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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 87

Posts Tagged ‘situazione’

Camerlenghi: “Drammatica situazione ghiacciai italiani”

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 marzo 2017

ghiacciai“Persa una superficie pari al Lago di Como. C’è un posto dove si toccano con mano i cambiamenti climatici: il ghiacciaio del Morterascht, sul massiccio del Bernina. La realtà lungo un percorso corredato da sequenza di cartelli che indicano il livello del ghiacciaio anno per anno. Scopriremo che il ghiacciaio arretra mediamente di 200 metri ogni decennio”.
“In poco più di 50 anni abbiamo perso il 30 per cento dei ghiacciai italiani. E’ andata via una superficie pari a quella del Lago di Como. Nel Parco dello Stelvio ad esempio il ghiacciaio dei Forni è ormai piccolo, piccolo. Stessa sorte per il Lys, nel massiccio del Monte Rosa, in Valle d’Aosta che è oggi diviso addirittura in quattro pezzi. Sorti drammatiche per gli altri ghiacciai quali il Lex Blanche, ancora in Valle d’Aosta , la Ventina in Lombardia, il Careser ed il Mandrone – Adamello in Trentino , per la Vedretta Alta ed il Vallelunga in Alto Adige. C’è un posto però dove possiamo toccare con mano il cambiamento climatico e l’arretramento dei ghiacciai”. Lo ha affermato Filippo Camerlenghi, Vice Presidente Nazionale delle Guide Ambientali Escursionistiche “Questo posto è appena, appena ai confini con la Svizzera – ha proseguito Camerlenghi – nei pressi di Saint Moritz. Si tratta di un ghiacciaio che si ghiacciai1trova sul versante Nord del Massiccio del Bernina: il Morterascht dove davvero possiamo vedere il cambiamento climatico in atto. L’arretramento del ghiacciaio appare chiaro. E’ possibile percorrere un sentiero lungo il quale sono posti dei cartelli che indicano anno ed esattamente il livello in cui era il ghiacciaio in quel periodo. Ad ogni cartello corrisponde un decennio ed alla fine del percorso è possibile avere la percezione chiara della fusione del ghiacciaio dal 1845 ad oggi. Ebbene il ghiacciaio arretra di ben 200 metri ogni decennio , si va verso la scomparsa. L’unico periodo in cui l’arretramento si è ridotto è stato nel decennio 1980 – 1990 , particolarmente freddo. In quel decennio e solo in quel decennio abbiamo registrato un rallentamento dell’arretramento del ghiacciaio. Ecco che con le Guide Ambientali Escursionistiche non si arriva sul ghiacciaio, ma percorrendo tale sentiero si ha la visione completa di quella che è la realtà odierna. E’ in questo posto che si tocca con mano la realtà e si vede con chiarezza lo stato di salute attuale dei ghiacciai”. (foto: ghiacciai)

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Situazione rom nelle periferie romane

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 febbraio 2017

Fabio_Rampelli_daticameraUna delegazione di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale di Roma guidata dal capogruppo alla Camera dei deputati Fabio Rampelli ha oggi effettuato un sopralluogo nel campo nomadi di via Salone nel VI Municipio.“Abbiamo trovato – ha detto Rampelli – una situazione terribile, rifiuti ovunque, fetore insopportabile dalla fogna ostruita, degrado ambientale e sociale, bambini ovunque che invece sarebbero dovuti stare a scuola, continue perdite di acqua, tracce di fuochi ovunque. Non riusciamo a capire che fine facciano i 25 milioni di euro all’anno che il Comune di Roma stanzia per la scolarizzazione né le centinaia di milioni per la manutenzione di queste cloache. Né riusciamo a rassegnarci all’idea che la Capitale d’Italia debba continuare ad avere campi nomadi le cui condizioni igienico-sanitarie-sociali sono incompatibili con il diritto alla legalità e alla pulizia dei cittadini italiani. A tutto ciò si aggiungono le piaghe dell’illegalità manifestata anche dai circa quaranta arresti domiciliari e obblighi di firma presenti nel campo di Salone e dai continui fumi tossici prodotti per estrarre rame da cavi regolarmente rubati da insediamenti pubblici.Il gravissimo fenomeno della mendicità infantile e il proliferare del rovistaggio nei cassonetti sono solo le più recenti ‘anomalie’ di questa tragedia”. “Tra la ‘marzianità’ dell’ex sindaco Marino e il dilettantismo della sindaca Raggi, – ha concluso Rampelli – Roma si trova in una situazione di totale abbandono. Su questa situazione che lede il principio base della convivenza chiederò alla commissione d’inchiesta sullo stato delle periferie di audire urgentemente il ministro dell’Interno Minniti”.

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Drammatica situazione dei bambini di Aleppo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 ottobre 2016

aleppo“Nella parte orientale di Aleppo, la situazione è terribile. Molte scuole e ospedali sono stati colpiti, sappiamo che sono rimasti solo 30 medici e che oltre 100 bambini sono stati uccisi. Ci hanno detto che a causa della mancanza di servizi e strutture sanitarie i medici non possono curare tutti e molti bambini in condizioni disperate vengono lasciati morire.In un giorno solo, quando sono stata lì, almeno 25 persone, di cui 5 bambini, sono state uccise. C’è una costante paura della morte. Penso che questa sia la peggior crisi umanitaria di sempre, è passato troppo tempo da quando è iniziata e i danni al paese sono enormi.Ogni sfollamento significa devastazione, perdita, morte. Le persone si sentono sempre meno sicure e sono spaventate. Sono stata in Siria 6 o 7 volte e generalmente le persone erano molto resilienti. Ma questa è la prima volta che ho visto le persone avere dei crolli nervosi, scoppiare in lacrime. La situazione è particolarmente pesante per le madri perché si sentono profondamente in colpa nel non riuscire a proteggere i propri figli. Ho visitato gli ospedali e il tasso di tentato suicidio o di suicidio è alto – oltre 10 casi nelle ultime due settimane.C’è tantissimo dolore, tantissima sofferenza. Queste persone vivono con una paura costante, si domandano: quando toccherà a me?In un ospedale ho incontrato una bambina che era stata pugnalata dalla madre. La madre mi ha detto che uccidere sua figlia e mandarla in paradiso era meglio che lasciarla vivere in quell’inferno. Sono andata al reparto pediatria, nell’area delle incubatrici, e un dottore mi ha dato una bambina di soli due mesi in braccio. Aveva una ferita alla pancia causata da sua madre che l’aveva pugnalata dopo la nascita. La sua famiglia è sfollata 5 volte in 3 anni, questa donna ha perso da poco i fratelli e il marito a causa della guerra e non ce la fa ad affrontare tutto questo.Tenendo in braccio quella bambina ho visto il potere della resilienza, il potere della vita. Questo dimostra il potere della vita nonostante la sua crudeltà. C’è sempre una speranza, questa bellissima bambina si sta riprendendo e sopravviverà. Il dottore ha fatto un miracolo.La violenza deve finire, le Nazioni Unite, noi siamo pronti, stiamo aspettando”.

