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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Archive for the ‘Medicina/Medicine/Health/Science’ Category

Medicine – Health – Science

Diabete: La nuova frontiera dell’efficacia

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 novembre 2019

Milano, lunedì 2 dicembre 2019 – ore 11.30 Spazio Bou-Tek, Via Maurizio Gonzaga 7. Per le persone con diabete tipo 2 mantenere un buon controllo metabolico è fondamentale per prevenire l’insorgenza di complicanze a lungo termine, ma in Italia solo una persona su due ha un valore di emoglobina glicata nel target richiesto dalle principali linee guida di cura della malattia. In questo contesto rappresenta un grande vantaggio l’arrivo in Italia di semaglutide, farmaco agonista del recettore GLP-1 di ultima generazione.Ne parleremo con:
Angelo Avogaro, Professore di Endocrinologia & Malattie del Metabolismo presso l’Università degli Studi di Padova
Agostino Consoli, Professore di Endocrinologia presso l’Università degli Studi “G. D’Annunzio” Chieti – Pescara
Stefano Del Prato, Professore di Endocrinologia presso l’Università di Pisa
Carlo Bruno Giorda, Direttore della struttura complessa Diabetologia dell’ASL Torino 5
Francesco Giorgino, Professore di Endocrinologia presso l’Università di Bari Aldo Moro
Basilio Pintaudi, Medico diabetologo presso l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda
Modera Annalisa Manduca.

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Gestione delle complicanze della chirurgia dell’obesità

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 novembre 2019

Roma. Parte il corso di perfezionamento per la gestione delle complicanze della chirurgia dell’obesità organizzato da Acoi (Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani) in collaborazione con Medtronic. Dopo l’avvio annunciato da Acoi e Medtronic dei corsi di chirurgia dell’Ernia e Colorettale, oggi partono i corsi di Perfezionamento M.O.S.T. Leakage Management in Bariatric Surgery rivolti a tutti coloro che desiderano perfezionare la loro tecnica chirurgica nell’affrontare una complicanza legata alla chirurgia dell’obesità.
“Medtronic non solo è la società che più di ogni altra nel MedTech investe in innovazione tecnologica, – dice Riccardo Polzoni, Business Unit Director Surgical Innovations Medtronic Italia – ma ha da tempo come focus quello di andare oltre il prodotto e diffondere percorsi di cura di eccellenza per il paziente, che consentano maggiore outcome clinico e minore impatto sul Sistema. Per garantire quindi maggiore efficacia e sicurezza per il paziente a prescindere da dove esso si trovi, abbiamo deciso di affiancare una delle principali Società Scientifiche in Italia, come ACOI, nell’organizzazione di un percorso formativo innovativo, proprio sulla gestione delle complicanze”.
“Gli interventi di chirurgia bariatrica sono raddoppiati negli ultimi dieci anni, comportando un fisiologico aumento dell’insorgenza delle complicanze. Organizzare una rete per la gestione del paziente obeso – conclude il Prof. Marco Anselmino, Direttore UOC Chirurgia Bariatrica e Metabolica, Azienda Ospealiera Universitaria Pisana – è necessario al fine di garantire maggior sicurezza e miglior outcome clinico, soprattutto nell’insorgenza delle complicanze e in quei centri che non sono specializzati nella chirurgia bariatrica. La formazione dei medici di pronto soccorso e di chirurgia generale si rende necessaria per aumentare la tempestività nella diagnosi e nella cura e garantire maggiore sicurezza per i pazienti. Una migliore gestione della complicanza consente infatti maggiore outcome clinico e minore impatto sul Sistema”. Il corso è riservato a 24 discenti suddivisi in 12 coppie formate da 1 chirurgo e 1 endoscopista ed è strutturato in quattro fasi. Una formazione teorica, una sessione virtuale per analizzare i singoli casi dal punto di vista chirurgico ed endoscopico, una live session e proctorship e una giornata di confronto tra docenti.

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Glaucoma seconda causa di cecità

