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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

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Mercati: Due trimestri di turbolenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 giugno 2019

A cura di William Davies, Responsabile azionario globale di Columbia Threadneedle Investments. Nell’arco di soli sei mesi – dallo scorso ottobre alla fine di marzo – sui mercati mondiali è accaduto qualcosa di eccezionale. Il 21 settembre 2018, giorno dell’equinozio di autunno, i listini hanno raggiunto un picco; poi all’improvviso si è verificato una apparente cambio di stagione ed è arrivato l’inverno. Con l’inizio del quarto trimestre si è prodotta rapidamente una brusca correzione, durante la quale i principali mercati azionari hanno perso circa il 17%, toccando un minimo alla vigilia di Natale negli Stati Uniti (il giorno di Natale in Asia). Quindi, dopo aver annullato tutti i guadagni del 2018 e oltre, i listini mondiali si sono divincolati dalla gelida morsa della paura, e tra la fine di dicembre e l’equinozio di primavera (21 marzo) hanno invertito la rotta, registrando un rialzo del 18%. La bella stagione era arrivata.
Perché i mercati hanno manifestato di punto in bianco tanta paura? E se gli apparenti timori per l’economia globale erano giustificati, come si può spiegare l’improvviso ritorno dalla propensione al rischio? Il crollo del quarto trimestre è stato un’anomalia? Oppure il successivo rimbalzo segnala una pericolosa sottovalutazione dei pericoli che attendono gli investitori nel resto di quest’anno e nel prossimo? La mia risposta alle ultime due domande è “no”. La correzione del quarto trimestre è stata forse di una gravità inattesa, ma è spiegabile alla luce del contesto e di alcuni dati pubblicati intorno a quel periodo. Credo anche che il rimbalzo all’inizio di quest’anno sia giustificabile, anche se sono rimasto sorpreso dalla sua intensità. Sia la correzione che il successivo recupero sono stati una reazione a una serie di rischi geopolitici in rapida evoluzione – specie le tensioni sulle relazioni commerciali sino-statunitensi – che gli investitori trovano sempre più difficili da prevedere e da valutare. A causa della fragilità della fiducia e della successione talvolta rapida degli eventi i mercati potrebbero aver evidenziato oscillazioni più violente del solito, ma le loro reazioni non sono state irrazionali. Il contesto di lungo periodo è fondamentale in questo caso. L’attuale espansione globale e il corrispondente rialzo dei mercati azionari hanno raggiunto un fase avanzata in termini storici; di conseguenza, aumenta naturalmente il timore che l’economia mondiale sia vicina a una contrazione che segnalerà la fine del ciclo attuale. Non stupisce, quindi, che gli investitori prestino grande attenzione ai segnali di recessione, dopo aver osservato una crescita economica nominale del 3-4% all’anno negli Stati Uniti e del 4-5% a livello globale per gran parte del decennio da quando l’S&P 500 ha toccato un minimo nel marzo del 2009, il tutto abbinato a un’inflazione estremamente modesta. Le loro apprensioni si sono indubbiamente acuite in seguito all’ulteriore accelerazione del ritmo di espansione nel 2017 e 2018.
La marcata correzione degli ultimi tre mesi del 2018 è stata causata da due fattori importanti. Il primo è stato il mutevole panorama politico. Negli ultimi anni nelle principali economie mondiali sono saliti al potere alcuni uomini forti di orientamento nazionalistico che hanno adottato un approccio più risoluto nelle relazioni internazionali. Negli Stati Uniti i Repubblicani non hanno più la maggioranza al Congresso, ma il presidente Trump rimane una figura dominante e imprevedibile. In Cina Xi Jinping ha consolidato il controllo sul governo e ha eliminato i limiti temporali al proprio mandato di primo ministro. Analogamente, Narendra Modi in India, Recep Tayyip Erdogan in Turchia, Jair Bolsonaro in Brasile, Shinzo Abe in Giappone e il principe ereditario Mohammad Bin Salman in Arabia Saudita sono tutti leader più forti e nazionalistici dei loro predecessori, mentre figure anticonformiste come Vladimir Putin e Kim Jong Un godono di una notevole influenza internazionale.
È in questo contesto che la situazione della Brexit diventa particolarmente rilevante. In quanto economia aperta e interconnessa a livello internazionale, il Regno Unito è profondamente integrato in molte delle catene di produzione transfrontaliere lungo le quali si muovono i flussi commerciali. Ma se a causa dei cambiamenti geopolitici non si ha più la certezza che queste catene di produzione continueranno a operare come in passato, non è chiaro dove le aziende dovrebbero investire.
A quel punto è affiorato il primo importante segnale positivo: gli Stati Uniti hanno sospeso l’innalzamento dei dazi dal 10% al 25% minacciato nei confronti di USD 200 miliardi di importazioni cinesi. Questo rinvio di 90 giorni ha spostato a fine febbraio il rischio di un’ulteriore perturbazione dei flussi commerciali, alleviando una delle principali fonti di apprensione per i mercati globali.
Nel contesto di crescenti timori riguardo ai dati economici che venivano pubblicati, i mercati hanno captato il secondo importante segnale positivo: dopo aver accennato a ulteriori rialzi dei tassi fino all’ultimo trimestre del 2018, la Fed ha reagito all’indebolimento delle prospettive indicando che non prevedeva più di aumentare i tassi nel corso del 2019. Questo mutato orientamento, unito al rinvio di un nuovo conflitto sul fronte commerciale, ha contribuito a innescare il rimbalzo degli indici azionari che è poi proseguito per tutto il primo trimestre.
In un’ottica futura, le prospettive a medio termine sono dominate da una questione in particolare: le elezioni statunitensi del 2020 e la volontà del presidente Trump di creare un solido contesto economico per la propria campagna elettorale. Deciso a ottenere un secondo mandato, il magnate farà tutto il possibile per evitare un rallentamento dell’economia statunitense esacerbato dalle tensioni commerciali e dalla debolezza degli investimenti aziendali. Avendo perso il controllo del Congresso e con un ampio disavanzo di bilancio, non sarà facile per Trump far approvare ulteriori misure di stimolo economico.
Un eventuale accordo commerciale con Pechino, in particolare laddove questo comporti un maggiore acquisto da parte cinese di beni e prodotti agricoli provenienti dagli stati centrali elettoralmente cruciali degli USA, potrebbe fornire all’economia nazionale e alle prospettive di rielezione di Trump quella sorta di stimolo che il Presidente sta cercando.
Trump ha già varato un ampio stimolo fiscale alla fine del 2017, con tagli alle imposte sui redditi individuali e societari che hanno dato impulso alla crescita sino alla fine del 2018, anche se gli effetti di queste misure dovrebbero iniziare a svanire dai dati economici con l’avanzare del 2019. Data questa lettura degli eventi, il rialzo messo a segno dai mercati mondiali a partire dai minimi di fine 2018 appare ragionevole, anche se è stato più marcato di quanto mi aspettassi. Ciò nonostante, sulla base delle attuali valutazioni i principali mercati azionari non sembrano sopravvalutati.
Le azioni statunitensi quotano a circa 16 volte gli utili attesi per il 2020. Se anche queste previsioni di utile non si realizzassero e il multiplo effettivo si rivelasse più elevato, le valutazioni sarebbero comunque ragionevoli, specialmente a fronte del rendimento del 2,5% offerto dal Treasury USA decennale – sceso dal 3,25% raggiunto nell’estate del 2018 – che fornisce supporto agli attivi rischiosi attraverso condizioni monetarie più accomodanti. Le azioni europee sono ancora più sottovalutate, a circa 13 volte gli utili, e una situazione molto simile si osserva in Asia o nei mercati emergenti. I mercati, per la maggior parte, non sembrano sopravvalutati sulla base delle attuali previsioni di utile; tuttavia, dato che l’economia mondiale si avvicina alla fine del ciclo economico, dovremmo aspettarci una graduale diminuzione delle valutazioni azionarie, perché quando il ciclo avrà raggiunto il picco gli utili potrebbero iniziare a diminuire.Tutto ciò suggerisce che, mentre la rapida correzione e ripresa dei mercati azionari negli ultimi sei mesi circa è giustificabile alla luce del quadro geopolitico e di una serie di dati economici deludenti, l’attuale ciclo economico è destinato per il momento a proseguire. Un mini ciclo non si è trasformato in una grave recessione… almeno per questa volta.I campanelli d’allarme, però, continuano a suonare, principalmente a causa della fragilità delle relazioni tra i grandi blocchi economici mondiali e dell’imprevedibilità dei negoziati tra potenti leader mondiali di orientamento nazionalistico. Ma il grande interrogativo per gli investitori di tutto il mondo sarà in ogni caso lo stesso: quando inizierà la prossima congiuntura negativa, quanto spazio di manovra avranno le banche centrali e le autorità di governo per proteggere e stimolare le loro economie? (fonte con testo integrale: http://www.columbiathreadneedle.com)

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Il futuro delle imprese italiane passa ancora per i mercati esteri”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 maggio 2019

Milano giovedì 30 maggio alle ore 15.30 a Palazzo Mezzanotte quali le prospettive per l’export italiano in un mondo sempre più incerto e complesso? A questa e altre domande risponde il Rapporto Export 2019 di SACE SIMEST (Gruppo Cdp), “Export Karma. Il futuro delle imprese italiane passa ancora per i mercati esteri”, con un’unica grande certezza: la proiezione internazionale è il principale motore del nostro Paese.
n base al programma interverranno Raffaele Jerusalmi, Amministratore Delegato di Borsa Italiana, Beniamino Quintieri, Presidente di SACE, Alessandro Terzulli, Chief Economist di SACE, Licia Mattioli, Vice Presidente per l’internazionalizzazione di Confindustria, Victor Massiah, CEO di UBI Banca, Alessandro Decio, Amministratore Delegato di SACE, Diana Bracco, Presidente e Amministratore Delegato di Gruppo Bracco, Francesco Caio, Presidente di SAIPEM, Gianfranco Simonetto, Presidente di Gruppo ICM e Massimo Tononi, Presidente di Cassa depositi e prestiti.

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Mercati irrequieti: incertezze anche sul prezzo del petrolio

Posted by fidest press agency su sabato, 27 aprile 2019

Il recente andamento del prezzo del petrolio riflette qualche cosa di più serio e complesso rispetto al solo comportamento della domanda e dell’offerta. Ora è al livello di circa 70 dollari al barile. Una crescita importante dai 53 dell’inizio dell’anno. Solitamente l’aumento è spiegato con la decisione dei Paesi dell’OPEC e della Russia di diminuire la loro produzione. A dicembre avevano annunciato di ridurla di 1,2 milioni di barili al giorno (bpd). A ciò naturalmente si aggiungono gli effetti della crisi politica e sociale del Venezuela, dell’embargo americano verso l’Iran, della preoccupante crescente incertezza sulla situazione libica e del raffreddamento della crescita globale. Globalmente, la produzione e il consumo di petrolio oggi si stimano in circa 100 milioni di bpd.
Si dimentica, però, di dire che le evoluzioni negative sono ampiamente compensate dall’aumento della produzione di petrolio da parte degli Stati Uniti, che hanno raggiunto i 12 milioni di bpd. Anche le esportazioni americane di petrolio hanno toccato il livello record di 3,6 milioni bpd e ci si aspetta che presto arrivino fino ai 4,6 milioni bpd. Si stima che la produzione giornaliera di petrolio da parte dei paesi non-OPEC, con gli Usa in testa, possa presto crescere di circa 2 milioni di barili al giorno.Già nel 2018 il prezzo medio del barile di greggio aveva registrato un aumento del 30% rispetto all’anno precedente. Però, l’aumento della media annuale salirebbe al 65% se il paragone lo facessimo con i dati del 2016, quando il prezzo del barile era poco sopra i 40 dollari.
Certamente sono lontani anni luce dai 100 dollari del periodo 2011-2013 e dai picchi di 150 dollari nel mezzo dell’euforia speculativa legata alla grande crisi finanziaria.Com’è noto, a ottobre del 2018 si raggiunsero i 73 dollari al barile per poi scendere ai 53 dollari di dicembre. Da gennaio scorso il prezzo è in progressiva salita. Si può dedurre che le varie spiegazioni fornite dagli esperti e dalle stesse compagnie circa le variazioni dei livelli delle produzioni non sono molto convincenti. In particolare non si giustificano le repentine oscillazioni del prezzo e i loro strettissimi tempi non riflettono gli andamenti della domanda e dell’offerta. Né l’evidente cambiamento del tasso della crescita globale e di quello del commercio internazionale può essere una giustificazione valida. A nostro avviso, l’attuale volatilità dei mercati energetici deve essere spiegata anche dalla crescente attenzione posta da settori della finanza sul petrolio e sulle commodity. La storia insegna che, quando altri settori finanziari – quali quelli del corporate bond, dell’immobiliare e dei titoli di stato arrancano, proprio come adesso, – le grandi banche e i fondi di investimento più speculativi tendono a cercare altrove possibilità di profitto, anche al prezzo di maggiori rischi. E i prodotti energetici e in generale le commodity possono diventare oggetto di speculazioni. Infatti, i recenti venti di guerra in Libia, anche intorno ai maggiori pozzi petroliferi, avrebbero accresciuto l’interesse da parte di taluni speculatori per operazioni finanziarie legate ai future sul prezzo del petrolio.
Non è un caso che la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea abbia rilevato un notevole aumento nelle attività legate ai derivati finanziari otc. Il suo ultimo rapporto trimestrale, pubblicato in aprile, evidenzia che già a metà 2018 il valore nozionale totale degli otc ha raggiunto i 600.000 miliardi di dollari. Anche i derivati sulle commodity hanno registrato un notevole aumento, superando, dopo molti anni, i 2.000 miliardi di dollari, con un aumento del 15% rispetto ai dati rendicontati del semestre precedente. La Bri, perciò, parla “di mercati finanziari particolarmente irrequieti”. Bisognerà tenerne conto.Non è nostra intenzione immaginare future gravi crisi finanziarie frutto di nuove speculazioni. Sono tante le variabili, economiche e geopolitiche, in gioco. Inoltre, la storia non si ripete mai negli stessi modi. Dato, però, l’aggravamento generale del processo debitorio pubblico e privato, come da noi recentemente evidenziato, auspichiamo che non sia una ripetuta mancanza di controlli e di interventi a mettere il mondo di fronte a nuovi e insostenibili rischi di crisi.Soprattutto non vorremmo che, ai tanti danni che di norma le attività petrolifere generano (guerre, colpi di stato, corruzione, danni alla salute e all’ambiente), si aggiungano quelli più diffusi della speculazione finanziaria fatta sui barili di petrolio, che spesso sono solo sulla carta e non realmente pieni del liquido nero. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Fixed Income: previsioni per le obbligazioni dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 aprile 2019

