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Libia: l’inasprirsi del conflitto e la minaccia del COVID-19 aggravano la crisi umanitaria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, avverte che, a un anno dal lancio dell’offensiva militare avvenuta a Tripoli, in Libia, all’ulteriore intensificarsi degli scontri, si è aggiunta ora la minaccia di diffusione del COVID-19. Da aprile dell’anno scorso più di 300 civili sono rimasti uccisi e altre 150.000 persone sono state costrette alla fuga. Nonostante l’accordo provvisorio di tregua umanitaria, nell’arco dell’ultima settimana gli scontri si sono intensificati in modo significativo. Inoltre, il deteriorarsi della situazione ha messo a rischio le possibilità di decine di migliaia di sfollati di fare ritorno in condizioni sicure verso le proprie aree di origine. Nel frattempo, le autorità hanno confermato che attualmente in Libia si registrano dieci casi di COVID-19 e un decesso, suscitando nuovi timori in merito alle capacità di risposta dei servizi sanitari del Paese già al collasso.“Insieme al conflitto in corso, la diffusione del COVID-19, se non contenuta, potrebbe causare in Libia una catastrofe umanitaria”, ha avvertito Jean-Paul Cavalieri, Capo missione UNHCR in Libia.“La vita quotidiana delle persone sta divenendo sempre più difficile in Libia”, ha affermato. “Molti, tra cui sfollati libici, rifugiati e richiedenti asilo, non hanno un alloggio adeguato e vivono in condizioni di sovraffollamento con accesso limitato a servizi igienico-sanitari. I prezzi di affitti, alimenti e carburanti hanno subito un’impennata ed è necessario far fronte a serie difficoltà per soddisfare le esigenze essenziali”.Il perdurare del conflitto ha colpito gravemente le capacità del sistema sanitario e dei servizi medici del Paese, i quali dispongono di risorse finanziarie limitate e devono far fronte alla carenza di attrezzature e farmaci essenziali. Inoltre, numerosi ospedali e ambulatori situati in aree prossime al conflitto sono stati danneggiati o hanno chiuso.L’UNHCR e i partner stanno fornendo generatori, ambulanze, alloggi container, e cliniche da campo a sostegno dei servizi di assistenza sanitaria locali. L’Agenzia, inoltre, sta svolgendo attività di sensibilizzazione in materia di salute pubblica tra rifugiati, richiedenti asilo e cittadini libici mediante poster, SMS e social media, al fine di attenuare i rischi di esposizione al COVID-19.
Insieme ad altre agenzie umanitarie, l’UNHCR si appella alle autorità libiche affinché assicurino l’accesso e l’inclusione di tutti i gruppi che compongono la popolazione presente in Libia ai piani e alle attività di sorveglianza, preparazione e risposta sanitaria.
L’UNHCR, inoltre, rinnova gli appelli per il rilascio secondo procedure ordinate di quanti sono trattenuti in stato di detenzione. Richiedenti asilo e rifugiati, detenuti in quanto privi di documeti legali, sono particolarmente vulnerabili ed esposti, date l’inadeguatezza dei servizi igienico-sanitari, l’assistenza medica limitata e le condizioni di sovraffollamento in cui vivono. Molti centri di detenzione, inoltre, sono situati in prossimità del fronte degli scontri.L’UNHCR esprime particolare preoccupazione per la crescente carenza di alloggi a prezzi abbordabili e per l’aumento dei costi degli affitti, in una fase in cui un ulteriore numero di libici è stato costretto a fuggire, anche per la seconda volta da casa e a cercare nuovi alloggi in affitto. Tale situazione ha colpito particolarmente i rifugiati e i richiedenti asilo che non sono in grado di trovare un lavoro regolare. Le testimonianze dei rifugiati raccolte dall’UNHCR riferiscono che i prezzi di affitto di una camera singola sono aumentati di sei volte, mentre quelli per un’intera abitazione sono triplicati. Molti vivono in edifici affollati, non terminati e privi di arredo o all’interno di garage, a volte arrivando a condividere lo spazio di una singola stanza con dieci persone.In alcune aree della città in prossimità del fronte dei combattimenti, le persone stanno faticando enormemente anche ad avere accesso ai beni essenziali e ai servizi pubblici, oltre che a trovare lavoro. La situazione di instabilità, inoltre, ha prodotto un aumento dei casi di criminalità, in particolare di rapine e aggressioni mirate.L’UNHCR continua a operare in Libia per contribuire ad assicurare protezione e assistenza a rifugiati, richiedenti asilo, libici sfollati interni e rimpatriati, ma gli interventi sono stati seriamente ostacolati dai severi protocolli di sicurezza in materia di circolazione e dalla ridotta presenza del personale sul campo. Nell’arco degli ultimi dodici mesi, l’UNHCR ha assicurato consulenza medica a più di 25.500 persone, distribuito beni di prima necessità a oltre 42.700 persone, ed erogato assistenza in denaro contante a quasi 2.500 persone. L’Agenzia, inoltre, ha sostenuto 37 progetti volti a promuovere la coesistenza pacifica tra rifugiati, sfollati libici, rimpatriati e comunità di accoglienza, anche mediante il ripristino di infrastrutture sociali quali le strutture sanitarie e quelle scolastiche.L’UNHCR ribadisce l’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, a esortare tutte le parti in conflitto nel mondo a cessare le ostilità a sostegno della risposta alla minaccia della pandemia da COVID-19.

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UNHCR: continuiamo ad assicurare assistenza ai rifugiati durante l’emergenza COVID-19

Posted by fidest press agency su domenica, 5 aprile 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha specificato oggi una serie di misure che sta adottando nelle proprie operazioni sul campo al fine di rispondere all’emergenza di salute pubblica dovuta alla pandemia da COVID-19 e prevenirne l’ulteriore diffusione.Il 26 marzo, nell’ambito di un appello delle Nazioni Unite di più ampia portata, l’UNHCR ha lanciato la raccolta di 255 milioni di dollari da destinare in via prioritaria alle esigenze di quei Paesi che necessiteranno di interventi specifici.Sebbene il numero di casi di contagio da COVID-19 registrati e confermati tra i rifugiati resti basso, oltre l’80 per cento della popolazione rifugiata mondiale e quasi la totalità degli sfollati interni vivono in Paesi a reddito basso o medio, molti dei quali sono dotati di servizi medici, idrici ed igienico-sanitari inadeguati e necessitano di sostegno immediato.Numerosi rifugiati vivono in campi densamente popolati o in aree urbane in condizioni di povertà in cui le infrastrutture per l’assistenza medica e le strutture per l’erogazione di acqua e servizi igienico-sanitari (WASH) sono inadeguate. In questi siti l’implementazione di misure di prevenzione è di primaria importanza, ha osservato Filippo Grandi.Le misure adottate dall’UNHCR mirano a:
• Rafforzare servizi e sistemi WASH e per la salute, anche tramite la distribuzione di sapone e il miglioramento delle opportunità di approvvigionamento idrico.
• Sostenere i governi nell’implementazione di misure di prevenzione del contagio e di risposta dell’assistenza sanitaria, anche mediante la distribuzione di forniture e attrezzature mediche.
• Distribuire materiali per gli alloggi e beni di prima necessità.
• Offrire orientamento e informazioni attendibili in relazione alle misure di prevenzione.
• Estendere l’assistenza in denaro al fine di attenuare gli effetti socio-economici negativi della pandemia da COVID-19.
• Promuovere il monitoraggio e gli interventi volti ad assicurare che i diritti delle persone costrette alla fuga siano rispettati.
In Bangladesh, sono state avviate sessioni formative rivolte al personale delle strutture sanitarie operative presso i campi dei rifugiati Rohingya, dove circa 850.000 persone vivono in condizioni di estremo sovraffollamento. Oltre 2.000 rifugiati volontari collaborano coi leader religiosi e con quelli delle comunità per informare in merito alle importanti misure di prevenzione.
In Grecia, l’UNHCR ha intensificato il sostegno alle autorità per aumentare le capacità di erogazione di acqua e servizi igienico-sanitari, distribuire articoli per l’igiene, e allestire e attrezzare unità e ambienti medici per le procedure di screening, isolamento e messa in quarantena. L’Agenzia da tempo sta esortando le autorità a intensificare i trasferimenti dai sovraffollati centri di accoglienza delle isole dove 35.000 richiedenti asilo vivono in strutture progettate per l’accoglienza di meno di 6.000 persone.
In Giordania, personale preposto misura la febbre ai rifugiati all’ingresso dei campi di Zaatari e Azraq. Sono in corso campagne di sensibilizzazione. L’erogazione di energia elettrica è stata rafforzata e i supermercati osservano orari prolungati per consentire alla popolazione di fare la spesa rispettando il distanziamento sociale.Strutture che consentono di lavarsi le mani e misurare la febbre sono state allestite anche presso centri di transito, centri di accoglienza e ambulatori operativi nei campi/insediamenti dell’Etiopia e dell’Uganda.
In Sudan, l’UNHCR ha distribuito sapone a oltre 260.000 rifugiati, sfollati interni e membri delle comunità di accoglienza. Insieme ad altre agenzie delle Nazioni Unite e al Ministero della Salute, l’Agenzia sta promuovendo una massiccia campagna di sensibilizzazione in diverse lingue. Sono stati inviati circa 15.000 SMS ai rifugiati urbani che vivono a Khartoum, per condividere informazioni sulla tutela della salute e sulla prevenzione.
Misure di prevenzione, inoltre, sono state adottate nei campi rifugiati e negli insediamenti di sfollati interni della Repubblica Democratica del Congo e del Burkina Faso. Fra queste, vi sono l’installazione di postazioni per lavare le mani, la distribuzione di sapone e prodotti detergenti, e l’utilizzo di poster, volantini, messaggi radio e reti comunitarie per sensibilizzare il più elevato numero di beneficiari.
A Boavista, in Brasile, UNHCR e partner hanno allestito un’area per l’isolamento dei casi sospetti di contagio rilevati tra rifugiati e migranti venezuelani, e stanno distribuendo 1.000 kit igienici alle popolazioni indigene di Belem e Santarem.
L’UNHCR, inoltre, collabora coi partner ONU alla ricerca di soluzioni alle criticità logistiche derivanti dalle restrizioni alla filiera produttiva e dalla chiusura delle frontiere. Tali soluzioni prevedono l’intensificazione degli approvvigionamenti a livello locale e regionale e l’organizzazione di ponti aerei. Recentemente, oltre 100 tonnellate di aiuti umanitari e materiali sanitari sono stati trasportati in Ciad e in Iran tramite ponte aereo.

