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Capital Group: L’aggressivo programma di inasprimento delle politiche dalla Fed potrebbe comportare ulteriori turbolenze sui mercati

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 luglio 2022

By Darrell Spence, Economista specializzato negli Stati Uniti di Capital Group.Con un rialzo dei tassi da 75 punti base, il suo singolo provvedimento più rilevante da quasi 30 anni a questa parte, la FED ha segnalato che il suo obiettivo principale è ridurre l’inflazione. L’istituto è passato ad un orientamento di policy più aggressivo in seguito alla pubblicazione del rapporto sull’indice dei prezzi al consumo (IPC) di maggio, che si è rivelato più negativo del previsto: l’indice è infatti cresciuto dell’8,6%, trainato da pressioni generalizzate sui prezzi. In assenza di segnali che tali pressioni abbiano raggiunto il proprio picco, e con l’aumento del rischio che l’inflazione entri in una spirale incontrollata, la Fed manterrà con tutta probabilità un atteggiamento aggressivo, salvo nell’eventualità di un brusco inasprimento delle condizioni finanziarie.Al momento assistiamo ad una significativa inversione del tratto a breve della curva dei rendimenti, con i futures sui tassi d’interesse che segnalano un picco del tasso sui Fed Fund in corrispondenza del 4% verso metà 2023 ma anche, successivamente, tagli per 50 pb. Si tratta di ipotesi plausibili considerando che il mercato continua a scontare la prosecuzione dei rialzi. Se da una parte continuiamo a ritenere che le pressioni inflazionistiche rimarranno elevate e che la Fed dovrà mettere in atto un’ulteriore stretta, crediamo anche che l’istituto porrà particolare attenzione al potenziale impatto sui mercati dell’inasprimento delle condizioni finanziarie. Sebbene rimanga estremamente concentrata sull’inflazione e abbia dimostrato un’elevata tolleranza nei confronti del calo del prezzo degli asset, la Fed non ignorerà la necessità di una certa stabilità nei mercati.Con il mercato che sconta già un picco del tasso sui Fed Fund in corrispondenza del 4% e rialzi per 200 pb previsti per le prossime tre riunioni della Fed, il rischio/rendimento legato al fatto di conservare una duration ridotta diviene via via meno interessante. La duration misura la sensibilità del prezzo di un’obbligazione alle variazioni dei tassi d’interesse. Mantenere un’esposizione alla duration e alla curva vicina ai propri valori neutrali risulta attualmente conveniente dato che ci avviciniamo a quello che sarà a mio avviso un periodo volatile per i mercati fino alla fine dell’anno.Stiamo iniziando ad assistere allo sviluppo di una moderata spirale salari-prezzi negli Stati Uniti, e guardando all’attuale situazione è davvero difficile capire come sarà possibile far tornare l’inflazione al target del 2% fissato dalla Fed senza trascinare l’economia in una recessione. Non potendo risolvere il problema delle strozzature sul fronte dell’offerta, se l’istituto vuole davvero ridurre l’inflazione dovrà far diminuire la crescita e aumentare la disoccupazione.L’unico modo di porre fine alla spirale salari-prezzi, a nostro avviso, è far rallentare notevolmente il mercato del lavoro spingendo al rialzo il tasso di disoccupazione. Prima che la crescita dei salari inizi a mostrare segni di moderazione, pertanto, potrebbe servire un incremento del tasso di disoccupazione di due o perfino più punti percentuali. Pertanto, nonostante i bilanci di famiglie e imprese siano al momento robusti, risulterà molto difficile evitare una recessione nel 2023.Tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo gli utili aziendali saranno messi probabilmente sotto pressione dal peggioramento del contesto economico. Sebbene il risvolto positivo dell’inflazione sia che è in grado di spingere al rialzo la crescita degli utili, quest’ultimo costituisce in genere un fenomeno di breve durata compensato infine dalla riduzione delle attività provocato potenzialmente dall’inflazione stessa, nonché dalla relativa risposta sul fronte delle politiche monetarie. Secondo le nostre previsioni nel 2022 gli utili per azione delle società che compongono lo S&P 500 cresceranno del 7%, per poi tuttavia ridursi di quasi il 10% nel 2023. Nel 2023 il multiplo prezzo di mercato/utili sarà pertanto pari a 18,7. Si tratta di un valore ancora elevato per il contesto da me pronosticato sul versante dei tassi d’interesse, e sussiste la possibilità di ulteriori revisioni al ribasso delle previsioni sugli utili.In conclusione, le fasi ribassiste legate alle recessioni tendono ad essere più profonde e durature, e i dati storici mostrano che in tali fasi (definite in questo caso da un calo minimo del mercato del 15%) la mediana del calo esibito dai mercati è pari al 33,9%, mentre la mediana della relativa durata è pari a 17 mesi: prima che i mercati tocchino il fondo, pertanto, potremmo continuare a sperimentare una certa volatilità di mercato e ulteriori ribassi.Grazie al suo orientamento più aggressivo la Fed continua a recuperare credibilità; i mercati rimarranno tuttavia volatili e gli asset rischiosi sotto pressione. Abbiamo sperimentato un lungo periodo caratterizzato da tassi bassissimi nel corso del quale le cosiddette azioni ad elevata duration hanno registrato performance decisamente buone. Purché tali titoli growth avessero delle buone prospettive a lungo termine non importava che i loro emittenti fossero profondamente in perdita. Questa dinamica si è invertita, dato che il tasso di sconto sui titoli azionari è salito insieme all’impennata dei rendimenti. Sui mercati, al contempo, c’è molta meno liquidità per via del passaggio dal quantitative easing al quantitative tightening. Data la minore liquidità gli investitori non sono più disposti a finanziare aziende attualmente in perdita in vista di una crescita futura. Insieme alle azioni, pertanto, sono state messe sotto pressione a vendere molte asset class più rischiose, come credito privato, private equity, criptovalute e finanziamento di operazioni di M&A.Le valutazioni azionarie hanno iniziato anch’esse a contrarsi data la compressione dei margini di profitto provocata a sua volta dall’aumento dei costi di produzione. Il maggiore potere negoziale dei lavoratori comporta infatti un aumento del costo del lavoro per le aziende. L’inasprimento dei rischi legati alle catene di approvvigionamento, allo stesso tempo, costringe le imprese ad abbandonare il modello delle scorte “just-in-time” e a dotarsi di ridondanze.Ciò detto, oggi i fattori negativi sono più facili da rilevare. I trend sono più evidenti e dunque vengono scontati rapidamente dai mercati. Nel lungo periodo, tuttavia, il fatto che i lavoratori godano di un potere negoziale strutturalmente maggiore rappresenta a mio avviso uno sviluppo positivo. È una buona notizia per le famiglie, e ciò che fa bene ai consumatori nel lungo periodo fa bene anche all’economia. Per il futuro prevedo temi d’investimento basati sull’innovazione, robusti e di lungo periodo, e ritengo che le aziende sopravvivranno e prospereranno man mano che gli investitori separeranno il grano dalla paglia.

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Monitor dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 luglio 2022

