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1,2 miliardi di dollari a favore dell’UNHCR per finanziare programmi umanitari e di protezione dei rifugiati

Posted by fidest press agency su martedì, 10 dicembre 2019

Ginevra 17 e 18 dicembre 2019 nel Forum Globale sui Rifugiati (Global Refugee Forum/GRF) i donatori hanno già manifestato l’intenzione di impegnare fondi supplementari in quell’occasione. È previsto che Stati, imprese, organizzazioni internazionali, società civile e i rifugiati stessi adottino misure nuove e coraggiose volte ad allentare le pressioni su Paesi e comunità di accoglienza, aiutare i rifugiati a divenire maggiormente autosufficienti grazie alla destinazione di investimenti nello sviluppo dalle prime fasi delle operazioni di emergenza, promuovere la ricerca di soluzione a lungo termine. I contributi volontari di governi, istituzioni intergovernative, imprese private e singoli individui costituiscono quasi la totalità dei finanziamenti dell’UNHCR. Oltre ai fondi promessi ieri dai governati donatori, i rappresentanti di otto partner nazionali dell’UNHCR del settore privato hanno preso parte per la prima volta alla conferenza dei donatori annunciando uno stanziamento iniziale di 250 milioni di dollari per il 2020. L’UNHCR esprime gratitudine per tutti i contributi ricevuti, in particolare quelli che garantiranno finanziamenti flessibili e sostegno pluriennale, essenziali affinché l’organizzazione possa conservare la flessibilità e la dinamicità necessarie per rispondere tempestivamente allo scoppio di nuove crisi e ottenere benefici a lungo termine a favore di rifugiati, sfollati e comunità di accoglienza.
I fondi impegnati prevedono una cifra iniziale di 884,4 milioni di dollari per assicurare a rifugiati e sfollati interni alloggio, cibo, acqua potabile e servizi igienico-sanitari, cure mediche, istruzione e tutela legale, e per aiutare le persone apolidi ad acquisire una nazionalità. Tali fondi ammontano a circa il 9 per cento degli 8,7 miliardi di dollari che l’UNHCR stima essere necessari per poter realizzare i propri programmi l’anno prossimo. Inoltre, circa 310 milioni di dollari sono stati impegnati per la definizione dei piani pluriennali, un atto di fiducia nei confronti dell’organizzazione che consente all’UNHCR di essere più efficiente ed efficace nella programmazione a lungo termine e di sostenere i propri partenariati in modo più sostenibile. “Dopo un decennio in cui la portata degli esodi forzati ha raggiunto livelli record anno dopo anno, le esigenze umanitarie di quanti sono colpiti da guerre e persecuzioni sono aumentate come mai prima”, ha dichiarato Kelly T. Clements, Vice Alto Commissario ONU per i Rifugiati. “Il sostegno promesso rappresenta il modo migliore di cominciare l’anno. L’erogazione di contributi anticipati, flessibili e generosi ci permette di alleviare le sofferenze delle persone e delle comunità che le accolgono aiutandole a far fronte alle pressioni a cui sono esposte nel lungo periodo”.
La tempestività di questi fondi permetterà di garantire continuità nell’erogazione di attività salvavita, comprese quelle implementate nell’ambito di alcune tra le operazioni su più vasta scala a livello mondiale nella risposta alle crisi in corso in Siria, Iraq, Yemen, Sud Sudan, Bangladesh, Venezuela, Repubblica Democratica del Congo e nella regione del Sahel.Tuttavia, il divario tra esigenze e fondi disponibili è in costante crescita. Numerosi conflitti restano irrisolti e il numero di persone sradicate dalla propria terra aumenta, in parte spinte dagli effetti dei cambiamenti climatici, dalla povertà e dalle disuguaglianze.“Gli aiuti umanitari devono completare, non sostituire, l’azione politica”, ha dichiarato Kelly Clements. “Devono andare a braccetto con la più ampia ambizione di negoziare la pace, promuovere lo sviluppo e, in primo luogo, affrontare le cause alla radice della fuga delle persone”.

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Assistenza ai rifugiati che vivono nelle aree urbane della Libia

Posted by fidest press agency su martedì, 3 dicembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha annunciato ieri che sta intensificando il sostegno destinato a rifugiati e richiedenti asilo presenti nelle aree urbane della Libia e rivalutando il ruolo e il funzionamento del Centro di raccolta e partenza (Gathering and Departure Facility/GDF) I rifugiati e i richiedenti asilo che vivono nelle aree urbane sono già circa 40.000, tra i quali alcuni estremamente vulnerabili e in disperato bisogno di aiuto. L’assistenza umanitaria per rifugiati e richiedenti asilo è disponibile presso il Centro comunitario diurno (Community Day Centre/CDC) dell’UNHCR attivo a Gurji, nel distretto di Tripoli, dove coloro che ne hanno necessità possono accedere a servizi quali cure primarie, registrazione e assistenza in denaro per soddisfare le esigenze legate a cibo e alloggio.L’agenzia, inoltre, sta rivalutando il ruolo del GDF alla luce delle gravi e insostenibili condizioni di sovraffollamento. Il GDF è stato inaugurato un anno fa come centro di transito per rifugiati e richiedenti asilo vulnerabili, principalmente donne e minori non accompagnati a rischio più elevato in stato di detenzione e per i quali erano state individuate soluzioni fuori dalla Libia. Tali soluzioni restano estremamente limitate e richiedono che l’UNHCR individui e dia priorità ai casi di vulnerabilità più gravi in seno a una popolazione molto più ampia, composta da molte persone in stato di forte bisogno. L’UNHCR e i partner operano all’interno della struttura, la quale ricade sotto la giurisdizione complessiva del Ministero dell’Interno libico.Tuttavia, a partire da luglio, in seguito all’attacco aereo che ha colpito il centro di detenzione di Tajoura, provocando diverse vittime, centinaia di ex detenuti si sono recati presso il GDF. A fine ottobre, a questi si è aggiunto un altro gruppo di circa 400 persone provenienti dal centro di detenzione di Abu Salim, nonché fino ad altre 200 persone dalle aree urbane. Fanno parte di una popolazione più ampia di richiedenti asilo, rifugiati e migranti che in Libia sono vulnerabili e esposti a rischi – ma ai cui casi non è stata data priorità per l’evacuazione o il reinsediamento.Il GDF è ora in condizioni di grave sovraffollamento: a fronte di una capacità di circa 600 persone, attualmente ne ospita quasi il doppio, molte delle quali da diversi mesi. L’UNHCR, altre agenzie delle Nazioni Unite e i partner hanno fornito loro assistenza umanitaria, offrendo cure mediche, supporto psicosociale, pasti caldi e biscotti ad alto contenuto energetico. Tuttavia, la situazione presso il GDF non è sostenibile e la struttura non funziona più come centro di transito, ostacolando la capacità dell’UNHCR di evacuare i rifugiati più vulnerabili per i quali sono state individuate soluzioni al di fuori della Libia, fuori dai centri di detenzione e in luoghi sicuri.
Data l’introduzione di un pacchetto di assistenza urbana di portata più ampia, l’UNHCR eliminerà gradualmente il servizio di ristorazione erogato presso il GDF a partire dall’inizio dell’anno. L’UNHCR continuerà a garantire informazioni e consulenza a quanti hanno fatto ingresso informalmente nel GDF in merito alle opzioni a loro disposizione e al pacchetto di assistenza urbana. Coloro che presentano profili per cui è necessaria la protezione internazionale stanno ricevendo sostegno per lasciare il GDF tramite il pacchetto di assistenza urbana, il quale include denaro di emergenza in contanti per i primi due mesi, beni di prima necessità, accesso alle cure primarie e invio a visite specialistiche. Inoltre, ai beneficiari verrà data la possibilità di sostenere colloqui col personale dell’UNHCR per individuare vulnerabilità e soluzioni specifiche. L’UNHCR continua a chiedere risorse supplementari che permetterebbero di fornire un sostegno più sostanzioso e continuo.Circa 40 persone hanno già accettato quest’opzione, il che non esclude che possano usufruire in futuro di possibili evacuazioni o reinsediamenti al di fuori della Libia. A titolo di esempio, a quattro persone che hanno accettato il pacchetto è stata riconosciuta l’ammissibilità all’evacuazione umanitaria a seguito dei colloqui di valutazione delle esigenze di protezione.L’esame dei casi individuali, comprese la valutazione delle esigenze di protezione e l’individuazione di possibili soluzioni durature al di fuori della Libia, continuerà a essere effettuato presso l’ufficio di registrazione dell’UNHCR operativo a Sarraj, al fine di assicurare l’integrità delle procedure previste dall’UNHCR.L’UNHCR ribadisce che le opzioni di reinsediamento purtroppo continuano a essere estremamente limitate, con il numero di posti disponibili a livello mondiale drammaticamente inferiore rispetto alle esigenze. Ogni anno, meno dell’1 per cento dei rifugiati ritenuti in stato di necessità dall’UNHCR può essere reinsediato. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esorta la comunità internazionale a garantire più posti per il reinsediamento e procedure più rapide per consentire di evacuare un numero più elevato di rifugiati che necessitano di essere reinsediati in luoghi sicuri.

