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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘rifugiati’

L’anno scorso circa 10,5 milioni di rifugiati hanno ricevuto assistenza sanitaria

Posted by fidest press agency su sabato, 20 luglio 2019

Lo sdi deve ai programmi di sanità pubblica, all’attività dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, e di altri partner.Il dato è stato diffuso nel Global Health Review annuale dell’UNHCR, pubblicato oggi.Il rapporto mette in evidenza le misure in materia di assistenza sanitaria, nutrizione, e accesso ai servizi idrici e igienico-sanitari adottate a favore di rifugiati, richiedenti asilo e comunità ospitanti in 51 Paesi d’accoglienza.“La maggior parte dei rifugiati, l’84%, è stato accolto in regioni in via di sviluppo in cui i servizi di base sono già sotto pressione; di conseguenza, i sistemi sanitari nazionali devono essere più che mai sostenuti per garantire ai rifugiati e alle comunità locali l’accesso a cure salvavita e assistenza sanitaria di base,” ha dichiarato George Okoth-Obbo, Assistente Alto Commissario per le Operazioni dell’UNHCR.
Dal rapporto emerge che tra i progressi registrati nel 2018 vi è il calo del tasso di mortalità dei bambini rifugiati di età inferiore ai 5 anni, un importante indicatore dell’impatto delle misure sanitarie in contesti di emergenza.I tassi di mortalità registrati per questi bambini sono migliorati, passando da una media di 0.4 casi ogni 1.000 al mese, nel 2017, a 0.3 casi su 1.000 nel 2018.Ciò è avvenuto nonostante lo scorso anno si siano registrati continui arrivi di rifugiati provenienti da luoghi come il Myanmar, il Sud Sudan e la Repubblica Democratica del Congo nei Paesi confinanti.Il rapporto sottolinea inoltre i significativi progressi compiuti nell’inclusione dei rifugiati nei sistemi sanitari nazionali, evidenziando come alcuni Paesi compiano sforzi notevoli per offrire maggiori possibilità ai rifugiati di accedere a regimi di assicurazione sanitaria e ad altri pilastri della previdenza sociale.In 37 Paesi ospitanti, la maggior parte dei rifugiati ha accesso a vaccinazioni e cure per la tubercolosi, l’HIV e la malaria al pari dei cittadini. Nel 2018 sono inoltre proseguiti gli sforzi per promuovere e facilitare l’accesso a servizi per la salute riproduttiva, tra cui l’assistenza alla maternità e ai neonati e la pianificazione familiare. Nell’80 per cento dei Paesi in cui l’UNHCR sostiene le attività nel settore sanitario, il 90% delle donne rifugiate ha partorito in strutture dotate di personale qualificato – la misura più efficace per ridurre la mortalità materna e neonatale e la morte del feto.Tra i fattori che suscitano maggiore preoccupazione, tuttavia, figurano focolai di malattie nelle comunità di rifugiati. Nel corso dell’anno, gli operatori e i partner dell’UNHCR operanti nell’ambito sanitario hanno dovuto far fronte a diverse epidemie, come quelle di difterite e casi sospetti di morbillo in Bangladesh, o di colera e febbre emorragica virale in Kenya e Uganda.Anche la malnutrizione rimane un problema molto preoccupante per la salute dei rifugiati. Se da un lato in molte comunità di rifugiati si sono registrati miglioramenti nei tassi di malnutrizione acuta globale (GAM), uno dei principali indicatori nutrizionali, l’UNHCR è seriamente preoccupato per il persistere di elevati livelli di anemia e rachitismo in molte popolazioni di rifugiati rispetto a quanto registrato nel corso dell’anno precedente. Le cause della malnutrizione sono svariate, ma l’insicurezza alimentare è un fattore significativo. Negli ultimi anni sono stati operati crescenti tagli a molte operazioni condotte dall’UNHCR in materia di assistenza alimentare e sono sempre più i Paesi interessati da tale crisi.Allarmano in particolare i tagli all’assistenza alimentare, in quanto i rifugiati spesso hanno poche alternative legali per aumentare il proprio reddito o ottenere accesso al cibo. Per soddisfare i propri bisogni di base molti ricorrono a strategie di sopravvivenza potenzialmente nocive che possono aumentare i rischi per la protezione, come ad esempio allontanare i bambini da scuola per mandarli a lavorare, elemosinare e vendere beni. L’integrazione della salute mentale nell’assistenza primaria rimane una priorità. I consulti psichiatrici effettuati (154.000) rappresentano meno del due per cento rispetto al numero totale di visite mediche a cui i rifugiati si sono sottoposti nel 2018 – circa 7,5 milioni – presso l’UNHCR e le strutture sanitarie partner. A fronte di un flusso senza precedenti di esodi forzati nel mondo, e con 25,9 milioni di rifugiati in tutto il mondo, l’UNHCR chiede finanziamenti che contribuiscano a sostenere le sue principali attività, come i programmi sanitari. A metà 2019, è stato ricevuto solo il 30% – 8.636 miliardi di dollari statunitensi – degli aiuti complessivi richiesti dall’UNHCR per finanziare servizi e programmi salvavita per i rifugiati in 131 Paesi.

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70 milioni in fuga nel mondo

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 giugno 2019

Nel 2018, Il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni. Si tratta del livello più alto registrato dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in quasi 70 anni di attività. I dati raccolti nel rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends, mostrano come attualmente siano quasi 70,8 milioni le persone in fuga. Per coglierne la portata, tale cifra corrisponde al doppio di quella di 20 anni fa, con 2,3 milioni di persone in più rispetto a un anno fa, e a una popolazione di dimensione compresa fra quelle di Thailandia e Turchia.
La cifra di 70,8 milioni registrata dal rapporto Global Trends è composta da tre gruppi principali. Il primo è quello dei rifugiati, ovvero persone costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di conflitti, guerre o persecuzioni. Nel 2018 il numero di rifugiati ha raggiunto 25,9 milioni su scala mondiale, 500.000 in più del 2017. Inclusi in tale dato sono i 5,5 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (United Nations Relief and Works Agency/UNRWA).
Il secondo gruppo è composto dai richiedenti asilo, persone che si trovano al di fuori del proprio Paese di origine e che ricevono protezione internazionale, in attesa dell’esito della domanda di asilo. Alla fine del 2018 il numero di richiedenti asilo nel mondo era di 3,5 milioni.Infine, il gruppo più numeroso, con 41,3 milioni di persone, è quello che include gli sfollati in aree interne al proprio Paese di origine, una categoria alla quale normalmente si fa riferimento con la dicitura sfollati interni (Internally Displaced People/IDP).
La crescita complessiva del numero di persone costrette alla fuga è continuata a una rapidità maggiore di quella con cui si trovano soluzioni in loro favore. La soluzione migliore per qualunque rifugiato è rappresentata dalla possibilità di fare ritorno nel proprio Paese volontariamente, in condizioni sicure e dignitose. Altre soluzioni prevedono l’integrazione nella comunità di accoglienza o il reinsediamento in un Paese terzo. Tuttavia, nel 2018 solo 92.400 rifugiati sono stati reinsediati, meno del 7 per cento di quanti sono in attesa. Circa 593.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nel proprio Paese, mentre 62.600 hanno acquisito una nuova cittadinanza per naturalizzazione.
“Ad ogni crisi di rifugiati, ovunque essa si manifesti e indipendentemente da quanto tempo si stia protraendo, si deve accompagnare la necessità permanente di trovare soluzioni e di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di fare ritorno a casa”, ha dichiarato l’Alto Commissario Filippo Grandi. “Si tratta di un lavoro complesso che vede l’impegno costante dell’UNHCR, ma che richiede che anche tutti i Paesi collaborino per un obiettivo comune. Rappresenta una delle grandi sfide dei nostri tempi”.

