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Posts Tagged ‘mercati’

GAM: I VARPS, un’opportunità decorrelata nei mercati di frontiera

Posted by fidest press agency su domenica, 17 ottobre 2021

A cura di Tim Love, Investment Director responsabile delle strategie azionarie dei paesi emergenti di GAM.Nel 2016 abbiamo identificato cinque mercati chiave all’interno dell’universo di frontiera che, potenzialmente, offrono un buon rapporto rischio / rendimento: Vietnam, Argentina, Romania, Pakistan e Arabia Saudita, e li abbiamo ribattezzati VARPS. Questo sottoinsieme di paesi ha realizzato di recente la maggior parte della performance dell’indice MSCI Frontier Markets. Nel 2020 la Romania e l’Arabia Saudita sono state inserite nell’indice principale MSCI Emerging Markets, lasciando solo Vietnam, Argentina e Pakistan come veri e propri mercati di frontiera. Tuttavia, consideriamo i VARPS come un gruppo non correlato all’indice EM principale, e forniamo un aggiornamento su ciascuno dei cinque paesi di seguito, evidenziando le sfide attuali e le aree in cui vediamo progressi economici e opportunità d’investimento. Vietnam. Le azioni vietnamite hanno continuato a sovraperformare quest’anno, con un rialzo di circa il 16% in dollari fino al 9 agosto 2021. Riteniamo che il contesto d’investimento in Vietnam rimanga solido, nonostante l’attuale carenza di democrazia e di libertà di stampa nel paese. A nostro avviso, la crescita primaria è trainata dalle esportazioni manifatturiere e di materie prime (basate su salari pari a circa un terzo di quelli cinesi, con possibilità di commercio dalle basse tariffe verso gli Stati Uniti e l’Unione europea), dai consumi interni e dalle infrastrutture, grazie all’alta densità urbana, alla creazione di posti di lavoro e alla bassa inflazione (circa il 4%). Il basso rischio politico interno del Vietnam (che ha un sistema politico monopartitico) e la successione recentemente confermata, insieme alla crescita del turismo e al basso rischio valutario, sono ulteriori aspetti positivi. Tuttavia, i limiti alla proprietà straniera danneggiano ancora un po’ gli investimenti, a nostro avviso, dato che solo il 23% dell’indice MSCI Vietnam è accessibile agli investitori stranieri, il che può fare aumentare il rischio di illiquidità. Argentina L’Argentina è stata uno dei paesi di frontiera più deboli; infatti MSCI ha recentemente annunciato la riclassificazione dell’Argentina da mercato emergente a mercato a sé stante a causa dei prolungati controlli sul capitale, degli squilibri macro e delle micro distorsioni politiche a livello industriale. I progressi limitati in queste aree mantengono elevati i premi per il rischio sia nel debito sovrano che nell’azionario. Inoltre l’Argentina si è trovata in difficoltà, come del resto tutta la regione latinoamericana, per quanto riguarda il PIL pro capite durante pandemia di Covid-19. Cercheremo un punto di ingresso migliore da un punto di vista delle valutazioni quando queste riforme diventeranno realtà. Alla luce di un tale contesto interno, il settore tecnologico rappresenta un segmento positivo del mercato che cresce velocemente, aggiungendo valore alle esportazioni della nazione. Romania. Uno studio di Deloitte ha classificato la Romania, insieme a Cina, Cile, Australia, Lituania e Corea del Sud, come uno dei soli sei paesi al mondo il cui PIL è cresciuto durante la pandemia. La Romania rappresenta solo lo 0,1% dell’indice MSCI EM. Ha sovraperformato nell’ultimo anno, ma rimane interessante, a nostro avviso, con un dividend yield di quasi il 7%. La prospettiva di avere accesso ai circa 30 miliardi di euro del piano di risanamento della Commissione europea mette il paese in un contesto favorevole senza precedenti, a nostro avviso. Pakistan. Notiamo che ultimamente stanno emergendo dei segnali di ripresa nel quadro macro del Pakistan; anche se l’inflazione rimane alta e il debito circolante continua ad accumularsi, il Pakistan ha ricevuto rimesse record di 29,4 miliardi di dollari durante l’ultimo anno finanziario, compensando parzialmente il rimbalzo del deficit commerciale. Il paese ha quasi completato il piano d’azione della Financial Action Task Force (FATF), con una sola azione in sospeso. Crediamo anche che un miglioramento generazionale nella governance sia in corso, le relazioni militari-civili sono durevolmente stabili, le infrastrutture stanno subendo un aggiornamento nell’ambito del China Pakistan Economic Corridor, anche se costoso, e le relazioni con l’India non possono peggiorare a causa del deterrente nucleare. Tutti segnali incoraggianti, a nostro avviso. Tuttavia, i rischi sono soprattutto la disoccupazione alta post pandemia e la continua crescita della popolazione di circa il 2% all’anno. Arabia Saudita.Manteniamo il nostro outlook positivo a lungo termine sull’Arabia Saudita, grazie alla liberalizzazione dei consumi e della forza lavoro, insieme all’allentamento delle restrizioni nei settori del tempo libero e dei viaggi. L’introduzione dell’IVA, la vendita della quota in Aramco, il prestito fiscale e l’accesso alle riserve di liquidità in eccesso sostengono gli investimenti nei settori non petroliferi. La crescita dell’Arabia Saudita dipende dal successo del suo programma di diversificazione. Tutte queste misure, insieme al rilancio della proprietà straniera, dovrebbero continuare a stimolare la crescita di nuovi settori. Tuttavia, tali riforme hanno lunghi periodi di gestazione e non è ancora chiaro se l’Arabia Saudita riuscirà ad essere competitiva nei settori non petroliferi, da una prospettiva globale. (abstract)

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La Musa dei Mercati

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 ottobre 2021

Commento a cura di Massimo De Palma, Head of Multi Asset Team di GAM (Italia) SGR. In arrivo la campagna trimestrale degli utili, che può fornire interessanti indicazioni sull’evoluzione futura del mercato. Analizziamo alcuni aspetti e altre variabili che stanno caratterizzando questa fase.Il prolungato rialzo dei prezzi dell’energia e le strozzature nel processo produttivo stanno causando crescenti tensioni sui mercati finanziari. Lo scenario che si sta delineando è di una potenziale stagflazione che si concretizzerebbe in due tempi: ad uno stadio iniziale di rialzo dei prezzi seguirebbe una pericolosa stagnazione economica. In realtà i dati macroeconomici stanno già mostrando un fisiologico rallenta-mento, dopo i picchi dei mesi scorsi dovuti alle riaperture post lockdown. Le reazioni di mercato, come spesso accade nelle fasi confuse, non risultano però prive di contraddizioni. Nell’ultimo mese l’inflazione attesa negli Stati Uniti è risultata abbastanza stabile (2,45% quella a dieci anni), avvalorando la tesi di una transitorietà del rialzo, mentre la crescita dei tassi nominali sembra prefigurare una più rapida azione delle Banche Centrali.In questo quadro incerto può darci una mano l’inizio della stagione degli utili, partendo innanzitutto dai risultati del terzo trimestre. Dobbiamo valutare quanto abbiano impattato i problemi alle catene di approvvigionamento delle aziende, ma soprattutto è fondamentale conoscere la percezione che hanno le aziende sul prossimo anno. Se mantenessero invariata la guidance, significherebbe avere aspettative di un ritorno progressivo alla normalità. Attualmente il consenso di mercato sullo S&P 500 è per una crescita degli utili del terzo trimestre del 27% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Una percentuale indubbiamente inferiore rispetto ai due trimestri precedenti, che erano però risultati eccezionalmente elevati per l’effetto riaperture e perché confrontati con la fase più intensa e negativa della pandemia.Ampliando l’analisi, il rallentamento cinese è un altro elemento di cui tenere conto per valutare l’evoluzione dell’economia globale. Il Governo non ha alcuna intenzione di far deragliare la crescita, i giri di vite regolamentari in vari settori servono per limitare le situazioni dominanti, con l’obiettivo di “offrire al popolo una migliore qualità della vita”. Questo fa parte della retorica collegata anche ai recenti festeggiamenti per il centenario della fondazione del partito comunista cinese. Inoltre, la Banca Centrale è pronta a iniettare liquidità a breve per scongiurare effetti negativi sul sistema creditizio.Un terzo elemento sotto i riflettori ha riguardato questa settimana la riunione dell’OPEC+, che non ha generato sorprese, con un aumento dei livelli di produzione (400.000 barili al giorno) in linea con i meccanismi automatici di adeguamento definiti precedentemente. La mancata decisione di un aumento straordinario di produzione per allentare le tensioni sui prezzi ha contribuito ad esacerbare il sentiment di mercato. D’altro canto, lo scenario più temuto potrebbe essere anche la base per la soluzione del problema. Un rallentamento, entro certi limiti e bilanciato da una progressiva normalizzazione dell’offerta, potrebbe infatti favorire un riequilibrio delle forze di mercato, ed accompagnarsi quindi a un raffreddamento dei prezzi delle materie prime, rasserenando il clima sui mercati.

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Fixed Income – Le divergenze spalancano opportunità nei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su martedì, 12 ottobre 2021

