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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°159

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USA: non tutto è oro che luccica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 marzo 2019

Il resoconto dell’ultima riunione del Federal Reserve Open Market Committee (FOMC), il comitato di gestione della politica monetaria americana, rivela che si sta discutendo di interrompere il rientro dal quantitative easing e di riprendere, quindi, la politica monetaria “accomodante” entro l’anno. Si dice di voler restare “pazienti” riguardo a nuovi aggiustamenti e “flessibili” rispetto alla riduzione dei titoli in precedenza comprati per sostenere il sistema bancario.Anche la Bce e Draghi hanno confermato l’intenzione di continuare con la politica monetaria espansiva.Questi sviluppi ci pongono due domande. Quali sono le vere ragioni economiche per le quali, a più di dieci anni dalla crisi finanziaria globale si ripropongono le stesse politiche che, allora, furono concepite come soluzione temporanea per portare i vari paesi fuori dalle paludi della recessione? Le maggiori istituzioni monetarie internazionali temono forse il presentarsi di qualche nuova crisi finanziaria? Ci sono vari parametri per valutare se l’economia mondiale, a cominciare da quella americana, possa rischiare di entrare in una situazione di turbolenza: anzitutto gli andamenti degli investimenti, del commercio e dei bilanci.
In un altro rapporto sulle banche, la Fed ammette che la domanda di credito si è globalmente ridotta. La maggioranza delle banche americane scrutinate intenderebbe rallentare il flusso di crediti alle imprese e aumentare il premio di rischio per numerose categorie di prestiti. Negli Stati Uniti gli investimenti sono scesi negli ultimi sei mesi e sono a -2,1% rispetto a un anno fa. Tale rallentamento si manifesta anche nel settore immobiliare che è sempre stato un importante termometro dell’economia americana, e non solo. Le vendite di abitazioni negli Usa sono scese dell’8% in gennaio rispetto al gennaio precedente, marcando una tendenza semestrale.
Anche l’ex presidente della Fed, Janet Yellen, ha recentemente ammonito che i 4.000 miliardi di dollari di debiti e corporate bond, quasi “junk”, potrebbero portare a una nuova crisi stile 2008. Particolarmente preoccupante è che, sulla base di questi debiti, sono stati emessi oltre 700 miliardi di nuovi derivati, i cosiddetti clo, collateralized loan obligations, che sono stati comprati da banche e fondi.
Ovviamente, i succitati clo raccolgono crediti accesi da imprese sempre meno in grado di ripagarli, proprio così come nella passata crisi accadde per i cdo, collateralized debt obligations, che raccoglievano ipoteche immobiliari impagabili.
Inoltre, da ottobre 2018 a gennaio 2019, cioè nel primo quadrimestre dell’anno fiscale in corso, il deficit di bilancio Usa è stato di 310 miliardi, con un aumento del 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno fiscale precedente. Come, noto, in America l’anno fiscale si calcola da settembre al settembre dell’anno seguente. Il Congress Budget Office prevede che il deficit annuale 2019 sarà di almeno 900 miliardi. In verità, da tempo è in corso una crescita vertiginosa del deficit di bilancio che evidenzia un’economia tutt’altro che sana: 587 miliardi nel 2016, 665 nel 2017, 782 nel 2018.
Lo stesso è avvenuto con la bilancia commerciale americana che nel 2018 ha registrato un deficit di 891 miliardi di dollari nel settore dei beni. Un aumento forte rispetto all’anno precedente. In particolare il deficit nel commercio di beni con la Cina è stato di ben 419 miliardi. Nel 2017 era stato di 375 miliardi.
Sono cifre che bocciano in pieno la politica di Trump, il modo in cui ha voluto coniugare il taglio delle tasse con l’aumento dei dazi. Di fatto, buona parte delle tasse non raccolte hanno fatto crescere i consumi che, a loro volta, hanno inciso sull’andamento delle importazioni. Tali scelte possono momentaneamente sembrare misure a favore dei cittadini, ma nel medio termine esse aggravano i conti pubblici, creando forti rischi d’instabilità. Perciò è molto probabile che nel prossimo futuro la parola “volatilità” venga usata con molta frequenza.
In questa incerta situazione non dovremmo stupirci se Washington sempre più spesso, di fronte a eventuali difficoltà nell’economia americana, scaricasse le proprie responsabilità su presunte crisi in Cina e in Europa. Del resto, questa è da tempo la versione di Trump, che, purtroppo, è stata ripetuta recentemente anche da Jerome Powell, il presidente della Fed, che era ritenuto indipendente rispetto al presidente americano. Evidentemente ciò non è. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Continuano gli impegni dell’On. Nissoli tra le associazioni italiane in USA

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 marzo 2019

NissoliLo sta facendo in raccordo con il suo lavoro parlamentare, dopo aver presentato un Disegno di Legge per l’Associazionismo italiano nel mondo.Infatti, questo fine settimana l’On. Nissoli è stata a Long Island, nel cuore dello Stato di New York, per l’inaugurazione dell’Associazione Italia Oggi Consultantants con la Dott.ssa Maria Teresa Buffa, Presidente dell’Associazione. Il giorno dopo, invece, l’On. Nissoli, invitata dal Cav. Picolli, si e’ recata in New Jersey, per il 37esimo Gala annuale dell’Associazione Italiana Ieri, Oggi, Domani, dove, alla presenza del Console Generale Genuardi, della dott.ssa Mangione, Vice Segretario Generale del CGIE, del Vice Console onorario Dominique Caruso e di Suor Miriam, ha premiato alcuni esponenti della Comunità italiana che si sono distinti per il loro impegno in favore degli italiani che vivono in quell’area.“Un‘altra tappa, altri incontri, un lavoro che continua – dichiara l’On. Nissoli – per conoscere i nostri connazionali che vivono all’estero, ma anche per fare il mio lavoro, ovvero rappresentare l’Italia e raggiungere gli obiettivi che mi sono prefissa e che caratterizzano il ruolo parlamentare fuori dall’Aula di Montrecitorio, giornate intense ma che vale la pena di “mettere in agenda” perché l’Italia è molto più grande di quanto si pensi, e ad ogni mio viaggio ne ho la conferma”.L’on. Nissoli ha rivolto alle due Associazioni parole di ringraziamento per il loro impegno nel mantenere vivo il legame con la Madrepatria e ricordando il suo DDL sull’associazionismo ha evidenziato che incontrando le associazioni sul territorio ha “la conferma che l’associazionismo è il fulcro delle nostre Comunità all’estero, il luogo dove si vive in maniera speciale la nostra appartenenza alla terra di origine”.
Insomma, un fine settimana denso di impegni nella East Coast americana per ascoltare le esigenze delle Comunità italiane del posto e tradurle, poi, in lavoro parlamentare, nonostante le difficoltà che si riscontrano, vista la scarsa attenzione del Governo verso gli italiani all’estero.

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Meloni negli Usa: cresce interesse internazionale per Fratelli d’Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 marzo 2019

“Sono negli Stati Uniti per partecipare a due appuntamenti molto importanti: il primo è il Consiglio Italia-Stati Uniti a New York, un grande evento che mette insieme le migliori energie della politica e dell’imprenditoria italo-americana per intensificare i rapporti e gli scambi commerciali. Il secondo appuntamento è il ‘Conservative Political Action Conference 2019’ che si terrà domani a Washington: si tratta della più grande manifestazione organizzata dai repubblicani americani e che riguarda il campo dei conservatori. Domani sarò l’unica italiana a parlare e affronterò il tema della sovranità e della democrazia in Europa e in Venezuela. Dopo le 30 delegazioni venute a Roma la scorsa settimana per salutare il nostro ingresso nei Conservatori europei, questa due giorni negli Stati Uniti dimostra che verso la proposta politica di Fratelli d’Italia c’è un crescente interesse internazionale”.
È Quanto dichiara il presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, a margine del Consiglio Italia-Stati di New York che ha dato il via alla due giorni in Usa. Il leader di Fratelli d’Italia interverrà domani alle ore 14.55 (20.55 ora italiana) dal palco della Conservative Political Action Conference 2019 a Washington, il più importante appuntamento dei conservatori repubblicani di tutto il mondo. La Meloni sarà l’unico politico italiano invitato a intervenire dal palco per parlare di sovranità e democrazia in Europa. La manifestazione vedrà anche la presenza di Donald Trump che interverrà in tarda mattinata dallo stesso palco. Sarà possibile seguire l’intervento in diretta streaming sul sito ufficiale dell’evento http://cpac.conservative.org/

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Carteggio Dipartimento Stato Usa su guerra in Libia

