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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 161

Posts Tagged ‘covid-19’

Due anni dopo l’infezione, la metà delle persone ricoverate in ospedale con COVID-19 ha almeno un sintomo

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 Maggio 2022

Dopo due anni di pandemia abbiamo imparato a convivere con il Covid-19, ma oggi sappiamo di più sugli effetti a lungo termine. Secondo il più lungo studio di follow-up fino effettuato pubblicato sul Lancet Respiratory Medicine, la metà dei pazienti che sono stati ricoverati in ospedale ha ancora almeno un sintomo due anni dopo l’infezione da COVID-19: il 31% riporta affaticamento o debolezza muscolare e il 31% difficoltà di sonno.“Riscontriamo in ambulatorio delle alterazioni che hanno una ricaduta clinica che tendono a reiterarsi indipendentemente dal tipo di covid dalla variante e dal quadro clinico e uno degli aspetti principali è la fatica. – spiega il Dott. Luca Santoleri Direttore del servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale dell’ospedale San Raffaele Milano – la capacità di essere validi sul lavoro e nella vita di tutti i giorni come lo si era di solito cambia post covid. É importante dare una terapia a base di ferro, acido folico e vitamina B12 per supportare una situazione che non consente al paziente di reggersi in piedi”.Dallo studio è emerso inoltre in generale i pazienti guariti da COVID-19 tendono ad essere in condizioni di salute peggiori rispetto alla popolazione generale, indicando che alcuni pazienti hanno bisogno di molto più tempo per riprendersi completamente. Ci sono poi alcuni pazienti particolarmente esposti: le donne, chi soffre di obesità e chi ha avuto bisogno di ventilazione meccanica in un ospedale. Queste tre categorie hanno meno probabilità di recuperare completamente la propria forma fisica nel giro di un anno.Oltre ad una alimentazione varia ed equilibrata, un valido aiuto nutraceutico di integrazione per combattere stanchezza e affaticamento oltre ad un sostegno per il corretto funzionamento del sistema immunitario può arrivare dall’integratore alimentare Ferachel Oro di AQMA Italia, a base di a base di Ferro Sodico EDTA (Ferrazone®), Vitamina C, Niacina, Vitamina B1, Zinco, Manganese, Vitamina B6, Vitamina B12, Biotina, Acido folico, Rame e Selenio. Nello specifico Ferro, Vitamina C, Folato, Niacina, Vitamina B6 e Vitamina B12 contribuiscono alla riduzione della stanchezza e dell’affaticamento.

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Covid, Ricciardi: “Ha capacità di mutazione con rapidità senza precedenti”

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 Maggio 2022

Lo ha detto Walter Ricciardi, presidente del Comitato Scientifico Fondazione Italia in Salute, consigliere del Ministro della Salute, durante la presentazione alla Casa dei Cavalieri di Rodi del volume “Responsabilità, rischio e danno in sanità – La sicurezza delle cure dopo la pandemia di Covid-19” il nuovo libro curato da Federico Gelli e da Maurizio Hazan, insieme a Daniela Zorzit e Fidelia Cascini (edito da Giuffrè in collaborazione con Fondazione Italia in Salute), dedicato a un’analisi critica e aggiornata della legge 24/2017. “La lotta perenne che noi abbiamo da sempre contro i virus e i microrganismi, nella maggioranza dei casi ci ha visto prevalere anche quando non avevamo gli enormi strumenti tecnologici che abbiamo oggi. Quello che è incredibile è che gli strumenti tecnologici che abbiamo non li usiamo fino in fondo per sconfiggere una pandemia che invece continuerà. Mi spiace disilludervi. Vengo dagli Stati Uniti dove i colleghi sono terrorizzati perché quello che sta succedendo nella lotta contro questo Coronavirus è qualcosa che non si è mai visto precedentemente: una capacità di mutazione così rapida. L’hanno tutti i virus, ma una “immune escape” così non si è mai vista. Negli Usa sono già in rapidissima evoluzione due sottovarianti, di Omicron che hanno una capacità di contagiosità enormemente superiore al ceppo di Wu Han. E questo crea problemi nel momento in cui noi non utilizziamo appieno quello che sono le tecnologie e le conoscenze di sanità pubblica, cioè una campagna vaccinale estensiva in tutto il mondo, la capacità di convincere le persone a vincere la loro esitazione vaccinale, convincere le persono a usare le mascherine”.Per vincere queste sfide “abbiamo bisogno di un livello avanzato di conoscenze scientifiche ma anche di efficacia ed efficienza dell’organizzazione sanitaria”. “Nel nostro Paese – ha detto Ricciardi – abbiamo bisogno di una grande operazione di verità per mantenere l’efficienza del servizio sanitario nazionale: continuare a essere orgogliosi di quello che il servizio sanitario nazionale rappresenta ma smettere di raccontare la favola che è il migliore al mondo perchè quello che si sta determinando dopo la tempesta perfetta del Covid è la tempesta perfetta della fine del servizio sanitario nazionale: tutte le forze politiche sono d’accordo nel mantenerlo ma c’è una incapacità nel prendere tempestivamente le misure necessarie per renderlo competitivo”.

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Quarta dose di vaccino anti Covid-19: come valutare se farla?

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 Maggio 2022

Al via un nuovo servizio dedicato a tutte le persone vaccinate oppure guarite da Covid-19 che vogliono conoscere il proprio grado di protezione dal virus. A proporlo è Cerba HealthCare Italia, che nei suoi centri mette a disposizione un test innovativo chiamato IGRA (Interferon Gamma Release Assay), che valuta la risposta immunitaria delle cellule T memoria che hanno un ruolo chiave nel ridurre la severità del Covid-19.Ogni individuo infatti risponde diversamente alla vaccinazione anti Covid-19 in base a fattori eterogenei (assetto genetico, immunodepressione, patologie autoimmuni, tipologia di vaccino). Nei centri Cerba HealthCare è possibile effettuare un test per valutare gli anticorpi neutralizzanti protettivi verso le infezioni da SARS-COV2e il nuovo test IGRA che misura i linfociti T della memoria per valutare l’efficacia della protezione contro la malattia e l’infezione stessa.I due test si combinano per definire i soggetti cosiddetti “no responder” o che comunque sono ad alto rischio di infezioneda SARS-CoV-2 o di sviluppare la malattia. Per effettuarli basta un semplice prelievo del sangue.Inizialmente, però, non si era capito se le cellule T “funzionassero” anche contro le nuove varianti del Coronavirus, e soprattutto non era disponibile un test per misurarne la risposta. Ora, grazie alla ricerca scientifica, le cose sono cambiate: «Gli ultimi studi fanno ben sperare sulla prospettiva di una durata a lungo termine dell’immunità al virus indipendentemente dalla variante incontrata – conferma Broccolo – e parallelamente è stato sviluppato l’IGRA test che Cerba HealthCare propone. Il suo principio si basa sulla misurazione delrilascio di interferone gamma (IFN-γ) a seguito del contatto con il pool di antigeni spike di SARS-CoV». Il test IGRA consente quindi una valutazione più completa della risposta immunitaria dopo un’infezione da SARS-CoV-2 o la vaccinazione (soprattutto in caso di basso titolo di anticorpi neutralizzanti), ed è un importante strumento a disposizione in particolare di chi è più esposto ai rischi della Covid-19, come i pazienti in trattamento con farmaci immunosoppressivi, che sono sottoposti a terapie oncologiche o che presentano immunodeficienze congenite o acquisite (infezione da HIV, necessità di dialisi ecc).

