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Posts Tagged ‘covid-19’

Covid-19, virus killer o meno aggressivo?

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 giugno 2020

“Questo è ancora un virus killer. Ci sono migliaia di persone che ogni giorno muoiono. Non credo sia il caso di dire che è diventato meno patogeno, siamo noi che ora lo combattiamo meglio”. Così Mike Ryan, il capo del programma di emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), risponde indirettamente alle osservazioni di alcuni medici italiani, in primis Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva del San Raffaele di Milano, secondo i quali il virus è clinicamente cambiato.
“Non è interesse di un virus – ha ricordato il rappresentante dell’Oms – uccidere tutti coloro che infetta, lo abbiamo visto con i bambini, ma la contagiosità e la severità non sono cambiate. Abbiamo imparato però a ridurre la trasmissione e stiamo anche studiando se l’intensità dell’esposizione al virus, come nel caso degli operatori sanitari, possa avere un ruolo nella severità della malattia”.Nessuno ha mai detto che il virus è sicuramente mutato, né che non esiste più, ma il fatto che i pazienti che vengono ricoverati oggi siano “diversi” e meno gravi rispetto a quelli di un mese fa è una “evidenza clinica”. E’ la linea dei medici italiani rispetto alla posizione dell’Oms. “La mia è una osservazione puramente clinica, assistita dallo studio virologico del professor Massimo Clementi, e la derivo dall’osservazione nel mio ospedale che ha avuto sino a 1.200 ricoverati all’apice della crisi, 150 dei quali in terapia intensiva”, dice il professor Alberto Zangrillo. “Dal 21 aprile non abbiamo più ricoverato pazienti in condizioni gravi -scandisce – Ora noi abbiamo a che fare con una malattia completamente diversa. E questo dato arriva dal confronto con i responsabili di tutti gli ospedali dell’area metropolitana milanese e anche dagli ospedali delle aree più colpite, come il Papa Giovanni XXIII di Bergamo e quelli di Crema, Cremona e Lodi”. “Non abbiamo mai detto che il virus è mutato – ribadisce Zangrillo – Abbiamo detto che è cambiata l’interazione fra il soggetto ospite e il virus. E questo può derivare o da una caratteristica differente del virus, che non abbiamo dimostrato, o da caratteristiche diverse a livello recettoriale dell’ospite”. Zangrillo tiene a sottolineare che le sue considerazioni non equivalgono a un ‘liberi tutti’. “Al contrario, significa che se continueremo a tenere i comportamenti virtuosi che abbiamo tenuto finora, probabilmente fra un mese avremo risultati anche migliori”.
Massimo Clementi è direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele, ed è curatore di uno studio che, spiega, verrà pubblicato dalla rivista scientifica “Clinical Chemistry and Laboratory Medicine” entro la prossima settimana. Lo studio del San Raffaele, condotto su un campione omogeneo di cento pazienti dei primi quindici giorni di marzo confrontato con un analogo campione di altri cento pazienti negli ultimi quindici giorni di maggio, evidenzia che la carica virale negli ammalati di fine maggio è notevolmente ridotta.”Test genetici li facciamo di routine. Cerchiamo verifiche su sequenze virali – dice il professor Clementi – E non abbiamo notato mutazioni rilevanti: il virus non sembra sia mutato da un punto di vista genetico”.
“Il nostro studio è partito quindi dall’evidenza clinica che la malattia ha cambiato profilo – continua – E’ una cosa abbastanza abituale in un nuovo virus. Capita spesso che, dopo una fase di grande aggressività, ci sia una forma di coadattamento, fra virus e ospite”. Il professor Clementi per il suo studio ha quindi applicato una tecnica quantitativa che aveva utilizzato nei primi anni 90 per l’Hiv “un virus diverso che più replica e più fa danno”, che consente di misurare l’Rna del virus. “Con una metodologia un po’ forzata, perché in questo caso abbiamo usato campioni ottenuti da tamponi rispetto al prelievo di sangue utilizzato per l’Hiv – precisa Clementi – Abbiamo diviso i pazienti per fasce omogenee, e quel che è emerso è che i pazienti di maggio avevano una carica virale straordinariamente più bassa di quelli di marzo, anche considerando soggetti con età superiore ai 65 anni”.”Capire da cosa questo sia determinato – sottolinea – non lo so. Ma mi pare un dato significativo”. “Ora vorremmo fare uno studio più ampio in più centri – conclude – Siamo in contatto con il professor Guido Silvestri, virologo ad Atlanta (Usa), per fare uno studio comparativo fra 1.000 suoi soggetti e 1.000 soggetti nostri”. Sulla stessa lunghezza d’onda dei due colleghi è Matteo Bassetti, docente di Malattie Infettive all’Università di Genova e direttore della Clinica Malattie Infettive e Tropicali dell’Ospedale genovese San Martino. “Fondamentalmente nelle ultime tre-quattro settimane i nostri pazienti sono molto cambiati – dice – In parole povere se prima il virus si presentava come una tigre assassina ora si presenta come un gatto selvatico addomesticabile. (fonte doctor33)

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Top 10 countries conducting over 1,100 COVID-19 clinical studies

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 giugno 2020

The Finbold.com in-house aggregated data shows that ten countries are currently conducting 1,141 Covid-19 related clinical studies. The studies are part of a global initiative to test and understand the Coronavirus pandemic.The index has identified the United States as the leading country with Covid-19 clinical studies at 335. France comes second with 274 studies followed by Italy at 87 studies. Spain is fourth with 86 studies while China closes the top five categories with 78 clinical studies.The United Kingdom occupies the sixth spot with 73 clinical studies followed by Germany at 55. Other countries with leading studies include Canada (54), Egypt (44), and Turkey (35).Currently, the Coronavirus cases are at least 6.3 million globally with the United States leading with about 1.85 million infections. The Finbold.com Coronavirus calculator also ranks the United States’ most infected regions by a percentage of the population.New York which was the epicenter of the pandemic in the States has a rate of 1.91%. New Jersey is second with 1.76%of the population being infected. Massachusetts has a rate of 1.34% while Rhode Island stands in the fourth spot with 1.32%. District of Columbia closes the fifth slot at 1.16%.Other states with leading infection rate by population include Connecticut (1.14%), Delaware (0.92%), Illinois (0.88%) , Louisiana (0.81%) and Maryland (0.77%).Oliver Scott, Editor in Chief at Finbold.com notes that the risk of infection continues to be high based on current happenings. According to him:“Different states in the US had imposed lockdowns to contain the virus and the measures had begun to pay off for regions like New York. However, ongoing protests calling for justice in the murder of George Floyd might spur a second wave of the virus. Protestors in the countrywide mass action are not observing social distancing guidelines hence increasing chances of infection.”About five months into the crisis, well-run trials have started to generate more reliable outcomes. However, the delay in coming up with a possible cure and vaccines is because there is a need to first understand the virus. Find the full story and charts here: https://finbold.com/top-10-countries-conducting-over-1100-covid-19-clinical-studies/

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Covid-19: Vaccino sperimentale in Brasile e Sudafrica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 giugno 2020