A cura di Mary-Therese Barton, Head of Emerging Market Debt e Kate Griffiths, Client Portfolio Manager di Pictet Asset Management. Forze economiche eccezionalmente potenti stanno rivoluzionando il panorama per gli investitori nei mercati emergenti. Tuttavia, le divergenze di performance tra Paesi e attività che ne risultano, producono un terreno fertile per generare rendimenti per coloro che dispongono di adeguate capacità analitiche.Il contesto macroeconomico globale è eccezionalmente incerto. Da un lato, la pandemia di COVID-19 continua a fare brutte sorprese: la variante Delta, particolarmente infettiva, è la più recente, ma è improbabile che sia l’ultima. Dall’altro, la liquidità immessa dalle banche centrali globali rimane generosa, così come le misure di stimolo fiscale. Le pressioni inflazionistiche sono in aumento, alcune sono temporanee, altre potrebbero rivelarsi più persistenti. I governi sono sotto pressione e chiamati a rispondere. Altrove, in particolare in Cina, sembrano verificarsi cambiamenti politici epocali.Tutto ciò rende meno chiaro un quadro già complicato, visto che le economie dei mercati emergenti presentano enormi differenze. Spaziando nell’intero spettro dell’attività economica, dalle materie prime ai prodotti finiti di alta qualità, i Paesi emergenti stanno crescendo a diverse velocità. Allo stesso tempo, c’è una significativa differenziazione nelle attività in offerta anche all’interno di questi Paesi. Di conseguenza, in alcuni casi, quando il prezzo delle obbligazioni denominate in dollari di un Paese è elevato, sono le sue obbligazioni in valuta locale a offrire prospettive più interessanti a livello di rendimenti corretti per il rischio.Allo stesso tempo, la crescente popolarità dei green bond tra gli emittenti sovrani aggiunge un’ulteriore frontiera per gli investitori. Il diverso impatto del COVID-19, i diversi livelli di stimolo, le grandi divergenze nei fondamentali dei Paesi, l’introduzione di green bond oltre ai titoli denominati in valuta locale e in valuta forte, rendono la navigazione nell’universo delle obbligazioni dei mercati emergenti una sfida che richiede competenza ed esperienza. Sull’attrattiva degli investimenti nei mercati emergenti incide anche il paragone tra le loro performance in materia ambientale, sociale e di governance (ESG). I fattori sociali e di governance sono particolarmente importanti in alcune regioni dell’America Latina, dove assistiamo a una rinascita della politica e del populismo di sinistra. Ciò aumenta il rischio che questi Paesi subiscano un’erosione del loro merito creditizio a lungo termine, considerato che i politici tentano di eliminare i problemi con la spesa pubblica, provocando così un aumento delle pressioni fiscali. Allo stesso tempo, il peggioramento della disoccupazione giovanile, della povertà e dei risultati educativi rappresentano una minaccia per la formazione del capitale umano di queste nazioni; anche in questo caso l’America Latina risulta particolarmente a rischio. Gli investitori nei mercati emergenti hanno un bel da fare. Questi Paesi devono affrontare sfide più complesse che mai, molte delle quali sono state portate alla luce dalla pandemia, che ha aumentato l’impatto dei diversi gradi di sviluppo e dei diversi accessi alle risorse, naturali o artificiali, dalle infrastrutture al capitale umano e alla solidità delle istituzioni. Ha, inoltre, aggiunto un’ulteriore dimensione alla politica interna Pictet Asset Management ha un approccio d’investimento sfaccettato, che si avvale delle competenze di tutta l’azienda nel valutare le questioni macroeconomiche, politiche, ambientali e sociali. Prendiamo, ad esempio, il nostro approccio all’investimento in Cile. Vediamo un valore limitato nel debito decennale cileno denominato in dollari, che scambia con uno spread di appena 99 punti base al di sopra dei Treasury USA, e per questo in tutti i nostri portafogli abbiamo una posizione di sottopeso su queste attività rispetto al benchmark. Tra le obbligazioni in valuta forte, preferiamo i green bond nazionali scambiati in linea con le obbligazioni convenzionali. Per le obbligazioni denominate in peso cileno, la nostra tendenza recente è quella di prendere i tassi locali, in quanto riteniamo che la recente debolezza delle obbligazioni implichi l’aspettativa di troppi aumenti dei tassi ufficiali. Allo stesso tempo, abbiamo una propensione più strategica a sovrappesare la valuta, poiché la recente debolezza offre un punto di ingresso interessante. Come team, prestiamo sempre più attenzione ai rischi e alle opportunità connessi alle questioni ambientali e ai rischi di transizione. Riteniamo che i green bond rappresentino per i governi un buon modo di finanziare le iniziative legate al cambiamento climatico e, di conseguenza, abbiamo incoraggiato l’Ungheria ad avviare un programma di green bond, a cui potremmo partecipare al momento dell’emissione. La Romania è stata meno veloce nell’adottare misure simili, ma anche in questo caso abbiamo spinto il governo a riconoscere l’esistenza di una domanda per questi strumenti. La reazione è stata incoraggiante, con lo sviluppo di una struttura di green bond che dovrebbe contribuire a migliorare le sue credenziali in tema di sostenibilità. Abbiamo una portata globale, con un approccio regionale basato a Londra, Singapore e New York, che ci offre prospettive locali in tutto l’universo dei mercati emergenti e che uniamo con i nostri punti di forza nell’analisi macroeconomica e nella strategia globale. (abstract)

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Mercati europei in crescita

Posted by fidest press agency su domenica, 10 ottobre 2021

A cura di Arnaud Cosserat, Gestore del fondo Comgest Growth Europe di Comgest. In agosto i mercati hanno continuato a salire e l’indice MSCI Europe ha raggiunto nuovi picchi. I timori riguardanti la diffusione della variante Delta del Covid-19 hanno portato a una sottoperformance delle società retail, dell’aerospaziale e delle bevande, mentre società più difensive e il settore tecnologico hanno sovraperformato.Nel settore farmaceutico, Novo Nordisk è cresciuta nettamente, dato che il successo superiore alle aspettative del suo nuovo farmaco per combattere l’obesità (Wegovy) ha portato la società a rivedere al rialzo le stime per tutto l’anno. Continuiamo a ritenere che il forte potenziale di Novo nei farmaci della classe GLP1 (cura del diabete) e contro l’obesità porterà a un periodo di crescita accelerata nei prossimi anni. Una società che spicca è inoltre Adyen, società di pagamento olandese valutata ad oltre 80 mld di euro, che sta rapidamente diventando un gigante mondiale tra le fintech. Adyen continua a ottenere risultati eccezionali, con una crescita dei ricavi del 46% e il raddoppio dell’EPS nel primo semestre 2021.Il gruppo multinazionale LVMH ha registrato un calo insieme al settore del lusso in generale, a causa delle inquietudini per l’impatto che l’obiettivo di prosperità comune del Partito Comunista cinese potrebbe avere sulla domanda di beni di lusso. Sebbene questo resti un rischio, esso è attentamente controbilanciato dalla prospettiva che un ampliamento della classe media in Cina possa consentire di creare una domanda ambiziosa. Ambu, società di tecnologia medica, ha continuato a perdere terreno, dopo aver già ridotto le stime per tutto l’anno a luglio, a causa dei ritardi nel lancio del suo broncoscopio usa e getta di quinta generazione. Da un punto di vista ambientale e di governance, tuttavia, la società ha fatto progressi nominando due nuovi membri del consiglio di amministrazione e sottoscrivendo l’iniziativa Science Based Targets per la riduzione delle emissioni di CO2.

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Credito sovrano, opportunità nei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 ottobre 2021

Richard Briggs, Investment Manager, Mercati emergenti e debito in valuta forte di GAM Investments. “Nel credito sovrano, i mercati emergenti hanno oggi dei prezzi bassi su base relativa rispetto al resto dell’universo del reddito fisso. Rispetto al debito societario dei mercati sviluppati, gli spread di credito sul debito sovrano USA in dollari sono molto ampi e sono ancora significativamente al di sopra dei livelli pre-Covid-19. Inoltre, i fondamentali sono generalmente di supporto e un rimbalzo della crescita globale tipicamente porta a spread più stretti. Ancora, meno del 5% dell’indice di riferimento sovrano in valuta forte, il JP Morgan EMBI Global Diversified, è diviso tra emittenti cinesi (che sono tutti sovrani o quasi sovrani), il che significa legami limitati con la proprietà cinese. Bottom-up, i crediti che riteniamo offrano un valore particolarmente interessante includono Egitto, Ecuador, Ucraina e Pakistan, che dovrebbero essere in grado di migliorare gradualmente nel contesto attuale e sono meno vulnerabili a una crisi nel medio termine. Tra gli EM in difficoltà, lo Zambia e la Tunisia sembrano interessanti. A nostra volta, ci stiamo tenendo lontani da Sri Lanka, Etiopia, Turchia, Mozambico e soprattutto da El Salvador, dove riteniamo che i rischi non siano compensati nonostante gli alti rendimenti”.

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PIMCO: Mercati, a che punto siamo?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 settembre 2021

A cura di Geraldine Sundstrom, Managing Director e Portfolio Manager di PIMCO Il Beige book della Federal Reserve per il mese di agosto ha fornito una buona serie di indizi per interpretare la recente debolezza relativa dei dati macroeconomici. Il messaggio è stato piuttosto chiaro e inequivocabile: laddove l’attività è in calo o sta rallentando, è per lo più dovuto alla ripresa del COVID-19, alle interruzioni dell’offerta o alla carenza di manodopera, piuttosto che all’indebolimento della domanda. Inoltre, le imprese rimangono ottimiste sulle prospettive a breve termine. La National Retail Federation ha fatto eco al messaggio affermando che la moderazione è in gran parte dovuta a confronti più difficili e alla chiusura dei porti/interruzioni della catena di fornitura, piuttosto che a una decelerazione della domanda. Infine, l’indicatore della spesa totale con carta di credito della Bank of America su una media mobile di 3 settimane (per smussare gli effetti del calendario del Labor Day) è a +12,8% anno su anno (a/a) sopra il 2020 e 16,2% sopra il 2019, che rimane un ritmo robusto.Dall’altro lato dell’equazione, i dati sulle esportazioni di agosto per la Cina e Taiwan hanno sorpreso entrambi al rialzo, soprattutto alla luce della variante Delta e della chiusura dei porti. Le esportazioni cinesi sono arrivate a +25,6% a/a contro le aspettative di +17,3% a/a, mentre Taiwan ha battuto di 3,5 punti percentuali a +26,5% a/a. Non è quindi del tutto sorprendente che l’indice composito mondiale per i costi di spedizione dei container abbia registrato un altro nuovo massimo, in crescita dell’1% a/a e per la prima volta in eccesso di 10.000 dollari. Abbiamo inoltre notato la settimana scorsa, tramite il nostro monitoraggio satellitare della congestione dei porti, che il porto di Los Angeles sta raggiungendo nuovi livelli mai visti di congestione e arretrati. A peggiorare le cose, il clima continua a creare scompiglio nel sud-est asiatico dove il tifone Chanthu (Cat5 Atlantic Strength e il più forte di quest’anno) sta interrompendo le operazioni portuali a Taiwan e in Cina, mentre il Vietnam viene colpito da due tempeste tropicali.Il punto fondamentale è che ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che il sistema possa superare le interruzioni di COVID e la volatilità del tempo. Ma c’è un’ulteriore considerazione. È importante tenere a mente che i grandi progetti infrastrutturali sponsorizzati dal governo non sono ancora iniziati. Molti aspetti di questi progetti probabilmente si baseranno pesantemente su lunghe rotte commerciali principalmente dall’Asia all’Europa o agli Stati Uniti, così come grandi quantità di manodopera. Il Bipartisan Infrastructure Deal non è ancora stato votato (è atteso per fine settembre, con potenzialmente altro nel secondo pacchetto infrastrutture) e in Europa le cose stanno per accelerare radicalmente nei prossimi trimestri. Infatti, il 73% dei 750 miliardi di euro dei fondi europei per la ripresa sono stati richiesti dagli Stati membri, e il 61% ha ricevuto il via libera dalla Commissione europea, ma solo il 13% è stato effettivamente pagato a fine agosto. La maggior parte di questi fondi (57% minimo) devono essere diretti al Clima e al Digitale e la Mobilità Verde è il maggior vincitore. Mentre il boom delle riaperture si esaurisce, è probabile che vedremo altri fattori a sostegno della domanda, come la ricostruzione delle scorte, il ritardo delle spese in conto capitale da parte delle aziende che erano per lo più in modalità di gestione della crisi, e i grandi progetti infrastrutturali da Europa, Stati Uniti, Cina e più tardi, Giappone, dato che la campagna elettorale è piena di promesse fiscali. Guardando al futuro, l’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che il raggiungimento degli obiettivi di emissioni nette zero richiederà un extra di 2,5 trilioni di dollari di investimenti all’anno a livello globale, che rappresenta un raddoppio della formazione lorda di capitale e un impatto sostanziale sul PIL mondiale per gli anni a venire.Questa spinta alla domanda persisterà per qualche tempo, e riteniamo che il tapering da parte delle banche centrali non sia sufficiente a far deragliare questi forti venti di coda ciclici. Ci sono interruzioni, carenze e sabbia negli ingranaggi, ma il ciclo futuro sembra lungo e probabilmente rimarrà sostenuto dalle banche centrali, anche perché dopo l’emergenza pandemica, il mondo sta affrontando un’emergenza climatica.

