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Biden: un vaccino per i mercati?

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 novembre 2020

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset di Pictet Asset Management e Tazio Storni, Senior Investment Manager dei comparti tematici Pictet-Biotech e Pictet-Health. Il neo-eletto Presidente statunitense Joe Biden si è presentato al mondo con la notizia di un potenziale vaccino contro il Coronavirus. Negli studi di Fase 3, infatti, i vaccini a mRNA sviluppati da Pfizer, in collaborazione con BioNTech, e Moderna hanno mostrato un livello di copertura molto alto, prossimo al 95%, un’efficacia che si riscontra molto raramente in questo genere di sperimentazioni. Non solo, questi vaccini paiono anche estremamente sicuri, considerato che solamente il 3-4% dei pazienti testati ha mostrato effetti collaterali (perlopiù, un senso di affaticamento, comune anche nei vaccini anti-influenzali). Resta da sciogliere il nodo riguardante la durata della copertura, ma i primi dati inducono a stimare che la protezione possa permanere almeno per 6 mesi (c’è anche chi, come la ricerca pubblicata sul New York Times, ipotizza che duri per 2-3 anni). L’attesa per il vaccino, in ogni caso, non dovrebbe rivelarsi eccessivamente lunga. Si tratta di un risultato straordinario, al quale abbiamo contribuito anche noi cittadini, cui le istituzioni hanno richiesto in questi mesi un enorme sacrificio. E, verosimilmente, dovremo fare ancora la nostra parte, visto che il distanziamento sociale (se imposto: lockdown) resterà la principale arma per contenere la diffusione del virus fino a quando non avremo a disposizione, e non solo in approvazione, un vaccino: il mercato attribuisce una probabilità del 98% allo scenario di un vaccino disponibile entro la prossima primavera e, in particolare, ne stima la distribuzione entro gennaio con una probabilità del 44%. Da questo punto di vista, quindi, le notizie positive possono migliorare solo marginalmente il quadro incorporato nei valori di mercato, mentre sarebbero mal tollerati sviluppi negativi su efficacia e/o tempi di produzione. L’Europa, nello specifico, pare la regione più vulnerabile, complici il ruolo dominante che il settore terziario riveste nell’economia della regione (i servizi sono il settore più colpito dalla pandemia) e gli scarsi margini di intervento fiscale e monetario ancora a disposizione (dando per assodato il programma Next Generaion EU, nonostante il fatto che i rallentamenti nell’approvazione definitiva provocati da Ungheria e Polonia faranno slittare ulteriormente nel tempo l’erogazione effettiva delle risorse previste).Al contrario, i “vincitori” in questo complicato 2020 sembrano essere i mercati emergenti, soprattutto i Paesi asiatici. Questi, infatti, non solo hanno beneficiato del fatto che i servizi pesano meno sull’economia (mediamente per il 54%, rispetto al 72% dei Paesi sviluppati), ma hanno goduto anche della domanda di beni dei consumatori del mondo sviluppato, che ha sospinto la produzione industriale dei mercati emergenti al di sopra dei livelli pre-pandemici.Dal punto di vista del commercio e per le prospettive dei Paesi emergenti, un’altra notizia positiva è arrivata dagli Stati Uniti. Il candidato democratico Joe Biden, infatti, è stato eletto con una maggioranza alquanto schiacciante, aggiudicandosi 306 Grandi Elettori contro i 232 ottenuti dal Presidente uscente Donald Trump. Con l’insediamento di Biden alla Casa Bianca la politica estera e quella commerciale vedranno probabilmente un ritorno al multilateralismo e una rinnovata adesione degli Stati Uniti alle organizzazioni internazionali, in primis al WTO.I mercati hanno accolto con condivisibile entusiasmo la notizia di un possibile imminente vaccino. Scongiurare il protrarsi di lockdown a intermittenza, infatti, eviterebbe di rivedere troppo spesso in futuro il crollo degli utili aziendali a cui abbiamo assistito nel corso del secondo trimestre di quest’anno, in particolare in Europa (-61% rispetto al secondo trimestre del 2019, oltre il doppio del -30% registrato negli Stati Uniti). Come anticipato nel secondo paragrafo, il Vecchio Continente si conferma un’altra volta la regione più esposta agli alti e bassi della pandemia, e di conseguenza il trade più reattivo rispetto all’evoluzione della situazione sanitaria sui mercati finanziari.Per concludere l’analisi degli effetti che il vaccino è destinato ad avere sui mercati finanziari, non possiamo non prendere in considerazione il settore farmaceutico. Le aziende di questo universo, che beneficiano della mancata onda blu alle elezioni statunitensi (una vittoria netta dei democratici avrebbe potuto portare a una maggiore regolamentazione, soprattutto in relazione ai prezzi dei farmaci), ma in modo forse controintuitivo, potrebbero non beneficiare invece a livello di profitti della realizzazione e della distribuzione dei vaccini. Infatti, dopo aver investito ingenti risorse nella ricerca, i governi hanno stipulato accordi per ricevere le dosi a prezzi contenuti, che vanno dai 2$ ad un massimo di 30$, con i prezzi più bassi garantiti ai Paesi emergenti in modo tale da raggiungere più facilmente una copertura sufficiente a livello globale (per arrivare alla famosa “immunità di gregge”, occorre immunizzare almeno il 60% della popolazione mondiale). Inoltre, risulterebbe poco etico per le aziende farmaceutica accrescere i propri profitti approfittando dell’emergenza, con potenziali danni reputazionali ora che gli occhi di tutto il mondo sono puntati, con speranza, verso di loro. Paradossalmente, quindi, il vaccino destinato a dare slancio agli utili aziendali a livello globale potrebbe risultare meno determinante proprio per le società che lo svilupperanno.Fonte: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2020/analisi-dei-mercati-e-asset-allocation/11/biden-un-vaccino-per-i-mercati

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Super multa per la JPMorgan per manipolazione dei mercati

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 ottobre 2020

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. La JP Morgan Chase, la più grande banca americana, dovrà pagare una multa di 920,2 milioni di dollari, la più salata della storia, per protratte operazioni di manipolazione del mercato. La decisione è stata presa dalla Commodity Futures Trading Commission (Cftc), l’agenzia del governo statunitense che si occupa della regolamentazione dei future e di altri derivati finanziari contrattati sui mercati delle commodity, quelli delle materie prime e dei prodotti alimentari. Il suo scopo è quello di garantire l’integrità del settore finanziario. Secondo l’ordinanza della citata Cftc, dal 2008 al 2016 la JP Morgan ha tenuto “una condotta manipolatrice e ingannevole” in particolare nei mercati dei metalli preziosi e dei contratti future legati alle obbligazioni del Tesoro. Di fatto, gli operatori, i trader, della JP Morgan hanno emesso centinaia di migliaia di ordini di acquisto che venivano poi ritirati, cancellati, prima della loro esecuzione. In questo modo hanno stravolto il normale andamento della domanda e dell’offerta, inducendo gli altri investitori a intraprendere azioni finanziarie basate su valutazioni e attese falsate. In pratica il sistema JP Morgan funzionava in questo modo: gli operatori emettevano ordini farlocchi di acquisto, per esempio, di contratti future sull’oro, i cosiddetti spoof order. Creavano così un “effetto onda”, imitato da altri operatori, per far salire il prezzo dei derivati. Poi, un momento prima di ritirare gli ordini fatti, essi emettevano un ordine vero, il cosiddetto genuine order, con il quale, invece, vendevano il future, il cui valore a quel punto era salito. Solo per un dato segmento di operazioni analizzate, è stato appurato che la JP Morgan avrebbe fatto profitti per oltre 172 milioni di dollari mentre gli altri operatori avrebbero avuto perdite per circa 312 milioni. Nell’ordinanza della Cftc si legge anche che per anni la banca ha disinformato e manipolato la stessa agenzia di controllo, rallentando così ogni possibile intervento di correzione e di sanzione. La JP Morgan non ha potuto nemmeno giustificarsi e scaricare le responsabilità su qualche singolo dipendente “avventuriero”, in quanto i vari dirigenti dei dipartimenti preposti ai mercati erano direttamente coinvolti. Soltanto nel 2016 la JP Morgan avrebbe iniziato a collaborare con l’agenzia di controllo. Per questa ragione, e ciò è alquanto sorprendente, l’ammontare della multa è stato proposto dalla banca e accettato dalla Cftc. Inoltre, sempre per tale tardiva e discutibile dimostrazione di buona volontà e di cooperazione, l’agenzia non ha chiesto che la banca fosse squalificata e dichiarata bad actor e, quindi, esclusa dai mercati perché “cattivo operatore”. Il che, e non solo secondo noi, sarebbe stata una vera rivoluzione nella finanza. Ancora una volta per le banche too big to fail si applica un conveniente accordo di favore. Le multe, anche se apparentemente salate, sono spesso solo una misera percentuale dei profitti fatti illegalmente e fraudolentemente. Il loro patteggiamento, di conseguenza, comporta sempre la fine delle indagini e dei procedimenti legali intrapresi. In merito, comunque, il Dipartimento di Giustizia e il Procuratore dello Stato del Connecticut stanno istruendo dei procedimenti penali per frode. Anche la Security Exchange Commission (Sec), la Consob americana, l’agenzia federale preposta alla sorveglianza delle attività delle borse valori e alla protezione degli investitori, sta iniziando un caso legale in sede civile. Vedremo se andranno oltre l’imposizione di semplici ammende. C’è poco da sperarci. Indubbiamente è in corso un profondo dibattito negli Stati Uniti circa l’efficacia delle azioni di controllo e di repressione da parte delle agenzie preposte al funzionamento dei mercati. Infatti, due consiglieri della succitata Cftc, si sono dichiarati non completamente soddisfatti per la mancata applicazione dello status di bad actor per la JP Morgan. Hanno richiesto una maggiore e fattiva collaborazione tra la Cftc e la Sec, che avrebbe l’autorità di escludere dai mercati le banche e gli operatori considerati inaffidabili. “Essenzialmente, hanno detto i due consiglieri, oggi la Sec consiglia alla Cftc quello che la Cftc deve consigliare alla Sec, il cui regolamento, poi, le vieta di fare”, Un “procedimento circolare” che oscura la trasparenza e le responsabilità con uno spreco di risorse. E’ qualcosa che anche in Europa e in Italia dovremmo imparare, circa le nostre varie agenzie di controllo. La gravità dell’affaire della JP Morgan va ben oltre il caso in sé. La manipolazione dei mercati delle commodity non ha soltanto una valenza finanziaria. In questi mercati vengono contrattate le derrate e le risorse più importanti per l’economia e per la vita dei popoli e dei singoli cittadini: il cibo, l’energia, e tutte le materi prime che entrano nei settori produttivi dell’economia reale. Non ci si può dimenticare dei picchi d’inflazione relativi ai prezzi del grano, del riso o del petrolio che, più volte in questi primi venti anni del ventunesimo secolo, hanno stravolto intere nazioni e impoverito, spesso fino alla fame, centinaia di milioni di persone. Su problemi di tale portata non si dovrebbe né mettere la testa sotto la sabbia per non vedere né usare la mano leggera quando si scoprono comportamenti illegali. Essi, di solito, sono alla base di scandalosi arricchimenti. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su domenica, 25 ottobre 2020

