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Influenza aviaria negli Usa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 gennaio 2022

Un uccello selvatico nella Carolina del Sud è stato infettato dall’influenza aviaria eurasiatica H5 ad alta patogenicità, il primo caso di questa variante di influenza aviaria riscontrato negli Stati Uniti dal 2016, ha annunciato venerdì il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti.L’uccello, un fischione americano selvatico, è stato trovato nella contea di Colleton, nella Carolina del Sud. Altre varianti dell’influenza aviaria sono state rilevate negli Stati Uniti negli ultimi anni.L’USDA ha aggiunto che i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitensi considerano ancora basso il rischio per la collettività derivante dalla variante. Negli Stati Uniti non si sono verificate infezioni umane dalla variante. L’USDA ha consigliato alle persone di ridurre al minimo il contatto diretto con gli uccelli selvatici e ha consigliato ai proprietari di uccelli di praticare una buona biosicurezza e di mantenere i loro uccelli isolati dagli uccelli selvatici.Un gran numero di focolai di influenza aviaria sono stati segnalati in tutta Europa, Africa e Asia nelle ultime settimane, principalmente a causa del sottotipo H5N1, che proviene dal lignaggio H5, secondo l’Organizzazione mondiale per la salute animale. Negli ultimi mesi è stato riscontrato che oltre un milione di uccelli è stato infettato dalla variante in Israele, anche se venerdì il ministero dell’Agricoltura israeliano ha dichiarato che l’epidemia è ora sotto controllo .L’OIE ha esortato i paesi ad aumentare la sorveglianza per i focolai di HPAI, poiché il virus è stato segnalato in oltre 40 paesi da luglio.I sottotipi H5N1, H5N3, H5N4, H5N5, H5N6 e H5N8 dell’HPAI stanno circolando nelle popolazioni di uccelli e pollame in tutto il mondo, suscitando preoccupazione all’OIE che ha definito questa una “variabilità genetica senza precedenti dei sottotipi creando uno scenario epidemiologicamente impegnativo”. All’inizio di questo mese, il direttore generale dell’OIE Monique Eloit ha dichiarato alla stampa che “questa volta la situazione è più difficile e più rischiosa perché vediamo emergere più varianti, che le rendono più difficili da seguire”. “Alla fine il rischio è che muti o si mescoli con un virus influenzale umano che può essere trasmesso tra esseri umani, quindi improvvisamente assume una nuova dimensione”, ha aggiunto. L’Istituto federale di ricerca tedesco per la salute degli animali, il Friedrich Loeffler Institute, ha dichiarato alla Deutsche Presse-Agentur (DPA) tedesca che l’Europa sta vivendo la sua “più forte epidemia di influenza aviaria mai vista”. L’istituto ha aggiunto, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, che “non c’è fine in vista” poiché il virus si diffonde in tutto il continente e in tutto il mondo, con nuovi casi segnalati su base giornaliera.

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“Comgest: la variante Omicron premia i titoli difensivi e di crescita in Usa”

Posted by fidest press agency su martedì, 18 gennaio 2022

A cura di Christophe Nagy, Gestore del fondo Comgest Growth America di Comgest. L’indice S&P ha registrato un calo a fine novembre, quando la nuova variante Omicron del Covid-19 ha sollevato preoccupazioni. I titoli “ciclici” hanno ceduto parte dei loro guadagni del 2021 (con il settore dell’energia e i finanziari in calo di circa il 4%) mentre i titoli difensivi e di crescita hanno sovraperformato.L’inflazione è salita al 6,2%. ad ottobre, a causa soprattutto dell’energia in aumento del 30% su base annua, spingendo la Fed a porre fine, prima del previsto, all’allentamento monetario. La disoccupazione continua a diminuire, al 4,6%, ossia pari a sette milioni di disoccupati, avvicinandosi ai livelli pre-pandemici del 3,5%. I consumatori statunitensi continuano a conservare un eccesso di risparmio, corrispondente a circa il 10% del PIL nazionale.Il Presidente degli Stati Uniti ha rinnovato il mandato del Governatore della Fed, Powell, garantendo continuità alla politica della Banca centrale. Biden, inoltre, ha firmato il lungamente discusso disegno di legge sulle infrastrutture da 1.000 miliardi di dollari, liberando fondi per i trasporti, la banda larga e le utility, negli USA. È in fase di discussione l’approvazione di un ulteriore pacchetto di 1,75 mila miliardi di dollari per gli ammortizzatori sociali e la politica climatica.Il tira e molla sul mercato riguarda, al momento, i costi per il raggiungimento degli obiettivi di neutralità carbonica (i prezzi dei combustibili fossili, a breve termine, saliranno se si interromperanno gli investimenti a monte), ma anche la carenza di forniture nel settore manifatturiero “near shoring” (carenza di manodopera, carenza di chip e domanda volatile), e gli interrogativi sul corso che imboccherà l’economia, una volta usciti dalla recessione dovuta al Covid-19. Continuiamo a preferire le società che evidenziano una solidità dei margini e patrimoniale, un’intensità di lavoro e di capitale relativamente bassa e ricavi ricorrenti.Gli utili del terzo trimestre hanno mostrato la capacità di recupero delle società in portafoglio, tra le quali troviamo Roblox, Trex e Costco, che hanno messo in evidenza il passaggio storico ai giochi online, il miglioramento durevole del settore abitativo e di quello alimentare di qualità a prezzi bassi.

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Commento sui mercati a seguito dei dati su inflazione USA

Posted by fidest press agency su domenica, 16 gennaio 2022

A cura di Paolo Mauri Brusa, gestore del team Multi Asset Italia di GAM (Italia) Prosegue la corsa dei prezzi a livello globale, tra strozzature della produzione e rincaro delle materie prime. Quali conseguenze avrà l’impennata dell’inflazione sui mercati azionari a livello settoriale? +7% è il dato consuntivo per il 2021 di crescita dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, il più alto registrato dal 1982 ad oggi. Una corsa impetuosa iniziata nel mese di marzo, quando l’inflazione ha fatto segnare il primo balzo dall’1,4% al 2,6%. Il confronto con il 2020, pesantemente condizionato nei primi trimestri dai lockdown a livello globale, giustifica in buona parte tale aumento ed è in linea con le aspettative degli analisti. L’indice dovrebbe quindi normalizzarsi nei prossimi mesi, venendo meno il cosiddetto “base effect” con il 2020. Powell nella sua recente audizione al Senato americano, ha chiaramente espresso la volontà di agire in maniera adeguata a tenere sotto controllo la crescita dei prezzi, marcando quindi un notevole cambio di retorica rispetto alle dichiarazioni di pochi mesi fa, quando ancora si parlava di transitorietà dell’inflazione. Questo potrebbe voler dire che il primo ritocco dei tassi potrebbe avvenire già a marzo, in concomitanza con la fine del tapering. Fra gli investitori, inoltre, c’è chi stima 4 rialzi per il 2022, invece dei tre prezzati attualmente dal mercato. La reazione dei listini è stata particolarmente erratica, con la forte rotazione settoriale da growth a value nei primi giorni dell’anno, quasi una fotocopia dei primi mesi del 2021. Il divario in termini sia di performance relativa che di valutazioni fra titoli ciclici e di crescita resta ancora ampio ed è possibile che il nuovo regime di politica monetaria della Fed propizi una riduzione del gap in questa prima parte dell’anno. Energia, risorse di base, finanziari e auto i settori che finora hanno beneficiato maggiormente di questo inizio d’anno all’insegna del “monetary tightening”. Un supporto dei settori growth potrebbe venire ancora una volta dalla stagione delle trimestrali che inizia oggi, ma non è da escludere che il repricing dei value possa proseguire almeno fino a marzo, quando la Fed sarà chiamata alla prova dei fatti.