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Il numero di rifugiati e migranti venezuelani supera i 4 milioni

Posted by fidest press agency su martedì, 11 giugno 2019

L’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, e l’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, hanno annunciato oggi che il numero di venezuelani in fuga dal proprio paese ha raggiunto i 4 milioni. Quello dei venezuelani è uno degli esodi più massicci a livello mondiale.Il flusso di persone in fuga dal Venezuela è cresciuto a un ritmo impressionante. Alla fine del 2015 i rifugiati e i migranti venezuelani erano circa 695.000, mentre a metà del 2019 il loro numero ha superato i 4 milioni, secondo i dati forniti dalle autorità nazionali per l’immigrazione e da altre fonti. In soli sette mesi a partire dal novembre 2018 il numero di rifugiati e migranti è cresciuto di un milione.I paesi dell’America Latina ospitano la gran parte dei venezuelani: 1,3 milioni si trovano in Colombia, 768.000 in Perù, 288.000 in Cile, 263.000 in Ecuador, 168.000 in Brasile e 130.000 in Argentina. Anche il Messico e altri paesi in America Centrale e nei Caraibi ospitano un numero significativo di rifugiati e migranti provenienti dal Venezuela.“Queste cifre allarmanti sottolineano l’urgente necessità di sostenere le comunità dei paesi ospitanti,” ha affermato Eduardo Stein, Rappresentante Speciale di UNHCR e OIM per i rifugiati e i migranti venezuelani. “I paesi dell’America Latina e dei Caraibi stanno rispondendo a questa crisi senza precedenti, ma non possono continuare a farlo senza il sostegno della comunità internazionale.”I governi della regione hanno creato meccanismi per coordinare la loro risposta e facilitare l’inclusione legale, sociale ed economica dei cittadini venezuelani. Tra questi, il meccanismo principale è il Processo di Quito, che ha riunito i paesi latinoamericani interessati dall’esodo di rifugiati e migranti venezuelani. Al fine di integrare questi sforzi, un Piano umanitario Regionale di Risposta alla situazione dei rifugiati e dei migranti (Regional Refugee and Migrant Response Plan – RMRP) è stato lanciato lo scorso dicembre, ed è rivolto a 2,2 milioni di venezuelani e a 580.000 persone delle comunità ospitanti in 16 paesi. Ad oggi, il Piano Regionale di Risposta è stato finanziato solo al 21%.

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Yemen: i rifugiati somali decidono di fare ritorno a casa

Posted by fidest press agency su domenica, 2 giugno 2019

Ad oggi quasi 4.300 rifugiati somali hanno fatto ritorno alle proprie case dallo Yemen da quando, nel 2017, è stato lanciato il programma di rimpatrio volontario assistito facilitato dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in collaborazione con i propri partner e con le autorità di Yemen e Somalia.L’ultima partenza è stata quella di una nave salpata mercoledì pomeriggio da Aden con a bordo 125 rifugiati somali. L’imbarcazione ha attraccato ieri mattina al porto di Berbera, in Somalia, riportando a casa uomini, donne e bambini in tempo per la festa islamica di Eid al-Fitr, che segna la fine del mese di digiuno di Ramadan e che si celebrerà la settimana prossima.Fra coloro che hanno fatto ritorno questa settimana vi sono somali nati in Yemen da genitori rifugiati e altri che sono nati invece in Somalia e che si sono in seguito recati in Yemen, nella speranza di fuggire da conflitti e instabilità. Dal momento che quella in Yemen è divenuta la crisi umanitaria di più vasta portata a livello mondiale e che i civili sono in costante pericolo di vita, la condizione di rifugiati, richiedenti asilo e migranti si è aggravata in modo significativo.I rifugiati somali costituiscono circa il 90 per cento della popolazione rifugiata e richiedente asilo dello Yemen, vale a dire circa 250.000 persone. I rifugiati somali hanno iniziato a fuggire dal loro paese diretti in Yemen negli anni Ottanta. Gli esodi sono continuati in seguito allo scoppio della guerra civile in Somalia, durante la quale molti sono fuggiti dalle violenze generalizzate e per il timore di persecuzioni, oltre che per gli effetti della siccità e per l’assenza di opportunità di sostentamento.Lo Yemen accoglie i rifugiati da decenni ed è l’unico paese della penisola araba ad aver firmato la Convenzione sui rifugiati del 1951 e il protocollo addizionale; attualmente, inoltre, lo Yemen accoglie la terza popolazione di rifugiati somali più vasta a livello mondiale.Tuttavia, col prolungarsi del conflitto, l’UNHCR, le autorità nazionali yemenite e i partner umanitari devono far fronte a diversi ostacoli per poter garantire sicurezza, assistenza umanitaria e accesso ai servizi di base ai rifugiati e ai richiedenti asilo nel Paese.Proprio questo mese, vi sono stati dei rifugiati somali fra le persone ferite dai bombardamenti che hanno colpito la capitale dello Yemen, Sana’a. Oltre ai pericoli determinati dal conflitto, molti rifugiati devono far fronte a crescenti privazioni, non possono accedere ai servizi di base, e faticano a soddisfare le esigenze basilari e a sostentarsi a causa delle limitate opportunità economiche e di lavoro.
Di conseguenza, un numero crescente di rifugiati si è rivolto all’UNHCR chiedendo assistenza per ritornare nel proprio Paese, esprimendo preoccupazione in relazione alla propria incolumità, alle condizioni di sicurezza e all’accesso limitato ai servizi. Trentatré partenze organizzate dallo Yemen alla Somalia sono già state effettuate dall’inizio del programma di rimpatrio volontario assistito nel 2017.Tutti coloro che fanno ritorno nel proprio Paese sono assistiti dall’UNHCR e dai suoi partner, fra i quali l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Oltre a ricevere sostegno in Yemen con la documentazione, con il trasporto e tramite supporto finanziario per facilitare il viaggio, le persone che decidono di tornare a casa ricevono assistenza anche nella fase di rimpatrio e di reintegrazione.

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Priyanka Chopra Jonas in missione in Etiopia tra i bambini rifugiati

Posted by fidest press agency su martedì, 28 maggio 2019

Questa settimana la Goodwill Ambassador dell’UNICEF Priyanka Chopra Jonas ha effettuato una missione sul campo in Etiopia con l’UNICEF per incontrare i bambini rifugiati fuggiti dai propri paesi a causa di conflitti e crisi umanitarie.
Durante la missione, Chopra Jonas ha incontrato bambini e giovani che vivono nel campo di rifugiati di Bambasi, dove si trovano circa 17.000 rifugiati provenienti principalmente dal Sudan, e nei campi di Hitsats e Adi-Harush, dove vivono 55.000 rifugiati dall’Eritrea.”I bambini sradicati dalle loro case a causa della guerra e delle catastrofi subiscono i maggiori disagi nella loro vita”, ha detto Chopra Jonas. “Mancano di istruzione, assistenza sanitaria e stabilità, il che li rende estremamente vulnerabili alla violenza, agli abusi o allo sfruttamento”.L’Etiopia ospita circa 900.000 rifugiati – la seconda popolazione rifugiata più ampia in Africa. La maggior parte è stata costretta a lasciare le proprie case in Somalia, Sud Sudan, Eritrea, Sudan e Yemen. Molti erano alla ricerca di pace o di una vita migliore, hanno dovuto affrontare pericoli e discriminazioni lungo il percorso.Presso la scuola primaria per rifugiati a Bambasi, Chopra Jonas ha incontrato Zulfa Ata Ey, di 8 anni, uno dei 6.000 studenti iscritti alla scuola. Come in molte altre scuole per rifugiati in Etiopia, a Bambasi c’è una grave carenza di classi, insegnanti e libri di testo.Sia a Hitsats sia a Adi-Harush i campi, le scuole, i centri sanitari e altri servizi essenziali sono integrati e sono utilizzati sia da etiopi che da rifugiati eritrei. Al campo di Adi-Harush Chopra Jonas ha visitato un centro per il monitoraggio nutrizionale gestito dal governo e il vicino ospedale MayTserbi, entrambi utili sia per i rifugiati sia per i membri delle comunità ospitanti. Lì i bambini hanno accesso a cure per la malnutrizione e le madri ricevono le cure mediche necessarie.
L’UNICEF chiede ai governi di difendere i rifugiati e i richiedenti asilo adottando politiche che affrontino le cause per cui i bambini vengono sradicati dalle loro case, aiutino i bambini ad andare a scuola e a stare in salute, tengano le famiglie unite e dare ai bambini uno status legale, pongano fine alla detenzione di bambini rifugiati, combattano la xenofobia e le discriminazioni, e proteggano i bambini sradicati da sfruttamento e violenza.