Posted by fidest press agency su domenica, 27 gennaio 2019

«Rivolgo un appello al ministro Di Maio, che dopo Fratelli d’Italia è stato coraggioso nel denunciare la questione del Franco CFA e del neocolonialismo francese in Africa: FdI chiede al governo di convocare l’ambasciatore francese per chiedere conto del carteggio pubblicato dal Dipartimento di Stato americano e sulle cause che avrebbero spinto la Francia a bombardare la Libia, generando l’attuale caos immigrazione che subiamo». Lo dice in un video pubblicato su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Il presidente di FdI è intevenuto anche su Libero Quotidiano. «Finalmente siamo riusciti a far conoscere a tutti la vicenda del neocolonialismo francese e del Franco CFA che la Francia stampa per 14 Nazioni africane. Ovviamente la sinistra italiana ha cominciato a difendere i francesi e il neocolonialismo che fanno a queste povere nazioni africane e ci ha tenuto a dirci che non c’è alcun nesso tra la moneta coloniale francese e quello che è accaduto con l’immigrazione che arriva da noi. Approfittao per chiedere una cosa alla sinistra ma soprattutto al governo italiano: questa è una mail resa nota dal Dipartimento di Stato americano nel 2015. È una mail che fu mandata a Hillary Clinton quand’era Segretario di Stato americano che parla della vicenda della Libia. Secondo questo funzionario americano che scrive alla Clinton, i francesi avevano scoperto che Gheddafi aveva un piano per sostituire la moneta coloniale francese con una moneta africana basata su quella libica. Secondo questo funzionario americano, questa ragione sarebbe alla base del bombardamento della Libia nel 2011 da parte della Francia e dell’omicidio del colonnello Gheddafi. Credo sia vergognoso che nessuno abbia mai ritenuto di approfondire questo documento pubblico e di risalire alle reali cause che hanno scatenato il caos in Libia e generato il caos immigrazione che arriva da noi. Perché e quello che c’è scritto qui fosse anche lontanamente vero, significherebbe che la Francia non è esattamente un filantropo che stampa queste monete, ma ha un interesse a difendere questa moneta coloniale».

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“Recessione USA? Lontana. E la corsa dell’azionario non è finita”

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 gennaio 2019

Commento di Jeffrey Schulze, director e investment strategist di ClearBridge Investments, affiliata Legg Mason. Il leggendario investitore Sir John Templeton disse una volta che “le quattro parole più pericolose negli investimenti sono: ‘questa volta è diverso’.” Molti investitori, professionisti e non, hanno pronunciato questa frase, per poi rendersi conto di aver sbagliato clamorosamente. La carneficina di mercato del quarto trimestre 2018 ha fatto tornare la mente al 2008, e innescato un dibattito sull’arrivo della prossima recessione. In poco tempo lo S&P500 è sceso del 19% dal picco raggiunto a fine settembre. Con la liquidità destinata a restringersi, alcuni sostengono che gli investitori debbano prepararsi per ulteriori forti ribassi del mercato azionario. Le paure di un imminente crollo del mercato sono giustificate?Per scoprirlo, cominciamo innanzitutto a definire cosa costituisce un “crollo del mercato”. Per noi di ClearBridge si tratta di un ribasso maggiore del 20% di durata superiore a 12 mesi. Al contrario, definiamo semplicemente “fasi ribassiste” altri sell off importanti (15% e oltre) che durano meno di un anno. Si tratta di una distinzione significativa: la maggior parte degli investitori è infatti in grado di affrontare un breve periodo di agitazione causato da un ribasso, mentre in genere è molto più sensibile all’impatto sui portafogli di un possibile crollo del mercato. Tendenzialmente, un crollo di mercato dura tre volte tanto e registra perdite 2,3 volte maggiori rispetto ad una fase ribassista. E, soprattutto, i crolli del mercato hanno più del doppio della probabilità di coincidere con una recessione.
Per questo motivo riteniamo che la questione chiave per gli investitori nel 2019 sia se gli USA stiano andando verso una crisi oppure no. La nostra tabella sul rischio recessione (ClearBridge Recession Risk Dashboard) suggerisce che le paure in questo senso siano esagerate: 8 indicatori verdi, 4 gialli e nemmeno uno rosso. Certo, è un quadro meno roseo rispetto ai mesi scorsi, ma comunque complessivamente sano.
La componente finanziaria della nostra tabella ora ha tutti e tre gli indicatori in giallo, mentre l’altro indicatore di “cautela” è dovuto alle commodities. Al contrario, i segmenti legati alle imprese e ai consumatori sono interamente verdi. Ecco perché è importante che gli investitori si facciano la domanda che suggerivamo prima: è possibile che stavolta sarà diverso, ossia che possa innescarsi un crollo del mercato pur in assenza di una recessione?
Vista la solidità evidenziata dalla nostra Dashboard, noi crediamo che l’attuale turbolenza del mercato avrà vita breve, rivelandosi soltanto una fase ribassista.
Una delle vittime della recente volatilità del mercato è stato il rapporto prezzo-utili (P/E). La combinazione di un ambiente di solidi guadagni e rendimenti negativi ha fatto scendere notevolmente le valutazioni. Il 2018 è stato caratterizzato dal terzo maggior calo annuale dei livelli del P/E degli ultimi 40 anni, maggiore persino della compressione registrata nel 2008.
È importante sottolineare come la contrazione si sia concentrata soprattutto nei settori ciclici, che crediamo stiano scontando eccessivamente le possibilità di una recessione nel 2019. Il mercato prezza attualmente una dose esagerata di negatività, il che dovrebbe portare a delle sorprese positive rispetto alle aspettative.
Certo, rimangono dei rischi per le azioni, tra cui le tensioni commerciali, il rallentamento della crescita degli utili e la possibilità di un errore della Fed. I dazi continueranno ad occupare le prime pagine dei giornali mentre i negoziati USA-Cina continuano. Ma anche se ciò può preoccupare gli investitori, l’impatto finale dovrebbe restare comunque gestibile sia per le singole compagnie che per l’economia nel suo complesso. E con le pressioni inflattive che si attenuano, la Fed ha spazio per respirare e diminuire il ritmo della normalizzazione nel 2019, evitando di incappare in un errore.Infine, un’ultima paura degli investitori è che il mercato non possa salire ulteriormente con economia e utili in rallentamento. Anche se è quasi certo che la crescita del PIL declinerà dopo l’impennata del 2018, è probabile che l’economia andrà avanti comunque attorno al range del 2-2,5%. Inoltre, è importante sottolineare che c’è differenza tra un rallentamento da una base di confronto molto alta (con l’effetto della riforma fiscale) e un declino che anticipa una recessione.
Inoltre, storicamente il raggiungimento del picco della crescita degli utili non significa necessariamente che il ciclo economico o di mercato sia finito. Di fatto il picco della crescita degli utili ha in genere preceduto l’arrivo di una recessione di oltre tre anni, durante i quali lo S&P 500 ha registrato ritorni medi di circa il 40%.
Anche se il contesto attuale presenta di certo una buona dose di rischi, crediamo che alla fine si riveleranno preoccupazioni che il mercato sarà in grado di superare. Il nostro parere di basa sulla buona salute della ClearBridge Recession Risk Dashboard e su altri segnali significativi come la solida attività dei consumatori e delle aziende. Guardando all’anno appena iniziato, dunque, lo scenario di buoni fondamentali, le valutazioni azionarie interessanti, la potenziale pausa della Fed e l’incremento dello stimolo cinese puntano tutti verso un rimbalzo del mercato. (in abstract)

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Samsung Bioepis’ First Oncology Medicine in the United States

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 gennaio 2019

Samsung Bioepis Co., Ltd. today announced that the U.S. Food and Drug Administration (FDA) has approved ONTRUZANT® (trastuzumab-dttb), a biosimilar referencing HERCEPTIN® 1 (trastuzumab), across all eligible indications, namely adjuvant treatment of HER2-overexpressing breast cancer, metastatic breast cancer and metastatic gastric cancer or gastroesophageal junction adenocarcinoma in patients who have not received prior treatment for metastatic disease. Please see Boxed Warnings and Important Safety Information for ONTRUZANT® below.
ONTRUZANT® is Samsung Bioepis’ first oncology biosimilar to receive FDA approval, and will be marketed and distributed in the United States (US) by Merck, which is known as MSD outside of the US and Canada.“For many cancer patients in the US, battling cancer has not only been a health issue, but a considerable financial burden brought on by cancer treatment. Biosimilars are intended to be lower cost, high-quality treatment options that have the potential to alleviate such burden. We sincerely hope our trastuzumab biosimilar will do exactly that,” said Sang-Jin Pak, Senior Vice President and Head of Commercial Division, Samsung Bioepis. “At Samsung Bioepis, we will continue to demonstrate our enduring commitment to biosimilars by further strengthening our pipeline and widening the availability of approved treatments for cancer patients across the US.” ONTRUZANT® was also approved by the European Commission (EC) in November 2017, and has since been launched in a growing number of European countries.