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I rifugiati e la crisi del COVID-19

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 marzo 2020

“In un momento in cui la comunità internazionale si sta mobilitando per contrastare la diffusione del COVID-19, numerosi Paesi stanno opportunamente adottando misure eccezionali, limitando i viaggi aerei e i movimenti transfrontalieri.La vita quotidiana di molti di noi, in tutto il mondo, si è fermata oppure si sta trasformando in un modo che non avremmo mai potuto immaginare.
Tuttavia, guerre e persecuzioni non sono cessate, e oggi, nel mondo, vi sono persone che continuano a fuggire dalle proprie case alla ricerca di un luogo sicuro. Sono sempre più preoccupato dalle misure adottate da alcuni Paesi, che potrebbero sospendere del tutto il diritto di chiedere asilo.Nell’ambito di una crisi così straordinaria, ogni Stato deve gestire le proprie frontiere come ritiene più opportuno. Tuttavia, tali misure non devono portare alla chiusura dei canali esistenti per richiedere asilo, né costringere le persone a fare ritorno in aree in cui vigono situazioni di pericolo.Esistono soluzioni. L’individuazione dei rischi sanitari consente di implementare procedure di screening, nonché svolgere esami clinici, mettere in quarantena e adottare altre misure. Queste consentiranno alle autorità di gestire l’arrivo di richiedenti asilo e rifugiati in condizioni sicure, rispettando, allo stesso tempo, le norme internazionali di protezione dei rifugiati volte a salvare vite umane.In questi tempi difficili, non dimentichiamoci di coloro che fuggono da guerre e persecuzioni. Oggi, come mai prima, hanno bisogno – come tutti noi – di solidarietà e compassione”. (by Filippo Grandi, Alto Commissario ONU per i Rifugiati)

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OIM e UNHCR annunciano la sospensione temporanea dei trasferimenti di rifugiati beneficiari di reinsediamento

Posted by fidest press agency su sabato, 21 marzo 2020

L’organizzazione dei trasferimenti per il reinsediamento dei rifugiati attualmente risente di gravi disagi a causa delle decisioni di numerosi Paesi di limitare drasticamente gli ingressi sul proprio territorio in seguito alla crisi sanitaria globale legata al COVID-19, e delle conseguenti restrizioni ai viaggi aerei internazionali. Alcuni Stati, inoltre, hanno sospeso gli arrivi nell’ambito dei programmi di reinsediamento, dato che la situazione in materia di salute pubblica sul proprio territorio ne condiziona le capacità di accogliere i nuovi beneficiari.Le famiglie di rifugiati sono colpite in modo diretto da tali normative in rapida evoluzione nel corso dei loro viaggi, con alcuni beneficiari che hanno dovuto far fronte a prolungati ritardi, ed altri che sono rimasti bloccati o sono stati separati dai propri familiari.
Inoltre, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e l’OIM, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, sono preoccupati che i viaggi internazionali possano aumentare l’esposizione dei rifugiati al virus.Di conseguenza, le due agenzie stanno prendendo provvedimenti per sospendere le partenze di rifugiati nell’ambito dei programmi di reinsediamento. Si tratta di una misura temporanea che resterà in vigore solo finché necessaria. Dato che per molti rifugiati il reinsediamento costituisce uno strumento salvavita, l’UNHCR e l’OIM rivolgono un appello agli Stati, e lavorano in stretto coordinamento con essi, affinché, ove possibile, tali movimenti continuino a essere garantiti per i casi di estrema urgenza. La sospensione entrerà in vigore nei prossimi giorni: nel frattempo, le due agenzie cercheranno di portare i rifugiati che hanno già espletato le dovute formalità nelle destinazioni designate. Il reinsediamento rappresenta un’àncora di salvezza essenziale per i rifugiati particolarmente vulnerabili, e per questo l’OIM e l’UNHCR continueranno a lavorare nei Paesi di accoglienza, in collaborazione con tutti i partner rilevanti, per assicurare che l’esame dei casi da ammettere continui. L’OIM e l’UNHCR, inoltre, resteranno in stretto contatto coi rifugiati stessi e con tutte le agenzie che operano per promuovere l’utilizzo del reinsediamento quale strumento fondamentale di protezione.Entrambe le agenzie auspicano di poter riprendere a implementare integralmente gli itinerari di viaggio previsti dai programmi di reinsediamento non appena la prudenza e le condizioni logistiche lo consentiranno.

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Le violenze in corso in Burkina Faso costringono i rifugiati maliani a fare ritorno a casa

Posted by fidest press agency su domenica, 15 marzo 2020

La situazione di insicurezza in Burkina Faso sta costringendo un numero sempre maggiore di persone a fuggire dalle loro case per mettersi in salvo in altre aree del Paese o a rifugiarsi in Mali. Allo stesso tempo, un numero preoccupante di rifugiati maliani ritiene sia più sicuro fare ritorno a casa piuttosto che restare in Burkina Faso.In soli 17 giorni, circa 14.000 persone sono fuggite dalle proprie case in Burkina Faso portando il numero totale di sfollati interni a 780.000. Le recenti violenze hanno anche costretto oltre 2.035 persone a rifugiarsi nel vicino Mali. Le condizioni di insicurezza, inoltre, rendono particolarmente difficile la situazione dei rifugiati maliani che avevano cercato protezione in Burkina Faso e rischiano di porre fine agli interventi volti a permettere loro di cominciare una nuova vita. Il Burkina Faso accoglie più di 25.000 rifugiati dal Mali, molti dei quali stanno scegliendo di fare ritorno a casa nonostante i rischi a cui sarebbero esposti una volta rientrati.L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime nuovamente apprensione per il drastico aumento del numero di persone costrette alla fuga nel Sahel e rinnova l’appello ad assicurare la protezione delle popolazioni civili e di quanti si stanno sottraendo alle violenze in corso. Agli operatori umanitari deve essere garantito accesso in condizioni sicure per poter prestare assistenza. Il potenziamento della risposta attuata dall’UNHCR prevede che siano assicurate, soprattutto, protezione e forniture d’emergenza a quanti sono costretti a fuggire e alle comunità che li accolgono, in particolare alloggi, istruzione e contrasto alla violenza sessuale e di genere, limitando, allo stesso tempo, l’impatto sull’ambiente.
Lo scorso novembre, l’UNHCR era stata costretta a trasferire temporaneamente il proprio personale da Djibo, nel nordest del Paese. Da allora, la distribuzione degli aiuti, tra cui cibo, destinati ai 7.000 rifugiati del campo di Mentao è avvenuta sporadicamente.
Nel corso di questo mese, si sono verificati allarmanti episodi di violenza nell’area di Dori, un paese anch’esso nel nordest. Campi e villaggi sono stati attaccati, gli abitanti non hanno più accesso ai mercati e alle scuole e si sono ridotte le opportunità di realizzare attività per sostenere le famiglie. Anche la salute è a rischio, dato che l’unica ambulanza operativa nel campo è stata rubata a inizio mese. Circa il 70 per cento degli 8.781 rifugiati che vivono a Goudoubo ha scelto volontariamente di abbandonare il campo per ritornare in Mali (57 per cento) o per essere trasferito in altre aree del Burkina Faso (13 per cento).Quasi 700 rifugiati maliani sono già partiti su camion diretti alla regione di Gao, nel Mali settentrionale. I rifugiati che intendono fare ritorno ricevono un Modulo di rimpatrio volontario (Voluntary Repatriation Form/VRF), documento che permette loro di viaggiare, e una somma unica di denaro per coprire i costi di trasporto e l’acquisto di beni di prima necessità. Inoltre, vengono dettagliatamente informati in merito alla situazione d’instabilità nei propri luoghi di origine o in altre aree di loro preferenza, prima che compiano volontariamente la scelta di fare ritorno. Né gli operatori umanitari né le forze di difesa maliane hanno accesso ad alcuni villaggi delle regioni di Ntilit e di Ngossi.In Mali, mentre sono cominciati i primi rimpatri, l’UNHCR e i partner stanno rafforzando la propria presenza nelle aree di N’tillit, Gossi, Gao e Timbuctu. Sono stati individuati 28 punti di registrazione per il monitoraggio della situazione presso i varchi di ingresso e i siti di accoglienza. Una volta registrate, le persone di ritorno ricevono assistenza in denaro contante volta a facilitarne la reintegrazione in condizioni dignitose e a ridurne la vulnerabilità.Mentre i rifugiati maliani fuggono dall’attuale situazione di insicurezza del Burkina Faso, i nuovi rifugiati burkinabè sono fuggiti verso Koro, circondario di Bankass, nella regione di Mopti. Il personale dell’UNHCR è impegnato sul campo insieme alle autorità locali per registrarli, valutarne le esigenze e assicurare una risposta rapida.