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Covid-19, sintomi a un anno di distanza per sei guariti su 10

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 Maggio 2022

L’infezione da SarsCoV2 passa, ma i sintomi spesso restano e possono durare un anno o anche più per 6 guariti su 10. La nuova evidenza sugli strascichi lasciati dal Covid-19 arriva da uno studio del Luxembourg Institute of Health presentato all’European Congress of Clinical Microbiology e Infectious Diseases (ECCMID), in corso a Lisbona.I ricercatori hanno preso in esame quasi 300 persone a distanza di 1 anno dalla diagnosi di Covid-19. Il campione aveva un’età media di 40,2 anni ed è stato diviso in tre gruppi in base alla gravità della loro infezione iniziale: asintomatica, lieve e moderata/grave. È quindi stato chiesto loro di compilare un questionario sull’eventuale riscontro di 64 sintomi. Dai risultati è emerso che il 59,5% dei partecipanti aveva almeno un sintomo di Long Covid un anno dopo l’infezione iniziale: affaticamento, mancanza di respiro e irritabilità i disturbi più comuni. In particolare, un terzo (34,3%) soffriva di affaticamento a un anno dalla diagnosi, il 12,9% ha affermato che i sintomi respiratori stavano influenzando la qualità della vita e più della metà (54,2%) aveva problemi di sonno in corso.I partecipanti che avevano avuto una forma moderata/grave di Covid-19 avevano il doppio delle probabilità di avere almeno un sintomo a distanza di un anno dall’infezione rispetto a quelli la cui infezione iniziale era stata asintomatica. Avere avuto un Covid-19 moderato/grave è stato anche associato a un rischio più alto di problemi di sonno (per il 63,8% dei guariti con forma moderata/grave contro il 38,6% degli asintomatici). “I partecipanti con una forma lieve della malattia acuta avevano più probabilità rispetto a quelli che erano stati asintomatici di avere almeno un sintomo a un anno e di avere problemi di sonno, ma in misura minore rispetto a quelli con una malattia acuta moderata o grave”, spiega Aurelie Fischer, primo autore dello studio. “La nostra ricerca dimostra che il Long Covid può avere un grande impatto sulla qualità della vita, anche a un anno dall’infezione acuta”. (fonte Doctor33)

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Covid-19, il punto sulle complicanze cardiovascolari in età pediatrica

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 Maggio 2022

Un documento di consenso pubblicato su Circulation e firmato dagli esperti dell’American Heart Association fa il punto sulle complicanze cardiovascolari nei bambini e giovani adulti dopo un’infezione da SARS-CoV-2. «A due anni dall’inizio della pandemia e con una grande quantità di studi svolti sui bambini con COVID-19, è arrivato il momento di riassumere ciò che sappiamo» afferma Pei-Ni Jone del Children’s Hospital di Aurora in Colorado, presidente del gruppo di esperti che ha sottoscritto il documento, spiegando che le complicanze cardiovascolari in età pediatrica includono la tachicardia atriale e ventricolare, nonché il blocco atrioventricolare di primo grado. «Sebbene le aritmie generalmente si risolvano senza bisogno di trattamento, in certi casi è stato necessario somministrare antiaritmici, e in un adolescente con cardiomiopatia ipertrofica è stato descritto un decesso dovuto a una tachicardia ventricolare ricorrente» scrivono gli autori, precisando che negli Stati Uniti al 24 febbraio 2022 i bambini di età inferiore ai 18 anni rappresentavano il 17,6% dei casi totali di COVID-19 e circa lo 0,1% dei decessi dovuti al virus, mentre i tassi di infezione e morte nei giovani adulti tra 18 e 29 anni erano rispettivamente del 21,3 e dello 0,8%. Ma oltre alle aritmie, l’infezione da SARS-CoV-2 può causare miocarditi, pericarditi oppure la sindrome infiammatoria multisistemica (MIS-C), una patologia nuova identificata in corso di pandemia. In caso di coinvolgimento del miocardio sono stati osservati aumenti della troponina, anomalie elettrocardiografiche comprese alterazioni del segmento ST e aumento ritardato del gadolinio alla risonanza magnetica cardiaca. Sebbene la morte sia rara, nei bambini con gravi miocarditi si sono verificati rari decessi sia improvvisi sia dopo terapia medica. «E come per gli adulti, i soggetti con malattie polmonari croniche obesità o patologie immunodepressive hanno maggiori probabilità di ricovero in ospedale o in terapia intensiva, oltre a un’aumentata mortalità per COVID-19» riprende Pei-Ni. E conclude: «Sebbene i bambini con comorbilità siano a maggior rischio di infezione sintomatica da SARS-CoV-2 rispetto ai sani, le complicazioni cardiovascolari, le malattie gravi e la morte sono rare». (fonte Doctor33)

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Covid-19: nuova luce sugli anticorpi che popolano naso e bocca