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Outlook USA

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 dicembre 2021

A cura di Darrell Spence, Economista di Capital Group. L’economia statunitense è di nuovo in buona salute e sembra essere ben orientata verso una crescita solida nel 2022, il che dovrebbe essere un’incoraggiante notizia per i mercati finanziari degli Stati Uniti. Tuttavia, si può comprendere che gli investitori si sentano estremamente incerti riguardo all’anno a venire. La pandemia dura da abbastanza tempo per poter affermare che l’economia non è in sofferenza, ma il COVID e la sua risposta hanno creato una serie di distorsioni (nelle catene di fornitura globali, nei mercati del lavoro, nei settori e persino nella politica).Ci aspettiamo una crescita economica degli Stati Uniti solida ma in rallentamento nel 2022, tra il 2,5% e il 3,0%, tra il progressivo calo delle misure di sostegno e le pressioni inflazionistiche. Anche se probabilmente la fase dell’arresto totale dell’economia è alle spalle, le nuove varianti di COVID, tra cui Omicron, e altre sorprese potrebbero ulteriormente frenare la crescita. Le cose stanno tornando alla normalità, ma nessuno di noi si è mai trovato in questa situazione. È importante riconoscere che ci sono ancora cose che non sappiamo.Forse le domande più importanti che gli investitori devono porsi sono sull’inflazione. Quanto sarà elevata e quanto durerà? Né gli investitori né i funzionari della Federal Reserve hanno dovuto affrontare un’inflazione significativa negli ultimi trent’anni. L’estate scorsa la situazione è cambiata. Quando la domanda indotta dalle politiche di sostegno ha soddisfatto l’offerta limitata dal COVID, ha creato delle distorsioni nell’economia E ciò ha alimentato un rapido aumento dei prezzi ovunque ci fossero colli di bottiglia. Gli investitori preoccupati per l’impatto distruttivo dell’inflazione sui loro portafogli dovrebbero considerare quanto segue: anche durante i periodi di inflazione più elevata, le azioni e le obbligazioni hanno generalmente fornito rendimenti solidi. È soprattutto agli estremi, quando l’inflazione è superiore al 6% o negativa, che le attività finanziarie tendono a soffrire. Inoltre, una certa inflazione può essere sana per le aziende, come le banche e le imprese legate alle materie prime che hanno fatto fatica in un mondo con un’inflazione bassa e tassi di interesse bassi.I beni di consumo non sono le uniche cose che sembrano essere costose. Grazie ai bassi tassi di interesse, alla politica accomodante delle banche centrali e alla riapertura delle economie, la maggior parte delle classi di titoli e obbligazioni è salita di prezzo. I mercati azionari degli Stati Uniti sono stati generalmente robusti nel periodo post-pandemico, grazie in parte ai solidi guadagni aziendali. Detto questo, i rapporti prezzo-utili (price-to-earnings), una misura di quanto siano costose le azioni, sono elevati rispetto alle medie storiche. Ecco perché un’attenta selezione e la diversificazione dei titoli sono più importanti che mai.Abbiamo visto una serie di azioni, dalle azioni digitali in rapida crescita alle azioni della vecchia economia legate alla ripresa ciclica, diventare più costose nell’ultimo anno. Un’area di potenziale interesse per gli investitori nel 2022 è l’universo delle azioni che pagano i dividendi. Dopo i tagli e le sospensioni record dei dividendi durante la pandemia, le aziende stanno ripristinando i pagamenti dei dividendi, e alcune con il surplus di capitale stanno staccando dividendi di recupero. Oggi non troviamo alcuna carenza di opportunità di investimento nelle aziende che ripristinano e persino aumentano i dividendi. Con i margini di profitto recentemente prossimi ai livelli di picco, le aziende sono in grado di aumentare i dividendi nonostante le pressioni inflazionistiche. Ovviamente, i titoli che corrispondono dividendi non sono tutti uguali. Ci focalizziamo non sui più alti rendimenti, ma su quelle aziende con una forte crescita degli utili sottostanti che hanno dimostrato la capacità e l’impegno di raccogliere dividendi nel tempo. Prendiamo, ad esempio, i produttori di semiconduttori come Broadcom, che ha aumentato il suo dividendo annuale in ciascuno degli ultimi cinque anni. Anche durante la pandemia, la società ha aumentato il proprio dividendo di oltre l’11%, grazie a una redditività record. Storicamente, queste società con dividendi in crescita hanno tendenzialmente generato rendimenti superiori rispetto ad altre strategie basate sui dividendi, comportandosi inoltre relativamente bene rispetto al mercato in generale.Le elezioni di medio termine probabilmente sposteranno i mercati. Dal momento che i risultati dei sondaggi diventano più prevedibili, questa tendenza spesso si inverte, e i mercati tendono a tornare alla loro normale traiettoria al rialzo. Ma si tratta solo di medie, quindi gli investitori non dovrebbero cercare di calcolare il momento esatto per entrare nel mercato. (abstract)

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Viaggi all’estero: gli USA sono la destinazione più richiesta

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 dicembre 2021

A quasi un mese dalla riapertura, l’8 novembre scorso, degli Stati Uniti al turismo, i numeri raccontano la grande voglia degli italiani di tornare a viaggiare oltreoceano. Nel mese di novembre gli USA sono stati infatti la meta preferita per i clienti di CartOrange, la più grande azienda italiana di consulenti di viaggio: +60% per i preventivi su questa destinazione rispetto al mese precedente, superando, in termini di volumi, Maldive, Dubai, e Caraibi (mete “aperte” già da alcuni mesi) e l’Italia stessa. «Non appena sono state riaperte le frontiere – conferma il Responsabile Commerciale di CartOrange Marco Ferrini – le ricerche per i viaggi negli USA su Google sono cresciute esponenzialmente e anche il lavoro dei nostri consulenti riflette questa realtà: non solo c’è la voglia di informarsi per i futuri viaggi, ma nelle ultime settimane, pur in un periodo molto difficile per il settore, abbiamo ripreso a confermare un numero incoraggiante di viaggi USA ogni giorno, con partenze per le feste natalizie o pianificate per la primavera-estate. Gli Stati Uniti sono la prima grande destinazione extra UE che ha riaperto al turismo e la risposta del mercato ha dimostrato grande fiducia: per questoauspichiamo che si prosegua sulla strada delle riaperture ragionate e dei corridoi turistici, fondamentale per la ripresa del settore. Senza dimenticare comunque che la situazione è in continua evoluzione. L’emergere della variante Omicron, infatti, ha determinato regole più stringenti ma la destinazione resta aperta e accessibile, perciò in questo momento il ruolo dei professionisti del settore nell’orientare e assistere i clienti è fondamentale». Negli USA la destinazione più richiesta per l’inverno e le feste è New York, seguita da Miami e Florida, ideali anche per i viaggi in famiglia. Dai mesi primaverili tornano i self drive, che piacciono soprattutto alle coppie, con i classici itinerari nei parchi nazionali dell’Ovest e negli stati del Sud (con partenza da New Orleans, Nashville, Memphis). La durata media per i soggiorni a New York è di 5 giorni, per i viaggi a tappe di 12.

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Commento sull’inflazione USA

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 novembre 2021

A cura di Pramod Atluri e Ritchie Tuazon, Gestori di portafoglio a reddito fisso di Capital Group. Oggi, le domande più importanti per gli investitori ruotano intorno all’inflazione: quanto sarà elevata e quanto durerà? È “transitoria” come sostiene la Federal Reserve? Oppure l’inflazione elevata rappresenta la nuova normalità tra carenze di manodopera, strozzature della catena di approvvigionamento e una grave crisi energetica? Sebbene oggi ci troviamo di fronte a un aumento ciclico dell’inflazione e dei tassi di interesse, se guardiamo alla situazione tra cinque anni, riteniamo che la crescita economica degli Stati Uniti sarà più lenta e l’inflazione potrebbe essere inferiore. La crescita economica dovrebbe subire un rallentamento a causa di livelli di debito elevati e di minori stimoli, con un ritorno a guadagni del PIL dell’1,5%-2,5% annuo. Di conseguenza, anche i tassi di interesse dovrebbero rimanere relativamente bassi. L’inflazione è di due tipi:sticky e flexible. L’inflazione sticky, attualmente intorno al 2,6% annualizzato, tende a mostrare una capacità di tenuta più lunga. Le categorie sticky includono affitto, affitto equivalente dei proprietari, spese assicurative e spese mediche. L’inflazione flexible è salita quest’anno a quasi il 14%, il dato più alto dagli anni ’70. Tuttavia, questo livello di inflazione probabilmente non permarrà. La categoria flexible contiene prodotti quali generi alimentari, energia e automobili, i cui prezzi possono oscillare sensibilmente tra alti e bassi nel corso del tempo. Ad esempio, questo è già accaduto con legname, rame e soia. I prezzi di tali prodotti sono schizzati alle stelle quest’estate e da allora hanno subito un calo. Come sa chiunque abbia cercato di acquistare un’auto usata, le categorie di inflazione flexible hanno subito un’impennata a causa di carenze correlate alla pandemia, mancanza di manodopera disponibile e interruzioni della catena di approvvigionamento. Una rapida soluzione a tali sfide è improbabile, ma si dovrebbe tornare a condizioni più normali entro la metà-fine del 2022. In breve, l’inflazione flexible è transitoria mentre l’inflazione sticky potrebbe essere problematica.L’inflazione complessiva, secondo le valutazioni dell’U.S. Consumer Price Index, dovrebbe diminuire gradualmente nei mesi a venire, scendendo infine a un range compreso tra il 2,50% e il 2,75% entro la fine del 2022. Se tale previsione dovesse essere valida, vi sarebbe una buona probabilità che la Federal Reserve non aumenti nuovamente i tassi di interesse nel 2022.Cosa succederebbe se questa prospettiva inflazionistica positiva fosse sbagliata e i prezzi al consumo dovessero aumentare drasticamente? Questo non è affatto il nostro caso di base, ma ritengo che sia un rischio abbastanza grande che dovrebbe esser preso in considerazione nella costruzione del portafoglio. Prediligiamo i titoli del Tesoro americani protetti dall’inflazione, i cosiddetti “Treasury Inflation-Protected Securities” o TIPS, come copertura efficace contro un’inflazione più elevata.È importante ricordare, prima di apportare modifiche al portafoglio, che periodi prolungati di inflazione elevata sono rari nella storia degli Stati Uniti. Le persone di una certa età ricorderanno l’inflazione ultra-elevata a cui si è assistito negli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80. Ma a posteriori, è chiaro che è stato un periodo unico. Di fatto, le pressioni deflazionistiche sono state spesso più difficili da domare, come confermeranno gli studenti della Grande depressione.Un altro aspetto importante: è soprattutto agli estremi, quando l’inflazione è pari o superiore al 6%, che le attività finanziarie tendono a sentire la fatica. Come ci si aspetterebbe anche i titoli sono sotto pressione quando l’inflazione diventa negativa.Una certa inflazione può essere positiva per gli investitori. Anche durante i periodi di maggiore inflazione, le azioni e le obbligazioni statunitensi hanno generalmente fornito rendimenti solidi. (abstract)

