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Mercati finanziari: valutazioni da Goldilocks?

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 luglio 2021

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset, e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. Stabilire se i mercati azionari siano cari o meno è sicuramente un fattore determinante per effettuare le scelte di investimento in ottica di costruzione del portafoglio; e le attuali valutazioni dell’S&P500, con un rapporto Price Earnings (P/E) pari a circa 22 volte gli utili (nettamente sopra le medie storiche), sembrerebbero invitare alla cautela. Tuttavia, è anche vero che le stime di consenso per la crescita degli utili nei prossimi 12 mesi sono prossime al 20% per tutte le aree geografiche (tranne il Giappone al 16%) e che i segmenti che presentano oggi i multipli più elevati (USA e settore IT) sono anche quelli che mostrano la redditività più alta, sia in termini assoluti che rispetto alla media degli ultimi 10 anni. Il semplice rapporto P/E va quindi integrato con altri strumenti di valutazione. Come il Buffett Indicator, ideato da Warren Buffett e dato dal rapporto tra la capitalizzazione del mercato e il PIL, secondo il quale si potrebbe quasi parlare di bolla. Esistono però altre metriche che, al contrario, individuano una tolleranza di un ulteriore 20% di crescita dell’indice S&P500 prima che scatti il segnale d’allarme rosso: per le azioni statunitensi, identifichiamo tale soglia di pericolo con i livelli valutativi raggiunti durante i picchi di mercato del 2000 e del 2007. Per districarsi in questo groviglio di indicatori talvolta discordanti, un parametro sempre valido che arriva in soccorso degli investitori è quello del premio al rischio azionario (ERP, Equity Risk Premium), ossia la differenza tra il rendimento delle azioni (EY, Earnings Yield, l’inverso del Price Earnings, dato quindi dal rapporto tra utili e prezzo di mercato) e il rendimento delle obbligazioni (BY, Bond Yield).Focalizzandosi sul mercato USA, nonostante le valutazioni (P/E) non propriamente economiche e quindi un Earnings Yield compresso, grazie alla recente nuova discesa dei tassi reali (i tassi nominali depurati dell’inflazione), il premio al rischio azionario risulta tuttora generoso attestandosi l’1% circa al di sopra della sua media storica (si veda la Fig. 1). Ciò significa che, per quanto le azioni possano risultare care in termini assoluti, lo sono in misura minore in termini relativi e le valutazioni non paiono quindi tanto eccessive da spingere a ridurre drasticamente l’esposizione azionaria[1]. In sostanza, come abbiamo sottolineato più volte nel corso degli ultimi mesi, a sostenere le valutazioni azionarie sono ancora i tassi reali, in tale contesto la variabile determinante da monitorare. In seguito al movimento delle ultime settimane della parte a lunga scadenza dei tassi (swap) reali (depurati delle aspettative d’inflazione) statunitensi, con i decennali ridiscesi fino a livelli prossimi a quelli di inizio anno (-1,3% vs -1,5% di partenza), il premio al rischio azionario risulta in grado di sopportare senza eccessivi scossoni una risalita di circa 90 pb dei tassi reali (la differenza che separa l’ERP, attualmente pari al 5,5%, dalla sua media storica del 4,6%). Occorre perciò valutare quanto a lungo i tassi reali potranno permanere sui livelli depressi attuali. L’appiattimento della curva a cui stiamo assistendo sarebbe coerente con uno scenario economico di Goldilocks, come quello sperimentato nel 2017, caratterizzato da un mix di crescita modesta e bassa inflazione che consentirebbe politiche monetarie espansive a lungo. Ma questa “giapponesizzazione” della politica monetaria statunitense verso stimoli perenni appare alquanto distante dal contesto attuale, in cui forte crescita (seppur in calo l’anno prossimo) ed elevata inflazione (seppur almeno in parte transitoria) potrebbero spingere invece la Fed ad assumere un atteggiamento meno accomodante nei prossimi trimestri. Il recente movimento di discesa dei tassi reali appare quindi disallineato con i fondamentali economici. A guidarlo è stata piuttosto la dinamica dei flussi di liquidità immessi nel sistema dalla Fed dove si nota un importante il rimbalzo nel periodo post-primaverile), la volatilità dei quali ha influenzato la volatilità dei tassi reali negli ultimi mesi. Ecco quindi che la discesa dei tassi reali a lungo termine e il conseguente appiattimento della curva, non guidati dai fondamentali economici, paiono giustificati dal nuovo picco nei flussi di liquidità della Fed, tornati su livelli da stimolo monstre (pari all’11,3% del PIL USA, poco meno di quanto fatto in risposta alla grande crisi finanziaria del 2008-2009). Un fattore di rischio nello scenario delineato da Fed e mercati è rappresentato dall’inflazione salariale. Nel mese di giugno si è registrata una risalita dei salari, superiore anche all’inflazione (core – al netto delle componenti più volatili) e quindi capace di determinare un recupero di potere d’acquisto salutare per la domanda aggregata, nonostante il percorso di reintegro dei posti di lavoro persi a causa della pandemia abbia subito una battuta d’arresto, con il tasso di disoccupazione in leggero aumento al 6%. La risalita dei salari reali potrebbe causare ulteriore pressione inflazionistica, peraltro nella sua componente più persistente, un rischio ancor più rilevante se si considera che il mercato del lavoro è la priorità dichiarata del policy mix statunitense (anche se l’impatto atteso del piano fiscale potrebbe essere inferiore rispetto a quanto inizialmente ipotizzato – anche in questo caso, maggiori dettagli emergeranno dopo la pausa estiva di agosto). Per il momento, la dinamica dei dati sull’inflazione salariale è ancora troppo erratica, ma qualora si dovesse definire un trend stabile di crescita il rischio di un restringimento anticipato della politica monetaria diverrebbe più concreto, anche in vista degli importanti stimoli fiscali in attesa di approvazione dalla Camera e dal Congresso degli Stati Uniti. In definitiva, le valutazioni azionarie del mercato statunitense sono tuttora sostenute dal fatto che i rendimenti reali persistono in territorio abbondantemente negativo. I movimenti di questi ultimi allo stato attuale paiono dominati dai flussi di liquidità della Fed e disallineati invece con i fondamentali economici, lontani (e quasi opposti) al contesto di Goldilocks che giustificherebbe il recente appiattimento della curva. Sul finire dell’estate, il percorso futuro di politica monetaria e fiscale guadagnerà chiarezza, consentendo stime più accurate sulla dinamica del mercato del lavoro e dell’inflazione e sul loro impatto sull’atteggiamento della Fed: il ritiro graduale degli stimoli potrebbe portare a un riallineamento dei tassi reali con lo scenario macroeconomico, un movimento necessario che potrebbe però avere ripercussioni sul mercato azionario, chiudendo così il cerchio dell’analisi presentata. Se invece la struttura dei tassi reali si stabilizzasse ai livelli attuali la normalizzazione dei premi di rischio azionari (ERP) potrebbe avvenire in parte grazie ad un calo degli EY, ovvero un’ulteriore espansione dei multipli (P/E). Questo, a sua volta, potrebbe realizzarsi per aumento dei corsi (scenario virtuoso ma difficilmente compatibile con i tassi negativi) oppure per un calo degli utili attesi (E), ovvero per uno scenario di stagnazione che sarebbe compatibile con i rendimenti dei bond agli attuali livelli. Forse è questo il vero scenario (di rischio) per il quale il mercato mantiene un buffer.

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LGIM: la favola estiva dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 luglio 2021

I mercati emergenti sono un settore molto interessante e lo saranno anche in futuro: il dollaro è scambiato a valori al di sotto della media, la volatilità è contenuta e i prezzi delle materie prime stanno risalendo; inoltre, i flussi monetari verso i fondi sui mercati emergenti stanno aumentando (127 miliardi di dollari da inizio anno in questa asset class). Se questo trend dovesse continuare, gli inflow potrebbero arrivare a superare il totale annuo del 2019.A nostro avviso, le prospettive su questo punto sono positive: nei mesi estivi, prevediamo una robusta crescita dei rendimenti, in quanto giugno, luglio e agosto di solito fanno registrare buone performance ai mercati emergenti: negli ultimi 27 anni i rendimenti dell’indice Emerging Markets Bond Global Diversified sono state positive nel 63% dei casi a giugno, nel 74% a luglio e nel 78% ad agosto; mentre l’indice Emerging Markets Corporate Entities Bond negli ultimi 20 anni ha ottenuto il segno “+” nel 65% dei casi nel mese di luglio e nel 75% nel mese di agosto. Inoltre, quest’estate dovrebbe vedere altri effetti positivi, dovuti alle minori emissioni e ai flussi monetari in entrata in crescita.Le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI) indicano che i mercati emergenti dovrebbero crescere del 6% quest’anno – lo 0,8% in più rispetto a quanto predetto a inizio 2021. Ovviamente ci sono delle differenze interne alla categoria, con i due mercati principali, ovvero Cina e India, che registrano stime di crescita superiori all’8%, mentre quelle degli altri mercati sono comprese tra il 4% e l’8%. Andando oltre la crescita economica, i prezzi più elevati delle commodity significano un surplus di bilancio per gli EM per il terzo anno consecutivo, il quale, secondo il FMI, si attesterebbe a oltre 200 miliardi di dollari. Un ruolo di supporto molto importante lo giocano anche i fondi stanziati dallo stesso FMI, che accresceranno i volumi delle riserve di valute straniere all’interno dei mercati emergenti. Inoltre, continueranno anche i programmi di sospensione del debito previsto dal G20 e il programma di supporto a 84 economie emergenti del Fondo Monetario Internazionale, che dall’inizio della pandemia ha già portato nelle casse degli EM 110 miliardi di dollari. È molto importante ricordare che il FMI non elargisce prestiti a paesi il cui debito pubblico è considerato insostenibile o dove persistono evidenti gap finanziari.Infine, nei mercati emergenti sta diminuendo anche il numero di contagi da Covid-19 – anche se rimangono ancora problematici in America Latina – l’offerta di vaccini crescerà a partire dalla seconda metà di quest’anno e lo stesso farà la percentuale di vaccinati. Una volta sotto controllo il coronavirus, i tassi di default e di downgrade nel rating hanno già raggiunto l’apice. Fitch ha osservato che il tasso di default degli stati è salito al 4,2% dopo il collasso di Argentina, Ecuador, Libano, Suriname e Zambia – nessuno dei quali causato dal Covid-19 – e in un universo di oltre 70 nazioni che compongono l’indice Emerging Markets Bond Global Diversified.Il valore di un investimento e l’eventuale reddito da esso ricavato non sono garantiti e possono aumentare così come diminuire; si potrebbe non recuperare l’importo inizialmente investito.