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Segnali d’allarme dell’UNHCR per la situazione a Yei, in Sud Sudan

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2016

sud sudanL’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime crescente preoccupazione per la sicurezza e il benessere di circa 100mila persone intrappolate a Yei, una città situata nello Stato Centrale di Equatoria, circa 150 chilometri a sud ovest di Juba.
Secondo la chiesa cittadina, più di 30mila persone provenienti dalle aree circostanti sono state costrette a trovare rifugio a Yei, a seguito di attacchi mortali sui civili e del saccheggio di proprietà private, avvenuti tra l’11 e il 13 settembre. A partire da metà luglio, queste persone sono andate ad aggiungersi alle altre migliaia di sfollati della vicina Contea di Lainya, e ad altri 60mila residenti rimasti a Yei, senza mezzi per andarsene e nelle stesse condizioni di bisogno in cui si trovano le persone sfollate a causa del conflitto.Fino a questo momento, Yei era stata per lo più risparmiata dalla violenza e dagli attacchi che affliggono il Paese da dicembre del 2013. La presenza dell’UNHCR in loco è stata limitata alle attività di protezione e assistenza ai rifugiati provenienti dalla vicina Repubblica Democratica del Congo (RDC), che vivono nella città di Yei e nel vicino insediamento di Lasu.Le condizioni di sicurezza a Yei sono peggiorate rapidamente dopo che un nuovo conflitto è scoppiato a Juba all’inizio di luglio, con una escalation all’inizio di questo mese, che ha costretto migliaia di civili ad abbandonare le proprie case. È la prima volta che la popolazione di Yei – prevalentemente agricoltori che vivono di commercio e di sussistenza agricola – è diventata bersaglio diretto delle violenze di fronte al sospetto di appartenere a gruppi di opposizione. Queste persone hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria.Nella giornata di martedì 27 settembre, una missione inter-agenzia a Yei, guidata dall’UNHCR, ha rilevato che decine di migliaia di sfollati sono rifugiati in case abbandonate, un piccolo numero all’interno di strutture ecclesiastiche, tutti stanno soffrendo una grave carenza di cibo e medicine.
Uomini e donne terrorizzati hanno raccontato di orribili violenze contro i civili prima e durante la loro fuga, tra cui casi di assalti, omicidi mirati, mutilazioni, saccheggi e incendi di proprietà. Diversi civili, tra cui donne e bambini, sono stati uccisi. Secondo quanto riportato, molti uomini giovani, di età compresa tra i 17 e i 30 anni, sono stati arrestati perché’ sospettati di supportare l’opposizione.
Gli sfollati hanno bisogno di cibo, utensili domestici, medicinali ed è necessario che i bambini vadano a scuola. I prezzi del cibo sono saliti alle stelle e i prodotti di prima necessità stanno rapidamente scomparendo dal mercato. Molti sfollati hanno riferito che le loro scorte di cibo sono state saccheggiate. I due ospedali locali funzionano a capacità ridotta. La mancanza di cibo ad alto contenuto energetico per i bambini malnutriti e le madri in fase di allattamento sta diventando critica.Le informazioni raccolte costantemente indicano che i casi di violenza sessuale e di genere sono in aumento, così come i casi di minori non accompagnati e separati. La popolazione non è in grado di lasciare la città a causa della limitata libertà di movimento e della mancanza di risorse. Poiché i contadini non riescono a raggiungere i loro campi, i raccolti marciscono e c’è un elevato rischio di non riuscire a effettuare la prossima stagione di semina. Ciò significa che l’anno prossimo le persone potrebbero non avere alcun raccolto.A Juba, i partner umanitari dell’UNHCR si stanno mobilitando per rispondere alla situazione di Yei, provvedendo, tra l’altro, alla fornitura di beni alimentari e non alimentari, e di farmaci. Non è ancora certo quando si potrà accedere all’area. Il deterioramento delle condizioni di sicurezza in Sud Sudan ha costretto più di 200mila persone a fuggire dal paese a partire dall’8 luglio del 2016, portando il numero di rifugiati sudsudanesi presenti nei paesi vicini a oltre 1 milione. In Sud Sudan, ci sono più di 1,61 milioni di sfollati interni e altri 261mila rifugiati provenienti dal Sudan, dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’Etiopia e dalla Repubblica Centrafricana.

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Il governo si muove per le banche? Tardi e male…

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 aprile 2016

salva bancheGli addetti ai lavori sanno benissimo, da anni, che uno dei principali problemi per il sistema economico italiano è il sistema bancario e specificatamente il problema delle sofferenze bancarie. Per sofferenze bancarie s’intendono i prestiti concessi dalle banche che hanno difficoltà ad essere ripagati. Il 4 maggio dell’anno scorso, il Presidente del Consiglio annuncio che “Nelle prossime settimane troveranno corso e concretizzazione i passaggi sulle sofferenze bancarie e sugli strumenti tesi a rendere il sistema bancario italiano nella stessa situazione degli altri paesi europei”.Il problema delle sofferenze bancarie è un problema importantissimo, il quale, se fosse affrontato alla radice, darebbe senza alcun dubbio uno slancio importantissimo alla nostra economia. Lo abbiamo già definito: “il singolo provvedimento più utile che possa essere fatto per far ripartire l’Italia”
Purtroppo e’ stato affrontato tardi e male, come spesso accade con i problemi incancreniti.Il principale ostacolo ad una soluzione definitiva del problema appare essere, ancora una volta, l’opposizione dell’Europa che non vuole “aiuti di Stato”.
Dopo diversi mesi di trattativa con la burocrazia europea, l’unico provvedimento che l’Italia è stata in grado di partorire è un vero e proprio “papocchio”, ovvero le GACS, Garanzie sulle Cartolarizzazione delle Sofferenze. Queste norme sono state presentate dalla stampa come “la bad bank all’italiana”, ma i fatti hanno poi dimostrato che, in pratica, non servono neppure minimamente a scalfire il problema. Ciò che serve è qualcosa di simile a quello che hanno fatto in Spagna, cioè una vera bad bank che ripulisca il sistema bancario dai crediti in sofferenza. In Spagna questo è stato fatto addirittura con i soldi dell’Europa e quindi anche con soldi dell’Italia. Comprendiamo che è molto più facile a dirsi che a farsi. Comprendiamo che si tratta di una cosa estremamente complessa, ma comprendiamo al tempo stesso che è veramente di fondamentale importanza, ed aver fatto passare un anno per poi partorire un provvedimento che si è rivelato di fatto inutile, è una cosa grave.
Se il problema è l’Europa, per una volta, bisognerebbe avere il coraggio di dire: “Signori, ci assumiamo la responsabilità di fare un provvedimento che riteniamo utile non solo per l’Italia, ma anche per l’Europa – perché un’Italia economicamente più forte è un vantaggio per tutta l’Europa – , sebbene voi lo considerate in contrasto con i vincoli europei sugli aiuti di Stato. Non chiediamo soldi a nessuno, ma non possiamo permettere che le banche Italiane versino in queste acque.”
Sicuramente l’Italia ha moltissime colpe, perché in passato, quando provvedimenti del genere erano ritenuti possibili (ed addirittura aiutati dall’Europa) noi non abbiamo fatto niente ed anzi ci siamo beati con la favoletta che le nostre banche erano solide. Al netto delle nostre responsabilità, però, non è tollerabile che l’Europa ci impedisca di porre un rimedio radicale al nostro principale freno economico per la ragione che questo, oggi, configurerebbe un aiuto di Stato.
Se il Governo troverà, nei prossimi giorni, un modo per salvare capra e cavoli (magari con il coinvolgimento della Cassa Depositi e Prestiti) bene, ma visto che già ha fatto un papocchio con i GAGS, non vorremmo assistere, per non andare contro l’Europa, ad una riedizione dello stesso film. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc per la Tutela del risparmio)

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Il numero di rifugiati burundesi ha raggiunto quota 250mila, mentre il finanziamento rimane pari al 3 per cento