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Capital Group: I mercati emergenti sono prossimi a un boom dei dividendi?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 settembre 2021

Commento a cura di Valeria Vine, Investment Director di Capital Group Uno dei principali sviluppi avvenuti durante la pandemia di COVID-19 è stato l’impegno delle banche centrali a mantenere politiche monetarie accomodanti e a sostenere le rispettive economie. Dato il contesto caratterizzato da tassi di interesse continuamente bassi, crescono le discussioni sulla necessità per chi investe in reddito di ampliare le proprie opzioni rivolgendosi ai titoli che corrispondono dividendi. L’esperienza del 2020 ha però evidenziato l’importanza della diversificazione. I classici terreni fertili come l’Europa e il Regno Unito hanno infatti registrato un crollo nella distribuzione dei dividendi nel 2020, mentre i ME si sono dimostrati molto più resilienti, con un calo dei dividendi limitato all’8,8%.Ciò è dovuto principalmente al fatto che l’Asia settentrionale, che costituisce circa il 65% dell’indice MSCI EM, si è ripresa dalla crisi dettata dal COVID-19 molto più velocemente del resto del mondo. Gran parte dell’Europa e del Nord America ha iniziato ad allentare le misure di restrizione solo negli ultimi mesi, mentre le attività commerciali e produttive in Cina, ad esempio, erano già prossime ai livelli pre-pandemia più di un anno fa. Le statistiche ufficiali del governo cinese indicano che il tasso nazionale di ripresa del lavoro delle piccole e medie imprese era dell’84% al 15 aprile 2020 (poco più di un mese dopo lo scoppio della pandemia in Europa e Nord America), mentre per le grandi imprese industriali il dato si attestava al 99%.Altro fattore alla base della resilienza dei dividendi dei ME è la netta solidità dei bilanci di molte delle loro società. Tali società tendono ad avere riserve di liquidità maggiori in considerazione dell’ambiente commerciale, sociale e politico più volatile in cui operano. Devono inoltre far fronte a mercati di finanziamento a breve termine meno sviluppati e alle fluttuazioni dei tassi di cambio. Il grafico sottostante mostra che dal 2006 le società dell’indice MSCI EM hanno costantemente detenuto un livello più elevato di liquidità in percentuale dei loro asset rispetto alle controparti globali (indice MSCI World). Infatti, secondo i dati di Capital Group, negli ultimi 15 anni le società dell’MSCI World non hanno mai registrato alla fine dell’anno solare più liquidità (in percentuale degli asset totali) rispetto alle società dell’MSCI EM. Questo impiego più conservativo della liquidità ha favorito le società dei ME nel contesto estremamente volatile dettato dalla pandemia.Le prospettive dei dividendi appaiono interessanti nel lungo termine, sostenute da rapporti di distribuzione relativamente bassi, in crescita rispetto a una base storicamente bassa. Ma la cultura dei dividendi sta acquisendo slancio, in particolare negli ultimi cinque anni, poiché il ritmo di crescita ha superato notevolmente le medie globali, statunitensi ed europee.Eppure, osservando solo gli indici si rischia di non capire appieno il potenziale d’investimento dei ME. I tradizionali benchmark, come l’indice MSCI EM, possono fornire agli investitori internazionali un quadro approssimativo delle opportunità offerte dai ME, ma non quello effettivo poiché circa il 23% dell’indice (in termini di capitalizzazione di mercato) è composto da imprese controllate dallo Stato. Queste ultime tendono a operare in settori più ciclici come il petrolio e il gas, gli industriali e i materiali, ma i maggiori successi negli ultimi anni si riscontrano tra le società private, in grado di sfruttare l’interessante profilo demografico della regione (popolazione giovane e vivace) e la rapida crescita del ceto medio.Nelle imprese di Stato, poi, gli interessi aziendali e quelli degli azionisti possono divergere, in particolare quelli degli azionisti di minoranza. Se a questo si aggiunge un contesto di scarso attivismo degli azionisti sul fronte interno e di limitato potere degli amministratori indipendenti e dei comitati di supervisione, gli azionisti di minoranza esteri possono essere esposti a ulteriori rischi. Questa incapacità di essere ascoltati può essere particolarmente dannosa per gli investitori in caso di decisioni strategiche o di asset allocation. La gestione di alcune imprese controllate dallo Stato è in parte dettata da obiettivi di politiche pubbliche; pertanto, il valore degli azionisti di minoranza può talvolta passare in secondo piano. Il grafico sottostante evidenzia tale situazione, poiché mostra l’enorme divario in termini di distribuzioni di dividendi effettuate dalle imprese statali e da quelle private nei ME. http://www.verinieassociati.com

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“Il meeting BCE e le prospettive dei mercati”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 settembre 2021

A cura di Adrian Hilton, Head of Global Rates and Emerging Market Debt di Columbia Threadneedle Investments. Alla luce del recente aumento dell’inflazione e delle dichiarazioni di alcuni falchi del consiglio (Holzmann, Weidmann), si può prevedere una diminuzione nel ritmo degli acquisti di obbligazioni se la BCE vuole evitare di utilizzare l’intera dotazione del PEPP molto prima della data prevista per la fine del programma. Farlo in questa riunione è ragionevole: il ritmo è stato aumentato a marzo in risposta a un inasprimento indesiderato delle condizioni di finanziamento. E mentre il rumore dei falchi ha contribuito a un leggero aumento dei rendimenti nell’ultima settimana, le condizioni sono molto più favorevoli di sei mesi fa. Inoltre, la BCE in questa riunione farà quasi certamente alcune revisioni al rialzo delle sue previsioni di crescita e di inflazione, il che aiuterebbe a spiegare un ritmo di acquisto ridotto. La nuova enfasi sulla forward guidance e la permanenza del QE come parte dello strumentario politico rendono molto probabile che il PEPP venga esteso oltre marzo, anche se pensiamo sia troppo presto per la BCE annunciarlo in questa riunione, o che l’Asset Purchase Programme venga potenziato e ampliato al punto da permettergli di assumersi più peso politico. Per quanto riguarda il mercato obbligazionario, nei prossimi mesi prevediamo che i titoli di Stato europei scambieranno in intervalli di rendimento abbastanza stretti nei prossimi mesi. Un rischio chiave sarà l’esito delle elezioni tedesche: non è il nostro scenario di base ma una coalizione di sinistra che promette una politica fiscale permanentemente più espansiva o che cerca di sfidare il “freno al debito” costituzionale potrebbe spingere al rialzo i rendimenti. Per i paesi più indebitati, pensiamo che l’impegno della BCE a mantenere condizioni di finanziamento favorevoli in tutta l’Eurozona continuerà ad essere una protezione contro un aumento significativo degli spread, anche se il ritmo degli acquisti di PEPP sarà ridotto.

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BCE: il meeting di settembre e le prospettive dei mercati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 settembre 2021

A cura di Pasquale Diana, Senior Macro Economist di AcomeA SGR Alla luce degli ultimi commenti, è probabile che la BCE indicherà nella riunione di giovedì una riduzione del ritmo di acquisti del PEPP. Il quadro macroeconomico appare favorevole e le condizioni finanziarie sono diventate più espansive nelle ultime settimane. Ne consegue, quindi, che la BCE abbia, al momento, un minor bisogno di supportare il mercato di quanto avesse indicato in precedenza. Chiaramente, questo non equivale al tapering di cui si parla per la Fed, in quanto non si tratta di un processo lineare ed è possibile – qualora le condizioni del mercato lo richiedano – che la BCE torni ad incrementare il ritmo degli acquisti nel Q1 2022. In generale, mi sembra probabile che il PEPP si concluda a marzo, visto che non vedo margini per un accordo sulla sua estensione. È tuttavia palese che la BCE dovrà aumentare il suo programma di acquisti principale – l’APP – e trovare un compromesso per trasferire alcune delle flessibilità del PEPP all’APP. In generale, i rendimenti in Europa appaiono destinati a salire, ma chiaramente la BCE vigilerà affinché questo non metta a rischio la ripresa.

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Volatilità e mercati asiatici: il settore tecnologico

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 settembre 2021

A cura di Chantana Ward, Gestore del fondo Comgest Growth Asia di Comgest. Recentemente, i mercati asiatici hanno attraversato un periodo di volatilità. Dopo che l’autorità di vigilanza cinese ha emanato una serie di norme per regolamentare il settore dell’istruzione, si è verificato un sell-off. Di fatto, le imprese operanti in questo ambito hanno dovuto registrarsi come organizzazioni senza scopo di lucro. La notizia ha mandato a picco società come TAL Education e New Oriental Education, con cali del 50-70% in una sola seduta di borsa.La volatilità si è diffusa al settore tecnologico in generale poiché queste nuove norme rientrano in una più ampia serie di modifiche normative. Tutti hanno parlato del rischio legato alle Olimpiadi, ma andrebbe anche considerata l’opportunità per il Giappone di essere protagonista del primo evento mondiale della riapertura, gestito egregiamente nonostante le circostanze avverse. Nel frattempo, il Giappone sta vaccinando più di un milione di persone al giorno e il suo tasso di crescita del PIL dovrebbe allinearsi a quello delle altre principali economie a partire da questo trimestre.Riteniamo che le storie di crescita endogena, quelle dei leader globali e dei beneficiari dei cambiamenti sociali, debbano riflettersi nei rispettivi prezzi azionari; e continuiamo a trovare molte di queste storie. Riportiamo di seguito alcuni esempi. Nonostante i continui lockdown da Covid-19, Fast Retailing ha riportato una crescita dell’utile operativo del 72% (per i nove mesi fino a maggio), trainata in particolare da Cina e paesi limitrofi.La forza del marchio e l’apertura di nuovi negozi stanno imponendo la propria presenza presso il consumatore asiatico emergente. Nidec ha continuato a crescere rispetto all’anno precedente registrando una crescita dell’utile operativo del 60%, grazie in particolare al solido andamento delle applicazioni per beni di consumo e il settore automobilistico. L’azienda ha annunciato il nome del suo primo cliente nell’ambito dei motori per veicoli elettrici in Giappone, Sagawa Express. Samsung Electronics ha pubblicato i risultati del secondo trimestre 2021, che hanno evidenziato aumenti del fatturato e dell’utile operativo rispettivamente del 19% e del 53% su base annua.