A cura di Anjeza Kadilli, Senior Economist e Lola Saugy, Quantitative Economic Analyst di Pictet Asset Management La disoccupazione in Perù e Colombia si è impennata a seguito della crisi causata dal COVID. Esaminiamo come i rispettivi governi stanno affrontando questa sfida.Colombia e Perù si distinguono tra i mercati emergenti per l’impennata del tasso di disoccupazione (Fig.1). Circa un lavoratore su cinque è disoccupato in Colombia, mentre in Perù, la disoccupazione è passata dal 6,8% a dicembre 2019 al 17,1 % in base agli ultimi dati disponibili.Riteniamo che le previsioni sull’occupazione siano destinate a deteriorarsi in quanto: i dati attuali non tengono in considerazione la sottoccupazione, o solo in parte; i tassi partecipazione al lavoro più bassi hanno condizionato al ribasso i tassi di disoccupazione. In altre parole, se il tasso di partecipazione fosse stato costante, il tasso di disoccupazione sarebbe stato molto più elevato. In Colombia, la partecipazione della manodopera è precipitata (Fig. 2), dal 63,2% di febbraio al 51,8% di aprile, escludendo molti lavoratori dai dati sulla disoccupazione. Ad agosto, si stimavano 2,7 milioni di posti di lavoro in meno e 1,7 milioni di lavoratori inattivi in più rispetto a febbraio, a livello nazionale. Se tutti i lavoratori fossero rimasti attivi, con questi livelli di occupazione il tasso di disoccupazione sarebbe stato superiore al dato attuale del 19,6%. In Perù 7 milioni di persone hanno perso il posto di lavoro tra febbraio e giugno, spingendo il tasso di disoccupazione al 16,7% a giugno. Contemporaneamente, 6,8 milioni di persone sono uscite dal mercato del lavoro. La disoccupazione toccherebbe attualmente il 43% se quei lavoratori fossero ancora considerati disoccupati.Le aziende più piccole (fino a 10 lavoratori) sono state le più colpite, con un crollo del 65,5% dell’occupazione rispetto a un anno fa. A confronto, l’occupazione è crollata del 36,5% rispetto a un anno fa nelle aziende più grandi (con oltre 50 dipendenti). In Colombia, l’indebolimento della domanda di lavoro è legato all’attività economica, ostacolata da ulteriori lockdown nelle città, che rendono più volatile la ripresa dell’occupazione nelle aree urbane.Un terzo dello stimolo fiscale (2,5% del PIL) è diretto verso piani di tutela dei posti di lavoro (Fig.3), ed è attuato tramite credito alle PMI in difficoltà e rinvio del pagamento delle tasse sul reddito; sono previsti, inoltre, fino a tre mesi di sovvenzioni per gli stipendi alle società con una perdita di fatturato del 20%.I dati dell’indagine nazionale sull’occupazione di agosto mostrano un miglioramento del tasso di partecipazione, che è attualmente risalito al 59,3%, più vicino al livello pre-pandemia. La riapertura di diversi settori ha chiaramente prodotto un impatto positivo sull’occupazione.In Perù, solo il 5% dello stimolo fiscale (4,6% del PIL) finanzia i piani di tutela dei posti di lavoro. Oltre agli sgravi fiscali e altre misure introdotte per sostenere le società e gli strati meno abbienti della popolazione, il governo ha lanciato il programma “Arranca Peru” (Il Perù riparte), da 1,8 miliardi di dollari. Lo scopo è quello di creare oltre un milione di posti di lavoro nel settore pubblico in aree quali i trasporti, la comunicazione e l’edilizia residenziale.Le perdite di posti di lavoro durante la crisi sanitaria sono state significative. Solo una parte di quei posti di lavoro persi è stata recuperata negli scorsi mesi, e non alle medesime condizioni. È probabile che la normalizzazione dell’occupazione continuerà per il resto del 2020, ma il peggioramento della situazione pesa sui salari e sulla spesa delle famiglie.

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“Presidenziali americane: quali (reali) conseguenze per i mercati”

Posted by fidest press agency su sabato, 17 ottobre 2020

A cura di Colin Moore, Global Chief Investment Officer di Columbia Threadneedle Investments. Le elezioni presidenziali statunitensi sono sempre accompagnate da tensioni, ma l’edizione di quest’anno si annuncia particolarmente controversa. La spaccatura politica ha raggiunto livelli estremi e le differenze tra Donald Trump e Joe Biden a livello di approccio, personalità e comportamento non potrebbero essere più marcate. Con l’avvicinarsi delle urne, la retorica accesa rischia di esacerbare l’incertezza e l’apprensione degli investitori. La reazione dei mercati alla notizia della positività del presidente Trump al test sul Covid-19 ha del resto dato prova di questo clima di nervosismo.Ma quali sono le reali implicazioni delle elezioni per l’economia, i mercati e gli investitori? A mio parere, le elezioni provocano molta volatilità e apprensione prima del loro svolgimento, ma una volta passate il loro impatto sull’economia e sui mercati finanziari è esiguo. Gran parte di questa volatilità temporanea è causata dalle politiche e dai programmi promossi dai candidati in campagna elettorale ma che poi raramente vengono implementati. L’andamento dell’economia e dei mercati sul lungo periodo dipende da ciò che accade veramente; pertanto, una singola elezione è quasi irrilevante per le nostre prospettive di lungo termine.Questo perché il cambio di amministrazione si traduce di rado in grossi cambiamenti nel funzionamento dell’economia statunitense, anche quando da un’amministrazione conservatrice si passa a una liberale o viceversa. Gli investitori temevano più un cambiamento radicale quando candidati come Elizabeth Warren o Bernie Sanders sembravano guidare le primarie dei Democratici (facciamo notare che non sappiamo ancora quale ruolo politico potranno avere in futuro). In alcuni ambiti importanti, le differenze tra i due principali partiti sono minime.Per esempio, l’idea secondo cui in materia fiscale i repubblicani sarebbero conservatori e i democratici molto generosi è infondata: entrambi spendono senza misura. C’è ovviamente una differenza nelle fonti di tassazione e nell’allocazione delle spese, ma a mio avviso la somma totale di denaro iniettata nell’economia è sostanzialmente la stessa.In termini di performance complessiva dei mercati, questi hanno evidenziato un buon andamento sia sotto presidenti repubblicani che democratici. In realtà, dall’amministrazione Truman all’indomani della seconda guerra mondiale, i mercati hanno registrato rendimenti negativi soltanto durante i mandati di Richard Nixon e George W. Bush. Tuttavia, durante queste amministrazioni l’andamento dei mercati non è dipeso tanto dalla politica economica quanto piuttosto, nel primo caso, dallo scandalo Watergate dei primi anni ’70 e, nel secondo, dai terribili eventi dell’11 settembre 2001.Quest’anno, però, c’è da mettere in conto anche l’eventualità di un ritardo nella proclamazione del vincitore o di una contestazione del risultato. Se uno dei contendenti dovesse vincere con un ampio margine, riteniamo però poco probabile un’impugnazione dell’esito elettorale. È importante distinguere le difficoltà legate al conteggio dei voti o all’inclusione di alcuni voti per corrispondenza dal netto rifiuto di cedere il potere o riconoscere la sconfitta. La prima opzione ci sembra alquanto plausibile, in quanto la certificazione del risultato potrebbe in effetti essere ritardata da una serie di questioni giuridiche, creando un periodo di incertezza. I prezzi delle opzioni su indici che giungono a scadenza dopo le elezioni mostrano che gli investitori azionari si aspettano un aumento della volatilità a causa di queste incognite. Si tratta di uno scenario tutt’altro che ideale, certo, ma non senza precedenti, ed esistono dispositivi costituzionali in caso di risultati inconcludenti.Tutto questo per dire che esistono delle soluzioni per i problemi anticipati da alcuni, e quando in passato i risultati sono stati ritardati o contestati, siamo sempre riusciti a superare l’impasse senza grossi sconvolgimenti politici (o economici).Se da una parte riteniamo che le elezioni non incideranno sull’andamento generale dei mercati, dall’altro riteniamo quasi inevitabile qualche incertezza sul breve termine, e taluni settori e talune società potrebbero risentirne. Inoltre, ci sono degli aspetti a cui gli investitori dovrebbero secondo noi prestare attenzione, nonché alcune azioni da intraprendere. Se sarà Biden a vincere, è importante analizzare attentamente il suo programma fiscale, al centro della sua agenda politica. Biden intende rivedere le agevolazioni fiscali accordate dall’amministrazione Trump, modificare l’imposta sul reddito al di là di un certo livello e tassare le plusvalenze alla stessa aliquota dell’importo sul reddito; ciò provocherà probabilmente un’intensa attività di trading a fini fiscali a ridosso del voto. Più si è convinti della vittoria di Biden, più ci si dovrebbe preparare a realizzare plusvalenze nel 2020 piuttosto che nel 2021, quando la fiscalità potrebbe essere più elevata. A seconda delle regole, potrebbe essere più ragionevole riportare le perdite al 2021 piuttosto che compensarle automaticamente con i guadagni nel 2020.

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Coronavirus: cosa si prospetta per le economie e per i mercati?

Posted by fidest press agency su martedì, 13 ottobre 2020

A cura di Paul Doyle, Responsabile azionario per l’Europa (Regno Unito escluso) di Columbia Threadneedle Investments. È stato un periodo turbolento per gli investitori di tutto il mondo. L’Europa è alle prese da ormai più di sei mesi con la pandemia di coronavirus, dopo aver trascorso il primo trimestre 2020 a osservare impotente la diffusione della malattia in Cina e in Oriente.Come hanno reagito i mercati a questa situazione? I migliori risultati sono giunti inizialmente dai settori difensivi, in primis dalla tecnologia e dai prodotti farmaceutici; questo andamento è proseguito fino a quando le azioni value non hanno raggiunto un punto di minimo il 18 maggio. A giugno il rimbalzo del mercato si è allargato. I multipli prezzo/utile (P/E) delle banche e delle azioni “value cicliche” avevano toccato il fondo, scendendo su livelli insostenibili.Sino a fine aprile molti gestori attivi hanno sovraperformato l’indice di riferimento in virtù del loro posizionamento difensivo, e in questa fase non si è registrata alcuna discrepanza apparente: gli investitori sono stati prudenti, i dati pessimi. Più di recente, tuttavia, si è prodotto uno scollamento tra i mercati azionari e i fondamentali economici, in particolare negli Stati Uniti. Alcuni ritengono che non si tratti semplicemente di una questione tattica, ma non ne siamo così sicuri. La performance relativa dei titoli value vs. growth è correlata con una serie di fattori, che possono essere così classificati: prima i rendimenti obbligazionari, poi il dinamismo dell’indice PMI (indice dei responsabili degli acquisti, un indicatore delle tendenze economiche), quindi il dollaro USA e infine il prezzo del petrolio. Affinché una rotazione duri è necessario il contributo di questi fattori, ma al momento il compito principale della Federal Reserve è tenere sotto controllo i rendimenti obbligazionari. A gennaio, prima della crisi del Covid-19, gli Stati Uniti e la Cina avevano firmato un accordo commerciale di fase 1 ed erano in procinto di passare alla fase 2. Sembrava che il presidente Trump e il suo omologo cinese avessero deciso di collaborare e che il magnate statunitense fosse certamente destinato a ottenere un secondo mandato. Poi è sopraggiunta la crisi, seguita dal crollo dei dati economici. Nell’ultimo mese si è registrato un miglioramento, ma non si prevede un’accelerazione di questa tendenza. Le vendite al dettaglio statunitensi per il mese di maggio hanno evidenziato un incremento su base annua del 17% – una straordinaria ripresa – ma ad aprile erano diminuite del 15%. La crescita settimanale delle vendite “same store” è da allora tornata in territorio negativo. Il mercato sconta attualmente una ripresa a V, ma riteniamo che la perdita di posti di lavoro pregiudichi questa possibilità. Con la riapertura delle economie, i dati sull’occupazione sono destinati a peggiorare.Pertanto, a fronte di una perdita del 10% del PIL e di un mercato del lavoro stagnante, non è possibile che l’inflazione raggiunga il 2%, per cui il rendimento decennale sarà ancorato a zero. I dati degli indici PMI, intanto, mostrano che la Cina è stata la prima ad entrare in questa fase di contrazione e anche la prima a uscirne. A marzo, quando il PMI cinese è passato da 30 a 50, le azioni bancarie hanno guadagnato il 35%, ma adesso sono tornate sui loro minimi relativi. Il corollario del danno inferto ai settori ciclici è che possiamo aspettarci una ripresa della sovraperformance dei titoli tecnologici e farmaceutici. Con l’inflazione e i tassi d’interesse fermamente ancorati su livelli contenuti, è difficile trovare argomentazioni a sfavore delle azioni growth di natura difensiva. I rendimenti obbligazionari depressi riducono il tasso di sconto, favorendo gli attivi a lunga scadenza con cash flow elevati e sostenibili. Il PE relativo dei beni di prima necessità in Europa si attesta su un minimo decennale, e lo stesso vale per le utility, la tecnologia, la sanità e altri attivi a lunga scadenza.Se gli utili impiegano cinque anni per ritornare alla tendenza pre-virus, il valore attuale dei titoli azionari dovrebbe essere inferiore; ma i tassi d’interesse sono stati ridotti ovunque e i rendimenti a 10 e 30 anni sono crollati. Un calo del tasso di sconto suggerisce un aumento, non una diminuzione, delle valutazioni azionarie.

