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Posts Tagged ‘rifugiati’

Il numero dei rifugiati etiopi in Sudan supera le 40.000 unità

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 novembre 2020

Il numero di rifugiati etiopi che si stanno riversando nel Sudan orientale ha ormai superato le 40.000 unità dallo scoppio della crisi, facendo registrare oltre 5.000 donne, bambini e uomini fuggiti dagli scontri in corso nel Tigrè nel corso del fine settimana.L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, e i partner hanno potuto consegnare e distribuire aiuti salvavita, compresi alimenti, a un numero ulteriore di persone. Ma le attività di risposta umanitaria continuano a misurarsi con criticità logistiche e a essere messe a dura prova. Non vi è sufficiente capacità di alloggi per soddisfare le crescenti esigenze.Integratori alimentari e alimenti terapeutici sono attualmente assicurati a circa 300 bambini malnutriti, donne incinte e madri che allattano. Il personale dell’Agenzia ha potuto identificare le persone più vulnerabili e inviarle ai servizi competenti. Continuano a essere assicurati pasti caldi e sono stati installati ulteriori punti di distribuzione dell’acqua e latrine.L’Agenzia continua a trasferire lontano dal confine i rifugiati – con criticità legate alla logistica e alle distanze che limitano il numero di persone che possono essere trasportate all’insediamento di Um Rakuba – 70 km nell’entroterra sudanese. Al 23 novembre, risultavano trasferite poco più di 8.000 persone. Per quanto riguarda la situazione interna all’Etiopia, l’UNHCR continua a esprimere preoccupazione per i civili, tra cui popolazioni sfollate e operatori umanitari presenti nel Tigrè. L’Agenzia si unisce ai partner ONU nell’esortare tutte le parti in conflitto ad adempiere gli obblighi internazionali che prevedono di proteggere i civili. L’UNHCR rinnova l’appello ad assicurare agli attori umanitari accesso incondizionato, sicuro e senza impedimenti affinché possano garantire assistenza a quanti ne hanno necessità. Visto il perdurare del conflitto in corso in Etiopia, l’Agenzia esprime crescente apprensione in merito ai 100.000 rifugiati eritrei presenti sul territorio. L’assenza di accesso umanitario genera enorme preoccupazione in relazione all’erogazione di servizi fondamentali, quali acqua, farmaci essenziali e derrate alimentari, le cui scorte a disposizione della popolazione rifugiata si esauriranno nel giro di una settimana. L’Alto Commissariato rilancia l’appello a tutte le parti in conflitto ad assicurare libertà di circolazione in condizioni sicure a beneficio di quanti sono in cerca di sicurezza e assistenza, siano essi fuggiti oltre frontiera o all’interno dei confini nazionali, indipendentemente dalla loro origine etnica.

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Necessario supporto urgente per aiutare i rifugiati etiopi diretti in Sudan

Posted by fidest press agency su martedì, 24 novembre 2020

Mentre il numero di persone in fuga verso il Sudan orientale dalla regione etiope del Tigrè ora supera le 33.000 unità, l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, lavora senza sosta per assicurare assistenza vitale a donne, bambini e uomini estremamente bisognosi.Il personale presente ai varchi di confine di Hamdayet, nello Stato di Kassala, e di Lugdi, nello Stato di Gadaref, continua a registrare migliaia di nuovi arrivi ogni giorno.I rifugiati hanno raccontato al personale dell’UNHCR come siano stati colti nel mezzo delle loro attività quotidiane dallo scoppio improvviso degli scontri. Il personale ha incontrato insegnanti, infermieri, impiegati d’ufficio, agricoltori e studenti colti completamente di sorpresa. Molti sono dovuti fuggire senza poter portare i propri effetti personali e hanno dovuto camminare per ore e attraversare un fiume per mettersi in salvo in Sudan.I rifugiati arrivano in aree remote dotate di pochissime infrastrutture. Sono necessarie almeno sei ore per raggiungere Hamdayat da Kassala e per arrivare al Villaggio 8, un altro sito che accoglie temporaneamente i rifugiati. Il personale al confine è costretto a imbarcarsi su un traghetto che può trasportare al massimo quattro veicoli oppure fare una deviazione di tre ore via terra.Le esigenze complessive sono enormi, ma sono stati compiuti progressi nell’assicurare una risposta, dato che un numero maggiore di aiuti è ora in grado di raggiungere il confine. Continuano a essere assicurati pasti caldi e acqua potabile. L’UNHCR ha dispiegato personale per identificare le persone più vulnerabili portatrici di esigenze specifiche. Un numero ulteriore di forniture mediche è stato inviato alle cliniche, tra cui alimenti terapeutici e supplementari per il consumo immediato.Oltre 5.000 rifugiati sono stati traferiti dal confine all’insediamento di Um Raquba, a 70 km in direzione dell’entroterra.L’UNHCR ha bisogno del supporto immediato dei donatori per poter continuare ad assistere il crescente numero di rifugiati.In Etiopia, il numero di sfollati interni è in continuo aumento dopo quasi due settimane di conflitto. La difficoltà di accedere a quanti necessitano di aiuto, sommata all’impossibilità di far entrare aiuti nella regione, continuano a costituire un serio ostacolo. L’Agenzia esprime crescente preoccupazione per l’incolumità e la sicurezza di tutti i civili nel Tigrè, compresi i 100.000 rifugiati eritrei accolti in quattro campi. L’UNHCR non ha notizie del proprio personale da lunedì ed esprime profonda preoccupazione a riguardo.I rifugiati eritrei nel Tigrè dipendevano totalmente dagli aiuti, compresi cibo e acqua, prima che scoppiasse il conflitto, e vi sono seri motivi di preoccupazione che le ostilità in corso possano condizionare drasticamente l’erogazione di servizi nei campi. Le razioni alimentari sono assicurate fino alla fine di novembre, pertanto è di importanza fondamentale che gli operatori umanitari possano tornare ad avere accesso e a distribuire cibo supplementare prima che i rifugiati restino senza. L’UNHCR si unisce alle altre agenzie delle Nazioni Unite nell’appello a tutte le parti in conflitto a proteggere i civili sfollati e a garantire l’incolumità degli operatori umanitari, assicurare un cessate il fuoco temporaneo con effetto immediato che consenta di attivare corridoi umanitari, e sollecita a garantire accesso umanitario incondizionato e immediato che permetta di prestare assistenza a quanti ne hanno bisogno nelle aree sotto il controllo di ciascuna parte belligerante.

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Inclusione fattore chiave per proteggere i rifugiati e le comunità ospitanti durante la pandemia

Posted by fidest press agency su domenica, 8 novembre 2020

Le restrizioni che impediscono l’accesso all’asilo, la spirale di violenza di genere, i rischi di ritorni non sicuri e la perdita dei mezzi di sussistenza sono tra gli aspetti della pandemia di coronavirus che impattano pesantemente sui rifugiati, ha avvertito ieri Gillian Triggs, Assistente Alto Commissario dell’UNHCR per la Protezione.Aprendo una sessione virtuale del Dialogo annuale dell’Alto Commissario dell’UNHCR sulle sfide della protezione, Triggs ha esortato gli Stati a mantenere l’accesso all’asilo e a salvaguardare i diritti dei rifugiati, degli sfollati interni e degli apolidi.”L’UNHCR è stata chiara: per un paese è possibile sia proteggere la salute pubblica della sua popolazione sia garantire l’accesso al territorio alle persone costrette a fuggire dalle loro case. Non si deve permettere che limitazioni all’accesso all’asilo vengano messe in atto con la scusa della salute pubblica”, ha detto Triggs.La discussione guidata da Triggs con persone costrette alla fuga, ONG e rappresentanti governativi provenienti da Asia, Africa, Medio Oriente ed Europa ha dimostrato come compassione e spirito di iniziativa possano garantire che le richieste di asilo siano prese in considerazione durante la pandemia e che i servizi di protezione si adattino a raggiungere le persone in difficoltà durante i lockdown.Tutti i partecipanti al dialogo hanno sottolineato come la pandemia presenti maggiori sfide per la protezione e il benessere dei rifugiati, degli sfollati interni e degli apolidi, e che sono necessari innovazione, solidarietà e maggiore sostegno.In risposta, l’UNHCR ha sostenuto l’inclusione urgente e senza riserve dei rifugiati, degli sfollati e degli apolidi nell’intera gamma di risposte alla pandemia, dalle risposte di salute pubblica alle reti di sicurezza sociale nazionali.Istituito più di dieci anni fa, il Dialogo dell’Alto Commissario permette un libero scambio di opinioni tra rifugiati, governi, società civile, settore privato, accademici e organizzazioni internazionali su questioni nuove o emergenti di protezione globale.Il Dialogo 2020 si svolge attraverso una serie di cinque sessioni virtuali distribuite nell’ultimo trimestre dell’anno, con la sessione di chiusura che si terrà il 9 dicembre. Le discussioni si concentreranno sull’impatto della pandemia sulle persone costrette alla fuga e sugli apolidi per quanto riguarda la protezione, la resilienza e l’inclusione nei programmi di salute e il cambiamento climatico.Per illustrare le difficoltà che i rifugiati e gli sfollati interni affrontano nel contesto della pandemia, l’UNHCR ha lanciato ieri una visualizzazione dei dati, Space, shelter and scarce resources – coping with COVID-19, che evidenzia come le persone costrette alla fuga estremamente vulnerabili debbano combattere con la pandemia.

