ragionevole, anche se è stato più marcato di quanto mi aspettassi. Ciò nonostante, sulla base delle attuali valutazioni i principali mercati azionari non sembrano sopravvalutati.
Le azioni statunitensi quotano a circa 16 volte gli utili attesi per il 2020. Se anche queste previsioni di utile non si realizzassero e il multiplo effettivo si rivelasse più elevato, le valutazioni sarebbero comunque ragionevoli, specialmente a fronte del rendimento del 2,5% offerto dal Treasury USA decennale – sceso dal 3,25% raggiunto nell’estate del 2018 – che fornisce supporto agli attivi rischiosi attraverso condizioni monetarie più accomodanti. Le azioni europee sono ancora più sottovalutate, a circa 13 volte gli utili, e una situazione molto simile si osserva in Asia o nei mercati emergenti. I mercati, per la maggior parte, non sembrano sopravvalutati sulla base delle attuali previsioni di utile; tuttavia, dato che l’economia mondiale si avvicina alla fine del ciclo economico, dovremmo aspettarci una graduale diminuzione delle valutazioni azionarie, perché quando il ciclo avrà raggiunto il picco gli utili potrebbero iniziare a diminuire.Tutto ciò suggerisce che, mentre la rapida correzione e ripresa dei mercati azionari negli ultimi sei mesi circa è giustificabile alla luce del quadro geopolitico e di una serie di dati economici deludenti, l’attuale ciclo economico è destinato per il momento a proseguire. Un mini ciclo non si è trasformato in una grave recessione… almeno per questa volta.I campanelli d’allarme, però, continuano a suonare, principalmente a causa della fragilità delle relazioni tra i grandi blocchi economici mondiali e dell’imprevedibilità dei negoziati tra potenti leader mondiali di orientamento nazionalistico. Ma il grande interrogativo per gli investitori di tutto il mondo sarà in ogni caso lo stesso: quando inizierà la prossima congiuntura negativa, quanto spazio di manovra avranno le banche centrali e le autorità di governo per proteggere e stimolare le loro economie? (fonte con testo integrale: http://www.columbiathreadneedle.com)

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Il futuro delle imprese italiane passa ancora per i mercati esteri”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 maggio 2019

Milano giovedì 30 maggio alle ore 15.30 a Palazzo Mezzanotte quali le prospettive per l’export italiano in un mondo sempre più incerto e complesso? A questa e altre domande risponde il Rapporto Export 2019 di SACE SIMEST (Gruppo Cdp), “Export Karma. Il futuro delle imprese italiane passa ancora per i mercati esteri”, con un’unica grande certezza: la proiezione internazionale è il principale motore del nostro Paese.
n base al programma interverranno Raffaele Jerusalmi, Amministratore Delegato di Borsa Italiana, Beniamino Quintieri, Presidente di SACE, Alessandro Terzulli, Chief Economist di SACE, Licia Mattioli, Vice Presidente per l’internazionalizzazione di Confindustria, Victor Massiah, CEO di UBI Banca, Alessandro Decio, Amministratore Delegato di SACE, Diana Bracco, Presidente e Amministratore Delegato di Gruppo Bracco, Francesco Caio, Presidente di SAIPEM, Gianfranco Simonetto, Presidente di Gruppo ICM e Massimo Tononi, Presidente di Cassa depositi e prestiti.

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Mercati irrequieti: incertezze anche sul prezzo del petrolio