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Tutto sembra sostenere le valute dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 luglio 2021

A cura di Kate Griffiths, Client Portfolio Manager del Team Emerging Debt di Pictet Asset Management. La domanda globale di prodotti dei mercati emergenti appare solida e ci aspettiamo un’ulteriore crescita. In presenza di una domanda interna debole e alla conseguente riduzione delle importazioni nelle aree emergenti, abbiamo assistito a un significativo miglioramento dei conti con l’estero delle economie emergenti. In questo modo, il posizionamento dei Paesi emergenti che già vantavano fondamentali solidi si è ulteriormente rafforzato e si sono registrati anche progressi degni di nota nella bilancia delle partite correnti delle nazioni invece strutturalmente più fragili. Ad esempio il Sudafrica e altri Paesi storicamente caratterizzati da un deficit delle partite correnti presentano ora un surplus. Inoltre, occorre considerare che le banche centrali dei Paesi emergenti sono un passo avanti a livello di inasprimento della politica monetaria: In Brasile, Russia e Turchia il ciclo di rialzo dei tassi è già cominciato e nel prossimo futuro ci saranno nuovi inasprimenti da parte delle autorità monetarie di questi o di altri Paesi. I differenziali di tasso di interesse rispetto ai mercati avanzati sono quindi in miglioramento, sostenendo le valute. Infine, l’avanzamento delle campagne vaccinali nei Paesi emergenti nel secondo semestre dell’anno si tradurrà in un miglioramento delle prospettive, più favorevoli alla crescita. Considerato che è stata riscontrata una forte correlazione tra l’evoluzione della situazione pandemica e l’andamento delle valute, notizie più incoraggianti sul fronte sanitario dovrebbero sostenere le divise emergenti. Il duplice mandato della Fed – adozione di un sistema di targeting dell’inflazione media asimmetrico e persistente focus sul raggiungimento di una forma più equa di pieno impiego – si tradurrà in un aumento dell’hurdle rate per l’inasprimento della politica della Fed e in una maggiore propensione a tollerare una risalita dell’inflazione. Per questo motivo, negli USA i rendimenti reali si manterranno su livelli depressi ancora per qualche tempo.A impattare sulle prospettive per la valuta nord-americana è anche il duplice deficit statunitense. Da un lato, il deficit fiscale è in costante aumento negli Stati Uniti per via delle misure accomodanti (programma di stimoli per l’emergenza causata dalla pandemia, investimenti infrastrutturali, ecc.) varate dall’amministrazione Biden in risposta alla situazione attuale. Dall’altro, il saldo commerciale appare sempre più ampio poiché i consumatori USA (destinatari di trasferimenti diretti di denaro da parte del governo) spendono per acquistare merci importate. Di conseguenza, si assiste a una fuoriuscita di dollari a livello globale che favorisce in particolare le aree emergenti, esportatrici di prodotti manifatturieri e questa crescente offerta di dollari in tutto il mondo alimenta le pressioni ribassiste sul biglietto verde. Infine, non possono essere ignorati i segnali di una tendenza generale alla de-dollarizzazione, seppur ancora nelle fasi iniziali. La progressiva affermazione della Cina sulla scena globale, infatti, sta accelerando il processo di de-dollarizzazione del commercio mondiale, che procede a ritmo sempre più rapido. Sempre più spesso le transazioni commerciali sono concluse al di fuori del “sistema del dollaro” e tale trend guadagnerà ulteriore slancio in seguito all’ascesa delle valute digitali delle banche centrali, tra cui la cinese CBDC sembra la più innovativa. L’egemonia del dollaro resta intatta (data l’attuale mancanza di alternative valide), ma il trend in atto è senza dubbio favorevole all’affermazione di monete di scambio alternative, anche alla luce della formazione di nuove alleanze politiche e regionali (relazioni UE/Cina, RCEP) e quindi del rifiuto di dipendere interamente dal “sistema del dollaro”.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 giugno 2021

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. Dopo la forte corsa dei mercati emergenti nell’ultimo anno, gli investitori devono ora affrontare due grandi preoccupazioni. Prima di tutto, la possibilità che nei prossimi sei trimestri o giù di lì le economie emergenti facciano meno bene rispetto a quelle sviluppate, un comportamento raro nella storia recente. In secondo luogo, i rendimenti dei Treasury USA paiono destinati ad aumentare, un fattore che, più in generale, può turbare i mercati. Normalmente, ognuno di questi fattori potrebbe suggerire un probabile ribaltamento delle sorti dei mercati emergenti (ME), ma non in questo momento. Il contesto economico, infatti, pare destinato a rimanere molto favorevole per le attività dei mercati emergenti. Come ci insegna la storia, le azioni e le obbligazioni dei mercati emergenti dovrebbero continuare a registrare un andamento eccezionalmente positivo.Le classi di attivi dei mercati emergenti offrono i risultati migliori in periodi di inflazione elevata e crescita robusta. Infatti, in questi contesti sono tra le classi di attivi con la performance migliore. Dal 1950, nei periodi in cui l’inflazione globale è stata superiore al 2% e la crescita del PIL globale al di sopra della media degli ultimi quattro anni, la performance delle azioni dei mercati emergenti ha superato in maniera significativa quella delle 25 principali classi di attivi, generando rendimenti annui medi ben superiori al 20%. Nell’ultimo decennio, gli investitori si sono talmente abituati ai timori di deflazione che in molti paiono dubitare di un ritorno significativo dell’inflazione. Eppure tutti i segnali indicano che l’inflazione potrebbe essere prossima a tornare. A marzo, l’inflazione basata sull’indice dei prezzi al consumo globale (CPI) è salita al 2,1% da un minimo dell’1% nel novembre dello scorso anno.A dire il vero, la maggior parte del recente balzo dei prezzi va ricondotta agli shock sul fronte dell’offerta: i lockdown hanno causato colli di bottiglia e tempi di consegna più lunghi, facendo aumentare i prezzi delle materie prime e di altri fattori produttivi essenziali. Tuttavia, anche se in parte queste pressioni inflazionistiche si ridurranno con la riapertura delle economie, le massicce misure di stimolo, soprattutto negli Stati Uniti, continueranno a sostenere la domanda. Stimare l’impatto finale di questi diversi fattori è complicato ma, a conti fatti, sembra sempre più probabile che l’epoca dell’inflazione bassa sia finita. Nel qual caso è sensato assumere posizioni contro tale rischio.Tuttavia, c’è la preoccupazione che la tesi a favore dei mercati emergenti non sia ancora del tutto scontata. Questo perché le economie dei mercati sviluppati sono destinate a superare quelle dei mercati emergenti nei prossimi trimestri. Allo stesso tempo, vi è il rischio di un aumento dei rendimenti dei Treasury USA e, poiché questi rappresentano il tasso privo di rischio del mercato, un simile movimento potrebbe essere un cattivo presagio per altre attività. È raro che i mercati sviluppati crescano più rapidamente delle economie emergenti nei periodi di forte crescita economica generale. Questo scenario si è però verificato nel 2010 e, in quel caso, ottennero buoni risultati sia le obbligazioni sia le azioni dei mercati emergenti: il debito in valuta locale rese il 12,7% annualizzato, mentre l’indice MSCI dei mercati emergenti generò un rendimento quasi del 19%, sovraperformando i mercati sviluppati di oltre 6 punti percentuali. Le esportazioni reali sono tornate alla loro media di lungo termine già a febbraio, crescendo del 5,2% su base annua: questo si deve quasi tutto ai mercati emergenti. È probabile che una forte crescita negli Stati Uniti e un’inflazione più elevata facciano salire i rendimenti obbligazionari dei Treasury USA, soprattutto sulle scadenze più lunghe. Gli investitori temono che tale aumento dei rendimenti possa danneggiare le attività rischiose di tutto il mondo. Storicamente, in effetti, ciò ha spesso danneggiato le attività dei mercati emergenti, ma solo quando la crescita in questi Paesi era relativamente debole o in calo. Questa, però, non è la situazione attuale.In genere, l’aumento dei rendimenti statunitensi comporterebbe un aumento dei costi di finanziamento per le economie emergenti, che a sua volta ne colpirebbe le valute. Le valute dei mercati emergenti non sono diverse dalle altre attività dei mercati emergenti in termini di performance nei diversi contesti economici. Una crescita debole in una fase di aumento dei rendimenti statunitensi è associata al deprezzamento della valuta. Una forte crescita, anche in un contesto inflazionistico, porta a un apprezzamento, in particolare nel caso delle valute asiatiche e latinoamericane. (abstract)

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Perché bisogna tornare a puntare sui mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 giugno 2021

A cura di Paolo Paschetta, Country Head Italia di Pictet Asset Management. I mercati emergenti rappresentano un’ottima opportunità d’investimento, anche se accostarsi a loro richiede un certo grado di conoscenza. Addentrarsi nel mondo degli emergenti, infatti, significa trovare all’interno un vasto numero di civiltà e mercati con caratteristiche uniche. Per questo è utile approfondirne i tratti salienti, senza fermarsi a luoghi comuni che potrebbero far perdere occasioni di rendimento interessanti o sottovalutare eventuali rischi. Queste aree del mondo – dall’Asia all’America Latina, passando per Africa, Est Europa e Medio Oriente – sono in alcuni casi caratterizzate da instabilità politica ed economica. Inoltre, lo shock esogeno causato dalla pandemia ha colpito duramente alcuni di questi mercati, ma l’avanzamento delle campagne vaccinali e la ripresa globale che tutti attendono per la seconda parte dell’anno permetterà agli emergenti di tornare velocemente ai trend di fondo che li vedevano come i protagonisti del futuro.Già prima dell’avvento della pandemia, infatti, i mercati emergenti davano la sensazione di essere sulla via di uno sviluppo particolarmente rilevante. Tant’è che secondo uno studio della società di consulenza McKinsey, pubblicato nel 2019, i Paesi in via di sviluppo entro il 2030 rappresenteranno più della metà di tutti i consumi globali. E stime della Commissione Europea ci dicono che, per allora, la classe media di Cina e India rappresenteranno il 66% del totale mondiale. Le prospettive di una graduale ripresa del commercio internazionale, poi, non potranno fare altro che tornare ad alimentare la crescita degli emergenti. A fare da volano all’area asiatica, inoltre, ci sarà la Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), un accordo di libero scambio di merci, servizi e investimenti tra 15 Paesi che rappresentano insieme il 30% della popolazione mondiale, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud e gli Stati del Sud Est Asiatico.Per quanto Cina e India abbiano economie dinamiche e in forte crescita, con il Paese del Dragone che si è ritagliato una leadership globale nel comparto digitale, ci sono anche altre aree del mondo emergente a cui vale la pena rivolgere l’attenzione. Una di queste è certamente l’Africa. Secondo un rapporto della Brooking Institutions, infatti, si stima che il continente abbia già superato l’India per numero di famiglie classificabili come classe media e avrà un mercato i cui consumi potrebbero salire fino a 2.500 miliardi di dollari entro il 2030. E dall’inizio di quest’anno, inoltre, è entrato in vigore l’accordo di libero scambio più grande al mondo in termini di Paesi partecipanti: l’African Continental Free Trade Area, con ben 54 firmatari. Una novità in grado di dare il via a uno sviluppo ancora più spedito, favorito anche dagli investimenti esteri che cominciano a fare capolino sull’area in maniera consistente. Il continente africano è pronto a crescere e lo farà con un modello differente da quanto fatto da altri. Chi vuole cercare opportunità di diversificazione, infatti, non potrà fare a meno di notare come, per esempio, in Kenya e Nigeria esistano già migliaia di società FinTech, con un ruolo degli istituti bancari tradizionali totalmente marginale.Anche l’America Latina è un mondo interessante e ricco di opportunità, sebbene in passato sia rimasto legato a un modello di sviluppo troppo dipendente dal commercio delle materie prime, fattore che ha contribuito a creare un elevato livello di diseguaglianza all’interno della popolazione, oltre a un’eccessiva fragilità dell’economia. Ora, però, l’abbattimento di molte barriere attraverso la digitalizzazione, l’aumento della fetta di popolazione rientrante nei canoni della classe media e la diffusione dei servizi su più ampia scala potrebbero dare slancio a un nuovo sviluppo dell’area che è, e rimane, una terra dalle mille opportunità, al pari dell’America del Nord. In America Latina, infatti, si nasconde un serbatoio di eccellenze e innovazione che non si mette mai abbastanza in evidenza. Si possono citare, per esempio, il sistema sanitario all’avanguardia del Cile, ai primi posti al mondo per numero di persone vaccinate contro il Covid. Oppure il caso del Costa Rica che, dal 2019, sfrutta quasi esclusivamente energia rinnovabile. Non è poi da trascurare la grande disponibilità di materie prime e di minerali. La Bolivia, per esempio, ha la più grande riserva di litio al mondo ed è pronta a produrre localmente batterie, una potenzialità da non sottovalutare in un mondo che si prepara al boom delle auto elettriche. Questi sono solo alcuni degli aspetti più interessanti di un’area del mondo ormai pronta a smarcarsi dagli stigmi attribuitigli negli anni di corruzione, instabilità economica e politica.Anche il Medio Oriente è un’area del mondo che dà segnali di maturità. Un Paese importante di quest’area, l’Arabia Saudita, ha intrapreso una politica per diventare sempre più indipendente dal petrolio con il piano di trasformazione Saudi Vision 2030. Paesi come Oman e Qatar hanno varato alcune riforme del mercato del lavoro favorevoli agli immigrati, con il probabile effetto di una maggiore capacità di attrarre e trattenere talenti e competenze dall’estero. Spostandoci, invece, sull’Est Europa, questa era l’area del Vecchio continente a crescita media più elevata prima della crisi, con una fetta consistente di popolazione che stava vedendo aumentare salari e capacità di spesa. La pandemia ha momentaneamente arrestato questo processo, ma con la ripresa dell’attività a livello mondiale è assai probabile che l’economia di questi Paesi riprenda il percorso interrotto. Paesi come la Russia, essendo comunque legati al mercato energetico, potrebbero riprendere slancio con la ripresa dei viaggi e del trasporto merci a livello mondiale. I Paesi sotto al cappello dell’Unione europea, infine, potranno presto beneficiare degli investimenti nell’ambito del Recovery Fund.Il quadro generale che si riesce a ricavare dal mondo degli Emergenti è, quindi, molto diversificato per aree regionali. Ma tutti questi Paesi, pur nelle loro diversità, hanno la caratteristica comune di offrire grande potenziale di rendimento, pur rimanendo soggetti a repentine correzioni. Quest’ultimo è un aspetto che tende a tenere lontani gli investitori più avversi al rischio, insieme al fatto che negli ultimi 10 anni si è verificata una grande dispersione di performance: tra le asset class migliori e quelle peggiori, infatti, c’è stata una differenza media del 30 per cento. Tuttavia, questo mondo complicato può rivelarsi una fonte preziosa di rendimento, se si adotta la giusta strategia. Con il fondo d’investimento Pictet-EMMA (Emerging Markets Multi Asset), Pictet ha messo in campo un approccio globale e diversificato, multi asset, che si pone l’obiettivo di andare a selezionare le varie eccellenze locali e, al contempo, controllare il rischio che caratterizza questi mercati.