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L’UNHCR chiede solidarietà, sostegno e soluzioni per i rifugiati rohingya

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 ottobre 2020

Alla vigilia della conferenza di donatori per i rifugiati rohingya che si terrà questa settimana, l’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, oggi sottolinea la necessità di assicurare maggiore supporto internazionale e di intensificare gli sforzi volti a trovare soluzioni a beneficio di questo popolo apolide e in fuga. Insieme a Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea, questo giovedì (22 ottobre) l’UNHCR presenterà una conferenza di donatori virtuale col fine di rispondere alle urgenti esigenze umanitarie dei rohingya costretti alla fuga, sia all’interno sia al di fuori del Myanmar. Garantire supporto ai servizi essenziali in seno alle comunità di accoglienza costituisce un’altra priorità.Le attività di risposta umanitaria in corso stanno risentendo di un drastico ammanco quest’anno, dal momento che, ad oggi, sono stati ricevuti meno della metà dei finanziamenti richiesti. Nel 2020, le Nazioni Unite hanno chiesto più di 1 miliardo di dollari per rispondere alle esigenze umanitarie dei rifugiati rohingya in Bangladesh. La pandemia di COVID-19 è andata ad aggiungere una serie di nuove sfide ed esigenze a un’emergenza già complessa e di dimensioni massicce.Sono 860.000 i rifugiati rohingya che attualmente vivono in insediamenti all’interno del distretto di Cox’s Bazar, in Bangladesh. La maggior parte, circa 740.000, sono fuggiti dal Myanmar durante la crisi più recente che ha causato l’esodo del 2017. Altri Paesi della regione accolgono circa 150.000 rifugiati rohingya. Si stima che 600.000 vivano nello Stato di Rakhine, in Myanmar.In tutta la regione, la maggior parte dei rohingya vive ai margini della società ed è necessario assicurare loro accesso ad assistenza sanitaria di base, acqua potabile, scorte alimentari affidabili, oppure significative opportunità di lavoro ed educative. La pandemia di COVID-19 ne ha peggiorato le condizioni di vita, ha reso l’accesso ai servizi ancora più difficoltoso, ha fatto aumentare il rischio che si verifichino casi di violenza sessuale e di genere e ha esacerbato gli effetti delle malattie infettive sui rohingya sfollati in campi affollati, quali quelli di Cox’s Bazar e dello Stato di Rakhine.L’UNHCR sottolinea come la comunità internazionale e i Paesi della regione non soltanto debbano continuare ad assicurare supporto ai rifugiati e alle comunità che li accolgono, ma adattare gli interventi alle nuove esigenze fondamentali e ampliare la ricerca di soluzioni.Il fulcro di tale ricerca deve mirare al conseguimento del ritorno volontario e in condizioni sicure, dignitose e sostenibili dei rifugiati rohingya e delle altre persone in fuga alle proprie case o in luoghi di loro preferenza in Myanmar.La responsabilità di creare i presupposti che favoriscano il ritorno in condizioni sicure e sostenibili dei rohingya spetta alle autorità del Myanmar. Tale processo dovrà comportare il coinvolgimento della società intera, l’avvio e la promozione del dialogo tra le autorità del Myanmar e i rifugiati rohingya e l’adozione di misure che contribuiscano a cementare sicurezza e fiducia reciproca. Tra queste vi sono la necessità di revocare le restrizioni alla libertà di movimento, permettere ai rohingya sfollati di fare ritorno ai propri villaggi e istituire un iter effettivo per poter acquisire la cittadinanza.La conferenza di donatori virtuale, che prevede anche testimonianze di rifugiati rohingya, si terrà dalle ore 14 alle ore 16:30 CEST, ora di Ginevra (8-10:30 EDT Washington; 19-21:30 GMT+7 in Bangkok) il 22 ottobre 2020. Sarà trasmessa in diretta streaming su http://www.rohingyaconference.org. I fondi raccolti grazie alla conferenza saranno destinati a organizzazioni internazionali e organizzazioni non governative impegnate sul campo ad alleviare gli effetti della crisi in Myanmar e nell’intera regione, e al Piano di risposta congiunta (Joint Response Plan/JRP) a guida ONU in Bangladesh.

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Rifugiati e pandemia di COVID-19

Posted by fidest press agency su sabato, 3 ottobre 2020

La pandemia di COVID-19 ha causato seri disagi a tutti gli studenti e, in particolare, ai rifugiati, la maggior parte dei quali – l’85 per cento – vive nei Paesi in via di sviluppo o in quelli meno sviluppati. Nel caso della chiusura delle scuole, i programmi di apprendimento a distanza non sempre sono disponibili e anche quando lo sono, telefoni cellulari, tablet, laptop, tv, apparecchi radio, nonché connessione a internet sono spesso non accessibili a coloro che sono stati costretti alla fuga. Le conseguenze socioeconomiche della pandemia non solo limitano le opportunità, ma possono anche costringere gli studenti costretti alla fuga o indigenti ad abbandonare gli studi e a dover lavorare, chiedere elemosina o contrarre matrimoni precoci, nel tentativo di sostenere le proprie famiglie. Nel 2017 solo l’uno per cento dei rifugiati risultava iscritto all’istruzione superiore. Dalla fine del 2018, il dato è salito al tre per cento, in larga parte grazie al maggiore riconoscimento dell’importanza di tale livello di istruzione per i rifugiati da parte degli Stati, degli istituti d’istruzione e dalle organizzazioni partner.Anche il 2019 è stato un anno che ha fatto registrare numeri record per lo schema di assegnazione di borse di studio universitarie promosso dall’UNHCR, noto come DAFI (iniziativa tedesca Albert Einstein per l’accesso dei rifugiati all’università), finanziato in larga parte dal Governo tedesco col supporto del Governo danese in qualità di nuovo partner. Alla fine del 2019 il numero di studenti rifugiati iscritti attraverso questo programma era di 8.347 in 54 Paesi partecipanti, a testimonianza della crescente domanda dei rifugiati in tutto il mondo e della forte risposta assicurata da governi e partner in merito alla necessità di migliorarne l’accesso all’istruzione.Nel 2019, i beneficiari delle borse di studio DAFI provenivano da 45 Paesi. Gli studenti rifugiati siriani costituivano il gruppo più numeroso (29 per cento), seguiti da quelli provenienti da Afghanistan (14 per cento), Sud Sudan (14 per cento), Somalia (10 per cento) e Repubblica Democratica del Congo (6 per cento).Questi e altri dati relativi alla frequenza dell’istruzione universitaria dei rifugiati sono messi in evidenza nel rapporto dell’UNHCR Refugee Students in Higher Education.Per non soccombere all’impatto della pandemia di COVID-19, l’UNHCR si appella a governi, settore privato, società civile e altri attori chiave affinché contribuiscano a rafforzare e migliorare i livelli di inclusione e accessibilità ai sistemi di istruzione nazionali nei Paesi di accoglienza e a garantire e tutelare finanziamenti destinati all’istruzione. In assenza di tali interventi, il futuro di innumerevoli studenti sarà a rischio.

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Rifugiati: un’accoglienza che rispetti i diritti umani

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 settembre 2020

Papa Francesco lo ha ripetuto ieri, con forza, all’Angelus: occorre assicurare “un’accoglienza umana e dignitosa a chi cerca asilo”. Sostenendo il messaggio del Papa, la Comunità di Sant’Egidio, il Jesuit Refugee Service e le Suore missionarie di San Carlo Borromeo (Scalabriniane) lanciano un appello: Dopo l’incendio che ha distrutto il campo e creato enormi difficoltà a chi viveva già un inferno, nulla sia come prima. L’Unione Europea, in collaborazione con il governo greco, intervenga con immediatezza nel segno dell’accoglienza e dell’integrazione di un numero di persone che certamente è alla sua portata. Con estrema urgenza nelle prossime ore devono essere prese importanti decisioni per salvare le persone più vulnerabili, a partire da malati, donne e bambini. Solo privilegiando la strada del dialogo e delle relazioni pacifiche, sarà possibile arrivare a una soluzione nell’interesse di tutti. Ma ritardare o, peggio, far finta di niente in attesa che si crei una nuova precarietà permanente a danno di famiglie che risiedono da mesi nell’isola, alcune da anni, sarà gravemente colpevole per un continente che è simbolo di rispetto dei diritti umani, una vergogna di fronte alla storia. Le tre realtà che promuovono questo appello – da tempo vicine, con diversi interventi, ai profughi che risiedono a Lesbo e in tutta la Grecia – chiedono in particolare di:

  • alloggiare, il prima possibile, gli sfollati dell’incendio di Moria in strutture di piccole dimensioni, forniti di servizi.
  • garantire il libero accesso alle associazioni umanitarie per soccorrere i migranti nelle loro necessità più immediate, in particolare nei confronti di malati, donne e bambini, anziani;
  • decidere contemporaneamente, a livello dell’Unione o dei singoli paesi europei che si offrono, il necessario ricollocamento di non solo dei minori non accompagnati ma anche delle famiglie e degli individui vulnerabili presenti nell’isola;
  • cambiare il modello di accoglienza nell’isola di Lesbo per i nuovi arrivi dalla Turchia prevedendo strutture di accoglienza su base transitoria, gestibili e rispettose della dignità umana, salvaguardando il diritto di ciascun profugo, di qualsiasi provenienza, a chiedere asilo.Le tre realtà promotrici di questo appello ricordano inoltre che, dal febbraio 2016, è nata l’esperienza dei corridoi umanitari, avviata anche a Lesbo dallo stesso Francesco quando, il 16 aprile 2016, portò con sé in aereo le prime tre famiglie per un totale di 67 profughi con l’intervento dell’Elemosineria Apostolica e della Comunità di Sant’Egidio. Si tratta di una via che occorre continuare a percorrere per salvare altri profughi facendo rete con tante associazioni, parrocchie, cittadini comuni che si sono offerti di accogliere con grande generosità. “Le esperienze già avviate in alcuni paesi – hanno ricordato i cardinali Krajewski, Hollerich e Czerny nella loro lettera agli episcopati europei del 28 gennaio scorso – dimostrano che le possibilità della buona accoglienza sono superiori a quanto si sperasse”. Per questo auspichiamo anche che le conferenze episcopali europee sollecitino i loro rispettivi governi a elaborare nuovi progetti di accoglienza e di integrazione, due pratiche che fanno bene non solo ai migranti, ma molto, in termini di valori e di futuro, a tutti i cittadini europei.

