Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 137

Posts Tagged ‘mercati’

Commento sui mercati finanziari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 Maggio 2022

A cura di Massimo De Palma, Head of Multi Asset Team di GAM (Italia) SGR. Il generale deterioramento per i problemi legati alle catene di approvvigionamento e per le prospettive sfavorevoli di crescita globale ha spinto i mercati azionari a rivedere i minimi dell’anno in aprile. La forte preoccupazione che la politica monetaria restrittiva delle Banche Centrali, utile a combattere l’inflazione, possa contribuire al rallentamento economico ha fatto sì che gli indicatori di sentiment evidenziassero un estremo pessimismo sull’evoluzione dei mercati finanziari. L’ISM manifatturiero americano di aprile, pubblicato lunedì scorso, ha deluso, confermando le apprensioni, ma a destare maggiori preoccupazioni è il dato sui nuovi ordini, poiché segnala come il deterioramento possa proseguire nei prossimi mesi. Anche a livello microeconomico, attraverso la campagna delle trimestrali, stiamo ottenendo informazioni interessanti. Nel primo trimestre dell’anno il tasso di crescita degli utili su base annua delle aziende dello S&P 500 è del 7,1%, inferiore al tasso medio a 10 anni che è dell’8,8%. Il dato più basso può essere in parte attribuito alla difficile situazione macroeconomica, ma soprattutto al confronto con il primo trimestre del 2021 che aveva segnato un risultato molto elevato e soprattutto anomalo, a seguito della fine dei lock-down. Inoltre, il risultato di Amazon che ha riportato il 28 aprile, deludendo le aspettative con una perdita per azione di 7,56$, ha un impatto notevole sul dato finale. Se escludessimo dal computo il colosso dell’e-commerce la crescita degli utili per lo S&P 500 passerebbe dal 7,1% al 10,1%. Se allarghiamo l’analisi e passiamo ad osservare le valutazioni azionarie americane ed europee a livello settoriale, possiamo constatare una notevole divergenza presente sul mercato. In entrambe le regioni i titoli energetici risultano decisamente sottovalutati rispetto alla loro media storica. In particolare, in Europa il settore si trova nel primo percentile, il p/e attuale è 6 mentre la mediana dal 2007 ad oggi è a 11. Negli Stati Uniti i materials sono ancora a buon mercato e i semiconduttori sono vicini alla mediana. In Europa ci sono molte più opportunità, scontiamo le notizie negative sulla guerra e la vicinanza al conflitto ci rende più vulnerabili sulle prospettive di crescita economica. Risultano essere ancora molto interessanti le Banche e il settore automobilistico che oggi prezza soltanto 5,7 volte gli utili attesi. Sono particolarmente cari invece i settori più difensivi, quelli che proteggono nelle fasi di incertezza come quella che stiamo attraversando, quindi i consumer staples, il food and beverage e le utilities. Valutazioni storicamente così elevate potrebbero però nel prossimo futuro riservare sorprese negative e pertanto molti di questi titoli rientrare dagli eccessi odierni.

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“Sell in May and go away”: mercati in bilico tra verità e superstizione

Posted by fidest press agency su martedì, 10 Maggio 2022

A cura di Michele Morra, Portfolio Manager Moneyfarm. Sell in May and go away” è una delle tante “superstizioni” che si sentono spesso ripetere tra gli operatori di mercato. Come dimostra il grafico sottostante, infatti, è priva di qualsiasi fondamento: maggio è un mese come gli altri dal punto di vista dei rendimenti. Tuttavia, se per un momento la prendessimo sul serio, dove dovremmo spostare i nostri capitali una volta abbandonati i mercati azionari? E, cosa ancora più importante, qual è il momento giusto per tornare a investire senza perdere i rendimenti derivanti da un eventuale rimbalzo? In questo inizio 2022, la risposta alla prima domanda è complicata. Le valutazioni dell’azionario si sono ridimensionate sensibilmente dai massimi, con il rapporto prezzo/utili del Nasdaq sceso del 25%. Questo ritracciamento deriva principalmente dall’aumento dei tassi di interesse e dal cambio di regime di politica monetaria, con dieci rialzi dei tassi della Fed stimati entro fine anno.Tuttavia le valutazioni più convenienti sono accompagnate da alcuni fattori di rischio di breve termine da considerare con attenzione. Il conflitto in Ucraina continua a rappresentare un catalizzatore del rischio di recessione globale a causa del suo impatto diretto sulla crescita economica e sui prezzi delle materie prime. Inoltre, il rischio di squilibri sulla catena di approvvigionamento derivanti dall’esplosione di casi COVID in Cina non aiuta a calmare le aspettative di inflazione. Le pressioni sui prezzi, principalmente spinte dall’offerta di materie prime e beni, rappresentano una minaccia per la marginalità aziendale.Lato azionario, le aspettative sulla crescita dei profitti aziendali continuano a salire e la stagione degli utili del primo trimestre 2022, a livello globale, continua a riservare sorprese positive. Nel breve termine, se i tassi continuassero a salire e gli utili attesi dovessero iniziare a scontare una minor crescita economica, potremmo assistere ad un mercato laterale, con le aziende growth (come ad esempio i titoli del settore tecnologico) maggiormente esposte alla crescita dei tassi reali ma meno esposte al rischio di un’eventuale recessione. Da un punto di vista geografico, possiamo aspettarci un impatto maggiore nell’Eurozona rispetto che negli USA, sia a causa dell’esposizione diretta alle commodity russe e ucraine, sia della diversa fase del ciclo di politica monetaria in cui siamo, con le valutazioni delle aziende europee che non sembrano offrire un premio al rischio sostanzialmente più elevato. Nel lungo termine, il rendimento atteso dell’azionario continua a essere positivo e il recente aggiustamento delle valutazioni aziendali potrebbe offrire rendimenti reali superiori a quelli stimati a inizio anno. In tale contesto, fare market timing di breve termine sull’azionario diventa rischioso. Chi ha investito in azionario ha perso circa il 12% da inizio anno e spostare il capitale investito in liquidità non farebbe altro che capitalizzare le perdite ed esporre i propri risparmi all’inflazione galoppante a cui stiamo assistendo. Sul fronte obbligazionario, i tassi in crescita continuano a far soffrire i rendimenti, ma con il Treasury americano intorno al 3% si aprono spiragli per rendimenti attesi di lungo termine superiori a quelli visti fino ad oggi e per una maggiore capacità di diversificazione di questa asset class nei momenti di maggiore stress. Anche l’appiattimento della curva dei tassi USA fornisce degli spunti, con un rapporto rischio / rendimento del quinquennale americano più appetibile rispetto al decennale, grazie a una cedola simile e a un minor rischio duration.Il posizionamento di Moneyfarm è attualmente conservativo rispetto ai nostri target di rischio, ma mantiene comunque una componente importante di asset rischiosi a seconda del livello di rischio dei nostri portafogli. Crediamo che questa strategia ci permetterà di navigare l’incertezza di breve termine e al contempo di beneficiare dei rendimenti attesi positivi dell’azionario nel lungo termine.

