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Quotidiano di informazione – Anno 35 n°33

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PGIM Real Estate: Outlook USA, non è il caso di sedersi in panchina

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 febbraio 2023

A cura di Catherine Marcus, Global Chief Operating Officer and Head of US Equity, PGIM Real Estate. L’anno scorso il cambiamento del sentiment nei confronti del settore immobiliare commerciale statunitense è stato straordinariamente rapido. Le proiezioni sulla domanda di locatari e investitori che sembravano realistiche in primavera sono state vanificate da una malsana combinazione di tassi d’interesse in rapido aumento e di un’economia in rapida decelerazione. I rendimenti hanno virato in negativo nell’ultima metà del 2022, ma rispetto ad altre asset class, l’immobiliare si è dimostrato resiliente, con rendimenti totali positivi per l’intero anno. Ad alcuni, questa relativa resilienza sta creando difficoltà nelle decisioni di asset allocation. I mercati del reddito fisso e dell’azionario hanno già subito una forte contrazione, il che significa che i modelli di asset allocation che in precedenza sembravano ben diversificati sono improvvisamente sbilanciati perché il valore delle partecipazioni obbligazionarie e azionarie è diminuito, mentre le partecipazioni immobiliari hanno resistito su base relativa. Ma i segnali di un mercato in rallentamento sono chiari: i prezzi hanno iniziato a scendere e i tassi di capitalizzazione delle transazioni sono in salita. La crisi economica pone due sfide imminenti agli investitori immobiliari. In primo luogo, il real estate potrebbe aver iniziato la correzione, ma ulteriori perdite di valore sono imminenti. Gli asset con flussi di reddito piatti sono stati i più suscettibili alle perdite di valutazione in questo contesto di tassi in aumento, in particolare nei settori con i tassi di capitalizzazione più bassi. Siamo lontani dalla fine di questo ciclo di rialzo dei tassi, quindi non sorprende che la maggior parte del repricing abbia riguardato le valutazioni di asset con lunghi termini di locazione.La seconda sfida riguarda le tipologie di immobili che si basano su spese non discrezionali, che subiranno una contrazione con il rallentamento dell’economia. Il settore industriale, per esempio, si trova ad affrontare: una rotazione simultanea verso i beni (per i quali molti consumatori hanno fatto grandi spese negli ultimi due anni), la pressione dell’aumento dei tassi e dei costi di finanziamento e un temporaneo calo delle quote dell’e-commerce nelle vendite al dettaglio. Con l’inversione di tendenza dell’economia, gli investitori con un portafoglio ampiamente diversificato che non dipende da un particolare fattore di crescita, come la spesa per i consumi, potranno trarre vantaggio su base relativa.Queste sfide iniziano a manifestarsi solo ora, in parte perché le transazioni sono così poche. Durante i periodi di incertezza i mercati immobiliari faticano sempre a trovare un equilibrio sui prezzi perché nessuno vuole comprare o vendere. La risposta di molti investitori immobiliari è stata quella di una pausa, mettendo in panchina nuove acquisizioni o sviluppi.Ma non è questo l’approccio che noi stiamo adottando. Al contrario, vediamo le attuali condizioni di mercato come un’opportunità. Negli ultimi anni la concorrenza per gli asset e le location di migliore qualità è stata intensa. Ora è molto più facile accedere a questi asset, e farlo a condizioni più favorevoli per i nostri clienti sottostanti.Allo stesso tempo, il livello di impegno del capitale è ora molto più elevato di prima. La selezione delle asset class, dei titoli e dei mercati sarà ancora più fondamentale. Negli ultimi anni alcuni investitori immobiliari hanno preso l’abitudine di acquistare tendenze, temi o storie generiche. Questo non era sufficiente allora e non lo sarà di certo in futuro. Gli investitori devono essere rigorosi nella selezione legata ai fattori strutturali di crescita che daranno risultati nel lungo periodo. Disciplina e controllo saranno le parole d’ordine per gli investimenti immobiliari nei prossimi due o tre anni. Ma le opportunità ci sono. Non è il caso di sedersi in panchina. (abstract)

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Capital Group: Prospettive dei mercati USA per il 2023

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 gennaio 2023

By Jared Franz, Economista di Capital Group. L’economia statunitense, pur essendo più forte della maggior parte degli altri paesi sviluppati, sembra puntare dritta verso la recessione, gravata da un’inflazione elevata e dall’aumento dei tassi d’interesse. Nel 2023, ci aspettiamo una contrazione dell’economia USA nell’ordine del 2%. Sarebbe peggio della bolla tecnologica e delle telecomunicazioni dei primi anni 2000, ma non così grave quanto la crisi finanziaria del 2008-2009. La cosa importante da ricordare è che le recessioni sono inevitabili e necessarie per eliminare gli eccessi di mercato; inoltre, hanno sempre posto le basi per una crescita futura. Ecco cinque temi d’investimento da considerare per questo nuovo anno. 1. Le azioni torneranno verosimilmente a crescere prima dell’economia Ogni recessione è dolorosa a modo suo, ma il lato relativamente positivo è che storicamente non sono durate molto a lungo. Dalla nostra analisi di 11 cicli statunitensi a partire dal 1950 emerge che le recessioni sono durate da due a 18 mesi, con una durata media di circa 10 mesi.Inoltre, i mercati azionari tendono generalmente a riprendersi prima della fine della recessione. In questo ciclo, le azioni hanno già trascinato l’economia verso il basso. Ma come insegna la storia, potrebbero rimbalzare con circa sei mesi di anticipo rispetto all’economia in generale. 2. I dividendi contano di nuovo. Con i tassi in aumento e il rallentamento dell’economia, stiamo riscontrando molte opportunità di investimento in società che corrispondono dividendi solidi. E i dividendi stanno iniziando a rappresentare una quota sempre maggiore dei rendimenti totali, come hanno fatto storicamente.Quando si prevede una crescita a una cifra, i dividendi possono offrire un vantaggio. E possono anche essere una fonte di protezione dai ribassi quando la volatilità aumenta, ma è essenziale comprenderne la sostenibilità.3. Una nuova leadership di mercato Spesso alla fine di un ciclo ribassista, emerge una nuova leadership di mercato. Con il costo del capitale alle stelle, le aziende con flussi di cassa forti e affidabili occupano una posizione privilegiata per guidare la prossima ripresa. Si pensi al settore sanitario, che comprende aziende farmaceutiche innovative ben capitalizzate e dotate di un buon potere di determinazione dei prezzi. Alcuni produttori di farmaci possono utilizzare la redditività a breve termine per finanziare acquisizioni e altre strategie di espansione. 4. Gli investimenti per la crescita dipendono anche dagli utili Oggi lo stile growth ha subito un repricing a causa del maggior costo del capitale. Il successo di un investimento in titoli orientati alla crescita può dipendere meno dall’espansione dei multipli e più dalla crescita degli utili.I colossi tecnologici consolidati, con flussi di cassa visibili, generati ad esempio dalle offerte software legacy, insieme a un’offerta che si espande sempre più rapidamente, come nel caso di una piattaforma cloud, potrebbero dominare il mercato nel prossimo ciclo di rialzo. In prospettiva futura, però, gli investitori si concentreranno più sulla redditività e saranno meno tolleranti nei confronti delle aziende in rapida espansione, ma con una crescita degli utili minima o nulla. 5. Prepararsi per una potenziale rinascita industriale Oltre ai settori sanitario e tecnologico, a guidare la nuova crescita potrebbero essere anche segmenti inaspettati, come le società di beni strumentali. Si prevede che un superciclo di investimenti di capitale possa innescare una rinascita industriale grazie al reshoring delle catene di fornitura, all’ammodernamento delle reti e agli investimenti nelle energie rinnovabili, che stimolano la domanda di spesa per i beni strumentali.Pensiamo che il risultato dell’Inflation Reduction Act, che stanzia miliardi di dollari per gli investimenti in infrastrutture per le energie rinnovabili, possa essere una rinascita delle aziende industriali tradizionali che riforniscono il settore delle rinnovabili.Questi miliardi di dollari di spesa riflettono anche un potenziale di crescita dei ricavi per i leader dei beni strumentali come Rockwell Automation, per gli sviluppatori di batterie e accumulatori di energia come Lockheed Martin e Tesla e per i fornitori di attrezzature per l’industria energetica e mineraria come Caterpillar e Baker Hughes.Questo ciclo di investimenti può avere benefici più ampi per l’industria manifatturiera statunitense, in quanto costi energetici notevolmente inferiori nel lungo periodo possono assicurare ai produttori americani un vantaggio competitivo. Il ‘Made in the USA’ tonerà ad essere sinonimo di crescita. (abstract by http://www.verinieassociati.com)