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“Ritiro Usa da Siria può avere conseguenze rischiose”

Posted by fidest press agency su domenica, 20 gennaio 2019

“Il finanziamento delle missioni italiane all’Estero, nel nostro interesse, deve continuare con il rigore e l’attenzione che ha avuto in passato. In particolare Unifil è un elemento forte della politica estera italiana ma, affinché continui ad esserlo e conservi il suo significato strategico, non può essere svincolato da una visione molto più larga e interconnessa”. Sono concetti affermati dalla senatrice Tatjana Rojc, membro della commissione Difesa a Palazzo Madama, oggi a Trieste nell’ambito di un convegno dedicato alla missione Unifil e alla presenza militare italiana in Libano.
Dopo il saluto di Roberto Antonione, nuovo segretario dell’Iniziativa Centro Europea che ha ospitato l’evento promosso dal Vitale Istituto for geopolitical studies, la senatrice Rojc ha rivolto “un ringraziamento a tutti i militari italiani che sono impegnati in questi scenari: proprio dal Friuli Venezia Giulia partono regolarmente contingenti alla volta del Libano”. Rilevato che “dal 1989 in poi, le missioni internazionali hanno fatto assurgere a ruoli essenziali la componente civile, la ricostruzione del tessuto sociale e economico del territorio”, Rojc ha parlato della “sostenibilità del nostro sistema di difesa” indicando che “non è pensabile una partecipazione a pioggia agli impegni internazionali, ma è necessario individuare priorità e specifiche delle missioni, e con fermezza portarle avanti. Chiaramente – ha puntualizzato – il dispositivo militare di un Paese è condizionato dalle scelte politiche dei Governi in carica”.
Per la senatrice “lo sguardo verso il Mediterraneo, il vicino e Medio Oriente non deve essere reso opaco dalla necessità di un continuo assestamento politico interno al nostro Paese. La capacità di stabilizzare, infatti, è anche una proiezione della stabilità interna e della chiarezza degli obiettivi che il sistema Paese si propone di raggiungere, quale componente equilibrata ma non neutrale di uno schieramento identificato senza ambiguità”.
La senatrice ha inoltre sollevato il problema di un ritiro delle truppe Usa dalle aree controllate dai curdi nella Siria orientale e del venir meno di una “zona cuscinetto cruciale che impediva l’afflusso in Libano di armi moderne e potenti via terra” lungo il cosiddetto ‘arco sciita’, dall’Iraq, alla Siria al Libano. “C’è il rischio – ha sottolineato – di un innalzamento decisivo del potenziale bellico nelle mani di Hezbollah, con conseguenze sulla politica dello Stato di Israele”.

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Italia e Ue votano per i missili Usa in Europa

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2019

Presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York, c’è una scultura metallica intitolata «il Bene sconfigge il Male», raffigurante San Giorgio che trafigge un drago con la sua lancia. Fu donata dall’Unione sovietica nel 1990 per celebrare il Trattato Inf stipulato con gli Stati uniti nel 1987, che eliminava i missili nucleari a gittata corta e intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra. Il corpo del drago è infatti realizzato, simbolicamente, con pezzi di missili balistici statunitensi Pershing-2 (prima schierati in Germania Occidentale) e SS-20 sovietici (prima schierati in Urss).
Ora però il drago nucleare, che nella scultura è raffigurato agonizzante, sta tornando in vita. Grazie anche all’Italia e agli altri paesi dell’Unione europea che, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, hanno votato contro la risoluzione presentata dalla Russia sulla «Preservazione e osservanza del Trattato Inf», respinta con 46 voti contro 43 e 78 astensioni [1].L‘Unione europea – di cui 21 dei 27 membri fanno parte della Nato (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla Ue) – si è così totalmente uniformata alla posizione della Nato, che a sua volta si è totalmente uniformata a quella degli Stati uniti. Prima l’amministrazione Obama, quindi l’amministrazione Trump hanno accusato la Russia, senza alcuna prova, di aver sperimentato un missile della categoria proibita e hanno annunciato l’intenzione di ritirarsi dal Trattato Inf. Hanno contemporaneamente avviato un programma mirante a installare di nuovo in Europa contro la Russia missili nucleari, che sarebbero schierati anche nella regione Asia-Pacifico contro la Cina. Il rappresentante russo all’Onu ha avvertito che «ciò costituisce l’inizio di una corsa agli armamenti a tutti gli effetti».
In altre parole ha avvertito che, se gli Usa installassero di nuovo in Europa missili nucleari puntati sulla Russia (come erano anche i Cruise schierati a Comiso negli anni Ottanta), la Russia installerebbe di nuovo sul proprio territorio missili analoghi puntati su obiettivi in Europa (ma non in grado di raggiungere gli Stati uniti).Ignorando tutto questo, il rappresentante dell’Unione europea alle Nazioni unite ha espressamente accusato la Russia di minare il Trattato Inf e ha annunciato il voto contrario di tutti i paesi dell’Unione perché «la risoluzione presentata dalla Russia devia dalla questione che si sta discutendo».Nella sostanza, quindi, l’Unione europea ha dato luce verde alla possibile installazione di nuovi missili nucleari Usa in Europa, Italia compresa. Su una questione di tale importanza, il governo Giuseppe Conte, rinunciando come i precedenti a esercitare la sovranità nazionale, si è accodato alla Ue che a sua volta si è accodata alla Nato sotto comando statunitense.E dall’intero arco politico non si è levata una voce per richiedere che fosse il Parlamento a decidere come votare all’Onu.Né in Parlamento si leva alcuna voce per richiedere che l’Italia osservi il Trattato di non-proliferazione, imponendo agli Usa di rimuovere dal nostro territorio nazionale le bombe nucleari B61 e di non installarvi, a partire dalla prima metà del 2020, le nuove e ancora più pericolose B61-12. Viene così di nuovo violato il fondamentale principio costituzionale che «la sovranità appartiene al popolo». E poiché l’apparato politico-mediatico tiene gli italiani volutamente all’oscuro su tali questioni di vitale importanza, viene violato il diritto all’informazione, nel senso non solo di libertà di informare ma di diritto ad essere informati. O si fa ora o domani non ci sarà tempo per decidere: un missile balistico a raggio intermedio, per raggiungere e distruggere l’obiettivo con la sua testata nucleare, impiega 6-11 minuti. (Manlio Dinucci Fonte Il Manifesto (Italia)

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Studio: negli Usa diplomi e lauree in soli 2 anni per gli studenti italiani

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2019

Quando i giovani italiani competono sul mercato del lavoro internazionale si scoprono, a malincuore, “più vecchi” rispetto agli altri europei o agli americani. Il motivo? Il nostro sistema scolastico, che prevede 13 anni per conseguire il diploma, contro i 12 di Stati Uniti, Spagna, Francia, Regno Unito, Portogallo e tanti altri.Nel 2018 però è stata avviata una sperimentazione che ha coinvolto 100 scuole italiane, al fine di valutare se abbreviare gli anni di scolarità in Italia o meno, ma, in attesa che il tutto diventi realtà, troviamo una risposta concreta dagli Stati Uniti.Ce ne parla Mondo Insieme, associazione specializzata da oltre trent’anni nel settore degli scambi culturali, con sedi a Bologna e a Laguna Beach, in California, e diversi rappresentanti locali in tutta Italia.
“Gli studenti interessati a trascorrere il 4° anno delle superiori negli Stati Uniti richiedono, sempre più spesso, la possibilità di ottenere la Graduation americana, cioè di diplomarsi negli Stati Uniti e iscriversi all’università, saltando il 5° anno di scuola italiana” spiega Valeria Sessini, Responsabile del Programma Campus USA di Mondo Insieme.
Un programma denominato Pathway Program, che suscita grande interesse tra i giovani italiani più ambiziosi, che desiderano bruciare le tappe, perchè prevede di abbinare diploma di maturità e Associate’s Degree, cioè una laurea breve americana.I futuri Exchange Students, come chiarisce Mondo Insieme sul suo sito, potranno frequentare, con borsa di studio garantita, il 4° anno all’interno di un’università, vivendo con una famiglia ospitante e usufruendo del supporto di un rappresentante locale, come previsto per tutti i programmi di “Anno Scolastico all’Estero”.Nel corso dell’esperienza potranno poi esprimere la volontà di prolungare gli studi di un ulteriore anno, questa volta vivendo direttamente in campus, e conseguire contemporaneamente Graduation e Associate’s Degree.Una laurea breve negli Stati Uniti si ottiene in due anni ma, grazie al Pathway Program di Mondo Insieme, in collaborazione con la Southern Utah University, in due anni gli studenti si diplomerebbero e conseguirebbero una laurea breve.
Terminare il ciclo di laurea, sempre con borsa di studio, e conseguire un Bachelor’s Degree in altri due anni, oppure sfruttare questo primo titolo per lavorare negli Stati Uniti per un anno.Gli italiani sarebbero così tra i più giovani sul mercato del lavoro europeo e internazionale.Considerati il risparmio di tempo e l’interessante bagaglio di esperienza che si potrà accumulare, vale davvero la pena informarsi di più, visitando il sito http://www.mondoinsieme.it, o contattando Mondo Insieme al tel. 051 65.69.257

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I mercati temono (troppo) una recessione USA