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Europa e Stati Uniti: La Ue dovrebbe contribuire a proteggere gli Usa dalla Cina

Posted by fidest press agency su domenica, 26 settembre 2021

La storia della vendita di sottomarini francesi all’Australia, annullata perché il governo di Canberra ha optato per i sommergibili americani, non è un problema tecnologico (i sommergibili americani sono a propulsione nucleare, quelli francesi a diesel), ma perché l’Australia è nell’area del Pacifico dove gli Usa devono contrastare l’influenza e l’aggressività cinese. Nè la Francia, che pur ha una presenza nell’Indo-Pacifico, nè la Ue sono in grado di fornire l’alleanza strategica necessaria agli Usa. La Ue non è una potenza militare, ma potrebbe esserlo. Purtroppo i 27 Paesi comunitari non riescono ad avere una politica estera comune, il che li rende deboli alleati degli Usa nei confronti della Cina, così il presidente americano Joe Biden cerca altri alleati per la propria politica di contenimento del gigante cinese. L’Ue dovrebbe iniziare ad elaborare una propria autonomia strategica, cioè pensare non più come 27 Paesi ma come un unico Stato. Ci vorrà tempo. Primo Mastrantoni, Aduc

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USA e Cina: uguali nella disuguaglianza?

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 settembre 2021

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset, e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. Guardando il coefficiente di Gini (indicatore della disuguaglianza nella distribuzione del reddito) di Cina e Stati Uniti, a qualcuno potrebbe venire da sorridere: i due Paesi, agli antipodi per sistema politico ed economico nonché contrapposti nella lotta per la leadership mondiale, presentano un livello di disuguaglianza estremamente simile e, peraltro, prossimo a quello di molti Paesi in via di sviluppo nonostante si tratti delle prime due economie al mondo. Le diverse forme di capitalismo dei due colossi hanno prodotto, quindi, risultati assimilabili dal punto di vista della (scarsa) distribuzione della ricchezza. Andando con ordine, a Pechino la nuova direzione da percorrere è stata indicata con il termine “common prosperity”, che non significa egualitarismo, ma una ricchezza condivisa tra tutti i cittadini, sia a livello economico che culturale. Dopo essere uscita dalla povertà , quindi, la Cina ora mira a raggiungere un benessere materiale e culturale diffuso. Prima di tutto, attraverso una rigida vigilanza anti-monopolistica che impedisca un’eccessiva concentrazione di potere economico-finanziario nelle mani di poche aziende e dei relativi manager, quindi con una lotta senza frontiera alle forme di guadagno illegali e, infine, incoraggiando le donazioni di beneficenza (emblematica, da questo punto di vista, è stata la donazione di oltre 15 miliardi di dollari effettuata dal colosso tech Alibaba in favore del progetto governativo della common prosperity). La nuova linea non sorprende, viste le avvisaglie nei discorsi di Xi Jinping nei mesi precedenti. Sorprende semmai la (voluta?) incapacità di dialogare con i mercati finanziari. La brutalità con cui il Partito ha preso e comunicato le decisioni ha spaventato non poco i mercati, che hanno visto per esempio trasformare in modo coatto le redditizie aziende di tutoring doposcuola in società no-profit, una mossa volta a ridurre il costo dell’istruzione per le famiglie, ma con cui di fatto un intero settore è stato spazzato via dall’universo investibile degli investitori internazionali. Ancora una volta, quindi, il governo cinese ha dimostrato l’incapacità – e probabilmente lo scarso interesse – di interagire in modo morbido con i mercati finanziari. Anche perché l’intervento di Pechino è destinato ad essere molto ampio: nel tentativo di bilanciare la crescita economica con maggiore uguaglianza sociale, sicurezza e sostenibilità, le incursioni normative impatteranno tanto sui colossi tecnologici che su settori quali l’immobiliare, la sanità e il sistema finanziario. Sull’altro lato dell’Oceano Pacifico, negli Stati Uniti, la problematica delle disuguaglianze, acuite dalla pandemia anche a causa della mancanza di adeguati ammortizzatori sociali, è stata più volte sottolineata sia dai vertici della Federal Reserve che da rappresentanti dell’amministrazione Biden. Ad oggi, tuttavia, le principali misure dirette a ridurre il gap tra le diverse classi di reddito paiono delegate a parte del piano fiscale al varo in autunno. Come detto, però, l’obiettivo di supportare le fasce di popolazione meno abbienti è condiviso anche delle istituzioni monetarie, che guardano attentamente all’evoluzione del mercato del lavoro. Su questo fronte, l’impegno di Fed e governo sta dando i suoi frutti, con il tasso di disoccupazione ormai prossimo al 5% dopo il picco del 20% toccato l’anno passato nel momento peggiore della crisi. Affinché l’obiettivo della piena occupazione (al quale si affianca quello di ampliare il tasso di partecipazione e riguadagnare forza lavoro) possa essere raggiunto, è necessario recuperare ancora almeno 2/3 dei 10 milioni di posti di lavoro persi dallo scoppio della pandemia. In tal senso, sarà fondamentale favorire l’incrocio tra domanda (datori di lavoro) e offerta (lavoratori) che al momento fanno fatica a incontrarsi: negli Stati Uniti, è infatti disponibile più di un posto di lavoro libero per ogni lavoratore disoccupato, un disallineamento probabilmente frutto della paura che molte persone hanno di contrarre il COVID e della difficoltà di reperire le nuove competenze richieste da un’economia che ha subito una rapida e brusca trasformazione. Questa inusuale circostanza sta, tuttavia, contribuendo al recupero di potere di acquisto da parte dei lavoratori (che hanno conservato il lavoro), visto che da qualche mese la crescita dei salari risulta superiore a quella dei prezzi, una dinamica sicuramente virtuosa per i consumi americani. Il rischio in questo caso è che, una volta esauritosi l’effetto base che ha portato l’inflazione headline USA a superare il livello del 5% su base annua, si possa assistere a una nuova risalita dei prezzi dettata invece dall’inflazione salariale, certamente capace di innescare una tendenza più persistente. Da valutare, quindi, se la Fed manterrà il suo atteggiamento attendista e tollerante nei confronti dell’inflazione, continuando a giudicarla come un fenomeno transitorio. Ad oggi, a supporto della linea morbida della banca centrale va ascritto anche il fatto che, se depurata dalla componente più sensibile al COVID (come la spesa per computer, televisori o noleggio di auto) e dall’effetto base, l’inflazione core statunitense pare a dire il vero su livelli sostenibili, inferiori al 2% . Verosimilmente, quando con la ripartenza definitiva dell’economia a guidare l’inflazione sarà il settore dei servizi, più duramente colpito dalla pandemia, l’inflazione sui beni sarà già in fase discendente. In ogni caso, la Fed pare propensa ad accettare un surriscaldamento temporaneo dei prezzi in quanto necessario per realizzare gli obiettivi sul mercato del lavoro. Nel contesto delineato, come spesso accade, tra i due litiganti il terzo gode. Come detto, infatti, le preoccupazioni al momento si concentrano su Stati Uniti e Cina (o in modo più ampio sulla regione asiatica, dove anche il Giappone mostra segni di rallentamento), mentre i dati europei risultano più robusti. Il Vecchio Continente pare ciclicamente avvantaggiato, anche in virtù di un leggero ritardo accumulato nell’implementazione delle politiche fiscali, che iniziano solamente ora a produrre i primi effetti (il Recovery Plan si sta sostanziando nei singoli programmi di riforma nazionali proprio in queste settimane). Fonte: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2021/analisi-dei-mercati-e-asset-allocation/09/usa-e-cina-uguali-nella-disuguaglianza#PAM_Section_5

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USA: un’economia con infrastrutture obsolete

