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Il sistema del dollaro arranca

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 agosto 2019

Se persino un economista della banca americana JP Morgan Chase, la più grande tra le “too big to fail”, ammette che l’era del dollaro come moneta degli scambi internazionali è arrivata al termine, vuol dire che qualcosa d’importante sta veramente cambiando nel sistema monetario mondiale.
Il dollaro è stato la valuta di riserva dominante per quasi un secolo. Ma Craig Cohen, l’economista della citata banca, afferma che “il dollaro potrebbe perdere lo status di principale valuta internazionale”.
Una causa non secondaria è il crescente potere delle economie asiatiche, in particolare quello della Cina e del Giappone. Oggi l’intera regione asiatica, che comprende anche la Russia, vanta più del 50% del pil mondiale. E, com’è noto, per i commerci interni di questa vasta area si fa sempre più spesso uso di monete locali.
L’altra ragione sta nel gigantesco debito pubblico americano che ha raggiunto i 22.000 miliardi di dollari. Ciò, inevitabilmente, rende la valuta americana più vulnerabile e meno appetibile per gli investitori. La prova evidente è la corsa all’oro e la crescita del suo valore. La Russia e la Cina guidano quest’azione. Nei primi cinque mesi dell’anno hanno aumentato le loro riserve auree di ben 70 tonnellate. Sembra che negli ultimi 10 anni la quota di oro nelle riserve russe sia quasi decuplicata. La Banca centrale di Mosca ne detiene 2190 tonnellate per un valore di circa 90 miliardi di dollari. Un quinto di tutte le riserve russe. Nel 2018 la Banca centrale russa ha dimezzato le riserve di dollari passando dal 45,8% al 22,7% del totale, sostituendoli con l’euro (passato dal 21,7% al 31,7%) e con lo yuan (salito dal 2,8% al 14,2% del totale)
La Cina da gennaio sta acquistando decine di tonnellate di oro il mese che in parte sono destinate a incrementare le riserve. La quantità totale di oro è di circa 2.000 tonnellate. Rimane ancora molto spazio, poiché l’oro rappresenterebbe solo il 3,5% del totale delle riserve cinesi. Comunque, la concentrazione di oro è ancora negli Usa. Vi sarebbero, infatti, circa 8.200 tonnellate, pari a oltre il 70% di tutte le riserve americane. Una simile percentuale vale anche per la Germania. In Italia l’oro, con circa 2.450 tonnellate, rappresenta il 66% di tutte le nostre riserve. Ma la tendenza a livello mondiale di rimpiazzare il dollaro, nella composizione delle riserve, con l’oro e con altre monete prosegue speditamente.
La progressiva perdita di affidabilità del “sistema dollaro” è testimoniata anche dalla presa di distanza di molti investitori istituzionali internazionali dai titoli di stato americani. In passato la Russia era ritenuta uno dei maggiori investitori in Treasury bond. Nel 2010 ne aveva 176 miliardi di dollari. Adesso la quota è scesa a 12 miliardi.
La Cina, il principale detentore mondiale di Treasury bond, mese dopo mese ne vende per decine di miliardi di dollari. Negli ultimi due anni ha raggiunto il minimo storico, scendendo a 1.100 miliardi. Anche i più stretti alleati degli Usa incominciano ad avere dubbi circa l’attendibilità del sistema finanziario americano, tanto che persino la Gran Bretagna nel solo mese di aprile ha ridotto il portafoglio di obbligazioni americane di 16,3 miliardi di dollari. Il Giappone, che è il secondo creditore degli Usa, ha fatto lo stesso.
Secondo il ministero delle Finanze di Washington, la stessa disaffezione si starebbe manifestando anche nella borsa di Wall Street, dove nei passati 13 mesi gli investitori stranieri avrebbero venduto azioni di società americane, soprattutto dei settori high tech, per circa 215 miliardi di dollari. Nonostante tutto ciò Trump auspica una svalutazione del dollaro. Così, sostiene lui, si comprerebbero meno beni sui mercati mondiali e le esportazioni americane diventerebbero più competitive. In uno dei suoi recenti “messaggini” ha detto che “la Cina e l’Europa giocano con la grande manipolazione monetaria e immettono ingenti quantità di soldi freschi nei lori sistemi allo scopo di competere con gli Usa”. Il presidente americano chiede, quindi, di stampare più dollari e con essi comprare altre monete, rendendo più conveniente per gli investitori stranieri cambiare le loro valute in dollari.
Molti, anche negli Usa, gli hanno fatto notare che un dollaro svalutato non è la soluzione. E’ soltanto il percorso più sicuro per far aumentare i prezzi all’interno del paese, poiché le importazioni Usa sono in gran parte prodotti semilavorati che entrano nei processi produttivi nazionali. Ma Trump non ci sente.Se oltre alla guerra dei dazi si dovesse rischiare anche una guerra delle valute, la stabilità economica mondiale potrebbe essere messa pericolosamente a rischio e con essa, naturalmente, anche il ruolo del dollaro. Al riguardo il presidente della Bce, Mario Draghi, è stato molto chiaro: “Consideriamo l’accordo internazionale per evitare le svalutazioni valutarie competitive un pilastro del multilateralismo”. Parole sagge e consapevoli. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Shirin Ebadi sui rapporti USA/IRAN

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 luglio 2019

Prima donna magistrato in Iran, avvocato e prima donna musulmana a essere insignita del Premio Nobel per la pace nel 2003, l’esule iraniana è intervenuta sui temi caldi dell’attualità politica italiana e internazionale.“Il problema fra l’Iran e l’America non è nucleare, il problema è la politica estera iraniana.L’Iran infatti pratica l’ingerenza nei paesi della regione mediorientale”. Ad intervenire sui rapporti fra USA e Iran, nelle interviste rilasciate alla redazione di Consulentidellavoro.it e nel corso del Festival del Lavoro 2019, Shirin Ebadi, prima donna magistrato in Iran, avvocatessa iraniana e Premio Nobel per la pace 2003. “Noi iraniani siamo contro la guerra perché sappiamo che la guerra non fa cadere il regime, lo rafforza. Le guerre rafforzano i dittatori ed è per questo che il regime islamico di Teheran spinge per lo scontro, che consentirebbe invece, con la scusa di difendere la sicurezza nazionale, di uccidere di più e maltrattare di più il proprio popolo”. “Comunque, la guerra nucleare non ci sarà”. Sicuramente alto è il rischio di attacchi offensivi, ma non con l’arma nucleare. “Ovunque dovesse scoppiare nel mondo, una guerra nucleare sarebbe pericolosa per tutta l’umanità, quindi è difficile che accada. Però c’è il pericolo di attacchi localizzati e brevi, a danno di persone e siti civili come fabbriche e centrali elettriche”. Dunque, per Ebadi è fondamentale che riprendano al più presto i negoziati perchè il popolo iraniano vuole il dialogo: “La disoccupazione è terribile; la gente non ha pane da mangiare, invece i soldi iraniani diventano armi negli altri paesi. Non abbiamo abbastanza scuole e ospedali, invece i nostri soldi diventano razzi da lanciare in altri paesi della regione”. Intervenendo poi sulla situazione dei professionisti in Iran, il Premio Nobel ha sottolineato
come decine di avvocati, ad esempio Nasrin Sotoudeh, per il semplice fatto di avere difeso i prigionieri politici e di avere svolto il loro lavoro in difesa dei diritti umani, sono stati vittime di persecuzioni, arresti, condanne. Così come sono in pericolo i giornalisti che raccontano quello che accade senza filtri e gli attivisti che lottano per la difesa dell’ambiente. Da qui l’appello alla libertà d’informazione: “Senza i mezzi di informazione non riusciremmo a far arrivare la nostra voce dappertutto. Gli stessi social network e Internet possono avere questa funzione. Pubblicate le nostre notizie. Parlatene. Le donne iraniane devono essere sentite. E come giornalisti consigliate ai vostri politici, se vanno in Iran e hanno delegati donne, di non usare il velo. Come esempio di solidarietà alle tante donne che sono costrette ad indossarlo”. Il video dell’intervista a Shirin Ebadi realizzata dalla redazione di Consulentidellavoro.it:
http://www.consulentidellavoro.tv/watch.php?vid=6cdd4976c

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In USA e Canada vince l’autenticità del formaggio Asiago DOP