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PIMCO: Previsioni economiche per gli USA

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 gennaio 2023

A cura di Tiffany Wilding, North American Economist e Allison Boxer, Economist di PIMCO – Ci aspettiamo che la pubblicazione anticipata del dato sul PIL relativo al 4° trimestre confermerà che l’economia statunitense ha chiuso l’anno con una nota positiva. In attesa degli ultimi dati di rilievo, ci aspettiamo una crescita del PIL reale del 2,5% trimestre su trimestre (q/q) a tasso annuo destagionalizzato (saar). – A dicembre l’inflazione core della spesa per i consumi personali (PCE, Personal Consumption spending) dovrebbe aumentare dello 0,35% mese su mese (m/m), il che aiuterebbe il tasso annuale (a/a) a ridursi al 4,5%, una notizia gradita ai funzionari della Fed in vista della prossima riunione del Federal Open Market Committee (FOMC). Il rapporto sulle entrate e le uscite mostrerà probabilmente un altro mese debole per la spesa reale, dato che l’inflazione più contenuta sembra aver coinciso con un volume di spesa più contenuto. Prevediamo che la spesa reale sia scesa del -0,35% m/m a dicembre, in un contesto di crescita complessiva dei consumi reali nel 4° trimestre intorno al 2,8% trimestre su trimestre a tasso annuo destagionalizzato.

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Inflazione USA al 6,5% leggermente sotto le aspettative

Posted by fidest press agency su sabato, 14 gennaio 2023

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Il dato USA sull’inflazione (CPI) di dicembre si è attestato al 6,5%, leggermente inferiore alle previsioni del 6,6%, mentre l’inflazione core è scesa al 5,7%, in linea con le aspettative dei mercati. La Federal Reserve si sentirà rassicurata dal fatto che i suoi rialzi dei tassi stanno avendo, finora, l’effetto desiderato, dato che l’inflazione statunitense è in calo per il sesto mese consecutivo, attestandosi al livello più basso in più di un anno. L’inflazione di oggi, insieme ai dati sui salari non agricoli della scorsa settimana, farà sì che la Fed riconsideri il ritmo dei rialzi dei tassi, visto che si riunirà tra poche settimane. La pubblicazione fa aumentare le probabilità di un aumento dei tassi dello 0,25% all’inizio del mese prossimo, un ulteriore passo indietro rispetto al precedente aumento dello 0,50%. Allo stesso tempo, le richieste iniziali di disoccupazione e quelle continue sono risultate entrambe inferiori alle aspettative, indicando un mercato del lavoro statunitense ancora solido. I dati sui salari saranno probabilmente al centro dell’attenzione della Fed in futuro, in quanto diventeranno sempre più importanti per determinare l’entità e la velocità del calo dell’inflazione al consumo.

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PIMCO: Commento al rapporto sull’inflazione US

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 gennaio 2023

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A cura di Tiffany Wilding, North American Economist di PIMCO Dopo due dati sull’inflazione inaspettatamente moderati, l’aspetto sorprendente del rapporto di dicembre è la vicinanza al consenso. I prezzi core sono aumentati dello 0,3% e il tasso anno su anno (a/a) è sceso al 5,7%. Come previsto, anche il dato principale è diminuito dello 0,1% mese su mese e il tasso a/a è sceso al 6,5% rispetto al picco del 9% raggiunto a metà del 2022. Ci sono state alcune modeste sorprese qua e là nei dettagli, ma nulla che abbia cambiato le nostre previsioni a breve termine, e ci aspettiamo ancora che l’inflazione core dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) chiuda l’anno intorno al 3,3%.Come previsto, i prezzi dei beni di base continuano a contribuire alla decelerazione complessiva, mentre l’inflazione dei servizi rimane stabile. Il rapporto odierno dovrebbe essere sufficiente per indurre la Fed a ridurre l’andamento dei rialzi dei tassi a 25 punti base (pb) nella riunione di inizio febbraio, dopo l’aumento di 50 bps nella riunione di dicembre (il presidente della banca regionale Harker ha dichiarato questa mattina che rialzi di 25 pb saranno appropriati d’ora in avanti). Dal nostro punto di vista, i dati sull’inflazione e sul mercato del lavoro si modereranno/indeboliranno a sufficienza da spingere la Fed a fare una pausa prima della riunione di maggio e riteniamo che il rapporto di oggi sia coerente con questa visione. Ciononostante, i funzionari della Fed sembrano prevedere rialzi fino a maggio per portare il tasso sui Fed Funds appena sopra il 5%.

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PIMCO: Rapporto inflazione USA

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2022

By Tiffany Wilding, North American Economist di PIMCO In sintesi: Il rapporto sull’indice dei prezzi al consumo (CPI), più contenuto del previsto, allevia la pressione sulla Fed e aumenta la nostra fiducia nel fatto che il tasso sui Fed Funds venga portato a circa il 5% (o poco sotto) prima che venga fatta una pausa a marzo. I dati di oggi sollevano anche interrogativi sulla misura in cui le previsioni del percorso dei tassi incluse nella SEP (sintesi delle proiezioni economiche) aumenteranno nel 2023, quando le nuove proiezioni saranno pubblicate domani insieme alla dichiarazione del FOMC. Avevamo indicato che la previsione media per il 2023 sarebbe salita a poco meno del 5% (un aumento di 25 pb), ma questo rapporto accresce i rischi al ribasso di una tale prospettiva. A dire il vero, il rapporto di oggi non è stato tutto rose e fiori. Sebbene la tanto attesa moderazione nelle categorie dei beni sia finalmente in atto, l’andamento dell’inflazione di fondo appare ancora incoerente con l’obiettivo della Fed (cioè le categorie più “viscose” sono rimaste tali). Tuttavia, la decelerazione dell’inflazione complessiva, che attenua il rischio di un aumento delle aspettative di inflazione, unita alla nostra opinione che anche il mercato del lavoro si stia indebolendo, rafforza la nostra aspettativa che la Fed probabilmente opterà per una pausa all’inizio del 2023 e che la prossima mossa sarà probabilmente una riduzione. Dopo il rapporto odierno e la mancanza di evidenze di un sostegno temporaneo ai listini legato all’uragano, abbiamo ridimensionato le nostre previsioni di inflazione per il quarto trimestre 2022 e il primo del prossimo anno, riducendo così le nostre previsioni per la fine del 2023. Prevediamo ora che l’inflazione core CPI si attesti al 3,3% su base annua (a/a) nel 2023 rispetto al 3,7% precedente. Ciò ha ridotto anche la nostra previsione di inflazione core PCE al 2,8% annuo per l’anno 2023, anche se non di molto, dato che i prezzi delle auto usate sono considerati in modo diverso nell’indice PCE.