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 settembre 2021

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. Quando le campagne elettorali dei partiti s’intrecciano alle scelte politiche ed economiche, i risultati non sono sempre positivi, ovunque nel mondo. Anche in Italia e negli Stati Uniti. Per esempio, il programma di investimenti in infrastrutture de l presidente Biden è stato di fatto dimezzato. Il partito Repubblicano non intende permettere che esso diventi un successo per i Democratici nelle elezioni di metà mandato del 2022. Per evitare un ostruzionismo paralizzante al Senato, il governo si è detto disposto a un accordo bipartisan per progetti più “annacquati”. Il piano infrastrutturale iniziale di Biden era di 1.900 miliardi di dollari in otto anni. E’ stato ridotto a 1.200 miliardi di cui, però, 650 già stanziati in precedenza dall’amministrazione Trump. I nuovi investimenti, quindi, ammontano a 550 miliardi. Sembra una cifra ragguardevole. Non lo è se, però, si tiene conto che la maggioranza delle infrastrutture è obsoleta, vecchia di 40 anni o più. Il Rapporto 2021 dell’American Society of Civil Engineers (ASCE), l’organizzazione indipendente degli ingegneri civili, identifica in dettaglio le aree di sviluppo infrastrutturale e quantifica in ben 2.590 miliardi di dollari la necessità di investimenti in 10 anni. Servono almeno 786 miliardi solo per modernizzare o riparare le strade e i ponti. Biden ne prevede ora 110 miliardi. La seconda area che richiede un grande intervento riguarda l’acqua potabile e le relative infrastrutture. L’ASCE stima che il gap di investimenti potrebbe salire a 434 miliardi di dollari entro il 2029. Nel programma dell’Amministrazione sono previsti soltanto 55 miliardi. Vi sono poi i settori dell’energia il cui gap potrebbe aggirarsi intorno ai 200 miliardi di dollari entro il 2029. Ma ne sono previsti solo 73. Tutto ciò non sorprende: è la conseguenza della profonda trasformazione degli Usa, dove nei passati decenni la finanziarizzazione dell’economia e l’outsourcing (lo spostamento delle industrie all’estero per pagare meno il costo del lavoro e le tasse) sono cresciuti enormemente, a discapito dei settori produttivi. Infatti, mentre nel 1965 il settore delle macchine utensili rappresentava il 28% dell’intero mercato mondiale, oggi tale percentuale è ridotta al 5%. Nel 2018 i produttori di macchine utensili ne hanno esportato per 4,2 miliardi di dollari e importato per 8,6 miliardi. Se si produce di meno e si vuole mantenere alti i livelli di consumo, l’unica via è il debito. Non solo quello pubblico delle amministrazioni centrali e periferiche, ma anche quello privato. Infatti, nel secondo trimestre del 2021 il debito delle famiglie americane ha raggiunto quasi 15.000 miliardi di dollari, dei quali oltre 10.000 per ipoteche sulla casa. In un solo trimestre l’aumento del debito privato è cresciuto del 2,1%. Anche la spesa sanitaria delle famiglie è aumentata enormemente. L’amministrazione Biden ha un programma di investimenti, sulla carta, molto ambizioso. Oltre alle infrastrutture, vi sono dei pacchetti di spesa per il digitale, per i cambiamenti climatici e soprattutto per l’infanzia e le scuole. E’ chiaro che fare tutto a debito, emettendo Treasury bond e stampando moneta, non sarebbe possibile. Per questa ragione Biden ha annunciato la volontà di aumentare le tasse sui profitti delle grandi corporation e per i super ricchi. Anche su questo è in corso una battaglia ideologica, con ricadute elettorali. D’altra parte, la politica di Trump di tagliare le tasse per 1.900 miliardi di dollari non ha dato grandi frutti. La narrazione liberista sosteneva che le tasse condonate si sarebbero automaticamente trasformate in nuovi investimenti nei settori dell’economia reale. Così non è stato! Diminuire le tasse per le pmi, per le famiglie e anche per le industrie grandi, produttive e innovative, è positivo. Però, è pratica di certe multinazionali e di alcuni settori dei servizi, in primis quelli finanziari, utilizzare i soldi rimasti nelle loro casse per differenti operazioni di borsa, come il riacquisto delle proprie azioni, di buyout, cioè per l’acquisto di altre imprese con denaro preso a prestito, o per distribuire dividenti più alti. Il contrario di quanto dovrebbe essere fatto, non solo negli Usa. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Breyer e l’immigrazione: la Corte Suprema influenzata dalla politica?

Posted by fidest press agency su domenica, 5 settembre 2021

By Domenico Maceri. “La fedeltà dei giudici sta con l’osservanza della legge, non con il partito politico che li ha aiutati a ottenere i loro incarichi”. Così Stephen Breyer, uno dei nove giudici della Corte Suprema americana nel suo nuovo libro “The Authority of the Court and the Peril of Politics” (L’autorità della Corte e il pericolo della politica), che uscirà fra pochi giorni, edito dalla Harvard University. Breyer voleva ovviamente reiterare il principio dell’indipendenza delle toghe. Non stupisce l’asserzione ma la politica nel sistema giudiziario spesso emerge almeno nella mente dei cittadini americani informati ma anche di tanti altri che seguono casualmente le sentenze della Corte Suprema. Uno di questi casi recenti serve da esempio che ci chiarisce il mix fra sistema legale e politica.In una decisione di 6-3 la Corte Suprema ha respinto il ricorso dell’amministrazione di Joe Biden di abbandonare il Migrant Protection Protocols (MPP), una misura sull’immigrazione creata da Donald Trump. Per ridurre il numero dei rifugiati centroamericani in America, il 45esimo presidente aveva concluso un accordo internazionale per mantenere i richiedenti asilo nel Messico mentre il lento sistema giudiziario americano considerava i loro casi. Trump aveva negoziato l’accordo per ridurre il numero sempre crescente di rifugiati, interpretando i continui aumenti alla frontiera come un’invasione, mantenendo la sua linea “dura” contro gli immigrati. L’accordo, MPP, “Remain in Mexico”, siglato nel 2019, era stato sospeso per 17 mesi, ma il 13 agosto dell’anno in corso, il giudice federale Matthew J. Kacsmaryk, ha ordinato il suo restauro. Kacsmaryk ha giudicato legittima la richiesta di Greg Abbott e Mike Parson, ambedue repubblicani, e governatori del Texas e Missouri rispettivamente. I due hanno giustificato la loro richiesta citando l’onere delle spese dei loro Stati per la presenza di questi rifugiati. L’amministrazione di Biden ha reagito chiedendo alla Corte Suprema di bloccare la decisione di Kacsmaryk. La Corte Suprema ha deciso di mantenere l’ordine del giudice federale e dare tempo alla Corte di Appello del Quinto Circuito di decidere il caso.Si tratta dunque di una sconfitta, almeno temporanea per Biden, che adesso si vede obbligato a riprendere le negoziazioni con le autorità messicane. Lo farà controvoglia ma la Corte Suprema ha anche dato l’incarico a Kacsmaryk di assicurarsi che Biden la prenda sul serio. In caso contrario vi potrebbero essere altre conseguenze legali, che la Corte Suprema ha conferito Kacsmaryk.Né Kacsmaryk né la Corte Suprema hanno considerato la triste situazione dei rifugiati, molti dei quali sfuggono alla violenza dell’America Centrale. Impedendogli di entrare negli Usa continua i pericoli per la loro vita poiché la sicurezza in Messico non è poi tanto migliore dei loro Paesi di origine. Dall’inizio del MPP nel 2019, i rifugiati hanno subito soprusi dentro i confini del Messico. Human Rights First, un’associazione sui diritti umani basata negli Usa, ha rilasciato un rapporto in cui si forniscono dati di 1550 casi di abusi che includono morti, stupri, sequestri contro questi migranti costretti a rimanere nel Messico.Le negoziazioni fra Biden e il Messico potrebbero facilmente andare a monte se le autorità messicane decidono di non cooperare e rifiutarsi di accettare questi rifugiati nel loro territorio. In passato, dopo la richiesta iniziale, i migranti venivano rilasciati nel territorio americano aspettando la data del loro processo. Con frequenza, però, non si presentavano ed entravano nel mercato del lavoro illegalmente. Trump voleva proprio evitare loro l’accesso per limitare o eliminare queste situazioni. La decisione temporanea della Corte Suprema sembrerebbe avere poco a che fare con la politica ma difatti si tratta proprio del contrario. A cominciare dal fatto che Kacsmaryk era stato nominato da Trump. C’è poi ovviamente il costante conflitto politico fra governatori repubblicani e un presidente democratico. Kacsmaryk ha chiarito che la necessità di restaurare il MPP era dovuta agli aumenti dei rifugiati al confine. In effetti ha usato una giustificazione politica e non legale. Ha spiegato che il Missouri e il Texas ne facevano le spese per i costi di servire questi rifugiati per quanto riguarda la sanità e l’istruzione dei loro figli. Fare ricorso al sistema giudiziario spesso è l’unico modo per risolvere i conflitti. In questo caso la Corte ha deciso di rimandare tutto e probabilmente riconsiderare il caso nei prossimi mesi. Nel frattempo, l’immigrazione, compito del governo federale e non statale, viene consegnato al volere degli Stati, mediante l’uso del giudice Kacsmaryk.La decisione della Corte Suprema sul MPP conferma la linea poco chiara che esiste fra legalità e l’influenza delle considerazioni politiche. Il giudice Breyer non vede queste acque sporche. Per lui tutto è limpido e cita l’indipendenza della Corte Suprema, facendo riferimento al fatto che, nonostante i suoi dissensi giudiziari espressi per iscritto, il sistema funziona. La richiesta di Trump alla Corte Suprema di ribaltare l’elezione del 2020 è stata respinta. Il fatto che Trump abbia nominato 3 degli attuali 6 giudici scelti da presidenti repubblicani e solo 3 da presidenti democratici non gli è servito a nulla per i suoi scopi politici. Breyer aggiunge inoltre che la Corte Suprema ha votato 3 volte per mantenere l’Obamacare, la riforma sanitaria del 2010 approvata durante la presidenza di Barack Obama.Breyer però non sembra avere captato che la politica a Washington sia divenuta tossica negli ultimi anni. Il giudice sembra essere congelato negli anni novanta quando lui fu nominato da Bill Clinton e confermato dal Senato con un voto schiacciante di 87 sì e 9 no. Un evento inconcepibile di questi giorni. Breyer non tocca neanche il tasto dell’ipocrisia di Mitch McConnell, senatore repubblicano del Kentucky e Presidente del Senato fino a gennaio del 2021, che ha “rubato” uno dei seggi alla Corte Suprema al presidente Obama. Va ricordato che con la morte di Antonin Scalia all’inizio del 2016, giudice conservatore, McConnell si rifiutò di sottoporre la nomina di Merrick Garland alla conferma perché si trattava di un anno di elezione presidenziale. Quando però poi Trump nominò Amy Coney Barrett per sostituire Ruth Bader Ginsburg, McConnell la fece confermare in tempi rapidissimi con l’elezione del 2020 già in corso, creando una maggioranza di 6 a 3 per giudici del suo partito. Breyer chiude gli occhi a queste considerazioni politiche ma Biden non lo ha fatto. Ecco perché ha istituito una commissione per studiare possibili riforme sulla Corte Suprema. Le raccomandazioni della Commissione dovrebbero arrivare fra breve. Il più presto possibile andrebbe bene per ristrutturare la Corte Suprema, che pende a destra, anche se Breyer non lo riconosce. Le ultimissime notizie ne confermano l’emergenza. La Corte Suprema, con un voto di 5-4 si è rifiutata di sospendere la nuovissima legge draconiana del Texas che proibisce l’aborto dopo sei settimane di gravidanza, anche in caso di stupro o incesto. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Il censimento Usa del 2020: più luci per i repubblicani, meno per i democratici?

