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Posts Tagged ‘covid-19’

Influenza e Covid ma non solo. Il punto sui virus respiratori in circolazione

Posted by fidest press agency su martedì, 27 dicembre 2022

La Mers (Middle East Respiratory Syndrome o Sindrome Respiratoria Mediorientale) è una patologia infettiva causata dal coronavirus Mers-CoV, appartenente alla famiglia coronaviridea, identificato per la prima volta nel 2012, a Gedda, in Arabia Saudita. È spesso trasmessa dai dromedari e il timore di una diffusione del virus si era diffuso in relazione agli spostamenti per i mondiali di calcio in Qatar. Ma questo virus, precisa l’Iss, non è tra quelli attualmente circolanti nel nostro Paese. La stagione invernale è però caratterizzata dalla circolazione di diversi virus respiratori, che vengono monitorati sia dal punto di vista epidemiologico che virologico dalle sorveglianze Iss.Tra i principali figurano l’ili (influenza like illness, o sindrome simil influenzale), una manifestazione acuta con sintomi generali e respiratori, e i virus influenzali suddivisi in quattro tipi differenti (il virus tipo A e il virus tipo B, responsabili della sintomatologia influenzale classica; il tipo C, di scarsa rilevanza clinica; il tipo D, la cui possibilità di infettare l’uomo non è ancora chiara. Finora in questa stagione in Italia circolano soprattutto virus di tipo A, con una piccola quota di B). Vi è inoltre il Sars-CoV-2, il virus responsabile del Covid-19, che fa parte della famiglia dei coronavirus.Circolano anche il virus respiratorio sinciziale o Rsv (agente infettivo virale molto contagioso, che colpisce in particolare anziani e di bambini piccoli), il Rhinovirus (causa del 30-35% delle ili degli adulti). Sono presenti poi altri coronavirus ma solo tre o quattro degli oltre trenta ceppi conosciuti infettano gli esseri umani. Il coronavirus Mers, che talvolta viene definito ‘influenza del cammello’, afferma l’Iss, “è stato segnalato in altri paesi come causa di sindrome influenzale (recentemente in soggetti provenienti dal Qatar), tuttavia al momento non risulta circolante in Italia”. Un altro 10-15% delle ili è infine dovuto ad altri virus che sono responsabili anche di malattie più severe, come adenovirus, coxsackievirus, echovirus, paramyxovirus, enterovirus. (fonte Doctor33)

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Il ruolo del farmacista durante il Covid-19

Posted by fidest press agency su sabato, 10 dicembre 2022

“Il Farmacista come punto di riferimento della società nella pandemia da Covid-19” è il tema del convegno organizzato dalla Scuola di Scienze del Farmaco e dei Prodotti della Salute dell’Università di Camerino, in programma giorni fa presso l’Auditorium Benedetto XIII. La pandemia da Covid-19 ha, infatti, messo in luce in maniera inequivocabile il ruolo che il farmacista ha svolto e svolge nella società odierna, diventando ormai punto di riferimento per il cittadino. La farmacia oggi è concepita come farmacia dei servizi, dove oltre alla possibilità di acquistare farmaci e prodotti della salute, il cittadino può effettuare una serie di indagini diagnostiche per la verifica e il controllo del proprio stato di salute. “Alla luce della nuova riforma della classe di laurea LM-13 – sottolineano gli organizzatori – che di fatto trasforma la laurea in Farmacia in laurea abilitante, gli Atenei italiani sono chiamati a trasferire competenze e conoscenze sempre più in linea con le attuali esigenze della società, di concerto con gli ordini professionali che rappresentano il punto di riferimento dei giovani laureati nel mercato del lavoro. È di questo che discuteremo nel corso del convegno”. Il convegno si aprirà con i saluti, tra gli altri, Prorettore Vicario Unicam del prof. Graziano Leoni, del Presidente della Federazione Ordine dei Farmacisti Italiani (FOFI) on. Andrea Mandelli, del Direttore della Scuola di Scienze del Farmaco e dei Prodotti della Salute Unicam prof. Gianni Sagratini, del Direttore della Scuola di Specializzazione in Farmacia Ospedaliera Unicam prof. Carlo Cifani e del Presidente dell’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Macerata dott. Luciano Diomedi, Seguiranno poi le relazioni di rappresentanti dell’Ordine dei Farmacisti, della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e della Regione Marche.

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L’asma allergico riduce il rischio di polmonite grave Covid-19

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 dicembre 2022

E’ quanto emerso da studi multicentrici europei ed extra europei condotti su popolazioni più vaste. La spiegazione risiede nella patogenesi della polmonite Covid-19. Nella polmonite da virus SARS-CoV-2, infatti, sono state identificate varie fasi: una iniziale, che corrisponde alla replicazione virale, e una fase successiva che compare dopo 7-10 giorni dall’esordio dei sintomi, in cui si possono sviluppare le complicanze più gravi: la polmonite e l’insufficienza respiratoria. Questa seconda fase è caratterizzata dalla produzione di citochine TH1, in particolare vengono prodotti alti livelli di interleuchina 6 e interleuchina 1. Questa risposta infiammatoria violenta porta al danno polmonare, all’insufficienza respiratoria e, nei casi più gravi, alla necessità di intubazione. Dal punto di vista della terapia l’infezione da Covid-19 non ha avuto un grosso impatto. Si è visto che le terapie seguite dai pazienti asmatici allergici, come broncodilatatori, steroidi e farmaci biologici non rappresentano un fattore di rischio per lo sviluppo delle complicanze più gravi. Tuttavia, è stato dimostrato che i pazienti asmatici o affetti da malattie autoimmuni sistemiche, che assumevano dosi elevate di cortisonici per bocca erano più a rischio della popolazione generale di sviluppare una polmonite grave. “Questo perché la terapia cortisonica sistemica prima dell’infezione potrebbe facilitare la replicazione virale nella prima fase della malattia” chiarisce il dott. Tedeschi “Mentre nella seconda fase della polmonite Covid-19 (dopo 7-10 giorni dalla comparsa dei sintomi) il cortisone è utile per spegnere quella risposta immunitaria violenta che porta al danno polmonare”. La rinite allergica e l’allergia ad alimenti non presentano un rischio aumentato di sviluppare la polmonite da SARS-CoV-2 né complicanze più gravi, così come le terapie assunte pe queste patologie (cortisone locale, antistaminici, immunoterapia…) non aumentano i rischi. L’infezione da SARS-CoV-2 provoca frequentemente delle manifestazioni cutanee di vario tipo, tra cui l’orticaria. In circa 1/3 dei pazienti con orticaria cronica è stata segnalata una riacutizzazione della stessa a seguito dell’infezione da SARS-CoV-2, ma queste persone non sono più a rischio della popolazione generale di sviluppare le conseguenze più gravi dell’infezione. Inoltre, le terapie utilizzate per il trattamento dell’orticaria non hanno aumentato in alcun modo il rischio di polmonite Covid-19. Per quanto riguarda la dermatite atopica, non ci sono state segnalazioni di esacerbazione della stessa dovute al Covid-19 e le terapie utilizzate come, ad esempio, il cortisone per via locale o i farmaci biologici, non influiscono sul rischio di sviluppo della polmonite. Qualche rischio in più, invece, è stato evidenziato in pazienti con dermatite atopica trattati con immunosoppressori per via sistemica o con dosi elevate di cortisone per bocca.