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 dicembre 2018

A cura di Andrea Delitala, Head of investment advisory di Pictet Asset Management. Il 2019 esordirà con un rallentamento sincrono delle economie sviluppate, mentre non ci attendiamo la recessione che i mercati hanno recentemente manifestato di temere. L’inversione della curva dei tassi Usa, che è considerata un anticipatore delle fasi di contrazione dell’attività economica, ha scatenato il panico sui listini nelle scorse settimane, con conseguenti episodi di violenta volatilità. Questa reazione ci appare però eccessiva per almeno due ordini di ragioni: innanzitutto, l’inversione della curva attuale è avvenuta nel tratto 2-5 anni, che ha un valore segnaletico poco significativo. Inoltre, se analizziamo gli eventi che hanno preceduto le tre peggiori recessioni degli ultimi 50 anni, osserviamo che l’inversione della curva precede di oltre un anno la recessione e per essere significativa riguarda la parte lunga, tra 10 e 30 anni. Il nostro indicatore dello stato di salute dell’economia USA, che si compone di 29 variabili, tra cui figura anche l’inversione della curva, mostra una probabilità di recessione del 5%, in aumento di un solo punto percentuale rispetto al 4% dello scorso anno (soglia critica a ca 23%).La dinamica della curva dei rendimenti USA è in effetti riconducibile prevalentemente a fattori tecnici. Il principale è che il ciclo economico artificioso che stiamo vivendo è nato dalle ceneri della crisi ed è dunque viziato dalle politiche monetarie super espansive delle banche centrali. Le varie ondate di Quantitative Easing hanno rimosso grandi quantità di Treasuries (Titoli di Stato USA) dal mercato creando una domanda in eccesso per le lunghe scadenze, evidente nella compressione del premio a termine (rendimento in eccesso rispetto alla successione di tassi a breve attesi sullo stesso orizzonte della scadenza del titolo considerato), superiore che nella parte breve. Il Term Premium non è salito neppure nell’ultimo anno, durante il quale la Fed ha drenato liquidità, anche a causa di una regolamentazione sempre più stringente che impone alle banche di detenere ampie disponibilità liquide, creando di fatto una domanda aggiuntiva per i Treasuries.Inoltre, questo ciclo economico positivo è il secondo più duraturo dell’ultimo secolo: entro metà 2019 raggiungerà il primato dei 120 mesi messo a segno da quello vissuto nel 1991-2001. Ciononostante, i leading indicators degli Usa rimangono solidi: in particolare, l’Ism è a quota 60 e ci muoviamo in un contesto di piena occupazione.I mercati piuttosto temono una compressione dei margini di profitto aziendale futuri, in particolare a causa di un più elevato costo del denaro e dalle pressioni salariali mentre le aspettative di un ritorno dell’inflazione, ovvero della capacità delle aziende di trasferire sui prezzi di vendita gli aumenti dei costi di produzione, sembrano rientrate.D’altro canto, il superamento della repressione finanziaria e il conseguente drenaggio della liquidità (già a regime in Usa e in attesa di iniziare in Europa e in Giappone), avrebbe frenato utili e valutazioni delle attività finanziarie. Infatti, di norma la presenza di liquidità in eccesso rispetto al funzionamento dell’economia si ripercuote in valutazioni più generose delle azioni; di converso quando la quota di liquidità in eccesso si riduce (come sta avvenendo in questa fase), le valutazioni si contraggono.In effetti gli utili delle società dell’S&P quest’anno sono aumentati del 20% rispetto al 2017 e tuttavia l’indice delle quotazioni è allo stesso livello (anzi ora sotto) di un anno fa. Ciò significa che il rapporto Prezzo/Utili è sceso di altrettanto: un derating, o contrazione dei multipli, che spinge gli indici al ribasso. Per il 2019, gli utili sono attesi in crescita a ritmo più che dimezzato, di ca il 9%, coerente se non altro con il venire meno del “doping fiscale” del 2018 sugli utili, stimabile in circa dieci punti percentuali. Il problema principale è comunque l’ottimismo degli analisti nel medio periodo: per quanto poco affidabile, le previsioni degli analisti (IBES) per il lungo termine rimangono al di sopra del trend storico di circa 3 punti percentuali. Dal punto di vista valutativo, invece, dopo gli ultimi ribassi, il P/E basato sugli Utili attesi per i prossimi dodici mesi si attesta a 15,2 vicinissimo alla media storica di lungo periodo: 15.
In questo contesto, Pictet AM stima che i ritorni prospettici dell’S&P a cinque anni si collochino in un range tra lo 0 e il 5% annuo, ovvero a un livello molto inferiore rispetto alla media storica su un orizzonte temporale di mezzo secolo, che colloca quel valore intorno all’8% annuo (in termini reali), in media, e rispetto al 12% registrato a partire dall’avvio del QE nel 2009. Ci muoviamo in un contesto nuovo: il new normal caratterizzato appunto da utili contenuti, da tassi di interesse e rendimenti obbligazionari che si collocano a un punto di equilibrio sotto il 3%, rispetto al 4,5% dei cicli precedenti, e da un’inflazione che stenta a raggiungere l’obbiettivo del 2%.Guardando al prossimo futuro, quello che accadrà sul fronte macroeconomico e le conseguenti strategie di investimento dipenderanno in massima parte dalle azioni della Fed in merito a tassi di interesse e la normalizzazione del balance sheet. La Banca Centrale Usa si è già espressa, dopo le elezioni di Mid-Term, in merito ai tassi. Jerome Powell, nel corso dell’ultimo speech al Club degli economisti a NY a fine novembre[1] ha ammorbidito la precedente posizione trasmessa erroneamente al mercato, secondo cui la Fed avrebbe aumentato i tassi, al consueto ritmo graduale di 25pb a trimestre, fino a un livello (il neutral rate) ancora lontano e forse anche oltre. Powell ha ora precisato che poiché non si conosce bene il tasso di equilibrio (che è nel range tra 2,5 e 3,5%), ora che stiamo entrando nell’intervallo che lo contiene, è opportuno rallentare il passo. Si preannuncia dunque una pausa nel 2019, probabilmente già dopo il rialzo di dicembre o, al più tardi, quello di marzo.
Manca tuttavia un elemento determinante, su cui la Banca Centrale non ha ancora preso posizione: la gestione della liquidità. Attualmente il riassorbimento della stessa sta avvenendo, da ottobre, a un ritmo di 50 miliardi di dollari al mese, che equivalgono in un anno a 600 miliardi di dollari l’anno. Si tratta di un ritmo elevato, difficilmente sostenibile da parte di un’economia in rallentamento e che potrebbe provocare un credit crunch. Tuttavia, su questo tema, all’interno del FOMC (Federal Open Market Commettee, organo decisionale sulle politiche monetarie), non è emersa al momento un’opinione precisa sul livello finale del bilancio della Banca Centrale: non si comprende infatti quale sia la dose di liquidità corretta da lasciare nel sistema, che deve essere commisurata alla quantità di riserve libere che le banche desiderano detenere presso la Fed. Dunque, a maggior ragione in questo caso, la FED potrebbe adottare il criterio del rallentamento in fase di approccio procedendo con prudenza (come una nave che si avvicina al porto) verso un punto di equilibrio che non è ancora noto. Anche perché, oltre al rischio di credit crunch, c’è da considerare che un eventuale errore sul bilancio della Fed sarebbe meno facilmente reversibile di un overshooting sui Fed fund rate.Gli scenari possibili sono due:
Il primo si potrebbe verificare se la Fed proseguisse con il drenaggio di liquidità al ritmo attuale con un impatto sul Pil equivalente a due/tre (ulteriori) rialzi dei tassi. Infatti, in base ad alcuni studi della Fed sul QE si può ipotizzare che 100 miliardi di drenaggio della liquidità equivalgano a un aumento dei tassi di 10 punti base. Inoltre stimiamo che un aumento di 100 punti base sui Fed Funds possa avere un impatto negativo pari all’1% sul Pil dell’anno successivo. Possiamo dunque concludere che 600 miliardi di liquidità sottratta all’economia possano frenare il Pil Usa per circa uno 0,6% nel 2019/20: con l’effetto di generare un nuovo derating, capace di erodere per intero tutta la sorpresa sugli utili. In questo contesto dovremmo probabilmente aspettarci performance azionarie a zero o negative;
Il secondo scenario, decisamente più positivo, è anche a nostro avviso il più plausibile anche se non ancora ritenuto tale dal mercato. Riteniamo che lo stesso ammorbidimento che Powell ha mostrato sui tassi, potrebbe emergere anche sul bilancio. Poiché non è noto il valore del terminal balance sheet, la Fed potrebbe in questo caso almeno rallentare il passo, diminuendo il ritmo del mancato reinvestimento dei titoli in scadenza (50 miliardi/mese), ovvero del Quantitative Tightening. Riteniamo che le nubi potrebbero diradarsi entro marzo, con la Banca Centrale che potrebbe assumere una posizione ufficiale e chiara al riguardo. Nell’ipotesi che il punto di arrivo del bilancio Fed fosse fissato a 3,5 miliardi di euro, dai 4 attuali, entro fine 2019 si raggiungerebbe il traguardo, e la pressione sulle valutazioni si attenuerebbe, con la possibilità di performance azionarie pur sempre ad una cifra, ma più verosimilmente positive.