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 giugno 2019

Il formaggio Asiago DOP fa scuola oltreoceano e sempre più consumatori e operatori chiedono di conoscere il territorio d’origine e la sua storia direttamente nei luoghi di produzione. A confermarlo, il successo delle attività in più di 300 punti vendita delle principali insegne in USA e Canada e la partecipazione di oltre mille persone all’innovativo programma formativo digitale “Lean & Earn” dedicato allo studio delle caratteristiche distintive del prodotto d’origine protetta con la presenza, in queste settimane, di numerosi operatori giunti per incontrare le diverse realtà produttive dell’Altopiano di Asiago.Formazione ed esperienza diretta sono due elementi decisivi per la diffusione di un prodotto di qualità come Asiago DOP e proprio su questi aspetti ha puntato la recente attività di promozione del Consorzio Tutela Formaggio Asiago in più di 300 punti vendita delle principali insegne in USA e Canada affiancata, online, dall’innovativo programma di formazione digitale “Learn & Earn”, che propone al trade una serie di sessioni formative dedicate all’Asiago DOP, nel contesto del progetto europeo “Uncommon Flavors of Europe” realizzato insieme ai Consorzi di Tutela Speck Alto Adige e Pecorino Romano. Accolta con grande interesse e strumento per la prima volta utilizzato nell’ambito di un progetto europeo, “Learn & Earn” è una piattaforma digitale studiata per trasferire informazioni sull’unicità del prodotto d’origine protetta attraverso un coinvolgimento diretto che permette di imparare giocando e viene reso ancora più accattivante dalla possibilità di vincere alcuni viaggi in Italia per approfondire il patrimonio di autenticità della produzione d’origine e le tecniche tradizionali dell’Asiago DOP in tutte le sue tipologie e sfumature, dal fresco allo stagionato.Il crescente interesse, nei mercati oltreoceano, verso il cibo testimone di una storia autentica e tradizione millenaria, accompagnato da una costante attività di promozione realizzata dal Consorzio Tutela Formaggio Asiago, sono un elemento di crescita importante in paesi come gli Usa e il Canada. Il Consorzio, in questi ultimi anni, è stato molto attivo sia sul fronte della tutela che in quello dell’attività di promozione nonostante le difficoltà che il contesto non favorevole del mercato USA ha imposto all’intero comparto agroalimentare italiano mentre, in Canada, le esportazioni di Asiago DOP continuano ad aumentare del 12,3% dal 2017 al 2016 e del 33,6% dal 2018 al 2017.

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Sistemi di cura per l’ictus: pubblicate le nuove raccomandazioni Usa

Posted by fidest press agency su martedì, 4 giugno 2019

Perfezionare i sistemi di cura per l’ictus è necessario affinché i progressi scientifici si traducano in migliori esiti clinici dei pazienti. A sostenerlo è il nuovo policy statement dell’American Stroke Association (ASA) pubblicato su Stroke, che arriva in seguito agli sviluppi dell’ultimo decennio in merito a terapia endovascolare, cure neurocritiche e certificazione dei centri per l’ictus, e all’avvento del telestroke e delle unità mobili per l’ictus. Con il nuovo statement, rilasciato durante il National Emergency Medical Services Week, l’ASA aggiorna le raccomandazioni presenti nella precedente pubblicazione (2005) allo scopo di aiutare i responsabili delle politiche e la sanità pubblica a raggiungere un rinnovo continuo dei sistemi di cura per l’ictus. «Queste raccomandazioni riflettono i tanti progressi fatti e cosa ancora deve essere realizzato per massimizzare gli esiti dei pazienti nella cura dell’ictus acuto» afferma Opeolu Adeoye, della University of Cincinnati negli Stati Uniti. Tra queste troviamo la scelta dell’ospedale. In caso di paziente con sospetto ictus grave, le unità di emergenza devono prendere in considerazione la possibilità di allungare fino a 15 minuti il tragitto per raggiungere un ospedale che possa realizzare la trombectomia endovascolare, procedura che, insieme alla somministrazione di ateplase, deve essere eseguita rapidamente, ma che non tutti gli ospedali forniscono. Si raccomanda l’attuazione di programmi di educazione pubblica, soprattutto per le popolazioni ispaniche e di colore che sembrano avere minore conoscenza delle cause e dei sintomi dell’ictus e quindi meno possibilità di beneficiare dei servizi di emergenza. Agenzie governative, pronto soccorso, medici ed esperti dovrebbero collaborare allo sviluppo di protocolli di triage per far sì che l’ictus sia rapidamente identificato. Inoltre, la prevenzione secondaria dei pazienti dovrebbe essere sostenuta dai centri certificati e la riabilitazione dovrebbe comprendere cure primarie e servizi specializzati, come la fisioterapia. Infine, si raccomanda l’attuazione di politiche federali e statali che permettano a tutti i pazienti di ricevere tempestivamente le cure adeguate e di avere facile accesso alle risorse di prevenzione e riabilitazione. «I responsabili politici dovranno identificare il modo migliore per creare sistemi locali/regionali che massimizzano il triage e la cura di tutti i pazienti con ictus sospetto» afferma Robert Harrington della Stanford University (USA) in un editoriale correlato. (fonte: Stroke. 2019. doi:10.1161/STR.0000000000000173. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31104615 by Doctor33)

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Impatto della guerra commerciale USA-Cina

Posted by fidest press agency su martedì, 28 maggio 2019

A cura di Luca Paolini, Chief Strategist e Patrick Zweifel, Chief Economist. Quando il commercio smette di funzionare, ci perdono tutti. Quindi gli investitori dovrebbero prepararsi alle conseguenze del recente tira e molla nella disputa commerciale tra Cina e Stati Uniti, in cui Pechino ha annunciato tariffe di ritorsione in risposta alla mossa di Washington di aumentare i dazi su 200 miliardi di dollari di merci cinesi. I nostri calcoli indicano che una guerra commerciale su larga scala tra la prima e la seconda economia al mondo ha il potenziale di far entrare l’economia globale in recessione e condurre ad un brusco crollo dei titoli mondiali.Il nostro modello indica che se un dazio del 10% sul commercio statunitense fosse trasferito al consumatore, l’inflazione mondiale salirebbe di circa 0,7 punti percentuale.Ciò, a sua volta, potrebbe diminuire gli utili societari del 2,5% e tagliare i price-to-earnings ratio delle azioni globali fino al 15%. Tutto ciò significa che le azioni globali potrebbero perdere il 15-20%. Il che, in effetti, riporterebbe indietro di tre anni l’orologio del mercato azionario mondiale. I rendimenti delle obbligazioni statunitensi possono crollare, ma la portata della flessione sarà limitata per via di un impatto inflazionistico dovuto ai dazi.
Washington e Pechino potrebbero ancora raggiungere un accordo alla riunione di giugno del G-20. Ma se così non fosse, gli aumenti dei dazi previsti potrebbero causare sofferenza ad entrambe le economie: riteniamo che i provvedimenti commerciali esistenti potrebbero ridurre la crescita cinese dello 0,5% e quella degli Stati Uniti di circa lo 0,2%.A peggiorare le cose, l’impatto di una guerra commerciale sarebbe percepito ben oltre i confini delle prime due potenze economiche mondiali. Economie aperte, come Singapore e Taiwan in Asia e Ungheria, Repubblica ceca e Irlanda in Europa sono potenzialmente più vulnerabili rispetto a Stati Uniti e Cina.