A cura di Sabrina Khanniche, Senior Economist di Pictet Asset Management. La rivoluzione digitale non è solo una manna dal cielo. Per i mercati emergenti potrebbe rivelarsi una vera e propria magia economica. La digitalizzazione, infatti, potrebbe consentire a questi Paesi di saltare a piè pari alcune lunghe fasi di sviluppo economico. In pochi anni, i Paesi emergenti stanno velocizzando interi decenni di investimenti di questo tipo, grazie a telecomunicazioni mobili efficienti e relativamente economiche e a fonti energetiche locali e sostenibili. Ciò, a sua volta, apre a un livello di efficienza economica senza precedenti, offrendo a un numero sempre crescente di persone accesso a informazioni (che si tratti di prezzi di mercato o di istruzioni su come riparare un motore) e servizi essenziali per la crescita economica, come quelli relativi al settore finanziario e bancario.La digitalizzazione ha visto accelerare l’adozione di nuove tecnologie. È facile dimenticare quanto tempo ci sia voluto prima che tecnologie che ora diamo per scontate si affermassero, anche nelle principali economie mondiali. Nel 1915, ad esempio, appena il 10% degli americani poteva permettersi un’automobile. Solo nel 1989 questa percentuale ha raggiunto il 90%. Per quel che riguarda l’energia elettrica, ci sono voluti 40 anni per raggiungere gli stessi livelli di adozione. Per la rete telefonica fissa, 66 anni. A confronto, la penetrazione dei telefoni cellulari ha richiesto solo 22 anni e i computer hanno impiegato poco più in termini di tempo per affermarsi allo stesso modo.La simultaneità tra questi progressi tecnologici e il calo dei costi ha avuto un forte impatto sulle economie emergenti. Secondo un’analisi condotta dai ricercatori di Our World in Data (Oxford University), l’adozione di una linea telefonica fissa è poco frequente in Paesi con redditi pro capite compresi tra i 7.000 e gli 8.000 dollari. Al contrario, non esiste una chiara soglia di reddito per l’adozione di dispositivi di telecomunicazione mobile. Nel 2017, non c’era nessun Paese dell’Africa subsahariana con più di 10 abbonamenti di telefonia fissa per ogni 100 persone e la maggior parte di essi ne aveva sostanzialmente meno di 1. A titolo di confronto, gli Stati Uniti ne avevano 36. Eppure, alla stessa data, quasi tutti i Paesi africani avevano più di 25 abbonamenti di telefonia mobile; molti ne avevano anche più di 100. In termini economici, l’età media inferiore e una solida infrastruttura tecnologica offrono un potenziale vantaggio competitivo ai Paesi meno sviluppati. Circa il 90% della popolazione mondiale con meno di 30 anni vive in questi Paesi. A livello globale, ad esempio, uno dei tassi più elevati di penetrazione di dispositivi mobili si trova nel sud-est asiatico. In effetti, la crescita dell’economia digitale ha guidato la ripresa dalla pandemia di COVID nel sud e nel sud-est asiatico, anche grazie alla forte diffusione degli smartphone in molti di questi Paesi.In questo nuovo mondo, fintech e big tech sostituiscono le banche come nuovi intermediari nell’offerta di credito. Le piattaforme fintech decentralizzate consentono ai singoli fornitori di prestiti online di interagire direttamente con chi riceve il prestito, sia che ciò avvenga in un contesto peer-to-peer, che in un marketplace dedicato. E c’è spazio per un’evoluzione tra i vari servizi. Con WeChat Pay, ad esempio, il gruppo tecnologico cinese Tencent ha ideato una superapp e un intero ecosistema in Cina, mentre Mercado Libre ha ideato il sito di e-commerce più popolare dell’America Latina, adottando un approccio simile. I governi di alcuni Paesi emergenti sono ben consapevoli dei vantaggi che può offrire il digital banking. Le autorità di regolamentazione brasiliane, ad esempio, si sono sforzate di aprire i propri mercati ad alternative digitali. Corea del Sud, Cina e Taiwan hanno un ruolo critico nel settore dei semiconduttori e in tutta la sua filiera: nel complesso, l’Asia orientale ospita tre quarti della produzione globale di chip.[8] La loro importanza sembra destinata a continuare, anche perché i governi dell’ASEAN sostengono gli investimenti in questo comparto e diversi Paesi si stanno specializzando in diverse aree di questo settore.[9] Ecco quindi che ricerca, sviluppo e progettazione di chip sono fortemente concentrati in Malaysia, Singapore, Vietnam, Filippine e Thailandia, la produzione di wafer in silicone avviene per lo più in Malaysia e a Singapore e la fabbricazione dei back-end avviene, per la maggior parte, negli stessi Paesi e in Indonesia.Il futuro digitale, però, non deve essere dominio esclusivo delle nuove economie: non è ancora tempo di mettere da parte gli operatori consolidati, soprattutto perché conoscono bene la loro clientela locale. Filiali e canali fisici rimangono importanti e, sebbene le banche stiano ridimensionando le proprie reti di penetrazione, non stanno affatto pensando di eliminarle del tutto. Neanche in Corea del Sud, in cui i tassi di diffusione di smartphone e banda larga sono tra i più alti al mondo, Internet costituisce l’unico canale di vendita di polizze assicurative per la casa o per l’auto, o ancora per la negoziazione di titoli. Nelle economie emergenti le criptovalute sono già state adottate in misura significativa nei flussi internazionali, tanto da preoccupare alcune banche centrali. Il Fondo Monetario Internazionale ha già sottolineato i rischi che le banche centrali dei mercati emergenti corrono a causa della dollarizzazione dei loro sistemi di pagamento e ha evidenziato gli ulteriori rischi posti dalle criptovalute. Ma ha anche sostenuto che le politiche macroeconomiche in questi Paesi potrebbero essere rafforzate qualora le singole banche centrali creassero le loro stablecoin (vale a dire criptovalute agganciate alle valute esistenti). Fonte https://am.pictet/it/italy/articoli/2022/idee-di-investimento/07/monitor-dei-mercati-emergenti#PAM_Section_7

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Robeco: La Sfida delle tre vette: la corsa dei mercati contro il tempo

Posted by fidest press agency su domenica, 17 luglio 2022

A cura di Colin Graham, Head of Multi-Asset Strategies di Robeco. La crescita globale non riprenderà slancio finché le recenti impennate dei prezzi e gli aumenti dei tassi utilizzati per contrastarle non avranno raggiunto lo zenith. Solo allora il dollaro USA, il cui rafforzamento ha spinto al rialzo il costo del commercio estero e messo sotto pressione le economie emergenti, comincerà a indebolirsi. Proprio come la famosa Sfida delle tre vette del Regno Unito, in cui i corridori devono raggiungere le cime delle montagne più alte di Scozia, Inghilterra e Galles entro un tempo prestabilito, tutti e tre i picchi economici dovranno essere superati nella seconda metà del 2022 affinché i mercati possano stabilizzarsi. a prima vetta da conquistare è l’inflazione, che ha subito un’accelerazione a causa dei cospicui aumenti dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari dopo la fine della pandemia di Covid-19 e per effetto della guerra Russia-Ucraina. Negli Stati Uniti e nell’eurozona l’inflazione ha raggiunto rispettivamente l’8,6%, il livello più alto dal 1981, e l’8,1%, il valore più alto di sempre. Prima della pandemia, l’inflazione era rimasta stabilmente al di sotto del 2% per molti anni. La montagna successiva da scalare è quella dei tassi d’interesse, che sono stati innalzati in tutto il mondo per combattere l’inflazione. All’aumentare dei tassi l’indebitamento diventa più costoso e i consumatori hanno quindi meno soldi da spendere. Il rialzo dei tassi, tuttavia, ha anche effetti collaterali, tra cui l’ulteriore apprezzamento del già costoso dollaro USA. Secondo le proiezioni, il tasso sui Fed Fund statunitensi dovrebbe salire al 3,5% circa dall’1,75% di fine giugno, il che si costituirebbe il maggior rialzo dei tassi in un anno solare dal 1980. Nel 1994, anno in cui si è registrato quello che viene generalmente considerato un ‘atterraggio morbido’, i tassi statunitensi sono balzati al 2,5%. Pertanto, il ciclo di inasprimento oggi è più difficile, perché l’economia ha bisogno di un’analoga reazione. La terza sfida è rappresentata dal dollaro USA, che ha raggiunto un massimo ventennale rispetto alle principali valute mondiali. Tradizionalmente considerato un bene rifugio in tempi difficili, l’apprezzamento del biglietto verde accresce il costo delle materie prime quotate in dollari. Questo a sua volta si ripercuote negativamente sui mercati emergenti che fanno affidamento sulle esportazioni di commodity e hanno bisogno di finanziamenti in dollari.Una volta che le aspettative sui tassi d’interesse e sull’inflazione degli Stati Uniti avranno raggiunto un picco, possiamo aspettarci che il dollaro USA faccia altrettanto. Non sappiamo con certezza se questo avverrà prima, durante o dopo gli altri due picchi. Ma è importante monitorare l’andamento della valuta statunitense, che suscita l’interesse di una gamma quanto mai eterogenea di trader e detentori non orientati alla massimizzazione del profitto.Al momento, i principali driver del biglietto verde – vale a dire i differenziali di interesse, i differenziali di crescita e i flussi di capitali indirizzati verso ‘beni rifugio’ – sono positivi. Con il rallentamento della crescita e il calo delle aspettative sui tassi, l’oneroso dollaro USA dovrebbe indebolirsi.

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PIMCO – Gli effetti dell’inflazione nei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su domenica, 17 luglio 2022