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Global compact su migranti e rifugiati:il contributo della Chiesa

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 maggio 2019

Roma 15 maggio 2019 ore 17,00. L’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum Via degli Aldobrandeschi 190 promuove l’evento Global compact su migranti e rifuciati il contributo della Chiesa.L’Ateneo, particolare attraverso l’istituto di bioetica e la cattedra UNESCO di Bioetica e Diritti Umani, è da sempre impegnato nella ricerca accademica e nel confronto per promuovere una cultura dell’accoglienza e della comprensione. L’evento intende proporre spunti di riflessione partendo da contributi filosofici, bioetici e sociali.
“Le migrazioni non sono un fatto emergenziale,ma epocale – afferma Mons. Guerino d Tora, Presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione Cei sulle Migrazioni e ospite del Global compact – che cambierà la geopolitica mondiale. Pertanto si manifesta chiara la necessità e l’opportunità di affrontare queste tematiche dal punto di vista culturale e non solo assistenziale; cosa che si sta già facendo perché tale tema è al centro di iniziative cinematografiche, filosofiche, artistiche; è quindi importante discuterne anche a livello accademico. Questa problematica rischia di diventare un punto di contraddizione, di divisione e di contrapposizioni, perdendo così la possibilità di cogliere l’opportunità geopolitica di disegnare un mondo nuovo. Le migrazioni non sono, come qualcuno vuole farci credere, la fine dei tempi, ma l’inizio di un mondo nuovo, ecco perché vogliamo esaminarlo da diversi punti di vista, da quello della Chiesa italiana, da quello sociologico, dalle connessioni di più popolazioni portare ad un mndo nuovo”.Tra i contributi autorevoli: Don Francesco Soddu, Direttore della Caritas Italiana, Don Pierpaolo Felicolo, Direttore Ufficio Pastorale delle Migrazioni, Vicariato di Roma, P. Fabio Baggio, Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale.L’evento è a partecipazione gratuita.

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UNHCR chiede di portare al sicuro i rifugiati detenuti a Tripoli

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 maggio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha lanciato un appello affinché i rifugiati e i migranti bloccati nei Centri di detenzione delle zone di Tripoli interessate dal conflitto siano immediatamente evacuati verso aree più sicure, dopo che un attacco aereo ha colpito un edificio a meno di 100 metri dal Centro di detenzione di Tajoura, in cui sono detenuti oltre 500 rifugiati e migranti.Le persone detenute attualmente a Tajoura sono più di 500, due delle quali sono ferite e richiedono assistenza medica. Con l’intensificarsi delle ostilità durante la notte di martedì, rifugiati e migranti sono rimasti intrappolati all’interno senza poter fuggire e mettersi in salvo.Date le violenze ininterrotte in corso a Tripoli e i rischi evidenti per le vite dei civili, è ora più che mai necessario che i responsabili dei Centri interessati autorizzino il rilascio immediato dei detenuti affinché possano essere portati in salvo.“A questo punto, i rischi sono semplicemente inaccettabili”, ha dichiarato Vincent Cochetel, Inviato Speciale dell’UNHCR per il Mediterraneo Centrale. “Le persone detenute nei Centri di Tripoli sono minacciati da pericoli sempre maggiori, pertanto è di vitale importanza che siano evacuate immediatamente e messe in salvo”.
Dallo scoppio del conflitto avvenuto lo scorso 4 aprile a Tripoli, l’UNHCR ha ricollocato oltre 1.200 persone da località ad alto rischio verso aree più sicure. Tuttavia, restano circa 3.460 ‪rifugiati e migranti in Centri di detenzione che si trovano in prossimità di zone interessate dal conflitto.Non sono state effettuate nuove evacuazioni dalla Libia da quando, il 29 aprile, 146 persone sono state portate in Italia. L’UNHCR sollecita la comunità internazionale a mettere nuovamente a disposizione di rifugiati e migranti programmi quali corridoi umanitari e ricollocamento.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime, inoltre, preoccupazione per l’utilizzo dei Centri di detenzione quali depositi di armi e attrezzature militari. Un simile utilizzo delle infrastrutture civili costituisce una violazione del diritto umanitario internazionale e deve essere assolutamente evitato.

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UNICEF/Migranti e rifugiati: Andamento migratorio