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UNHCR e partner chiedono 1,3 miliardi di dollari per sostenere i rifugiati del Sud Sudan

Posted by fidest press agency su domenica, 15 marzo 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e suoi partner lanciano un appello congiunto per raccogliere 1,3 miliardi di dollari in un anno, per far fronte alle numerose esigenze umanitarie dei rifugiati in fuga da sette anni di instabilità e conflitto nel Sud Sudan.L’Agenzia accoglie con favore la formazione del Governo transitorio di unità nazionale del Sud Sudan; tuttavia, numerose sono le criticità che continuano a ostacolare la ricerca di soluzioni a favore di milioni di cittadini sudsudanesi costretti alla fuga da anni di conflitto. Nel continente africano, è quella originaria del Sud Sudan la popolazione di rifugiati di dimensioni più vaste. Sono circa 2,2 milioni le persone che sono state costrette a fuggire e la stragrande maggioranza di queste, l’83 per cento, è composta da donne e bambini. Altri 2 milioni di persone sono sfollati internamente al Paese.L’esodo di rifugiati è continuato per tutto il 2019, facendo registrare l’afflusso di oltre 74.000 sudsudanesi in cerca di asilo in Uganda, Sudan, Kenya, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana.È necessario raccogliere fondi con urgenza per garantire assistenza salvavita, tra cui cure per 65.000 minori separati o non accompagnati, accesso ad acqua potabile e contrasto alla violenza sessuale e di genere. Inoltre, continuano a esservi lacune nell’istruzione dei rifugiati ed è necessario realizzare attività che permettano loro di acquisire le competenze per sostentare se stessi e le proprie famiglie. È necessario rinnovare il sostegno destinato a tutti e cinque i Paesi che accolgono il numero maggiore di rifugiati, considerata la politica di apertura delle frontiere da essi adottata in materia di asilo. Etiopia, Kenya e Uganda hanno dimostrato di essere eccezionali Paesi di accoglienza e di saper includere gradualmente i rifugiati all’interno dei propri servizi sociali. Politiche progressiste a favore dei rifugiati che si trovano al di fuori dei campi di accoglienza stanno inoltre venendo implementate in maniera encomiabile dai governi di Sudan e Repubblica Democratica del Congo, i quali, pertanto, meritano un sostegno maggiore.Da novembre 2017, oltre 270.000 rifugiati hanno fatto ritorno in Sud Sudan di propria iniziativa, ma la maggior parte di coloro che ancora rimangono fuori dal Paese attende di capire se gli accordi di pace reggeranno.Il Piano regionale di risposta alla crisi di rifugiati riunisce 95 partner umanitari e per lo sviluppo per fornire una risposta coerente dalle agenzie, col sostegno dei governi dei cinque Paesi di accoglienza interessati, e va a completare il Piano di risposta umanitaria da 1,54 miliardi di dollari per il Sud Sudan lanciato a dicembre 2019.

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Le Nazioni Unite chiedono 877 milioni di dollari per rispondere alla crisi di rifugiati rohingya in Bangladesh

Posted by fidest press agency su sabato, 7 marzo 2020

Le agenzie delle Nazioni Unite e le Ong partner hanno lanciato oggi il Piano di risposta congiunta (Joint Response Plan/JRP) 2020 per la crisi umanitaria dei rifugiati rohingya. Al fine di assicurare continuità agli sforzi e ai risultati conseguiti negli anni scorsi, l’appello mira a raccogliere 877 milioni di dollari da destinare alla risposta alle esigenze dei circa 855.000 rifugiati rohingya provenienti dal Myanmar e degli oltre 444.000 bangladesi vulnerabili delle comunità che li accolgono con generosità.L’accesso ad assistenza e servizi vitali quali cibo, alloggio, acqua potabile e servizi igienico-sanitari, richiede finanziamenti urgenti che ammontano al 55 per cento del totale previsto dall’appello, di cui quasi il 29 per cento è destinato alle sole esigenze alimentari. Salute, protezione, istruzione, gestione degli insediamenti, energia e ambiente continuano a rappresentare fattori chiave nel garantire la sicurezza e la dignità dei rifugiati rohingya e il benessere dei bangladesi delle comunità locali.Il Governo e il popolo del Bangladesh hanno mostrato una solidarietà sconfinata nei confronti dei rifugiati rohingya che hanno accolto. Fintantoché la crisi non sarà risolta, è imperativo promuovere la coesistenza pacifica tra le comunità e rinvigorire l’economia locale.Il 2020 segna il terzo anno di esilio per la maggioranza dei rifugiati rohingya presenti in Bangladesh, in seguito alla fuga dal Myanmar del 2017. I rohingya non vogliono altro che tornare nella loro terra, ma solo in presenza di condizioni sicure per essi stessi e per le loro famiglie, quando sarà garantito loro accesso ai servizi e ai diritti fondamentali e a una procedura che consentirà loro di vedersi riconosciuta la cittadinanza in Myanmar.Il Piano JRP 2020 mira ad intervenire in modo ancora più evidente ed efficace in quei settori che hanno condizionato maggiormente le comunità di accoglienza, tra i quali capacità e infrastrutture del servizio pubblico, accesso a mezzi di sostentamento sostenibili, risanamento ambientale e iniziative per l’erogazione di energia.Tra gli obiettivi strategici del Piano JRP vi sono la necessità di rafforzare la protezione di donne, uomini, bambine e bambini rifugiati; assicurare assistenza salvavita a quanti ne hanno necessità; promuovere il benessere delle comunità bangladesi interessate; impegnarsi a trovare soluzioni sostenibili in Myanmar. Tali obiettivi sono strettamente allineati agli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals/SDG) concordati in seno alle Nazioni Unite.A partire dall’afflusso di rifugiati iniziato nel 2017, le agenzie umanitarie hanno operato per garantire assistenza salvavita e protezione, nonché attenuare i rischi a cui essi sono esposti, tra cui le lunghe stagioni dei monsoni e dei cicloni che annualmente affliggono il Bangladesh. Un importante risultato conseguito nel 2019 è stato quello di sottoporre alla procedura di registrazione biometrica tutti i rifugiati rohingya che vivono nei campi e di rilasciare documenti di identità personali a quelli di età superiore ai 12 anni. Tale iniziativa consente di tutelarne l’identità, rafforzarne le capacità di protezione e pone le basi affinché si continui a implementare una risposta umanitaria ancora più mirata, effettiva ed efficace. Si tratta dell’attività di registrazione biometrica effettuata su più ampia scala dall’UNHCR in Asia.Il risanamento dell’ambiente, accompagnato dall’erogazione di fonti di energia alternative, ha prodotto reali miglioramenti nelle condizioni di vita all’interno degli insediamenti rohingya. Tutti i nuclei familiari di rifugiati rohingya ora utilizzano gas di petrolio liquefatto (GPL) per cucinare, fatto che ha portato a uno straordinario calo dell’80 per cento della domanda di legna da ardere. Attualmente vi sono anche circa 30.000 famiglie bangladesi a beneficiare dell’iniziativa. L’introduzione del GPL, insieme agli interventi di riforestazione e conservazione, ha portato a un rimarchevole “re-inverdimento” delle aree del distretto di Cox’s Bazar in cui vivono i rifugiati rohingya.Il Piano JRP 2020, inoltre, consentirà ai partner umanitari di cogliere l’importante opportunità offerta dalla decisone presa a gennaio dal Governo del Bangladesh di autorizzare l’uso del programma didattico del Myanmar per i bambini rifugiati rohingya. A breve sarà lanciata una fase pilota rivolta a 10.000 bambini iscritti alle classi tra il 6’ e il 9’ anno scolastico. Nel frattempo, sono in via di sviluppo piani per espanderne l’applicazione. Sia i genitori sia i bambini rifugiati rohingya intendono accedere all’istruzione prevista dal programma didattico in vigore in Myanmar, dato che lo considerano fondamentale per prepararsi a fare ritorno e reintegrarsi nel Paese, quando sarà possibile.
I progressi e i risultati registrati a partire dal primo giorno di afflusso massivo di rifugiati rohingya sono notevoli, ma la solidarietà internazionale e un sostegno finanziario deciso a favore loro e delle comunità bangladesi saranno essenziali per aiutare il Governo del Bangladesh e i partner umanitari a continuare a rispondere alle sfide in atto, fino a quando i rifugiati rohingya potranno fare ritorno a casa volontariamente in condizioni sicure e dignitose.Poco oltre il 70 per cento del Piano JRP 2019 era stato finanziato, per un totale di 650 milioni di dollari raccolti a fronte dei 921 milioni richiesti.