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Arrivati in Italia i 20 rifugiati vincitori di borse di studio dei corridoi universitari

Posted by fidest press agency su domenica, 13 settembre 2020

Sono arrivati in Italia i venti rifugiati destinatari di borse di studio che proseguiranno il loro percorso accademico in dieci atenei italiani grazie al progetto University Corridors for Refugees.Gli studenti, tra cui una donna, provengono da Eritrea, Sudan, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo, e sono stati selezionati sulla base del merito accademico e della motivazione, attraverso un bando pubblico, da una commissione di selezione individuata da ciascuna università. Una volta completato il periodo di quarantena reso obbligatorio dall’emergenza Coivd-19, gli studenti inizieranno il loro percorso universitario presso le Università di Cagliari, Firenze, L’Aquila, Milano (Statale), Padova, Perugia, Pisa, Roma (Luiss), Sassari, e Venezia (IUAV).Il progetto, che vede la collaborazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dell’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, di Caritas Italiana e Diaconia Valdese, e’ reso possibile anche grazie al sostegno dell’Universita’ di Bologna (promotrice della prima edizione del progetto nel 2019) e di un’ampia rete di partner in Etiopia (Gandhi Charity) e in Italia che assicureranno il supporto necessario agli studenti per tutta la durata del programma di laurea magistrale.“Siamo estremamente felici per questo straordinario risultato”, ha dichiarato Chiara Cardoletti, Rappresentante dell’UNHCR per l’Italia, la Santa Sede e San Marino. “Con questa iniziativa l’Italia dimostra di voler essere all’avanguardia nell’individuare soluzioni innovative per la protezione dei rifugiati”. Solo il 3% dei rifugiati a livello globale ha accesso all’istruzione superiore, secondo il rapporto UNHCR intitolato Coming Together for Refugee Education, pubblicato la scorsa settimana. Una tendenza che puo’ essere invertita, anche con i Corridoi Universitari.Entro il 2030 l’UNHCR si pone l’obiettivo di raggiungere un tasso di iscrizione del 15% a programmi di istruzione superiore per i rifugiati in paesi d’accoglienza e paesi terzi anche attraverso l’ampliamento di vie di accesso sicure che tengano in considerazione i bisogni specifici e le legittime aspirazioni dei rifugiati di costruire il loro futuro in dignità.

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Rapporto UNHCR: il coronavirus rappresenta una grave minaccia all’istruzione dei rifugiati

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 settembre 2020

In un rapporto pubblicato oggi, intitolato “Coming Together for Refugee Education”, l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, prevede che, se la comunità internazionale non intraprenderà azioni immediate e coraggiose per contrastare gli effetti catastrofici del COVID-19 sull’istruzione dei rifugiati, il potenziale di milioni di giovani rifugiati che vivono in alcune delle comunità più vulnerabili al mondo sarà ulteriormente minacciato. I dati raccolti nel rapporto si basano sulle statistiche complessive inerenti alle iscrizioni al ciclo scolastico del 2019.In assenza di maggiore supporto, l’aumento costante e duramente conseguito del numero di iscrizioni a scuola, alle università, e ai corsi di formazione tecnica e professionale potrebbe invertire la tendenza – in alcuni casi in modo permanente –pregiudicando potenzialmente gli sforzi volti a conseguire l’Obiettivo di sviluppo sostenibile 4 relativo alla necessità di assicurare a tutti accesso a un’istruzione inclusiva, equa e di qualità. I dati relativi al 2019 raccolti nel rapporto si basano su informazioni provenienti da dodici Paesi che accolgono oltre la metà dei bambini rifugiati di tutto il mondo. Mentre la percentuale di iscrizioni complessive all’istruzione primaria è pari al 77%, solo il 31% dei giovani risulta iscritto all’istruzione secondaria. A livello di istruzione superiore, la percentuale di iscritti è solo del 3%.Pur non stando in alcun modo al passo delle medie globali, queste statistiche dimostrano che sono stati compiuti progressi. Le iscrizioni all’istruzione secondaria sono aumentate e fanno registrare nuove decine di migliaia di bambini rifugiati che frequentano la scuola, un incremento del 2% nel solo 2019. Tuttavia, la pandemia di COVID-19 ora minaccia di azzerare questi e altri risultati di fondamentale importanza. La minaccia nei confronti delle bambine rifugiate è di particolare gravità.
Per le bambine rifugiate, le possibilità di accesso all’istruzione sono già inferiori rispetto a quelle dei bambini e le probabilità che esse frequentino la scuola secondaria sono la metà. In base ai dati in possesso dell’UNHCR, il Malala Fund ha stimato che, per effetto della pandemia da COVID-19, la metà di tutte le ragazze rifugiate iscritte alla scuola secondaria non farà ritorno in classe quando gli istituti riapriranno questo mese. Nei Paesi in cui la percentuale complessiva di ragazze rifugiate iscritte alla scuola secondaria era già inferiore al 10%, tutte le ragazze sono a rischio di abbandonare gli studi per sempre, una previsione agghiacciante che avrebbe un impatto sulle future generazioni.
Adattarsi alle limitazioni imposte dal COVID-19 è stato duro, specialmente per l’85% dei rifugiati di tutto il mondo che vive nei Paesi in via di sviluppo o in quelli meno sviluppati. Telefoni cellulari, tablet, laptop, connettività, e perfino apparecchi radio spesso non sono immediatamente disponibili presso le comunità di sfollati. L’UNHCR, i governi, e i partner stanno lavorando instancabilmente per risolvere le criticità essenziali e assicurare continuità all’istruzione dei rifugiati durante la pandemia, sfruttando programmi di didattica a distanza, televisione e radio, e assicurando sostegno a insegnanti e assistenti per relazionarsi con gli studenti nel rispetto delle linee guida sanitarie.Il rapporto si appella a governi, settore privato, società civile e altri attori chiave affinché uniscano le forze per trovare soluzioni che rafforzino i sistemi educativi nazionali, creino collegamenti a percorsi didattici che consentano di conseguire un’istruzione qualificata e assicurino e tutelino finanziamenti dedicati. In assenza di tali interventi, avverte il rapporto, il rischio è quello di perdere una generazione di bambini rifugiati privati dell’istruzione.I rischi per l’istruzione dei rifugiati non si limitano a quelli causati dal COVID-19. Gli attacchi perpetrati ai danni delle scuole costituiscono una triste realtà in aumento. Il rapporto dedica particolare attenzione alla regione africana del Sahel, dove le violenze hanno costretto alla chiusura di oltre 2.500 scuole danneggiando i percorsi didattici di 350.000 studenti.

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La pandemia di COVID-19 riduce i rifugiati nicaraguensi alla fame e alla disperazione