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Mercati finanziari: valutazioni da Goldilocks?

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 luglio 2021

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset, e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. Stabilire se i mercati azionari siano cari o meno è sicuramente un fattore determinante per effettuare le scelte di investimento in ottica di costruzione del portafoglio; e le attuali valutazioni dell’S&P500, con un rapporto Price Earnings (P/E) pari a circa 22 volte gli utili (nettamente sopra le medie storiche), sembrerebbero invitare alla cautela. Tuttavia, è anche vero che le stime di consenso per la crescita degli utili nei prossimi 12 mesi sono prossime al 20% per tutte le aree geografiche (tranne il Giappone al 16%) e che i segmenti che presentano oggi i multipli più elevati (USA e settore IT) sono anche quelli che mostrano la redditività più alta, sia in termini assoluti che rispetto alla media degli ultimi 10 anni. Il semplice rapporto P/E va quindi integrato con altri strumenti di valutazione. Come il Buffett Indicator, ideato da Warren Buffett e dato dal rapporto tra la capitalizzazione del mercato e il PIL, secondo il quale si potrebbe quasi parlare di bolla. Esistono però altre metriche che, al contrario, individuano una tolleranza di un ulteriore 20% di crescita dell’indice S&P500 prima che scatti il segnale d’allarme rosso: per le azioni statunitensi, identifichiamo tale soglia di pericolo con i livelli valutativi raggiunti durante i picchi di mercato del 2000 e del 2007. Per districarsi in questo groviglio di indicatori talvolta discordanti, un parametro sempre valido che arriva in soccorso degli investitori è quello del premio al rischio azionario (ERP, Equity Risk Premium), ossia la differenza tra il rendimento delle azioni (EY, Earnings Yield, l’inverso del Price Earnings, dato quindi dal rapporto tra utili e prezzo di mercato) e il rendimento delle obbligazioni (BY, Bond Yield).Focalizzandosi sul mercato USA, nonostante le valutazioni (P/E) non propriamente economiche e quindi un Earnings Yield compresso, grazie alla recente nuova discesa dei tassi reali (i tassi nominali depurati dell’inflazione), il premio al rischio azionario risulta tuttora generoso attestandosi l’1% circa al di sopra della sua media storica (si veda la Fig. 1). Ciò significa che, per quanto le azioni possano risultare care in termini assoluti, lo sono in misura minore in termini relativi e le valutazioni non paiono quindi tanto eccessive da spingere a ridurre drasticamente l’esposizione azionaria[1]. In sostanza, come abbiamo sottolineato più volte nel corso degli ultimi mesi, a sostenere le valutazioni azionarie sono ancora i tassi reali, in tale contesto la variabile determinante da monitorare. In seguito al movimento delle ultime settimane della parte a lunga scadenza dei tassi (swap) reali (depurati delle aspettative d’inflazione) statunitensi, con i decennali ridiscesi fino a livelli prossimi a quelli di inizio anno (-1,3% vs -1,5% di partenza), il premio al rischio azionario risulta in grado di sopportare senza eccessivi scossoni una risalita di circa 90 pb dei tassi reali (la differenza che separa l’ERP, attualmente pari al 5,5%, dalla sua media storica del 4,6%). Occorre perciò valutare quanto a lungo i tassi reali potranno permanere sui livelli depressi attuali. L’appiattimento della curva a cui stiamo assistendo sarebbe coerente con uno scenario economico di Goldilocks, come quello sperimentato nel 2017, caratterizzato da un mix di crescita modesta e bassa inflazione che consentirebbe politiche monetarie espansive a lungo. Ma questa “giapponesizzazione” della politica monetaria statunitense verso stimoli perenni appare alquanto distante dal contesto attuale, in cui forte crescita (seppur in calo l’anno prossimo) ed elevata inflazione (seppur almeno in parte transitoria) potrebbero spingere invece la Fed ad assumere un atteggiamento meno accomodante nei prossimi trimestri. Il recente movimento di discesa dei tassi reali appare quindi disallineato con i fondamentali economici. A guidarlo è stata piuttosto la dinamica dei flussi di liquidità immessi nel sistema dalla Fed dove si nota un importante il rimbalzo nel periodo post-primaverile), la volatilità dei quali ha influenzato la volatilità dei tassi reali negli ultimi mesi. Ecco quindi che la discesa dei tassi reali a lungo termine e il conseguente appiattimento della curva, non guidati dai fondamentali economici, paiono giustificati dal nuovo picco nei flussi di liquidità della Fed, tornati su livelli da stimolo monstre (pari all’11,3% del PIL USA, poco meno di quanto fatto in risposta alla grande crisi finanziaria del 2008-2009). Un fattore di rischio nello scenario delineato da Fed e mercati è rappresentato dall’inflazione salariale. Nel mese di giugno si è registrata una risalita dei salari, superiore anche all’inflazione (core – al netto delle componenti più volatili) e quindi capace di determinare un recupero di potere d’acquisto salutare per la domanda aggregata, nonostante il percorso di reintegro dei posti di lavoro persi a causa della pandemia abbia subito una battuta d’arresto, con il tasso di disoccupazione in leggero aumento al 6%. La risalita dei salari reali potrebbe causare ulteriore pressione inflazionistica, peraltro nella sua componente più persistente, un rischio ancor più rilevante se si considera che il mercato del lavoro è la priorità dichiarata del policy mix statunitense (anche se l’impatto atteso del piano fiscale potrebbe essere inferiore rispetto a quanto inizialmente ipotizzato – anche in questo caso, maggiori dettagli emergeranno dopo la pausa estiva di agosto). Per il momento, la dinamica dei dati sull’inflazione salariale è ancora troppo erratica, ma qualora si dovesse definire un trend stabile di crescita il rischio di un restringimento anticipato della politica monetaria diverrebbe più concreto, anche in vista degli importanti stimoli fiscali in attesa di approvazione dalla Camera e dal Congresso degli Stati Uniti. In definitiva, le valutazioni azionarie del mercato statunitense sono tuttora sostenute dal fatto che i rendimenti reali persistono in territorio abbondantemente negativo. I movimenti di questi ultimi allo stato attuale paiono dominati dai flussi di liquidità della Fed e disallineati invece con i fondamentali economici, lontani (e quasi opposti) al contesto di Goldilocks che giustificherebbe il recente appiattimento della curva. Sul finire dell’estate, il percorso futuro di politica monetaria e fiscale guadagnerà chiarezza, consentendo stime più accurate sulla dinamica del mercato del lavoro e dell’inflazione e sul loro impatto sull’atteggiamento della Fed: il ritiro graduale degli stimoli potrebbe portare a un riallineamento dei tassi reali con lo scenario macroeconomico, un movimento necessario che potrebbe però avere ripercussioni sul mercato azionario, chiudendo così il cerchio dell’analisi presentata. Se invece la struttura dei tassi reali si stabilizzasse ai livelli attuali la normalizzazione dei premi di rischio azionari (ERP) potrebbe avvenire in parte grazie ad un calo degli EY, ovvero un’ulteriore espansione dei multipli (P/E). Questo, a sua volta, potrebbe realizzarsi per aumento dei corsi (scenario virtuoso ma difficilmente compatibile con i tassi negativi) oppure per un calo degli utili attesi (E), ovvero per uno scenario di stagnazione che sarebbe compatibile con i rendimenti dei bond agli attuali livelli. Forse è questo il vero scenario (di rischio) per il quale il mercato mantiene un buffer.

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LGIM: la favola estiva dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 luglio 2021

I mercati emergenti sono un settore molto interessante e lo saranno anche in futuro: il dollaro è scambiato a valori al di sotto della media, la volatilità è contenuta e i prezzi delle materie prime stanno risalendo; inoltre, i flussi monetari verso i fondi sui mercati emergenti stanno aumentando (127 miliardi di dollari da inizio anno in questa asset class). Se questo trend dovesse continuare, gli inflow potrebbero arrivare a superare il totale annuo del 2019.A nostro avviso, le prospettive su questo punto sono positive: nei mesi estivi, prevediamo una robusta crescita dei rendimenti, in quanto giugno, luglio e agosto di solito fanno registrare buone performance ai mercati emergenti: negli ultimi 27 anni i rendimenti dell’indice Emerging Markets Bond Global Diversified sono state positive nel 63% dei casi a giugno, nel 74% a luglio e nel 78% ad agosto; mentre l’indice Emerging Markets Corporate Entities Bond negli ultimi 20 anni ha ottenuto il segno “+” nel 65% dei casi nel mese di luglio e nel 75% nel mese di agosto. Inoltre, quest’estate dovrebbe vedere altri effetti positivi, dovuti alle minori emissioni e ai flussi monetari in entrata in crescita.Le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI) indicano che i mercati emergenti dovrebbero crescere del 6% quest’anno – lo 0,8% in più rispetto a quanto predetto a inizio 2021. Ovviamente ci sono delle differenze interne alla categoria, con i due mercati principali, ovvero Cina e India, che registrano stime di crescita superiori all’8%, mentre quelle degli altri mercati sono comprese tra il 4% e l’8%. Andando oltre la crescita economica, i prezzi più elevati delle commodity significano un surplus di bilancio per gli EM per il terzo anno consecutivo, il quale, secondo il FMI, si attesterebbe a oltre 200 miliardi di dollari. Un ruolo di supporto molto importante lo giocano anche i fondi stanziati dallo stesso FMI, che accresceranno i volumi delle riserve di valute straniere all’interno dei mercati emergenti. Inoltre, continueranno anche i programmi di sospensione del debito previsto dal G20 e il programma di supporto a 84 economie emergenti del Fondo Monetario Internazionale, che dall’inizio della pandemia ha già portato nelle casse degli EM 110 miliardi di dollari. È molto importante ricordare che il FMI non elargisce prestiti a paesi il cui debito pubblico è considerato insostenibile o dove persistono evidenti gap finanziari.Infine, nei mercati emergenti sta diminuendo anche il numero di contagi da Covid-19 – anche se rimangono ancora problematici in America Latina – l’offerta di vaccini crescerà a partire dalla seconda metà di quest’anno e lo stesso farà la percentuale di vaccinati. Una volta sotto controllo il coronavirus, i tassi di default e di downgrade nel rating hanno già raggiunto l’apice. Fitch ha osservato che il tasso di default degli stati è salito al 4,2% dopo il collasso di Argentina, Ecuador, Libano, Suriname e Zambia – nessuno dei quali causato dal Covid-19 – e in un universo di oltre 70 nazioni che compongono l’indice Emerging Markets Bond Global Diversified.Il valore di un investimento e l’eventuale reddito da esso ricavato non sono garantiti e possono aumentare così come diminuire; si potrebbe non recuperare l’importo inizialmente investito.

