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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 175

Archive for the ‘Medicina/Medicine/Health/Science’ Category

Medicine – Health – Science

Presente e futuro della Broncopneumopatia cronica ostruttiva al centro del Respiration Day 2017

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 maggio 2017

parma universitàParma in questi giorni ha ospitato la 13esima edizione del Respiration Day, la conferenza internazionale dedicata alle malattie respiratorie e organizzata dall’Università di Parma con il patrocinio di Chiesi Foundation Onlus, dal titolo “Breakthroughs in basic and clinical research in chronic respiratory disease”. Presenti alla manifestazione oltre 700 clinici e ricercatori provenienti da tutto il mondo e sono attesi esponenti di spicco della comunità scientifica per discutere i nuovi scenari nel campo delle patologie respiratorie. Il focus della giornata è la Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), una malattia progressiva che si stima riguardi oltre 380 milioni di persone in tutto il mondo[1], tra le principali cause di mortalità e invalidità.
“La BPCO è una patologia respiratoria caratterizzata da un’infiammazione delle vie aeree, cui conseguono cambiamenti strutturali che causano ostruzione e difficoltà a respirare”, spiega Leonardo M. Fabbri, già Professore di Medicina Interna e Respiratoria presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, Visiting Professor di Medicina Interna e Respiratoria all’Università di Ferrara e Gothenburg (Svezia) e tra i Presidenti della Conferenza. “Rende difficile respirare – continua Fabbri – ed è una malattia invalidante, con un enorme impatto sulle normali attività quotidiane, come fare una tranquilla passeggiata per andare a comprare il pane o addirittura lavarsi. Il quadro clinico di un paziente affetto da BPCO può peggiorare repentinamente a causa dell’insorgenza di episodi acuti, detti riacutizzazioni: uno ‘step verso il basso’ delle condizioni di salute, a seguito del quale la ripresa dai sintomi e il recupero della funzionalità respiratoria sono via via più lenti e difficili, a volte impossibili. Sta inoltre consolidandosi l’importanza delle co-morbidità: la BPCO è infatti una malattia che frequentemente si accompagna ad altre patologie. Pertanto, il malato di BPCO è un paziente piuttosto complesso che richiede un costante monitoraggio ed eventuale trattamento non solo delle condizioni respiratorie. Una diagnosi di BPCO dovrebbe mettere in allerta il clinico, perché spesso è un segnale di allarme per altre condizioni croniche, che devono essere trattate adeguatamente”.Tra gli obiettivi principali della ricerca vi è quello di rallentare e modificare il decorso della BPCO. “Il decorso clinico della BPCO riguarda più lo sviluppo di condizioni invalidanti come la mancanza di respiro e la stanchezza cronica (fatigue), la perdita della capacità di svolgere le azioni quotidiane e il progressivo peggioramento della qualità di vita, senza dimenticare coloro che accusano “riacutizzazioni della malattia”, ha commentato Jörgen Vestbo, Professore di Medicina Respiratoria presso l’Università di Manchester (Regno Unito), durante la sua presentazione. “La perdita progressiva dello stato di salute – ha spiegato Vestbo – è una caratteristica della BPCO che può essere arginata con le terapie. Anche il declino della funzionalità può essere ridotto e in alcuni casi recuperato combinando la riabilitazione polmonare e il trattamento ottimale con un broncodilatatore. I pazienti con frequenti riacutizzazioni, che hanno un impatto notevole sullo stato di salute, possono inoltre essere supportati da adeguati interventi medici, sempre più guidati dalla specifica caratterizzazione (fenotipizzazione) dei pazienti mediante osservazione della frequenza e tipo delle esacerbazioni e dai biomarcatori. Ulteriori avanzamenti nella caratterizzazione della BPCO e delle riacutizzazioni ci permetteranno di personalizzare sempre di più le terapie, in modo che possano avere un impatto sul decorso clinico della malattia e portare un reale beneficio per i pazienti”. In questo contesto, una novità dal punto di vista terapeutico è rappresentata dalla terapia tripla a dose fissa di Chiesi, la prima combinazione di tre principi attivi – un antinfiammatorio corticosteroide per via inalatoria (ICS), un broncodilatatore β2 agonista a lunga durata d’azione (LABA), un broncodilatatore antagonista del recettore muscarinico a lunga durata d’azione (LAMA) – in un unico inalatore.