Molte compagnie che lavorano al vaccino sperimentale contro il virus che ha messo in ginocchio il mondo intero e che ora circola con forza in Brasile e Sudafrica, sono vicine al risultato. Una in particolare, l’Irbm, che ha sede a Pomezia, ha avviato la sperimentazione di fase II e III in Inghilterra. I risultati sono promettenti e a breve si riuscira’ a capire se il vaccino funziona ed e’ in grado di sviluppare l’immunita’ necessaria nella popolazione testata. A capo del team c’e’ una donna, Stefania Di Marco, direttore scientifico di Advent (del gruppo Irbm) che ha raccontato all’agenzia di stampa Dire via Skype i risultati ottenuti con forti investimenti di denaro ma anche di notti di lavoro intense. Sforzi che, spiega, non saranno vani neanche se il virus dovesse scomparire, perche’ ci si aspetta che torni a fare capolino in autunno. – Sono state prodotte da Advent-Irbm 13mila dosi di vaccino
sperimentale contro il Covid-19. Cosa ha comportato arrivare a questi risultati in termini di investimenti economici e sforzi dei ricercatori? Inoltre e’ appena partita la fase II di sperimentazione del vaccino, qual e’ la risposta immunitaria dei soggetti testati? “Noi ricercatori di Advent abbiamo investito soprattutto molto tempo poiche’ abbiamo lavorato notte e giorno, incluse le festivita’, per produrre questo vaccino in tempi rapidissimi. L’investimento economico invece dipende dall’universita’ di Oxford, che ha stipulato il contratto con il nostro gruppo per iniziare a lavorare a questo vaccino. Per quanto riguarda poi l’efficacia adesso sono partiti gli studi di fase II e III, ovvero gli studi di efficacia dove si testera’ la capacita’ di questo vaccino. I risultati pubblicati da pochissimo dei test sui macachi hanno dimostrato che il vaccino e’ in grado di evitare l’insorgenza della polmonite negli individui vaccinati rispetto ai non vaccinati. Insomma ci sono ottimi presupposti affinche’ funzioni, ma questo lo potremo sapere tra un po’ di mesi”.
– A voler fare delle previsioni, quando potra’ essere distribuito su larga scala con il contributo dei vostri partner che sono l’universita’ di Oxford e AstraZeneca? “Per ora su come e dove verra’ distribuito il vaccino non sono in grado di dare una risposta, pero’ posso dire che noi stiamo producendo e continueremo a produrre il vaccino sperimentale per ulteriori studi clinici. AstraZeneca sta coinvolgendo inoltre tutta una serie di siti di produzione a livello mondiale per produrre su grande scala questo vaccino. Il problema sara’ proprio produrlo in milioni e miliardi di dosi. C’e’ bisogno di grandi gruppi per questo tipo di produzioni”.
– Visto che state testando in Inghilterra, le prime dosi del vaccino a quale Paese andranno? Ci sono categorie che ne beneficeranno prima rispetto alla popolazione generale?
“Gli studi clinici sono partiti in Inghilterra perche’ lo Jenner Institute e’ quello che pagato tutta la produzione del vaccino.
In ogni caso li’ vicino ad Oxford c’e’ tutta una serie di siti clinici, e poi il contagio in atto in quelle zone era molto alto. Ecco perche’ e’ stato logico partire da li’ con la sperimentazione clinica. Per quanto riguarda la distribuzione, quando saranno disponibili le prime dosi, come spesso accade, si pensa sempre a vaccinare per prime le categorie di persone piu’ esposte all’infezione, un esempio su tutti gli operatori sanitari. Ma comunque il vaccino verra’ distribuito in tutto il mondo”.
– Associare il vaccino contro il Covid-19 con quello antinfluenzale potrebbe rappresentare la scelta ottimale? “Adesso le linee guida prescrivono, tra settembre e ottobre, di vaccinare quanti piu’ soggetti possibili con il vaccino antinfluenzale. Bisognera’ poi vedere la praticabilita’ diassociare i due vaccini, in quanto vaccinare non e’ cosi’ facile. Adesso potremmo avere anche il problema di reperire per tutti le dosi di vaccino per l’influenza. Comunque, se ci fosse la possibilita’, sarebbe una buona idea associare il vaccino contro il Covid-19 a quello antinfluenzale”. (Fonte Agenzia stampa Dire)

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Scuola: Alunni disabili, con il Covid sono stati abbandonati

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 giugno 2020

“Dall’inizio di questa pandemia siamo stati praticamente abbandonati”: le parole della mamma di un alunno con disabilità rappresentano il grido di dolore dei genitori dei 284 mila alunni disabili delle nostre scuole che a causa del contagio da coronavirus stanno soffrendo in modo particolare il forzato isolamento casalingo e la lontananza dalle aule scolastiche. Il 70% non parteciperebbe nemmeno alla didattica a distanza.Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief: “Il sindacato ritiene che in questa situazione di estrema difficoltà, la scuola debba fare la sua parte per almeno assicurare il diritto allo studio di tutti gli alunni disabili. Per fare questo, però, occorre una presa di coscienza da parte di chi governa l’istruzione pubblica, a partire dall’abbattimento di tutti i posti di docente di sostegno in deroga. Stiamo parlando di oltre 60 mila cattedre, una su tre complessive, che così collocate, andando a supplenza anziché alle immissioni in ruolo, generano ogni anno un meccanismo di ritardi di nomine, di “balletti” di supplenti e di mancata continuità didattica di cui l’alunno è la vera vittima”.Con l’esplosione del Covid-19, i ragazzi disabili hanno subito un danno enorme. “Stiamo perdendo anni di terapia. Sono stanca, stanchissima di battermi per diritti fondamentali: la salute, l’istruzione. Stanca del silenzio assordante che ci circonda”, ha spiegato la madre di un giovane al Corriere della Sera. Il silenzio di cui parla è quello delle istituzioni, che le associazioni di disabili denunciano da settimane.La ministra Lucia Azzolina, dal canto suo, ha scritto lunedì scorso una lunga lettera dedicata al tema, indirizzata a tutti i protagonisti della scuola per ricordare quanto fatto finora e per condividere riflessioni per sanare «alcuni disallineamenti», promettendo che farà di tutto per garantire che la scuola rimanga inclusiva. «Ma non c’è niente di concreto. Non lasciare nessuno indietro… di grazia me lo può spiegare come?”, dice al quotidiano il signor Vito Crea, calabrese, 58 anni, padre di tre figli tra cui Francesca, 17 anni, con una diagnosi di autismo di terzo grado, presidente di Angsa Reggio Calabria e Adda.

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The epicentre of the COVID-19 pandemic is currently in Latin America

Posted by fidest press agency su domenica, 31 maggio 2020

Where many Caritas organisations are trying to meet the needs of the population despite serious difficulties and limitations.In Brazil – the country in the region most affected by the pandemic with over 400 thousand infected – Caritas Brazil has reacted promptly to the crisis providing 100,000 vulnerable people with food and hygiene items to help them cope with the effects of COVID-19 in the course of the past month.The distributions are part of É Tempo de Cuidar (It’s Time to Care), a joint campaign with the Brazilian Bishops’ Conference and with support from the Fundação Banco do Brasil which aims to boost solidarity during the time of the coronavirus pandemic.The campaign has been launched in 58 dioceses and covers hundreds of towns and cities. Sixty percent of those helped so far have been unemployed people, many of them single mothers. Migrants and refugees and the homeless are also a big focus for the project.At the time of writing, Brazil is the second country in the world for most confirmed coronavirus cases. More than 25,500 people have died from the virus since the first case was confirmed three months ago.A Cáritas Diocesana de Araçuaí (Minas Gerais) representative, José Nelson Pereira, says, “The situation of families is not easy and there are many different types of emergency. Needs keep increasing, especially for those who are socially vulnerable. People need food and support to get through this crisis, but they also need reliable information to help them protect themselves against the virus.”Families have been receiving food baskets containing rice, beans, sugar, flour, pasta, milk, eggs, oil and sardines. The basket also includes hygiene items such as soap and bleach to clean with.Caritas Brazil is working with a large solidarity network including volunteers, parishes, pastoralists, grassroots communities, trade unions and social organisations to ensure the most vulnerable are cared for.The campaign was launched at Easter and the president of the Brazilian Bishops’ Conference urged people to support the campaign saying, “It is time to rebuild and to open a new path. It is time to live a new experience of solidarity, let us join hands and go to meet people in need.” Caritas is at the forefront against COVID-19. So far, the Confederation has helped around 10 million people worldwide by providing food, protective materials and raising awareness.