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La riforma sull’immigrazione di Trump: primo passo falso

Posted by fidest press agency su domenica, 26 maggio 2019

By Domenico Maceri. “Si tratta di un piano grande, bello e coraggioso”. I superlativi di Donald Trump sono tipici quando parla di qualcosa associata a se stesso. In questo caso il 45esimo presidente lodava il suo piano sulla riforma dell’immigrazione che altri hanno etichettato “Dead on arrival”, ossia ricevuto in stato “non operativo”.
Il piano di Trump riformerebbe l’immigrazione da un sistema che predilige i ricongiungimenti familiari sostituendolo con uno che agevolerebbe i meriti di coloro che vogliano entrare nel Paese. Si tratta di un piano che adotta principi utilizzati da sistemi dell’Australia, Nuova Zelanda e Canada. Modificherebbe la formula attuale che distribuisce il numero di immigrati con il 66 percento riservato ai ricongiungimenti familiari e il resto per questioni di meriti, umanitari, e richiedenti asilo. Trump riserverebbe il 57 percento dei posti ai meriti, il 33 percento ai ricongiungimenti familiari e il resto a beneficio di caratteristiche umanitarie. Il numero totale di 1,1 milioni cartellini verdi rimarrebbe a essere in vigore. Il piano di Trump attirerebbe più immigrati preparati a entrare nel mondo del lavoro e richiederebbe che i nuovi arrivati imparino o conoscano già l’inglese e si sottopongano a un esame di educazione civica.
Il piano è stato annunciato da Trump ma, Jared Kushner, suo genero e consigliere speciale, lo aveva presentato a un gruppo di senatori repubblicani per cercare di ottenere il loro sostegno. Alcuni giornali hanno riportato che l’incontro non ha entusiasmato. In alcune delle sue risposte Kushner è stato interrotto da Stephen Miller, collaboratore di ultra destra del presidente, per offrire chiarimenti. Il senatore Lindsey Graham del South Carolina, grande sostenitore del presidente, ha dichiarato che il piano non mira a divenire legge ma consiste di un primo passo. Più delusa la senatrice Susan Collins del Maine poiché il piano di Trump non include una soluzione alla tragica situazione dei “dreamers”, i giovani portati illegalmente in America dai loro genitori. Buona parte di loro hanno beneficiato del DACA, un ordine esecutivo di Barack Obama che permette loro di restare negli Stati Uniti temporaneamente. Il piano di Trump non tocca nemmeno la situazione degli 11 milioni di immigrati non autorizzati già nel Paese.
L’allontanamento dai principi di ricongiungimenti familiari richiama la legge sull’immigrazione del 1924. Questa legge impose limiti al numero di immigrati basandoli su una quota del due percento secondo la nazionalità degli americani, legata al censimento del 1890. La legge causò notevoli riduzioni a immigrati provenienti dall’Europa del Sud favorendo ingressi di individui dalla Gran Bretagna e l’Europa settentrionale. Nel 1965 il Congresso ha cambiato la legge che corrisponde in grande misura a quella attuale, favorendo i ricongiungimenti familiari.
Il piano di Trump avrebbe simili effetti riducendo gli ingressi di Paesi poveri come quelli del Sud America e Africa. Si tratta di luoghi che Trump aveva dispregiato come “di m…da”, preferendo quelli del Nord Europa. Comunque sia, il piano di Trump non ha quasi nessuna possibilità di divenire legge, considerando il controllo democratico alla Camera ma soprattutto perché manca di serietà poiché esclude la situazione dei “dreamers” e degli altri immigrati non autorizzati. Perché dunque fare un annuncio sull’immigrazione?
Trump ha ripreso il tema dell’immigrazione per caldeggiare la sua base e i sentimenti anti-immigrati etichettandoli come criminali e pericolosi alla sicurezza del Paese. Secondo questa visione è stato facile affibbiare a Trump l’etichetta di essere anti-immigrazione considerando la sua aspra retorica e l’assenza quasi totale di parole che lodino gli immigrati come costruttori del Paese. Si ricordano facilmente i suoi duri attacchi agli immigrati durante la campagna politica del 2016 ma anche durante la sua presidenza. L’enfasi sul bisogno della costruzione del muro, il bando contro immigrati di parecchi Paesi musulmani, e la separazione delle famiglie di rifugiati al confine col Messico principalmente del Centro America, hanno stabilito il 45esimo presidente come interprete della visione anti-immigranti della sua base.Trump con il suo piano vuole intorbidire le acque, asserendo che si oppone solo all’immigrazione illegale. Il suo tentativo di allontanarsi dalla sua aspra retorica contro gli immigrati sarà difficilmente digerito eccetto per i suoi fedelissimi che hanno idee molto negative sui nuovi arrivati. Ann Coulter, la giornalista di ultra destra che in tempi recenti ha sostenuto Trump, adesso lo attacca persino nel suo nuovo piano ricordando che non ha mantenuto la promessa della costruzione del muro al confine e che il numero degli immigrati rimane identico a quello attuale.
Questa insoddisfazione del piano di Trump dall’estrema destra perché troppo liberal dovrebbe suggerire qualche spiraglio verso un compromesso coi democratici. Kevin McCarthy, presidente della minoranza repubblicana alla Camera, ha dichiarato che il piano di Trump consiste di un primo passo verso un disegno di legge più completo, suggerendo un tentativo bipartisan.Trump però ha messo fine a una tale prospettiva. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha recentemente etichettato i democratici come il partito di “frontiere aperte, salari bassi, e completa illegalità”. Trump ha continuato minacciando che se i democratici non coopereranno con il suo piano per “riforme storiche” bisognerà farlo dopo l’elezione del 2020 quando, secondo lui, i repubblicani controlleranno ambedue le Camere e la Casa Bianca. Perché non ha implementato il suo piano sull’immigrazione durante i primi due anni della sua presidenza quando infatti i repubblicani controllavano ambedue le Camere e la Casa Bianca rimane un mistero. Forse perché si tratta di un piano irrealizzabile il cui vero scopo è mantenere felice la sua base?
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Guerra commerciale, si riparte: quali conseguenze?

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 maggio 2019

Commento di Chia-Liang Lian, Head of Emerging Markets Debt di Western Asset (affiliata Legg Mason). Le recenti minacce di dazi contro la Cina hanno affondato l’accordo commerciale che avrebbe dovuto essere annunciato venerdì scorso. Proprio venerdì, il progetto del presidente Trump di aumentare i dazi su 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi dal 10% al 25% è stato attuato, e una nuova imposta del 25% su oltre 325 miliardi di beni è attualmente al vaglio. Si è trattato di una sorpresa, dopo che nei mesi precedenti entrambe le parti avevano rilasciato commenti concilianti (il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, aveva definito i negoziati svoltisi a Pechino come “produttivi”). Il venerdì precedente, le modifiche proposte all’ultima bozza di accordo erano state caratterizzate da un tornare indietro rispetto agli impegni sul furto di proprietà intellettuale e sui trasferimenti tecnologici forzati. Sembra inoltre che un nodo importante sia stata l’insistenza da parte del governo USA sul diritto di reimporre unilateralmente i dazi, nel caso la Cina dovesse mancare ai suoi impegni.Crediamo che a questo punto la possibilità di una risoluzione bilaterale sia rimandata alla seconda metà del 2019: in risposta alla mossa degli USA, la Cina ha già annunciato contromisure. Di certo, il rinnovarsi delle tensioni commerciali avrà un impatto sugli asset di rischio. In Cina, subito dopo l’annuncio di Trump i titoli azionari sono crollati, mentre lo yuan di è deprezzato dello 0,75%. Un periodo prolungato di crescenti tensioni potrebbe alimentare le incertezze sulle prospettive di crescita globali. Le autorità cinesi dispongono degli strumenti di politica economica per affrontare le difficoltà cicliche, ma qualsiasi misura dovrà comunque fare i conti anche con fattori secolari che limiteranno il ritmo della crescita cinese sul lungo periodo. Cosa importante, i vicini paesi asiatici ed emergenti potrebbero risentire degli effetti a catena, soprattutto in uno scenario che sembra diventare più protezionista.