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 settembre 2020

Prima che la pandemia si manifestasse, e grazie alle efficaci iniziative di integrazione locale attuate in Costa Rica, solo il tre per cento dei rifugiati si trovava in condizione tale da potersi permettere un solo pasto al giorno, o meno. Oggi, tale percentuale è più che quadruplicata arrivando al 14 per cento. Si tratta dei dati rilevati in seguito alle attività di valutazione umanitaria condotte dall’UNHCR a luglio e agosto, al fine di supportare le autorità costaricane nella risposta alle esigenze di oltre 81.000 nicaraguensi che hanno cercato protezione internazionale.La maggior parte dei rifugiati e richiedenti asilo nicaraguensi presenti nel Paese, il 63 per cento, oggi riferisce di consumare solo due pasti al giorno.Le comunità di accoglienza si trovano ad affrontare condizioni analoghe e la contrazione economica che ha colpito i Paesi della regione renderà ancora più complicata la possibilità che queste, e i rifugiati da loro accolti, si riprendano.La Costa Rica accoglie con generosità quasi l’80 per cento di tutti i rifugiati e richiedenti asilo fuggiti dal Nicaragua a causa di violazioni di diritti umani e persecuzioni, ovvero circa 81.000 persone. Rientra tra i dieci Paesi che hanno ricevuto il numero più elevato di domande di asilo su scala mondiale nell’arco dello scorso anno, circa 59.200.Considerato che una vasta proporzione di persone costrette alla fuga in America Latina fa affidamento sull’economia informale, specialmente all’inizio del processo di integrazione nelle comunità di accoglienza, è evidente come le misure di quarantena imposte dal COVID ora stiano producendo i propri effetti sui mezzi di sostentamento causando insicurezza alimentare. Alla fine di luglio, solo il 59 per cento delle famiglie rifugiate in Costa Rica riferiva di percepire regolari redditi da lavoro, un calo impressionante rispetto al 93 per cento registrato prima che si manifestasse la pandemia. È una situazione che espone molti anche al rischio di sfratto e di restare senza dimora. Un quinto dei rifugiati nicaraguensi intervistati mediante sondaggio in Costa Rica ha dichiarato di non sapere dove vivrà il prossimo mese. Le difficoltà a cui fanno fronte rifugiati e richiedenti asilo nicaraguensi, tra cui perdita di mezzi di sussistenza, sfratto e fame, sono state segnalate anche in altri Paesi della regione, compresi Panama, Guatemala e Messico.Il 21 per cento dei rifugiati e dei richiedenti asilo nicaraguensi intervistati ha dichiarato che almeno un membro della propria famiglia sta ora considerando di fare ritorno in Nicaragua, soprattutto per la mancanza di reddito o di cibo. Ciò avverrebbe nonostante i pericoli da cui avevano dichiarato di essere fuggiti. Ad oggi, sono oltre 3.000 le domande di asilo ritirate in Costa Rica, principalmente da parte di cittadini nicaraguensi.L’UNHCR continua a fornire informazioni imparziali a quanti stanno considerando se fare ritorno in Nicaragua, dove la crisi sociale e politica ha spinto più di 102.000 persone a cercare protezione oltre i confini nazionali.Di fronte all’aggravarsi della situazione, l’UNHCR sta lavorando con governi e partner affinché richiedenti asilo e rifugiati — per i quali fare ritorno in patria non rappresenta un’opzione — ricevano il supporto e l’assistenza di cui hanno bisogno nei Paesi di accoglienza.Dall’inizio della pandemia, l’UNHCR ha intensificato in tutta l’America Centrale i programmi di assistenza in denaro contante volti a supportare le persone in fuga in condizioni vulnerabili. In Costa Rica, l’UNHCR ha assicurato assistenza a 1.221 famiglie vulnerabili e a rischio.Grazie al partenariato col Sistema di sicurezza sociale costaricano, l’UNHCR, inoltre, sta assicurando assistenza sanitaria a 6.000 richiedenti asilo che presentano patologie gravi e croniche. A Panama, mediante i partner, l’Agenzia ha supportato quasi 700 persone fornendo aiuti in contanti e ha sostenuto decine di famiglie coprendone le spese di affitto o mediando affinché non fossero sfrattate.Tuttavia, la grave carenza di fondi sta ostacolando le capacità di rispondere alle urgenti esigenze umanitarie. Le operazioni dell’UNHCR in Costa Rica, i cui requisiti finanziari per il 2020 sono pari a 26,9 milioni di dollari, ad oggi risultano essere finanziate solo per il 46 per cento.
Nell’ambito del Quadro comprensivo regionale per la protezione e la ricerca di soluzioni agli esodi forzati in America Centrale (Marco Integral Regional para la Protección y Soluciones/MIRPS), l’UNHCR continua a sostenere gli sforzi profusi dagli Stati per rispondere alle esigenze delle persone costrette a fuggire. L’Agenzia, inoltre, rivolge un appello a tutti gli Stati membri MIRPS affinché incrementino i livelli di coordinamento e supporto a fronte delle nuove criticità correlate alla diffusione del COVID-19.Per un quadro completo degli esodi forzati in corso in America Centrale e in Messico è possibile consultare il portale dati dell’UNHCR.

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Migliaia di rifugiati e migranti subiscono gravi violazioni di diritti umani durante i viaggi verso la costa mediterranea dell’Africa

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 agosto 2020

Un nuovo rapporto pubblicato oggi dall’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, e dal Mixed Migration Centre (MMC) del Danish Refugee Council, intitolato “In questo viaggio, a nessuno importa se vivi o muori”, descrive in che modo la maggior parte delle persone in viaggio lungo queste rotte cada vittima o assista a episodi di inenarrabili brutalità e disumanità per mano di trafficanti, miliziani e, in alcuni casi, perfino di funzionari pubblici.Raccogliere dati accurati inerenti ai decessi che si verificano nel contesto dei flussi irregolari di popolazioni miste controllati dalle reti del traffico e della tratta di essere umani è estremamente difficile, considerato che molti avvengono nell’ombra, lontano dallo sguardo delle autorità ufficiali e dai sistemi formali da esse utilizzati per gestire dati e statistiche. Tuttavia, i risultati del rapporto, basati primariamente sul programma di raccolta dati 4Mi del MMC, e su dati provenienti da fonti aggiuntive, suggeriscono che un minimo di 1.750 persone hanno perso la vita nel corso di questi viaggi nel 2018 e nel 2019. Si tratta di un tasso di almeno 72 decessi al mese, un andamento che rende la rotta una delle più mortali al mondo per rifugiati e migranti. Queste morti si sommano a quelle delle migliaia di persone che negli ultimi anni hanno perso la vita o sono risultate disperse tentando viaggi disperati attraverso il Mediterraneo per approdare in Europa dopo aver raggiunto la coste nordafricane. Circa il 28% delle morti registrate nel 2018 e nel 2019 si è verificato nel corso dei tentativi di traversata del deserto del Sahara. Altre località potenzialmente mortali comprendono Sebha, Cufra, e Qatrun nella Libia meridionale, l’hub del traffico di esseri umani Bani Walid, a sudest di Tripoli, e numerose località lungo la parte di rotta che attraversa l’Africa occidentale, tra cui Bamako e Agadez.Sebbene la maggior parte delle testimonianze e dei dati siano ancora in fase di ricezione per il 2020, è certo che siano almeno 70 i rifugiati o migranti che hanno già perso la vita nell’arco dell’anno, tra cui almeno 30 persone uccise per mano di trafficanti a Mizdah a fine maggio.
Uomini, donne e bambini sopravvissuti, spesso presentano malattie mentali gravi e persistenti derivanti dai traumi subiti. Per molti, l’arrivo in Libia rappresenta la tappa finale di un viaggio caratterizzato da abusi raccapriccianti, quali esecuzioni sommarie, torture, lavori forzati e pestaggi. Altri continuano a riferire di essere stati vittime di violenze brutali, tra cui essere ustionati con olio bollente, plastica sciolta, od oggetti in metallo riscaldati, di aver subito scariche elettriche e di essere stati legati e costretti a posizioni di stress.Donne e bambine, ma anche uomini e bambini, sono a rischio elevato di divenire vittime di stupri e violenza sessuale e di genere, in particolare presso checkpoint e aree di frontiera, e durante le traversate del deserto. Circa il 31% delle persone intervistate dal MMC che hanno assistito o sono sopravvissute a episodi di violenza sessuale nel 2018 o nel 2019, hanno vissuto tali aggressioni in più di una località. I trafficanti risultano essere stati i primi responsabili di violenza sessuale in Africa settentrionale e orientale, come registrato nel 60% e nel 90% delle testimonianze relative a ciascuna rotta. Tuttavia, in Africa occidentale, i principali responsabili di aggressioni sono stati funzionari delle forze di sicurezza, militari o di polizia, avendo commesso un quarto degli abusi denunciati. Una volta in Libia, rifugiati e migranti sono esposti al rischio di subire ulteriori abusi, dal momento che il conflitto in corso e la fragilità dello Stato di diritto comportano che le reti del traffico e della tratta e le milizie siano spesso nelle condizioni di poter agire impunemente. L’UNHCR accoglie con favore le recenti operazioni avviate dalle autorità libiche contro gruppi armati e trafficanti, tra cui un’irruzione ai danni di un’organizzazione dedita al traffico di esseri umani e il congelamento dei beni di vari trafficanti. L’Agenzia si appella alla comunità internazionale affinché assicuri maggiore supporto alle autorità nella lotta contro le reti della tratta di esseri umani.
È necessaria una maggiore cooperazione tra Stati per identificare i criminali responsabili di questi orribili abusi perpetrati presso varie località presenti lungo le rotte e assicurare che rispondano della loro condotta, condividere informazioni chiave con gli attori incaricati di applicare la legge, smantellare le reti del traffico e della tratta e congelarne i beni finanziari. Inoltre, le autorità nazionali dovrebbero intraprendere azioni più efficaci per indagare sulle denunce di abusi commessi da funzionari pubblici.L’adozione di tali misure deve accompagnarsi agli sforzi volti a risolvere le cause di fondo che spingono a intraprendere questi viaggi e a un impegno inequivocabile per assicurare che nessuna persona soccorsa in mare sia ricondotta alla situazione di pericolo che vige in Libia. Il rapporto e i materiali multimediali, comprendenti foto, testimonianze video e b-roll, sono disponibili a questo link: https://www.unhcr.org/5f1ab91a7

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L’UNHCR sottolinea l’urgente necessità che gli Stati pongano fine alla detenzione illegittima di rifugiati e richiedenti asilo, durante la pandemia da COVID-19