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Cefalee croniche con abuso di farmaci e controllo dei maker dello stress

Posted by fidest press agency su domenica, 28 maggio 2017

stresaStresa. Fra le relazioni conclusive del congresso di Stresa terminato ieri, quella del professor Frank Andrasik dell’Università di Memphis sulla correlazione anatomica fra emozioni e dolore è certamente degna di nota per la sua originalità.Partendo dagli studi di Nancy Eisenberg dell’Arizona State University, Andrasik ha indicato come già il semplice rifiuto sociale sia letteralmente in grado di attivare le vie nervose del dolore e ha confermato che, sotto la guida del medico, le pratiche di mindulness, il cosiddetto vuoto mentale, hanno un’efficacia comparabile ai farmaci convenzionali che talora può essere addirittura superiore perché la mente comanda sul dolore e non è il dolore che comanda sulla mente.
Se si riesce a svuotarla come gli yoghi, si tacita anche il dolore, perché i circuiti nervosi sono gli stessi.
Il segreto potrebbe risiedere nella capacità di ridurre i marker dello stress che sono coinvolti nei meccanismi di scatenamento del dolore.
Le prime avvisaglie di questo tipo di effetto erano emerse a settembre all’ultimo congresso dell’American Academy of Neurology di Vancouver da uno studio presentato in collaborazione con Licia Grazzi del Centro Cefalee del Besta di Milano secondo cui nell’emicrania cronica le tecniche di mindfulness, cioè di vuoto mentale hanno un’efficacia pari a quella dei farmaci comunemente impiegati per la prevenzione degli attacchi in situazione di abuso. Queste tecniche stanno sempre più emergendo nel trattamento del dolore, ma fino allo studio della Grazzi non erano mai state provate nell’emicrania e in quella cronica in particolare. Nell’arco di sei settimane il miglioramento nel numero mensile di giorni con mal di testa era del 45,2% in chi praticava la mindfulness e del 41,8 in chi usava i farmaci.
Confrontando il ricorso mensile ai farmaci, si osservava uno scarto del 13,4% a sfavore dei farmaci: nei pazienti che praticavano la mindfulness scendeva al 38,3%, mentre negli altri restava al 51,7%. Inizialmente i pazienti studiati avevano in media mal di testa per 20 giorni al mese e usavano farmaci praticamente tutti i giorni.
Dopo aver sospeso per 5 giorni le loro usuali terapie in regime di day hospital, i pazienti sono stati sottoposti a un training di mindfulness con sessioni settimanali di 45 minuti, ricevendo le istruzioni per poi praticarlo tutti i giorni a casa, con indicazioni su un più sano stile di vita come per esempio regolari esercizi aerobici.
In sei mesi è stata ottenuta una migliorata capacità sia di gestione del dolore sia nella necessità di ricorrere ai farmaci. Poiché dopo la sospensione di un trattamento in cui si è instaurato abuso, i pazienti tendono in genere a migliorare nel breve periodo, per poi tornare ai livelli di sofferenza precedenti, a Vancouver la Grazzi si era premurata di sottolineare che avrebbe tenutò sotto osservazione i suoi pazienti per verificare se a distanza di un anno la mindfulness avrebbe mantenuto le promesse. I risultati esposti a Stresa non solo hanno ne hanno confermato l’efficacia, ma addirittura indicano che può essere superiore ai trattamenti farmacologici forse grazie alla capacità di ridurre quegli indici infiammatori che aumentano nelle situazioni di stress come l’interlukina-6 che notoriamente gioca un importante ruolo nel controllo del dolore.

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Tumore alla prostata e nuove tecnologie