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Tutto sembra sostenere le valute dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 luglio 2021

A cura di Kate Griffiths, Client Portfolio Manager del Team Emerging Debt di Pictet Asset Management. La domanda globale di prodotti dei mercati emergenti appare solida e ci aspettiamo un’ulteriore crescita. In presenza di una domanda interna debole e alla conseguente riduzione delle importazioni nelle aree emergenti, abbiamo assistito a un significativo miglioramento dei conti con l’estero delle economie emergenti. In questo modo, il posizionamento dei Paesi emergenti che già vantavano fondamentali solidi si è ulteriormente rafforzato e si sono registrati anche progressi degni di nota nella bilancia delle partite correnti delle nazioni invece strutturalmente più fragili. Ad esempio il Sudafrica e altri Paesi storicamente caratterizzati da un deficit delle partite correnti presentano ora un surplus. Inoltre, occorre considerare che le banche centrali dei Paesi emergenti sono un passo avanti a livello di inasprimento della politica monetaria: In Brasile, Russia e Turchia il ciclo di rialzo dei tassi è già cominciato e nel prossimo futuro ci saranno nuovi inasprimenti da parte delle autorità monetarie di questi o di altri Paesi. I differenziali di tasso di interesse rispetto ai mercati avanzati sono quindi in miglioramento, sostenendo le valute. Infine, l’avanzamento delle campagne vaccinali nei Paesi emergenti nel secondo semestre dell’anno si tradurrà in un miglioramento delle prospettive, più favorevoli alla crescita. Considerato che è stata riscontrata una forte correlazione tra l’evoluzione della situazione pandemica e l’andamento delle valute, notizie più incoraggianti sul fronte sanitario dovrebbero sostenere le divise emergenti. Il duplice mandato della Fed – adozione di un sistema di targeting dell’inflazione media asimmetrico e persistente focus sul raggiungimento di una forma più equa di pieno impiego – si tradurrà in un aumento dell’hurdle rate per l’inasprimento della politica della Fed e in una maggiore propensione a tollerare una risalita dell’inflazione. Per questo motivo, negli USA i rendimenti reali si manterranno su livelli depressi ancora per qualche tempo.A impattare sulle prospettive per la valuta nord-americana è anche il duplice deficit statunitense. Da un lato, il deficit fiscale è in costante aumento negli Stati Uniti per via delle misure accomodanti (programma di stimoli per l’emergenza causata dalla pandemia, investimenti infrastrutturali, ecc.) varate dall’amministrazione Biden in risposta alla situazione attuale. Dall’altro, il saldo commerciale appare sempre più ampio poiché i consumatori USA (destinatari di trasferimenti diretti di denaro da parte del governo) spendono per acquistare merci importate. Di conseguenza, si assiste a una fuoriuscita di dollari a livello globale che favorisce in particolare le aree emergenti, esportatrici di prodotti manifatturieri e questa crescente offerta di dollari in tutto il mondo alimenta le pressioni ribassiste sul biglietto verde. Infine, non possono essere ignorati i segnali di una tendenza generale alla de-dollarizzazione, seppur ancora nelle fasi iniziali. La progressiva affermazione della Cina sulla scena globale, infatti, sta accelerando il processo di de-dollarizzazione del commercio mondiale, che procede a ritmo sempre più rapido. Sempre più spesso le transazioni commerciali sono concluse al di fuori del “sistema del dollaro” e tale trend guadagnerà ulteriore slancio in seguito all’ascesa delle valute digitali delle banche centrali, tra cui la cinese CBDC sembra la più innovativa. L’egemonia del dollaro resta intatta (data l’attuale mancanza di alternative valide), ma il trend in atto è senza dubbio favorevole all’affermazione di monete di scambio alternative, anche alla luce della formazione di nuove alleanze politiche e regionali (relazioni UE/Cina, RCEP) e quindi del rifiuto di dipendere interamente dal “sistema del dollaro”.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 giugno 2021

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. Dopo la forte corsa dei mercati emergenti nell’ultimo anno, gli investitori devono ora affrontare due grandi preoccupazioni. Prima di tutto, la possibilità che nei prossimi sei trimestri o giù di lì le economie emergenti facciano meno bene rispetto a quelle sviluppate, un comportamento raro nella storia recente. In secondo luogo, i rendimenti dei Treasury USA paiono destinati ad aumentare, un fattore che, più in generale, può turbare i mercati. Normalmente, ognuno di questi fattori potrebbe suggerire un probabile ribaltamento delle sorti dei mercati emergenti (ME), ma non in questo momento. Il contesto economico, infatti, pare destinato a rimanere molto favorevole per le attività dei mercati emergenti. Come ci insegna la storia, le azioni e le obbligazioni dei mercati emergenti dovrebbero continuare a registrare un andamento eccezionalmente positivo.Le classi di attivi dei mercati emergenti offrono i risultati migliori in periodi di inflazione elevata e crescita robusta. Infatti, in questi contesti sono tra le classi di attivi con la performance migliore. Dal 1950, nei periodi in cui l’inflazione globale è stata superiore al 2% e la crescita del PIL globale al di sopra della media degli ultimi quattro anni, la performance delle azioni dei mercati emergenti ha superato in maniera significativa quella delle 25 principali classi di attivi, generando rendimenti annui medi ben superiori al 20%. Nell’ultimo decennio, gli investitori si sono talmente abituati ai timori di deflazione che in molti paiono dubitare di un ritorno significativo dell’inflazione. Eppure tutti i segnali indicano che l’inflazione potrebbe essere prossima a tornare. A marzo, l’inflazione basata sull’indice dei prezzi al consumo globale (CPI) è salita al 2,1% da un minimo dell’1% nel novembre dello scorso anno.A dire il vero, la maggior parte del recente balzo dei prezzi va ricondotta agli shock sul fronte dell’offerta: i lockdown hanno causato colli di bottiglia e tempi di consegna più lunghi, facendo aumentare i prezzi delle materie prime e di altri fattori produttivi essenziali. Tuttavia, anche se in parte queste pressioni inflazionistiche si ridurranno con la riapertura delle economie, le massicce misure di stimolo, soprattutto negli Stati Uniti, continueranno a sostenere la domanda. Stimare l’impatto finale di questi diversi fattori è complicato ma, a conti fatti, sembra sempre più probabile che l’epoca dell’inflazione bassa sia finita. Nel qual caso è sensato assumere posizioni contro tale rischio.Tuttavia, c’è la preoccupazione che la tesi a favore dei mercati emergenti non sia ancora del tutto scontata. Questo perché le economie dei mercati sviluppati sono destinate a superare quelle dei mercati emergenti nei prossimi trimestri. Allo stesso tempo, vi è il rischio di un aumento dei rendimenti dei Treasury USA e, poiché questi rappresentano il tasso privo di rischio del mercato, un simile movimento potrebbe essere un cattivo presagio per altre attività. È raro che i mercati sviluppati crescano più rapidamente delle economie emergenti nei periodi di forte crescita economica generale. Questo scenario si è però verificato nel 2010 e, in quel caso, ottennero buoni risultati sia le obbligazioni sia le azioni dei mercati emergenti: il debito in valuta locale rese il 12,7% annualizzato, mentre l’indice MSCI dei mercati emergenti generò un rendimento quasi del 19%, sovraperformando i mercati sviluppati di oltre 6 punti percentuali. Le esportazioni reali sono tornate alla loro media di lungo termine già a febbraio, crescendo del 5,2% su base annua: questo si deve quasi tutto ai mercati emergenti. È probabile che una forte crescita negli Stati Uniti e un’inflazione più elevata facciano salire i rendimenti obbligazionari dei Treasury USA, soprattutto sulle scadenze più lunghe. Gli investitori temono che tale aumento dei rendimenti possa danneggiare le attività rischiose di tutto il mondo. Storicamente, in effetti, ciò ha spesso danneggiato le attività dei mercati emergenti, ma solo quando la crescita in questi Paesi era relativamente debole o in calo. Questa, però, non è la situazione attuale.In genere, l’aumento dei rendimenti statunitensi comporterebbe un aumento dei costi di finanziamento per le economie emergenti, che a sua volta ne colpirebbe le valute. Le valute dei mercati emergenti non sono diverse dalle altre attività dei mercati emergenti in termini di performance nei diversi contesti economici. Una crescita debole in una fase di aumento dei rendimenti statunitensi è associata al deprezzamento della valuta. Una forte crescita, anche in un contesto inflazionistico, porta a un apprezzamento, in particolare nel caso delle valute asiatiche e latinoamericane. (abstract)

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Perché bisogna tornare a puntare sui mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 giugno 2021