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Covid-19, quanto persistono i sintomi? Un’indagine di Jama fa il punto

Posted by fidest press agency su martedì, 29 novembre 2022

I sintomi post-covid persistono per due anni dall’infezione in oltre metà dei pazienti ospedalizzati e non, durante la malattia, precisamente nel 59,7% degli ospedalizzati e nel 67,5% dei non ospedalizzati. Lo rivela una indagine pubblicata sulla rivista Jama Network Open e condotta da Cesar Fernandez-de-las-Penas, della Universidad Rey Juan Carlos a Madrid.Lo studio ha coinvolto 308 pazienti Covid della prima ondata pandemica, non ricoverati per l’infezione e 360 pazienti sempre della prima ondata ma che hanno avuto bisogno del ricovero. Nell’indagine sono state identificate piccole differenze nei sintomi all’esordio del Covid tra i pazienti ospedalizzati e quelli che, invece, non hanno avuto necessità del ricovero in corso di infezione. Mentre i sintomi post-Covid-19 sono risultati simili tra i due gruppi di pazienti. I sintomi post-covid più comuni sono risultati essere difficoltà di respiro (dispnea), con una diffusione simile nei due gruppi di pazienti e deficit olfattivi, più frequenti nei non ospedalizzati.Per quel che riguarda i numeri aggiornati, nell’ultimo mese è stato registrato circa 1 milione di nuovi casi Covid in Italia, con un andamento dei contagi stabile rispetto al mese precedente e con una maggiore uniformità nella distribuzione dei nuovi casi nelle diverse aree territoriali del paese (Nord-Est 339 nuovi casi ogni 100.000 abitanti, Nord-Ovest 273 nuovi casi ogni 100.000 abitanti, Centro 280 nuovi casi ogni 100.000 abitanti, Sud e Isole 185 nuovi casi ogni 100.000 abitanti). Lo rende noto il report mensile dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari dell’Università Cattolica, Facoltà di Economia, campus di Roma, giunto alla sua 99/ima edizione.Analizzando la variazione dei tassi di saturazione dei posti letto di Terapia Intensiva (TI) e di Area Non Critica (ANC), si vede però come in una regione su 2 c’è stato un aumento di occupazione dei posti letto per Covid.”Stiamo vivendo una stagione autunnale differente da quelle vissute negli ultimi due anni, afferma Americo Cicchetti, direttore dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari dell’Università Cattolica (ALTEMS), segnate dall’impatto della pandemia sulla nostra quotidianità e sul rallentamento delle cure erogate da parte del Servizio Sanitario Nazionale.”In questo Instant Report #99 di ALTEMS” continua Cicchetti “registriamo un andamento stabile della pandemia su tutto il territorio nazionale ma un aumento di occupazione dei posti letto in una regione/PA su 2. Analizzando le coperture vaccinali relative alla quarta dose del vaccino anti-Covid, conclude Cicchetti, notiamo che un italiano su 10 si è sottoposto alla vaccinazione di quarta dose, con una copertura maggiore della fascia di popolazione degli over-80 (34,85%); se in questi due anni abbiamo imparato qualcosa, certamente l’uso di mascherine negli ambienti più vulnerabili come gli ospedali e la vaccinazione della popolazione sono gli unici elementi per tenere sotto controllo la pandemia sia in termini di nuovi contagi sia in termini di mortalità”. (fonte: Doctor33)

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Covid-19, due anni dopo più della metà dei pazienti presenta sintomi

Posted by fidest press agency su martedì, 29 novembre 2022

A due anni dall’infezione da SARS-CoV-2, permane almeno un sintomo a essa ricollegabile nel 59,7% dei pazienti ricoverati al momento della fase acuta, e nel 67,5% dei pazienti che non avevano avuto necessità di assistenza ospedaliera, secondo uno studio pubblicato su JAMA Network Open. «Abbiamo cercato di identificare i sintomi post-COVID-19 a lungo termine tra i pazienti ricoverati in ospedale e non, per cui abbiamo confrontato la presenza di sintomi post-COVID-19 due anni dopo l’infezione acuta in queste popolazioni» spiega César Fernández-de-las-Peñas, della Universidad Rey Juan Carlos di Madrid, Spagna, autore principale del lavoro. I ricercatori hanno condotto uno studio trasversale presso ospedali urbani e centri di medicina generale dal 20 marzo al 30 aprile 2020, includendo 360 pazienti ospedalizzati e 308 pazienti non ricoverati con infezione acuta da SARS-CoV-2. I dati relativi all’infezione e all’eventuale ricovero sono stati raccolti dalle cartelle cliniche, mentre il follow-up è stato condotto due anni dopo tramite un’intervista telefonica. Gli esperti hanno osservato che la dispnea era più diffusa all’inizio della malattia tra i pazienti ricoverati rispetto a quelli non ricoverati (112 rispetto a 36), mentre per l’anosmia era vero il contrario (66 pazienti rispetto a 36). Il numero di individui che hanno mostrato almeno un sintomo post-COVID-19 due anni dopo l’infezione è stato di 215 (59,7%) tra i pazienti ricoverati in ospedale e 208 (67,5%) tra i pazienti non ricoverati. Tra i pazienti ricoverati e non, affaticamento (161 rispetto a 147), dolore (129 rispetto a 92) e perdita di memoria (72 rispetto a 49) erano i sintomi più diffusi due anni dopo l’infezione da SARS-CoV-2. Non sono state quindi osservate differenze significative nei sintomi post-COVID-19 tra pazienti dei due gruppi. Il numero di comorbilità preesistenti era associato all’affaticamento post-COVID-19 e alla dispnea tra i pazienti che erano stati ricoverati, mentre il numero di comorbilità e il numero di sintomi all’inizio della malattia erano correlati all’affaticamento post-COVID-19 tra i pazienti non ricoverati. «I sintomi post-COVID-19 erano simili tra pazienti ricoverati e non; tuttavia, la mancanza di inclusione di controlli non infetti limita la capacità di valutare l’associazione dell’infezione da SARS-CoV-2 con i sintomi generali e specifici post-COVID-19. Per questo motivo, gli studi futuri dovranno includere popolazioni di controllo non infette» concludono gli autori. (fonte: Doctor33)

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Covid-19 identificato un bersaglio e un potenziale farmaco per bloccare la diffusione del virus

Posted by fidest press agency su domenica, 27 novembre 2022

Uno studio pubblicato su Nature Communications indica che una proteina “chaperone” nota come GRP78, svolge un ruolo essenziale nella diffusione di SARS-CoV-2. I ricercatori avevano già dimostrato che quando avviene l’infezione da SARS-CoV-2, GRP78, che normalmente aiuta a regolare il ripiegamento di altre proteine cellulari, viene dirottata in modo da lavorare con altri recettori cellulari per portare il virus all’interno delle cellule, dove può quindi riprodursi e diffondersi. «Rimanevano tuttavia dubbi sul fatto che GRP78 fosse necessario ed essenziale per la replicazione di SARS-CoV-2 all’interno delle cellule polmonari umane» spiega Amy Lee, della Keck School of Medicine della University of Southern California, Los Angeles, autrice senior dello studio. Esaminando le cellule epiteliali polmonari umane infettate da SARS-CoV-2, il gruppo di ricerca ha osservato che, man mano l’infezione virale si intensifica, le cellule infette producono livelli più elevati di GRP78. Quindi gli esperti hanno utilizzato RNA messaggero per sopprimere la produzione della proteina GRP78 nelle cellule epiteliali polmonari umane in coltura cellulare, senza interrompere altri processi cellulari. Le cellule sono state successivamente infettate con SARS-CoV-2, e hanno prodotto una quantità inferiore della proteina spike virale e rilasciato molto meno materiale in grado di infettare altre cellule, dimostrando che GRP78 è necessaria ed essenziale per la replicazione e la produzione virale. Per capire meglio se GRP78 potesse essere un buon target per trattare COVID-19, i ricercatori hanno testato sulle cellule polmonari infette il farmaco a piccola molecola recentemente identificato HA15, che lega in modo specifico GRP78 e ne inibisce l’attività, e che è stato sviluppato per l’uso contro le cellule tumorali. Ebbene, il medicinale è stato molto efficace nel ridurre il numero e le dimensioni di SARS-CoV-2 prodotto nelle cellule infette, e non ha avuto effetti dannosi sulle cellule normali. I ricercatori hanno quindi testato HA15 in topi geneticamente modificati per esprimere un recettore SARS-CoV-2 umano e infettati con il virus, scoprendo che il farmaco ha ridotto notevolmente la carica virale nei polmoni. «Questi e altri inibitori di GRP78 verranno testati come trattamenti per COVID-19, e potranno anche rivelarsi utili per il trattamento di futuri coronavirus che dipendono da GRP78 per l’ingresso e la replicazione» concludono gli autori. (fonte doctor33)