A cura di Mary-Therese Barton, Head of Emerging Market Debt. Le economie dei mercati emergenti stanno già superando quelle delle controparti sviluppate. E saranno ulteriormente favorite da un rimbalzo.Dimentichiamo le recenti turbolenze di mercato, le obbligazioni dei mercati emergenti (ME) oggi sono in una posizione ottimale. Infatti, l’anno in corso potrebbe rivelarsi l’esatto contrario del 2018 che è stato un anno abbastanza complicato.Questo giudizio positivo è riconducibile a due fattori. Innanzitutto, sebbene l’economia globale sia in rallentamento, le economie emergenti stanno andando relativamente meglio rispetto alle controparti sviluppate. In secondo luogo, i governi di tutto il mondo stanno attuando politiche mirate a stimolare la crescita. Storicamente, gli attivi dei mercati emergenti tendono a sovraperformare in entrambi questi contesti economici.
L’indicatore anticipatore mondiale, che si occupa di prevedere cosa potrebbe succedere alla crescita globale, ha registrato una brusca tendenza al ribasso dal picco del 2017. Ma, sebbene le previsioni si siano indebolite anche per i mercati emergenti, il grosso del rallentamento globale è riconducibile alle economie sviluppate.La serie di rialzi dei tassi operata dalla Federal Reserve statunitense fino allo scorso dicembre, l’atteggiamento belligerante del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump riguardo al commercio mondiale, i cambiamenti nella domanda globale di automobili, oltre a problemi più legati a singoli Paesi come l’incertezza politica di Italia e Regno Unito, hanno fatto sì che le economie sviluppate scalassero una marcia.Per contro, il grosso del rallentamento dei mercati emergenti si è concentrato in Turchia e Argentina – due Paesi che hanno sofferto ferite economiche autoinflitte.Di conseguenza, il differenziale di crescita delle economie emergenti rispetto alle controparti sviluppate è aumentato considerevolmente lo scorso anno fino a raggiungere un divario che è adesso ai massimi dal 2013.
È importante poiché in periodi in cui l’economia globale ha subito un rallentamento non uniforme, con le economie in via di sviluppo che hanno sovraperformato, le valute dei mercati emergenti si sono apprezzate sul dollaro – a un ritmo dell’1,7% l’anno in media, secondo la nostra analisi.Questa tendenza è ancora più accentuata per le valute dei mercati emergenti di Paesi in via di sviluppo di grandi dimensioni, come Cina, India, Corea, Russia e Brasile, per citarne alcuni. In media, queste valute hanno guadagnato il 4,7% l’anno sul dollaro, con le valute di America Latina e Europa dell’Est che tendono ad essere in testa.
La Fed ha tirato il freno a mano sulla politica di restringimento monetario. Non solo la Banca Centrale ha smesso di rialzare i tassi – crescono le aspettative secondo cui la prossima mossa sarà un taglio – ma ha anche messo prematuramente fine alla riduzione del bilancio. Questa svolta accomodante dovrebbe sostenere la crescita negli Stati Uniti più avanti nel corso dell’anno. Ma per adesso, potrebbe segnare la fine della forza inarrestabile del dollaro.Al momento, le valute dei mercati emergenti sono prossime al valore di massima sottovalutazione rispetto al dollaro da almeno vent’anni a questa parte. Complessivamente, questi fattori dovrebbero contribuire a sospingere le valute dei mercati emergenti e, pertanto, le obbligazioni sovrane dei mercati emergenti denominate in valuta locale – in quanto una porzione importante del rendimento su questi titoli di debito tende ad essere trainata dai movimenti di cambio.
Non è solo la Fed ad avere iniziato a reagire al rallentamento globale. La Banca Centrale Europea sta riprendendo le operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine per le banche (TLTRO – targeted longer-term refinancing operation), nell’ottica di sostenere l’economia dell’eurozona, attualmente in arresto.Ma ancora una volta, è la Cina la principale fonte di stimoli derivanti da una politica monetaria aggressiva. Con l’obiettivo di far ripartire i prestiti ai privati, infatti, la People’s Bank of China ha ridotto di cinque volte il coefficiente di riserva obbligatoria delle banche nel corso del 2018; e ulteriori tagli sono previsti nei prossimi mesi. Contemporaneamente, il governo cinese ha bruscamente aumentato gli investimenti in infrastrutture, dopo averli tagliati nel 2018.In termini più generali, le obbligazioni dei mercati emergenti dovrebbero essere sostenute da condizioni locali migliori. Politiche macroeconomiche prudenti e, soprattutto, la relativa aggressività delle banche centrali dei mercati emergenti suggeriscono che le economie dei mercati emergenti dovrebbero essere meno volatili rispetto al passato.Nel frattempo, le tensioni commerciali globali al momento preoccupano forse meno di quanto non abbiano fatto in passato. Infatti, visto che le economie dei mercati emergenti sono diventate più ricche, sono anche meno dipendenti dalle esportazioni, essendo sostenute anche dalla domanda interna. E dato che Paesi come la Cina sono sempre più sviluppati, hanno anche aumentato il valore aggiunto della loro manifattura, con l’effetto di rendere ancora più domestiche le catene di approvvigionamento finora disseminate in diversi Paesi.

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Nel 2018 i mercati europei hanno perso terreno e nel 2019?

Posted by fidest press agency su martedì, 5 marzo 2019

A cura di Paul Doyle, Gestore di portafoglio, Azioni europee di Columbia Threadneedle Investments. Nel 2015-16 le indagini sul settore manifatturiero indicavano che l’economia europea era in contrazione: gli spread delle obbligazioni high yield aumentarono di 400 punti base, suggerendo una recessione imminente. La svolta recessiva fu tuttavia evitata, perché la Federal Reserve interruppe gli aumenti dei tassi nel marzo 2016.
Nel 2018, invece, due correzioni di mercato con un “doppio minimo” – come quelle del 2015-16 – hanno causato un ribasso dei listini a fine anno e la peggiore performance azionaria di dicembre dal 1931. L’andamento sostenuto dell’economia statunitense ha indotto la Fed a effettuare quattro rialzi dei tassi nel corso del 2018. Questi interventi non sono stati accolti di buon grado: pertanto, come nel 2015-16, anche questa volta una pausa del ciclo di inasprimento, giudicata più favorevolmente, potrebbe innescare un rally dei mercati azionari. Oggi ci troviamo nella situazione opposta rispetto a un anno fa, quando si prevedeva un deprezzamento del dollaro USA e nei mercati emergenti regnava l’euforia.
Il rally del biglietto verde dello scorso anno ha aggravato gli squilibri nell’economia globale. La crescita economica statunitense ha mascherato i problemi sul fronte commerciale (i contrasti tra USA e Cina, seguiti dai dazi), ma adesso che il dinamismo economico sta rallentando e la volatilità di mercato è in aumento, tutti i nodi vengono al pettine. In poche parole, se la Fed non cambia politica rischia di provocare un’inversione della curva dei rendimenti. In passato tale fenomeno è stato solitamente seguito da una recessione, anche se con uno o due anni di ritardo.Benché non sia compito della Fed evitare le recessioni – anzi, talvolta la banca centrale le crea di proposito per evitare eccessi peggiori – riteniamo poco probabile uno scenario recessivo. La curva dovrebbe tornare invece a irripidirsi e assisteremo a uno sforamento del target d’inflazione. I tweet aggressivi del Presidente Trump sulle questioni commerciali diventeranno probabilmente più concilianti e il sentiment delle imprese registrerà un miglioramento. Ciò nonostante, si prevede da più parti un inasprimento della retorica commerciale.
Quali sono le implicazioni per l’Europa? La Banca centrale europea è già meno incline ad alzare i tassi rispetto alla Fed, com’è comprensibile nel contesto del debito italiano, delle dinamiche politiche volatili e della Brexit. Gli indici dei responsabili degli acquisti (PMI) sono diminuiti a causa dei dati deludenti provenienti dalla Francia, colpita dalle proteste dei “gilet gialli”, e del rallentamento della Germania, contagiata dalla debolezza della Cina.
Ci aspettiamo un recupero degli indici PMI globali nella prima metà dell’anno a fronte dell’attenuazione dei problemi macroeconomici (politica della Fed, guerra commerciale, braccio di ferro tra Roma e Bruxelles e l’andamento deludente dei mercati emergenti).
Una svolta positiva degli indici PMI cinesi – più probabile adesso che l’impulso al credito è in miglioramento e la debolezza del renminbi compensa l’impatto negativo dei dazi statunitensi – dovrebbe aiutare anche l’Europa tramite la diminuzione delle scorte e un deprezzamento dell’euro.Dopo la flessione dei titoli ciclici di ottobre e novembre, i beni strumentali e la chimica sono i segmenti del mercato più ipervenduti in Europa. Il timore è che i margini raggiungano un picco allorché le revisioni delle stime sugli utili superano quelle sui fatturati; ma le azioni cicliche appaiono comunque ipervendute, serve soltanto la capacità di scegliere i titoli giusti.Gli attivi del Regno Unito sono analogamente molto sottovalutati, e nei nostri portafogli europei abbiamo numerosi titoli esposti all’economia nazionale britannica, come Kingspan, Elis e Ryanair. Queste posizioni potrebbero mettere a segno un forte rimbalzo nel caso di una “soft Brexit” o di una “no Brexit”, in quanto scontano già l’esito peggiore.Intanto la situazione politica in Italia rimane tesa e il governo populista continuerà a lanciare i suoi strali contro l’UE per acquietare i suoi sostenitori. L’impatto sulle banche italiane ed europee ci induce alla cautela.
Quali azioni europee hanno dunque maggiori probabilità di fungere da beni rifugio a fronte di un futuro imprevedibile, ma di valutazioni convenienti? Un esempio sorprendente è quello del settore bancario italiano, caratterizzato da un numero eccessivo di istituti spesso inadeguatamente patrimonializzati, molti dei quali si trovano oggi in difficoltà. Tuttavia, noi abbiamo investito con successo in un nuovo entrante: Fineco Bank, una banca esclusivamente online con una base di costi estremamente ridotta, che offre proprio ciò che la clientela dei millennial desidera, ovvero una buona tecnologia, prezzi competitivi e nessuno costo superfluo. La banca fornisce anche una piattaforma parallela e altrettanto efficace per i fondi d’investimento, con una quota di mercato elevata e in crescita. Fineco non è la banca italiana più sottovalutata – le sue azioni quotano a un P/E di 24,4 per il 2019, secondo le stime di consenso – ma vanta un modello di business robusto e prevedibile con ampie opportunità di crescita.E che dire di Elis, il maggior operatore di lavanderie in Europa? Il mercato è stato distratto dai rischi delle proteste dei “gilet gialli”, che hanno causato un calo degli avventori di hotel e ristoranti a Parigi, nonché dall’indebolimento del mercato britannico, frenato dalle incertezze sulla Brexit. Ma Elis ha una vasta presenza sul territorio, una rete di lavanderie e infrastrutture di consegna dovunque opera, e questo ne fa una proposta interessante per i clienti di maggiori dimensioni, quali ospedali, hotel, ristoranti e persino club sportivi. Ciò crea inoltre una barriera all’entrata per gli operatori che non dispongono di tale rete e, in definitiva, conferisce a Elis vantaggi di costo e di scala difficili da eguagliare.
Il sentiment è passato dall’euforia alla sfiducia in meno di un anno, indebolito dagli squilibri della crescita e dai timori di una riduzione della liquidità a livello globale, ma non siamo a un punto di svolta. I recenti ribassi sono dovuti ai timori per la crescita tipici della fase avanzata dal ciclo; tuttavia, non siamo ancora giunti alla fine di quest’ultimo, in quanto essa sarebbe accompagnata da un’inflazione elevata, da una crescita sostenuta e da un’economia vivace. Nessuna di queste è presente in Europa, per cui riteniamo che vi siano ancora margini di guadagno in un mercato nettamente sottovalutato rispetto agli Stati Uniti e caratterizzato da alcune ottime aziende.