Posted by fidest press agency su sabato, 27 maggio 2017

Porto AnconaAncona. Tecniche innovative in urologia. L’appuntamento è sabato 27 maggio, dalle 9:00, al congresso ‘Nuove tecnologie diagnostico-terapeutiche nelle malattie della prostata’ organizzato dall’Inrca all’Auditorium della Montagnola, con il patrocinio dell’Ordine dei Medici Chirurghi della Provincia di Ancona. Il congresso tratterà le innovazioni nella diagnosi e terapia chirurgica mini-invasiva su malattie come l’Ipertrofia prostatica benigna e il carcinoma alla prostata. Riguardo l’Ipertrofia si parlerà di terapia precoce e dell’uso del nuovo Laser a Tullio a scopo disostruttivo, anche per prostate voluminose. Sul carcinoma, che nell’uomo è il secondo tumore maligno dopo quello del polmone, verranno illustrate nuove modalità di diagnosi come risonanza magnetica nucleare multiplanare e biopsia ‘fusion’, oltre che terapie innovative tra cui gli ultrasuoni ad alta intensità Hifu, tecnologie recentemente acquisite dall’Inrca. La partecipazione al convegno è gratuita ed è aperta a tutti gli interessati. Verranno rilasciati crediti Ecm per i medici chirurghi. ‘La biopsia fusion – spiega Tiziana Pierageli, responsabile Unità di Prevenzione dei tumori prostatici Inrca – è più precisa e permette, con un minore numero di prelievi bioptici, una maggiore accuratezza diagnostica nonché una mappatura preziosa per eventuali trattamenti a ultrasuoni’.
‘Le recenti novità tecnologiche in campo urologico – aggiunge Marco Dellabella, direttore Unità di Urologia – hanno determinato un notevole miglioramento diagnostico-terapeutico rispetto alle metodiche ‘tradizionali’, mantenendo la stessa efficacia terapeutica, con personalizzazione del trattamento più adeguato al singolo caso e un miglioramento della qualità di vita dei pazienti’.

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Tumori differenziati della tiroide, utilità del dosaggio precoce della tireoglobulina ultrasensibile

Posted by fidest press agency su sabato, 27 maggio 2017

tiroideÈ stato recentemente pubblicato uno studio retrospettivo che ha utilizzato uno dei nuovi dosaggi ultrasensibili della tireoglobulina (Tg) – Kryptor, Brahms – con sensibilità funzionale dichiarata di 0.15 ng/mL (valore minimo che può essere misurato in modo affidabile). «L’introduzione del dosaggio ultrasensibile della tireoglobulina (Tg) ha ridotto la necessità di eseguire la sua stimolazione con TSH umano ricombinante (rhTSH) o di sospendere la terapia nel follow-up dei pazienti affetti da tumori differenziati della tiroide (TDT)» spiega Massimo Torlontano, UO Endocrinologia, IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza, San Giovanni Rotondo (FG). «Per verificare l’assenza di malattia» specifica «in alternativa alla stimolazione le linee guida ATA 2015 [Haugen BR, et al. Thyroid, 2016] suggeriscono, nei pazienti a rischio basso o intermedio con ecografia del collo negativa, la possibilità di utilizzare, 6-18 mesi dopo l’ablazione del residuo di tessuto tiroideo con radioiodio (RRA), il dosaggio della Tg basale in terapia (onT4-Tg) utilizzando un metodo ultrasensibile (raccomandazione 63, con evidenza di qualità moderata).»
Nello studio retrospettivo sono stati valutati 201 pazienti consecutivi classificati a rischio di recidiva basso o intermedio, trattati con tiroidectomia totale e successiva RRA, senza captazione patologica al di fuori del letto tiroideo alla scintigrafia post-dose terapeutica né positività degli anticorpi anti-Tg. La mediana del follow-up era 29 mesi (range 6-130). In base alla risposta al test con rhTSH e all’ecografia del collo (più eventuali metodiche aggiuntive di imaging se necessarie), la risposta precoce al trattamento (dopo 6-12 mesi) classificata come da linee guida ATA è stata: a) eccellente (Tg dopo rhTSH < 1 ng/mL, imaging negativo) in 184 pazienti (91.5%); b) biochimica incompleta (Tg dopo rhTSH > 10 ng/mL, imaging negativo) in 2 pazienti; c) strutturale incompleta (imaging positivo, qualunque valore di Tg dopo rhTSH) in 7 pazienti; d) indeterminata (Tg dopo rhTSH 1-10 ng/mL o imaging indeterminato) in 8 pazienti (4%). Al termine del follow-up, solo 11 pazienti (5.5%) mostravano malattia strutturale (10 linfonodale, 1 polmonare), i rimanenti 190 avevano assenza di persistenza/recidiva di malattia.
«Il dato più importante derivato dallo studio è che un valore di onT4-Tg < 0.28 ng/mL (sensibilità funzionale calcolata dagli autori, derivata dalla combinazione ottimale di sensibilità e specificità) al primo follow-up era in grado di predire l’assenza di malattia in tutti i casi al termine del periodo di osservazione (valore predittivo negativo 100%)» osserva Torlontano. «Pur con tutti i limiti del disegno retrospettivo dello studio e del periodo di follow-up relativamente breve» conclude lo specialista «questi risultati confermano i dati già presenti in letteratura e le raccomandazioni delle linee guida ATA: un valore “indosabile” di onT4-Tg misurata con metodica ultrasensibile (generalmente < 0.10-0.20 ng/mL), 6-12 mesi dopo il trattamento iniziale “completo” (tiroidectomia totale + RRA) possiede altissimo valore predittivo negativo e può sostituire il test di stimolazione nei pazienti con TDT a rischio basso-intermedio». (fonte: doctor33 Eur J Endocrinol, 2017; 176: 497-504)