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Paracetamolo: il ruolo nel trattamento dei primi sintomi da COVID-19

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 novembre 2022

L’Organizzazione Mondiale di Sanità (OMS), le agenzie regolatorie e le società scientifiche più autorevoli raccomandano l’uso di paracetamolo e farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) per la gestione di febbre e dolore muscolo-scheletrico da COVID-19. Per chiarire il ruolo di paracetamolo nella cura domiciliare del COVID-19, la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), in collaborazione con il Dipartimento di Biotecnologie Biomediche e Medicina Traslazionale di Milano, ha condotto uno studio di coorte che ha avuto l’obiettivo non solo di valutare l’andamento prescrittivo di paracetamolo per COVID-19 rispetto ad altre sindromi respiratorie, ma anche di evidenziare l’eventuale correlazione tra uso di paracetamolo e presunto rischio di ospedalizzazione o decesso per COVID-19. Gli Autori sono ricorsi a un database Health Search, che ha selezionato 747 medici di base, per un totale di quasi 1,2 milioni di pazienti, distribuiti in modo omogeneo sul territorio nazionale. Complessivamente, sono stati identificati 46.522 possibili casi di COVID-19 e 32.797 pazienti con sindromi respiratorie nel 2020 e nel 2019, rispettivamente. I risultati non hanno mostrato alcun aumento delle prescrizioni di paracetamolo per la cura dei sintomi da COVID-19 che, invece, sono risultate inferiori rispetto a quelle effettuate in epoca pre-pandemica per il trattamento di altre sindromi respiratorie simili (33,4 ogni 1000 e 78,3 ogni 1000, rispettivamente).Successivamente, in un’analisi caso-controllo, gli Autori hanno osservato gli effetti dell’uso di paracetamolo in una coorte di pazienti con COVID-19, fino al momento di una eventuale ospedalizzazione o decesso, ed escludendo i soggetti con una osservazione inferiore al tempo necessario per un effetto biologico di paracetamolo (15 giorni). L’uso di paracetamolo nelle fasi precoce o intermedia di COVID-19, rispettivamente entro 3 o 7 giorni dalla diagnosi, non ha aumentato il rischio di ospedalizzazione o decesso legato alla malattia rispetto ai soggetti che non hanno assunto paracetamolo. I pazienti con COVID-19 che hanno assunto paracetamolo in fase tardiva di malattia (oltre 7 giorni dalla diagnosi), al contrario, hanno mostrato un rischio significativamente alto di ospedalizzazione. Tuttavia, ad una percentuale significativa di questi pazienti la prescrizione di paracetamolo per il peggioramento dei sintomi era stata fatta poco prima del ricovero ospedaliero associando, quindi, erroneamente l’esito negativo all’azione del farmaco. (Fonte Doctor33)

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Covid-19, la risposta immunitaria associata influenza l’apparato riproduttivo femminile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 novembre 2022

In una revisione della letteratura pubblicata di recente su Biology of Reproduction, un gruppo di ricercatori ha analizzato gli effetti delle risposte immunitarie associate al COVID-19 sull’apparato riproduttivo femminile. «Come era prevedibile, una delle maggiori preoccupazioni per le donne in tutto il mondo è se il COVID-19 abbia effetti a lungo termine su ciclo mestruale, fertilità o gravidanza» spiegano i ricercatori.La revisione, che ha incluso un totale di 83 studi, inizia descrivendo le caratteristiche note del virus SARS-CoV-2 e la risposta immunitaria che si scatena contro di esso nell’organismo. L’articolo continua concentrandosi sull’interazione tra il ciclo mestruale e il sistema immunitario, parlando dell’effetto di estrogeni e progesterone sulle cellule immunitarie, sottolineando la possibilità che gli estrogeni possano avere un ruolo protettivo contro le infezioni e quindi anche su quella da SARS-CoV-2 e possano essere responsabili di una risposta immunitaria più significativa tra le donne che tra gli uomini. Gli autori passano poi al ruolo delle cellule immunitarie nell’endometrio e a come studi recenti abbiano suggerito che una disregolazione del sistema immunitario dell’endometrio a causa del COVID-19 porti sanguinamento uterino anomalo. Si analizza l’effetto del virus sul ciclo mestruale, un argomento che è stato poco studiato finora, parlando in particolare dei disordini relativi al ciclo riscontrati in una percentuale di donne e dell’interazione tra gli assi ipotalamo-ipofisi-surrene e ipotalamo-ipofisi-gonadi. Si discute anche dell’effetto dell’infezione sulla placenta, a oggi poco chiaro, e sulla gravidanza, in cui si è osservata un’associazione con diversi esiti avversi. Viene inoltre affrontato l’effetto della vaccinazione contro il COVID-19 sul ciclo mestruale, ricordando che le perturbazioni riscontrate sono temporanee e si risolvono in breve tempo, e sulla gravidanza, in cui benché sono associati a pochi ma non gravi sintomi (dolore uterino, contrazioni, etc), sono sicuri ed efficaci e non si associano a eventi avversi neonatali. Gli autori ricordano che il Center of Disease Control e l’American College of Obstetricians and Gynecologists raccomandano di vaccinare le donne in gravidanza e in allattamento. Infine, si discute dell’effetto dell’infezione sulla fertilità e di come la risposta immune contro l’infezione sembra ridurre quella maschile, mentre non influisce su quella femminile. Per gli autori sono necessari ulteriori studi.(fonte doctor33)

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Covid-19, casi in calo ma spunta una nuova variante