A cura di Pramol Dhawan, Head of Emerging Markets, e Lupin Rahman, Head of Emerging Market Sovereign Credit di PIMCO L’attuale shock inflazionistico è un fenomeno globale, determinato dalle interruzioni della catena di approvvigionamento e dall’impatto della guerra tra Russia e Ucraina sui prezzi dei prodotti alimentari e delle materie prime, con conseguenze per le nazioni di tutto il mondo. La risposta delle autorità è variata da Paese a Paese, contribuendo a creare elevati differenziali tra i tassi di interesse reali – o corretti per l’inflazione – nei mercati sviluppati e nei mercati emergenti. Riteniamo che ciò possa offrire agli investitori opportunità di rendimenti decorrelate sotto forma di debito locale dei mercati emergenti. Tuttavia, gli investitori devono essere Lo slancio inflazionistico degli emergenti rimane forte, con risultati altamente correlati a quelli dei mercati sviluppati. Analogamente alle nostre previsioni per i mercati sviluppati, ci aspettiamo che l’inflazione negli emergenti raggiunga un picco, per poi scendere gradualmente quest’anno e fino al 2023. Data l’ampiezza e la persistenza di questo evento, tuttavia, non prevediamo che l’inflazione rallenti ai precedenti livelli del trend fino a dopo il 2023. Le banche centrali degli emergenti, che nel corso di decenni hanno costruito la propria credibilità nella lotta all’inflazione, hanno preso diverse strade: alcune hanno scelto di aumentare i tassi di interesse prima della Federal Reserve. In generale, ci aspettiamo che le banche centrali dei Paesi emergenti prendano spunto dagli Stati Uniti, man mano che si avrà una maggiore chiarezza sulle prospettive economiche statunitensi e sul percorso di inasprimento della Fed. È più probabile che l’inflazione degli emergenti rimanga elevata rispetto a quella dei paesi industrializzati, dato che i prodotti alimentari e l’energia hanno un peso maggiore nei panieri degli indici di inflazione degli emergenti, oltre alla propensione della politica fiscale ad accogliere gli shock inflazionistici. Per diventare più rialzisti sulle valute emergenti, in generale, dovremmo vedere questa dinamica auto-rinforzante ampliarsi e rafforzarsi, soprattutto sulla scia delle precedenti false partenze. La cautela è ulteriormente giustificata dall’influenza incerta dei fattori di rischio globali, come quelli derivanti dalla guerra in Ucraina.Se questa dinamica dovesse affermarsi, potrebbe segnare un’importante rottura rispetto all’ultimo decennio di dominio del dollaro. Finché le prospettive non saranno più chiare, cerchiamo opportunità selezionate per generare rendimenti potenzialmente elevati nel debito locale degli emergenti, ad esempio evitando le obbligazioni locali polacche e privilegiando invece quelle brasiliane. La maggiore divergenza tra Paesi e regioni rafforza le opportunità di valore relativo nell’ambito degli investimenti nei mercati emergenti e può offrire opportunità di diversificazione del portafoglio. (abstract)

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Mercati globalizzati. Vantaggi. I nuovi accordi Ue/Nuova Zelanda

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 luglio 2022

Unione Europea e Nuova Zelanda hanno concluso i negoziati per un accordo commerciale. Secondo le stime, gli scambi commerciali aumenteranno fino al 30%: le esportazioni annuali Ue potrebbero crescere fino a 4,5 miliardi di euro. L’accordo promette di tagliare circa 140 milioni di euro all’anno di dazi per le società europee. Questo è uno dei vantaggi di ragionare avendo a disposizione un mercato di circa 450 milioni di consumatori, ed uno dei motivi per cui, oltre ai noti aspetti di sicurezza e ricchezza, c’è la fila tra chi vuole far parte dell’Ue. Nello specifico, oltre l’immaginario popolare che collega la Nuova Zelanda essenzialmente ai kiwi, si tratta solo marginalmente di questi agrumi. Da questo paese importiamo pellami, lana, carni e frutta; mentre vi esportiamo automobili, trattori, ricambi vari, idraulica, elettrodomestici, farmaci, alimenti e calzature.I vantaggi per consumatori e produttori sono innegabili, visto che le quantità hanno forte incidenza sui prezzi e, infatti, già oggi, al supermercato non ci sono differenze di prezzo se acquistiamo kiwi, per esempio, calabresi o neozelandesi.Tutto questo indica che l’economia globale che abbiamo messo in movimento nei decenni passati, continua e si rafforza. Economia che ci consente di avere prezzi e prodotti altrimenti irraggiungibili o riservati solo a nicchie di mercato e di non dover soffrire per temporanee o croniche problematiche territoriali. Vincenzo Donvito Maxia http://www.aduc.it

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PIMCO: Outlook per i bond in miglioramento dopo le recenti fluttuazioni di mercato

Posted by fidest press agency su sabato, 2 luglio 2022

A cura di Marc Seidner, CIO Strategie non tradizionali di PIMCO. L’inflazione, misurata dall’indice dei prezzi al consumo (CPI), ha raggiunto questo mese il massimo da 40 anni, pari all’8,6%. La Federal Reserve ha risposto con il più grande aumento dei tassi di interesse dal 1994. Secondo Freddie Mac, il tasso medio dei mutui ipotecari a 30 anni è salito al massimo dal 2008, registrando il maggior aumento settimanale dal 1987. I principali indici azionari sono caduti in un mercato ribassista, con un calo di oltre il 20% rispetto ai picchi recenti, mentre le obbligazioni hanno subito il peggior inizio d’anno mai registrato. Gli investitori sono consapevoli delle perdite subite anche dai portafogli più diversificati. Gli asset finanziari e l’economia sono sotto pressione, mentre la Fed inasprisce le condizioni finanziarie nel tentativo di contenere l’inflazione. Anche i consumatori risentono dell’aumento dell’inflazione. Le vendite al dettaglio sono scese dello 0,3% a maggio, secondo i dati del Dipartimento del Commercio. Un indicatore dell’Università del Michigan ha mostrato che la fiducia dei consumatori è scesa a maggio al minimi mai registrato. L’impennata dei tassi ipotecari ha causato un rallentamento delle vendite di case esistenti e nella costruzione di nuove. Di conseguenza, la probabilità di una recessione sembra aumentare. Il 16 giugno, lo strumento GDPNow della Federal Reserve Bank di Atlanta stima che l’economia statunitense non registrerà alcuna crescita nel secondo trimestre del 2022. Inoltre, il recente rallentamento della crescita probabilmente non riflette ancora la piena portata dell’inasprimento di politica monetaria finora attuato, dato il consueto ritardo tra l’inasprimento delle condizioni finanziarie e il rallentamento della crescita. I titoli obbligazionari tendono a registrare buone performance nei periodi di recessione e, se la Fed riuscirà a ridurre l’inflazione, potrebbe creare un contesto ancora più favorevole agli investimenti a reddito fisso.Uno dei migliori indicatori dei rendimenti futuri delle obbligazioni è il rendimento iniziale. L’impennata dei rendimenti dall’inizio del 2022 – il rendimento del Treasury a 10 anni è salito al 3,25% circa dall’1,63% circa – ha inflitto perdite di prezzo senza precedenti alle obbligazioni esistenti. Ma ha anche creato un punto di partenza migliore per i nuovi investimenti, sia in termini di rendimento potenziale che di diversificazione, due delle ragioni fondamentali per possedere obbligazioni. Con il rendimento del decennale statunitense al 3,25% circa, i Treasury potrebbero offrire rendimenti reali positivi – in un asset altrettanto sicuro e liquido – se si ritiene che la Fed possa riportare l’inflazione anche solo vicino al suo livello target. Ci sono aree relativamente difensive dei mercati del reddito fisso che ora offrono rendimenti più interessanti di quelli che abbiamo visto da qualche tempo a questa parte. Ciò ha contribuito ad aumentare sia il rendimento potenziale che il margine di errore degli investitori. Nel corso della lunga storia dei mercati finanziari, ci sono state circostanze altrettanto dolorose a quella che gli investitori stanno vivendo quest’anno. Come è accaduto in passato, questi cali possono contribuire a ripristinare le valutazioni degli asset e a gettare le basi per giorni migliori. (abstract)

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Unione europea verso l’implosione? Mercati e libertà

Posted by fidest press agency su domenica, 26 giugno 2022

Il balletto burocratico del Consiglio europeo per l’avvio della procedura all’ingresso di Ucraina, Moldavia e Georgia sembra essere più pericoloso di quanto non appaia dalle cronache di Bruxelles. Non si tratta di aderire al club del golf della tranquilla cittadina di provincia, ma di ciambelle di salvataggio da lanciare in un mare in tempesta, tirarle a bordo e armare i salvati con la forza di democrazia, diritti, giustizia e libertà.E’ significativo che in questi giorni si facciano anche più insistenti le pressioni all’ingresso di Bosnia Erzegovina, Albania, Serbia e Macedonia del Nord dove, quest’ultima in particolare, è bloccata dal veto della Bulgaria per un suo conflitto culturale, linguistico e storico con Skopje. Insomma i particolarismi nazionali hanno sempre la meglio su una realtà e un progetto – l’Ue – che dovrebbe essere proprio il superamento delle nazioni.Ci siamo illusi dopo il viaggio di Mario Draghi, Emmanuel Marcron e Olaf Scholz a Kiev? No, le azioni hanno significati maggiori di qualunque procedura e burocrazia. A maggior ragione quando è in corso una guerra. E questo viaggio ha un significato, dovendo portare questi leader fino a Tbilisi/Georgia e nelle altri capitali degli attuali aspiranti all’Unione. L’offensiva delle truppe di Putin si basa sull’idea russa di debolezza dell’Unione. Le persone scese in piazza a Tbilisi, e le altre che auspichiamo dovrebbero fare altrettanto in tutte le capitali dell’Unione, possono invece affermare il contrario. L’Europa è una realtà, il nuovo che avanza e dà sicurezze e giustizia. Mercati e libertà non sono slogan di dottrine liberiste, ma realtà che alcuni Paesi oggi in Ue stanno vivendo e implementando. Realtà che non vivono di confini e limitazioni, ma trovano ragion d’essere proprio nel non avere confini e limitazioni. L’occasione dei nuovi ingressi va colta a volo, prima che l’Ue imploda divorando se stessa, attorcigliandosi sotto la pressione russa e ammanettandosi in un dualismo Usa/Russia che ci può riguardare solo perché alleati degli Usa ma non dipendenti da essa. Vincenzo Donvito Maxia http://www.aduc.it