Posted by fidest press agency su sabato, 27 aprile 2019

Il recente andamento del prezzo del petrolio riflette qualche cosa di più serio e complesso rispetto al solo comportamento della domanda e dell’offerta. Ora è al livello di circa 70 dollari al barile. Una crescita importante dai 53 dell’inizio dell’anno. Solitamente l’aumento è spiegato con la decisione dei Paesi dell’OPEC e della Russia di diminuire la loro produzione. A dicembre avevano annunciato di ridurla di 1,2 milioni di barili al giorno (bpd). A ciò naturalmente si aggiungono gli effetti della crisi politica e sociale del Venezuela, dell’embargo americano verso l’Iran, della preoccupante crescente incertezza sulla situazione libica e del raffreddamento della crescita globale. Globalmente, la produzione e il consumo di petrolio oggi si stimano in circa 100 milioni di bpd.
Si dimentica, però, di dire che le evoluzioni negative sono ampiamente compensate dall’aumento della produzione di petrolio da parte degli Stati Uniti, che hanno raggiunto i 12 milioni di bpd. Anche le esportazioni americane di petrolio hanno toccato il livello record di 3,6 milioni bpd e ci si aspetta che presto arrivino fino ai 4,6 milioni bpd. Si stima che la produzione giornaliera di petrolio da parte dei paesi non-OPEC, con gli Usa in testa, possa presto crescere di circa 2 milioni di barili al giorno.Già nel 2018 il prezzo medio del barile di greggio aveva registrato un aumento del 30% rispetto all’anno precedente. Però, l’aumento della media annuale salirebbe al 65% se il paragone lo facessimo con i dati del 2016, quando il prezzo del barile era poco sopra i 40 dollari.
Certamente sono lontani anni luce dai 100 dollari del periodo 2011-2013 e dai picchi di 150 dollari nel mezzo dell’euforia speculativa legata alla grande crisi finanziaria.Com’è noto, a ottobre del 2018 si raggiunsero i 73 dollari al barile per poi scendere ai 53 dollari di dicembre. Da gennaio scorso il prezzo è in progressiva salita. Si può dedurre che le varie spiegazioni fornite dagli esperti e dalle stesse compagnie circa le variazioni dei livelli delle produzioni non sono molto convincenti. In particolare non si giustificano le repentine oscillazioni del prezzo e i loro strettissimi tempi non riflettono gli andamenti della domanda e dell’offerta. Né l’evidente cambiamento del tasso della crescita globale e di quello del commercio internazionale può essere una giustificazione valida. A nostro avviso, l’attuale volatilità dei mercati energetici deve essere spiegata anche dalla crescente attenzione posta da settori della finanza sul petrolio e sulle commodity. La storia insegna che, quando altri settori finanziari – quali quelli del corporate bond, dell’immobiliare e dei titoli di stato arrancano, proprio come adesso, – le grandi banche e i fondi di investimento più speculativi tendono a cercare altrove possibilità di profitto, anche al prezzo di maggiori rischi. E i prodotti energetici e in generale le commodity possono diventare oggetto di speculazioni. Infatti, i recenti venti di guerra in Libia, anche intorno ai maggiori pozzi petroliferi, avrebbero accresciuto l’interesse da parte di taluni speculatori per operazioni finanziarie legate ai future sul prezzo del petrolio.
Non è un caso che la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea abbia rilevato un notevole aumento nelle attività legate ai derivati finanziari otc. Il suo ultimo rapporto trimestrale, pubblicato in aprile, evidenzia che già a metà 2018 il valore nozionale totale degli otc ha raggiunto i 600.000 miliardi di dollari. Anche i derivati sulle commodity hanno registrato un notevole aumento, superando, dopo molti anni, i 2.000 miliardi di dollari, con un aumento del 15% rispetto ai dati rendicontati del semestre precedente. La Bri, perciò, parla “di mercati finanziari particolarmente irrequieti”. Bisognerà tenerne conto.Non è nostra intenzione immaginare future gravi crisi finanziarie frutto di nuove speculazioni. Sono tante le variabili, economiche e geopolitiche, in gioco. Inoltre, la storia non si ripete mai negli stessi modi. Dato, però, l’aggravamento generale del processo debitorio pubblico e privato, come da noi recentemente evidenziato, auspichiamo che non sia una ripetuta mancanza di controlli e di interventi a mettere il mondo di fronte a nuovi e insostenibili rischi di crisi.Soprattutto non vorremmo che, ai tanti danni che di norma le attività petrolifere generano (guerre, colpi di stato, corruzione, danni alla salute e all’ambiente), si aggiungano quelli più diffusi della speculazione finanziaria fatta sui barili di petrolio, che spesso sono solo sulla carta e non realmente pieni del liquido nero. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Fixed Income: previsioni per le obbligazioni dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 aprile 2019