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 ottobre 2022

Mentre icontagi e morti Covid sono in calo nel mondo, l’Oms punta i riflettori su una nuova variante di Sars-Cov-2, ribattezzata Gryphon. «Al 17 ottobre Xbb, un ricombinante di Ba.2.10.1 e Ba.2.75 con 14 mutazioni aggiuntive nella proteina Spike di Ba.2, è stata segnalata da 26 Paesi, compresa l’Italia. Prove preliminari di laboratorio suggeriscono che Xbb sia la variante più immunoevasiva identificata fino ad oggi», evidenzia l’Organizzazione mondiale della sanità nell’aggiornamento epidemiologico settimanale. Al 17 ottobre, continua l’agenzia Onu per la salute, 233 sequenze di Grifone e 609 sequenze dell’ulteriore sottovariante Xbb.1 sono registrate nella banca dati Gisaid. Due le sequenze di Xbb.1 in Italia, in Abruzzo e in Friuli Venezia Giulia, secondo l’ultima flash survey dell’Istituto superiore di sanità. «Mentre il ricombinante Xbb mostra segni di un maggiore vantaggio di crescita rispetto ad altre varianti di Omicron, non ci sono ancora prove di alcun cambiamento nella gravità della malattia che può causare», conclude l’Oms.Per quel che riguarda l’andamento pandemico, durante la settimana dal 10 al 16 ottobre, i nuovi casi – oltre 2,9 milioni – sono scesi del 6%, mentre i decessi sono diminuiti del 17% rispetto alla settimana precedente, e sono stati circa 8.300 in 7 giorni. Da inizio pandemia al 16 ottobre 2022, il contatore mondiale di Covid segna 621 milioni di casi confermati e 6,5 milioni di morti. Il numero di nuovi casi settimanali segnalati è diminuito o è rimasto stabile in 5 delle 6 Regioni Oms: -11% nella Regione europea, -17% nel Mediterraneo orientale, -15% nella Regione africana, -12% nelle Americhe, -3% nel Sudest asiatico. Si rileva invece un aumento dei contagi settimanali nel Pacifico occidentale (+11%).Diminuiscono o restano stabili anche i morti Covid registrati in 5 regioni su 6: Mediterraneo orientale -35%, Americhe -20%, Europa -18%, Pacifico occidentale -14%, mentre nel Sudest asiatico il dato è simile alla settimana scorsa. I morti aumentano invece nella Regione africana: +144% (61 contro i precedenti 18). I Paesi con più casi settimanali sono Germania (583.232, dato stabile). Francia (337.253; -12%), Cina (328.910; -1%), Italia (288.452; +3%) e Stati Uniti (251.280; -10%). L’Italia, con 478 morti in 7 giorni, in crescita del 37%, compare anche fra i Paesi con il numero più alto di decessi settimanali, ma alle spalle di Stati Uniti (2.274 morti; -11%) e Russia (702; -4%) e seguita da Cina (431; +5%) e Giappone (409; -28%). In totale, nella Regione europea questa settimana i casi sono stati oltre 1,7 milioni. Tre Paesi hanno riportato aumenti del 20% o più, e nella regione sono stati segnalati poi oltre 3.300 nuovi decessi settimanali. (fonte Doctor33)

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Covid-19: Omicron è in calo e circolano nuove varianti

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 ottobre 2022

Le nuove varianti del coronavirus si succedono a ritmo spedito. Dopo Centaurus, si sono aggiunte all’elenco Gryphon, Minotaur, Chiron, Aeterna, Typhon e Cerberus, la più temibile. Anche se Omicron 5 resta la più diffusa con l’80%-90% di contagi nel mondo. “Con sempre più dati disponibili sta diventando abbastanza chiaro che Bq.1.1 guiderà un’ondata di varianti in Europa e Nord America prima della fine di novembre” ha sottolineato su Twitter il ricercatore del Biozentrum dell’Università di Basilea, Cornelius Roemer, analizzando i dati delle nuove varianti Covid-19. A richiamare l’attenzione dell’esperto è l’evoluzione della Variante Cerberus. “Le mutazioni di questa variante sono più che raddoppiate ogni settimana, ci sono voluti solo 19 giorni per crescere di 8 volte da 5 sequenze a 200 sequenze”, precisa Roemer che ricorda come Bq.1.1 “discende da Ba.5 con 3 mutazioni nel dominio del recettore della proteina ‘spike'”, per questo secondo lo scienziato “il booster per Ba.5 è nella posizione migliore per proteggerci”.L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in un recente report ha evidenziato il trend: l’attuale circolazione di Sars-CoV-2, spiegava l’Oms, è “caratterizzata da sottolignaggi di Omicron e da un’ampia diversificazione genetica. Sono emersi più di 230 discendenti” del mutante che ha dominato lo scenario Covid nel 2022 “e più di 30 ricombinanti”. Queste varianti “sono sotto monitoraggio e valutate dall’Oms – si leggeva nel report – sulla base di criteri di costellazioni genetiche di mutazioni, di aumento della prevalenza in un’area geografica, nonché di qualsiasi evidenza di cambiamenti fenotipici”.In Italia il monitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità osserva una settantina di versioni diverse di Sars-Cov2. Molte hanno numeri minimi, ma negli Stati Uniti i ceppi diversi da Omicron 5 crescono da agosto, e rappresentano oggi il 20%. «Il coronavirus oggi ha un problema» spiega Baldanti. «Incontra una popolazione quasi interamente vaccinata o guarita. Proprio per la sua contagiosità straordinaria, Omicron ha immunizzato molte persone e si ritrova in un collo di bottiglia strettissimo. I suoi spazi di caccia sono ridotti. Ha bisogno di trovare una strada per aggirare la nostra immunità» ha sottolineato intervistato da Repubblica Fausto Baldanti, virologo dell’università e del San Matteo di Pavia. «Ma quel che conta è soprattutto il monitoraggio delle terapie intensive» nota Baldanti. «Se lì vediamo molto rappresentate delle varianti che non sono diffuse fra la popolazione, allora dobbiamo preoccuparci. Ma non è questo il caso, al momento. La malattia grave è spesso dovuta alla fragilità della persona che si è infettata». (fonte Doctor33)

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Covid-19: l’importanza del livello di antigene virale nel sangue

Posted by fidest press agency su sabato, 24 settembre 2022

Secondo quanto emerge da un nuovo studio, l’antigene nucleocapside (N) di SARS-CoV-2 nel sangue è un biomarcatore pratico e clinicamente significativo. I dati mostrano che può essere quantificato precocemente nei campioni prelevati da pazienti ricoverati e che un livello elevato si associa alla gravità di malattia polmonare e ad altri importanti esiti. «È probabile che il livello dell’antigene plasmatico rifletta la vera replicazione virale, poiché è stato associato allo stato anticorpale, al tempo trascorso in ospedale e all’esposizione alla terapia antivirale. Questi risultati suggeriscono che è necessario un approccio di medicina di precisione agli studi clinici sul COVID-19 a livello ospedaliero, con una parte sostanziale di pazienti ricoverati con infezione acuta da SARS-CoV-2 potenzialmente più propensa a beneficiare della terapia antivirale» si legge su Annals of Internal Medicine. Lo studio ha incluso 2.540 pazienti in 114 siti in 10 paesi del mondo che nell’ambito del trial TICO erano stati ricoverati entro 12 giorni dall’esordio dei sintomi e randomizzati a una terapia con uno di 5 antivirali o a un placebo. L’antigene N plasmatico è stato rilevato al momento dell’inclusione nello studio nel 95% dei partecipanti e il suo livello è stato associato alla gravità di malattia polmonare. Rispetto ai pazienti che respiravano autonomamente, il livello di antigene era più alto di oltre 3 volte in quelli che necessitavano di ventilazione non invasiva o ossigenoterapia con nasocannula ad alti flussi, e di 2,8 e 1,7 volte circa in quelli che avevano bisogno, rispettivamente, di almeno 4 litri e di un quantitativo inferiore a 4 litri di ossigeno convenzionale. Un livello di antigene al basale pari o superiore a 1.000 ng/L si associava a una probabilità maggiore di peggioramento polmonare entro il giorno 5 e a un periodo più lungo per la dimissione, a tutti i livelli di gravità della malattia. Nei pazienti con anticorpi neutralizzanti endogeni sono stati riscontrati livelli di antigene più bassi di 5 volte, anche se gli autori sottolineano che l’importanza dell’antigene plasmatico prescinde dallo stato di tali anticorpi. Inoltre, il livello di antigene era più alto negli uomini che nelle donne in tutti i livelli di gravità di malattia e più basso nei pazienti che avevano trascorso più giorni in ospedale e con una maggiore esposizione al remdesivir. «Nel complesso, questi dati supportano la conclusione che il livello di antigene plasmatico non è semplicemente un marker di danno cellulare e conseguente rilascio di antigene, ma suggerisce un processo patogeno con replicazione virale sistemica in corso» scrivono gli autori. (fonte doctor33)