Posted by fidest press agency su sabato, 23 aprile 2022

Dall’analisi della saliva arrivano nuove informazioni sulla risposta immunitaria attivata dal vaccino Pfizer-BioNTech anti-Sars-CoV-2 che spiegherebbero perché, nei primi mesi dopo l’iniezione, le persone risultano protette anche dall’infezione, non solo dalla malattia grave e dall’ospedalizzazione. Le scoperte sono state pubblicate su EMBO Molecular Medicine dal team di ricercatori Humanitas coordinati dalla prof.ssa Maria Rescigno, capo del Laboratorio di Immunologia delle mucose e microbiota di Humanitas e docente di Patologia Generale di Humanitas University, e dalla dott.ssa Chiara Pozzi, biologa e ricercatrice di Humanitas. I ricercatori sono partiti da una domanda: in che modo vaccini somministrati per via intramuscolare riescono, almeno nei primi mesi, a proteggere dall’infezione a livello delle mucose nasali e orali, ossia dove il virus entra per aggredire l’organismo? Per rispondere al quesito sono stati analizzati campioni di sangue e saliva provenienti da un centinaio di persone vaccinate con il vaccino Pfizer-BioNTech. Questa ricerca si inserisce in un progetto più vasto nel quale, dal 2020, più di 4000 professionisti degli ospedali Humanitas partecipano volontariamente a Covid Care Program: uno dei primi e più estesi studi epidemiologici e immunologici avviato in Humanitas per valutare la risposta immunitaria a Sars-CoV-2 e trovare risposte alle tante domande della pandemia.Restava da capire perché le IgA, invece, sono presenti nella saliva in bassissimi livelli dopo la vaccinazione. “Le IgA specifiche per SarS-CoV-2 riscontrate nel plasma e in bassissimi livelli nella saliva sono prodotte classicamente nel sangue periferico (IgA1), e hanno la caratteristica di essere molto instabili se si ritrovano in presenza di proteasi batteriche, come quelle presenti nella saliva – conclude la prof.ssa Rescigno -. Rischiano dunque di venire degradate in quell’habitat dal microbiota salivare. Da qui possiamo presumere perché vediamo IgA nel sangue e non nelle mucose”. Lo studio riconferma l’efficacia del vaccino che non solo protegge dalla malattia grave e dalla morte, ma è utile anche per dare una protezione a livello delle mucose prevenendo l’infezione. Questo effetto non è duraturo, perché gli anticorpi prodotti, una volta arrivati nella saliva, si disperdono facilmente. In futuro, potrebbe essere utile studiare un vaccino destinato proprio alla protezione delle mucose, da dove il virus entra nell’organismo. (abstract)

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Covid-19, quanto possono infettare i vaccinati?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 aprile 2022

Chi è vaccinato può ammalarsi di Covid-19, ma ha una capacità fino a 5 volte più bassa rispetto ai non vaccinati di trasmettere a sua volta l’infezione. Per ottenere questo risultato con la variante Delta erano sufficienti due dosi di vaccino, mentre con Omicron ne servono tre. È quanto emerge da uno studio condotto dall’università di Ginevra e pubblicato su Nature Medicine. La ricerca ha confrontato la carica virale infettiva di 118 campioni prelevati a pazienti infettati dal virus di Wuhan, 293 dalla variante Delta e 154 dalla variante Omicron BA.1. I ricercatori non si sono limitati ad analizzare la quantità di materiale genetico del virus presente nei campioni, un valore fornito dall’esame usato comunemente nei tamponi molecolari (la PCR), ma hanno misurato la quantità di virus che fosse realmente in grado di infettare le cellule. La PCR, infatti, “è molto efficace per identificare le persone infette ma non indica se sono infettive, cioè capaci di trasmettere il virus ad altri”, ha spiegato in una nota Isabella Eckerle, a capo del Centro per le malattie virali emergenti dell’ateneo svizzero. Lo studio ha innanzitutto scoperto che la quantità di materiale genetico del virus quasi mai corrispondeva alla capacità infettiva. Il team ha poi rilevato che nel complesso, la carica virale infettiva del gruppo Delta era 2,2 volte più alta rispetto a quella del gruppo infettato con il virus originale. Tuttavia, le persone infettate da Delta che avevano ricevuto due dosi di vaccino a mRNA avevano una carica virale infettiva 4,78 volte più bassa rispetto alle persone non vaccinate. “Per la coorte Omicron, contrariamente a quanto si può presumere data la sua rapida diffusione, la carica virale infettiva era complessivamente inferiore a quella della coorte Delta”, ha aggiunto Eckerle. Inoltre, per Omicron occorrevano tre dosi di vaccino per ottenere una riduzione della carica virale infettiva, che in questo caso era di 5,3 volte rispetto ai non vaccinati. Per i ricercatori, lo studio conferma la capacità del vaccino di limitare la capacità di trasmissione del virus. Resta da capire perché Omicron sia così contagiosa nonostante la bassa carica virale infettiva: “Non lo sappiamo ancora, ma i nostri dati suggeriscono che sono in gioco altri meccanismi infettivi”, spiega una delle autrici dello studio, Pauline Vetter. (fonte Doctor33)

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Covid-19, aumentano le reinfezioni. Ecco quali sono i soggetti a rischio

Posted by fidest press agency su sabato, 16 aprile 2022

La pandemia di Covid ancora non ci abbandona. Se da un lato, nell’ultima settimana, è in calo il numero dei morti e dei nuovi contagi, con meno casi anche tra i bambini, e l’occupazione delle terapie intensive si mantiene stabile, dall’altro lato si registra un aumento dei ricoveri nei reparti ordinari e sale il numero delle reinfezioni. Nell’ultima settimana la percentuale di reinfezioni sul totale dei casi segnalati risulta pari a 4,1%, in aumento rispetto alla settimana precedente in cui la percentuale era pari a 3,5%. Dal 24 agosto 2021 al 6 aprile 2022 sono stati segnalati 319.005 casi di reinfezione, pari a 3,1% del totale dei casi notificati. Lo evidenzia il report esteso settimanale dell’Istituto superiore di sanità sul Covid-19. Più reinfezioni si segnalano soprattutto nei soggetti non vaccinati o vaccinati con almeno una dose da oltre 120 giorni, nelle fasce d’età più giovani e tra gli operatori sanitari. Un quadro a fronte del quale il ministro della Salute, Roberto Speranza, rinnova l’invito alla cautela e all’uso delle mascherine, ricordando che questa è «una pandemia dentro cui ancora siamo». L’analisi del rischio di reinfezione a partire dal 6 dicembre 2021, data considerata di riferimento per l’inizio della diffusione della variante Omicron più contagiosa, evidenzia un aumento del rischio relativo di reinfezione, si legge nel report esteso Iss, soprattutto nei soggetti con prima diagnosi di Covid-19 notificata da oltre 210 giorni rispetto a chi ha avuto la prima diagnosi fra i 90 e i 210 giorni precedenti; nei soggetti non vaccinati o vaccinati con almeno una dose da oltre 120 giorni rispetto ai vaccinati con almeno una dose entro i 120 giorni; nelle femmine rispetto ai maschi. Il maggior rischio nei soggetti di sesso femminile può essere verosimilmente dovuto, rileva l’Iss, alla maggior presenza di donne in ambito scolastico (>80%) dove viene effettuata una intensa attività di screening e al fatto che le donne svolgono più spesso la funzione di caregiver in ambito famigliare. Più reinfezioni anche negli operatori sanitari rispetto al resto della popolazione e nelle fasce di età più giovani (dai 12 ai 49 anni) rispetto alle persone con prima diagnosi in età compresa fra i 50-59 anni. Verosimilmente il maggior rischio di reinfezione nelle fasce di età più giovani, spiega l’Iss, è attribuibile a comportamenti ed esposizioni a maggior rischio, rispetto alle fasce d’età con più di 60 anni. (abstract) Fonte Doctor33