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 maggio 2019

Nei primi tre mesi del 2019, circa 16.000 migranti e rifugiati hanno raggiunto l’Europa attraverso le rotte migratorie nel Mediterraneo[1]; anche se ciò rappresenta una lieve diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2018, la percentuale di bambini è aumentata da 1 arrivo su 5 a 1 su 4, sottolinea l’UNICEF. Il numero totale di bambini giunti sulle coste europee in questi mesi è di 3.800; questi si aggiungono ai circa 41.000 bambini già presenti nelle strutture di accoglienza in Grecia, Italia e Balcani all’inizio del 2019. In soli tre mesi del 2019, 365 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo, oltre il 60% del numero totale di vittime registrate in tutto il 2018.
Fra gennaio e marzo 2019 l’UNICEF ha raggiunto circa 4.480 bambini con gli interventi di protezione dell’infanzia e circa 1.950 minorenni non accompagnati a ricevere cure e protezione in Italia, in Grecia e nei Balcani. Altri 15.850 bambini hanno frequentato regolarmente le attività d’istruzione formale e informale supportate dall’UNICEF, mentre circa 1.100 persone hanno avuto accesso a servizi per la prevenzione e la risposta alla violenza di genere.Molti giovani migranti e rifugiati che hanno compiuto il viaggio verso l’Europa hanno vissuto violenze e abusi, con conseguenze sul loro benessere psicologico e fisico. In particolare in Italia, quasi tutte le donne e le ragazze arrivate hanno riportato di essere sopravvissute a forme di violenza sessuale o di genere. Una ricerca recente ha rilevato che anche gli uomini e i ragazzi sono spesso vittime di violenza sessuale in mano a gruppi armati, mentre sono rapiti o imprigionati, soprattutto in Libia.
Italia: al 28 febbraio, erano presenti 8.537 minorenni stranieri non accompagnati[2]. Nel 2018 gli arrivi via mare dei giovani migranti e rifugiati registrati sono stati 3.536, ad aprile 2019 erano 98[3]. I minorenni stranieri irreperibili, cioè quelli per i quali è stato segnalato dalle autorità competenti un allontanamento, sono 4.324. Nonostante gli sforzi del Governo italiano negli ultimi due anni, persistono rilevanti gap nel sistema di protezione e inclusione sociale dei giovani migranti e rifugiati in Italia. Il sistema risulta ancora altamente frammentato, persistono disparità nell’accesso ai servizi di cura, con il rischio che i più vulnerabili rimangano invisibili. Si registrano inoltre criticità nell’accesso ai sistemi di istruzione e ai tirocini professionali. E ancora, permangono le difficoltà nell’accesso alle informazioni utili per il percorso in Italia.
Grecia: nei primi tre mesi del 2019, sono arrivati via mare 2.077 bambini– circa il 40% di tutti gli arrivi via mare –, portando il numero di bambini presenti in Grecia a 28.000 (di cui 3.535 non accompagnati). La situazione dei bambini e delle famiglie nei centri di prima accoglienza e identificazione rimane molto preoccupante, visto che al 31 marzo 2019 erano presenti in questo tipo di centri 11.500 persone in 5 Isole egee circa, il doppio rispetto alla loro portata totale.
Bulgaria: nel corso dei primi tre mesi del 2019, circa 300 rifugiati e migranti, di cui un quarto bambini, hanno presentato richiesta di asilo nel paese – livelli comparabili agli ultimi tre mesi del 2018. A causa di continui spostamenti, alla fine di marzo meno di 180 bambini (la metà dei quali non accompagnati) erano rimasti nei centri di accoglienza.
In Serbia: al 31 marzo, poco più di 4.200 migranti e rifugiati, fra cui 883 bambini, erano presenti in 16 centri di accoglienza e asilo gestiti dal governo. Ciò rappresenta un calo rispetto a dicembre 2018, ma con il miglioramento delle condizioni meteorologiche, gli arrivi (anche di minorenni stranieri non accompagnati) e gli spostamenti aumentano. Uno dei fattori di maggiore preoccupazione è la situazione di oltre 400 minorenni stranieri non accompagnati, che non hanno ancora acceso a cure appropriate, protezione, istruzione e altri servizi.
In Bosnia-Erzegovina: nel primo trimestre del 2019, le autorità di confine hanno registrato circa 3.600 nuovi arrivi di migranti e rifugiati. Delle 6.450 persone presenti nel paese a fine marzo, il 19% erano bambini e il 7% bambini non accompagnati. Nonostante i progressi nell’incrementare la risposta nazionale, le capacità di accoglienza rimangono limitate.
L’UNICEF lavora con gli Stati e i suoi partner per adottare piani d’azione e per l’implementazione di sei impegni concreti: proteggere bambini e giovani migranti e rifugiati da sfruttamento e violenza, porre fine alla loro detenzione per via del loro status di immigrati, favorire l’unità familiare e ridurre l’apolidia, garantire cure e accesso ai servizi per i bambini e giovani migranti e rifugiati attraverso il rafforzamento dei sistemi sanitario e di istruzione. L’UNICEF chiede inoltre di proteggere i bambini e giovani migranti e rifugiati da discriminazione e xenofobia e di fare fronte alle cause che allontanano i bambini e i giovani dalle loro case attraverso politiche e investimenti finanziari su tutte le aree degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, come la protezione sociale, l’occupazione giovanile, le azioni per il clima, per la pace e la giustizia.
L’appello dell’UNICEF per il 2019 per la risposta ai migranti e rifugiati in Europa è di 27,5 milioni di dollari, di cui 12,4 milioni per la protezione dell’infanzia e 9,4 milioni per l’istruzione.

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146 rifugiati evacuati in Italia dalla Libia, teatro di scontri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 maggio 2019

Nella giornata di ieri 146 rifugiati sono stati evacuati dalla Libia grazie a un’operazione congiunta dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e delle autorità italiane e libiche. Dall’inizio dei recenti scontri, l’Italia è il primo Paese ad accogliere persone evacuate dalla Libia. L’evacuazione è stata organizzata in collaborazione con il Ministero degli Interni libico.
Il gruppo, di cui fanno parte anche 46 minori separati dalle loro famiglie, è partito dall’aeroporto libico di Misurata ed è da poco atterrato a Roma. I rifugiati evacuati saranno ospitati in centri di accoglienza straordinaria.“Questa operazione di evacuazione è un’àncora di salvezza per le persone che hanno affrontato gravi minacce e pericoli in Libia,” ha affermato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Ora è di fondamentale importanza che anche altri Stati mettano in atto simili gesti di generosità, offrendo opportunità di evacuazione per i rifugiati coinvolti nel conflitto. Fingere di non vedere quanto sta accadendo avrà conseguenze drammatiche e reali.” Intanto, a Tripoli, le condizioni di sicurezza continuano a peggiorare a causa del protrarsi dei combattimenti tra forze rivali. Nei giorni scorsi, i raid aerei hanno causato numerose vittime tra i civili e distrutto diverse infrastrutture.Migliaia di rifugiati e migranti continuano a essere prigionieri nei centri di detenzione, dove anche prima dell’inizio del recente conflitto vivevano in condizioni drammatiche. Le persone detenute hanno riferito di temere per le loro vite e di aver sentito spari e attacchi aerei nelle vicinanze. Se i combattimenti dovessero raggiungere i luoghi di detenzione, queste persone rischierebbero di essere abbandonate o coinvolte nel conflitto.
L’UNHCR esorta la comunità internazionale a evacuare tutti i rifugiati rimasti nei centri di detenzione a Tripoli e a portarli al sicuro. Poiché gli scontri non accennano ad arrestarsi, la rapidità è un elemento essenziale.Al momento più di 3.300 persone sono particolarmente a rischio, intrappolate all’interno dei centri di detenzione in prossimità degli scontri in corso e imminenti. L’UNHCR ha già evacuato centinaia di rifugiati e migranti lontano dai pericoli più immediati; tra essi, circa 500 persone sono state trasferite nel nostro Centro di Raccolta e Partenza a Tripoli, mentre altre 163 persone sono state portate in Niger nell’ambito del Meccanismo di Transito di Emergenza (Emergency Transit Mechanism). Tuttavia, poiché queste strutture sono al limite delle loro capacità, le evacuazioni dirette dalla Libia diventeranno presto la sola àncora di salvezza disponibile per i rifugiati vulnerabili. Il deteriorarsi della situazione di sicurezza sta già notevolmente ostacolando gli sforzi compiuti dall’UNHCR per raggiungere alcuni centri di detenzione, e la situazione è destinata a peggiorare qualora la violenza dovesse diffondersi ulteriormente.

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UNHCR, OIM, OCHA: urgente garantire sostegno ai rifugiati Rohingya in Bangladesh