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Oltre 700.000 persone in fuga dal Burkina Faso a causa della violenza nel Sahel

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 febbraio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e i partner si stanno misurando con numerosi ostacoli nel tentativo di avere accesso e poter rispondere alle esigenze di sfollati interni e rifugiati in tutta la regione del Sahel, in seguito all’aumento del numero e della frequenza degli attacchi ai danni della popolazione civile.In Burkina Faso, gli attacchi più recenti condotti da militanti nei confronti di civili e autorità locali dal 1 gennaio hanno costretto una media giornaliera di oltre 4.000 persone a fuggire per cercare di mettersi in salvo. Ad oggi, sono state 765.000 le persone costrette alla fuga – delle quali oltre 700.000 negli ultimi 12 mesi. Si tratta di un numero 16 volte maggiore rispetto a quello registrato a gennaio 2019. Si stima che 150.000 persone siano fuggite solo nelle ultime tre settimane.Le persone in fuga dalle violenze riferiscono di attacchi ai villaggi condotti da gruppi di militanti, omicidi, stupri, saccheggi. Terrorizzati da tali aggressioni, gli abitanti hanno abbandonato tutti i propri averi per cercare rifugio altrove.
Oltre 4.400 rifugiati dal Niger sono arrivati in Mali in fuga dalla recente scia di attacchi nelle regioni di Tillaberi e Tahoua, tra i quali uno condotto a inizio gennaio nel villaggio di Chinagodar. I rifugiati hanno trovato riparo nei comuni maliani di Andéramboukane e Ménaka. Sono andati a unirsi ad altri 7.700 maliani sfollati nella stessa area. Altre persone continuano a varcare il confine tra Niger e Mali.In Niger, oltre 11.000 persone sono fuggite da aree di frontiera non sicure e hanno trovato riparo in diversi villaggi più a sud, nei quali al momento è garantita assistenza. Le regioni di Tillaberi e Tahoua attualmente accolgono 58.000 rifugiati provenienti dal Mali e 82.000 sfollati interni.Più a nord, in Mali, in seguito all’ultimo attacco perpetrato contro il villaggio di Ogossagou il 14 febbraio, nel corso del quale sono stati uccisi 30 abitanti, la popolazione vive nel terrore e desidera solo fuggire per trovare rifugio altrove. Una missione di monitoraggio condotta da partner dell’UNHCR ne ha valutato le esigenze più urgenti. Prima di quest’attacco, gli abitanti dei villaggi vicini avevano a loro volta trovato rifugio a Ogossagou, nonostante il villaggio fosse stato attaccato a marzo dell’anno precedente e 160 persone fossero state massacrate.In fuga da Niono e dalla regione maliana centrale di Segou, altri 1.000 rifugiati maliani negli ultimi dieci giorni hanno fatto ingresso in Mauritania, un aumento notevole rispetto alla media settimanale di cinquanta rifugiati che solitamente arrivano dal Mali settentrionale. In tutta la regione, sopravvissuti agli attacchi, sfollati interni e rifugiati hanno bisogno di sicurezza, riparo, cibo e acqua potabile. Sono inoltre necessari con urgenza indumenti e altri beni di prima necessità, tra cui kit igienici per donne e ragazze. Tra le priorità vi è inoltre la necessità di garantire accesso a servizi igienico-sanitari e medici, tra cui quelli di sostegno psicosociale a beneficio di quanti si sono sottratti o hanno assistito ad atrocità. La risposta, inoltre, è volta a soddisfare le esigenze delle comunità di accoglienza, dato che spesso nelle crisi sono chiamate a intervenire per prime, nonostante vivano esse stesse in condizioni di povertà.Allarmata dal drastico aumento di movimenti forzati in corso nel Sahel, l’UNHCR rinnova l’appello affinché sia garantita la protezione delle popolazioni civili e di quanti fuggono dalle violenze. È necessario garantire accesso in condizioni sicure alle agenzie umanitarie affinché possano assicurare assistenza. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha già intensificato le misure di risposta alla crisi garantendo protezione e forniture d’emergenza alle persone costrette alla fuga e alle comunità che le accolgono, assicurando in particolare l’accesso ad alloggi, istruzione e servizi volti a contrastare la violenza sessuale e di genere.

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L’Alto Commissario ONU per i Rifugiati e la loro sicurezza

Posted by fidest press agency su domenica, 23 febbraio 2020

Dato l’inarrestabile aggravarsi della situazione nella provincia di Idlib, in Siria, dove quasi un milione di persone si trova in serio pericolo, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, si unisce agli appelli affinché cessino le ostilità e chiede di agire con urgenza per consentire ai civili rimasti bloccati dal conflitto di trasferirsi in aree sicure.Si stima che negli ultimi mesi siano state oltre 900.000 le persone costrette ad abbandonare le proprie case o gli alloggi presso cui avevano trovato riparo a Idlib. La maggior parte di queste si trova ora nei governatorati settentrionali di Idlib e Aleppo, aggravando la già disastrosa situazione umanitaria dell’area, resa ancor più insostenibile dal gelido clima invernale.“È necessario porre fine ai combattimenti e assicurare ai civili accesso ad aree sicure per proteggerne l’incolumità”, ha dichiarato l’Alto Commissario. “Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha rivolto un appello alle parti coinvolte affinché rispettino le norme internazionali del diritto bellico. Ogni giorno che passa non fa che aumentare l’urgenza dell’appello. Non devono essere migliaia di persone a pagare il prezzo delle divisioni della comunità internazionale, la cui incapacità di trovare soluzioni a questa crisi costituirà una macchia indelebile sulla coscienza di tutti”. “Come accaduto in passato nei momenti di crisi, rivolgo un appello anche ai Paesi confinanti, come la Turchia, affinché amplino il numero di ammissioni permettendo così alle persone maggiormente in pericolo di mettersi in salvo, pur essendo cosciente del fatto che le capacità e il sostegno dell’opinione pubblica sono già messi a dura prova”, ha affermato Filippo Grandi. “È necessario sostenere e intensificare la risposta internazionale in questi Paesi che, nel complesso, accolgono già 5,6 milioni di rifugiati, 3,6 milioni dei quali sono in Turchia”. Si stima che, attualmente, nella Siria nordoccidentale vi siano oltre 4 milioni di civili. Più della metà sono sfollati interni. Molti vivono in tale condizione da anni e sono stati costretti alla fuga più volte. Circa l’80 per cento dei nuovi sfollati è costituito da donne e bambini. Vi sono inoltre numerosi anziani a rischio.Le Nazioni Unite e i partner impegnati in Siria e in altri contesti lavorano da settimane per dare assistenza agli sfollati presenti nell’area di Idlib. Data la gravità e la portata dei movimenti forzati registrati, è assolutamente necessario soddisfare le esigenze di alloggio. Il duro clima invernale, segnato da nevicate, inondazioni, temperature sotto zero e aumento del prezzo dei carburanti, aggrava le difficoltà e le sofferenze.Le organizzazioni umanitarie stanno cercando di assicurare assistenza alla popolazione in tutti i modi possibili, incluse spedizioni dalla Turchia di moduli abitativi e kit di sopravvivenza nelle emergenze. I partner locali sul campo stanno facendo tutto il possibile per continuare a garantire supporto psicosociale, consulenza legale e assistenza, e aiutare i più vulnerabili ad accedere ai servizi di base – ma in molti casi sono loro stessi vittime dei disordini in corso.È necessario garantire l’accesso degli aiuti in condizioni sicure e l’incolumità degli operatori umanitari stessi. L’UNHCR intende assicurare assistenza fino a 275.000 persone (55.000 famiglie) mediante la distribuzione di beni di prima necessità, e ad altre 84.000 persone sfollate nell’area di Idlib tramite l’assegnazione di alloggi (14.000 famiglie). L’Agenzia, inoltre, nella regione ha a disposizione una quantità di scorte stoccate per rispondere alle esigenze più immediate di fino a 2,1 milioni di persone, anche tramite la distribuzione di tende per 400.000 persone.“Vorrei essere chiaro,” ha affermato Filippo Grandi. “In quanto operatori umanitari, facciamo ogni possibile sforzo per salvare vite umane, ma lo spazio a nostra disposizione si sta ormai riducendo. Di fronte a tanta sofferenza, i soli aiuti umanitari non possono essere la risposta”.

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Necessario riaccendere la speranza per milioni di rifugiati afghani