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COVID-19: No free movement of critical workers without adequate protection

Posted by fidest press agency su sabato, 30 maggio 2020

MEPs debated how safe cross-border labour mobility should be ensured with Josip Aladrović, Croatian Minister of Labour and Pension Systems, Nicolas Schmit, Commissioner for Jobs and Social Rights, and Jordi Curell Gotor, Interim Executive Director of the European Labour Authority.MEPs are deeply concerned by reports about the precarious working conditions and lack of safety measures for cross-border, frontier and seasonal workers. They provide a vital workforce on farms in Germany, France and other member states and ensure food security across Europe but their rights are often denied. Members gave examples of the problems that workers in slaughterhouses in the Netherlands and France, and health workers from Romania and Bulgaria who are brought to Austria, are facing.Although the vulnerable position of Europe’s 1.9 million posted workers and 1.5 million cross-border workers has been an issue for a long time, the COVID-19-crisis is highlighting these problems even further. MEPs underlined that according to EU law, mobile and posted workers have to be treated in the same way as domestic workers. They called on the member states to step up labour inspections, where relevant jointly with the European Labour Authority, and to fully implement EU legislation regulating different aspects of mobility, including free movement, posting of workers and social security coordination.Members of the Employment Committee also stressed that digitalizing procedures and applications could help to coordinate the different social security systems of national authorities to ensure social protection for all employees in the EU.The EP-negotiating team on the revision of EU legislation on the coordination of social security systems also called on all actors to urgently find a balanced solution as a top priority in the social area.Some speakers pointed to the responsibility that the agencies who recruit the mobile workers have and asked if more stringent measures are needed to better protect mobile workers in order to avoid them losing their houses together with their jobs. Real free movement is only possible if the workplace is safe, they said.

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Covid-19: contagio è infortunio sul lavoro

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 maggio 2020

Il riconoscimento del contagio Covid-19 in ambiente di lavoro come infortunio apre la discussione sulla responsabilità civile e penale del datore di lavoro. I chiarimenti dell’Inail, i timori dei datori di lavoro. All’indomani del riconoscimento del contagio da Covid-19 in ambiente di lavoro come infortunio si è aperta la discussione sulla responsabilità civile e penale del datore di lavoro. Sul tema c’è stato di recente un intervento dell’Inail che ha cercato di mettere chiarezza, indicando nei protocolli e nelle misure sulla sicurezza il requisito fondamentale, ma il timore espresso dai datori di lavoro è che, con queste premesse, ci sia il rischio di procedimenti per accertare l’eventuale dolo in caso di contagio e conseguenti sequestri. Ma quale è la situazione di tutela dei dipendenti? Quali i rischi per datori di lavoro, farmacie incluse?Il nodo della responsabilità del datore di lavoro è emerso, in modo particolare, a seguito del cosiddetto Decreto Cura Italia – e della relativa circolare Inail di aprile -, che stabilisce come «nei casi accertati di infezione da coronavirus in occasione di lavoro» viene assicurata da Inail «la tutela di infortunio», con «prestazioni che sono erogate anche in caso quarantena o permanenza domiciliare fiduciaria». Un punto che ha destato preoccupazioni e su cui l’Inail, in più occasioni, è intervenuta per fare chiarezza.
Con una prima circolare del 15 maggio, in particolare, l’Istituto ha voluto sottolineare il principio che «dal riconoscimento del contagio come infortunio sul lavoro non deriva automaticamente una responsabilità del datore di lavoro. Non si possono confondere, infatti, i criteri applicati dall’Inail per il riconoscimento di un indennizzo a un lavoratore infortunato con quelli totalmente diversi che valgono in sede penale e civile, dove l’eventuale responsabilità del datore di lavoro deve essere rigorosamente accertata attraverso la prova del dolo o della colpa. Pertanto, l’ammissione del lavoratore contagiato alle prestazioni assicurative Inail non assume alcun rilievo né per sostenere l’accusa in sede penale, dove vale il principio della presunzione di innocenza e dell’onere della prova a carico del Pubblico Ministero, né in sede civile, perché ai fini del riconoscimento della responsabilità del datore di lavoro è sempre necessario l’accertamento della colpa nella determinazione dell’infortunio, come il mancato rispetto della normativa a tutela della salute e della sicurezza. Per altro, molteplicità delle modalità del contagio e la mutevolezza delle prescrizioni da adottare nei luoghi di lavoro, che sono oggetto di continui aggiornamenti da parte delle Autorità sulla base dell’andamento epidemiologico, rendono estremamente difficile configurare la responsabilità civile e penale dei datori di lavoro».
Una rassicurazione, questa, che però non è bastata alle imprese, che hanno continuato a esprimere preoccupazioni, tanto che dall’Inail è stata emessa una seconda circolare, il 20 maggio, per cercare di definire la questione con più precisione. «La tutela Inail» vi si legge «ha anzitutto chiarito che l’infezione da Sars-Cov-2, come accade per tutte le infezioni da agenti biologici se contratte in occasione di lavoro, eÌ tutelata dall’Inail quale infortunio sul lavoro e ciò anche nella situazione eccezionale di pandemia causata da un diffuso rischio di contagio in tutta la popolazione». Nel «caso delle malattie infettive e parassitarie» eÌ certamente «difficile o impossibile stabilire il momento contagiante». Ma «il riconoscimento dell’origine professionale del contagio, si fonda, su un giudizio di ragionevole probabilità ed eÌ totalmente avulso da ogni valutazione in ordine alla imputabilità di eventuali comportamenti omissivi in capo al datore di lavoro che possano essere stati causa del contagio. Non possono, perciò, confondersi i presupposti per l’erogazione di un indennizzo Inail (basti pensare a un infortunio in “occasione di lavoro” che eÌ indennizzato anche se avvenuto per caso fortuito o per colpa esclusiva del lavoratore), con i presupposti per la responsabilità penale e civile che devono essere rigorosamente accertati con criteri diversi da quelli previsti per il riconoscimento del diritto alle prestazioni assicurative. In questi, infatti, oltre alla prova del nesso di causalità, occorre anche quella dell’imputabilità, quantomeno a titolo di colpa della condotta tenuta dal datore di lavoro». Quindi «eÌ sempre necessario l’accertamento della colpa di quest’ultimo nella determinazione dell’evento» «intesa quale difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire ragioni di danno per il lavoratore».
Va detto poi, continua la circolare, che non «può desumersi dalla disposizione un obbligo assoluto in capo al datore di lavoro di rispettare ogni cautela possibile e diretta a evitare qualsiasi danno al fine di garantire cosiÌ un ambiente di lavoro a “rischio zero”». La «responsabilità del datore di lavoro eÌ ipotizzabile solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche, che nel caso dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali di cui all’articolo 1, comma 14 del decreto legge 16 maggio 2020, n.33». In «assenza di una comprovata violazione, da parte del datore di lavoro, pertanto, delle misure di contenimento del rischio di contagio di cui ai protocolli o alle linee guida sarebbe molto arduo ipotizzare e dimostrare la colpa del datore di lavoro».
Da parte delle imprese, tuttavia, nonostante le circolari, resta il timore che, pur avendo messo in campo le misure di sicurezza previste dalla normativa e dai protocolli, per accertare l’eventuale dolo si rischi un procedimento penale, lungo e con rischi di sequestri. A livello della politica, su sollecitazione di diversi parlamentari, è in corso il dibattito per valutare un intervento normativo che espliciti meglio l’indicazione contenuta nel Cura Italia. (by Francesca Giani – fonte: Farmacista33)