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Comgest: Inflazione e materie prime ai massimi favoriscono i mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su domenica, 8 Maggio 2022

A cura di Emil Wolter, Gestore del fondo Comgest Growth Emerging Markets di Comgest. Le questioni chiave che hanno determinato la performance del mercato del primo trimestre del 2022 sono state il conflitto tra Russia e Ucraina, un orientamento più aggressivo verso una stretta monetaria negli Stati Uniti e la strategia “Covid zero” della Cina. Oltre alle conseguenze umane, politiche e sanzionatorie dell’invasione russa dell’Ucraina, il conflitto ha innescato aumenti significativi dei prezzi delle materie prime e del petrolio, provocando un’ulteriore ripresa dell’inflazione a livello mondiale e creando conseguenze negative per la crescita. Ciò ha favorito i paesi, i tassi di cambio e i titoli dell’America Latina e della regione EMEA rispetto ai paesi importatori di materie prime in Asia. La variante Omicron del Covid-19 ha provocato un’interruzione dell’attività economica a livello mondiale, ma soprattutto in Cina, dove la strategia “Covid zero” ha creato problemi, comportando chiusure di città come a Shanghai. Ne sono conseguite revisioni al ribasso della crescita del PIL e difficoltà di approvvigionamento. Per ora l’allentamento monetario che dovrebbe compensare questa situazione è stato limitato. Sanlam continua ad espandere la quota di mercato in Sudafrica, mentre aumenta la penetrazione nel resto dell’Africa. In occasione di un incontro in presenza, il CEO ha confermato che l’aumento della domanda di prodotti assicurativi è un fenomeno destinato a durare probabilmente diversi anni nel continente.La digitalizzazione dell’attività di vendita al dettaglio di FEMSA in Messico è in fase relativamente iniziale; tuttavia, la concorrenza è limitata, mentre la distribuzione e la logistica dell’azienda sono estese. Il management è consapevole di questa grande opportunità e ha apportato recenti cambiamenti alla governance per poterla cogliere. Nel frattempo, i risultati del quarto trimestre 2021 illustrano il recupero in corso, con i ricavi in crescita del 12% su base annua (a/a) e l’EBITDA (utile al lordo di interessi, imposte e ammortamenti) in aumento dell’11,2%.Localiza, società brasiliana di noleggio di automobili con una posizione di mercato sempre più dominante, ha registrato guadagni durante il trimestre. Con la crescita dell’utile per azione (EPS) messa in discussione a livello globale, riteniamo che la sinergia, il taglio dei costi, la tassazione e i benefici della leva operativa derivanti dalla fusione con Unidas possano sostenere un rialzo delle previsioni per il 2022, a prescindere dalle condizioni del mercato automobilistico nazionale, incrementando così la valutazione delle azioni.I risultati della società indiana di servizi IT Cognizant hanno evidenziato un miglioramento della sua attività, con una crescita dei ricavi del 14,2% a/a e un margine EBIT (utili al lordo di interessi e imposte) del 15,3% rispetto all’11,1% del quarto trimestre 2020. L’azienda ha comunicato previsioni di crescita dei ricavi a medio termine a un CAGR compreso tra l’8 e l’11%. Le questioni da monitorare sono l’aumento dei salari e un possibile maggiore controllo sull’esternalizzazione. I riacquisti di azioni e i dividendi che ammontano al 50% dell’utile netto, nonché i ricavi in valuta forte, rendono Cognizant relativamente meno volatile di altri sul mercato.La combinazione di condizioni di liquidità sempre più severe, inflazione elevata e tensioni geopolitiche esacerbate dalla guerra continuerà a mettere in difficoltà i mercati azionari, che in molti casi rimangono sopravvalutati. Le continue revisioni al ribasso dei dati sulla crescita del PIL saranno accompagnate da revisioni al ribasso degli utili e, mentre una recessione non è scontata, l’insolita assenza di decisioni di politica monetaria rispetto al dinamismo dell’attività aumenta i rischi di un errore di politica. In considerazione del panorama macroeconomico sopra descritto, abbiamo deliberatamente incentrato il portafoglio sulla selezione di società di qualità, con motori di crescita non correlati che riteniamo si tradurranno in una solida crescita aggregata dell’EPS.

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“Mercati emergenti: come cogliere le opportunità nella complessità”

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 aprile 2022

A cura di Paolo Paschetta, Country Head per l’Italia di Pictet Asset Management. Dalla pandemia alla guerra tra Russia e Ucraina, gli ultimi due anni hanno ricordato in modo drammatico quanto il mondo sia interconnesso. Ed è emersa con forza l’importanza dei mercati emergenti nella catena del valore mondiale, fra crisi energetica e scarsità di componenti fondamentali per i mercati occidentali, come i microchip. Tutto questo ha acceso i riflettori su Paesi di cui si aveva, e spesso si ha ancora, una conoscenza superficiale. I Paesi Emergenti sono ancora sottopesati negli indici mondiali come l’MSCI All Country World (MSCI ACWI, di cui rappresentano solo l’11,54%) rispetto ai loro fondamentali economici. E anche la scarsa attenzione degli investitori istituzionali stride con la crescente rilevanza economica di questi paesi, che secondo le stime Ocse oggi rappresentano il 40% del Pil mondiale e raggiungeranno il 60% entro la fine del decennio. La società di consulenza McKinsey, inoltre, prevede che entro il 2030 i Paesi in via di sviluppo rappresenteranno più della metà dei consumi a livello globale. Si tratta quindi di un mondo con molte opportunità da cogliere e premiato da tendenze di lungo periodo, ma da affrontare con i giusti strumenti. Il nostro DNA ci porta ad individuare le nuove frontiere delle opportunità di investimento nei Mercati Emergenti. Ad esempio in Africa, un continente con una moltitudine di Paesi, alcuni dei quali con caratteristiche molto interessanti. Il Kenya, per esempio, secondo il Global Innovation Index, è il secondo Paese africano per innovazione. Investe molto nella formazione degli studenti, ha un rapporto debito-PIL virtuoso pari al 60% e bond in dollari con rendimenti pari all’8%, in linea con le emissioni obbligazionarie delle migliori economie emergenti.O ancora il Vietnam, nel sud est asiatico, un paese di frontiera che oggi comincia a essere percepito come un’alternativa alla manifattura cinese ed è il terzo esportatore di pesce a livello mondiale. A livello di temi, poi, vediamo opportunità in settori come la logistica, il commercio dei beni e i trasporti sostenibili, oltre che in tutto quanto concerne i sistemi di pagamento. Gli investitori internazionali spesso sottovalutano i mercati emergenti a causa della loro instabilità e dei maggiori livelli di rischio che li contraddistinguono. Ci si dimentica però del loro dinamismo e dell’elevato tasso d’innovazione. I mercati emergenti, rispetto a quelli sviluppati, hanno la caratteristica di essere colpiti dalle crisi in modo più violento e profondo, ma hanno economie con capacità di recupero molto più rapide. In finanza, il tempo necessario affinché un’attività finanziaria o, in questo caso, un paese, possa tornare su nuovi massimi dopo un drawdown si chiama “time under water”. Prendendo ad esempio la crisi del 2008 e confrontando due indici azionari, l’MSCI World per i Paesi sviluppati e l’MSCI Emerging per gli emergenti, ci si accorge che il cosiddetto tempo sott’acqua per i primi è stato di 4 anni e 6 mesi, mentre per i secondi di soli 2 anni e 5 mesi. Ed è proprio dai mercati emergenti, e in particolare dalla Cina, che la crisi ha iniziato ad allentare la sua morsa, con l’allora premier Wen Jiabao che in breve tempo varò una manovra fiscale pari al 25% del Pil, salvando il mondo da una depressione secolare.In Pictet abbiamo iniziato ad analizzare e investire nei mercati emergenti oltre 30 anni fa. Risalgono infatti al 1989 i primi investimenti nell’azionario emergente, a solo un anno dalla creazione dell’indice MSCI EM. Una scelta che ha portato a lanciare la prima strategia azionaria dedicata ai mercati emergenti, il Pictet-Emerging Markets, già nel 1991, ben presto seguita dalla prima strategia fixed income (1995). Questo ci ha permesso di maturare nel tempo un ampio know-how di questo universo di investimento e di capire come cogliere opportunità in contesti spesso complessi. Tuttavia, bisogna tenere presente che durante crisi globali di grande portata la diversificazione può non essere sufficiente. Diventa allora necessario adottare un approccio attento al rischio, che offra un’ulteriore protezione anche al di fuori della cerchia degli emergenti. E va proprio in questo senso la filosofia del fondo d’investimento di Pictet-EMMA, una strategia multi-asset a gestione attiva che offre esposizione a tutto lo spettro delle asset class emergenti. Lanciata nel corso del 2021, EMMA permette all’investitore di risolvere due ordini di problemi: scegliere dove e come investire all’interno del vasto e diversificato universo emergente, e offrire un approccio disciplinato al contenimento del rischio, fondamentale per generare valore in modo duraturo. (abstract) fonte: http://www.bc-communication.it