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 febbraio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, rivolge un appello alla comunità internazionale affinché mantenga viva la speranza per milioni di afghani costretti alla fuga a causa di oltre quattro decenni di instabilità in Afghanistan e per le comunità che li accolgono nella regione. Il Governo del Pakistan e l’UNHCR convocheranno la settimana prossima un incontro ministeriale a Islamabad per ricordare a tutti la sorte di milioni di rifugiati afghani, molti dei quali sono convinti che il resto del mondo possa averli ormai abbandonati. È doveroso dimostrare che si tratta di un’impressione errata.Per più di 40 anni il popolo afghano ha continuato a fuggire da violenze, guerre, conflitti e catastrofi naturali. I Paesi limitrofi, come Pakistan e Iran, continuano a mostrare una generosità rimarchevole assicurando rifugio a milioni di donne, bambini e uomini afghani, tutti vittime di scarso riconoscimento e di sostegno internazionale calante.L’Afghanistan, oggi, conta una popolazione di 35 milioni di persone. Quasi il 25 per cento è costituito da ex rifugiati che hanno fatto ritorno alle proprie case nell’arco degli ultimi 18 anni, mentre oltre un milione sono sfollati interni.Circa 4,6 milioni di afghani, compresi 2,7 milioni di rifugiati registrati, vivono ancora al di fuori dei confini nazionali. Circa il 90 per cento di questi è accolto da Pakistan (1,4 milioni) e Iran (1 milione).In quella che si può definire una tendenza impressionante, gli afghani rappresentano il gruppo di richiedenti asilo di più vaste dimensioni attualmente in arrivo in Europa.In tale scenario di bisogno ininterrotto, il sostegno internazionale alla causa dei rifugiati afghani è andato riducendosi. Negli anni, l’UNHCR ha registrato un calo del livello dei fondi destinati alle proprie operazioni in Afghanistan, Pakistan e Iran, tutte già sottofinanziate, rendendo difficile investire nella vita di queste persone e continuare a supportare le comunità di accoglienza locali coinvolte. Più di un milione di rifugiati afghani che vivono in Pakistan e in Iran è costituito da bambini di età inferiore ai 14 anni, mentre quasi i tre quarti del totale sono giovani al di sotto dei 25 anni.Il sottofinanziamento condiziona gravemente gli sforzi volti a garantire l’istruzione e lo sviluppo delle capacità dei giovani afghani in esilio, i quali ricopriranno il ruolo di attori principali nel processo di ricostruzione delle proprie comunità una volta fatto ritorno. Un fallimento in tal senso comporterebbe il rischio enorme di ritrovarsi un’intera generazione di giovani priva di istruzione in una regione incline alla radicalizzazione.La conferenza internazionale, che si terrà il 17 e il 18 febbraio, intende evidenziare la generosità, l’ospitalità e la compassione mostrate da Pakistan, Iran e altri Paesi nell’accogliere una delle popolazioni rifugiate di più vaste dimensioni e da più tempo in tali condizioni a livello mondiale.Essa rappresenta, inoltre, un’opportunità di mostrare solidarietà e condivisione di responsabilità su scala internazionale, entrambe necessarie per allentare la pressione sui Paesi di accoglienza attualmente gravati da oneri considerevoli e di creare le condizioni richieste per un ritorno e un’integrazione sostenibili dei rifugiati afghani nella propria terra.
Gli sforzi ininterrotti volti a conseguire un accordo per la pace in Afghanistan hanno riacceso la speranza tra i rifugiati afghani rispetto alla possibilità di fare ritorno. La conferenza costituirà un importante precursore delle soluzioni da perseguire.

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Solidarietà internazionale ai rifugiati e comunità di accoglienza in Sudan

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 gennaio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, chiede maggiore sostegno a favore del Sudan mediante un nuovo appello volto a raccogliere fondi per 477 milioni di dollari da destinare all’assistenza, nell’arco di quest’anno, degli oltre 900.000 rifugiati presenti nel Paese, nonché dei quasi 250.000 sudanesi delle comunità che li accolgono.Il Piano di risposta alla crisi di rifugiati in Sudan (Sudan Refugee Response Plan), presentato a Khartoum stamattina, prevede interventi umanitari ad opera dell’UNHCR e di oltre 30 partner.
Il Sudan può vantare una lunga tradizione di accoglienza a favore di rifugiati e richiedenti asilo, ma deve anche gestire il dramma dei propri cittadini sfollati interni, facendo fronte, allo stesso tempo, a una grave crisi economica. L’UNHCR rivolge il proprio appello in una fase in cui il Paese sta affrontando una storica transizione politica e necessita di solidarietà internazionale per conseguire pace e stabilità. Il gruppo più esteso di rifugiati accolto in Sudan è quello composto dai cittadini sudsudanesi: circa 840.000 hanno cercato rifugio nel Paese dal 2013. Sono, inoltre, necessarie risorse per i rifugiati originari di altri nove Paesi, in cerca di asilo da violenze e persecuzioni.Nel frattempo, il Sudan continua ad accogliere nuovi rifugiati. In Darfur, l’afflusso ininterrotto di rifugiati centrafricani in aree remote degli Stati del Darfur Meridionale e del Darfur Centrale ha fatto registrare un aumento da poco più di 5.000 a quasi 17.000 unità da settembre 2019.In Sudan i rifugiati sono presenti in oltre 130 località distribuite tra i 18 Stati del Paese. Circa il 70 per cento vive fuori dai campi, in villaggi, città e insediamenti. La maggioranza dei rifugiati e dei richiedenti asilo presenti in Sudan deve far fronte a livelli elevati di povertà, ha accesso limitato a opportunità di sostentamento, ed è accolta in alcune tra le regioni più povere del Paese, dove anche le comunità locali faticano a sopravvivere con risorse scarse.Sebbene, spesso, i rifugiati beneficino del sostegno generoso assicurato dalle comunità che li accolgono, la crisi ininterrotta che caratterizza il Sudan ha aggravato la situazione e le risorse locali continuano a scarseggiare.L’UNHCR, inoltre, prende parte agli sforzi umanitari interagenzie volti ad assistere circa 1,9 milioni di sfollati interni, guidando gli interventi di protezione e lavorando per assicurare tutela dei diritti alle persone interessate, alloggi di emergenza e distribuzioni di beni di prima necessità. Dall’anno scorso, il governo di transizione ha agevolato la consegna di aiuti in aree che per le agenzie umanitarie, in precedenza, non erano accessibili, tra cui regioni del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro, e del Jebel Marra, in Darfur.Anni di conflitto e instabilità hanno inoltre causato la fuga di oltre 600.000 rifugiati sudanesi nei Paesi limitrofi – tra i quali oltre 300.000 rifugiati dal Darfur al Ciad orientale. Da quando a maggio 2017 è stato firmato un Accordo tripartito tra il Governo del Sudan, il Governo del Ciad e l’UNHCR, quasi 4.000 rifugiati sudanesi hanno deciso di fare ritorno a casa. Si stima che altri faranno ritorno quest’anno.Nel 2019, l’operazione dell’UNHCR in Sudan ha continuato a restare tra quelle maggiormente sottofinanziate, dato che dei 269 milioni di dollari necessari è stato coperto solo il 32 per cento.

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Rifugiati e percorsi d’integrazione

Posted by fidest press agency su sabato, 21 dicembre 2019

Più di 70 milioni di persone nel 2018 a causa di guerre, persecuzioni e conflitti sono state costrette a scappare. Si tratta del livello più alto registrato. In Italia, il cammino verso una reale integrazione è ancora in salita, sia nell’ambito lavorativo che in quello scolastico. Infatti, per i migranti che restano in Italia le principali possibilità occupazionali sono lavori in nero e privi di tutele di sicurezza e dignità sul lavoro e per i minorenni migranti, invece, non sempre è possibile accedere alle scuole e offrire un corso di italiano. In occasione della Giornata Internazionale del Migrante (18 dicembre) SOS Villaggi dei Bambini rilancia il suo impegno a favore dei migranti in Italia e nel mondo e torna ad accendere i riflettori su diritti e bisogni dei migranti che arrivano nel nostro Paese e la necessità di garantire loro un percorso di integrazione.“Oggi più che mai ci preme sottolineare come sia necessario intraprendere sforzi ed impegni politici per salvaguardare e incoraggiare i percorsi di integrazione – dichiara Orso Muneghina, Head of Emergency Response Unit per SOS Villaggi dei Bambini. – Dobbiamo sempre ricordarci che prima che di migranti, parliamo di persone e che queste hanno i nostri stessi diritti ed è necessario che anche nelle comunità in cui vengono accolti sia promossa una corretta informazione in grado di abbattere i muri culturali che oggi, nel nostro Paese, impongono barriere più alte dei muri fisici. In parallelo, è fondamentale che ai migranti si possano offrire le condizioni per integrarsi trasferendo loro delle competenze che permettano poi loro di essere indipendenti e apprezzati dalla comunità”.Con i giusti strumenti i giovani migranti possono integrarsi nel tessuto sociale e diventare delle risorse per la comunità che li accoglie. Ne è un esempio il caso di Lamin, ragazzo del Gambia arrivato in Italia dopo un viaggio durato un anno e mezzo, poi accolto nel Villaggio SOS di Vicenza e che grazie al programma AutonoMia è stato coinvolto nel progetto Pane Quotidiano con il quale ha imparato il mestiere della panificazione o come il caso di Ismaila, ragazzo sempre del Gambia che grazie al programma di sostegno psico-sociale attivo in Calabria di SOS Villaggi dei Bambini, sogna di trovare presto un impiego come pizzaiolo.