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Con SACE Riso Gallo va alla conquista dei mercati esteri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 ottobre 2020

Robbio Lomellina, 1 ottobre 2020 – SACE e Banco BPM hanno finalizzato un’operazione di finanziamento da 3 milioni di euro a supporto del piano di crescita sui mercati esteri di Riso Gallo Spa, azienda leader nella produzione di riso e risotti. L’operazione è stata perfezionata in piena emergenza Covid-19 e grazie al finanziamento erogato da Banco BPM, tramite la propria struttura Mercato Corporate Milano Lodi, e garantito da SACE, il noto brand investirà in attività di marketing, ricerca e sviluppo, nella registrazione di marchi e brevetti e nel rinnovo e riqualificazione di impianti e macchinari, oltre che nella partecipazione a fiere internazionali e nel capitale circolante.“In un anno complesso come questo – spiega Carlo Preve, Amministratore di Riso Gallo Spa, siamo orgogliosi di dare un segnale positivo e di concretizzare il nostro impegno come azienda simbolo del Made in Italy all’estero. La nostra mission è sempre stata quella di portare la tradizione culinaria italiana oltralpe, grazie a uno dei suoi prodotti simbolo, ovvero il risotto. Oggi la sfida per conquistare i mercati esteri è ancora più challenging e guarda al futuro con una grande attenzione verso l’innovazione, non solo in termini di prodotto ma anche di produzione. Ad esempio, la sostenibilità, da tempo parte dei valori aziendali di Riso Gallo, è un aspetto sempre più centrale per noi e per i nostri consumatori, non solo in Italia ma anche all’estero. Da qualche tempo abbiamo iniziato un percorso di sostenibilità, grazie al quale abbiamo già raggiunto importanti risultati che ci permettono di guardare al domani con orgoglio e fiducia”.Riso Gallo è tra le più grandi riserie d’Europa e una delle più antiche industrie risiere italiane, con un marchio lanciato negli anni ’40 del secolo scorso e su cui l’azienda punta da sempre per valorizzare i suoi prodotti. Nasce nel lontano 1856 a Genova, con un primo stabilimento che lavorava risone importato. Nel 1926, per concentrarsi e valorizzare le coltivazioni italiane, l’azienda si trasferisce a Robbio Lomellina, nel cuore del Pavese, una tra le più rinomate zone risicole, dove si trova tutt’ora. Nel 1943 la svolta: il gallo, che identificava la varietà migliore del riso, divenne il simbolo dell’azienda stessa e il sinonimo dell’eccellenza dei suoi prodotti. Inizia, così, il confezionamento in scatola per il consumo al dettaglio e la conseguente fama a livello nazionale dell’azienda lombarda. Oltre ai risi classici ed etnici, Riso Gallo propone una linea di prodotti derivati, come snack, gallette e piatti pronti, con cui intende penetrare i mercati esteri e la cui destinazione di riferimento è la GDO. Con l’operazione targata SACE- Banco BPM, Riso Gallo potrà incrementare la quota attuale di export pari al 22%, legata soprattutto a paesi dell’Unione Europea.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 settembre 2020

A cura di Nikolay Markov, Senior Economist di Pictet Asset Management. Nei mesi scorsi, la maggior parte delle banche centrali dei mercati emergenti ha operato tagli netti dei tassi di riferimento, per contrastare lo shock economico causato dalla pandemia. Ma è stata una scelta sostenibile? E cosa possiamo aspettarci in futuro? In base ai calcoli eseguiti con il nostro modello proprietario, quattro tra le principali banche centrali dei mercati emergenti hanno tagliato i tassi di riferimento in modo troppo aggressivo: Sudafrica, India, Indonesia e, in certa misura, Turchia.Grazie al nostro modello proprietario basato sulla regola di Taylor, abbiamo stimato il valore equo per il tasso di riferimento della Turchia al 14% (non all’8,25%) in base al recente aumento dell’inflazione e al deprezzamento della valuta nazionale. Per contro, la Bank of Russia e la Bank of Korea paiono aver reagito con politiche più adeguate.Cosa succederà nei prossimi 12 mesi? Per molti dei mercati emergenti il valore equo stimato del tasso di riferimento sarà superiore per il 2021. Questo indica che la maggior parte delle banche centrali non avrà spazio di manovra per ulteriori tagli e dovrebbe anzi tornare gradualmente verso tassi superiori, man mano che lo shock provocato dalla pandemia svanirà. I casi più eclatanti riguardano la Corea del Sud, il Sudafrica e la Russia. Sebbene riteniamo che questi mercati siano intervenuti in modo adeguato a livello di taglio dei tassi di riferimento durante l’epidemia, crediamo anche che debbano riprendere ad aumentarli più rapidamente nel 2021, in quanto si prevede un rimbalzo delle loro economie ad un ritmo più sostenuto.Per altre banche centrali, invece, potrebbe essere conveniente mantenere la politica monetaria sostanzialmente invariata nel 2021. Ciò vale in particolare per il Messico.La Turchia è ancora una volta un caso interessante, in quanto il nostro modello prevede significativi tagli dei tassi nel 2021, in netto contrasto con la raccomandazione di politica monetaria per il trimestre in corso.Ciò è spiegato dal significativo processo di disinflazione e dalla prevista ripresa graduale della crescita economica, che dovrebbe avvenire nel corso del prossimo anno, se le autorità adotteranno le misure idonee per stabilizzare la lira, evitando così una crisi totale della bilancia commerciale. Se si dovesse verificare questo scenario positivo, dovrebbe essere favorevole agli attivi in lira turca nel prossimo anno. In conclusione: la situazione dapprima peggiorerà e poi andrà meglio. Molte delle principali banche centrali dei mercati emergenti (Cina, India, Corea, Turchia, Russia, Brasile e Messico) non hanno ancora un vero e proprio programma di quantitative easing. Tuttavia, questi Paesi hanno introdotto diversi meccanismi di rifinanziamento per fornire ampia liquidità al mercato interbancario, sostenendo in questo modo l’attività di credito bancario e l’economia reale.Si prevede che quasi metà delle principali banche centrali dei mercati emergenti possa allentare ulteriormente la politica monetaria nei prossimi mesi. È il caso di Cina, Indonesia, Russia, Brasile e Messico, a suggerire che gli operatori di mercato, e verosimilmente anche le banche centrali stesse, non ritengono di essere rimaste effettivamente a corto di munizioni. Ma, come indica il nostro modello, riteniamo che un ulteriore allentamento della politica monetaria sarà molto impegnativo nel breve termine, in particolare per il Sudafrica e la Russia, oltre che per la Turchia.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 agosto 2020

A cura di Sabrina Khanniche, Senior Economist di Pictet Asset Management. Questo mese, la Senior Economist Sabrina Khanniche analizza le principali 12 economie esportatrici di petrolio per individuare quelle più vulnerabili a causa del crollo del prezzo dell’oro nero.I prezzi del petrolio hanno perso il 36% nel primo semestre del 20201, a causa del calo vertiginoso della domanda di greggio determinato dalla pandemia di COVID-19. Questo non solo porta con sé il rischio di una recessione per i principali Paesi esportatori di petrolio, ma aumenta anche il rischio che il deficit delle partite correnti aumenti in modo significativo.Il nostro indice della vulnerabilità ai prezzi del petrolio individua Oman, Kazakistan e Colombia come i Paesi più vulnerabili. Gli esportatori di petrolio potrebbero essere colpiti in maniera diversa dalle oscillazioni del prezzo del petrolio. La loro reazione dipenderà in larga misura dal relativo prezzo di breakeven estero, ovvero il prezzo del petrolio necessario a coprire le spese legate alle importazioni. Esportatori di petrolio con un breakeven basso: Iran, Kuwait, Qatar, Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti
Questi Paesi mantengono un livello di risparmi alto, come dimostra il surplus del saldo delle partite correnti usato per l’acquisto di asset stranieri. Le partite correnti del Kuwait si sono attestate al 7% del PIL nel 20192, ma sono destinate a un calo netto nel 2020. Un prezzo di breakeven estero inferiore al prezzo attuale del petrolio offre al governo la possibilità di allentare la politica fiscale o di assistere a un apprezzamento della valuta. Questi Paesi rappresentano il 39,4% di tutto il petrolio fornito nel mondo dalle nazioni esportatrici. Esportatori di petrolio con un breakeven alto: Algeria, Angola, Colombia, Kazakistan, Nigeria e Oman Questi Paesi incanalano i proventi del petrolio verso maggiori importazioni. In assenza di riserve finanziarie, corrono il rischio di tagli alla spesa o di un deprezzamento della valuta, soprattutto se il prezzo del petrolio scende al di sotto del prezzo di breakeven estero. I Paesi in questione rappresentano il 9,4% di tutto il petrolio fornito nel mondo dalle nazioni esportatrici. Il prezzo di breakeven estero globale raggiunse il picco nel 2013.
Tutti i Paesi hanno corretto al ribasso il prezzo di breakeven estero tagliando le spese legate alle importazioni. Il risultato è stato il miglioramento del saldo delle partite correnti dal -1,1% del PIL nel 2015 al 4,8% nel 20185. Chiaramente, il cambiamento è stato più marcato per gli esportatori di petrolio con un breakeven estero elevato.
Oggi, i Paesi esportatori di petrolio più vulnerabili al calo del prezzo del greggio sono quelli con un breakeven alto. Il breakeven estero di questi Paesi era già superiore al prezzo globale del petrolio nel 2019 e dovrebbe continuare a salire nel 2020 (fig. 3). Il gap sarà invece inferiore per gli esportatori con un breakeven basso, la cui posizione è in ogni caso peggiorata rispetto al 2019.
Il prezzo di breakeven estero è un indicatore chiave della resilienza di quei Paesi a un calo del prezzo del petrolio. Poiché quest’anno è destinato a rimanere al di sopra del prezzo del petrolio, la pressione sulle economie con un breakeven più elevato aumenterà.