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GAM Investments – La Musa dei Mercati: focus sull’oro

Posted by fidest press agency su martedì, 26 aprile 2022

Commento a cura di Massimo De Palma, Head of Multi Asset Team di GAM (Italia) SGR. Lo scenario appare sempre più complesso, inflazione, guerra e politica monetaria delle Banche Centrali influenzano i mercati finanziari. Quali sono i segnali che inviano e come interpretarli. Da inizio marzo abbiamo assistito ad un intenso movimento al rialzo dei tassi di interesse sui titoli governativi in un contesto globale particolarmente complesso. La guerra in Ucraina e i lockdown in Cina a causa del Covid creano nuovi problemi alla catena di approvvigionamento, impattando molti settori. I prezzi alla produzione e al consumo segnano nuovi livelli record, le Banche Centrali hanno cambiato marcia e, per contrastare l’inflazione, hanno accelerato sulla fine del QE e sul rialzo dei tassi ufficiali. L’aumento dei rendimenti ha praticamente investito tutte le scadenze: gli Stati Uniti hanno visto salire i tassi di oltre 100 punti base dai due ai dieci anni, mentre per Germania e Italia il rialzo è stato leggermente più contenuto. Andando però a scomporre la variazione del tasso nominale a dieci anni si evidenziano delle differenze che consentono di fare alcune considerazioni. Mentre negli Stati Uniti l’inflazione attesa è rimasta praticamente invariata intorno al 3% con i tassi reali che spiegano interamente l’aumento, in Germania invece il movimento è dovuto alla breakeven inflation che è passata dal 2,3% al 3%. L’applicazione delle sanzioni alla Russia ha accentuato l’impatto sui prezzi, in particolare quelli energetici. L’Italia si colloca a metà tra i due Paesi con i tassi reali che salgono a -0,18% e l’inflazione attesa che si colloca al 2,7%. La risalita dei tassi reali americani verso lo zero ci riporta indietro ad inizio 2020, quando viaggiavano in territorio positivo. Tutto questo dovrebbe avere delle implicazioni anche sull’andamento dell’oro. Dallo scorso anno, con l’aumento delle tensioni geopolitiche, i metalli preziosi hanno svolto egregiamente la loro funzione di bene rifugio. Il rialzo dell’oro è stato progressivo, dai 1750 dollari all’oncia di settembre 2021 ai 2050 dollari di inizio marzo, a seguito dell’invasione russa in Ucraina. Successivamente è rientrato dagli eccessi riportandosi in area 1910. Il movimento di rialzo dei tassi reali non ha intaccato il trend dell’oro, anzi, man mano che i tassi si avvicinano allo zero il metallo prezioso si è apprezzato riportandosi a ridosso dei 2000 dollari. Questo comportamento dell’oro è stato anomalo in quanto, con tassi di interesse più elevati, aumenta il costo opportunità nell’avere il denaro investito in un asset che non offre rendimento. Attualmente la funzione di protezione del portafoglio sembra prevalere sul resto ma, se i tassi reali dovessero proseguire nella loro tendenza al rialzo, è inevitabile un ridimensionamento dell’oro.

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Agricoltura: uno shock sui mercati sui costi dei fertilizzanti

Posted by fidest press agency su domenica, 17 aprile 2022

“Lo scenario internazionale, con l’invasione russa in Ucraina, ha provocato uno shock sui mercati, con un aumento vertiginoso dei costi dei fertilizzanti. Russia e Ucraina, infatti, sono tra i maggiori produttori al mondo. Per questo, è necessario valorizzare tutte le soluzioni tecnologiche e agronomiche che consentano di ridurre l’uso di fertilizzanti e di razionalizzare il ciclo di azoto, attraverso una gestione più sostenibile, preservando e ottimizzando il suolo. Tra questi ci sono gli inibitori della nitrificazione, come la Nitrapyrina, che abbiamo contribuito ad approvare con l’interlocuzione attiva con il Ministero delle Politiche agricole, che ha portato alla firma del relativo decreto ministeriale. Gli agricoltori potranno così aumentare le produzioni ma soprattutto ridurre l’uso di fertilizzanti azotati mediamente del 30 per cento”. Lo dichiara il deputato Filippo Gallinella (M5S), presidente della commissione Agricoltura, durante il convegno Corteva ‘Gli inibitori della nitrificazione: una risposta alla crisi dei fertilizzanti’. “La ‘Farm to Fork’ non deve spaventarci – aggiunge -, è una strategia di lungo termine che sprona a produrre di più e meglio, con un minor impatto ambientale e una maggiore sostenibilità. Potremo raggiungere questi obiettivi grazie alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica così da sostenere concretamente i nostri agricoltori”.

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Mercati di frontiera, dove si trovano le opportunità più interessanti?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 aprile 2022

A cura di Flavio Carpenzano, Fixed Income Investment Director di Capital Group Per molti investitori i mercati di frontiera rimangono relativamente inesplorati, tuttavia possono offrire un’ulteriore gamma di opportunità agli investitori bene informati. Molti Paesi emergenti tradizionali, come Messico, Russia e Sudafrica, sono ora molto più sviluppati di un tempo, con istituzioni e infrastrutture più stabili. In virtù di ciò, sarà difficile per questi Paesi crescere allo stesso tasso dei decenni precedenti. Al contrario, molti mercati di frontiera sono nella fase iniziale dello sviluppo (economico, politico e finanziario) e presentano molte delle stesse caratteristiche che i paesi emergenti tradizionali avevano anni fa con un grande potenziale di crescita. I mercati di frontiera non solo forniscono rendimenti più elevati ma sono anche una fonte di diversificazione. Storicamente i mercati di frontiera hanno avuto una bassa correlazione con i mercati sviluppati ed emergenti, così come con altri mercati di frontiera. Questo è dovuto in parte al fatto che gli investimenti provengono da investitori locali (piuttosto che da investitori internazionali), non sono generalmente coinvolti in investimenti passivi poiché non sono tipicamente inclusi nei benchmark tradizionali dei mercati emergenti, e anche perché hanno livelli di debito più bassi (quindi sono meno correlati ai movimenti globali di valuta e di tasso di interesse) e sono generalmente meno coinvolti nel commercio globale. Per esempio, è improbabile che un cambiamento del regime politico in Egitto abbia un impatto sulle prospettive dello Sri Lanka. La pandemia ha introdotto un ingente shock esogeno nelle economie e nei mercati. Se la giovane età demografica e la ridotta capacità di implementare i lockdown possono aver avuto un impatto minore sulle economie di frontiera, l’impatto è stato comunque significativo. Questi mercati piccoli, ma in rapida crescita, hanno sofferto shock esterni che hanno colpito l’industria del turismo e il commercio di beni e servizi, così come shock interni, con il rallentamento dell’attività economica che ha colpito le imprese locali e il reddito delle famiglie. In generale, abbiamo riscontrato che i Paesi a più alta crescita prima della pandemia, come il Benin e l’Etiopia, hanno riportato la tendenza a essere meno impattati dai rallentamenti della congiuntura. Molti importatori di materie prime, nel frattempo, si trovano in una situazione di difficoltà. Lo Sri Lanka ha dichiarato di essere pronto a rivolgersi al FMI se l’adempimento degli obblighi di debito diventa più oneroso. Allo stesso modo, il Pakistan stava già incontrando vincoli esterni quando l’economia ha iniziato a riprendersi dal COVID e ora un contesto di difficoltà delle riforme ha iniziato a gravare sullo stato in vista delle elezioni del prossimo anno. Questi problemi sono stati amplificati dall’aumento dei prezzi del petrolio, dati gli ingenti costi di importazione dell’energia che sta affrontando. L’Egitto è vulnerabile soprattutto per le importazioni di grano relativamente consistenti e in quanto destinazione per i turisti russi e ucraini. Mentre le riserve estere lorde sono ancora relativamente intatte, la posizione complessiva del settore bancario sul mercato valutario è più debole. Se il conflitto si risolve e se i prezzi delle materie prime si stabilizzano di conseguenza, dovremmo attenderci un ritorno ai driver di lungo termine che guidano i mercati di frontiera. I Paesi “motore della crescita”, come il Benin e l’Etiopia, ma anche Paesi più diversificati e ricchi come il Senegal, la Costa d’Avorio e il Kenya, dovrebbero tutti continuare a vedere elevati tassi di crescita strutturale mentre compiono la transizione verso lo status di Paesi appartenenti ai mercati emergenti più tradizionali. Si tratta di un processo pluridecennale ma che offre opportunità. (abstract) By Giorgia Crespi