A cura di Mary-Therese Barton, Head of Emerging Market Debt. Le economie dei mercati emergenti stanno già superando quelle delle controparti sviluppate. E saranno ulteriormente favorite da un rimbalzo.Dimentichiamo le recenti turbolenze di mercato, le obbligazioni dei mercati emergenti (ME) oggi sono in una posizione ottimale. Infatti, l’anno in corso potrebbe rivelarsi l’esatto contrario del 2018 che è stato un anno abbastanza complicato.Questo giudizio positivo è riconducibile a due fattori. Innanzitutto, sebbene l’economia globale sia in rallentamento, le economie emergenti stanno andando relativamente meglio rispetto alle controparti sviluppate. In secondo luogo, i governi di tutto il mondo stanno attuando politiche mirate a stimolare la crescita. Storicamente, gli attivi dei mercati emergenti tendono a sovraperformare in entrambi questi contesti economici.
L’indicatore anticipatore mondiale, che si occupa di prevedere cosa potrebbe succedere alla crescita globale, ha registrato una brusca tendenza al ribasso dal picco del 2017. Ma, sebbene le previsioni si siano indebolite anche per i mercati emergenti, il grosso del rallentamento globale è riconducibile alle economie sviluppate.La serie di rialzi dei tassi operata dalla Federal Reserve statunitense fino allo scorso dicembre, l’atteggiamento belligerante del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump riguardo al commercio mondiale, i cambiamenti nella domanda globale di automobili, oltre a problemi più legati a singoli Paesi come l’incertezza politica di Italia e Regno Unito, hanno fatto sì che le economie sviluppate scalassero una marcia.Per contro, il grosso del rallentamento dei mercati emergenti si è concentrato in Turchia e Argentina – due Paesi che hanno sofferto ferite economiche autoinflitte.Di conseguenza, il differenziale di crescita delle economie emergenti rispetto alle controparti sviluppate è aumentato considerevolmente lo scorso anno fino a raggiungere un divario che è adesso ai massimi dal 2013.
È importante poiché in periodi in cui l’economia globale ha subito un rallentamento non uniforme, con le economie in via di sviluppo che hanno sovraperformato, le valute dei mercati emergenti si sono apprezzate sul dollaro – a un ritmo dell’1,7% l’anno in media, secondo la nostra analisi.Questa tendenza è ancora più accentuata per le valute dei mercati emergenti di Paesi in via di sviluppo di grandi dimensioni, come Cina, India, Corea, Russia e Brasile, per citarne alcuni. In media, queste valute hanno guadagnato il 4,7% l’anno sul dollaro, con le valute di America Latina e Europa dell’Est che tendono ad essere in testa.
La Fed ha tirato il freno a mano sulla politica di restringimento monetario. Non solo la Banca Centrale ha smesso di rialzare i tassi – crescono le aspettative secondo cui la prossima mossa sarà un taglio – ma ha anche messo prematuramente fine alla riduzione del bilancio. Questa svolta accomodante dovrebbe sostenere la crescita negli Stati Uniti più avanti nel corso dell’anno. Ma per adesso, potrebbe segnare la fine della forza inarrestabile del dollaro.Al momento, le valute dei mercati emergenti sono prossime al valore di massima sottovalutazione rispetto al dollaro da almeno vent’anni a questa parte. Complessivamente, questi fattori dovrebbero contribuire a sospingere le valute dei mercati emergenti e, pertanto, le obbligazioni sovrane dei mercati emergenti denominate in valuta locale – in quanto una porzione importante del rendimento su questi titoli di debito tende ad essere trainata dai movimenti di cambio.
Non è solo la Fed ad avere iniziato a reagire al rallentamento globale. La Banca Centrale Europea sta riprendendo le operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine per le banche (TLTRO – targeted longer-term refinancing operation), nell’ottica di sostenere l’economia dell’eurozona, attualmente in arresto.Ma ancora una volta, è la Cina la principale fonte di stimoli derivanti da una politica monetaria aggressiva. Con l’obiettivo di far ripartire i prestiti ai privati, infatti, la People’s Bank of China ha ridotto di cinque volte il coefficiente di riserva obbligatoria delle banche nel corso del 2018; e ulteriori tagli sono previsti nei prossimi mesi. Contemporaneamente, il governo cinese ha bruscamente aumentato gli investimenti in infrastrutture, dopo averli tagliati nel 2018.In termini più generali, le obbligazioni dei mercati emergenti dovrebbero essere sostenute da condizioni locali migliori. Politiche macroeconomiche prudenti e, soprattutto, la relativa aggressività delle banche centrali dei mercati emergenti suggeriscono che le economie dei mercati emergenti dovrebbero essere meno volatili rispetto al passato.Nel frattempo, le tensioni commerciali globali al momento preoccupano forse meno di quanto non abbiano fatto in passato. Infatti, visto che le economie dei mercati emergenti sono diventate più ricche, sono anche meno dipendenti dalle esportazioni, essendo sostenute anche dalla domanda interna. E dato che Paesi come la Cina sono sempre più sviluppati, hanno anche aumentato il valore aggiunto della loro manifattura, con l’effetto di rendere ancora più domestiche le catene di approvvigionamento finora disseminate in diversi Paesi.