A cura di Paolo Paschetta, Country Head Italia di Pictet Asset Management. I mercati emergenti rappresentano un’ottima opportunità d’investimento, anche se accostarsi a loro richiede un certo grado di conoscenza. Addentrarsi nel mondo degli emergenti, infatti, significa trovare all’interno un vasto numero di civiltà e mercati con caratteristiche uniche. Per questo è utile approfondirne i tratti salienti, senza fermarsi a luoghi comuni che potrebbero far perdere occasioni di rendimento interessanti o sottovalutare eventuali rischi. Queste aree del mondo – dall’Asia all’America Latina, passando per Africa, Est Europa e Medio Oriente – sono in alcuni casi caratterizzate da instabilità politica ed economica. Inoltre, lo shock esogeno causato dalla pandemia ha colpito duramente alcuni di questi mercati, ma l’avanzamento delle campagne vaccinali e la ripresa globale che tutti attendono per la seconda parte dell’anno permetterà agli emergenti di tornare velocemente ai trend di fondo che li vedevano come i protagonisti del futuro.Già prima dell’avvento della pandemia, infatti, i mercati emergenti davano la sensazione di essere sulla via di uno sviluppo particolarmente rilevante. Tant’è che secondo uno studio della società di consulenza McKinsey, pubblicato nel 2019, i Paesi in via di sviluppo entro il 2030 rappresenteranno più della metà di tutti i consumi globali. E stime della Commissione Europea ci dicono che, per allora, la classe media di Cina e India rappresenteranno il 66% del totale mondiale. Le prospettive di una graduale ripresa del commercio internazionale, poi, non potranno fare altro che tornare ad alimentare la crescita degli emergenti. A fare da volano all’area asiatica, inoltre, ci sarà la Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), un accordo di libero scambio di merci, servizi e investimenti tra 15 Paesi che rappresentano insieme il 30% della popolazione mondiale, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud e gli Stati del Sud Est Asiatico.Per quanto Cina e India abbiano economie dinamiche e in forte crescita, con il Paese del Dragone che si è ritagliato una leadership globale nel comparto digitale, ci sono anche altre aree del mondo emergente a cui vale la pena rivolgere l’attenzione. Una di queste è certamente l’Africa. Secondo un rapporto della Brooking Institutions, infatti, si stima che il continente abbia già superato l’India per numero di famiglie classificabili come classe media e avrà un mercato i cui consumi potrebbero salire fino a 2.500 miliardi di dollari entro il 2030. E dall’inizio di quest’anno, inoltre, è entrato in vigore l’accordo di libero scambio più grande al mondo in termini di Paesi partecipanti: l’African Continental Free Trade Area, con ben 54 firmatari. Una novità in grado di dare il via a uno sviluppo ancora più spedito, favorito anche dagli investimenti esteri che cominciano a fare capolino sull’area in maniera consistente. Il continente africano è pronto a crescere e lo farà con un modello differente da quanto fatto da altri. Chi vuole cercare opportunità di diversificazione, infatti, non potrà fare a meno di notare come, per esempio, in Kenya e Nigeria esistano già migliaia di società FinTech, con un ruolo degli istituti bancari tradizionali totalmente marginale.Anche l’America Latina è un mondo interessante e ricco di opportunità, sebbene in passato sia rimasto legato a un modello di sviluppo troppo dipendente dal commercio delle materie prime, fattore che ha contribuito a creare un elevato livello di diseguaglianza all’interno della popolazione, oltre a un’eccessiva fragilità dell’economia. Ora, però, l’abbattimento di molte barriere attraverso la digitalizzazione, l’aumento della fetta di popolazione rientrante nei canoni della classe media e la diffusione dei servizi su più ampia scala potrebbero dare slancio a un nuovo sviluppo dell’area che è, e rimane, una terra dalle mille opportunità, al pari dell’America del Nord. In America Latina, infatti, si nasconde un serbatoio di eccellenze e innovazione che non si mette mai abbastanza in evidenza. Si possono citare, per esempio, il sistema sanitario all’avanguardia del Cile, ai primi posti al mondo per numero di persone vaccinate contro il Covid. Oppure il caso del Costa Rica che, dal 2019, sfrutta quasi esclusivamente energia rinnovabile. Non è poi da trascurare la grande disponibilità di materie prime e di minerali. La Bolivia, per esempio, ha la più grande riserva di litio al mondo ed è pronta a produrre localmente batterie, una potenzialità da non sottovalutare in un mondo che si prepara al boom delle auto elettriche. Questi sono solo alcuni degli aspetti più interessanti di un’area del mondo ormai pronta a smarcarsi dagli stigmi attribuitigli negli anni di corruzione, instabilità economica e politica.Anche il Medio Oriente è un’area del mondo che dà segnali di maturità. Un Paese importante di quest’area, l’Arabia Saudita, ha intrapreso una politica per diventare sempre più indipendente dal petrolio con il piano di trasformazione Saudi Vision 2030. Paesi come Oman e Qatar hanno varato alcune riforme del mercato del lavoro favorevoli agli immigrati, con il probabile effetto di una maggiore capacità di attrarre e trattenere talenti e competenze dall’estero. Spostandoci, invece, sull’Est Europa, questa era l’area del Vecchio continente a crescita media più elevata prima della crisi, con una fetta consistente di popolazione che stava vedendo aumentare salari e capacità di spesa. La pandemia ha momentaneamente arrestato questo processo, ma con la ripresa dell’attività a livello mondiale è assai probabile che l’economia di questi Paesi riprenda il percorso interrotto. Paesi come la Russia, essendo comunque legati al mercato energetico, potrebbero riprendere slancio con la ripresa dei viaggi e del trasporto merci a livello mondiale. I Paesi sotto al cappello dell’Unione europea, infine, potranno presto beneficiare degli investimenti nell’ambito del Recovery Fund.Il quadro generale che si riesce a ricavare dal mondo degli Emergenti è, quindi, molto diversificato per aree regionali. Ma tutti questi Paesi, pur nelle loro diversità, hanno la caratteristica comune di offrire grande potenziale di rendimento, pur rimanendo soggetti a repentine correzioni. Quest’ultimo è un aspetto che tende a tenere lontani gli investitori più avversi al rischio, insieme al fatto che negli ultimi 10 anni si è verificata una grande dispersione di performance: tra le asset class migliori e quelle peggiori, infatti, c’è stata una differenza media del 30 per cento. Tuttavia, questo mondo complicato può rivelarsi una fonte preziosa di rendimento, se si adotta la giusta strategia. Con il fondo d’investimento Pictet-EMMA (Emerging Markets Multi Asset), Pictet ha messo in campo un approccio globale e diversificato, multi asset, che si pone l’obiettivo di andare a selezionare le varie eccellenze locali e, al contempo, controllare il rischio che caratterizza questi mercati.

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Inflazione: impatto sui mercati e conseguenze di lungo termine sui risparmi degli italiani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 Maggio 2021

A cura di Michele Morra, Portfolio Manager di Moneyfarm. Negli ultimi giorni si è registrato un aumento della volatilità sui listini azionari globali. A causare la turbolenza è stata principalmente l’accelerazione dell’inflazione negli Stati Uniti. Gli investitori sono preoccupati che una rapida ripresa dell’inflazione obblighi le banche centrali a correggere la propria politica monetaria prima del previsto. Niente di nuovo, dal momento che il tema è al centro dell’attenzione degli investitori da diversi mesi, ma sempre più persone si chiedono se il percorso di crescita che ha caratterizzato i mercati azionari negli ultimi mesi sia ancora sostenibile. Crediamo che l’accelerazione dell’inflazione sia transitoria. Gran parte dell’impennata dei prezzi può essere attribuita all’effetto base. L’inflazione viene misurata su base annua e il confronto con i livelli molto bassi dei prezzi delle materie prime lo scorso anno spiega i livelli elevati raggiunti in questi giorni. Se si guarda poi all’ultima pubblicazione del Consumer Price Index negli Stati Uniti, il forte aumento dei prezzi riguarda soprattutto i settori più colpiti dalla pandemia (come le tariffe aeree, le auto a noleggio, la ristorazione e l’industria del turismo) e quindi avrà vita breve. Un altro effetto che probabilmente sta guidando in alto i prezzi è legato alla crescita della domanda aggregata: le persone hanno cominciato a consumare e stanno spendendo i risparmi accumulati durante l’ultimo anno. L’inflazione guidata dalla domanda segnala un’economia forte e, sebbene ciò possa avere un impatto negativo sulle obbligazioni, non significa necessariamente che l’azionario ne risentirà: il rischio inflazione, fino a questo momento, è stato più che compensato dall’effetto positivo legato alla crescita dell’economia. Infine, ci sono le considerazioni sul mercato del lavoro. Negli Stati Uniti e altrove il mercato del lavoro sta ancora facendo i conti con i danni causati dalla pandemia, con il tasso di occupazione lontano dai livelli precedenti al Covid-19. La Fed ha annunciato che nel rivedere le sue politiche si concentrerà prima di tutto sulla ripresa del mercato del lavoro piuttosto che sulla dinamica dei prezzi. Il mercato del lavoro, solitamente, raggiunge il proprio apice alcune settimane dopo il picco dell’attività economica e ciò rassicura sul fatto che il momento in cui la banca centrale invertirà la politica monetaria è ancora lontano. Fatte tutte queste dovute considerazioni, è sicuro che l’inflazione rimanga una variabile rilevante per i mercati finanziari nei prossimi mesi. Lasciando da parte le considerazioni macroeconomiche e assumendo il punto di vista degli investitori, l’inflazione ha sicuramente un ruolo importante nel dettare la migliore linea d’azione per gli investitori. In passato detenere la propria ricchezza sul conto corrente o altri strumenti liquidi era un’opzione che garantiva rendimenti costanti e a basso rischio in grado di proteggere il capitale dalla svalutazione dovuta all’inflazione. In altre parole, contanti e depositi pagavano interessi superiori al tasso di inflazione e dunque sufficienti a controbilanciare l’inflazione. Durante i periodi in cui l’inflazione è moderata e i tassi di interesse sono alti, tenere i risparmi in liquidità è una strategia consigliabile per mantenere e accrescere la ricchezza a lungo termine. In situazioni in cui è vero il contrario – alta inflazione e bassi tassi di interesse – mantenere il capitale in liquidità è un modo sicuro per perdere valore reale. Man mano che i prezzi aumentano, il potere d’acquisto dei risparmi può diminuire in modo drammatico. Nel grafico, è possibile apprezzare l’effetto dell’aumento dei prezzi su un capitale di 20.000€ per un periodo di 20 anni. Il tasso di inflazione considerato nella simulazione è del 2%, un livello vicino al target di inflazione di medio termine della maggior parte delle banche centrali. Quando il prezzo di beni e servizi cresce, la stessa quantità di denaro vale meno in termini di potere d’acquisto. Anche se il valore nominale del denaro rimane lo stesso, il valore reale del denaro diminuisce drasticamente. Con un tasso di inflazione del 2% su 10 anni, 20.000€ varranno quindi l’equivalente di 13.450€. La simulazione considera solo il tasso generale di inflazione, misurato su un paniere di beni e servizi diversi. Prodotti specifici possono registrare un tasso di inflazione maggiore, riducendo ancora di più il valore futuro del risparmio quando viene utilizzato per acquistarli. Prendiamo l’esempio della casa, il cui valore è cresciuto di oltre il 2% all’anno nella maggior parte delle grandi città negli ultimi 10 anni. Ciò significa che se il l’obiettivo è acquistare una casa, i soldi tenuti in contanti si sarebbero svalutati molto più del tasso generale di inflazione in questo periodo di tempo.Recentemente, abbiamo condotto uno studio confrontando la performance di un capitale lasciato nel conto deposito e quelle di un investimento bilanciato su un periodo di 10 anni. Quando si tiene conto dell’inflazione, i depositi hanno chiuso il decennio con un valore reale notevolmente inferiore rispetto a quando era iniziato. Al contrario, un investimento bilanciato avrebbe generato rendimenti reali positivi. Certo la volatilità di un investimento finanziario è superiore a quella della liquidità così come il rischio associato, ma, numeri alla mano, su un periodo lungo investire è la strada migliore per battere l’inflazione e proteggere il capitale. Questo è il motivo per cui i risparmiatori dovrebbero tenere conto dell’inflazione quando operano scelte finanziarie di lungo termine. Spesso si sente dire che l’inflazione non è un problema, perché negli ultimi anni è stata sotto controllo, ma questo modo di ragionare è completamente sbagliato perché si focalizza sul passato per prendere decisioni sul futuro.Per concludere quindi, c’è la possibilità che l’aumento dei livelli di inflazione abbia un impatto sui mercati finanziari nel breve termine, ma che l’inflazione eroda il valore reale dei risparmi lasciati in liquidità, visti i tassi di interesse bassi (fattore praticamente certo nei prossimi anni), è una certezza nel lungo termine.