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United States Air Force Awards MicroPact Contract to Develop Global Law Enforcement System

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 dicembre 2018

MicroPact, the passion and technology that’s transforming government, has been awarded a contract to provide an enterprise law enforcement case and incident management system to the United States Air Force (USAF). The Air Force Justice Information System (AFJIS) will be powered by entellitrak, a low-code application development platform for case management. The system will support the law enforcement mission of the USAF Security Forces (SF). It will serve approximately 30,000 security forces personnel worldwide.The multi-year award includes entellitrak licenses, maintenance, and professional services over the course of the contract. It includes licenses for between 10,000 and 15,000 concurrent users around the world.“With this AFJIS award, MicroPact continues to expand our support for the case management needs of the United States Armed Forces,” said Kris Collo, Founder, President and CEO of MicroPact. “The entellitrak platform is also being implemented as the Naval Justice Information System (NJIS) for the Naval Criminal Investigative Service. Our experience enables us to provide military organizations around the world with a model to follow when it comes to tracking, investigating, and reporting on law enforcement activities. It is an honor to help the USAF SF ensure the safety and protection of all USAF personnel and communities.” The USAF SF handles law enforcement and other police services at USAF bases worldwide. The AFJIS solution, built on entellitrak, will provide USAF SF with case and workflow management for a full range of activities associated with law enforcement and criminal justice. For example, AFJIS will act as a single platform to collect and manage the continuous stream of data associated with investigations, as well as helping investigators uncover insights by visualizing and reporting on data from multiple sources.The platform will also be used for overseeing the data regarding people in custody, from booking to release, parole, or probation. Leveraging the extensive capabilities of the entellitrak platform, AFJIS will be able to manage data including base patrol and incident reporting, traffic monitoring, investigations, detention and confinement, reports, and analysis.The nature of the USAF Law Enforcement mission requires timely reporting and management of all base law enforcement activities and data. The AFJIS solution will leverage the entellitrak Data-First™ approach to comply with the federally-mandated Defense Incident-Based Reporting System (DIBRS), which details the reporting data elements needed to comply with federal criminal incident reporting. entellitrak is a web-based COTS platform that can be quickly deployed via software configuration rather than custom coding.

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I prodotti siciliani sbarcano negli USA

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 novembre 2018

SACE SIMEST, il Polo dell’export e dell’internazionalizzazione del Gruppo CDP, sostiene la crescita sul mercato statunitense di Bionap, azienda catanese specializzata nella produzione di estratti vegetali destinati a cosmetici, integratori alimentari e dispositivi medici.
Nel dettaglio, SACE ha garantito un finanziamento del valore di 500.000 euro finalizzato a consolidare la presenza all’estero dell’azienda siciliana e che consentirà in particolare di sostenere i costi legati alla nascita della sua nuova sede americana. Gli Stati Uniti rappresentano infatti uno dei principali partner commerciali di Bionap, il cui fatturato deriva per oltre il 90% dalle sue attività di export. L’apertura della nuova sede commerciale fa seguito agli studi di fattibilità che l’azienda ha portato avanti nel corso del 2018, finanziati da SIMEST.“Siamo grati a SACE SIMEST per averci supportato in un progetto fondamentale per rafforzare la presenza di Bionap sui mercati internazionali,” – ha dichiarato Gianpiero Alessi, Direttore Generale di Bionap –. “Dopo gli studi preliminari finanziati da SIMEST, abbiamo scelto di aprire una sede americana, con il sostegno assicurativo di SACE, per poter sfruttare al meglio le enormi potenzialità offerte dal mercato statunitense. La presenza in loco ci permetterà infatti di approcciare direttamente i nostri clienti, garantendo una maggiore qualità del servizio e dando notevole visibilità ai nostri prodotti.”
Bionap è un’azienda italiana, verticalmente integrata, specializzata nella ricerca e nella produzione di estratti standardizzati derivati da piante e frutti dell’area mediterranea, per l’uso nei settori nutraceutico, cosmeceutico e veterinario. Bionap punta sulla ricerca di nuovi principi attivi di origine vegetale, valorizzando la biodiversità del Mediterraneo e il riutilizzo dei sottoprodotti dell’agricoltura. Per garantire un rigoroso supporto scientifico, l’azienda intrattiene rapporti con università e centri di ricerca internazionali: a testimonianza di questa costante spinta verso l’innovazione, Legambiente le ha conferito il titolo di “Campione dell’economia circolare”.
SACE SIMEST, che è presente nella regione con l’ufficio di Palermo, conferma il proprio impegno a favore delle tante PMI siciliane che si affacciano con sempre più coraggio sui mercati internazionali: nel solo 2017, il Polo ha mobilitato più di 93 milioni di euro a favore di oltre 460 aziende del territorio.

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Trump: “Eccezionale successo stanotte”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 novembre 2018

In realtà i repubblicani conquistano seggi al Senato, ma indietreggiano alla Camera. Potremmo, quindi, dire che è stata una partita è finita alla pari. Non scendiamo nei dettagli anche perché i media di tutto il mondo non fanno altro che riportare, sin nei minimi particolari, l’andazzo delle elezioni di medio termine negli USA e non intendiamo imitarli.
Resta per noi il dato politico. Trump continua la sua corsa al governo del paese, anche se dovrà scendere a più di qualche compromesso, ma non è escluso che per le prossime presidenziali si candidi nuovamente. Dobbiamo, in pratica, prendere atto che il modo di fare politica e, soprattutto, di rappresentarla farà scuola nel mondo e c’è da pensare che molti governanti cercheranno d’imitarlo. Sarà un bene o un male per la stabilità internazionale? Per ora non ci sentiamo di dare una risposta in un senso o nell’altro. Forse più in là si potranno considerare, in maniera più approfondita, le conseguenze del ciclone Trump.

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“Le small cap statunitensi potrebbero brillare sulla scia del rialzo dei tassi”

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 novembre 2018

A cura di Nicolas Janvier, gestore azionario USA. Nel primo semestre le azioni delle società statunitensi di piccole e medie dimensioni sono cresciute più del doppio rispetto alle loro omologhe più grandi, e ci sono ragioni fondate per credere che questo sia solo l’inizio. Gli studi sulla storia del mercato azionario statunitense e le attuali condizioni economiche suggeriscono che possa trattarsi dell’inizio di un lungo periodo di sovraperformance.
Nei primi sei mesi del 2018 l’indice Russell 2000 ha guadagnato il 7,7% da inizio anno, rispetto al 2,7% messo a segno dall’indice S&P 500. Questa sovraperformance segnala un drastico cambiamento del sentiment, se si considera che nel 2017 le società di minori dimensioni non riuscivano a stare al passo del mercato più ampio. Se le condizioni di fondo rimarranno favorevoli, potremmo anche trovarci in una fase di svolta per i gestori attivi operanti nell’universo delle small cap USA, molti dei quali hanno faticato a sovraperformare il benchmark negli ultimi anni. Le correlazioni incrociate nel mercato azionario sembrano diminuire.Se questa tendenza fosse confermata, i gestori attivi avranno più occasioni per sovraperformare i loro concorrenti passivi, in quanto un’efficace selezione dei titoli può rivelarsi vincente in questo contesto.Diversi fattori lasciano intendere che non si tratti di un semplice slancio estemporaneo.Riscontri empirici evidenziano infatti che le società di minori dimensioni tendono a sottoperformare le large cap quando i tassi d’interesse scendono ma a sovraperformare quando i tassi salgono. Dal 1962, anno a cui risalgono i primi dati affidabili, si sono susseguiti tre periodi ben distinti per i tassi d’interesse, con tre esiti netti per le small cap – e in questo momento potremmo essere alle porte del quarto ciclo. Tra il 1962 e il 1981/82, i rendimenti dei Treasury decennali passarono da circa il 4% al 15% e, parallelamente, le small cap statunitensi registrarono una notevole sovraperformance: mentre l’S&P 500 guadagnava il 7,6% annuo, le società a bassa capitalizzazione rendevano il 13%.2 Successivamente, dal 1982 fino allo scoppio della bolla dotcom nel 2001, i rendimenti dei Treasury crollarono dal 15% a circa il 4%. Mentre i tassi d’interesse diminuivano, il rendimento delle società a bassa capitalizzazione si fermava al 13% annuo mentre quello dell’S&P 500 sfiorava il 17%.3.
L’attuale scenario macroeconomico sostiene la crescita degli utili, fattore determinante per i rendimenti delle società a bassa capitalizzazione. A più lungo termine, la performance delle small cap è fortemente correlata con la crescita degli utili. I dati economici, come l’indice ISM manifatturiero, la produzione industriale, gli indici dei responsabili degli acquisti e il PIL tendono a rivelarsi buoni indicatori anticipatori delle tendenze degli utili, e in questo momento tutti delineano un quadro in miglioramento.Un altro motivo che tende a far coincidere il rialzo dei tassi con la sovraperformance delle small cap è la composizione degli indici. Negli Stati Uniti, i titoli finanziari rappresentano un’ampia fetta degli indici delle società a bassa capitalizzazione e questo settore include una lunga serie di piccole banche regionali.Le banche sono tra i primi beneficiari di due condizioni: una è il miglioramento economico, che stimola la domanda di prestiti; la seconda è l’inclinazione positiva della curva dei Treasury, poiché le banche assumono prestiti a breve termine e concedono finanziamenti a lungo termine (e di conseguenza una curva dei rendimenti più ripida migliora il loro margine d’interesse netto). Entrambe queste condizioni si verificano di solito in un contesto di rialzo dei tassi d’interesse. In sostanza, gli indici delle società a bassa capitalizzazione sono maggiormente rappresentativi di società che traggono vantaggio dal rialzo dei tassi. Attraverso lo studio della storia dei mercati azionari statunitensi, abbiamo individuato una correlazione tra periodi di rialzo dei tassi d’interesse e sovraperformance delle small cap statunitensi rispetto alle large cap. Ciò è in parte dovuto alla loro maggiore esposizione all’economia statunitense e al fatto che un rialzo costante dei tassi è indice di maggiore fiducia.Ad esempio, dai primi anni Sessanta ai primi anni Ottanta, quando i tassi d’interesse erano generalmente in aumento, le small cap statunitensi rendevano il 13% annuo rispetto al 7,6% dell’indice S&P 500; mentre durante i successivi 20 anni, quando i tassi d’interesse diminuivano, l’indice S&P 500 rendeva quasi il 17% annuo rispetto al 13% per le società a bassa capitalizzazione.6Visto che ci stiamo probabilmente affacciando a un contesto più promettente per gli stock picker, con una riduzione della correlazione incrociata dei prezzi azionari tra gli indici, crediamo che il nostro approccio attivo abbinato a un contesto di rialzo dei tassi aumenti la nostra possibilità di massimizzare i rendimenti. (dal testo originale ampi stralci)