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Covid-19, milioni di morti si potevano prevenire

Posted by fidest press agency su sabato, 24 settembre 2022

Proteggere e promuovere la cooperazione tra paesi nella “preparedness” e nell’offerta di presidi di diagnosi e cura, combattere le diseguaglianze e porre più attenzione alla sicurezza quando si fa ricerca biologica: sono le richieste principali che la Lancet Covid 19 Commission porge ai paesi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per prevenire altre morti evitabili da Covid-19. Per i 28 redattori del documento presentato ieri al DG OMS Tedros Ghebreyesus, la gestione della pandemia è stata un fallimento. Governi lenti, e passivi nel contrasto della disinformazione sui media, hanno prestato poca attenzione ai più vulnerabili. Si sarebbero potuti evitare milioni di morti. Tra l’altro, le morti per Covid non sono state fin qui i 6,9 milioni del conteggio ufficiale ma 17,9 milioni. Presidente della commissione della rivista e del Sustainable Development Solutions Network, Jeffrey Sachs (Columbia University) evoca «un’azione collettiva che promuova la salute pubblica e lo sviluppo sostenibile, affrontando le disuguaglianze sanitarie globali e proteggendo il mondo dalle future malattie». Le nazioni del mondo devono iniziare a collaborare tra loro. I cinque pilastri – L’OMS detta cinque “pilastri” delle future politiche anti-pandemie. Primo, imparare dagli errori di governi che non si sono coordinati sui protocolli di viaggio, sul testing, sull’approvvigionamento di mascherine etc) e dai successi di alcuni paesi: l’Est Asia, che nel 2002 era stato scottato dall’epidemia di Sars, ha adottato strategie di contenimento più efficaci, con un’incidenza di morti inferiore. Secondo, agire sul contenimento dei contagi evitando il contatto tra individui infetti e non infetti. Terzo, ridurre le disuguaglianze sanitarie dentro ogni stato membro Oms. Quarto, mettere in protezione le fasce più vulnerabili. Quinto, produrre nuovi vaccini e nuove terapie. Questo innanzi tutto a livello di ogni nazione. Ma non tutti gli stati membri Oms sono in grado di fare da soli. Nei Paesi ad alto reddito, tre persone su quattro sono state vaccinate, in quelli più poveri solo una su sette. I paesi ricchi ora devono dare di più.Misure nazionali ed internazionali – Il “board” raccomanda di fare sempre riferimento all’OMS, che sulle malattie emergenti ha importanti poteri ispettivi e decisionali da utilizzare nei siti colpiti, nell’interesse del mondo intero. Chiede poi di stabilire sistemi coordinati di sorveglianza tra nazioni per predire il rischio di nuove ondate. «Cina, Stati Uniti, Unione Europea, India, Federazione Russa ed alter potenze regionali devono mettere da parte le rivalità geopolitiche per lavorare insieme». Altri target: arrivare ad un accordo pandemico globale e potenziare le International Health Regulations creando un sistema internazionale di sorveglianza e monitoraggio degli esiti e della trasmissione delle malattie infettive. Nel contempo, urge istituire nell’OMS un Global Health Board composto da elementi dei governi nazionali in rappresentanza di ciascuna delle regioni del globo, per supportare l’organizzazione nelle decisioni.Il Fondo Globale per la Salute -Tra le nazioni del mondo, quelle del G20 (tra cui l’Italia) dovrebbero infine collaborare ad un piano decennale per assicurare che in tutte le regioni del mondo si producano e si distribuiscano mezzi per il controllo della pandemia. Ciò richiede uno sforzo economico: il “board” a tal proposito evoca il varo di un Global Health Fund che finanzi la produzione di dispositivi per il controllo delle malattie da virus, l’organizzazione di sistemi di risposta alle pandemie ed il rinforzo dei presìdi di medicina territoriale in paesi a reddito medio-basso. Per il Fondo, servirebbero, si calcola, 60 miliardi di dollari annui (1% del Pil dei paesi ad alto reddito). L’obiettivo è aiutare i sistemi sanitari nazionali in difficoltà non solo in relazione alle pandemie ma a tutti i temi di sanità ad esse correlati. E serve governare la ripresa post-pandemica, per un mondo più sostenibile, che non può prescindere dal rafforzamento della cooperazione multilaterale, da finanziamenti, da investimenti in biosicurezza «e dalla solidarietà internazionale con i Paesi e le persone più vulnerabili». (fonte doctor33)

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Covid-19, dopo l’infezione quanto persistono gli anticorpi nei bambini?

Posted by fidest press agency su sabato, 17 settembre 2022

Da uno studio di coorte svolto su bambini e adulti italiani con infezione da COVID-19, prima autrice Costanza Di Chiara della Divisione di malattie infettive pediatriche presso il Dipartimento per la salute della donna e del bambino all’Università di Padova, emerge che le IgG anti-dominio di legame del recettore spike (S-RBD) SARS-CoV-2 persistono fino a 12 mesi dopo l’infezione in tutte le fasce di età, con picchi anticorpali più elevati nei più giovani. «La vaccinazione contro il virus SARS-CoV-2 è uno degli strumenti più efficaci per ottenere l’immunità di gregge nel breve periodo» scrivono gli autori su JAMA Network Open. Di conseguenza, una comprensione più profonda dei meccanismi relativi alla cinetica a lungo termine e alla durata della risposta immunitaria antivirale è fondamentale per ottimizzare le strategie vaccinali. A questo proposito, gli anticorpi IgG anti-SARS-CoV-2 S-RBD con la loro forte correlazione positiva con gli anticorpi neutralizzanti (NAbs), rappresentano uno strumento riproducibile, conveniente e preciso per definire la qualità della risposta immunitaria dell’ospite contro il COVID-19. Da qui lo studio di coorte, cui hanno preso parte 252 cluster familiari COVID-19 sottoposti a follow-up sierologico fino a 10 mesi dopo l’infezione con quantificazione delle IgG anti-S-RBD mediante chemiluminescenza. «Dei 902 partecipanti, 697 avevano un’infezione da SARS-CoV-2 confermata, inclusi 351 bambini o fratelli maggiori (età media 8,6 anni) e 346 genitori (età media 42,5 anni). «Di questi, il 96,7% erano casi asintomatici o lievi, e i bambini avevano livelli di IgG S-RBD significativamente più alti rispetto ai più anziani, con un titolo nei pazienti sotto i 3 anni che risultava 5 volte più elevato di quello degli adulti. Inoltre, l’analisi longitudinale di 56 partecipanti allo studio campionati almeno due volte durante il follow-up ha dimostrato la persistenza degli anticorpi fino a 10 mesi dall’infezione in tutte le classi di età, nonostante un progressivo declino nel tempo.«Questo studio può fornire una base per definire sia il programma di vaccinazione COVID-19 nei bambini non precedentemente infetti sia l’immunizzazione di richiamo nei pazienti in età pediatrica che hanno già sperimentato l’infezione da SARS-COV-2» concludono gli autori. (Fonte Doctor33)

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Covid-19, l’impatto degli antivirali attualmente disponibili