Posted by fidest press agency su sabato, 5 marzo 2016

burundi_mapLa situazione in Burundi continua ad essere molto tesa e il numero di persone costrette a fuggire e cercare rifugio nei paesi vicini ha oltrepassato quota 250mila. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) teme che questa cifra possa anche essere superata.Il numero medio di nuovi arrivi settimanali è stato superiore alle mille unità in Tanzania, 500in Uganda, 230 in Rwanda e 200 nella Repubblica Democratica del Congo. Il numero di ritorni spontanei è stato molto esiguo.Per evitare un’ulteriore deterioramento della situazione è importante mantenere il sangue freddo e sollecitare una continua attenzione internazionale. Il diritto di lasciare il paese e chiedere asilo deve essere rispettato.Nonostante i recenti sforzi di alto livello per coinvolgere il governo, l’UNHCR non ha riscontrato significativi miglioramenti delle condizioni di sicurezza e dei diritti umani sul campo. Anche il deterioramento della situazione economica costituisce un motivo di preoccupazione e potrebbe innescare ulteriori spostamenti.Gli ultimi dati a disposizione dell’UNHCR indicano che 250.473 persone sono state registrate come rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo (21.186); Rwanda (73.926); Tanzania (131.834); Uganda (22.330); e Zambia (1.197) dall’inizio di aprile dello scorso anno, quando il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato l’intenzione di correre per un terzo mandato, che ha poi vinto.Anche se di recente c’è stata un leggera tregua rispetto agli episodi di violenza, i rifugiati che arrivano nei paesi di accoglienza continuano a denunciare le violazioni dei diritti umani in Burundi e le difficoltà che incontrano nel lasciare il paese. L’UNHCR ha anche ricevuto un numero crescente di segnalazioni da parte dei rifugiati rispetto a casi di detenzione e di violenza sessuale e di genere durante il transito.Circa 1.700 rifugiati burundesi sono arrivati ​​nella Repubblica Democratica del Congo dall’inizio dell’anno. Molti vivono nelle aree rurali povere, dove le condizioni sono dure, e circa due terzi (14.772) sono nel campo di Lusenda, che sta raggiungendo la sua capacità massima di 18mila persone.Il sovraffollamento è un problema in tutti i paesi ospitanti, tra cui la Tanzania, che ha accolto più burundesi rispetto a qualsiasi altro paese. Il campo di Nyarugusu ospita circa 143mila persone, di cui quasi 80mila arrivate ​​dallo scorso aprile. Il decongestionamento del campo rappresenta una priorità e i nuovi arrivi sono indirizzati a Ndutu, mentre altri già presenti a Nyarugusu vengono inviati al campo di Mutendeli, recentemente riaperto. È previsto l’allestimento di un altro campo a Karago, ma la capacità di quel campo e di quello di Mutendeli è limitata a causa delle riserve idriche insufficienti.In Rwanda, circa 48mila rifugiati burundesi vivono nel campo di Mahama, il più grande campo del Rwanda, e più di 26mila a Kigali e in altre città. Con il protrarsi delle condizioni di insicurezza in Burundi, i rifugiati stanno finendo i loro risparmi, il che incrementerà il loro bisogno di assistenza. Il governo, dal canto suo, ha chiarito che non ha in programma di trasferire i rifugiati burundesi e manterrà le sue porte aperte.
In Uganda, circa due terzi dei burundesi arrivati durante l’anno scorso sono ospitati nell’insediamento per rifugiati di Nakivale (14.876), nella regione del Sud-Ovest, il 21 per cento nella capitale Kampala, e i rimanenti negli insediamenti di Kyaka II, Oruchinga e Kisoro. Nella maggior parte dei casi si tratta di giovani donne e bambini, con un numero sproporzionatamente basso di giovani uomini. Si sta lavorando per estendere le aree di insediamento a Nakivale e nelle altre località. L’accesso all’acqua continua a rappresentare un problema e l’UNHCR sta trasportando riserve idriche a bordo in camion a Nakivake, ma si tratta di una soluzione costosa e insostenibile.
Come per gli altri paesi d’asilo, il finanziamento costituisce un grave problema che sta colpendo l’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria, ai mezzi di sussistenza, di consulenza e molto altro, anche se l’Uganda permette alle persone di lavorare e viaggiare.L’UNHCR ha richiesto 175,1 milioni di dollari per la risposta umanitaria in Burundi nel 2016 e ha finora ricevuto 4,7 milioni di dollari, pari a circa il 3 per cento. L’Agenzia ringrazia i donatori per la generosità dimostrata fino ad oggi, ma fa appello affinché arrivino con urgenza ulteriori finanziamenti.

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Accesso al credito delle imprese

Posted by fidest press agency su domenica, 1 novembre 2015

Continua ad essere difficile l’accesso al credito per le imprese italiane, e a soffrire di più sono le piccole. Lo rende noto un report realizzato da ImpresaLavoro per la Confimprenditori, che ha analizzato l’andamento dei prestiti suddividendo il dato delle piccole imprese da quello delle aziende di medio-grandi dimensioni. Ne emerge un quadro molto chiaro, che segnala come l’ammontare complessivo dei prestiti alle imprese non finanziarie, nonostante i diversi interventi della Banca Centrale Europea, continui a calare.
Mediamente, nelle 20 regioni, il credito al sistema produttivo scende dell’1,3% su base annua (marzo 2015 su marzo 2014) ma questo dato è generato da un calo dell’1,2% per le imprese medio-grandi e da una stretta creditizia quasi doppia (-2,2%) per le piccole imprese. Dal punto di vista geografico la situazione è particolarmente preoccupante al Nord dove i “piccoli” subiscono un rallentamento nell’erogazione del credito che va dal 2,2% del Trentino Alto Adige al 5,5% della Valle d’Aosta, interessando anche regioni con alta concentrazione di imprese come Veneto (-3,1%), Lombardia (-3,1%) e Piemonte (-2,9%). Il rallentamento è meno marcato al Centro dove spicca il -4% delle Marche e un segnale lievemente positivo dall’Umbria (+0,2%). Situazione simile a quella del Sud dove tra i molti segni meno (Puglia: -2,2%, Calabria -2,3%) va in leggera controtendenza il Molise (+0,3%).
I DEBITI PA. Dall’analisi, realizzata sui dati contenuti nei bollettini statistici delle economie regionali di Bankitalia, emerge che il credito rappresenti un fattore importante per le piccole imprese non solo per stimolare nuovi investimenti, ma molto spesso anche e soprattutto per far fronte al ritardo con cui si vedono pagati i lavori eseguiti.
Questo fenomeno è stato ampiamente dibattuto con riferimento ai debiti della Pubblica Amministrazione: ad oggi deve ancora essere pagato al sistema delle imprese italiane un importo che, al netto degli anticipi pro soluto, varia tra i 67 e i 71,6 miliardi di euro. Ne consegue per il sistema delle imprese un costo tra i 6,1 e i 6,4 miliardi di euro: questa stima è stata effettuata prendendo come riferimento l’ammontare complessivo dei debiti della nostra Pa, l’andamento della spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi (così come certificato da Eurostat) e il costo medio del capitale che le imprese hanno dovuto sostenere per far fronte al relativo fabbisogno finanziario generato dai mancati pagamenti. Elaborando i dati trimestrali di Bankitalia, stimiamo pertanto che questo costo sia stato nel 2014 pari all’8,97% su base annua (in leggero calo rispetto al 9,10% nel 2013).
impreseA questa grave situazione se ne aggiunge anche un’altra che potenzialmente sarebbe ancora più grave: se lo Stato italiano dovesse infatti adeguarsi alla direttiva europea sui pagamenti della Pa e riconoscesse ai creditori gli interessi di mora così come stabiliti a livello comunitario, le casse dello Stato sarebbero gravate da un esborso di ulteriori 2-4 miliardi di euro.
Il fenomeno dei ritardi di pagamento della nostra Pa assume dimensioni che non hanno pari rispetto ai nostri partner europei. Per pagare i suoi fornitori lo Stato italiano impiega 41 giorni in più della Spagna, 50 giorni in più del Portogallo, 82 giorni in più della Francia, 115 giorni in più della Germania e 120 giorni in più del Regno Unito.
Questi dati assumono ancor più rilevanza se ricordiamo – come attesta il report “European Payment 201 di Intrum Justitia – che il 38% delle nostre imprese si dichiara disposta a effettuare più assunzioni a fronte di un miglioramento significativo dei tempi di pagamento.
I PAGAMENTI TRA PRIVATI. Non va meglio se consideriamo i pagamenti tra privati. Analizzando i dati forniti da CRIBIS, lo studio di ImpresaLavoro per la Confimprenditori è stato in grado di ricostruire l’andamento regionale dei pagamenti tra imprese. “In termini generali la questione potrebbe risolversi così: più piccola è l’impresa e più puntuali sono i pagamenti – si legge nel documento – Sembra paradossale ma è così chi ha più difficolta di accesso al credito, dinamiche dimensionali e quantitative più ristrette è anche chi paga quanto dovuto con più rapidità”. In particolare circa un terzo delle micro e piccole imprese pagano le proprie fatture regolarmente (34,5% e 31,5%) mentre questa percentuale scende tra le medie (24,9%) e si dimezza tra le grandi, dove solo il 14,8% paga puntualmente.