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 novembre 2019

Palermo. Se quando camminate fra la gente urtate senza rendervene conto le persone che incrociate oppure iniziate a vedere degli aloni e notare parole mancanti durante la lettura, non date la colpa all’età concludendo che è normale, dopo i 50 anni, avere qualche disturbo visivo. Meglio fare un controllo oculistico per verificare che non ci siano i classici segnali di una patologia oculare. Il glaucoma, ad esempio, è considerato il ‘killer’ silenzioso della vista proprio perché nelle fasi iniziali non presenta sintomi specifici. Ciò comporta che spesso chi ne soffre non se ne accorge almeno sino a quando la situazione non peggiora.
Perciò, proprio come all’inizio della stagione invernale si effettua un controllo degli pneumatici della macchina, allo stesso modo chi soffre già di glaucoma e anche chi non ha avuto questa diagnosi ma ha 50 anni ed inizia ad avere qualche disturbo visivo, dovrebbe considerare l’inverno come un’opportunità per fare una visita oculistica in modo da scoprire in tempo se soffre o meno di glaucoma, una patologia che aggredisce in modo progressivo ed irreversibile il nervo ottico e che può portare alla cecità. La malattia, che interessa in media il 3% della popolazione con più di 40 anni di età, rappresenta la seconda causa di cecità nel mondo dopo la cataratta. Si prevede che il numero di persone affette da glaucoma nel mondo aumenterà dagli attuali 64 milioni a 76 milioni nel 2020 e a 112 milioni nel 2040. Si calcola che in Italia circa un milione di persone ne siano affette, ma una persona su due ancora non lo sa.
“All’inizio – spiega il professor Salvatore Cillino, direttore dell’Unità di Oculistica dell’Ospedale di Palermo – il campo visivo viene danneggiato nella sua porzione periferica perciò il paziente percepisce poco il problema. Infatti, vede chiaramente tutto ciò che è al centro del suo sguardo. Man mano che il glaucoma progredisce, la percezione dello spazio circostante il punto centrale di fissazione diminuisce e nascono difficoltà in alcune delle attività quotidiane, con un rischio di cadute anche dentro casa o di incidenti stradali”. “Per questo – prosegue l’esperto – è importante sottoporsi con regolarità a controlli oculistici, specialmente in presenza di fattori di rischio come l’età poiché la frequenza del glaucoma aumenta progressivamente con l’avanzare degli anni. È buona norma, per chi ha più di 40 anni, sottoporsi a un controllo oculistico che comprenda anche la misurazione della pressione oculare. Un momento ideale è rappresentato dall’insorgenza della presbiopia. Altri fattori di rischio sono la familiarità, la miopia elevata e le terapie protratte con farmaci cortisonici”.
Anche se la pressione oculare resta il sintomo più evidente del glaucoma, circa il 30% dei pazienti non ha un’alterazione dei valori pressori. Le ricerche hanno ormai appurato, infatti, che alla base di questa malattia c’è anche lo stress ossidativo tanto da farla considerare una malattia neurodegenerativa al pari di Alzheimer e morbo di Parkinson. “È accertato come lo stress ossidativo sia il meccanismo patologico comune a queste malattie neurodegenerative, con presenza di radicali liberi”, afferma il professor Cillino. “Quando non ci sono abbastanza antiossidanti naturali per neutralizzare i radicali liberi, le cellule sane vengono alterate con danni metabolici, alterazioni del DNA e morte. Gli occhi sono particolarmente sottoposti a condizioni di stress ossidativo perché sono esposti alla luce, all’ossigeno e alle sostanze irritanti presenti nell’aria. Questo determina la comparsa, o l’anticipazione, di condizioni quali la secchezza oculare, la cataratta ed il glaucoma. In quest’ultimo caso lo stress ossidativo è in grado di indurre l’apoptosi delle cellule ganglionari, ovvero la morte delle fibre che costituiscono il nervo ottico. Tutto ciò spiega perché la riduzione della pressione intraoculare non è sufficiente a prevenire l’insorgenza del glaucoma in tutti i soggetti a rischio e non riesce ad arrestarne la progressione in tutti i soggetti già malati”.
Sono, quindi, necessarie altre strategie terapeutiche come la neuroprotezione che, affiancate alla riduzione della pressione intraoculare e agendo direttamente sulla cellula neuronale, siano in grado di contrastare la progressiva morte cellulare. La somministrazione di antiossidanti sarebbe appunto in grado di fornire neuroprotezione contrastando il danno ossidativo. “Tra le varie sostanze ad azione antiossidante e bio-energetica – prosegue l’esperto – il Coenzima Q10, noto anche come ubiquinone, è considerato una delle molecole più promettenti. Si tratta di una molecola simile ad una vitamina presente a livello del mitocondrio che partecipa al metabolismo deputato alla produzione di energia all’interno della cellula e che interviene nei meccanismi di rimozione dei radicali liberi. Alcuni studi clinici hanno dimostrato che esercita un’attività neuroprotettiva ed è stato ampiamente studiato in varie forme di neurodegenerazione come la malattia di Parkinson, il morbo di Alzheimer e la corea di Huntington. Il coenzima Q10 è oggi riconosciuto dalla comunità scientifica come un possibile approccio di supporto nel contrastare i complessi meccanismi di danno neuronale causati dal glaucoma”
Fino ad oggi il Coenzima Q10 veniva utilizzato sotto forma di collirio oculare senza conservanti, ma di recente si è resa disponibile anche la formulazione orale da assumere due volte al giorno. Si tratta di una novità importante visto che l’aderenza alla terapia farmacologica dei pazienti con glaucoma viene spesso messa a dura prova dalla necessità di effettuare numerose instillazioni giornaliere con un rischio elevato di discontinuità del trattamento.

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Dermatologia – Cicatrici da acne: prevenire si può

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 novembre 2019

Secondo i dati dell’indagine conoscitiva sulle abitudini e sugli stili di vita degli adolescenti “Adolescenti e Stili di Vita” realizzata nell’anno scolastico 2018-19 dall’Associazione Laboratorio Adolescenza e dall’Istituto di ricerca IARD, su un campione nazionale rappresentativo di 2019 studenti frequentati la classe terza della scuola secondaria di primo grado (1027 maschi e 992 femmine), l’82,4% delle femmine e il 63,2% dei maschi afferma di avere problemi estetici legati ai “brufoli”. I brufoli, così viene chiamata l’acne dai ragazzi, rappresentano il più fastidioso problema estetico per la maggior parte dei ragazzi ma, nonostante ciò, viene poco curata a causa della persistenza del problema che spesso necessita di lunghi trattamenti per essere risolta.Ciò che purtroppo viene spesso trascurato è che l’acne grave, ma anche quella lieve se non opportunamente curata, può generare cicatrici permanenti che possono lasciare sulla pelle: depressioni crateriformi (cicatrici atrofiche) di variabile profondità e, soprattutto sul tronco, rilievi (cicatrici ipertrofiche) di diversa forma e dimensione. Curare l’acne e prevenire la comparsa di cicatrici è possibile, questo è il messaggio di un’iniziativa di sensibilizzazione Galderma “Hai mai pensato che l’acne possa lasciare il segno?” I ragazzi, spesso così parchi di parole, comunicano attraverso il corpo, in primis la faccia, il loro stato. E’ comprensibile quindi che una cicatrice sul volto possa diventare un vero disagio: se ogni altro corredo (trucco, tattoo, piercing ecc.…) è un atto volontario e libero, un’espressione creativa o un simbolo di appartenenza, la cicatrice, al contrario, è un segno “subito”, è ciò che resta di una ferita, una traccia del passato che non si può cancellare, al pari di una sofferenza o di un cattivo ricordo, rimasti impressi, nostro malgrado, nella memoria della pelle. Se poi la cicatrice è il residuo dell’acne, problema cutaneo già vissuto come deturpante e punitivo, va da sé che il disagio che porta si potenzia”. La comparsa delle cicatrici da acne è un fenomeno diffuso, come dimostrato dallo studio “Prevalence and Risk Factors of Acne Scarring Among Patients Consulting Dermatologists in the Unites States”, pubblicato nel 2017 su Journal of Drugs in Dermatology, che prevedeva la somministrazione di una survey a circa 2.000 pazienti negli studi di 120 dermatologi, che ne ha analizzato frequenza e gravità. Il 43% dei partecipanti presentava cicatrici atrofiche da acne, tra cui le cosiddette “cicatrici a colpi di punteruolo”. Secondo i dati raccolti, le persone con acne grave avevano una maggiore probabilità di sviluppare cicatrici, tanto che sono state riscontrate nel 77% dei casi di acne grave, confermando una forte correlazione tra la gravità dell’acne e la comparsa delle cicatrici. Le cicatrici da acne sono state però rilevate anche nel 51% dei casi di acne moderata e nel 28% di acne lieve o molto lieve.“L’acne viene spesso considerata come un transitorio e trascurabile problema estetico sia dai medici ma soprattutto dalle persone, che, come rilevato anche in questo studio, non ricorrono in maniera tempestiva a trattamenti efficaci, probabilmente in parte per l’ampia disponibilità di prodotti coadiuvanti dermocosmetici, ma anche per la credenza diffusa che l’acne sia una fase normale dell’età della crescita” continua Monfrecola. “Al contrario si tratta di una malattia molto complessa dal punto di vista patogenetico, che va assolutamente curata in ogni sua forma perché impatta marcatamente sulla tenuta psicologica di chi ne è affetto. Il primo motivo è che l’acne “si vede”, dato che colpisce con papule, pustole, noduli arrossati viso/scollatura e spalle di persone in fase adolescenziale/giovanile. Ma l’acne può interessare anche il tronco, sia petto che schiena, localizzazioni spesso trascurate dal medico dove i segni cicatriziali sono molto frequenti e marcati. L’acne deve essere curata con costanza e pazienza per lunghi anni tuttavia, anche sotto trattamento, tende ad avere recrudescenze che provocano frustrazione e scarsa aderenza ai consigli terapeutici. Infine, anche in fase di remissione le macchie rossastre o brune delle precedenti lesioni risultano ancora visibili. Solo trattamenti adatti e validati scientificamente, precoci e costanti possono evitare o limitare l’insorgenza di cicatrici deturpanti di viso e tronco”. ( fonte: https://jddonline.com/articles/dermatology/S1545961617P0097X/)