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Assistenza invernale destinata a rifugiati e sfollati siriani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 novembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, stima che circa 3,8 milioni di rifugiati siriani e iracheni, nonché di sfollati interni e rifugiati di altre nazionalità, quest’inverno necessiteranno di assistenza supplementare in Siria, Iraq, Libano, Giordania ed Egitto. Per molti siriani, si tratta del nono inverno consecutivo che affronteranno fuori da casa. Grazie ai preparativi per l’assistenza cominciati a settembre sarà garantito sostegno continuo per tutto l’inverno fino a marzo dell’anno prossimo. I preparativi includono la consegna di beni di prima necessità per l’inverno quali coperte termiche di qualità elevata, teloni impermeabili e indumenti pesanti. Gli alloggi dei rifugiati sono in fase di riparazione e rimodernamento per renderli resistenti alle intemperie. Altre attività includono il miglioramento degli impianti di scarico e di altre infrastrutture, sia nei campi sia negli insediamenti informali. Alle famiglie rifugiate vulnerabili l’UNHCR sta erogando assistenza in denaro per soddisfarne le ulteriori necessità legate ai freddi mesi invernali.
In tutta la Siria, l’UNHCR mira ad assistere 1,6 milioni di sfollati interni siriani (320.000 famiglie). È prioritaria l’assistenza di sfollati interni e rimpatriati vulnerabili, famiglie sfollate di recente, persone che vivono in aree remote difficili da raggiungere e in alloggi al di sotto degli standard, coloro che hanno fatto ritorno volontariamente, nonché quanti si trovano in aree alle quali è divenuto possibile accedere solo di recente e che non hanno ricevuto aiuto in passato. Ad oggi, le distribuzioni sono avvenute nel nordest della Siria, dove l’UNHCR, nell’ambito degli interventi interagenzie, ha assicurato aiuti e beni di prima necessità per l’inverno a più di 177.500 sfollati di recente presso le comunità locali, gli alloggi collettivi e i campi, comprese le oltre 86.500 persone accolte nei campi di Al-Hol, Areesha, Roj e Mahmoudli.
In Iraq, l’UNHCR intende assicurare aiuti invernali a oltre 660.000 sfollati interni (110.000 famiglie), 157.700 rifugiati siriani (38300 famiglie), e 16.800 rifugiati di altre nazionalità (4.200 famiglie). Nel solo mese di ottobre, più di 89.000 sfollati interni e persone che hanno fatto ritorno (quasi 15.000 famiglie) hanno ricevuto assistenza in denaro per la stagione invernale. Quasi una famiglia su tre era composta da una donna coi propri figli.
In Libano, l’UNHCR sta distribuendo aiuti invernali a più di 860.000 rifugiati siriani (circa 172.000 famiglie) e 9.000 rifugiati iracheni (3.000 famiglie) al di sotto della soglia di povertà. Il 73 per cento delle famiglie siriane rifugiate in Libano vivono al di sotto della soglia di povertà che è di 3,84 dollari USA pro capite al giorno. Queste famiglie non sono in grado di soddisfare le necessità essenziali per la sopravvivenza quali cibo, salute e alloggio. Di conseguenza, aumentano le esigenze di protezione e il rischio di ricorrere a meccanismi di risposta negativi quali lavoro minorile, matrimonio precoce od offerta di prestazioni sessuali per sopravvivere. Quasi nove famiglie su dieci sono indebitate, dato che indica chiaramente come alle famiglie rifugiate siriane manchino le risorse per soddisfare le necessità essenziali. Durante l’inverno, tale situazione è esacerbata dagli shock economici associati alle condizioni climatiche avverse e alla riduzione di opportunità redditizie già limitate. Inoltre, molte famiglie dovranno far fronte a ulteriori rischi per la salute dal momento che non potranno vivere al caldo. Si verificano inondazioni e l’accesso all’assistenza sanitaria è già limitato. Alla luce della grave crisi economica che colpisce il Libano attualmente, la campagna invernale dell’UNHCR quest’anno permetterà di assistere un numero maggiore di famiglie vulnerabili rispetto agli anni precedenti assicurando che possano trascorrere l’inverno al caldo nonostante la loro situazione si vada deteriorando rapidamente.
In Egitto, a partire da novembre l’UNHCR intende erogare assistenza in denaro per l’inverno a più di 87.000 rifugiati siriani (29.000 famiglie) e 3.934 rifugiati iracheni (1.659 famiglie).L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime gratitudine per l’appoggio mostrato fino ad oggi dai donatori governativi e del settore privato volto a sostenere gli sforzi per aiutare e proteggere i rifugiati e gli sfollati interni siriani. Tuttavia, il finanziamento complessivo delle operazioni dell’UNHCR a favore dei siriani sfollati interni e di quelli rifugiati nei Paesi confinanti nel 2019 attualmente copre il 43 per cento dei 2,180 miliardi di dollari USA richiesti. I siriani continuano a costituire la popolazione rifugiata più numerosa a livello mondiale. Oltre 5,6 milioni vivono nei Paesi limitrofi e in tutto il Nord Africa. Si stima che altri 6,2 milioni siano sfollati internamente in Siria.

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Risorse per aiutare rifugiati e migranti venezuelani e i Paesi che li accolgono

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 novembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e l’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, lanceranno oggi un piano regionale da 1,35 miliardi di dollari per rispondere alle crescenti esigenze umanitarie di rifugiati e migranti venezuelani in America Latina e Caraibi e delle comunità che li accolgono. A inizio novembre 2019, i rifugiati e i migranti venezuelani nel mondo sono circa 4,6 milioni. Quasi l’80 per cento si trova in Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, senza alcuna prospettiva di fare ritorno nel breve o medio periodo. Se le tendenze attuali non cambiano, entro la fine del 2020 potrebbero essere 6,5 milioni i venezuelani ad aver lasciato il Paese.
Il Piano regionale di risposta per rifugiati e migranti (RMRP) per il 2020 in procinto di essere lanciato nella capitale colombiana Bogotá, costituisce uno strumento di coordinamento e raccolta fondi istituito e implementato da 137 organizzazioni. Queste lavorano in tutta la regione mirando ad assistere quasi quattro milioni di persone, compresi rifugiati e migranti venezuelani e le comunità che li accolgono, in 17 Paesi.Il piano RMRP 2020 rappresenta il risultato di un processo di consultazione ad ampio raggio condotto sul campo che ha coinvolto governi dei Paesi di accoglienza, società civile e organizzazioni religiose, comunità e donatori locali, nonché rifugiati e migranti stessi.Il piano prevede una serie di interventi in nove settori chiave: salute, istruzione, sicurezza alimentare, integrazione sociale, nutrizione, alloggio, beni di prima necessità e traporto umanitario, e acqua potabile, servizi igienico-sanitari e igiene (Water, Sanitation, Hygiene/WASH). Oltre alla risposta d’emergenza, il piano mira in particolare ad assicurare l’inclusione socioeconomica di rifugiati e migranti.“Solo mediante un approccio coordinato e armonico sarà possibile rispondere in modo efficace alle esigenze di ampia scala, che continuano ad aumentare e ad evolversi a causa dell’aggravarsi della crisi”, ha dichiarato Eduardo Stein, Rappresentante Speciale congiunto UNHCR-OIM per i rifugiati e i migranti venezuelani“A tal fine, l’appello per il piano RMRP 2020 rappresenta uno degli strumenti chiave per mobilitare le risorse necessarie per un’azione più concertata e collettiva.“Nonostante i numerosi sforzi e le diverse iniziative, la portata del problema supera la capacità assicurata dalla risposta attuale, pertanto è necessario che la comunità internazionale raddoppi tali sforzi e contributi per aiutare i Paesi e le organizzazioni internazionali a rispondere alla crisi”, ha dichiarato Eduardo Stein. “È necessario garantire maggiore sostegno ai governi, dedicando la dovuta attenzione alle politiche per lo sviluppo, oltre che alle esigenze umanitarie immediate”.Il piano RMRP 2020 è il prodotto del lavoro della Piattaforma regionale di coordinamento interagenzie – il meccanismo di coordinamento per la risposta alla crisi di rifugiati e migranti venezuelani – ed è guidato da UNHCR e OIM con il coinvolgimento di numerose organizzazioni delle Nazioni Unite, della società civile e Ong.