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Regolamentazione chiusura locali notturni

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 maggio 2020

Il Covid-19 ha avuto indubbiamente delle ripercussioni sulle abitudini di ognuno di noi. Se da un lato, prendere familiarità con le restrizioni attuate dal Governo Conte per contrastare la pandemia non è stato semplice, dall’altro è ben chiaro che le stesse hanno evitate tragedie sulle strade italiane. Il calo di morti, riscontrato ampiamente nella comparazione delle statistiche inerenti marzo e aprile dell’anno 2019 e 2020, è un segnale chiaro di come si può davvero intervenire per salvare vite. Tra le attività chiuse in questa fase anche i locali notturni, lì dove lo sballo e la stanchezza derivante dall’utilizzo di sostanze stupefacenti ed alcool si tramuta in omicidi stradali e dolore straziante per le famiglie. La responsabile della sede di Treviso dell’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada Onlus, Paola Conte Bortolotto, ha lanciato un appello forte alle istituzioni, pienamente condiviso dal presidente Alberto Pallotti: “Mi rivolgo al Governo centrale ed al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia. In questo periodo di cambiamenti nelle nostre vite, nelle nostre attività, nella nostra quotidianità, abbiamo avuto modo di riflettere. Ci siamo, per forza di cose, fermati e abbiamo capito che è possibile vivere con meno fretta, che le cose importanti sono la cura e il rispetto del diritto alla vita di ognuno di noi. La chiusura delle discoteche ha, inevitabilmente, ridotto il numero di casi di morti sulle strade e tale
constatazione ci porta a rivolgere un imperativo a chi ci governa: regolamentare gli orari di chiusura dei locali di pubblico intrattenimento. Una misura che chiediamo a gran voce, specie in previsione della riapertura di tutte le attività. I morti sulle strade non sono morti di serie B”.

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COVID-19: MEPs debate how to best protect cross-border and seasonal workers

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 maggio 2020

 

The Employment and Social Affairs Committee is set to delve into alleged breaches of EU law on working time, health and safety of cross-border workers, on Tuesday.Following disturbing reports about the precarious situation facing potentially hundreds of thousands of cross-border and seasonal workers in the EU, MEPs will debate with Josip Aladrović, Croatian Minister of Labour and Pension Systems, Nicolas Schmit, Commissioner for Jobs and Social Rights, and Jordi Curell Gotor, Interim Executive Director of the European Labour Authority how to protect the employment rights, health and safety of these critical workers during the pandemic.Workers from Romania and other Eastern European member states provide a vital workforce on farms in Germany, France and other member states and ensure food security across Europe. Other workers from e.g. Slovakia provide social and long-term care services for the elderly in Austria and other member states. The European Commission issued guidelines to ensure that mobile workers within the EU who qualify as critical workers in the fight against COVID-19 can reach their workplace. The agri-food sector is a key sector included in these guidelines, especially regarding seasonal workers.MEPs will look into their situation to examine if, as reported, there are few or no COVID-19 prevention measures in place and if their rights with respect to working time, overtime and pay are being violated, thereby infringing EU law.

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Covid-19: La mortalità in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 maggio 2020

“Anche l’Inps conferma i dati dell’Ufficio studi di Fratelli d’Italia sulla reale mortalità causata dal Covid-19. FdI aveva chiesto al governo di fornire i dati per comparare il numero di morti del mese di marzo 2020 con quello dello stesso mese ma degli anni precedenti, al fine di avere una dimensione reale dell’incremento della mortalità. Purtroppo non abbiamo ricevuto alcuna risposta e abbiamo dovuto fare da soli attraverso il nostro Ufficio studi. Il 29 aprile in conferenza stampa è stato presentato lo studio e grazie a questo impulso pochi giorni dopo analogo studio è stato pubblicato dall’Istat, confermando i dati da noi forniti. Siamo felici che ora anche l’Inps abbia fatto altrettanto, riferendosi anche al mese di aprile, confermando pienamente l’analisi svolta dall’Ufficio Studi FdI che segnala un numero di morti reali ben più ampio di quello ufficiale. Evidentemente la richiesta di FdI era tutt’altro che infondata”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Giovanbattista Fazzolari, responsabile nazionale del programma di FdI.

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“Covid-19: una pandemia senza precedenti in un’economia moderna”

Posted by fidest press agency su domenica, 24 maggio 2020

A cura di Paul Doyle, Responsabile azionario per l’Europa (Regno Unito escluso) di Columbia Threadneedle Investments. L’epidemia di Covid-19 ha destabilizzato i mercati azionari di tutto il mondo. Da quando la Cina ha allertato l’Organizzazione mondiale della sanità segnalando casi di una “polmonite insolita” a Wuhan lo scorso dicembre, siamo entrati in quello che l’OMS definisce “territorio inesplorato”. L’Italia è stata il primo paese europeo ad attivare le misure di contenimento su tutto il territorio, seguita poi da altri. Il virus ha agito in modo rapido e indiscriminato, contagiando membri di famiglie reali e politici, ma anche lavoratori essenziali a basso salario.Lo scorso anno si è concluso su una nota favorevole, con i mercati azionari globali ed europei in rialzo rispettivamente del 27% e del 29%, nonostante la scarsa crescita degli utili. A tale risultato ha contribuito una serie di eventi: i Conservatori di Boris Johnson hanno vinto le elezioni nel Regno Unito, placando i timori sulla Brexit; le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina si sono affievolite; negli Stati Uniti è invece svanita l’ipotesi di una vittoria di Elizabeth Warren e poi di Bernie Sanders alle primarie del Partito Democratico.Notizie incoraggianti sono giunte anche sul fronte della Fase 1 dei negoziati commerciali tra Washington e Pechino, oltre che dalla decisione del governo statunitense di lasciare passare la scadenza relativa all’imposizione di dazi sulle importazioni di auto dall’Europa, permettendo ai produttori di automobili che si erano ritrovati nell’occhio della contrazione dell’industria europea di tirare un respiro di sollievo. Inoltre, a novembre le banche centrali di Cina, Stati Uniti e Unione europea hanno riavviato i rispettivi QE.Inizialmente il virus è rimasto circoscritto alla provincia cinese di Hubei in cui si trova Wuhan, una città industriale di medie dimensioni. Gli investitori hanno assimilato la notizia, ipotizzando generalmente che si trattasse di una nuova SARS ma niente di più, e che quindi sarebbero state colpite solo le aziende con operazioni o catene di produzione nelle aree interessate. Invece il virus ha iniziato a diffondersi, in modo rapido e disomogeneo. L’Italia è stata la più colpita e ha mostrato un tasso di mortalità elevata, per via dell’età più avanzata della popolazione, ma è stata ben presto raggiunta dalla Francia e addirittura superata dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. Ovunque nel mondo sono state adottate misure drastiche, tra cui chiusura delle frontiere, sospensione del traffico aereo, restrizioni agli spostamenti, telelavoro e distanziamento sociale, con le più svariate conseguenze. Universale è stato invece l’impatto sui mercati azionari, che hanno incassato bruschi ribassi.
Le ripercussioni sulle economie appaiono profonde, come confermato dall’OCSE, che stima un -25% per il dato mediano. Per gli Stati Uniti si prospetta una flessione annualizzata del 50% nel secondo trimestre. A titolo di riferimento, il declino dal punto massimo a quello minimo durante la crisi finanziaria globale è stato del 4% nell’arco di sei trimestri e all’epoca è stato percepito come una catastrofe. Benché formulare previsioni in un contesto talmente volatile e incerto sembri una battaglia persa, ipotizziamo una contrazione del PIL dell’eurozona del 9% quest’anno, cui seguirà un rimbalzo del 7% nel 2021. La triste verità è che tutti abbiamo perso denaro.
Ci troviamo di fronte a una recessione non sistemica, bensì innescata da un evento specifico. Pertanto allo shock iniziale, che potrebbe rientrare rapidamente, seguirà il rischio di precipitare in un circolo vizioso dagli effetti deleteri. La fase rialzista durata 11 anni è stata trainata dalla creazione e dalla disponibilità di posti di lavoro, che hanno alimentato la spesa per consumi. Negli Stati Uniti, l’impennata delle richieste iniziali di sussidi di disoccupazione per effetto del Covid-19, a quota 6,6 milioni, garantisce che il tasso di disoccupazione salirà ben oltre il dato del 4,4% registrato a marzo. Tuttavia, l’impatto sui consumi potrebbe non essere così drammatico, alla luce delle misure di sostegno alle famiglie implementate del governo.
La ripresa sarà trainata dagli sviluppi sul fronte medico: quando la diffusione del virus rallenterà o verrà arrestata, sarà possibile allentare le misure di restrizione, consentendo un certo ritorno alla normalità economica. Ma tutto questo dovrà accadere con una certa rapidità, se si vuole evitare che la contrazione si trasformi in una recessione che si autoalimenta. D’altro canto, una revoca precoce dei lockdown rischia di tradursi in un nuovo aumento dei contagi.Le conseguenze più a lungo termine della crisi del Covid-19 sono numerose. Le interruzioni delle catene di produzione imputabili al blocco dell’attività in Cina andranno a rafforzare l’idea secondo cui il trasferimento della produzione nei paesi a basso costo è stato eccessivo. Ad esempio, l’80% degli antibiotici statunitensi proviene dalla Cina. Indipendentemente da chi vincerà le presidenziali statunitensi, vi sarà una forte pressione politica e sociale a favore dell’inversione della delocalizzazione. In Europa, il sistema Schengen è stato smantellato e non si sa quando i controlli alle frontiere tra paesi membri verranno rimossi; la libera circolazione delle persone dovrebbe essere un caposaldo dello spirito europeo. Le regole del Trattato di Maastricht sul rigore fiscale sono state completamente ignorate. Finora la globalizzazione ha tenuto l’inflazione sotto controllo, ma ora le cose sono destinate a cambiare? Le tradizionali analisi dei cicli economici non sono di grande aiuto durante una pandemia, il che complica la formulazione di ipotesi sulla ripresa. Tuttavia, siamo avvantaggiati dal fatto di poter contare su un approccio incentrato su modelli operativi di alta qualità con rendimenti elevati e sostenibili anche nei contesti difficili. Alla luce di ciò, i nostri portafogli si sono finora dimostrati in grado di reggere alla situazione, ma è impossibile negare che i prossimi mesi saranno alquanto interessanti.