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Osservatorio mercati

Posted by fidest press agency su martedì, 13 aprile 2021

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. Marzo è stato un mese tutto sommato positivo per i mercati e caratterizzato da un deciso cambio di regime rispetto all’inizio dell’anno. I tassi d’interesse per ora sembrano essersi stabilizzati e questo ha permesso al settore tecnologico e, più in generale, ai titoli growth di recuperare un po’ del terreno perso rispetto ai titoli value, che comunque hanno continuato a registrare performance positive in quest’ultimo mese. La ripresa del comparto growth però presenta alcune importanti divergenze al suo interno. Se infatti i grandi campioni di questo indice (Microsoft, Google, Facebook) hanno ripreso a marciare senza sosta dalla metà di marzo, altri comparti di questo indice, come il cosiddetto “Innovation”, stanno facendo fatica a scrollarsi di dosso la forte volatilità di fine febbraio, segnalando una decisa preferenza degli investitori per le società dal business già affermato. In questo contesto va letta, secondo noi, anche la decisa frenata da parte degli indici Small Cap rispetto alle società a più alta capitalizzazione. Dal punto di vista geografico, l’Europa ha confermato il suo momento di gloria, sovraperformando i listini a stelle e strisce ed emergenti, quest’ultimi direi grandi assenti nel festival di performance positive dell’ultimo mese. In particolare, il comparto asiatico sta prendendo una pausa dopo le performance molto positive dell’anno passato, con esso si sono fermati i grandi campioni tecnologici della rivoluzione dei consumi Made in China, Tencent e Alibaba, che sembrano ancora accusare la stretta messa in atto dal governo cinese sul settore del Fintech, con queste soffre tutto il comparto emergente. Da luglio 2020 abbiamo cominciato un percorso di ripristino della rischiosità dei portafogli. Dopo la strategia essenzialmente conservativa di febbraio e marzo dell’anno scorso, nei mesi successivi, sulla scia di un contesto macroeconomico in miglioramento, abbiamo aumentato la percentuale di asset class con profilo di rischio e rendimento più alto e lo abbiamo fatto principalmente incrementando la percentuale investita in azioni. Nel ribilanciamento di novembre avevamo espresso una preferenza per quelle società più colpite dalla pandemia, quindi caratterizzate da valutazioni più convenienti, e ci eravamo anche alleggeriti di alcuni degli strumenti obbligazionari a scadenza più lunga. Quest’ultimo ribilanciamento in sostanza conferma le nostre scelte sull’azionario e apporta alcune modifiche all’asset allocation strategica. I binari su cui si muove sono principalmente tre (fermo restando che le nostre scelte si declinano in modo differente a seconda del livello di rischio del portafoglio). In primis, l’aumento della quota azionaria. Continuiamo ad aumentare la percentuale investita in azioni su tutte le linee. Il contesto, sia finanziario sia economico, al momento presenta più opportunità che rischi. Ovviamente siamo consci del fatto che proprio in questi giorni i mercati azionari stanno raggiungendo nuovi massimi, ma dobbiamo ricordare che le nostre scelte sono sempre legate a un’ottica di lungo periodo e l’andamento dei mercati ci sembra coerente alle nostre valutazioni strategiche. I dati dell’economia reale e il livello di indici di rischio come il VIX ci consentono di guardare con fiducia ai mesi a venire ricordandoci anche che, al momento, date le valutazioni su tutte le varie asset class entro lo spettro del rischio consentito dalla nostra gestione, le azioni costituiscono ancora l’alternativa migliore per cercare rendimento nel medio-lungo termine. Anche questa volta preferiamo continuare a puntare sulle società con valutazioni più convenienti, dando continuità a una strada che per adesso ha premiato. Secondo elemento, l’introduzione di obbligazioni societarie in dollari in quei portafogli in cui l’obbligazionario non è solo un diversificatore ma anche una fonte di rendimento. I tassi d’interesse sono stati indubbiamente i protagonisti di questi primi mesi del 2021 e i movimenti sulla curva americana hanno aperto delle opportunità di rendimento nel mondo obbligazionario in dollari rispetto agli strumenti quotati in euro. Il differenziale sulla parte medio-lunga della curva inizia ad essere interessante e, anche al netto del costo di copertura del rischio valutario, offre spunti che vale la pena cogliere per aumentare la redditività della componente obbligazionaria dei portafogli. Infine, l’introduzione di obbligazioni quotate in Yuan. Per la prima volta abbiamo inserito nei portafogli Moneyfarm obbligazioni denominate in valuta cinese: una scelta coerente alla grande attenzione che la nostra gestione riserva ai trend di lungo periodo dell’economia globale. Il mondo obbligazionario a livello globale sta cambiando, soprattutto sul fronte degli emergenti, e questo tipo di strumenti ricoprirà una quota rilevante del mondo finanziario negli anni a venire. Le obbligazioni cinesi hanno storicamente mostrato caratteristiche di rischio e rendimento uniche nel nostro universo investibile. A prescindere dalle prospettive specifiche di rendimento per questa asset class, la sua esposizione a fattori di rischio come politica monetaria e inflazione cinese, che seguono traiettorie quasi indipendenti dai corrispettivi occidentali, la rende un diversificatore importante all’interno del portafoglio.

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Mercati Emergenti: quando il diritto (di prelievo) è un compromesso

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 aprile 2021

A cura di Pasquale Diana, Senior Macro Economist di AcomeA SGR. Questa settimana si svolgono a Washington i tanto attesi incontri del Fondo Monetario Internazionale (FMI), in forma ovviamente virtuale. Le ultime stime del Fondo vedono la crescita mondiale in miglioramento, con il PIL globale in crescita del 6% nel 2021, in rialzo dello 0.5% rispetto alle stime di gennaio. Questa stima nasconde però delle divergenze importanti: i paesi avanzati cresceranno del 5.1%, trainati dagli Stati Uniti (+6.4%). I paesi emergenti cresceranno del 6.7%, ma solo grazie alle performance della Cina (+8.4%) e dell’India (+12.5%). L’Africa Sub-sahariana, ad esempio, crescerà solo del 3.4%, l’America Latina del 4.6% e l’Europa Emergente del 4.4%. Questo gap di crescita è ancora più marcato se lo guardiamo da un altro punto di vista. Secondo le stime del Fondo, l’unico paese in cui nel medio periodo il livello stimato del PIL sarà superiore alle stime pre-Covid sono gli Stati Uniti. Nelle economie emergenti, la perdita totale di ricchezza rispetto alle stime pre-Covid è nell’ordine del 4-8% del PIL, con Asia (ex-Cina) e America Latina maggiormente colpite.Che cosa sta alla base del fenomeno che vede le economie ricche riprendersi dalla pandemia con un vigore superiore rispetto ai paesi emergenti? Due fattori: una politica fiscale più espansiva e una somministrazione di vaccini più efficace. Il primo fattore è legato alla possibilità che i paesi ricchi hanno di finanziare stimolo fiscale tramite emissione monetaria (quantitative easing), un privilegio legato al fatto di emettere reserve currencies. Il secondo fattore è legato agli accordi presi dai paesi sviluppati con le multinazionali farmaceutiche, grazie ai quali si sono assicurati la stragrande maggioranza delle dosi di vaccini disponibili nei primi mesi di inoculazioni. Questo vuol dire che i paesi sviluppati raggiungeranno l’immunità di gregge e riapriranno le loro economie quando alcuni paesi emergenti staranno appena iniziando a vaccinare su larga scala. In parole povere, i paesi emergenti continueranno a soffrire degli effetti della pandemia ben più a lungo degli altri. È palese che il Fondo Monetario debba giocare un ruolo importante per evitare una nuova crisi dei paesi emergenti, ma quale? Nel post-Covid, l’FMI ha messo in piedi programmi di vario genere con 86 paesi per un totale di 110 miliardi di dollari (vedi qui), ai quali vanno aggiunte altre linee preesistenti, per un totale di 250 miliardi. Questo è ancora poco rispetto al potenziale di erogazione del Fondo che ammonta a circa un trilione di dollari. Può il Fondo Monetario fare di più per aiutare i paesi emergenti? Certamente. Ma allora perché non lo fa? Non è così semplice. Per capire, dobbiamo fare un passo indietro.In sintesi, l’FMI di oggi è diverso rispetto a quello di 20 anni fa per due aspetti fondamentali. In primo luogo, il Fondo non insiste più con i paesi sul principio della libera circolazione del capitale. Al contrario, ritiene che i controlli di capitale possano, in certi casi, avere un senso. In secondo luogo, il Fondo ha abbandonato il dogma dell’austerità fiscale e spinge anzi i paesi a continuare a fare investimenti pubblici. In parole povere, il Fondo ha abbandonato la sua ortodossia economica per assumere una posizione più malleabile. Questa è senz’altro una buona notizia per i paesi emergenti, ma che dire degli investitori che hanno finanziato questi paesi? A pensarci bene, se il Fondo Monetario apre la porta a controlli di capitale (in uscita) ed è meno rigido sul consolidamento fiscale, sta implicitamente rendendo il default sul debito sovrano più probabile. Come mai? L’FMI – per suo stesso Statuto – può solo erogare prestiti ove il debito sia giudicato sostenibile. Se al paese viene richiesta meno austerità fiscale che in passato, è chiaro che uno sforzo aggiuntivo per ridurre il debito possa venir chiesto ai bondholders, tramite una ristrutturazione. In parole povere, se il debito non è sostenibile, qualcosa va fatta. Se non la fa il paese (tirando la cinghia) devono farla gli obbligazionisti (accettando una ristrutturazione). La linea dura del “proactive restructuring” è sostenuta con forza da molti accademici, i quali sostengono che i paesi emergenti devono a gran voce rinegoziare il debito con i bondholders all’interno di un programma con l’FMI. Paradossalmente però sono proprio i paesi emergenti, spesso, a non volersi avvicinare al Fondo Monetario per paura di essere obbligati dal Fondo stesso a ristrutturare il debito contratto con gli obbligazionisti privati. Questo perché temono di entrare in una spirale perversa di contenziosi legali, perdendo accesso al mercato dei capitali per diversi anni.Quindi, da un lato il “nuovo” Fondo Monetario è pronto ad aiutare i paesi, ma è comprensibilmente restio a offrire linee di credito che vengano usate per ripagare gli obbligazionisti privati. Dall’altro i paesi emergenti sono altrettanto comprensibilmente restii a iniziare un arduo processo di ristrutturazione del debito se pensano che la crisi sia in realtà solo passeggera. Nel dubbio, tendono a non avvicinarsi al Fondo. Appare poco ragionevole aspettarsi che investitori privati che hanno dato fiducia a mercati emergenti decidano di loro iniziativa di ristrutturare o condonare il debito. Sta, quindi, al Fondo stesso persuadere i paesi che è nel loro interesse prendere una linea di credito e iniziare (ove fosse necessario) un processo di ristrutturazione. Ma – per le ragioni esposte qui sopra – non è facile. Siamo quindi al punto di partenza. Che fare allora? Ecco che entrano in gioco le SDR (Special Drawing Rights), i famosi diritti speciali di prelievo. Sembra probabile che l’FMI annuncerà a breve l’emissione di 650 miliardi di dollari di SDR. Questi diritti di prelievo sono un tipo di valuta, scambiabile sul mercato con dollari o altre valute forti. Un’emissione di SDR da parte del FMI equivale, quindi, a un’immissione di liquidità nelle riserve di tutti i paesi membri del Fondo Monetario. Un paese che ha poche riserve auree e riceve SDR può scambiarle con dollari sul mercato e far fronte a pagamenti verso esteri, ad esempio. Ogni paese riceve SDR in base alla sua quota nel Fondo Monetario. I critici di questa misura sostengono che le SDR andrebbero principalmente ai paesi ricchi, che detengono la maggior parte delle quote – il che è vero. Detto questo, un’emissione da 650 miliardi di dollari equivale a un aumento significativo delle riserve in molti paesi, tra cui ad esempio Sri Lanka, Pakistan, Ecuador, Ghana, Argentina, Ucraina ed Egitto. Inoltre, non è da escludere che l’FMI possa incoraggiare in qualche modo i paesi più ricchi a cedere la loro quota a paesi più poveri.Il Fondo ha ovviamente altre opzioni, tra cui la creazione di nuove e originali linee di credito, con scadenze più lunghe e tassi più bassi. Ciò detto, per una parte significativa dei paesi rimane il timore che chiedere aiuto all’FMI possa voler dire dover ristrutturare il proprio debito. Uscire da questa impasse è difficile, e in fondo sono mesi che le posizioni non cambiano. Un’emissione di SDR rappresenta quindi una scelta facile e immediata, un compromesso non certo ideale ma che tutto sommato non scontenta nessuno. http://www.acomea.it