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Morte dell’ex Alto Commissario per i Rifugiati Sadako Ogata

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 novembre 2019

La famiglia dell’ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Sadako Ogata, alla guida dell’UNHCR dal 1991 al 2000, ne ha annunciato il decesso avvenuto a Tokyo, in Giappone.Sadako Ogata è divenuta Alto Commissario subito dopo la fine della Guerra fredda, evento che ha innescato profondi cambiamenti nello scenario politico globale e sradicato dalla propria terra decine di milioni di persone. Sotto la sua leadership, l’UNHCR ha lanciato operazioni di emergenza su larga scala per rispondere alle crisi in atto in Iraq, ex Unione Sovietica, Balcani, Somalia, Grandi Laghi e Timor Est, e ha assistito milioni di rifugiati a fare ritorno a casa mediante operazioni di rimpatrio in America Centrale, Africa e Asia. Per la prima volta, l’agenzia ha assunto un ruolo preminente impegnandosi in prima linea nelle aree di conflitto per proteggere e sostenere rifugiati e sfollati interni, e prevenire il verificarsi di ulteriori esodi.Rispettata accademica giapponese e diplomatica esperta in relazioni multilaterali, Sadako Ogata è stata un’instancabile sostenitrice della solidarietà internazionale a favore dei rifugiati, garantendo che la risoluzione degli esodi fosse inclusa nei negoziati politici e nei processi di pace. Dopo la fine del suo mandato di Alto Commissario, ha mantenuto una stretta relazione con le Nazioni Unite e ha continuato a contribuire alla causa dei rifugiati, facendosi promotrice della nozione di “sicurezza umana” e degli aiuti allo sviluppo per la risoluzione degli esodi in qualità di Presidente dell’agenzia giapponese di cooperazione internazionale JICA.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime le più sincere condoglianze ai figli di Sadako Ogata, Atsushi e Akiko, a tutta la sua famiglia e al Governo e al popolo del Giappone per la grave perdita.

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Rifugiati nella rete

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 ottobre 2019

Roma 22 ottobre alle 17, nella sede dell’Agenzia di stampa Dire, in Corso d’Italia 38/a. L’evento, promosso da Arci, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e Intersos, rappresenta l’occasione per presentare due progetti, JumaMap e PartecipAzione, realizzati, rispettivamente, da Arci e Intersos, con il supporto dell’UNHCR.Il primo, JumaMap – Refugees Map Services, è una piattaforma dove trovare associazioni, enti pubblici e privati e spazi informali che offrono servizi rivolti ai richiedenti asilo e rifugiati: dall’assistenza legale, sanitaria, passando dalle scuole d’italiano. La piattaforma è disponibile in 10 lingue e al momento registra oltre 1000 servizi su tutto il territorio nazionale. “Il principale obiettivo è, da una parte, consentire a richiedenti asilo e rifugiati di avere uno strumento per orientarsi e accedere ai servizi a loro più vicini; dall’altra, creare e rafforzare una rete di attori impegnati nella tutela delle persone richiedenti asilo, rifugiate e migranti, consentendo di aggiornare e integrare la piattaforma al fine di far conoscere il proprio lavoro e i servizi offerti.”, Filippo Miraglia, Responsabile nazionale Migrazioni di ARCI.Il secondo, PartecipAzione, è un programma di capacity building ed empowerment realizzato da INTERSOS in partenariato con UNHCR, che ha l’obiettivo di sostenere la crescita, le attività e le reciproche collaborazioni di quelle organizzazioni che a livello locale favoriscono la coesione sociale, l’integrazione, la protezione e l’empowerment di rifugiati e richiedenti asilo in 11 regioni target. “Il fine è quello di consolidare reti di protezione incentrate sulle comunità e favorire comunità più inclusive e solidali”, Cesare Fermi, Responsabile dell’unità Migrazione di INTERSOS.Entrambe i progetti sono sostenuti finanziariamente da UNHCR. “La nostra collaborazione con Arci e Intersos ha l’obiettivo di assicurare che le nostre azioni abbiamo il miglior impatto possibile per i rifugiati, garantendone il rispetto dei diritti e il soddisfacimento dei bisogni. Questi progetti sono finalizzati alla creazione di network per la fornitura di servizi, l’autonomia e l’inclusione dei rifugiati nel tessuto economico e sociale del paese. Diamo ai rifugiati la possibilità di orientarsi e diventare portavoce delle loro stesse istanze.” Carlotta Sami, Portavoce UNHCR per il sud Europa. Interverranno: Carlotta Sami, portavoce UNHCR per il Sud Europa; Filippo Miraglia, responsabile nazionale Immigrazione di Arci; Cesare Fermi, responsabile unità Migrazioni di Intersos; Fatima Abdurkazova, operatrice sociale e mediatrice linguistica del Numero Verde Rifugiati di Arci e beneficiaria del programma PartecipAzione; Lyas Cicciù, Unione Nazionale Italiana, per i Rifugiati ed Esuli (UNIRE). Modererà la giornalista dell’Agenzia di stampa Dire, Alessandra Fabbretti.

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Proteggere i minori rifugiati e migranti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 ottobre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha sollecitato gli Stati europei a intraprendere maggiori sforzi per proteggere i minori rifugiati e migranti che non solo hanno sopportato viaggi difficili e pericolosi, ma continuano ad affrontare rischi e avversità una volta giunti in Europa, fra cui condizioni abitative insicure, essendo erroneamente registrati come adulti, e carenza di cure adeguate.L’ultima edizione del rapporto dell’UNHCR Viaggi Disperati, pubblicato oggi, registra che da gennaio a settembre 2019 circa 80.800 persone sono arrivate in Europa lungo le rotte del Mediterraneo – cifra in calo rispetto alle 102.700 persone giunte nello stesso periodo del 2018. Di coloro che sono arrivati, oltre un quarto erano minori, molti senza genitori.
“Questi bambini sono fuggiti da conflitti, hanno perso i propri familiari, mancano da casa da mesi, perfino anni, e alcuni di loro hanno subito abusi orribili durante il viaggio, ma le loro sofferenze non terminano una volta giunti alla frontiera”, ha dichiarato Pascale Moreau, Direttrice del Bureau per l’Europa dell’UNHCR. “In tutta Europa, i minori non accompagnati, in particolare, sono accolti di frequente in centri di grandi dimensioni privi della sorveglianza dovuta, carenza che li espone a ulteriori abusi, violenze e stress psichico e al rischio crescente di migrare nuovamente o scomparire”.Quest’anno la Grecia è stata meta di approdo della maggioranza degli arrivi di tutta la regione del Mediterraneo – un numero superiore a quello registrato in Spagna, Italia, Malta, e Cipro insieme. Ad oggi, oltre 12.900 bambini sono arrivati in Grecia via mare, compresi quasi 2.100 minori non accompagnati o separati, molti dei quali provenienti da Afghanistan, Siria e altri Paesi caratterizzati da conflitti e violenze. Le condizioni antiigieniche dei centri sovraffollati delle isole dell’Egeo sono estremamente preoccupanti. Le autorità greche hanno annunciato misure volte ad allentare la pressione causata dal sovraffollamento e vi sono esempi riusciti di buone prassi proposte sul territorio, fra cui l’affidamento di minori in seno alla comunità. Tuttavia, a fine settembre la maggior parte dei minori non accompagnati in Grecia si trovava ancora in soluzioni alloggiative inadeguate. Date le condizioni estremamente rischiose a cui sono esposti, l’UNHCR rivolge un appello agli Stati europei affinché in segno di solidarietà mettano a disposizione posti per ricollocarli e accelerino le procedure di trasferimento di quanti fra essi soddisfano i criteri di ricongiungimento ai propri familiari. Sebbene in Europa siano stati fatti diversi passi avanti per migliorare le misure di protezione, il rapporto osserva come sia necessario adottarne di ulteriori per rispondere ad alcune delle sfide alle quali i minori continuano a far fronte. Fra le raccomandazioni, il rapporto esorta gli Stati europei a porre fine urgentemente alla pratica della detenzione per i minori, assumere tutori o assistenti sociali formati e assicurare che minori rifugiati e migranti possano ricevere un’istruzione. In Europa, a volte i minori faticano a essere riconosciuti come tali e il rapporto chiede che si utilizzino metodi olistici e multidisciplinari nella valutazione della loro età. Adottando le misure definite nel rapporto, gli Stati potranno incrementare il livello di protezione assicurata ai minori in fuga e dotarsi degli ulteriori strumenti necessari per determinare in che modo soddisfarne l’interesse superiore, anche tramite soluzioni che li potrebbero portare fuori dall’Europa.