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“Indonesia, una buona opportunità nei mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su sabato, 16 febbraio 2019

Analisi di Alberto Boquin, Research Analyst di Brandywine Global (gruppo Legg Mason). Ad oggi ci sono una manciata di mercati emergenti i cui bond decennali in valuta locale rendono attorno all’8-9%: Messico, Russia, Brasile, Sud Africa, Turchia e Indonesia. Messico e Turchia sono ancora alle prese con le pressioni inflazionistiche che nel 2018 hanno costretto le loro banche centrali a politiche più restrittive. Brasile e Sud Africa hanno appena eletto una nuova leadership che ancora non ha messo mano ai problemi di sostenibilità dei bilanci pubblici. La Russia, dal canto suo, è ancora a rischio di sanzioni.Ma che dire dell’Indonesia? L’inflazione è sotto il livello obiettivo, il profilo di rischio è robustamente investment grade, e a livello geopolitico non si intravedono grandi problemi. Due le possibilità: o c’è un’anomalia di prezzo, o ci sta sfuggendo qualche fattore importante.Di seguito elencheremo tre preoccupazioni dei mercati riguardo questo paese emergente, spiegando perché riteniamo siano – probabilmente – eccessive. È vero, il deficit del conto delle partite correnti si è ampliato da -1.7% a -2.7%, e non è più coperto totalmente dagli investimenti diretti dall’estero. Tuttavia, crediamo ci sia la possibilità che torni a restringersi. Gli sforzi del governo per rallentare gli investimenti infrastrutturali stanno finalmente portando risultati, portando ad una diminuzione delle importazioni di beni strumentali. E la bilancia dei servizi dovrebbe cominciare a reagire all’indebolimento del tasso di cambio. Le esportazioni hanno sofferto per la minor domanda dalla Cina e per il calo dei prezzi delle commodities, ma entrambi questi fattori sono destinati ad un’inversione nel 2019. Un deficit delle partite correnti più ristretto potrebbe facilmente essere finanziato da flussi in entrata nel mercato del debito locale.
Il 2018 è stato un anno in cui il restringimento quantitativo della Fed ha messo sotto i riflettori l’indebitamento estero dei paesi emergenti. Certo, l’Indonesia non ha la stessa vulnerabilità di Turchia o Argentina, ma lo scarso sviluppo dei suoi mercati dei capitali ha portato le aziende locali a cercare credito nei mercati internazionali del dollaro, pur avendo spesso ritorni in rupie. Quando la rupia ha cominciato ad indebolirsi, le aziende si sono affrettate a coprire la loro esposizione al rischio di cambio, creando un effetto valanga sulla valuta.Una reazione proattiva basata su rialzi dei tassi e su un programma di copertura del dollaro dovrebbe aiutare ad alleviare queste pressioni. Vale la pena inoltre notare che gli indicatori di vulnerabilità legati al debito e alle riserve, anche se peggiori rispetto ad altri paesi della regione, sono tutt’altro che elevati a confronto con gli altri paesi emergenti.
L’Indonesia è una democrazia relativamente giovane, e ad aprile – per la prima volta nella storia recente – le elezioni presidenziali e parlamentari si terranno contemporaneamente. Dopo la tornata elettorale di Jakarta del 2017 le questioni religiose hanno avuto un ruolo crescente nella politica domestica. Non mancheranno di certo le tensioni, essendo l’Indonesia uno dei paesi al mondo con maggior diversità etnica e religiosa, ma crediamo che la rielezione di Jokowi sia molto probabile.Il suo aver saputo portare crescita economica e un miglioramento dell’amministrazione si è tradotto in tassi di consenso ancora piuttosto alti. Visto il suo impegno riformista, gli investitori accoglieranno con favore un secondo mandato per Jokowi. Basta guardare come il paese sia passato rapidamente dal 120esimo posto al 73esimo nella classifica annuale “Doing Business” della Banca Mondiale, che analizza la “facilità di fare impresa” in ogni paese.
Insomma: come per ogni mercato emergente, investire in Indonesia comporta dei rischi, ma sotto molti aspetti il peggio dovrebbe essere passato. Un miglioramento delle partite correnti, una miglior copertura delle passività esterne delle aziende e una conferma dell’attuale leadership politica dovrebbero portare a un miglioramento dei rendimenti nel 2019.

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“Crescita moderata, mercati destabilizzati”

Posted by fidest press agency su martedì, 15 gennaio 2019

A cura di Maya Bhandari, Gestore di portafoglio, Multi-asset di Columbia Threadneedle Investments. Il 2018 è stato caratterizzato da una crescita economica ragionevole e da una solida espansione degli utili al lordo e al netto delle imposte in gran parte delle aree geografiche. Eppure, gli investitori hanno osservato rendimenti corretti per la volatilità negativi sui vari mercati finanziari, che in molti casi hanno messo a segno le peggiori performance dai tempi della Grande crisi, oltre un decennio fa. Le azioni globali appaiono in linea con un rendimento corretto per il rischio (secondo l’indice di Sharpe) del -0,4, il più basso dal 2008; le obbligazioni statunitensi (societarie investment grade e Treasury) hanno registrato l’anno più nero almeno dagli anni Novanta. Per i Treasury, si tratta del quinto rendimento totale negativo in trent’anni.
Nel corso dell’anno, gli utili societari (e le rispettive previsioni) hanno registrato continue impennate, superando in molti casi le nostre aspettative e le stime di consenso di inizio anno (ad esempio Stati Uniti, Giappone e Regno Unito). Attualmente, le previsioni di consenso sui margini EBIT a 12 mesi sono comprese tra il 9% (Giappone) e il 16% (Stati Uniti), in modesto rialzo rispetto ai livelli di gennaio, ad esempio. Scavando più a fondo, tuttavia, l’andamento o la distribuzione della crescita economica, in particolare, ha assunto una direzione contraria alla maggior parte delle previsioni; gli Stati Uniti, ad esempio, hanno continuato ad avanzare imperterriti, mentre l’Europa, i mercati emergenti e, ultimamente, il Giappone hanno segnato il passo.
Le guerre commerciali, il difficile contesto politico europeo (tra cui la crisi politica italiana in corso e la Brexit) e le preoccupazioni relative alla Cina hanno amplificato la debolezza nelle regioni caratterizzate da una leva operativa superiore, ovvero Europa, Giappone e paesi asiatici emergenti. Questo scenario si è tradotto in un inasprimento delle condizioni finanziarie, in seguito al quale i mercati del reddito fisso, in linea di massima, si sono “fidati” della Fed per la prima volta da molti anni. La stretta della Fed e la sovraperformance degli Stati Uniti hanno fatto sì che il dollaro, misurato dall’indice DXY, si confermasse quale unica classe di attivi diffusa a registrare un rendimento corretto per la volatilità positivo nel 2018. L’inattesa forza del dollaro è stata a sua volta una delle ragioni alla base delle difficoltà conosciute dalle economie e dai mercati finanziari dei paesi emergenti lo scorso anno.Le oscillazioni dei tassi di sconto, o i prezzi pagati per i flussi di cassa futuri, tendono a essere interconnessi tra i vari mercati finanziari. In tale contesto, il perdurante shock del tasso di sconto (iniziato con rendimenti reali più elevati e seguito dall’ulteriore ampliamento degli spread delle obbligazioni societarie) sembra essere il fattore accomunante dei mercati finanziari deboli nel secondo semestre del 2018.
Avvicinandoci al 2019, le previsioni di ulteriori pressioni al rialzo sui tassi di sconto globali provengono da varie fonti: uno sperpero fiscale negli Stati Uniti, con il raggiungimento o il superamento della piena occupazione, che potrebbe obbligare la Fed a innalzare i tassi d’interesse di riferimento più di quanto avrebbe fatto in condizioni normali; la tensione sui mercati del lavoro, che si sta finalmente traducendo in pressioni al rialzo sui salari, confermate dalle curve di Phillips globali; infine, i rischi geopolitici, dalle guerre commerciali alla Brexit e all’Italia. Come sempre, vi sono ampie fasce di incertezza intorno a ciascun elemento: ad esempio, il rialzo dei salari potrebbe andare a influire sui margini delle aziende (ovvero i flussi di cassa) oppure sull’inflazione (ovvero i tassi di sconto) o su nessuno dei due, se la produttività del lavoro crescerà in misura tale da produrre un effetto positivo generalizzato.
Le nostre previsioni economiche centrali restano ragionevoli, benché inferiori rispetto al 2017-2018. Il PIL globale reale rallenta a un ritmo sopra la media, le banche centrali non serbano sorprese sul fronte degli incrementi dei tassi d’interesse e procedono a un inasprimento in linea con le aspettative, mentre gli utili societari continuano a crescere a una buona velocità nella maggior parte delle regioni. Contestualmente, le valutazioni appaiono più interessanti in diverse aree, con premi al rischio superiori nei comparti azionario, del reddito fisso e, ovviamente, delle materie prime.Consapevoli sia delle opportunità sia delle sfide, i portafogli multi-asset terminano il 2018 ed entrano nel 2019 con una predilezione per le azioni rispetto al reddito fisso, favorendo in particolare i titoli giapponesi, asiatici ed europei. La duration è impiegata solo con moderazione: tenuto conto del fatto che i rendimenti statunitensi stanno sfondando un canale rialzista che dura da 38 anni (pur trovandosi ancora su livelli relativamente bassi), nonché alla luce del progressivo inasprimento della politica monetaria globale e della deglobalizzazione in atto, ci interroghiamo sull’efficacia dei titoli di Stato core nei fondi multi-asset. Gli spread creditizi si sono ampliati, ma solo lievemente rispetto agli episodi di avversione al rischio precedenti e successivi alla crisi finanziaria globale. Nel complesso, manteniamo un posizionamento neutrale sul credito e la liquidità.

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“Mercati sfavorevoli: siamo a una svolta?”