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Covid-19: Utilizzo dell’Ossigeno ozono terapia come eventuale cura

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 maggio 2020

Contro il Covid-19 ci sono diversi studi, come quello condotto dal dottor Franzini della SIOOT e dal Policlinico Umberto I. Ma attendiamo i risultati definitivi, perche’ come per ogni pratica medica servono evidenze scientifiche a supporto nell’interesse dei pazienti ma anche della terapia stessa. All’Ordine dei Medici abbiamo istituito una Commissione ad hoc, proprio per fare luce sull’efficacia dell’ozono”. Cosi’ all’agenzia Dire il coordinatore della Commissione sull’Ossigeno ozono terapia interdisciplinare dell’Ordine dei Medici di Roma, Foad Aodi.”A livello internazionale numerosi Paesi utilizzano l’ossigeno ozono terapia come pratica medica contro il Covid-19- fa sapere Aodi, che e’ anche presidente dell’Associazione dei Medici di origine straniera in Italia – Ma sono fondamentali i primi cinque giorni, la terapia va fatta subito, prima che i sintomi del virus (febbre, perdita di gusto e olfatto, mal di gola) diventino importanti. Non e’ neppure necessario attendere il tampone, visto che purtroppo spesso ritarda. Da quello che mi riferiscono i colleghi i risultati sono molto incoraggianti”. Secondo Aodi, non bisogna avere “pregiudizi o chiusure nei confronti dei ‘nuovi’ trattamenti”, compreso l’ossigeno ozono terapia, ma anche la terapia con il plasma “che moltissimi Paesi arabi stanno utilizzando con risultati davvero positivi”. Ogni terapia, tiene pero’ a sottolineare, va utilizzata “facendo una valutazione caso
per caso”, anche se l’obiettivo principale deve essere quello di “ospedalizzare il meno possibile, puntando a terapie a domicilio-
aggiunge Aodi- come abbiamo dimostrato nella ricerca condotta insieme all’Unione medica Euro Mediterranea (UMEME) che ha
coinvolto 72 Paesi”.Il ministero della Salute, intanto, sul suo sito ha inserito tra le fake news il fatto che l’ozono svolga una funzione di disinfezione perche’ sterilizza aria e ambienti. “Non ci sono evidenze che l’ozono svolga una funzione sterilizzante nei confronti del nuovo Coronavirus – si legge sul sito – e che conseguentemente metta al riparo dal contrarre l’infezione”. (fonte: newsletter.dire.it)

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COVID-19: la ricerca a livello mondiale punta soprattutto sugli antimalarici

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 maggio 2020

A distanza di poche settimane dal lancio dell’applicazione di intelligenza artificiale Clinical Research Navigator (CRN) a supporto della ricerca sul COVID-19, Expert System ha analizzato circa 620.000 studi clinici pubblicati in tutto il mondo, compresi più di 1.700 studi focalizzati sul Coronavirus. Dallo screening condotto emerge con chiarezza il quadro di priorità che si è data la ricerca clinica nel contrastare il virus. Sono gli antimalarici, come l’idrossiclorochina, i farmaci su cui si è finora concentrato il numero maggiore di studi clinici, pari al 20% del totale. Seguono gli antivirali (13% degli studi), fra cui il farmaco più noto è il Remdesivir. Quindi, gli agenti antineoplastici e immunomodulatori, con il 10% di studi attualmente attivi, gli antibiotici (7%), i farmaci con corticosteroidi (6%) e, infine, anticoagulanti e antiaggreganti, che rappresentano il 4% degli studi. Il 3% degli studi è inoltre dedicato all’analisi del plasma di coloro che sono guariti dal virus con l’obiettivo di verificare gli effetti del trasferimento di anticorpi in soggetti contagiati.A livello geografico, il maggior numero di studi è stato finora condotto negli Stati Uniti (19%, con più di 300 studi), seguiti da Francia (16%), Spagna (9%), UK e Cina (6%). Per quanto riguarda l’Italia, i cui studi rappresentano attualmente circa il 5% del totale, emergono quelli condotti dalla società biofarmaceutica Gilead Sciences, dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma e dall’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.
Per quanto riguarda le ricerche relative alla scoperta del vaccino, la piattaforma registra ad oggi 30 studi clinici attivi, concentrati prevalentemente nel Regno Unito, in Cina e negli Stati Uniti. Questo numero aumenterà sicuramente nelle prossime settimane, quando molti dei progetti emergenti in tutto il mondo verranno aggiunti e registrati ufficialmente come studi clinici.
“Nell’attuale contesto della pandemia, lo scenario clinico sta cambiando molto rapidamente. È quindi fondamentale disporre di un quadro globale delle sperimentazioni in corso per supportare le attività di approfondimento e ricerca degli esperti”, ha dichiarato Walt Mayo, Expert System Group CEO. “La maggior parte delle ricerche è stata registrata fra marzo e aprile e, nelle ultime settimane, è cresciuto in modo esponenziale il numero degli studi clinici. Ma di là dai numeri, il messaggio che emerge dai dati attualmente a disposizione sulla nostra piattaforma è chiaro: “salvare vite”. La ricerca di una cura efficace nell’immediato sembra prevalere rispetto a quella nei confronti del vaccino. Darebbe, infatti, ai governanti di tutto il mondo la certezza di salvare la vita dei propri cittadini e maggior tranquillità nell’allentare il lockdown che sta compromettendo l’economia a livello globale.”
http://www.expertsystem.com/it