Posted by fidest press agency su sabato, 27 aprile 2019

Al termine di una missione congiunta in Bangladesh, tre alti rappresentanti delle Nazioni Unite – Mark Lowcock, Sotto Segretario Generale per gli Affari Umanitari e Coordinatore dei Soccorsi d’Emergenza, António Vitorino, Direttore Generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), e Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati – oggi hanno ribadito il proprio impegno a continuare a lavorare per assicurare soluzioni sicure e sostenibili per i rifugiati Rohingya in Myanmar, rimarcando gli sforzi profusi dalle Nazioni Unite volti a creare le condizioni che consentano loro di fare ritorno nella propria terra. Allo stesso tempo, i tre leader hanno rivolto un appello alla comunità internazionale affinché continui a garantire sostegno alle esigenze essenziali di 1,2 milioni di persone nel Bangladesh sudorientale, tanto i rifugiati Rohingya quanto, in numeri minori, le generose comunità di accoglienza.
Dopo aver fatto visita ai campi rifugiati di Cox’s Bazar e aver incontrato diversi gruppi di rifugiati, i tre alti rappresentanti ONU hanno evidenziato la cruciale importanza di assicurare supporto alla popolazione Rohingya durante l’esilio, in particolare assicurando maggiori opportunità di accesso all’istruzione e a corsi di formazione. I tre leader hanno registrato come quasi la metà dei 540.000 minori rifugiati di età inferiore ai 12 anni attualmente non riceva alcuna forma di istruzione, mentre per i restanti l’accesso a corsi scolastici è molto limitato. Attualmente, solo pochi adolescenti sono nelle condizioni di poter accedere a corsi scolastici o di formazione.“Questa continua a essere una delle più drammatiche crisi di rifugiati a livello mondiale”, ha dichiarato Filippo Grandi. “Vi sono oltre 900.000 rifugiati Rohingya in Bangladesh, la maggior parte dei quali è fuggita dal Myanmar nel 2017. Ho potuto constatare come siano stati fatti numerosissimi progressi, ma la loro condizione, soprattutto quella di donne e bambini, resta fragile. A quasi due anni dall’inizio della crisi attuale, è nostro dovere dare ai rifugiati la possibilità di accedere all’istruzione, sviluppare competenze e contribuire alle proprie comunità, permettendo loro, allo stesso tempo, di prepararsi a reintegrarsi una volta che avranno potuto fare ritorno in Myanmar”, ha dichiarato Filippo Grandi. “Il futuro dei rifugiati Rohingya è in bilico”.
“La comunità Rohingya è composta da moltissimi giovani che hanno bisogno di speranze e opportunità per potersi costruire una vita felice una volta tornati in Myanmar”, ha aggiunto António Vitorino.La visita, inoltre, è avvenuta proprio alla vigilia della stagione dei cicloni, che sarà seguita da quella dei monsoni. Entrambe espongono le già vulnerabili migliaia di donne, uomini e bambini a seri rischi, quali inondazioni, frane e diffusione di epidemie.
I leader delle Nazioni Unite hanno discusso col governo delle possibili strategie attraverso cui la comunità internazionale può supportare ulteriormente le misure di risposta. Durante la visita nei campi, essi hanno inoltre valutato la qualità del continuo lavoro svolto per rispondere ai rischi meteorologici, che prevede il rinforzo degli alloggi, il miglioramento delle infrastrutture e la formazione dei volontari. I tre leader hanno riconosciuto il ruolo cruciale giocato dai rifugiati stessi nella realizzazione di tali sforzi. “Le nostre organizzazioni esprimono preoccupazione sia per il benessere dei rifugiati Rohingya, dal momento che le circostanze in cui vivono a Cox’s Bazar li rendono estremamente vulnerabili, sia per le comunità di accoglienza che devono far fronte a prove parimenti significative, in particolare a ridosso della stagione dei monsoni”, ha affermato António Vitorino.I rappresentanti delle Nazioni Unite hanno inoltre incontrato le famiglie che si stavano sottoponendo alla procedura di registrazione biometrica gestita congiuntamente dal governo e dall’UNHCR che avrebbe permesso loro di ricevere quei documenti che per molti rifugiati rappresentano una novità assoluta e che riconoscono la loro identità in Bangladesh, rafforzando inoltre il loro diritto di accedere ai servizi e alle misure di protezione. I tre leader hanno inoltre assistito all’adozione di un innovativo sistema di e-voucher introdotto dal Programma Alimentare Mondiale (PAM/WFP) che permette ai rifugiati di scegliere da una selezione di alimenti di base e di prodotti ortofrutticoli freschi di origine locale in otto negozi convenzionati.Nel corso degli incontri tenuti coi rifugiati, i tre leader umanitari hanno ascoltato ancora una volta le terribili storie che hanno costretto queste persone alla fuga restando ammirati dalla resilienza che le contraddistingue.
“La prima volta in cui mi recai a Cox’s Bazar, nel 2017, centinaia di migliaia di Rohingya avevano appena attraversato il confine fuggendo dalla brutalità più sconcertante che si possa immaginare”, ha dichiarato Mark Lowcock. “Incontrai bambini che avevano assistito all’uccisione dei propri genitori. Donne che si tenevano in piedi a fatica mi raccontarono orribili storie di violenze sessuali a cui erano sopravvissute”.“Durante questo viaggio, abbiamo incontrato un gruppo di uomini rifugiati straordinari da prendere a modello, nonché donne volontarie che assicurano sostegno a quanti sono sopravvissuti a tale brutalità e che lavorano, inoltre, alla prevenzione dei casi di violenza sessuale e domestica nei campi. Un approccio saggio e lungimirante dovrebbe prevedere un intervento maggiormente volto a sostenere i rifugiati non solo a superare gli orrori che hanno vissuto, ma anche a prepararsi a un futuro dignitoso nel lungo periodo”, ha dichiarato Lowcock.

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Libia: la vita e il benessere dei bambini in pericolo mentre si intensificano i combattimenti a Tripoli

Posted by fidest press agency su sabato, 20 aprile 2019

“Un numero crescente di bambini è a rischio imminente di ferite o morte a causa dell’escalation dei combattimenti – i peggiori degli ultimi anni – a Tripoli e dintorni.Ricordiamo a tutte le parti in guerra in Libia l’obbligo di proteggere i bambini in ogni momento, nel pieno rispetto del diritto internazionale. Uccidere, ferire e reclutare bambini, gli attacchi su strutture scolastiche, mediche e idriche sono tutte gravi violazioni dei diritti dei bambini e devono cessare immediatamente. Devono essere messe in atto misure di prevenzione per proteggere meglio i bambini, in linea con la risoluzione 2427 del Consiglio di sicurezza.Esortiamo inoltre ad un accesso umanitario sicuro e senza ostacoli per tutti i bambini bisognosi, e ad un cessate il fuoco per consentire ai civili di lasciare in sicurezza le aree in conflitto.Quasi 1.800 bambini sono tra i civili che hanno urgente bisogno di essere evacuati dalle zone in prima linea di combattimento, mentre 7.300 bambini sono già stati sfollati dalle loro case a causa delle violenze. Si stima che circa 500.000 bambini siano stati colpiti dalla violenza in tutta la Libia occidentale.I bambini intrappolati nelle zone di conflitto rischiano di finire il cibo e di perdere l’accesso alle cure mediche. Non potendo lasciare queste zone, non possono cercare protezione o assistenza in tutta sicurezza.La violenza ha anche messo in grave pericolo i quasi 1.000 bambini rifugiati e migranti tenuti nei centri di detenzione. Dovrebbero essere immediatamente rilasciati e dotati di un rifugio sicuro fino a quando le loro richieste di asilo potranno essere esaminate o potranno ottenere assistenza per un rimpatrio sicuro con le loro famiglie. Il principio del non respingimento deve essere rispettato. I minorenni non accompagnati, molti dei quali sono in transito nel paese, sono a rischio di gravi violazioni, tra cui il reclutamento, la violenza sessuale o il rapimento.I combattimenti stanno anche privando i bambini del loro diritto all’istruzione. L’anno scolastico è stato sospeso in tutte le scuole nelle zone colpite dal conflitto, e sette scuole stanno attualmente ospitando famiglie sfollate. Un recente attacco a un magazzino scolastico ha distrutto 5 milioni di libri di testo e i risultati degli esami scolastici nazionali.La Libia ha sofferto per più di sette anni di conflitto persistente che ha lasciato almeno 820.000 persone, tra cui circa 250.000 bambini, nel disperato bisogno di assistenza umanitaria e la situazione si sta nuovamente deteriorando. Per il loro bene, e per il futuro del paese, i combattimenti devono cessare”.