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Il mondo dello sport si impegna a favore dei rifugiati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 dicembre 2019

Oltre 70 enti sportivi – fra i quali comitati olimpici nazionali, federazioni sportive internazionali, associazioni nazionali, club, e organizzazioni della società civile attive nel mondo dello sport – si sono impegnati ad assicurare opportunità in ambito sportivo ai giovani rifugiati. Lo hanno reso noto ieri l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e il Comitato Olimpico Internazionale (COI).Riconoscendo il potere trasformatore dello sport, l’UNHCR ha lavorato a stretto contatto con l’Olympic Refuge Foundation (ORF) e con il CIO a questa iniziativa globale, in vista del primo Forum Globale sui Rifugiati che si terrà a Ginevra il 17 e il 18 dicembre 2019. I tre impegni sottoscritti sono:
– Promuovere e assicurare l’accesso di tutti i rifugiati, senza alcun tipo di distinzione, a strutture sportive sicure e inclusive.
– Incrementare la disponibilità e l’accesso ad iniziative sportive organizzate o legate allo sport a favore di rifugiati e comunità di accoglienza, tenendo attivamente in considerazione età, genere, abilità personali, e altre esigenze legate alla diversità.
– Promuovere e favorire l’accesso paritario e la partecipazione dei rifugiati a competizioni ed eventi sportivi ad ogni livello.
Anche il Presidente del CIO, Thomas Bach, che presenterà tali impegni per conto dei firmatari in occasione dell’imminente Forum Globale sui Rifugiati, ha accolto con favore il sostegno ricevuto.“Il CIO sostiene i rifugiati in tutto il mondo da molti anni grazie allo sport”, ha dichiarato Thomas Bach. ”Più recentemente, insieme all’UNHCR, abbiamo creato l’Olympic Refuge Foundation. Da quest’esperienza abbiamo appreso che per i bambini e i giovani sradicati dalle guerre o dalle persecuzioni, lo sport rappresenta molto più di un’attività di svago”.
Tra i firmatari vi sono World Athletics, la Federazione internazionale di judo, Special Olympics e il Comitato paralimpico internazionale, le Federazioni calcistiche di Bangladesh, Inghilterra e Repubblica d’Irlanda, la Fondazione AC Milan, il Consiglio delle associazioni calcistiche dell’Africa del Sud, e i Comitati olimpici di 12 Paesi. Una dichiarazione firmata dalle organizzazioni partecipanti riconosce che per i bambini e per i giovani sradicati dalle guerre o dalle persecuzioni lo sport è molto più di un’attività di svago. È un’opportunità di inclusione e di protezione – un’occasione per guarire, formarsi e crescere.L’annuncio di ieri rafforza inoltre l’impegno dell’UNHCR e dei partner a favore degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals/SDG).I firmatari, inoltre, esortano le organizzazioni sportive di tutto il mondo a unirsi a loro per offrire opportunità in ambito sportivo ai giovani rifugiati e sfollati interni, specialmente quelli che vivono nelle comunità in cui esse operano.
Il Global Compact sui Rifugiati, il quadro internazionale per il rafforzamento della cooperazione e della solidarietà a favore dei rifugiati e dei Paesi di accoglienza interessati, riconosce in modo specifico il contributo apportato dallo sport e dagli enti sportivi alla protezione e al benessere dei rifugiati e degli sfollati interni. Gli impegni assunti dal mondo dello sport, nonché gli altri contributi, saranno in evidenza in occasione dell’imminente Forum Globale sui Rifugiati.

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1,2 miliardi di dollari a favore dell’UNHCR per finanziare programmi umanitari e di protezione dei rifugiati

Posted by fidest press agency su martedì, 10 dicembre 2019

Ginevra 17 e 18 dicembre 2019 nel Forum Globale sui Rifugiati (Global Refugee Forum/GRF) i donatori hanno già manifestato l’intenzione di impegnare fondi supplementari in quell’occasione. È previsto che Stati, imprese, organizzazioni internazionali, società civile e i rifugiati stessi adottino misure nuove e coraggiose volte ad allentare le pressioni su Paesi e comunità di accoglienza, aiutare i rifugiati a divenire maggiormente autosufficienti grazie alla destinazione di investimenti nello sviluppo dalle prime fasi delle operazioni di emergenza, promuovere la ricerca di soluzione a lungo termine. I contributi volontari di governi, istituzioni intergovernative, imprese private e singoli individui costituiscono quasi la totalità dei finanziamenti dell’UNHCR. Oltre ai fondi promessi ieri dai governati donatori, i rappresentanti di otto partner nazionali dell’UNHCR del settore privato hanno preso parte per la prima volta alla conferenza dei donatori annunciando uno stanziamento iniziale di 250 milioni di dollari per il 2020. L’UNHCR esprime gratitudine per tutti i contributi ricevuti, in particolare quelli che garantiranno finanziamenti flessibili e sostegno pluriennale, essenziali affinché l’organizzazione possa conservare la flessibilità e la dinamicità necessarie per rispondere tempestivamente allo scoppio di nuove crisi e ottenere benefici a lungo termine a favore di rifugiati, sfollati e comunità di accoglienza.
I fondi impegnati prevedono una cifra iniziale di 884,4 milioni di dollari per assicurare a rifugiati e sfollati interni alloggio, cibo, acqua potabile e servizi igienico-sanitari, cure mediche, istruzione e tutela legale, e per aiutare le persone apolidi ad acquisire una nazionalità. Tali fondi ammontano a circa il 9 per cento degli 8,7 miliardi di dollari che l’UNHCR stima essere necessari per poter realizzare i propri programmi l’anno prossimo. Inoltre, circa 310 milioni di dollari sono stati impegnati per la definizione dei piani pluriennali, un atto di fiducia nei confronti dell’organizzazione che consente all’UNHCR di essere più efficiente ed efficace nella programmazione a lungo termine e di sostenere i propri partenariati in modo più sostenibile. “Dopo un decennio in cui la portata degli esodi forzati ha raggiunto livelli record anno dopo anno, le esigenze umanitarie di quanti sono colpiti da guerre e persecuzioni sono aumentate come mai prima”, ha dichiarato Kelly T. Clements, Vice Alto Commissario ONU per i Rifugiati. “Il sostegno promesso rappresenta il modo migliore di cominciare l’anno. L’erogazione di contributi anticipati, flessibili e generosi ci permette di alleviare le sofferenze delle persone e delle comunità che le accolgono aiutandole a far fronte alle pressioni a cui sono esposte nel lungo periodo”.
La tempestività di questi fondi permetterà di garantire continuità nell’erogazione di attività salvavita, comprese quelle implementate nell’ambito di alcune tra le operazioni su più vasta scala a livello mondiale nella risposta alle crisi in corso in Siria, Iraq, Yemen, Sud Sudan, Bangladesh, Venezuela, Repubblica Democratica del Congo e nella regione del Sahel.Tuttavia, il divario tra esigenze e fondi disponibili è in costante crescita. Numerosi conflitti restano irrisolti e il numero di persone sradicate dalla propria terra aumenta, in parte spinte dagli effetti dei cambiamenti climatici, dalla povertà e dalle disuguaglianze.“Gli aiuti umanitari devono completare, non sostituire, l’azione politica”, ha dichiarato Kelly Clements. “Devono andare a braccetto con la più ampia ambizione di negoziare la pace, promuovere lo sviluppo e, in primo luogo, affrontare le cause alla radice della fuga delle persone”.

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Assistenza ai rifugiati che vivono nelle aree urbane della Libia

Posted by fidest press agency su martedì, 3 dicembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha annunciato ieri che sta intensificando il sostegno destinato a rifugiati e richiedenti asilo presenti nelle aree urbane della Libia e rivalutando il ruolo e il funzionamento del Centro di raccolta e partenza (Gathering and Departure Facility/GDF) I rifugiati e i richiedenti asilo che vivono nelle aree urbane sono già circa 40.000, tra i quali alcuni estremamente vulnerabili e in disperato bisogno di aiuto. L’assistenza umanitaria per rifugiati e richiedenti asilo è disponibile presso il Centro comunitario diurno (Community Day Centre/CDC) dell’UNHCR attivo a Gurji, nel distretto di Tripoli, dove coloro che ne hanno necessità possono accedere a servizi quali cure primarie, registrazione e assistenza in denaro per soddisfare le esigenze legate a cibo e alloggio.L’agenzia, inoltre, sta rivalutando il ruolo del GDF alla luce delle gravi e insostenibili condizioni di sovraffollamento. Il GDF è stato inaugurato un anno fa come centro di transito per rifugiati e richiedenti asilo vulnerabili, principalmente donne e minori non accompagnati a rischio più elevato in stato di detenzione e per i quali erano state individuate soluzioni fuori dalla Libia. Tali soluzioni restano estremamente limitate e richiedono che l’UNHCR individui e dia priorità ai casi di vulnerabilità più gravi in seno a una popolazione molto più ampia, composta da molte persone in stato di forte bisogno. L’UNHCR e i partner operano all’interno della struttura, la quale ricade sotto la giurisdizione complessiva del Ministero dell’Interno libico.Tuttavia, a partire da luglio, in seguito all’attacco aereo che ha colpito il centro di detenzione di Tajoura, provocando diverse vittime, centinaia di ex detenuti si sono recati presso il GDF. A fine ottobre, a questi si è aggiunto un altro gruppo di circa 400 persone provenienti dal centro di detenzione di Abu Salim, nonché fino ad altre 200 persone dalle aree urbane. Fanno parte di una popolazione più ampia di richiedenti asilo, rifugiati e migranti che in Libia sono vulnerabili e esposti a rischi – ma ai cui casi non è stata data priorità per l’evacuazione o il reinsediamento.Il GDF è ora in condizioni di grave sovraffollamento: a fronte di una capacità di circa 600 persone, attualmente ne ospita quasi il doppio, molte delle quali da diversi mesi. L’UNHCR, altre agenzie delle Nazioni Unite e i partner hanno fornito loro assistenza umanitaria, offrendo cure mediche, supporto psicosociale, pasti caldi e biscotti ad alto contenuto energetico. Tuttavia, la situazione presso il GDF non è sostenibile e la struttura non funziona più come centro di transito, ostacolando la capacità dell’UNHCR di evacuare i rifugiati più vulnerabili per i quali sono state individuate soluzioni al di fuori della Libia, fuori dai centri di detenzione e in luoghi sicuri.
Data l’introduzione di un pacchetto di assistenza urbana di portata più ampia, l’UNHCR eliminerà gradualmente il servizio di ristorazione erogato presso il GDF a partire dall’inizio dell’anno. L’UNHCR continuerà a garantire informazioni e consulenza a quanti hanno fatto ingresso informalmente nel GDF in merito alle opzioni a loro disposizione e al pacchetto di assistenza urbana. Coloro che presentano profili per cui è necessaria la protezione internazionale stanno ricevendo sostegno per lasciare il GDF tramite il pacchetto di assistenza urbana, il quale include denaro di emergenza in contanti per i primi due mesi, beni di prima necessità, accesso alle cure primarie e invio a visite specialistiche. Inoltre, ai beneficiari verrà data la possibilità di sostenere colloqui col personale dell’UNHCR per individuare vulnerabilità e soluzioni specifiche. L’UNHCR continua a chiedere risorse supplementari che permetterebbero di fornire un sostegno più sostanzioso e continuo.Circa 40 persone hanno già accettato quest’opzione, il che non esclude che possano usufruire in futuro di possibili evacuazioni o reinsediamenti al di fuori della Libia. A titolo di esempio, a quattro persone che hanno accettato il pacchetto è stata riconosciuta l’ammissibilità all’evacuazione umanitaria a seguito dei colloqui di valutazione delle esigenze di protezione.L’esame dei casi individuali, comprese la valutazione delle esigenze di protezione e l’individuazione di possibili soluzioni durature al di fuori della Libia, continuerà a essere effettuato presso l’ufficio di registrazione dell’UNHCR operativo a Sarraj, al fine di assicurare l’integrità delle procedure previste dall’UNHCR.L’UNHCR ribadisce che le opzioni di reinsediamento purtroppo continuano a essere estremamente limitate, con il numero di posti disponibili a livello mondiale drammaticamente inferiore rispetto alle esigenze. Ogni anno, meno dell’1 per cento dei rifugiati ritenuti in stato di necessità dall’UNHCR può essere reinsediato. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esorta la comunità internazionale a garantire più posti per il reinsediamento e procedure più rapide per consentire di evacuare un numero più elevato di rifugiati che necessitano di essere reinsediati in luoghi sicuri.