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FLASH BCE: Lagarde dura sul sentiero di rialzo tassi mentre negli Usa rallentano i consumi

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 dicembre 2022

A cura di Antonio Cesarano, Chief Global Strategist, Intermonte. L’atteggiamento molto duro della Lagarde può essere sintetizzato da questa sua frase: “We have more ground to cover, we have to go longer, and we are in this long game.” Le parole della Lagarde sono arrivate contestualmente a dati sulle vendite al dettaglio Us di novembre che hanno segnalato un marcato rallentamento con quasi tutte le voci di spesa in calo. La reazione dei mercati è stata evidente: terminal rate portato in area 3,25% e riduzione marcata del differenziale tasso (al minimo dal 2020 sul comparto 10y) che ha contribuito al rafforzamento dell’euro. La partenza del QT a marzo con un importo superiore al minimo ipotizzato dal consenso (15 vs 10 Mld€) ha contribuito a riportare lo spread sopra i 200pb.In prospettiva: la BCE oggi ha dato l’impressione di voler sganciarsi dalla Fed che di fatto ha marcato stretto negli ultimi mesi, la BCE potrebbe implementare manovre restrittive anche dopo lo stop della Fed, ossia presumibilmente dopo febbraio, di fronte ad un’inflazione euro molto più difficile da domare a causa della componente energetica. Tale atteggiamento potrebbe portare a fasi di maggiore turbolenza in area euro tra primo e secondo trimestre rispetto agli Usa, in vista di un potenziale impatto al rialzo sulle commodity che potrebbe arrivare dalle: riaperture cinesi con il nuovo anno lunare ritorno degli acquisti di gas naturale da parte della Ue. Ovviamente il tutto salvo notizie più favorevoli sul fronte forniture di gas russo in termini di quantità e prezzo Successivamente bond ed equity potrebbero registrare un progressivo miglioramento con l’avvicinarsi della recessione Usa nella seconda parte del 2023, che potrebbe portare ad un rallentamento delle politiche restrittive prima da parte della Fed e solo successivamente da parte della BCE. Lo staff della BCE ha aggiornato anche le previsioni per i prossimi tre anni, con la prima volta della comparsa di stime per il 2025 Per la prima volta le previsioni coprono il 2025 con il tasso di inflazione atteso al 2,3%, ossia ancora sopra il target Nel comunicato si fa riferimento al fatto che una possibile recessione potrebbe essere breve e poco profonda. La Lagarde ha sottolineato che le pressioni al rialzo sui salari si stanno intensificando in presenza di un mercato del lavoro forte Sul tema inflazione la Lagarde ha preannunciato un calo a dicembre seguito però da un’accelerazione a gennaio/febbraio, a causa del fatto che ad inizio anno si amplifica la trasmissione a valle del caro energia.

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Cosa attendersi da un Governo USA spaccato?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 novembre 2022

Un Congresso degli Stati Uniti diviso nel 2023 limiterà probabilmente la politica fiscale, ma potrebbe essere positivo per i mercati azionari. A cura di Libby Cantrill, Managing Director, Public Policy di PIMCO.Vediamo quattro implicazioni principali: Un congelamento totale dell’agenda legislativa del Presidente Biden. Forse l’aspetto più importante per i mercati è che tutti gli aumenti delle tasse sono stati ritirati dal tavolo, sia per quanto riguarda le persone fisiche (ad esempio, aumenti della tassazione sulle plusvalenze) sia per quanto riguarda le imprese (ad esempio, una tassa sugli extra-profitti). Ciò suggerisce anche che il prossimo punto di inflessione per le tasse sarà il 2025, quando le riduzioni fiscali di Trump scadranno. Più vigilanza. I repubblicani alla Camera eserciteranno i propri poteri di controllo su questioni che vanno dalla politica energetica dell’amministrazione Biden al suo approccio nei confronti della Cina (che, in alcuni ambienti, è considerato non sufficientemente aggressivo) alla molteplicità di norme proposte dalla Securities and Exchange Commission. La vigilanza sarà probabilmente più simbolica che sostanziale – dopo tutto, in assenza di un controllo a prova di veto su entrambe le camere del Congresso, i repubblicani possono fare ben poco per modificare le politiche. Tuttavia, una maggiore vigilanza può generalmente rallentare gli ingranaggi normativi e rendere più complicato il lavoro della Casa Bianca. Sebbene anche la Federal Reserve sarà probabilmente oggetto di vigilanza – da ambo i partiti – dubitiamo che la Fed sarà influenzata da qualsiasi pressione politica finalizzata a cambiare il suo apparentemente unico obiettivo di combattere l’inflazione.Altre lotte fiscali. È qui che la sottile maggioranza dei repubblicani alla Camera potrebbe entrare in gioco ed essere potenzialmente una fonte di volatilità del mercato il prossimo anno. Meno sostegno fiscale. Sebbene continuiamo a ritenere che ci sarà un sostegno bipartisan per la prosecuzione degli aiuti all’Ucraina e per il bilancio della difesa, crediamo anche che in generale sarà fissata una soglia più alta prima di fornire un più ampio sostegno fiscale anticiclico, anche qualora l’economia dovesse rallentare. L’economia statunitense ha già subito una significativa contrazione fiscale nel 2022, in virtù della scadenza di molti programmi di aiuti statali legati al COVID; per l’anno prossimo possiamo aspettarci un’ulteriore contrazione, per la quale è improbabile che un Congresso diviso faccia qualcosa. In altre parole, così come una “Fed put” è stata scartata, anche una “fiscal put” è stata di fatto eliminata, almeno fino a quando non sarà al potere un nuovo Congresso nel 2025. Pur prevedendo una situazione di stallo nel prossimo Congresso, vediamo alcune aree di potenziale compromesso. Tra queste, la legislazione che potrebbe chiarire meglio l’attività di sorveglianza sulle criptovalute – un’esigenza ancora più urgente alla luce dei recenti problemi legati agli exchange di criptovalute – e l’approccio sulle autorizzazioni energetiche che potrebbe accelerare i progetti di energia tradizionale e rinnovabile. Anche se il passato non è certo indicativo del futuro, i mercati azionari tendono storicamente a fare bene negli anni in cui il governo è diviso. In effetti, negli anni precedenti in cui la composizione del potere a Washington era simile, ossia Camera repubblicana, Senato democratico e Casa Bianca democratica, il mercato azionario ha registrato un rendimento medio del 13,6% (secondo i dati dell’S&P 500), un rendimento medio superiore a quello di quasi tutte le altre composizioni al potere. Naturalmente, il 2023 potrebbe evolversi molto diversamente rispetto ai precedenti storici, data l’inflazione vischiosa, il rischio di recessione e la guerra in Ucraina.

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Capital Group: Le azioni non statunitensi possono contrastare la forza del dollaro USA?