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Inflazione: impatto sui mercati e conseguenze di lungo termine sui risparmi degli italiani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 maggio 2021

A cura di Michele Morra, Portfolio Manager di Moneyfarm. Negli ultimi giorni si è registrato un aumento della volatilità sui listini azionari globali. A causare la turbolenza è stata principalmente l’accelerazione dell’inflazione negli Stati Uniti. Gli investitori sono preoccupati che una rapida ripresa dell’inflazione obblighi le banche centrali a correggere la propria politica monetaria prima del previsto. Niente di nuovo, dal momento che il tema è al centro dell’attenzione degli investitori da diversi mesi, ma sempre più persone si chiedono se il percorso di crescita che ha caratterizzato i mercati azionari negli ultimi mesi sia ancora sostenibile. Crediamo che l’accelerazione dell’inflazione sia transitoria. Gran parte dell’impennata dei prezzi può essere attribuita all’effetto base. L’inflazione viene misurata su base annua e il confronto con i livelli molto bassi dei prezzi delle materie prime lo scorso anno spiega i livelli elevati raggiunti in questi giorni. Se si guarda poi all’ultima pubblicazione del Consumer Price Index negli Stati Uniti, il forte aumento dei prezzi riguarda soprattutto i settori più colpiti dalla pandemia (come le tariffe aeree, le auto a noleggio, la ristorazione e l’industria del turismo) e quindi avrà vita breve. Un altro effetto che probabilmente sta guidando in alto i prezzi è legato alla crescita della domanda aggregata: le persone hanno cominciato a consumare e stanno spendendo i risparmi accumulati durante l’ultimo anno. L’inflazione guidata dalla domanda segnala un’economia forte e, sebbene ciò possa avere un impatto negativo sulle obbligazioni, non significa necessariamente che l’azionario ne risentirà: il rischio inflazione, fino a questo momento, è stato più che compensato dall’effetto positivo legato alla crescita dell’economia. Infine, ci sono le considerazioni sul mercato del lavoro. Negli Stati Uniti e altrove il mercato del lavoro sta ancora facendo i conti con i danni causati dalla pandemia, con il tasso di occupazione lontano dai livelli precedenti al Covid-19. La Fed ha annunciato che nel rivedere le sue politiche si concentrerà prima di tutto sulla ripresa del mercato del lavoro piuttosto che sulla dinamica dei prezzi. Il mercato del lavoro, solitamente, raggiunge il proprio apice alcune settimane dopo il picco dell’attività economica e ciò rassicura sul fatto che il momento in cui la banca centrale invertirà la politica monetaria è ancora lontano. Fatte tutte queste dovute considerazioni, è sicuro che l’inflazione rimanga una variabile rilevante per i mercati finanziari nei prossimi mesi. Lasciando da parte le considerazioni macroeconomiche e assumendo il punto di vista degli investitori, l’inflazione ha sicuramente un ruolo importante nel dettare la migliore linea d’azione per gli investitori. In passato detenere la propria ricchezza sul conto corrente o altri strumenti liquidi era un’opzione che garantiva rendimenti costanti e a basso rischio in grado di proteggere il capitale dalla svalutazione dovuta all’inflazione. In altre parole, contanti e depositi pagavano interessi superiori al tasso di inflazione e dunque sufficienti a controbilanciare l’inflazione. Durante i periodi in cui l’inflazione è moderata e i tassi di interesse sono alti, tenere i risparmi in liquidità è una strategia consigliabile per mantenere e accrescere la ricchezza a lungo termine. In situazioni in cui è vero il contrario – alta inflazione e bassi tassi di interesse – mantenere il capitale in liquidità è un modo sicuro per perdere valore reale. Man mano che i prezzi aumentano, il potere d’acquisto dei risparmi può diminuire in modo drammatico. Nel grafico, è possibile apprezzare l’effetto dell’aumento dei prezzi su un capitale di 20.000€ per un periodo di 20 anni. Il tasso di inflazione considerato nella simulazione è del 2%, un livello vicino al target di inflazione di medio termine della maggior parte delle banche centrali. Quando il prezzo di beni e servizi cresce, la stessa quantità di denaro vale meno in termini di potere d’acquisto. Anche se il valore nominale del denaro rimane lo stesso, il valore reale del denaro diminuisce drasticamente. Con un tasso di inflazione del 2% su 10 anni, 20.000€ varranno quindi l’equivalente di 13.450€. La simulazione considera solo il tasso generale di inflazione, misurato su un paniere di beni e servizi diversi. Prodotti specifici possono registrare un tasso di inflazione maggiore, riducendo ancora di più il valore futuro del risparmio quando viene utilizzato per acquistarli. Prendiamo l’esempio della casa, il cui valore è cresciuto di oltre il 2% all’anno nella maggior parte delle grandi città negli ultimi 10 anni. Ciò significa che se il l’obiettivo è acquistare una casa, i soldi tenuti in contanti si sarebbero svalutati molto più del tasso generale di inflazione in questo periodo di tempo.Recentemente, abbiamo condotto uno studio confrontando la performance di un capitale lasciato nel conto deposito e quelle di un investimento bilanciato su un periodo di 10 anni. Quando si tiene conto dell’inflazione, i depositi hanno chiuso il decennio con un valore reale notevolmente inferiore rispetto a quando era iniziato. Al contrario, un investimento bilanciato avrebbe generato rendimenti reali positivi. Certo la volatilità di un investimento finanziario è superiore a quella della liquidità così come il rischio associato, ma, numeri alla mano, su un periodo lungo investire è la strada migliore per battere l’inflazione e proteggere il capitale. Questo è il motivo per cui i risparmiatori dovrebbero tenere conto dell’inflazione quando operano scelte finanziarie di lungo termine. Spesso si sente dire che l’inflazione non è un problema, perché negli ultimi anni è stata sotto controllo, ma questo modo di ragionare è completamente sbagliato perché si focalizza sul passato per prendere decisioni sul futuro.Per concludere quindi, c’è la possibilità che l’aumento dei livelli di inflazione abbia un impatto sui mercati finanziari nel breve termine, ma che l’inflazione eroda il valore reale dei risparmi lasciati in liquidità, visti i tassi di interesse bassi (fattore praticamente certo nei prossimi anni), è una certezza nel lungo termine.

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Osservatorio mercati

Posted by fidest press agency su martedì, 13 aprile 2021

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. Marzo è stato un mese tutto sommato positivo per i mercati e caratterizzato da un deciso cambio di regime rispetto all’inizio dell’anno. I tassi d’interesse per ora sembrano essersi stabilizzati e questo ha permesso al settore tecnologico e, più in generale, ai titoli growth di recuperare un po’ del terreno perso rispetto ai titoli value, che comunque hanno continuato a registrare performance positive in quest’ultimo mese. La ripresa del comparto growth però presenta alcune importanti divergenze al suo interno. Se infatti i grandi campioni di questo indice (Microsoft, Google, Facebook) hanno ripreso a marciare senza sosta dalla metà di marzo, altri comparti di questo indice, come il cosiddetto “Innovation”, stanno facendo fatica a scrollarsi di dosso la forte volatilità di fine febbraio, segnalando una decisa preferenza degli investitori per le società dal business già affermato. In questo contesto va letta, secondo noi, anche la decisa frenata da parte degli indici Small Cap rispetto alle società a più alta capitalizzazione. Dal punto di vista geografico, l’Europa ha confermato il suo momento di gloria, sovraperformando i listini a stelle e strisce ed emergenti, quest’ultimi direi grandi assenti nel festival di performance positive dell’ultimo mese. In particolare, il comparto asiatico sta prendendo una pausa dopo le performance molto positive dell’anno passato, con esso si sono fermati i grandi campioni tecnologici della rivoluzione dei consumi Made in China, Tencent e Alibaba, che sembrano ancora accusare la stretta messa in atto dal governo cinese sul settore del Fintech, con queste soffre tutto il comparto emergente. Da luglio 2020 abbiamo cominciato un percorso di ripristino della rischiosità dei portafogli. Dopo la strategia essenzialmente conservativa di febbraio e marzo dell’anno scorso, nei mesi successivi, sulla scia di un contesto macroeconomico in miglioramento, abbiamo aumentato la percentuale di asset class con profilo di rischio e rendimento più alto e lo abbiamo fatto principalmente incrementando la percentuale investita in azioni. Nel ribilanciamento di novembre avevamo espresso una preferenza per quelle società più colpite dalla pandemia, quindi caratterizzate da valutazioni più convenienti, e ci eravamo anche alleggeriti di alcuni degli strumenti obbligazionari a scadenza più lunga. Quest’ultimo ribilanciamento in sostanza conferma le nostre scelte sull’azionario e apporta alcune modifiche all’asset allocation strategica. I binari su cui si muove sono principalmente tre (fermo restando che le nostre scelte si declinano in modo differente a seconda del livello di rischio del portafoglio). In primis, l’aumento della quota azionaria. Continuiamo ad aumentare la percentuale investita in azioni su tutte le linee. Il contesto, sia finanziario sia economico, al momento presenta più opportunità che rischi. Ovviamente siamo consci del fatto che proprio in questi giorni i mercati azionari stanno raggiungendo nuovi massimi, ma dobbiamo ricordare che le nostre scelte sono sempre legate a un’ottica di lungo periodo e l’andamento dei mercati ci sembra coerente alle nostre valutazioni strategiche. I dati dell’economia reale e il livello di indici di rischio come il VIX ci consentono di guardare con fiducia ai mesi a venire ricordandoci anche che, al momento, date le valutazioni su tutte le varie asset class entro lo spettro del rischio consentito dalla nostra gestione, le azioni costituiscono ancora l’alternativa migliore per cercare rendimento nel medio-lungo termine. Anche questa volta preferiamo continuare a puntare sulle società con valutazioni più convenienti, dando continuità a una strada che per adesso ha premiato. Secondo elemento, l’introduzione di obbligazioni societarie in dollari in quei portafogli in cui l’obbligazionario non è solo un diversificatore ma anche una fonte di rendimento. I tassi d’interesse sono stati indubbiamente i protagonisti di questi primi mesi del 2021 e i movimenti sulla curva americana hanno aperto delle opportunità di rendimento nel mondo obbligazionario in dollari rispetto agli strumenti quotati in euro. Il differenziale sulla parte medio-lunga della curva inizia ad essere interessante e, anche al netto del costo di copertura del rischio valutario, offre spunti che vale la pena cogliere per aumentare la redditività della componente obbligazionaria dei portafogli. Infine, l’introduzione di obbligazioni quotate in Yuan. Per la prima volta abbiamo inserito nei portafogli Moneyfarm obbligazioni denominate in valuta cinese: una scelta coerente alla grande attenzione che la nostra gestione riserva ai trend di lungo periodo dell’economia globale. Il mondo obbligazionario a livello globale sta cambiando, soprattutto sul fronte degli emergenti, e questo tipo di strumenti ricoprirà una quota rilevante del mondo finanziario negli anni a venire. Le obbligazioni cinesi hanno storicamente mostrato caratteristiche di rischio e rendimento uniche nel nostro universo investibile. A prescindere dalle prospettive specifiche di rendimento per questa asset class, la sua esposizione a fattori di rischio come politica monetaria e inflazione cinese, che seguono traiettorie quasi indipendenti dai corrispettivi occidentali, la rende un diversificatore importante all’interno del portafoglio.

