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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 299

Archive for the ‘Medicina/Medicine/Health/Science’ Category

Medicine – Health – Science

Giornata Mondiale del Cervello

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 luglio 2017

ictusIl 22 luglio si celebra la Giornata Mondiale del Cervello, iniziativa indetta annualmente dalla WFN – World Federation of Neurology – (Federazione Mondiale di Neurologia), un’Organizzazione non governativa affiliata alla Organizzazione Mondiale della Sanità, il cui obiettivo principale è quello di sensibilizzare la popolazione mondiale sulle problematiche relative alla salute del cervello. Quest’anno, la Giornata è dedicata all’ictus, con lo slogan “l’ictus è un attacco cerebrale! Preveniamolo e curiamolo!”.
L’ictus cerebrale è stato selezionato come tema della Giornata 2017. Perché:
1. è enorme l’impatto della malattia nel mondo: l’ictus è stato definito dal Presidente della WFN come l’“epidemia del 21° secolo”. Infatti, più di 17 milioni di persone al mondo sono vittime di un ictus ogni anno ed almeno 26 milioni di persone hanno esiti di ictus, spesso con rilevanti disabilità. In Italia, circa 170 000 persone soffrono di un ictus ogni anno e almeno il 50% dei sopravvissuti riporta disabilità rilevanti.
2. la prevenzione è fondamentale: il 90% degli ictus potrebbe essere evitato attraverso il riconoscimento ed il trattamento dei principali fattori di rischio come fibrillazione atriale, ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, alimentazione non corretta.
3. si registrano grandi progressi nella diagnosi e nella terapia: vi sono poche malattie per le quali terapie innovative abbiano fatto tanti progressi come l’ictus cerebrale. Per l’ictus ischemico, in particolare, oggi vi sono molte strategie terapeutiche per la fase acuta della malattia, come la trombolisi endovenosa e, in casi selezionati, la trombectomia meccanica.“Scopo della Giornata – spiega la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus – è quindi quello di informare ed educare non solo la popolazione circa la possibilità di prevenire l’ictus cerebrale e di richiedere un trattamento appropriato nella fase acuta, ma anche di sensibilizzare i decisori pubblici circa la necessità di una equa distribuzione delle risorse sul territorio nazionale, perché tutti possano avere accesso alle giuste terapie, con i trattamenti appropriati forniti dagli specialisti competenti e nelle strutture opportunamente organizzate”.
“Non da ultimo – afferma il Dr. Massimo Del Sette, Presidente del “Neurosonology Research Group” della WFN – un elemento estremamente rilevate è il recente inserimento, nella nuova classificazione dell’OMS (ICD-11), dell’ictus tra le malattie del sistema nervoso. Questo fatto ribadisce che l’ictus è una malattia del cervello, da cui il termine “Brain attack” (Attacco cerebrale), come sottolineato proprio nella campagna della WFN per la Giornata del 22 luglio”.

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Tumore alla vescica e prevenzione

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 luglio 2017

tumore vescicaIl tumore della vescica è una malattia ancora poco conosciuta alla maggioranza degli italiani. Solo il 37% ne ha mai sentito parlare, nonostante colpisca ogni anno 26.600 persone e il numero di nuovi casi sia in aumento. In particolare, preoccupa la scarsa conoscenza dei fattori di rischio e delle possibilità di cura. Secondo il 68% degli italiani è una forma di cancro inguaribile e il 78% non sa che si può prevenire. Il 52% ignora che interessa soprattutto gli uomini e solo il 23% considera il fumo una possibile causa della neoplasia, mentre rappresenta il principale fattore di rischio. Otto su dieci però vorrebbero ricevere maggiori informazioni e notizie. Sono questi alcuni dei dati contenuti in un sondaggio svolto nei mesi scorsi su 1.562 cittadini dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM). L’indagine è presentata oggi in un convegno al Ministero della Salute e fa parte di Non avere TUTimore, campagna di sensibilizzazione sul Tumore Uroteliale, la prima mai realizzata nel nostro Paese e resa possibile da Roche. “Sette italiani su dieci non sanno che attraverso stili di vita sani è possibile evitare il cancro – afferma il prof. Carmine Pinto, Presidente Nazionale AIOM -. Infatti il 24% fuma regolarmente e, tra i tabagisti, la metà consuma almeno un pacchetto al giorno di sigarette. Questo pericoloso vizio è la causa di circa il 50% di tutti i tumori del tratto urinario. Ma contro il cancro bisogna sempre giocare d’anticipo: la presenza di sangue nelle urine (ematuria) rappresenta un campanello d’allarme. Il persistere o ripetersi di questo fenomeno, soprattutto in persone considerate a rischio, deve rappresentare un segnale forte che non può e non deve essere sottovalutato. Tuttavia solo il 29% degli italiani informa il proprio medico di fiducia di questa situazione”. La campagna Non avere TUTimore si è articolata attraverso diverse iniziative volte ad aumentare il livello di consapevolezza dei cittadini. Sono stati distribuiti opuscoli informativi su tutto il territorio nazionale, realizzato un mini sito con i consigli degli oncologi sul sito ufficiale AIOM, coinvolti oltre 7.500 camici bianchi della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) e attivata una forte campagna sui social media. In più nelle piazze di Roma, Firenze, Bari e Torino sono stati organizzati eventi speciali in cui si sono esibiti otto ballerini professionisti (della scuola IALS di Roma) con performance che hanno racchiuso una serie di messaggi volti a favorire l’importanza della cura del proprio corpo e della salute.
“Il 78% dei pazienti italiani riesce a sconfiggere il tumore della vescica – sostiene il prof. Sergio Bracarda Direttore del Dipartimento Oncologico Azienda USL Toscana Sud-est, Arezzo e Consigliere Nazionale AIOM -. Finora questa neoplasia in fase avanzata è stata principalmente trattata con la chemioterapia, ma non sempre in modo ottimale, a causa della presenza di alcune complicanze come l’insufficienza renale. E’ difficile da curare perché colpisce soprattutto persone anziane e quindi spesso afflitte da altre malattie. Studi clinici hanno evidenziato, anche in questa patologia neoplastica, il ruolo dell’immunoterapia con l’introduzione di anticorpi anti-PD1 e anti-PD-L1, in grado di ripristinare la capacità del nostro sistema immunitario di riconoscere e aggredire il cancro. Questi farmaci hanno dimostrato di essere efficaci e meglio tollerati rispetto alla tradizionale chemioterapia”. Quella alla vescica è una forma di tumore sempre più diffusa in tutti i Paesi Occidentali. In Europa ogni anno colpisce circa 175.000 persone e provoca 52.000 decessi (5.600 solo in Italia). Nonostante questi numeri, da anni le associazioni dei pazienti denunciano una sottovalutazione della malattia. “I finanziamenti per la ricerca medico-scientifica contro la neoplasia non rispecchiano né la diffusione né la sua complessità clinica – aggiunge Francesco Diomede Vice Presidente della Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO) -. La nostra Federazione insieme all’European Cancer Patient Coalition, una Coalizione che unisce 408 associazioni di 44 paesi, ha deciso di promuovere alcune iniziative di sensibilizzazione nei confronti della Commissione e del Parlamento Europeo. A nostro avviso è fondamentale riuscire ad avviare al più presto nuovi studi clinici che individuino come ottenere sempre più diagnosi precoci soprattutto per le persone considerate ad alto rischio di sviluppare la malattia”. “Tra di loro ci sono alcune specifiche categorie di lavoratori – aggiunge Pinto -. In Italia circa un quarto di tutti i casi è attribuibile a esposizioni ad alcune sostanze chimiche utilizzate nell’industria tessile, dei coloranti e della gomma e del cuoio. Chi per motivi professionali è costretto a passare diverse ore a stretto contatto con queste sostanze deve prestare ancora più attenzione alle proprie urine e sottoporsi regolarmente ad esami e accertamenti. Il numero di carcinomi alla vescica d’origine professionale è, infatti, in aumento soprattutto tra le donne”.