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 novembre 2022

Steve Caruthers, Specialista degli investimenti azionari di Capital Group. Non si può negare che l’inarrestabile rialzo del dollaro USA abbia rappresentato una sfida per gli investitori in azioni non statunitensi. L’effetto della conversione valutaria (ovvero perdite e guadagni derivanti dalla conversione dei rendimenti d’investimento non statunitensi in dollari USA) ha influenzato negativamente i risultati del portafoglio azionario globale. Le oscillazioni valutarie possono interessare gli investitori sotto due aspetti. Oltre agli effetti della conversione a livello di portafoglio, le società all’interno di un portafoglio possono subire impatti commerciali. Tuttavia, un dollaro forte non sempre rappresenta una notizia negativa per le società non statunitensi. Nell’economia globale odierna, è comune per le società multinazionali avere fonti di reddito diverse in termini geografici, nonché centri di produzione e fornitori dislocati in tutto il mondo. Ad esempio, al 14 settembre 2022, le società dell’S&P 500 Index generano circa il 40% dei loro ricavi da Paesi al di fuori degli Stati Uniti. Quando il dollaro è forte, questa dinamica può mettere sotto pressione i profitti di tali società, dato che il denaro proveniente dall’estero non ha lo stesso valore di quando il dollaro è debole.L’inverso può avvenire anche per le società non statunitensi. Diversi settori del MSCI Europe Index, ad esempio, generano ingenti ricavi in dollari USA. Tra i settori che potrebbero di norma beneficiare di un’ampia dispersione tra il dollaro USA e le altre valute figurano quelli automobilistico, dell’elettronica, dei costruttori navali, dei macchinari, aerospaziale e difesa, e dei beni di lusso.Ci sono diversi fattori concorrenti che possono determinare i profitti al di là delle oscillazioni valutarie, e molte società coprono le loro esposizioni valutarie per proteggere i loro bilanci da oscillazioni inaspettate. Tuttavia, ci sono numerosi esempi di società non statunitensi che indicano il dollaro forte come vantaggioso per i loro profitti quest’anno.Una di queste è la società aerospaziale britannica BAE, che realizza circa il 47% dei suoi ricavi in dollari. Durante l’ultima teleconferenza sugli utili di BAE, i dirigenti hanno spiegato che “se l’attuale tasso (di cambio) del dollaro dovesse persistere per tutto l’anno, si registrerà un beneficio significativo per i risultati riportati”. Se la sterlina dovesse indebolirsi di altri 10 centesimi rispetto al dollaro, la società stima che le sue previsioni sugli utili al lordo di interessi e imposte (EBIT) potrebbero essere riviste al rialzo fino al 10%.Il gigante dei beni di consumo discrezionali francese LVMH, che possiede Louis Vuitton, produttore di beni di lusso, fornisce un’altra illustrazione convincente dell’impatto positivo che un dollaro forte può avere sulle società non statunitensi. In una recente presentazione per gli azionisti, LVMH (i cui ricavi sono per il 27% circa in dollari) ha osservato che gli effetti valutari hanno incrementato i suoi profitti di oltre 400 milioni di euro nel primo semestre 2022. L’impatto valutario da solo ha rappresentato circa il 19% del miglioramento del risultato operativo su base annua.Anche il produttore di medicinali francese Sanofi ha beneficiato del dollaro forte. Ha riferito che gli effetti valutari hanno aumentato le sue vendite di quasi 1 miliardo di euro nel primo semestre del 2022 e hanno incrementato i suoi utili per azione di 0,19 euro. Il dollaro è in aumento per una buona ragione e potrebbe non aver ancora raggiunto il suo picco. L’economia statunitense è più forte di quella degli altri principali Paesi e la Federal Reserve statunitense sta attuando una stretta aggressiva per attenuare l’impatto delle pressioni inflazionistiche. Una gestione attiva può aiutare a individuare quali società potrebbero trarre vantaggio da un dollaro forte. Le forti oscillazioni valutarie di quest’anno stanno favorendo alcune società, ma le ripercussioni dell’apprezzamento del dollaro possono essere molto diverse. A nostro avviso, la ricerca è fondamentale per valutare i probabili effetti delle valute sulle prospettive di una determinata impresa e sul potenziale di rendimento dei suoi titoli. (abstract by http://www.verinieassociati.com)

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I mercati hanno festeggiato sulla scia del dato sull’inflazione Usa

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 novembre 2022

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Milano. La scorsa settimana i mercati finanziari hanno festeggiato una delle giornate migliori degli ultimi tempi grazie al dato sull’inflazione negli Stati Uniti, che sembra confermare una graduale normalizzazione della crescita dei prezzi. L’inflazione di ottobre si è attestata al 7,7%, sorprendendo in positivo rispetto alle previsioni degli economisti. Ciò ha provocato un forte rialzo di obbligazioni e azioni, mentre il dollaro si è indebolito. L’inflazione statunitense si è dimostrata negli ultimi mesi più resistente di quanto molti si aspettassero, anche quando altri indicatori economici avrebbero fatto presagire un rallentamento. Il rallentamento dell’inflazione a settembre era stato meno significativo del previsto e, per questo, la banca centrale statunitense aveva adottato una retorica più aggressiva che ha influito negativamente sui valori azionari. I mercati sembrano ritenere che questo rallentamento dell’inflazione possa indurre la banca centrale statunitense ad adottare un tasso di riferimento più espansivo del previsto. Potrebbe essere un’ipotesi un po’ prematura, perché stiamo guardando a un singolo dato che non fa ancora tendenza e la strada per raggiungere il 2% di inflazione è ancora lunga. Ma dopo alcuni mesi di delusione sul fronte dell’inflazione, è rassicurante vedere qualche progresso. Questa situazione in miglioramento potrebbe spingere a incrementare il peso degli asset rischiosi in portafoglio, avvantaggiandosi delle valutazioni, ma nella gestione complessiva di un portafoglio di investimento non bisogna sottovalutare alcuni rischi che, se si materializzassero, potrebbero influenzare negativamente la situazione. La crisi energetica rischia di peggiorare ulteriormente e potrebbe scatenare una crisi di liquidità per le aziende energetiche europee, mettendo in crisi il sistema economico dell’area geografica e certamente peggiorando le attese recessive per l’economia globale in generale. Negli ultimi mesi, infatti, la volatilità dei prezzi delle materie prime ha messo in luce la fragilità dei bilanci delle aziende energetiche, che devono correre al riparo dal cambiamento dei prezzi in futuro. Per fare ciò, le aziende utilizzano una quantità significativa di strumenti derivati che richiedono un collaterale, cioè una quantità di cash (o simile) che garantisca che siano in grado di pagare la controparte nel caso in cui la posizione derivata vada in perdita.Per dare un’idea della dimensione del problema, la Svezia ha proposto una linea di credito da 23 miliardi per le proprie aziende energetiche. Per il momento la situazione sembra gestibile, sia perché i prezzi delle materie prime si sono parzialmente normalizzati, sia perché i regolatori si sono dichiarati pronti a intervenire a supporto. Tuttavia, se la situazione geopolitica dovesse peggiorare o se la riapertura della Cina fosse più marcata delle attese, mettendo pressione sui prezzi delle risorse energetiche, le prospettive per l’economia europea sarebbero molto poco rosee. La Cina rimane in una situazione molto complicata. Nonostante l’allentamento di alcune misure anti-Covid, la seconda economia del mondo sembra più fragile che mai. Il mercato immobiliare continua a tentennare a causa di una nuova, preoccupante, tendenza dei consumatori cinesi che continuano a bloccare i pagamenti per le nuove costruzioni. La situazione geopolitica globale rimane l’incognita principale. Anzitutto, Putin potrebbe dare seguito alle sue minacce e testare armi tattiche nucleari, causando un’escalation poco prevedibile e un possibile conflitto con la Nato. Dall’altro lato abbiamo Xi Jinping, che ha ottenuto il terzo mandato a capo della Segreteria Generale del Partito Comunista. Un evento storico, data la longevità del potere di Xi, che è in carica dal 2012 e continuerà ad esserlo per i prossimi 5 anni. Un mandato che porta con sé diverse sfide: economiche (sfide di crescita ben al di sotto della media cinese), politiche (il suo terzo mandato potrebbe generare instabilità nel lungo periodo) e geopolitiche. Durante il Congresso il leader ha infatti ribadito la sua volontà di annettere Taiwan entro il 2024, facendo aumentare, di conseguenza, le paure di un conflitto aperto sull’isola. Gli Stati Uniti potrebbero intervenire in caso di invasione, con effetti chiaramente catastrofici per l’economia globale. (abstract by http://www.moneyfarm.com)

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GAM: Inflazione in calo negli USA, siamo di fronte alla svolta sui mercati?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 novembre 2022