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Assistenza invernale destinata a rifugiati e sfollati siriani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 novembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, stima che circa 3,8 milioni di rifugiati siriani e iracheni, nonché di sfollati interni e rifugiati di altre nazionalità, quest’inverno necessiteranno di assistenza supplementare in Siria, Iraq, Libano, Giordania ed Egitto. Per molti siriani, si tratta del nono inverno consecutivo che affronteranno fuori da casa. Grazie ai preparativi per l’assistenza cominciati a settembre sarà garantito sostegno continuo per tutto l’inverno fino a marzo dell’anno prossimo. I preparativi includono la consegna di beni di prima necessità per l’inverno quali coperte termiche di qualità elevata, teloni impermeabili e indumenti pesanti. Gli alloggi dei rifugiati sono in fase di riparazione e rimodernamento per renderli resistenti alle intemperie. Altre attività includono il miglioramento degli impianti di scarico e di altre infrastrutture, sia nei campi sia negli insediamenti informali. Alle famiglie rifugiate vulnerabili l’UNHCR sta erogando assistenza in denaro per soddisfarne le ulteriori necessità legate ai freddi mesi invernali.
In tutta la Siria, l’UNHCR mira ad assistere 1,6 milioni di sfollati interni siriani (320.000 famiglie). È prioritaria l’assistenza di sfollati interni e rimpatriati vulnerabili, famiglie sfollate di recente, persone che vivono in aree remote difficili da raggiungere e in alloggi al di sotto degli standard, coloro che hanno fatto ritorno volontariamente, nonché quanti si trovano in aree alle quali è divenuto possibile accedere solo di recente e che non hanno ricevuto aiuto in passato. Ad oggi, le distribuzioni sono avvenute nel nordest della Siria, dove l’UNHCR, nell’ambito degli interventi interagenzie, ha assicurato aiuti e beni di prima necessità per l’inverno a più di 177.500 sfollati di recente presso le comunità locali, gli alloggi collettivi e i campi, comprese le oltre 86.500 persone accolte nei campi di Al-Hol, Areesha, Roj e Mahmoudli.
In Iraq, l’UNHCR intende assicurare aiuti invernali a oltre 660.000 sfollati interni (110.000 famiglie), 157.700 rifugiati siriani (38300 famiglie), e 16.800 rifugiati di altre nazionalità (4.200 famiglie). Nel solo mese di ottobre, più di 89.000 sfollati interni e persone che hanno fatto ritorno (quasi 15.000 famiglie) hanno ricevuto assistenza in denaro per la stagione invernale. Quasi una famiglia su tre era composta da una donna coi propri figli.
In Libano, l’UNHCR sta distribuendo aiuti invernali a più di 860.000 rifugiati siriani (circa 172.000 famiglie) e 9.000 rifugiati iracheni (3.000 famiglie) al di sotto della soglia di povertà. Il 73 per cento delle famiglie siriane rifugiate in Libano vivono al di sotto della soglia di povertà che è di 3,84 dollari USA pro capite al giorno. Queste famiglie non sono in grado di soddisfare le necessità essenziali per la sopravvivenza quali cibo, salute e alloggio. Di conseguenza, aumentano le esigenze di protezione e il rischio di ricorrere a meccanismi di risposta negativi quali lavoro minorile, matrimonio precoce od offerta di prestazioni sessuali per sopravvivere. Quasi nove famiglie su dieci sono indebitate, dato che indica chiaramente come alle famiglie rifugiate siriane manchino le risorse per soddisfare le necessità essenziali. Durante l’inverno, tale situazione è esacerbata dagli shock economici associati alle condizioni climatiche avverse e alla riduzione di opportunità redditizie già limitate. Inoltre, molte famiglie dovranno far fronte a ulteriori rischi per la salute dal momento che non potranno vivere al caldo. Si verificano inondazioni e l’accesso all’assistenza sanitaria è già limitato. Alla luce della grave crisi economica che colpisce il Libano attualmente, la campagna invernale dell’UNHCR quest’anno permetterà di assistere un numero maggiore di famiglie vulnerabili rispetto agli anni precedenti assicurando che possano trascorrere l’inverno al caldo nonostante la loro situazione si vada deteriorando rapidamente.
In Egitto, a partire da novembre l’UNHCR intende erogare assistenza in denaro per l’inverno a più di 87.000 rifugiati siriani (29.000 famiglie) e 3.934 rifugiati iracheni (1.659 famiglie).L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime gratitudine per l’appoggio mostrato fino ad oggi dai donatori governativi e del settore privato volto a sostenere gli sforzi per aiutare e proteggere i rifugiati e gli sfollati interni siriani. Tuttavia, il finanziamento complessivo delle operazioni dell’UNHCR a favore dei siriani sfollati interni e di quelli rifugiati nei Paesi confinanti nel 2019 attualmente copre il 43 per cento dei 2,180 miliardi di dollari USA richiesti. I siriani continuano a costituire la popolazione rifugiata più numerosa a livello mondiale. Oltre 5,6 milioni vivono nei Paesi limitrofi e in tutto il Nord Africa. Si stima che altri 6,2 milioni siano sfollati internamente in Siria.

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Risorse per aiutare rifugiati e migranti venezuelani e i Paesi che li accolgono

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 novembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e l’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, lanceranno oggi un piano regionale da 1,35 miliardi di dollari per rispondere alle crescenti esigenze umanitarie di rifugiati e migranti venezuelani in America Latina e Caraibi e delle comunità che li accolgono. A inizio novembre 2019, i rifugiati e i migranti venezuelani nel mondo sono circa 4,6 milioni. Quasi l’80 per cento si trova in Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, senza alcuna prospettiva di fare ritorno nel breve o medio periodo. Se le tendenze attuali non cambiano, entro la fine del 2020 potrebbero essere 6,5 milioni i venezuelani ad aver lasciato il Paese.
Il Piano regionale di risposta per rifugiati e migranti (RMRP) per il 2020 in procinto di essere lanciato nella capitale colombiana Bogotá, costituisce uno strumento di coordinamento e raccolta fondi istituito e implementato da 137 organizzazioni. Queste lavorano in tutta la regione mirando ad assistere quasi quattro milioni di persone, compresi rifugiati e migranti venezuelani e le comunità che li accolgono, in 17 Paesi.Il piano RMRP 2020 rappresenta il risultato di un processo di consultazione ad ampio raggio condotto sul campo che ha coinvolto governi dei Paesi di accoglienza, società civile e organizzazioni religiose, comunità e donatori locali, nonché rifugiati e migranti stessi.Il piano prevede una serie di interventi in nove settori chiave: salute, istruzione, sicurezza alimentare, integrazione sociale, nutrizione, alloggio, beni di prima necessità e traporto umanitario, e acqua potabile, servizi igienico-sanitari e igiene (Water, Sanitation, Hygiene/WASH). Oltre alla risposta d’emergenza, il piano mira in particolare ad assicurare l’inclusione socioeconomica di rifugiati e migranti.“Solo mediante un approccio coordinato e armonico sarà possibile rispondere in modo efficace alle esigenze di ampia scala, che continuano ad aumentare e ad evolversi a causa dell’aggravarsi della crisi”, ha dichiarato Eduardo Stein, Rappresentante Speciale congiunto UNHCR-OIM per i rifugiati e i migranti venezuelani“A tal fine, l’appello per il piano RMRP 2020 rappresenta uno degli strumenti chiave per mobilitare le risorse necessarie per un’azione più concertata e collettiva.“Nonostante i numerosi sforzi e le diverse iniziative, la portata del problema supera la capacità assicurata dalla risposta attuale, pertanto è necessario che la comunità internazionale raddoppi tali sforzi e contributi per aiutare i Paesi e le organizzazioni internazionali a rispondere alla crisi”, ha dichiarato Eduardo Stein. “È necessario garantire maggiore sostegno ai governi, dedicando la dovuta attenzione alle politiche per lo sviluppo, oltre che alle esigenze umanitarie immediate”.Il piano RMRP 2020 è il prodotto del lavoro della Piattaforma regionale di coordinamento interagenzie – il meccanismo di coordinamento per la risposta alla crisi di rifugiati e migranti venezuelani – ed è guidato da UNHCR e OIM con il coinvolgimento di numerose organizzazioni delle Nazioni Unite, della società civile e Ong.