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L’acido bempedoico riduce il colesterolo senza influenzare negativamente il controllo glicemico

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 novembre 2019

L’acido bempedoico, in aggiunta a terapie ipolipemizzanti di background, riduce significativamente il colesterolo senza tuttavia influenzare negativamente il controllo glicemico. E’ quanto emerge da due analisi combinate di quattro trial clinici di Fase III sull’acido bempedoico che hanno coinvolto un totale di oltre 3.600 pazienti, e sono state presentate da Daiichi Sankyo all’American Heart Association (AHA) Scientific Sessions in corso a Philadelphia.Una delle analisi ha mostrato che l’acido bempedoico ha ridotto l’emoglobina A1c (HbA1c) dello 0.19% rispetto al placebo in pazienti diabetici trattati per 12 settimane.i L’HbA1 è un parametro di valutazione standard del controllo glicemico, usato nella gestione del diabete. L’analisi ha inoltre dimostrato che i pazienti trattati con acido bempedoico hanno sperimentato un numero minore di nuovi casi di diabete così come di episodi di iperglicemia, rispetto a quelli trattati con placebo.i L’analisi combinata suggerisce che l’acido bempedoico non ha un impatto negativo sul controllo glicemico in pazienti con e senza diabete, se aggiunto a una terapia ipolipemizzante stabile di background. Un’altra analisi ha dimostrato che in tutti e quattro gli studi di fase III, l’acido bempedoico riduce significativamente il colesterolo a bassa densità (C-LDL) nei pazienti con ipercolesterolemia, se aggiunto ad una terapia con statine alla massima dose tollerata. Nei soggetti trattati con terapia di background, l’acido bempedoico ha ridotto il C-LDL del 18% rispetto al placebo.ii Nei soggetti non trattati con terapia di background, l’acido bempedoico ha ridotto il C-LDL del 25% rispetto al placebo. L’acido bempedoico è in fase di sviluppo come trattamento addizionale in monosomministrazione giornaliera per quelle persone con ipercolesterolemia che non riescono a raggiungere i loro target di C-LDL e restano al alto rischio di eventi cardiovascolari come infarto o ictus, nonostante assumano terapie ipolipemizzanti orali ottimizzate.

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Malattie infiammatorie croniche intestinali e ricerca

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 novembre 2019

La European Crohn’s and Colitis Organisation (ECCO), associazione internazionale da anni impegnata nell’assistenza dei pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali (Inflammatory Bowel Disease – IBD), ha assegnato a un team multidisciplinare dell’Università di Parma, coordinato dai docenti Simona Bertoni e Marco Radi del Dipartimento di Scienze degli Alimenti e del Farmaco, uno dei 12 awards di durata annuale disponibili a livello europeo.Il team di ricerca propone di validare un approccio terapeutico innovativo basato su piccole molecole di sintesi per la cura del morbo di Crohn e della colite ulcerosa.In particolare, la ricerca finanziata dalla ECCO permetterà di investigare un approccio finora mai testato nell’ambito delle IBD, e basato sull’impiego di nuove piccole molecole in grado di ridurre il richiamo di cellule infiammatorie a livello intestinale interferendo con l’asse CCL20-CCR6, una via di segnalazione implicata nella patogenesi delle IBD.Grazie alla sinergia tra l’Unità di Chimica farmaceutica diretta dal prof. Radi, deputata alla progettazione e sintesi di composti ad attività antagonista verso i recettori CCR6, e l’Unità di Farmacologia della prof.ssa Bertoni, impegnata negli studi pre-clinici di efficacia, l’indagine potrà rappresentare un passo significativo verso la validazione di un target farmacologico originale e verso lo sviluppo di un approccio terapeutico innovativo, complementare alle terapie attualmente a disposizione e auspicabilmente privo delle loro controindicazioni.I casi di malattie infiammatorie croniche intestinali aumentano in tutta Europa e, solo in Italia, si stima che le persone affette da IBD siano oggi almeno 250.000: i sintomi intestinali ed extra-intestinali sono spesso fortemente debilitanti, con un pesante impatto sulla vita di tutti i giorni e su quella lavorativa. I farmaci attualmente in uso hanno efficacia e tollerabilità limitate, e elevato è il numero di soggetti che non rispondono alle terapie o diventano ad esse resistenti.

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Infermieri: Le problematiche della professione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 novembre 2019

Recupero della Retribuzione individuale di anzianità, esclusiva della dirigenza infermieristica, intramoenia, accesso al Servizio sanitario nazionale e alla direzione di struttura complessa, interventi sulle piante organiche dei ministeri per garantire la presenza dei rappresentanti della professione infermieristica tra i dirigenti, riequilibrio del ruolo di dirigenza e delle funzioni dei Coordinatori infermieristici con la loro valorizzazione all’interno delle strutture, sistema di classificazione, graduatorie, normativa concorsuale.Un lungo elenco di problematiche che la presidente della Federazione degli ordini delle professioni infermieristiche Barbara Mangiacavalli e il portavoce Tonino Aceti hanno illustrato al ministro della Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone e al Capo di Gabinetto del ministero, Guido Carpani.Argomenti e posizioni necessarie per garantire un bilanciamento della professione infermieristica all’interno degli organici non solo della dirigenza del Ssn, ma anche a livello di gestione clinica e manageriale delle strutture.Argomenti su cui il ministro ha manifestato la sua disponibilità a collaborare – soprattutto sui temi che riguardano l’accesso al Ssn, ma non solo – se naturalmente riceverà l’input dal ministero della Salute, che vigila su tutte le professioni sanitarie.Poi la Pubblica Amministrazione concorderà anche con le Regioni “datori di lavoro” oltre che con la Salute i passi necessari a dare il supporto alle richieste/proposte FNOPI, perché si realizzino nel più breve tempo possibile.
“Ci auguriamo quindi – ha detto la presidente Barbara Mangiacavalli – che il ministero della Salute prenda in carico rapidamente anche le questioni di cui abbiamo parlato con il ministro Dadone, perché si possano sbloccare una serie di situazioni che oggi non riconoscono pienamente il ruolo, la funzione e la professionalità ormai raggiunta dagli infermieri”.