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Farmaci in associazione nella prevenzione post-infarto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 luglio 2017

chietiChieti. Aterosclerosi, colesterolo in eccesso, trombosi e infarto. Nonostante la progressiva riduzione della mortalità cardiovascolare nei paesi industrializzati, le malattie conseguenti all’aterosclerosi della parete arteriosa e alla trombosi, come la cardiopatia ischemica, l’ictus ischemico e l’arteriopatia periferica, rimangono ancora patologie molto frequenti e sono fra le maggiori cause di morte prematura e invalidità permanente nella popolazione europea. Le cause di queste malattie sono multifattoriali, alcune modificabili con gli interventi sullo stile di vita, come l’inattività fisica, il fumo e le cattive abitudini alimentari, altre anche con un trattamento farmacologico, come le dislipidemie, l’ipertensione arteriosa, il diabete.
E delle principali cause di malattia cardiovascolare e delle sue conseguenze si è parlato al congresso dal titolo “International Summit on Atherothrombosis”, organizzato all’Università di Chieti da Raffaele De Caterina, Dipartimento di Cardiologia all’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara e da Carlo Patrono, Dipartimento di Farmacologia all’Università Cattolica di Roma, e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «Fino a poco tempo fa era disponibile soltanto un tipo di anticoagulanti orali per il trattamento a lungo termine di pazienti dopo un infarto, gli antagonisti della vitamina K (VKA). Farmaci efficaci, che però erano utilizzati raramente perché di difficile amministrazione e che richiedevano un continuo aggiustamento del dosaggio» spiega Raffaele De Caterina. «La situazione è cambiata con l’introduzione dei nuovi anticoagulanti orali non-VKA che possono essere somministrati più semplicemente, perché a dose fissa, senza dover monitorare continuamente la coagulazione per ogni paziente. Il coinvolgimento della coagulazione nella genesi della trombosi arteriosa conferma l’utilità dei farmaci anticoagulanti nella prevenzione dell’infarto. Diversi studi hanno dimostrato l’utilità dell’utilizzo di un’associazione di due farmaci, un antipiastrinico e un antiaggregante. È importante però definire correttamente il dosaggio dei farmaci per una terapia a lungo termine, il momento ideale in cui iniziare la terapia e l’ottimale combinazione tra i farmaci. È inoltre necessario stabilire con accuratezza quale farmaco abbia minori effetti collaterali, primo tra tutti il sanguinamento, conseguenza conosciuta nell’utilizzo a lungo termine di farmaci come l’aspirina».
L’aspirina è un farmaco che ormai ha comunque trovato una propria collocazione nella prevenzione secondaria degli eventi cardiovascolari. Una vera e propria rivoluzione nell’impiego tradizionale dell’aspirina è stata infatti lo sviluppo e l’utilizzo del basso dosaggio nei pazienti affetti da cardiopatia ischemica o malattia cerebrovascolare, che si associa a una consistente e significativa riduzione della mortalità e della ricorrenza di eventi aterotrombotici maggiori.
«Oggi è sempre più evidente l’esistenza di strategie di prevenzione che agiscono su più apparati garantendo una protezione globale» aggiunge Carlo Patrono. «Un esempio tipico è quello della dieta mediterranea che è stata inizialmente apprezzata per la capacità di assicurare una migliore prognosi cardiovascolare. Queste osservazioni cliniche hanno poi trovato una spiegazione scientifica nella dimostrazione del ruolo che i radicali liberi dell’ossigeno svolgono nella patogenesi di molti tipi di malattia, ragion per cui una dieta ricca di antiossidanti riesce a svolgere un effetto favorevole ad ampio raggio. Ancora meno prevedibile era la possibilità che un farmaco, sintetizzato per combattere soprattutto i sintomi dell’infiammazione, potesse svolgere un effetto protettivo di ampio spettro. Ci siamo dovuti perciò abituare all’idea che l’aspirina, che eravamo stati abituati fin da bambini a utilizzare come antipiretico e analgesico, fosse in grado di ridurre la mortalità per infarto se somministrata subito dopo l’insorgenza del dolore stenocardico e dovesse essere assunta quotidianamente per cercare di ridurre il ripetersi di episodi cardiaci, sfruttando il suo effetto di inibizione dell’aggregazione piastrinica».

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Roma necessita di un nuovo e diverso approccio alle dipendenze

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 luglio 2017

laura baldassarre“Il problema sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti anche a causa di fenomeni emergenti come le ludopatie. In quest’ottica abbiamo visitato, assieme all’assessora Laura Baldassarre, la comunità terapeutica di Santa Maria della Pieve (Perugia). Si tratta di una struttura terapeutica di Roma Capitale e gestita dal Centro Italiano di Solidarietà Don Mario Picchi (CeIS). Il nostro metodo di lavoro è infatti incentrato sul contatto diretto e sull’interlocuzione con chi ogni giorno si misura con la realtà”. Lo riferiscono, in una nota congiunta, il capogruppo capitolino del M5S Paolo Ferrara e la Presidente della Commissione Capitolina Politiche Sociali e Salute Maria Agnese Catini.“La comunità di Città della Pieve – proseguono – rappresenta un esempio virtuoso, in quanto garantisce un percorso distinto in tre fasi mirate che approda in un totale reinserimento all’interno della società. Ciò avviene anche grazie alle competenze acquisite durante la riabilitazione: le persone sono ospitate in un luogo immerso nella campagna che ospita un orto vastissimo e variegato, una serra e stalle con maiali, galline e bovini e tutti gli strumenti necessari all’apicoltura. Abbiamo respirato un profondo e sincero senso di appartenenza, che motiva le persone e le rende parte integrante di un progetto. La dipendenza non deve diventare uno stigma, ma un problema da affrontare con una visione d’insieme finalizzata a un effettivo reinserimento”.“Occorre misurarsi con il tema delle dipendenze imprimendo una radicale inversione di rotta. Vogliamo quindi costruire una politica ad ampio respiro in materia, che consenta interventi interconnessi ed efficaci. Le azioni messe in campo sino a oggi sono state sconnesse tra loro, sulla base di una sterile improvvisazione. La nostra città merita progettualità e una proposta articolata che metta a sistema prevenzione, contrasto e recupero”, concludono.