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Mercati emergenti: gli utili e i fondamentali guidano la crescita dell’azionario nel lungo periodo

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 aprile 2022

A cura di Dara White, Responsabile globale azioni mercati emergenti di Columbia Threadneedle Investments. Dalla fine del terzo trimestre del 2021, i mercati emergenti hanno registrato una fase di elevata volatilità. Di recente abbiamo assistito a una significativa rotazione dallo stile growth a quello value. Rassicura il fatto che abbiamo affrontato situazioni simili in passato e che la scelta di concentrarci sul nostro processo di investimento è stata cruciale per il nostro successo a lungo termine: verso la fine del 2016, all’indomani dell’elezione di Donald Trump, e nella seconda metà del 2018, sulla scia delle dichiarazioni in merito alle relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, i timori a livello macroeconomico hanno messo in ombra la solidità dei fondamentali aziendali e i mercati azionari emergenti hanno registrato un’analoga rotazione dai titoli growth a quelli value. Questi sono stati i soli periodi nella storia della nostra strategia in cui la mitigazione del rischio di ribasso è stata poco efficace. Tuttavia, grazie all’enfasi sulla qualità e sulle valutazioni mantenuta anche durante questi periodi, ci siamo trovati nella posizione ideale per beneficiare della ripresa del mercato e delle successive fasi di sovraperformance nel 2017 e nel 2019, a riprova della validità del nostro approccio d’investimento. In questo periodo, i mercati emergenti sono dominati dalla volatilità macroeconomica, che mette in ombra i fondamentali. Questa volatilità è il risultato di una varietà di eventi e questioni, compresa la stretta normativa in Cina, l’impatto delle politiche legate alla pandemia di Covid-19, il quadro macroeconomico brasiliano, i timori d’inflazione, l’inasprimento delle politiche monetarie e, più recentemente, l’invasione russa dell’Ucraina. Essendo investitori con approccio bottom-up, questa fase di volatilità è per noi impegnativa, ma restiamo fermamente convinti che siano gli utili a trainare i mercati azionari nel lungo periodo e che, sebbene la volatilità macro possa persistere nel breve termine, alla fine l’enfasi sui fondamentali sarà premiante. In Cina abbiamo ritenuto che la reazione del mercato alla stretta normativa fosse eccessiva, dato che molte misure sembrano riflettere la lista dei desideri dei governi dei mercati sviluppati, come le norme antitrust o la limitazione delle pratiche monopolistiche e dell’uso dei dati dei consumatori da parte dei colossi tecnologici. Crediamo che si sia conclusa la prima fase di regolamentazione in cui il premio per il rischio azionario legato alla regolamentazione interna sembrava già scontato e si stia passando alla fase successiva, in cui le disposizioni regolamentari vengono applicate, che sarà probabilmente caratterizzata da una minore volatilità. Le misure politiche nel settore immobiliare stanno mostrando segni di allentamento, ad esempio per quanto riguarda la disponibilità di mutui, e ciò rappresenta un ulteriore elemento positivo. Inoltre, poiché il 2022 è un anno di elezioni per la Cina, prevediamo politiche monetarie e fiscali moderatamente accomodanti piuttosto che vaste misure di stimolo – vale a dire ciò che abbiamo visto finora. A nostro avviso, la politica “zero Covid” perseguita da Pechino ha frenato l’economia, e stiamo monitorando i progressi su questo fronte. In Brasile, il contesto macroeconomico è stato particolarmente difficile nel 2021, e i timori per l’impatto della spesa legata alla pandemia sui conti pubblici, per l’inflazione e per i tassi d’interesse, uniti all’incertezza attorno alle elezioni, hanno pesato sul sentiment. Pur restando prudenti, date le turbolenze macroeconomiche e le loro ricadute sui singoli titoli, rimaniamo ottimisti sul Brasile nel lungo termine, alla luce dell’evoluzione dell’imprenditorialità e dei tipi di società e modelli di business in arrivo sul mercato. Le attuali valutazioni riflettono l’elevato rischio macroeconomico, che a nostro avviso è prossimo al picco. Riteniamo che la banca centrale abbia reagito in modo adeguato all’aumento dell’inflazione. È sufficiente guardare alla Turchia per osservare gli effetti della reazione opposta, ma l’azione dell’istituto centrale ha effettivamente frenato il mercato azionario. I segnali di un’imminente conclusione del ciclo di rialzo dei tassi di interesse, uniti ai commenti collaborativi di entrambi gli schieramenti, hanno attenuato i timori sulle elezioni. In retrospettiva, avremmo potuto ridurre prima il nostro sovrappeso sul Brasile lo scorso anno, ma è interessante notare che il mercato brasiliano ha messo a segno una delle migliori performance da inizio 2022. Il conflitto russo-ucraino è indubbiamente un cigno nero. È evidente che le variabili macroeconomiche pesano sul mercato nel breve termine, determinando un de-risking dell’universo investibile, con vendite che hanno causato ampi movimenti dei prezzi a livello di singole azioni. A sua volta, questo ha condotto a una performance azionaria deludente nel breve termine. Manteniamo il nostro focus sul nostro lavoro fondamentale e di valutazione. Il dopoguerra avrà un impatto sull’inflazione, spingendo al rialzo i prezzi dei generi alimentari e dei carburanti, con conseguenti pressioni sui consumatori sia nei mercati emergenti sia a livello globale. In questo contesto, stiamo rafforzando la nostra esposizione ai settori che beneficiano dell’inflazione, come i titoli finanziari e i produttori di materie prime; d’altro canto, continuiamo a concentrarci sulle opportunità di crescita strutturale, privilegiando un portafoglio “barbell” per beneficiare dell’attuale scenario. Ci siamo già trovati in questa situazione, e, sebbene essere nell’occhio del ciclone possa essere impegnativo, in periodi altrettanto volatili la nostra filosofia e il nostro processo d’investimento ci hanno guidato e alla fine hanno prevalso. Fonte: http://www.columbiathreadneedle.it

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Commento sui mercati finanziari