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Nel 2018 i mercati europei hanno perso terreno e nel 2019?

Posted by fidest press agency su martedì, 5 marzo 2019

A cura di Paul Doyle, Gestore di portafoglio, Azioni europee di Columbia Threadneedle Investments. Nel 2015-16 le indagini sul settore manifatturiero indicavano che l’economia europea era in contrazione: gli spread delle obbligazioni high yield aumentarono di 400 punti base, suggerendo una recessione imminente. La svolta recessiva fu tuttavia evitata, perché la Federal Reserve interruppe gli aumenti dei tassi nel marzo 2016.
Nel 2018, invece, due correzioni di mercato con un “doppio minimo” – come quelle del 2015-16 – hanno causato un ribasso dei listini a fine anno e la peggiore performance azionaria di dicembre dal 1931. L’andamento sostenuto dell’economia statunitense ha indotto la Fed a effettuare quattro rialzi dei tassi nel corso del 2018. Questi interventi non sono stati accolti di buon grado: pertanto, come nel 2015-16, anche questa volta una pausa del ciclo di inasprimento, giudicata più favorevolmente, potrebbe innescare un rally dei mercati azionari. Oggi ci troviamo nella situazione opposta rispetto a un anno fa, quando si prevedeva un deprezzamento del dollaro USA e nei mercati emergenti regnava l’euforia.
Il rally del biglietto verde dello scorso anno ha aggravato gli squilibri nell’economia globale. La crescita economica statunitense ha mascherato i problemi sul fronte commerciale (i contrasti tra USA e Cina, seguiti dai dazi), ma adesso che il dinamismo economico sta rallentando e la volatilità di mercato è in aumento, tutti i nodi vengono al pettine. In poche parole, se la Fed non cambia politica rischia di provocare un’inversione della curva dei rendimenti. In passato tale fenomeno è stato solitamente seguito da una recessione, anche se con uno o due anni di ritardo.Benché non sia compito della Fed evitare le recessioni – anzi, talvolta la banca centrale le crea di proposito per evitare eccessi peggiori – riteniamo poco probabile uno scenario recessivo. La curva dovrebbe tornare invece a irripidirsi e assisteremo a uno sforamento del target d’inflazione. I tweet aggressivi del Presidente Trump sulle questioni commerciali diventeranno probabilmente più concilianti e il sentiment delle imprese registrerà un miglioramento. Ciò nonostante, si prevede da più parti un inasprimento della retorica commerciale.
Quali sono le implicazioni per l’Europa? La Banca centrale europea è già meno incline ad alzare i tassi rispetto alla Fed, com’è comprensibile nel contesto del debito italiano, delle dinamiche politiche volatili e della Brexit. Gli indici dei responsabili degli acquisti (PMI) sono diminuiti a causa dei dati deludenti provenienti dalla Francia, colpita dalle proteste dei “gilet gialli”, e del rallentamento della Germania, contagiata dalla debolezza della Cina.
Ci aspettiamo un recupero degli indici PMI globali nella prima metà dell’anno a fronte dell’attenuazione dei problemi macroeconomici (politica della Fed, guerra commerciale, braccio di ferro tra Roma e Bruxelles e l’andamento deludente dei mercati emergenti).