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Iniziative volontaristiche di raccolta e distribuzione di farmaci

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 luglio 2017

psicofarmaci“Con una mozione, a prima firma Carfagna, Forza Italia vuole portare all’attenzione del governo una lodevole iniziativa nata nel territorio napoletano: ‘Un farmaco per tutti’, un’organizzazione di raccolta e redistribuzione dei farmaci che si distingue da altre diffuse sul territorio nazionale in quanto permanente e perché fondata sul volontariato. Con ‘Un farmaco per tutti’ i medicinali vengono raccolti direttamente, evitando anche che diventino dei rifiuti, e vengono trasferiti nei centri di raccolta che operando all’interno delle singole farmacie, hanno una diffusione capillare sul territorio. 150 sono al momento le farmacie coinvolte tra Napoli e provincia e già si è vista la distribuzione di oltre 70 mila confezioni di farmaci o dispositivi medico-chirurgici destinati a fasce di disagio e di difficoltà economica. Attraverso questo tipo di servizio si ha innanzitutto un risparmio economico, si da diamo un contributo importante ad affrontare l’’emergenza ambientale, ma soprattutto si permette a tanti cittadini di poter accedere ad un trattamento sanitario e di potersi curare. Questo è l’obiettivo più alto e più nobile. La nostra mozione parte da questa esperienza estremamente positiva per sollecitare la definizione di quelli che sono degli adempimenti previsti dalla legge n. 166 del 2016 sul risparmio e sul reimpiego dei prodotti alimentari e dei farmaci. Chiediamo al governo un impegno ed un intervento per definire anche questi percorsi di apporto partecipativo da parte del volontariato, delle associazioni no profit, che naturalmente nello spirito e nel rispetto del principio di sussidiarietà devono concorrere con lo Stato, senza sostituirsi ad esso, nell’affrontare e gestire una situazione così delicata ed importante, per le finalità e per gli obiettivi che sono stati raggiunti.” E’ quanto afferma Carlo Sarro, deputato di Forza Italia, nel corso di un suo intervento in aula alla Camera.

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Consumo medicinali negli USA: I più prescritti? Antiobesità e antidepressivi

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

obesoLe pillole antiobesità e quelle contro il mal di vivere sono tra i farmaci su ricetta più gettonati in assoluto, almeno negli Stati Uniti. E’ quanto emerge dagli ultimi dati diffusi dall’Agenzia americana per la qualità e la ricerca nel settore healthcare (Ahrq), relativi all’anno 2016. Ma secondo gli esperti la classifica resterà valida anche per gli anni successivi. In generale, le rilevazioni dell’Ahrq mostrano che negli Usa il 60% della spesa farmaceutica 2016 per i medicinali da prescrizione – complessivamente pari a 208,1 miliardi di dollari, riporta Pharma Times – è coperta da 5 classi di farmaci. Ma ecco, nel dettaglio, le famiglie terapeutiche che compongono la top-five. Sul primo gradino del podio (spesa pari a 38 miliardi di dollari nel 2006) ci sono i farmaci per i disordini metabolici, inclusi i medicinali anticolesterolo, quelli contro i chili di troppo e gli antidiabetici. Secondi in classifica (33 miliardi di dollari) i farmaci cardiovascolari, come i diuretici e gli antipertensivi in generale, o i medicinali per il controllo del ritmo cardiaco. Terzi in graduatoria (28 miliardi di dollari) le terapie attive sul sistema nervoso centrale, fra cui gli analgesici; quarti (17,5 miliardi) i farmaci contro i disturbi psichiatrici, antidepressivi compresi, e quinti (14 miliardi) i trattamenti ormonali. L’Ahrq ha inoltre diffuso i risultati di uno studio secondo cui i pazienti che, al momento di essere dimessi dopo un ricovero in ospedale, capiscono bene le istruzioni per il proseguimento delle terapie a domicilio hanno un rischio di riospedalizzazione ridotto del 30%. E dire che milioni di persone a basso reddito non hanno diritto all’assistenza sanitaria e questo provoca danni alla salute in diversi casi irreversibili. Sarebbe bastato un intervento tempestivo e terapie adeguate. Ma gli Stati Uniti pensano solo alle spese militari e a impinguare sempre di più i benestanti e i beneficiari di alti redditi che più di far uso di farmaci salva vita utilizzano quelli antiobesità e di antidepressivi per acquetare la loro ansia di far soldi in fretta.

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Declino cognitivo cambia con il tipo di demenza

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

alzheimer-cervelloLe caratteristiche demografiche differiscono significativamente fra i pazienti con demenza vascolare, quelli con morbo di Alzheimer e malattie cerebrovascolari e quelli con solo morbo di Alzheimer; anche il tasso di declino cognitivo varia significativamente fra questi gruppi di pazienti. Si tratta di gruppi che identificano le principali cause di demenza, sulla progressione delle quali tuttavia poco è noto. E molto importante a fini prognostici e gestionali che il medico sappia distinguerle con attenzione e tenga conto del carico delle lesioni vascolari nei pazienti con morbo di Alzheimer. Ciò è anche di importanza cruciale nella sperimentazione di nuovi farmaci che potrebbero avere un’efficiacia diversa in ciascun tipo di demenza, dato che le lesioni vascolari potrebbero falsare i risultati. Benchè la mortalità non sia significativamente influenzata dal tipo di demenza, l’età del paziente al momento della valutazione clinica è correlata alla sua sopravvivenza, a prescindere dalla diagnosi e dai punteggi cognitivi di base. A prescindere dalla diagnosi, inoltre, minore è l’intervallo fra la comparsa dei sintomi e la prima visita specializzata, maggiore è la sopravvivenza del paziente: ciò suggerisce il ruolo benefico di un’assistenza precoce.

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Cardiomiopatia non ischemica, confermati i benefici dell’impianto di defibrillatore

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 luglio 2017

pacemakerSecondo una nuova metanalisi pubblicata su Annals of Internal Medicine, i defibrillatori impiantabili hanno un valore nella prevenzione primaria sia nei pazienti con cardiomiopatia ischemica che in quelli con cardiomiopatia non ischemica. «Quando confrontata con la cura convenzionale, la terapia di prevenzione primaria con defibrillatori impiantabili ha ridotto l’incidenza di morte improvvisa e per tutte le cause in pazienti a rischio di aritmie ventricolari pericolose per la vita in entrambi i tipi di cardiomiopatia» afferma l’autrice principale dello studio Michalina Kolodziejczak, della Nicolaus Copernicus University di Bydgoszcz, in Polonia. Lo studio DANISH aveva messo in discussione i benefici di tali dispositivi nei pazienti con malattia non ischemica e, per fare chiarezza sulla questione, i ricercatori hanno esaminato i dati provenienti da 11 studi randomizzati che confrontavano la terapia con defibrillatore impiantabile con la cura convenzionale, terapia medica contemporanea e terapia antiaritmica, per la prevenzione primaria in circa 8.700 adulti con insufficienza cardiaca e ridotta frazione di eiezione. Il follow-up è durato circa tre anni, alla fine dei quali i risultati hanno mostrato che la mortalità per tutte le cause è stata significativamente più bassa con defibrillatore rispetto alla cura convenzionale nei pazienti con cardiomiopatia non ischemica (20% rispetto a 24%) e più bassa con defibrillatore in quelli con malattia ischemica anche se non in maniera significativa (22% rispetto a 30%). La morte improvvisa era significativamente minore con defibrillatore nei pazienti con cardiomiopatia non ischemica (3% rispetto a 7%) e significativamente inferiore con defibrillatore in quelli con malattia ischemica (5% rispetto a 15%).
Limitazioni dell’analisi includono tempi diversi di posizionamento del dispositivo e contemporanei interventi farmacologici e di re-sincronizzazione, oltre al fatto che gli studi sono stati compiuti in periodi diversi, e che gli eventi avversi e le complicazioni non sono state riviste. «Nel complesso i nostri risultati, che rispecchiano con le linee guida attuali, supportano il valore della strategia con defibrillatore impiantato in ambito di prevenzione primaria con cardiomiopatia ischemica o non ischemica» concludono gli autori. (fonte doctor33 – Ann Intern Med. 2017. doi: 10.7326/M17-0120
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28632280) (foto: defibrillatore)