A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR. L’inflazione di ottobre negli Stati Uniti ha registrato l’incremento di 7,7%, il quarto calo consecutivo e la rilevazione più bassa degli ultimi dodici mesi, molto al di sotto della rilevazione di settembre (8,2%) e delle attese (8%). Si corrobora il convincimento che ci si allontani dal picco di 9,1% toccato in giugno. Anche il dato dell’inflazione “core” ha sorpreso positivamente, l’aumento dei prezzi, al netto di alimentari ed energia, è aumentato del 6,3% su base annua, sotto le attese di 6,5% e del 6,6% del mese precedente. I mercati hanno reagito immediatamente, l’indice S&P 500 è cresciuto del 5,5%, il Nasdaq Composite ha chiuso a 7,4%, la miglior giornata negli ultimi due anni e mezzo. Stessa storia nelle obbligazioni, il Treasury a due anni è sceso di 25 punti base a 4,3%, il titolo decennale è sceso di 27 punti base a 3,8%, il calo più netto dal marzo 2020.Ha reagito anche il dollaro, subito dopo la pubblicazione del dato è sceso del 2,3% rispetto al paniere delle sei valute (indice DXY: euro, yen, sterlina, dollaro canadese, corona svedese, franco svizzero). L’idea che si fa strada è, ovviamente, che il rallentamento dell’inflazione rallenti anche l’azione restrittiva della Federal Reserve. Da oltre il 5%, il tasso obiettivo della Fed scontato dai mercati è tornato a 4,8% atteso nel primo trimestre del 2023.I mercati sembrano cancellare i rischi dell’inflazione al rialzo ma una rilevazione non basta per annunciare il “liberi tutti”. È altrettanto vero che nei mercati “cova la voglia di ripartenza” e il ritracciamento dell’inflazione è la precondizione per tutto il resto. Ancora poche settimane fa il mercato era nel bel mezzo del sell-off globale, tra marzo e settembre i rendimenti del decennale sono cresciuti del 2,2%, violenta reazione del mercato allo scenario di alti prezzi dell’energia, alta inflazione, tassi in aumento e rallentamento economico.L’esperienza del crollo e del rapido recupero dei listini nelle drammatiche settimane tra febbraio e marzo 2020 dovrebbe aver insegnato che quando si verificano ampi e bruschi movimenti di mercato in periodi di tempo brevi, qualcosa prima o poi si rompe e il paradigma cambia. Il rischio maggiore è quello dell’entusiasmo, di scommettere troppo e troppo presto sull’ipotesi della sostenibilità della svolta, è l’errore commesso a luglio.Se guardiamo al “momentum” dell’inflazione piuttosto che al dato anno su anno, come ha invitato a fare lo stesso Powell, smussiamo volatilità e stagionalità: la metrica del “momentum” mostra che il livello obiettivo del 2% è ancora lontano (nessuna sorpresa ovviamente) ma il rallentamento è fuori dubbio.La decongestione delle catene della fornitura allenta le pressioni sui prezzi, l’Indice Global Supply Chain della Fed di New York sta rientrando dai picchi di metà anno, i rischi non sono finiti ma le rilevazioni vanno nella direzione giusta. Non sappiamo se la svolta sia davvero dietro l’angolo, sappiamo però che diversificazione e orizzonte temporale hanno sempre premiato la pazienza e che sono gli strumenti più efficaci per scansare il rischio della compiacenza, dell’ottimismo negligente.Sull’altro piatto della bilancia, il rischio che l’eccesso di ottimismo induca la banca centrale a procedere lentamente, alimentando così le aspettative di inflazione e rendendo necessari interventi ancora più restrittivi. La Federal Reserve non smetterà di alzare i tassi ma ai mercati importa soprattutto vederne la fine.Vale la pena tornare a guardare al reddito fisso nell’ultima parte di un anno che per l’asset class è stato il peggiore degli ultimi decenni. Nei mesi scorsi il massiccio deflusso dei capitali si è orientato verso il rischio azionario e la liquidità. Le pessime performance delle obbligazioni e la delusione degli investitori sono la parte sgradevole di un anno complesso, ma queste stesse obbligazioni si presentano ora con la promessa dei rendimenti più interessanti degli ultimi anni. Il dollaro è il canarino nella miniera che segnalerà il ritorno del favore anche al debito emergente. La forza del biglietto verde e l’aumento dei tassi sono stati tra i maggiori ostacoli a una classe di attivo che offre rendimenti reali elevati e valutazioni a buon mercato, un luogo dell’investimento in cui varrà la pena posizionarsi.

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PIMCO: In attesa del dato sull’inflazione USA

Posted by fidest press agency su martedì, 8 novembre 2022

A cura di Tiffany Wilding, North American Economist e Allison Boxer, Economist di PIMCO. Ancora una volta tutti gli occhi saranno puntati sul dato dell’inflazione negli Stati Uniti (IPC). Riteniamo che l’IPC core aumenterà dello 0,45% mese su mese (m/m), un dato moderatamente meno negativo rispetto al ritmo dello 0,6% mese su mese registrato a settembre, e che aumenta il rischio di una sorpresa al ribasso rispetto al consenso (0,5% m/m). In questo modo, l’IPC core scenderebbe al 6,5% su base annua. Riteniamo che i fattori di spinta saranno simili a quelli dell’ultima volta, con l’attenzione rivolta ancora all’entità con cui il precedente vigore nei mercati degli affitti si sta tuttora manifestando nelle rilevazioni dell’IPC. Parallelamente, vediamo alcuni motivi a favore di un miglioramento modesto e un maggiore rischio di ribasso rispetto agli ultimi mesi. È importante notare che, anche se vediamo maggiori rischi di ribasso in ottobre, pensiamo che ciò sia dovuto a fattori una tantum che probabilmente faranno marcia indietro nei prossimi mesi. In primo luogo, i servizi sanitari dovrebbero sostenere un dato dell’IPC core complessivo un po’ più modesto a partire da questo mese. Ricordiamo che il Bureau of Labor Statistics utilizza la metodologia degli utili non distribuiti che si avvale di dati pubblicati solo una volta all’anno e con un certo ritardo. L’IPC ha beneficiato della solidità dei margini delle assicurazioni sanitarie dovuta alla scarsità di interventi nel 2020 durante la pandemia, ma ciò si ridurrà a partire da questo rapporto. In secondo luogo, ci aspettiamo un certo rischio di ribasso per i prezzi dei beni al dettaglio a causa di un certo anticipo nelle promozioni per la stagione dello shopping natalizio che ha visto una sorta di versione anticipata del Prime Day di Amazon. Se dovessimo assistere a una maggiore scontistica nel mese di ottobre, questa verrebbe probabilmente compensata da una minore attività promozionale più avanti nel corso della stagione degli acquisti natalizi. In terzo luogo, riteniamo che i prezzi delle auto usate potrebbero indebolirsi anche questo mese. C’è molta più incertezza del solito, data la contrapposizione tra i prezzi all’ingrosso più bassi degli ultimi mesi e la domanda generata dalla distruzione dei veicoli a causa dell’uragano Ian. Sebbene prevediamo per i prossimi mesi un generale rischio di rialzo dell’IPC dovuto all’uragano, pensiamo che sia possibile che gli effetti ritardati dell’indebolimento dei prezzi all’ingrosso continuino a emergere nell’IPC di ottobre. Nel frattempo, si prevede un peggioramento dell’IPC complessiva (consenso al +0,7% m/m contro il precedente 0,4% m/m). Di recente, i prezzi dell’energia sono aumentati e gli indicatori di alta frequenza suggeriscono un andamento dell’inflazione alimentare leggermente migliore, ma ancora allarmante. L’Università del Michigan pubblicherà ugualmente i dati preliminari sulle aspettative di inflazione di novembre, anche se venerdì i mercati sono chiusi negli Stati Uniti per il Veteran’s Day.

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Capital Group: Le elezioni di metà mandato negli USA possono influire sui listini?