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Vaccini, l’Ordine di Milano radia il medico no vax

Posted by fidest press agency su sabato, 27 maggio 2017

vaccinazioniMilano. Dopo il medico legale Roberto Gava, radiato dall’Ordine dei Medici di Treviso per le sue posizioni no-vax, è il turno di Dario Miedico, radiato dall’Ordine di Milano. La notizia, resa nota da fonti esterne all’Omceo, è confermata dal presidente Roberto Carlo Rossi: «Si tratta di una decisione unanime, ora si dovrà attendere il tempo per il ricorso. Non abbiamo ancora inviato le motivazioni e logicamente sono oggetto di riserbo assoluto».
Medico, epidemiologo del Comilva, movimento italiano per la libertà di vaccinazione, è noto per le posizioni critiche sui vaccini obbligatori e pro-libertà di scelta per famiglie e cittadini. L’anno scorso, all’indomani della pubblicazione del documento della Federazione degli Ordini dei Medici, aveva definito le posizioni ordinistiche antiscientifiche (per “falsi elementi tranquillizzanti” riportati) e tendenti a influenzare la magistratura. Procedimenti ora sono aperti all’Ordine dei Medici di Firenze (Massimo Montinari, per un protocollo di cura per l’autismo mai convalidato da alcuna ricerca scientifica) e di Venezia. E a Milano ombre si levano sui 150 firmatari di una lettera inviata al presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Walter Ricciardi che sull’efficacia dell’obbligo vaccinale chiedevano un confronto pubblico. A Milano è sotto esame la posizione di 17 iscritti firmatari ma qui Rossi sottolinea che occorre cautela nel giudicare: prima il confronto con gli interessati, ribadisce a DoctorNews, poi chiarire e solo dopo valutare. Ove si aprisse un’istruttoria, il rischio è di un processo pubblico collettivo al posto del confronto: uno spettro che nella lettera era evocato. I firmatari della missiva affermano di constatare direttamente l’esistenza di “reazioni avverse” “migliaia all’anno”.E pur ammettendo che “un qualsiasi medico dotato di buon senso e di un minimo di conoscenza scientifica non può essere contro le vaccinazioni pediatriche”, pongono dubbi sul fatto che i bambini vaccinati siano più sani dei non vaccinati, anzi, e si dicono pronti a partecipare a un’indagine ISS che confronti “nel modo più rigoroso” lo stato di salute delle due categorie. Affermano che meglio sarebbe eseguire solo le 4 vaccinazioni obbligatorie e in certi casi singole. In più, espongono dubbi sul tetto minimo del 95% di copertura per ottenere l’immunizzazione di una popolazione, sull’efficacia del trivalente MPR e dell’HPV, e fanno confronti con un’Europa che ha alte coperture senza porre obblighi. Il recente boom del morbillo fa pesare però la bilancia dalla parte delle posizioni del Ministero della Salute, promotore del recente decreto legge che lega l’iscrizione alle materne all’immunizzazione del bambino, e di FnomCeo. Il Codice Deontologico all’articolo 15 impone all’iscritto di “non sottrarre la persona assistita a trattamenti scientificamente fondati e di comprovata efficacia”. Cosa rischia chi ha firmato la lettera? «A un presidente d’Ordine interessa innanzi tutto che i medici sappiano comunicare con le famiglie e con i pazienti», dice Antonio Panti presidente Omceo Firenze e artefice della Carta di Firenze del 2005, sulla comunicazione tra medici e al paziente. «Se qualcuno dice che i vaccini fanno male e sottrae medico-famiglia3persone alla prevenzione di malattie gravi va sanzionato, ma al di là di questo il medico deve dare una corretta informazione alle famiglie sulla base delle informazioni che ha. Il rapporto con il paziente è essenzialmente di comunicazione, e quando le osservazioni su una materia nascono nell’ambito di tale rapporto il primo errore, dall’esterno, è supporle come frutto di una divisione tra due schieramenti, pro-vax e anti-vax in questo caso. Per fortuna i media non si sono fin qui quasi mai prestati a questo gioco come un po’ avvenne per il caso Di Bella». Il confronto va rasserenato? «Sì, ripeto, a meno non si dissuada il cittadino dal vaccinarsi. E tenendo presente che la scienza medica ha argomenti molto forti per proporre i vaccini, i quali -con anestesia ed antibiotici – sono grandi vittorie della medicina. Le rassicurazioni sugli eventi avversi sono nei manuali, nel sito del Ministero, nelle pubblicazioni periodiche; non mancano aggiornamenti, e un sistema efficiente di monitoraggio. Dall’altra parte i cittadini si pongono domande, legittimamente amplificano angosce, pensano “se capitasse a me?” Se il medico fa sua l’angoscia altrui al punto da mettere in discussione assunti validati, occorre riflettere prima di tutto sulla formazione alla comunicazione che abbiamo offerto ai colleghi in questi anni e su come migliorarla». (Mauro Miserendino) (fonte doctornews33)