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L’immunoterapia oncologica e i suoi efficaci sviluppi applicativi

Posted by fidest press agency su domenica, 16 luglio 2017

gruppoStanno modificando la gestione dei tumori: lo testimoniano, tra l’altro, i promettenti esiti pubblicati dalla rivista Nature (Sahin et al, Ott et al, 2017) sull’utilizzo di tecnologie alternative o aggiuntive agli inibitori dei checkpoint tramite un approccio terapeutico vaccinale personalizzato, diretto miratamente contro i neoantigeni specifici di ogni neoplasia. Un percorso che consente di bersagliare più potentemente e specificamente il tumore, con una diminuzione significativa degli effetti.
«Risultati straordinari – commenta Gennaro Ciliberto, Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, tra i soci fondatori di Alleanza Contro il Cancro, la prima rete di ricerca oncologica italiana fondata nel 2002 dal Ministero della Salute – che, oltre ad evidenziare lo sviluppo di potenti risposte immunitarie contro i neoantigeni, hanno dimostrato come molti pazienti abbiano avuto riduzioni delle masse tumorali, prolungamento della sopravvivenza e miglioramento della risposta alla somministrazione successiva di inibitori dei checkpoint. Esiti che, se confermati su più larga scala – ha detto ancora Ciliberto – innescheranno una rivoluzione positiva nella lotta contro i tumori».
Alleanza Contro il Cancro partecipa a questa grande sfida con il Working Group dedicato «Immunoterapia» in cui una quarantina tra i migliori ricercatori e clinici che lavorano in Italia (sui 200 che complessivamente popolano i WG di ACC) perseguono due obiettivi: sviluppare metodiche diagnostiche innovative che permettano di identificare in anticipo i pazienti che beneficeranno dall’immunoterapia e concepire nuovi protocolli, anche di tipo vaccinale, per i pazienti in cui invece l’immunoterapia attualmente non riesce a distruggere i tumori e trasferirli in sperimentazioni cliniche.
Ciliberto ha aggiunto anche che «la rete di ACC dispone, attraverso investimenti in conto capitale del Ministero della Salute, di tecnologie sofisticate di sequenziamento del DNA e di competenze bioinformatiche che permetteranno in tempi rapidi il sequenziamento dei tumori mediante tecnologie NGS e la veloce identificazione dei neoantigeni tumorali, ponendosi come primo player per lo sviluppo di vaccini antitumorali personalizzati». (foto: gruppo)

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L’obiezione di coscienza nella Sanità italiana

Posted by fidest press agency su sabato, 15 luglio 2017

Ministero saluteCi sono stati dei casi, come ad esempio quello della giovane madre di Catania morta con i suoi due gemelli, perché non si è intervenuti tempestivamente a causa del fatto che i due feti fossero ancora vivi, determinando così la morte della madre. Questo lo accerteranno i giudici, ma ciò che bisogna chiarire è: perché in quel reparto in base a quanto dichiarato dal primario, su dodici medici altrettanti erano obiettori.
La legge 194 del 22 maggio 1978, articolo 9 sull’interruzione di gravidanza stabilisce che: “L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”. Quindi, le pazienti italiane dovrebbero essere tutelate sia a livello legale, dove prevale la tutela della salute della madre in pericolo di vita, sia a livello di etica professionale del medico, che risponde al giuramento di Ippocrate.
In Italia invece, si sta mettendo sullo stesso piano la libertà di coscienza di un medico con l’intervento necessario a salvare la vita umana.
Gli ultimi dati forniti dal ministero della Sanità sono allarmanti, parlano di circa il 70% di obiettori a livello nazionale, tra i ginecologi. In particolare, nel Molise è obiettore di coscienza il 93,3% dei ginecologi, il 92,9% a Bolzano, il 90,2% in Basilicata, l’87,6% in Sicilia, l’86,1% in Puglia, l’81,8% in Campania, l’80,7% nel Lazio e in Abruzzo. I tassi più bassi in Valle d’Aosta al 13,3%, al secondo posto, l’Emilia Romagna con il 51,8% dove non-obiettore è appena la metà dei medici disponibili nel pubblico.La legge è chiara: negli ospedali in cui vi siano medici obiettori deve sempre e comunque essere reso disponibile personale non-obiettore, anche perché, chiamare personale da altre strutture ha un costo elevato e non vi sono fondi per la copertura.
In Italia esistono realtà in cui i medici obiettori sono pari al 100%, se una malcapitata si ritrova in uno di questi ospedali, la sua vita, nel peggiore dei casi, potrebbe essere a rischio, nel “migliore” invece sarà rimpallata da un ospedale all’altro prima di poter interrompere la gravidanza.
All’estero ad esempio, se si è un medico obiettore e non si interviene, si viene penalizzati economicamente perché non viene svolta questa parte del lavoro. Oppure, se in cuor proprio si è obiettori per coscienza, si prendano semplicemente altre specializzazioni. Infine come afferma la legge: per tutelare la salute delle cittadine si deve fare in modo che all’interno delle strutture vi sia sempre e comunque garantita una quota di non-obiettori attraverso dei bandi ad hoc per medici non obiettori e fare in modo che siano equamente distribuiti. I primari hanno il dovere di garantire il rispetto della norma.

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Glaucoma: malattia sempre più neurologica

Posted by fidest press agency su sabato, 15 luglio 2017

GlaucomaL’occhio come il cervello: un organo che può subire gli effetti del tempo ed essere colpito da neuro-degenerazione. Solo che mentre i danni al cervello si manifestano sotto forma di malattie cognitive, come Alzheimer o Parkinson, negli occhi la neuro-degenerazione si può presentare sotto forma di glaucoma. Una patologia in crescente aumento: nel mondo il numero delle persone di età tra i 40 e gli 80 anni affette da glaucoma è attualmente di 64.3 milioni ed è previsto aumentare a 76.0 milioni nel 2020 e a 112 milioni nel 2040 (1). A spiegare qual è il nesso tra glaucoma e neuroprotezione sono il Professor Stefano Gandolfi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, e il Professor Carlo Nucci, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica presso il Policlinico Universitario di Roma Tor Vergata, intervenuti al Meet the Expert, organizzato con il patrocinio della Società Italiana Glaucoma (SIGLA).
Alcuni studi dimostrano che l’esposizione prolungata al sole senza una protezione adeguata può provocare danni permanenti agli occhi. La luce ultravioletta (UV), che si riflette maggiormente sulla sabbia e sull’acqua, può provocare una bruciatura sulla superficie dell’occhio (cornea e congiuntiva). L’esposizione a lungo termine può influenzare non solo la superficie dell’occhio, ma anche le strutture interne, tra cui la retina. L’esposizione non protetta alla luce UV è un fattore di rischio per la cataratta e la degenerazione maculare, ma per il glaucoma? “Non c’è un nesso tra il sole e questa patologia” chiarisce il Professor Carlo Nucci Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Milano.