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I rialzi dei tassi colpiscono i mercati

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2022

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Le ultime due settimane sono state particolarmente movimentate per i mercati finanziari, con una serie di notizie che hanno portato agitazione in un contesto già incerto. Il primo dato che ha colpito gli investitori è stata la pubblicazione dell’inflazione USA a maggio. Il Bureau of Labour Statistics ha pubblicato un dato sopra le aspettative, all’8,6%, contro un consensus di Bloomberg dell’8,3%. Il dato risente sicuramente della crescita del prezzo di alimentari ed energia (esacerbati dal contesto internazionale), ma anche l’inflazione core è stata particolarmente sostenuta. La crescita dei prezzi sta cominciando a riflettersi anche nelle aspettative di inflazione di medio termine (che restano comunque vicine alla soglia del 2%) mostrando una crescente, seppur non ancora allarmante, sfiducia dei mercati nella capacità delle Banche Centrali di gestire la situazione. Di fronte a questa situazione le Banche Centrali, nonostante segnali di maturità e rallentamento del contesto economico, hanno reagito “con la mano pesante”, effettuando e annunciando una serie di rialzi che hanno contribuito a determinare il ritracciamento di breve termine dei mercati finanziari. La Fed ha confermato di voler spingere sull’acceleratore, contraddicendo le sue stesse linee guida e aumentando i tassi di 75 punti base, come non succedeva dal 1994. Sebbene a maggio Powell avesse fondamentalmente escluso un aumento di tale portata, gli ultimi dati sull’inflazione più alti delle attese (8,6% annuale a maggio) hanno forzato una retromarcia, con appunto un aumento di tre rialzi, pur accompagnato da commenti per rassicurare sull’eccezionalità della misura.Anche la Banca Centrale Europea ha annunciato l’aumento dei tassi a partire da luglio. La decisione ha creato tensione sui mercati obbligazionari governativi e ha indebolito l’Euro, facendo aumentare gli spread. L’istituto di Francoforte, complice la pressione da parte dei governi, ha dovuto annunciare un piano per garantire la stabilità dell’Eurozona, prima attraverso il reinvestimento dei rimborsi ottenuti dalle obbligazioni acquistate durante il piano anti-pandemia PEPP e poi addirittura annunciando la possibilità di mettere in campo nuovi strumenti straordinari.Anche la Banca d’Inghilterra ha continuato nel percorso di rialzo dei tassi e la Cina ha messo sul piatto nuove misure anti-Covid che hanno contribuito a creare sconforto sui mercati. Insomma, la “tempesta perfetta” ha colpito sia la parte azionaria, sia la parte obbligazionaria dei portafogli e le prospettive di inflazione, il rallentamento dell’economia e il rialzo dei tassi (che probabilmente continuerà nei prossimi mesi) disegnano un contesto sicuramente non facile per gli investitori.In questa situazione, riteniamo sia importante concentrarsi su alcuni elementi positivi che aiutino ad immaginare una prospettiva per i prossimi mesi, almeno in un’ottica di medio termine. Il mercato del lavoro rimane incredibilmente forte negli Stati Uniti e generalmente robusto o in rafforzamento in Europa. Gli Usa si trovano in una situazione di piena occupazione, con i disoccupati che rappresentano solo il 3,6% della forza lavoro. Per quanto i segnali di rallentamento dell’economia non vadano sottovalutati, non si può ignorare la situazione di relativa forza da cui si parte, dunque non è da escludersi uno scenario in cui il percorso di rialzo dei tassi si risolva con conseguenze non eccessivamente drammatiche per l’economia e in cui una ripresa per i mercati finanziari sia possibile. Le aspettative di inflazione di medio termine, anche se hanno cominciato a crescere nell’ultimo periodo, sono rimaste relativamente stabili, il che lascia ben sperare sul fatto che i mercati abbiano ormai prezzato gli scenari peggiori. Se questa tendenza continuerà, è lecito non attendersi altre sorprese al rialzo, specialmente in uno scenario nel quale l’economia mostra segnali di rallentamento. Con gli ultimi rialzi, le Banche Centrali si sono garantite un piccolo margine di manovra per gestire i prossimi mesi con maggiore flessibilità. In questo senso è importante ricordare che, almeno in Europa, i mercati stanno prezzando più rialzi rispetto a quelli dichiarati dalla forward guidance delle Banche Centrali, riducendo il rischio di sorpresa negativa nei prossimi mesi anche sul lato obbligazionario a basso rischio.Le valutazioni dell’azionario da inizio anno sono crollate in modo sostanziale e ad oggi i mercati azionari hanno prezzi più convenienti rispetto a gennaio, che considerano in gran parte il cambio di politica monetaria delle principali Banche Centrali.Queste considerazioni offrono una prospettiva, ma non suggeriscono necessariamente che la fase di mercato negativa sia prossima alla fine. Nel breve termine l’economia globale dovrà affrontare numerose sfide e la volatilità sui mercati potrebbe accompagnarci ancora per qualche tempo. Come gli investitori più navigati sapranno, i mercati finanziari vivono di cicli. Dal dopoguerra ad oggi abbiamo attraversato 17 mercati ribassisti e quello che stiamo vivendo adesso non sarà certamente l’ultimo. Nonostante ciò, dopo le fasi negative, gli investitori sono sempre stati ricompensati con performance positive e crescita. Non si può fare nulla per cambiare la natura del mercato, per quanto questo sia difficile da accettare e non offra troppo conforto all’investitore che vede le perdite in portafoglio. Ciò non significa che non esistano strumenti per navigare questa fase: i ribilanciamenti dei portafogli che Moneyfarm ha effettuato negli ultimi mesi hanno ridotto il rischio in modo graduale dallo scorso luglio, aumentando le materie prime e l’esposizione al dollaro. È essenziale monitorare continuamente la situazione, per non farsi trovare impreparati quando la ripresa riporterà inevitabilmente in alto i valori azionari. Il consiglio agli investitori è sempre lo stesso: evitare di agire d’impulso e tenere a mente il fatto che cercare di anticipare il mercato porta con sé il rischio di perdere le giornate positive, compromettendo il risultato di un piano di investimento di lungo termine.

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Incertezza sui mercati: venti di recessione in arrivo?

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 giugno 2022

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager Moneyfarm. Prosegue il clima di incertezza sui mercati e le previsioni macroeconomiche sono tutt’altro che rosee: gli economisti stanno rivedendo al ribasso le stime sulla crescita e al rialzo quelle sull’inflazione. Con inflazione e costo delle materie prime in ascesa e crescita in calo (anche se, per ora, in territorio positivo), le famiglie sono destinate a perdere potere d’acquisto e a dover intaccare i propri risparmi per far fronte alle spese contingenti. Come riflesso della combinazione delle misure di sostegno al reddito e restrizioni alla spesa pro-capite, anche l’andamento del “revolving credit” ha registrato un calo durante la pandemia, mentre adesso, con le riaperture dell’economia statunitense, sta riprendendo a salire. Con l’aumento dei tassi di interesse, tornerà ad aumentare anche il costo del debito, finora rimasto ad un livello relativamente basso.Per dare una risposta a questa domanda, occorre partire dal quadro macroeconomico, che nel mese di maggio ha continuato a stabilizzarsi al ribasso. La crescita del Pil è rimasta in terreno positivo, ma nel corso dell’anno è progressivamente scesa, anche a causa della crisi geopolitica e delle sue conseguenze economiche. Al contempo, però, l’inflazione è salita in modo costante, passando dal 3% al 6,4%. Stando ai numeri siamo dunque lontani dal pericolo della stagflazione (quando cioè la crescita economica diventa negativa), ma il contesto economico attuale rappresenta comunque una sfida. Gli economisti stimano al 30% la probabilità di recessione per gli Stati Uniti e l’Eurozona, dove il rischio principale resta il costo elevato di materie prime ed energia.Una nota positiva potrebbe arrivare dalla riapertura dei più importanti hub economici cinesi, che potrebbe far ripartire la catena di approvvigionamento globale e allentare gli attuali colli di bottiglia. Lato Italia, gli ultimi dati statistici evidenziano come l’import di prodotti cinesi sia aumentato dai 2,9 miliardi di gennaio 2021 ai 4,7 miliardi di euro a gennaio 2022 (38 miliardi nell’intero 2021), segno di come la nostra dipendenza dalla Cina sia addirittura aumentata. Secondo gli analisti, questa situazione è destinata a durare per tutto il 2022, con rischio di turbative nelle forniture dalla Cina nel breve periodo, che potrebbero venir meno nel 2023. Le incognite rimangono molte: i dati macroeconomici non forniscono segnali univoci e la spada di Damocle della politica monetaria continua a pendere sulle valutazioni azionarie e obbligazionarie. Riteniamo però che la domanda dei consumatori sia abbastanza resiliente, nonostante l’elevata inflazione, grazie anche ad un livello relativamente elevato di risparmi, destinati quindi ad una graduale riduzione.Nonostante i forti numeri sull’inflazione, riteniamo che il rischio più elevato sia rappresentato dal possibile rallentamento dell’economia nel medio termine, pertanto l’obbligazionario più sicuro dovrebbe avere ancora un ruolo nel portafoglio, possibilmente privilegiando scadenze intermedie. In pochi mesi è altamente probabile che l’Eurozona esca dall’era dei tassi negativi e il cambiamento sarà talmente radicale da richiedere tempo prima che gli investitori possano correttamente prezzare il nuovo contesto. Allungando l’orizzonte temporale, sia azionario che obbligazionario presentano alte probabilità di registrare rendimenti reali e nominali positivi nel medio/lungo termine quindi, a nostro parere, non è consigliabile ridurre troppo le esposizioni, in quanto la storia insegna che il rimbalzo può essere molto veloce e difficile da cogliere.