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La visione di Bolton e Pompeo sulla Russia si scontra con l’ottimismo di Trump

Posted by fidest press agency su domenica, 12 maggio 2019

By Domenico Maceri. “La montagna ha partorito un topolino”.Queste le parole di Vladimir Putin per commentare i risultati delle indagini di Robert Mueller sul Russiagate. Putin ha ripetuto essenzialmente le stesse parole nella recente conversazione telefonica con Donald Trump, secondo le dichiarazioni del 45esimo presidente.Rispondendo alla domanda di un giornalista se i due leader avevano discusso l’interferenza russa nelle elezioni, Trump ha detto che non hanno toccato il tema. Nessuno gli ha domandato se avessero discusso la situazione dei dodici ufficiali dell’intelligence russa incriminati da Mueller nel mese di luglio del 2018 e la loro possibile estradizione. Ma con ogni probabilità i due non lo hanno discusso nemmeno.Secondo Trump i due leader hanno toccato parecchi temi incluso la situazione in Venezuela. L’inquilino della Casa Bianca ha dichiarato che Putin si interessa a una soluzione pacifica. Tutto bene dunque, secondo le parole di Trump.La visione rosea di Trump sulla Russia e Putin non è però condivisa dallo staff del presidente. Emerge infatti una politica sulla Russia in netto contrasto con i suoi collaboratori.Il rapporto di Mueller non ha dimostrato alcuna cospirazione fra la campagna di Trump e i russi nonostante i frequenti contatti. Da aggiungere i dodici agenti russi incriminati da Mueller, e Maria Butina, spia russa condannata in America a 18 mesi di carcere per avere cospirato contro il governo degli Stati Uniti. Mueller però ha confermato ciò che si sapeva già dai servizi di intelligence americana che la Russia aveva interferito nell’elezione americana del 2016 in maniera “sistematica” aiutando Trump e fomentando discordia mediante i social media. Trump da parte sua non ha mai digerito questa verità vedendola come macchia alla sua vittoria presidenziale. Ecco perché quando si è incontrato con Putin a Helsinki nel mese di luglio del 2018, Trump ha dichiarato che il leader russo era stato molto forte nella sue negazioni di interferenza. Trump in effetti ha rinnegato le raccomandazioni di 17 agenzie di intelligence americana. Per questa posizione alcuni ex leader dei servizi segreti statunitensi hanno dato del traditore a Trump.Non si sa esattamente che cosa avranno discusso i due leader a Helsinki poiché Trump ha detto alla sua interprete di distruggere gli appunti presi durante l’incontro. Ciò rappresenta una violazione delle procedure tipiche poiché storicamente i presidenti informano in dettaglio il loro staff di quello che esattamente si discute in questi colloqui. L’idea è di evitare contraddizioni quando i collaboratori americani si riuniscono con i loro omologhi russi o di altri Paesi. Le contraddizioni fra l’intelligence americana e la visione di Trump sull’interferenza russa nell’elezione si stanno ripetendo adesso nella situazione del Venezuela. Nonostante il quadro roseo di Trump che Putin non è coinvolto in Venezuela, i russi hanno un ruolo molto attivo e possibilmente destabilizzante, secondo John Bolton, il consigliere di sicurezza nazionale, e Mike Pompeo, segretario di Stato. Pompeo non è d’accordo con le parole di Trump e ha dichiarato che i russi hanno “centinaia o più di persone” in Venezuela che assistono le migliaia di cubani a mantenere Nicolas Maduro al potere. Pompeo ha anche dichiarato che Maduro deve andare via e che i cubani e i russi in Venezuela devono “seguirlo”. Il segretario di Stato americano ha anche detto che avvertirà i suoi omologhi russi in incontri imminenti a non interferire in Venezuela.Anche Bolton ha usato parole simili persino minacciando che se i russi continuano la loro influenza malevole in Venezuela “ne pagheranno le conseguenze”. Bolton è preoccupato dal ruolo russo in Venezuela dichiarando che Putin non vorrebbe altro che ottenere il controllo di un Paese in America del Sud. Secondo Bolton, i russi sono stati informati che il loro comportamento è inaccettabile.Trump però continua a ripetere che buoni rapporti con la Russia recheranno benefici ai due Paesi. Il problema però rimane che il 45esimo presidente non riesce ad affrontare la realtà, continuando a non vedere che un Paese ostile ha interferito nell’elezione americana. In ciò l’atteggiamento di Trump riflette un’insicurezza personale che lui trasporta in campo politico. La sua ex direttrice dell’Homeland Security, Kirstjen Nielsen, licenziata da Trump il mese scorso, i cui compiti includevano anche possibili interferenze straniere sulle elezioni americane, aveva tentato di organizzare riunioni di alto livello per affrontare il problema. La Nielsen era però stata informata da altri membri del gabinetto di Trump di non fare molto rumore sulla questione poiché il presidente non ne vuole sentire parlare.In ciò Trump abbandona uno dei compiti fondamentali del presidente di difendere la democrazia americana non solo dalla Russia ma da altri potenziali avversari come la Cina e l’Iran. Se l’unica superpotenza al mondo non riesce a difendersi da hackeraggio di Paesi ostili, che speranza possono avere Paesi molti meno deboli?Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Mueller lascia al Congresso USA il giudizio sull’ostruzione alla giustizia di Trump

Posted by fidest press agency su domenica, 5 maggio 2019

By Domenico Maceri. “Ringrazio il brillante e rispettatissimo avvocato Alan Dershowitz per avere demolito le stupidissime asserzioni legali del ‘Giudice’ Andrew Napolitano”. Questa la reazione di Donald Trump per commentare le recenti prese di posizioni di due collaboratori della Fox News sul tema dell’ostruzione alla giustizia contenuto nel rapporto del procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate. La colpa di Napolitano è di aver dichiarato che il rapporto di Mueller specifica la colpevolezza del presidente per ostruzione alla giustizia, considerando i suoi comportamenti “illegali, indifendibili e condannabili”. Secondo Napolitano, esistono i presupposti per procedere all’impeachment. Napolitano ha poi fatto dichiarazioni che cercano di colmare il buco nei suoi rapporti con Trump, spiegando in un’intervista alla Fox Business Network che il presidente è un suo amico da trent’anni e lo sarà per altri trenta. Ha etichettato anche normale che il 45esimo presidente lo abbia attaccato personalmente per distrarre l’attenzione dal rapporto di Mueller.
Come ho già scritto in proposito, Mueller ha concluso le sue indagini senza però incriminare il presidente anche perchè vi è una direttiva del ministero di Giustizia dove è precisato che un presidente in carica non può essere incriminato. Nel merito, a questo riguardo, va precisato che non sono state trovate prove inconfutabili di cospirazione fra Trump e i russi nonostante la campagna “sistematica” russa di sconvolgere l’elezione americana del 2016. La stessa sorte non è toccata ad altri 34 soggetti, alcuni dei quali sono già in carcere o hanno in corso dei processi. Da aggiungere pure che Mueller ha indirizzato 14 inchieste ad altri procuratori, 12 delle quali sono finora segrete.
Nel merito Mueller ha spiegato che “un’accusa criminale contro un presidente in carica” inciderebbe negativamente sulle sue capacità di governare. Questo potrebbe spiegare il suo comportamento nelle indagini dirette su Trump. Si ricorda che il 45esimo presidente non è stato interrogato direttamente da Mueller ma si è limitato a rispondere a domande per iscritto che ovviamente sono state preparate con l’assistenza dei suoi legali. A parecchie di queste domande Trump ha risposto di non “ricordare”. Posssiamo supporre che la decisione di Mueller di non insistere sull’interrogatorio faccia a faccia con Trump va ricercata nel fatto che poteva attingere da altre fonti le informazione che reputava utili alle sue indagini anche se nel suo rapporto aveva sottolineato di ritenere “insufficienti” le argomentazioni addotte da Trump. Resta quindi irrisolta la domanda cardine sul perché un candidato presidenziale avesse accettato volentieri l’assistenza russa per la sua corsa alle presidenziali.
La storia ci dice che un procuratore speciale può interrogare un presidente in carica. George W. Bush e Bill Clinton si sono sottoposti a testimoniare in casi di accertata ostruzione. Il primo fu nel caso di Valerie Plame, l’agente della Cia la cui identità fu rivelata da alcuni funzionari del governo. Uno di questi responsabili, Lewis “Scooter” Libby, capo di Gabinetto del vice presidente Dick Cheney a quei tempi, fu condannato per aver mentito agli investigatori, ma alla fine fu graziato in parte da Bush e, in modo definitivo, da Donald Trump. Clinton dovette testimoniare davanti un gran giurì per le indagini di Whitewater, un’inchiesta su investimenti immobiliari della famiglia Clinton e di alcuni collaboratori del presidente.
Ma chi è Mueller? E’ una persona rispettabile e moralmente integra a dispetto degli attacchi ricevuti da Trump durante i 22 mesi di indagini. Secondo un sondaggio (53% favorevoli) gli americani hanno su di lui un’opinione positiva. Il fatto che non abbia incriminato il presidente non lo si deve, tuttavia, intendere come una decisione assunta dal procuratore speciale nel considerare l’inquisito al di sopra della legge. Infatti, il rapporto spiega che il “Congresso può applicare le leggi di ostruzione al presidente” seguendo il principio che “nessuno” ha completa immunità, nemmeno il presidente. Significa, in altre parole, che solo il Congresso ne ha la facoltà.
Mueller difatti, come hanno rilevato parecchi analisti e in particolar modo Laurence Tribe, esperto di diritto costituzionale della Harvard University, ha fornito al Congresso una road map per procedere nel giudicare il presidente. Spetta ora al congresso trarne le conclusioni”.
Ricordiamo ai nostri lettori che Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications. (La Fidest è grata al prof. Maceri per il suo autorevole intervento riguardo questa spinosa questione che vede un presidente Usa coinvolto in un’inchiesta così delicata e divisiva per l’opinione pubblica del suo paese come nel resto del mondo).