Posted by fidest press agency su martedì, 24 agosto 2021

By Domenico Maceri. I preliminari dati del censimento decennale americano suggeriscono cambiamenti basici che saranno soggetto di nuovi programmi per i due maggiori partiti politici ma con conseguenze per tutto il Paese in tempi vicini ma anche per i prossimi dieci anni quando avverrà il prossimo conteggio. Ambedue partiti possono sorridere con i dati. Per i democratici la crescita di popolazione nelle aree metropolitane rappresenta vantaggi ma anche i repubblicani possono guardare con ottimismo agli aumenti di popolazione in parecchi Stati “red”, ossia conservatori, del Sud.Nell’ultimo decennio la popolazione statunitense è cresciuta da 308 a 332 milioni, circa l’8%. Il numero degli over 65 è aumentato dal 13% nel 2010 al 16,9% attuale per un totale di 56 milioni di abitanti. Il Paese sta invecchiando. L’età media nel 2010 era di 37 anni comparata a quella del 2020 di 38 anni. Il numero dei bianchi è sceso dal 63 (196 milioni) al 57% (191 milioni). Gli ispanici adesso rappresentano il 19% della popolazione, gli afro-americani il 12% e gli asiatici-americani il 6%.Una visione generale di queste cifre dovrebbe fare preoccupare i repubblicani, i quali, soprattutto sotto la guida di Donald Trump, hanno concentrato i loro sforzi ad ottenere il loro supporto quasi esclusivamente da elettori bianchi. I democratici, invece, con Barack Obama nel 2008 e 2012 e Joe Biden nel 2020 hanno formato una coalizione di gruppi minoritari che include anche elettori bianchi.Questa strada verso le coalizioni per vittorie elettorali viene anche supportata dal censimento recente che ci indica una crescita multirazziale. Gli individui che si considerano parte di più di una razza è cresciuto da 9 milioni nel 2010 a quasi 39 milioni nel 2020, ossia un aumento del 276%. L’altro dato che dovrebbe fare riflettere i repubblicani è l’aumento di residenti nelle zone metropolitane, roccaforti democratiche, cresciuto anche del 9% dal 2010 al 2020. L’86% degli americani risiede adesso in zone urbane. Queste zone metropolitane tendono ad essere più produttive, più tolleranti, più diverse e favoriscono il Partito Democratico. Le zone rurali e periferiche tendono invece a votare per i repubblicani.Quando ci si addentra ancora di più nei numeri i repubblicani hanno anche loro ragioni per sorridere. Alcuni Stati “red” hanno avuto incrementi di popolazione e riceveranno più seggi alla Camera. Il Texas, la cui popolazione è aumentata di 4 milioni (16%), avrà due seggi in più per un totale di 38. Da notare anche che 2 dei 4 milioni di nuovi residenti sono ispanici che potrebbero rappresentare un punto poco positivo per il Gop poiché tendono a votare per il Partito Democratico. Anche rilevante è il fatto che il 50% degli abitanti del Lone Star State sono ispanici. La Florida, la Carolina del Nord e il Montana, altri stati “red”, avranno un seggio in più. Stati “blue”, ossia liberal, come la California, New York e l’Illinois perderanno un seggio a testa. Nel caso di New York si tratta di un continuo calo iniziato nel 1940 quando lo Stato aveva 45 seggi alla Camera comparati ai 26 attuali.Il vantaggio per i repubblicani al di là dei nuovi seggi rimane la rimodulazione dei distretti congressuali e anche statali dove il Gop può dettare legge. In grande misura le modifiche dei distretti sta nelle mani delle legislature statali con minime direzioni del governo federale. Si richiedono approssimativamente 761mila cittadini in ogni distretto, tenendo conto dei dati del censimento del 2020. I repubblicani controlleranno la ridistribuzione in 180 distretti mentre i democratici solo 75. I rimanenti 167 distretti saranno rimodulati da commissioni indipendenti che tendono all’obiettività. Storicamente i distretti vengono disegnati per mantenere certe maggioranze di uno o un altro partito con poche eccezioni di distretti competitivi. Per i repubblicani si tratta di una buona opportunità alla luce delle elezioni di midterm del 2022 ma dovranno fare attenzione perché i nuovi distretti rimarranno in vigore fino al prossimo censimento del 2030.Un dato significativo che va al di là delle competitività elettorali però è molto più importante per il Paese. Il tasso di crescita di popolazione statunitense dal 2010 al 2020 riflette un rallentamento che non si vedeva dagli anni della Grande Depressione degli anni 30. Per mantenere una popolazione stabile si richiede una fertilità del 2,1 percento ma quella degli Stati Uniti è scesa al 1,73. Un fenomeno che si manifesta in molti Paesi industrializzati anche se a livello globale il tasso di fertilità nel 2020 era del 2,4 percento. Si sta creando ovviamente uno squilibrio che potrebbe essere corretto con lo spostamento di gente da Paesi sovraffollati a quelli con popolazioni in calo. Si tratta ovviamente dell’immigrazione per la quale i repubblicani sono in linea generale contrari mentre i democratici sono a favore. Lo sta facendo il Canada importando lavoratori dall’estero secondo i bisogni delle differenti province. Un esempio che gli Stati Uniti potrebbero emulare per mantenere un’economia vibrante. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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15 agosto 1971: 50 anni di deregulation

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 agosto 2021

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi Sono passati cinquant’anni dal discorso tenuto dal presidente Richard Nixon il 15 agosto 1971 in cui annunciava misure radicali per il futuro dell’economia e della politica mondiale. Non c’è, però, nulla da festeggiare. Infatti, allora si decise la fine del gold standard. Da quel momento il dollaro non sarebbe stato più convertibile e rimborsabile in oro. In teoria, fino a quel giorno i Paesi con riserve in dollari potevano in ogni momento richiedere la loro riconversione in oro. Gli Usa tornarono liberi di “stampare moneta” senza l’obbligo di possedere una quantità d’oro pari ai biglietti verdi in circolazione. Fu accantonato anche il regime dei cambi fissi, che regolava i rapporti tra le maggiori monete, uno dei pilastri del sistema di Bretton Woods, realizzato nella cittadina del New Hampshire nel 1944. Nel sistema monetario internazionale s’introdusse, invece, il cambio fluttuante, che è stato ed è sempre sotto la minaccia della speculazione dei mercati valutari. Purtroppo fu anche l’inizio della “deregulation”. Negli Usa furono congelati anche i salari e i prezzi per 90 giorni, con una sovrattassa del 10% sulle importazioni. I controlli sui prezzi bloccarono temporaneamente l’inflazione, che, però, ritornò poco dopo più forte di prima. Con la decisione unilaterale di far fluttuare il cambio del dollaro si aprì un periodo d’instabilità che portò alla svalutazione della valuta americana, che favorì i conseguenti shock petroliferi del 1974 e del 1979 e, alla fine degli anni settanta, portò i tassi di interesse della Federal Reserve al 20%. Fu uno choc economico globale senza precedenti. L’intento di Nixon era quello di indurre i Paesi industrializzati a rivalutare le loro monete rispetto al dollaro per ridurre il crescente deficit della bilancia dei pagamenti americana. Gli effetti, però, furono fuori controllo e incalcolabili. Le cose andarono diversamente. Le nuove “regole del gioco” spianarono la strada alla globalizzazione della finanza. E’ vero che la situazione economica americana non era più sostenibile, anche per i debiti dovuti alle spese della guerra in Vietnam. Le stesse riserve auree erano scese dai 24 miliardi di dollari del 1948 ai 10 del 1971. Da quel momento gli Stati Uniti hanno affrontato i loro deficit di bilancio e le loro spese crescenti stampando sempre più dollari. Anzi hanno inondato il mondo di dollari.Nel 1971 in Usa il rapporto debito pubblico/pil era di 36,2%. Oggi ha superato il 135%. In realtà, si dovrebbero aggiungere i debiti dei due giganti immobiliari pubblici, Freddie Mac e Fannie Mae, che furono causa non secondaria della crisi del 2008. Da cinquant’anni l’America ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Per gestire un debito crescente e una situazione finanziaria sempre più malata, gli Usa hanno cambiato nel tempo molte altre norme, abbattendo l’intero apparato di regole realizzate dal presidente F. D. Roosevelt per superare la Grande Depressione del ’29. In particolare nel 1998 fu accantonato il Glass Steagall Act, la legge del 1933, che stabiliva la separazione bancaria tra le banche commerciali e quelle d’investimento, proibendo alle prime di usare i depositi e i risparmi dei cittadini in operazioni finanziarie speculative e ad alto rischio. Dopo la Grande Crisi del 2008, dopo i giganteschi quantitative easing finanziari, le tante sfide planetarie e l’attuale crisi pandemica ed economica, dovrebbe essere chiaro che, per evitare pericolose guerre tra le valute, si dovrebbe costruire un nuovo accordo internazionale anche nel campo monetario. Potrebbe essere un sistema multipolare basato preferibilmente su un “paniere stabile di monete”. Purtroppo questo problema non è stato ancora risolto!Nel discorso del 1971 lo stesso Nixon parlò della “necessità urgente di creare un nuovo sistema monetario internazionale”. Forse era consapevole più degli altri della gravità della sua decisione. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e e Paolo Raimondi economista