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La chemioterapia fa ancora paura

Posted by fidest press agency su sabato, 15 luglio 2017

chemioterapiaL’87% degli italiani sa cos’è la chemioterapia, ma per il 68% questi farmaci contro il cancro fanno ancora paura e il 78% ignora che oggi sono più “dolci” rispetto al passato perché più efficaci e meno tossici. È la fotografia del livello di conoscenza di una delle principali armi contro il cancro scattata dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) in un sondaggio che ha coinvolto 1.010 cittadini. E per far capire come la cura farmacologica contro i tumori sia cambiata la società scientifica ha realizzato il libro “Chemioterapia 100 domande 100 risposte”, disponibile sul sito http://www.aiom.it. Il progetto è stato realizzato con il contributo non condizionato di Sanofi Genzyme. “Gli importanti progressi registrati negli ultimi decenni possono essere ricondotti ai continui passi in avanti nella prevenzione, diagnosi e terapia dei tumori, che include a pieno titolo la chemioterapia, ancora oggi arma fondamentale e con aspetti di innovatività da non trascurare – sottolinea il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM -. Questo libro con le 100 domande e risposte sulla chemioterapia e sul ‘pianeta’ cancro vuole essere una guida per tutti i cittadini per comprendere a fondo la terapia che in più di 70 anni ha rappresentato il cardine della lotta ai tumori e che è ancora insostituibile nella cura della maggioranza delle neoplasie. Negli anni sono state diffuse false informazioni o mistificazioni prive di fondamento per screditarne l’efficacia e allontanare o demotivare i pazienti. Contemporaneamente abbiamo anche assistito alla pericolosa diffusione di teorie pseudoscientifiche sulle cure miracolose del cancro. Sulla chemioterapia inoltre grava lo stigma di una cura con ‘pesanti’ effetti collaterali che spesso fanno paura più del cancro stesso, reminiscenza del passato e molto lontano dalle attuali possibilità terapeutiche”. Il sondaggio evidenzia la scarsa conoscenza degli italiani sull’evoluzione che ha interessato quest’arma: per il 53% non permette di condurre una vita “normale” e per il 37% è un trattamento ormai superato. “La chemioterapia – spiega il prof. Pinto – si è continuamente sviluppata e innovata, non è più quella di 30 anni fa, è più ‘dolce’. Inoltre oggi abbiamo a disposizione trattamenti complementari che ne riducono in maniera rilevante gli effetti collaterali come la nausea e il vomito. Con le dovute differenze a seconda del tipo di tumore, dello stadio della malattia e della finalità della cura, sono disponibili terapie che non provocano la caduta dei capelli, altre che rispettano la produzione di globuli bianchi e rossi e piastrine da parte del midollo osseo, o sono meno impattanti per le mucose. Non è certamente una modalità di cura superata. Malgrado i progressi ottenuti con altre terapie, per esempio con i farmaci a target molecolare e l’immuno-oncologia, si continua a fare ricerca in quest’ambito. Oggi infatti molti nuovi trattamenti sono somministrati in combinazione o in sequenza con la chemioterapia ‘più tradizionale’. Più armi quindi insieme per ridurre e migliorare i sintomi come dolore, dispnea, disfagia, prolungare la vita e migliorare le percentuali di guarigioni dopo la chirurgia in un sempre più elevato numero di malati”. Nel 2016 in Italia sono stati stimati 365.800 nuovi casi di tumore: il 63% delle donne ed il 54% degli uomini sconfiggono la malattia. Buona parte dei progressi compiuti dall’oncologia mondiale negli ultimi decenni sono stati ottenuti proprio grazie alla chemioterapia, che rappresenta ancora oggi una terapia efficace nel trattamento di alcuni dei tumori più frequenti come quelli del seno, del colon-retto, del polmone e della prostata. “Nel rispetto delle scelte del paziente – conclude il prof. Pinto – i clinici devono lavorare per fornire ai malati corrette informazioni, sapendone ascoltare i bisogni, le speranze e le paure, per una piena condivisione del progetto di cura e per evitare perdita di fiducia o rinuncia alle terapie o che diventino preda di promesse terapeutiche infondate”.

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Registry identifies early onset of heart failure and lack of defibrillators in Asia

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 luglio 2017

singapore-marinaSingapore. For the first time this year a late breaking clinical trials session will be held at the Asian Pacific Society of Cardiology (APSC) Congress to highlight world-class research coming out of the region. The 21st APSC Congress, which is taking place 13-15 July in Singapore, will show-case original research from six late breaking clinical trials and 250 abstracts. The meeting is expected to be attended by over 2000 delegates from 45 countries.“The epidemic of cardiovascular disease is rising in Asia, and with this comes the growing realization that the disease phenotype may be different from that of other parts of the world. There are unique risk factors, genetics and public health issues which taken together mean that the findings of studies undertaken in the West may not automatically translate to Asian populations, “said Dr Jack Tan, the APSC Congress chair. “All this makes it really important to have a platform for Asian cardiovascular research. We hope new opportunities to present research at an Asia centered meeting will encourage more researchers from our region to get involved in clinical trials and registries.”For example, the ASIAN-HF registry1, which is being presented at the late breaking clinical trials session on 13 July 2017, demonstrates how heart failure patients in Asia are younger and have more co morbidities than their western counterparts.
The scientific content of the APSC, added Dr Tan, will be enhanced by European Society of Cardiology (ESC) hosted sessions. On Friday 14th July at 14:00- 15:30 (Room 335) ESC President Prof. Jeroen Bax will chair a session exploring new ESC Guidelines on prevention, atrial fibrillation, and heart failure. Then at 16:00-17:30 (Room 335) a second ESC session will look at cutting edge cardiology including the role of TAVI, Computed Tomography in Imaging and percutaneous coronary intervention for left main disease.In the late breaking clinical trial session Prof. Carolyn Lam, from the National Heart Centre, Singapore and Duke-National University of Singapore, will present the results of The Asian Sudden Cardiac Death in Heart Failure (ASIAN-HF) registry1 which set out to gather real-world data on the demographics, risk factors and outcomes of heart failure patients in Asia.The prospective registry reviewed clinical characteristics and outcomes of 5,276 patients with heart failure with reduced ejection fraction (HFrEF; EF<40%) and 1204 patients with heart failure with preserved ejection fraction (HFpEF; EF>50%). Subjects were recruited from 46 centres across 11 regions (including Hong Kong, Taiwan, China, Japan, Korea, India, Malaysia, Thailand, Singapore, Indonesia and the Philippines). For the study, ICD-eligible patients were defined as those with ejection fractions ≤35% and New York Heart Association Class II-III.Among patients with HFrEF, the mean age was 59.6 year (this contrasts with a mean age in the US of 70 years).Among patients with HFpEF, the mean age was 68 years (this contrasts with a mean age in the US of 72 year).Two thirds of subjects had two or more co morbidities.
Having two or more co morbidities increased the odds of HFpEF (vs. HFrEF) by around 50%.
Being a woman increased the odds of HFpEF (vs. HFrEF) threefold.
At six months, 13.1% of patients had died or were hospitalized for HF (13.9% in HFrEF; 8.9% in HFpEF).Among 3240 ICD eligible patients only 389 (12%) were ICD recipients. Utilization of ICDs varied widely across Asia from 1.5% in Indonesia to 52.5% in Japan.
Over a median follow-up of 417 days, ICD implantation reduced risks of all-cause mortality (HR=0.71, 95% CI 0.52-0.97) and sudden cardiac death (HR=0.33, 95% CI 0.14-0.79).
“In our registry we are seeing that despite being much younger than patients in the rest of the world, Asian patients with heart failure have a high burden of co morbidities and risk factors, many of which are modifiable,” said Prof. Lam.The study revealed underutilization of potentially life-saving implantable cardiac defibrillators. “This we believe may be due to lack of understanding around the device and cultural resistance to the idea of having a foreign body implanted, which represent opportunities for patient education,” said Prof. Lam. The public in Asia, she added, need to be educated to take heart failure more seriously.The registry, she added, showed that there were distinct differences between Asian and Western patients with heart failure. “The results show that we can’t just extrapolate the characteristics and outcomes of Western patients with heart failure to Asians, and that even within Asia we can’t extrapolate results from one region to another. As cardiologists we need to be conducting more heart failure trials in Asia.”The registry, said Prof. Lam, puts an infrastructure in place that can be extended to clinical trials. “We have shown that despite the language and cultural differences across Asia we can get together to successfully recruit thousands of patients. Our dream is that once we have completed the first observational phase we can move on to become an interventional trial network.”