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 novembre 2022

Matt Miller, Economista politico di Capital Group. In un anno in cui l’inflazione alle stelle, la guerra in Ucraina e un mercato ribassista hanno dominato i titoli dei giornali, le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti hanno rischiato di complicare ulteriormente le cose. Riteniamo che quelle del 2022 potrebbero essere tra le elezioni di metà mandato più importanti nella storia degli Stati Uniti. Per capirlo, abbiamo analizzato più di 90 anni di dati e abbiamo scoperto che la risposta è sì: i mercati hanno esibito un comportamento diverso durante gli anni delle elezioni di metà mandato. Ecco cinque aspetti utili da considerare per gli investimenti durante questo ciclo politico. 1. Il partito del presidente in genere perde seggi al Congresso. Le elezioni di metà mandato si verificano per l’appunto a metà di un mandato presidenziale e di solito comportano per il partito del presidente un calo dei consensi al Congresso. Nelle ultime 22 elezioni di metà mandato, il partito del presidente ha perso in media 28 seggi alla Camera dei rappresentanti e 4 al Senato. Ci sono stati solo due casi in cui il partito del presidente ha ottenuto seggi in entrambe le Camere. Dal momento che la perdita dei seggi è così usuale, di solito questo viene scontato dai mercati all’inizio dell’anno. Ma la portata di uno spostamento del potere politico, e delle seguenti ripercussioni sulle politiche, rimarrà incerta fino a fine anno, il che può spiegare le altre tendenze che abbiamo scoperto. 2. Negli anni di metà mandato, i rendimenti del mercato statunitense tendono ad essere fiacchi fino all’ultimo. La nostra analisi dei rendimenti dell’Indice S&P 500 dal 1931 ha indicato che l’andamento dei titoli durante gli anni delle elezioni di metà mandato varia notevolmente rispetto a tutti gli altri anni. I mercati non amano l’incertezza: un adagio particolarmente calzante in questo caso. All’inizio dell’anno vi sono meno certezze riguardo all’esito e all’impatto delle elezioni, ma i mercati tendono a riprendere quota nelle settimane immediatamente precedenti le votazioni e continuano a salire alla chiusura dei sondaggi. Finora, il 2022 è stato un altro esempio di anno delle elezioni di metà mandato caratterizzato da rendimenti poco brillanti, anche se l’impatto della politica è stato minimo rispetto a quello dell’inflazione e dell’incremento dei tassi d’interesse. L’andamento dei titoli varia notevolmente durante ogni ciclo elettorale e la tendenza generale dei mercati nel lungo termine è positiva. 3. La volatilità è stata più elevata negli anni delle elezioni di metà mandato. Le elezioni possono mettere a dura prova i nervi. I candidati spesso attirano l’attenzione sui problemi del Paese e le campagne elettorali amplificano sistematicamente i messaggi negativi. Le proposte politiche possono essere poco chiare e spesso riguardano industrie o imprese specifiche. Perciò non dovrebbe sorprendere che la volatilità del mercato sia più elevata negli anni delle elezioni di metà mandato, soprattutto nelle settimane precedenti l’Election Day. Dal 1970, gli anni di metà mandato hanno registrato una deviazione standard mediana dei rendimenti di quasi il 16%, rispetto al 13% di tutti gli altri anni. 4. Dopo le elezioni di metà mandato i rendimenti del mercato statunitense in genere sono stati elevati. Il risvolto positivo per gli investitori è che i mercati hanno avuto la tendenza a rimbalzare fortemente nei mesi successivi, e il rilancio spesso iniziato poco prima delle elezioni non è stato un semplice rally a breve termine. Per l’intero anno successivo al ciclo elettorale i rendimenti sono rimasti tipicamente superiori alla media. Dal 1950, i rendimenti medi a un anno dopo le elezioni di metà mandato sono stati del 15%, più del doppio dei rendimenti di tutti gli altri anni su un periodo analogo. Naturalmente ogni ciclo è diverso e le elezioni sono solo uno dei molti fattori che influenzano i rendimenti del mercato. Nel corso del prossimo anno, ad esempio, gli investitori dovranno soppesare anche le ripercussioni di una potenziale recessione negli Stati Uniti. 5. I titoli statunitensi hanno messo a segno buoni risultati indipendentemente dalla composizione dei palazzi del potere di Washington.Non c’è niente di sbagliato nel volere la vittoria del proprio candidato preferito, ma attribuire troppa importanza ai risultati elettorali potrebbe creare problemi agli investitori. Questo perché, storicamente, le elezioni hanno avuto un impatto limitato sui rendimenti degli investimenti a lungo termine.Le elezioni di metà mandato, e la politica nel suo insieme, creano molta confusione e incertezza. Per quanto ogni tornata elettorale alimenti la volatilità, non bisogna lasciarsi spaventare. La verità è che i rendimenti azionari a lungo termine provengono dal valore delle singole società nel tempo. Per investire in modo intelligente è opportuno guardare oltre i massimi e i minimi a breve termine e mantenere invece il focus sul lungo termine. By http://www.verinieassociati.com/

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TCW – Tassi USA: è questo il Pivot di Powell?

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 novembre 2022

A cura di Jamie Patton, Managing Director Fixed Income, TCW. Nel tentativo di riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%, la decisione della Federal Reserve di aumentare nuovamente i tassi di interesse di 75 punti base era stata anticipata dal mercato. Il presidente Powell non vede più la necessità di aumentare i tassi al ritmo che abbiamo visto fino ad ora. Ma questo non indica necessariamente una svolta nella politica. Storicamente il mercato ha chiamato “pivot” un cambiamento nella funzione di reazione o un cambiamento nella politica da restrittiva a neutrale a espansiva. Non abbiamo interpretato nulla di ciò che abbiamo visto e sentito come un cambiamento di politica o di funzione di reazione. Il cambiamento che abbiamo visto riguardava il ritmo degli aumenti dei tassi, ovvero un rallentamento del ritmo dei rialzi, il che è molto diverso da un “pivot dovish”. La Fed ha sottolineato più volte e in molti modi diversi che è ancora impegnata a ridurre l’inflazione e che ha ancora molto lavoro da fare. Storicamente, 75 punti base rappresentano una variazione insolitamente ampia dei tassi. Prima di giugno, la Fed non aveva aumentato i tassi in questo modo dagli anni Novanta. Quindi, rallentare il ritmo dei rialzi dopo quattro rialzi consecutivi di 75 punti base è più una gestione prudente del rischio che un cambiamento di rotta nella lotta all’inflazione.Non è solo il ritmo dei rialzi che conta. È anche il tasso finale, che Powell ha detto sarà “più alto di quanto previsto in precedenza”, una dichiarazione da falco. Inoltre, è importante sapere per quanto tempo la Fed si manterrà al livello terminale e per quanto tempo manterrà i tassi in territorio restrittivo. Su questo fronte non abbiamo ricevuto molte informazioni, probabilmente perché le ipotesi di chiunque sono valide quanto quelle di Powell.Per quanto riguarda la domanda su quando la Fed potrebbe mettere in pausa questo ciclo di rialzi, Powell ha detto in modo molto diretto nella conferenza stampa che è prematuro pensare a una pausa e che siamo molto lontani dalla neutralità. La Fed ha chiaramente una strada da percorrere per arrivare al livello di restrizione che riporti l’inflazione al 2%. Il problema è che nessuno sa dove si trovi esattamente.A dicembre otterremo un nuovo riepilogo delle proiezioni economiche e dei dot aggiornati e maggiori informazioni su ciò che la Fed considera come tassi terminali.La Fed di oggi ha un problema ancora più complicato di quello che avevano gli ex presidenti Burns e Volcker nelle loro rispettive epoche. Non solo deve ridurre l’inflazione minimizzando i danni all’economia e al mercato del lavoro, ma deve anche preoccuparsi della stabilità finanziaria. Finora Powell è stato coerente nel lodare Volcker, nel concentrarsi sull’inflazione e nel tollerare l’impatto che la lotta all’inflazione avrà sull’economia. Ma per quanto complicato sia questo dilemma, al momento il compito della Fed è molto facile. È facile parlare di inflazione quando la disoccupazione è ai minimi da 50 anni. A quel punto vedremo se sarà davvero un sostenitore di Volcker come sembra essere oggi. Il lavoro di Powell e le sue decisioni diventeranno molto più difficili se e quando la disoccupazione aumenterà, ma l’inflazione sarà ancora al di sopra dell’obiettivo del 2%.Alla vigilia della riunione della Fed, il mercato prevedeva un tasso terminale di poco inferiore al 5% con uno o due allentamenti entro la fine del 2023. Dopo la conferenza stampa, il tasso finale è aumentato di 10-15 punti base, attestandosi al 5,1%, ma il mercato prevede ancora uno o due allentamenti per la fine del 2023. Riteniamo che il livello finale dei tassi d’interesse sarà più alto del previsto e, sebbene il ritmo possa essere più lento, la Fed manterrà la rotta e la politica restrittiva finché non vedrà scendere l’inflazione. By http://www.verinieassociati.com/