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Guerra commerciale USA-Cina: quali effetti sul PIL americano?

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 maggio 2019

La guerra commerciale chiaramente ha interrotto i flussi di scambio, ma una migliore crescita e segnali di ottimismo per un eventuale accordo potrebbero indicare che la Fed abbia esagerato con la sua svolta accomodante.I dati più recenti suggeriscono che l’economia statunitense potrebbe non aver rallentato quanto inizialmente temuto nel primo trimestre e offrono anche alcune informazioni sull’impatto della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. I livelli complessivi delle importazioni di beni degli Stati Uniti sono rimasti invariati nei primi due mesi di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2018, mentre i valori delle importazioni dalla Cina sono diminuiti del 12%.I dazi sembrano aver portato a una deviazione degli scambi, poiché, per la maggior parte, quanto non importato dalla Cina viene ora importato – per il valore di qualche miliardo di dollari – dal Messico, dal Vietnam e dalla Corea del Sud.La buona notizia è che sia negli Stati Uniti sia in Cina c’è sempre maggiore ottimismo sul fatto che un accordo commerciale possa essere raggiunto nelle prossime settimane. Se ciò comporterà un’eliminazione di alcuni dei dazi attuali, potrà essere interessante capire se le precedenti catene di approvvigionamento saranno ristabilite o se il cambiamento che i dazi e le tensioni hanno apportato sarà più permanente.I dati influenzano anche i numeri del PIL degli Stati Uniti. Con l’escalation della guerra commerciale lo scorso anno, le esportazioni statunitensi verso la Cina hanno sofferto, ma le importazioni sono rimaste stabili fino alla fine dell’anno, presumibilmente in una corsa ad aumentare le scorte in vista di un possibile incremento del 25% dei dazi all’inizio del 2019.La crescita del deficit commerciale degli Stati Uniti ha impattato il PIL del Paese nella seconda metà del 2018, ma l’improvvisa contrazione avvenuta all’inizio del 2019 potrebbe aggiungere un 1% alla crescita del prodotto interno lordo nel primo trimestre. Fino alla riunione della Fed di marzo, le stime suggerivano una crescita minima o nulla nel primo trimestre. E da qui è derivata infatti l’aggiunta dell’espressione “l’attività economica ha rallentato” nella dichiarazione della riunione. Ora però sembra sempre più probabile che la crescita abbia mantenuto il ritmo del quarto trimestre, superiore al 2%, ritmo che la Fed ha definito “solido”. Inoltre, l’ultimo Beige Book suggerisce che l’economia statunitense abbia chiuso il primo trimestre con uno slancio leggermente più forte.Abbiamo rivisto la nostra posizione sulla Fed intorno al volgere dell’anno. Negli ultimi mesi, l’inflazione reale è stata debole e le aspettative di inflazione sono rimaste al di sotto dei livelli coerenti con il mandato. Questo aspetto, unito con il passaggio verso un obiettivo di inflazione medio lungimirante, indica che la Fed non cambierà probabilmente la sua linea accomodante nel breve periodo. (by Luca Maranesi)

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Seconda edizione del 1000 Miglia Warm Up USA

Posted by fidest press agency su domenica, 28 aprile 2019

Washington DC. Si è tenuta presso l’Ambasciata d’Italia a Washington DC, la conferenza stampa di presentazione della seconda edizione del 1000 Miglia Warm Up USA: quattro giorni di guida e prove cronometrate con l’intento di coinvolgere i partecipanti in un’esperienza sportiva e avvincente in pieno «spirito 1000 Miglia».
L’evento, in programma da mercoledì 23 a sabato 26 ottobre, è riservato a un numero massimo di 40 vetture storiche in possesso dei requisiti di eleggibilità per la 1000 Miglia e a un ristretto numero di Supercar. Ai principianti delle gare di regolarità sarà offerta la possibilità di aggiungere una giornata di vero e proprio Warm Up: martedì 22 ottobre, infatti, sarà una giornata di training dedicata a coloro che, digiuni di 1000 Miglia, potranno avere una panoramica delle regole e delle attività che caratterizzano la partecipazione alla «corsa più bella del mondo». Nelle quattro giornate, le auto partecipanti percorreranno oltre 800 miglia attraverso alcune tra le più suggestive e iconiche zone della Virginia, della Pennsylvania e del Maryland per poi giungere nel cuore di Washington DC: grazie alla squisita disponibilità dell’Ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti, Armando Varricchio, l’evento vedrà il suo epilogo su suolo italiano con la cerimonia di premiazione ospitata nella prestigiosa Residenza Villa Firenze di Rock Creek Park.
«Nell’ottobre scorso 1000 Miglia ha lanciato la prima edizione della Warm Up USA. Allora – ha ricordato l’Ambasciatore, insieme al Presidente Gussalli Beretta – avviammo un percorso. Oggi consolidiamo questa tradizione che si iscrive nel tessuto sportivo e culturale dell’Italia che da secoli fa della bellezza, dello stile, della creatività e della passione per la vita uno dei suoi tratti caratteristici. Sono certo che come per il 2018, l’edizione 2019 sarà un successo e contribuirà a consolidare un’immagine prestigiosa del nostro Paese negli USA». «Lo sviluppo internazionale del nostro brand – ha dichiarato Franco Gussalli Beretta, Presidente di 1000 Miglia Srl – non può prescindere dal coinvolgimento degli Stati Uniti, uno dei primi e più importanti Paesi al mondo per presenza di automobili dal grande valore storico ed è un grande onore, per la 1000 Miglia e per me che la rappresento, essere qui a fianco dell’Ambasciatore Varricchio a conferma dell’inscindibile legame tra la 1000 Miglia e l’Italia e a presentare la seconda edizione del 1000 Miglia Warm Up USA. Ci auguriamo di poter coinvolgere gli equipaggi partecipanti e il pubblico di appassionati in una settimana di training e avvicinamento a tutte le norme, le particolarità e le emozioni che potranno poi vivere quando parteciperanno alla 1000 Miglia che si svolge ogni anno in Italia a maggio. Vorrei infine ringraziare Chopard e Alfa Romeo, che da molti anni sono al nostro fianco e che hanno scelto di supportarci anche in questo progetto». http://www.press.1000miglia.it

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USA: non tutto è oro che luccica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 marzo 2019