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Researchers develop faster and cheaper cardiac imaging test for developing countries

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 maggio 2017

pragaPrague, Czech Republic Researchers in the UK and Peru have developed a faster and cheaper cardiac imaging test that can be used in developing countries, according to the results of the INCA-Peru study presented today at EuroCMR 2017.1 The scan is three times faster, less than one-fifth of the cost, and changed clinical management in 33% of patients.Cardiovascular magnetic resonance (CMR) is the gold standard for diagnosing many cardiovascular diseases. It is used to measure the structure and function of the heart, and to assess scarring on the heart muscle after a heart attack to predict if another will occur.Lead author Dr Katia Menacho, a cardiologist from Peru and PhD student at University College London (UCL), UK, said: “In Peru just two public hospitals offer CMR – each performs 12 scans on one day a week. Five private hospitals provide CMR at $USD 600–800 per scan. Public hospitals without CMR refer to the private sector and it takes up to three months to approve the paperwork, delaying diagnosis and treatment.” The Impact of Non-invasive CMR Assessment (INCA)-Peru study was set up to develop and test an ultrafast CMR protocol for wider uptake in Peru. The study was an international academic and political collaboration between Peru, the UK, the USA and Brazil.An initial protocol was developed at UCL which reduced average scan time from 60 to ten minutes. It was successfully used in Thailand to assess cardiac and liver iron overload in patients with thalassaemia major.2 The protocol was adapted for the INCA-Peru study by adding the contrast agent gadolinium which is critical for the detection of cardiac fibrosis and infarction, and the diagnosis of various cardiovascular diseases. It was tested in a pilot study of 50 patients at UCL and each scan took 15 to 20 minutes.For the current analysis, the ultrafast CMR protocol using contrast was tested over two days at two hospitals in Peru, accompanied by training for local cardiologists, radiologists, and technicians. The study included 100 patients with suspected cardiomyopathy and 11 healthy controls. All of the patients were under local cardiology care and had never been assessed by CMR.There were no scan-related complications. All scans were diagnostic, although two patients had a repeat scan (one due to failure of contrast delivery and one to confirm unexpected cardiac amyloidosis). Gadolinium based contrast agents were administered to 95% of patients (5% of patients had iron overload).Each ultrafast CMR scan took 18 minutes on average and cost $USD 150. The most common underlying diagnoses were hypertrophic cardiomyopathy (21%), non-ischaemic dilated cardiomyopathy (17%), and ischaemic cardiomyopathy (11%), plus 20 other diagnoses including tumours, congenital heart disease, myocardial iron overload, amyloidosis, vasculitis, and apical thrombus.CMR had an impact on the clinical management of 33% of patients. CMR revealed a new, unsuspected diagnosis in 20% of patients, leading to a complete change in management. In 30% of patients no further cardiac testing was needed (coronary angiography, computed tomography, cardiac biopsy).“We showed that this ultrafast CMR protocol can be used to accurately diagnosis patients leading to changes in clinical management,” said Dr Menacho. “The protocol takes one-third of the standard scan time at a fraction of the cost.”INCA-Peru researchers will follow-up the patients for two years to evaluate the impact of diagnosis by ultrafast CMR on long-term morbidity and mortality.Dr Menacho said: “Accurate diagnoses provided by CMR have reduced morbidity and mortality in Europe and we hope to find the same in Peru. If we show long-term benefits on prognosis we will seek support from the Peruvian government to provide ultrafast CMR at more hospitals in Peru. The accurate diagnosis provided by CMR should lead to more targeted patient care and better outcomes.”