Posted by fidest press agency su domenica, 23 dicembre 2018

A cura di Toby Nangle, Responsabile asset allocation globale e Responsabile multi-asset, EMEA. Nel corso degli ultimi mesi non abbiamo fatto mistero delle nostre preoccupazioni a proposito di una serie di ostacoli presenti sui mercati finanziari. La rotta presa dalla politica monetaria e commerciale statunitense, le tensioni tra la Commissione europea e la coalizione a capo dell’esecutivo italiano sul progetto di bilancio definitivo, senza tralasciare l’incertezza legata al percorso tortuoso della Brexit: tutti questi fattori sono in grado di influire significativamente sui rendimenti degli investitori nel medio periodo.
Tolti questi ostacoli, le prospettive economiche sottostanti sembrano favorevoli, con un’espansione più lenta ma superiore al trend e una crescita degli utili del 7-9%. Inoltre, i premi al rischio sui mercati azionari, obbligazionari e immobiliari non sono per nulla modesti. Ma in mancanza di ostacoli, le prospettive saranno sempre favorevoli. Frattanto, però, sui mercati la situazione si fa sempre più cupa.Sebbene la dinamica di mercato sia stata estremamente negativa e gli investitori siano stati penalizzati da notizie di ogni tipo, vale la pena notare che le preoccupazioni relative a diverse di queste aree hanno preso una piega più positiva. In Francia, il passo indietro di Macron sulle riforme strutturali interne e l’allentamento fiscale a fronte delle richieste dei dimostranti non sono visti necessariamente di buon occhio dai mercati, che preferirebbero un mercato del lavoro francese più dinamico. La situazione costituisce tuttavia un contesto migliore affinché l’Italia trovi un terreno d’incontro con la Commissione europea per quanto riguarda la proposta di bilancio, riducendo di conseguenza le probabilità di una nuova crisi del debito sovrano in Europa.
L’arresto della CFO di Huawei in Canada rappresenta invece una minaccia per le già fragili relazioni sino-americane. Il caso è tuttavia stato accompagnato da trattative e segnali positivi provenienti da entrambi i Paesi lasciano presagire una distensione delle tensioni commerciali. L’economia statunitense sembra tuttora operare a un livello di piena capacità, se non addirittura superiore, aprendo così la strada a ulteriori rialzi dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve. La crescita economica ha verosimilmente raggiunto il punto di massimo nel secondo trimestre del 2018; mentre la decelerazione, parallelamente all’affievolirsi dello stimolo fiscale e all’inasprimento delle condizioni finanziarie (spread creditizi e rendimenti obbligazionari più elevati, prezzi azionari più contenuti), rende un intervento della Fed meno urgente, dando alla banca centrale la possibilità di prendere una pausa.Nonostante questi ostacoli continuino a catalizzare l’attenzione, abbiamo buona ragione di ritenere (senza dirlo troppo forte) che la situazione sia lievemente migliorata. Per quanto difficile, abbiamo deciso di incrementare l’esposizione dei portafogli multi-asset ai mercati azionari asiatici, dove i prezzi degli attivi scontano risultati deludenti, mentre siamo piuttosto certi che i premi al rischio offertici per gli attivi europei presentino valutazioni interessanti.Purtroppo il venir meno delle incertezze non è stato uniforme rispettivamente ai quattro ostacoli. Permangono le incertezze sulla Brexit e non si fa che parlare delle notizie politiche britanniche. Qualora il Regno Unito dovesse lasciare l’Unione europea senza un accordo di transizione, un ulteriore e ingente deprezzamento della sterlina appare molto probabile. I mercati stanno però scontando un livello di incertezza tale che solo il fatto di evitare questo scenario negativo basterebbe probabilmente a dare un vigore significativo alla valuta.Non essendo in grado di determinarne con precisione l’esito, abbiamo optato per un approccio che cercasse di rendere i portafogli dei clienti meno sensibili alle oscillazioni di valore legate alla Brexit. Non v’è dubbio che il risultato apparirà estremamente scontato a posteriori, ma giocare d’azzardo coi fondi dei nostri clienti in un’area caratterizzata da elevata incertezza non rappresenta un approccio d’investimento sostenibile.

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I mercati temono (troppo) una recessione USA

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 dicembre 2018

A cura di Andrea Delitala, Head of investment advisory di Pictet Asset Management. Il 2019 esordirà con un rallentamento sincrono delle economie sviluppate, mentre non ci attendiamo la recessione che i mercati hanno recentemente manifestato di temere. L’inversione della curva dei tassi Usa, che è considerata un anticipatore delle fasi di contrazione dell’attività economica, ha scatenato il panico sui listini nelle scorse settimane, con conseguenti episodi di violenta volatilità. Questa reazione ci appare però eccessiva per almeno due ordini di ragioni: innanzitutto, l’inversione della curva attuale è avvenuta nel tratto 2-5 anni, che ha un valore segnaletico poco significativo. Inoltre, se analizziamo gli eventi che hanno preceduto le tre peggiori recessioni degli ultimi 50 anni, osserviamo che l’inversione della curva precede di oltre un anno la recessione e per essere significativa riguarda la parte lunga, tra 10 e 30 anni. Il nostro indicatore dello stato di salute dell’economia USA, che si compone di 29 variabili, tra cui figura anche l’inversione della curva, mostra una probabilità di recessione del 5%, in aumento di un solo punto percentuale rispetto al 4% dello scorso anno (soglia critica a ca 23%).La dinamica della curva dei rendimenti USA è in effetti riconducibile prevalentemente a fattori tecnici. Il principale è che il ciclo economico artificioso che stiamo vivendo è nato dalle ceneri della crisi ed è dunque viziato dalle politiche monetarie super espansive delle banche centrali. Le varie ondate di Quantitative Easing hanno rimosso grandi quantità di Treasuries (Titoli di Stato USA) dal mercato creando una domanda in eccesso per le lunghe scadenze, evidente nella compressione del premio a termine (rendimento in eccesso rispetto alla successione di tassi a breve attesi sullo stesso orizzonte della scadenza del titolo considerato), superiore che nella parte breve. Il Term Premium non è salito neppure nell’ultimo anno, durante il quale la Fed ha drenato liquidità, anche a causa di una regolamentazione sempre più stringente che impone alle banche di detenere ampie disponibilità liquide, creando di fatto una domanda aggiuntiva per i Treasuries.Inoltre, questo ciclo economico positivo è il secondo più duraturo dell’ultimo secolo: entro metà 2019 raggiungerà il primato dei 120 mesi messo a segno da quello vissuto nel 1991-2001. Ciononostante, i leading indicators degli Usa rimangono solidi: in particolare, l’Ism è a quota 60 e ci muoviamo in un contesto di piena occupazione.I mercati piuttosto temono una compressione dei margini di profitto aziendale futuri, in particolare a causa di un più elevato costo del denaro e dalle pressioni salariali mentre le aspettative di un ritorno dell’inflazione, ovvero della capacità delle aziende di trasferire sui prezzi di vendita gli aumenti dei costi di produzione, sembrano rientrate.D’altro canto, il superamento della repressione finanziaria e il conseguente drenaggio della liquidità (già a regime in Usa e in attesa di iniziare in Europa e in Giappone), avrebbe frenato utili e valutazioni delle attività finanziarie. Infatti, di norma la presenza di liquidità in eccesso rispetto al funzionamento dell’economia si ripercuote in valutazioni più generose delle azioni; di converso quando la quota di liquidità in eccesso si riduce (come sta avvenendo in questa fase), le valutazioni si contraggono.In effetti gli utili delle società dell’S&P quest’anno sono aumentati del 20% rispetto al 2017 e tuttavia l’indice delle quotazioni è allo stesso livello (anzi ora sotto) di un anno fa. Ciò significa che il rapporto Prezzo/Utili è sceso di altrettanto: un derating, o contrazione dei multipli, che spinge gli indici al ribasso. Per il 2019, gli utili sono attesi in crescita a ritmo più che dimezzato, di ca il 9%, coerente se non altro con il venire meno del “doping fiscale” del 2018 sugli utili, stimabile in circa dieci punti percentuali. Il problema principale è comunque l’ottimismo degli analisti nel medio periodo: per quanto poco affidabile, le previsioni degli analisti (IBES) per il lungo termine rimangono al di sopra del trend storico di circa 3 punti percentuali. Dal punto di vista valutativo, invece, dopo gli ultimi ribassi, il P/E basato sugli Utili attesi per i prossimi dodici mesi si attesta a 15,2 vicinissimo alla media storica di lungo periodo: 15.
In questo contesto, Pictet AM stima che i ritorni prospettici dell’S&P a cinque anni si collochino in un range tra lo 0 e il 5% annuo, ovvero a un livello molto inferiore rispetto alla media storica su un orizzonte temporale di mezzo secolo, che colloca quel valore intorno all’8% annuo (in termini reali), in media, e rispetto al 12% registrato a partire dall’avvio del QE nel 2009. Ci muoviamo in un contesto nuovo: il new normal caratterizzato appunto da utili contenuti, da tassi di interesse e rendimenti obbligazionari che si collocano a un punto di equilibrio sotto il 3%, rispetto al 4,5% dei cicli precedenti, e da un’inflazione che stenta a raggiungere l’obbiettivo del 2%.Guardando al prossimo futuro, quello che accadrà sul fronte macroeconomico e le conseguenti strategie di investimento dipenderanno in massima parte dalle azioni della Fed in merito a tassi di interesse e la normalizzazione del balance sheet. La Banca Centrale Usa si è già espressa, dopo le elezioni di Mid-Term, in merito ai tassi. Jerome Powell, nel corso dell’ultimo speech al Club degli economisti a NY a fine novembre[1] ha ammorbidito la precedente posizione trasmessa erroneamente al mercato, secondo cui la Fed avrebbe aumentato i tassi, al consueto ritmo graduale di 25pb a trimestre, fino a un livello (il neutral rate) ancora lontano e forse anche oltre. Powell ha ora precisato che poiché non si conosce bene il tasso di equilibrio (che è nel range tra 2,5 e 3,5%), ora che stiamo entrando nell’intervallo che lo contiene, è opportuno rallentare il passo. Si preannuncia dunque una pausa nel 2019, probabilmente già dopo il rialzo di dicembre o, al più tardi, quello di marzo.
Manca tuttavia un elemento determinante, su cui la Banca Centrale non ha ancora preso posizione: la gestione della liquidità. Attualmente il riassorbimento della stessa sta avvenendo, da ottobre, a un ritmo di 50 miliardi di dollari al mese, che equivalgono in un anno a 600 miliardi di dollari l’anno. Si tratta di un ritmo elevato, difficilmente sostenibile da parte di un’economia in rallentamento e che potrebbe provocare un credit crunch. Tuttavia, su questo tema, all’interno del FOMC (Federal Open Market Commettee, organo decisionale sulle politiche monetarie), non è emersa al momento un’opinione precisa sul livello finale del bilancio della Banca Centrale: non si comprende infatti quale sia la dose di liquidità corretta da lasciare nel sistema, che deve essere commisurata alla quantità di riserve libere che le banche desiderano detenere presso la Fed. Dunque, a maggior ragione in questo caso, la FED potrebbe adottare il criterio del rallentamento in fase di approccio procedendo con prudenza (come una nave che si avvicina al porto) verso un punto di equilibrio che non è ancora noto. Anche perché, oltre al rischio di credit crunch, c’è da considerare che un eventuale errore sul bilancio della Fed sarebbe meno facilmente reversibile di un overshooting sui Fed fund rate.Gli scenari possibili sono due:
Il primo si potrebbe verificare se la Fed proseguisse con il drenaggio di liquidità al ritmo attuale con un impatto sul Pil equivalente a due/tre (ulteriori) rialzi dei tassi. Infatti, in base ad alcuni studi della Fed sul QE si può ipotizzare che 100 miliardi di drenaggio della liquidità equivalgano a un aumento dei tassi di 10 punti base. Inoltre stimiamo che un aumento di 100 punti base sui Fed Funds possa avere un impatto negativo pari all’1% sul Pil dell’anno successivo. Possiamo dunque concludere che 600 miliardi di liquidità sottratta all’economia possano frenare il Pil Usa per circa uno 0,6% nel 2019/20: con l’effetto di generare un nuovo derating, capace di erodere per intero tutta la sorpresa sugli utili. In questo contesto dovremmo probabilmente aspettarci performance azionarie a zero o negative;
Il secondo scenario, decisamente più positivo, è anche a nostro avviso il più plausibile anche se non ancora ritenuto tale dal mercato. Riteniamo che lo stesso ammorbidimento che Powell ha mostrato sui tassi, potrebbe emergere anche sul bilancio. Poiché non è noto il valore del terminal balance sheet, la Fed potrebbe in questo caso almeno rallentare il passo, diminuendo il ritmo del mancato reinvestimento dei titoli in scadenza (50 miliardi/mese), ovvero del Quantitative Tightening. Riteniamo che le nubi potrebbero diradarsi entro marzo, con la Banca Centrale che potrebbe assumere una posizione ufficiale e chiara al riguardo. Nell’ipotesi che il punto di arrivo del bilancio Fed fosse fissato a 3,5 miliardi di euro, dai 4 attuali, entro fine 2019 si raggiungerebbe il traguardo, e la pressione sulle valutazioni si attenuerebbe, con la possibilità di performance azionarie pur sempre ad una cifra, ma più verosimilmente positive.