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L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati in visita in Messico

Posted by fidest press agency su sabato, 5 ottobre 2019

In occasione di una visita di quattro giorni in Messico, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha fatto visita a un programma innovativo di integrazione e ha incontrato richiedenti asilo e rifugiati in diverse città settentrionali e meridionali del Paese. Le persone ascoltate hanno raccontato delle violenze, degli abusi e delle persecuzioni che hanno patito per mano di gruppi criminali che le hanno costrette a fuggire dai propri Paesi. L’Alto Commissario Filippo Grandi ha cominciato la visita in Messico venerdi scorso (27 settembre) dallo Stato nordorientale di Coahuila, recandosi a Saltillo, presso una fabbrica che impiega circa 70 rifugiati su un totale di 1.500 dipendenti. I rifugiati impiegati nello stabilimento erano stati ricollocati dal sud del Paese mediante uno schema di cooperazione tra le autorità centrali, nazionali e locali, il settore privato, la società civile e l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Il programma aiuta i rifugiati a integrarsi e a dare il proprio contributo all’economia locale. L’Alto Commissario si è sentito rincuorato una volta ascoltati i riscontri positivi sulle esperienze vissute al loro arrivo, il benvenuto ricevuto dalle comunità locali e il continuo processo di integrazione nella società messicana.Nell’ambito dello schema, e col sostegno delle autorità locali, solo nel corso di quest’anno oltre 3.000 rifugiati sono stati ricollocati tra quattro Stati messicani. In media, ogni settimana più di cento rifugiati sono ricollocati in varie città del Messico centrale e settentrionale.Da Paese di transito per le persone che sperano di raggiungere gli Stati Uniti, il Messico sta sempre più divenendo un Paese di destinazione per i rifugiati dell’America Latina e di altre regioni. Le domande di asilo presentate in Messico sono aumentate dalle circa 2.100 del 2014 alle oltre 48.000 dei primi otto mesi di quest’anno.
L’Alto Commissario ha inoltre visitato lo Stato meridionale del Chiapas, che accoglie quasi il 70 per cento dei richiedenti asilo presenti in Messico. La Commissione messicana di sostegno ai rifugiati (Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados/COMAR) ha compiuto progressi per accelerare il processo di esame delle domande di asilo, tuttavia i richiedenti sono ancora costretti ad attendere mesi prima di ottenere i necessari documenti che danno loro accesso al mercato del lavoro e, spesso, anche ai servizi sociali. L’UNHCR sta sostenendo la COMAR su vasta scala, aprendo nuovi uffici a Monterrey, Tijuana e Palenque, e impiegando oltre 110 collaboratori esterni per la registrazione e l’esame dei casi. Durante la tappa a Tapachula, l’Alto Commissario ha inaugurato due nuovi centri di registrazione gestiti da COMAR e RET, partner dell’UNHCR.Lungo il confine meridionale, l’Alto Commissario ha potuto constatare di persona alcune delle problematiche che devono affrontare le autorità messicane per l’immigrazione. Pur riconoscendo il diritto sovrano del Messico di controllare i propri confini, l’Alto Commissario ha espresso preoccupazione in merito all’assenza di tutele sistematiche e di protocolli adeguati per lo screening e la presa in carico dei richiedenti asilo al confine. L’Alto Commissario ha inoltre manifestato la propria apprensione rispetto alla detenzione automatica di quanti presentano domanda di asilo alla frontiera, comprese le famiglie con bambini. A Tapachula, l’Alto Commissario ha ascoltato anche il dramma di molte persone originarie di diversi Paesi africani, nonché Haiti e Cuba, che non desiderano presentare domanda di asilo in Messico. Per tutti coloro che non hanno diritto a protezione internazionale, sono necessarie soluzioni in linea con il Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare.A Tapachula, Saltillo e Città del Messico, l’Alto Commissario ha visitato gli alloggi destinati a richiedenti asilo e migranti vulnerabili gestiti dalle organizzazioni della società civile e della Chiesa. Queste svolgono un ruolo fondamentale, dato che assicurano a rifugiati e migranti alloggi di emergenza e altri servizi vitali, fra i quali sostegno psicosociale, orientamento e assistenza legale per le domande di asilo. Tuttavia, necessitano anch’esse di maggiori risorse.L’Alto Commissario ha concluso la propria missione lunedi a Città del Messico, dove ha incontrato esponenti del Governo fra i quali Olga Sanchez Cordero, Ministro dell’Interno, e Marta Delgado Peralta, Vice Ministro degli Esteri.L’Alto Commissario ha espresso soddisfazione in merito all’impegno costante profuso dalle autorità messicane per adempiere gli obblighi internazionali e i principi di protezione internazionale, trattamento umanitario e rispetto dei diritti umano. Le autorità hanno sottolineato come queste costituiscano una componente fondamentale delle politiche nazionali e di quelle internazionali del Paese.Durante i colloqui con le autorità, l’Alto Commissario ha accolto con favore l’impegno preso dal Governo poco dopo essersi insediato in merito alla volontà di risolvere il dramma degli sfollati interni e ha offerto il sostegno continuo dell’UNHCR per sviluppare normative e politiche pubbliche capaci di rispondere a questo problema che per troppo tempo è stato trascurato.

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UNHCR evacua un nuovo gruppo di rifugiati dalla Libia in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 settembre 2019

Un gruppo di 98 rifugiati è stato evacuato oggi dalla Libia in Italia. Si tratta della terza evacuazione umanitaria diretta realizzata quest’anno verso il paese.Con il conflitto che continua a infuriare in Libia, le operazioni di evacuazione rappresentano un’ancora di salvezza per i rifugiati più vulnerabili che si trovano nei centri di detenzione e in contesti urbani e che hanno un disperato bisogno di sicurezza e protezione.Le persone evacuate provengono da Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan, e tra esse vi sono anche 52 minori non accompagnati. Il più piccolo è Yousef, un bimbo somalo di sette mesi nato in un centro di detenzione e in viaggio insieme ai genitori. La maggior parte dei rifugiati è stata a lungo trattenuta nei centri di detenzione in Libia, alcuni per oltre otto mesi.“Oggi abbiamo trasferito al sicuro 98 persone, ma sono ancora poche rispetto alle migliaia che hanno bisogno di aiuto. Nei centri di detenzione ci sono ancora oltre 3.600 rifugiati. Dobbiamo urgentemente trovare una soluzione per loro, come per migliaia di rifugiati più vulnerabili in contesti urbani,” ha dichiarato Jean-Paul Cavalieri, Capo della Missione per la Libia dell’UNHCR.
L’UNHCR esprime la propria gratitudine per la cooperazione del Ministero dell’Interno libico e per il supporto dell’organizzazione partner LibAid nel garantire il rilascio e il trasferimento dei rifugiati dai centri di detenzione.“L’evacuazione di oggi è un esempio di solidarietà, ringraziamo il Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno e la Polizia di Frontiera per averlo reso possibile. Ci auguriamo che altri paesi seguano questo esempio e realizzino simili operazioni umanitarie salva-vita,” ha dichiarato Roland Schilling, Rappresentante Regionale per il Sud Europa dell’UNHCR.Prima dell’evacuzione, l’UNHCR ha ottenuto il rilascio dei rifugiati dai centri di detenzione e li ha trasferiti in un Centro di Raccolta e Partenza (Gathering and Departure Facility – GDF) a Tripoli, dove hanno ricevuto cibo, riparo, cure mediche, supporto psico-sociale nonché abiti e prodotti igienici.Con questa operazione sale a 1.474 il numero di rifugiati vulnerabili assistiti dall’UNHCR ed evacuati dalla Libia nel 2019; tra essi, 710 sono stati trasferiti in Niger, 393 in Italia, e 371 sono stati reinsediati in Europa e Canada.

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Migliaia di rifugiati della RDC lasciano l’Angola e fanno ritorno nella regione del Kasai

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 agosto 2019

Si stima che siano 8.500 i rifugiati che a partire dal 18 agosto hanno spontaneamente lasciato l’insediamento di Lóvua, nella Provincia di Lunda Norte in Angola, con l’intenzione di fare ritorno nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Sembra essersi trattato della reazione a notizie di maggiore sicurezza in alcuni dei luoghi di origine dei rifugiati, oltre alla preoccupazione di tornare a casa in tempo per l’inizio dell’anno accademico.La Provincia del Kasai si sta ancora riprendendo dagli scontri tra gruppi armati ed esercito della RDC iniziati nel 2017 e che hanno costretto circa 1,4 milioni di persone alla fuga. Di queste, circa 37.000 hanno cercato rifugio in Angola.
I ritorni spontanei di questa settimana dal nord est dell’Angola sono legati alle elezioni presidenziali e alle recenti discussioni tra rifugiati e funzionari ospiti della RDC, in occasione delle quali i rifugiati sono stati informati del miglioramento della situazione di sicurezza nelle Province del Kasai.Fino ad oggi, l’insediamento di Lóvua ha ospitato più di 20.000 rifugiati. Il Governo dell’Angola ha offerto servizi di trasporto ad alcuni di coloro che hanno deciso di mettersi in marcia, ma altri hanno abbandonato l’insediamento di propria iniziativa. Molti rifugiati si accampano lungo le strade principali nel nord est dell’Angola, e tra essi vi sono anche donne e bambini.L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, lavora con i propri partner e con i governi di Angola e RDC al fine di rispondere ai bisogni umanitari dei rifugiati. Abbiamo dislocato il nostro personale lungo le vie del ritorno per monitorare la situazione e intervenire qualora necessario, oltre che per fornire informazioni ai rifugiati.
Nella RDC, l’UNHCR lavora con le autorità locali per mettere a punto sistemi di controllo ai punti di ingresso al confine per valutare la natura di questi ritorni spontanei, oltre che per ottenere informazioni di prima mano relative all’assistenza di cui la popolazione necessita una volta fatto ritorno a casa.L’UNHCR è attualmente impegnato in discussioni tripartite con l’Angola e la RDC per attuare un meccanismo volto a garantire che il ritorno sia volontario, dignitoso e sostenibile, secondo il principio internazionale per cui la decisione di ogni rifugiato che fa ritorno al proprio paese di origine dev’essere di natura volontaria. Pur comprendendo il desiderio dei rifugiati di fare ritorno a casa, l’UNHCR fa appello ai governi di entrambi i paesi affinché migliaia di rifugiati non vengano messi in pericolo a causa dell’assenza di pianificazione, trasporto e assistenza adeguati.Benché negli ultimi mesi vi siano stati miglioramenti nella regione del Kasai, in altre zone della RDC migliaia di persone continuano a fuggire dalle proprie case nelle province del Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri, vicino al confine con l’Uganda.