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Pazienti con spondiloartrite assiale non radiografica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 novembre 2019

Origgio (Varese). Novartis, leader in reumatologia e immuno-dermatologia, ha annunciato i risultati dettagliati dello studio di fase III PREVENT, che valuta l’efficacia e la sicurezza di Cosentyx® (secukinumab) nei pazienti con spondiloartrite assiale non radiografica (nr-axSpA, non-radiographic axial spondyloarthritis)1.Lo studio clinico – tuttora in corso – ha soddisfatto il suo endpoint primario di ASAS40 alla settimana 16, con il 42,2% dei pazienti con nr-axSpA trattati con secukinumab 150 mg che ha mostrato una riduzione clinicamente significativa della progressione della patologia rispetto a placebo (42,2% vs 29,2%: p <0,05)1. Sono stati inoltre dimostrati miglioramenti statisticamente significativi degli endpoint secondari, inclusi dolore, mobilità e qualità della vita correlata alla salute1. Lo studio ha dimostrato una risposta e un profilo di sicurezza coerenti con i precedenti studi clinici1-7. Non sono stati rilevati nuovi segnali di sicurezza1.“Lo studio PREVENT ha mostrato, nei pazienti trattati con secukinumab, esiti significativi già a partire dalla settimana 3 e che si protraggono fino a un anno”, ha dichiarato Atul Deodhar, MD, professore di medicina, direttore medico della Rheumatology Clinics presso la Oregon Health & Science University e autore responsabile dello studio clinico. “La spondiloartrite assiale non radiografica può presentare una sintomatologia debilitante e, se sarà formalizzata la domanda di approvazione, questa rappresenterebbe un’ulteriore opzione terapeutica rispetto ai trattamenti disponibili”.“Questi dati rafforzano l’evidenza a favore di secukinumab come opzione terapeutica mirata all’intero spettro della malattia della axSpA”, ha affermato Eric Hughes, Global Development Unit Head, Immunology, Hepatology & Dermatology presso Novartis. “PREVENT – il più vasto studio clinico del suo genere mai condotto nella nr-axSpA – è una testimonianza del nostro impegno nel re-immaginare la medicina, al fine di migliorare gli esiti terapeutici dei pazienti”.Novartis ha recentemente annunciato di aver presentato all’EMA – e di essere in procinto di presentare anche alla FDA – la domanda di approvazione per secukinumab nella nr-axSpA9. Questa sarebbe la quarta indicazione per secukinumab, un farmaco già supportato da dati di efficacia e sicurezza fino a cinque anni nella spondilite anchilosante, nella psoriasi e nell’artrite psoriasica 3-8.
I dati dello studio PREVENT sono stati presentati come abstract late-breaking al meeting annuale 2019 dell’American College of Rheumatology/Association of Rheumatology Professionals (ACR/ARP), tenutosi ad Atlanta (Georgia), USA.
Il termine spondiloartrite assiale (axSpA, axial spondyloarthritis) raggruppa uno spettro di malattie infiammatorie croniche caratterizzate da mal di schiena infiammatorio persistente. La axSpA comprende la spondilite anchilosante, in cui il danno articolare è visibile alla radiografia, e la spondiloartrite assiale non radiografica (nr-axSpA, non-radiographic axial spondyloarthritis), in cui il danno articolare non è invece visibile alla radiografia. Entrambe le componenti dello spettro della malattia presentano un carico sintomatico simile, che include dolore notturno, affaticamento, rigidità mattutina e disabilità funzionale. Se non viene trattata, la axSpA può compromettere le normali attività quotidiane, causare una perdita di produttività sul lavoro e avere un impatto significativo sulla qualità della vita.

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Manipolare farmaci orali, da Ministero raccomandazioni per dividere compresse

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 novembre 2019

L’azione delle forme farmaceutiche orali solide “per la corretta gestione della terapia farmacologica orale, nei casi in cui non sia possibile somministrarle integre e quando le attività di allestimento non siano effettuate dalla farmacia”.Nelle premesse della Raccomandazione n. 19, il Ministero segnala che “recenti studi condotti nel nostro Paese hanno evidenziato come nelle Residenze Sanitarie Assistenziali sia prassi consueta, non scevra da errori, manipolare compresse, spesso in aggiunta di cibo caldo o freddo, senza provvedere, tra l’altro, alla pulizia dei trita-pastiglie o dei mortai utilizzati”. Per manipolazione, nello specifico, si intende, la divisione di compresse, la triturazione, frantumazione, polverizzazione di compresse l’apertura. E può risultare necessaria con pazienti disfagici, pediatrici, anziani, politrattati, in nutrizione enterale o che abbiano la necessità di avere un dosaggio non disponibile in commercio. I rischi che si corrono, se non correttamente gestita sono l’instabilità del medicinale, effetti irritanti locali, errori in terapia.La Raccomandazione considera alcuni aspetti tecnici della gestione delle preparazioni magistrali pediatriche e della manipolazione dei farmaci a domicilio del paziente, specificando che sono esclusi dal campo di applicazione di questo documento i farmaci antineoplastici, ed è rivolta a istituzioni e operatori sanitari, farmacisti di comunità inclusi. Secondo il Ministero, una volta verificato (con procedura formale) che non ci sono alternative farmacologiche, si procede alla manipolazione del farmaco, “accertandosi, nel contempo, che non ne venga modificata la composizione e che siano garantite efficacia e sicurezza della terapia. Pertanto, l’Azienda Sanitaria, qualora si debba ricorrere alla manipolazione al di fuori della Farmacia (ospedaliera o territoriale), provvede a elaborare, sotto la supervisione di un Farmacista di riferimento (il cui ruolo è indispensabile in tutte le fasi di gestione dei farmaci compreso l’eventuale sconfezionamento primario per realizzare dosi unitarie) una procedura basandosi sui contenuti della presente Raccomandazione e in accordo con le indicazioni fornite dalla Regione/Provincia Autonoma”.Si procede alla manipolazione “subito prima della somministrazione di ogni singola dose”; si spezzano le compresse divisibili “lungo la linea di divisione (dove presente) e prestare attenzione nei casi di compresse senza linea di divisione in quanto il taglio può determinare angoli vivi o facce ruvide”; non si dividono le compresse “in meno di un quarto, se non specificato dal produttore”. Non si deve procedere alla manipolazione di capsule molli, compresse/capsule con rivestimento gastroresistente (il principio attivo acido labile viene inattivato dall’acidità gastrica e non è più efficace); compresse e capsule a rilascio prolungato/modificato (il principio attivo non viene rilasciato gradualmente, per assicurare un effetto terapeutico costante nel tempo, ma viene rilasciato tutto immediatamente con potenziale comparsa di effetti tossici per sovradosaggio); in ogni altro caso in cui sia specificatamente vietato nel riassunto delle caratteristiche del prodotto (Rcp). (fonte: farmacista33)