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BCE. Ricchiuti (FdI): Lagarde fa esplodere mercati e ‘governo dei migliori’ tace

Posted by fidest press agency su sabato, 11 giugno 2022

“Euro debole, scambiato a 1,051 con il dollaro e BTP italiani a 10 anni che chiudono sopra i 3,70%, ai massimi dal 2014. La Lagarde è riuscita nell’ impresa di indebolire l’Euro, far esplodere i rendimenti dei titoli sovrani dei Paesi a rischio, come Italia e Grecia, e aumentare lo spread con il Bund. Queste le mirabolanti conquiste economiche dell’Europa unita e solidale. Un vero strike da campioni. Nulla da eccepire. Qualcuno sta già giustificando dicendo che è per contenere l’inflazione. Peccato però che c’è inflazione e inflazione. Questa è inflazione importata (dal prezzo delle materie prime, euro forte sul dollaro…) e quindi gli aumenti dei tassi non aiuteranno in alcun modo, se non riducendo l’accesso al credito delle persone fisiche e delle aziende e sarà un bagno di sangue. Dal governo dei migliori, tutto tace”. Lo dichiara Lino Ricchiuti, viceresponsabile del Dipartimento Imprese e Mondi Produttivi di Fratelli d’Italia.

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Romacereali: le aspettative produttive e i mercati internazionali

Posted by fidest press agency su sabato, 4 giugno 2022

La XV edizione di Romacereali è stata l’occasione per discutere di un tema di grande attualità: la produzione mondiale dei cereali, le aspettative per il prossimo anno e l’andamento dei prezzi internazionali.Le relazioni presentate hanno mostrato uno scenario di incertezza con una proiezione di riduzione della produzione mondiale di frumento dell’1.6%, che determina una diminuzione complessiva degli stock disponibili a fine campagna del 4%. Anche la produzione maidicola mondiale registra un decremento del 2.5%, con una conseguente calo degli stock del 5%. Queste evoluzioni hanno portato un aumento dei prezzi più che proporzionale sui mercati internazionali con valori, nell’ultimo periodo, superiori al 24%.In questo ambito, il CREA ha messo in evidenza la situazione nazionale e la forte incidenza economica e sociale della filiera cerealicola. Basti pensare che a fronte di 3 miliardi di importazione di cereali, esportiamo 6,5 miliardi di euro di trasformati e derivati dei cereali.La guerra in Ucraina ha determinato un’impennata dei costi di produzione, dagli energetici ai fertilizzanti e i dati della RICA (Rete d’Informazione Contabile Agricola, gestita dal CREA Politiche e Bioeconomia, fonte ufficiale UE, che monitora il reddito e le attività delle imprese) mostrano un incremento medio aziendale del 60%, con il rischio di far uscire un’azienda su 10 dal circuito produttivo. In particolare, per il settore cerealicolo, c’è stato un incremento dei costi di produzioni tra 17.000-20.000 €, aggravando un quadro di struttura dei costi di produzioni aziendali pari o leggermente superiori alle remunerazioni dei prodotti. Il sostegno del I pilastro della PAC aiuta a compensare questo squilibrio, ma le riforme degli aiuti accoppiati attualmente in discussione, potrebbero compromettere le rendite attese. Gli effetti della guerra e della crisi energetica sul comparto, quindi, si traduce nelle stime in un valore aggiunto negativo per la maggior parte delle imprese. In UE si è varato un primo pacchetto di aiuti alle imprese più in difficoltà, ma con un budget molto limitato.

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Osservatorio sui mercati globali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 giugno 2022

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. Il mese di aprile è stato caratterizzato dall’ambivalenza dei mercati: mentre si sono registrate performance positive per materie prime, oro, obbligazioni governative cinesi ed emergenti a breve termine, i maggiori indici azionari hanno invece chiuso al ribasso, prezzando il peggioramento delle condizioni economiche dovuto alle tensioni geopolitiche e alla nuova ondata di contagi in Cina. Le condizioni economiche hanno dunque influenzato negativamente la crescita nel primo trimestre dell’anno: i dati preliminari sull’andamento del Pil per l’Eurozona e per gli Usa hanno deluso le aspettative, già riviste al ribasso nei mesi precedenti. Nei primi tre mesi del 2022, il Pil dell’Eurozona è cresciuto dello 0,2% annualizzato, meno del previsto, e ha fatto registrare un deciso rallentamento rispetto ai numeri del 2021, in un contesto in cui la Banca Centrale Europea aveva già rivisto al ribasso le stime per la crescita del Pil, fissate per il momento al 3,7% per il 2022, 2,8% per il 2023 e 1,6% per il 2024. La situazione non è rosea neanche sul fronte Usa: secondo i dati pubblicati dal Dipartimento del Commercio, nel 1° trimestre del 2022 il Pil statunitense ha registrato una contrazione dell’1,4% rispetto al +6,9% indicato nel trimestre precedente, nonostante il rafforzamento dei consumi, che segnano un +2,7% dal +2,5% del trimestre precedente.Più critica, a nostro avviso, la situazione nell’Eurozona, dove, secondo la Bce, l’inflazione complessiva prevista sarà ancora molto elevata nei prossimi mesi, per poi intraprendere una lenta discesa verso l’obiettivo, 5,1% nel 2022, al 2,1% nel 2023, fino all’1,9% nel 2024. Il Consiglio direttivo della Bce ritiene infatti probabile che l’inflazione si stabilizzi al suo obiettivo del 2% nel medio termine. Nonostante gli indici dei consumi continuino a peggiorare, il Covid in Cina sembri lontano da una soluzione e la guerra in Ucraina continui nostro malgrado, i dati di Pil e inflazione, seppure peggiori delle attese, hanno offerto qualche spunto positivo e i fondamentali societari sono rimasti sorprendentemente solidi. La stagione degli utili è stata sì meno brillante del solito, ma la profittabilità delle aziende è rimasta elevata e il mercato del lavoro continua a essere solido. A nostro avviso, è preferibile mantenere un approccio cauto, in attesa di ricevere segnali più univoci sulla normalizzazione dell’inflazione, la resilienza della crescita economica e il miglioramento della situazione geopolitica. Quando il focus degli investitori si sposta dall’inflazione a una possibile recessione, consigliamo di allungare leggermente la scadenza media delle obbligazioni in portafoglio e di mantenere un approccio cauto nell’esposizione azionaria. Inoltre continuiamo a suggerire una diversificazione su tre dimensioni: azionario, obbligazionario e materie prime. (astract)

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La volatilità dei mercati può essere affrontata con titoli di qualità

Posted by fidest press agency su domenica, 29 Maggio 2022

A cura del Team di Ricerca di Intermonte. Si prevede che la recente volatilità e l’incertezza dei mercati continueranno, almeno nel breve termine, e probabilmente limiteranno gli afflussi nei prossimi mesi. Per quanto riguarda le nostre previsioni di afflussi per il 2022, abbiamo già evidenziato come fossero basate su ipotesi troppo aggressive. Alla luce dell’attuale scenario e dei dati ufficiali di Assogestioni relativi al 1° trimestre ‘22, stiamo assumendo un atteggiamento più prudente: la nostra nuova stima di afflussi per il 2022 di 838 milioni di euro implica comunque che i prossimi tre trimestri vedranno afflussi complessivi di quasi 680 milioni di euro. Nel lungo termine, le nostre ipotesi si basano sull’aspettativa che l’interesse per questo prodotto rimanga piuttosto alto grazie al beneficio fiscale e, dal punto di vista dei distributori, al fatto di poter contare su un impegno a lungo termine da parte dell’investitore.Le principali ipotesi alla base delle nostre attuali stime sono le seguenti:Per il 2022, ipotizziamo una raccolta lorda di nuovi sottoscrittori di PIR pari a 600 milioni di euro, in calo rispetto a 1,8 miliardi di euro; Per quanti sottoscrivono Pir in modo continuativo, prevediamo che la raccolta complessiva nel secondo anno sarà pari a una parte della somma accantonata nel primo anno (dal 35% al 40% nel nostro modello); nei restanti anni (cioè dal terzo al quinto anno) ci aspettiamo afflussi stabili, pari in media al 60% degli investimenti effettuati nel secondo anno; Infine, calcoliamo l’ammontare del capitale che sarà ritirato dagli investitori che decideranno di uscire dal fondo prima del prima del termine dei cinque anni (per qualsiasi motivo) a ~4% delle attività in gestione nel 2022 e oltre. (abstract)