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L’anno scorso circa 10,5 milioni di rifugiati hanno ricevuto assistenza sanitaria

Posted by fidest press agency su sabato, 20 luglio 2019

Lo sdi deve ai programmi di sanità pubblica, all’attività dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, e di altri partner.Il dato è stato diffuso nel Global Health Review annuale dell’UNHCR, pubblicato oggi.Il rapporto mette in evidenza le misure in materia di assistenza sanitaria, nutrizione, e accesso ai servizi idrici e igienico-sanitari adottate a favore di rifugiati, richiedenti asilo e comunità ospitanti in 51 Paesi d’accoglienza.“La maggior parte dei rifugiati, l’84%, è stato accolto in regioni in via di sviluppo in cui i servizi di base sono già sotto pressione; di conseguenza, i sistemi sanitari nazionali devono essere più che mai sostenuti per garantire ai rifugiati e alle comunità locali l’accesso a cure salvavita e assistenza sanitaria di base,” ha dichiarato George Okoth-Obbo, Assistente Alto Commissario per le Operazioni dell’UNHCR.
Dal rapporto emerge che tra i progressi registrati nel 2018 vi è il calo del tasso di mortalità dei bambini rifugiati di età inferiore ai 5 anni, un importante indicatore dell’impatto delle misure sanitarie in contesti di emergenza.I tassi di mortalità registrati per questi bambini sono migliorati, passando da una media di 0.4 casi ogni 1.000 al mese, nel 2017, a 0.3 casi su 1.000 nel 2018.Ciò è avvenuto nonostante lo scorso anno si siano registrati continui arrivi di rifugiati provenienti da luoghi come il Myanmar, il Sud Sudan e la Repubblica Democratica del Congo nei Paesi confinanti.Il rapporto sottolinea inoltre i significativi progressi compiuti nell’inclusione dei rifugiati nei sistemi sanitari nazionali, evidenziando come alcuni Paesi compiano sforzi notevoli per offrire maggiori possibilità ai rifugiati di accedere a regimi di assicurazione sanitaria e ad altri pilastri della previdenza sociale.In 37 Paesi ospitanti, la maggior parte dei rifugiati ha accesso a vaccinazioni e cure per la tubercolosi, l’HIV e la malaria al pari dei cittadini. Nel 2018 sono inoltre proseguiti gli sforzi per promuovere e facilitare l’accesso a servizi per la salute riproduttiva, tra cui l’assistenza alla maternità e ai neonati e la pianificazione familiare. Nell’80 per cento dei Paesi in cui l’UNHCR sostiene le attività nel settore sanitario, il 90% delle donne rifugiate ha partorito in strutture dotate di personale qualificato – la misura più efficace per ridurre la mortalità materna e neonatale e la morte del feto.Tra i fattori che suscitano maggiore preoccupazione, tuttavia, figurano focolai di malattie nelle comunità di rifugiati. Nel corso dell’anno, gli operatori e i partner dell’UNHCR operanti nell’ambito sanitario hanno dovuto far fronte a diverse epidemie, come quelle di difterite e casi sospetti di morbillo in Bangladesh, o di colera e febbre emorragica virale in Kenya e Uganda.Anche la malnutrizione rimane un problema molto preoccupante per la salute dei rifugiati. Se da un lato in molte comunità di rifugiati si sono registrati miglioramenti nei tassi di malnutrizione acuta globale (GAM), uno dei principali indicatori nutrizionali, l’UNHCR è seriamente preoccupato per il persistere di elevati livelli di anemia e rachitismo in molte popolazioni di rifugiati rispetto a quanto registrato nel corso dell’anno precedente. Le cause della malnutrizione sono svariate, ma l’insicurezza alimentare è un fattore significativo. Negli ultimi anni sono stati operati crescenti tagli a molte operazioni condotte dall’UNHCR in materia di assistenza alimentare e sono sempre più i Paesi interessati da tale crisi.Allarmano in particolare i tagli all’assistenza alimentare, in quanto i rifugiati spesso hanno poche alternative legali per aumentare il proprio reddito o ottenere accesso al cibo. Per soddisfare i propri bisogni di base molti ricorrono a strategie di sopravvivenza potenzialmente nocive che possono aumentare i rischi per la protezione, come ad esempio allontanare i bambini da scuola per mandarli a lavorare, elemosinare e vendere beni. L’integrazione della salute mentale nell’assistenza primaria rimane una priorità. I consulti psichiatrici effettuati (154.000) rappresentano meno del due per cento rispetto al numero totale di visite mediche a cui i rifugiati si sono sottoposti nel 2018 – circa 7,5 milioni – presso l’UNHCR e le strutture sanitarie partner. A fronte di un flusso senza precedenti di esodi forzati nel mondo, e con 25,9 milioni di rifugiati in tutto il mondo, l’UNHCR chiede finanziamenti che contribuiscano a sostenere le sue principali attività, come i programmi sanitari. A metà 2019, è stato ricevuto solo il 30% – 8.636 miliardi di dollari statunitensi – degli aiuti complessivi richiesti dall’UNHCR per finanziare servizi e programmi salvavita per i rifugiati in 131 Paesi.

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70 milioni in fuga nel mondo

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 giugno 2019

Nel 2018, Il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni. Si tratta del livello più alto registrato dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in quasi 70 anni di attività. I dati raccolti nel rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends, mostrano come attualmente siano quasi 70,8 milioni le persone in fuga. Per coglierne la portata, tale cifra corrisponde al doppio di quella di 20 anni fa, con 2,3 milioni di persone in più rispetto a un anno fa, e a una popolazione di dimensione compresa fra quelle di Thailandia e Turchia.
La cifra di 70,8 milioni registrata dal rapporto Global Trends è composta da tre gruppi principali. Il primo è quello dei rifugiati, ovvero persone costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di conflitti, guerre o persecuzioni. Nel 2018 il numero di rifugiati ha raggiunto 25,9 milioni su scala mondiale, 500.000 in più del 2017. Inclusi in tale dato sono i 5,5 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (United Nations Relief and Works Agency/UNRWA).
Il secondo gruppo è composto dai richiedenti asilo, persone che si trovano al di fuori del proprio Paese di origine e che ricevono protezione internazionale, in attesa dell’esito della domanda di asilo. Alla fine del 2018 il numero di richiedenti asilo nel mondo era di 3,5 milioni.Infine, il gruppo più numeroso, con 41,3 milioni di persone, è quello che include gli sfollati in aree interne al proprio Paese di origine, una categoria alla quale normalmente si fa riferimento con la dicitura sfollati interni (Internally Displaced People/IDP).
La crescita complessiva del numero di persone costrette alla fuga è continuata a una rapidità maggiore di quella con cui si trovano soluzioni in loro favore. La soluzione migliore per qualunque rifugiato è rappresentata dalla possibilità di fare ritorno nel proprio Paese volontariamente, in condizioni sicure e dignitose. Altre soluzioni prevedono l’integrazione nella comunità di accoglienza o il reinsediamento in un Paese terzo. Tuttavia, nel 2018 solo 92.400 rifugiati sono stati reinsediati, meno del 7 per cento di quanti sono in attesa. Circa 593.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nel proprio Paese, mentre 62.600 hanno acquisito una nuova cittadinanza per naturalizzazione.
“Ad ogni crisi di rifugiati, ovunque essa si manifesti e indipendentemente da quanto tempo si stia protraendo, si deve accompagnare la necessità permanente di trovare soluzioni e di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di fare ritorno a casa”, ha dichiarato l’Alto Commissario Filippo Grandi. “Si tratta di un lavoro complesso che vede l’impegno costante dell’UNHCR, ma che richiede che anche tutti i Paesi collaborino per un obiettivo comune. Rappresenta una delle grandi sfide dei nostri tempi”.