Il resoconto dell’ultima riunione del Federal Reserve Open Market Committee (FOMC), il comitato di gestione della politica monetaria americana, rivela che si sta discutendo di interrompere il rientro dal quantitative easing e di riprendere, quindi, la politica monetaria “accomodante” entro l’anno. Si dice di voler restare “pazienti” riguardo a nuovi aggiustamenti e “flessibili” rispetto alla riduzione dei titoli in precedenza comprati per sostenere il sistema bancario.Anche la Bce e Draghi hanno confermato l’intenzione di continuare con la politica monetaria espansiva.Questi sviluppi ci pongono due domande. Quali sono le vere ragioni economiche per le quali, a più di dieci anni dalla crisi finanziaria globale si ripropongono le stesse politiche che, allora, furono concepite come soluzione temporanea per portare i vari paesi fuori dalle paludi della recessione? Le maggiori istituzioni monetarie internazionali temono forse il presentarsi di qualche nuova crisi finanziaria? Ci sono vari parametri per valutare se l’economia mondiale, a cominciare da quella americana, possa rischiare di entrare in una situazione di turbolenza: anzitutto gli andamenti degli investimenti, del commercio e dei bilanci.
In un altro rapporto sulle banche, la Fed ammette che la domanda di credito si è globalmente ridotta. La maggioranza delle banche americane scrutinate intenderebbe rallentare il flusso di crediti alle imprese e aumentare il premio di rischio per numerose categorie di prestiti. Negli Stati Uniti gli investimenti sono scesi negli ultimi sei mesi e sono a -2,1% rispetto a un anno fa. Tale rallentamento si manifesta anche nel settore immobiliare che è sempre stato un importante termometro dell’economia americana, e non solo. Le vendite di abitazioni negli Usa sono scese dell’8% in gennaio rispetto al gennaio precedente, marcando una tendenza semestrale.
Anche l’ex presidente della Fed, Janet Yellen, ha recentemente ammonito che i 4.000 miliardi di dollari di debiti e corporate bond, quasi “junk”, potrebbero portare a una nuova crisi stile 2008. Particolarmente preoccupante è che, sulla base di questi debiti, sono stati emessi oltre 700 miliardi di nuovi derivati, i cosiddetti clo, collateralized loan obligations, che sono stati comprati da banche e fondi.
Ovviamente, i succitati clo raccolgono crediti accesi da imprese sempre meno in grado di ripagarli, proprio così come nella passata crisi accadde per i cdo, collateralized debt obligations, che raccoglievano ipoteche immobiliari impagabili.
Inoltre, da ottobre 2018 a gennaio 2019, cioè nel primo quadrimestre dell’anno fiscale in corso, il deficit di bilancio Usa è stato di 310 miliardi, con un aumento del 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno fiscale precedente. Come, noto, in America l’anno fiscale si calcola da settembre al settembre dell’anno seguente. Il Congress Budget Office prevede che il deficit annuale 2019 sarà di almeno 900 miliardi. In verità, da tempo è in corso una crescita vertiginosa del deficit di bilancio che evidenzia un’economia tutt’altro che sana: 587 miliardi nel 2016, 665 nel 2017, 782 nel 2018.
Lo stesso è avvenuto con la bilancia commerciale americana che nel 2018 ha registrato un deficit di 891 miliardi di dollari nel settore dei beni. Un aumento forte rispetto all’anno precedente. In particolare il deficit nel commercio di beni con la Cina è stato di ben 419 miliardi. Nel 2017 era stato di 375 miliardi.
Sono cifre che bocciano in pieno la politica di Trump, il modo in cui ha voluto coniugare il taglio delle tasse con l’aumento dei dazi. Di fatto, buona parte delle tasse non raccolte hanno fatto crescere i consumi che, a loro volta, hanno inciso sull’andamento delle importazioni. Tali scelte possono momentaneamente sembrare misure a favore dei cittadini, ma nel medio termine esse aggravano i conti pubblici, creando forti rischi d’instabilità. Perciò è molto probabile che nel prossimo futuro la parola “volatilità” venga usata con molta frequenza.
In questa incerta situazione non dovremmo stupirci se Washington sempre più spesso, di fronte a eventuali difficoltà nell’economia americana, scaricasse le proprie responsabilità su presunte crisi in Cina e in Europa. Del resto, questa è da tempo la versione di Trump, che, purtroppo, è stata ripetuta recentemente anche da Jerome Powell, il presidente della Fed, che era ritenuto indipendente rispetto al presidente americano. Evidentemente ciò non è. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Continuano gli impegni dell’On. Nissoli tra le associazioni italiane in USA

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 marzo 2019

NissoliLo sta facendo in raccordo con il suo lavoro parlamentare, dopo aver presentato un Disegno di Legge per l’Associazionismo italiano nel mondo.Infatti, questo fine settimana l’On. Nissoli è stata a Long Island, nel cuore dello Stato di New York, per l’inaugurazione dell’Associazione Italia Oggi Consultantants con la Dott.ssa Maria Teresa Buffa, Presidente dell’Associazione. Il giorno dopo, invece, l’On. Nissoli, invitata dal Cav. Picolli, si e’ recata in New Jersey, per il 37esimo Gala annuale dell’Associazione Italiana Ieri, Oggi, Domani, dove, alla presenza del Console Generale Genuardi, della dott.ssa Mangione, Vice Segretario Generale del CGIE, del Vice Console onorario Dominique Caruso e di Suor Miriam, ha premiato alcuni esponenti della Comunità italiana che si sono distinti per il loro impegno in favore degli italiani che vivono in quell’area.“Un‘altra tappa, altri incontri, un lavoro che continua – dichiara l’On. Nissoli – per conoscere i nostri connazionali che vivono all’estero, ma anche per fare il mio lavoro, ovvero rappresentare l’Italia e raggiungere gli obiettivi che mi sono prefissa e che caratterizzano il ruolo parlamentare fuori dall’Aula di Montrecitorio, giornate intense ma che vale la pena di “mettere in agenda” perché l’Italia è molto più grande di quanto si pensi, e ad ogni mio viaggio ne ho la conferma”.L’on. Nissoli ha rivolto alle due Associazioni parole di ringraziamento per il loro impegno nel mantenere vivo il legame con la Madrepatria e ricordando il suo DDL sull’associazionismo ha evidenziato che incontrando le associazioni sul territorio ha “la conferma che l’associazionismo è il fulcro delle nostre Comunità all’estero, il luogo dove si vive in maniera speciale la nostra appartenenza alla terra di origine”.
Insomma, un fine settimana denso di impegni nella East Coast americana per ascoltare le esigenze delle Comunità italiane del posto e tradurle, poi, in lavoro parlamentare, nonostante le difficoltà che si riscontrano, vista la scarsa attenzione del Governo verso gli italiani all’estero.

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Meloni negli Usa: cresce interesse internazionale per Fratelli d’Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 marzo 2019

“Sono negli Stati Uniti per partecipare a due appuntamenti molto importanti: il primo è il Consiglio Italia-Stati Uniti a New York, un grande evento che mette insieme le migliori energie della politica e dell’imprenditoria italo-americana per intensificare i rapporti e gli scambi commerciali. Il secondo appuntamento è il ‘Conservative Political Action Conference 2019’ che si terrà domani a Washington: si tratta della più grande manifestazione organizzata dai repubblicani americani e che riguarda il campo dei conservatori. Domani sarò l’unica italiana a parlare e affronterò il tema della sovranità e della democrazia in Europa e in Venezuela. Dopo le 30 delegazioni venute a Roma la scorsa settimana per salutare il nostro ingresso nei Conservatori europei, questa due giorni negli Stati Uniti dimostra che verso la proposta politica di Fratelli d’Italia c’è un crescente interesse internazionale”.
È Quanto dichiara il presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, a margine del Consiglio Italia-Stati di New York che ha dato il via alla due giorni in Usa. Il leader di Fratelli d’Italia interverrà domani alle ore 14.55 (20.55 ora italiana) dal palco della Conservative Political Action Conference 2019 a Washington, il più importante appuntamento dei conservatori repubblicani di tutto il mondo. La Meloni sarà l’unico politico italiano invitato a intervenire dal palco per parlare di sovranità e democrazia in Europa. La manifestazione vedrà anche la presenza di Donald Trump che interverrà in tarda mattinata dallo stesso palco. Sarà possibile seguire l’intervento in diretta streaming sul sito ufficiale dell’evento http://cpac.conservative.org/

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Carteggio Dipartimento Stato Usa su guerra in Libia

Posted by fidest press agency su domenica, 27 gennaio 2019

«Rivolgo un appello al ministro Di Maio, che dopo Fratelli d’Italia è stato coraggioso nel denunciare la questione del Franco CFA e del neocolonialismo francese in Africa: FdI chiede al governo di convocare l’ambasciatore francese per chiedere conto del carteggio pubblicato dal Dipartimento di Stato americano e sulle cause che avrebbero spinto la Francia a bombardare la Libia, generando l’attuale caos immigrazione che subiamo». Lo dice in un video pubblicato su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Il presidente di FdI è intevenuto anche su Libero Quotidiano. «Finalmente siamo riusciti a far conoscere a tutti la vicenda del neocolonialismo francese e del Franco CFA che la Francia stampa per 14 Nazioni africane. Ovviamente la sinistra italiana ha cominciato a difendere i francesi e il neocolonialismo che fanno a queste povere nazioni africane e ci ha tenuto a dirci che non c’è alcun nesso tra la moneta coloniale francese e quello che è accaduto con l’immigrazione che arriva da noi. Approfittao per chiedere una cosa alla sinistra ma soprattutto al governo italiano: questa è una mail resa nota dal Dipartimento di Stato americano nel 2015. È una mail che fu mandata a Hillary Clinton quand’era Segretario di Stato americano che parla della vicenda della Libia. Secondo questo funzionario americano che scrive alla Clinton, i francesi avevano scoperto che Gheddafi aveva un piano per sostituire la moneta coloniale francese con una moneta africana basata su quella libica. Secondo questo funzionario americano, questa ragione sarebbe alla base del bombardamento della Libia nel 2011 da parte della Francia e dell’omicidio del colonnello Gheddafi. Credo sia vergognoso che nessuno abbia mai ritenuto di approfondire questo documento pubblico e di risalire alle reali cause che hanno scatenato il caos in Libia e generato il caos immigrazione che arriva da noi. Perché e quello che c’è scritto qui fosse anche lontanamente vero, significherebbe che la Francia non è esattamente un filantropo che stampa queste monete, ma ha un interesse a difendere questa moneta coloniale».