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Covid-19, ecco come gestire le sequele cardiovascolari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 aprile 2022

L’American College of Cardiology ha pubblicato un documento sulla valutazione e la gestione degli adulti che in seguito all’infezione da SARS-CoV-2 sono colpiti da sequele cardiovascolari. In particolare, l’expert consensus decision pathway, pubblicato su Journal of the American College of Cardiology, affronta le miocarditi e altre tipologie di anomalie miocardiche, le sequele post-acute dell’infezione (PASC dall’inglese Post-Acute Sequelae of SARS-CoV-2) e il ritorno allo sport. Come ha spiegato uno degli esperti coinvolti, Ty Gluckman, la definizione del miglior metodo per diagnosticare e trattare le miocarditi e il long COVID è in continua evoluzione. «Questo documento cerca di fornire raccomandazioni chiave sul come valutare e gestire gli adulti con queste condizioni, includendo una guida per un ritorno sicuro all’attività per gli atleti agonisti e non agonisti» ha affermato. Nel testo si affrontano i diversi aspetti, compresi quelli epidemiologici, delle miocarditi e degli altri possibili coinvolgimenti a carico del miocardio, per poi passare alla loro valutazione e gestione. Per gli esperti, gli individui che a seguito del COVID-19 presentano miocardite devono essere sottoposti a una gestione proattiva. Si raccomanda il ricovero in ospedale dei pazienti con miocardite lieve o moderata. L’ideale, se la miocardite è grave, è rappresentato da un centro per l’insufficienza cardiaca avanzata. Si discute poi anche delle miocarditi che emergono dopo la vaccinazione con un vaccino a mRNA, che vanno diagnosticate e trattate come quelle da infezione. Per quanto riguarda il PASC, noto come long COVID, gli esperti propongono, nel caso di sintomi cardiovascolari, due termini distinti: PASC-CVD (PASC-Cardiovascular Disease), in riferimento a quelle condizioni cardiovascolari che si presentano almeno 4 settimane dopo l’infezione, e PASC-CVS (PASC-Cardiovascular Syndrome). «Il PASC-CVS è un disturbo eterogeneo che include svariati sintomi cardiovascolari, senza evidenza oggettiva di malattia cardiovascolare utilizzando test diagnostici standard» si legge nel testo. Si riportano tutta una serie di esami da effettuare, si discute sui possibili esercizi per i pazienti con tachicardia e intolleranza all’esercizio e sulla possibilità, da valutare caso per caso, di ricorrere a trattamenti farmacologici o altri interventi. Infine, gli esperti si concentrano sulla ripresa dello sport per gli atleti agonisti, fornendo una serie di raccomandazioni specifiche sia per le persone con sintomi cardiopolmonari o nei quali è stata individuata una miocardite, sia per chi in seguito all’infezione non ha sintomi o ne presenta di lievi o moderati. (fonte Cardiologia33)

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Covid-19, rischio di reinfezione con Omicron è alto

Posted by fidest press agency su martedì, 5 aprile 2022

Il rischio di reinfezione esiste anche con tre dosi di vaccino. Un fatto accertato da tempo per dovuta alla variante Alfa e Delta, ma anche con Omicron il rischio è significativo fino a 10 volte maggiore che con la variante delta. È quanto si evince dall’indagine intitolata “Covid-19 Infection Survey” e condotta dall’Ufficio Nazionale di Statistica (Ons) britannico. Gli esperti hanno stimato le reinfezioni avvenute nel Regno Unito tra Giugno 2020 e 20 marzo 2022. È emerso che tra 20 dicembre 2021 e 20 marzo 2022 – quando la variante Omicron è divenuta dominante – il rischio di reinfezione è stato 10 volte più alto rispetto al periodo in cui era dominante Delta, grosso modo da metà maggio 2021 al 19 dicembre. L’immunità al SARS-CoV-2, sia naturale sia indotta dai vaccini, declina nel tempo. Omicron si è dimostrato molto più capace di altre varianti di eludere il sistema immunitario. “Il rischio di reinfezione da omicron è di gran lunga maggiore rispetto alle precedenti varianti, e coloro che non sono vaccinati sono molto più a rischio di essere infettati nuovamente rispetto ai vaccinati”, ha dichiarato Sarah Crofts dell’Ons. Per quel che riguarda i dati italiani, nell’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di sanità si evidenzia un aumento del rischio di reinfezione — a partire dal 6 dicembre 2021, data considerata di riferimento per l’inizio della diffusione della variante Omicron — nei non vaccinati o vaccinati con almeno una dose da oltre 120 giorni. La possibilità di riammalarsi è maggiore nelle donne. Questo viene attribuito alla maggiore presenza di insegnanti di sesso femminile in ambito scolastico dove viene effettuata un’intensa attività di screening. Anche le fasce di età più giovani, 12-49 anni, rischiano maggiormente di contrarre di nuovo la malattia probabilmente a causa di comportamenti meno controllati. (fonte Doctor33)

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China must eventually learn to live with covid-19

Posted by fidest press agency su martedì, 29 marzo 2022

China is one of the few countries still trying to maintain a “zero-covid” policy. The government remains wedded to mass-testing and strict lockdowns, all enforced by a small army of community health workers and others. Yet spikes in the number of cases continue, not least in Hong Kong. In a leader, we argue that the Chinese government should now help its people live with covid-19. It needs to devote as much energy to charting a path out of the zero-covid policy as it has to enforcing it. Two years have passed since the covid pandemic was declared, and it’s far from over. In our Babbage podcast host Alok Jha speaks to Sir Jeremy Farrar, head of the Wellcome Trust, a medical-research charity, about the road ahead.When covid hit, prisoners locked up at close quarters were thought to be among those most at risk. Recent figures show that in fact relatively few inmates of Britain’s jails have died. But in the Britain section we look at how draconian measures needed to contain the spread of covid still took a heavy toll, physically and mentally.It has been a struggle to get covid vaccines to poorer parts of the world. But to end on a more cheerful note, many, including Africa, should have better luck with the world’s first malaria vaccine. It is due to be rolled out later this year. A jab developed by scientists at Oxford University has shown 77% effectiveness. Modellers at the London School of Hygiene and Tropical Medicine reckon that, with enough resources and in conjunction with other anti-malarial measures, by 2030 the jabs could cut deaths caused by 75%.Zanny Minton Beddoes Editor-in-chief The Economist

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Vaccini Covid-19. Effetti collaterali, Ema: inserire nuove avvertenze