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Situazione nella Repubblica Centrafricana

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 ottobre 2015

repubblica-centrafricanaCombattere la povertà e sanare le profonde ferite nel cuore della popolazione. Sono queste le due principali sfide che la Chiesa in Centrafrica affronta oggi, come racconta ad Aiuto alla Chiesa che Soffre monsignor Cyr-Nestor Yapaupa, vescovo di Alindao.Il presule, a Roma per partecipare al Sinodo sulla famiglia, ha visitato ieri la sede italiana della fondazione pontificia e descritto le gravi difficoltà vissute dalla sua diocesi negli ultimi due anni. «È nel nostro territorio che la Seleka ha iniziato la sua ribellione. Il 2013 è stato un anno terribile per noi». Nei primi mesi la coalizione ribelle ha preso di mira le strutture della Chiesa, saccheggiando sistematicamente presbiteri, centri sanitari, strutture della Caritas. Tutti i veicoli appartenenti alla diocesi sono stati rubati, inclusa l’unità mobile che forniva assistenza medica agli abitanti dei villaggi. «La comunità cristiana ha sofferto moltissimo, perché molti parroci sono stati costretti a lasciare le loro parrocchie: i ribelli li avevano derubati di tutto e non avevano più niente di che vivere». La diocesi è riuscita comunque a mettersi in piedi, anche grazie al sostegno di Aiuto alla Chiesa che Soffre, che ha donato 40mila euro per le riparazioni di emergenza. «Così abbiamo potuto almeno rifare le porte delle canoniche. Anche la comunità di fedeli si è molto adoperata per i suoi sacerdoti, privandosi di quel poco che aveva per acquistare dei materassi per le canoniche».Nel 2014 la situazione è lievemente migliorata e l’arrivo delle forze internazionali ha fatto spinto molti ribelli a lasciare la capitale Bangui. Ma nella diocesi di Alindao la Seleka è rimasta fino ad oggi. «Per il momento la loro presenza è circoscritta ad alcune aree, ma ora vari gruppi ribelli si sono uniti e sostengono di voler marciare nuovamente verso la capitale. Possiedono molte armi e dunque sono ancora estremamente pericolosi».Il permanere degli uomini della Seleka, scoraggia molti dei cristiani che avevano abbandonato la diocesi nel 2013 a far ritorno nelle loro case. «Per oltre 273mila abitanti abbiamo soltanto tre medici – spiega monsignor Yapaupa – e anche gli insegnanti hanno paura di tornare». Pur tra gravi difficoltà, la Chiesa continua a sostenere la popolazione. Le sette scuole cattoliche di Alindao sono le uniche ad essere rimaste aperte in questi quasi tre anni di crisi ed ora l’impegno del vescovo è rivolto a ripristinare l’unità mobile per fornire assistenza medica nei villaggi. «In futuro vogliamo anche dar vita ad un centro d’ascolto. Accanto alla povertà, curare le gravi ferite che i drammatici avvenimenti hanno inferto alla popolazione, rappresenta una delle nostre principali sfide. In molti hanno perso i propri cari e ci vorrà molto tempo per rimarginare queste ferite».Intanto la Chiesa locale e il popolo centrafricano attendono con ansia la visita di Papa Francesco. «Il Pontefice cercherà di portarci la pace e di unire il paese. Ed è essenziale in tal senso la sua decisione di visitare la comunità musulmana e quella protestante, che saranno poi entrambe invitate alle nostre celebrazioni».

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Violenze nel Ciad

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 ottobre 2015

ciadL’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) condanna le violenze esplose nel Ciad occidentale ed esprime cordoglio per la perdita di vite umane provocate durante il fine settimana dagli attacchi suicidi sferrati nella città di Baga Sola. Esprimiamo particolare preoccupazione per l’attacco al campo per sfollati interni ciadiani di Kousseri nella città di Baga Sola, che ha provocato almeno 22 morti. L’attacco ha avuto luogo in una zona dove l’UNHCR e altre agenzie umanitarie stanno cercando di garantire protezione e assistenza alle decine di migliaia di persone sfollate dalle loro case a causa del conflitto con Boko Haram. Dai rapporti delle autorità locali e delle Nazioni Unite emerge che si è trattato di attentatori suicidi, tra cui tre donne e due bambini, che avrebbero attaccato il mercato e il campo per sfollati di Kousseri alla periferia di Baga Sola nella giornata di sabato pomeriggio. L’ultimo bilancio relativo ai due siti colpiti dagli attacchi fa riferimento a 47 morti e decine di feriti. I casi più gravi sono stati trasportati in elicottero a N’Djamena.L’UNHCR collabora con altre agenzie nel campo profughi di Dar Es Salam, a 10 chilometri da Baga Sola. Tutto il personale dell’Agenzia dispiegato nella zona e gli oltre 7mila rifugiati provenienti da Nigeria e Niger presenti nel campo sono salvi. Tuttavia sono stati sospesi i viaggi verso queste zone e all’interno della regione del Lago Ciad. Anche i voli delle Nazioni Unite che permettono l’evacuazione delle persone o che portano rifornimenti di emergenza sono attualmente sospesi.Nelle ultime settimane l’UNHCR ha intensificato l’assistenza per alleviare la difficile situazione dei 60mila sfollati interni nella zona del lago, distribuendo beni non alimentari a più di 32.800 persone. Inoltre, l’UNHCR ha anche sostenuto il governo trasportando prodotti alimentari per gli sfollati dalla capitale alla zona del Lago, tra cui riso, olio e zucchero. Anche altre organizzazioni, tra cui MSF, WFP, UNICEF e il Movimento della Croce Rossa, stanno cercando di dare risposta ai bisogni umanitari degli sfollati.Molte di queste persone hanno lasciato le loro case all’inizio dell’anno, quando anche la zona del Lago Ciad è diventata effettivamente una zona di guerra.Gli sfollati versano in condizioni di vita disperate. La maggior parte di essi non hanno sufficiente accesso a cibo, riparo e cure mediche. I loro alloggi di fortuna, alcuni realizzati con semplici zanzariere, offrono poca protezione contro gli insetti o gli elementi naturali durante l’attuale stagione delle piogge.L’attacco a Baga Sola ha dimostrato quanto siano vulnerabili e isolati gli sfollati interni che si trovano nella zona del Lago. In questo contesto, accogliamo con favore la decisione del governo di migliorare le condizioni di sicurezza. L’UNHCR continua ad impegnarsi nell’offrire supporto agli sfollati interni in Ciad occidentale ed esorta la comunità internazionale a sostenere il Ciad nell’affrontare questo momento critico.L’attacco a Baga Sola, il primo che ha avuto luogo in città, è avvenuto un giorno prima che alcune donne kamikaze uccidessero nove persone a Kangaleri, nel nord del Camerun.Il Ciad ospita circa 438mila rifugiati, tra cui 350mila sudanesi, 90mila cittadini della Repubblica Centrafricana e circa 13mila nigeriani.