Posted by fidest press agency su domenica, 14 agosto 2022

Una nuova analisi indaga gli effetti degli antivirali disponibili al fine di evitare la progressione verso il ricovero o la morte dei pazienti affetti da Covid-19.La ricerca, pubblicata online il 25 luglio su CMAJ, è una revisione sistematica e una meta-analisi, dei principali trial clinici randomizzati che hanno testato diversi antivirali in pazienti con COVID-19 non grave. Il team ha estratto i dati dagli studi clinici randomizzati che hanno confrontato le terapie antivirali col placebo o le cure standard dal database Epistemonikos COVID-19 L·OVE (Living Overview of Evidence) fino al 25 aprile 2022. Quarantuno studi che hanno coinvolto 18.568 pazienti con COVID-19 non grave 19 sono stati inclusi nell’analisi. L’età dei partecipanti variava tra i 36 ei 65 anni e circa la metà dei partecipanti erano uomini.Gli studi sono stati condotti principalmente su pazienti non vaccinati che erano stati infettati dalla variante Delta.Molnupiravir e nirmatrelvir-ritonavir hanno ridotto ciascuno il rischio di morte: rispettivamente hanno impedito 10,9 decessi e 11,7 in meno ogni 1000 casi rispettivamente. Al contrario, remdesivir non ha avuto effetti sul rischio di mortalità, nemmeno il trattamento con sofosbuvir-daclatasvir o emtricitabina-tenofovir ha mostrato una efficacia significativa.Il rischio di ospedalizzazione è stato ridotto di 27,8 ricoveri ogni 1000 casi con nirmatrelvir-ritonavir, rispetto alla terapia standard o al placebo. Anche molnupiravir e remdesivir hanno ridotto il rischio di ospedalizzazione (16,3 ricoveri e 39,1 ricoveri in meno, rispettivamente). L’analisi ha anche mostrato che molnupiravir probabilmente ha ridotto la necessità di ventilazione meccanica (13 eventi in meno ogni 1000 casi), rispetto al placebo o alla terapia standard, mentre prove per remdesivir sono incerte.I tassi di eventi avversi erano in gran parte simili per i vari antivirali considerati.Gli studi sono stati condotti su partecipanti non vaccinati e prima dell’emergere di Omicron; i ricercatori si aspettano che gli individui vaccinati abbiano meno probabilità di progredire verso la malattia grave e la morte. Inoltre, la variante Omicron sembra avere un impatto inferiore in percentuale rispetto alle varianti precedenti. Gli autori ipotizzano quindi un impatto inferiore di questi farmaci nell’attuale contesto epidemico in quanto meno persone necessiteranno del trattamento antivirale. (font: Doctor33)

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Covid-19, epidemie intermittenti saranno la nuova normalità?

Posted by fidest press agency su sabato, 13 agosto 2022

La pandemia di Sars-CoV-2 è stata caratterizzata «dall’emergere regolare di varianti». Con l’immunità della popolazione naturale e indotta dal vaccino a livelli elevati, la pressione evolutiva «favorisce le varianti che sono meglio in grado di eludere gli anticorpi neutralizzanti». La variante Omicron ha mostrato un alto grado di evasione immunitaria, portando a un aumento dei tassi di infezione in tutto il mondo». «Supponendo l’emergere di ulteriori varianti distinte, epidemie intermittenti di entità simile potrebbero diventare la ‘nuova normalità’». È quanto viene prospettato da un gruppo di scienziati dell’Imperial College London in uno studio pubblicato su ‘Nature Communications’, in cui hanno analizzato e stimato la dinamica dell’ondata di Omicron dal 9 settembre 2021 al 1 marzo 2022, utilizzando i dati dello studio React-1, una serie di indagini trasversali che valutano la prevalenza dell’infezione da Sars-CoV-2 in Inghilterra. Gli autori del lavoro hanno stimato un picco iniziale nella prevalenza nazionale di Omicron del 6,89% (5,34%-10,61%) nel gennaio 2022, seguito da una recrudescenza delle infezioni da Sars-CoV-2 quando il sottolignaggio Omicron più trasmissibile BA.2 ha sostituito BA.1 e BA.1.1. Nel mese di febbraio 2022, invece, gli scienziati hanno osservato che la prevalenza di Omicron 2 (BA.2) è aumentata costantemente, mentre la prevalenza di Omicron non BA.2 è diminuita. Gli esperti ragionano sul fatto che, «poiché l’incidenza cumulativa e la copertura vaccinale continuano ad aumentare, il virus Sars-CoV-2 si troverà a competere con un panorama immunitario diversificato e complesso all’interno della popolazione umana. Di conseguenza, la dinamica evolutiva del virus sarà dominata dall’evasione immunitaria». Dato l’emergere regolare di varianti di preoccupazione (Voc) durante i primi 2 anni della pandemia di Covid, dunque, «non ci sono ragioni per credere che questa tendenza non continuerà», affermano gli scienziati, ricordando che «altre infezioni respiratorie come l’influenza portano epidemie annuali dovute all’emergere di nuovi ceppi in grado di navigare meglio nel panorama immunitario. Se vediamo una tendenza simile per Sars-CoV-2, allora le onde intermittenti di infezione di entità simile a Omicron rientrano nei limiti delle possibilità». La sorveglianza continua, i richiami vaccinali e gli aggiornamenti dei vaccini, elencano gli autori, «saranno cruciali per ridurre al minimo gli effetti dannosi di questo nuovo paradigma di salute pubblica». E «una maggiore equità nell’accesso ai vaccini a livello mondiale può aiutare a ridurre il tasso di comparsa di queste varianti dannose». Il virus, intanto, inizia a frenare. Nel mondo si registra una diminuzione dei contagi dell’ultima settimana anche se resta stabile il numero delle vittime. E anche in Italia calano i casi quotidiani segnalati ma sono ancora molti i decessi, oggi 171, mentre i medici sono di nuovo bersaglio di attacchi da parte dei ‘no vax’. A livello globale – annuncia l’Oms – il numero di casi settimanali è diminuito del 9% dal 25 al 31 luglio 2022 rispetto alla settimana precedente, con oltre 6,5 milioni di nuove infezioni, mentre sono stati oltre 14mila i morti. Secondo il bollettino settimanale dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), fino al 31 luglio sono stati confermati oltre 574 milioni di casi e oltre 6,3 milioni di decessi. Mentre continua a crescere la diffusione di Omicron 5. In Italia nelle ultime 24 ore sono stati 45.621 i nuovi contagi, secondo il ministero della Salute. Ieri erano 64.861. Le vittime sono 171, in calo rispetto alle 190 di ieri. Il tasso è al 17,8%, stabile. Eseguiti in tutto, tra antigenici e molecolari, 255.797 tamponi. Sono invece 396 i pazienti ricoverati in terapia intensiva, dieci in più rispetto a ieri, mentre gli ingressi giornalieri sono 47. I ricoverati nei reparti ordinari sono invece 10.006, in diminuzione di 239. Gli italiani attualmente positivi sono 1.201.443, ovvero 28.264 in meno. Sul fronte delle misure anti-pandemia, intanto, per proteggersi da un’ondata autunnale di Covid, da ottobre i Land tedeschi potranno imporre nuovamente l’obbligo di mascherina negli spazi pubblici chiusi. Ciò varrebbe oltre all’obbligo già vigente a livello nazionale su tram, bus, treni, aerei. Ci sarà inoltre nuova obbligatorietà di mascherine e test negli ospedali e nei centri di assistenza sanitaria, come prevede l’ultima bozza per la legge di protezione dalle infezioni, annunciata congiuntamente dai ministeri di Salute e Giustizia. Sul versante scientifico, intanto, arrivano evidenze che dimostrano come il rischio di infarto o ictus rimane elevato anche molti mesi dopo un’infezione da Sars-CoV-2. Mentre, in tutto il mondo, continuano gli studi per capire quanto a lungo gli effetti possano durare sul sistema cardiovascolare. (fonte: Doctornews33)