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Tutela dei diritti dei pazienti oncologici

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 luglio 2017

tumore metastatico1Roma. Il progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” ideato e coordinato da Salute Donna onlus promuove con successo anche nel Lazio un Intergruppo consiliare regionale per favorire il confronto fra Associazioni pazienti, politici ed esperti e migliorare così la presa in carico e la tutela dei diritti dei pazienti oncologici.Nel Lazio sono oltre 265.000 le persone che convivono con un tumore mentre le nuove diagnosi stimate nel 2016 sono circa 33.000. Incremento delle risorse per i pazienti oncologici, mutazioni genetiche BRCA1 e BRCA2, qualità dei percorsi diagnostico-terapeutici, attuazione e gestione della Rete oncologica regionale, sistema informatico “user-friendly” sono i principali obiettivi da raggiungere.L’Intergruppo, che sarà presieduto da Rodolfo Lena, Presidente della VII Commissione Consiliare Politiche Sociali e Salute, avrà come scopo quello di favorire un dialogo efficace e costruttivo fra i principali attori del sistema oncologico ed ematologico ed indirizzare la Giunta regionale verso obiettivi raggiungibili ed utili per migliorare l’offerta sanitaria in oncologia.«Con gli Intergruppi regionali vogliamo dare una nuova concretezza alle azioni intraprese a livello nazionale», dichiara Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna onlus. «Con essi vogliamo far sentire ancora di più la nostra vicinanza ai pazienti e dare una risposta autentica ai loro bisogni nell’ottica di una tutela ottimale dei loro diritti».

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Trattamento dei pazienti con psoriasi cronica a placche

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 luglio 2017

psoriasiLa Commissione Europea ha approvato un nuovo prodotto orale a base di dimetilfumarato (DMF) per il trattamento dei pazienti con psoriasi cronica a placche da moderata a grave. E’ indicato come trattamento di induzione e a lungo termine. Almirall commercializzerà il farmaco nel terzo quadrimestre del 2017 in tutti gli Stati dell’Unione Europea, in Islanda e in Norvegia. “La psoriasi è una patologia cronica e recidivante della pelle che colpisce circa 1,5 milioni di persone in Italia – ha affermato il prof. Giuseppe Micali, Direttore della Clinica Dermatologica, Università di Catania P.O. ‘G. Rodolico’, Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico-Vittorio Emanuele di Catania -. La qualità di vita dei pazienti affetti è fortemente compromessa a causa delle manifestazioni cliniche caratterizzate da desquamazione, prurito, secchezza e bruciore a livello delle zone del corpo interessate. Attualmente la psoriasi va considerata una patologia infiammatoria multisistemica, potendo coinvolgere più organi. Quanto più vaste infatti sono le parti di pelle interessate e quanti più sono gli anni di convivenza con le lesioni, tanto maggiore è il rischio di avere un’altra malattia o comorbidità, come artrite psoriasica, obesità, ipertensione, diabete e dislipidemie. La psoriasi inoltre ha un elevato impatto sulla qualità di vita dei pazienti intaccando la loro autostima, determinando talora l’insorgenza di disturbi depressivi, ed influendo negativamente sulle relazioni sociali e interpersonali”. “Dimetilfumarato è un estere dell’acido fumarico che esplica la sua attività bloccando la produzione di citochine proinfiammatorie; si è dimostrato efficace nel trattamento, anche a lungo termine, della psoriasi a placche moderata-grave – ha sottolineato il prof. Giampiero Girolomoni, Direttore dell’Unità Operativa di Clinica Dermatologica all’Ospedale Borgo Trento di Verona -. “L’approvazione della Commissione europea è un’ottima notizia per i professionisti della salute e per gran parte dei pazienti europei che potranno accedere a una nuova opzione terapeutica per il trattamento sistemico della psoriasi da moderata a grave – ha commentato Eduardo Sanchiz, CEO di Almirall -. DMF è il risultato dell’impegno di Almirall nell’innovazione e la sua disponibilità per i medici e i pazienti colpiti da psoriasi rappresenterà un importante passo in avanti nel rinforzare la posizione dell’azienda come significativo partner nel settore della dermatologia”.
La prima presentazione dei risultati è avvenuta a settembre 2016 al 25° Congresso della European Academy of Dermatology and Venereology di Vienna (Austria).
Pubblicato sul British Journal of Dermatology, lo studio BRIDGE ha dimostrato la non-inferiorità di DMF vs esteri dell’acido fumarico, e il suo buon profilo di efficacia e sicurezza1. Ad oggi la combinazione di esteri dell’acido fumarico era disponibile solo in Germania in una diversa composizione così come in formulazioni prodotte localmente in Olanda, Austria e in alcuni Stati del Nord Europa. La decisione della Commissione Europea renderà disponibile questa nuova formulazione orale per tutti i pazienti europei.
Gli esteri dell’acido fumarico costituiscono un trattamento sistemico consolidato per la psoriasi e sono raccomandati dalle linee guida europee sia per l’induzione che per il trattamento a lungo termine. Le evidenze a lungo termine che derivano da studi e da dati di registro retrospettivi mettono in evidenza l’utilità clinica del farmaco.

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Il tumore della vescica

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 luglio 2017

tumore vescicaRoma, 18 luglio 2017 Auditorium Ministero della Salute (Lungotevere Ripa 1) Ore 10:45-13:00 convegno nazionale su “Non avere TUTimore, campagna di sensibilizzazione sul Tumore Uroteliale.” Intervengono, tra gli altri: Carmine Pinto (Presidente Nazionale AIOM), Sergio Bracarda (Direttore del Dipartimento Oncologico Azienda USL Toscana Sud-est, Arezzo) e Francesco Diomede (Vice Presidente della Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia FAVO).
il tumore della vescica è una malattia di cui si parla ancora poco e che non ha la stessa notorietà di altre patologie uro-oncologiche come il cancro prostatico. Eppure il numero di casi l’anno è in aumento in Italia (e nel resto d’Europa). Sotto accusa sono soprattutto gli stili di vita scorretti a partire dal fumo di sigaretta. Per questo l’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM) ha lanciato Non avere TUTimore, campagna di sensibilizzazione sul Tumore Uroteliale. Si tratta del primo progetto mai realizzato nel nostro Paese e interamente dedicato a questa neoplasia. Nei mesi scorsi sono stati realizzate una serie di iniziative tra cui un sondaggio nazionale condotto su oltre 1.500 cittadini per valutare il livello di conoscenza tra la popolazione.