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Piccola anatomia della discesa dei mercati finanziari

Posted by fidest press agency su martedì, 24 Maggio 2022

I momenti di discesa dei prezzi, nei mercati finanziari, sono quelli nei quali si costruisce il rendimento. Se non ci fossero queste fasi, di fatto, sarebbe impossibile avere un rendimento dai nostri risparmi. Paradossalmente per la maggior parte degli investitori sono i momenti più problematici, nei quali molti distruggono i propri risparmi con scelte avventate, come quella di vendere proprio nei momenti nei quali i mercati finanziari offrono le migliori opportunità di rendimento futuro. Per imparare a leggere le dinamiche della discesa dei prezzi è fondamentale non farsi distrarre dalle specifiche motivazioni razionali che spingono – apparentemente – gli operatori a vendere. In questa specifica fase i due temi centrali sono la dinamica dell’inflazione collegata alle politiche delle banche centrali e le tensioni geopolitiche collegate al tema dell’energia. I due temi si fondono insieme e generano il timore di una recessione economica. Per questioni di brevità, limitiamoci a parlare dei mercati azionari nel suo insieme, cioè gli indici azionari più diversificati (come lo S&P500 o l’MSCI World). Indici più specifici, come ad esempio il Nasdaq, hanno dinamiche simili, ma con valori amplificati. Per discesa, intendiamo convenzionalmente quella rispetto ai livelli massimi raggiunti nell’ultimo anno. Quando sono nell’ordine del 5%, se avvengono nell’arco di 7-10 giorni, non si devono neppure considerare vere e proprie discese. Sono normali fluttuazioni dei mercati. Ci sono poi le correzioni nell’ordine del 10/15%. Anche queste sono normali e rappresentano occasioni di acquisto all’interno di un ciclo positivo dell’azionario. Occasioni di acquisto non significa che bisogna investire tutto quello potenzialmente destinato all’azionario. Significa che può essere una buona regola iniziare a comprare qualcosa quando c’è una discesa nell’intorno del 15%, sapendo che poi potrebbero esserci ulteriori discese nelle quali saremo pronti a comprare ancora. Ma sapendo anche che questa discesa del 15% potrebbe essere un punto di minimo relativo all’interno di un trend positivo che potrebbe durare ancora anni. Dopo arrivano le vere e proprie discese dei mercati nell’ordine del 20/25%. Qui la cosa inizia a farsi seria. Gli aspetti psicologici diventano predominanti. Il sentimento dominante è la paura. Queste discese sono le più difficili da leggere perché possono essere sia eccellenti occasioni di acquisto che fanno ripartire un nuovo trend, sia una fase di passaggio che porti ai livelli di discese successive. Affinché una discesa del genere si realizzi in genere servono due o tre trimestri. Se capitano discese del genere in poco tempo è probabile che vi sia una ripresa velocissima, oppure significa che è solo un punto di passaggio verso la fase successiva. Il penultimo livello chiave è una discesa superiore ad un terzo rispetto al suo valore massimo. Un percentuale simbolica è il 35%. E’ una forte discesa dei mercati. Questa discese si realizza quasi sempre all’interno di una recessione economica. L’ultimo livello di discesa è quello tra il 40 ed il 50% dell’indice. Si può considerare un tracollo. Avere un’idea delle dimensioni e della durata delle fasi di discesa dei mercati aiuta a non spaventarsi ed a saperle sfruttare. Le discese durano relativamente poco rispetto alle fasi di risalita dei prezzi. Non è importante perché il mercato stia scendendo.Gli investitori non dovrebbero cadere nella trappola di perdere tempo a capire se la discesa sia dovuta all’inflazione, alla guerra, a questo o a quello. In primo luogo non ci facciamo prendere dal panico. Se il portafoglio ha un rendimento negativo per un anno o due, se l’investitore ha fatto bene i conti con il proprio budget ed i propri obiettivi di vita collegati ad esigenze finanziarie, non dovrebbe mai essere un problema. Questi anni di rendimenti negativi sono un po’ come l’inverno per l’agricoltura, servono per consentire ai mercati di continuare a fornire rendimento in futuro. Queste sono le fasi nelle quali si distinguono gli investitori adulti da quelli ancora immaturi. (abstract) Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio http://www.aduc.it

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Mercati finanziari e le ripercussioni della politica “Zero-Covid”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 Maggio 2022

Attuata dalle Autorità cinesi, a cura di Paolo Mauri Brusa, gestore del team Multi Asset Italia di GAM (Italia) SGR. Secondo i ricercatori della Fudan University di Shanghai, se il Governo cinese dovesse abbandonare la politica di intransigenza sulle infezioni da Covid si rischierebbe uno Tsunami di contagi, con oltre 100 milioni di casi sintomatici e 5 milioni di ricoveri che manderebbero in tilt il sistema sanitario nazionale, provocando 1,6 milioni di decessi. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Medicine, ha rilevato che il livello di immunità indotto dalla recente campagna di vaccinazione sarebbe insufficiente a fermare la variante omicron, visti i bassi tassi di copertura tra la popolazione anziana e la capacità del virus di eludere la protezione fornita dai vaccini cinesi. Secondo le stime del governo, grazie alle misure adottate finora sono stati evitati almeno 1 milione di decessi da inizio pandemia. Il numero di morti da Covid ammonta, infatti, a 5 mila unità contro le 990 mila degli Stati Uniti che, oltretutto, contano solo un quarto della popolazione cinese. Tuttavia, aumentano le preoccupazioni per i costi sociali e finanziari di “Covid Zero”, che ha richiesto restrizioni sempre più severe. Due sondaggi pubblicati la scorsa settimana hanno confermato il basso morale della comunità imprenditoriale. L’indice Caixin, che valuta le prospettive dell’attività industriale, è sceso a 46 in aprile da 48,1 del mese precedente. Un indice inferiore a 50 indica una contrazione economica. La situazione è ancora peggiore nel settore dei servizi, dove l’indice è passato da 42 a 36,2. Secondo Nomura 46 città cinesi, che rappresentano un quarto della popolazione e il 35% del prodotto interno lordo del Paese, stanno vivendo un blocco totale o parziale delle attività. Foxconn ha dovuto dapprima sospendere, poi ridurre la produzione nel suo maggior stabilimento di Zhengzhou, da dove escono circa il 70% degli iPhone di casa Apple. Il lock-down nella città di Xi’an, durato un mese, ha causato disagi ai principali produttori di chip Micron Technology e Samsung, mentre Toyota e Volkswagen hanno dovuto sospendere la produzione nelle fabbriche di Jilin. Molte istituzioni finanziarie hanno abbassato le stime di crescita per il 2022 dal 5,5% al 4%. Ma secondo alcuni economisti i lock-down hanno già causato una contrazione che è costata alla Cina quasi 2700 miliardi di dollari e, in assenza di un allentamento delle misure restrittive, l’anno in corso potrebbe risultare persino peggiore del 2020, quando la crescita si fermò al +2,3%. Malgrado le valutazioni dei listini azionari siano arrivate a livelli storicamente bassi, le prospettive per i prossimi mesi restano alquanto incerte. In assenza di vaccini efficaci contro le nuove varianti o farmaci per la cura delle infezioni da Covid, il Governo non farà di certo retromarcia perché vorrebbe dire riconoscere implicitamente come errata la decisione di tutti questi mesi.