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Covid-19, per quanto tempo si resta contagiosi? Le risposte degli ultimi studi

Posted by fidest press agency su sabato, 6 agosto 2022

Per quanto tempo le persone positive a Covid sono contagiose? È la domanda tornata alla ribalta negli ultimi giorni in Italia dove ci si interroga e si discute dell’opportunità di ridurre l’isolamento per i positivi. Gli studi scientifici al riguardo stanno crescendo e non sembrano in linea con le speranze dei molti che vorrebbero l’alleggerimento delle regole. Secondo le ultime evidenze, pubblicate su ‘Nature’, una serie di studi “confermano che molte persone con Covid rimangono infettive anche nella seconda settimana dopo i primi sintomi”. Una ricerca Usa, messa a disposizione in via preliminare sul server ‘medRxiv’, non ancora dunque sottoposta a revisione paritaria, si concentra su Omicron e suggerisce che un quarto delle persone che hanno contratto questa variante “potrebbero essere ancora contagiose dopo 8 giorni”.Le persone, è la riflessione degli esperti, possono perciò continuare a trasmettere il virus per più tempo rispetto a quanto indicato per esempio negli States dai Cdc, i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, che fra i primi a dicembre scorso hanno dimezzato il tempo di isolamento raccomandato a 5 giorni, affermando che la maggior parte della trasmissione di Sars-CoV-2 si verifica da uno a 2 giorni prima dell’insorgenza dei sintomi e da 2 a 3 giorni dopo. Molti scienziati continuano a contestare quella scelta: a loro avviso le riduzioni della durata del periodo di isolamento, ora comuni in giro per il mondo, sono guidate “dalla politica piuttosto che da nuovi dati rassicuranti”, si legge.I fatti su quanto tempo le persone sono infettive “non sono cambiati”, afferma Amy Barczak, specialista in malattie infettive del Massachusetts General Hospital di Boston. È sua la ricerca che ha valutato la durata della contagiosità dei positivi alla variante Omicron di Sars-CoV-2. “Non ci sono dati per supportare 5 giorni o qualcosa di inferiore a 10 giorni” di isolamento, osserva. A chi vuole sapere quanti giorni esattamente vanno considerati, gli esperti replicano che la risposta è complicata. “Se una persona sia contagiosa o meno, in realtà dipende da un gioco di numeri, è una probabilità”, afferma Benjamin Meyer, virologo dell’Università di Ginevra in Svizzera. I fattori sono tanti e mutevoli.Varianti emergenti, vaccinazioni, livelli variabili di immunità naturale da infezione precedente: tutto ciò può influenzare la rapidità con cui si elimina il virus dall’organismo, dice Meyer, e alla fine determina quando si smette di essere infettivi. Anche i fattori comportamentali contano: le persone che non si sentono bene tendono a mescolarsi meno con gli altri, per esempio.Qualcosa di cui la maggior parte degli scienziati sono convinti è che il tampone molecolare (Pcr) possa restituire un risultato positivo anche quando la persona non è più infettiva, rilevando Rna virale dai resti non infettivi rimasti dopo che gran parte del virus vivo è stata eliminata. Al contrario, i test a flusso laterale (antigenici rapidi) offrirebbero una guida migliore all’infettività, rilevando le proteine prodotte dalla replicazione attiva del virus. “Ci sono ancora cose di cui non siamo perfettamente sicuri, ma il messaggio molto conciso sarebbe che, se sei positivo all’antigene, non dovresti uscire e interagire da vicino con persone che non vuoi siano infettate”, riassume Emily Bruce, microbiologa e genetista molecolare dell’Università del Vermont a Burlington. Per Bruce è importante ricordare che, sebbene possano esserci sintomi persistenti, questi non indicano una continua contagiosità. “E penso che sia perché molti dei sintomi sono causati dal sistema immunitario e non direttamente dal virus stesso”. Altri studi utilizzano i livelli di Rna virale misurati dai test Pcr per dedurre se qualcuno è infettivo. Un progetto condotto dal Crick Institute e dall’University College Hospital, a Londra, può attingere ai dati di tamponi effettuati su più di 700 partecipanti, ottenuti dal momento in cui si sono sviluppati i sintomi. Uno studio basato su questi dati suggerisce che un numero significativo di persone mantiene una carica virale sufficientemente alta da innescare un’infezione anche “nei giorni da 7 a 10”, indipendentemente dal tipo di variante o dal numero di dosi di vaccino ricevute. Lo studio è approdato su ‘medRxiv’ il 10 luglio. (fonte doctor33)

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Covid-19, l’infezione favorisce lo sviluppo successivo di malattie cardiovascolari e diabete

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 agosto 2022

Secondo quanto conclude un articolo pubblicato su PLOS Medicine a firma dei ricercatori del King’s College di Londra, Regno Unito, nei pazienti che contraggono il COVID-19 aumentano le probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari e diabete, specie nel trimestre dopo l’infezione. «È sempre più evidente che il COVID-19 è una patologia multisistemica che può causare malattie in tutto l’organismo, probabilmente innescando percorsi che causano infiammazione» esordisce la prima autrice Emma Rezel-Potts, ricercatrice associata presso il Department of Population Health , Faculty of Life Sciences & Medicine al King’s College, che assieme ai colleghi ha verificato se l’incidenza di diabete e malattie cardiovascolari fosse più elevata nei pazienti COVID-19 rispetto a un gruppo di controllo formato da coetanei rimasti liberi da entrambe le patologie nell’anno successivo all’infezione. A tale scopo sono state analizzate le cartelle cliniche anonime di oltre 428.000 pazienti COVID-19 e lo stesso numero di individui di controllo, abbinati per età, sesso e medico di medicina generale. E a conti fatti è emerso che i pazienti COVID-19 hanno avuto l’81% in più di diagnosi di diabete nelle prime quattro settimane dopo aver contratto l’infezione e che il loro rischio è rimasto il 27% maggiore dei controlli fino a 12 settimane dopo l’infezione. Ma non solo: l’infezione da SARS-CoV-2 si associa anche a un aumento di sei volte delle diagnosi cardiovascolari, principalmente embolie polmonari e aritmie cardiache. Il rischio di nuove diagnosi a carico del cuore inizia a diminuire cinque settimane dopo l’infezione e torna ai livelli basali entro 12 settimane con punte fino a un anno. «I nostri dati suggeriscono che l’infezione da COVID-19 correla con un aumento delle probabilità di diabete e malattie del cuore e del circolo che fortunatamente non sembra protrarsi a lungo termine» osserva Rezel-Potts. E conclude: «Sulla base di questi risultati i clinici dovrebbero consigliare ai loro pazienti convalescenti dopo un’infezione da COVID-19 di ridurre il rischio di diabete e cardiopatie con una dieta sana e un appropriato esercizio fisico». (fonte: Doctor33)

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Covid-19, la risposta immune a lungo termine dopo infezione è maggiore nei bambini