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“Flash – Inflazione Usa: moderazione di componenti legate alla riapertura vs accelerazione degli affitti”

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 agosto 2021

A cura di Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte. Il dato sull’inflazione US di luglio è rimasto invariato rispetto a giungo (+5,4% a/a), per il sostanziale bilanciamento tra la moderazione di alcune componenti che avevano registrato un forte rialzo post riaperture (in particolare prezzi delle auto e trucks usati, da +10,5 a +0,2% m/m, noleggio di auto e trucks, da +5,2% a -4,6% m/m, biglietti aerei, da +2,7 a -0,1% m/m) a fronte, invece, della continuazione dell’accelerazione dell’importante componente affitti (pesa per oltre un terzo del totale). La Fed ha etichettato l’inflazione come fattore transitorio dando peso quasi unico al momento al mercato del lavoro per il timing del tapering. Tuttavia, l’incremento crescente dell’importante componente affitti potrebbe dare più forza a chi all’interno del Board è a favore di un tapering sbilanciato soprattutto sulla riduzione di titoli aventi come sottostanti i mutui (MBS), attualmente acquistati per 40Mld$ mensili vs gli 80MLd$ di Treasury. In sintesi: il dato di oggi non apporta novità sul possibile timing del tapering aggiungendo solo qualche dettaglio sulla sua possibile attuazione. Sul fronte tapering al momento la view rimane in attesa del simposio di Jackson Hole (26/28 agosto) in cui Powell potrebbe rendere noto che siamo più vicini al tapering, ma occorrono ancora conferme, in attesa soprattutto dei dati sul mercato del lavoro di settembre e ottobre, a meno di dati di settembre incredibilmente sopra le attese, ipotesi quest’ultima che, al momento, appare meno probabile alla luce anche delle riaperture delle scuole oggi in US che potrebbero rallentare nel breve il processo di incremento di coloro che cercano attivamente lavoro Sul fronte scenario rimangono le seguenti ipotesi: strategica di tassi mediamente in calo nei prossimi 3/6 mesi a causa principalmente dei colli di bottiglia che rallentano la crescita tattica di temporaneo rimbalzo tra agosto/settembre (fino ad area 1,50/1,60% su treasury 10y) in vista del maggior focus sul tema tapering

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Infrastrutture:Vittoria per Biden e Repubblicani?

Posted by fidest press agency su sabato, 7 agosto 2021

“By Domenico Maceri. Il piano bipartisan sulle infrastrutture: vittoria per Biden ma anche per i repubblicani? “Repubblicani, non cedete —i Patrioti non dimenticheranno mai! Se questa misura va in porto, un sacco di primarie vi aspettano”. Con queste parole fra consigli e minacce Donald Trump ha cercato di dissuadere i senatori repubblicani dal votare a favore della proposta bipartisan sulle infrastrutture negoziata da cinque senatori democratici e altri cinque repubblicani. L’ex presidente ha continuato attaccando Mitch McConnell, leader della minoranza repubblicana nella Camera Alta, accusandolo di essere un “perdente” e di fare il gioco dell’estrema sinistra democratica.Trump nella sua semplicità è sempre trasparente come se stesse giocando alla dama. McConnell, invece, gioca a scacchi sapendo benissimo che nonostante il suo voto favorevole che apre la porta al voto sulla misura bipartisan, alla fine lui e il suo partito ci guadagneranno.L’accordo negoziato dal gruppo bipartisan include i notevoli contributi di Kyrsten Sinema e Joe Manchin, senatori democratici conservatori, rispettivamente dell’Arizona e West Virginia, ambedue sotto pressione di votare con il loro partito per eliminare il filibuster. Questa regola permette a una minoranza di 41 senatori di bloccare leggi nella Camera Alta ed è usata da ambedue partiti per vantaggi politici. La regola è però divenuta uno strumento favorito dei repubblicani per frenare misure legislative democratiche sulla riforma elettorale, l’immigrazione, e altri diritti civili. L’accordo bipartisan sulle infrastrutture fa respirare i senatori conservatori democratici confermando la loro idea che a Washington si può lavorare in maniera bipartisan.La misura approvata dal gruppo bipartisan deve essere votata dal Senato, poi dalla Camera, ed eventualmente firmata dal presidente Joe Biden. Si tratta di un lungo processo che fa il gioco di McConnell con buone prospettive di “profitti” politici per i repubblicani. Il primo fra questi è la riduzione sempre più incalzante della pressione per l’eliminazione del filibuster poiché McConnell lo usa in maniera efficace come strumento ostruzionista. La proposta bipartisan disegnata dal gruppo di dieci senatori “moderati” cerca di dimostrare che l’era del clima bipartisan al Senato continua. Si tratta di un’illusione che però rafforza la mano di Sinema e Manchin fino ad adesso contrari all’eliminazione del filibuster. Adesso con l’accordo iniziale sulle infrastrutture possono cantare vittoria anche se il traguardo finale rimane lontano. Ciò include l’improbabile approvazione alla Camera dominata dai democratici i quali potrebbero congelare la proposta del Senato. I repubblicani però ci guadagnano perché la proposta di mille miliardi di dollari solo include la metà in nuove spese e il rimanente verrebbe fornito da fondi già stanziati per altri programmi sui trasporti. Nonostante questo però si tratta di una misura che contribuirebbe ingenti risorse per rimodernare i ponti, la rete delle autostrade interstatale, i trasporti pubblici—treni, autobus e metropolitane—, e l’ampliamento della rete di stazioni di ricarica dei veicoli elettrici. Contribuirebbe anche alla manutenzione di infrastrutture idriche, l’espansione di accesso alla banda larga e la modernizzazione della rete elettrica come pure l’espansione delle energie rinnovabili. I negoziatori repubblicani hanno avuto successo anche con le coperture che non includono aumenti alle tasse come avrebbero voluto i democratici.La proposta di legge del Senato dovrà però fare i conti con la Camera dove le sue chance di approvazione sono in salita. I democratici sia al Senato che nella Camera Bassa favoriscono un piano di infrastrutture di 3500 miliardi di dollari che va molto oltre il “modesto” piano bipartisan. Il piano democratico che al momento si sta sviluppando alla Commissione sul Bilancio presieduta da Bernie Sanders, il senatore democratico socialista del Vermont, è ovviamente molto ambizioso. La proposta include non solo spese sulle infrastrutture ma anche fondi per il sostegno all’infanzia e all’istruzione, i cambiamenti climatici, ampliamento dell’assistenza sanitaria, e la riforma sull’immigrazione. Le coperture per queste ingenti spese verrebbero fornite da un aumento al carico fiscale sulle imprese e sui redditi superiori a 400mila dollari l’anno. L’approvazione avverrebbe mediante la procedura parlamentare di “reconciliation” che non è soggetta alla soglia dei 60 voti al Senato. Anche questa strada non è in discesa perché tutti i 50 senatori democratici dovrebbero votare compatti e i soliti Sinema e Manchin hanno espresso dubbi per l’uso della procedura di “reconciliation”, preferendo la strada tradizionale bipartisan.I democratici non sono contrari alla misura bipartisan sulle infrastrutture ma la appoggerebbero solo in tandem con la loro proposta di 3500 miliardi di dollari. Ambedue proposte dovrebbero essere approvate simultaneamente ma i repubblicani si oppongono.Le elezioni di midterm dell’anno prossimo continuano a preoccupare i democratici poiché si crede che potrebbero perdere la maggioranza in una o addirittura entrambe Camere. In tale eventualità Biden sarebbe nelle mani della maggioranza repubblicana che lo renderebbe in grande misura un’anatra zoppa per i due ultimi anni del suo mandato. Il tempo stringe dunque. McConnell da parte sua sta facendo il gioco di collaborare sapendo benissimo che il lungo percorso legislativo lo favorisce. Le sue priorità sono di mantenere il filibuster e togliere a Biden successi legislativi che potrebbero conquistare il supporto degli indipendenti, spesso decisivi negli esiti elettorali. Trump dunque non ha intuito male che l’approvazione di una legge sulle infrastrutture rappresenterebbe una vittoria per l’attuale presidente. McConnell non lo dice apertamente ma da vecchia volpe lo sa. Il leader della minoranza al Senato, però, è meno trasparente del 45esimo presidente e riuscirebbe persino a cantare vittoria per i suoi elettori del Kentucky in caso di vittorie legislative di Biden, facendo notare che Washington funziona. Da non dimenticare che McConnell, dopo l’approvazione di 1900 miliardi della legge American Rescue Plan, ha ricordato ai suoi concittadini che riceveranno quasi 4 miliardi di fondi. L’ipocrisia era totalmente apparente perché, come gli ha fatto notare Biden, nessuno dei repubblicani aveva votato a favore della legge. Anche quando gli altri fanno il lavoro i repubblicani si affibbiano il credito per il lavoro altrui.L’approvazione del piano bipartisan rappresenta una vittoria parziale per Biden ma per una vittoria più completa ci vuole anche il piano democratico. Si tratterebbe anche di una vittoria per il Paese. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Divieto di ingresso per i cittadini italiani in USA a causa del “Travel Ban”