Una svolta positiva degli indici PMI cinesi – più probabile adesso che l’impulso al credito è in miglioramento e la debolezza del renminbi compensa l’impatto negativo dei dazi statunitensi – dovrebbe aiutare anche l’Europa tramite la diminuzione delle scorte e un deprezzamento dell’euro.Dopo la flessione dei titoli ciclici di ottobre e novembre, i beni strumentali e la chimica sono i segmenti del mercato più ipervenduti in Europa. Il timore è che i margini raggiungano un picco allorché le revisioni delle stime sugli utili superano quelle sui fatturati; ma le azioni cicliche appaiono comunque ipervendute, serve soltanto la capacità di scegliere i titoli giusti.Gli attivi del Regno Unito sono analogamente molto sottovalutati, e nei nostri portafogli europei abbiamo numerosi titoli esposti all’economia nazionale britannica, come Kingspan, Elis e Ryanair. Queste posizioni potrebbero mettere a segno un forte rimbalzo nel caso di una “soft Brexit” o di una “no Brexit”, in quanto scontano già l’esito peggiore.Intanto la situazione politica in Italia rimane tesa e il governo populista continuerà a lanciare i suoi strali contro l’UE per acquietare i suoi sostenitori. L’impatto sulle banche italiane ed europee ci induce alla cautela.
Quali azioni europee hanno dunque maggiori probabilità di fungere da beni rifugio a fronte di un futuro imprevedibile, ma di valutazioni convenienti? Un esempio sorprendente è quello del settore bancario italiano, caratterizzato da un numero eccessivo di istituti spesso inadeguatamente patrimonializzati, molti dei quali si trovano oggi in difficoltà. Tuttavia, noi abbiamo investito con successo in un nuovo entrante: Fineco Bank, una banca esclusivamente online con una base di costi estremamente ridotta, che offre proprio ciò che la clientela dei millennial desidera, ovvero una buona tecnologia, prezzi competitivi e nessuno costo superfluo. La banca fornisce anche una piattaforma parallela e altrettanto efficace per i fondi d’investimento, con una quota di mercato elevata e in crescita. Fineco non è la banca italiana più sottovalutata – le sue azioni quotano a un P/E di 24,4 per il 2019, secondo le stime di consenso – ma vanta un modello di business robusto e prevedibile con ampie opportunità di crescita.E che dire di Elis, il maggior operatore di lavanderie in Europa? Il mercato è stato distratto dai rischi delle proteste dei “gilet gialli”, che hanno causato un calo degli avventori di hotel e ristoranti a Parigi, nonché dall’indebolimento del mercato britannico, frenato dalle incertezze sulla Brexit. Ma Elis ha una vasta presenza sul territorio, una rete di lavanderie e infrastrutture di consegna dovunque opera, e questo ne fa una proposta interessante per i clienti di maggiori dimensioni, quali ospedali, hotel, ristoranti e persino club sportivi. Ciò crea inoltre una barriera all’entrata per gli operatori che non dispongono di tale rete e, in definitiva, conferisce a Elis vantaggi di costo e di scala difficili da eguagliare.
Il sentiment è passato dall’euforia alla sfiducia in meno di un anno, indebolito dagli squilibri della crescita e dai timori di una riduzione della liquidità a livello globale, ma non siamo a un punto di svolta. I recenti ribassi sono dovuti ai timori per la crescita tipici della fase avanzata dal ciclo; tuttavia, non siamo ancora giunti alla fine di quest’ultimo, in quanto essa sarebbe accompagnata da un’inflazione elevata, da una crescita sostenuta e da un’economia vivace. Nessuna di queste è presente in Europa, per cui riteniamo che vi siano ancora margini di guadagno in un mercato nettamente sottovalutato rispetto agli Stati Uniti e caratterizzato da alcune ottime aziende.