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Mercati obbligazionari: dove troviamo valore in questa fase?

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 luglio 2020

A cura di Vittorio Fontanesi, Portfolio Manager mercati obbligazionari AcomeA SGR. Sostenuti dall’intervento delle banche centrali senza precedenti, i mercati obbligazionari registrato una robusta performance dopo la crisi di marzo, eccetto per alcune storie idiosincratiche.In Europa, l’annuncio del programma PEPP da 750 miliardi di euro, avvenuto il 18 marzo, poi ampliato di altri 600 miliardi, ha contribuito a ridurre l’ampliamento degli spread periferici. Ha inoltre influito positivamente la maggior flessibilità della BCE, in termini di deviazione rispetto alla capital key, per quanto riguarda gli acquisti di obbligazioni sovrane attraverso il PEPP. Fino ad ora, i nostri BTp sono stati il mercato che ha maggiormente beneficiato della deviazione rispetto alla capital key. Infine, è stata sicuramente la proposta franco-tedesca di un Recovery Fund da 750 miliardi ad aver giocato un ruolo decisivo nella compressione degli spread in Europa.Dopo l’importante rally degli ultimi tre mesi, gli attuali livelli di rendimento sul mercato sovrano europeo non ci sembrano particolarmente attraenti.Rimanendo geograficamente vicini, ma cambiando categoria, è nelle obbligazioni bancarie che continuiamo ad intravedere ancora valore. Nei mesi scorsi, sui nostri fondi obbligazionari abbiamo acquistato obbligazioni senior preferred di banche medio-piccole ed emissioni subordinate di realtà bancarie più grandi, che offrono maggiori solidità patrimoniali.Il comparto del debito bancario ha sicuramente performato molto bene, grazie ai supporti positivi provenienti dagli annunci monetari e fiscali. Chiaramente, il contesto macro rimane difficile, ma le banche oggi, rispetto alla crisi del 2008, rappresentano la soluzione per la ripresa e non il problema stesso della crisi.
Spostandoci sui mercati emergenti, rimanere selettivi a nostro avviso è la parola d’ordine. Molti paesi non hanno ancora del tutto arginato la diffusione del virus e le prospettive macro sono complessivamente peggiori rispetto ad aprile.Tuttavia, i mercati obbligazionari emergenti hanno reagito bene in questa fase, spinti soprattutto dalle politiche monetarie accomodanti e, in alcuni casi, dal supporto di programmi di QE.Le valutazioni oggi non sono eccessivamente vantaggiose rispetto ai fondamentali. L’indice globale dei governativi in dollari mostra 464bp di spread medio rispetto alla curva dollari americana e da inizio anno si è allargato di 175bp. L’indice globale dei governativi emergenti in valuta locale mostra un rendimento del 4,5% e si è addirittura contratto di 70bp da inizio anno.Sul mercato del debito in dollari, stiamo valutando e inserendo in portafoglio alcune storie di paesi, anche di frontiera, che non hanno del tutto recuperato dai massimi pre-Covid e che mostrano prospettive di finanziamento comunque solide da qui a fine anno.Sul mercato del debito in valuta locale, mostriamo interesse verso quei paesi che presentano curve dei rendimenti più ripide (Perù, Indonesia, Sud Africa, Messico) per beneficiare dell’extra yield tra la parte breve e la parte lunga.

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L’estate dal punto di vista dei mercati

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 luglio 2020

A cura di Antonio Cesarano, Chief Global Strategist, Intermonte SIM. Iniziamo ad entrare nel vivo dell’estate con i mercati che, almeno nei primi giorni di luglio, sono sembrati indifferenti alla forte escalation delle infezioni di virus (soprattutto in alcuni paesi fino agli Usa).Il ragionamento di fondo sembra ancora essere: se le cose peggiorano sul fronte Covid le banche centrali faranno di più, se le cose migliorano sul fronte macro (come sta emergendo da alcuni ultimi indicatori come ad esempio gli indici ISM Us) le banche centrali stanno rassicurando sul fatto che non molleranno la presa e probabilmente implementeranno ulteriori manovre per frenare l’eventuale rialzo dei tassi (la cosiddetta yield curve control). In altri termini, il tema è ancora quello della forte liquidità che guida incessantemente le performance dei mercati. I mercati sanno che per tutto il prossimo anno almeno ne avranno a iosa, e forse anche oltre quel che ad oggi è lecito attendersi.Tutto questo comporta il fatto che aspetti macro e temi Covid tendono a diventare una sorta di corollario rispetto al tema di fondo che ripeto è l’abbondante liquidità.
La Lagarde lo scorso fine settimana ha sottolineato che ci aspettano un paio di anni di disinflazione/deflazione che, tradotto dal gergo di un banchiere centrale, significa assicurazione sul fatto che le banche centrali sono lì per rimanere con le loro manovre.
Emblematico quanto accaduto sui mercati ieri, martedì 7 intorno alle 17:30 ora italiana, quando cioè il mondo ha avuto la conferma che anche Bolsonaro è stato infettato. La notizia in sé ha portato probabilmente gli algo a sintonizzarsi sul tema Covid generando in giornata marcate vendite sui mercati azionari a fronte di acquisti sui bond. I tassi reali Us sono fortemente calati con i Tips a 5 anni arrivati in prossimità del -1% e l’oro che lentamente si è avvicinato alla soglia importante (anche da un punto di vista tecnico) dei 1800$/oncia, confermandosi al momento come uno dei migliori asset da inizio anno con un + 18%.
In altri termini il tema Covid, per ora sottotraccia, sembra comunque essere potenzialmente un tema che i mercati potrebbero prendere in considerazione da agosto, soprattutto perché potrebbe essere un elemento importante anche per la campagna elettorale Us. Negli ultimi due mesi si è registrato un marcato incremento dei casi di Covid negli Stati dove Trump trionfò nel 2016, e questo contestualmente all’aumento del divario di consensi tra Trump e Biden.Provo allora a delineare i principali appuntamenti tra luglio ed agosto prima di avventurarmi in un’ipotesi di scenario estivo.
Il mese di luglio ha alcuni momenti centrali:
Metà mese con BCE (16 luglio) e Consiglio europeo (17/18) su tema Recovery Fund
Seconda parte del mese con le trimestrali Us ed il 29 la riunione Fed oltre eventualmente ad un secondo Consiglio europeo
Il 20 luglio il Congresso riapre dopo le ferie ed il 31 scadono diversi sussidi.
Ad agosto pertanto Trump è chiamato a prorogare i sussidi oltre a presentare un piano di infrastrutture alternativo a quello già presentato (e votato alla Camera) dai democratici. Trump avrà molto bisogno di cercare di recuperare il forte gap con Biden e non è escluso che possa far ricorso al classico nemico esterno, la Cina.
Tutto questo porta ad ipotizzare un mese di luglio sostanzialmente laterale ma tendenzialmente calante con l’indice S&P500 nel range 2950/3200. Il trend calante di tanto in tanto potrà essere interrotto da interventi anche solo verbali delle banche centrali. Ad agosto il clima potrebbe diventare più caldo. Non vi sono riunioni di calendario di Fed/BCE e la tematica delle presidenziali Us mista al tema Covid potrebbe entrare nel focus degli operatori. In questa fase l’indice S&P 500 potrebbe spingersi fino ad area 2600.In altri termini, il mese di agosto potrebbe ancora essere un mese di turbolenze come effetto di minore liquidità sui mercati e precipitato di tutti i timori dell’autunno in arrivo cui quest’anno si uniscono i timori per le presidenziali. Parto dal presupposto di fondo che le banche centrali sono lì per rimanere ed in autunno implementeranno ulteriori manovre espansive, a partire dalla Fed, come confermato proprio ieri da autorevoli membri del calibro di Clarida, Vice Presidente. La liquidità continuerà pertanto a segnare il trend primario dei mercati. Complessivamente mantenimento di posizioni lunghe di dollari fino ad area 1,08/1,10. Riduzione del peso dell’equity nei portafogli con leggero sovrappeso dell’equity europeo (a patto che il Recovery Fund venga varato entro luglio) vista la possibile maggiore turbolenza Us per il tema elettorale Approfittare però del calo atteso dei mercati azionari tra agosto e settembre per comprare su debolezze, incluso anche i Btp nel caso di spread che si spingesse in area 200/2220 pb in vista dei timori post-elettorali del 21 settembre Approfittare dell’eventuale storno dell’oro (causa margin calls) per continuare ad accumulare e portare la percentuale in portafoglio almeno al 10%. Il tutto, ribadisco, sul presupposto che le banche centrali faranno di tutto per invertire i cali che di tanto in tanto ci sono sui mercati e, come dimostrato già da aprile in poi, hanno ancora ampio potere per farlo.

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Trimestre da record per i mercati azionari, le valutazioni sono troppo alte?

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 luglio 2020

Commento a cura di Roberto Rossignoli Portfolio Manager di Moneyfarm, L’ultimo mese è stato caratterizzato da una volatilità elevata sui principali listini, sebbene sia stata in parte riassorbita rispetto ai momenti più acuti della crisi (Vix a circa 30.4). L’andamento di mercato, caratterizzato da diverse settimane da una crescita continua e costante dell’azionario intramezzata da veloci correzioni, riflette quelli che sono i fattori principali che stanno muovendo i mercati. Bisogna sottolineare che il trimestre che si è appena chiuso è stato il migliore per l’azionario americano dal 1987. Una performance del genere impone una riflessione su quello che potrebbe essere il percorso nei prossimi mesi. Ma andiamo con ordine: le settimane appena passate sono state caratterizzate da una serie di dati positivi, sia da un punto di vista dei dati macro, sia per quanto riguarda la fiducia degli operatori. L’indice di sorpresa economica pubblicato da Bank of America ha fatto segnare un record positivo. Questo vuol dire che le notizie che giungono dall’economia reale, per quanto negative, sono state comunque meno negative di quanto ci si aspettasse nel trimestre caratterizzato dalla quarantena.
La previsione degli investitori è che i dati macroeconomici positivi si trasmetteranno sui risultati delle aziende, dati che verranno pubblicati nelle prossime settimane. Una stagione degli utili in grado di sorprendere le aspettative renderebbe le valutazioni azionarie più sostenibili.
Il prezzo relativo dei mercati azionari, calcolato come costo delle azioni in relazione agli utili generati dalle aziende, resta infatti uno dei grandi punti interrogativi di questa fase. Se ci dovessimo limitare a una sola valutazione dell’indicatore Prezzo/Utili troveremmo che in questo momento è posizionato piuttosto in alto rispetto alla storia.In realtà questo dato non è rilevante da solo, ma va valutato nel contesto. Innanzitutto, come abbiamo già ricordato, c’è l’effetto positivo che potrebbe derivare dalla pubblicazione dei risultati di metà anno delle aziende in caso di sorpresa positiva. In seconda analisi, bisogna considerare nell’equazione il livello dei tassi. Quando i tassi sono bassi come in questo momento anche valutazioni così elevate diventano maggiormente sostenibili. Come mai?
Gli utili futuri sono scontati a un tasso più basso, il valore attuale di quegli utili – o il prezzo fondamentale – sale, e di conseguenza il rapporto prezzo/utili, ma anche le altre metriche di valutazione, salgono.
Dal punto di vista macroeconomico, si può assumere che un costo del capitale generalmente più basso favorisca il mondo delle imprese, in particolare quelle ad alto potenziale di crescita che riescono a investire con prospettive di rendimento più alte.
Sempre dal punto di vista macro, è interessante la relazione tra tassi e inflazione. Tassi bassi e poco volatili riflettono anche un’inflazione bassa e sotto controllo. E questo è positivo per l’azionario.
Ovviamente la condizione per cui questo avvenga è una progressiva risoluzione dell’emergenza sanitaria. I dati delle ultime settimane non sono incoraggianti, specialmente negli Stati Uniti e in Sud America, ma non bisogna incorrere nell’errore di drammatizzarli eccessivamente. In generale, anche in caso di un riemergere dei contagi, il livello di preparazione dei governi sarebbe sicuramente superiore rispetto a pochi mesi fa e ciò ci dà confidenza per continuare a riposizionare gradualmente le nostre allocazioni verso gli obiettivi di redditività e volatilità di medio-lungo termine.