Posted by fidest press agency su sabato, 31 luglio 2021

“Ho sottoscritto sia l’interrogazione che la risoluzione a prima firma Del Mastro per porre la questione del “Travel Ban” all’attenzione del Governo tramite la Commissione esteri. Infatti, è da troppo tempo che la questione del divieto di ingresso in USA dei nostri connazionali, anche se vaccinati, è rimasta irrisolta creando disagio a tutti coloro che si devono spostare tra l’Italia e gli USA. Nell’Interrogazione abbiamo chiesto “quali azioni abbia intrapreso o intenda intraprendere il Governo per chiedere reciprocità da parte degli Stati Uniti con riferimento alla libertà di viaggiare da e per gli USA, con particolare riferimento alle problematiche dei cittadini italiani”. Mentre nella risoluzione, sempre in Commissione esteri, abbiamo chiesto l’impegno del Governo “a convocare l’Ambasciatore degli Stati Uniti in Italia per protestare formalmente contro le restrizioni del Travel Ban nei confronti dei cittadini italiani; ad attivarsi presso il Governo americano per individuare ogni opportuna soluzione al fine di consentire il regolare ritorno negli USA dei cittadini italiani provvisti di permesso di soggiorno e la possibilità per gli italiani attualmente negli USA di venire in Italia per le proprie esigenze ed avere la certezza di non subire restrizioni in vista del ritorno; a promuovere protocolli di sicurezza per voli “covid free” da e per gli USA, senza necessità di svolgere periodi di quarantena all’arrivo; ad attivarsi presso il Governo degli Stati Uniti per risolvere la questione dei rinnovi pendenti per i visti scaduti”.Auspico che si arrivi presto ad una soluzione diplomatica della vicenda garantendo le condizioni di reciprocità negli spostamenti tra l’Italia e gli USA.” Lo ha dichiarato l’on. Fucsia Fitzgerald Nissoli, deputata di Forza Italia eletta in Nord e Centro America.

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La rimozione delle statue e la teoria critica della razza: strada per una migliore America?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 luglio 2021

“Rimuovere la statua è un piccolo passo che ci avvicina ad aiutare Charlottesville, la Virginia e l’America ad affrontare il loro peccato di distruggere volontariamente gli afro-americani per i profitti”. Queste le parole della sindaca Nikuyah Walker mentre si apprestava ad annunciare la rimozione della statua di Robert E. Lee, generale degli Stati confederati durante la Guerra Civile. Come si ricorda, nel 2017 Charlottesville è stata al centro del raduno dei suprematisti “Unite the Right” che protestavano la rimozione della statua. Un suprematista ha usato la sua macchina per scontrarsi con manifestanti pacifici di sinistra, causando la morte di una donna e ferendo anche dozzine di altri presenti.Sono passati quattro anni ma adesso la statua di Lee è stata rimossa e sarà conservata per poi decidere il da farsi. Gli eventi di quel giorno e la susseguente morte di afro-americani in incontri con la polizia, specialmente l’uccisione di George Floyd, hanno scatenato manifestazioni che hanno spinto alla riconsiderazione dei rapporti fra bianchi e gruppi minoritari. Inoltre si è anche arrivati alla rivalutazione di eventi storici con radici nella guerra di secessione (1861-1865). A dare manforte a queste rivalutazioni i media hanno scoperto la teoria critica della razza, un concetto accademico che si rifà agli anni 60′ e 70′. Nella primavera di quest’anno è emerso poiché non pochi Stati in America hanno introdotto leggi che mirano a vietare il suo studio nelle scuole primarie e secondarie del Paese.La Florida, in particolare, ha approvato una legge che insiste sull’insegnamento della storia guidata dal principio di “creazione di una nazione basata in grande misura sui principi della Dichiarazione di Indipendenza”. Questa legge proibisce l’uso di nuove metodologie che includono i rapporti razziali per spiegare la continua esistenza di disuguaglianze fra bianchi e afro-americani dopo moltissimi anni dalla fine della schiavitù nel 1865.La teoria critica della razza ci dice invece che il razzismo non è tutto semplicemente un costrutto di pregiudizi individuali ma è anche parte integrale dei sistemi legali e politici. Il razzismo e le differenze economiche, sociali e politiche fra i bianchi e i gruppi minoritari, specialmente gli afro-americani, sono legati all’ideologia suprematista. L’unione delle manifestazioni contro il razzismo, la rimozione delle statue simbolo di supremazia bianca, e la teoria critica della razza hanno creato una sorta di assedio per una buona fetta degli americani bianchi che si vede attaccata, causando pericoli ai loro privilegi.Bisogna dunque opporsi ad iniziare con la difesa delle statue persino quelle confederate che celebrano personaggi che hanno perso la Guerra Civile ma che hanno continuato ad essere visti come figure eroiche. Abbattere queste statue per una buona maggioranza di destra significa eliminare la loro cultura non solo per quelli del Sud ma anche per quelli del Nord i cui antenati, paradossalmente, hanno lottato e vinto la Guerra Civile e mantenuto unificato il Paese. Strano che un individuo come l’ex presidente Donald Trump, che si considerava un “vincente”, abbia abbracciato i “perdenti” confederati. Lo fece ovviamente per fare piacere ai suprematisti che erano e continuano ad esser parte integrale della sua base. Non sorprende dunque che dopo gli eventi di Charlottesville del 2017, l’allora presidente Trump non condannasse i filonazisti, limitandosi semplicemente a dire che “c’era brava gente da ambedue le parti”. Inoltre, da presidente, Trump si era opposto ai cambiamenti dei nomi di una decina di basi militari che ricordano generali confederati dicendo che “Questi monumenti e potentissime basi fanno parte del patrimonio americano e una lunga storia di vincere, vittoria e libertà”. C’è una piccolissima dosi di verità in questa affermazione di Trump poiché gli schiavi, con la fine della Guerra Civile, ottennero la libertà. Ciononostante, con il ritiro graduale delle truppe nordiste, i bianchi al Sud ricominciarono poco a poco a riprendere il controllo politico ed economico, continuando a sfruttare ed abusare gli afro-americani. Questi abusi sono stati rivendicati dagli afro-americani ma i bianchi ci credevano poco. In tempi recentissimi, però, con l’avvento dei telefonini e le riprese di video, gli abusi citati storicamente da afro-americani sono venuti alla luce del sole per tutti. Difficile ignorare il video della morte di Floyd, scattato da una giovane donna presente. Difatti, il poliziotto responsabile per la morte di Floyd, in un caso storico, è stato condannato a 22 anni di reclusione. Questa sentenza è stata vista come un possibile cambiamento per una nuova visione di giustizia per gli afro-americani.Non basta però se lo si vede solo come un caso isolato. Gli studiosi della teoria critica della razza interpretano la morte di Floyd come risultato di ingiustizia sistemica e strutturale che va riesaminata nel contesto storico. Il sistema giudiziario, economico e politico attuale che vede gli afro-americani in una situazione sfavorevole è causato dalla storia e per creare un clima di uguaglianza bisogna capirlo appieno. La rimozione delle statue è solo un piccolo passo. La destra ribatte con il tipico relativismo, interpretando la rimozione delle statue come rifiuto della storia, la loro storia. Si tratta di quella storia rievocata da Trump nel suo slogan “Make America Great Again” (Rifacciamo grande l’America di nuovo). I conservatori si chiedono quali altre statue di eroi consacrati come George Washington, Thomas Jefferson ed altri andranno abbattute perché anche loro furono proprietari di schiavi. La chiave in questo ragionamento è il relativismo, usato non solo dalla destra ma in modo magistrale da Vladimir Putin. Ogni qualvolta che gli vengono criticate le ingiustizie nel suo Paese, il leader russo indica, con una dosi parziale di verità, i problemi razziali in America che lui stesso e i suoi collaboratori hanno fomentato, specialmente nell’elezione presidenziale del 2016.Alcuni studiosi tendenti a destra ci dicono che non è possibile giudicare eroi del passato con parametri etico-morali contemporanei. Si sbagliano perché rivalutando la storia con gli occhi del presente ci aiuta a capirla, scongelando alcune posizioni già cementate ma bisognose di nuove analisi per capirle a fondo. Solo con una comprensione aggiornata si potrà migliorare la società attuale. Decidere di abbattere le statue che con il loro simbolismo celebrano falsi eroi, indirettamente e spesso direttamente, è un piccolo passo per un’interpretazione accentrata della storia. Robert Lee, diretto discendente del generale Robert E. Lee, ha pubblicato un editoriale sul Washington Post dove appoggia la distruzione della statua del suo antenato a Richmond, la capitale degli Stati Confederati durante la Guerra Civile, ed attuale capitale della Virginia. Un’interpretazione personale che riconosce il bisogno della rivalutazione storica per farci capire come procedere per una migliore America. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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“Flash: Vendite al dettaglio USA di giugno”