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Commento GraniteShares su dati inflazione Usa

Posted by fidest press agency su sabato, 15 ottobre 2022

By Will Rhind, Ceo e fondatore di GraniteShares. “I dati sull’inflazione non rappresentano una grossa sorpresa. Gli indicatori pubblicati la scorsa settimana non puntavano verso un’economia in fase di raffreddamento. A preoccupare è l’aumento di 2 punti del core CPI, segno che si tratta di una inflazione ancora pesantemente guidata dalla domanda e non dall’offerta di materie prime, e ulteriore segnale dell’inefficacia della manovra della Fed. In ogni caso, in quello che si conferma un prolungato contesto ribassista, rimane cruciale per gli investitori adottare un approccio cauto e costruire portafogli con una componente di hedging.”

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PIMCO: Elezioni di Midterm USA, quali le prospettive?

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 ottobre 2022

A cura di Libby Cantrill, Managing Director, Public Policy di PIMCO A 36 giorni dalle elezioni di Midterm negli Stati Uniti, nonostante il miglioramento del contesto politico per il Presidente Biden, il calo dei prezzi del gas e l’entusiasmo per i Democratici significativamente più alto rispetto a pochi mesi fa, è ancora molto probabile che la Camera dei Rappresentanti passi sotto il controllo repubblicano. Ricordiamo che alla Camera vi sono 435 seggi, tutti in palio alle elezioni di novembre, e i democratici a novembre avranno una maggioranza di soli 5 seggi, il che significa un margine di errore molto ridotto. Con tutti i seggi in palio, la Camera è considerata un’elezione nazionale, più indicativa dell’umore del Paese e dello spirito generale, e tipicamente un referendum sul partito al potere. A tal fine, l’umore nazionale, pur essendo migliorato, è ancora negativo, con un’ampia minoranza di elettori che pensa che il Paese sia sulla strada sbagliata; l’inflazione e l’economia continuano a essere uno dei temi più importanti, se non il più importante, sia per gli elettori repubblicani sia per quelli democratici, mentre allo stesso tempo la maggioranza degli elettori pensa che i repubblicani siano più preparati a gestire la sfera economica. Il Generic Ballot – il sondaggio che storicamente ha un potere predittivo relativamente alto nelle elezioni di metà mandato per la Camera – prevede ancora la parità, ma gli esperti in materia elettorale hanno riscontrato che storicamente i democratici hanno bisogno di un vantaggio significativo nel Generic Ballot per superare alcune delle distorsioni strutturali di questo sondaggio.Un elemento importante, secondo il Cook Political Report, è che i democratici dovrebbero “fare il pieno” di seggi in bilico alla Camera; secondo tale analisi, ci sono 31 seggi in bilico e, per mantenere la maggioranza, i democratici dovrebbero conquistarne 26 su 31. La situazione è resa ancora più difficile dal fatto che 22 dei 31 seggi in bilico sono presidiati dai democratici e solo 9 dai repubblicani, il che significa che i repubblicani difendono meno seggi vulnerabili e hanno bisogno di mantenere solo una frazione dei seggi in bilico per riconquistare la Camera.In conclusione: L’ipotesi di base è che i repubblicani vincano alla Camera, ma con un numero di seggi inferiore a quello che sembrava possibile fino a pochi mesi fa. I dati sembrano indicare che i repubblicani otterranno 10-20 seggi (rispetto ai 20-30 attesi all’inizio dell’estate), lasciando loro una maggioranza piuttosto esigua, che potrebbe condizionare le decisioni politiche quotidiane, come il finanziamento delle attività governative e l’aumento del tetto del debito. Una vittoria è comunque una vittoria: quindi, dal punto di vista dei mercati, una maggioranza repubblicana alla Camera, a prescindere dall’ampiezza della maggioranza stessa, significherà che l’agenda legislativa di Biden è di fatto congelata (anche se si potrebbero trovare dei compromessi su temi come le criptovalute e la sicurezza energetica). Il Senato: Come abbiamo detto più volte, il Senato è molto diverso rispetto alla Camera, con solo un terzo dei 100 seggi del Senato in palio e i democratici che presidiano meno seggi (14) dei repubblicani (20). La competizione al Senato tende ad essere molto più incentrata sui candidati e a essere guidata dalla raccolta di fondi; inoltre dipende dalle peculiarità degli Stati. I democratici hanno maggioranze molto ristrette e devono effettivamente aggrapparsi a ogni seggio del Senato per mantenere la maggioranza. In pratica, il controllo del Senato si ridurrà a poche sfide decisive; tra queste, tuttavia, sono quattro in particolare che, probabilmente, decreteranno il dominio del Senato, tra cui la sfida della Georgia (attualmente stato democratico), del Nevada (democratico), della Pennsylvania (repubblicano) e del Wisconsin (repubblicano). In conclusione: A 36 giorni dalle elezioni di metà mandato, il Senato è in ballottaggio, anche se le probabilità di mantenere il Senato sono leggermente a favore dei democratici. Se i democratici vincono, la maggioranza rimarrà sottile come la lama di un rasoio – un buon risultato si tradurrebbe in una loro maggioranza per 52 a 48, lo stesso sarebbe anche per i repubblicani, per i quali un buono scrutinio si tradurrebbe comunque in una maggioranza altrettanto stretta. Per chiarire: un Senato repubblicano rappresenterebbe una sfida per il Presidente Biden, poiché i repubblicani controllerebbero l’agenda e potrebbero rendere molto più difficile per Biden nominare i suoi candidati per la magistratura e l’amministrazione; tuttavia, finché la Camera sarà repubblicana, il Senato rappresenterà un problema di minore entità per i mercati. (abstract by http://www.verinieassociati.com)

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USA: una strana recessione?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 settembre 2022