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Morte dell’ex Alto Commissario per i Rifugiati Sadako Ogata

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 novembre 2019

La famiglia dell’ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Sadako Ogata, alla guida dell’UNHCR dal 1991 al 2000, ne ha annunciato il decesso avvenuto a Tokyo, in Giappone.Sadako Ogata è divenuta Alto Commissario subito dopo la fine della Guerra fredda, evento che ha innescato profondi cambiamenti nello scenario politico globale e sradicato dalla propria terra decine di milioni di persone. Sotto la sua leadership, l’UNHCR ha lanciato operazioni di emergenza su larga scala per rispondere alle crisi in atto in Iraq, ex Unione Sovietica, Balcani, Somalia, Grandi Laghi e Timor Est, e ha assistito milioni di rifugiati a fare ritorno a casa mediante operazioni di rimpatrio in America Centrale, Africa e Asia. Per la prima volta, l’agenzia ha assunto un ruolo preminente impegnandosi in prima linea nelle aree di conflitto per proteggere e sostenere rifugiati e sfollati interni, e prevenire il verificarsi di ulteriori esodi.Rispettata accademica giapponese e diplomatica esperta in relazioni multilaterali, Sadako Ogata è stata un’instancabile sostenitrice della solidarietà internazionale a favore dei rifugiati, garantendo che la risoluzione degli esodi fosse inclusa nei negoziati politici e nei processi di pace. Dopo la fine del suo mandato di Alto Commissario, ha mantenuto una stretta relazione con le Nazioni Unite e ha continuato a contribuire alla causa dei rifugiati, facendosi promotrice della nozione di “sicurezza umana” e degli aiuti allo sviluppo per la risoluzione degli esodi in qualità di Presidente dell’agenzia giapponese di cooperazione internazionale JICA.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime le più sincere condoglianze ai figli di Sadako Ogata, Atsushi e Akiko, a tutta la sua famiglia e al Governo e al popolo del Giappone per la grave perdita.

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Rifugiati nella rete

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 ottobre 2019

Roma 22 ottobre alle 17, nella sede dell’Agenzia di stampa Dire, in Corso d’Italia 38/a. L’evento, promosso da Arci, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e Intersos, rappresenta l’occasione per presentare due progetti, JumaMap e PartecipAzione, realizzati, rispettivamente, da Arci e Intersos, con il supporto dell’UNHCR.Il primo, JumaMap – Refugees Map Services, è una piattaforma dove trovare associazioni, enti pubblici e privati e spazi informali che offrono servizi rivolti ai richiedenti asilo e rifugiati: dall’assistenza legale, sanitaria, passando dalle scuole d’italiano. La piattaforma è disponibile in 10 lingue e al momento registra oltre 1000 servizi su tutto il territorio nazionale. “Il principale obiettivo è, da una parte, consentire a richiedenti asilo e rifugiati di avere uno strumento per orientarsi e accedere ai servizi a loro più vicini; dall’altra, creare e rafforzare una rete di attori impegnati nella tutela delle persone richiedenti asilo, rifugiate e migranti, consentendo di aggiornare e integrare la piattaforma al fine di far conoscere il proprio lavoro e i servizi offerti.”, Filippo Miraglia, Responsabile nazionale Migrazioni di ARCI.Il secondo, PartecipAzione, è un programma di capacity building ed empowerment realizzato da INTERSOS in partenariato con UNHCR, che ha l’obiettivo di sostenere la crescita, le attività e le reciproche collaborazioni di quelle organizzazioni che a livello locale favoriscono la coesione sociale, l’integrazione, la protezione e l’empowerment di rifugiati e richiedenti asilo in 11 regioni target. “Il fine è quello di consolidare reti di protezione incentrate sulle comunità e favorire comunità più inclusive e solidali”, Cesare Fermi, Responsabile dell’unità Migrazione di INTERSOS.Entrambe i progetti sono sostenuti finanziariamente da UNHCR. “La nostra collaborazione con Arci e Intersos ha l’obiettivo di assicurare che le nostre azioni abbiamo il miglior impatto possibile per i rifugiati, garantendone il rispetto dei diritti e il soddisfacimento dei bisogni. Questi progetti sono finalizzati alla creazione di network per la fornitura di servizi, l’autonomia e l’inclusione dei rifugiati nel tessuto economico e sociale del paese. Diamo ai rifugiati la possibilità di orientarsi e diventare portavoce delle loro stesse istanze.” Carlotta Sami, Portavoce UNHCR per il sud Europa. Interverranno: Carlotta Sami, portavoce UNHCR per il Sud Europa; Filippo Miraglia, responsabile nazionale Immigrazione di Arci; Cesare Fermi, responsabile unità Migrazioni di Intersos; Fatima Abdurkazova, operatrice sociale e mediatrice linguistica del Numero Verde Rifugiati di Arci e beneficiaria del programma PartecipAzione; Lyas Cicciù, Unione Nazionale Italiana, per i Rifugiati ed Esuli (UNIRE). Modererà la giornalista dell’Agenzia di stampa Dire, Alessandra Fabbretti.

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Proteggere i minori rifugiati e migranti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 ottobre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha sollecitato gli Stati europei a intraprendere maggiori sforzi per proteggere i minori rifugiati e migranti che non solo hanno sopportato viaggi difficili e pericolosi, ma continuano ad affrontare rischi e avversità una volta giunti in Europa, fra cui condizioni abitative insicure, essendo erroneamente registrati come adulti, e carenza di cure adeguate.L’ultima edizione del rapporto dell’UNHCR Viaggi Disperati, pubblicato oggi, registra che da gennaio a settembre 2019 circa 80.800 persone sono arrivate in Europa lungo le rotte del Mediterraneo – cifra in calo rispetto alle 102.700 persone giunte nello stesso periodo del 2018. Di coloro che sono arrivati, oltre un quarto erano minori, molti senza genitori.
“Questi bambini sono fuggiti da conflitti, hanno perso i propri familiari, mancano da casa da mesi, perfino anni, e alcuni di loro hanno subito abusi orribili durante il viaggio, ma le loro sofferenze non terminano una volta giunti alla frontiera”, ha dichiarato Pascale Moreau, Direttrice del Bureau per l’Europa dell’UNHCR. “In tutta Europa, i minori non accompagnati, in particolare, sono accolti di frequente in centri di grandi dimensioni privi della sorveglianza dovuta, carenza che li espone a ulteriori abusi, violenze e stress psichico e al rischio crescente di migrare nuovamente o scomparire”.Quest’anno la Grecia è stata meta di approdo della maggioranza degli arrivi di tutta la regione del Mediterraneo – un numero superiore a quello registrato in Spagna, Italia, Malta, e Cipro insieme. Ad oggi, oltre 12.900 bambini sono arrivati in Grecia via mare, compresi quasi 2.100 minori non accompagnati o separati, molti dei quali provenienti da Afghanistan, Siria e altri Paesi caratterizzati da conflitti e violenze. Le condizioni antiigieniche dei centri sovraffollati delle isole dell’Egeo sono estremamente preoccupanti. Le autorità greche hanno annunciato misure volte ad allentare la pressione causata dal sovraffollamento e vi sono esempi riusciti di buone prassi proposte sul territorio, fra cui l’affidamento di minori in seno alla comunità. Tuttavia, a fine settembre la maggior parte dei minori non accompagnati in Grecia si trovava ancora in soluzioni alloggiative inadeguate. Date le condizioni estremamente rischiose a cui sono esposti, l’UNHCR rivolge un appello agli Stati europei affinché in segno di solidarietà mettano a disposizione posti per ricollocarli e accelerino le procedure di trasferimento di quanti fra essi soddisfano i criteri di ricongiungimento ai propri familiari. Sebbene in Europa siano stati fatti diversi passi avanti per migliorare le misure di protezione, il rapporto osserva come sia necessario adottarne di ulteriori per rispondere ad alcune delle sfide alle quali i minori continuano a far fronte. Fra le raccomandazioni, il rapporto esorta gli Stati europei a porre fine urgentemente alla pratica della detenzione per i minori, assumere tutori o assistenti sociali formati e assicurare che minori rifugiati e migranti possano ricevere un’istruzione. In Europa, a volte i minori faticano a essere riconosciuti come tali e il rapporto chiede che si utilizzino metodi olistici e multidisciplinari nella valutazione della loro età. Adottando le misure definite nel rapporto, gli Stati potranno incrementare il livello di protezione assicurata ai minori in fuga e dotarsi degli ulteriori strumenti necessari per determinare in che modo soddisfarne l’interesse superiore, anche tramite soluzioni che li potrebbero portare fuori dall’Europa.

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