Posted by fidest press agency su martedì, 20 luglio 2021

Migliori delle attese grazie anche a revisione al ribasso di maggio, la curva continua il flattening” A cura di Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte. Si conferma lo scenario tassi a lungo e soprattutto lunghissimo termine in calo a fronte di flattening della curva che progressivamente potrebbero interessare l’area euro in estate in vista di dati sull’inflazione che, da agosto in poi, potrebbero segnalare inflazione sopra il 2% In questo contesto, nel trimestre in corso potrebbe essere opportuno preferire i settori che lavorano meglio in contesto di tassi in calo/flattening (mi riferisco a curva tedesca in particolare, rilevante visto che il pricing dei finanziamenti è tarato su IRS, espressione dei tassi tedeschi)

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Inflazione in Usa ai livelli di 10 anni fa, quanto durerà?

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 luglio 2021

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer Moneyfarm. Negli ultimi mesi, tutti – consumatori e investitori – ci siamo accorti dell’aumento dei prezzi di beni e servizi. I recenti rapporti sull’inflazione, in particolare negli Stati Uniti, raccontano di una impennata dell’inflazione piuttosto marcata. Questo riflette ciò di cui molti consumatori si erano già accorti mentre facevano la spesa: i prezzi sono aumentati. Il grafico qui di seguito mostra che l’inflazione annua degli Stati Uniti è tornata ai livelli di 10 anni fa. Quando si pensa ai fattori che determinano l’inflazione il modo più semplice è considerare la dinamica della domanda e dell’offerta, se i beni sono più scarsi o più richiesti i prezzi salgono, se un prodotto è più abbondante o più richiesto costerà di meno. Durante la pandemia, abbiamo assistito per molte categorie di beni a veri e propri shock dell’offerta: aziende che improvvisamente chiudevano o tagliavano i costi, ampie fasce della popolazione (e quindi forza lavoro) in isolamento. E abbiamo assistito anche a shock della domanda, sia in positivo sia in negativo: non è stato un buon periodo per le compagnie aeree, ma chi vendeva disinfettanti per le mani ha visto il proprio prodotto andare a ruba. Questi scossoni della domanda e dell’offerta sono sicuramente alla base dell’aumento dei prezzi. Sebbene le persone non si muovano ancora così tanto, per le merci è vero proprio il contrario. Tutti i beni che le persone hanno deciso di acquistare durante il lockdown, come le cyclette e le scarpe da corsa, hanno esercitato una certa pressione sulle catene di approvvigionamento globali. Ora che l’economia si avvia verso una graduale normalizzazione, la domanda che tutti si fanno è se gli squilibri della domanda e dell’offerta sono destinati gradualmente a rientrare, così come la pressione sulle catene di approvvigionamento. In circostanze normali un aumento delle attività dovrebbe portare l’industria della logistica a riorganizzarsi per far fronte a una maggiore domanda, e questo sembra che stia effettivamente avvenendo. Secondo IHS Markit, oggi i nuovi ordini di navi portacontainer sono ai massimi da cinque anni (nell’ultimo periodo erano stati piuttosto limitati, così come anche prima della pandemia) ma molto probabilmente sarà solo nel 2024 che vedremo davvero i risultati di questa riorganizzazione.Il cambiamento repentino delle dinamiche di domanda e offerta sta creando dei colli di bottiglia nell’economia globale, che si traducono in prezzi maggiori per il consumatore finale. Ci aspettiamo naturalmente che alcuni colli di bottiglia si sblocchino man mano che riapre l’economia globale. Dopotutto, il numero di cyclette o monopattini elettrici da acquistare è di per sé limitato. Ma ci vorrà del tempo per aumentare considerevolmente la capacità di produzione. La storia è simile per quanto riguarda le materie prime. Il prezzo del rame, ad esempio, è aumentato drasticamente (come si può vedere nel grafico sotto), in parte sulle aspettative che sarà tra le materie prime a beneficiare maggiormente dell’aumento dell’elettrificazione del settore automobilistico. Ironicamente si costruiscono nuove miniere per un prodotto che dovrebbe fornire una risposta riguardo alle crescenti preoccupazioni ambientali. Qualcosa non quadra: il tasso di disoccupazione è ancora alto, ma i datori di lavoro devono aumentare gli stipendi per trovare lavoro. È possibile che le persone, nelle regioni in cui esiste ancora un sostegno al reddito da pandemia, abbiano deciso di aspettare fino alla fine prima di cercare lavoro. Se questa ipotesi è corretta, potremmo vedere più persone in cerca di lavoro dopo l’estate.Quindi, quando pensiamo all’inflazione, all’offerta e alla domanda, ci sono elementi differenti da considerare. C’è il mercato del lavoro, in cui ci aspettiamo di vedere più persone cercare occupazione dopo l’estate, c’è la questione dei container, dove ci aspettiamo di vedere nel breve termine i benefici di una certa normalizzazione, ma dove dovremo attendere almeno uno o due anni prima di vedere un aumento consistente della capacità di produzione. E da ultimo il rame, se la cui domanda resta alta dovremo attendere del tempo prima che l’offerta la soddisfi.Ci sono insomma molte variabili da considerare quando pensiamo all’inflazione, ma questi esempi suggeriscono che parte dell’inflazione che abbiamo visto sarà probabilmente transitoria anche se potrebbe volerci del tempo prima di tornare a dove eravamo pre-pandemia.

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Roncadin dà il via all’esportazione negli USA delle pizze surgelate con carne

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 luglio 2021

Sono partiti pochi giorni fa dallo stabilimento di Meduno (PN) i primi container Roncadin contenenti pizze surgelate farcite con prodotti a base di carne destinate al mercato statunitense. Per l’azienda alimentare friulana, che da sempre punta su alta qualità, materie prime italiane e filiera corta, è un traguardo importante, giunto al termine del lungo iter necessario per poter esportare negli USA prodotti compositi con carne conformi ai severi standard dettati dalla FDA – Food and Drug Administration. Le aziende italiane autorizzate all’export di questo tipo di prodotti sono elencate nell’apposito registro del Ministero della Salute, che ispeziona gli stabilimenti di produzione attraverso i servizi veterinari regionali e provinciali. «L’autorizzazione ottenuta – commenta l’amministratore delegato Dario Roncadin – è frutto di un lavoro durato due anni che ha coinvolto non solo noi ma anche i nostri fornitori abituali, che hanno compreso come la certificazione fosse una grande opportunità per tutti e l’hanno ottenuta in sinergia con Roncadin. Inoltre gli esperti del Servizio Veterinario della Provincia di Pordenone ci hanno supportato e fornito tutte le indicazioni e le osservazioni necessarie ad adeguare i nostri processi produttivi agli standard sanitari richiesti. Li ringraziamo per l’alta professionalità e la costanza nel percorso».Roncadin produce pizze per il mercato americano dal 2016, ma finora si trattava solo di prodotti farciti con formaggi e verdure, biologiche e non. Grazie all’autorizzazione appena ottenuta per i prodotti compositi con carne, Roncadin si avvia a fare degli USA uno dei propri mercati principali, per un fatturato stimato di 50 milioni di dollari annui.

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Salvaguardia della figura di Cristoforo Colombo e del Columbus Day in USA

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 giugno 2021

“Dopo una lunga battaglia che ho portato avanti con determinazione il Parlamento italiano ha approvato, quasi all’unanimità, la mozione a mia prima firma sulla salvaguardia della figura di Cristoforo Colombo e del Columbus Day in USA, nella quale si impegna il Governo ad una azione diplomatica verso gli Stati Uniti per tutelare la nostra identità culturale di cui Colombo e’ simbolo.Ringrazio sentitamente tutti i Colleghi che hanno sostenuto la mia iniziativa e tutte le associazioni italoamericane, oltre che i singoli, che si sono prodigate per difendere il Columbus Day e le statue di Colombo dalla rimozione.L’America e’ libera e forte anche grazie al contributo degli italiani e questo non si può rimuovere dalla storia!” Lo ha dichiarato l’on. Fucsia Fitzgerald Nissoli, deputata di Forza Italia eletta in Nord e Centro America.

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