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Mercati Emergenti: quando il diritto (di prelievo) è un compromesso

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 aprile 2021

A cura di Pasquale Diana, Senior Macro Economist di AcomeA SGR. Questa settimana si svolgono a Washington i tanto attesi incontri del Fondo Monetario Internazionale (FMI), in forma ovviamente virtuale. Le ultime stime del Fondo vedono la crescita mondiale in miglioramento, con il PIL globale in crescita del 6% nel 2021, in rialzo dello 0.5% rispetto alle stime di gennaio. Questa stima nasconde però delle divergenze importanti: i paesi avanzati cresceranno del 5.1%, trainati dagli Stati Uniti (+6.4%). I paesi emergenti cresceranno del 6.7%, ma solo grazie alle performance della Cina (+8.4%) e dell’India (+12.5%). L’Africa Sub-sahariana, ad esempio, crescerà solo del 3.4%, l’America Latina del 4.6% e l’Europa Emergente del 4.4%. Questo gap di crescita è ancora più marcato se lo guardiamo da un altro punto di vista. Secondo le stime del Fondo, l’unico paese in cui nel medio periodo il livello stimato del PIL sarà superiore alle stime pre-Covid sono gli Stati Uniti. Nelle economie emergenti, la perdita totale di ricchezza rispetto alle stime pre-Covid è nell’ordine del 4-8% del PIL, con Asia (ex-Cina) e America Latina maggiormente colpite.Che cosa sta alla base del fenomeno che vede le economie ricche riprendersi dalla pandemia con un vigore superiore rispetto ai paesi emergenti? Due fattori: una politica fiscale più espansiva e una somministrazione di vaccini più efficace. Il primo fattore è legato alla possibilità che i paesi ricchi hanno di finanziare stimolo fiscale tramite emissione monetaria (quantitative easing), un privilegio legato al fatto di emettere reserve currencies. Il secondo fattore è legato agli accordi presi dai paesi sviluppati con le multinazionali farmaceutiche, grazie ai quali si sono assicurati la stragrande maggioranza delle dosi di vaccini disponibili nei primi mesi di inoculazioni. Questo vuol dire che i paesi sviluppati raggiungeranno l’immunità di gregge e riapriranno le loro economie quando alcuni paesi emergenti staranno appena iniziando a vaccinare su larga scala. In parole povere, i paesi emergenti continueranno a soffrire degli effetti della pandemia ben più a lungo degli altri. È palese che il Fondo Monetario debba giocare un ruolo importante per evitare una nuova crisi dei paesi emergenti, ma quale? Nel post-Covid, l’FMI ha messo in piedi programmi di vario genere con 86 paesi per un totale di 110 miliardi di dollari (vedi qui), ai quali vanno aggiunte altre linee preesistenti, per un totale di 250 miliardi. Questo è ancora poco rispetto al potenziale di erogazione del Fondo che ammonta a circa un trilione di dollari. Può il Fondo Monetario fare di più per aiutare i paesi emergenti? Certamente. Ma allora perché non lo fa? Non è così semplice. Per capire, dobbiamo fare un passo indietro.In sintesi, l’FMI di oggi è diverso rispetto a quello di 20 anni fa per due aspetti fondamentali. In primo luogo, il Fondo non insiste più con i paesi sul principio della libera circolazione del capitale. Al contrario, ritiene che i controlli di capitale possano, in certi casi, avere un senso. In secondo luogo, il Fondo ha abbandonato il dogma dell’austerità fiscale e spinge anzi i paesi a continuare a fare investimenti pubblici. In parole povere, il Fondo ha abbandonato la sua ortodossia economica per assumere una posizione più malleabile. Questa è senz’altro una buona notizia per i paesi emergenti, ma che dire degli investitori che hanno finanziato questi paesi? A pensarci bene, se il Fondo Monetario apre la porta a controlli di capitale (in uscita) ed è meno rigido sul consolidamento fiscale, sta implicitamente rendendo il default sul debito sovrano più probabile. Come mai? L’FMI – per suo stesso Statuto – può solo erogare prestiti ove il debito sia giudicato sostenibile. Se al paese viene richiesta meno austerità fiscale che in passato, è chiaro che uno sforzo aggiuntivo per ridurre il debito possa venir chiesto ai bondholders, tramite una ristrutturazione. In parole povere, se il debito non è sostenibile, qualcosa va fatta. Se non la fa il paese (tirando la cinghia) devono farla gli obbligazionisti (accettando una ristrutturazione). La linea dura del “proactive restructuring” è sostenuta con forza da molti accademici, i quali sostengono che i paesi emergenti devono a gran voce rinegoziare il debito con i bondholders all’interno di un programma con l’FMI. Paradossalmente però sono proprio i paesi emergenti, spesso, a non volersi avvicinare al Fondo Monetario per paura di essere obbligati dal Fondo stesso a ristrutturare il debito contratto con gli obbligazionisti privati. Questo perché temono di entrare in una spirale perversa di contenziosi legali, perdendo accesso al mercato dei capitali per diversi anni.Quindi, da un lato il “nuovo” Fondo Monetario è pronto ad aiutare i paesi, ma è comprensibilmente restio a offrire linee di credito che vengano usate per ripagare gli obbligazionisti privati. Dall’altro i paesi emergenti sono altrettanto comprensibilmente restii a iniziare un arduo processo di ristrutturazione del debito se pensano che la crisi sia in realtà solo passeggera. Nel dubbio, tendono a non avvicinarsi al Fondo. Appare poco ragionevole aspettarsi che investitori privati che hanno dato fiducia a mercati emergenti decidano di loro iniziativa di ristrutturare o condonare il debito. Sta, quindi, al Fondo stesso persuadere i paesi che è nel loro interesse prendere una linea di credito e iniziare (ove fosse necessario) un processo di ristrutturazione. Ma – per le ragioni esposte qui sopra – non è facile. Siamo quindi al punto di partenza. Che fare allora? Ecco che entrano in gioco le SDR (Special Drawing Rights), i famosi diritti speciali di prelievo. Sembra probabile che l’FMI annuncerà a breve l’emissione di 650 miliardi di dollari di SDR. Questi diritti di prelievo sono un tipo di valuta, scambiabile sul mercato con dollari o altre valute forti. Un’emissione di SDR da parte del FMI equivale, quindi, a un’immissione di liquidità nelle riserve di tutti i paesi membri del Fondo Monetario. Un paese che ha poche riserve auree e riceve SDR può scambiarle con dollari sul mercato e far fronte a pagamenti verso esteri, ad esempio. Ogni paese riceve SDR in base alla sua quota nel Fondo Monetario. I critici di questa misura sostengono che le SDR andrebbero principalmente ai paesi ricchi, che detengono la maggior parte delle quote – il che è vero. Detto questo, un’emissione da 650 miliardi di dollari equivale a un aumento significativo delle riserve in molti paesi, tra cui ad esempio Sri Lanka, Pakistan, Ecuador, Ghana, Argentina, Ucraina ed Egitto. Inoltre, non è da escludere che l’FMI possa incoraggiare in qualche modo i paesi più ricchi a cedere la loro quota a paesi più poveri.Il Fondo ha ovviamente altre opzioni, tra cui la creazione di nuove e originali linee di credito, con scadenze più lunghe e tassi più bassi. Ciò detto, per una parte significativa dei paesi rimane il timore che chiedere aiuto all’FMI possa voler dire dover ristrutturare il proprio debito. Uscire da questa impasse è difficile, e in fondo sono mesi che le posizioni non cambiano. Un’emissione di SDR rappresenta quindi una scelta facile e immediata, un compromesso non certo ideale ma che tutto sommato non scontenta nessuno. http://www.acomea.it

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È il momento di guardare ai mercati emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 aprile 2021