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 marzo 2022

Nella riunione di marzo del Comitato di farmacovigilanza Prac dell’Agenzia Europea del farmaco (Ema) sono stati presi in esame nuove segnalazioni di effetti collaterali del vaccino Johnson&Johnson (episodi di vasculite dei piccoli vasi con manifestazioni cutanee) e del vaccino Moderna (sindrome di perdita capillare) per il quali è stato raccomandato l’inserimento di nuove avvertenze nelle informazioni sul prodotto. È quanto riporta una nota ufficiale dell’Ema, rilanciata anche dall’Aifa. Per Janssen (Johnson&Johnson) si è raccomandato di aggiungere alle informazioni di prodotto, come “possibile effetto collaterale di frequenza sconosciuta”, la vasculite dei piccoli vasi con manifestazioni cutanee. In particolare, si tratta di un’infiammazione dei vasi sanguigni della pelle – spiega l’ente regolatorio – che può provocare un’eruzione cutanea con puntini rossi o macchie, segni puntiformi sotto la superficie della pelle e lividi. Può essere causata da infezioni virali o batteriche, nonché da medicinali e vaccini. Invece, per quel che riguarda il vaccino Moderna (Spikevax), il Comitato si è raccomandato di aggiungere alle informazioni di prodotto un’avvertenza per le riacutizzazioni della sindrome da perdita capillare (CLS). La CLS – sottolinea l’ente regolatorio europeo – è una condizione estremamente rara e grave che provoca perdite di liquidi dai piccoli vasi sanguigni, i capillari, provocando rapido gonfiore delle braccia e delle gambe, improvviso aumento di peso, sensazione di svenimento, ispessimento del sangue, bassi livelli ematici di albumina (un importante proteine​​del sangue) e bassa pressione sanguigna. Questa sindrome è spesso correlata a infezioni virali, alcuni tumori del sangue, malattie infiammatorie e alcuni trattamenti farmacologici. Per l’ente regolatorio gli operatori sanitari devono essere a conoscenza dei sintomi della CLS e del possibile rischio nelle persone con pregressi clinici della sindrome. Il Comitato – scrive nella nota – consiglia a questi pazienti di consultare il proprio medico curante durante la pianificazione vaccinale. In totale sono stati esaminati 55 casi segnalati di CLS: 11 con Spikevax su circa 559 milioni di dosi somministrate e 44 con Comirnaty, con circa 2 miliardi di dosi inoculate. (abstract) By Cristoforo Zervos

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Covid-19: con Omicron più reinfezioni. Ecco chi è più a rischio

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 marzo 2022

La curva dei contagi da Covid in Italia è tornata a salire, ma l’aspetto che più preoccupa riguarda il rischio di reinfezione. Nell’ultima settimana la percentuale di reinfezioni sul totale dei casi segnalati è pari a 3,2%, stabile rispetto alla settimana precedente (3,3%). Lo evidenzia il Report esteso dell’Istituto superiore di Sanità in cui si sottolinea che «l’analisi del rischio di reinfezione a partire dal 6 dicembre 2021 (data considerata di riferimento per l’inizio della diffusione della variante Omicron), evidenzia un aumento del rischio relativo aggiustato di reinfezione». Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma, evidenzia all’Adnkronos Salute che «è molto probabile, parliamo di dati osservazionali che andranno confermati dall’Istituto superiore di sanità, che la protezione data dal vaccino possa scendere al 20% con Omicron 2, anche dopo la terza dose. Questo ci potrebbe anche spiegare il perché di tante reinfezioni che osserviamo, dopo il booster o anche dopo aver fatto la malattia». La reinfezione si sta verificando, in particolare, nei soggetti con prima diagnosi di Covid-19 notificata da oltre 210 giorni rispetto a chi ha avuto la prima diagnosi di Covid-19 fra i 90 e i 210 giorni precedenti; nei soggetti non vaccinati o vaccinati con almeno una dose da oltre 120 giorni rispetto ai vaccinati con almeno una dose entro i 120 giorni; nelle femmine rispetto ai maschi (verosimilmente per la maggior presenza di donne in ambito scolastico dove viene effettuata una intensa attività di screening e per funzione di caregiver in ambito famigliare); nelle fasce di età più giovani (dai 12 ai 49 anni) rispetto alle persone con prima diagnosi in età compresa fra i 50-59 anni. «Verosimilmente il maggior rischio di reinfezione nelle fasce di età più giovani è attribuibile a comportamenti ed esposizioni a maggior rischio, rispetto alle fasce d’età superiore ai 60 anni», scrive l’Iss nel suo rapporto. Anche più rischi tra gli operatori sanitari rispetto al resto della popolazione. In totale, riferisce l’Iss, dal 24 agosto 2021 al 16 marzo 2022 sono stati segnalati 264.634 casi di reinfezione, pari al 3% del totale dei casi notificati.Secondo molti esperti, l’aumento è dovuto principalmente alla diffusione di sottovarianti della omicron di cui una, chiamata BA.2, molto contagiosa. «Ciascuna variante ha potenzialmente dentro di sé una capacità di infettare differente che può essere maggiore o minore – spiega sul ‘Corriere della Sera’ Mario Clerici, immunologo dell’Università Statale di Milano – Il punto è che ciascuna variante cerca di eludere gli anticorpi e molti si stanno contagiando con Omicron pur essendo vaccinati, perché tutti i vaccini in uso si basano sul virus di Wuhan che circolava due anni fa in Cina». Un altro fattore che può influire sulle reinfezioni riguarda la quantità di anticorpi che le varianti riescono a far produrre alla persona che poi guarisce. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica CELL mostra che le reinfezioni di Omicron inducono una risposta anticorpale minore di un decimo rispetto a quanto faceva Delta e minore di un terzo di quanto faccia un booster di un vaccino. I ricercatori spiegano che questo significherebbe «una protezione ridotta contro la reinfezione o l’infezione da varianti future». Chi si infetta con Omicron, quindi, è in genere meno protetto da futuri contagi. «Predire da questi dati che Omicron conferisca una protezione minore nei confronti di eventuali varianti e infezioni è difficile – osserva comunque Clerici – È impossibile dire come saranno le prossime varianti e sono numeri che derivano da studi in vitro poco applicabili alla realtà». (fonte Doctor33)

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Covid-19: i corticosteroidi per via inalatoria influiscono sui ricoveri ospedalieri