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È il momento di guardare ai mercati emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 aprile 2021

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset, e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. Il primo anno di pandemia ci restituisce un mondo che va a due velocità. Per una parte del pianeta, infatti, è per il momento confermata la dinamica di recupero a “V”, peraltro una “V” alquanto pronunciata. Per il resto dei Paesi, invece, la ripresa pare meno netta. Prendiamo l’Europa continentale, dove i rallentamenti sia nel processo di implementazione del piano fiscale comunitario da €750 miliardi sia nel programma delle vaccinazioni stanno gravando pesantemente sulle prospettive della regione. Tanto che abbiamo di recente rivisto al ribasso le nostre stime per la crescita economica dell’eurozona nel 2021, portandole al 4,6%. La parte di mondo virtuosa è guidata da quelle che già prima del COVID erano le prime due economie del pianeta: Stati Uniti e Cina. Due Paesi che, nonostante le divergenze e le tensioni che ne hanno minato le relazioni negli ultimi anni, paiono ancora oggi strettamente connessi dal punto di vista economico.Infatti, se da un lato l’economia del colosso asiatico marcia speditamente, sostenuta in particolare dalla produzione industriale e dalle esportazioni , al contrario quella statunitense è trainata dai consumi, con la ripartenza della produzione che è stata sinora più lenta. Di conseguenza, per essere soddisfatta questa domanda massiccia si rivolge ai beni importati e, principalmente, a quelli provenienti dalla Cina. Una domanda destinata ad aumentare ulteriormente con il nuovo piano fiscale dell’amministrazione Biden e con l’impiego della liquidità accumulata negli ultimi mesi. Torna quindi di estrema attualità il tema dell’interdipendenza economica tra Cina e USA, a dimostrazione di come il commercio globale giocherà un ruolo fondamentale anche nella ripresa post-COVID. Si tratta di un elemento che non potrà che portare beneficio ai Paesi emergenti, le cui economie da sempre sono fortemente legate alla dinamica del commercio internazionale.Questo fattore si aggiunge alle motivazioni che spingono a guardare con particolare interesse ai mercati emergenti. Tali Paesi si trovano su un percorso di crescita tendenziale strutturalmente più elevato rispetto a quello dei Paesi avanzati e il differenziale si è ampliato ancora di più nell’ultimo anno: molti Stati del mondo in via di sviluppo, soprattutto asiatici, sono stati infatti capaci di gestire in modo più efficace la pandemia e le loro economie ne stanno giovando..Se nel 2020 i mercati emergenti sono arrivati a contribuire per il 50% al PIL globale, questa quota pare dunque indirizzata a incrementarsi ulteriormente negli anni a venire: secondo le nostre stime, arriverà al 57% entro il 2030. Non solo, già oggi nell’area emergente viene realizzato il 53% dei profitti aziendali e questi Paesi sono abitati dall’84% della popolazione mondiale, fonte di una poderosa spinta demografica. Il sorpasso economico è, quindi, ormai prossimo, mentre più lento è quello sui mercati finanziari.Gli strumenti di investimento dei mercati emergenti, infatti, presentano un grande potenziale di rendimento, ma sono anche soggetti a repentine brusche correzioni. Tali episodi, che tendono a ripetersi con una certa frequenza, ogni 2-3 anni, scoraggiano gli investitori che approcciano questi mercati.Nelle ultime settimane ne abbiamo avuto un assaggio, con le azioni cinesi che hanno perso circa il 17% in un mese (in valuta locale). Nello stesso periodo le obbligazioni cinesi hanno invece guadagnato quasi l’1%. Un altro elemento che complica le scelte di investimento è appunto la grande dispersione di performance che si registra tra le attività finanziarie dei mercati emergenti. Fonte: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2021/idee-di-investimento/03/e-il-momento-di-guardare-ai-mercati-emergenti

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“I mercati emergenti globali acquistano slancio”

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 febbraio 2021

A cura di Dara White, Responsabile globale azioni mercati emergenti di Columbia Threadneedle Investments. Malgrado il suo notevole impatto su salute e benessere pubblici, la pandemia di Covid-19 non ha stravolto i poderosi trend strutturali che trainano la crescita nei mercati emergenti. Ci aspettiamo che tali tendenze acquistino ulteriore slancio nel nuovo anno e che i mercati emergenti si confermino i principali propulsori indiscussi della crescita economica globale.Il quadro macroeconomico in questo inizio di 2021 appare estremamente positivo. Alcune delle maggiori economie mondiali, Cina e Corea del Sud in testa, sono state tra le prime ad essere colpite dalla pandemia, ma le efficaci strategie di contenimento del virus hanno consentito loro di recuperare fortemente quota e di posizionarsi favorevolmente per proseguire tale ripresa. Più in generale, i mercati emergenti stanno beneficiando dell’ondata globale di tagli dei tassi d’interesse e iniezioni di liquidità. Inoltre, queste economie godono di un maggior margine di manovra rispetto ai paesi sviluppati per aumentare l’entità dell’accomodamento in ragione dei tassi d’interesse reali più elevati.Visto il contesto economico favorevole e la prospettiva di vaccini anti-Covid disponibili su larga scala nel corso del 2021, riteniamo che il principale trend di lungo termine che sostiene i mercati emergenti – la transizione da un modello di crescita basato sulle esportazioni ad uno incentrato sulla vivacità della domanda interna – si riaffermerà in maniera ancora più vigorosa.L’ascesa del ceto medio globale è la riprova più evidente di tale cambiamento strutturale. Lo scorso ottobre Brookings Institution, con sede a Washington, ha sottolineato come la Cina stia registrando l’espansione del ceto medio più veloce della storia, specificando che ciò sta avvenendo “in un momento in cui la classe media globale sta già ampliandosi a un ritmo senza precedenti, in parte grazie ad alcuni paesi limitrofi come l’India”. Il rapporto della Brookings stima che il ceto medio cinese conterà 1,2 miliardi di persone entro il 2027, rappresentando un quarto del totale mondiale. A titolo di raffronto, negli anni Cinquanta più del 90% del ceto medio mondiale viveva in Europa e in Nord America.Questa continua ascesa alimenterà una vivace domanda interna di beni e servizi, che verrà in gran parte soddisfatta da aziende nazionali in rapida espansione. Riteniamo che temi quali l’innovazione digitale, la penetrazione del commercio elettronico e dei pagamenti digitali, l’allargamento finanziario e lo sviluppo ambientale – tutti trend rinforzati dagli effetti della pandemia – si riveleranno fonti proficue di opportunità d’investimento nel 2021 e oltre.Al fine di cogliere tali opportunità continueremo a concentrarci sulle società dei mercati emergenti che si rivolgono ai consumatori nazionali. Individuiamo notevoli opportunità nei settori dei beni voluttuari, dell’informatica e dei servizi di comunicazione, dove il potenziale di crescita globale è molto promettente in quanto le imprese continuano a sviluppare prodotti e servizi in grado di soddisfare le mutevoli esigenze dei consumatori.Quello della sanità è un altro settore che ha registrato un’accelerazione durante la pandemia. Se pensiamo che la spesa sanitaria cinese è pari ad appena il 5% del PIL contro il 17% degli Stati Uniti, le potenzialità di questo settore risultano evidenti. La popolazione della Cina sta diventando più vecchia, più ricca e più malata. Le riforme rivoluzionarie hanno fatto da volano per le aziende del settore, e l’ingresso del paese nell’International Council for Harmonisation of Technical Requirements for Pharmaceuticals for Human Use (ICH) ha contribuito ad armonizzare le procedure cliniche cinesi e a renderle conformi agli standard internazionali. Di conseguenza, i tempi di approvazione e rimborso dei farmaci sono drasticamente diminuiti, il mercato è stato aperto e ciò ha sbloccato sia la domanda che la capacità produttiva. Non ci sorprenderebbe vedere il settore sanitario raddoppiare le sue dimensioni nei prossimi anni.
“Molti investitori mantengono il sottopeso sui Mercati Emergenti, ma le motivazioni per detenere questa asset class stanno diventando più forti – un numero crescente di società presentano i requisiti richiesti dal nostro stile d’investimento “quality growth” Altrove, il settore finanziario presenta sacche di crescita grazie all’innovazione digitale. In Brasile, ad esempio, i tassi d’interesse sui minimi storici stanno promuovendo gli investimenti azionari e creando nuove opportunità. Con la continuazione della deregolamentazione finanziaria, delle riforme strutturali e dell’adozione tecnologica, ci aspettiamo che aree quali le intermediazioni e i pagamenti digitali si rivelino le più promettenti sul fronte della crescita. Inoltre, benché la pandemia abbia rallentato l’agenda di riforme nei mercati emergenti, il trend di lungo termine rimane intatto. Brasile, Indonesia, India e Cina, ad esempio, stanno portando avanti importanti riforme.Molti investitori restano sottoesposti ai mercati emergenti, mentre i vantaggi di un’esposizione a questa classe di attivi diventano sempre più evidenti. Sta aumentando il numero di aziende che soddisfa i nostri criteri di investimento basati sulla “crescita di qualità”, dotate di team dirigenti solidi e favorevoli agli investitori, nonché della capacità di finanziare la propria crescita internamente, incrementando al contempo la redditività del capitale investito.Riteniamo che questa classe di attivi offra solidi vantaggi in termini di crescita e diversificazione e che il 2021 fornirà opportunità interessanti per incrementare l’esposizione.

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