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 aprile 2022

A cura di Massimo De Palma, Head of Multi Asset Team di GAM (Italia) SGR. Chiuso lo scorso anno con lo S&P 500 sui massimi storici, a gennaio la rapida diffusione della variante Omicron ha subito creato una forte preoccupazione generale per il rischio di rivivere l’esperienza del lockdown della primavera 2020. Non abbiamo fatto in tempo a tirare un sospiro di sollievo per gli effetti meno gravi della variante rispetto alle precedenti, quando le notizie di una tensione crescente tra Russia e Ucraina hanno monopolizzato la scena. La successiva invasione russa ha causato numerosi morti tra la popolazione e la distruzione di intere città. In questo scenario l’inflazione è risultata più sostenuta del previsto, l’ulteriore aumento dei prezzi delle materie prime dovuto alla guerra ha rinviato il raggiungimento del picco atteso per marzo. Le Banche Centrali si sono dimostrate meno accomo­danti, in particolare la Fed sembra voler accelerare il percorso di politica monetaria restrittiva con rialzi dei tassi più aggressivi. In questo contesto sono state riviste al ribasso le stime di crescita globale per quest’anno, il consenso attualmente la situa al di sotto del 4%. I mercati finanziari hanno reagito emoti­vamente, le correzioni sono state intense e profonde. Gli indicatori di sentiment hanno registrato questa paura segnando livelli minimi e gli indici azionari sono tornati a prezzare su valutazioni decisamente più interessanti rispetto al 2021. In queste ultime due settimane si sono quindi create le condizioni tecniche per una potenziale reazione, dopo gli eccessi negativi di questi primi mesi dell’an­no. La notizia di una possibile soluzione diplomatica al conflitto in atto ha dato origine al movimento. Lo spiraglio di una tregua e un possibile accordo tra le parti durante i negoziati in Turchia hanno provocato un intenso rimbalzo sui mercati azionari e la simulta­nea ripresa della traiettoria al rialzo dei tassi governa­tivi dei paesi sviluppati, venendo meno l’esigenza del “flight to quality”. L’azione degli investitori istituzionali che devono ribilanciare ogni fine trimestre il portafo­glio in base al loro benchmark, ha contribuito a dare forza al movimento. Come forse era lecito attendersi, la soluzione diplomatica non è però così semplice da realizzare, le dichiarazioni di Putin sembrano allontanare quel momento. Fa parte della tattica, utile ad ottenere il massimo dall’accordo. Questo inevitabilmente riporta turbolenza sui mercati. I dati sull’inflazione della zona euro confermano che il trend al rialzo prosegue e tarda a invertire la rotta. Quindi è necessario mantenere la calma, costruendo con attenzione le posizioni azionarie sfruttando ogni fase di ribasso per aumentare l’esposizione in quelle società che mostrano una solidità di bilancio e sono in grado di crescere a tassi interessanti in questo scenario, all’interno di settori come tecnologia, ener­gie alternative, auto e finanziari.

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L’importanza di un approccio attivo ai mercati emergenti

Posted by fidest press agency su domenica, 3 aprile 2022

A cura di Marco Piersimoni, Senior Investment Manager e Flora Dishnica, Product Specialist di Pictet Asset Management. I mercati emergenti sono un importante motore della crescita economica e demografica globale. Sono passati da rappresentare il 38% circa del PIL mondiale nel 1980 all’attuale 58% e arriveranno al 61% entro il 2026 secondo il FMI, mentre la loro popolazione rappresenta l’86% di quella mondiale. Tuttavia, rimangono ancora poco presenti nei portafogli degli investitori. In base alla nostra esperienza, vi sono due ragioni principali per questa diffusa sotto-esposizione: da un lato, la percezione dei rischi impliciti, la maggiore volatilità e i bruschi drawdown riducono la fiducia nelle asset class di questi Paesi; dall’altro, la varietà e la diversità degli strumenti disponibili (azioni, obbligazioni governative in valuta forte e locale, obbligazioni societarie, divise, ecc.) acuiscono l’incertezza degli investitori circa le tempistiche, le modalità e le aree di investimento. Come conseguenza di ciò, gli investitori hanno spesso optato per un approccio passivo vincolato a un benchmark, una soluzione che non presenta però il potenziale di diversificazione e rendimento proprio di un mix gestito attivamente di azioni, obbligazioni e valute emergenti. Dalla creazione della locuzione “mercati emergenti” negli anni ‘80 a oggi, essi sono diventati una vera e propria asset class passando dall’essere un investimento interessante ma molto volatile ad esibire segni di maturità e stabilità. Dalla crisi russa del 1998, nell’ultimo ventennio gli emergenti hanno dimostrato un’importante resilienza e si sono ridotti gli effetti domino per cui la crisi in un Paese soleva trascinare con sé tutto il resto dell’universo. Anche i fattori di crescita a guida delle principali economie emergenti si sono evoluti. In precedenza trainate prevalentemente da materie prime, industrie pesanti e utilities, queste economie attualmente sono dominate da sviluppo tecnologico, servizi e beni di consumo. Specialmente l’Asia e la Cina negli ultimi 20 anni sono diventate parte sempre più importante e integrata delle catene di fornitura globali, soprattutto in ambito tecnologico. Questa maturazione della crescita ha accresciuto anche l’eterogeneità dei cicli in cui si trovano i diversi Paesi emergenti. Si tratta di un elemento che ha portato a un’elevata dispersione dei rendimenti delle varie asset class dei diversi Paesi emergenti, fattore che un investimento passivo vincolato alla composizione dell’indice di riferimento finisce per subire. Per chi persegue un approccio multi-asset attivo, invece, la dispersione in termini di performance nelle aree emergenti offre una grande opportunità per creare valore sfruttando la dinamicità, la flessibilità e la libertà d’azione tipiche di tale tipologia di investimenti. (abstract by sito internet di Pictet Asset Management: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2022/idee-di-investimento/03/l-importanza-di-un-approccio-attivo-ai-mercati-emergenti)

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“Comgest: mercati globali incerti per inflazione e stretta monetaria”

Posted by fidest press agency su sabato, 26 marzo 2022

A cura di Laure Négiar, Gestore del fondo Comgest Growth World di Comgest. Le pressioni inflazionistiche, il ritmo e la portata della stretta monetaria della Federal Reserve statunitense sono rimasti in cima alla lista delle preoccupazioni degli investitori globali, a cui si è aggiunto il conflitto Russia-Ucraina alla fine del mese di febbraio.Inner Mongolia Yili, Eli Lilly e Align Technology sono stati tra i titoli che hanno fornito i principali contributi alla performance. Inner Mongolia Yili, uno dei principali produttori cinesi di prodotti lattiero-caseari, è stato sostenuto da una forte crescita a due cifre dei latticini, nonché da recenti relazioni che evidenziano continui guadagni azionari.Eli Lilly, azienda farmaceutica impegnata nella cura del diabete, ha riportato una crescita del 15% dei ricavi e del 20% degli utili per azione per l’esercizio 2021 e ha una linea di prodotti promettente per i prossimi cinque anni. Align Technology, produttore di allineatori trasparenti, ha comunicato stime di crescita del fatturato superiori al 20% nel 2022, cogliendo di sorpresa il mercato.

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“Comgest: mercati globali incerti per inflazione e stretta monetaria”

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 marzo 2022

A cura di Laure Négiar, Gestore del fondo Comgest Growth World di Comgest. Le pressioni inflazionistiche, il ritmo e la portata della stretta monetaria della Federal Reserve statunitense sono rimasti in cima alla lista delle preoccupazioni degli investitori globali, a cui si è aggiunto il conflitto Russia-Ucraina alla fine del mese di febbraio.Inner Mongolia Yili, Eli Lilly e Align Technology sono stati tra i titoli che hanno fornito i principali contributi alla performance. Inner Mongolia Yili, uno dei principali produttori cinesi di prodotti lattiero-caseari, è stato sostenuto da una forte crescita a due cifre dei latticini, nonché da recenti relazioni che evidenziano continui guadagni azionari.Eli Lilly, azienda farmaceutica impegnata nella cura del diabete, ha riportato una crescita del 15% dei ricavi e del 20% degli utili per azione per l’esercizio 2021 e ha una linea di prodotti promettente per i prossimi cinque anni. Align Technology, produttore di allineatori trasparenti, ha comunicato stime di crescita del fatturato superiori al 20% nel 2022, cogliendo di sorpresa il mercato.