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Tensioni politiche e rialzo dei tassi USA turbano i mercati

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 ottobre 2018

“A cura di Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management”. I solidi dati macroeconomici (ISM@60), i prezzi del petrolio in crescita e un cambiamento inatteso nella retorica da parte del Presidente della FED Powell (“La FED è ancora lontana dal raggiungimento del livello neutrale dei tassi di interesse”) hanno spinto al rialzo la curva dei rendimenti statunitense. Dall’inizio del mese di settembre, i tassi nominali a 10 anni sono aumentati di 30 bps, con un il livello di breakeven dell’inflazione stabile; i tassi reali hanno superato la soglia dell’1% per la prima volta dal 2011.Sul fronte politico americano, le recenti notizie sono meno rassicuranti. Il confronto tra Cina e USA ha raggiunto un nuovo livello di criticità dopo le accuse che il Vice-Presidente Pence ha rivolto alla Cina parlando di “influenza e interferenza maligna” nelle elezioni americane, accuse che hanno gettato benzina sul fuoco della guerra commerciale. Inoltre, Trump ha criticato aspramente la FED per le sue recenti decisioni di politica monetaria (“Penso che la FED stia commettendo un errore. Sono così restrittivi. Penso che la FED sia impazzita”). Sembra improbabile che la campagna verso le prossime elezioni di medio termine possa portare a una stabilizzazione della situazione: il partito Repubblicano ha una condivisa avversione nei confronti della Cina, e alcuni esponenti considerano apertamente la FED responsabile di una mancanza di sorveglianza o addirittura della turbolenza stessa dei mercati (Trump), al fine di rafforzare la tendenza positiva del consenso nei confronti di Trump.Il panorama politico italiano, così come gli asset da esso influenzati, non ha mostrato segni di stabilizzazione, con lo spread tra BTP e Bund sopra quota 300 bps e un duro e costante scontro tra i due Vice-Premier (Salvini e Di Maio) e diverse istituzioni sia europee (Commissione UE) che italiane (Banca d’Italia).Per quanto riguarda il posizionamento del mercato, in questa occasione il volume di investimenti in strategie di vendita della volatilità è stato certamente inferiore rispetto a quello osservato all’inizio del 2018. In particolare, il numero di contratti Futures sul VIX attualmente in essere è del 30% inferiore; le strategie (Inverse VIX ETP) che scommettono sul declino della volatilità sono quasi del tutto scomparse.Un punto chiave è rappresentato dal fatto che solo gli ETF sul Nasdaq e sugli HY Bond sono andati incontro a una significativa liquidazione fino alla chiusura di ieri (pari a circa il 3%). Pertanto, in generale, il recente drawdown non sembra essere causato dagli ETF stessi. Tuttavia, il rischio di ulteriori vendite non può essere trascurato: le strategie “risk parity” hanno liquidato parte delle posizioni, ma potrebbero essere ancora costrette a liquidazioni forzate a causa dei ribassi contemporanei di azioni e bond (shock di correlazione). Anche questo fattore è però meno pericoloso rispetto al caso osservato tra febbraio e marzo.Le valutazioni relative alle varie asset class risultano ora più che ragionevoli: S&P500 sta quotando a 16 volte il livello degli utili previsto per I prossimi 12 mesi, i rendimenti sul decennale USA sono al 3.2%, mentre dopo la correzione dello scorso febbraio l’S&P500 quotava a 18 volte gli utili e il rendimento sul decennale era al 2.8%.Le aspettative relative agli utili erano in rapida crescita all’inizio dell’anno, soprattutto grazie alla riforma fiscale in fase di approvazione. Al momento attuale, al contrario, le revisioni degli utili stanno volgendo al negativo. Questa tendenza recente potrebbe rappresentare un ostacolo a una rapida stabilizzazione del mercato, tenendo anche in considerazione il fatto che, dopo la straordinaria stagione degli utili osservata nel secondo trimestre, le aspettative sugli utili sono piuttosto robuste (+24% vs Q3 2017). D’altro canto, nelle ultime settimane i riacquisti di azioni proprie da parte delle imprese sono stati condizionati dall’entrata in vigore dei periodi di Blackout (da fine settembre fino all’inizio di novembre, dopo la chiusura della stagione degli utili), sebbene alcuni acquisti autorizzati siano comunque stati condotti durante la correzione dei prezzi. A febbraio i buyback hanno contribuito alla stabilizzazione del mercato.In conclusione, la politica non sta facilitando una stabilizzazione rapida (al netto di cambiamenti repentini), ma il posizionamento e le valutazioni sono meno preoccupanti di quanto lo fossero nove mesi fa. Per quanto riguarda le imprese (utili e riacquisti di azioni proprie) la situazione non sta fornendo indicazioni solide.

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Allarme bomba debiti negli Usa