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 luglio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, oggi rivolge un appello agli Stati affinché rilascino con urgenza i rifugiati e i richiedenti asilo in stato di detenzione illegittima e arbitraria. È necessario che gli Stati si assicurino che i propri interventi siano in linea col diritto internazionale e che, nel corso della pandemia da coronavirus, i rifugiati vulnerabili non siano esposti a situazioni di rischio maggiore e non necessario.“I rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni non devono essere puniti o penalizzati per il semplice fatto di esercitare il loro diritto fondamentale di cercare asilo”, ha dichiarato Gillian Triggs, Assistente Alto Commissario UNHCR per la Protezione. “L’imposizione di misure volte a contrastare il COVID19 non ne giustifica la detenzione arbitraria all’arrivo, la quale non solo aggrava il dolore di persone che hanno già sofferto, ma mina anche gli sforzi volti a limitare la diffusione del virus”. Nell’ambito del ruolo ricoperto in seno al Comitato Esecutivo del Network ONU sulle Migrazioni, e in qualità di co-leader del Gruppo di lavoro sulle alternative alla detenzione (Working Group on Alternatives to Detention), l’UNHCR rilancia l’appello del Network agli Stati affinché riaffermino il proprio impegno ad adottare un approccio alla detenzione di rifugiati e migranti nuovi arrivati basato sui diritti umani e dare priorità a misure alternative che non privino delle libertà.L’UNHCR accoglie con favore gli sforzi positivi finora profusi da alcuni Stati che hanno rilasciato rifugiati e richiedenti asilo durante la pandemia. Tali sforzi dimostrano l’applicabilità di alternative comunitarie e forniscono una traccia per lo sviluppo di nuovi approcci a lungo termine basati sui diritti umani in materia di accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo.

L’adeguatezza degli approcci varierà a seconda dei contesti, ma essi dovrebbero includere, tra gli altri, il deposito o la restituzione della documentazione; osservanza di obblighi ragionevoli e proporzionati; domicilio presso un luogo specifico; soggiorno presso centri di accoglienza aperti o semi-aperti o accordi di presa in carico in seno alla comunità.Tuttavia, alcuni Stati utilizzano la pandemia per giustificare il ricorso a misure sempre più regressive, tra cui la detenzione di numeri elevati di rifugiati e richiedenti asilo per periodi arbitrari o più lunghi di quanto previsto, o senza accesso a un processo imparziale.L’UNHCR esprime preoccupazione per i numerosi rifugiati e richiedenti asilo in stato di detenzione che spesso sono costretti a vivere in spazi segnati da condizioni di sovraffollamento e precarietà igienica nei quali è impossibile praticare misure di distanziamento sociale e fisico e che dispongono di accesso limitato o nullo a servizi adeguati di assistenza sanitaria e acqua potabile. In una fase in cui i motivi di ansia correlati alle condizioni di salute e benessere sono in aumento, in alcuni centri di detenzione le tensioni stanno per raggiungere un punto di non ritorno.Ai sensi del diritto internazionale e in linea con le indicazioni dell’UNHCR, il ricorso alla detenzione di rifugiati e richiedenti asilo a fini amministrativi deve costituire un’ultima spiaggia, in assenza di alternative praticabili, e per uno scopo legittimo, per esempio, per verificare l’identità di una persona, condurre un colloquio preliminare alla procedura di asilo, laddove vi siano motivi di preoccupazione significativi sul piano della sicurezza o laddove vi siano forti motivi di credere che probabilmente una persona si darà alla latitanza.Il ricorso alla detenzione deve basarsi su valutazioni individuali, essere soggetto a tutele procedurali, e avvenire conformemente a e con l’autorizzazione di normative e limiti chiaramente definiti. I periodi di massima detenzione dovrebbero essere definiti e i richiedenti asilo immediatamente rilasciati una volta che i motivi che ne giustificano la detenzione non sono più validi. In nessun caso i minori devono essere trattenuti in centri di detenzione per migranti. Si tratta di una misura che non può mai essere considerata nell’interesse superiore del minore, il quale deve rappresentare una considerazione di primaria importanza ai sensi della Convenzione sui diritti dell’infanzia.L’adozione di misure temporanee da parte degli Stati per gestire gli ingressi dei nuovi arrivati, quali l’imposizione di periodi di quarantena o di restrizioni agli spostamenti, a causa della pandemia da COVID19, è comprensibile. Tuttavia, le restrizioni imposte su tali basi dovrebbero durare solo per i periodi strettamente necessari ad assicurare lo stato di salute dell’individuo interessato.L’UNHCR si rivolge agli Stati affinché adottino le seguenti misure immediate volte a scongiurare l’insorgere di una catastrofica epidemia da COVID19 nei centri di detenzione:
Rilasciare immediatamente tutti i rifugiati e i richiedenti asilo detenuti in condizioni arbitrarie e illegittime, compresi coloro che si trovano in stato di detenzione pre-espulsione laddove le deportazioni siano state sospese.
Sviluppare e implementare alternative comunitarie alla detenzione, anche in relazione a quella di rifugiati e richiedenti asilo nuovi arrivati.Migliorare le condizioni nei luoghi di detenzione mentre si preparano misure alternative, e assicurare che l’UNHCR continui ad aver accesso a richiedenti asilo e rifugiati trattenuti al loro interno.

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Sicilia: territorio in prima linea nell’accoglienza e nell’integrazione dei rifugiati arrivati via mare

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 luglio 2020

Chiara Cardoletti, Rappresentante da poche settimane dell’Agenzia ONU per i rifugiati per l’Italia, la Santa Sede e San Marino, ha concluso ieri la sua prima visita sul campo. Cardoletti ha voluto subito visitare la Sicilia, territorio che da sempre è in prima linea nella gestione degli arrivi via mare di rifugiati e migranti nel nostro Paese e che ha dimostrato un impegno costante attraverso il coinvolgimento in progetti cruciali per l’integrazione dei rifugiati più vulnerabili.
Nel corso dei tre giorni di visita, la Rappresentante UNHCR ha incontrato a Catania le organizzazioni della società civile, e partner di UNHCR, che si occupano di donne migranti e rifugiate vittime di violenza (LILA e centro antiviolenza Thamaia), ha visitato un centro di accoglienza per minori stranieri non accompagnati e l’hotspot di Pozzallo, dove è stata ricevuta dalle istituzioni locali, il Sindaco Salvatore Ammatuna ed i rappresentanti della Prefettura e della Questura. Ha concluso la sua visita a Lampedusa, dove ha visitato l’hotspot e incontrato il rappresentanti della Prefettura, della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza ed il Sindaco Salvatore Martello. Chiara Cardoletti ha voluto portare alle istituzioni il ringraziamento dell’UNHCR per aver continuato a garantire un porto sicuro, l’assistenza immediata necessaria e l’accoglienza ai migranti e rifugiati soccorsi in mare anche nel mezzo di una crisi come quella della pandemia da COVID-19: “Agendo con umanità, responsabilita’ ed in osservanza delle disposizioni sanitarie nazionali, conferma di come il rispetto delle norme internazionali in materia di diritti umani e protezione dei rifugiati possa essere assicurato anche in questi tempi molto difficili e di restrizioni ai confini, tutelando la salute delle persone salvate e della popolazione locale”, ha dichiarato la Rappresentante di UNHCR. La missione di Cardoletti ha voluto anche essere una testimonianza del lavoro dell’UNHCR che, anche nei difficili mesi di lockdown e con i limiti dettati dalle misure sanitarie di prevenzione dal contagio da COVID-19, ha continuato ad essere presente in Sicilia e a garantire i servizi di assistenza ai rifugiati e richiedenti asilo approdati in Italia. Sull’isola, l’UNHCR lavora in stretta collaborazione con il Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione, le agenzie nazionali ed europee per fornire informazioni ai nuovi arrivati e assicurare il loro accesso al territorio e alle procedure di asilo in conformità con le leggi nazionali, regionali e internazionali. Sostiene inoltre le autorità per garantire adeguati standard di accoglienza.“La Sicilia fornisce un contributo chiave all’Italia non solo nel garantire soccorso ed assistenza alle persone in pericolo nel Mediterraneo, ma anche attraverso politiche volte a sostenere i rifugiati nel loro percorso verso il raggiungimento dell’autonomia, condizione necessaria per favorire l’integrazione nella società italiana”, ha concluso la Rappresentante UNHCR Chiara Cardoletti.Nel 2019 sono sbarcati sulle coste siciliane il 65% degli arrivi via mare in Italia. L’UNHCR continuerà la stretta collaborazione con le amministrazioni locali, con la Guardia Costiera e la Guardia di Finanza, per assicurare alla regione il supporto delle Nazioni Unite nel rispetto del mandato di protezione dei rifugiati che guida l’Agenzia a livello globale.