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Lavoro: i giovani guardano con pessimismo al dopo Covid-19

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 maggio 2020

La ripartenza dopo la crisi acuta dell’Emergenza da Coronavirus è iniziata, e il peggio sembra essere ormai alle spalle. Ora è il momento di adottare tutte le misure necessarie per contenere il contagio, pur facendo ripartire l’economia. Il vero fulcro di questa ripartenza, costituito principalmente dai giovani, sembra però essere in buona parte pessimista. Proprio così: stando a uno studio condotto da IZI in collaborazione con Comin & Partners, infatti, una fetta importante dei giovani italiani guarda al futuro con ben poche speranze.L’indagine è stata condotta su un campione di oltre 1.000 persone tra i 18 e 40 anni. I risultati ci dicono che solo il 21% guarda al futuro con ottimismo. Dei restanti, il 27% è convinto che il proprio futuro lavorativo non subirà modifiche causate dalla crisi sanitaria ed economica. Tutti gli altri, invece, sono pessimisti: un giovane su due è quindi convinto di andare a incontro a lavori meno retribuiti, oppure a importanti periodi di disoccupazione.Di fronte a questo scenario sui toni del grigio, solamente il 22% sembra essere deciso a investire sulla formazione per migliorare la propria formazione.Cosa dovrebbero fare invece i giovani italiani per rispondere in modo positivo alla crisi, contro gli spauracchi della disoccupazione e dei salari ridimensionati?«Senza ombra di dubbio il primo passo è quello di attivarsi sul fronte della formazione, per aggiungere delle competenze chiave al proprio profilo professionale» spiega Carola Adami, co-founder della società di selezione del personale Adami & Associati (www.adamiassociati.com) «e quindi presentarsi nel migliore dei modi sul mercato del lavoro». Nei prossimi mesi saranno infatti molte le persone che si metteranno alla ricerca di un nuovo lavoro. Pensiamo per esempio agli stagionali che non potranno accedere alle solite posizioni estive, o ai lavoratori fuoriusciti da aziende ridimensionate in seguito alla crisi.Diventa quindi essenziale curare al meglio la propria presentazione, in modo da spiccare tra i tanti candidati:«Come head hunter ci troviamo a valutare ogni giorno decine di curricula imprecisi, con errori di vario tipo, e che molto spesso non riescono a mettere in evidenza i punti di forza dei candidati. Per questo motivo abbiamo deciso di offrire alle persone in cerca di lavoro un servizio di restyling e di revisione del Curriculum, in modo da avere un’ottima base di partenza per trovare una nuova e soddisfacente occupazione», spiega ancora Adami.Talvolta, però, il problema è a monte: si pensi a tutte quelle persone che, a causa dello stravolgimento economico causato dalla pandemia e dal lockdown, si troveranno presto a dover affrontare degli importanti cambiamenti professionali.«Individuare il percorso professionale ideale non è mai semplice, e lo è ancora meno durante momenti eccezionali come questo. È fondamentale infatti capire le esigenze del mercato del lavoro e delle aziende, avere piena consapevolezza delle proprie capacità e essere in grado di promuovere al meglio il proprio brand: diversamente, si rischia di lasciare il proprio futuro professionale in mano al destino, perdendone il controllo» sottolinea l’head hunter, aggiungendo che «in questi casi, ancor prima di pensare all’aggiornamento del curriculum, è consigliabile approfittare della consulenza di un career coach, ovvero di un esperto in grado di supportare le più delicate e decisive scelte di carriera». (fonte: ComunicatiStampa.net)

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A Green Recovery Stimulus for a post-COVID-19 Europe

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 maggio 2020

While assessing the full impact of the COVID-19 pandemic would be premature, it is already clear that this is the worst economic shock European economies have faced since World War II. The road to recovery will likely be long and bumpy. The European Commission’s Spring 2020 Economic Forecast projects the EU economy to contract by 7.4% in 2020, while the EU-wide
unemployment rate is expected to increase from 6.7% in 2019 to 9% in 2020, particularly affecting southern EU
Member States.The roadmap to recovery adopted by the European Council on 21 April calls for an “unprecedented investment effort” for a “more resilient, sustainable and fair Europe”2. In order to deliver on this mandate, the EU’s Recovery Fund, which the European Commission is about to unveil, should thus be both massive in size and scope as well as boldly transformative in its content. This is also in line with the resolution adopted by the European Parliament. Before the crisis, and following the European Parliament elections last year, the European Union embarked on a new five-year strategic roadmap in which the decarbonisation and digitalisation of our economies have been prioritised. Pre-crisis tense debates about the economic and social costs of ecological benefits will no doubt be re-ignited as the recovery package will be debated among European institutions and the public at large. After the adoption of adequate, immediate rescue measures, we now turn to the recovery phase. Echoing calls for a green recovery5, this paper6 argues that a European Parliament. 2020. “EU: Parliament adopts resolution on coordinated action to combat Coronavirus”, OneTrust, April.
The Jacques Delors Centre in Berlin and the Jacques Delors Institute in Paris have been publishing on immediate rescue
measures in response to the COVID-19 crisis, cf. Eisl A. 2020. Including the Launch of the European alliance for a Green
Recovery led by MEP Pascal Canfin, and the University of Oxford’s analysis of how green fiscal recovery packages can act
to decouple economic growth from GHG emissions, co-authored i.a. by Nicholas Stern and Joseph Stiglitz; recent blog post by
Geneviève Pons.The production of this paper was led by Europe Jacques Delors(Brussels), with the contribution of the Jacques Delors Institute (Paris) on sections 2.1, 2.2. and 2.3 dealing with the energy, mobility and innovation dimensions of this paper.
very large green investment plan delivers the necessary economic stimulus and builds resilience to future shocks.
Delivering on such an ambitious and transformative mandate can only happen under some specific conditions which need to be explicitly acknowledged.