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 marzo 2022

I corticosteroidi somministrati per via inalatoria orale, riducendo l’infiammazione polmonare, potrebbero ridurre il ricovero in ospedale e velocizzare la risoluzione dei sintomi nei pazienti Covid-19. Alcune osservazioni hanno mostrato che le persone con asma bronchiale e broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) avevano meno probabilità di essere ricoverate in ospedale per COVID-19, il che si ipotizza sia dovuto alla terapia di routine con corticosteroidi per via inalatoria in quelle persone. Ora una review pubblicata su Cochrane cerca di fare il punto sulle conoscenze disponibili.I ricercatori hanno trovato 3 studi clinici randomizzati (Rct) validi (numero sufficiente di pazienti e presenza di un gruppo di controllo) per pazienti con Covid lieve per un totale di 2171 pazienti coinvolti. Sono stati trovati 10 studi in corso che includono pazienti o asintomatici o con malattia da moderata a grave, ma non ancora concluseti. Gli studi hanno analizzato partecipanti per lo più di età superiore ai 50 anni e con altri problemi medici, il 52% di loro erano donne, di cui 1057 hanno ricevuto corticosteroidi per via inalatoria.I risultati di questi studi indicano che probabilmente i corticosteroidi per via inalatoria, in particolare budesonide e ciclesonide, riducono il rischio che le persone infette dal Sars-CoV-2 vadano in ospedale o muoiano.I corticosteroidi inalatori, inoltre, possono ridurre il numero di giorni in cui le persone hanno sintomi da Covid-19 lievi entro 14 giorni. In particolare nelle persone trattate solo con le cure convenzionali la mortalità è stato circa 9 ogni 1000 (0,9%) infettati, mentre in quelli in cui sono stati aggiunti corticosteroidi questa è scesa a 6 (0,6%). Riguardo la durata dei sintomi si è vista una riduzione da 12 a 8 giorni con una scomparsa di tutti i sintomi entro 14 giorni che passa da 465 persone ogni 1000 casi a 553 ogni 1000 casi confrontando non trattai contrattati con i farmaci inalatori. Nei pazienti Covid-19 trattati con i corticosteroidi non si sono rilevati effetti avversi particolarmente diversi rispetto a quelli con cure standard.I ricercatori sottolineano come spesso i medici di base abbiano familiarità con questo tipo di trattamenti e questi risultati, che mostrano una lieve ma probabile differenza nel risultato clinico, possano aiutarli meglio nel valutare questa opportunità nei pazienti Covid-19 con sintomi lievi. Notano, d’altronde, che ci sono molti altri studi clinici in corso e che quindi dovranno aggiornare le loro conoscenze quando questi studi saranno conclusi per valutare l’incidenza reale di questi farmaci inalatori nel trattamento della Covid-19. (fonte Doctor33)

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Covid-19, ecco come funziona il rischio di trasmissione familiare

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 marzo 2022

Secondo uno studio condotto in Tennessee e Wisconsin (Stati Uniti), sia i bambini che gli adulti di tutte le età possono trasmettere il SARS-CoV-2 e sono suscettibili all’infezione.Una suscettibilità che, come mostrano i dati, non varia tra le diverse età. Ciò che appare un po’ diversa invece, è la probabilità di un ulteriore contagio nel nucleo familiare, e cioè il rischio di trasmissione a seconda dei membri della famiglia infettati. In breve, se a infettarsi è un adolescente (12-17 anni), le probabilità di un ulteriore contagio sono le più basse osservate, se invece il primo caso di infezione è una persona anziana (65 anni o più), le probabilità sono le più alte.«Questo studio prospettico ha esaminato l’associazione dell’età con la trasmissione domestica di SARS-CoV-2, affrontando sia l’età del caso primario (rischio di trasmissione) sia le età dei contatti domestici (suscettibilità)» scrivono i ricercatori su Pediatrics. Nello studio, effettuato tra aprile 2020 e aprile 2021, sono stati identificati 226 casi primari di infezione da SARS-CoV-2, seguiti per 14 giorni per valutarne i sintomi e gli eventi di trasmissione secondaria. In seguito ai casi primari, si sono verificate 198 altre infezioni tra i 404 contatti familiari. Si è osservato che quando si ammalava un adolescente tra i 12 e i 17 anni, le probabilità che il virus si diffondesse, e cioè il rischio di infezione secondario (SIR), erano del 26%. Quando il contatto primario era una persona di 65 anni o più, le probabilità arrivavano al 76%. Il SIR nei contatti familiari era significativamente più basso quando il caso primario aveva tra i 12 e i 17 anni rispetto a quando aveva tra i 18 e i 49 anni (risk ratio 0,42). Non sono state osservate differenze significative nel SIR a seconda dell’età dei contatti. Il SIR variava dal 36%, tra i contatti con età di almeno 65 anni, al 53%, tra quelli di 5-11 anni. Inoltre, vi erano probabilità maggiori che il contagio avvenisse tra coetanei che tra individui con diversa età. Infine, la frequenza e la durata dei sintomi risultava simile tra i gruppi di età considerati.«Abbiamo osservato che bambini e adulti di tutte le età possono trasmettere e sono suscettibili all’infezione da SARS-CoV-2. Non c’erano differenze significative nella suscettibilità al SARS-CoV-2 a seconda del gruppo d’età, dai bambini in età prescolare agli adulti anziani» scrivono gli autori, i quali ammettono i diversi limiti dello studio. «Sono necessarie ulteriori ricerche per capire i comportamenti e le interazioni correlate all’età nei nuclei familiari in relazione alla probabilità di trasmissione per età concludono. (Fonte Doctor33)»

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Covid-19, la tempestività dei vaccini influisce sull’economia

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 marzo 2022

In uno studio pubblicato sul Journal of Knowledge Management, un team di ricercatori italiani sottolinea che la sostenibilità della tanto attesa ripresa dell’economia italiana dopo lo stop forzato causato dalla pandemia di COVID-19, e di conseguenza la crescita del prodotto interno lordo (PIL), dipendono dal tempo necessario per attuare il piano nazionale di vaccinazione.L’incertezza dell’impatto economico della pandemia è molto elevata. Nel 2020 il PIL italiano è sceso del 10,05% rispetto all’anno precedente, e il tempo necessario per la ripresa dipenderà da diversi fattori che sono molto difficili da predire, tra i quali la durata e la dispersione geografica dell’infezione, lo sviluppo dell’economia globale, l’impatto sulla fiducia nella spesa e negli investimenti delle aziende, e l’efficacia delle politiche economiche. Tuttavia, anche l’efficacia del piano di vaccinazione avrà una rilevanza. «Abbiamo cercato di stimare quanto potesse influire il ritardo o la tempestività della strategia nazionale di vaccinazione contro COVID-19 sul prodotto interno lordo italiano» spiega Francesco Saverio Mennini, dell’Università di Roma Tor Vergata, primo autore dello studio.Per meglio inquadrare la situazione, i ricercatori hanno applicato un modello epidemiologico di un programma di vaccinazione ad accesso universale contro COVID-19. Il modello economico che hanno utilizzato si basa sullo spostamento temporale delle proiezioni trimestrali disponibili derivanti dal previsto ritardo o dalla prevista accelerazione del piano nazionale di vaccinazione contro il COVID-19.Quello che gli autori hanno evinto dall’analisi dei dati è che la crescita del PIL è dipendente dal tempo necessario alla messa in atto e all’esecuzione del piano vaccinale nazionale. Da questo punto di vista, un ritardo nella campagna vaccinale potrebbe avere un duplice impatto negativo sulla crescita del prodotto lordo italiano, ovvero ridurre la crescita trimestrale rispetto all’anno precedente nel breve termine, e ritardare la tendenza trimestrale al rialzo nel biennio successivo. (fonte: Doctor33)