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Prospettive per il 2019 sui mercati azionari

Posted by fidest press agency su martedì, 4 dicembre 2018

LONDRA – Si tratta di 3 diversi outlook redatti da altrettanti gestori: Steve Frost, Kim Catechis e Zehrid Osmani, ognuno con un focus diverso (Europa, emergenti e mercati globali).
Crescita dell’Eurozona, Brexit, ciclo di rialzi della Fed, guerra commerciale, ritorno della volatilità: per gli investitori globali il 2018 ha portato con sé tante preoccupazioni che sembrano destinate a restare attuali anche nel 2019. Ecco cosa ne pensano tre gestori di alcune delle principali strategie azionarie di Martin Currie, affiliata Legg Mason: Steve Frost, co manager del Legg Mason Martin Currie GF European Absolute Alpha Fund; Kim Catechis, Head of Global Emerging Markets; Zehrid Osmani, Head of Global Long-Term Unconstrained.
Steve Frost: “Tanto pessimismo sui mercati europei. Forse troppo” Ci avviciniamo al 2019 in un modo molto diverso da quanto era avvenuto per il 2018. Dodici mesi fa, con i mercati globali ai massimi storici, le aspettative verso l’azionario europeo erano ottimistiche. In effetti, forse più ottimistiche di quanto ritenessimo opportuno. In questo momento c’è sicuramente un po’ più di realismo nelle aspettative sugli utili e sui prezzi delle azioni, anche a causa di un certo grado di incertezza da parte degli investitori.Le quattro preoccupazioni macro che si sono affacciate alla fine del 2018 saranno probabilmente ancora significative all’inizio del nuovo anno. Ci riferiamo al rialzo dei tassi da parte della Fed; al rallentamento dell’economia cinese causato dai dazi statunitensi; all’insistenza del governo italiano per lo sforamento del deficit, con conseguente aumento dei tassi di interesse a livelli potenzialmente insostenibili; infine, alla Brexit, giunta ad una fase cruciale.Detto questo, l’impatto negativo di un euro più forte è ormai superato, e il successivo aggiustamento dovrebbe continuare ad essere un fattore favorevole per i profitti e per la competitività almeno nella prima metà del 2019. L’inflazione europea si situa ampiamente all’interno del range obiettivo, il che dovrebbe a breve stimolare la fine dell’era dei tassi negativi, con un chiaro beneficio per le banche.Ci saranno anche altre aree che presenteranno buone opportunità. Nello specifico, nei prossimi dodici mesi dovrebbe assistere ad un rimbalzo nel ciclo del settore delle tecnologie hardware; anche il settore automobilistico sembra vicino alla fine dei problemi legati alle emissioni che ne hanno distorto notevolmente i risultati per quest’anno. In termini di posizionamento degli investitori, molto dipenderà dai dati economici che vedremo arrivare all’inizio dell’anno. Certamente i mercati prezzano al momento una generosa dose di pessimismo, quindi ci sembra corretto dire che i mercati europei, andando verso il 2019, siano convenienti, anche se avranno bisogno di una spinta dalla crescita economica.
Kim Catechis: “Guerra commerciale potrebbe essere alle ultime battute” Mi aspetto che nel 2019 si chiudano alcune partite legate una serie di fattori top-down che hanno inciso sui ritorni degli investimenti. Nello specifico mi riferisco all’esaurirsi delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, e all’impatto di nuovi accordi commerciali multilaterali – riguardanti soprattutto i mercati emergenti – che serviranno a sostenere la crescita nel prossimo decennio. In questo contesto siamo focalizzati su diversi interessanti temi di investimento nei mercati emergenti, come la tecnologia, i consumi domestici, la penetrazione dei servizi finanziari e l’evoluzione del mix energetico. Questi temi sono sostenuti da fattori come la crescita dell’urbanizzazione, la crescente dimensione del ceto medio e l’aumento degli scambi infra mercati emergenti, grazie ai nuovi accordi commerciali come il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e il Trans-Pacific Partnership (TPP).Ci saranno ancora dei rischi, certamente. La guerra commerciale in atto tra Cina e Stati Uniti, la parabola ascendente dei tassi di interesse statunitensi e la conseguente forza del dollaro USA rimangono preoccupazioni concrete per le aziende e gli investitori, ma siamo abbastanza ottimisti sul fatto che l’impatto di questi fattori sarà limitato, o possa comunque gradualmente dissiparsi. Ad esempio, per quanto riguarda gli attriti commerciali, un riavvicinamento tra Cina e Stati Uniti è molto più probabile di quanto si pensi ora: difficilmente infatti la Cina cederà, mentre gli Stati Uniti potrebbero tornare indietro sui dazi e salvare la faccia dichiarando di aver ‘vinto’ questa guerra. Nel frattempo, i rialzi dei tassi statunitensi dovrebbero continuare a seguire la stessa traiettoria nel 2019, ma la forza del dollaro è certamente meno problematica rispetto al passato per la maggior parte dei paesi emergenti.Credo fermamente che nel 2019 i mercati emergenti rappresenteranno una buona opportunità nel settore dell’azionario internazionale. Il ROE è abbastanza sincronizzato con i mercati sviluppati, come mostrato dall’indice MSCI World. Tuttavia, è importante notare che i valori del rapporto price-to-book e del price-to-equity rimangono bassi sia rispetto alle medie storiche che a confronto coi paesi sviluppati.
Zehrid Osmani: “Puntare su aziende che hanno potere di determinazione dei prezzi”Le preoccupazioni del mercato per i crescenti rischi di una recessione potrebbero restare un tema importante anche nel 2019. Siamo nelle fasi avanzate di quello che è stato il più lungo ciclo di crescita economica nella storia: è dunque molto probabile che prima o poi, nei prossimi anni, una recessione arriverà. Questo sicuramente ci sta portando verso uno scenario di maggiore volatilità. Tuttavia, riteniamo che l’aumento della volatilità nel 2019 offrirà agli investitori a lungo termine buone opportunità per inserirsi in alcune aree interessanti, che offrono prospettive sostenibili e attraenti a lungo termine, facendo leva su fattori come la crescita del ceto medio dei mercati emergenti, i trend della robotizzazione, o le aziende esposte sul mercato dei veicoli elettrici.Crediamo che nel 2019, con l’aumento delle pressioni inflazionistiche, sarà sempre più importante concentrarsi sulle aziende con un forte potere di determinazione dei prezzi. In questo contesto, il nostro obiettivo sarà individuare e valutare la capacità delle aziende di continuare ad aumentare i prezzi e dunque a mantenere i margini di profitto. Inoltre, nonostante l’attività di M&A nel 2018 abbia raggiunto livelli record (sia per il numero di operazioni che per le dimensioni delle stesse), riteniamo che il mercato potrebbe sottovalutare il potenziale di ulteriore accelerazione di queste attività nel 2019. Ciò potrebbe portare sul mercato alcuni periodi di euforia, come abbiamo visto in passato in questa fase avanzata del ciclo.Dal nostro punto di vista, al di là di quali saranno i movimenti a breve termine dei mercati nel 2019 (e sicuramente ce ne saranno molti), continueremo a impiegare le nostre risorse per analizzare diversi temi interessanti per il lungo termine, ossia i cambiamenti demografici, il futuro della tecnologia in tutti i settori e la scarsità delle risorse.

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Tensioni politiche e rialzo dei tassi USA turbano i mercati

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 ottobre 2018

“A cura di Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management”. I solidi dati macroeconomici (ISM@60), i prezzi del petrolio in crescita e un cambiamento inatteso nella retorica da parte del Presidente della FED Powell (“La FED è ancora lontana dal raggiungimento del livello neutrale dei tassi di interesse”) hanno spinto al rialzo la curva dei rendimenti statunitense. Dall’inizio del mese di settembre, i tassi nominali a 10 anni sono aumentati di 30 bps, con un il livello di breakeven dell’inflazione stabile; i tassi reali hanno superato la soglia dell’1% per la prima volta dal 2011.Sul fronte politico americano, le recenti notizie sono meno rassicuranti. Il confronto tra Cina e USA ha raggiunto un nuovo livello di criticità dopo le accuse che il Vice-Presidente Pence ha rivolto alla Cina parlando di “influenza e interferenza maligna” nelle elezioni americane, accuse che hanno gettato benzina sul fuoco della guerra commerciale. Inoltre, Trump ha criticato aspramente la FED per le sue recenti decisioni di politica monetaria (“Penso che la FED stia commettendo un errore. Sono così restrittivi. Penso che la FED sia impazzita”). Sembra improbabile che la campagna verso le prossime elezioni di medio termine possa portare a una stabilizzazione della situazione: il partito Repubblicano ha una condivisa avversione nei confronti della Cina, e alcuni esponenti considerano apertamente la FED responsabile di una mancanza di sorveglianza o addirittura della turbolenza stessa dei mercati (Trump), al fine di rafforzare la tendenza positiva del consenso nei confronti di Trump.Il panorama politico italiano, così come gli asset da esso influenzati, non ha mostrato segni di stabilizzazione, con lo spread tra BTP e Bund sopra quota 300 bps e un duro e costante scontro tra i due Vice-Premier (Salvini e Di Maio) e diverse istituzioni sia europee (Commissione UE) che italiane (Banca d’Italia).Per quanto riguarda il posizionamento del mercato, in questa occasione il volume di investimenti in strategie di vendita della volatilità è stato certamente inferiore rispetto a quello osservato all’inizio del 2018. In particolare, il numero di contratti Futures sul VIX attualmente in essere è del 30% inferiore; le strategie (Inverse VIX ETP) che scommettono sul declino della volatilità sono quasi del tutto scomparse.Un punto chiave è rappresentato dal fatto che solo gli ETF sul Nasdaq e sugli HY Bond sono andati incontro a una significativa liquidazione fino alla chiusura di ieri (pari a circa il 3%). Pertanto, in generale, il recente drawdown non sembra essere causato dagli ETF stessi. Tuttavia, il rischio di ulteriori vendite non può essere trascurato: le strategie “risk parity” hanno liquidato parte delle posizioni, ma potrebbero essere ancora costrette a liquidazioni forzate a causa dei ribassi contemporanei di azioni e bond (shock di correlazione). Anche questo fattore è però meno pericoloso rispetto al caso osservato tra febbraio e marzo.Le valutazioni relative alle varie asset class risultano ora più che ragionevoli: S&P500 sta quotando a 16 volte il livello degli utili previsto per I prossimi 12 mesi, i rendimenti sul decennale USA sono al 3.2%, mentre dopo la correzione dello scorso febbraio l’S&P500 quotava a 18 volte gli utili e il rendimento sul decennale era al 2.8%.Le aspettative relative agli utili erano in rapida crescita all’inizio dell’anno, soprattutto grazie alla riforma fiscale in fase di approvazione. Al momento attuale, al contrario, le revisioni degli utili stanno volgendo al negativo. Questa tendenza recente potrebbe rappresentare un ostacolo a una rapida stabilizzazione del mercato, tenendo anche in considerazione il fatto che, dopo la straordinaria stagione degli utili osservata nel secondo trimestre, le aspettative sugli utili sono piuttosto robuste (+24% vs Q3 2017). D’altro canto, nelle ultime settimane i riacquisti di azioni proprie da parte delle imprese sono stati condizionati dall’entrata in vigore dei periodi di Blackout (da fine settembre fino all’inizio di novembre, dopo la chiusura della stagione degli utili), sebbene alcuni acquisti autorizzati siano comunque stati condotti durante la correzione dei prezzi. A febbraio i buyback hanno contribuito alla stabilizzazione del mercato.In conclusione, la politica non sta facilitando una stabilizzazione rapida (al netto di cambiamenti repentini), ma il posizionamento e le valutazioni sono meno preoccupanti di quanto lo fossero nove mesi fa. Per quanto riguarda le imprese (utili e riacquisti di azioni proprie) la situazione non sta fornendo indicazioni solide.

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Commento sulla reazione dei mercati alla bozza DEF

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 ottobre 2018

Commento di Antonio Ruggeri, gestore del fondo OYSTER European Corporate Bonds di SYZ Asset Management: “La reazione degli investitori non dovrebbe sorprendere, dopo che il governo italiano ha approvato la bozza del Def che stabilisce al 2,4% il deficit per i prossimi 3 anni. Di per sé non si tratta di un deficit di bilancio enorme (anche confrontandolo con quello di altri paesi), ma i titoli delle banche italiane e Ie obbligazioni subordinate sono stati colpiti duramente all’apertura della Borsa. È ancora difficile stabilire se la reazione del mercato sia ragionevole o eccessiva, ma la motivazione è evidente ed è collegata con l’impatto sui titoli di debito sovrano presenti nei bilanci delle banche e con l’impatto più indiretto sul processo in corso di pulizia dei bilanci dagli NPL.La quantità di debito italiano detenuta dalle banche inoltre è cresciuta durante l’estate di circa 400 miliardi di euro e ciò, combinato con l’aumento degli spread, avrà di certo un impatto sulle entrate già nel 2018. Allo stesso tempo, l’impennata degli spread comporta costi di finanziamento più alti e uno scenario più difficile per la gestione degli NPL.D’altro canto, vogliamo sottolineare anche come molto sia già stato fatto in termini di ricapitalizzazione e di dismissione degli NPL, e come ciò abbia reso le banche italiane molto più attrezzate di quanto non lo fossero nel 2011. Le prime 5 banche hanno accumulato più di 30 miliardi di nuovo capitale e perciò, quando tornerà la calma, potrebbero anche aprirsi delle opportunità nel settore, in cui al momento i titoli hanno visto un ribasso del 15% da inizio anno.Nel breve termine, comunque, il problema principale rimarrà il debito sovrano. Ci sono almeno tre ragioni, a nostro parere, per cui i mercati stanno colpendo così duramente i titoli di stato italiani. Innanzitutto, e non è di certo una notizia, l’Italia ha oggi un rapporto debito/PIL molto alto (sopra il 130%) che, viste le attuali stime di crescita, probabilmente aumenterà ancora nei prossimi 3 anni.In secondo luogo, fissare un deficit per i prossimi 3 anni mostra una certa volontà di sfidare le istituzioni europee, cosa che innervosisce sempre gli investitori.Infine, il deficit fissato è molto più alto di quell’1,6% che il ministro dell’Economia aveva promesso durante tutto il mese di settembre, cercando di rassicurare i mercati dopo che lo spread era balzato di nuovo a 300 punti base in agosto. Tria non si dimetterà, ma è inevitabile che la sua credibilità ne esca in parte danneggiata, essendosi dovuto arrendere alle pressioni delle forze politiche che costituiscono il governo.