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Ipertensione, farmaci a confronto nel trattamento di prima linea

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 novembre 2019

Nel trattamento di prima linea dell’ipertensione, gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) non hanno la stessa efficacia e sicurezza dei diuretici tiazidici. Questo è ciò che emerge da uno studio pubblicato su Lancet. «La scoperta della maggior efficacia e sicurezza globale dei diuretici tiazidici e tiazidici-like rispetto agli ACE-inibitori è un nuovo risultato che deve essere preso sul serio» ha dichiarato uno degli autori George Hripcsak, della Columbia University di New York. Le attuali linee guida statunitensi raccomandano per l’ipertensione diversi farmaci di prima linea, tra cui i diuretici tiazidici o tiazidici-like e gli ACE-inibitori, ma anche i bloccanti del recettore dell’angiotensina, i calcio antagonisti diidropiridinici o non diidropiridinici in alcuni casi. Non è chiaro però quale iniziare nei pazienti con ipertensione di nuova diagnosi. Gli autori hanno messo a confronto questi farmaci utilizzando i dati di 4,9 milioni di pazienti che hanno iniziato una terapia anti-ipertensiva tra il 1996 e il 2018 e sono stati seguiti per una media di 2 anni. Tre gli endpoint primari (infarto del miocardio, ricovero ospedaliero per scompenso cardiaco e ictus), 6 quelli secondari di efficacia e 46 quelli di sicurezza. L’efficacia osservata è stata paragonabile tra le classi di farmaci, ma i diuretici tiazidici o tiazidici-like hanno mostrato un favorevole profilo sicurezza e una migliore efficacia primaria rispetto agli ACE-inibitori. Secondo gli autori dello studio, iniziare una terapia antiipertensiva con un tiazide invece che con un ACE-inibitore potrebbe evitare importanti eventi cardiovascolari e merita ulteriori studi. «I diuretici dovrebbero davvero essere il fondamento del trattamento iniziale a meno che il paziente non sia intollerante» ha affermato Suzanne Oparil autrice di un commento insieme a Christopher Ives, entrambi della University of Alabama a Birmingham. Tra i limiti della ricerca ci sono la mancanza di misurazioni della pressione sanguigna e quella di dati sull’aderenza alle terapie e il fatto che lo studio sia stato condotto su pazienti ipertesi con nuova diagnosi che hanno iniziato una monoterapia. «Le attuali linee guida per l’ipertensione raccomandano, sulla base del parere di esperti, di prendere eventualmente in considerazione la terapia combinata se la pressione iniziale supera una soglia specifica» hanno spiegato Ives e Oparil. (fonte: doctor33)

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L’Italia sempre ai primi posti in Europa nella prevalenza di infezioni antibioticoresistenti

Posted by fidest press agency su martedì, 19 novembre 2019

Lo è con una diffusione superiore alle medie per alcuni dei principali superbatteri. Nel nostro Paese oltre 200.000 casi e circa 10.000 decessi da germi multiresistenti, un terzo dei dati stimati in Europa. In vista dell’European Antibiotic Awareness Day in programma il 18 novembre gli infettivologi della SITA – Società Italiana di Terapia Antinfettiva, riuniti a Santa Margherita Ligure per l’International Meeting on Antimicrobial Chemotherapy in Clinical Practice (ACCP), rilanciano l’importanza della sensibilizzazione di cittadini e professionisti e sottolineano l’importanza di un uso corretto e appropriato dei nuovi antibiotici.In corso un progetto condiviso tra SITA e FIMMG per promuovere tra i medici di famiglia la formazione su antibiotici e resistenze batteriche.