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Sono più di 11 milioni i posti di lavori persi nel mondo dal 2008 ad oggi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 settembre 2015

alistairUn gap occupazionale, tra il numero delle persone che oggi lavorano e quelle che avevano un impiego prima della crisi, pari a 1 su 20 dell’attuale forza lavoro. A lanciare l’allarme la nuova edizione dell’Hays Global Skills Index 2015, il report pubblicato ogni anno da Hays, società leader a livello globale nel recruitment specializzato, in collaborazione con Oxford Economics. L’analisi, intitolata “Labour markets in a world of continuous change”, prende in esame i mercati del lavoro di 31 economie (tra cui l’Italia) per individuare i principali trend del mondo del lavoro qualificato.Ma c’è di più. Si allarga anche il divario tra competenze disponibili ed esigenze del mercato del lavoro globale. Secondo il report, a registrare le maggiori carenze di specializzazioni, sono soprattutto quei Paesi che nell’ultimo anno hanno visto ripartire la propria economia come gli Stati Uniti, il Regno Unito e alcuni Stati del Nord Europa. Mentre, i mercati dei cosiddetti BRIC – una volta motore della crescita globale – stanno vivendo una fase di stallo che ha rallentato la domanda di professionisti qualificati. Lo squilibrio tra la domanda e l’offerta di competenze sul mercato del lavoro spinge sempre più aziende ad offrire stipendi comprensivi di benefit e bonus ai profili maggiormente specializzati determinando un’inflazione sui salari.La carenza di competenze, soprattutto nei settori altamente specializzati, ha un impatto negativo sia sulla produttività con professionisti sotto o sovra qualificaticarlos per il ruolo svolto, sia sulla qualità del lavoro finale.La mancanza di competenze specializzate mette in evidenza l’urgenza di un adeguato ambiente regolatorio che permetta sia la crescita economica delle aziende, sia la creazione di nuove opportunità di lavoro per i professionisti. È fondamentale, quindi, l’intervento dei Governi per favorire da un lato la ripresa economica, dall’altro l’accesso da parte delle imprese alle competenze di cui hanno bisogno.“L’economia mondiale è tornata a crescere – commenta Alistair Cox, CEO di Hays – .Tuttavia, la ripresa ha accentuato il divario tra le competenze disponibili sul mercato del lavoro e quelle richieste dalle aziende e, in molti Paesi, si registrano ancora alti tassi di disoccupazione. Imprese e Governi devono lavorare insieme per trovare soluzioni efficaci per colmare questo gap e non compromettere la futura crescita economica”.“È necessario che politiche e servizi all’educazione siano allineati con le reali esigenze economiche delle aziende. Questo, però, richiede tempo, con effetti a lungo termine – continua Cox – . Nel breve periodo occorre, invece, adottare politiche del lavoro e dell’immigrazione che permettano alle imprese di selezionare professionisti specializzati al di fuori del proprio mercato. In caso contrario, la domanda di competenze qualificate continuerà a non essere soddisfatta”.
E in Italia? “Dopo anni di recessione l’economia del nostro Paese mostra i primi deboli segnali di ripresa, ma aumenta la pressione sul mercato del lavoro con un aumento della domanda di professionisti qualificati – spiega Carlos Soave, Managing Director Hays Italia -. La mancanza di competenze specializzate è, infatti, la sfida più grande per le aziende italiane: l’aumento del tasso di disoccupazione acuirà ancora di più le difficoltà nella ricerca di professionisti qualificati nel lungo periodo”. (foto: alistair, carlos)

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“Investire dopo la crisi greca”: i consigli degli esperti

Posted by fidest press agency su martedì, 18 agosto 2015

lignano sabbiadoroIl 19 agosto a Lignano Sabbiadoro (Ud) il terzo incontro di Economia sotto l’ombrellone. Quale sarà l’impatto della crisi greca sugli investimenti degli italiani? Quali rischi devono considerare i risparmiatori mentre continua l’instabilità dei mercati? È possibile scorgere in questa difficile situazione anche delle opportunità? L’estate 2015 è diventata un vero e proprio incubo per gli investitori. Tra giugno e luglio Atene si trovava con banche e Borsa chiuse e un referendum che metteva a rischio la permanenza del Paese dell’Euro. Oggi, dopo le settimane di stop agli investimenti, la Borsa di Atene è riaperta e i ministri delle finanze UE hanno adottato il terzo piano di aiuti da 86 milioni di euro; ma la situazione è tutt’altro che tranquilla: «Non c’è la certezza, ma la speranza» che la situazione in Grecia possa migliorare, ha dichiarato Angela Merkel all’indomani dell’accordo sul piano. Senza menzionare gli altri fattori di instabilità che agitano i sonni estivi degli investitori: dalla svalutazione della moneta cinese che avrà contraccolpi pesanti per l’Eurozona, alla crisi delle quotazioni del petrolio, fino all’attesa per una ripresa che, nel nostro Paese, proprio non arriva.
Ne parleranno, al Palapineta di Lignano Sabbiadoro, tre esperti di economia e investimenti privati: Mario Bianchi Disette, specialista in risparmio e investimenti Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia; il consulente finanziario Mario Fumei; e Luigi Riganelli, responsabile private banking Monte Paschi di Siena, sede di Trieste.Il dibattito “Investire dopo la crisi greca”, moderato dal giornalista Carlo Tomaso Parmegiani, inizia alle 18.30 e dura circa un’ora con spazio per le domande del pubblico. Al termine dell’incontro la possibilità per il pubblico stesso di incontrare, in maniera informale e conviviale, i relatori del dibattito durante un aperitivo.
La quinta edizione di “€conomia sotto l’ombrellone”, che si tieneal Palapineta, nel Parco del Mare (via Lungomare Alberto Kechler, Lignano Sabbiadoro – Ud), è organizzata da Eo Ipso srl, ha il patrocinio del Comune di Lignano Sabbiadoro, di Turismo FVG e di Confcooperative Friuli Venezia Giulia ed è sostenuta da Confindustria Udine, Cassa di risparmio del Friuli Venezia Giulia e Greenway nel ruolo di main sponsor. Altri sponsor sono Ombrellificio Ramberti; Villa del Torre – Organizzazione eventi; Euro&Promos Group; Viticoltori Friulani La Delizia; Lignano Pineta Spa; Hotel ristorante President; Porto Turistico Marina Uno. Media partner è Corriere Imprese Nordest.

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La maledizione

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 agosto 2015

capitaliL’umanità è divisa, fortemente divisa e conflittuale tra chi possiede e chi no, tra ricchi e poveri, tra la giustizia e l’ingiustizia. E’ la torre di babele che si ripete ma questa volta non per le diverse lingue che parliamo ma dal frutto avvelenato che ci offre un capitalismo sfrenato, avido e cinico. Restiamo, anche noi che non siamo ricchi o poveri ma ci troviamo nel mezzo del guado, rassegnati a vedere che una parte dei nostri simili diventi la vittima sacrificale degli egoismi di una classe politica, di una oligarchia di potenti e nel nostro agnosticismo non abbiamo netta la consapevolezza che si sta frantumando quanto di buono l’essere umano può generare ed esprimere. Mentre scriviamo migliaia di bambini muoiono di fame e di stenti. Mentre scriviamo migliaia di donne muoiono di parto. Mentre scriviamo migliaia di persone di tutte le età muoiono per mancanza di farmaci salvavita. E l’egoismo è stato tale che persino negli Usa, definita per antonomasia, la patria dei diritti civili, per assicurare l’assistenza sanitaria a milioni di suoi cittadini c’è voluta la ferma determinazione di un suo presidente anche se il risultato non è del tutto soddisfacente. In pratica se non si è benestanti si continua a morire e in Italia ci stiamo avviando su questa strada dopo che decenni di lotte ci hanno portato all’esaltazione dei nostri diritti per vivere con dignità e per morire con dignità. La prova è oggi sotto i nostri occhi con un governo che taglia risorse al sociale e umilia i più deboli e li condanna all’emarginazione. Nessuno si solleva perché le risorse vadano individuate altrove eliminando i rami secchi della politica, degli interessi corporativi, delle rendite milionarie. E’ questa l’ennesima prova della nostra incapacità di renderci consapevoli che di fronte alle sirene di un possibile guadagno ci illudiamo di poter salire sul carro del potente mentre si matura l’ennesimo inganno per tacitare le nostre coscienze, per allontanarci dal dramma che ci sovrasta. Cosa ci serve di più per avere la consapevolezza d’essere sull’orlo di un baratro non tanto e non solo come singole persone ma come figli di un padre comune. Homo homini lupus. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Lazio: imprese e pagamenti