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Mercati, Campidoglio: 4 milioni in bilancio per le strutture di Roma

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 agosto 2018

Roma Ammontano a 4 milioni di euro i fondi stanziati dall’Amministrazione di Roma Capitale in favore dei mercati cittadini.L’assestamento generale di bilancio 2018-2020 prevede infatti il trasferimento dei fondi ai Municipi che ospitano i mercati rionali, da destinare alla manutenzione straordinaria delle strutture, all’adeguamento e messa a norma degli impianti e alla riqualificazione, secondo le priorità individuate caso per caso. L’iter di rilancio, partecipato e condiviso da tutti i Municipi coinvolti, ha evidenziato fabbisogni di strutture e operatori, in vista di una valorizzazione che passa anche per nuovi servizi ai cittadini, promozione delle attività commerciali, azioni per la sicurezza di chi vende e di chi compra.
“I mercati rionali ci stanno particolarmente a cuore. Rappresentano la romanità della tradizione, quella del rito della spesa dei clienti abituali e del piacere della scoperta per visitatori e turisti. Realtà importantissime, catalizzatrici di attività commerciali e vissuto sociale: prodotti di qualità, ma anche familiarità e coesione. Il nostro obiettivo è quello di rilanciarli a tutto tondo, dall’estensione degli orari di apertura alla facilitazione delle somministrazioni e dell’assegnazione dei banchi rimasti vuoti. Investimenti e innovazione, a beneficio della Roma operativa, che lavora e produce”, dichiara Carlo Cafarotti, Assessore allo Sviluppo economico, Turismo e Lavoro di Roma Capitale.
Il PIANO INVESTIMENTI MERCATI 2018 si cumula ai 4 milioni di euro già stanziati nel 2017, e riguarda diversi Municipi, che singolarmente hanno deciso su quali realtà mercatali investire.
Nello specifico, i finanziamenti per la manutenzione straordinaria sono così articolati: 1.320.000 euro al I Municipio, 729.000 euro al II, cui vanno anche 219.795 euro per gli interventi adeguamento impiantistico del parcheggio di via Chiana del Mercato Trieste.
Ancora: 350.000 euro al III Municipio, 650.000 euro al V, 1.310.000 euro al VII Municipio, con l’aggiunta di 110.000 per la riqualificazione del Mercato Metronio. Sempre per interventi strutturali di manutenzione, 108.692,60 euro sono destinati all’VIII Municipio, 150.000 al IX e 300.000 al X.
Attenzionate anche le realtà di vendita diretta di prodotti agricoli, per le quali Roma Capitale è stata fra le prime città d’Italia a dotarsi di un regolamento specifico: 105.000 euro serviranno infatti all’adeguamento e messa a norma dell’impiantistica del Farmer’s Market Garbatella.

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Più colore sui mercati internazionali con Durst Phototechnik

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 luglio 2018

SACE SIMEST, il Polo dell’export e dell’internazionalizzazione del Gruppo CDP, ha perfezionato due operazioni del valore complessivo di 1 milione di euro a supporto delle esportazioni in Croazia e in India di Durst, azienda altoatesina leader mondiale nella produzione di sistemi di stampa per applicazioni industriali.In particolare, SACE ha assicurato l’esportazione da parte di Durst di stampanti per applicazioni industriali di grande formato in Croazia e di sistemi inkjet per la produzione digitale di tessuti super elastici nel settore fashion in India. In entrambe le operazioni, concluse direttamente online su sacesimest.it, l’azienda si è assicurata dai rischi di mancato pagamento per eventi di natura politica e commerciale.“Grazie al supporto assicurativo-finanziario di SACE abbiamo avuto la possibilità di generare business in paesi in cui diversamente non saremmo stati in grado di operare o almeno non con rischi così elevati – ha dichiarato Christoph Gamper, Chief Executive Officer di Durst –. La cooperazione con il Polo SACE SIMEST prosegue in maniera ottimale.”Nata nel 1936 dall’idea dei fratelli Julius e Gilibert Durst, l’azienda diventa negli anni un’importante realtà internazionale con solide radici in Tirolo. Fedele alla sua tradizione di azienda a conduzione familiare, Durst è leader mondiale nella produzione di sistemi avanzati di stampa digitale e di tecnologie produttive per i processi industriali. Nella sede centrale di Bressanone, l’azienda ha un importante centro di innovazione dove svolge le sue attività di ricerca e sviluppo per offrire prodotti all’avanguardia e innovativi, mentre a livello internazionale è presente con le sue filiali in Europa, Malesia, India e Stati Uniti.Queste operazioni confermano il supporto di SACE alle imprese italiane sui mercati esteri più promettenti: sia destinazioni più vicine e consolidate come la Croazia, sia mercati più remoti e complessi come l’India, dove sono ancora ampi i margini di penetrazione per il Made in Italy, soprattutto nei diversi comparti della meccanica strumentale, anche alla luce del programma “Make in India” avviato nel 2017.

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Governo: La politica economica conquista la scena

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 luglio 2018

Finalmente. Sgombrato, o quasi, il campo dai temi civetta, la politica economica conquista la scena. Anche quando si è fatto finta che fosse diversamente, la sorte di tutti i governi è sempre dipesa dalla congiuntura economica e dalle scelte fatte, o non fatte, su quel fronte. Con ben tre giudici severi pronti ad emettere sentenze: i cittadini, l’Europa e i mercati. Berlusconi, pagando il conto in solido per l’intera Seconda Repubblica, nel 2011 fu sanzionato dai mercati attraverso lo spread per non aver saputo affrontare la recessione. Monti, che quei mercati doveva calmare e che verso l’Europa portava un rispetto eccessivamente acquiescente, fu punito dagli italiani per eccesso di rigore, finendo per fare di ogni erba un fascio tra rigore positivo (la legge Fornero) e rigore negativo (le manovre fiscali). Italiani che poi punirono Renzi – verso il quale fu rapido il cambiamento di umore tra il 40% di consensi conquistato alle elezioni europee del 2014 e i tonfi del referendum costituzionale del dicembre 2016, le amministrative di giugno 2017 e le politiche di quest’anno – per aver raccontato un risanamento che non c’è stato e millantato una ripresa che per quel po’ che c’è effettivamente stata, è dipesa da ben altro che dagli aiutini a pioggia tipo “80 euro” e “bonus cultura”.
E l’esecutivo gialloverde del “cambiamento”? Fin qui non si è ancora misurato con il nodo dell’economia. Non lo ha fatto in sede di programma, pardon contratto, di governo, laddove si è limitato a sommare scelte diverse, e tra loro largamente inconciliabili. E tantomeno lo ha fatto nel vivo dell’attività di governo, che non c’è stata, a parte il provvedimento sul lavoro voluto da Di Maio per tamponare l’eccesso di protagonismo di Salvini. Tocca quindi affidarci alle dichiarazioni programmatiche. E qui casca l’asino, perché di governi ce ne sono almeno due, se non molti di più, a seconda del grado di distinzione che si vuole applicare. Infatti, i confini sono mobili e non tracciati, ma volendo si possono distinguere: a) il governo Salvini; b) il governo Giorgetti (può sembrare lo stesso del segretario della Lega, ma non è così perché le differenziazioni, di carattere politico e personale, sono più di quelle che i due vogliano dar da vedere); c) il governo Di Maio, in crescente autonomizzazione da tutti, compreso Casaleggio; d) il governo dei 5stelle non allineati al vicepremier, a loro volta distinguibili in una componente movimentista (Grillo, Di Battista) e in una di sinistra (Fico); e) il governo Conte (il presidente del Consiglio, approfittando dei summit internazionali sta cercando di ritagliarsi quanti più spazi possibile, e mette crescente attenzione alla necessità di costruirsi una squadra tutta sua); f) il governo Tria-Moavero, cioè dei ministri fortemente voluti dal Quirinale e che alla presidenza della Repubblica guardano con sacrale attenzione.
Ma restiamo alla distinzione più evidente, e decisiva ai fini della politica economica: quella tra il ministro dell’Economia e i due leader della maggioranza penta-leghista. Non c’è dubbio che prima con un’intervista di grande respiro al Corriere della Sera, poi con interventi di spessore alle Commissioni Bilancio delle due Camere, il ministro Tria ha delineato una strategia tanto netta quanto, da parte nostra, condivisibile, che non sappiamo, perché nessuno si è espresso in merito, se sia condivisa dal presidente del Consiglio e dai due azionisti del governo. Sta di fatto che non risulta sia mai stata discussa in sede di governo – almeno non pubblicamente – né è stata commentata successivamente. Inoltre, usando il buonsenso, essa appare assai distante, o quantomeno distonica, rispetto alle affermazioni, seppur da campagna elettorale, di Salvini (soprattutto) e Di Maio.Cosa sostiene Tria e perché è interessante la sua linea? Semplice: il ministro dell’Economia non nega, anzi, la necessità del cambiamento rispetto ai fallimenti di chi ha guidato i governi degli anni indietro – e non solo l’ultimo, come abbiamo visto – ma rifiuta l’equazione che la crescita si può fare solo la spesa pubblica, equazione a cui si possono anche sacrificare i legami europei pur di fare deficit spending, e tende a coniugare risanamento finanziario e sviluppo attraverso una dialisi tra spesa corrente improduttiva e investimenti in conto capitale, chiedendo alla Ue flessibilità solo per questi ultimi. Tria lo ha sempre detto da economista e lo ha ribadito ora: bisogna invertire la logica che vuole il perno della politica economica nella domanda, e invece riqualificare l’offerta attraverso un piano di investimenti pubblici, volano e moltiplicatore di quelli privati, e alimentare lo sviluppo infrastrutturale del Paese.Naturalmente, è dal passaggio da una linea di principio al dettaglio delle misure concrete che si capisce la vera qualità di una politica. Ma già è importante che il principio sia giusto. E quello di Tria lo è. In una situazione come l’attuale, confermare la “permanenza dell’Italia nell’euro”, indicare “la riduzione del debito e il contenimento del deficit” come stelle polari, imbrigliare nella “gradualità” la realizzazione del programma, rinviando ad opportune verifiche tutte le misure, che comunque “devono rispettare i vincoli di bilancio” sapendo che “le risorse aggiuntive devono essere trovate entro i limiti della credibilità”, non sono affermazioni da poco. Sono paletti giganteschi, quelli che Tria ha voluto piantare. Certo, la sua consistenza politica è quella di un tecnico, seppur spalleggiato dal Quirinale. Ma ora qualcuno dovrà assumersi l’onere e la responsabilità di smentirlo, se vorrà cambiar strada. Vedremo se la linea Tria, che potremmo definire di “sviluppo & rigore”, terrà, sul fronte interno come in Europa. Certo, sarebbe importante che Ue e Bce facessero sentire la loro voce. E, soprattutto, che le opposizioni – ammesso che siano vive – considerassero “lungimiranti” gli impegni programmatici di Tria, e li sostenessero, facendo cosa utile al paese e a sé stesse. Sicuramente lo hanno fatto i mercati, che considerando quella di Tria una linea Maginot hanno messo in stand by le pressioni sulla Borsa e sullo spread dopo l’iniziale fiammata speculativa. In tutti i casi, sarà la prossima manovra di bilancio il banco di prova definitivo del governo. Ma, vivaddio, almeno abbiamo una certezza: il riformismo è cosa diversa dal populismo e dal sovranismo. Con tutto quel che ne deriva. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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“Governo e mercati finanziari? Vi diciamo nomi e cognomi”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 maggio 2018