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Diagnosi di tumore del seno

Posted by fidest press agency su martedì, 19 novembre 2019

Sono 5.300 nel 2019, in Italia, le nuove diagnosi di tumore del seno già in fase metastatica: rappresentano circa il 10% del totale. Alle nuove strategie nella cura della malattia è dedicata la sesta edizione dell’International Meeting on New Drugs and New Insights in Breast Cancer, in corso all’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma con la partecipazione di più di 200 esperti da tutto il mondo. “In Italia vivono circa 815mila donne dopo la diagnosi della malattia – afferma il prof. Francesco Cognetti, Direttore Oncologia Medica del Regina Elena e presidente del Congresso -. Oggi abbiamo molte armi a disposizione, dalla chemioterapia all’ormonoterapia alle terapie target fino all’immunoterapia. Tutte le pazienti devono essere trattate nelle Breast Unit, cioè in Centri di Senologia, dove è più alta l’adesione alle linee guida, migliore l’esperienza degli specialisti ed è garantita l’adozione di un approccio multidisciplinare. A livello europeo, è stabilito che possano definirsi Breast Unit solo le strutture che trattano almeno 150 nuovi casi ogni anno. La multidisciplinarietà ne è l’elemento fondante. La formazione di un team coordinato favorisce il raggiungimento di un alto livello di specializzazione delle cure, dallo screening fino alla riabilitazione, ottimizzando qualità e tempistica delle prestazioni, con l’obiettivo principale di prolungare e migliorare la vita delle pazienti”.
È dimostrato che, nelle strutture ad alto volume, la sopravvivenza a 5 anni raggiunge l’83,9% (rispetto al 78,8% nei centri che trattano fra i 50 e i 99 casi ogni anno e al 74,9% con meno di 50). “Il lavoro efficiente di un gruppo multidisciplinare produce appropriatezza, coerenza e continuità dei percorsi diagnostico-terapeutici – continua il prof. Cognetti -, traducendosi in un miglioramento dell’utilizzo delle risorse umane ed economiche, indispensabile per sostenere i costi crescenti della malattia”. Il “peso” economico del tumore della mammella, in Italia, raggiunge i 540 milioni di euro ogni anno (considerando ospedalizzazioni e assistenza previdenziale). Circa la metà (52%) è rappresentato dai costi ospedalieri, oltre il 41% dalle uscite previdenziali legate alla disabilità parziale al lavoro ed il restante 7% da una disabilità lavorativa completa.
“La chemioterapia resta un’arma fondamentale nella lotta contro la malattia – sottolinea la dott.ssa Alessandra Fabi, Oncologia Medica Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma -. Se la malattia è in stadio iniziale, la strategia terapeutica può prevedere una combinazione di chirurgia, terapia farmacologica (chemioterapia, ormonoterapia, trattamento con anticorpi monoclonali) e radioterapia. In particolare, la chemioterapia ha lo scopo di ridurre il rischio di ripresa della malattia a livello locale e generale. Convenzionalmente si utilizzano regimi di associazione contenenti antracicline e taxani prolungati per circa 6 mesi. È importante che, se somministrata dopo la chirurgia, la chemioterapia venga iniziata non appena la paziente abbia completato il decorso operatorio e, comunque, entro 90 giorni dall’intervento: specialmente nei tumori più aggressivi, definiti triplo negativi, l’intervallo tra chirurgia e avvio della chemioterapia è correlato alla prognosi, con una significativa minore efficacia con un intervallo superiore a tre mesi”.
Vi sono diversi sottotipi della neoplasia, definiti in relazione alle alterazioni molecolari. “Questo ci consente di scegliere in maniera altamente selettiva il trattamento in relazione alle caratteristiche di ogni sottogruppo – afferma il prof. Maurizio Scaltriti, Direttore Associato del Center for Molecular-Based Therapies al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York -. In alcuni tipi di tumore della mammella (15-20% del totale) una proteina, HER2, è presente in quantità eccessiva, causando così una crescita rapida e incontrollata delle cellule malate. Dal punto di vista biologico, è una delle forme più aggressive e, in passato, non essendoci armi disponibili, queste pazienti presentavano la prognosi peggiore. Oggi invece, grazie a terapie mirate che bloccano il recettore HER2 e che sono utilizzate sia nelle forme iniziali non metastatiche che in quelle metastatiche, è cambiato radicalmente il decorso clinico”. Inoltre, come evidenziato in una recente pubblicazione a firma del prof. Scaltriti, una percentuale rilevante di tumori alla mammella positiva per i recettori ormonali e HER2 negativa (HR+/HER2-), un sottotipo che include circa il 65% di tutti i casi metastatici, presenta due mutazioni distinte del gene PIK3CA. Questa alterazione genetica rende questi tumori spiccatamente sensibili agli inibitori di PI3K, recentemente entrati nello scenario clinico.
Altri passi avanti sono stati fatti proprio per queste pazienti HR+/HER2- in postmenopausa con la patologia metastatica. “È dimostrato che la combinazione di ormonoterapia e delle nuove terapie a bersaglio molecolare (inibitori di CDK4/6) è migliore rispetto alla sola ormonoterapia standard: la sopravvivenza libera da progressione è raddoppiata – continua il prof. Cognetti -. Non solo. Nessun regime di chemioterapia si è dimostrato più efficace rispetto alla combinazione. In queste pazienti, la pratica clinica si sta progressivamente allontanando dall’impiego della chemioterapia per adottare la combinazione, in prima linea, di diverse molecole a bersaglio molecolare con la terapia endocrina”.
“È importante stimolare interazioni tra gli scienziati provenienti da diversi Paesi e fornire loro i mezzi necessari per svolgere attività di ricerca – conclude il prof. William J. Gradishar, Direttore del Dipartimento di Ematologia e Oncologia del Medicine Robert Lurie Comprehensive Cancer Center della Northwestern University di Chicago -. Oggi abbiamo a disposizione molte armi per combattere questo big killer: prevenzione, diagnosi precoce, chirurgia conservativa, chemioterapie combinate, terapie ormonali e farmaci biologici che permettono di assicurare la guarigione alla maggioranza delle donne colpite. I risultati presentati al convegno confermano come la strategia vincente sia quella di tarare la terapia sulle caratteristiche specifiche delle pazienti”.

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I giovani infermieri nella professione: Uno “scatto” tra i millensials

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 novembre 2019

Insoddisfatti per lo stipendio soprattutto perché non è adeguato alle responsabilità, gli infermieri millenials sono invece soddisfatti per la loro formazione e per il rapporto con gli infermieri senior. Non hanno problemi di occupazione, ma si rendono conto che il loro posto migliore sarebbe quello su un territorio e in una residenzialità che ancora resta indietro. Anzi, ciò che vorrebbero sarebbe proprio una maggiore formazione in questo settore come in quello dell’area critica per far fronte alle emergenze dove già sono una punta di diamante e vorrebbero che questo avvenisse con vere e proprie specializzazioni.E’ il quadro che emerge da un sondaggio della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche che con settori specializzati – questo è, appunto “Fnopi Giovani” – sta tracciando il profilo completo della professione infermieristica e delle sue esigenze che nascono e derivano dai veri bisogni di assistenza dei cittadini.Al sondaggio ha partecipato un campione statisticamente significativo di giovani infermieri: l’età media delle donne è di 26,4 anni, quella degli uomini 25,9.Per la maggior parte (66%) si sono formati nelle strutture universitarie del nord del Paese, il 18% al centro e il 16% al sud.
I più hanno conseguito la laurea tra il 2013 e il 2018 e il 34% di loro ha acquisito anche una formazione post-base (laurea magistrale/specialistica, master di primo livello prevalentemente nell’area emergenza/urgenza, chirurgica, territoriale wound care, management).Per il 76% l’esperienza lavorativa va da 2 a 5 anni, solo per il 12% è superiore ai 5 anni e solo il 7% è in attesa di occupazione: il 13% è libero professionista, l’80% lavora in strutture pubbliche e private con contratti a tempo determinato (pubblico 14%, privato 16%) e a tempo indeterminato (pubblico 29%, 21% privato).Non c’è un ambito operativo che prevale: le percentuali vanno dal 5% per l’area della salute mentale al 21% dell’ambito sociosanitario/residenzialità (10% territorio, 14% area emergenza/urgenza, terapia intensiva, 16% ambito chirurgico, 20% ambito medico).L’ambito clinico lavorativo in cui si registra maggiore soddisfazione da parte degli infermieri è quello dell’emergenza urgenza e terapia intensiva, settore notevolmente ambito anche da coloro che lavorano in campo medico e chirurgico.L’82% dei professionisti lavora nella regione in cui risiede, il 5% farebbe un’esperienza all’estero.E tra i criteri che hanno orientato la scelta alla professione, motivazioni economiche a parte, c’è anche il bisogno di accrescere competenza ed esperienza.
“Il risultato della survey – spiega Nicola Draoli, responsabile per il Comitato centrale della Federazione del settore “Fnopi Giovani” – mette in evidenza anche criticità legate alla qualità dello specifico posto di lavoro: è l’organizzazione dei servizi che spesso non va. L’indagine è comunque uno sprone per i livelli organizzativi a riqualificare velocemente i setting di lavoro residenziali territoriali per renderli attirativi e adeguati alla professione così come si rende necessario lavorare fin dal percorso formativo di base su un maggior orientamento alla territorialità e non solo al settore dell’area critica”.