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset, e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. Il primo anno di pandemia ci restituisce un mondo che va a due velocità. Per una parte del pianeta, infatti, è per il momento confermata la dinamica di recupero a “V”, peraltro una “V” alquanto pronunciata. Per il resto dei Paesi, invece, la ripresa pare meno netta. Prendiamo l’Europa continentale, dove i rallentamenti sia nel processo di implementazione del piano fiscale comunitario da €750 miliardi sia nel programma delle vaccinazioni stanno gravando pesantemente sulle prospettive della regione. Tanto che abbiamo di recente rivisto al ribasso le nostre stime per la crescita economica dell’eurozona nel 2021, portandole al 4,6%. La parte di mondo virtuosa è guidata da quelle che già prima del COVID erano le prime due economie del pianeta: Stati Uniti e Cina. Due Paesi che, nonostante le divergenze e le tensioni che ne hanno minato le relazioni negli ultimi anni, paiono ancora oggi strettamente connessi dal punto di vista economico.Infatti, se da un lato l’economia del colosso asiatico marcia speditamente, sostenuta in particolare dalla produzione industriale e dalle esportazioni , al contrario quella statunitense è trainata dai consumi, con la ripartenza della produzione che è stata sinora più lenta. Di conseguenza, per essere soddisfatta questa domanda massiccia si rivolge ai beni importati e, principalmente, a quelli provenienti dalla Cina. Una domanda destinata ad aumentare ulteriormente con il nuovo piano fiscale dell’amministrazione Biden e con l’impiego della liquidità accumulata negli ultimi mesi. Torna quindi di estrema attualità il tema dell’interdipendenza economica tra Cina e USA, a dimostrazione di come il commercio globale giocherà un ruolo fondamentale anche nella ripresa post-COVID. Si tratta di un elemento che non potrà che portare beneficio ai Paesi emergenti, le cui economie da sempre sono fortemente legate alla dinamica del commercio internazionale.Questo fattore si aggiunge alle motivazioni che spingono a guardare con particolare interesse ai mercati emergenti. Tali Paesi si trovano su un percorso di crescita tendenziale strutturalmente più elevato rispetto a quello dei Paesi avanzati e il differenziale si è ampliato ancora di più nell’ultimo anno: molti Stati del mondo in via di sviluppo, soprattutto asiatici, sono stati infatti capaci di gestire in modo più efficace la pandemia e le loro economie ne stanno giovando..Se nel 2020 i mercati emergenti sono arrivati a contribuire per il 50% al PIL globale, questa quota pare dunque indirizzata a incrementarsi ulteriormente negli anni a venire: secondo le nostre stime, arriverà al 57% entro il 2030. Non solo, già oggi nell’area emergente viene realizzato il 53% dei profitti aziendali e questi Paesi sono abitati dall’84% della popolazione mondiale, fonte di una poderosa spinta demografica. Il sorpasso economico è, quindi, ormai prossimo, mentre più lento è quello sui mercati finanziari.Gli strumenti di investimento dei mercati emergenti, infatti, presentano un grande potenziale di rendimento, ma sono anche soggetti a repentine brusche correzioni. Tali episodi, che tendono a ripetersi con una certa frequenza, ogni 2-3 anni, scoraggiano gli investitori che approcciano questi mercati.Nelle ultime settimane ne abbiamo avuto un assaggio, con le azioni cinesi che hanno perso circa il 17% in un mese (in valuta locale). Nello stesso periodo le obbligazioni cinesi hanno invece guadagnato quasi l’1%. Un altro elemento che complica le scelte di investimento è appunto la grande dispersione di performance che si registra tra le attività finanziarie dei mercati emergenti. Fonte: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2021/idee-di-investimento/03/e-il-momento-di-guardare-ai-mercati-emergenti

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“I mercati emergenti globali acquistano slancio”

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 febbraio 2021

A cura di Dara White, Responsabile globale azioni mercati emergenti di Columbia Threadneedle Investments. Malgrado il suo notevole impatto su salute e benessere pubblici, la pandemia di Covid-19 non ha stravolto i poderosi trend strutturali che trainano la crescita nei mercati emergenti. Ci aspettiamo che tali tendenze acquistino ulteriore slancio nel nuovo anno e che i mercati emergenti si confermino i principali propulsori indiscussi della crescita economica globale.Il quadro macroeconomico in questo inizio di 2021 appare estremamente positivo. Alcune delle maggiori economie mondiali, Cina e Corea del Sud in testa, sono state tra le prime ad essere colpite dalla pandemia, ma le efficaci strategie di contenimento del virus hanno consentito loro di recuperare fortemente quota e di posizionarsi favorevolmente per proseguire tale ripresa. Più in generale, i mercati emergenti stanno beneficiando dell’ondata globale di tagli dei tassi d’interesse e iniezioni di liquidità. Inoltre, queste economie godono di un maggior margine di manovra rispetto ai paesi sviluppati per aumentare l’entità dell’accomodamento in ragione dei tassi d’interesse reali più elevati.Visto il contesto economico favorevole e la prospettiva di vaccini anti-Covid disponibili su larga scala nel corso del 2021, riteniamo che il principale trend di lungo termine che sostiene i mercati emergenti – la transizione da un modello di crescita basato sulle esportazioni ad uno incentrato sulla vivacità della domanda interna – si riaffermerà in maniera ancora più vigorosa.L’ascesa del ceto medio globale è la riprova più evidente di tale cambiamento strutturale. Lo scorso ottobre Brookings Institution, con sede a Washington, ha sottolineato come la Cina stia registrando l’espansione del ceto medio più veloce della storia, specificando che ciò sta avvenendo “in un momento in cui la classe media globale sta già ampliandosi a un ritmo senza precedenti, in parte grazie ad alcuni paesi limitrofi come l’India”. Il rapporto della Brookings stima che il ceto medio cinese conterà 1,2 miliardi di persone entro il 2027, rappresentando un quarto del totale mondiale. A titolo di raffronto, negli anni Cinquanta più del 90% del ceto medio mondiale viveva in Europa e in Nord America.Questa continua ascesa alimenterà una vivace domanda interna di beni e servizi, che verrà in gran parte soddisfatta da aziende nazionali in rapida espansione. Riteniamo che temi quali l’innovazione digitale, la penetrazione del commercio elettronico e dei pagamenti digitali, l’allargamento finanziario e lo sviluppo ambientale – tutti trend rinforzati dagli effetti della pandemia – si riveleranno fonti proficue di opportunità d’investimento nel 2021 e oltre.Al fine di cogliere tali opportunità continueremo a concentrarci sulle società dei mercati emergenti che si rivolgono ai consumatori nazionali. Individuiamo notevoli opportunità nei settori dei beni voluttuari, dell’informatica e dei servizi di comunicazione, dove il potenziale di crescita globale è molto promettente in quanto le imprese continuano a sviluppare prodotti e servizi in grado di soddisfare le mutevoli esigenze dei consumatori.Quello della sanità è un altro settore che ha registrato un’accelerazione durante la pandemia. Se pensiamo che la spesa sanitaria cinese è pari ad appena il 5% del PIL contro il 17% degli Stati Uniti, le potenzialità di questo settore risultano evidenti. La popolazione della Cina sta diventando più vecchia, più ricca e più malata. Le riforme rivoluzionarie hanno fatto da volano per le aziende del settore, e l’ingresso del paese nell’International Council for Harmonisation of Technical Requirements for Pharmaceuticals for Human Use (ICH) ha contribuito ad armonizzare le procedure cliniche cinesi e a renderle conformi agli standard internazionali. Di conseguenza, i tempi di approvazione e rimborso dei farmaci sono drasticamente diminuiti, il mercato è stato aperto e ciò ha sbloccato sia la domanda che la capacità produttiva. Non ci sorprenderebbe vedere il settore sanitario raddoppiare le sue dimensioni nei prossimi anni.
“Molti investitori mantengono il sottopeso sui Mercati Emergenti, ma le motivazioni per detenere questa asset class stanno diventando più forti – un numero crescente di società presentano i requisiti richiesti dal nostro stile d’investimento “quality growth” Altrove, il settore finanziario presenta sacche di crescita grazie all’innovazione digitale. In Brasile, ad esempio, i tassi d’interesse sui minimi storici stanno promuovendo gli investimenti azionari e creando nuove opportunità. Con la continuazione della deregolamentazione finanziaria, delle riforme strutturali e dell’adozione tecnologica, ci aspettiamo che aree quali le intermediazioni e i pagamenti digitali si rivelino le più promettenti sul fronte della crescita. Inoltre, benché la pandemia abbia rallentato l’agenda di riforme nei mercati emergenti, il trend di lungo termine rimane intatto. Brasile, Indonesia, India e Cina, ad esempio, stanno portando avanti importanti riforme.Molti investitori restano sottoesposti ai mercati emergenti, mentre i vantaggi di un’esposizione a questa classe di attivi diventano sempre più evidenti. Sta aumentando il numero di aziende che soddisfa i nostri criteri di investimento basati sulla “crescita di qualità”, dotate di team dirigenti solidi e favorevoli agli investitori, nonché della capacità di finanziare la propria crescita internamente, incrementando al contempo la redditività del capitale investito.Riteniamo che questa classe di attivi offra solidi vantaggi in termini di crescita e diversificazione e che il 2021 fornirà opportunità interessanti per incrementare l’esposizione.

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“Un anno bizzarro di vincitori e vinti nella regione Asia Pacifico”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2021

(Giappone escluso)”, a cura di Soo Nam Ng. Se dovessimo riassumere l’andamento dei mercati azionari asiatici (Giappone escluso) nel 2020, potremmo dire che dopo le difficoltà, la volontà di vincere e l’ingegno umano hanno trionfato. Forse un’interpretazione troppo ottimistica per un anno come questo, viste tutte le sofferenze causate dal Covid-19 a livello mondiale, ma non così tanto inverosimile se per tirare le somme ci basiamo sulla performance dei mercati azionari. Verso fine marzo i mercati azionari hanno rapidamente toccato un punto di minimo, a poca distanza dall’annuncio della Cina sull’assenza di contagi locali per la prima volta dall’emergenza di Wuhan. Gli investitori asiatici hanno recepito la notizia come un importante segnale a conferma del fatto che la diffusione del virus poteva essere fermata. Per far fronte alla pandemia, gli Stati Uniti hanno adottato ingenti misure di stimolo monetario, il che ha aiutato gli istituti asiatici a fare altrettanto senza il timore di un grave indebolimento valutario. Queste mosse hanno riacceso l’ottimismo.
Con la svolta digitale delle attività aziendali e dei consumi, le tecnologie hardware e software hanno guadagnato terreno, accelerando tendenze già in atto prima della crisi. Il sottoindice del settore informatico ha quindi messo a segno una netta sovraperformance (cfr. Figura 1), permettendo agli indici azionari di Taiwan e Corea di registrare a loro volta ottimi risultati.
La solidità dell’ecosistema digitale della Cina, fortemente rappresentato nell’indice cinese, ha contribuito a sostenere il ritorno a una crescita economica positiva nel secondo trimestre, quando la produzione ha iniziato a riprendersi una volta messa sotto controllo la diffusione del virus. Pertanto, per l’intero 2020 la Cina dovrebbe evidenziare un’espansione del 2%, superando di un ampio margine i paesi sviluppati. Tuttavia, non tutte le economie asiatiche hanno risposto altrettanto bene. I paesi maggiormente dipendenti dal turismo, come la Thailandia, sono stati duramente penalizzati. India, Indonesia e Filippine hanno fatto fatica a tenere a bada i contagi, senza contare che non hanno potuto fare affidamento sui vantaggi di un ecosistema digitale solido, in grado tenere in piedi le attività commerciali nel momento in cui gli spostamenti erano necessariamente limitati.
L’amministrazione Trump ha portato avanti l’antagonismo nei confronti della Cina, arrivando a esercitare pressioni sugli alleati affinché smettessero di utilizzare attrezzature 5G di Huawei e adottando misure volte a limitare le catene di produzione di chip a semiconduttori e sistemi di fascia alta destinati alle società cinesi. Ciò ha spinto la Cina a raddoppiare gli sforzi verso l’autosufficienza della catena di approvvigionamento, specialmente nel campo dei componenti high-tech. Tutto questo rientra nella più ampia strategia della “doppia circolazione” della Cina, che intende aumentare la dipendenza dalla propria domanda interna per sostenere la crescita economica. Il paese intende inoltre promuovere il turismo locale e migliorare la qualità dei brand cinesi affinché possano competere con i beni di lusso esteri. È importante sottolineare che questo approccio non implica un allontanamento del paese dalle reti di scambi globali, come dimostra la firma a novembre del Partenariato economico generale regionale (RCEP) guidato dalla Cina con i 10 paesi del Sud-est asiatico, Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Pechino sta altresì valutando se aderire o meno all’Accordo globale e progressivo per il Partenariato Trans-Pacifico (CPTPP), che ha sostituito il Partenariato Trans-Pacifico (TPP) in seguito al ritiro degli Stati Uniti sulla scia della strategia “America first” di Trump. La prospettiva di una ripresa post-Covid dovrebbe tradursi in ottime performance delle economie di tutto il mondo, con la crescita dell’Asia nuovamente ancorata alla Cina, dove i mercati e la Banca mondiale prevedono un’espansione del PIL reale di circa l’8%.1 In questo contesto, il 2021 dovrebbe essere un altro anno favorevole per le azioni, con performance settoriali meno polarizzate. I settori non tecnologici dovrebbero registrare una netta ripresa, ma anche le azioni delle società tecnologiche dovrebbero conseguire buoni risultati, in quanto temi come il 5G, l’intelligenza artificiale, i big data, i veicoli elettrici, il cloud computing, l’e-commerce e il video live-streaming godono ancora di un notevole slancio.