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Capital Group: I mercati emergenti in prima linea per affrontare l’inflazione dopo la crisi

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 marzo 2022

A cura di Kirstie Spence, Gestore di portafoglio di Capital Group. Oltre alla tragedia umanitaria per il popolo ucraino e le onde d’urto a livello politico in tutto il mondo, c’è stato anche un effetto significativo sui mercati finanziari. Un elemento di spicco è l’ambiente inflazionistico e in che misura la “slowflation” – un termine che descrive una crescita più lenta e un’inflazione più elevata – continuerà. Riteniamo che l’inflazione sarà più elevata e diventerà più duratura, a causa dell’impatto diretto della crisi sui prezzi globali di cibo ed energia, accentuando le pressioni inflazionistiche che erano già in atto. La buona notizia per i mercati emergenti è che essi erano già in prima linea nel combattere l’ambiente inflazionistico. Le motivazioni sono le seguenti: – Gestire l’inflazione è un impegno quotidiano per i mercati emergenti rispetto ai mercati sviluppati. I panieri dell’IPC nei mercati emergenti hanno tipicamente una percentuale molto maggiore di cibo ed energia, il che vale in particolare per alcuni dei mercati emergenti a basso reddito. Ciò ha già innescato in passato una risposta della banca centrale, dato che le pressioni inflazionistiche erano presenti già nel 2021, con un impatto sul reddito rilevante e anche rapido. – Le banche centrali dei paesi emergenti stavano già affrontando i normali impatti ciclici dell’inflazione, anziché preoccuparsi di come ridurre il quantitative easing come le loro controparti dei mercati sviluppati. Prima di questa crisi, eravamo convinti che i mercati emergenti fossero almeno in linea con la curva, se non in anticipo rispetto ad essa, in termini di gestione delle crescenti pressioni inflazionistiche. Il contesto attuale indica probabilmente che i mercati emergenti sono in leggero ritardo, ma almeno si sono già incamminati in quella direzione. – Alcuni mercati emergenti sono meglio posizionati per essere maggiormente protetti dagli impatti della crisi. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che sono più autosufficienti in termini di cibo ed energia o al fatto che sono addirittura esportatori netti di queste materie prime. Ma alcuni mercati emergenti sono anche più distanti, sia politicamente sia geograficamente, dalla crisi. Sono inclusi mercati come il Medio Oriente e l’America Latina: queste aree potrebbero dimostrarsi più resistenti rispetto ad altre regioni. Nel complesso, le banche centrali si impegneranno maggiormente a sostenere la crescita una volta che avranno cercato di mitigare il pericolo imminente di un’inflazione più elevata, cercando di non compromettere sia la propria popolarità sia la fragile economia globale.

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Conflitto in Ucraina: le implicazioni per economia e mercati

Posted by fidest press agency su sabato, 19 marzo 2022

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. L’attuale scenario di guerra non può che avere un deleterio effetto stagflattivo sul contesto macroeconomico, ovvero la combinazione di crescita e inflazione è destinata a deteriorarsi a causa di minore crescita e maggiore inflazione, con danni particolari inflitti all’economia europea. L’incertezza e i rincari energetici potrebbero rallentare il PIL dell’area euro dell’1% circa nello scenario di compromesso e far salire l’inflazione (a un anno) del 2%. Questo non significherebbe recessione, almeno per quest’anno, dato il buon tono sottostante dell’economia, a meno di non trovarci in uno scenario di tensione crescente. L’inflazione in salita potrebbe destare preoccupazione presso la Banca Centrale Europea, pronta già alla vigilia del conflitto a ritirare progressivamente gli stimoli monetari. Ciò nonostante, trattandosi in questo caso di inflazione importata, la reazione della BCE non dovrebbe essere eccessivamente intransigente. In ogni caso, non sarebbe da escludere un intervento dell’istituto centrale a sostegno di un’eventuale spesa fiscale comunitaria. All’interno dell’ordine del giorno degli incontri di Versailles figura anche la possibilità di una sorta di “whatever it takes” fiscale dell’eurozona, volto a sostenere la spesa militare e tesa a raggiungere l’indipendenza energetica (investendo nelle energie pulite in primo luogo) anche attraverso l’emissione di Eurobond. Qualora questo progetto fiscale diventasse realtà, la BCE sarebbe verosimilmente chiamata ad acquistare tali emissioni, finanziando la spesa della regione. Ben diverso il caso degli USA, colpiti solo indirettamente dalla crisi e forti di una ‘neutralità’ economica rispetto a produzione e utilizzo di risorse energetiche. Anche per questo, la Fed ha già lasciato intendere di voler inaugurare la normalizzazione dei tassi di interesse a marzo secondo copione, con 25pb attesi di aumento del Fed Fund Rate. Contemporaneamente, sui mercati finanziari, l’incertezza vissuta nelle ultime settimane ha portato gli investitori a richiedere premi di rischio maggiori, sospingendo in alto gli Earnings Yield (l’inverso del rapporto Prezzi/Utili, la cui risalita implica quindi una contrazione dei multipli azionari). Tuttavia, le previsioni di un consistente rallentamento economico hanno causato una nuova discesa dei tassi reali che ha così assorbito parte della richiesta di maggiori premi di rischio (dati dalla differenza tra Earnings Yield e Bond Yield, misurati in questo caso dai tassi reali) e limitato le perdite sui mercati azionari.Per l’area euro, i nostri economisti stimano che la combinazione tra effetto diretto ed indiretto dello shock da materie prime possa fare rallentare di circa un punto percentuale l’attività economica. Questo non tiene conto dell’eventuale deterioramento del clima di fiducia di imprese e consumatori di fronte allo scenario bellico. Non è impossibile immaginare quindi un rallentamento più marcato: se il calo della fiducia dovesse propagarsi per un ammontare pari allo shock energetico (-1%), avremmo un’attività economica in riduzione di due punti percentuali e una crescita degli utili di fatto nulla (il -2% di crescita economica moltiplicato per 5 volte avrebbe un impatto riduttivo del 10% della crescita degli utili, pari alla stima attuale).Se questo dovesse verificarsi, mancano quindi ancora all’appello le revisioni negative degli utili, soprattutto in Europa, l’area in cui il peggioramento economico è più probabile e i margini aziendali sono più a rischio visto l’andamento dei prezzi alla produzione. Quanto descritto rappresenta un’ipotesi molto negativa ma non così inverosimile, tant’è che il mercato, con le perdite delle ultime settimane, ha in buona parte incorporato una probabilità generosa che si possa verificare. In tal senso, una parte considerevole del danno a economia e profitti è già nei prezzi.In definitiva, da qui in avanti, le performance azionarie dipenderanno in larga misura dall’evoluzione dello scenario geopolitico, non potendo più contare sul cuscinetto dei rendimenti (reali). Nello scenario di compromesso ci sono buoni spazi di recupero. Tra i pochi strumenti (indiretti) di protezione di cui l’investitore europeo può disporre, ci sembra ancora il dollaro USA il più indicato a fronte della prevedibile volatilità di notizie e mercati. Solo negli scenari peggiori (tail risk), tornerebbero interessanti i Treasuries o una riduzione (in ulteriore sottopeso) dell’azionario USA. (fonte: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2022/analisi-dei-mercati-e-asset-allocation/03/conflitto-in-ucraina-negoziare-ad-oltranza#PAM_Section_4

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Crisi ucraina: impatti sui mercati europei