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 luglio 2022

Da uno studio di coorte svolto su bambini e adulti italiani con infezione da COVID-19, prima autrice Costanza Di Chiara della Divisione di malattie infettive pediatriche presso il Dipartimento per la salute della donna e del bambino all’Università di Padova, emerge che le IgG anti-dominio di legame del recettore spike (S-RBD) SARS-CoV-2 persistono fino a 12 mesi dopo l’infezione in tutte le fasce di età, con picchi anticorpali più elevati nei più giovani.«La vaccinazione contro il virus SARS-CoV-2 è uno degli strumenti più efficaci per ottenere l’immunità di gregge nel breve periodo» scrivono gli autori su JAMA Network Open. Di conseguenza, una comprensione più profonda dei meccanismi relativi alla cinetica a lungo termine e alla durata della risposta immunitaria antivirale è fondamentale per ottimizzare le strategie vaccinali. A questo proposito, gli anticorpi IgG anti-SARS-CoV-2 S-RBD con la loro forte correlazione positiva con gli anticorpi neutralizzanti (NAbs), rappresentano uno strumento riproducibile, conveniente e preciso per definire la qualità della risposta immunitaria dell’ospite contro il COVID-19. Da qui lo studio di coorte, cui hanno preso parte 252 cluster familiari COVID-19 sottoposti a follow-up sierologico fino a 10 mesi dopo l’infezione con quantificazione delle IgG anti-S-RBD mediante chemiluminescenza. «Dei 902 partecipanti, 697 avevano un’infezione da SARS-CoV-2 confermata, inclusi 351 bambini o fratelli maggiori (età media 8,6 anni) e 346 genitori (età media 42,5 anni). «Di questi, il 96,7% erano casi asintomatici o lievi, e i bambini avevano livelli di IgG S-RBD significativamente più alti rispetto ai più anziani, con un titolo nei pazienti sotto i 3 anni che risultava 5 volte più elevato di quello degli adulti. Inoltre, l’analisi longitudinale di 56 partecipanti allo studio campionati almeno due volte durante il follow-up ha dimostrato la persistenza degli anticorpi fino a 10 mesi dall’infezione in tutte le classi di età, nonostante un progressivo declino nel tempo.«Questo studio può fornire una base per definire sia il programma di vaccinazione COVID-19 nei bambini non precedentemente infetti sia l’immunizzazione di richiamo nei pazienti in età pediatrica che hanno già sperimentato l’infezione da SARS-COV-2» concludono gli autori. (fonte Doctor33)

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PA e Scuola: Covid, obbligo vaccinale lavoratori

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 luglio 2022

Ai lavoratori che non hanno osservato l’obbligo vaccinale contro il Covid non dovevano essere comminate rigide sanzioni, che hanno fatto venire meno “doveri di solidarietà sociale incombenti su ciascun individuo”, mentre invece andava loro corrisposto l’assegno alimentare: lo si legge da nuova ordinanza del Tar Lazio (la 723/2022) di remissione in Corte costituzionale per violazione degli articoli 2, 3, 32 della Carta fondamentale dello Stato e per la mancata corresponsione dell’assegno alimentare. Lo stesso assegno, si legge nell’Ordinanza, che viene “generalmente riconosciuto in caso di sospensione dal rapporto di lavoro per motivi disciplinari o cautelari” al fine di “far fronte ai loro bisogni alimentari primari”. Il ricorso era stato promosso da una guardia carceraria nei confronti del ministero della Giustizia. Ed ora può esteso a tutti i dipendenti della PA. I legali di Anief intervenuti ad adiuvandum per il personale scolastico inadempiente potranno costituirsi nel giudizio alla Consulta dove in autunno sarà discussa la questione di legittimità delle norme punitive imposte nei confronti dei dipendenti pubblici: sono nella scuola sono 5 mila i lavoratori interessati all’esito di questa vicenda. “Mentre inizia la campagna elettorale che porterà alle elezioni di fine settembre – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – anche il nostro sindacato può a questo punto costituirsi in Consulta sull’obbligo vaccinale grazie alla nuova ordinanza del Tar Lazio. Si tratta di un primo risultato, in cui abbiamo sempre creduto benché fossimo l’unico sindacato della scuola a produrre questa difficile battaglia di giustizia con specifico ricorso. Un grazie speciale va agli avvocati Fabio Ganci, Walter Miceli, Nicola Zampieri, Salvatore Russo, Raffaella Lauricella che hanno seguito questo contenzioso”.

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Vitamina D e Covid-19: correlazione con la gravità della malattia. Un punto sui nuovi dati

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 luglio 2022

La carenza di vitamina D è uno dei principali problemi a livello globale. Si tratta di una molecola i cui livelli sono per lo più assicurati dalla conversione nella pelle della molecola 7-deidrocolesterolo a provitamina D3, e poi a vitamina D3, ad opera dei raggi UVB. L’esposizione al sole è quindi la fonte principale endogena, mentre alcuni alimenti, che ne contengono buone quantità (pesce, olio di pesce, tuorlo d’uovo), sono considerati una fonte esogena che concorre comunque all’apporto globale. Adeguati livelli plasmatici dell’ormone sembrano avere effetti benefici nei confronti delle infezioni delle vie respiratorie, in maniera particolare del tratto superiore.È stata recentemente pubblicata una revisione completa e una meta-analisi che ha valutato le attuali evidenze su Covid-19 e vitamina D, in termini di gravità della malattia e mortalità. Le indagini che fino ad oggi hanno valutato l’effetto di una integrazione mirata su gli esiti della malattia sono inconcludenti, dicono gli autori: mentre alcuni studi osservazionali su pazienti ospedalizzati hanno dimostrato una riduzione della gravità ed anche della mortalità in pazienti che assumevano colecalciferolo o calcifediolo (prodotto nel fegato per idrossilazione del colecalciferolo), un altro studio ha descritto addirittura una tendenza contraria e cioè un aumento della mortalità nei pazienti che prendevano calcifediolo.L’associazione tra Covid-19 e vitamina D potrebbe dipendere dalla capacità di aumentare i meccanismi di difesa innati contro gli agenti patogeni da pare della vitamina e dalla capacità di inibizione della risposta infiammatoria. Coinvolto nella genesi dell’infezione, per esempio, l’enzima 2 di conversione dell’angiotensina (ACE2) è il principale recettore della cellula ospite per SARS-CoV2; si trova sulle membrane cellulari delle cellule polmonari, dei reni, del cuore, della muscolatura liscia nasale, vascolare e delle cellule endoteliali. L’ingresso virale richiede sia una rapida replicazione virale che una down-regulation dell’enzima, riduzione di solito associata a danno cardiopolmonare, renale nonché ad ARDS (acuta sindrome da distress respiratorio), tutti eventi che si verificano in casi gravi di Covid-19. La metanalisi è stata condotta su 38 studi ritenuti eligibili (fra osservazionali e di intervento), che nel complesso hanno coinvolto più di 200000 pazienti. Le conclusioni a cui sono giunti gli autori non sono definitive perché i dati ad oggi disponibili non sono sufficienti a stabile un sicuro nesso da causalità, dicono nei commenti. Nel complesso, tuttavia, è emerso che l’integrazione di vitamina D può ridurre il rischio sia di sviluppare una malattia grave, in termini di ricovero in terapia intensiva o di necessità di ventilazione, sia di mortalità, rispetto ai pazienti che non hanno una supplementazione. Non si può dire comunque che una carenza aumenti i rischi, anche perché ci sono altri fattori che possono influire sulla mortalità o sulla severità della malattia, fra cui il tipo di trattamento adottato e la disponibilità di cure negli ospedali. Saranno quindi necessari studi randomizzati controllati, concludono gli autori, per chiarire definitivamente il ruolo della vitamina D nel complesso quadro clinico sviluppato da Covid-19. By Francesca De Vecchi Tecnologa alimentare Fonte: Farmacista33)

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