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“Recessione USA? Lontana. E la corsa dell’azionario non è finita”

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 gennaio 2019

Commento di Jeffrey Schulze, director e investment strategist di ClearBridge Investments, affiliata Legg Mason. Il leggendario investitore Sir John Templeton disse una volta che “le quattro parole più pericolose negli investimenti sono: ‘questa volta è diverso’.” Molti investitori, professionisti e non, hanno pronunciato questa frase, per poi rendersi conto di aver sbagliato clamorosamente. La carneficina di mercato del quarto trimestre 2018 ha fatto tornare la mente al 2008, e innescato un dibattito sull’arrivo della prossima recessione. In poco tempo lo S&P500 è sceso del 19% dal picco raggiunto a fine settembre. Con la liquidità destinata a restringersi, alcuni sostengono che gli investitori debbano prepararsi per ulteriori forti ribassi del mercato azionario. Le paure di un imminente crollo del mercato sono giustificate?Per scoprirlo, cominciamo innanzitutto a definire cosa costituisce un “crollo del mercato”. Per noi di ClearBridge si tratta di un ribasso maggiore del 20% di durata superiore a 12 mesi. Al contrario, definiamo semplicemente “fasi ribassiste” altri sell off importanti (15% e oltre) che durano meno di un anno. Si tratta di una distinzione significativa: la maggior parte degli investitori è infatti in grado di affrontare un breve periodo di agitazione causato da un ribasso, mentre in genere è molto più sensibile all’impatto sui portafogli di un possibile crollo del mercato. Tendenzialmente, un crollo di mercato dura tre volte tanto e registra perdite 2,3 volte maggiori rispetto ad una fase ribassista. E, soprattutto, i crolli del mercato hanno più del doppio della probabilità di coincidere con una recessione.
Per questo motivo riteniamo che la questione chiave per gli investitori nel 2019 sia se gli USA stiano andando verso una crisi oppure no. La nostra tabella sul rischio recessione (ClearBridge Recession Risk Dashboard) suggerisce che le paure in questo senso siano esagerate: 8 indicatori verdi, 4 gialli e nemmeno uno rosso. Certo, è un quadro meno roseo rispetto ai mesi scorsi, ma comunque complessivamente sano.
La componente finanziaria della nostra tabella ora ha tutti e tre gli indicatori in giallo, mentre l’altro indicatore di “cautela” è dovuto alle commodities. Al contrario, i segmenti legati alle imprese e ai consumatori sono interamente verdi. Ecco perché è importante che gli investitori si facciano la domanda che suggerivamo prima: è possibile che stavolta sarà diverso, ossia che possa innescarsi un crollo del mercato pur in assenza di una recessione?
Vista la solidità evidenziata dalla nostra Dashboard, noi crediamo che l’attuale turbolenza del mercato avrà vita breve, rivelandosi soltanto una fase ribassista.
Una delle vittime della recente volatilità del mercato è stato il rapporto prezzo-utili (P/E). La combinazione di un ambiente di solidi guadagni e rendimenti negativi ha fatto scendere notevolmente le valutazioni. Il 2018 è stato caratterizzato dal terzo maggior calo annuale dei livelli del P/E degli ultimi 40 anni, maggiore persino della compressione registrata nel 2008.
È importante sottolineare come la contrazione si sia concentrata soprattutto nei settori ciclici, che crediamo stiano scontando eccessivamente le possibilità di una recessione nel 2019. Il mercato prezza attualmente una dose esagerata di negatività, il che dovrebbe portare a delle sorprese positive rispetto alle aspettative.
Certo, rimangono dei rischi per le azioni, tra cui le tensioni commerciali, il rallentamento della crescita degli utili e la possibilità di un errore della Fed. I dazi continueranno ad occupare le prime pagine dei giornali mentre i negoziati USA-Cina continuano. Ma anche se ciò può preoccupare gli investitori, l’impatto finale dovrebbe restare comunque gestibile sia per le singole compagnie che per l’economia nel suo complesso. E con le pressioni inflattive che si attenuano, la Fed ha spazio per respirare e diminuire il ritmo della normalizzazione nel 2019, evitando di incappare in un errore.Infine, un’ultima paura degli investitori è che il mercato non possa salire ulteriormente con economia e utili in rallentamento. Anche se è quasi certo che la crescita del PIL declinerà dopo l’impennata del 2018, è probabile che l’economia andrà avanti comunque attorno al range del 2-2,5%. Inoltre, è importante sottolineare che c’è differenza tra un rallentamento da una base di confronto molto alta (con l’effetto della riforma fiscale) e un declino che anticipa una recessione.
Inoltre, storicamente il raggiungimento del picco della crescita degli utili non significa necessariamente che il ciclo economico o di mercato sia finito. Di fatto il picco della crescita degli utili ha in genere preceduto l’arrivo di una recessione di oltre tre anni, durante i quali lo S&P 500 ha registrato ritorni medi di circa il 40%.
Anche se il contesto attuale presenta di certo una buona dose di rischi, crediamo che alla fine si riveleranno preoccupazioni che il mercato sarà in grado di superare. Il nostro parere di basa sulla buona salute della ClearBridge Recession Risk Dashboard e su altri segnali significativi come la solida attività dei consumatori e delle aziende. Guardando all’anno appena iniziato, dunque, lo scenario di buoni fondamentali, le valutazioni azionarie interessanti, la potenziale pausa della Fed e l’incremento dello stimolo cinese puntano tutti verso un rimbalzo del mercato. (in abstract)

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Samsung Bioepis’ First Oncology Medicine in the United States

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 gennaio 2019

Samsung Bioepis Co., Ltd. today announced that the U.S. Food and Drug Administration (FDA) has approved ONTRUZANT® (trastuzumab-dttb), a biosimilar referencing HERCEPTIN® 1 (trastuzumab), across all eligible indications, namely adjuvant treatment of HER2-overexpressing breast cancer, metastatic breast cancer and metastatic gastric cancer or gastroesophageal junction adenocarcinoma in patients who have not received prior treatment for metastatic disease. Please see Boxed Warnings and Important Safety Information for ONTRUZANT® below.
ONTRUZANT® is Samsung Bioepis’ first oncology biosimilar to receive FDA approval, and will be marketed and distributed in the United States (US) by Merck, which is known as MSD outside of the US and Canada.“For many cancer patients in the US, battling cancer has not only been a health issue, but a considerable financial burden brought on by cancer treatment. Biosimilars are intended to be lower cost, high-quality treatment options that have the potential to alleviate such burden. We sincerely hope our trastuzumab biosimilar will do exactly that,” said Sang-Jin Pak, Senior Vice President and Head of Commercial Division, Samsung Bioepis. “At Samsung Bioepis, we will continue to demonstrate our enduring commitment to biosimilars by further strengthening our pipeline and widening the availability of approved treatments for cancer patients across the US.” ONTRUZANT® was also approved by the European Commission (EC) in November 2017, and has since been launched in a growing number of European countries.