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Il numero di rifugiati e migranti venezuelani supera i 4 milioni

Posted by fidest press agency su martedì, 11 giugno 2019

L’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, e l’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, hanno annunciato oggi che il numero di venezuelani in fuga dal proprio paese ha raggiunto i 4 milioni. Quello dei venezuelani è uno degli esodi più massicci a livello mondiale.Il flusso di persone in fuga dal Venezuela è cresciuto a un ritmo impressionante. Alla fine del 2015 i rifugiati e i migranti venezuelani erano circa 695.000, mentre a metà del 2019 il loro numero ha superato i 4 milioni, secondo i dati forniti dalle autorità nazionali per l’immigrazione e da altre fonti. In soli sette mesi a partire dal novembre 2018 il numero di rifugiati e migranti è cresciuto di un milione.I paesi dell’America Latina ospitano la gran parte dei venezuelani: 1,3 milioni si trovano in Colombia, 768.000 in Perù, 288.000 in Cile, 263.000 in Ecuador, 168.000 in Brasile e 130.000 in Argentina. Anche il Messico e altri paesi in America Centrale e nei Caraibi ospitano un numero significativo di rifugiati e migranti provenienti dal Venezuela.“Queste cifre allarmanti sottolineano l’urgente necessità di sostenere le comunità dei paesi ospitanti,” ha affermato Eduardo Stein, Rappresentante Speciale di UNHCR e OIM per i rifugiati e i migranti venezuelani. “I paesi dell’America Latina e dei Caraibi stanno rispondendo a questa crisi senza precedenti, ma non possono continuare a farlo senza il sostegno della comunità internazionale.”I governi della regione hanno creato meccanismi per coordinare la loro risposta e facilitare l’inclusione legale, sociale ed economica dei cittadini venezuelani. Tra questi, il meccanismo principale è il Processo di Quito, che ha riunito i paesi latinoamericani interessati dall’esodo di rifugiati e migranti venezuelani. Al fine di integrare questi sforzi, un Piano umanitario Regionale di Risposta alla situazione dei rifugiati e dei migranti (Regional Refugee and Migrant Response Plan – RMRP) è stato lanciato lo scorso dicembre, ed è rivolto a 2,2 milioni di venezuelani e a 580.000 persone delle comunità ospitanti in 16 paesi. Ad oggi, il Piano Regionale di Risposta è stato finanziato solo al 21%.

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Yemen: i rifugiati somali decidono di fare ritorno a casa

Posted by fidest press agency su domenica, 2 giugno 2019

Ad oggi quasi 4.300 rifugiati somali hanno fatto ritorno alle proprie case dallo Yemen da quando, nel 2017, è stato lanciato il programma di rimpatrio volontario assistito facilitato dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in collaborazione con i propri partner e con le autorità di Yemen e Somalia.L’ultima partenza è stata quella di una nave salpata mercoledì pomeriggio da Aden con a bordo 125 rifugiati somali. L’imbarcazione ha attraccato ieri mattina al porto di Berbera, in Somalia, riportando a casa uomini, donne e bambini in tempo per la festa islamica di Eid al-Fitr, che segna la fine del mese di digiuno di Ramadan e che si celebrerà la settimana prossima.Fra coloro che hanno fatto ritorno questa settimana vi sono somali nati in Yemen da genitori rifugiati e altri che sono nati invece in Somalia e che si sono in seguito recati in Yemen, nella speranza di fuggire da conflitti e instabilità. Dal momento che quella in Yemen è divenuta la crisi umanitaria di più vasta portata a livello mondiale e che i civili sono in costante pericolo di vita, la condizione di rifugiati, richiedenti asilo e migranti si è aggravata in modo significativo.I rifugiati somali costituiscono circa il 90 per cento della popolazione rifugiata e richiedente asilo dello Yemen, vale a dire circa 250.000 persone. I rifugiati somali hanno iniziato a fuggire dal loro paese diretti in Yemen negli anni Ottanta. Gli esodi sono continuati in seguito allo scoppio della guerra civile in Somalia, durante la quale molti sono fuggiti dalle violenze generalizzate e per il timore di persecuzioni, oltre che per gli effetti della siccità e per l’assenza di opportunità di sostentamento.Lo Yemen accoglie i rifugiati da decenni ed è l’unico paese della penisola araba ad aver firmato la Convenzione sui rifugiati del 1951 e il protocollo addizionale; attualmente, inoltre, lo Yemen accoglie la terza popolazione di rifugiati somali più vasta a livello mondiale.Tuttavia, col prolungarsi del conflitto, l’UNHCR, le autorità nazionali yemenite e i partner umanitari devono far fronte a diversi ostacoli per poter garantire sicurezza, assistenza umanitaria e accesso ai servizi di base ai rifugiati e ai richiedenti asilo nel Paese.Proprio questo mese, vi sono stati dei rifugiati somali fra le persone ferite dai bombardamenti che hanno colpito la capitale dello Yemen, Sana’a. Oltre ai pericoli determinati dal conflitto, molti rifugiati devono far fronte a crescenti privazioni, non possono accedere ai servizi di base, e faticano a soddisfare le esigenze basilari e a sostentarsi a causa delle limitate opportunità economiche e di lavoro.
Di conseguenza, un numero crescente di rifugiati si è rivolto all’UNHCR chiedendo assistenza per ritornare nel proprio Paese, esprimendo preoccupazione in relazione alla propria incolumità, alle condizioni di sicurezza e all’accesso limitato ai servizi. Trentatré partenze organizzate dallo Yemen alla Somalia sono già state effettuate dall’inizio del programma di rimpatrio volontario assistito nel 2017.Tutti coloro che fanno ritorno nel proprio Paese sono assistiti dall’UNHCR e dai suoi partner, fra i quali l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Oltre a ricevere sostegno in Yemen con la documentazione, con il trasporto e tramite supporto finanziario per facilitare il viaggio, le persone che decidono di tornare a casa ricevono assistenza anche nella fase di rimpatrio e di reintegrazione.

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Priyanka Chopra Jonas in missione in Etiopia tra i bambini rifugiati

Posted by fidest press agency su martedì, 28 Mag 2019

Questa settimana la Goodwill Ambassador dell’UNICEF Priyanka Chopra Jonas ha effettuato una missione sul campo in Etiopia con l’UNICEF per incontrare i bambini rifugiati fuggiti dai propri paesi a causa di conflitti e crisi umanitarie.
Durante la missione, Chopra Jonas ha incontrato bambini e giovani che vivono nel campo di rifugiati di Bambasi, dove si trovano circa 17.000 rifugiati provenienti principalmente dal Sudan, e nei campi di Hitsats e Adi-Harush, dove vivono 55.000 rifugiati dall’Eritrea.”I bambini sradicati dalle loro case a causa della guerra e delle catastrofi subiscono i maggiori disagi nella loro vita”, ha detto Chopra Jonas. “Mancano di istruzione, assistenza sanitaria e stabilità, il che li rende estremamente vulnerabili alla violenza, agli abusi o allo sfruttamento”.L’Etiopia ospita circa 900.000 rifugiati – la seconda popolazione rifugiata più ampia in Africa. La maggior parte è stata costretta a lasciare le proprie case in Somalia, Sud Sudan, Eritrea, Sudan e Yemen. Molti erano alla ricerca di pace o di una vita migliore, hanno dovuto affrontare pericoli e discriminazioni lungo il percorso.Presso la scuola primaria per rifugiati a Bambasi, Chopra Jonas ha incontrato Zulfa Ata Ey, di 8 anni, uno dei 6.000 studenti iscritti alla scuola. Come in molte altre scuole per rifugiati in Etiopia, a Bambasi c’è una grave carenza di classi, insegnanti e libri di testo.Sia a Hitsats sia a Adi-Harush i campi, le scuole, i centri sanitari e altri servizi essenziali sono integrati e sono utilizzati sia da etiopi che da rifugiati eritrei. Al campo di Adi-Harush Chopra Jonas ha visitato un centro per il monitoraggio nutrizionale gestito dal governo e il vicino ospedale MayTserbi, entrambi utili sia per i rifugiati sia per i membri delle comunità ospitanti. Lì i bambini hanno accesso a cure per la malnutrizione e le madri ricevono le cure mediche necessarie.
L’UNICEF chiede ai governi di difendere i rifugiati e i richiedenti asilo adottando politiche che affrontino le cause per cui i bambini vengono sradicati dalle loro case, aiutino i bambini ad andare a scuola e a stare in salute, tengano le famiglie unite e dare ai bambini uno status legale, pongano fine alla detenzione di bambini rifugiati, combattano la xenofobia e le discriminazioni, e proteggano i bambini sradicati da sfruttamento e violenza.