Posted by fidest press agency su martedì, 15 marzo 2022

A cura di Francis Ellison, Client Portfolio Manager di Columbia Threadneedle Investments. In Europa, la reazione dei mercati alla crisi ucraina è stata forte ma giustificata: le banche e altri titoli europei esposti alla Russia hanno perso oltre il 30%. I maggiori istituti della regione non sono a nostro avviso minacciati da un rischio sistemico, ma in tutto il continente potrebbero verificarsi ulteriori perdite sui crediti. Le banche europee dispongono di un capitale in eccesso significativo, sufficiente a innescare riacquisti azionari; pertanto, se gli istituti di credito andassero incontro a perdite di fondi propri, la loro solvibilità non dovrebbe essere a rischio.Prima dell’invasione russa, l’Europa si aspettava il primo aumento dei tassi da parte della Banca centrale europea (BCE) nella seconda parte del 2022. È probabile che tale intervento venga rinviato. Tuttavia, il rendimento del Treasury USA decennale è diminuito di appena 20 punti base, a indicazione dei timori per l’inflazione. Monitoriamo le prospettive d’inflazione e terremo conto degli eventuali effetti sui tassi d’interesse a lungo termine nelle nostre decisioni d’investimento. L’aumento dell’inflazione, trainato dai prezzi dell’energia, può accentuare le pressioni sui costi delle aziende. Ricerchiamo titoli con un solido potere di prezzo che, dopo qualche turbolenza a breve termine, dovrebbero continuare a prosperare (in ogni caso più dei concorrenti più deboli).I tassi d’interesse sono una questione cruciale. Negli Stati Uniti, la Federal Reserve si appresta a iniziare un ciclo di rialzi ampiamente annunciato, mentre la BCE appare più restia. In primo luogo perché un incremento dei tassi non fermerà l’impennata dei prezzi energetici e, in secondo luogo, perché tassi d’interesse più elevati sommati a costi energetici più alti sarebbero sgraditi ai consumatori (leggi: elettori) e minaccerebbero una recessione.Tuttavia, se i tassi dovessero salire su livelli molto più elevati (ipotesi comunque esclusa dal nostro scenario di riferimento, che ritiene più probabile un rinvio dell’inasprimento), ciò avrebbe un impatto sulla valutazione complessiva dei mercati. I compounder sostenibili a lungo termine che privilegiamo sono ben posizionati per affrontare il nuovo contesto in termini operativi, ma le valutazioni sono a rischio.Nei nostri portafogli azionari europei non abbiamo alcuna esposizione diretta a titoli russi, bielorussi o ucraini, malgrado gli effetti indiretti su alcune banche e titoli energetici. Anche la nostra esposizione indiretta è contenuta e in linea con il benchmark.Oltre alle evidenti ripercussioni dei prezzi dell’energia, i titoli europei potrebbero subire uno shock dei prezzi dei generi alimentari, il che potrebbe compromettere la prevista ripresa dei consumi. Quest’anno, per la prima volta in un decennio, l’Europa avrebbe dovuto sovraperformare gli Stati Uniti, con previsioni di crescita del PIL pari rispettivamente al 4% e al 3,5%[1], anche se le prospettive europee sono rafforzate dalla fine delle restrizioni pandemiche, laddove gli Stati Uniti ne hanno già beneficiato. Il motore di questa espansione avrebbero dovuto essere i consumatori europei, propensi a spendere i notevoli risparmi accumulati durante la pandemia.

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“I prezzi dell’energia nei mercati continuano a salire”

Posted by fidest press agency su martedì, 8 marzo 2022

“Anche se ci sono sufficienti forniture e fonti alternative. Il mercato però ha paura. Come ha detto il Presidente Draghi, esiste un rischio legato alle forniture, ma siamo fiduciosi sia delle scorte che abbiamo, che della regolarità dei futuri approvvigionamenti. Oltre al fatto che, ad oggi, non esistano segnali di possibili interruzioni nelle forniture. Dove possiamo e dobbiamo invece agire, sempre con maggiore intensità, oltre alle risorse già stanziate per tutte le imprese e le famiglie per abbassare i costi dell’energia, è nel concentrarci per ridurre ulteriormente i prezzi alle imprese “produttrici” di materie prime, in modo ancora più “forte” e determinato rispetto alla riduzione delle altre attività energivore e imprese. Se non riduciamo ancora, almeno fino al 50%, il prezzo dell’energia per le imprese madri italiane (carta, vetro, acciaio e altri..) non potremo garantire materie prime alle aziende medio-piccole che producono semilavorati e prodotti finiti, a dei prezzi che possano rendere sostenibile il prosieguo delle loro produzioni. Le aziende medio piccole, infatti, hanno spesso un elenco di ordini pieno, ma materie prime e semilavorati troppo cari per permettergli di evadere le commesse. Favorire l’utilizzo in Italia delle materie prime che produciamo sul nostro territorio, assieme alla riduzione dei prezzi all’intera filiera ci consente di preservare la competitività internazionale, tutelare i livelli occupazionali, i lavoratori e proteggere le famiglie, ed il loro potere d’acquisto. Per le famiglie in difficoltà, poi, continueremo a garantire gli aiuti dedicati fino a fine maggio.Questo intervento di riduzione dei prezzi metterebbe in campo una misura anti inflattiva, di cui c’è molto bisogno in questo momento”. Così il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, in un post sui social.

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GAM Investments – La Musa dei Mercati

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 marzo 2022

Commento a cura di Massimo De Palma, Head of Multi Asset Team di GAM (Italia) SGR. Il piano di Putin di una guerra lampo in Ucraina non ha avuto al momento successo. La condanna dell’Occidente con l’applicazione di sanzioni punta a isolare la Russia. Volano i prezzi delle materie prime e all’orizzonte si profila la stagflazione. Giorno dopo giorno l’azione di Putin in Ucraina è sempre più risoluta ed efferata. La superiorità militare russa è incontrovertibile, ma non è chiaro al momento quale sia il suo obiettivo politico finale. Quello che è evidente è l’assenza di preoccupazione per l’elevato numero di vittime civili e per la distruzione delle città pur di ottenere il risultato prefissato. Gli spiragli di un negoziato sono ridotti, ma la speranza di una possibile soluzione di pace è sempre presente. Nel frattempo, l’Occidente ha sancito a più riprese una serie di sanzioni economiche e finanziarie per colpire la Russia, la cui efficacia appare evidente, ma che probabilmente non mineranno la volontà di Putin di proseguire nell’azione. In particolare, congelare i fondi esteri della Banca Centrale ed escludere numerose banche dal sistema di pagamento internazionale Swift renderà molto difficile alla Russia l’attività di import-export e alle singole aziende di rifinanziare i propri debiti in dollari e in euro. Al momento Gazprombank è esclusa dalle sanzioni per evitare di bloccare le transazioni collegate a gas e petrolio. È inevitabile, però, che questa azione abbia ripercussioni anche sul sistema finanziario europeo e su quelle imprese che hanno una parte consistente della loro attività con la Russia. In ogni caso l’aggressione russa potrebbe aver segnato la fine di un equilibrio in Europa che difficilmente sarà possibile ritrovare nel breve termine. Il primo effetto pratico potrebbe essere la nascita di una difesa comune dell’Unione Europea, il cui progetto era partito nel lontano 1999, ma mai decollato. Un’ulteriore preoccupazione riguarda l’impennata dei prezzi delle commodity a causa della guerra. Queste tensioni rischiano di creare problemi alla Cina, alla vigilia del Congresso Nazionale del Popolo dove saranno rivelate una serie di misure a sostegno dell’economia. Il Paese sta entrando nella stagione di punta della domanda di numerose materie prime e il rischio di interruzioni delle forniture inasprirà l’aumento dei prezzi di metalli e fertilizzanti. Nella zona Euro, intanto, l’inflazione ha accelerato a febbraio per il forte rincaro della componente energetica e alimentare, toccando il +5,8%, dato superiore alle attese che probabilmente si manterrà ben al di sopra dell’obiettivo della BCE per un periodo di tempo prolungato. L’Opec+ ha deciso, dopo appena 13 minuti di riunione evitando di discutere della Guerra in atto, di procedere con l’aumento di produzione “standard” di 400,000 barili al giorno, senza provare ad alleviare l’attuale carenza di offerta. In questo quadro diventa realistica la possibilità di entrare in stagflazione. Le autorità monetarie dovranno fare molta attenzione nel calibrare le parole e soprattutto le scelte di politica monetaria per evitare di inasprire la situazione. Attendiamo le imminenti riunioni di BCE e FED per capire quale direzione prenderanno. Importanti avvertenze legali: I dati esposti in questo documento hanno unicamente scopo informativo e non costituiscono una consulenza in materia di investimenti. Le opinioni e valutazioni contenute in questo documento possono cambiare e riflettono il punto di vista di GAM nell’attuale situazione congiunturale. Non si assume alcuna responsabilità in quanto all’esattezza e alla completezza dei dati. La performance passata non è un indicatore dell’andamento attuale o futuro. Copyright © 2021 GAM (Italia) SGR S.p.A. – tutti i diritti riservati.

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La Cina ha cambiato rotta: i mercati se ne sono accorti?