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Has covid-19 killed globalisation?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 maggio 2020

The open system of trade that had dominated the world economy for decades had been damaged by the financial crash and the Sino-American trade war. Now it is reeling from its third body-blow in a dozen years as lockdowns have sealed borders and disrupted commerce (see Briefing). The number of passengers at Heathrow has dropped by 97% year-on-year; Mexican car exports fell by 90% in April; 21% of transpacific container-sailings in May have been cancelled. As economies reopen, activity will recover, but don’t expect a quick return to a carefree world of unfettered movement and free trade. The pandemic will politicise travel and migration and entrench a bias towards self-reliance. This inward-looking lurch will enfeeble the recovery, leave the economy vulnerable and spread geopolitical instability.The world has had several epochs of integration, but the trading system that emerged in the 1990s went further than ever before. China became the world’s factory and borders opened to people, goods, capital and information (see Chaguan). After Lehman Brothers collapsed in 2008 most banks and some multinational firms pulled back. Trade and foreign investment stagnated relative to gdp, a process this newspaper later called slowbalisation. Then came President Donald Trump’s trade wars, which mixed worries about blue-collar jobs and China’s autocratic capitalism with a broader agenda of chauvinism and contempt for alliances. At the moment when the virus first started to spread in Wuhan last year, America’s tariff rate on imports was back to its highest level since 1993 and both America and China had begun to decouple their technology industries.Since January a new wave of disruption has spread westward from Asia. Factory, shop and office closures have caused demand to tumble and prevented suppliers from reaching customers. The damage is not universal. Food is still getting through, Apple insists it can still make iPhones and China’s exports have held up so far, buoyed by sales of medical gear. But the overall effect is savage. World goods trade may shrink by 10-30% this year. In the first ten days of May exports from South Korea, a trade powerhouse, fell by 46% year-on-year, probably the worst decline since records began in 1967.The underlying anarchy of global governance is being exposed. France and Britain have squabbled over quarantine rules, China is threatening Australia with punitive tariffs for demanding an investigation into the virus’s origins and the White House remains on the warpath about trade. Despite some instances of co-operation during the pandemic, such as the Federal Reserve’s loans to other central banks, America has been reluctant to act as the world’s leader. Chaos and division at home have damaged its prestige. China’s secrecy and bullying have confirmed that it is unwilling—and unfit—to pick up the mantle. Around the world, public opinion is shifting away from globalisation. People have been disturbed to find that their health depends on a brawl to import protective equipment and on the migrant workers who work in care homes and harvest crops.
This is just the start. Although the flow of information is largely free outside China, the movement of people, goods and capital is not. Consider people first. The Trump administration is proposing to curtail immigration further, arguing that jobs should go to Americans instead. Other countries are likely to follow. Travel is restricted, limiting the scope to find work, inspect plants and drum up orders. Some 90% of people live in countries with largely closed borders. Many governments will open up only to countries with similar health protocols: one such “travel bubble” is mooted to include Australia and New Zealand and, perhaps, Taiwan and Singapore (see article). The industry is signalling that the disruption to travel will be lasting. Airbus has cut production by a third and Emirates, a symbol of globalisation, expects no recovery until 2022.Trade will suffer as countries abandon the idea that firms and goods are treated equally regardless of where they come from. Governments and central banks are asking taxpayers to underwrite national firms through their stimulus packages, creating a huge and ongoing incentive to favour them. And the push to bring supply chains back home in the name of resilience is accelerating. On May 12th Narendra Modi, India’s prime minister, told the nation that a new era of economic self-reliance has begun. Japan’s covid-19 stimulus includes subsidies for firms that repatriate factories; European Union officials talk of “strategic autonomy” and are creating a fund to buy stakes in firms. America is urging Intel to build plants at home. Digital trade is thriving but its scale is still modest. The sales abroad of Amazon, Apple, Facebook and Microsoft are equivalent to just 1.3% of world exports.The flow of capital is also suffering, as long-term investment sinks. Chinese venture-capital investment in America dropped to $400m in the first quarter of this year, 60% below its level two years ago. Multinational firms may cut their cross-border investment by a third this year. America has just instructed its main federal pension fund to stop buying Chinese shares, and so far this year countries representing 59% of world gdp have tightened their rules on foreign investment. As governments try to pay down their new debts by taxing firms and investors, some countries may be tempted to further restrict the flow of capital across borders.Don’t be fooled that a trading system with an unstable web of national controls will be more humane or safer. Poorer countries will find it harder to catch up and, in the rich world, life will be more expensive and less free. The way to make supply chains more resilient is not to domesticate them, which concentrates risk and forfeits economies of scale, but to diversify them. Moreover, a fractured world will make solving global problems harder, including finding a vaccine and securing an economic recovery.Tragically, this logic is no longer fashionable. Those three body-blows have so wounded the open system of trade that the powerful arguments in its favour are being neglected. Wave goodbye to the greatest era of globalisation—and worry about what is going to take its place. (font: The Economist)

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European Parliament: EU27 need €2 trillion recovery package to tackle COVID-19 fallout

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 maggio 2020

The resolution was adopted on Friday by 505 votes in favour, 119 against and 69 abstentions.“European citizens must be at the heart of the recovery strategy”, MEPs stress, adding that Parliament will stand firm in defending citizens’ interests. The recovery efforts must have a strong social dimension, addressing social and economic inequalities and the needs of those hardest hit by the crisis. Parliament insists that the new “recovery and transformation fund” must be of €2 trillion in size, be financed “through the issuance of long-dated recovery bonds” and be “disbursed through loans and, mostly, through grants, direct payments for investment and equity.” They urge the Commission not to use “dubious multipliers to advertise ambitious figures”, and not resort to “financial wizardry”, as the EU’s credibility is at stake.The recovery plan must be provided on top of the next Multiannual Financial Framework (MFF), which is the EU’s long-term budget, not to the detriment of existing and upcoming EU programmes, MEPs warn. In addition, they insist that the MFF must be increased and underline that Parliament will use its veto powers if EP demands are not met.The recovery money “should go to programmes within the EU budget”, to guarantee parliamentary oversight and participation. Parliament must also be fully involved “in the shaping, adoption and implementation of the recovery fund”. They warn the Commission to refrain from “any attempt to design a European recovery strategy that is outside the community method and resorts to intergovernmental means.”The “massive recovery package”, which MEPs demanded already in their recent April resolution, must last long enough to tackle the “expected deep and long-lasting impact of the current crisis”. It must “transform our economies” by supporting SMEs, and “increase job opportunities and skills to mitigate the impact of the crisis on workers, consumers and families”. They call for investments to be prioritised according to the Green Deal and the digital agenda and insist on the creation of a new standalone European health programme. MEPs reiterate their call for the introduction of a basket of new “own resources” (sources of EU revenue), so as to prevent a further increase of member states’ direct contributions to the EU budget to meet the needs of the MFF and the Recovery and Transformation Fund. As the ceiling for the EU revenue is expressed in GNI, which is expected to drop significantly due to the crisis, MEPs also call “for an immediate and permanent increase of the Own Resources ceiling.”

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Il Covid-19 e i cittadini stranieri residente in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 19 maggio 2020