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Global compact su migranti e rifugiati:il contributo della Chiesa

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 Mag 2019

Roma 15 maggio 2019 ore 17,00. L’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum Via degli Aldobrandeschi 190 promuove l’evento Global compact su migranti e rifuciati il contributo della Chiesa.L’Ateneo, particolare attraverso l’istituto di bioetica e la cattedra UNESCO di Bioetica e Diritti Umani, è da sempre impegnato nella ricerca accademica e nel confronto per promuovere una cultura dell’accoglienza e della comprensione. L’evento intende proporre spunti di riflessione partendo da contributi filosofici, bioetici e sociali.
“Le migrazioni non sono un fatto emergenziale,ma epocale – afferma Mons. Guerino d Tora, Presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione Cei sulle Migrazioni e ospite del Global compact – che cambierà la geopolitica mondiale. Pertanto si manifesta chiara la necessità e l’opportunità di affrontare queste tematiche dal punto di vista culturale e non solo assistenziale; cosa che si sta già facendo perché tale tema è al centro di iniziative cinematografiche, filosofiche, artistiche; è quindi importante discuterne anche a livello accademico. Questa problematica rischia di diventare un punto di contraddizione, di divisione e di contrapposizioni, perdendo così la possibilità di cogliere l’opportunità geopolitica di disegnare un mondo nuovo. Le migrazioni non sono, come qualcuno vuole farci credere, la fine dei tempi, ma l’inizio di un mondo nuovo, ecco perché vogliamo esaminarlo da diversi punti di vista, da quello della Chiesa italiana, da quello sociologico, dalle connessioni di più popolazioni portare ad un mndo nuovo”.Tra i contributi autorevoli: Don Francesco Soddu, Direttore della Caritas Italiana, Don Pierpaolo Felicolo, Direttore Ufficio Pastorale delle Migrazioni, Vicariato di Roma, P. Fabio Baggio, Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale.L’evento è a partecipazione gratuita.

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UNHCR chiede di portare al sicuro i rifugiati detenuti a Tripoli

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 Mag 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha lanciato un appello affinché i rifugiati e i migranti bloccati nei Centri di detenzione delle zone di Tripoli interessate dal conflitto siano immediatamente evacuati verso aree più sicure, dopo che un attacco aereo ha colpito un edificio a meno di 100 metri dal Centro di detenzione di Tajoura, in cui sono detenuti oltre 500 rifugiati e migranti.Le persone detenute attualmente a Tajoura sono più di 500, due delle quali sono ferite e richiedono assistenza medica. Con l’intensificarsi delle ostilità durante la notte di martedì, rifugiati e migranti sono rimasti intrappolati all’interno senza poter fuggire e mettersi in salvo.Date le violenze ininterrotte in corso a Tripoli e i rischi evidenti per le vite dei civili, è ora più che mai necessario che i responsabili dei Centri interessati autorizzino il rilascio immediato dei detenuti affinché possano essere portati in salvo.“A questo punto, i rischi sono semplicemente inaccettabili”, ha dichiarato Vincent Cochetel, Inviato Speciale dell’UNHCR per il Mediterraneo Centrale. “Le persone detenute nei Centri di Tripoli sono minacciati da pericoli sempre maggiori, pertanto è di vitale importanza che siano evacuate immediatamente e messe in salvo”.
Dallo scoppio del conflitto avvenuto lo scorso 4 aprile a Tripoli, l’UNHCR ha ricollocato oltre 1.200 persone da località ad alto rischio verso aree più sicure. Tuttavia, restano circa 3.460 ‪rifugiati e migranti in Centri di detenzione che si trovano in prossimità di zone interessate dal conflitto.Non sono state effettuate nuove evacuazioni dalla Libia da quando, il 29 aprile, 146 persone sono state portate in Italia. L’UNHCR sollecita la comunità internazionale a mettere nuovamente a disposizione di rifugiati e migranti programmi quali corridoi umanitari e ricollocamento.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime, inoltre, preoccupazione per l’utilizzo dei Centri di detenzione quali depositi di armi e attrezzature militari. Un simile utilizzo delle infrastrutture civili costituisce una violazione del diritto umanitario internazionale e deve essere assolutamente evitato.

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UNICEF/Migranti e rifugiati: Andamento migratorio

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 Mag 2019

Nei primi tre mesi del 2019, circa 16.000 migranti e rifugiati hanno raggiunto l’Europa attraverso le rotte migratorie nel Mediterraneo[1]; anche se ciò rappresenta una lieve diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2018, la percentuale di bambini è aumentata da 1 arrivo su 5 a 1 su 4, sottolinea l’UNICEF. Il numero totale di bambini giunti sulle coste europee in questi mesi è di 3.800; questi si aggiungono ai circa 41.000 bambini già presenti nelle strutture di accoglienza in Grecia, Italia e Balcani all’inizio del 2019. In soli tre mesi del 2019, 365 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo, oltre il 60% del numero totale di vittime registrate in tutto il 2018.
Fra gennaio e marzo 2019 l’UNICEF ha raggiunto circa 4.480 bambini con gli interventi di protezione dell’infanzia e circa 1.950 minorenni non accompagnati a ricevere cure e protezione in Italia, in Grecia e nei Balcani. Altri 15.850 bambini hanno frequentato regolarmente le attività d’istruzione formale e informale supportate dall’UNICEF, mentre circa 1.100 persone hanno avuto accesso a servizi per la prevenzione e la risposta alla violenza di genere.Molti giovani migranti e rifugiati che hanno compiuto il viaggio verso l’Europa hanno vissuto violenze e abusi, con conseguenze sul loro benessere psicologico e fisico. In particolare in Italia, quasi tutte le donne e le ragazze arrivate hanno riportato di essere sopravvissute a forme di violenza sessuale o di genere. Una ricerca recente ha rilevato che anche gli uomini e i ragazzi sono spesso vittime di violenza sessuale in mano a gruppi armati, mentre sono rapiti o imprigionati, soprattutto in Libia.
Italia: al 28 febbraio, erano presenti 8.537 minorenni stranieri non accompagnati[2]. Nel 2018 gli arrivi via mare dei giovani migranti e rifugiati registrati sono stati 3.536, ad aprile 2019 erano 98[3]. I minorenni stranieri irreperibili, cioè quelli per i quali è stato segnalato dalle autorità competenti un allontanamento, sono 4.324. Nonostante gli sforzi del Governo italiano negli ultimi due anni, persistono rilevanti gap nel sistema di protezione e inclusione sociale dei giovani migranti e rifugiati in Italia. Il sistema risulta ancora altamente frammentato, persistono disparità nell’accesso ai servizi di cura, con il rischio che i più vulnerabili rimangano invisibili. Si registrano inoltre criticità nell’accesso ai sistemi di istruzione e ai tirocini professionali. E ancora, permangono le difficoltà nell’accesso alle informazioni utili per il percorso in Italia.
Grecia: nei primi tre mesi del 2019, sono arrivati via mare 2.077 bambini– circa il 40% di tutti gli arrivi via mare –, portando il numero di bambini presenti in Grecia a 28.000 (di cui 3.535 non accompagnati). La situazione dei bambini e delle famiglie nei centri di prima accoglienza e identificazione rimane molto preoccupante, visto che al 31 marzo 2019 erano presenti in questo tipo di centri 11.500 persone in 5 Isole egee circa, il doppio rispetto alla loro portata totale.
Bulgaria: nel corso dei primi tre mesi del 2019, circa 300 rifugiati e migranti, di cui un quarto bambini, hanno presentato richiesta di asilo nel paese – livelli comparabili agli ultimi tre mesi del 2018. A causa di continui spostamenti, alla fine di marzo meno di 180 bambini (la metà dei quali non accompagnati) erano rimasti nei centri di accoglienza.
In Serbia: al 31 marzo, poco più di 4.200 migranti e rifugiati, fra cui 883 bambini, erano presenti in 16 centri di accoglienza e asilo gestiti dal governo. Ciò rappresenta un calo rispetto a dicembre 2018, ma con il miglioramento delle condizioni meteorologiche, gli arrivi (anche di minorenni stranieri non accompagnati) e gli spostamenti aumentano. Uno dei fattori di maggiore preoccupazione è la situazione di oltre 400 minorenni stranieri non accompagnati, che non hanno ancora acceso a cure appropriate, protezione, istruzione e altri servizi.
In Bosnia-Erzegovina: nel primo trimestre del 2019, le autorità di confine hanno registrato circa 3.600 nuovi arrivi di migranti e rifugiati. Delle 6.450 persone presenti nel paese a fine marzo, il 19% erano bambini e il 7% bambini non accompagnati. Nonostante i progressi nell’incrementare la risposta nazionale, le capacità di accoglienza rimangono limitate.
L’UNICEF lavora con gli Stati e i suoi partner per adottare piani d’azione e per l’implementazione di sei impegni concreti: proteggere bambini e giovani migranti e rifugiati da sfruttamento e violenza, porre fine alla loro detenzione per via del loro status di immigrati, favorire l’unità familiare e ridurre l’apolidia, garantire cure e accesso ai servizi per i bambini e giovani migranti e rifugiati attraverso il rafforzamento dei sistemi sanitario e di istruzione. L’UNICEF chiede inoltre di proteggere i bambini e giovani migranti e rifugiati da discriminazione e xenofobia e di fare fronte alle cause che allontanano i bambini e i giovani dalle loro case attraverso politiche e investimenti finanziari su tutte le aree degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, come la protezione sociale, l’occupazione giovanile, le azioni per il clima, per la pace e la giustizia.
L’appello dell’UNICEF per il 2019 per la risposta ai migranti e rifugiati in Europa è di 27,5 milioni di dollari, di cui 12,4 milioni per la protezione dell’infanzia e 9,4 milioni per l’istruzione.