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L’Alto Commissario per i Rifugiati in visita in Siria

Posted by fidest press agency su domenica, 10 marzo 2019

Durante la sua quarta visita in Siria in qualità di Alto Commissario per i Rifugiati, Filippo Grandi ha valutato le ingenti esigenze umanitarie della popolazione. Ha osservato che, dopo otto anni di guerra, la portata del problema umanitario è sconcertante ed esacerbata dallo sradicamento di milioni di persone dalle loro case.Gli anni di violenza e distruzione hanno costretto quasi un siriano su due a fuggire dalla propria casa: oltre 5,6 milioni di siriani vivono come rifugiati nella regione, mentre milioni di altre persone sono sfollate all’interno della Siria. Le stime indicano che nel 2018 oltre 1,4 milioni di sfollati interni (IDP) hanno fatto ritorno nelle loro case in Siria. Alcuni siriani, inoltre, stanno lentamente tornando dai paesi limitrofi verso aree in cui si sentono al sicuro.Filippo Grandi ha ribadito che la politica dell’UNHCR è quella di aiutare le persone costrette alla fuga, tanto all’interno della Siria quanto in altri paesi. Ha inoltre affermato che i siriani che tornano volontariamente a casa per ristabilirsi nelle loro comunità d’origine hanno bisogno di aiuti umanitari.L’Alto Commissario ha incontrato ieri le persone tornate a Souran, nel Governatorato di Hama, dove molti sfollati interni e alcuni rifugiati hanno preso la decisione volontaria di rientrare nelle proprie case, benché distrutte. I rifugiati rientrati a casa hanno riferito all’Alto Commissario quali sono le sfide che devono affrontare per ricostruire le loro vite nelle comunità d’origine: edifici e infrastrutture danneggiati o distrutti, mancanza di opportunità economiche e servizi inadeguati.L’Alto Commissario ha poi incontrato famiglie di sfollati interni a Damasco che vivono in condizioni difficili, in edifici danneggiati e abbandonati. Le case da cui erano fuggiti sono solo ad alcuni chilometri di distanza, ma sono riluttanti a farvi ritorno a causa di preoccupazioni relative alla sicurezza, a infrastrutture ancora più inadeguate e alla mancanza di mezzi per riparare i danni.Durante gli incontri con alti funzionari governativi, l’Alto Commissario ha sottolineato che per l’UNHCR la possibilità di entrare in contatto con le persone che decidono di fare ritorno al loro paese è fondamentale per valutare le loro esigenze e assisterle nel reinserimento. Ha poi notato come, ogni volta che ha avuto questa possibilità, l’UNHCR, insieme alle Agenzie delle Nazioni Unite e alle ONG partner, ha compiuto notevoli sforzi per risanare scuole e abitazioni, ripristinare servizi quali panifici e centri sanitari, oltre a garantire l’accesso alla documentazione. Il lavoro dell’UNHCR con i rifugiati rimpatriati include infatti il sostegno per il recupero dei documenti, la risposta ai bisogni dei minori non accompagnati e separati dalle famiglie, nonché la consulenza e il sostegno specifico a persone particolarmente vulnerabili.L’Alto Commissario ha ribadito al governo l’importanza di continuare a rimuovere anche gli ostacoli di natura legale e amministrativa.Filippo Grandi ha poi espresso la sua profonda preoccupazione per i civili intrappolati nelle aree controllate dallo Stato Islamico nel nord-est della Siria, oltre che per le condizioni delle oltre 50.000 persone che hanno cercato rifugio nel campo di al-Hol a partire dal mese di dicembre. Ha inoltre espresso preoccupazione per le condizioni disperate delle persone a Rukban, chiedendo che venga trovata una soluzione alla loro difficile situazione.
Filippo Grandi, che si recherà in Libano per fare visita ai rifugiati e incontrare il governo, ha sottolineato che ad oggi i rifugiati che hanno fatto ritorno in Siria rappresentano solo una porzione della vasta popolazione di rifugiati siriani. L’Alto Commissario continua inoltre ad esortare la comunità internazionale a sostenere i milioni di rifugiati siriani che vivono nei paesi limitrofi e che hanno ancora bisogno protezione e assistenza, oltre alle comunità ed i governi locali che negli ultimi otto anni hanno ospitato milioni di rifugiati siriani.

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Mezzo milione di bambini Rohingya sono rifugiati apolidi in Bangladesh

Posted by fidest press agency su domenica, 3 marzo 2019

Lo sono nell’area di Cox’s Bazar nel Bangladesh sudorientale. L’ampio sforzo umanitario del Governo del Bangladesh con il supporto internazionale ha salvato innumerevoli bambini. Non si prevedono altre soluzioni per questi bambini Rohingya che vivono nell’insediamento di rifugiati più ampio e affollato al mondo. La maggior parte è stata costretta a scappare dal Myanmar in Bangladesh ad agosto 2017.In Myanmar, la maggior parte non ha identità legale o cittadinanza. In Bangladesh, i bambini non vengono registrati alla nascita, non hanno identità legale né tantomeno lo status di rifugiati. Se in Myanmar non si creeranno le condizioni utili per un loro ritorno a casa, i bambini Rohingya rimarranno una minoranza senza alcun tipo di status. In questo modo i bambini non possono apprendere attraverso percorsi scolastici formali e hanno disperatamente bisogno di competenze utili.
I risultati di una ricerca completata a dicembre 2018 su 180.000 bambini Rohingya tra i 4 e i 14 anni ora iscritti presso “Spazi per l’Apprendimento” nell’area di Cox’s Bazar mostrano l’importanza del bisogno dell’istruzione. Oltre il 90% ha mostrato di avere competenze scolastiche attestate tra il livello prescolare e il 1° o il 2° anno scolastico. Solo il 4% era a un livello tra il 3° e il 5° anno e il 3% tra il 6° e l’8° anno. Alla fine del 2018 solo il 3% dei Rohingya tra i 15 e i 25 anni stavano ricevendo un’istruzione o corsi di formazione.L’UNICEF sta raggiungendo 155.000 bambini tra i 4 e i 14 anni con programmi per l’apprendimento che stanno progressivamente includendo una qualità di insegnamento e abilità maggiori e più strutturate. La priorità per il 2019 è di raggiungere gli adolescenti più grandi per insegnare loro le basi in ambito di alfabetizzazione, aritmetica e corsi di formazione. Ci sarà una più ampia focalizzazione per supportare le comunità ospitanti locali a Cox’s Bazar, uno dei distretti più poveri del Bangladesh.L’UNICEF in Bangladesh ha lanciato un appello di 152 milioni di dollari nel 2019 per fornire a 685.000 rifugiati Rohingya e residenti nelle comunità ospitanti aiuti fondamentali. A febbraio è stato finanziato solo 29% dell’appello. Sito-web: http://www.unicef.it

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Nel 2018 sei persone al giorno sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 febbraio 2019