Posted by fidest press agency su martedì, 12 maggio 2015

marco pretiLe imprese della Provincia di Roma, dati aggiornati a fine marzo 2015, si posizionano al penultimo posto nel Lazio in tema di puntualità nei pagamenti commerciali. Il 25,5% ha saldato puntualmente le fatture ai fornitori, il 50,8% ha regolato i conti con un ritardo fino a 30 giorni dai termini concordati, il 23,7% oltre i 30 giorni. Una performance peggiore sia della media regionale (25,8% di pagamenti puntuali) sia di quella nazionale (36,3%). Si segnala il peggioramento dei ritardi gravi, passati in 5 anni dal 7,8% del 2010 al 23,7% attuale.
E’ quanto emerge dallo Studio Pagamenti realizzato da CRIBIS D&B, la società del Gruppo CRIF specializzata nelle business information, che ha analizzato i comportamenti di pagamento delle imprese Laziali del nel primo trimestre 2015.
Dopo Viterbo (30,8%) nella classifica delle province più puntuali troviamo Rieti (26,3%), Frosinone (25,9%), Roma (25,5%). Chiude Latina, con solo il 24,3% di pagamenti alla scadenza a fronte di un 22,1% di ritardi gravi. A livello regionale il Lazio ha mostrato difficoltà nei pagamenti commerciali. Solo il 25,8% delle imprese laziali ha infatti saldato puntualmente le fatture ai propri fornitori, mentre il 50,7% ha regolato i conti con un ritardo fino a 30 giorni dai termini concordati e il 23,5% con un ritardo oltre i 30 giorni. Il Lazio inoltre mostra una performance di pagamento inferiore sia alla media italiana (36,7% di imprese puntuali, 15,7% di imprese oltre i 30 giorni di ritardo), sia a quella del centro del Paese (31,5% di imprese puntuali, 18,5% oltre i 30 giorni di ritardo)Una situazione in cui si segnala anche la preoccupante crescita dei ritardi oltre i 30 giorni dai termini concordati, che dal 2010 ad oggi hanno conosciuto un incremento del 200,9%. Nel contempo, sempre rispetto a 5 anni fa appaiono in calo del 14,2% le imprese con ritardi entro 30 giorni dalla scadenza e in diminuzione del 22% i buoni pagatori. (foto: marco preti )

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Incendio a Fiumicino

Posted by fidest press agency su martedì, 12 maggio 2015

aeroporto-romaAd alcuni giorni dall’incendio che ha devastato il terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino, USB oggi ha svolto un presidio in Aeroporto per denunciare la situazione incredibile in cui migliaia di lavoratori delle varie aziende che operano in aeroporto sono stati mandati a riprendere servizio in un contesto ambientale oggettivamente critico.Ciò che ha scatenato le nostre fortissime preoccupazioni riguardava la mancata comunicazione da parte delle autorità competenti, Enac e gestore Adr in testa, di chi avesse rilasciato l’agibilità anche parziale del terminal costringendo le maestranze ad operare anche per interi turni in presenza di fumo, odore acre, polveri sottili e, in molti casi, senza l’adeguato materiale di protezione o con mezzi del tutto inadeguati. Tra l’altro abbiamo anche segnalato come continuino i malori e i ricoveri presso le strutture sanitarie dell’aeroporto, mentre solo alcune Aziende abbiano previsto per i propri dipendenti, ulteriori misure precauzionali coerenti con il contesto. Ci domandiamo se sia normale che nel punto ristoro alle partenze terminal 3 si eroghi cibo non confezionato, panini, cornetti, con la fuliggine che ancora circola nell’aria ed è visibile nei mobili del bar e sulle mascherine che portano i lavoratori.
E’ inoltre diffusa la preoccupazione che l’incendio abbia sprigionato nell’aria sostanze altamente tossiche. L’USB chiede che siano fatte le dovute verifiche per escludere che siano presenti particelle di amianto.Grazie alle nostre ripetute denunce siamo stati informati che Enac solo il 9 maggio, ovvero il giorno dopo la riapertura, aveva avuto una prima autorizzazione da parte di una società privata, mentre solo oggi, a 5 giorni dal catastrofico incendio, la Asl competente ha svolto la prima ispezione del terminal, tra l’altro chiamando a sua volta l’Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambiente) a fare i dovuti e necessari rilievi.Tutto questo sta sollevando un enorme interrogativo su come sia stata gestita l’emergenza e se davvero la salute dei lavoratori sia stata davvero tutelata come prevede la legge (e il buon senso) di questo Paese.Dopo essere stati in prima fila ad assistere i passeggeri durante il caos generato dal rogo, oggi i lavoratori e l’USB vogliono sapere se c’è o non c’è l’agibilità ambientale per lavorare e a quali condizioni e con che mezzi si possa svolgere le proprie mansioni nelle zone dell’aeroporto riaperte frettolosamente il giorno dopo, chiedendo di avere questo responso degli enti pubblici preposti, senza più l’approssimazione di questi giorni, e di conoscere l’esatta verità sulle conseguenze dell’incendio.USB Lavoro Privato oggi ha scritto una lettera a tutte le autorità governative per sollevare a tutti i livelli il dramma in atto nell’aeroporto principale del paese, dichiarandosi determinato a tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori con tutti i mezzi disponibili, messi a disposizione anche dalla stessa legge sulla restrizione degli scioperi 146/90.

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Situazione Farmacap

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 febbraio 2014

“Condividiamo la protesta e solidarizziamo, ancora una volta, con le lavoratrici e i lavoratori di Farmacap che manifestano sotto l’Assessorato alle Politiche Sociali affinché l’azienda sia rilanciata, a difesa della gestione pubblica e per il proseguimento dei servizi alla cittadinanza. Nell’incontro di maggioranza di oggi chiederemo agli assessori Morgante e Cutini di rendere note le loro reali intenzioni circa il futuro di Farmacap, riguardo alla specificità pubblica e all’ampliamento delle funzioni nei termini contemplati dalla L.R. 30/08, per garantire un piano integrato socio-sanitario di cui la città ha assolutamente bisogno. Il futuro di Farmacap passa attraverso la ridefinizione della mission aziendale puntando sull’implementazione di un servizio che rappresenta una singolare opportunità per i cittadini di Roma Capitale”. Lo dichiarano in una nota Gemma Azuni, consigliera comunale di Sel e Gianluca Pecila, capogruppo Sel in Campidoglio.