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Diabete e parodontite: una relazione pericolosa da non sottovalutare

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 novembre 2019

In Italia il 30-40% delle persone con diabete o prediabete, circa 1,5-2 milioni di individui, soffre anche di parodontite. Parodontite e diabete sono due malattie croniche strettamente correlate, che trovano nell’infiammazione una caratteristica comune che ne ha determinato lo sviluppo: alla base del legame tra diabete e parodontite vi sono i batteri del cavo orale, la cui diffusione aumenta la produzione di citochine infiammatorie a livello gengivale e compromette la risposta immunitaria locale, generando dei processi a catena che possono portare ad un peggioramento del controllo glicemico. La parodontite, sesta malattia cronica al mondo per incidenza, si sviluppa in genere a partire da una infiammazione gengivale, generata dall’accumulo di placca dentale, che si estende progressivamente ai tessuti che circondano e sostengono la radice del dente, e può arrivare a causarne la perdita. In Italia la prevalenza della parodontite nella popolazione è di circa il 50%, del 10-14% nelle sue forme più gravi, con un picco di incidenza tra i 35 e i 45 anni. In occasione della Giornata Mondiale del Diabete, la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP), ricorda l’importanza di prendersi cura della propria salute orale e di informarsi per poter intervenire tempestivamente. Per questo, dal 1° ottobre scorso è disponibile un numero verde 800 144979, promosso dalla SIdP con il contributo incondizionato di GSK Consumer Healthcare, attraverso il quale è possibile avere risposte da parte di esperti su come prendersi cura della propria salute orale.

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Cancro della prostata, una web sitcom per abbattere i tabù

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 novembre 2019

Milano. Consapevolezza e prevenzione, le armi per battere sul tempo il cancro della prostata, il tumore più diffuso tra i maschi adulti italiani con 37.000 nuove diagnosi nel 2019, che se diagnosticato in fase precoce può essere curato in maniera efficace.Europa Uomo Italia Onlus insieme a Fondazione ONDA, con il patrocinio di Fondazione AIOM, SIU – Società Italiana di Urologia, SIUrO – Società Italiana di Urologia Oncologica, AIRO – Associazione Italiana Radioterapia e Oncologia clinica, AURO – Associazione Urologi Italiana, FFO – Fondazione per la Formazione Oncologica e il contributo incondizionato di Astellas, promuove la campagna “QUI PRO QUO – Salute della prostata: stop agli equivoci, sì alla prevenzione”, per sensibilizzare uomini over 50, le donne compagne di vita e i giovani maschi sull’importanza di superare i pregiudizi e sottoporsi a periodici controlli della prostata.Da oggi un cambio di rotta culturale è possibile grazie a una web sitcom con Francesco Paolantoni ed Emanuela Rossi, che racconta in 5 puntate con un linguaggio semplice e scherzoso come affrontare il delicato argomento della prostata e dei suoi problemi all’interno della coppia.Su prostataquiproquo.it la web sitcom e le informazioni sulla campagna.Il termine per partecipare al contest musicale scade il 30 giugno: tutte le informazioni sono disponibili sul sito http://www.voltatiguardaascolta.it

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Parere positivo del CHMP per siponimod

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 novembre 2019

Lo è per il trattamento dei pazienti adulti con sclerosi multipla secondariamente progressiva (SMSP) attiva Novartis ha annunciato oggi che il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP, Committee for Medicinal Products for Human Use) dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA, European Medicines Agency) ha adottato un parere positivo per siponimod per il trattamento di pazienti adulti con sclerosi multipla secondariamente progressiva (SMSP) con malattia attiva.Se approvato, Mayzent® (siponimod) sarà il primo e unico trattamento orale specificamente indicato in Europa per i pazienti con sclerosi multipla secondariamente progressiva (SMSP) attiva. L’opinione del CHMP si basa sullo studio di fase III EXPAND il più grande studio clinico randomizzato – condotto su un’ampia popolazione di pazienti con SMSP (punteggio EDSS da 3,0 a 6,5 al basale) – che mostra come siponimod abbia ridotto in modo significativo il rischio di progressione della malattia, ivi inclusa la disabilità fisica e il declino cognitivo.Fino all’80% dei pazienti con sclerosi multipla recidivante remittente (SMRR) svilupperà SMSP3; se fosse approvato, siponimod diventerebbe una valida alternativa terapeutica per i pazienti con SMSP attiva.

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Neoplasie Ematologiche

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 novembre 2019

Roma 28 novembre 2019 ore 11.30 Biblioteca Angelica, Piazza di S. Agostino 8. Ogni anno oltre 33mila italiani ricevono una diagnosi di neoplasia ematologica ma, grazie alla ricerca e alle terapie sempre più efficaci, le percentuali di sopravvivenza e la qualità di vita sono decisamente migliorate. Ma cos’è la qualità di vita? Cosa vorrebbero i pazienti? Quali sono i loro reali bisogni? Per rispondere a queste domande, all’interno della Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia, nasce F.A.V.O. Neoplasie Ematologiche. Nel corso dell’evento verranno presentati i risultati di un sondaggio condotto da La Lampada di Aladino Onlus finalizzato ad indagare i bisogni dei pazienti e l’impatto della malattia sulla loro qualità di vita. Modera Maria Rita Montebelli, Giornalista scientifica Intervengono
Paola Boldrini, Membro XII Commissione Igiene e Sanità Senato della Repubblica, Francesco De Lorenzo, Presidente F.A.V.O. Davide Petruzzelli, Coordinatore F.A.V.O. Neoplasie Ematologiche e Presidente La Lampada di Aladino Onlus Francesco Angrilli,Responsabile Centro Diagnosi e Terapia Linfomi, Ospedale Civile Spirito Santo, Pescara; Elena Bravo, Senior Researcher Istituto Superiore di Sanità
Prassede Salutari,Responsabile Ambulatorio Leucemie Acute e Mielodisplasie, Ospedale Civile Spirito Santo, Pescara; Paolo Spriano, Vice Presidente Società Nazionale Medica Interdisciplinare Cure Primarie (SNAMID)

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Almirall launches the accelerator Digital Garden to drive digital innovation in dermatology

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 novembre 2019

Almirall, S.A. (ALM) today announced the launch of the Digital Garden, a dermatology digital health accelerator focused on developing innovative technology-based services and solutions to accelerate their go-to-market plans and tackling some of the dermatology challenges today and in the future. The selection of the first cohort of the Digital Garden has been selected in a pitch event held at the Frontiers Health annual event in Berlin.In October, Almirall announced the launch of a first call for innovation to start-ups focused on digital innovations in medical dermatology. Since then more than 40 start-ups have shown interest to join the program via almiralldigitalgarden.com. Almirall preselected eight of them from among the many applicants to present their business model to an expert investor jury. The five winning projects will join a nine-month accelerator program starting in January at the Barcelona Health Hub.
In addition, the Digital Garden, powered by Almirall will also provide mentoring from top healthcare experts from Almirall and the potential to collaborate on actual projects within the company. The acceleration program includes the opportunity to leverage leading hospitals in Barcelona as a test bed for digital pilots, with potential access to HCPs and patients. The Digital Garden is not requiring an equity component from the start-ups, but rather will be finding up to € 50.000 based on milestones agreed between Almirall and the start-ups.