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Assistenza a lungo termine: solo il 2,7% degli over-65 italiani assistiti a domicilio

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 luglio 2017

Roberto BernabeiPur essendo l’alternativa più efficace ed economicamente sostenibile all’attuale modello che ruota attorno all’ospedale, l’assistenza domiciliare per la cura a lungo termine degli anziani fragili o con patologie croniche ad oggi è pressoché un privilegio: ne gode infatti solo il 2,7% degli ultrasessantacinquenni residenti in Italia (in alcuni Paesi del Nord Europa sono assistiti in casa il 20% degli anziani), e le prestazioni, le ore dedicate a ciascun assistito, la natura pubblica o privata degli operatori e il costo pro capite dei servizi sono i più differenti e variegati, a seconda delle aree del Paese. In particolare, sono assistiti a domicilio nel nostro Paese solo 370mila over 65, a fronte di circa 3 milioni di persone che risultano affette da disabilità severe, dovute a malattie croniche, e che necessiterebbero di cure continuative. Lo rilevano i dati del Ministero della Salute e una survey effettuata da Italia Longeva, network scientifico composto dallo stesso Ministero, IRCCS INRCA e Regione Marche, dedicato all’invecchiamento attivo e in buona salute. In particolare, i dati regionali sono di fonte ministeriale, mentre Italia Longeva ha sviluppato un’analisi di dettaglio volta a comprendere in concreto come siano organizzati i servizi di assistenza a domicilio in 12 Aziende Sanitarie presenti in 11 Regioni italiane: un campione distribuito in modo bilanciato tra nord e centro-sud, relativo ad Aziende che offrono servizi territoriali a 10,5 milioni di persone, ossia quasi un quinto della popolazione italiana. Tutti questi dati sono stati presentati oggi al Ministero della Salute nel corso della seconda edizione degli Stati Generali dell’assistenza a lungo termine (Long Term Care 2), organizzati da Italia Longeva. Quel che più sorprende è che il nostro Paese – da anni alla ricerca di una vera alternativa al modello basato sulla centralità dell’ospedale per la cura di pazienti anziani, cronici e fragili – dedichi all’assistenza domiciliare sforzi e risorse pressoché risibili: basti pensare che dedichiamo in media, a ciascun paziente, 20 ore di assistenza domiciliare ogni anno, e che non mancano nazioni europee che garantiscono le stesse ore di assistenza in poco più di un mese. “I dati Istat – commenta il prof. Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva – ci dicono che quasi un italiano su 4 ha più di 65 anni, e che questo rapporto salirà a 1 su 3 nel 2050. Al contempo noi non auspichiamo, né saremmo in grado, di curare tutte queste persone in ospedale, e proprio da questa evidenza nasce il nostro sforzo, che si sostanzia anche nel dibattito animato da questi Stati Generali della Long Term Care, per individuare un modello alternativo. Però oggi scopriamo che assistiamo a domicilio meno di 3 anziani su 100. Tutti gli altri? A intasare i pronto soccorsi, nella migliore delle ipotesi, oppure rimessi alle cure ‘fai da te’ di familiari e badanti, quando non abbandonati all’oblio di chi non ha le risorse per farsi assistere. A mio avviso – prosegue Bernabei – questi dati dovrebbero rappresentare non solo per i professionisti della salute, ma anche per i cittadini e per la politica, un campanello di allarme non più trascurabile”.
Accanto, e forse più dei numeri sugli anziani assistiti, sorprendono i dati dai quali traspare un’organizzazione dell’assistenza domiciliare del tutto disomogenea nelle diverse aree d’Italia. Su un totale di 31 attività – quelle a più alta valenza clinico-assistenziale – erogabili a domicilio, all’interno del panel di ASL analizzato, solo le ASL di Salerno e Catania le erogano tutte, seguite dalla Brianza e da Milano. Non mancano persino aree del Paese in cui l’assistenza domiciliare non esiste affatto. Ci sono poi differenze macroscopiche nel numero di ore dedicate dalle ASL a ciascun paziente: si va, per esempio, dalle oltre 40 ore annuali della ASL di Potenza alle 9 ore di Torino. Altra differenza non trascurabile è l’apporto degli enti privati nell’erogazione dei servizi a domicilio, che va dal 97% di Milano allo 0%, ad esempio, di Reggio Emilia o della Provincia Autonoma di Bolzano. “Questa fotografia – commenta ancora Bernabei – non ci serve per stilare una classifica delle Regioni o delle ministero saluteASL più virtuose, ma piuttosto per evidenziare un dato di fondo: l’Italia non ha ancora dato una risposta univoca, né ha individuato un modello condiviso, per la gestione della più grande emergenza demografica ed epidemiologica del presente e del futuro. La nostra indagine dice anzitutto che l’assistenza domiciliare in Italia è una vera e propria Babele, nella quale ogni area del Paese parla una lingua diversa e sembra non esserci nessun dialogo. Tuttavia – prosegue Bernabei – da questa disomogeneità emergono due tendenze, che possono suggerire altrettante strategie per la domiciliarità che abbiamo il compito e la responsabilità di costruire: anzitutto, tranne rare eccezioni, le prestazioni sono quasi sempre insufficienti nelle aree in cui è meno sviluppata l’integrazione fra servizio sanitario e operatori sociali dei Comuni; in secondo luogo, il costo annuo per assistito a domicilio non cresce in maniera proporzionale al numero di ore dedicate a ogni paziente: al di sopra di una certa soglia diminuiscono le successive richieste di assistenza e quindi sembra innescarsi un’economia di scala, che fa decrescere i costi marginali. In altre parole, al di sopra di un certo numero di ore ‘di qualità’, che devono essere considerate quelle ottimali, gli anziani iniziano a stare meglio, e l’assistenza domiciliare si conferma un ottimo investimento collettivo sulla salute dei nostri padri e dei nostri nonni”. (by Riccardo Fraternali) (foto: Roberto Bernabei, ministero salute)

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La firma genetica che accomuna obesità, diabete e cancro alla mammella

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 luglio 2017

Fat boy measuring his belly with measurement tape on gray backgroundGrazie a un approccio innovativo all’analisi dei Big Data, un gruppo di ricercatori del Centro della Complessità e dei Biosistemi (CC&B) dell’Università di Milano è riuscito a identificare una sorta di firma genetica comune a obesità, cancro alla mammella e diabete.
L’obesità è sempre più diffusa nel mondo, come dimostrano i dati secondo i quali circa il 10% dei bambini statunitensi ed europei sono obesi o sovrappeso. Dal punto di vista sanitario, l’obesità sta superando il fumo come principale causa di morte prematura; è, infatti, responsabile di più del 70% dei casi di diabete ed è stata associata ad alcuni tipi di tumore, fra cui quello alla mammella.Prove cliniche ed epidemiologiche hanno evidenziato il legame fra obesità, cancro alla mammella e diabete, ma non era ancora stata ottenuta una solida conferma di questa relazione a livello di espressione genetica. Ciò è dovuto a una serie di fattori, dalla grande variabilità fra i pazienti ai limiti dei modelli di studio in vitro. Ma soprattutto, c’è anche un grosso problema relativo ai dati: la presenza di una grande quantità di rumore di fondo, che rende difficile individuare alcuni elementi ricorrenti nei risultati delle analisi di migliaia di geni in molti individui diversi.“Nel campo biomedico vengono effettuati moltissimi esperimenti, grazie ai quali è stato possibile raccogliere ingenti quantità di dati biologici in diversi database pubblici”, dice Caterina La Porta, membro del CC&B e professoressa di patologia generale al Dipartimento di scienze e politiche ambientali dell’Università di Milano. “Combinare set di dati provenienti da studi diversi sarebbe molto utile per ottenere informazioni sempre più accurate e rilevanti, ma ciò comporta anche un problema, chiamato batch effect”, spiega La Porta, che ha coordinato la ricerca appena pubblicata su NPJ Systems Biology and Applications. “I dati provenienti da ciascun esperimento sono infatti condizionati da cause tecniche che non hanno a che fare con i fattori biologici. Questo genera un rumore di fondo che può mascherare alcune differenze importanti dal punto di vista biologico quando si confrontano campioni appartenenti a lotti diversi”.Un problema che i ricercatori coordinati da La Porta hanno cercato di mitigare usando un nuovo approccio, basato sulla combinazione di due diverse tecniche chiamate decomposizione ai valori singolari e analisi di deregolazione dei pathway. In questo modo sono riusciti a individuare 38 geni che sono espressi in maniera diversa negli adipociti provenienti da soggetti obesi, confrontati con quelli provenienti da soggetti on obesi. Una sorta di firma genetica che sembra caratterizzare in maniera specifica la condizione di obesità, indipendentemente dal genere del soggetto.Questi geni sono soprattutto associati a processi di infiammazione e risposta immunitaria, e a complicazioni note dell’obesità come il diabete di tipo 2 e l’infertilità. Essi, inoltre, sono deregolati in maniera simile nel caso di cancro alla mammella, il che sembra quindi confermare l’associazione fra questo tipo di tumore e l’obesità. Alcuni di questi geni potrebbero quindi rappresentare degli interessanti marcatori biologici, utili non solo per ulteriori ricerche su questi temi, ma, eventualmente, anche per possibili scopi diagnostici.“La forza del nostro lavoro deriva dall’uso di metodi di filtraggio e riduzione del rumore particolarmente appropriati, grazie ai quali siamo riusciti a mitigare il batch effect. Questa strategia di analisi potrebbe venir utilizzata anche per studiare altre patologie, consentendo di sfruttare con maggior accuratezza l’enorme quantità di dati accumulati nella letteratura biomedica”, conclude La Porta. “Grazie a questo approccio, siamo riusciti a identificare una lista di geni caratteristici dell’obesità, che sono anche associati al diabete di tipo 2 e al cancro alla mammella. Il tutto con un grado di precisione simile a quello usato per identificare il Bosone di Higgs”.