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Magistratura popolare

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 novembre 2013

Magistratura Popolare è un’Associazione di liberi cittadini ideata e voluta dal Partito delle Aziende. Ad essa aderiscono cittadini, intellettuali, ex magistrati provenienti da qualunque ordine e grado della Magistratura Italiana, ex appartenenti alle forze dell’ordine, avvocati, esperti di diritto provenienti anche da altri Paesi, titolari dei diritti politici, anche non iscritti al Partito delle Aziende, che siano determinati a contribuire alla rigenerazione dello Stato di diritto in Italia.Attualmente l’Italia è assestata in una condizione di non-Stato. La pletora delle fonti normative, regolamentari e interpretative di leggi, norme, regolamenti e usi (Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica, ministeri, Regioni, Autonomie Locali di vario ordine e grado, a partire dalle Regioni fino alle Circoscrizioni, Enti Statali, Enti di prossimità, Agenzie, Autorità) ha privato la Nazione del proprio ruolo sovrano. Il cittadino o qualsiasi altro soggetto, anche sociale e plurale dotato di personalità giuridica è sottoposto a un numero elevato di centri di potere che sono sormontanti la libertà di fatto e sottratti al potere di controllo esercitabile attraverso l’espressione del voto politico.Per maggior danno, tale contesto, unitamente alle condizioni di cronica insufficienza strutturale e organizzativa in cui è trattenuta imprigionata la Magistratura Italiana, rende di fatto inefficiente, quando non del tutto assente, l’esercizio del controllo di legalità assegnato dalla Costituzione della Repubblica all’ordine sovrano giudiziario, contribuendo all’attuale stato di fatto, in cui una pletora di norme e assimilabili opprime gli individui e le loro opere, rende incerto il presente, impastoia e soffoca il diritto di esprimere in libertà e nel rispetto della Legge ogni progetto di vita, costituisce l’habitat ideale per furbi e parassiti, stabilmente annidati nel non-Stato, a un tempo virtualmente e sostanzialmente irresponsabili dei propri atti. In questo contesto, come inevitabile in qualsiasi soggetto plurale e collettivo, anche all’interno della Magistratura possono manifestarsi comportamenti impropri, talora illeciti, come sancito da sentenze passate in giudizio, possono germogliare interessi obliqui, essere rese inefficienti le risorse di autogoverno. Per maggior danno, la debolezza della politica contemporanea genera vuoti che sospingono la magistratura a ruoli vicari della politica, che le sono impropri e contrari alla separazione dei poteri sancita dalla Costituzione nonché affatto nocivi alla credibilità della magistratura stessa come soggetto terzo delle contese.Magistratura Popolare nasce per interferire con l’esistente e contribuire al processo rivoluzionario pacifico che dovrà condurre dal non-Stato a un rinnovato Stato di diritto. In primo luogo essa vigilerà affinché la Costituzione della Repubblica sia rispettata e attuata in ogni sua declinazione. Articolandosi parallelamente all’organizzazione attuale della giustizia, eserciterà un potere indiretto di controllo, attraverso lo sviluppo di ogni forma possibile di dibattito pubblico e di pubblicistica scritta, monitorando e denunciando quando necessario le condizioni materiali in cui avviene l’esercizio della magistratura, l’assetto organizzativo e il rispetto dei piani di lavoro di ogni Tribunale della Repubblica o di qualsiasi Corte o istanza di giudizio, per ogni ordine dell’attività giudiziaria, da quello civile a quello penale, dalla giustizia amministrativa a quella contabile e fiscale, monitorerà il carico di lavoro dei magistrati, ivi compreso quello extragiudiziale, denuncerà qualsiasi situazione in cui la norma permetta di sostituire una giustizia formale a quella sostanziale, si farà promotrice di “class actions” per il risarcimento di qualsiasi danno derivi alla comunità nazionale dall’esercizio improprio della attività giudicante e/o funzionariale, per qualsiasi livello di organizzazione del non-Stato, svilupperà il dialogo con qualsiasi organizzazione sindacale collettiva rappresentativa nel mondo giudiziario che ne manifesti la volontà.Tutto quanto sopra nella luce del seguente principio ispiratore: l’esercizio della democrazia, dei suoi diritti e doveri, è la forza inarrestabile che può portare luce anche dove il buio abbia potuto insinuarsi. E dal momento che il controllo di legalità è condizione non negoziabile per un effettivo esercizio delle libertà democratiche, Magistratura Popolare nasce come strumento a fianco e a disposizione dei giudici che, non avendo sopito il proprio senso civico nella degradazione del non-Stato, sono determinati ancora e sempre a servire la libertà di ognuno attraverso il rispetto e l’attuazione della Legge.

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Gestione rifiuti

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 settembre 2013

Insegnare ai cittadini a fare la raccolta differenziata in modo corretto ed efficiente: è questo uno degli obiettivi del progetto BURBA (Bottom-up selection, collection and management of URBAn waste), finanziato dall’Unione Europea che lancia un nuovo concetto di servizio di raccolta dei rifiuti.
Il progetto, che vede l’Italia tra i partner principali, utilizza un sistema di identificazione a radio frequenza (RFID, Radio frequency identification) all’avanguardia e a basso costo e tecnologie di geolocalizzazione che permettono di identificare il luogo di conferimento, controllando le modalità di separazione dei rifiuti.
Grazie a questo sistema il cassonetto può essere aperto utilizzando un carta personale RFID che permette di identificare l’utente che in quel momento sta effettuando il conferimento dei rifiuti e dare un riscontro sul corretto smaltimento effettuato.
I rifiuti vengono raccolti in un cassonetto intelligente (IWAC, Intelligent Waste Container) avente una capienza di 1.100 litri e destinato alla raccolta sia dei rifiuti urbani che di quelli industriali.I dati registrati dal sistema vengono inviati ad un centro di controllo che li elabora al fine di definire un profilo dettagliato delle abitudini di conferimento per zona e orario. Sulla base di queste elaborazioni si potrà arrivare a una ottimizzazione dei percorsi dei mezzi di raccolta in modo da garantire un flusso ordinato ed efficiente verso i centri di smaltimento. Tutte le informazioni vengono trasmesse anche ai cittadini tramite una app per smartphone e telefoni cellulari che fornisce consulenza e supporto per il corretto conferimento dei rifiuti. Inoltre l’uso di etichette di identificazione dei rifiuti potrebbe aiutare a prevenirne lo smaltimento illegale.
Grazie alla collaborazione tra Amministrazioni locali e cittadini, il sistema BURBA prevede anche l’attivazione di programmi di incentivi per il corretto riciclo, attraverso l’attivazione di un sistema in grado di premiare i comportamenti virtuosi, ad esempio con sconti sulle tariffe e sulle tasse di smaltimento dei rifiuti. Ad essere coinvolti nel progetto sono 9 partners provenienti da Italia, Spagna, Polonia, Portogallo e Cina con organizzazioni che includono istituti universitari di ricerca per la prototipazione di attrezzature all’avanguardia, e piccole e medie imprese (PMI) per analizzare norme di sicurezza e tecnologie di localizzazione.“Abbiamo scelto tre città di diverse dimensioni (Camogli in Italia, Santander in Spagna e Rzeszow in Polonia) con diverse abitudini al fine di avere una buona panoramica della misura del problema in Europa”, afferma Simona Bruna, tra i responsabili del progetto per “D’Appolonia S.p.a”, azienda italiana che lo coordina e che rappresenta una delle componenti industriali dello studio. I ricercatori stanno inoltre elaborando un Life Cycle Analysis (LCA) il cui scopo è quello di esaminare non solo i possibili benefici per migliorare i percorsi di raccolta della flotta di camion dei rifiuti, ma anche di garantire risparmi non controbilanciati da costi di produzione e di utilizzo del sistema. Il team BURBA è sul punto di ultimare i primi prototipi e di effettuare il loro successivo collaudo in situazioni reali. Una rete di IWACs sarà disponibile in Italia, Polonia e Spagna. “La tecnologia sviluppata sembra essere abbastanza promettente e gli utenti del servizio sono molto interessati a convalidarlo”, conclude Bruna.

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Darfur, grave situazione umanitaria

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 agosto 2013

Burnt hut in Darfur closeup of tools

Burnt hut in Darfur closeup of tools (Photo credit: Wikipedia)