I rifugiati e i migranti che hanno tentato di raggiungere l’Europa attraverso il Mar Mediterraneo nel 2018 hanno perso la vita a un ritmo allarmante, mentre i tagli alle operazioni di ricerca e soccorso hanno consolidato la posizione di questa rotta marittima come la più letale al mondo. Secondo l’ultimo rapporto ‘Viaggi Disperati’, pubblicato oggi dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in media sei persone hanno perso la vita nel Mediterraneo ogni giorno.Si stima che 2.275 persone sarebbero morte o disperse durante la traversata del Mediterraneo nel 2018, nonostante un calo considerevole del numero di quanti hanno raggiunto le coste europee. In totale, sono arrivati 139.300 rifugiati e migranti in Europa, il numero più basso degli ultimi cinque anni. “Salvare vite in mare non costituisce una scelta, né rappresenta una questione politica, ma un imperativo primordiale”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Possiamo porre fine a queste tragedie solo trovando il coraggio e la capacità di vedere aldilà della prossima imbarcazione, e adottando un approccio a lungo termine basato sulla cooperazione regionale, che dia priorità alla vita e alla dignità di ogni essere umano”.Il rapporto descrive come un cambio delle politiche adottate da alcuni Stati europei abbia portato al verificarsi di numerosi incidenti in cui un numero elevato di persone è rimasto in mare alla deriva per giorni, in attesa dell’autorizzazione a sbarcare. La navi delle ONG e i membri degli equipaggi hanno subìto crescenti restrizioni alle possibilità di effettuare operazioni di ricerca e soccorso. Lungo le rotte dalla Libia all’Europa, una persona ogni 14 arrivate in Europa ha perso la vita in mare, un’impennata vertiginosa rispetto ai livelli del 2017. Altre migliaia di persone sono state ricondotte in Libia, dove hanno dovuto affrontare condizioni terribili nei centri di detenzione. Per molti, approdare in Europa ha rappresentato la fase finale di un viaggio da incubo durante il quale sono stati esposti a torture, stupri e aggressioni sessuali, e alla minaccia di essere rapiti e sequestrati a scopo d’estorsione. Gli Stati devono agire con urgenza per scardinare le reti dei trafficanti di esseri umani e consegnare alla giustizia i responsabili di tali crimini. Tuttavia, nuovi semi di speranza sono germogliati in alcuni contesti. Nonostante lo stallo politico rispetto all’avanzamento di un approccio regionale ai soccorsi in mare e alle operazioni di sbarco, come auspicato dall’UNHCR e dall’OIM nel giugno scorso, diversi Stati hanno assunto l’impegno di ricollocare le persone soccorse nel Mediterraneo centrale, una potenziale base per una soluzione prevedibile e duratura. Gli Stati hanno, inoltre, promesso migliaia di posti destinati al reinsediamento per permettere l’evacuazione dei rifugiati dalla Libia.Il rapporto rivela, inoltre, i cambiamenti significativi nelle rotte seguite dai rifugiati e dai migranti. Per la prima volta in anni recenti, la Spagna è divenuta il principale punto d’ingresso in Europa con circa 8.000 persone arrivate via terra (attraverso le enclavi di Ceuta e Melilla) e altre 54.800 arrivate in seguito alla pericolosa traversata del Mediterraneo occidentale. Ne è conseguito che il bilancio delle vittime nel Mediterraneo occidentale è quasi quadruplicato, da 202 decessi nel 2017 a 777 lo scorso anno. Circa 23.400 rifugiati e migranti sono arrivati in Italia nel 2018, un numero cinque volte inferiore rispetto all’anno precedente. La Grecia ha, invece, accolto un numero simile di arrivi via mare, circa 32.500 persone rispetto alle 30.000 del 2017, ma ha registrato un numero quasi tre volte superiore di persone giunte attraverso il confine terrestre con la Turchia. Altrove in Europa, si sono registrati circa 24.000 rifugiati e migranti arrivati in Bosnia-Erzegovina, in transito attraverso i Balcani occidentali. A Cipro sono arrivate diverse imbarcazioni di siriani salpate dal Libano, mentre un numero limitato di persone ha tentato di raggiungere il Regno Unito via mare dalla Francia verso la fine dell’anno.

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Etiopia: l’UNHCR accoglie con favore la legge che riconosce maggiori diritti ai rifugiati

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 gennaio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, accoglie con favore la nuova storica legge in materia di rifugiati approvata dall’Etiopia che consentirà ora a questi ultimi di ottenere permessi per motivi di lavoro e patenti di guida, di accedere all’istruzione primaria, di registrare legalmente eventi quali nascite e matrimoni, e di usufruire di servizi finanziari nazionali, quali quelli del settore creditizio.Il parlamento etiope ha adottato alcune revisioni alla legge già in vigore in materia di rifugiati giovedi 17 gennaio 2019, rendendola una delle più progressiste in Africa.
“L’adozione di questa storica legge rappresenta una pietra miliare significativa nella lunga storia di accoglienza di rifugiati da parte dell’Etiopia, giunti per decenni da tutta la regione”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Creando le condizioni affinché i rifugiati possano meglio integrarsi nella società, l’Etiopia non solo onora i propri obblighi internazionali in materia, ma funge da modello per le altre nazioni che ospitano rifugiati nel resto del mondo”.La revisione del testo della legge è avvenuta proprio a poche settimane dall’approvazione del Global Compact sui Rifugiati da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 17 dicembre 2018. Alla base di questo quadro innovativo vi è una risposta più strutturata e completa alle migrazioni forzate che prevede che i rifugiati siano inclusi nei servizi nazionali, quali assistenza sanitaria e istruzione, invece di istituire per essi sistemi paralleli. La strategia prevede, inoltre, che i rifugiati abbiano l’opportunità di divenire autosufficienti e contribuire alle economie locali in modo tale che anche le comunità di accoglienza possano beneficiarne.In Etiopia l’UNHCR ha preso parte alla stesura del testo nel processo di revisione della legge in materia di rifugiati, condotta dall’Agenzia etiope per gli affari inerenti ai rifugiati e ai rimpatriati (Agency for Refugee and Returnee Affairs/ARRA). La legge sostituisce la Proclamazione in materia di rifugiati (Refugee Proclamation) del 2004: anch’essa rispettava i principi fondamentali della Convenzione sui rifugiati del 1951, nonché la Convezione dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OAU/OAU) del 1969, che limitava alcuni dei diritti dei rifugiati, fra cui la libertà di movimento e l’accesso all’istruzione, e non faceva alcuna menzione del concetto di integrazione.Attualmente l’Etiopia accoglie oltre 900.000 rifugiati provenienti principalmente da Paesi confinanti quali Sud Sudan, Somalia, Sudan ed Eritrea, e, in numeri minori, rifugiati da Yemen e Siria.

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L’UNHCR condanna i rimpatri forzati di rifugiati dal Camerun

Posted by fidest press agency su domenica, 20 gennaio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime profonda preoccupazione per le notizie relative ai rimpatri forzati messi in atto dal Camerun questa settimana nei confronti di diverse migliaia di rifugiati provenienti dallo Stato del Borno, nella Nigeria nordorientale, segnato dalle violenze. Tali fatti seguono il ritorno forzato di 267 rifugiati nigeriani avvenuto il 16 gennaio: si erano riparati in Camerun nel 2014. L’Alto Commissariato delle Nazioni per i Rifugiati esprime viva apprensione per la sicurezza e il benessere di tutte queste persone. Si stima che circa 9.000 nigeriani siano fuggiti in Camerun precedentemente nella settimana dopo che miliziani hanno attaccato e saccheggiato il piccolo villaggio di frontiera di Rann, nello Stato del Borno. I miliziani hanno scatenato il terrore attaccando postazioni militari, civili e strutture umanitarie. Almeno 14 persone sarebbero rimaste uccise.
“Tale attacco era assolutamente imprevisto e mette ora a rischio le vite di migliaia di rifugiati”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Mi appello al Camerun affinché continui a portare avanti la propria politica improntata all’apertura delle frontiere e all’ospitalità e affinché ponga fine ai rimpatri immediatamente, nel pieno rispetto degli obblighi concernenti la protezione dei rifugiati, conformemente sia alla propria legislazione nazionale, sia al diritto internazionale”.
Attualmente il Camerun accoglie oltre 370.000 rifugiati, di cui circa 100.000 provenienti dalla Nigeria.

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11.000 rifugiati siriani pesantemente colpiti dalla tempesta “Norma”

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 gennaio 2019

In seguito alla forte tempesta “Norma” – che ha colpito il Libano il 6 gennaio scorso, 151 insediamenti per rifugiati siriani, che ospitavano 11.000 persone, sono stati pesantemente colpiti. Fra questi rifugiati, un bambino risulta disperso.Alcune regioni del paese sono state colpite da inondazioni, erosioni o abbondanti nevicate, che hanno avuto un forte impatto sui rifugiati siriani in Libano. A causa delle condizioni meteorologiche estreme, ulteriori 850 siti, che ospitano in totale 70.000 rifugiati, sono a rischio.L’UNICEF e i suoi partner stanno lavorando a stretto contatto con le municipalità interessate per ridurre l’impatto della tempesta sui rifugiati, soprattutto sui bambini. La risposta dell’UNICEF include, fra l’altro, la fornitura di kit per l’inverno, kit igienici, coperte e teli di plastica alle famiglie colpite.