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146 rifugiati evacuati in Italia dalla Libia, teatro di scontri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 Mag 2019

Nella giornata di ieri 146 rifugiati sono stati evacuati dalla Libia grazie a un’operazione congiunta dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e delle autorità italiane e libiche. Dall’inizio dei recenti scontri, l’Italia è il primo Paese ad accogliere persone evacuate dalla Libia. L’evacuazione è stata organizzata in collaborazione con il Ministero degli Interni libico.
Il gruppo, di cui fanno parte anche 46 minori separati dalle loro famiglie, è partito dall’aeroporto libico di Misurata ed è da poco atterrato a Roma. I rifugiati evacuati saranno ospitati in centri di accoglienza straordinaria.“Questa operazione di evacuazione è un’àncora di salvezza per le persone che hanno affrontato gravi minacce e pericoli in Libia,” ha affermato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Ora è di fondamentale importanza che anche altri Stati mettano in atto simili gesti di generosità, offrendo opportunità di evacuazione per i rifugiati coinvolti nel conflitto. Fingere di non vedere quanto sta accadendo avrà conseguenze drammatiche e reali.” Intanto, a Tripoli, le condizioni di sicurezza continuano a peggiorare a causa del protrarsi dei combattimenti tra forze rivali. Nei giorni scorsi, i raid aerei hanno causato numerose vittime tra i civili e distrutto diverse infrastrutture.Migliaia di rifugiati e migranti continuano a essere prigionieri nei centri di detenzione, dove anche prima dell’inizio del recente conflitto vivevano in condizioni drammatiche. Le persone detenute hanno riferito di temere per le loro vite e di aver sentito spari e attacchi aerei nelle vicinanze. Se i combattimenti dovessero raggiungere i luoghi di detenzione, queste persone rischierebbero di essere abbandonate o coinvolte nel conflitto.
L’UNHCR esorta la comunità internazionale a evacuare tutti i rifugiati rimasti nei centri di detenzione a Tripoli e a portarli al sicuro. Poiché gli scontri non accennano ad arrestarsi, la rapidità è un elemento essenziale.Al momento più di 3.300 persone sono particolarmente a rischio, intrappolate all’interno dei centri di detenzione in prossimità degli scontri in corso e imminenti. L’UNHCR ha già evacuato centinaia di rifugiati e migranti lontano dai pericoli più immediati; tra essi, circa 500 persone sono state trasferite nel nostro Centro di Raccolta e Partenza a Tripoli, mentre altre 163 persone sono state portate in Niger nell’ambito del Meccanismo di Transito di Emergenza (Emergency Transit Mechanism). Tuttavia, poiché queste strutture sono al limite delle loro capacità, le evacuazioni dirette dalla Libia diventeranno presto la sola àncora di salvezza disponibile per i rifugiati vulnerabili. Il deteriorarsi della situazione di sicurezza sta già notevolmente ostacolando gli sforzi compiuti dall’UNHCR per raggiungere alcuni centri di detenzione, e la situazione è destinata a peggiorare qualora la violenza dovesse diffondersi ulteriormente.

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UNHCR, OIM, OCHA: urgente garantire sostegno ai rifugiati Rohingya in Bangladesh

Posted by fidest press agency su sabato, 27 aprile 2019

Al termine di una missione congiunta in Bangladesh, tre alti rappresentanti delle Nazioni Unite – Mark Lowcock, Sotto Segretario Generale per gli Affari Umanitari e Coordinatore dei Soccorsi d’Emergenza, António Vitorino, Direttore Generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), e Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati – oggi hanno ribadito il proprio impegno a continuare a lavorare per assicurare soluzioni sicure e sostenibili per i rifugiati Rohingya in Myanmar, rimarcando gli sforzi profusi dalle Nazioni Unite volti a creare le condizioni che consentano loro di fare ritorno nella propria terra. Allo stesso tempo, i tre leader hanno rivolto un appello alla comunità internazionale affinché continui a garantire sostegno alle esigenze essenziali di 1,2 milioni di persone nel Bangladesh sudorientale, tanto i rifugiati Rohingya quanto, in numeri minori, le generose comunità di accoglienza.
Dopo aver fatto visita ai campi rifugiati di Cox’s Bazar e aver incontrato diversi gruppi di rifugiati, i tre alti rappresentanti ONU hanno evidenziato la cruciale importanza di assicurare supporto alla popolazione Rohingya durante l’esilio, in particolare assicurando maggiori opportunità di accesso all’istruzione e a corsi di formazione. I tre leader hanno registrato come quasi la metà dei 540.000 minori rifugiati di età inferiore ai 12 anni attualmente non riceva alcuna forma di istruzione, mentre per i restanti l’accesso a corsi scolastici è molto limitato. Attualmente, solo pochi adolescenti sono nelle condizioni di poter accedere a corsi scolastici o di formazione.“Questa continua a essere una delle più drammatiche crisi di rifugiati a livello mondiale”, ha dichiarato Filippo Grandi. “Vi sono oltre 900.000 rifugiati Rohingya in Bangladesh, la maggior parte dei quali è fuggita dal Myanmar nel 2017. Ho potuto constatare come siano stati fatti numerosissimi progressi, ma la loro condizione, soprattutto quella di donne e bambini, resta fragile. A quasi due anni dall’inizio della crisi attuale, è nostro dovere dare ai rifugiati la possibilità di accedere all’istruzione, sviluppare competenze e contribuire alle proprie comunità, permettendo loro, allo stesso tempo, di prepararsi a reintegrarsi una volta che avranno potuto fare ritorno in Myanmar”, ha dichiarato Filippo Grandi. “Il futuro dei rifugiati Rohingya è in bilico”.
“La comunità Rohingya è composta da moltissimi giovani che hanno bisogno di speranze e opportunità per potersi costruire una vita felice una volta tornati in Myanmar”, ha aggiunto António Vitorino.La visita, inoltre, è avvenuta proprio alla vigilia della stagione dei cicloni, che sarà seguita da quella dei monsoni. Entrambe espongono le già vulnerabili migliaia di donne, uomini e bambini a seri rischi, quali inondazioni, frane e diffusione di epidemie.
I leader delle Nazioni Unite hanno discusso col governo delle possibili strategie attraverso cui la comunità internazionale può supportare ulteriormente le misure di risposta. Durante la visita nei campi, essi hanno inoltre valutato la qualità del continuo lavoro svolto per rispondere ai rischi meteorologici, che prevede il rinforzo degli alloggi, il miglioramento delle infrastrutture e la formazione dei volontari. I tre leader hanno riconosciuto il ruolo cruciale giocato dai rifugiati stessi nella realizzazione di tali sforzi. “Le nostre organizzazioni esprimono preoccupazione sia per il benessere dei rifugiati Rohingya, dal momento che le circostanze in cui vivono a Cox’s Bazar li rendono estremamente vulnerabili, sia per le comunità di accoglienza che devono far fronte a prove parimenti significative, in particolare a ridosso della stagione dei monsoni”, ha affermato António Vitorino.I rappresentanti delle Nazioni Unite hanno inoltre incontrato le famiglie che si stavano sottoponendo alla procedura di registrazione biometrica gestita congiuntamente dal governo e dall’UNHCR che avrebbe permesso loro di ricevere quei documenti che per molti rifugiati rappresentano una novità assoluta e che riconoscono la loro identità in Bangladesh, rafforzando inoltre il loro diritto di accedere ai servizi e alle misure di protezione. I tre leader hanno inoltre assistito all’adozione di un innovativo sistema di e-voucher introdotto dal Programma Alimentare Mondiale (PAM/WFP) che permette ai rifugiati di scegliere da una selezione di alimenti di base e di prodotti ortofrutticoli freschi di origine locale in otto negozi convenzionati.Nel corso degli incontri tenuti coi rifugiati, i tre leader umanitari hanno ascoltato ancora una volta le terribili storie che hanno costretto queste persone alla fuga restando ammirati dalla resilienza che le contraddistingue.
“La prima volta in cui mi recai a Cox’s Bazar, nel 2017, centinaia di migliaia di Rohingya avevano appena attraversato il confine fuggendo dalla brutalità più sconcertante che si possa immaginare”, ha dichiarato Mark Lowcock. “Incontrai bambini che avevano assistito all’uccisione dei propri genitori. Donne che si tenevano in piedi a fatica mi raccontarono orribili storie di violenze sessuali a cui erano sopravvissute”.“Durante questo viaggio, abbiamo incontrato un gruppo di uomini rifugiati straordinari da prendere a modello, nonché donne volontarie che assicurano sostegno a quanti sono sopravvissuti a tale brutalità e che lavorano, inoltre, alla prevenzione dei casi di violenza sessuale e domestica nei campi. Un approccio saggio e lungimirante dovrebbe prevedere un intervento maggiormente volto a sostenere i rifugiati non solo a superare gli orrori che hanno vissuto, ma anche a prepararsi a un futuro dignitoso nel lungo periodo”, ha dichiarato Lowcock.

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