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Covid-19, quanto durano gli anticorpi nei guariti e negli asintomatici. Uno studio fa il punto

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 febbraio 2022

La gran parte delle persone che si sono ammalate di Covid-19, specie se in forma grave, possiede anticorpi neutralizzanti contro il coronavirus per almeno 16 mesi. È quanto emerge da uno studio della Southern University of Science and Technology di Shenzhen pubblicato su Nature Microbiology. Comprendere quale sia la durata della protezione acquisita dopo l’incontro con il virus SARS-CoV-2 è uno dei quesiti che più ha appassionato la ricerca fin dall’inizio della pandemia. «È stato dimostrato che i coronavirus umani stagionali inducono risposte anticorpali di breve durata e la reinfezione con lo stesso coronavirus stagionale si verifica frequentemente nei 12 mesi dopo l’infezione. Tuttavia, i due coronavirus che causano malattie gravi negli esseri umani (il SARS-CoV e il MERS-CoV) inducono risposte anticorpali più forti e che durano fino a 3 anni», spiegano i ricercatori. Nel caso di SARS-CoV-2 ancora non esistono dati definitivi. La nuova ricerca ha preso in considerazione 214 pazienti seguiti per quasi 16 mesi. 51 di essi avevano avuto un’infezione severa, 134 una lieve e 29 erano stati completante asintomatici. Studiando l’andamento degli anticorpi neutralizzanti (soprattutto di quelli IgG diretti contro la porzione RBD della proteina Spike) i ricercatori hanno scoperto che la risposta immunitaria raggiunge un picco dopo circa tre mesi dall’infezione; successivamente comincia un calo lento seguito da una stabilizzazione a un livello di anticorpi considerato comunque protettivo. Questi livelli si erano mantenuti fino all’ultimo test eseguito sui volontari a 480 giorni da quando avevano contratto l’infezione. Non tutti i pazienti presentavano però la stessa risposta immunitaria: i ricercatori hanno scoperto che dopo 1 anno il 14% di quanti avevano avuto una infezione lieve e il 50% di chi aveva avuto un’infezione asintomatica non avevano livelli rilevabili di anticorpi neutralizzanti. Lo studio ha mostrato inoltre un calo dell’efficacia degli anticorpi contro le varianti Beta, Delta e Mu. Mentre non ha fornito dati sulla variante Omicron. (fonte: Doctor33)

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Covid-19, si fa strada l’ipotesi vaccino under-5

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 febbraio 2022

Presto anche i bambini più piccoli, sotto i 5 anni di età, potranno essere vaccinati contro il virus SarsCoV2: uno scenario che potrebbe concretizzarsi già dalla prossima primavera. Ad indicare l’orizzonte temporale di questo ulteriore passo nella campagna vaccinale anti-Covid è il coordinatore del Comitato tecnico scientifico (Cts) Franco Locatelli.A fronte di una flessione generale della curva dei contagi nelle ultime settimane, proprio la fascia dei bambini in età scolare rappresenta un’eccezione. Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità, infatti, nell’ultima settimana i casi in età scolare sono aumentati dal 24%, di sette giorni fa, al 30%, e il 18% dei casi in età scolare è stato diagnosticato nei bambini sotto i 5 anni. E i pediatri ricordano come anche tra i bambini si verifichino dei casi gravi e ricoveri in intensiva. Da qui l’importanza di poter vaccinare pure gli under5. «All’inizio della primavera potrebbe essere a disposizione in Italia il vaccino anti Covid per la fascia di età 0-5 anni», ha spiegato Locatelli sottolineando che anche in questo caso saranno previste due dosi e ci sarà un dosaggio “ulteriormente ridotto” rispetto a quello che viene proposto per i bambini tra 5 e 11 anni. «Direi che potrebbe essere ragionevole – ha detto – ipotizzare l’orizzonte dell’inizio della primavera per avere questi vaccini a disposizione, dopo che le agenzie regolatorie avranno dato il via libera». Tuttavia, per i bambini di poco più grandi della fascia 5-11 anni, le vaccinazioni procedono con ritardo: negli ultimi sette giorni, rileva la Fondazione Gimbe, si è infatti registrato un ulteriore crollo dei nuovi vaccinati con un – 23,4%. L’ipotesidel vaccino anti-Covid per la fascia d’età under 5vede favorevoleAnnamaria Staiano, presidente della Società italiana di pediatra (Sip) «anche perché stiamo assistendo ad un aumento dei positivi nelle fasce pediatriche», spiega aprendo alla possibilità che questo vaccino sviluppato Pfizer-BioNTech, che ha chiesto il via libera al’Fda, venga incluso nelle vaccinazioni pediatriche annuali «probabilmente sarà così, avrà senso farlo una volta l’anno insieme agli altri». «ll sistema immunitario dei bambini risponde meglio alle stimolazioni dei vaccini – ricorda la presidente dei pediatri – se pensiamo che proprio sotto i cinque anni si fanno le principali vaccinazioni dell’età pediatrica anche in maniera concentrata. Questo si fa proprio perché l’organismo è molto recettivo, pensiamo all’immunità generata dalla vaccinazione contro l’epatite che è molto più vigorosa rispetto a quella che si crea negli adulti». Staiano rimarca poi che «stiamo assistendo a un aumento dei positivi nelle fasce d’età scolare. Siamo passati dal 24% al 30% in una settimana, secondo l’ultimo report dell’Iss, e vanno un po’ a rilento le vaccinazioni tra i 5-11enni: solo il 14,6% ha completato il ciclo vaccinale e il 32% ha fatto una dose. Sarebbe importante implementare la platea”. Nel report dell’Iss si legge che “nell’ultima settimana il 18% dei casi in età scolare è stato diagnosticato nei bambini sotto i 5 anni, il 44% nella fascia d’età 5-11 anni, il 38% nella fascia 12-19 anni». (fonte Doctor33)

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Covid-19, monoclonale migliora la prognosi dei pazienti ricoverati con polmonite