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L’Uganda assicura riparo ai rifugiati dalla RDC durante il confinamento imposto dal COVID-19

Posted by fidest press agency su martedì, 7 luglio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, accoglie con favore la decisione presa dal Governo dell’Uganda di assicurare riparo a migliaia di rifugiati in fuga dall’acuirsi delle violenze nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) orientale. Da fine maggio, si ritrovano bloccati in un’area remota e inaccessibile del territorio di Mahagi.Secondo le autorità locali, in precedenza, i nuovi arrivati facevano parte di un gruppo più ampio composto da circa 45.000 persone che avevano tentato di fuggire verso il confine ugandese con la RDC subito dopo gli attacchi mortali perpetrati da miliziani contro i civili nella provincia di Ituri il 17 e il 18 maggio. Sebbene alcuni siano riusciti a fare ritorno alle proprie terre di origine, migliaia sono rimasti a ridosso della frontiera.Circa 1.500 richiedenti asilo hanno fatto ingresso in Uganda ieri attraverso i valichi di frontiera di Guladjo e Mount Zeu, nel distretto di Zombo. I nuovi arrivati erano affamati e stanchi. Molti, inoltre, si presentavano in stato di fragilità, avendo vissuto in condizioni precarie, nascondendosi nelle campagne per diverse settimane senza avere sufficiente accesso a cibo, acqua potabile e riparo. Si tratta soprattutto di donne e minori, nonché numerosi anziani.L’Uganda ha imposto restrizioni ai viaggi transnazionali nel mese di marzo per contenere la diffusione del COVID-19, bloccando l’ammissione di nuovi richiedenti asilo sul territorio nazionale. A fini umanitari, il Presidente dell’Uganda ha ordinato al governo di riaprire temporaneamente le frontiere nel distretto di Zombo affinché al gruppo di rifugiati potessero essere assicurati aiuti salvavita e protezione. Il Governo ha indicato che la reintroduzione dei controlli alle frontiere è prevista per venerdì, una volta che le operazioni umanitarie saranno concluse. L’UNHCR e i partner, in coordinamento con l’Ufficio del Primo Ministro, il Ministero della Salute e l’amministrazione del distretto locale, hanno lavorato incessantemente per rafforzare le capacità di accoglienza presso la frontiera di Zombo, allestendo anche strutture da adibire all’osservanza della quarantena, e assicurare la disponibilità di livelli adeguati di assistenza d’emergenza. Tutti i nuovi arrivati saranno sottoposti a controlli sanitari e di sicurezza al confine. Le persone vulnerabili saranno identificate e riceveranno assistenza in via prioritaria.Dopo una quarantena obbligatoria di 14 giorni, secondo quanto previsto dalle linee guida e dai protocolli nazionali in materia, i richiedenti asilo saranno trasferiti presso gli insediamenti di rifugiati esistenti. L’UNHCR ha raccolto solo il 18 per cento dei 357 milioni di dollari richiesti per le operazioni in Uganda. L’Agenzia esorta la comunità internazionale a mostrare solidarietà e ad aiutare l’Uganda a rispettare gli impegni assunti nell’ambito del Global Compact sui Rifugiati e a mantenere le politiche progressiste adottate in materia di rifugiati in questi giorni difficili.

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Rifugiati: Numeri record di persone in fuga

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 giugno 2020

Secondo le stime rese note ieri dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in occasione di un forum annuale sul reinsediamento, l’anno prossimo oltre 1,4 milioni di rifugiati, attualmente soggiornanti in 62 Paesi di accoglienza, avranno bisogno di essere reinsediati.Quest’anno, la conferenza sui reinsediamenti è presentata insieme al governo del Canada e al Consiglio canadese per i rifugiati e si sta tenendo virtualmente.Secondo il rapporto sulle esigenze di reinsediamento globali previste per il 2021 (Projected Global Resettlement Needs 2021), lanciato ieri nel corso delle Consultazioni, tra i rifugiati a rischio più elevato e bisognosi di reinsediamento vi sono quelli siriani. Per il quinto anno consecutivo costituiscono la popolazione che presenta il numero di esigenze di reinsediamento più elevato (41 per cento), seguiti dai rifugiati sudsudanesi (9 per cento) e da quelli congolesi (9 per cento).Il reinsediamento, che prevede il ricollocamento dei rifugiati da un Paese di asilo a un Paese che ha accettato di ammetterli sul proprio territorio concedendo il diritto di potervisi stabilire in modo permanente, permette di proteggere coloro le cui vite potrebbero essere in pericolo o che sono portatori di esigenze particolari che non possono essere prese in carico nel Paese in cui hanno cercato protezione.I Paesi in via di sviluppo accolgono l’85 per cento dei rifugiati di tutto il mondo. Per regione di asilo, quella che comprende Africa orientale e Corno d’Africa continua a costituire la regione che presenta il numero di esigenze di reinsediamento più elevato. Seguono Turchia, che accoglie 3,6 milioni di rifugiati, Medio Oriente e Nord Africa, Africa centrale e regione dei Grandi Laghi.Condividere responsabilità e mostrare solidarietà nei confronti degli Stati che assicurano sostegno alle popolazioni di rifugiati di vaste dimensioni, incrementando le opportunità che consentono ai rifugiati di trasferirsi in Paesi terzi grazie al reinsediamento e a canali di ammissione complementari, quali ricongiungimento familiare e programmi per l’impiego e gli studi, costituisce uno degli obiettivi chiave del Global Compact sui Rifugiati.L’anno scorso, l’UNHCR e i partner hanno lanciato una Strategia triennale su reinsediamento e canali complementari che prevede il reinsediamento di un milione di rifugiati e l’ammissione di due milioni di rifugiati mediante percorsi complementari entro il 2028. A tal fine, è necessario che un numero maggiore di Paesi prenda parte al programma di reinsediamento e offra posti ai rifugiati.Nel 2019, 26 Paesi hanno ammesso al reinsediamento 107.800 rifugiati, quasi 64.000 dei quali beneficiavano dell’assistenza dell’UNHCR. Quest’anno, sono solo 57.600 i posti messi a disposizione dell’UNHCR dagli Stati. Purtroppo, la pandemia da COVID-19 condizionerà la piena realizzazione dei programmi.

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Trasferimenti di rifugiati beneficiari di reinsediamento

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 giugno 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e l’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, hanno annunciato la ripresa delle partenze di rifugiati nell’ambito del programma di reinsediamento.La sospensione temporanea dei trasferimenti, imposta dalle restrizioni ai viaggi aerei e dai gravi disagi dovuti alla pandemia da COVID-19, ha ritardato le partenze di circa 10.000 rifugiati verso i Paesi di reinsediamento. Per tutto questo periodo, l’UNHCR, l’OIM e i loro partner hanno continuato ad assicurare consulenza ai rifugiati e ad esaminarne i casi, reinsediandone decine tra quelli in condizioni più urgenti.Inoltre, numerosi Paesi di reinsediamento hanno istituito o ampliato le capacità di applicazione di modalità di esame flessibili, in modo da adeguare i propri programmi al verificarsi di circostanze imprevedibili, assicurandone la continuità.
Nonostante molte restrizioni agli spostamenti rimangano in vigore, in molti Paesi di reinsediamento nei quali cominciano a essere revocate è possibile prevedere la ripresa di numerose partenze di rifugiati. L’UNHCR e l’OIM continueranno a lavorare coi partner governativi e altri attori in tutto il mondo per poter tornare alla regolarità delle operazioni non appena la situazione di ogni singolo Paese lo consentirà. Per molti rifugiati, quello del reinsediamento continua a rappresentare uno strumento salvavita e le due agenzie auspicano di poter lavorare coi partner tanto nei Paesi di accoglienza quanto in quelli di reinsediamento per poter riprendere a implementare gli itinerari di viaggio in condizioni sicure.Il divario tra il numero di rifugiati che necessitano di reinsediamento e i posti messi a disposizione dai governi nel mondo è preoccupante. L’UNHCR e l’OIM reiterano gli appelli affinché anche altri Paesi partecipino al programma contribuendo a trovare soluzioni per un numero maggiore di rifugiati.

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La recessione economica causata dal COVID-19 colpisce duramente i rifugiati siriani