Posted by fidest press agency su domenica, 20 febbraio 2022

Il Portfolio Manager Iain Cunningham analizza cosa c’è dietro alla debolezza della crescita in Cina e come sia il momento di trarre vantaggio dalle valutazioni depresse. Mentre molte economie occidentali erano alle prese con l’aumento dell’inflazione e l’infinito dibattito sul tapering, il 2021 è stato considerato da Xi Jinping una “finestra di opportunità” per i responsabili politici per affrontare gli squilibri strutturali dell’economia cinese. L’inasprimento del credito e della regolamentazione in Cina, tuttavia, ha ora lasciato il posto a una stabilità politica e a forti stimoli, in un momento in cui la liquidità negli Stati Uniti si sta contraendo.L’economia cinese ha subito quattro flessioni cicliche nell’ultimo decennio: 2011-2012, 2014-2015 e 2018-2019 e 2021 fino a oggi. Queste flessioni sono state innescate da inasprimenti delle politiche, avvenuti all’inizio del 2011, 2014, 2018 e 2021 e terminati con un allentamento seguito da stimoli.Anche questa volta i policymaker cinesi sono rimasti fedeli allo stesso schema. Alla fine del 2020 avevano dichiarato di vedere il 2021 come una “finestra di opportunità” per affrontare gli squilibri strutturali. Quella “finestra di opportunità” era guidata da una forte crescita globale, che sosteneva la forza delle esportazioni cinesi, mentre l’economia domestica dimostrava un’elevata probabilità di superare il suo obiettivo di crescita annuale. In quel contesto positivo, le autorità hanno coraggiosamente spostato l’economia in un ciclo di decrescita del credito, applicato regolamenti macroprudenziali ai promotori immobiliari e al mercato immobiliare, attuando anche un ampio ripristino normativo e dell’antitrust. Nel complesso, ciò ha spostato la politica da “allentata” nel 2020 a “rigida” nel 2021, con gli asset di rischio cinesi e asiatici che hanno risentito di condizioni di liquidità più restrittive, venti contrari normativi e la prospettiva di una crescita economica più debole.L’effetto economico di queste misure restrittive ha cominciato a farsi sentire negli ultimi trimestri, con l’economia cinese in fase di rallentamento, ed è altamente probabile che la crescita continui a indebolirsi nei prossimi trimestri, dato che gli effetti dell’inasprimento continuano a diffondersi. Di conseguenza, alla fine del 2021, i responsabili politici cinesi hanno impresso una svolta alla loro politica.

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Anatomia della rotazione in corso sui mercati azionari USA

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 febbraio 2022

A cura di Alberto Artoni, Portfolio Manager US Equity di AcomeA SGR. Nell’ultimo decennio la politica espansiva della FED ha comportato un significativo aumento del bilancio della stessa Banca Centrale, come rappresentato dalla linea bianca. A fronte di questa notevole immissione di liquidità sui mercati, tutti i cosiddetti asset rischiosi si sono significativamente apprezzati. È, però, particolarmente interessante notare come all’interno della Borsa americana i titoli maggiormente legati alla tecnologia e all’innovazione abbiano beneficiato di questo trend in modo significativamente superiore al resto del mercato. La linea gialla rappresenta, infatti, il rapporto tra l’indice Nasdaq100 (rappresentativo delle aziende più tecnologiche ed innovative) e lo S&P500 (rappresentativo dell’insieme del mercato). A fronte di un cambio di politica monetaria annunciato dalla FED, segnaliamo che proprio i titoli che hanno beneficato di più di una politica monetaria espansiva potranno essere quelli maggiormente penalizzati. Oggi più che mai serve un approccio attivo. Il nostro portafoglio è in parte posizionato su due temi d’investimento. Da un lato abbiamo esposizione ad alcuni titoli della cosiddetta “old economy” (con un bias più ciclico), che riteniamo possano continuare a performare in uno scenario di inflazione. La seconda, e sempre più significativa, componente del portafoglio è composta da storie più “idiosincratiche”. Ricerchiamo aziende con possibilità di migliorare le performance operative a prescindere dalle condizioni di mercato (cosiddetto “self-help”). Ad esempio, un titolo che abbiamo in portafoglio e che ci ha già dato buone soddisfazioni è Activision (il titolo era sotto pressione a causa di problemi interni all’organizzazione e MSFT ha sfruttato un prezzo di Borsa depresso per lanciare un bid). Un altro esempio è Centene, un titolo del settore healthcare che ha potenzialità di migliorare significativamente la propria marginalità. Sicuramente non è ora di inseguire gli indici a causa dei rischi che abbiamo precedentemente elencato. Tuttavia, noi apprezziamo il ruolo dell’innovazione come motore della crescita economica e, quindi, stiamo iniziando a comprare in modo selettivo alcuni titoli tecnologici che già oggi hanno una profittabilità comprovata e una valutazione interessante. (abstract http://www.acomea.it/)

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GAM Investments: La Musa dei Mercati

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 febbraio 2022

A cura di Paolo Mauri Brusa, gestore del team Multi Asset Italia di GAM (Italia) SGR. Mentre i listini azionari cercano di ripartire, aggrappandosi alle trimestrali per attenuare l’impatto negativo della stretta monetaria che ormai coinvolge tutte le principali Banche Centrali, il mercato del credito fatica ad assorbire il rialzo dei rendimenti governativi. Siamo alle soglie del temuto bear market obbligazionario? Con le ultime dichiarazioni di Powell, il rialzo dei tassi nella prossima riunione del FOMC di metà marzo è ormai un dato di fatto. Il mercato attualmente ne prezza almeno 5 nell’anno e assume sempre più forza l’ipotesi di un primo ritocco da 50 punti base (adesso dato con un 40% di probabilità), anche se storicamente ci sono pochi precedenti. Dopo un mese di gennaio difficile per i listini azionari americani, soprattutto per il Nasdaq, stiamo assistendo in questi giorni ad un recupero generalizzato. Le trimestrali dei big della tecnologia hanno riportato un po’ di serenità fra gli operatori, superando ancora una volta le attese degli analisti. Sul fronte obbligazionario invece, le dichiarazioni di Fed e Bce e le recenti rilevazioni dell’inflazione, mantengono alta la tensione e la volatilità sulle curve governative. Anche nel segmento dei corporate bond abbiamo assistito ad un repentino aumento degli spread, abbastanza normale visto il sentiment di mercato. Non è passato, però, inosservato il forte deflusso dalle obbligazioni high yield che da inizio anno negli Stati Uniti sono stati superiori ai 7 miliardi di dollari. Come ben sanno i veterani di Wall Street, quando il mercato si avvicina ad una fase “orso” il credito è il primo a muoversi, una sorta di leading indicator per i gestori azionari.Il timore in questa fase è che le aziende altamente indebitate che finora sono riuscite a finanziarsi a tassi stracciati possano andare in difficoltà a causa del marcato rialzo dei rendimenti, magari accompagnato dal rallentamento economico che ne riduce i flussi di cassa. Di conseguenza gli emittenti più fragili sono i primi ad essere venduti. Anche analizzando l’andamento del Nasdaq rileviamo come tutte quelle aziende in fase di start-up che ancora non producono profitti, e che avevano performato estremamente bene grazie all’ingente liquidità riversata sui mercati dalle Banche Centrali, da inizio gennaio abbiano corretto bruscamente. Con i tassi reali che si stanno velocemente avvicinando alla fatidica soglia dello zero, dopo quasi due anni in territorio negativo, è in atto un repricing di tutti quei segmenti le cui valutazioni si fondano su un’ipotetica crescita futura. Il rischio, però, è che anche il resto del mercato possa seguire la stessa strada se la leva monetaria non viene gestita accuratamente. La riunione di marzo della Fed rappresenta uno spartiacque fondamentale non solo per i listini, ma anche per la ripresa economica. Se come molti pensano, le pressioni inflazionistiche sono destinate a rientrare nella seconda parte dell’anno per poi normalizzarsi nel 2023, una stretta monetaria eccessiva rischia di far deragliare i mercati con forti ricadute sul risparmio privato e sulla solidità dei bilanci delle società.

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