Posted by fidest press agency su sabato, 22 gennaio 2022

Lo studio CATALYST, svolto dalle Università di Birmingham e Oxford in collaborazione con il National Institute for Health Research Biomedical Research Center (NIHR BRC), ha identificato un farmaco che potrebbe curare più efficacemente i ricoverati con polmonite da COVID-19 rispetto alle cure attuali. Si tratta di namilumab, un monoclonale di classe IgG1 prodotto da Izana Bioscience che si lega al fattore stimolante le colonie di granulociti-macrofagi (GM-CSF), attualmente in fase di sperimentazione clinica come terapia dell’artrite reumatoide. «CATALYST mostra come piccoli studi sperimentali ben progettati possano generare dati importanti su nuovi trattamenti. Ecco perché sarà interessante vedere i risultati di studi più ampi sul ruolo dell’inibizione del GM-CSF» esordisce Graham Cooke, ricercatore capo di CATALYST all’Imperial College Healthcare. Allo studio, finanziato dal Medical Research Council, pubblicato su Lancet Respiratory Medicine e svolto tra giugno 2020 e febbraio 2021, hanno preso parte 111 pazienti sopra i 16 anni con polmonite da COVID-19 ricoverati nei reparti o nelle terapie intensive (ICU) di nove ospedali del NHS britannico. La coorte è stata randomizzata in due gruppi: 54 pazienti trattati con le cure abituali, ossia steroidi e ossigeno o ventilazione a seconda della gravità della malattia, e 57 pazienti che oltre alle cure abituali hanno ricevuto 150 mg di namilumab in singola dose endovenosa. «Dopo 4 settimane il 78% dei trattati con namilumab è stato dimesso dal reparto o dalla terapia intensiva rispetto al 61% dei controlli, con 6 decessi nel gruppo namilumab e 10 con le cure abituali» spiegano i ricercatori, precisando che la probabilità di dimissione al giorno 28 dei degenti in reparto era del 64% nel gruppo cure abituali e del 77% nel gruppo namilumab, mentre in ICU le percentuali erano rispettivamente del 47% e del 66%. I ricercatori di CATALYST hanno testato anche un secondo farmaco, infliximab, attualmente utilizzato nel trattamento di patologie infiammatorie, osservando un’efficacia non superiore alle cure abituali. (fonte: Doctor33)

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Covid-19 e quarantena, tutele e nuove regole per accesso al lavoro

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 gennaio 2022

Mentre si avvia una nuova interlocuzione tra Regioni e Governo per rivalutare la durata delle quarantene, sono entrate in vigore le nuove regole per l’eventuale assenza dal lavoro. Pertanto, per i contatti stretti dei positivi al Covid, che abbiano completato il ciclo vaccinale primario o la dose di richiamo o siano guariti da 120 giorni non c’è più la quarantena a casa ma l’auto-sorveglianza con tampone molecolare o antigenico al 6° giorno, o in caso di sintomi. I titolari di “super green pass” (vaccinati da meno di 4 mesi o guariti da meno di 6) possono muoversi liberamente ma devono indossare la mascherina Ffp2. Non possono fare lo stesso gli altri lavoratori, che vanno in quarantena per 5 o 10 giorni. E per quei lavoratori c’è una seconda notizia problematica. Quest’anno, la quarantena dei contatti stretti e di chi ha fatto ingresso in Italia da zone a rischio non sono più equiparabili alla malattia né coperte dall’Inps. Il sito Inps conferma che l’equiparazione a malattia di questi periodi è stata riconosciuta fino al 31 dicembre 2021, “a fronte di apposito stanziamento”. Dal 1° gennaio ’22 i datori di lavoro che considerassero la quarantena come malattia si vedranno chiedere dall’Inps il rimborso delle indennità conguagliate. Ecco un punto su quanto. La nuova quarantena – A seconda che i contatti siano ad alto rischio (familiari contagiati o lunghe frequentazioni senza mascherina) o a basso rischio (uso di mascherina durante la frequentazione), le situazioni complessive sono quattro. Nei contatti ad alto rischio: • i lavoratori vaccinati da meno di 4 mesi o con terza dose se asintomatici possono recarsi al lavoro con mascherina Ffp2 (e dal 15/2 super green pass per gli over 50) e non devono più sostenere assenze per malattia a meno che non si positivizzino, situazione che va evidenziata dal tampone al 6°giorno dal contatto; • i lavoratori vaccinati da più di 4 mesi vanno in quarantena che però scende da 7 a 5 giorni, con obbligo di tampone negativo al termine del periodo, e l’Inps per quei giorni non copre i contributi; • i lavoratori che non hanno completato il primo ciclo (non vaccinati, vaccinati con prima dose o con seconda dose da meno di 14 giorni) restano in quarantena per 10 giorni e perdono tutta la copertura Inps. I contatti a basso rischio secondo la circolare della DG Prevenzione del Ministero della Salute 30 dicembre 2021 sono i contatti diretti a meno di 2 metri faccia a faccia per meno di 15 minuti, con mascherina, persone che hanno viaggiato con caso Covid per meno di 15 minuti, passeggeri ed equipaggio di voli con caso Covid oltre il raggio di 2 posti (che configura alto rischio) ed operatori sanitari e di laboratorio che assistono casi Covid con DPI raccomandati; per loro, non c’è obbligo di quarantena a prescindere che il soggetto sia vaccinato di recente, non vaccinato o vaccinato di lunga data. Il regime pregresso – Lo scorso anno per otto mesi il governo non ha pagato la permanenza a casa in quarantena ai contatti stretti di pazienti Covid perché su questo capitolo l’Inps non era stato finanziato. A ottobre, il Decreto-legge 146 ha ristabilito l’equiparazione a malattia di lavoratori del settore privato in quarantena o in permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva fino al 31 dicembre 2021, e l’Inps con messaggio 4027 del 18 novembre ha ripristinato la tutela previdenziale fino al 31 dicembre 2021. Gli importi dovuti per il 2020 erano stati a loro volta riconosciuti con messaggio Inps 2842 del 6 agosto 2021. Lavoratori fragili – Anche le assenze dei lavoratori “fragili”, equiparate a ricovero ospedaliero dal decreto-legge Cura-Italia 18/2020, erano state coperte per tutto il 2020 e fino a tutto giugno 2021. Per questa fascia, poi, a luglio, il decreto-legge 105 ha prorogato il diritto allo smart working fino a tutto ottobre cioè due mesi in più. Infine, la legge 133 di conversione del Decreto Green Pass 111 del 6 agosto 2021, ha sia prorogato il diritto allo smart working sia reintrodotto per i lavoratori fragili il diritto all’assenza da lavoro equiparata a ricovero ospedaliero fino a tutto dicembre 2021. Da gennaio 2022 i lavoratori fragili possono lavorare in modalità “agile” fino al 28 febbraio. Tuttavia, se non si possono adibire a lavori “smart” non possono più godere dell’assenza riconducibile a sorveglianza precauzionale, istituto da considerarsi (al momento) cessato al 31 dicembre 2021. By Mauro Miserendino fonte: Farmacista33)

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