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L’UNHCR chiede accesso ai rifugiati che si trovano al confine tra Algeria e Niger

Posted by fidest press agency su domenica, 6 gennaio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, è preoccupata per la sicurezza delle persone vulnerabili provenienti da Siria, Yemen e Palestina che sarebbero bloccati al confine meridionale dell’Algeria con il Niger.L’UNHCR è stata informata di un gruppo di circa 120 siriani, palestinesi e yemeniti che, dopo un periodo di detenzione nel centro di Tamanrasset nel sud dell’Algeria, è stato trasferito in un’area vicina al valico di frontiera di Guezzam il 26 dicembre.Di questo gruppo, alcune persone sono già note all’UNHCR come rifugiati registrati fuggiti da conflitti e persecuzioni o affermano di aver cercato protezione internazionale in Algeria.Secondo le informazioni rese disponibili all’UNHCR, 20 individui restano attualmente bloccati nel deserto ed esposti alle intemperie, a tre chilometri dal valico di frontiera di Guezzam. Le altre 100 persone che sono state portate al confine risultano disperse.L’UNHCR è in contatto con le autorità algerine per questa vicenda e chiede di ottenere l’accesso ai rifugiati per valutare i loro bisogni di protezione. Tuttavia, alla luce del resoconto dei media in Algeria, in cui si afferma che queste persone sono state trasferite al confine in accordo con l’UNHCR, desideriamo chiarire che l’Agenzia non ha avuto nessun coinvolgimento.Dato l’urgente imperativo umanitario di fornire assistenza a coloro che sono bloccati al confine, l’UNHCR fa appello alle autorità algerine per ottenere l’accesso alle persone in fuga, per rispondere ai loro bisogni umanitari, identificare coloro che hanno bisogno di protezione internazionale e garantire la loro sicurezza.Riconoscendo le sfide affrontate dall’Algeria nel rispondere a flussi migratori misti, l’UNHCR mantiene regolari comunicazioni con le autorità per affrontare la situazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo, che possono essere oggetto di arresto e allontanamento.
L’Algeria ha aperto le sue porte a circa 50.000 rifugiati siriani che hanno cercato sicurezza nel paese e chiediamo alle autorità di estendere questa ospitalità a coloro che ne hanno bisogno.Mentre la gestione delle frontiere rimane una prerogativa sovrana di tutti i governi, l’UNHCR ribadisce che la sicurezza delle frontiere e la protezione internazionale non si escludono a vicenda.L’UNHCR sottolinea che qualsiasi persona la cui vita è a rischio nel proprio paese di origine deve essere in grado di accedere al territorio e chiedere asilo in un paese sicuro, e che ogni richiesta di asilo dovrebbe essere considerata individualmente.

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Studenti rifugiati dall’Etiopia all’Italia grazie ai “corridoi universitari”

Posted by fidest press agency su sabato, 22 dicembre 2018

Bologna. “Corridoi universitari” tra l’Etiopia e l’Italia per dare la possibilità a studenti rifugiati di proseguire il loro percorso accademico all’Università di Bologna. È questo l’obiettivo del progetto UNI-CO-RE University Corridors for Refugees (Ethiopia-Unibo 2019-21), promosso dall’Alma Mater e UNHCR Italia – Agenzia ONU per i Rifugiati, e realizzato grazie al supporto di enti e istituzioni italiane e internazionali.Il progetto è rivolto a studenti che, fuggiti dal loro paese d’origine, si trovano ora in Etiopia e godono dello status di rifugiato. Nella fase pilota, attivata per i prossimi due anni accademici (2019/2020 e 2020/2021), saranno selezionati cinque studenti che hanno conseguito una laurea in Etiopia e intendono proseguire gli studi in Italia. Grazie ai corridoi universitari di UNI-CO-RE, gli studenti potranno ottenere borse di studio per frequentare un corso di laurea magistrale dell’Università di Bologna. Per loro sono previsti servizi di supporto amministrativo e logistico, e percorsi di integrazione nella vita universitaria locale.
Oltre al ruolo dell’Università di Bologna e di UNHCR Italia, l’attività di UNI-CO-RE sarà possibile grazie al supporto del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ed al lavoro di un’ampia rete di partner: Arcidiocesi di Bologna, Caritas Italiana, ER.GO – Azienda Regionale per il Diritto agli Studi Superiori dell’Emilia-Romagna, Federmanager Bologna – Ravenna, Gandhi Charity, Manageritalia Emilia Romagna, Next Generation Italy.UNI-CO-RE si inserisce nell’ambito delle attività di Unibo for Refugees, l’iniziativa dell’Università di Bologna pensata per sviluppare forme di integrazione per gli studenti costretti a interrompere il proprio percorso formativo perché perseguitati o in fuga da zone di guerra.

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L’UNHCR chiede 2,7 miliardi di dollari per i rifugiati del Sud Sudan

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 dicembre 2018

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e le ONG partner hanno lanciato oggi un appello di 2,7 miliardi di dollari USA per poter far fronte ai bisogni umanitari salvavita dei rifugiati del Sud Sudan nel 2019 e nel 2020.Cinque anni dopo l’inizio di una brutale guerra civile, oltre 2,2 milioni di rifugiati sud sudanesi hanno cercato la salvezza in sei paesi confinanti: Uganda, Sudan, Etiopia, Kenya, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana. Altri 1,9 milioni di persone sono tuttora sfollate all’interno del Sud Sudan.L’UNHCR accoglie con favore la relativa riduzione delle violenze in alcune parti del paese dopo la firma dell’accordo di pace rinnovato nel settembre 2018 e rivolge un appello a tutte le parti affinché continuino a rispettare l’accordo. Considerate tuttavia le violazioni delle iniziative di pace verificatesi in passato, l’UNHCR ritiene che in Sud Sudan non siano ancora presenti le condizioni necessarie ad un ritorno sicuro dei rifugiati.L’Agenzia apprezza la continua generosità dei paesi di asilo nel mantenere le frontiere aperte ai rifugiati sud sudanesi in cerca di salvezza, in particolare alla luce dell’enorme pressione che questa situazione esercita sulle loro limitate risorse. A causa delle dimensioni dell’esodo, i livelli di finanziamento sono stati ampiamente superati dalle crescenti esigenze. Per i rifugiati del Sud Sudan sono urgentemente necessari un sostegno e una solidarietà internazionale di gran lunga maggiori.Nelle scuole mancano gli insegnanti, le aule e il materiale didattico, e la metà dei bambini rifugiati sud sudanesi resta pertanto esclusa dall’istruzione. Nelle cliniche i medici, gli infermieri e i farmaci sono insufficienti. I finanziamenti limitati hanno portato alla riduzione delle razioni alimentari in Etiopia. In Sudan, alcuni rifugiati e le comunità che li ospitano sono costretti a sopravvivere con soli cinque litri di acqua a persona al giorno, cosa che inevitabilmente crea tensioni. Le opportunità economiche che permettano ai rifugiati di creare i propri flussi di reddito restano limitate.Una priorità chiave per l’UNHCR è la promozione dei programmi di coesione sociale tra i rifugiati e le comunità ospitanti, al fine di garantire la praticabilità di una convivenza pacifica e armoniosa. In ogni situazione caratterizzata da un’ingente presenza di rifugiati è vitale che entrambe le comunità siano supportate.Poiché le donne e i bambini costituiscono l’83% dei rifugiati, la violenza sessuale e di genere e le attività volte alla protezione dei minori restano le preoccupazioni principali. Molte donne hanno denunciato stupri e altre forme di violenza sessuale e di genere, insieme alle uccisioni dei loro mariti e al rapimento dei loro bambini durante la fuga.In molti casi i bambini hanno subito gravi violenze e traumi, inclusa la morte di uno o entrambi i genitori, e molti fratelli maggiori sono rimasti le uniche persone a prendersi cura dei fratelli minori. Migliaia di bambini sono stati forzatamente reclutati da gruppi armati. Nel 2018, l’UNHCR ed i suoi partner hanno ricevuto solo il 38% degli 1,4 miliardi di dollari americani necessari per sostenere i rifugiati sud-sudanesi.

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