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“Monitor dei Mercati Emergenti”

Posted by fidest press agency su sabato, 13 febbraio 2021

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. A nostro avviso, la crescita del PIL reale dei mercati emergenti, dopo una contrazione nel 2020 molto inferiore rispetto a quella dei mercati sviluppati, è destinata a una decisa risalita nel 2021, con un conseguente maggiore divario rispetto ai mercati sviluppati. La crescita sarà trainata dall’Asia, Giappone escluso (8,5%), seguita dalla regione EMEA (4,5%) e dall’America Latina (+3,6%). Cosa ci spinge a credere che sia il momento giusto per i mercati emergenti? Dopotutto, i mercati emergenti hanno resistito a un decennio sprecato in termini di rendimenti, mentre l’economia statunitense, alimentata dagli stimoli, ha fatto passi avanti. Molti attivi dei mercati emergenti − azioni, obbligazioni, valute − appaiono oggi estremamente convenienti. In effetti, abbiamo questa visione sui mercati emergenti da un po’ di tempo, quindi perché riteniamo che questo sia il momento giusto? Di seguito riportiamo i cinque motivi per cui riteniamo che i mercati emergenti possano questa volta offrire risultati concreti.Le valute dei mercati emergenti si trovano ai minimi storici rispetto al dollaro (si veda il grafico sottostante). Il nostro scenario di base prevede l’indebolimento del dollaro USA, il che agevolerà i mercati emergenti, soprattutto quelli con debiti denominati nella valuta statunitense. Quella sull’indebolimento del dollaro USA è un’opinione di consenso, che potrebbe deragliare in due possibili scenari: uno in cui il contesto globale peggiora molto e uno in cui gli Stati Uniti performano meglio del resto del mondo.
Per quanto riguarda la prima ipotesi, crediamo che a livello globale il momento peggiore sia alle spalle, soprattutto per i mercati emergenti. La diffusione dei vaccini favorisce una prospettiva economica costruttiva, allontanando la possibilità di un altro “cigno nero” esogeno.Il secondo scenario, che prevede che gli Stati Uniti surclassino la crescita globale sotto l’amministrazione Biden, è una possibilità. Dopo il pacchetto di aiuti da 900 miliardi di dollari del 2020, è probabile che nel primo trimestre venga varata una seconda tranche di circa 1000 miliardi di dollari. In conseguenza di ciò, abbiamo aggiornato le nostre previsioni di crescita del PIL reale statunitense al 5,5% per il 2021. Tuttavia, è ancora un dato inferiore alla nostra stima del 6% per la crescita globale. Una forte crescita statunitense potrebbe spingere verso l’alto i tassi statunitensi e rafforzare il dollaro, incidendo sul debito dei Paesi emergenti più vulnerabili. Questo rischio rimane in ogni caso contenuto, poiché la Fed si sta impegnando a mantenere bassi i tassi per lungo tempo e gli squilibri dei mercati emergenti sono generalmente bassi, con vulnerabilità solo in due Paesi: Turchia e Sudafrica.
La produzione industriale dei mercati emergenti è in ripresa, mentre quella dei mercati sviluppati è ancora depressa, come mostrato dal grafico sottostante (a sinistra). Riteniamo che ciò sia in parte dovuto al fatto che tali mercati hanno soddisfatto la domanda di beni proveniente dai Paesi sviluppati mentre questi erano in lockdown e l’aiuto dei governi sosteneva i consumi al dettaglio.
Un altro driver fondamentale alla base della sovraperformance dei mercati emergenti è il ruolo sempre maggiore della Cina in termini di relazioni commerciali e finanziarie. Tutti i principali indicatori di attività cinesi sono al di sopra dei livelli pre-pandemici, trainati da una forte domanda interna ed estera. I consumi, che erano in ritardo, hanno guadagnato slancio grazie a condizioni di mercato del lavoro decisamente migliori. Allo stesso tempo, l’impulso al credito rimane espansivo. Prevediamo che la crescita del PIL reale salirà al 9,5% nel 2021 dal 2,3% del 2020.Il 14° piano quinquennale del Presidente Xi e gli obiettivi a lungo termine per il 2035 mostrano che l’ambizione della Cina è raggiungere uno status di “reddito elevato” entro il 2025 e raddoppiare il PIL reale pro capite entro il 2035. (abstract)

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“Individuare buone opportunità di alfa nel debito dei mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 febbraio 2021

A cura di Adrian Hilton, Responsabile tassi globali e debito dei mercati emergenti di Columbia Threadneedle Investments. Ci sono buoni motivi per ritenere che la distribuzione del vaccino nei paesi emergenti sarà più lenta e meno capillare che nei paesi più ricchi, e le ripercussioni fiscali su bilanci pubblici già fragili potrebbero rendere questi paesi ancora più vulnerabili.La graduale ripresa di questa classe di attivi dal secondo trimestre è stata tuttavia altrettanto notevole quanto lo shock iniziale che hanno conosciuto gli spread a marzo. Gran parte dell’universo dei titoli emergenti con rating più elevati presenta attualmente differenziali rispetto ai Treasury USA sostanzialmente analoghi ai livelli di inizio anno.Tenuto conto che le valutazioni dei titoli di Stato emergenti si trovano a livelli prossimi alle medie di lungo periodo, e che i bilanci sono esposti a maggiori rischi, ci muoviamo con cautela nel reddito fisso in valuta forte dato il potenziale di un ulteriore, significativo restringimento dei rispettivi spread. Il prossimo anno continuerà ad offrire interessanti opportunità di rendimento totale, soprattutto se si opererà un’oculata selezione del credito. Il debito emergente non ha ancora del tutto colmato il divario con altre aree del reddito fisso.Dopo l’assottigliamento strutturale degli spread nei primi anni del 21° secolo, è subentrata una fase in cui i mercati hanno seguito andamenti decisamente più ciclici; il credito emergente presenta una stretta correlazione con le obbligazioni societarie dei mercati sviluppati ed è ben posizionato per trarre vantaggio da una ripresa anche modesta della crescita globale nel 2021. Il contesto globale dei tassi continua inoltre a fornire supporto al debito emergente grazie all’inflazione favorevole, alle banche centrali che dovrebbero mantenere un orientamento accomodante e alla quantità di attivi con rendimenti negativi, pari all’incirca a USD 15.000 miliardi.1 Le allocazioni degli investitori internazionali in questa classe di attivi restano basse, il che fa prevedere afflussi continui negli anni a venire. Come sempre, il fatto che i mercati del debito dei paesi emergenti non siano del tutto maturi crea buone opportunità di alfa nell’ambito dei titoli di Stato e delle obbligazioni societarie in valuta sia locale che forte. Continuiamo a porre l’enfasi sull’abbinamento di analisi fondamentale rigorosa e ricerca macroeconomica per individuare le migliori opportunità in termini di rischio/rendimento. (abstract)

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Mario Draghi e reazione dei mercati

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 febbraio 2021

A cura di Michele Morra, Portfolio Manager di Moneyfarm. La notizia della convocazione di Draghi al Quirinale ha sicuramente avuto un impatto significativo sui principali indicatori italiani. In una giornata che vede tutti i listini europei in verde (influenzati anche dalle chiusure asiatiche e d’Oltre Oceano) il rendimento del FTSE MIB è superiore al 2%, con un distacco considerevole rispetto alle altre Borse europee. Anche guardando al mercato obbligazionario gli spread hanno subíto un restringimento considerevole (circa 0.10%) continuando un trend che era già in essere da marzo e portando il decennale italiano a circa 0.55%. La reazione di mercato, dunque, c’è stata ed è stata positiva. Agli investitori la notizia sembra piacere. Ricordiamo, però, che a seguito della crisi di governo gli spread avevano subito un analogo allargamento e il FTSE MIB una simmetrica sottoperformance; capiamo dunque che probabilmente ciò che piace agli investitori è soprattutto la possibilità di una risoluzione e di un ritorno alla stabilità di governo, necessaria anche per non dissipare gli aiuti derivanti dal Recovery Fund. Nel medio termine un effetto positivo potrebbe essere rappresentato dalla capacità (o dalla percezione che ne hanno gli investitori) di Draghi di sfruttare la sua autorità e la sua capacità negoziale a livello europeo per facilitare il dialogo sul programma di investimenti europeo, rafforzando la relazione tra i paesi core dell’Eurozona. Nella giornata di oggi e di domani potremmo dunque continuare a vedere un certo livello di volatilità sul susseguirsi delle notizie relative all’accettazione o meno della carica e alla formazione di un nuovo governo. Qualora Draghi dovesse diventare il nuovo presidente del consiglio sarebbe ancora presto tirare conclusioni di medio periodo sugli asset finanziari, poiché il sentiment positivo dovrà essere poi avvalorato da numeri concreti su crescita di PIL, inflazione e utili aziendali, fattori principalmente legati agli sviluppi lato COVID e al tessuto produttivo italiano. Nel lungo periodo, qualora la percezione del sistema italiano da parte degli investitori tornasse a livelli pre-2008, ci potremmo aspettare una sovra-performance dei BTP rispetto ad obbligazioni governative di altri Paesi, grazie al potenziale restringimento degli spread (0.15% pre-crisi) e a una componente cedolare più elevata. Scenario auspicabile ma difficile da prevedere in un contesto condizionato da una pandemia globale e livelli di indebitamento che porteranno nuove sfide (politiche ed economiche) nei prossimi anni. L’effetto sul FTSE MIB invece, data la composizione settoriale di quest’ultimo, ci sembra più legato alla campagna vaccinale che non agli sviluppi politici, anche se ovviamente le due cose sono interconnesse.

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Mercati emergenti: trade di breve o di lungo termine?