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“Ritiro Usa da Siria può avere conseguenze rischiose”

Posted by fidest press agency su domenica, 20 gennaio 2019

“Il finanziamento delle missioni italiane all’Estero, nel nostro interesse, deve continuare con il rigore e l’attenzione che ha avuto in passato. In particolare Unifil è un elemento forte della politica estera italiana ma, affinché continui ad esserlo e conservi il suo significato strategico, non può essere svincolato da una visione molto più larga e interconnessa”. Sono concetti affermati dalla senatrice Tatjana Rojc, membro della commissione Difesa a Palazzo Madama, oggi a Trieste nell’ambito di un convegno dedicato alla missione Unifil e alla presenza militare italiana in Libano.
Dopo il saluto di Roberto Antonione, nuovo segretario dell’Iniziativa Centro Europea che ha ospitato l’evento promosso dal Vitale Istituto for geopolitical studies, la senatrice Rojc ha rivolto “un ringraziamento a tutti i militari italiani che sono impegnati in questi scenari: proprio dal Friuli Venezia Giulia partono regolarmente contingenti alla volta del Libano”. Rilevato che “dal 1989 in poi, le missioni internazionali hanno fatto assurgere a ruoli essenziali la componente civile, la ricostruzione del tessuto sociale e economico del territorio”, Rojc ha parlato della “sostenibilità del nostro sistema di difesa” indicando che “non è pensabile una partecipazione a pioggia agli impegni internazionali, ma è necessario individuare priorità e specifiche delle missioni, e con fermezza portarle avanti. Chiaramente – ha puntualizzato – il dispositivo militare di un Paese è condizionato dalle scelte politiche dei Governi in carica”.
Per la senatrice “lo sguardo verso il Mediterraneo, il vicino e Medio Oriente non deve essere reso opaco dalla necessità di un continuo assestamento politico interno al nostro Paese. La capacità di stabilizzare, infatti, è anche una proiezione della stabilità interna e della chiarezza degli obiettivi che il sistema Paese si propone di raggiungere, quale componente equilibrata ma non neutrale di uno schieramento identificato senza ambiguità”.
La senatrice ha inoltre sollevato il problema di un ritiro delle truppe Usa dalle aree controllate dai curdi nella Siria orientale e del venir meno di una “zona cuscinetto cruciale che impediva l’afflusso in Libano di armi moderne e potenti via terra” lungo il cosiddetto ‘arco sciita’, dall’Iraq, alla Siria al Libano. “C’è il rischio – ha sottolineato – di un innalzamento decisivo del potenziale bellico nelle mani di Hezbollah, con conseguenze sulla politica dello Stato di Israele”.

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Italia e Ue votano per i missili Usa in Europa

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2019

Presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York, c’è una scultura metallica intitolata «il Bene sconfigge il Male», raffigurante San Giorgio che trafigge un drago con la sua lancia. Fu donata dall’Unione sovietica nel 1990 per celebrare il Trattato Inf stipulato con gli Stati uniti nel 1987, che eliminava i missili nucleari a gittata corta e intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra. Il corpo del drago è infatti realizzato, simbolicamente, con pezzi di missili balistici statunitensi Pershing-2 (prima schierati in Germania Occidentale) e SS-20 sovietici (prima schierati in Urss).
Ora però il drago nucleare, che nella scultura è raffigurato agonizzante, sta tornando in vita. Grazie anche all’Italia e agli altri paesi dell’Unione europea che, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, hanno votato contro la risoluzione presentata dalla Russia sulla «Preservazione e osservanza del Trattato Inf», respinta con 46 voti contro 43 e 78 astensioni [1].L‘Unione europea – di cui 21 dei 27 membri fanno parte della Nato (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla Ue) – si è così totalmente uniformata alla posizione della Nato, che a sua volta si è totalmente uniformata a quella degli Stati uniti. Prima l’amministrazione Obama, quindi l’amministrazione Trump hanno accusato la Russia, senza alcuna prova, di aver sperimentato un missile della categoria proibita e hanno annunciato l’intenzione di ritirarsi dal Trattato Inf. Hanno contemporaneamente avviato un programma mirante a installare di nuovo in Europa contro la Russia missili nucleari, che sarebbero schierati anche nella regione Asia-Pacifico contro la Cina. Il rappresentante russo all’Onu ha avvertito che «ciò costituisce l’inizio di una corsa agli armamenti a tutti gli effetti».
In altre parole ha avvertito che, se gli Usa installassero di nuovo in Europa missili nucleari puntati sulla Russia (come erano anche i Cruise schierati a Comiso negli anni Ottanta), la Russia installerebbe di nuovo sul proprio territorio missili analoghi puntati su obiettivi in Europa (ma non in grado di raggiungere gli Stati uniti).Ignorando tutto questo, il rappresentante dell’Unione europea alle Nazioni unite ha espressamente accusato la Russia di minare il Trattato Inf e ha annunciato il voto contrario di tutti i paesi dell’Unione perché «la risoluzione presentata dalla Russia devia dalla questione che si sta discutendo».Nella sostanza, quindi, l’Unione europea ha dato luce verde alla possibile installazione di nuovi missili nucleari Usa in Europa, Italia compresa. Su una questione di tale importanza, il governo Giuseppe Conte, rinunciando come i precedenti a esercitare la sovranità nazionale, si è accodato alla Ue che a sua volta si è accodata alla Nato sotto comando statunitense.E dall’intero arco politico non si è levata una voce per richiedere che fosse il Parlamento a decidere come votare all’Onu.Né in Parlamento si leva alcuna voce per richiedere che l’Italia osservi il Trattato di non-proliferazione, imponendo agli Usa di rimuovere dal nostro territorio nazionale le bombe nucleari B61 e di non installarvi, a partire dalla prima metà del 2020, le nuove e ancora più pericolose B61-12. Viene così di nuovo violato il fondamentale principio costituzionale che «la sovranità appartiene al popolo». E poiché l’apparato politico-mediatico tiene gli italiani volutamente all’oscuro su tali questioni di vitale importanza, viene violato il diritto all’informazione, nel senso non solo di libertà di informare ma di diritto ad essere informati. O si fa ora o domani non ci sarà tempo per decidere: un missile balistico a raggio intermedio, per raggiungere e distruggere l’obiettivo con la sua testata nucleare, impiega 6-11 minuti. (Manlio Dinucci Fonte Il Manifesto (Italia)

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Studio: negli Usa diplomi e lauree in soli 2 anni per gli studenti italiani

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2019

Quando i giovani italiani competono sul mercato del lavoro internazionale si scoprono, a malincuore, “più vecchi” rispetto agli altri europei o agli americani. Il motivo? Il nostro sistema scolastico, che prevede 13 anni per conseguire il diploma, contro i 12 di Stati Uniti, Spagna, Francia, Regno Unito, Portogallo e tanti altri.Nel 2018 però è stata avviata una sperimentazione che ha coinvolto 100 scuole italiane, al fine di valutare se abbreviare gli anni di scolarità in Italia o meno, ma, in attesa che il tutto diventi realtà, troviamo una risposta concreta dagli Stati Uniti.Ce ne parla Mondo Insieme, associazione specializzata da oltre trent’anni nel settore degli scambi culturali, con sedi a Bologna e a Laguna Beach, in California, e diversi rappresentanti locali in tutta Italia.
“Gli studenti interessati a trascorrere il 4° anno delle superiori negli Stati Uniti richiedono, sempre più spesso, la possibilità di ottenere la Graduation americana, cioè di diplomarsi negli Stati Uniti e iscriversi all’università, saltando il 5° anno di scuola italiana” spiega Valeria Sessini, Responsabile del Programma Campus USA di Mondo Insieme.
Un programma denominato Pathway Program, che suscita grande interesse tra i giovani italiani più ambiziosi, che desiderano bruciare le tappe, perchè prevede di abbinare diploma di maturità e Associate’s Degree, cioè una laurea breve americana.I futuri Exchange Students, come chiarisce Mondo Insieme sul suo sito, potranno frequentare, con borsa di studio garantita, il 4° anno all’interno di un’università, vivendo con una famiglia ospitante e usufruendo del supporto di un rappresentante locale, come previsto per tutti i programmi di “Anno Scolastico all’Estero”.Nel corso dell’esperienza potranno poi esprimere la volontà di prolungare gli studi di un ulteriore anno, questa volta vivendo direttamente in campus, e conseguire contemporaneamente Graduation e Associate’s Degree.Una laurea breve negli Stati Uniti si ottiene in due anni ma, grazie al Pathway Program di Mondo Insieme, in collaborazione con la Southern Utah University, in due anni gli studenti si diplomerebbero e conseguirebbero una laurea breve.
Terminare il ciclo di laurea, sempre con borsa di studio, e conseguire un Bachelor’s Degree in altri due anni, oppure sfruttare questo primo titolo per lavorare negli Stati Uniti per un anno.Gli italiani sarebbero così tra i più giovani sul mercato del lavoro europeo e internazionale.Considerati il risparmio di tempo e l’interessante bagaglio di esperienza che si potrà accumulare, vale davvero la pena informarsi di più, visitando il sito http://www.mondoinsieme.it, o contattando Mondo Insieme al tel. 051 65.69.257

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