L’Istituto Superiore di Sanità ha reso noto che il 5,1% dei casi di Covid-19 con indicazione della nazionalità e notificati fino al 22 aprile 2020 riguarda cittadini stranieri, per un totale di 6.395. L’8 maggio poi il Ministero dell’Interno e l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) hanno reso pubbliche le principali 10 collettività per numero di casi di Covid-19 in Italia presenti all’interno dei tre sottogruppi individuati dall’Human Development Index (Indice di sviluppo umano) che classifica i paesi in base al reddito (alto, medio e basso). Tali dati mostrano che tra i paesi con più di cento casi di Covid-19 accertati con Hdi “alto” c’è soltanto la Romania, che occupa la prima posizione assoluta con 1.046 casi; tra i paesi con Hdi “medio” i casi accertati afferiscono in maggioranza a cittadini – nell’ordine – di Perù, Albania, Ecuador, Marocco, Ucraina, Egitto, Moldova e Filippine; tra i paesi con Hid “basso” il maggior numero di contagi riguarda India, Bangladesh, Nigeria e Pakistan.
Passando ai tassi di contagio ISMU calcola che i collettivi con i valori più elevati sono quelli degli ecuadoriani e soprattutto dei peruviani, rispettivamente pari al 4,2 per mille e all’8,1 per mille delle proprie popolazioni, mentre tutti gli altri gruppi nazionali oscillano in un range molto più limitato e più basso compreso tra l’1,8 per mille dell’Egitto e lo 0,7 per mille del Marocco.
Si segnala, invece, l’assenza fra i principali gruppi nazionali affetti da Covid-19 dei cinesi, che hanno un’incidenza di presenza in Lombardia superiore a quella media fra tutte le nazionalità straniere (23,1% contro 22,5%). Essi, con 299.823 residenti, rappresentano il quarto gruppo nazionale per presenze residenti in Italia, dietro solamente a Romania, Marocco e Albania, ma non risultano fra le principali nazionalità affette da Covid-19 e dunque hanno, al 22 aprile, un tasso sicuramente inferiore allo 0,3 per mille, più basso della metà di quello di qualsiasi altro gruppo nazionale in Italia.
Ritornando alla classifica delle nazionalità con più casi di contagi, India, Bangladesh e Pakistan si collocano su livelli d’affezione da Covid-19 dell’1,1 per mille o dell’1,2 per mille, comunque non superiori alla media complessiva fra gli stranieri provenienti da ogni parte del mondo in Italia (pari all’1,2 per mille). Ma in generale le persone provenienti dal continente asiatico sono state fino al 22 aprile 2020 quelle meno colpite dal virus in Italia, quantomeno considerando i casi noti all’Iss. Alla luce dei dati, ci si può domandare se differenze così ampie, tra i gruppi asiatici e latinoamericani, si possano spiegare con diversi atteggiamenti culturali di forte vicinanza o lontananza fisica in epoca pre-Covid e/o se i collettivi asiatici (e in particolar modo i cinesi, ma non solamente loro) abbiano fin dall’inizio di questa crisi messo autonomamente in atto procedure di contenimento più efficaci rispetto ad altri gruppi, magari perché più preparati sulla scia di esperienze epidemiche che hanno riguardato soprattutto l’Asia nel recente passato.

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COVID-19 tracing apps: MEPs stress the need to preserve citizens’ privacy

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 maggio 2020

In a plenary debate on Thursday, MEPs noted that, together with other COVID-19 related measures such as social distancing, masks and testing, contact tracing apps can help to manage the spread of the pandemic. However, most MEPs highlighted that the safety of citizens’ personal data and privacy need to be guaranteed when it comes to the use of these apps. Most EU countries have already launched or intend to launch a mobile tracing app designed to track individuals who are infected or at risk of contracting the virus.MEPs highlighted that the tracing apps must be truly voluntary, non-discriminatory and transparent. The use of the application must be strictly limited to contact tracing and the data must be deleted as soon as the situation allows. MEPs also emphasized the need for a coordinated approach in developing and using the apps to ensure their cross-border interoperability.
Commissioner Didier Reynders and Croatian State Secretary Nikolina Brnjac shared the MEPs’ views on the need to ensure that citizens can trust the safety of the apps. Reynders responded to MEPs’ concerns by highlighting that national authorities will work together with the EU data protection authorities to ensure that the tracing apps comply with EU privacy and data protection laws in place. He also stressed that the Commission strives to ensure a common approach between EU countries so that the apps are interoperable.

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Diffusione del COVID-19 tra le popolazioni di rifugiati e sfollati

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, chiede 745 milioni di dollari per l’implementazione di misure di preparazione e prevenzione contro la diffusione del COVID-19 tra le popolazioni di rifugiati e sfollati. La cifra corrisponde alla quota destinata all’UNHCR nell’ambito delle versioni aggiornate del Piano di risposta umanitaria globale delle Nazioni Unite e dell’appello per la raccolta di 6,7 miliardi di dollari, lanciati giovedì scorso. Si tratta di una revisione al rialzo della cifra di 255 milioni di dollari richiesta nell’ambito dell’appello iniziale a favore dell’UNHCR lanciato il 25 marzo, effettuata sulla base delle più recenti valutazioni relative alle necessità di attenuare l’impatto della pandemia tra le persone costrette alla fuga.Con il coronavirus ormai diffuso in tutti i Paesi, compresi quelli che accolgono popolazioni sfollate di grandi dimensioni, i 71 milioni di rifugiati e persone costrette alla fuga presenti nel mondo sono tra i più esposti e vulnerabili alla minaccia del virus.Sebbene, ad oggi, non si siano registratifocolai all’interno degli insediamenti di rifugiati o sfollati interni di vaste dimensioni, l’UNHCR sta intervenendo prontamente in 134 Paesi di accoglienza che hanno riferito casi locali di contagio.Ad oggi, il coronavirus ha contagiato oltre quattro milioni di persone causandone il decesso di quasi 280.000 su scala mondiale. Essendo previsto che, nei Paesi più poveri, il picco non sarà raggiunto prima dei prossimi tre-sei mesi, le unità dell’UNHCR di tutto il mondo si stanno preparando a intervenire rapidamente, anche nei peggiori scenari.
È evidente come l’impatto economico della crisi subito dai rifugiati sia stato profondamente duro e devastante. In Medio Oriente e in Africa, centinaia di migliaia di rifugiati hanno chiesto sostegno finanziario con urgenza per coprire i costi delle esigenze quotidiane, dal momento che, da marzo, in molti Paesi sono stati imposti il confinamento e altre misure di protezione della salute pubblica. In Libano, Paese alle prese con una recessione economica già prima della pandemia, oltre la metà dei rifugiati consultati tramite sondaggio dall’UNHCR a fine aprile ha riferito di aver perso le usuali opportunità di sostentamento, per esempio di lavoro alla giornata. Dei rifugiati intervistati, il 70 per cento ha dichiarato di dover saltare i pasti. L’impatto sulle donne rifugiate è profondo, dato che quasi tutte quelle occupate in attività lavorative ha affermato che la propria fonte di reddito è stata interrotta.
La categorie particolarmente a rischio di povertà e sfruttamento comprendono le donne che hanno a carico nuclei familiari, minori separati e non accompagnati, persone anziane ed LGBTI. La loro situazione puo’ essere migliorata attraverso aiuti di emergenza, in particolare mediante sovvenzioni dirette in denaro.I fondi permetteranno all’UNHCR di rafforzare ulteriormente i servizi per la salute e igienico-sanitari nazionali mediante una fornitura maggiore di DPI, farmaci, sapone e altri prodotti per l’igiene. L’UNHCR sta inoltre lavorando per: incrementare gli aiuti in denaro destinati alle famiglie rifugiate più vulnerabili vittime della crisi economica; migliorare gli alloggi all’interno degli insediamenti sovraffollati per prevenire la trasmissione del virus da persona a persona; e assicurare scorte mensili di aiuti e prodotti igienico-sanitari durantele distribuzioni che avvengono secondo le raccomandazioni di distanziamento fisico.Oltre l’80 per cento dei rifugiati e quasi l’intera popolazione di sfollati interni di tutto il mondo sono accolti in Paesi a reddito basso o medio, alcuni dei quali colpiti duramente da conflitti, fame, povertà e malattie. Molte delle persone costrette alla fuga vivono in aree urbane densamente popolate o campi, spesso in condizioni abitative precarie, all’interno dei quali dispongono di misure di salute pubblica, strutture igienico-sanitarie e sistemi di protezione sociale ridotti e inadeguati.I fondi richiesti nell’ambito della versione aggiornata dell’appello dell’UNHCR sono destinati a coprire i costi previsti dal budget per rispondere agli effetti del coronavirus fino alla fine dell’anno. L’UNHCR esprime gratitudine nei confronti dei donatori che hanno già elargito finanziamenti di vitale importanza. Il supporto tempestivo assicurato sin dall’inizio da Stati Uniti, Germania, Unione Europea, Regno Unito, Giappone, Danimarca, Canada, Irlanda, Sony Corporation, Svezia, Finlandia, Norvegia e Australia, nonché da singoli donatori privati in tutto il mondo, ha permesso all’Agenzia di intensificare le attività di assistenza a livello globale.

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