Posted by fidest press agency su sabato, 23 gennaio 2021

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. Tra i molti trend finanziari del 2021 troviamo sicuramente una rinnovata attenzione per il mondo emergente. Proprio questa settimana la Cina ha confermato la crescita positiva nel 2020, rinvigorendo il dibattito sull’evoluzione della geografia degli investimenti. Gli ultimi dieci non sono stati particolarmente favorevoli per chi avesse deciso di investire sui mercati emergenti. La performance di questo particolare indice, che comprende ormai un gruppo molto eterogeneo di Paesi, è rimasta stagnante. Ma quali sono le prospettive di questa particolare asset class nel mondo post-pandemia?
Andando a valutare con maggiore granularità la performance dell’indice si nota come gli ultimi 10 anni siano stati caratterizzati da una graduale divergenza tra la performance dell’Asia e quella dei Paesi Emergenti Europei (indice dominato dalla Russia che ha sofferto il crollo del prezzo del petrolio) e Sudamericani. Questa divergenza si è accentuata ancor di più nel 2020: le economie asiatiche hanno gestito la crisi legata alla pandemia in modo piuttosto ordinato e la relativa maturità di queste economie le ha rese più preparate a uno scenario recessivo globale. Questa dinamica di prezzo si è accompagnata a un significativo scostamento della composizione dell’indice “emergente”, un’etichetta che inizia a essere forse troppo eterogenea e poco idonea a rappresentare la realtà dei fatti. L’indice MSCI Emerging Markets è ormai composto per oltre l’80% da paesi asiatici. A livello settoriale, i comparti tradizionali (Financials, Materials, Energy) che pesavano quasi il 60% nel 2010 e giustificavano il raggruppamento di questi Paesi in un’unica asset class, a oggi occupano solo il 25% dell’indice, a vantaggio di settori growth e dei tecnologici. In un certo senso la dinamica in atto nell’indice emergente di MSCI è simile a quella dell’azionario americano, dove poche società muovono l’intero indice. Alibaba, Tencent, Taiwan Semiconductor e Samsung pesano per il 23% dell’intero indice. Anche il panorama obbligazionario appare molto cambiato. Se negli anni Novanta le emissioni di debito provenivano principalmente dai paesi dell’America Latina, nel corso degli ultimi 15 anni Cina e l’Asia hanno assunto una quota dominante in questo mercato.
Il 2021 sarà probabilmente caratterizzato da un rimbalzo del Pil molto significativo e ciò potrebbe giocare a favore delle prospettive di questa asset class, soprattutto per quanto riguarda la componente asiatica. I fattori che possono aiutare nel breve termine la performance, soprattutto in un’ottica relativa sono: dollaro debole, che storicamente favorisce la stabilità finanziaria e la performance economica di molti di questi Paesi, buon momentum delle materie prime che potrebbero mettere in atto una sorta di rimbalzo nel 2021, buona gestione della pandemia nei paesi più importanti dell’indice (Taiwan, Corea del Sud, Cina) e quindi conseguente rimbalzo economico più veloce e, infine, ripresa economica anche nei Paesi sviluppati.
Andando ad allungare l’orizzonte delle nostre valutazioni, non si possono ignorare questioni politiche dirimenti che andranno a definire la narrativa dominante della politica globale nei prossimi decenni. La Cina mostra un sempre maggiore attivismo per quel che riguarda la costruzione della propria egemonia regionale (e globale), con l’obiettivo di medio-lungo termine di affrancarsi sempre più dal sistema politico ed economico occidentale. Dall’altra parte gli Stati Uniti vedono la crescita del gigante asiatico con sempre maggiore diffidenza e stanno prendendo delle contromisure di tipo difensivo per limitare l’accesso delle aziende cinesi, soprattutto quelle tecnologiche, nel proprio sistema di riferimento. Per quanto concerne gli investitori è indubbio che esiste un nodo cinese ancora da sciogliere. Si tratta di un’economia sempre più matura, nella quale sono presenti aziende tra le più avanzate e promettenti a livello globale ma l’accessibilità del mercato cinese, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista finanziario, sembra sempre più legata nel lungo termine alla risoluzione delle tensioni internazionali: da una parte la Cina che proverà a utilizzare l’apertura selettiva di alcuni settori della propria economia come strumento politico di negoziazione, dall’altra lo spettro di tensioni commerciali e altre crisi politiche che resteranno un fattore di rischio concreto.
La crescita cinese (e indiana, per il prossimo decennio) in rallentamento, export stabili o in calo unitamente a una sorta di deglobalizzazione e le materie prime continueranno a pesare al ribasso sui risultati dell’area emergente. Tuttavia, i cambiamenti di cui abbiamo parlato, potrebbero in qualche modo isolare alcuni paesi dell’indice da queste dinamiche internazionali, e favorire un affrancamento dai fattori economici più tradizionali. Si impone una riflessione su quanto sia effettivamente utile considerare questo indice come un asset class univoca. Come gestori, siamo impegnati a ragionare su questa area geografica riconoscendone prima di tutto le diversità e le complessità ma siamo convinti che questo blocco di paesi ricoprirà un ruolo più importante nei portafogli multi-asset, soprattutto oggi che le geografie tradizionali sembrano offrire spunti di rendimento attesi limitati.

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Debito societario dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 gennaio 2021

Nonostante tutti i danni economici provocati a livello globale dalla pandemia di COVID, il credito societario dei mercati emergenti ha dimostrato una notevole resilienza. Non solo ha chiuso il 2020 con un guadagno del 7,1%, con le obbligazioni societarie high yield dei mercati emergenti che hanno generato un rendimento del 6,6%, ma i suoi fondamentali continuano anche a essere più interessanti di quelli delle obbligazioni societarie dei Paesi sviluppati.1 L’utilità della classe di attivi come fonte di reddito affidabile – e come alternativa alle obbligazioni speculative dei mercati sviluppati – è evidente sotto diversi aspetti. Prendiamo ad esempio i tassi di default. Nonostante le turbolenze economiche a cui abbiamo assistito nel 2020, le obbligazioni societarie dei Paesi emergenti hanno registrato il tasso di default più basso tra tutte le principali tipologie di emissioni creditizie. Solo il 3,5% degli emittenti societari high yield dei mercati emergenti è stato insolvente nel 2020, secondo i dati di JPMorgan. Per contestualizzare, tale tasso è in linea con la media di lungo termine ed è solo la metà di quello registrato dal mercato obbligazionario high yield statunitense nel 2020. È anche ben al di sotto di quello del mercato high yield europeo. Inoltre, anche i tassi di recupero per il debito societario dei Paesi emergenti sono nettamente più alti – al 42% contro il 20% delle obbligazioni high yield statunitensi per il 2020, secondo i dati di JP Morgan. La maggior parte di tali società è entrata nella crisi pandemica con livelli considerevoli di liquidità nei propri bilanci e molte di queste hanno protetto ulteriormente i propri free cash flow riducendo le spese in conto capitale.
Per contro, le società dei mercati sviluppati hanno offerto dividendi aggressivi ed effettuato significativi riacquisti di azioni. Molte sono coinvolte in attività di fusione e acquisizione sempre più frenetiche. Tutto ciò ha eroso i saldi di cassa per tutti, tranne che per i colossi high-tech, e ha portato a un incremento del debito societario in tutte le principali economie. Il tasso di insolvenza delle società dei Paesi emergenti continuerà a essere inferiore a quello delle omologhe dei mercati sviluppati per tutto il 2021. Ciò rende particolarmente interessanti i rendimenti che le obbligazioni societarie dei Paesi emergenti offrono: a metà dicembre il credito societario dei mercati emergenti investment grade offriva il 2,8%, rispetto all’1,8% e allo 0,2% del debito investment grade statunitense ed europeo. Per quanto riguarda le emissioni high yield, il credito dei Paesi emergenti rendeva il 5,5% rispetto al 4,5% delle obbligazioni statunitensi e al 2,9% di quelle europee. Considerato che, a parità di rating creditizio, lo spread sul credito high yield dei Paesi emergenti è ancora più ampio di quello sull’high yield statunitense, prevediamo un ulteriore restringimento del divario, a vantaggio del credito dei mercati emergenti. Considerati i rendimenti irrisori disponibili altrove nel mercato delle obbligazioni societarie a livello globale, gli investitori farebbero bene a considerare l’inclusione del credito dei mercati emergenti nei loro portafogli. Infatti, il credito dei mercati emergenti pare un’alternativa interessante a quello dei mercati sviluppati. (abstract by https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2021/analisi-dei-mercati-e-asset-allocation/01/fixed-income-debito-societario-mercati-emergenti-prospettive-interessanti-grazie-buoni-fondamentali)

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“Quali sono le prospettive per le azioni e i mercati statunitensi?”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 gennaio 2021

A cura di Nicolas Janvier, Responsabile azionario USA, EMEA di Columbia Threadneedle Investments. Oggi a mezzogiorno, come previsto dalla Costituzione degli Stati Uniti, Joseph Robinette Biden Jr, presterà giuramento come 46° presidente degli Stati Uniti. Ogni elezione presidenziale americana è controversa; tuttavia, la straordinaria faziosità della stagione elettorale ha portato a quello che di solito è un periodo di “buoni rapporti”, in quanto il potere passa da un’amministrazione all’altra. Mentre i Democratici hanno ora il controllo effettivo sia della Camera dei Rappresentanti sia del Senato, la debole maggioranza della Camera, insieme ad un Senato diviso, metterà probabilmente alla prova l’abilità politica del nuovo Presidente nel mettere in atto il suo programma.
Naturalmente, l’amministrazione statunitense entrante influenzerà anche il mondo del business. La nostra ricerca indica che ci saranno chiari vincitori e perdenti di settore in una presidenza Biden. Tuttavia, i cambiamenti nelle amministrazioni presidenziali raramente portano a cambiamenti sostanziali e radicali nell’economia statunitense, anche quando si passa da un’amministrazione conservatrice a una liberale, o viceversa. In termini di performance complessiva del mercato, abbiamo visto i mercati performare bene sia sotto i presidenti repubblicani sia sotto quelli democratici. Tuttavia, ci sono aspetti su cui gli investitori potrebbero voler rivolgere la loro attenzione.Il percorso dell’introduzione del vaccino Covid-19 sarà probabilmente al centro dei primi giorni di lavoro di Biden, che si è impegnato ad effettuare 100 milioni di vaccinazioni nei suoi primi 100 giorni. Per mitigare l’impatto della pandemia, prevediamo un nuovo ciclo di stimoli, un pacchetto che comprende una combinazione di sostegno aggiuntivo alle piccole imprese e pagamenti diretti alle famiglie, tra le altre cose, che sarà il primo ordine del giorno per la nuova amministrazione e il Congresso. Questo impegno potrebbe fare la differenza, poiché lo stimolo fiscale a breve termine è un ponte importante che potrebbe aiutare a superare il baratro dell’economia derivante dall’attuale crisi sanitaria.Nel corso del 2020, l’S&P 500 ha prodotto un rendimento totale di oltre il 18%, un risultato notevole se si considera che ha sopportato la più rapida discesa in un bear market della storia; utilizzando solo 16 sessioni di trading per scendere del 20% a marzo, e scendendo di oltre il 30% dal punto di massimo. Ma con le azioni che ora sono di nuovo vicine ai massimi storici, trainate da stimoli fiscali e monetari e dall’accesso a vaccini efficaci sempre più forti, la domanda principale per gli investitori dei mercati azionari statunitensi è come posizionare i loro portafogli per un’economia che torna alla normalità dopo lo shock del Covid-19? In questo contesto, crediamo che un approccio attivo e disciplinato, alimentato da una profonda ricerca di base, abbia senso.Per quanto riguarda i settori, è probabile che ci saranno vincitori e vinti a causa dei cambiamenti di politica, mentre gran parte del contesto politico ed economico continuerà a essere in evoluzione. Pertanto, il nostro team di US Equity sta lavorando a stretto contatto con il nostro team di Ricerca Fondamentale per analizzare i temi principali che guideranno il nostro posizionamento di settore e la selezione dei titoli nei mesi e negli anni a venire. Con l’aumento della volatilità e la crescente dispersione dei rendimenti azionari, è più importante che mai contenere il fenomeno. Capire come le singole aziende si comporteranno probabilmente in un ambiente dominato dai principali temi che abbiamo identificato, è probabile che si presentino opportunità significative nei prossimi trimestri e anni. Si tratta di una situazione che favorisce fortemente un approccio attivo e bottom up alla selezione dei titoli basato sulla ricerca fondamentale.
La transizione pacifica del potere in America risale al 1797, quando George Washington passò le responsabilità dell’Ufficio del Presidente degli Stati Uniti a John Adams. Dato il divario politico che il Paese sta conoscendo in questo momento, sarà importante che gli investitori superino una tendenza a reagire in maniera emotiva. La storia ci dice che l’economia e i mercati andranno avanti. Rimarremo impegnati a sostenere i nostri clienti e a mantenere il loro successo come nostra priorità.