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I mercati finanziari sono pazzi? Non proprio…

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 luglio 2020

Il trimestre che si è chiuso il mese scorso ha visto, forse, la più grande contraddizione fra le prospettive dell’economia reale e le valutazioni delle corrispondenti attività finanziarie che si siano mai verificata a memoria d’uomo.Per un buon numero di attività finanziarie (azioni ed obbligazioni) i prezzi sono paragonabili, se non superiori, a quelli dell’epoca pre-covid, ma le prospettive economiche sono quelle della peggiore crisi nell’economia reale che si sia mai avuta da quando si registrano questi dati. Come è possibile? Come si spiega questa distanza? Dobbiamo dire semplicemente che i mercati finanziari sono pazzi?
Le cose sono molto più complicate, o meglio: complesse.
La teoria prevalente nel mondo accademico su cui si fonda la comune operatività nel settore degli investimenti finanziari prende il nome di “efficient-market hypothesis (EMH)” o teoria dei mercati efficienti. L’assunto di base di questa teoria è che i prezzi riflettono tutte le informazioni disponibili. In che senso?L’assunto ancora più basilare è che gli operatori dei mercati finanziari (cioè chi compra-vende) sono agenti razionali che scelgono di agire avendo come unico criterio quello di massimizzare il rendimento monetario dei capitali impiegati. In altre parole, gli agenti finanziari, in questa teoria, sarebbero dei “calcolatori” i quali tradurrebbero tutte le informazioni disponibili in modelli matematici che suggerirebbero cosa comprare e cosa vendere al fine di massimizzare le probabilità di avere il maggior denaro possibile in futuro. Questa è la teoria. Ovviamente, la realtà è ben distante.Negli ultimi decenni, questa teoria è stata messa in crisi dalla cosiddetta “finanza comportamentale” (in particolare la “Prospect Theory” di Kahneman e Tversky), la quale ha posto tutta una serie di obiezioni relative alla capacità degli esseri umani di fare scelte razionali.Una teoria molto più sensata è stata proposta da Andrew Lo, professore di finanza e direttore del laboratorio di ingegneria della finanza al MIT Sloan School of Management.L’approccio di base consiste nell’applicazione del modello evoluzionistico ai mercati finanziari. In questa teoria, i mercati finanziari sono assimilati ad un “ambiente” popolato da una serie di “specie” (investitori individuali, fondi d’investimento, banche, fondi pensione, hedge fund, grandi investitori, fondi sovrani, ecc. ecc. ecc.) in lotta fra loro per la “sopravvivenza” garantita all’accaparramento del “cibo” corrispondente ai guadagni monetari. Le varie “specie” hanno caratteristiche diverse e l’ambiente interagisce con queste specie favorendone alcune a scapito di altre. .
In questa chiave di lettura, il fatto che l’economia stia andando molto male è sicuramente un’informazione che influisce sui prezzi delle azioni, ma è solo uno (e non necessariamente il più importante) dei fattori e non si può dire a priori se li faccia alzare o abbassare.Bisogna considerare che per molte “specie” (in particolare gli “intermediari”), la sopravvivenza non è garantita dal rendimento degli strumenti compravenduti, ma dalla mediazione e gestione degli stessi, se poi avranno rendimenti negativi, loro comunque hanno garantita la sopravvivenza immediata (se la cosa continua all’infinito, ovviamente, il discorso cambia).Non investire nei mercati finanziari, per la quasi totalità degli agenti professionali, semplicemente non è un’opzione in campo, perché la loro sopravvivenza sarebbe irreparabilmente compromessa.Abbiamo visto, quindi, che gli agenti finanziari sono di diverse specie, con interessi e caratteristiche molte diverse. Anche l’ambiente è caratterizzato da diversi fattori. I mercati finanziari sono fatti in primo luogo da una combinazione di regole e regolatori. Questi fattori cambiano nel tempo. A partire dal 2008, ad esempio il ruolo dei regolatori, cioè delle Banche Centrali, è stato sempre più determinante (di fatto i prezzi delle obbligazioni sono stati determinati dalle scelte dei regolatori).
La quantità di moneta circolante nel sistema è uno dei fattori più importante. La tecnologia in uso è un’altro fattore ambientale chiave. I mercati finanziari prima dell’avvento dei computer sono un ambiente completamente diverso da quello degli anni ‘90, i quali, a loro volta sono molto diversi da quelli attuali dominati da internet, l’intelligenza artificiale e l’high-frequency trading.
L’invenzione di determinati tipi di contratti e molti altri aspetti più tecnici che qui non è il caso di trattare sono tutte caratteristiche che mutano, talvolta in modo significativo, l’ambiente. Anche per quanto riguarda l’ambiente esistono dei meccanismi di retroazione che rendono “non lineare” la relazione tra una variabile del sistema ed il suo risultato finale.
Quest’ultima frase necessita di una spiegazione ulteriore perché la differenza tra relazione lineare e non lineare non è chiara alla maggioranza dei lettori.
Un’analisi meno superficiale del funzionamento dei mercati finanziari, rispetto a quella che sta alla base della teoria classica, mostra che sostanzialmente i mercati finanziari sono matematicamente imprevedibili. Non esistono modelli matematici basati su equazioni lineari che possono descrivere in modo accettabilmente una relazione fra un fatto qualsiasi e l’andamento futuro dei prezzi.Qualunque considerazione di “causa-effetto” basata sul buonsenso (ad esempio: “poiché c’è la pandemia le azioni scenderanno”) è destinata ad infrangersi nella complessità di un sistema strutturalmente, matematicamente, imprevedibile.
In presenza di questo dato di fatto, le opzioni possibili per fare scelte finanziarie ragionevoli sono solo due: 1) ignorarla, facendo finta che sia possibile applicare relazioni lineari ad un sistema complesso governato da equazioni non lineare oppure 2) applicare la teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza ed inglobare l’imprevedibilità nei nostri processi decisionali.
E’ triste osservare come in finanza predomini di gran lunga la prima scelta e questo perché gli interessi degli investitori finali sono profondamente diversi dagli interessi degli intermediari finanziari. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio – in abstract)

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Un nuovo Piano nazionale per mercati ortofrutta

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 luglio 2020

“L’importante ruolo dei mercati, che è al centro del dibattito sull’organizzazione della filiera distributiva dei prodotti dell’ortofrutta, è stato oggetto di un convegno organizzato oggi da Fratelli d’Italia in collaborazione con Fedagromercati. E’ sempre più evidente che occorra un nuovo Piano nazionale capace di rivedere la logistica dei mercati e il loro stesso ruolo. I mercati, infatti, possono dare un importante contributo su diversi fronti nell’affrontare quelle criticità che proprio in questo periodo di lockdown sono emerse con maggiore evidenza: dal controllo della qualità dei prodotti a un piano infrastrutturale che preveda investimenti sia sulle strutture e sia sulle vie di comunicazioni per non creare cattedrali nel deserto. C’è poi il tema dell’innovazione tecnologica che può permettere ai mercati di porsi al centro della filiera distributiva attraverso un approccio virtuoso grazie ad un controllo dei prezzi degli stessi prodotti senza dimenticare il controllo della qualità dei prodotti, elemento qualificante anche per la tutela dei prodotti italiani. Questo potrà consentire di evitare di danneggiare tanto i produttori quanto i consumatori, che molto spesso sono o penalizzati, i primi, oppure soggetti a prodotti con prezzi spropositati, i secondi. Infine, il tema della legalità che non va dimentica ma nemmeno declinato in maniera propagandistica, come ha fatto in questo ultimi mesi il ministro Bellanova. Riorganizzare i mercati, infatti, significa anche eliminare all’interno della filiera quelle pratiche scorrette e sleali impendendo che queste favoriscano le infiltrazioni della criminalità organizzata. Ecco per Fratelli d’Italia è tempo di un Piano nazionale che ridisegni la nostra filiera”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Patrizio La Pietra, capogruppo in Commissione Agricoltura.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 giugno 2020