Posted by fidest press agency su sabato, 13 ottobre 2018

Il decennale anniversario del fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers, che ha dato il via alla più grande crisi finanziaria ed economica della storia, è appena stato celebrato come un semplice “fatto del passato”. Per molti è un evento da dimenticare, per alcuni qualcosa su cui riflettere e da cui imparare. Secondo noi, invece, dovrebbe essere il momento per guardare con maggiore attenzione alla realtà odierna. Sono troppi i segnali, purtroppo ignorati nelle sedi competenti, dei crescenti rischi di una nuova e più grave crisi globale. Non si tratta di pessimismo. Occorre avere la lucidità di capire quanto sta accadendo e la volontà di non ripetere gli stessi errori di omissione del passato. L’attenta e precisa analisi del The New York Post, pubblicata il 23 settembre scorso, ci rivela che il debito aggregato mondiale ha raggiunto la vetta di 247.000 miliardi di dollari. Nel 2008 era di 177.000 miliardi di dollari. Già il titolo dell’importante giornale è eloquente e preoccupante: ”Ci potrebbe essere un crac finanziario prima della fine del mandato di Trump”. L’analisi evidenzia in particolare la situazione degli Usa. In dieci anni il debito pubblico americano è più che raddoppiato. Ha raggiunto il picco di 21.000 miliardi e potrebbe determinare una brusca frenata dell’attuale pretesa ripresa economica. Secondo il Congressional Budget Office, quest’anno Washington dovrà sborsare 390 miliardi di dollari soltanto per pagare gli interessi sul debito pubblico. Si stima che in un decennio tale quota annuale potrebbe essere di 900 miliardi di dollari, superando l’enorme budget militare. Il debito delle famiglie americane ha raggiunto i 13.300 miliardi di dollari. Ciò è dovuto al fatto che le ipoteche immobiliari sono pari a 9.000 miliardi, superando il livello del 2008. I debiti fatti per finanziare i prestiti agli studenti sono passati dai 611 miliardi del 2008 ai 1.500 di oggi. Quelli per l’acquisto di auto sono cresciuti moltissimo fino a 1.250 miliardi. Anche il debito totale sulle carte di credito è ritornato ai livelli di dieci anni fa. Si teme che il finanziamento dei prestiti per gli studenti, che in tre anni dovrebbero raggiungere i 2.000 miliardi di dollari, possa diventare il detonatore della prossima crisi. Si ricordi che la bolla dei mutui subprime, che fu una delle principali cause del crac, nel marzo 2007 era pari a circa 1.300 miliardi di dollari. L’aumento del debito aggregato negli Usa è l’inevitabile conseguenza della politica dei tassi d’interesse zero e dell’immissione di massiccia liquidità attraverso il quantitative easing. Adesso la Federal Reserve sta cambiando rotta e aumenta i tassi. Occorrerà vedere gli effetti sul mercato azionario di Wall Street, che è nel frattempo cresciuto a dismisura. Anche nelle economie emergenti gli effetti sono, purtroppo, già visibili e hanno generato fughe di capitali che stanno destabilizzando vari paesi, tra cui l’Argentina, l’Indonesia e la Turchia.
Anche lo shadow banking è cresciuto enormemente: si è passati dai 28.000 miliardi del 2010 ai 45.000 di oggi.Sheila Bair, ex presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), l’importantissima agenzia governativa che fornisce la garanzia pubblica ai risparmi dei cittadini, torna a paventare rischi di nuove crisi. “Siamo in una bolla”, e aggiunge che in una tale situazione è assurdo che le regole e i requisiti di capitale delle banche siano stati annacquati. Non è vero, afferma, che le bolle sono riconoscibili soltanto in retrospettiva, cioè dopo che sono scoppiate. Non è possibile indicare solo il momento dello scoppio. Ma la politica della Fed ha fatto di tutto per sostenere la crescita della bolla finanziaria. Altri moniti sono venuti da ex capi di governo, come l’inglese Gordon Brown, al potere a Londra allo scoppio della grande crisi, che evidenziano che si sta camminando ciecamente verso un futuro crac. Anche Jean-Claude Trichet, governatore della Bce dal 2003 al 2011, vede nella crescita del debito il pericolo di una nuova grande crisi. Ancora una volta riteniamo che non si possa sfuggire all’impellente necessità di sedersi intorno al tavolo per definire una nuova Bretton Woods, una nuova architettura condivisa che regoli il sistema economico, finanziario e monetario internazionale. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Crisi: la differenza tra Italia e U.S.A.

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Due situazioni sono note da anni. La prima è che gli U.S.A. hanno fondato la crescita della propria economia sui soldi degli investitori stranieri e che l’Italia ha preso i soldi dei risparmiatori domestici, istituzionali e forestieri per arricchire gli speculatori. Nel primo caso l’America ha consolidato nel mondo la sua leadership e la sua capacità di competere con le economie emergenti mentre l’Italia ha gonfiato a dismisura il suo debito primario senza lasciare al sistema paese una solida eredità. Tutto questo oggi è stato ignorato e si vuole anche trovare l’alibi affermando che la crisi è planetaria e che siamo in buona compagnia con quel colosso che si chiama Stati Uniti o con l’Argentina fuori controllo e via di questo passo.
Vogliamo in questo modo continuare a prenderci in giro o a trovare una scusa per spremere ancora di più chi ha dato sempre molto per ricevere poco e per continuare a favorire quelli che molto hanno ricevuto per offrire poco?
Gli osservatori economici mondiali sono qualcosa di diverso dalle borse, notoriamente emotive e volatili, e il loro giudizio sull’Italia è di merito. In pratica si dice ai nostri governanti: smettetela di pensare ai vostri personali vantaggi e guardate alla crescita del paese. Mettete mano alle riforme realisticamente e non solo con gli annunci. Riformare il welfare, la sanità, la scuola, il lavoro, la giustizia, il fisco, la politica non significa maggiori spese ma, semmai, risparmiare poiché si mette ordine al sistema, si evitano sprechi, e si razionalizzano le risorse disponibili. (servizio fidest)

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Gli USA possono vincere la guerra commerciale?

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 agosto 2018

Commento di Tim Drayson, Head of Economics di Legal & General Investment Management. L’escalation delle tensioni commerciali è il rischio più grande per la crescita globale nel breve termine. Fino a che punto gli investitori dovrebbero davvero preoccuparsi?
Fino all’inizio di quest’anno, i mercati vedevano di buon occhio il Presidente americano Donald Trump. Gli stimoli fiscali e l’azione di deregulation, in effetti, hanno permesso di sostenere la crescita, sebbene ci chiediamo se i primi possano davvero rappresentare una politica efficace a livello macro nel medio periodo.Negli ultimi mesi, tuttavia, i mercati sono diventati sempre più nervosi rispetto all’agenda protezionista dell’amministrazione Trump. È molto difficile stabilire fino a che punto possa arrivare la loro tolleranza. Finora, abbiamo assistito a ritorsioni proporzionali per ogni misura intrapresa dagli USA e vi sono segnali che indicano che l’amministrazione americana è preparata a regolare la propria retorica e il proprio indirizzo politico in caso di scossoni del mercato azionario.
Finora sono stati introdotti dazi sull’acciaio, alluminio, legname, pannelli solari e lavatrici, fondati su esili motivazioni legate alla sicurezza nazionale e ad altre oscure leggi commerciali. I più alti costi delle importazioni hanno probabilmente fatto più danno agli utilizzatori di queste merci rispetto al valore dei posti di lavoro “salvati” nei settori protetti, ma l’impatto macroeconomico complessivo è minimo. Tutti i prodotti nel loro insieme rappresentano solo una piccola quota dell’economia americana (non più dello 0.2% del PIL).
In questo primo elenco non rientrano molti beni di consumo. La Cina ha annunciato che reagirà in modo proporzionale e all’interno di aree specifiche per infliggere le più aspre conseguenze agli USA. Eppure, a nostro avviso, è improbabile che l’impatto diretto sulla crescita superi lo 0.1%-0.2% del PIL. Si potrebbe pure aggiungere uno 0.1% all’Indice Consumer Price core ma anche in questo caso si dovrebbe supporre che gli USA non riescano, con buona facilità, a procurarsi o produrre i beni altrove. Secondo le previsioni, gli Stati Uniti cresceranno circa del 3% nel 2018, pertanto questo lieve impatto non sarà molto significativo. Le nostre previsioni si basano sul fatto che la guerra commerciale raggiungerà una fragile tregua intorno a questi livelli di dazi, ma temiamo che possa peggiorare nella corsa alle elezioni americane di medio termine a novembre.
Ma non basta: Trump sta inoltre minacciando dazi per ulteriori 200 miliardi di dollari americani se la Cina continua a minacciare reazioni. Ciò coprirebbe virtualmente tutti i 500 miliardi di dollari di beni cinesi esportati verso gli USA e determinerebbe un aumento dei prezzi su beni di consumo di elevato profilo come TV e cellulari. Più la situazione peggiorerà, più v’è il rischio che gli effetti indiretti crescano in maniera sproporzionata, vista la possibilità di una reazione negativa del mercato finanziario e le possibili conseguenze sulla fiducia delle imprese e dei consumatori.
La Cina non può replicare alla minaccia di Trump dollaro per dollaro, in quanto il valore delle sue importazioni di merci americane è solo di 150 miliardi di dollari. Tuttavia il deficit commerciale viene meno se se si considerano le filiali commerciali statunitensi in Cina.
Nel complesso, temiamo la carenza di influenze moderate nell’amministrazione americana e molto dipenderà da come la Cina percepirà le motivazioni degli Stati Uniti. Se la strategia di Trump è solo quella di una negoziazione parziale, si potrebbe trovare un compromesso che potrebbe anche migliorare il sistema commerciale globale. Se tuttavia l’obiettivo è più strategico e orientato a frenare la crescita della Cina come potenza globale, Pechino prenderà una posizione molto più rigida contro qualsiasi prepotenza americana. Per questo motivo e visto l’aumento dei prezzi del petrolio, riteniamo che vi siano rischi di un forte ribasso per la crescita globale rispetto al momentum attuale. (in abstract)

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“L’economia mondiale tra nuove minacce di protezionismo e rialzi dei tassi Usa”