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 giugno 2020

Il numero di rifugiati vulnerabili che non dispongono delle risorse essenziali per sopravvivere in esilio è aumentato drasticamente per effetto dell’emergenza di salute pubblica. Le comunità che accolgono rifugiati nei Paesi confinanti con la Siria vivono privazioni analoghe. Molti rifugiati hanno perso quelli che erano redditi già esigui, ritrovandosi costretti a ridurre i consumi più essenziali, compresi l’acquisto di cibo e farmaci.Le famiglie rifugiate si stanno indebitando sempre di più e non riescono a pagare l’affitto. I rischi relativi alla protezione sono in aumento, compresi quelli legati a lavoro minorile, violenza sessuale e di genere, matrimonio precoce e altre forme di sfruttamento.Dall’inizio della crisi sanitaria, l’UNHCR ha erogato assistenza d’emergenza in contanti a un numero aggiuntivo di quasi 200.000 rifugiati presenti in Egitto, Iraq, Giordania, Libano e Turchia che, in precedenza, non avevano ricevuto aiuti finanziari, e ha implementato altre misure volte ad attenuare l’impatto della pandemia. Questi cinque Paesi, da soli, accolgono oltre 5,5 milioni di siriani, la popolazione di rifugiati più numerosa su scala mondiale. L’agenzia intende garantire aiuti ad almeno altri 100.000 rifugiati mediante pagamenti una tantum.Tuttavia, molti rifugiati non sanno ancora in che modo faranno fronte alla crisi. In Giordania, per esempio, solo 17.000 su 49.000 famiglie vulnerabili individuate recentemente hanno ricevuto aiuti d’emergenza in contanti, dato che l’UNHCR non ha a disposizione i fondi necessari per ampliare i propri programmi. L’Agenzia sta lavorando coi partner che supportano le comunità locali che accolgono rifugiati. Nove rifugiati siriani su dieci presenti nella regione vivono in paesi o villaggi e non all’interno di campi. La maggior parte vive in aree a reddito basso. Le comunità di accoglienza hanno mostrato enorme solidarietà, nonostante la perdita dei propri mezzi di sussistenza a causa della pandemia.Al di là dell’emergenza immediata, assicurare supporto continuo ai sistemi nazionali costituisce una priorità. Sono stati fatti passi fondamentali per assicurare che i rifugiati fossero inclusi nei piani nazionali di risposta al COVID-19 adottati dai vari Paesi, e che fosse garantito loro accesso a lungo termine ad altri servizi, quali l’istruzione. Da prima della pandemia, la maggioranza dei rifugiati siriani presenti nella regione vive al di sotto della soglia di povertà. Coloro che si trovano in stato di maggiore necessità hanno ricevuto assistenza in contanti o altre forme di sostegno. Un recente sondaggio condotto in Giordania ha mostrato che solo il 35 per cento dei rifugiati ha dichiarato di avere un impiego sicuro che potrà ritornare a esercitare dopo la revoca delle restrizioni imposte dalla diffusione del COVID-19.Al fine di tutelare meglio rifugiati e membri delle comunità locali più vulnerabili proteggendone i mezzi di sussistenza, l’UNHCR esorta la comunità internazionale a sostenere con vigore e decisione i principali Paesi di accoglienza della regione. Gli indicatori del Piano regionale di risposta alla crisi di rifugiati e per la resilienza in Siria (Refugee Response and Resilience Plan/3RP) attualmente sono in fase di aggiornamento alla luce delle esigenze emerse a causa del COVID-19. Il piano da 5,5 miliardi di dollari era stato finanziato solo al 20 per cento nella regione prima che si diffondesse il virus.L’UNHCR, infine, esprime parimenti preoccupazione per la situazione sul piano umanitario di rimpatriati, oltre 6 milioni di sfollati interni siriani e altri gruppi vulnerabili presenti in Siria. Prima di quest’ultima recessione, secondo stime delle Nazioni Unite, oltre l’80 per cento dei siriani viveva al di sotto della soglia di povertà. Questa crisi che dura ormai da oltre nove anni ha costretto 11 milioni di persone a necessitare di assistenza umanitaria. Negli ultimi mesi, il netto deteriorarsi dell’economia ha reso la situazione più drammatica e difficile.

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Undici università italiane si uniscono per lanciare i corridoi universitari per gli studenti rifugiati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 giugno 2020

Undici università italiane, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Caritas Italiana, Diaconia Valdese e Gandhi Charity hanno aderito ad un protocollo d’intesa che darà a 20 studenti rifugiati attualmente in Etiopia l’opportunità di proseguire il loro percorso accademico in Italia attraverso delle borse di studio.Il progetto, denominato University Corridors for Refugees (UNI-CO-RE), si avvale della partecipazione delle Università dell’Aquila, Università di Bologna, Università degli Studi di Cagliari, Università di Firenze, Università Statale di Milano, Università di Padova, Università degli Studi di Perugia, Università di Pisa, Università di Sassari, Università Iuav di Venezia, e Luiss Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli.Si tratta del proseguimento del progetto pilota partito nel 2019 con la partecipazione di due università e sei studenti.In base al nuovo protocollo, gli atenei, anche attraverso il fondamentale sostegno di un’ampia rete di partner locali, assicureranno il supporto necessario agli studenti per frequentare un programma di laurea magistrale della durata di due anni e per integrarsi nella vita universitaria.“Nel mondo ancora troppi rifugiati non hanno accesso all’istruzione”, ha dichiarato Chiara Cardoletti, Rappresentante dell’UNHCR per l’Italia, la Santa Sede e San Marino. “A livello di istruzione superiore la situazione è drammatica: solo il 3 per cento riesce ad accedere contro il 37 per cento della media globale. Grazie all’impegno delle università coinvolte, progetti come UNI-CO-RE non solo permettono ai rifugiati di arrivare in maniera sicura in Italia per sviluppare il loro talento, contribuendo alla comunità locale, ma riaccendono la speranza in milioni di bambini e ragazzi attualmente in esilio a causa di guerre e persecuzioni”.Gli studenti saranno selezionati sulla base del merito accademico e della motivazione, attraverso un bando pubblico e da comitati di esperti individuati da ciascuna università.Entro il 2030 l’UNHCR si pone l’obiettivo di raggiungere un tasso di iscrizione del 15% a programmi di istruzione superiore per i rifugiati in paesi d’accoglienza e paesi terzi anche attraverso l’ampliamento di vie di accesso sicure che tengano in considerazione i bisogni specifici e le legittime aspirazioni dei rifugiati di costruire il loro futuro in dignità.

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Diffusione del COVID-19 tra le popolazioni di rifugiati e sfollati

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, chiede 745 milioni di dollari per l’implementazione di misure di preparazione e prevenzione contro la diffusione del COVID-19 tra le popolazioni di rifugiati e sfollati. La cifra corrisponde alla quota destinata all’UNHCR nell’ambito delle versioni aggiornate del Piano di risposta umanitaria globale delle Nazioni Unite e dell’appello per la raccolta di 6,7 miliardi di dollari, lanciati giovedì scorso. Si tratta di una revisione al rialzo della cifra di 255 milioni di dollari richiesta nell’ambito dell’appello iniziale a favore dell’UNHCR lanciato il 25 marzo, effettuata sulla base delle più recenti valutazioni relative alle necessità di attenuare l’impatto della pandemia tra le persone costrette alla fuga.Con il coronavirus ormai diffuso in tutti i Paesi, compresi quelli che accolgono popolazioni sfollate di grandi dimensioni, i 71 milioni di rifugiati e persone costrette alla fuga presenti nel mondo sono tra i più esposti e vulnerabili alla minaccia del virus.Sebbene, ad oggi, non si siano registratifocolai all’interno degli insediamenti di rifugiati o sfollati interni di vaste dimensioni, l’UNHCR sta intervenendo prontamente in 134 Paesi di accoglienza che hanno riferito casi locali di contagio.Ad oggi, il coronavirus ha contagiato oltre quattro milioni di persone causandone il decesso di quasi 280.000 su scala mondiale. Essendo previsto che, nei Paesi più poveri, il picco non sarà raggiunto prima dei prossimi tre-sei mesi, le unità dell’UNHCR di tutto il mondo si stanno preparando a intervenire rapidamente, anche nei peggiori scenari.
È evidente come l’impatto economico della crisi subito dai rifugiati sia stato profondamente duro e devastante. In Medio Oriente e in Africa, centinaia di migliaia di rifugiati hanno chiesto sostegno finanziario con urgenza per coprire i costi delle esigenze quotidiane, dal momento che, da marzo, in molti Paesi sono stati imposti il confinamento e altre misure di protezione della salute pubblica. In Libano, Paese alle prese con una recessione economica già prima della pandemia, oltre la metà dei rifugiati consultati tramite sondaggio dall’UNHCR a fine aprile ha riferito di aver perso le usuali opportunità di sostentamento, per esempio di lavoro alla giornata. Dei rifugiati intervistati, il 70 per cento ha dichiarato di dover saltare i pasti. L’impatto sulle donne rifugiate è profondo, dato che quasi tutte quelle occupate in attività lavorative ha affermato che la propria fonte di reddito è stata interrotta.
La categorie particolarmente a rischio di povertà e sfruttamento comprendono le donne che hanno a carico nuclei familiari, minori separati e non accompagnati, persone anziane ed LGBTI. La loro situazione puo’ essere migliorata attraverso aiuti di emergenza, in particolare mediante sovvenzioni dirette in denaro.I fondi permetteranno all’UNHCR di rafforzare ulteriormente i servizi per la salute e igienico-sanitari nazionali mediante una fornitura maggiore di DPI, farmaci, sapone e altri prodotti per l’igiene. L’UNHCR sta inoltre lavorando per: incrementare gli aiuti in denaro destinati alle famiglie rifugiate più vulnerabili vittime della crisi economica; migliorare gli alloggi all’interno degli insediamenti sovraffollati per prevenire la trasmissione del virus da persona a persona; e assicurare scorte mensili di aiuti e prodotti igienico-sanitari durantele distribuzioni che avvengono secondo le raccomandazioni di distanziamento fisico.Oltre l’80 per cento dei rifugiati e quasi l’intera popolazione di sfollati interni di tutto il mondo sono accolti in Paesi a reddito basso o medio, alcuni dei quali colpiti duramente da conflitti, fame, povertà e malattie. Molte delle persone costrette alla fuga vivono in aree urbane densamente popolate o campi, spesso in condizioni abitative precarie, all’interno dei quali dispongono di misure di salute pubblica, strutture igienico-sanitarie e sistemi di protezione sociale ridotti e inadeguati.I fondi richiesti nell’ambito della versione aggiornata dell’appello dell’UNHCR sono destinati a coprire i costi previsti dal budget per rispondere agli effetti del coronavirus fino alla fine dell’anno. L’UNHCR esprime gratitudine nei confronti dei donatori che hanno già elargito finanziamenti di vitale importanza. Il supporto tempestivo assicurato sin dall’inizio da Stati Uniti, Germania, Unione Europea, Regno Unito, Giappone, Danimarca, Canada, Irlanda, Sony Corporation, Svezia, Finlandia, Norvegia e Australia, nonché da singoli donatori privati in tutto il mondo, ha permesso all’Agenzia di intensificare le attività di assistenza a livello globale.