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer Moneyfarm.A partire da quest’estate, una delle questioni che ha più appassionato investitori, addetti ai lavori e politici è stata stabilire se l’economia americana sia effettivamente entrata in recessione. La questione è della massima importanza se si considera che l’America è il primo mercato nel quale si concentrano gli investimenti italiani.In base alla regola secondo cui si entra in recessione dopo “due trimestri consecutivi nei quali l’economia fa segnare livelli di crescita negativi”, gli Stati Uniti sarebbero entrati in recessione all’inizio dell’estate 2022. Tuttavia, secondo molti economisti, un approccio meramente basato sul dato di crescita del Pil non sarebbe appropriato, mentre una recessione scatterebbe nel caso di un peggioramento significativo, duraturo e diffuso dell’economia e, in questo caso, difficilmente si potrebbe argomentare che l’economia americana sia entrata in una fase di contrazione.Ci sono, per esempio, segnali estremamente positivi che vengono dal mercato del lavoro, che continua a registrare piena occupazione e crescita nominale dei salari. Il Pil nominale è in crescita, anche se risulta leggermente in calo se si considera l’effetto dell’inflazione. Nell’ultimo trimestre le aziende quotate hanno continuato a registrare utili in crescita (anche se in rallentamento) e il commercio mondiale cresce. Addirittura in Europa, nonostante la crisi energetica, i mercati continuano ad aspettarsi utili in rialzo, i consumi delle famiglie reggono e anche alcuni indicatori di sentiment come l’ISM manufacturing indicator fanno registrare dati tutto sommato positivi. Tuttavia, osservando i dati a maggiore frequenza, si trovano anche degli indicatori che evidenziano come gli Stati Uniti possano ancora evitare una recessione. Un ruolo fondamentale, probabilmente cruciale, lo avrà la capacità delle banche centrali di contrastare l’inflazione in modo non traumatico (cd “atterraggio leggero”). I tassi di interesse hanno iniziato a salire (e dovrebbero aumentare ulteriormente), ed è ragionevole sostenere che l’economia non ne abbia ancora risentito a pieno. In primo luogo, come abbiamo spiegato, i dati macro dagli Stati Uniti non sono ancora allarmanti, come emerge dal grafico seguente, che mostra le indagini ISM per il settore manifatturiero e dei servizi. È anche ragionevole sostenere che l’economia stia iniziando a reagire a una politica monetaria più restrittiva. Di solito sono necessari diversi trimestri prima che l’impatto dei tassi più alti si faccia strada nell’economia reale. Ma stiamo iniziando già ad apprezzare tutto sommato l’impatto sulle aspettative di inflazione, con il dato di agosto che non ha invertito il trend al ribasso delle aspettative di inflazione a un anno. (abstract)

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Inflazione USA: “Obiettivo 2% lontano, Fed restrittiva più a lungo”

Posted by fidest press agency su domenica, 18 settembre 2022

By Jon Maier, CIO di Global X. I dati sull’inflazione statunitense ad agosto sono risultati più elevati del previsto, consolidando la traiettoria della FED per un rialzo di 75 punti base alla riunione del FOMC di settembre. Il CPI è aumentato di 10 punti base mese su mese e dell’8,3% anno su anno, mentre il CPI core, che esclude i generi alimentari e l’energia, è aumentato di 60 punti base mese su mese e del 6,3% anno su anno. I dati di questo mese ci dicono che i consumatori continuano a sperimentare pressioni al rialzo sul costo della vita, in quanto le case, le cure mediche e il settore dell’arredamento hanno registrato un aumento maggiore rispetto ai dati di luglio. Una nota positiva è che l’indice energetico è sceso del 5% ad agosto, con la benzina e le altre materie prime energetiche che hanno registrato uno dei maggiori ribassi degli ultimi mesi. A nostro avviso, questo indica che la Fed e i mercati sposteranno la loro attenzione sull’inflazione core, che potrebbe rivelarsi più difficile da abbattere nel breve termine. A meno che non si registri un miglioramento sostanziale del CPI core, la Fed sarà propensa ad attuare una politica monetaria maggiormente restrittiva e per un tempo più lungo, allo scopo di contenere la domanda aggregata e riportare l’inflazione all’obiettivo del 2%. Un obiettivo che probabilmente non sarà raggiungibile nel breve termine.

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L’inflazione Usa stenta a calare, con gli affitti che surriscaldano la parte core

Posted by fidest press agency su domenica, 18 settembre 2022

Il calo dell’inflazione Usa procede a ritmi graduali, con “la spina nel fianco” rappresentata dalla parte core, influenzata soprattutto dalla dinamica degli affitti, che potrebbe portare la Fed a prendere in considerazione la vendita (vista l’assenza di scadenze) di titoli MBS per ridurre anche questa parte del bilancio, come segnalato ad esempio dalla vice presidente Brainard. È già prezzato un percorso sostenuto di rialzi Fed, cancellando al momento la discussione sul pivot della Fed che aveva preso piede nel corso dell’estate. Un tema che potrebbe ritornare a fine anno, a condizione della riduzione dell’inflazione verso l’area 6/7%. In tale contesto, tra settembre ed ottobre i tassi a lungo termine Usa potrebbero segnare un picco in prossimità di area 3,5% sul decennale (livello già raggiunto lo scorso giugno) o poco al di sopra, complice anche l’accelerazione del QT ($60 Mld di potenziali minori reinvestimenti di Treasury su base mensile).

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Mercato del lavoro Usa: è davvero lo scenario ideale?

Posted by fidest press agency su sabato, 17 settembre 2022

I dati di agosto sul mercato del lavoro dipingono un quadro “idilliaco” dell’economia statunitense: la crescita dei posti di lavoro rallenta ma resta positiva e ci sono segnali di attenuazione della carenza di manodopera.Per i responsabili politici, uno scenario ideale: i lavoratori rientrano nella forza-lavoro, attenuando i timori sulla carenza di manodopera e, allo stesso tempo, contenendo le pressioni sulla crescita salariale. Il tasso di disoccupazione aumenta così dai minimi di ciclo, ma non di molto, evitando una recessione, con conseguente attenuazione dell’inflazione.Anche se si basa su un solo mese di dati, il rapporto sull’occupazione di agosto lascia intravvedere questo “best-case scenario”: il tasso di disoccupazione statunitense è salito di 0,2 punti percentuali – attestandosi al 3,7% – trainato da un aumento di 786.000 unità della partecipazione alla forza-lavoro, salita ai massimi di ciclo al 62,4%. Pur essendo ancora al di sotto dei livelli di partecipazione pre-Covid, è un deciso passo verso la direzione giusta. Anche l’occupazione domestica, che era stata debole negli ultimi mesi, è aumentata di 442.000 unità in agosto. La crescita dei salari, misurata in base alla retribuzione oraria media, è rallentata a 0,3% su base mensile, da 0,5% del mese di luglio (anche se con un tasso di variazione del 5,2% su base annua, ancora superiore alla crescita della produttività). Il rapporto occupazione/popolazione in età lavorativa è balzato all’80,3% in agosto, avvicinandosi al pieno recupero del massimo pre-Covid dell’80,5%. Nel frattempo, la crescita dei posti di lavoro, che è rallentata dal ritmo torrido di +526.000 di luglio a +315.000 in agosto, rimane robusta e diffusa in tutti i settori. La media mobile a tre mesi della crescita dei posti di lavoro è di +378.000, che, sebbene sia più lenta della media a 12 mesi (+487.000), riflette ancora una crescita stellare dei posti di lavoro.In conclusione, il rapporto sui posti di lavoro di agosto rappresenta lo scenario ideale per i politici statunitensi. Non c’è un evidente bisogno che la Fed si muova per salvare un’economia in sofferenza, né si manifesteranno preoccupazioni di “surriscaldamento” qualora la tendenza alla ripresa della forza lavoro persistesse fino all’autunno. Prevediamo ancora che la Fed spingerà il tasso overnight al 4% entro la fine dell’anno, con un aumento di 75 punti base a settembre. La previsione a breve della Fed di Cleveland sull’inflazione core di agosto mostra che è probabile un aumento dello 0,5% mese su mese, portando la lettura su base annua al 6,2% (dati che verranno pubblicati il 13 settembre). Inoltre, non è ancora chiaro se una crescita della retribuzione oraria media superiore al 5% sia compatibile con un’inflazione del 2%: una preoccupazione fondamentale per i banchieri centrali. Detto questo, un mercato del lavoro solido – ma non surriscaldato – riduce la probabilità di una svolta della Fed verso un taglio dei tassi nei prossimi 12 mesi. Anche se un rapporto non delinea un trend, riteniamo che il rapporto sui posti di lavoro di agosto rappresenti un’ottima notizia per un possibile “atterraggio morbido”.

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