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“Indonesia, una buona opportunità nei mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su sabato, 16 febbraio 2019

Analisi di Alberto Boquin, Research Analyst di Brandywine Global (gruppo Legg Mason). Ad oggi ci sono una manciata di mercati emergenti i cui bond decennali in valuta locale rendono attorno all’8-9%: Messico, Russia, Brasile, Sud Africa, Turchia e Indonesia. Messico e Turchia sono ancora alle prese con le pressioni inflazionistiche che nel 2018 hanno costretto le loro banche centrali a politiche più restrittive. Brasile e Sud Africa hanno appena eletto una nuova leadership che ancora non ha messo mano ai problemi di sostenibilità dei bilanci pubblici. La Russia, dal canto suo, è ancora a rischio di sanzioni.Ma che dire dell’Indonesia? L’inflazione è sotto il livello obiettivo, il profilo di rischio è robustamente investment grade, e a livello geopolitico non si intravedono grandi problemi. Due le possibilità: o c’è un’anomalia di prezzo, o ci sta sfuggendo qualche fattore importante.Di seguito elencheremo tre preoccupazioni dei mercati riguardo questo paese emergente, spiegando perché riteniamo siano – probabilmente – eccessive. È vero, il deficit del conto delle partite correnti si è ampliato da -1.7% a -2.7%, e non è più coperto totalmente dagli investimenti diretti dall’estero. Tuttavia, crediamo ci sia la possibilità che torni a restringersi. Gli sforzi del governo per rallentare gli investimenti infrastrutturali stanno finalmente portando risultati, portando ad una diminuzione delle importazioni di beni strumentali. E la bilancia dei servizi dovrebbe cominciare a reagire all’indebolimento del tasso di cambio. Le esportazioni hanno sofferto per la minor domanda dalla Cina e per il calo dei prezzi delle commodities, ma entrambi questi fattori sono destinati ad un’inversione nel 2019. Un deficit delle partite correnti più ristretto potrebbe facilmente essere finanziato da flussi in entrata nel mercato del debito locale.
Il 2018 è stato un anno in cui il restringimento quantitativo della Fed ha messo sotto i riflettori l’indebitamento estero dei paesi emergenti. Certo, l’Indonesia non ha la stessa vulnerabilità di Turchia o Argentina, ma lo scarso sviluppo dei suoi mercati dei capitali ha portato le aziende locali a cercare credito nei mercati internazionali del dollaro, pur avendo spesso ritorni in rupie. Quando la rupia ha cominciato ad indebolirsi, le aziende si sono affrettate a coprire la loro esposizione al rischio di cambio, creando un effetto valanga sulla valuta.Una reazione proattiva basata su rialzi dei tassi e su un programma di copertura del dollaro dovrebbe aiutare ad alleviare queste pressioni. Vale la pena inoltre notare che gli indicatori di vulnerabilità legati al debito e alle riserve, anche se peggiori rispetto ad altri paesi della regione, sono tutt’altro che elevati a confronto con gli altri paesi emergenti.
L’Indonesia è una democrazia relativamente giovane, e ad aprile – per la prima volta nella storia recente – le elezioni presidenziali e parlamentari si terranno contemporaneamente. Dopo la tornata elettorale di Jakarta del 2017 le questioni religiose hanno avuto un ruolo crescente nella politica domestica. Non mancheranno di certo le tensioni, essendo l’Indonesia uno dei paesi al mondo con maggior diversità etnica e religiosa, ma crediamo che la rielezione di Jokowi sia molto probabile.Il suo aver saputo portare crescita economica e un miglioramento dell’amministrazione si è tradotto in tassi di consenso ancora piuttosto alti. Visto il suo impegno riformista, gli investitori accoglieranno con favore un secondo mandato per Jokowi. Basta guardare come il paese sia passato rapidamente dal 120esimo posto al 73esimo nella classifica annuale “Doing Business” della Banca Mondiale, che analizza la “facilità di fare impresa” in ogni paese.
Insomma: come per ogni mercato emergente, investire in Indonesia comporta dei rischi, ma sotto molti aspetti il peggio dovrebbe essere passato. Un miglioramento delle partite correnti, una miglior copertura delle passività esterne delle aziende e una conferma dell’attuale leadership politica dovrebbero portare a un miglioramento dei rendimenti nel 2019.

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