Scrivono in un loro libro Giorgio Galli e Mario Caligiuri: “Come si comanda il mondo. Teorie, volti, intrecci”, sul potere delle multinazionali, non pensavamo che le tesi esposte potessero ricevere una conferma a solo pochi mesi di distanza, e proprio da vicende italiane.
Si è detto che gli eventi successivi alle elezioni del 4 marzo, sino alla decisione del Presidente Mattarella di varare un esecutivo diverso da quello espresso dalla maggioranza parlamentare, sia dipeso dalle preoccupazioni per il comportamento dei mercati finanziari.
Mercati è un concetto astratto. Quelle che decidono sono persone fisiche ai vertici delle multinazionali, i cui nomi e cognomi sono registrati nel nostro libro.
Non solo si è paventata l’interruzione di un completo scambio di informazioni tra l’intelligence tedesca e quella italiana, ma gli organi di informazione tedeschi e anglosassoni, dalla Frankfurter Algemeine Zeitung al CNBC, si sono pesantemente espresse sulle circostanze relative al governo che stava per nascere”.
Non a caso il Presidente della Repubblica per motivare il suo dissenso, ha espresso più volte la preoccupazione per i risparmi, che com’è noto sono posseduti dalle banche. Uno dei protagonisti della vicenda post elettorale ha così sintetizzato la situazione: “Allora ditelo che è inutile che andiamo a votare, tanto i governi li decidono le agenzie di rating”, che sono succursali delle multinazionali. In realtà votare è utile e le difficoltà del sistema politico italiano sono di antica data. Ma il ruolo di chi comanda il mondo è un ruolo determinante»Questo il parere del politologo Giorgio Galli e dello studioso di intelligence Mario Caligiuri autori del volume “Come si comanda il mondo” (Rubbettino) intorno alle vicende che hanno riguardato il complesso travaglio che (forse) porterà alla luce il prossimo governo. Una lettura fondamentale per dare nome e cognome a chi davvero tiene in mano le sorti del pianeta.
Di fronte al disordine mondiale scaturito dalla caduta del muro di Berlino e dagli attentati dell’11 settembre 2001, ci si chiede con sempre maggiore insistenza chi comandi il mondo. Nonostante i contributi sempre più numerosi, manca finora una visione d’insieme che unisca gli indispensabili presupposti teorici con gli inevitabili effetti pratici, in modo da individuare relazioni e intrecci, che il più delle volte sono davanti agli occhi di tutti. Con un approccio scientifico, gli autori si interrogano su questo tema, riunendo fili dispersi per creare un originale quadro di insieme. Emerge che le persone che influenzano le sorti del pianeta non sono le classi politiche che appaiono sugli schermi televisivi e contro cui si indirizza la protesta, ma i manager delle multinazionali che operano nel mercato globale. Il potere non è impersonale oppure determinato dalle selezioni di un algoritmo ma il nostro destino è deciso da nomi e volti ben individuabili. Il loro controllo è il problema decisivo della democrazia nel XXI secolo.

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Gli effetti dell’attuale situazione politica italiana sui mercati

Posted by fidest press agency su sabato, 26 maggio 2018

Commento a cura di Adrian Hilton, Responsabile tassi e valute di Columbia Threadneedle Investments. I recenti sviluppi dello scenario politico italiano rappresentano inevitabilmente un rischio per gli attivi italiani e potenzialmente anche per l’Europa. Ma l’intera portata del danno sarà riscontrabile solo quando il fragile contratto tra gli alleati di coalizione di sinistra e di destra si convertirà in politica. Nel caso in cui il nuovo governo si mobilitasse per garantire le sue varie promesse fiscali – tagli fiscali aggressivi, una flat-tax a doppia aliquota ed il reddito di cittadinanza – l’Italia si troverebbe a dover potenzialmente affrontare un marcato deterioramento della sua posizione fiscale, situazione che a sua volta accenderebbe l’ira sia delle autorità della zona euro sia delle agenzie di rating. Mentre il paese attualmente gode di un surplus primario, i mercati temono che l’ambizioso pacchetto proposto, che finora non porta indicazioni sulle fonti di finanziamento, possa erodere rapidamente tale cuscinetto, mettendo a repentaglio la stabilità del rapporto debito / PIL. Al di là dell’incertezza fiscale, i mercati si sono spaventati per alcune delle proposte più allettanti della coalizione, come ad esempio la cancellazione di parte del debito italiano e l’emissione di passività governative trasferibili a breve termine (viste da alcuni come una valuta parallela). Mentre la proposta di cancellazione del debito è stata abbandonata, i mercati penalizzano questo approccio poco ortodosso aumentando il premio richiesto per mantenere il debito italiano.Un’altra fonte di nervosismo è data dal fatto che la terza economia della zona euro potrebbe presto finire nelle mani di partiti ostili ad una permanenza dell’Italia nella moneta unica, e che sembrano avviati in rotta di collisione con Bruxelles: i prezzi degli attivi europei rimangono infatti molto sensibili a qualsiasi aumento del rischio di una rottura.Nel nostro posizionamento obbligazionario, sull’Italia rimaniamo neutrali. Il recente aumento dello Spread è comprensibile e probabilmente continuerà ad aumentare fino a quando la politica non diventerà più ortodossa e prevedibile. Ma l’Italia beneficia di una migliore situazione finanziaria corrente e di una molto minore partecipazione estera al proprio debito pubblico, il che la rende meno vulnerabile alla fuga di capitali rispetto alla crisi del 2012. Rimaniamo comunque meno convinti – per il momento – che esista un rischio esistenziale per l’Eurozona stessa, soprattutto nel momento in cui i controlli costituzionali impedirebbero un’uscita italiana dall’Euro anche se l’opinione pubblica ne fosse favorevole.

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“Scalare il muro della paura: perché questo è il mercato rialzista più affannato di sempre”

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 maggio 2018

(By William Davies, Responsabile azionario globale, Columbia Threadneedle Investments) L’attuale fase rialzista dei mercati azionari è giunta al nono anno, un periodo straordinario per gli investitori. All’inizio del mese di marzo 2018, l’indice S&P 500 era quasi quadruplicato rispetto al minimo toccato a marzo 2009 durante la crisi finanziaria e aveva guadagnato il 66% sul massimo pre-crisi dell’ottobre 2007. Sono passati quasi dieci anni, ma non è stata una passeggiata.La correzione di febbraio è stato l’ultimo di una serie di allarmi che si sono susseguiti per quasi un decennio e che hanno visto gli investitori scalare continuamente un muro di paura, in un certo senso benaccetto: la compiacenza dei mercati non è voluta.La reazione alla crisi finanziaria mondiale è stata per lungo tempo incentrata sulla cautela. Una profonda recessione ha gravemente indebolito i bilanci delle società finanziarie, alimentando costantemente i timori sulla fragilità delle banche. I tassi di interesse sono stati ridotti all’osso e a novembre 2008 la Federal Reserve statunitense ha annunciato un programma di quantitative easing (QE) da 600 miliardi di dollari USA. Ad aprile 2009, il Regno Unito ha avviato un programma analogo da 50 miliardi di sterline.Ma la gravità della crisi ha richiesto ulteriori interventi e questi paesi hanno finito per acquistare titoli di Stato per importi, rispettivamente, di 4.500 miliardi di dollari USA e 435 miliardi di sterline. Nel 2015 l’Unione europea ha annunciato il suo programma di QE, che ad oggi ha raggiunto un importo di circa 2.300 miliardi di euro, mentre il Giappone ha rastrellato sul mercato attivi per 521.000 miliardi di yen (4.950 miliardi di dollari USA).
In seguito a questi programmi, le economie si sono gradualmente riprese, molto gradualmente: non ci sono mai stati periodi di espansione eccezionale, ma piuttosto un tasso di crescita nominale costante di circa il 3-4% negli Stati Uniti. I mercati erano in preda a un clima di persistente paura per l’economia e aleggiava sempre la sensazione che il treno stesse per deragliare: il mondo ripiomberà nella recessione? Le banche sono stabili? la Grecia trascinerà l’area euro al ribasso? Fino a quanto scenderanno i prezzi petroliferi? La Cina sarà costretta a svalutare? Gli utili smetteranno di crescere? Vi sono stati periodi di forte agitazione dei mercati negli Stati Uniti, in Europa, in Cina e nei mercati emergenti. Dal punto di vista geopolitico, è stato un periodo tumultuoso, caratterizzato, tra l’altro, dai timori per il fallimento dell’area dell’euro, culminato nella Brexit, la vittoria del Presidente Trump, continue tensioni politiche tra Stati Uniti e Corea del Nord e uno stuolo di elezioni in Europa. C’era sempre qualcosa da temere.
Poi è arrivato il 2017. Stranamente, i dati sulla crescita europea a inizio anno non hanno deluso le aspettative. Allo stesso tempo, i timori degli investitori riguardo al renminbi e al rischio si svalutazione si sono attenuati, anzi la moneta cinese si è persino rivalutata, e la Cina ha conseguito un tasso di crescita economica sostenuto e apparentemente più sostenibile. Tutto ciò ha avuto un effetto di ricaduta sui mercati emergenti, favoriti anche da un lieve indebolimento del dollaro USA.Intanto, le tensioni geopolitiche sono rimaste, ma senza mai evolversi secondo le aspettative: la questione della Brexit si è trascinata a lungo, Trump ha sovrinteso a 15 mesi consecutivi di rialzi del mercato, le elezioni in Francia e nei Paesi Bassi si sono concluse senza particolari incidenti e in Italia, nonostante le elezioni abbiano consegnato al paese un parlamento senza maggioranza, le probabilità di un’uscita dall’euro si stanno ridimensionando. Vi sono stati persino segnali di riconciliazione tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti. In un quadro così complesso, l’aspetto più sorprendente per gli investitori è stato che il peggio, di fatto, non è mai arrivato. Tutto considerato, si è verificato un consolidamento che apre a un contesto propizio alle azioni.
All’inizio del 2018, la paura residua è sembrata dissolversi. Gennaio è stato un mese molto positivo: a livello globale, le azioni hanno guadagnato circa il 7% in poche settimane, grazie al persistere della crescita globale sincronizzata già emersa nell’ultima parte dell’anno precedente. Le prospettive sono state addirittura riviste al rialzo: l’economia statunitense si è rinvigorita, Trump ha approvato un provvedimento di sgravi fiscali da 1.500 miliardi di dollari USA e ha concordato un massiccio incremento della spesa federale. La disoccupazione ha continuato a diminuire: negli Stati Uniti si è attestata al minimo degli ultimi 16 anni (4,1%), nel Regno Unito al minimo degli ultimi quattro decenni (4,3%) e in Europa, complessivamente, ai minimi degli ultimi nove anni.
Il contesto sopra descritto segna di norma l’inizio della fine del ciclo economico: il modesto tasso di disoccupazione e la crescita accelerata sfociano in una limitazione della capacità produttiva, la quale porta ad aumenti salariali che, a loro volta, alimentano i timori che le crescenti pressioni inflazionistiche comincino a farsi sentire. Aumentano le probabilità che siano necessari rialzi dei tassi di interesse più rapidi e consistenti. Quando a gennaio l’inflazione salariale statunitense è cresciuta del 2,9% su base annua, il rialzo più cospicuo dal 2009, la reazione dei mercati non si è fatta attendere: i rendimenti obbligazionari sono balzati in avanti, mentre gli indici azionari mondiali sono crollati. Improvvisamente, c’era di nuovo qualcosa di cui aver paura… e per fortuna.
Una delle tesi più accreditate è che numerosi fattori strutturali abbiano mantenuto basse le retribuzioni, dalle tecnologie rivoluzionarie che hanno fatto esplodere l’economia del precariato ai cambiamenti demografici a livello mondiale. Altri fattori in gioco possono essere il minor potere negoziale da parte dei lavoratori e l’indebolimento dei sindacati rispetto agli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Nel frattempo, l’inflazione si è mantenuta bassa perché l’innovazione tecnologica sconvolge i modelli economici tradizionali e inasprisce la concorrenza, costringendo i fornitori ad arginare i prezzi.In prospettiva, questo è il contesto che i mercati dovranno affrontare e da cui sorge spontanea una domanda: l’inflazione tornerà a crescere più di quanto non si sia previsto?
Con il passare del tempo, constatiamo che vi sono le premesse per un ulteriore periodo di crescita “più bassa più a lungo”, ma con i limiti esistenti già durante la turbolenza economica del 2009: incertezza e preoccupazione continue.La globalizzazione, o quanto meno il libero scambio, sono stati un bene per l’economia, un bene per l’Europa e un bene per i mercati emergenti, ma la loro messa in discussione ora è la principale fonte di preoccupazione per i mercati. I leader carismatici di alcuni paesi, come la Russia, la Cina e l’Arabia Saudita (e, secondo alcuni, gli USA), stanno adottando atteggiamenti sempre più dittatoriali. Anche le scelte che questi e altri governi stanno compiendo, su dazi doganali, guerre commerciali e Brexit, sono incentrate sulla limitazione del libero scambio. Questo non andrà a vantaggio dei mercati e il muro della paura continuerà a incombere su di noi. (Abstract) (grafico: titoli azionari)