Decine di migliaia di persone, tra rifugiati del Darfur e ciadiani rimpatriati, sono fuggite dai violenti scontri nel Darfur nel periodo compreso fra gennaio e maggio 2013 e hanno cercato rifugio nella zona di Tissi, nel sud-est del Ciad. Un’indagine retrospettiva sulla mortalità, condotta all’inizio di maggio e pubblicata da Medici Senza Frontiere (MSF), rivela che il 93% delle morti tra gli sfollati è avvenuto in Darfur, prima di raggiungere il Ciad, ed è stato causato principalmente dalla violenza. MSF ha ricevuto segnalazioni sugli spostamenti all’inizio di marzo, durante lo svolgimento di una campagna di vaccinazione contro la febbre gialla nel distretto di Goz Beida. Poche settimane dopo, MSF ha iniziato a fornire assistenza medica di emergenza, materiali per allestire dei ripari, acqua potabile e kit per l’igiene ai rifugiati e ai rimpatriati nella zona Tissi. Per capire meglio le circostanze di questi grandi spostamenti di popolazione, MSF ha commissionato a Epicentre, il Centro di ricerche epidemiologiche di MSF, un’indagine retrospettiva sulla mortalità negli insediamenti di Haraza e Tissi, dal 9 al 18 maggio. Le informazioni sono state raccolte tra più di 15.000 persone, in 2.658 famiglie, equamente divise tra rifugiati e rimpatriati. Nelle testimonianze rese all’équipe di MSF, i rifugiati descrivono attacchi in cui è stato sparato a molte persone e i villaggi dati alle fiamme, rasi al suolo e saccheggiati. Il primo dato significativo è che la maggior parte delle morti si è verificata in Darfur prima di attraversare il confine con il Ciad. “Questa indagine conferma che la violenza in Darfur è infatti la principale causa di mortalità tra i rifugiati”, afferma Delphine Chedorge, coordinatrice dell’emergenza di MSF. La ricerca rileva non solo che il 61% dei 194 decessi segnalati è stato causato dalla violenza, ma anche che la maggior parte di essi (111 su 119) è dovuta ad armi da fuoco ed è legata a specifici episodi di violenza che precedono le due grandi ondate di spostamenti, una all’inizio di febbraio e l’altra i primi di aprile.
La stragrande maggioranza dei rifugiati intervistati da MSF a Tissi viene da Abugaradil. Hanno riferito di 71 morti violente in questo villaggio, quando è stato attaccato, tra il 2 e il 9 aprile. “Questi risultati contrassegnano un episodio di estrema violenza a Abugaradil e sollevano gravi preoccupazioni per la situazione umanitaria nella regione”, afferma Delphine Chedorge. Da giugno a settembre, le piogge isolano la maggior parte della zona di Tissi e gli interventi umanitari devono essere ridimensionati. Un’équipe di MSF è comunque rimasta nella città di Tissi e continua a ricevere e curare pazienti.
MSF lavora in Ciad da più di 30 anni e, oltre alle operazioni in risposta alle emergenze, l’organizzazione gestisce progetti a Abeche, Massakory, Am Timan e Moissala.
Medici Senza Frontiere, nata nel 1971, è la più grande organizzazione medico-umanitaria indipendente al mondo. Nel 1999 è stata insignita del Premio Nobel per la Pace. Opera in oltre 60 paesi portando assistenza alle vittime di guerre, catastrofi ed epidemie. http://www.medicisenzafrontiere.it; Facebook.com/msf.italiano; Twitter: @MSF_Italia APP per Smartphone “MSF – Senza mai restare a guardare” http://app.msf.it

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Governo: facciamo il punto della situazione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 aprile 2013

Le recenti elezioni politiche ci hanno dato un esito in pratica “interlocutorio” nel senso che non ha sancito un vincitore ma, semmai, tre mezze vittorie, mentre il partito di Monti si è fermato al 10%. La logica avrebbe voluto che si sarebbe potuto uscire dall’attuale impasse se due dei tre partiti si fosse alleato. Lo ha chiesto il Pdl pensando al Pd ma quest’ultimo lo ha chiesto al M5S ritenendolo più affine. Ora con il rifiuto del M5S d’unire le sue forze con il Pd non per motivi d’incompatibilità di programmi ma per ragioni di fiducia la situazione si è complicata. Taluni osservatori politici, per lo più adusi a ragionare con la logica dei vecchi schemi, intravedono, in questa mossa del M5S, un “irragionevole irrigidimento.” In questo modo di esprimere la loro contrarietà si potrebbe persino percepire una sorta di malafede poiché non si può pensare che hanno ignorato la ragione di fondo che ha animato da anni il movimento di Grillo e condiviso oggi da milioni d’italiani. E’ il frutto, semmai, che sta andando a maturazione di un disagio crescente di quanti non riescono più a identificarsi con la politica che danni parla di riforme e regolarmente le disattende. Partiti che hanno avuto bisogno di un governo extraparlamentare per uscire dalla profonda crisi di sistema e che ancora oggi annaspano nel buio assoluto. Basterebbe che il Pd lo riconoscesse pubblicamente e affidasse al M5S il governo del Paese offrendogli la fiducia. Errare umanum est ma “perseverare” est diabolicum. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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La questione meridionale

Posted by fidest press agency su martedì, 17 luglio 2012

English: . Italiano: Scudo di Carlo III, re di...

English: . Italiano: Scudo di Carlo III, re di Napoli e di Sicilia, per il Regno di Sicilia su una formella del portone del Duomo di Catania (1736). In basso la legenda CAROLO SEBASTIANO/ VTRIVSQVE SICILIÆ/ REGE (Carlo Sebastiano, Re della Sicilia Ulteriore) (Photo credit: Wikipedia)

La prima domanda che mi pongo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: Se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte concioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parlamentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne? E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi per la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta? La Sicilia, in questo contesto, e il “sicilianismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’isola è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale. Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura e non è possibile indugiare oltre. I siciliani sono rimasti troppo a lungo in attesa. Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando si inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e il Villari ci ricorda che “cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mezzogiorno. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel complesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.” Iniziarono i tempi del risveglio. Ricordo, tra i tanti, il genovesiano Domenico Caracciolo. Egli tentò d’inserire nella vita siciliana i germi della libertà partendo da uno studio sistematico dei più perfezionati sistemi economici in vigore nell’Europa continentale. Egli ebbe il merito, a detta di Falzone, di “far conoscere al di fuori del breve cerchio degli uomini di cultura problemi economici e sociali siciliani in maniera viva e penetrante, nonostante le difficoltà delle condizioni culturali.” Non fu, ovviamente, un caso isolato. Ricordo, ad esempio, negli anni successivi le indagini del Genovesi, del Filangieri del Galiani fino alle grandi e sistematiche inchieste del Galanti. Fu, pertanto, costante oggetto di studio la condizione ambientale e geografica di quelle regioni che si innestava nella ricerca delle cause del suo immobilismo agrario (latifondo) e delle conseguenti condizioni di vita. A questo riguardo vale per tutti il giudizio dato dal Saraceno sull’agricoltura meridionale all’atto dell’unificazione del Regno: “… Espressione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; (…) quest’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani.” Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali. “Un discorso a parte – rileva il Carrà – meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, dal Franchetti al Jacini, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro dell’agricoltura e ancora al Fortunato e al Pantaleoni che posero l’accento sul carico tributario considerato del tutto sproporzionato alle entrate delle varie parti d’Italia. Per il lucano Nitti l’unità era stata fatta a scapito delle regioni meridionali e tanto che prima dell’unità il regno di Napoli era quello che dal punto di vista finanziario si trovava in condizioni migliori degli altri. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria per tali ragioni una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. “La verità – lo sottolinea un statista e uomo di governo della levatura di un Nitti – è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno.” Devo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, e ai siciliani in particolare, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, compreso, ovviamente, il Piemonte e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto maggiori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave proprio perché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Ma allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia. Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea. Sarebbe bastato potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali. Sarebbe bastato sviluppare il turismo e ad associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale. Sarebbe bastato potenziare settori quali l’industria agro alimentare, casearia, vinicola e olearia. Sarebbero bastati più fatti e meno parole. Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un’altra aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei siciliani. E’ che se la Sicilia in particolare e più in generale il Meridione è cresciuto è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali. A Napoli direbbero: “cornuti e mazziati”. Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quella della protesta. Ma vorremmo che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze, Non vogliamo essere una minoranza. Non vogliamo essere catalogati come quelli che gridano al vento. Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio. Noi vorremmo che ai siciliani e ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo stato riconoscesse i nostri crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro e perché a partire dai politici di estrazione meridionale si capisse senza equivoci che “cà nisciuno è fesso” e la nostra pazienza non va scambiata con la stupidità e l’ingenuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a mio avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile perché vi sono siciliani e meridionali in genere che ci conducono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane. Viva la Sicilia e i siciliani. Viva il meridione e i Meridionali, viva l’Italia e che possa essere fatta di italiani con un solo campanile. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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