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. Nella nostra ultima edizione abbiamo trattato la risposta monetaria alla pandemia di Covid-19 nei mercati emergenti. Questa volta consideriamo l’aspetto fiscale: quali mercati stanno attuando le manovre maggiori, e quali sembrano più a rischio? Il travagliato trio costituito da Brasile, Turchia e Sudafrica pare particolarmente vulnerabile.Come nei casi precedenti di forte avversione al rischio, le valute dei Paesi emergenti più dipendenti dai finanziamenti da parte degli investitori esteri sono quelle che hanno sofferto maggiormente. Le valute di questi Paesi con deficit delle partite correnti (CAD, current-account-deficit) sono infatti in flessione del -13% da inizio anno. Esaminiamo più da vicino questi mercati: India, Indonesia, Malaysia, Brasile, Messico, Colombia, Turchia e Sudafrica.
A prima vista, i pacchetti fiscali totali per gli otto Paesi in esame paiono di dimensioni importanti (ad es. 8,5% del PIL per il Brasile o 7,1% per la Colombia). Tuttavia, una porzione importante di tali stimoli è costituita dai prestiti garantiti – prestiti ponte alle società per consentire loro di sopravvivere alla crisi – che non necessariamente si sommeranno al debito pubblico in quanto dovrebbero essere ripagati. “Dovrebbero” è la parola chiave in questo caso, in quanto si ipotizza che queste aziende non saranno insolventi o che i governi non abbuoneranno i loro prestiti.
Concentrandosi solo sulla spesa fiscale che inciderà sul livello di debito, questi mercati emergenti paiono aver nel complesso raggiunto un buon equilibrio tra necessità e convenienza – tutti tranne il Brasile. Ma il debito pubblico è solo uno degli indicatori che a nostro avviso andrebbe considerato. Utilizzando sei criteri per stilare il nostro punteggio di sostenibilità del debito, possiamo confrontarlo nella fig.2 sotto riportata con lo stimolo fiscale nei diversi mercati. Ciò mostra che i maggiori stimoli fiscali sono giunti da quei Paesi con un debito più sostenibile o, per contro, maggiore è il rischio sovrano, più debole è lo stimolo fiscale. Esempi di un debito elevato e bassi stimoli comprendono il Sudafrica e l’India. Di nuovo l’eccezione degna di nota è il Brasile, che è da poco diventato il secondo Paese con il bilancio più vasto dopo la Thailandia, tra i mercati emergenti, pari a 380 miliardi di BRL.A parte il Brasile, il deterioramento fiscale dovrebbe essere molto inferiore nei mercati emergenti rispetto alle economie avanzate. Lo stimolo fiscale diretto mediano nei mercati emergenti è dell’1,6% del PIL, confrontato con il 4,2% delle economie avanzate. Inoltre, i mercati emergenti sono di norma molto più cauti nel fornire prestiti garantiti al settore privato rispetto ai mercati sviluppati.
Ma si può essere troppo cauti? Un rischio evidente è che pacchetti fiscali più piccoli siano inefficaci e in ultimo conducano a costi maggiori per l’economia in generale. Questo perché il deterioramento fiscale arriva in ogni caso quando il collasso dell’attività porta alla perdita di ricavi fiscali attraverso gettiti fiscali inferiori. Ad esempio, prevediamo che in Sudafrica una flessione nominale del PIL del -3,7% nel 2020 dovrebbe determinare una contrazione del 5% dei ricavi fiscali. Questo è il delicato percorso che alcuni mercati emergenti con deficit delle partite correnti dovranno percorrere nei prossimi mesi. Un eccessivo stimolo fiscale rischierebbe di aumentare l’indebitamento a livelli insostenibili e di distruggere la valuta e l’economia, ma con stimoli fiscali ridotti si può scatenare una crisi economica in grado di ridurre i ricavi fiscali e di annientare la valuta.
Un fattore chiave da considerare è la percentuale di investitori nazionali rispetto a quelli esteri. Come indicato nella fig. 3 sotto riportata, i mercati che hanno ottenuto buoni punteggi con oltre l’85% del debito pubblico detenuto internamente sono il Brasile, l’India e la Malaysia. Altri, come la Colombia, l’Indonesia, il Sudafrica e soprattutto la Turchia, hanno una base di investitori estera superiore alla mediana dei mercati emergenti.Nel complesso, il Brasile ha le esigenze di finanziamento maggiori, mentre la Turchia è il paese più esposto agli investitori esteri. Il Sudafrica, tuttavia, pare il Paese più vulnerabile, in quanto ha un deficit cospicuo da finanziare e una porzione rilevante del suo debito in mani estere.

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I mercati anticipano l’economia? Ed è giusto che sia così?

Posted by fidest press agency su sabato, 20 giugno 2020

A cura di Colin Moore, Chief Investment Officer Globale di Columbia Threadneedle Investments.È opinione generalmente condivisa che gli investitori scontino, ovvero prendano in considerazione, tutte le informazioni disponibili, compresa la situazione attuale e potenziali eventi futuri. Ciò significa che i prezzi dei titoli (obbligazioni e azioni) riflettono in misura significativa le aspettative relative a utili aziendali, insolvenze, inflazione nonché politica monetaria e fiscale. Una delle conseguenze di tassi d’interesse e rendimenti obbligazionari estremamente bassi è che le aspettative a più lungo termine incidono in misura potenzialmente maggiore sui prezzi dei titoli attuali di quanto generalmente non facciano in contesti di tassi più alti.Le valutazioni di società quotate sulle borse mondiali sono spesso multipli degli utili di esercizio attesi. Il grafico 1 mostra il range dei rapporti prezzo/utili (P/E) che gli investitori sono stati disposti a pagare in diversi mercati sull’arco di vari anni. Dal momento che il P/E non è mai pari a 1, gli investitori sembrano disposti a prendere in considerazione più esercizi futuri.
Il rapido aumento della volatilità, che avviene in concomitanza con il manifestarsi di importanti eventi imprevisti, è evidente nei grafici sottostanti (Figura 2). Dal punto di vista tecnico, la volatilità è una misura statistica della dispersione dei rendimenti di un titolo o di un indice di mercato nel tempo. Dal punto di vista pratico, è un barometro dell’incertezza degli investitori riguardo alle implicazioni immediate e a più lungo termine.Si noti la velocità dell’aumento della volatilità e il conseguente calo nel grafico in alto a sinistra. La rapida risposta iniziale sembra riflettere il grado di sorpresa e la percezione iniziale della gravità del problema a mano a mano che si manifesta. La flessione più lenta della volatilità sembra rispecchiare il tempo impiegato per giungere a un’opinione di consenso sullo scenario futuro.Sebbene gli indici dei mercati azionari non riflettano interamente la gamma di attività dell’economia nel suo insieme, riteniamo che nel tempo i listini si muovano generalmente nella stessa direzione dei dati economici. Dopo tutto, le società (e i loro ricavi) non sono avulse dal contesto in cui operano. Quando le economie globali crescono, aumentano gli scambi di beni e servizi, che vanno ad alimentare i ricavi aziendali, creando circostanze favorevoli all’apprezzamento di azioni e obbligazioni societarie. Per contro, una contrazione economica fa salire le probabilità di correzione dei mercati azionari.Tuttavia, poiché le quotazioni scontano le aspettative future, i mercati finanziari potrebbero anche guadagnare terreno in caso di attese di crescita futura malgrado l’attuale situazione difficile. È ciò che è avvenuto quando il mercato finanziario è crollato dopo la crisi finanziaria globale nel 2008, ma ha poi cominciato a recuperare terreno nel 2009 prima della ripresa economica.
Al momento i mercati finanziari anticipano, come è giusto che sia, l’entità e il tasso di crescita delle economie globali nel 2021 e nel 2022 invece di concentrarsi sulle attuali cifre economiche deboli, di carattere retrospettivo. Per sviluppare e testare la nostra ipotesi di ripresa e le nostre stime sull’economia nel suo insieme, la ricerca macroeconomica di Columbia Threadneedle Investments si concentrerà sulle prospettive di altri fattori specifici, tra cui l’inflazione e le preferenze di spesa dei consumatori. La domanda aggregata potrebbe riprendersi, ma è essenziale capire se i beni e i servizi acquistati muteranno in via permanente. Per formulare previsioni significative è necessaria una comprensione profonda dell’attuale solidità finanziaria delle aziende, della crescita futura dei ricavi e degli utili, nonché dello stato di salute delle amministrazioni locali. Una volta formulata, la nostra ipotesi di ripresa economica e sanitaria potrà essere testata rispetto al ritmo effettivo della ripresa economica, il che ci consentirà di definire le aspettative implicite incorporate nel mercato azionario statunitense. Utilizzando l’indice S&P 500 come proxy del mercato azionario statunitense si nota che gli investitori sembrano fare sempre più affidamento su uno dei due scenari economici (ripresa a forma di V o di U) e sulle ipotesi chiave per il settore sanitario ad essi associate.A prescindere dalla traiettoria della ripresa economica e dei mercati finanziari dall’impatto del Covid-19, non dobbiamo dimenticare che prima della pandemia le economie sviluppate esibivano un trend a lungo termine di crescita relativamente bassa, dovuto a tendenze demografiche pluriennali, elevati livelli di debito, ecc. La pandemia potrebbe modificare alcune tendenze negli ambiti di spesa per consumi, globalizzazione societaria, incremento dei livelli di debito e iniziative di politica pubblica, ma è difficile che determini un’accelerazione della domanda aggregata rispetto all’andamento tendenziale degli ultimi decenni.Tenendo conto dell’effetto combinato delle prospettive economiche a lungo termine e dei livelli di partenza relativamente elevati delle valutazioni dei mercati azionari in base al rapporto prezzo/utili corretto per il ciclo economico (CAPE), un parametro creato da John Campbell e Robert Shiller, i rendimenti di mercato attesi potrebbero essere storicamente modesti. La Figura 6 mostra che all’inizio di maggio il CAPE era pari a 27,6. In base a tale valore, i rendimenti prospettici a 10 anni dell’S&P 500 sono stati generalmente inferiori al 10% e in alcuni casi negativi. Ci attendiamo nei prossimi 10 anni rendimenti medi del 4-6% compresi in un intervallo di -2-8%.Le valutazioni del mercato nel suo complesso possono tuttavia trarre in inganno. Secondo Empirical Research, “Le società ad alta crescita, ovvero le 75 large cap con le credenziali complessive di crescita migliori in assoluto, attualmente scambiano a quasi cinque volte il P/E realizzato del mercato su base equiponderata, un livello che non si vedeva da dicembre 1999. Questi titoli hanno messo a segno risultati straordinari durante la pandemia, registrando sovraperformance a due cifre rispetto al mercato sia durante la correzione che nella fase di recupero”. Più che essere espressione di grande ottimismo circa la ripresa dagli effetti del Covid-19, le percezioni sulla performance e sulle valutazioni del mercato potrebbero pertanto riflettere maggiormente l’ammirazione degli investitori per le società che presentano evidenti prospettive di crescita in un contesto in cui la crescita è divenuta rara. Di conseguenza, in una ripresa a U le distorsioni create da tale percezione poco obiettiva potrebbero creare un maggior numero di opportunità di selezione dei titoli non limitate a questa rosa ristretta di large cap. Il futuro è difficilmente prevedibile, per cui è molto arduo formulare previsioni, e in parte è proprio per questo che esistono i mercati finanziari. Riteniamo che i mercati tenteranno di anticipare futuri eventi complessi, registrando tuttavia volatilità aggiuntiva quando le loro aspettative muteranno con l’evolversi della situazione. Un mercato che non tentasse di anticipare gli eventi futuri sarebbe un mercato irrazionale. (in abstract)

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Come investiamo sui mercati azionari emergenti?