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Commento sui mercati finanziari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 Maggio 2022

A cura di Massimo De Palma, Head of Multi Asset Team di GAM (Italia) SGR. Il generale deterioramento per i problemi legati alle catene di approvvigionamento e per le prospettive sfavorevoli di crescita globale ha spinto i mercati azionari a rivedere i minimi dell’anno in aprile. La forte preoccupazione che la politica monetaria restrittiva delle Banche Centrali, utile a combattere l’inflazione, possa contribuire al rallentamento economico ha fatto sì che gli indicatori di sentiment evidenziassero un estremo pessimismo sull’evoluzione dei mercati finanziari. L’ISM manifatturiero americano di aprile, pubblicato lunedì scorso, ha deluso, confermando le apprensioni, ma a destare maggiori preoccupazioni è il dato sui nuovi ordini, poiché segnala come il deterioramento possa proseguire nei prossimi mesi. Anche a livello microeconomico, attraverso la campagna delle trimestrali, stiamo ottenendo informazioni interessanti. Nel primo trimestre dell’anno il tasso di crescita degli utili su base annua delle aziende dello S&P 500 è del 7,1%, inferiore al tasso medio a 10 anni che è dell’8,8%. Il dato più basso può essere in parte attribuito alla difficile situazione macroeconomica, ma soprattutto al confronto con il primo trimestre del 2021 che aveva segnato un risultato molto elevato e soprattutto anomalo, a seguito della fine dei lock-down. Inoltre, il risultato di Amazon che ha riportato il 28 aprile, deludendo le aspettative con una perdita per azione di 7,56$, ha un impatto notevole sul dato finale. Se escludessimo dal computo il colosso dell’e-commerce la crescita degli utili per lo S&P 500 passerebbe dal 7,1% al 10,1%. Se allarghiamo l’analisi e passiamo ad osservare le valutazioni azionarie americane ed europee a livello settoriale, possiamo constatare una notevole divergenza presente sul mercato. In entrambe le regioni i titoli energetici risultano decisamente sottovalutati rispetto alla loro media storica. In particolare, in Europa il settore si trova nel primo percentile, il p/e attuale è 6 mentre la mediana dal 2007 ad oggi è a 11. Negli Stati Uniti i materials sono ancora a buon mercato e i semiconduttori sono vicini alla mediana. In Europa ci sono molte più opportunità, scontiamo le notizie negative sulla guerra e la vicinanza al conflitto ci rende più vulnerabili sulle prospettive di crescita economica. Risultano essere ancora molto interessanti le Banche e il settore automobilistico che oggi prezza soltanto 5,7 volte gli utili attesi. Sono particolarmente cari invece i settori più difensivi, quelli che proteggono nelle fasi di incertezza come quella che stiamo attraversando, quindi i consumer staples, il food and beverage e le utilities. Valutazioni storicamente così elevate potrebbero però nel prossimo futuro riservare sorprese negative e pertanto molti di questi titoli rientrare dagli eccessi odierni.

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“Sell in May and go away”: mercati in bilico tra verità e superstizione

Posted by fidest press agency su martedì, 10 Maggio 2022

A cura di Michele Morra, Portfolio Manager Moneyfarm. Sell in May and go away” è una delle tante “superstizioni” che si sentono spesso ripetere tra gli operatori di mercato. Come dimostra il grafico sottostante, infatti, è priva di qualsiasi fondamento: maggio è un mese come gli altri dal punto di vista dei rendimenti. Tuttavia, se per un momento la prendessimo sul serio, dove dovremmo spostare i nostri capitali una volta abbandonati i mercati azionari? E, cosa ancora più importante, qual è il momento giusto per tornare a investire senza perdere i rendimenti derivanti da un eventuale rimbalzo? In questo inizio 2022, la risposta alla prima domanda è complicata. Le valutazioni dell’azionario si sono ridimensionate sensibilmente dai massimi, con il rapporto prezzo/utili del Nasdaq sceso del 25%. Questo ritracciamento deriva principalmente dall’aumento dei tassi di interesse e dal cambio di regime di politica monetaria, con dieci rialzi dei tassi della Fed stimati entro fine anno.Tuttavia le valutazioni più convenienti sono accompagnate da alcuni fattori di rischio di breve termine da considerare con attenzione. Il conflitto in Ucraina continua a rappresentare un catalizzatore del rischio di recessione globale a causa del suo impatto diretto sulla crescita economica e sui prezzi delle materie prime. Inoltre, il rischio di squilibri sulla catena di approvvigionamento derivanti dall’esplosione di casi COVID in Cina non aiuta a calmare le aspettative di inflazione. Le pressioni sui prezzi, principalmente spinte dall’offerta di materie prime e beni, rappresentano una minaccia per la marginalità aziendale.Lato azionario, le aspettative sulla crescita dei profitti aziendali continuano a salire e la stagione degli utili del primo trimestre 2022, a livello globale, continua a riservare sorprese positive. Nel breve termine, se i tassi continuassero a salire e gli utili attesi dovessero iniziare a scontare una minor crescita economica, potremmo assistere ad un mercato laterale, con le aziende growth (come ad esempio i titoli del settore tecnologico) maggiormente esposte alla crescita dei tassi reali ma meno esposte al rischio di un’eventuale recessione. Da un punto di vista geografico, possiamo aspettarci un impatto maggiore nell’Eurozona rispetto che negli USA, sia a causa dell’esposizione diretta alle commodity russe e ucraine, sia della diversa fase del ciclo di politica monetaria in cui siamo, con le valutazioni delle aziende europee che non sembrano offrire un premio al rischio sostanzialmente più elevato. Nel lungo termine, il rendimento atteso dell’azionario continua a essere positivo e il recente aggiustamento delle valutazioni aziendali potrebbe offrire rendimenti reali superiori a quelli stimati a inizio anno. In tale contesto, fare market timing di breve termine sull’azionario diventa rischioso. Chi ha investito in azionario ha perso circa il 12% da inizio anno e spostare il capitale investito in liquidità non farebbe altro che capitalizzare le perdite ed esporre i propri risparmi all’inflazione galoppante a cui stiamo assistendo. Sul fronte obbligazionario, i tassi in crescita continuano a far soffrire i rendimenti, ma con il Treasury americano intorno al 3% si aprono spiragli per rendimenti attesi di lungo termine superiori a quelli visti fino ad oggi e per una maggiore capacità di diversificazione di questa asset class nei momenti di maggiore stress. Anche l’appiattimento della curva dei tassi USA fornisce degli spunti, con un rapporto rischio / rendimento del quinquennale americano più appetibile rispetto al decennale, grazie a una cedola simile e a un minor rischio duration.Il posizionamento di Moneyfarm è attualmente conservativo rispetto ai nostri target di rischio, ma mantiene comunque una componente importante di asset rischiosi a seconda del livello di rischio dei nostri portafogli. Crediamo che questa strategia ci permetterà di navigare l’incertezza di breve termine e al contempo di beneficiare dei rendimenti attesi positivi dell’azionario nel lungo termine.

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Comgest: Inflazione e materie prime ai massimi favoriscono i mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su domenica, 8 Maggio 2022

A cura di Emil Wolter, Gestore del fondo Comgest Growth Emerging Markets di Comgest. Le questioni chiave che hanno determinato la performance del mercato del primo trimestre del 2022 sono state il conflitto tra Russia e Ucraina, un orientamento più aggressivo verso una stretta monetaria negli Stati Uniti e la strategia “Covid zero” della Cina. Oltre alle conseguenze umane, politiche e sanzionatorie dell’invasione russa dell’Ucraina, il conflitto ha innescato aumenti significativi dei prezzi delle materie prime e del petrolio, provocando un’ulteriore ripresa dell’inflazione a livello mondiale e creando conseguenze negative per la crescita. Ciò ha favorito i paesi, i tassi di cambio e i titoli dell’America Latina e della regione EMEA rispetto ai paesi importatori di materie prime in Asia. La variante Omicron del Covid-19 ha provocato un’interruzione dell’attività economica a livello mondiale, ma soprattutto in Cina, dove la strategia “Covid zero” ha creato problemi, comportando chiusure di città come a Shanghai. Ne sono conseguite revisioni al ribasso della crescita del PIL e difficoltà di approvvigionamento. Per ora l’allentamento monetario che dovrebbe compensare questa situazione è stato limitato. Sanlam continua ad espandere la quota di mercato in Sudafrica, mentre aumenta la penetrazione nel resto dell’Africa. In occasione di un incontro in presenza, il CEO ha confermato che l’aumento della domanda di prodotti assicurativi è un fenomeno destinato a durare probabilmente diversi anni nel continente.La digitalizzazione dell’attività di vendita al dettaglio di FEMSA in Messico è in fase relativamente iniziale; tuttavia, la concorrenza è limitata, mentre la distribuzione e la logistica dell’azienda sono estese. Il management è consapevole di questa grande opportunità e ha apportato recenti cambiamenti alla governance per poterla cogliere. Nel frattempo, i risultati del quarto trimestre 2021 illustrano il recupero in corso, con i ricavi in crescita del 12% su base annua (a/a) e l’EBITDA (utile al lordo di interessi, imposte e ammortamenti) in aumento dell’11,2%.Localiza, società brasiliana di noleggio di automobili con una posizione di mercato sempre più dominante, ha registrato guadagni durante il trimestre. Con la crescita dell’utile per azione (EPS) messa in discussione a livello globale, riteniamo che la sinergia, il taglio dei costi, la tassazione e i benefici della leva operativa derivanti dalla fusione con Unidas possano sostenere un rialzo delle previsioni per il 2022, a prescindere dalle condizioni del mercato automobilistico nazionale, incrementando così la valutazione delle azioni.I risultati della società indiana di servizi IT Cognizant hanno evidenziato un miglioramento della sua attività, con una crescita dei ricavi del 14,2% a/a e un margine EBIT (utili al lordo di interessi e imposte) del 15,3% rispetto all’11,1% del quarto trimestre 2020. L’azienda ha comunicato previsioni di crescita dei ricavi a medio termine a un CAGR compreso tra l’8 e l’11%. Le questioni da monitorare sono l’aumento dei salari e un possibile maggiore controllo sull’esternalizzazione. I riacquisti di azioni e i dividendi che ammontano al 50% dell’utile netto, nonché i ricavi in valuta forte, rendono Cognizant relativamente meno volatile di altri sul mercato.La combinazione di condizioni di liquidità sempre più severe, inflazione elevata e tensioni geopolitiche esacerbate dalla guerra continuerà a mettere in difficoltà i mercati azionari, che in molti casi rimangono sopravvalutati. Le continue revisioni al ribasso dei dati sulla crescita del PIL saranno accompagnate da revisioni al ribasso degli utili e, mentre una recessione non è scontata, l’insolita assenza di decisioni di politica monetaria rispetto al dinamismo dell’attività aumenta i rischi di un errore di politica. In considerazione del panorama macroeconomico sopra descritto, abbiamo deliberatamente incentrato il portafoglio sulla selezione di società di qualità, con motori di crescita non correlati che riteniamo si tradurranno in una solida crescita aggregata dell’EPS.