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Storie di Sibling, il punto di vista di chi vive e cresce con un fratello raro

Posted by fidest press agency su domenica, 17 novembre 2019

Roma, 21 novembre 2019 – Ore 14,30-17,30 Auditorium Ministero della Salute – Lungotevere Ripa, 1. Dare voce a migliaia di sorelle e fratelli che affrontano le problematiche legate alle malattie rare, spesso in completa solitudine, è l’obiettivo primario del Progetto “Rare Sibling” nato dall’esperienza, quasi decennale, dell’Osservatorio Malattie Rare che spesso si è occupato di questi temi dal punto di vista giornalistico.Il Progetto vuole contribuire a migliorare la qualità di vita complessa di ogni componente dei nuclei familiari influenzati dalle malattie rare, sensibilizzando e informando sulla condizione dei sibling attraverso le attività di storytelling e le attività dedite alla promozione dell’aggregazione, del confronto, dello scambio tra rare sibling, oltre alla raccolta e diffusione di best practice di gestione di gruppi di supporto o laboratori di counseling svolti in Italia o all’estero.Durante l’incontro sarà presentata la pubblicazione “La mia storia è quella di mio fratello” che raccoglie i risultati del lavoro realizzato con le associazioni di pazienti e con tanti fratelli e sorelle che si sono resi disponibili per raccontare le loro storie.Il Convegno prevede il seguente Programma provvisorio
Ore 14,30 – Registrazione dei Partecipanti
Ore 15 – Apertura dei lavori e Saluti Istituzionali Sen. Paola Binetti, Presidente Intergruppo Parlamentare Malattie Rare, neuropsichiatra infantile
Ore 15,15 – Un anno di Rare Sibling: i dati raccontano le storie Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttore Osservatorio Malattie Rare
Laura Gentile, Psicologa e Psicoterapeuta, responsabile scientifica del Progetto Rare Sibling
Ore 15,45 – La storia di Alessia ed Emanuele
Ore 16,00 – “Rare Siblings – La Sfida della cura durante noi” Margherita Urgeghe, Consigliera Associazione Italiana Sindrome X Fragile
Ore 16,15 – L’impegno sul campo Bianca Maria Lanzetta, Consigliere Nazionale ANFFAS Onlus, Carla Ferrazzoli, Consigliere Comitato Siblings Onlus, Tizia D’Auria e Maria Caterina Pugliese, Parent Project APS
Modera Antonella Patete, giornalista esperta in temi sociale e autrice delle storie di pazienti

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18 novembre: Giornata europea degli Antibiotici

Posted by fidest press agency su domenica, 17 novembre 2019

«Curare le infezioni causate da batteri resistenti è difficile – spiega Alessandro Marocchi, direttore del Laboratorio dell’Ospedale Fatebenefratelli di Erba -, in quanto gli antibiotici normalmente utilizzati hanno perso efficacia ed è necessario ricorrere ad altri antibiotici. Questo può ritardare l’individuazione della terapia più appropriata e causare complicazioni che possono anche portare alla morte del paziente. Inoltre può essere necessaria una maggiore assistenza sanitaria e il ricorso ad antibiotici alternativi e più costosi, che tra l’altro possono avere effetti collaterali più gravi». Il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, WHO) ha dichiarato che la resistenza antibiotica è una delle emergenze sanitarie mondiali, che deve essere affrontata con estrema urgenza. I batteri resistenti agli antibiotici causano una lunga serie di infezioni: infezioni delle vie urinarie, polmonite, infezioni cutanee, diarrea, infezioni del torrente sanguigno. La sede dell’infezione dipende dai batteri coinvolti e dalle condizioni del paziente. Per i pazienti ricoverati all’interno di strutture ospedaliere esiste il rischio di infezioni non collegate al motivo del ricovero. Purtroppo, in Italia l’antibiotico-resistenza è raddoppiata tra il 2005 e il 2014. L’ospedale di Erba in questi anni è riuscito a contenere il problema: se, ad esempio, consideriamo Klebsiella pneumoniae,i ceppi isolati dai pazienti nel corso del 2018 sono solo per il 7% resistenti ai carbapenemi (in Italia 26,8%), con un massimo dell’11% nei degenti: possiamo forse dedurre che nella nostra realtà i carbapenemi, tipicamente di utilizzo ospedaliero e riservati ai casi più gravi, vengono impiegati correttamente. Un altro gruppo di antibiotici utilizzati prevalentemente in ambito sanitario sono le cefalosporine di III generazione: ci possiamo rendere conto di questo se consideriamo le percentuali di resistenza di E. coli ad esse. La resistenza complessiva osservata a Erba nello stesso periodo è del 15% (28,7 in Italia), ma sale dal 9% delle infezioni ambulatoriali al 21% delle infezioni in pazienti degenti ed al 34% negli ospiti di RSA. Un altro esempio di pressione selettiva causata dagli antibiotici è osservata, sempre in ceppi di E. coli, nel caso della resistenza ai fluorochinoloni, utilizzati spesso al di fuori delle degenze ospedaliere. Nella realtà di Erba il 40% di E. coli è resistente (41,7 in Italia): ma nei casi ambulatoriali è solo il 32%, sale al 43 nei degenti e raggiunge il 74 nelle RSA. I veramente pochi casi di Acinetobacter baumannii hanno resistenze combinate nel 72% (in Italia 75,7%): anche qui la pressione selettiva delle terapie antibiotiche sembra indicare il suo effetto: dal 20% di resistenze in casi ambulatoriali al 67% di casi ospedalieri, e al 92% di casi in RSA. (Per approfondimenti sui dati relativi all’ospedale Sacra Famiglia è possibile visionare il sito http://www.fatebenefratelli.it).Oltre alle attività comuni a tutte le strutture Ospedaliere nella lotta alle infezioni ospedaliere, presso l’Ospedale Sacra Famiglia di Erba si è avviata anche una collaborazione con i Medici di Medicina Generale dell’ordine dei medici della provincia di Como denominata “Microbiologia clinica partecipata”: è un portale di studio e informazione che mira a sviluppare una cultura condivisa sulle problematiche esistenti nell’area di riferimento, ovvero un forum dove i microbiologi e gli specialisti ospedalieri condividono con i MMG dati epidemiologici, conoscenze scientifiche, dubbi e soluzioni agli eventuali problemi che si possono presentare nel corso delle attività. Questa attività mira a uniformare e condividere azioni preventive e scelte organizzative / terapeutiche che tanta parte hanno nel caratterizzare le antibiotico resistenze presenti in un territorio.

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