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 giugno 2020

A cura di Giovanni Buffa, Portfolio Manager di AcomeA SGR. Nelle ultime settimane, i mercati azionari emergenti hanno vissuto un forte rally dai livelli minimi di marzo. Dopo aver perso quasi un terzo del valore da inizio anno al 23 marzo, in meno di 3 mesi l’indice MSCI Emerging Market ha recuperato buona parte di quanto perso nel primo trimestre. Certamente, in questa fase, i dati positivi in Cina e Europa dal rilassamento delle misure di restrizione uniti al flusso di liquidità delle banche centrali e al sostegno fiscale dei governi stanno sostenendo le performance dei mercati azionari globali. Tuttavia, l’outlook macro appare ancora debole: le ultime stime di giugno della Banca Mondiale vedono l’economia mondiale contrarsi del -5,2% quest’anno, con i paesi emergenti in contrazione del 2,5%.
Il cambiamento della policy stance globale ha favorito il recupero di quei mercati che hanno oltremodo subito l’ondata di vendita indiscriminata che si è manifestata a marzo. Il panic selling però ha generato occasioni di investimento a prezzi molto interessanti che non vedevamo da decenni. Nel momento più critico di marzo, abbiamo infatti acquistato nuovi titoli azionari nel comparto emergente, con un incremento netto dell’esposizione al rischio pari al 14.5%. Dai minimi di marzo (23 marzo) ad oggi la performance del fondo AcomeA Paesi Emergenti è stata positiva del 46%, battendo del 20% la performance del mercato. I fattori che hanno portato a questa overperformance sono stati lo stock picking e la country allocation. Il nostro focus si è concentrato sui mercati più penalizzati nella prima fase della pandemia e sui settori più value. Abbiamo incrementato il peso complessivo in portafoglio di Brasile (+5.5%), Messico (+1,5%), Australia (+2%), Grecia (+2,5%), Russia (+1,5%), Korea (+1,5%). È stato determinante in questo senso, il sottopeso di Cina e Taiwan in portafoglio e il sovrappeso di paesi più periferici come Brasile, Grecia, Sud Africa che sono stati quelli che hanno maggiormente rimbalzato dai minimi. A livello settoriale, abbiamo trovato le maggiori opportunità all’interno dei consumer discretionary, industrial e in qualche titolo finanziario. Per fare qualche nome abbiamo investito in aziende come Embraer (Brasile), Cemex e Televisa (Messico), Myer e Seven West Media (Australia), Hankook Tire (Sud Corea), Opap e Ellaktor (Grecia), Mail Ru (Russia), Pge (Polonia), Samsonite (Hong Kong) e Teva (Israele).Se guardiamo all’andamento storico del rapporto del Price to Earnings (P/E) negli emergenti, ci troviamo oggi in linea con la media storica. A prima vista, questo potrebbe far pensare che non ci siano particolari opportunità di investimento in quest’area. Eppure, se guardiamo alla differenza tra lo stile value e growth, si può vedere che mai come oggi negli ultimi 25 anni, il value si trova a sconto rispetto al growth. Generalmente, il value nei mercati emergenti tratta a circa la metà dei livelli di valutazione del growth. A nostro avviso, nei prossimi anni il value potrà tornare in auge e ridurre il gap accumulato rispetto al growth. Il nostro posizionamento rimane fortemente connotato da uno stile value. Il fondo AcomeA Paesi Emergenti rimane altamente sottopesato di Cina rispetto al benchmark (26.5% vs 43%), e sovrapesato di Brasile, Sud Africa, Russia e Grecia. Il motivo per cui manteniamo un forte sottopeso sulla Cina è perché non abbiamo in portafoglio i titoli più capitalizzati del mercato cinese (Alibaba, Tencent, Baidu etc…). In Cina, preferiamo esporci a titoli più a sconto che appartengono ad altri settori (consumer discretionary, financials, industrials, telecomunicazioni). L’India rimane un mercato che non trova rappresentazione nel nostro portafoglio poiché non troviamo opportunità interessanti di ingresso. Negli ultimi anni, la crescita del PIL indiano non si è riflessa nella crescita degli utili aziendali. A livello settoriale il fondo è ben diversificato e si caratterizza per un forte sottopeso del finanziario rispetto al benchmark e per un sovrappeso nei settori telecom e industrials. Infine, il fondo rimane strutturalmente legato a titoli small cap e mantiene una rilevante differenza di posizioni rispetto al benchmark (circa il 95%).

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Consiglio Europeo tra progressi e divisioni: quali strumenti ha la politica per mantenere la promessa fatta ai mercati?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 maggio 2020

Commento a cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Londra. Con l’Economia e la pandemia che sembrano recedere in tutto il mondo è arrivato il tempo di contare i danni. La situazione è drammatica e purtroppo ben nota: la Cina, che ha portato un contributo decisivo alla crescita economica negli scorsi decenni, ha fatto registrare la sua prima contrazione economica in oltre 40 anni, mentre l’Europa e gli Stati Uniti faranno registrare in questo trimestre contrazioni del Pil al livello di quelle degli anni ‘30.
La politica globale ha in questi mesi creato una sorta di aspettativa nei mercati, ma superata la fase dell’emergenza ora i nodi vengono al pettine, come ci ricordano con molta evidenza le divisioni che si sono generate all’interno dell’Unione Europea. Divisioni che, se possono sembrare in parte superate in seguito al Consiglio Europeo di giovedì 23.04, nascondono in realtà ancora grosse difficoltà nell’accordarsi su come attuare le misure adottate. Tutti d’accordo sulla necessità di intervenire con urgenza, meno sul come farlo. Se da un lato i 27 Paesi dell’UE hanno appoggiato pienamente gli strumenti già emersi nel corso della scorsa riunione dell’Eurogruppo (MES senza condizioni, i finanziamenti della BEI e il piano SURE per la disoccupazione), sul fronte Recovery Fund, invece, bisognerà attendere la Commissione che dovrà studiare l’architettura del fondo e valutarne la fattibilità: ma sono ancora marcate le differenze tra gli Stati su come finanziare il fondo e come utilizzare le risorse.La questione è estremamente rilevante per i mercati, perché fino a ora la politica è stata scontata come un fattore positivo, con poche domande si sorta. Il recupero che abbiamo visto sui listini è, in parte, dovuto proprio alla sicurezza che i governi e le banche centrali faranno tutto quello che serve per sostenere l’impatto sull’economia nel breve – lasciando per il momento in secondo piano la valutazione delle conseguenze di lungo termine (i più critici potrebbero dire che i mercati, oggi, sono sostenuti da una buona dose di azzardo morale). La domanda che ora i mercati si pongono dunque è la seguente: riusciranno i governi a mantenere la promessa? E quanto spazio di manovra hanno effettivamente i governi per sostenere l’economia? E chi pagherà il conto? Alla luce di ciò, nonostante le ingenti risorse messe in campo, sta diventando sempre più evidente che riportare l’economia nella posizione dove si trovava un paio di mesi fa non sarà semplice, forse meno semplice di quanto in molti si aspettassero. E che ben presto si dovrà fare i conti con il problema della scarsità delle risorse e delle scelte.Per quanto riguarda la gestione dell’emergenza bisogna dare merito al merito: le risposte della politica a livello globale sono state – nella maggior parte dei casi – rapide ed estensive al pari della diffusione della pandemia. I governi, che solitamente non sono noti per la propria velocità, hanno messo in campo piani di aiuti colossali per supportare le proprie economie. Mentre le banche centrali hanno aperto i cordoni della borsa per rassicurare i mercati e restaurare la fiducia.La risposta immediata dei governi, ognuno con le proprie possibilità, è stata quella di aumentare le spese sanitarie e di welfare, queste spese andranno a pesare sul bilancio di molti Stati. Purtroppo, molti di questi investimenti sono dettati da necessità emergenziali – al fine di mantenere in vita le filiere e far fronte all’emergenza – e potrebbero andare a levare risorse a investimenti più strutturali ad alto moltiplicatore che si renderanno necessari nella fase 2. Guardando più avanti, alla fase della ripartenza, una soluzione per provare a incentivare una ripresa dettata dai consumi potrebbe essere quella di trasferire denaro direttamente nelle tasche dei cittadini, con una politica simile a quelle che vengono annoverate sotto il cappello di “helicopter money”. Il governo Usa ha già trasferito denaro sui conti correnti sotto forma di sgravi fiscali e il Regno Unito, attraverso il Jobs Retention Scheme lanciato questa settimana, ha di fatto messo a bilancio una porzione significativa delle buste paga del settore privato. L’idea di introdurre un salario universale di base sta guadagnando popolarità in molti paesi, tra cui la Finlandia e l’Olanda. Si tratta di una politica in cui lo stato, di fatto, mette a libro paga l’intera popolazione. Il salario base universale può essere una soluzione efficace per rilanciare la fiducia dei consumatori, ma non è priva di controindicazioni. Esiste innanzitutto una questione di equità. Queste politiche, pur diverse tra loro, differiscono dai tradizionali strumenti di welfare nel fatto che non operano alcuna (o una molto limitata) discriminazione tra i beneficiari: ciò vuol dire che di fatto i più abbienti ricevono lo stesso sostegno di chi ha più bisogno. Secondo alcuni questo tipo di politiche, se rese strutturali, potrebbero avere addirittura l’effetto avverso di creare una distorsione nel mercato del lavoro. Si aggiunga a questo che, in una situazione come quella attuale, dove molte famiglie puntano a costruire riserve di liquidità, non è assolutamente scontato che queste misure sortiscono l’effetto sperato. Seppure sia ancora presto per avere un verdetto, non è affatto garantito che questo tipo di misure, se rese più strutturali, siano il modo migliore di investire le risorse pubbliche.Gli investimenti pubblici sono invece la via più classica. Con gli interessi sul debito che restano bassi, si potrebbe aprire una finestra di opportunità per aumentare la spesa in infrastrutture. Già in queste primissime fasi abbiamo iniziato a vedere segnali in questa direzione. Negli Stati Uniti, Trump ha annunciato di voler mettere in piedi un piano da 2000 miliardi. Nel Regno Unito un progetto controverso per i suoi costi, come la linea ferroviaria ad alta velocità HS2, ha ricevuto il via libera. In una fase di recessione, con molta liquidità a disposizione, possiamo aspettarci che il rigore che di solito viene adottato nel valutare la sostenibilità economica dei progetti venga rilassato: è lecito aspettarsi un gran numero di nuovi annunci sulle grandi opere nei prossimi mesi.Un’altra voce di spesa che ci aspettiamo diventare più prominente nei prossimi anni è quella dei salvataggi pubblici (bail out). La maggior parte degli Stati ha messo in campo strumenti per sostenere attraverso iniezioni di liquidità le piccole aziende, quelle che più sono colpite dal lockdown, ma ben presto si porrà sul tavolo la questione di interi settori (il turismo in Italia, l’aviazione a livello globale, il petrolio negli Usa tanto per citarne alcuni).
La prima questione è di natura politica ed è per quanto tempo lo stato sceglierà di sostenere le piccole aziende e quali settori saranno considerati strategici? La seconda domanda è quali saranno le condizioni di questi salvataggi? Evidentemente la questione politica è scottante, specialmente in un contesto di recessione e risorse scarse. Lasciando da parte la questione dell’azzardo morale, molte compagnie che oggi chiedono sostegno hanno speso moltissimo della propria liquidità per riacquistare sul mercato le proprie azioni negli ultimi anni ed è probabile che l’opinione pubblica esigerà qualcosa in cambio. Non è da escludersi che nei prossimi anni torneremo a vedere alcuni settori dell’economia tornare parzialmente sotto il controllo degli Stati.Una considerazione finale può essere fatta sul commercio globale. La pandemia ha portato molti Paesi a riconsiderare la sicurezza delle proprie catene del valore al fine di garantire un approvvigionamento costante di beni necessari alle popolazioni. La conclusione a cui potrebbero arrivare molti governi è che le catene del valore sono troppo lunghe e troppo dislocate. È lecito aspettarsi che i governi globali impiegheranno risorse per sostenere le filieri locali. Il Giappone, per esempio, ha già messo a disposizione fondi per le aziende che vorranno rilocalizzare parte delle proprie attività. Questa dinamica, potrebbe esaurirsi nel medio periodo in un aumento dei prezzi al consumo. Questo porta a un’ulteriore considerazione: in questo momento l’inflazione sembra l’ultimo problema all’ordine del giorno, anche considerando quanto sta succedendo sul mercato energetico. Moltissimo si è discusso negli ultimi anni di come innovazione tecnologica e disoleazione delle catene del valore avessero rotto la tradizionale catena di trasmissione tra politica monetaria, mercato del lavoro e inflazione. Forse è arrivato il momento per i governi di incassare parte di questo dividendo, immaginando nuove soluzione per gestire in modo più strutturato i debiti pubblici che andranno necessariamente a crescere in questa fase. La domanda che infatti crea molta incertezza tra gli investitori è: chi andrà a pagare tutte queste misure? Seppur i prossimi anni potrebbero portare con sé importanti innovazione dal punto di vista della gestione dei debiti pubblici e della politica fiscale, è probabile che nel medio termine privati e imprese saranno chiamati a pagare la loro parte, con tutte le ramificazioni politiche che ne conseguono. In attesa, dunque, di significative novità da parte delle autorità monetarie o sovranazionali (il dibattito su forme di mutualizzazione del debito in Europa è da seguire con molta attenzione), molti governi dovranno affrontare la fase due con questo pensiero in testa e ciò potrebbe pesare sulla ripresa economica.”