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“Mercati emergenti: come cogliere le opportunità nella complessità”

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 aprile 2022

A cura di Paolo Paschetta, Country Head per l’Italia di Pictet Asset Management. Dalla pandemia alla guerra tra Russia e Ucraina, gli ultimi due anni hanno ricordato in modo drammatico quanto il mondo sia interconnesso. Ed è emersa con forza l’importanza dei mercati emergenti nella catena del valore mondiale, fra crisi energetica e scarsità di componenti fondamentali per i mercati occidentali, come i microchip. Tutto questo ha acceso i riflettori su Paesi di cui si aveva, e spesso si ha ancora, una conoscenza superficiale. I Paesi Emergenti sono ancora sottopesati negli indici mondiali come l’MSCI All Country World (MSCI ACWI, di cui rappresentano solo l’11,54%) rispetto ai loro fondamentali economici. E anche la scarsa attenzione degli investitori istituzionali stride con la crescente rilevanza economica di questi paesi, che secondo le stime Ocse oggi rappresentano il 40% del Pil mondiale e raggiungeranno il 60% entro la fine del decennio. La società di consulenza McKinsey, inoltre, prevede che entro il 2030 i Paesi in via di sviluppo rappresenteranno più della metà dei consumi a livello globale. Si tratta quindi di un mondo con molte opportunità da cogliere e premiato da tendenze di lungo periodo, ma da affrontare con i giusti strumenti. Il nostro DNA ci porta ad individuare le nuove frontiere delle opportunità di investimento nei Mercati Emergenti. Ad esempio in Africa, un continente con una moltitudine di Paesi, alcuni dei quali con caratteristiche molto interessanti. Il Kenya, per esempio, secondo il Global Innovation Index, è il secondo Paese africano per innovazione. Investe molto nella formazione degli studenti, ha un rapporto debito-PIL virtuoso pari al 60% e bond in dollari con rendimenti pari all’8%, in linea con le emissioni obbligazionarie delle migliori economie emergenti.O ancora il Vietnam, nel sud est asiatico, un paese di frontiera che oggi comincia a essere percepito come un’alternativa alla manifattura cinese ed è il terzo esportatore di pesce a livello mondiale. A livello di temi, poi, vediamo opportunità in settori come la logistica, il commercio dei beni e i trasporti sostenibili, oltre che in tutto quanto concerne i sistemi di pagamento. Gli investitori internazionali spesso sottovalutano i mercati emergenti a causa della loro instabilità e dei maggiori livelli di rischio che li contraddistinguono. Ci si dimentica però del loro dinamismo e dell’elevato tasso d’innovazione. I mercati emergenti, rispetto a quelli sviluppati, hanno la caratteristica di essere colpiti dalle crisi in modo più violento e profondo, ma hanno economie con capacità di recupero molto più rapide. In finanza, il tempo necessario affinché un’attività finanziaria o, in questo caso, un paese, possa tornare su nuovi massimi dopo un drawdown si chiama “time under water”. Prendendo ad esempio la crisi del 2008 e confrontando due indici azionari, l’MSCI World per i Paesi sviluppati e l’MSCI Emerging per gli emergenti, ci si accorge che il cosiddetto tempo sott’acqua per i primi è stato di 4 anni e 6 mesi, mentre per i secondi di soli 2 anni e 5 mesi. Ed è proprio dai mercati emergenti, e in particolare dalla Cina, che la crisi ha iniziato ad allentare la sua morsa, con l’allora premier Wen Jiabao che in breve tempo varò una manovra fiscale pari al 25% del Pil, salvando il mondo da una depressione secolare.In Pictet abbiamo iniziato ad analizzare e investire nei mercati emergenti oltre 30 anni fa. Risalgono infatti al 1989 i primi investimenti nell’azionario emergente, a solo un anno dalla creazione dell’indice MSCI EM. Una scelta che ha portato a lanciare la prima strategia azionaria dedicata ai mercati emergenti, il Pictet-Emerging Markets, già nel 1991, ben presto seguita dalla prima strategia fixed income (1995). Questo ci ha permesso di maturare nel tempo un ampio know-how di questo universo di investimento e di capire come cogliere opportunità in contesti spesso complessi. Tuttavia, bisogna tenere presente che durante crisi globali di grande portata la diversificazione può non essere sufficiente. Diventa allora necessario adottare un approccio attento al rischio, che offra un’ulteriore protezione anche al di fuori della cerchia degli emergenti. E va proprio in questo senso la filosofia del fondo d’investimento di Pictet-EMMA, una strategia multi-asset a gestione attiva che offre esposizione a tutto lo spettro delle asset class emergenti. Lanciata nel corso del 2021, EMMA permette all’investitore di risolvere due ordini di problemi: scegliere dove e come investire all’interno del vasto e diversificato universo emergente, e offrire un approccio disciplinato al contenimento del rischio, fondamentale per generare valore in modo duraturo. (abstract) fonte: http://www.bc-communication.it

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GAM Investments – La Musa dei Mercati: focus sull’oro

Posted by fidest press agency su martedì, 26 aprile 2022

Commento a cura di Massimo De Palma, Head of Multi Asset Team di GAM (Italia) SGR. Lo scenario appare sempre più complesso, inflazione, guerra e politica monetaria delle Banche Centrali influenzano i mercati finanziari. Quali sono i segnali che inviano e come interpretarli. Da inizio marzo abbiamo assistito ad un intenso movimento al rialzo dei tassi di interesse sui titoli governativi in un contesto globale particolarmente complesso. La guerra in Ucraina e i lockdown in Cina a causa del Covid creano nuovi problemi alla catena di approvvigionamento, impattando molti settori. I prezzi alla produzione e al consumo segnano nuovi livelli record, le Banche Centrali hanno cambiato marcia e, per contrastare l’inflazione, hanno accelerato sulla fine del QE e sul rialzo dei tassi ufficiali. L’aumento dei rendimenti ha praticamente investito tutte le scadenze: gli Stati Uniti hanno visto salire i tassi di oltre 100 punti base dai due ai dieci anni, mentre per Germania e Italia il rialzo è stato leggermente più contenuto. Andando però a scomporre la variazione del tasso nominale a dieci anni si evidenziano delle differenze che consentono di fare alcune considerazioni. Mentre negli Stati Uniti l’inflazione attesa è rimasta praticamente invariata intorno al 3% con i tassi reali che spiegano interamente l’aumento, in Germania invece il movimento è dovuto alla breakeven inflation che è passata dal 2,3% al 3%. L’applicazione delle sanzioni alla Russia ha accentuato l’impatto sui prezzi, in particolare quelli energetici. L’Italia si colloca a metà tra i due Paesi con i tassi reali che salgono a -0,18% e l’inflazione attesa che si colloca al 2,7%. La risalita dei tassi reali americani verso lo zero ci riporta indietro ad inizio 2020, quando viaggiavano in territorio positivo. Tutto questo dovrebbe avere delle implicazioni anche sull’andamento dell’oro. Dallo scorso anno, con l’aumento delle tensioni geopolitiche, i metalli preziosi hanno svolto egregiamente la loro funzione di bene rifugio. Il rialzo dell’oro è stato progressivo, dai 1750 dollari all’oncia di settembre 2021 ai 2050 dollari di inizio marzo, a seguito dell’invasione russa in Ucraina. Successivamente è rientrato dagli eccessi riportandosi in area 1910. Il movimento di rialzo dei tassi reali non ha intaccato il trend dell’oro, anzi, man mano che i tassi si avvicinano allo zero il metallo prezioso si è apprezzato riportandosi a ridosso dei 2000 dollari. Questo comportamento dell’oro è stato anomalo in quanto, con tassi di interesse più elevati, aumenta il costo opportunità nell’avere il denaro investito in un asset che non offre rendimento. Attualmente la funzione di protezione del portafoglio sembra prevalere sul resto ma, se i tassi reali dovessero proseguire nella loro tendenza al rialzo, è inevitabile un ridimensionamento dell’oro.

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