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Aterosclerosi e trombosi, come intervenire

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 luglio 2017

chietiChieti. Aterosclerosi, colesterolo in eccesso, trombosi e infarto. Nonostante l’osservata, progressiva riduzione della mortalità cardiovascolare nei paesi industrializzati, le malattie conseguenti all’aterosclerosi della parete arteriosa e alla trombosi (specificamente la cardiopatia ischemica, l’ictus ischemico e l’arteriopatia periferica) rimangono ancora patologie molto frequenti e sono fra le maggiori cause di morte prematura e invalidità permanente nella popolazione europea. Le cause di queste malattie sono multifattoriali, alcune modificabili con gli interventi sullo stile di vita, come l’inattività fisica, il fumo e le cattive abitudini alimentari, altre anche con un trattamento farmacologico, come le dislipidemie, l’ipertensione arteriosa, il diabete.
Al congresso dal titolo “International Summit on Atherothrombosi” si è parlato delle principali cause di malattia cardiovascolare e delle sue conseguenze. L’incontro, è stato organizzato da Raffaele De Caterina, Dipartimento di Cardiologia all’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara e da Carlo Patrono, Dipartimento di Farmacologia all’Università Cattolica di Roma, e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
Dopo una lettura da parte del Professor Luigi Capasso di Chieti, il venerdì si apre con interventi da parte dell’eccellenza americana in questo campo. Parleranno infatti dei meccanismi alla base dell’aterotrombosi Renu Virmani (Washington), Peter Libby (Boston), Garret FitzGerald (Philadelphia), Anne Marie Schmidt (New York), Daniel J. Rader (Philadelphia) e Bruce Furie (Boston). Seguono venerdì pomeriggio e sabato gli interventi di relatori italiani e internazionali riguardanti le prospettive cliniche e le terapie disponibili.

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Medici e ricercatori vicini alla comprensione delle diverse origini di ischemia e infarto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 luglio 2017

infarto-miocardico-acutoNonostante i progressi degli ultimi decenni le malattie coronariche rimangono il killer numero uno. Abbiamo farmaci efficaci per ridurre i danni da infarto, ma sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere i diversi responsabili delle malattie coronariche, primi tra tutti ipertensione, colesterolo ma anche infiammazione. È però sorprendente che a fronte di questa forte evidenza epidemiologica i finanziamenti pubblici e privati a sostegno della ricerca sulle cause e sul trattamento delle malattie coronariche siano stati, negli ultimi anni, progressivamente ridotti. È con questi presupposti che a Roma si è svolto il Simposio internazionale dal titolo “Ischemic heart disease: the main cause of morbidity and mortality worldwide. What can we improve?” organizzato dal Professor Filippo Crea, Direttore del Polo di Scienze Cardiovascolari e Toraciche della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «L’obiettivo del Simposio è stato quello di definire le linee di ricerca più promettenti per ridurre la mortalità causata dalle malattie coronariche» spiega Crea. «In particolare, sono state discusse le cause dell’infarto alla luce del fatto che quella che sembrava una malattia unica è invece causata da diversi meccanicismi che necessitano di terapie diverse. Questo importante innovazione concettuale è stata resa possibile da nuove tecnologie di imaging, in particolare l’OCT. Una tecnologia che consente di “curiosare” dentro le coronarie dei nostri pazienti con una risoluzione simile a quella di un microscopio».
OCT è l’acronimo di “Optical Coherence Tomography”, ossia tomografia a coerenza ottica. Sfrutta le caratteristiche fisiche delle onde luminose trasformando in immagini l’interazione tra le onde elettromagnetiche e le diverse strutture che compongono l’arteria o la placca aterosclerotica. La sua caratteristica principale è di permettere una visualizzazione dall’interno dell’arteria: l’analisi OCT viene condotta mediante l’introduzione nella coronaria, attraverso un normale catetere da angioplastica, di una sonda che scansiona l’intera arteria in un tempo molto rapido. Grazie al suo elevatissimo potere di risoluzione, 10 micron, rispetto ai 200 o 600 micron della coronarografia o della TAC coronarica, l’OCT permette di visualizzare le strutture che compongono la parete dell’arteria, o la placca aterosclerotica, con una precisione unica tra le attuali tecniche cosiddette di “imaging”. Di fatto l’OCT permette di vedere in tempo reale, e all’interno di un cuore battente, cose altrimenti visibili solo al microscopio.
Nel corso del Simposio è stato inoltre discusso il ruolo delle alterazioni del microcircolo coronarico. Negli ultimi anni, un grande interesse scientifico si è rivolto allo studio della fisiopatologia dei piccoli vasi coronarici. Alterazioni strutturali e funzionali del microcircolo possono spiegare l’insorgenza di ischemia miocardica in diverse situazioni cliniche, che vanno dalla cardiopatia ischemica a cardiopatie strutturali. «Questa importante innovazione concettuale è stata resa possibile da nuove tecnologie che hanno reso possibile un’esplorazione funzionale delle coronarie e che hanno documentato che in circa metà dei pazienti gli episodi di angina, infarto e scompenso cardiaco non sono causati da ostruzioni coronariche “visibili” alla coronarografia ma piuttosto da alterazioni del microcircolo coronarico» prosegue Crea. «Pertanto, moltissimi pazienti che presentavano una malattia coronarica “invisibile” sfuggivano alla diagnosi. Sempre più spesso, nei pazienti in cui risultano ostruite le vie più piccole, si scopre che le disfunzioni del microcircolo coronarico erano in realtà già presenti prima dell’infarto. Queste, perciò, sono una causa della prognosi non positiva». (foto: filippo crea)

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