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Il Covid-19 genera panico anche sui mercati

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 aprile 2020

A cura di Paolo Paschetta, Country Head Italia di Pictet Asset Management. La crisi che abbiamo iniziato ad attraversare è senza precedenti nell’era contemporanea. A differenza della maggior parte delle altre crisi degli ultimi 20 anni, non deriva da una crepa nel sistema economico o finanziario, ma è scaturita da un fattore totalmente esogeno, una gravissima emergenza sanitaria globale. Al momento i mercati stanno scontando un impatto del -3,5% sul PIL globale per il 2020, coerente con lo scenario intermedio stimato dalla World Bank (in uno studio del 2006 sulle Pandemie) e simile alle ultime stime degli economisti di Pictet AM. Le attese sono inoltre di un calo degli utili aziendali prossimo al 30%. In un contesto come quello descritto il panic selling è purtroppo la norma. È fuga dagli attivi percepiti come rischiosi perché gli investitori stanno rispondendo al più comune tra i bias cognitivi della finanza comportamentale, ovvero l’avversione alla perdita: la motivazione a evitare una perdita è due volte più potente della motivazione a realizzare un guadagno secondo la teoria dei premi Nobel Daniel Kahneman e Amos Tversky. Questo bias cognitivo impedisce, da un lato, di vedere gli attuali ribassi come opportunità di ingresso e, dall’altro, fa scappare quelli che sono già investiti, di fatto, escludendoli dai potenziali rialzi successivi (molto probabili) e, dunque, da occasioni di guadagno anche importanti.L’ultimo decennio d’altronde, quello del ciclo più lungo della storia, è stato caratterizzato da performance eccezionali di tutte le asset class: l’equity ha segnato tra il 100 e il 200% e l’obbligazionario tra il 50 e il 100%. Ma è stato anche il meno amato di sempre: prova ne sia il 2019, anno in cui un portafoglio bilanciato avrebbe reso di più che in qualsiasi altro anno dal 1980 e in cui, mentre i mercati azionari hanno restituito un rendimento tra il 25 e il 30%, i fondi azionari in Italia hanno segnato una raccolta negativa per oltre 2,4 miliardi (https://bit.ly/343TYF7). Globalmente, i deflussi dai fondi azionari nel 2019 ammontavano a circa 200 miliardi di dollari. La ragione di questa prudenza è da rintracciare nell’andamento dei mercati finanziari nell’ultima parte del 2018 che ha visto quasi tutte le asset class chiudere con il segno negativo e, di conseguenza, tutti gli investitori con qualsiasi profilo di rischio perdere.
Un’analisi della rivista Advisors Perspective calcola, per esempio, che oltre il 70% delle perdite accumulate dagli investitori dell’S&P 500 negli ultimi 35 anni dipendano da dieci periodi di crolli molto brevi (limitati a un mese) recuperati nell’85% dei casi in tre mesi e nel 93% entro un anno. Che sia stato il panico a generare le perdite lo dimostra il tasso di deflussi che nei periodi di crisi passa dal 2,7% mensile al 5,16% sul principale listino americano (https://bit.ly/342vlsB). I dati storici confermano che gli investitori che non sono usciti dal listino nel corso dell’anno successivo, ne hanno beneficiato (in nove casi su dieci, l’eccezione è il crollo delle Twin Towers nel settembre 2001 in cui il mercato ha necessitato di più tempo per ritornare ai valori pre-crisi).
Soprattutto in un contesto di elevata volatilità come quello attuale, la tempistica con cui si effettua un investimento può avere un impatto significativo sui risultati conseguiti, come ci insegna il passato. Spalmare il proprio investimento nel tempo riduce il rischio di incappare in un punto di ingresso sfavorevole. A tal proposito, i benefici di un PAC rispetto a un investimento in un’unica soluzione (PIC) sono maggiori per i piani partiti durante fasi di correzione dei mercati. Ipotizzando, per esempio, un PAC partito il primo gennaio del 2008, alla vigilia del fallimento di Lehman Brothers, questo avrebbe permesso di limitare le perdite dovute al calo subito dai mercati nel corso dell’anno, senza rinunciare a beneficiare del successivo rimbalzo delle Borse (la simulazione è stata effettuata prendendo come oggetto dell’investimento l’indice MSCI World). (in abstract. fonte: Pictet Asset Management)

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Covid-19 e M&A nei mercati energetici: come tutelare la propria posizione negoziale

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 aprile 2020

A cura di Avv. Lorenzo Parola, Partner dello Studio legale internazionale Herbert Smith Freehills. I mercati azionari di tutto il mondo hanno registrato movimenti significativi da metà febbraio 2020 a causa dell’impatto di Covid-19 e del calo dei prezzi del petrolio. A marzo 2020, in particolare, i mercati dei capitali hanno registrato livelli molto elevati di volatilità e subito i cali quotidiani peggiori dal 1987, nonostante le azioni intraprese dalle banche centrali. Anche in Italia, il principale indice della borsa di Milano, il FTSE MIB, lo scorso 12 marzo ha perso il 17 per cento del suo valore, il peggior calo giornaliero mai avvenuto nella sua storia.
Una recessione economica generalizzata viene ormai data per scontata e appare sempre più evidente che le aziende debbano agire rapidamente per tutelare il proprio business da possibili interruzioni della catena di fornitura, da chiusure forzate, da restrizioni alla circolazione e dalla possibilità che parte della forza lavoro si ammali o venga messa in quarantena. Per quanto riguarda, in particolare, le aziende del comparto energetico, il leverage e il rischio default delle società statunitensi produttrici di shale oil hanno innescato un sell off sui bond high yield e dei mercati emergenti, in particolare nel settore energy.Il crollo del prezzo del petrolio aumenta il rischio che le compagnie petrolifere e del gas non siano in grado di portare a compimento iniziative già pianificate di gestione e dismissione del portafoglio – aggravato dall’impatto del Covid-19 sull’organizzazione e sulla gestione dei processi di vendita. Inoltre, le società oil & gas potrebbero anche riscontrare maggiori difficoltà a finanziare anche gli investimenti programmati in energie rinnovabili così ritardando i propri piani di energy transition.In questo scenario le società di exploration and production soffriranno, in quanto la diminuzione dei ricavi in un ambiente ad alta intensità di costi mette a dura prova i profitti. Le società con una base di costo più elevata (ad esempio scisto, artico, acque profonde) ne risentiranno più significativamente e potrebbe non essere possibile deliberare alcuni nuovi progetti a prezzi correnti. La rideterminazione dei finanziamenti basati sulle riserve (Reserves Based Lending – RBL) può anche comportare una riduzione della capacità di indebitamento. Anche le società di servizi petroliferi (come le società di drilling e gli appaltatori di piattaforme petrolifere) subiranno un forte calo delle entrate.Gli acquirenti di private equity con disponibilità di dry powder possono già intravedere opportunità di investimento, mentre gli importatori di gas (shipper) e i produttori di energia elettrica beneficeranno, nel breve, di prezzi gas più bassi.Attuare una riduzione immediata dei costi, attingere i propri finanziamenti, ripensare la propria strategia di investimento, valutare le opzioni di M&A: questi sono solo alcuni degli strumenti che le aziende metteranno in campo per mitigare gli effetti della crisi sul proprio business.In ambito contrattuale è lecito attendersi impatti significativi in fase di esecuzione, tra cui il ricorso al rimedio della eccessiva onerosità sopravvenuta e la necessità di fornire garanzie aggiuntive. Liti di origine contrattuale particolarmente aggressive sono spesso un tentativo di cercare una giustificazione come base per la revisione dell’accordo commerciale. In presenza di clausole di cross default le conseguenze dell’inadempimento possono avere effetti più ampi. Nei contratti commerciali conclusi o modificati in questo periodo, è necessario valutare la previsione di clausole volte a determinare l’impatto dell’emergenza Covid-19.
Nel contesto dell’attuale pandemia, gli operatori di mercato stanno incontrando diversi ostacoli nella conduzione di operazioni di M&A in corso.Tali difficoltà hanno, innanzitutto, una natura organizzativa, posto che il management delle società è, a buona ragione, impegnato ad analizzare e cercare di contenere l’impatto del virus sulle proprie aziende, con un conseguente passaggio in secondo piano delle operazioni di M&A.Vi sono anche ostacoli logistici, dovuti all’impossibilità di prendere parte a riunioni, sia nell’ambito dell’attività di due diligence (come, ad esempio, site visit e management presentation), sia nel corso delle negoziazioni e, in particolare, nelle fasi finali delle medesime, quando incontri di persona dei key decision maker risultano imprescindibili per risolvere i punti più critici del deal.Tutto ciò porterà inevitabilmente ad una dilatazione dei tempi delle operazioni, se non addirittura ad una loro interruzione; in questo secondo caso, è di cruciale importanza per le parti tutelarsi da eventuali responsabilità pre-contrattuali, argomentando per iscritto l’impossibilità di portare avanti (anche se solo temporaneamente) le negoziazioni.
L’impatto del virus sull’attività della target e sul mercato di riferimento (con conseguente difficoltà di applicare i normali modelli valutativi) e la difficile reperibilità di equity e debito necessari per finanziare un’acquisizione costituiscono altrettanti ostacoli all’approvazione di un deal da parte di un board.Anche in fase di closing, pur ammettendo la reperibilità di notai in base alla legge notarile del 1913, si riscontrano comunque difficoltà pratiche a causa dell’accesso limitato agli uffici preposti all’espletamento delle formalità necessarie per il perfezionamento delle cessioni di partecipazioni societarie.

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Da Pozzo: “Bene l’ordinanza di Udine sui mercati”

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 aprile 2020

Il presidente della Camera di Commercio di Pn-Ud Giovanni Da Pozzo commenta con favore l’ordinanza del Comune di Udine sulle misure da rispettare nei mercati all’aperto per l’alimentare. “Ringrazio il sindaco Fontanini e l’assessore Ciani per questa disposizione – ha detto -, che consente a queste imprese di continuare a operare nei mercati, giustamente mantenendo le corrette e idonee misure per garantire la sicurezza degli operatori e dei cittadini che li frequentano. I nostri imprenditori sapranno operare con il massimo impegno nel rispetto delle indicazioni prescritte e ben definite, necessarie per non fermare questo importante presidio della nostra economia cittadina ma con la necessaria tutela della salute, che rimane prioritaria. Sarebbe importante che tutti i comuni adottassero misure analoghe, per garantire uniformità di applicazione delle regole e consentire il dovuto equilibrio tra le esigenze di tutela della sanità e la tutela del tessuto economico”.

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