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Finanze pubbliche e mercati. La speculazione finanziaria ha fatto esplodere il debito

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 febbraio 2018

Prevale nel mondo della politica e dell’economia l’opinione secondo la quale il debitore ha sempre torto in quanto, a prescindere dalle più differenti cause sottostanti, è stato lui a sottoscrivere il debito. Per il debito pubblico, inoltre, la responsabilità è ‘comodamente’ attribuita all’intera popolazione, anche se non ha avuto alcun ruolo nelle relative decisioni. Lo si fa anche quando la sua crescita è dovuta a evasioni fiscali, incompetenze amministrative, corruzione e ruberie. La giustificazione addotta di solito è: «Devono pagare perché hanno vissuto oltre le loro possibilità». Quando il debito s’impenna a seguito di attività speculative internazionali, tale odioso commento diventa ancora più frequente. Gli ultimi dati relativi al debito pubblico italiano indicano che il suo rapporto rispetto al Pil è di poco meno del 133%. È secondo solo alla devastata Grecia, tanto che in Europa si pongono interrogativi circa il ruolo dell’Italia nella Ue. È un solido elemento oppure è una minaccia d’instabilità? Di conseguenza tutti reclamano riforme strutturali, rientri veloci, tagli e austerità, fino a sollecitar forti sanzioni finanziarie per il mancato rispetto dei cosiddetti parametri di Maastricht. Non conta più il fatto che l’Italia sia stata tra i fondatori dell’Unione. La si vorrebbe relegare nel secondo o addirittura nel terzo ‘girone’, quello a velocità ridotta.
È vero che nei decenni passati l’andamento del debito è quasi sempre stato in crescita, tranne nel biennio 2006-8 del secondo governo Prodi. Ma spesso non si evidenzia che la speculazione finanziaria internazionale, esplosa in alcuni momenti della nostra storia, ha inferto delle tremende accelerazioni al debito pubblico. Non si dimentichi che il primo grande attacco avvenne contro la lira nel 1992. Era parte, come risaputo, del più vasto attacco contro il Sistema monetario europeo (Sme). In Italia, però, tale attacco speculativo si combinò con la pressione internazionale per la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale. Il famoso ‘scandalo del Britannia’, lo yacht della regina Elisabetta, su cui finanzieri angloamericani e alti rappresentanti ministeriali e delle Partecipazioni statali si incontrarono per ‘progettare’ le privatizzazioni. La speculazione determinò la svalutazione di circa 30% della lira, trasformando così le privatizzazioni in vere e proprie svendite. Le conseguenze sul debito pubblico furono devastanti.
Il rapporto debito/Pil , che nel 1992 era di 105,4%, salì al 115,6% nel 1993 fino a raggiungere il 121,8% nel 1994. Andamento che, ovviamente, si aggravò ulteriormente sotto la pressione dei mercati che fecero lievitare notevolmente i tassi d’interesse sui titoli di Stato. Fu necessario uno sforzo enorme per tagliare la spesa pubblica e avviare la ripresa. Contrariamente alla vulgata populista, anche l’entrata nell’euro incise positivamente nel riequilibrare il rapporto debito/Pil che si assestò intorno al 103% nel 2004 e di nuovo nel 2007. Purtroppo, subito dopo vi fu la crisi finanziaria globale del 2007-8 che, partita dagli Usa, investì tutto il mondo, in primis l’Europa, colpendo tutti i settori economici, bancari e commerciali provocando crolli nelle produzioni ed enormi salvataggi pubblici delle banche a rischio bancarotta.
La crisi è stata il frutto velenoso della deregulation finanziaria che determinò il crollo dei mutui subprime e il collasso della montagna di derivati finanziari super speculativi a essi collegati. Si ricordi che secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, il valore nozionale globale dei derivati over the counter (otc), cioè contrattati fuori dei mercati regolamentati e tenuti fuori bilancio, era allora di circa 700 trilioni di dollari. Una cifra enorme che nonostante le tante proposte di riforma finanziaria, ancora oggi resta alta, circa 600 trilioni di dollari. I n Italia il rapporto debito/Pil schizzò dal 103,6% del 2007 al 116,0% del 2009. L’impennata più recente si è registrata nel 2011 a seguito dell’attacco speculativo contro l’Italia, che portò lo spread a oltre 500 punti (5%) sopra il tasso d’interesse del Bund decennale tedesco, con effetti pesanti per gli interessi sui titoli di Stato italiani. Ciò determinò la caduta del governo Berlusconi e l’arrivo del governo Monti. L’attacco speculativo si fermò quando Mario Draghi, presidente della Bce, dichiarò che avrebbe utilizzato tutti i mezzi necessari nella difesa dell’euro: il suo famoso «whatever it takes»! Ma il rapporto debito/Pil, che nel 2011 era del 120,7%, schizzò al 127,0% l’anno successivo. È troppo facile affermare, in Europa o in Italia, che la speculazione attacca chi se lo merita. Si dimentica che un’economia più debole deve fare degli sforzi maggiori per recuperare le perdite generate da una crisi a volte provocata da altri.
Ora il debito pubblico, con la sua enormità, ci dice che c’è ancora molto da fare. Nelle sedi europee non servono né l’ottimismo di maniera né la classica voce grossa. A nostro avviso, in quelle sedi bisogna evidenziare anzitutto che il nostro Paese, a causa dei citati ripetuti attacchi speculativi, ha subito un significativo aggravamento del rapporto debito/Pil non inferiore al 30%. Allo stesso tempo bisogna far comprendere la necessità di escludere gli investimenti dai vincoli delle politiche di austerità. Il rapporto debito/Pil si riduce soprattutto con la crescita e lo sviluppo economico sostenuti da una politica di investimenti nelle infrastrutture, nella modernizzazione tecnologica e digitale e nelle stesse politiche sociali. La riscoperta di una finanza rivolta agli investimenti, come i project bond, e non alla speculazione può essere è certamente di grande aiuto.
Crediamo che sia necessario, anche se non facile, definire un sistema di valutazioni e di interventi, anche di carattere giuridico, per evitare che gli effetti della deregulation selvaggia e della speculazione finanziaria siano scaricati, attraverso il crescente debito pubblico, sulle spalle dell’intera popolazione. Altrimenti, come ha ben evidenziato Francesco Gesualdi nell’articolo del 2 febbraio scorso con il quale lei, direttore, ha aperto il dibattuto su ‘Avvenire’, l’Italia rischia di rimanere nella trappola del debito, dove il pagamento di alti interessi è fatto attingendo a nuovi debiti pubblici. In merito a questo enorme problema le parole di papa Francesco, quando dice che «i mercati non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza risolvere i problemi dei poveri non risolveremo quelli del mondo», ci sembrano le più appropriate ed efficaci.(Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista, editorialista di Italia Oggi)

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E’ iniziato il crollo dei mercati finanziari? Nessuno lo sa, ma…

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 febbraio 2018

borsaLunedi’ 5 febbraio Wall Street ha vissuto una giornata di volatilità eccezionale, se non di panico. In un solo giorno il mercato ha perso più del 4% dopo aver perso anche di più in giornata. Ecco la domanda che tutti si pongono: “è l’inizio del crollo?”
La verità è che nessuno può dirlo, ma possiamo fare una serie di considerazioni il cui punto di caduta potrà essere molto importante anche per il singolo investitore, il quale – lo diciamo subito – mediamente dovrebbe essere molto preoccupato, e magari… dopo essersi preoccupato, iniziare ad occupasi di più del suo portafoglio per preoccuparsene meno in futuro…
Non sappiamo se quella di ieri sarà la giornata di inizio del crollo dei mercati, ma è facile ipotizzare che il prossimo crollo, quando accadrà, sarà peggiore di quelli precedenti.
Qui non si tratta di “prevedere” l’andamento dei mercati.
Chi ci legge da tempo sa che noi ripetiamo fino alla nausea che i mercati finanziari sono imprevedibili. Intendiamo con questo dire che non possiamo sapere se, in un determinato arco di tempo, saliranno o scenderanno. Questo dipende da un numero enorme di fattori interni ed esterni ai mercati la cui interazione è sostanzialmente incalcolabile, anche perché un certo numero di questi fattori è sconosciuto.
Ciò che conosciamo bene, però, sono i meccanismi interni al mercato che funzionano da acceleratori della direzione (trend) di fondo. Questi fattori interni ai mercati sono diventati decisamente più potenti (e quindi peggiori) rispetto alle ultime crisi. Gli algoritmi che negoziano automaticamente i titoli, ad esempio, sono aumentati in modo decisamente preoccupante. La quantità di investimenti effettuati con denaro preso in prestito è molto superiore rispetto a quella delle precedenti crisi.
I livelli di eccesso delle valutazioni dei titoli, in particolare negli Stati Uniti è superiore rispetto alle due grandi discese della bolla delle dot-com e dei subprime.
Un elemento che potrebbe rendere la prossima grande crisi del mercato azionario decisamente peggiore delle precedenti, è il fatto che il mercato obbligazionario non potrà, ragionevolmente, fare da “ancora di salvezza”. Uno scenario nel quale crollano sia i prezzi delle azioni che quelle delle obbligazioni a causa dell’innalzamento dei tassi d’interesse (cosa che sta avvenendo negli USA in questi giorni) è un’ipotesi che non si può certo escludere. Quale strategia c’è alla base del proprio portafoglio finanziario? Il punto, quindi, non è pensare di prevedere oggi se questa di oggi sia o meno l’inizio di una grande correzione di medio termine. E’ impossibile prevederlo. Il punto è dotarsi di una strategia operativa che non sia quella classica di comporre un portafoglio diversificato e aspettare l’”orizzonte temporale” prefissato.
La quasi totalità dei prodotti finanziari venduti oggi si basa su modelli teorici assolutamente datati ed inadeguati. Le varie gestioni patrimoniali, fondi bilanciati, polizze unit-linked con pre-selezione dei fondi, ma anche qualche “modernissimo” robo-advisor si basano tutti sulla così detta “Moderna Teoria di Portafoglio” che nasce da lavori degli anni ‘50 di Harry Markowitz.
Sulla base di queste teorie, oggi decisamente obsolete, si ritiene che il rischio sistematico dei mercati si gestisca essenzialmente in due modi: 1) diversificando il portafoglio (in pratica: meno rischio = più obbligazioni) e 2) attendendo il giusto orizzonte temporale (più rischio = più anni nei quali bisogna rimanere investiti). La cosa drammatica è che anche tutta la legislazione, e la stessa vigilanza delle autorità di controllo, sono basate su queste teorie obsolete. L’analisi del profilo degli investitori e la verifica di adeguatezza delle operazioni proposte ai clienti rispetto al suo profilo, si basano su questi concetti obsoleti. La realtà è che nel momento in cui i mercati azionari dovessero attraversare una fase di correzione nell’ordine del 40-60% (magari in 18-24 mesi) e contemporaneamente i tassi dovessero salire dell’1-2% tutti i portafogli finanziari gestiti secondo i modelli tradizionali sarebbero massacrati e tutti i progetti d’investimento andrebbero a farsi benedire, anche attendendo i teorici orizzonti temporali prefissati. Questo non è uno scenario residuale, altamente improbabile, simile al timore di default dell’Italia che qualche anno fa serpeggiava fra molti investitori. E’ un’ipotesi concreta; ovviamente rimane un ipotesi e non una certezza, ma è un tipo di rischio contro il quale è molto sensato tentare di proteggersi, anche “pagando” in termini eventuali minori rendimenti.
Come ci si può proteggere contro questa ipotesi? Le strategie possono essere varie e non ne esiste una certamente migliore delle altre. L’importante è avere una strategia in proposito.
Le metodologie standard certamente non saranno sufficienti. Un investitore informato e consapevole, oggi dovrebbe domandare alle persone che si occupano dei propri investimenti: abbiamo un progetto per gestire l’eventuale crollo dei mercati azionari ed obbligazionari in contemporanea? Me la può mettere per scritto? Nel caso, altamente probabile, che ci si renda conto che “navighiamo a vista”, converrà smettere di “preoccuparci” ed iniziare ad occuparci del problema concretamente. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio)

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