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Nigeria: le violenze costringono 23.000 rifugiati a cercare riparo in Niger

Posted by fidest press agency su sabato, 16 maggio 2020

Le continue violenze in corso in alcune aree della Nigeria nord-occidentale ad aprile hanno costretto circa 23.000 persone a mettersi in salvo in Niger, portando a più di 60.000 unità il totale di rifugiati che da questa regione hanno cercato sicurezza nel vicino Paese, da quando è stato registrato il primo afflusso ad aprile dell’anno scorso.Dall’aprile 2019, le persone sono fuggite dagli attacchi perpetrati senza sosta da gruppi armati attivi negli Stati nigeriani di Sokoto, Zamfara e Katsina. La maggior parte ha trovato rifugio nella regione di Maradi, in Niger.In fuga dalla medesima situazione di insicurezza che vige lungo le aree di frontiera, 19.000 cittadini nigerini, inoltre, sono divenuti sfollati internamente al proprio territorio nazionale.L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime preoccupazione per il deteriorarsi delle condizioni di sicurezza in Nigeria e per il rischio che le incursioni armate sconfinino in Niger.Il più recente afflusso di rifugiati, soprattutto donne e bambini, è stato registrato in seguito agli attacchi condotti negli Stati nigeriani di Katsina, Sokoto e Zamfara nel mese di aprile. Numerosi villaggi di differenti aree governative locali (Local Government Area/LGA) hanno subito aggressioni da persone armate. L’attacco più mortale ha fatto registrare l’assassinio di 47 persone nelle LGA di Kankara, Danmusa e Dusi-ma, nello Stato di Katsina, causando la controffensiva aerea delle forze armate nigeriane.Le testimonianze delle persone in fuga riferiscono di episodi di estrema violenza ai danni dei civili, omicidi, rapimenti a scopo di estorsione, nonché saccheggi e razzie nei villaggi.Ai rifugiati dalla Nigeria è permesso cercare protezione in Niger nonostante la chiusura dei confini imposta dal rischio di diffusione del COVID-19. I nuovi arrivati hanno bisogno con urgenza di acqua, cibo, accesso all’assistenza sanitaria, nonché alloggio e indumenti. Dovendo mettersi in salvo, molti hanno potuto portare con se a malapena i propri effetti personali.Molti sono inoltre rimasti coinvolti in scontri che avrebbero visto confrontarsi agricoltori e pastori di differenti gruppi etnici, nonché in pericolose situazioni di giustizia sommaria. Circa il 95 per cento dei rifugiati proviene dallo Stato nigeriano di Sokoto, il resto dagli Stati di Kano, Zamfara e Katsina.L’UNHCR sta lavorando in stretto coordinamento con le autorità del Niger per trasferire almeno 7.000 rifugiati in aree sicure, presso villaggi distanti 20 km dal confine, dove è possibile assicurare acqua, cibo, alloggio, cure mediche e altri aiuti essenziali. Il trasferimento permetterà anche di allentare la pressione sulle comunità di accoglienza delle aree di frontiera, che non dispongono di infrastrutture e servizi di base adeguati.L’UNHCR è stata presente fin dall’inizio dell’emergenza assicurando una risposta che ha dato priorità all’implementazione di attività salvavita, procedure di identificazione e registrazione, monitoraggio della frontiera e delle esigenze di protezione, istruzione, cure mediche, alloggio nonché approvvigionamento e servizi igienico-sanitari.È necessario che l’UNHCR continui a svolgere le procedure di registrazione biometrica dei rifugiati per poterne valutare meglio le esigenze e guidare le operazioni di risposta umanitaria. L’agenzia, inoltre, sta dialogando regolarmente con le autorità per adottare un approccio di riconoscimento prima facie dei rifugiati in fuga dalla Nigeria in arrivo nella regione.Le violenze non sono direttamente legate ai gruppi armati attivi nelle regioni del bacino del Lago Ciad e del Sahel. Tuttavia, portano anche la regione di Maradi a ricadere tra le aree che in Niger sono teatro di instabilità, tra cui Diffa, Tillaberi e Tahoua, riducendo ulteriormente le risorse finanziarie a disposizione degli attori umanitari e la loro capacità di rispondere.

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Carenza fondi e aiuti agli sfollati yemeniti e rifugiati

Posted by fidest press agency su sabato, 2 maggio 2020

Quasi un milione di sfollati e rifugiati vulnerabili presenti in Yemen sono a rischio di perdere alloggio, assistenza in denaro di vitale importanza per l’acquisto di beni essenziali come cibo e farmaci, e molto altro. Lo ha reso noto oggi l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Si tratta di persone già alle prese con condizioni di povertà e privazioni degradanti, per le quali, nelle prossime settimane, è necessario assicurare con urgenza fondi per l’implementazione di programmi di assistenza salvavita.
Quella in corso in Yemen era già considerata la crisi umanitaria di più vaste proporzioni su scala mondiale. Alla gestione di quest’ultima, il Paese ora vede accavallarsi anche la minaccia della pandemia e l’impatto delle piogge torrenziali e delle inondazioni recenti che hanno colpito aree come Aden, Abyan, Lahj, Marib, e i governatorati di Sana’a e di Amanat Al Asemah. Le prime testimonianze riferiscono che in tutto lo Yemen sono oltre 100.000 le persone danneggiate. Piogge e inondazioni improvvise hanno inflitto danni estesi agli insediamenti di sfollati interni e alle infrastrutture pubbliche.Si stima che più di 3,6 milioni di persone siano stati costretti a fuggire dalle proprie case in Yemen dalla recrudescenza del conflitto nel 2015. Solo Siria, Colombia e Repubblica Democratica del Congo accolgono al proprio interno popolazioni sfollate di dimensioni maggiori in fuga da conflitti. Il rapporto annuale sugli sfollati interni nel mondo pubblicato oggi dall’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC) stima che, solo nel 2019, siano state quasi 400.000 le persone costrette alla fuga da conflitti e violenze.L’UNHCR mira a raccogliere con urgenza 89,4 milioni di dollari da destinare a programmi di protezione e assistenza salvavita a favore di famiglie di sfollati interni, rifugiati, richiedenti asilo e comunità di accoglienza. Con il conflitto in Yemen che entra nel sesto anno e la maggioranza della popolazione fatica ormai a sopravvivere, questi fondi consentiranno all’UNHCR di continuare ad assicurare aiuti salvavita tanto alle famiglie di sfollati interni, rifugiati, e richiedenti asilo quanto agli yemeniti delle povere comunità che li accolgono. È necessario assicurare gli aiuti con urgenza, dato che queste categorie di persone sono quelle più vulnerabili alla minaccia del COVID-19. La diffusione del virus potrebbe comportare conseguenze gravi se le agenzie umanitarie non dovessero essere in grado di assicurare sostegno adeguato. In assenza dei fondi necessari, l’UNHCR rischia di dover ridurre drasticamente o terminare immediatamente numerosi programmi e piani di sostegno vitali, come l’erogazione diretta di assistenza in denaro contante. Tale eventualità lascerà in stato di disperato bisogno 655.000 sfollati interni e una popolazione di rifugiati e richiedenti asilo che in Yemen comprende circa 281.000 uomini, donne e bambini. Tutte queste persone resteranno senza mezzi adeguati per assicurare cibo alle famiglie o farmaci ai figli malati, trovare riparo, o proteggersi dalle intemperie, costringendo alcune di loro a vivere all’aperto durante la stagione delle piogge in arrivo. Per molti rifugiati e famiglie sfollate, è una questione di vita o di morte. L’UNHCR, inoltre, offre sostegno agli sfollati interni nell’acquisizione di documenti di identità validi, necessari per permettere l’iscrizione dei bambini a scuola e l’accettazione dei pazienti negli ospedali.L’Agenzia, infine, esprime profonda preoccupazione per l’esposizione a rischi più elevati di entrambe le comunità di sfollati e di accoglienza, viste le disperate condizioni abitative e igieniche in cui vivono e le carenze complessive delle strutture sanitarie locali, nel momento in cui, il 10 aprile, nella provincia meridionale di Hadramaut è stato registrato il primo caso confermato di COVID-19. In collaborazione coi partner locali, l’UNHCR sta coinvolgendo le comunità di sfollati interni e rifugiati affinché siano consapevoli dei rischi e delle misure di prevenzione e possano proteggersi dal contagio.Dopo cinque anni di conflitto, oltre l’80 per cento dell’intera popolazione yemenita necessita di una qualche forma di assistenza. Per sopravvivere, attualmente quasi 4 milioni di sfollati interni, rimpatriati, rifugiati, e richiedenti asilo devono fare regolarmente affidamento sugli aiuti umanitari. Ad oggi, l’UNHCR ha raccolto 58,4 milioni di dollari, vale a dire il 28 per cento dei fondi richiesti per proteggere e assicurare aiuti vitali a sfollati interni, rifugiati e comunità di accoglienza nell’arco del 2020.

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