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Africa e nuovi mercati. Altro che protezionismo…

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 gennaio 2021

La notizia è clamorosa, ma non ne parla nessuno, fuorchè Radio Radicale che, se non ci fosse bisognerebbe inventarla per il servizio informativo che svolge relativamente a un continente che preoccupa gli europei solo per i migranti.Dunque, da “Africana”, la rubrica di RR, apprendiamo che è stato sottoscritto un accordo fra tutti gli Stati africani per l’istituzione della zona continentale di libero scambio, il che porterebbe ad un aumento di più del 50% del commercio nei prossimi due anni.L’Africa si estende per 30 milioni di kmq (l’Italia per 300 mila kmq), ha una popolazione di 1,3 miliardi di persone. Abbonda in risorse naturali: detiene il 90% del cobalto mondiale, il 90% del platino, il 50% dell’oro, il 98% del cromo, il 70% della tantalite, 64% di manganese e il 30% di uranio, e abbonda, inoltre, di petrolio e gas, ma è un continente povero.La libera circolazione di merci, di persone, di servizi e dei capitali sono stati gli elementi che hanno caratterizzato l’evoluzione dell’Europa verso mete di prosperità mai raggiunte prima. I governi africani lo hanno capito: chiudersi nei propri ambiti non risolve i problemi. In Europa (Brexit docet), purtroppo, c’è qualcuno che non lo ha ancora capito. Primo Mastrantoni, segretario Aduc

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Il mondo che verrà

Posted by fidest press agency su sabato, 26 dicembre 2020

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset, e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management.A giudicare dai mercati finanziari, il 2020 non sembrerebbe un anno tanto sciagurato. Eppure, mentre i listini azionari, sospinti dalle manovre monetarie e fiscali espansive, si avventurano su nuovi massimi (l’S&P 500 ha rotto la barriera dei 3’700 punti), il mondo si trova ancora alle prese con la seconda ondata della pandemia di COVID-19, che ha messo in ginocchio il sistema sanitario, economico e sociale dell’intero pianeta. Ora che l’anno volge al termine, le buone notizie riguardo alla realizzazione di vaccini efficaci contro il coronavirus sono intervenute a restituire la speranza di un ritorno alla normalità a cittadini, imprese e governi di tutto il mondo. Dal punto di vista economico, questo vorrebbe dire un rientro dell’economia globale su un percorso di crescita tendenziale, seppure su un livello più basso rispetto a quello pre-pandemico (nello scenario base elaborato dall’OCSE, perché il PIL globale torni al livello di fine 2019, occorrerà attendere l’ultimo trimestre del 2021). Ma l’incertezza rimane elevata e si rispecchia nella dispersione delle previsioni: la somministrazione delle prime dosi del vaccino sarà sufficiente a evitare una terza ondata di contagi? Le persone saranno effettivamente disposte ad assumere il vaccino? Si riuscirà a raggiungere la soglia di soggetti immunizzati necessaria per ottenere l’immunità di gregge? Sono questi alcuni dei quesiti a cui allo stato attuale è difficile trovare una risposta certa e che rendono particolarmente complicato l’esercizio di fare previsioni economiche per il 2021 (la forbice tra scenario migliore e scenario peggiore dell’OCSE è di $7’000 miliardi, circa l’8% del PIL mondiale di quasi $88’000 miliardi a fine 2019).Lo stato di estrema incertezza non è l’unico lascito di questo 2020 all’insegna della pandemia. Come un devastante terremoto, il coronavirus ha prodotto delle profonde fratture sul piano economico e sociale. Se, infatti, a livello globale si è allargato il differenziale di crescita tra i Paesi emergenti, con l’Asia e la Cina in testa, e i Paesi sviluppati, tra i quali l’Europa è rimasta più di tutti indietro, allo stesso modo è aumentata la disuguaglianza tra classi sociali, con i dati che evidenziano come i più colpiti dall’ondata di disoccupazione provocata dal COVID siano i ceti a reddito più basso. Una problematica particolarmente sentita nei Paesi anglosassoni e soprattutto negli Stati Uniti, dove mancano ammortizzatori sociali come la cassa integrazione (non a caso, durante il picco della crisi di quest’anno l’amministrazione Trump si è trovata costretta ad effettuare sostanziosi trasferimenti diretti ai cittadini). Le ripercussioni potrebbero essere più profonde e durature del previsto, visto che, anche tra i ragazzi, quelli provenienti dal quartile con il reddito più basso hanno potuto ricorrere alle forme di istruzione online in misura molto inferiore rispetto ai loro coetanei delle famiglie più abbienti. Lo squilibrio è talmente forte che persino il Presidente della Fed Jerome Powell ha sentito il bisogno di nominarlo più volte nel corso degli ultimi mesi.Come effetto positivo del coronavirus, quest’anno si è diffusa ancor di più rispetto al passato la consapevolezza dell’urgenza di agire per la tutela dell’ambiente: il calo delle emissioni di CO2 registrato nel 2020 ha dimostrato che è ancora possibile avere un impatto benefico. In questo caso, il tema è particolarmente caldo in Europa. Il Vecchio Continente si è sempre mostrato all’avanguardia sulle politiche ambientali, fissando per primo l’obiettivo delle zero emissioni nette entro il 2050, e ha recentemente rivisto gli obiettivi intermedi per il 2030, rendendoli ancora più stringenti: si punta ora a una riduzione delle emissioni di almeno il 55% rispetto al livello base del 1990 (precedentemente, il target per il 2030 era un taglio del 40%).Dopo oltre un decennio dominato dall’intervento delle banche centrali (dalla grande crisi finanziaria in poi), il 2020 sarà probabilmente ricordato anche per il passaggio di testimone dalla politica monetaria a quella fiscale. La prima, infatti, sembra avere ormai poco spazio di manovra residuo, dopo aver immesso quest’anno una quantità record di liquidità nel sistema economico nel tentativo (finora riuscito) di garantirne la stabilità finanziaria.In base a quanto detto finora, nei Paesi anglosassoni l’azione dei Governi sarà volta anzitutto a ridurre la disuguaglianza economica e sociale, mentre nell’Unione Europea la green rule sembra portare finalmente al superamento delle divisioni ideologiche all’interno della regione e alla condivisione di politiche di bilancio comuni, talora anche con fini redistributivi. In questo quadro, l’Italia si trova certamente a godere di condizioni finanziarie particolarmente favorevoli per due fattori concomitanti: 1) compressione dei premi di rischio ben al di sotto della norma (il fair value della componente di rischio credito sarebbe attorno ai 180pb) e 2) grazie al Next Generation EU, l’Italia diventa prenditore netto di finanziamenti (e trasferimenti) in ambito EMU. Tale circolo virtuoso porta il costo del nuovo debito vicino allo 0 con un risparmio nella spesa per interessi (oggi circa il 3,5% del PIL) che, finché i tassi medi all’emissione si mantengono a livelli così bassi, si trasmette gradualmente all’ingente stock di debito (158% del PIL). Per far sì che il mercato rimanga clemente nei confronti del BTP anche nel momento (ancora lontano, non prima del 2022) in cui verrà meno il sostegno della BCE, l’Italia deve necessariamente sfruttare l’occasione attuale per fare le riforme e presentarsi tra qualche anno con una ritrovata competitività. E chissà che il mondo che verrà non sarà in fin dei conti migliore. Fonte: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2020/analisi-dei-mercati-e-asset-allocation/12/il-mondo-che-verra

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 dicembre 2020

A cura di Sabrina Khanniche e Mary-Therese Barton di Pictet Asset Management.Prima della pandemia il rallentamento della crescita economica di alcune economie dei mercati emergenti era stato dettato dalla loro vulnerabilità. Come mostra la Fig. 1, i Paesi in basso a destra (Brasile, Egitto, Ucraina, Sudafrica) hanno avuto uno spazio fiscale limitato per affrontare la crisi sanitaria, considerati i rapporti debito pubblico-PIL già elevati.Dall’inizio dell’attuale crisi abbiamo assistito a un’impennata dei rapporti debito/PIL come conseguenza della recessione. Al momento, i mercati sono relativamente tolleranti verso deficit fiscali e livelli di debito pubblico più elevati (che monitoriamo attentamente), ma saranno necessari alcuni interventi per ripristinare la sostenibilità fiscale una volta avviata la ripresa.Il nostro modello proprietario per il “Punteggio di sostenibilità del debito” ricerca una potenziale deviazione negativa dell’indebitamento pubblico prima che diventi irreversibile, utilizzando una serie di dati verificati. In aggiunta, il “Punteggio del debito a breve termine” rileva i cambiamenti di dinamiche a breve termine in base ai dati trimestrali. Nella Fig. 2 riportata di seguito combiniamo le ultime rilevazioni di entrambi i modelli.In secondo luogo evidenzia i mercati che stanno registrando cambiamenti a breve termine che potrebbero indicare miglioramenti o peggioramenti nel loro punteggio di sostenibilità del debito a lungo termine. Cile e Turchia presentano margini in miglioramento.Al contrario, molti mercati stanno assistendo a deterioramenti a breve termine con possibili conseguenze a lungo termine: soprattutto le Filippine, ma anche Malesia, Cina e Romania. L’opinione sul Brasile di Mary-Therese Barton, Head of Emerging Market Debt. Il Brasile è stato uno dei Paesi più colpiti durante la crisi del COVID-19 con un grande numero di contagi, rigide limitazioni e significativi problemi economici. La risposta della politica fiscale e monetaria è stata tempestiva e molto importante, con ingenti sussidi sociali e un consistente ampliamento dei bilanci fiscali, accompagnati dall’allentamento della politica monetaria e dall’immissione di liquidità.Il grande stimolo fiscale in Brasile presentato di seguito, occorso durante un periodo di crescita del rapporto debito/PIL, ha destabilizzato gli operatori di mercato. Inoltre, i tassi di interesse molto bassi hanno penalizzato la valuta, già penalizzata da un contesto complessivamente difficile per le valute dei mercati emergenti.Negli ultimi tempi, tuttavia, è innegabile che il real brasiliano (BRL) sia diventato oggetto di una vicenda sempre più nazionale/idiosincratica, fortemente incentrata sui risultati della politica fiscale. Sebbene prevediamo un miglioramento del contesto estero grazie a una ripresa globale graduale, per quanto irregolare, e la prospettiva di un vaccino nel 2021, riteniamo che il real continuerà a essere dominato dal flusso di notizie sulla politica fiscale nazionale e dal quadro politico.In particolare, riteniamo che il Brasile debba definire politiche chiare per il mantenimento del tetto massimo di spesa fiscale prevedendo un graduale ritiro delle misure fiscali temporanee, identificando tagli alla spesa e promuovendo un programma di riforme più ambizioso. Se questo scenario dovesse avverarsi, con ogni probabilità nei prossimi mesi, riteniamo che il premio di rischio specifico per il Brasile possa essere scontato dalla valuta, consentendo al real di rafforzarsi.Il ripristino della credibilità fiscale in Brasile, insieme al miglioramento dei dati sulla crescita e sull’andamento del Coronavirus, al contesto favorevole alle materie prime e a un saldo estero positivo dovrebbero tradursi in un’inversione della significativa sottoperformance di quest’anno. Naturalmente, se il limite di spesa non dovesse essere rispettato, ciò potrebbe comportare un’ulteriore debolezza della valuta, dal momento che il problema della sostenibilità del debito diventerebbe lo stimolo principale degli attivi brasiliani. Fonte Pictet Asset Management: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2020/idee-di-investimento/11/monitor-dei-mercati-emergenti

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