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 luglio 2018

di Andrea Delitala, Head of Investment Advisory di Pictet Asset Management. Il protezionismo torna a dominare la scena macroeconomica, mentre si fa strada la possibilità che i tassi reali Usa non andranno oltre lo 0,5% in un biennio. Due elementi destinati a influenzare il modo in cui dovranno essere strutturati i portafogli nelle prossime settimane.Quanto al protezionismo, Pictet Asset Management aveva ipotizzato che Donald Trump usasse l’argomentazione come un espediente negoziale e che quindi non dovesse essere preso alla lettera: oggi lo scenario potrebbe essere mutato, anche se non è chiara la strategia che muove la rinnovata aggressività del presidente Usa; un proseguimento di questa politica di chiusura procurerebbe un danno tendenzialmente enorme. A febbraio 2016 l’Accordo di Shanghai aveva previsto che la Fed non alzasse i tassi troppo rapidamente se la Cina avesse evitato di svalutare aggressivamente. Attualmente siamo a un punto critico: da un lato lo yuan cinese sta vivendo una fase di rapido deprezzamento, dall’altra in Usa persino Powell ha assunto un atteggiamento da “America First”, negligendo il contesto internazionale nei suoi commenti.
Sul fronte macro questo contrasto è stato acuito da una serie di eventi:il Goldilocks (crescita elevata, inflazione moderata) di fine anno scorso ha lasciato il passo a uno scenario diverso: i leading indicators – una quarantina di indicatori economici elaborati dai nostri economisti – non lasciano adito a particolari dubbi interpretativi. Il momentum macro si è impoverito e questo fenomeno ha una dimensione piuttosto globale. Dunque anche dal punto di vista degli investimenti sostanzialmente dobbiamo rivedere le aspettative tenendo conto della debolezza osservata nei primi tre mesi del 2018;
è ricomparsa l’inflazione com’è tipico nelle fasi finali del ciclo economico ed è stata accolta come una sorpresa in quanto assente nello scenario Goldilocks caratterizzato appunto da una crescita sopra il potenziale e da variazioni dei prezzi che non superavano il target delle banche centrali. Adesso siamo di fronte a un mix in cui entrambi i termini sono deteriorati: dunque la ripresa rischia di rallentare, mentre l’inflazione è tornata – Pictet AM la stima a un livello ancora leggermente più elevato rispetto al consenso;
le Banche Centrali non possono più rimandare una normalizzazione della liquidità, sentiero su cui la Fed si è già incamminata dopo un 2017 anomalo per generosità, nella creazione di Base Monetaria. Il giro di boa è compiuto e gli analisti di Pictet AM temono che si sia intrapreso un sentiero così impegnativo per le condizioni finanziarie USA da potersi ipotizzare un ripensamento nella normalizzazione prevista dei tassi di interesse chiave (Fed funds) fissati da parte della FED.
E giungiamo al secondo punto: i tassi reali Usa. A inizio anno le previsioni sui tassi incorporata nei futures sui Fed funds era molto bassa e fissata al 2% dopo due anni (fine 2019): in quella situazione ritenevamo il mercato vulnerabile con una prospettiva di adeguamento verso la FED, cosa puntualmente avvenuta in gennaio. L’attuale spostamento delle previsioni FED verso l’alto, questa volta, non produrrà un allineamento del mercato: al contrario oggi è quest’ultimo che sembra poter esercitare maggior forza di attrazione e potrebbe indurre un cambiamento di rotta alle decisioni della Banca Centrale Usa.A supporto di questa convinzione, dobbiamo anche considerare elementi aggiuntivi che riteniamo non siano ancora totalmente a fuoco. Il più rilevante è la composizione del nuovo Board della Fed, composto oggi da personalità con idee piuttosto forti su come si debba misurare il tenore della politica monetaria. In particolare John Williams, economista a Berkeley, sostiene che i tassi di interesse debbano essere guidati da un tasso naturale che, nel caso dell’economia USA, è calato strutturalmente dopo la grande recessione e non mostra di fatto di voler risalire nel prossimo futuro. Secondo Williams, l’impatto delle manovre fiscali sul Natural rate non va oltre lo 0,25%. Se il professore diventasse un leader all’interno del FOMC, il punto di neutralità a cui si tendere non andrebbe oltre lo 0,5%, in termini di tassi reali, valore che si raggiungerebbe con due o tre rialzi e quindi nel giro di un anno. In Pictet AM ci attendiamo questo, insieme al dissolversi del paventato overshooting che, a queste condizioni, non è giustificato neppure dall’inflazione. Sulla base di queste attese, Pictet AM ha già ricomprato la parte centrale della curva americana e intende, in caso Williams comunicasse posizioni ancora più estremiste, aumentare in portafoglio la quota di inflation-linked, che sarebbero i grandi beneficiari delle idee del professore.Per la BCE la situazione è completamente diversa: abbiamo appreso che giunge a conclusione il quantitative easing ma il mercato ha interpretato, probabilmente correttamente, le parole di Mario Draghi come la promessa che il rialzo dei tassi non sarà mai contemplato nella sua politica economica.Su bond e azioni gli effetti sono i seguenti:
Le scommesse più aggressive, dal punto di vista degli investimenti, sono sulla conclusione del flattening della curva americana se la Fed rinuncia all’overshooting dei fed funds (previsti dalla stessa Fed al 3,375% prima di ripiegare verso il punto d’arrivo di lungo termine al 2,875%) come atteso; mentre sulla parte intermedia della curva si potrebbe tentare di trarre profitto da uno spread contro l’Europa.
Infine la normalizzazione delle politiche monetarie provoca un vento contrario alle valutazioni di tutti i risky asset: in particolare il price/earning che a inizio anno era quotato a 18 in America, è rientrato a fine febbraio a seguito della correzione del mercato indotta che ha accompagnato la crisi delle strategie venditrici di volatilità (VIX “squeeze”). I mercati emergenti (azionari e a reddito fisso) sono stati le vittime più vistose del 2018, penalizzati dal rialzo dei rendimenti americani, dal dollaro forte e, più recentemente, dall’escalation delle tensioni commerciali. Non è chiaro se il movimento correttivo dei mercati azionari sia del tutto esaurito. Riteniamo comunque le attuali valutazioni accettabili e pertanto la scommessa sull’azionario dovrebbe basarsi sulle attese in merito agli utili che restano però vulnerabili alla minaccia della guerra commerciale. Sul fronte dei mercati emergenti, riteniamo che ulteriori correzioni dai livelli attuali possano rappresentare interessanti opportunità di acquisto. In portafoglio l’esposizione ai mercati emergenti è al momento limitata mentre sull’equity globale appena al di sotto della neutralità (27% contro un 30% tipico di esposizione azionaria) ma con protezioni che derivano dalla duration americana, dallo Yen giapponese sul fronte valutario e da una quota, per ora non ancora rilevante, di volatilità.

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Il nemico “ideale”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Il nemico “ideale” per un terrorista medio orientale non è l’Europa, ma gli U.S.A. E’ quella che ritengono il crocevia di una civiltà, dove alberga un sentimento contrastante che va dalle logiche consumistiche allo sfruttamento dei più deboli. Gli Stati Uniti sono destinati a non essere amati perché hanno il potere ma anche l’arroganza che ne deriva. E’ il luogo ideale dove si possono “piazzare” le bombe biologiche sulla metropolitana di New York, del tipo progettato di recente da due neonazisti: William Leavitt e Larry Wayne Harris.
Oggi è stato possibile sventare la trama, ma un domani chi ci dirà che non ci riusciranno o a farlo saranno altri di opposto segno? Significa procurare la morte a centinaia di migliaia di persone. Significa sconvolgere un ordine costituito. Significa incrinare dalle fondamenta una civiltà costruita dall’uomo e per l’uomo, sia pure con tutti i suoi limiti. Oggi l’Italia è immersa, volente o nolente, in questa realtà. E’ al centro di molti interessi: logistici, politici, economici e malavitosi. La mafia russa lo sta dimostrando e non è la sola.
Esiste un’internazionale del terrore che attraversa come un viatores, la nostra Penisola e, per nostra fortuna, non vi sosta a lungo.
Da qui dobbiamo fare in modo che parta un nuovo tipo di messaggio per evitare il peggio. Un modello che sappia opporsi a un’escalation inevitabile poiché esiste un rapporto incompreso e sempre più accentuato tra chi è e chi ha.
Penso ai suk delle città medio-orientali, grandi e piccole, dove si lavora come nel Medioevo. Che senso può avere, per costoro, vivere all’ombra dei pozzi di petrolio che ci fanno progredire e favoriscono le tecnologie del mondo occidentale, mentre si muore di fame e si vive come schiavi nella loro terra?
Segni di rivolta per questo genere di situazione sono già apparsi in Tunisia, Libia, Egitto e Siria. Abbiamo così avuto la “Primavera araba” ma i moti popolari non si sono spenti con la caduta dei rispettivi dittatori. In Siria, nello specifico, la guerra civile è tuttora in corso e sono già sei anni nei quali abbiamo avuto ben centomila morti e circa mezzo milione di feriti e altri milioni di profughi.
Tutto questo per non parlare delle centinaia di migliaia di profughi che cercano rifugio per ogni dove e rischiano persino la vita e danno fondo ai loro miseri risparmi pur di trovare un passaggio per mare o per terra nell’intento di trovare uno spazio vitale. Sono migliaia di persone che ogni giorno dall’Africa occidentale alla Turchia giocano i loro destini come in una sorta di roulette russa per raggiungere le coste italiane. Essi ci pongono un problema che investe non solo il nostro Paese ma anche la Germania, l’Austria e gli altri stati dell’Europa occidentale.
E a queste migrazioni dal sud dobbiamo aggiungere quelle dei paesi dell’Est dalla Jugoslavia, all’Albania, dalla Romania alla Bulgaria. (Riccardo Alfonso)

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