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Cardiopatie congenite

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 maggio 2017

cardiopatia“Sono delle anomalie della struttura cardiaca o dei grandi vasi presenti sin dalla nascita; in Italia interessano 8 bambini su 1000, introduce Massimo Massetti, Direttore UOC Cardiochirurgia e Dirigente Medico Responsabile di Struttura Complessa presso il Policlinico A. Gemelli, Roma. Grazie ai progressi della cardiologia e della chirurgia pediatrica oggi quasi il 90% dei bambini nati con cardiopatia congenita riesce ad arrivare fino all’età adulta. Si delinea quindi una nuova e crescente popolazione di cardiopatici congeniti adulti, identificati con l’acronimo GUCH (Grow-Up with Congenital Heart disease) che va incontro, a differenza del bambino, a problematiche che non riguardano soltanto il cuore, ma spesso anche i polmoni, il fegato, l’intestino e il cervello. Inoltre, in caso di gravidanza il cuore è sottoposto a uno sforzo maggiore che, in una donna affetta da una cardiopatia congenita, diventa più difficile da sostenere”.“Le cardiopatie congenite nell’adulto saranno al centro di un convegno internazionale sotto il Patrocinio del Ministero della Salute che si terrà a Roma il prossimo 27 maggio che vedrà riuniti gli esperti del Policlinico San Donato, del Policlinico A. Gemelli, dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e i maggiori specialisti in arrivo dagli States, ma anche da Francia, Turchia e Medio Oriente, per affrontare le più importanti tematiche, spiega Alessandro Giamberti, Responsabile Unità di Cardiochirurgia presso Policlinico San Donato. La gestione in termini di diagnosi e cura dei cardiopatici congeniti adulti presenta notevoli difficoltà e criticità che devono essere affrontate da centri dedicati con comprovata esperienza. La collaborazione tra queste storiche strutture è garanzia di successo al fine di poter offrire in Italia un’assistenza di elevata qualità per i pazienti lungo tutto l’arco della loro vita”.“La popolazione dei GUCH è in continuo aumento e conta oggi in Italia oltre 100.000 persone, continua Antonio Amodeo, Responsabile Unità di Funzione ECMO e Assistenza Meccanica Cardiorespiratoria presso Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Roma. La gestione di questi pazienti richiede un’intensa integrazione multidisciplinare che coinvolge figure che agiscono sia nell’ambito della cardiologia e cardiochirurgia sia pediatrica che degli adulti. Infatti, nonostante i pazienti ricevano una correzione radicale della cardiopatia in età pediatrica, accade spesso che necessitino di nuova assistenza sia medica che chirurgica a lunga distanza dall’intervento. La stretta collaborazione tra cardiochirurghi pediatrici e dell’adulto permette di fornire la massima professionalità per il corretto trattamento di queste patologie a volte molto complesse”.“Uno dei momenti più delicati è la presa in carico del paziente nel passaggio dall’età pediatrica a quella adulta, che all’interno del Dipartimento di Medicina Cardiovascolare del Policlinico A. Gemelli, in collaborazione e convenzione con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, vede la creazione di un percorso clinico-assistenziale dedicato al cardiopatico congenito adulto, spiega Gianluigi Perri, coordinatore del progetto. In circa 3 anni abbiamo gestito 380 pazienti con un team multidisciplinare composto oltre che da cardiologi e cardiochirurghi pediatrici e dell’adulto, da elettrofisiologo, emodinamista, radiologo, anestesista e psicologo. L’80% dei pazienti trattati erano già stati operati per un difetto cardiaco in età pediatrica mentre il restante 20% è stato operato in età adulta eseguendo insieme ai colleghi del Bambino Gesù circa 50 interventi e in alcuni casi specifici con la collaborazione dei colleghi della John Hopkins di Baltimora e della Mayo Clinic”.“Nell’ambito del percorso clinico-assistenziale dedicato al paziente GUCH, conclude Massetti, in alcune specifiche situazioni ci siamo avvalsi dell’utilizzo della sala operatoria ibrida sia per poter svolgere procedure complesse chirurgiche ed interventistiche contemporaneamente, sia in alcuni casi per far partorire donne gestanti portatrici di cardiopatia congenita la cui situazione clinica avrebbe potuto richiedere un intervento al cuore in corso o subito dopo il parto. Nella sala ibrida sono presenti oltre alle consuete attrezzature, apparecchiature per l’imaging (un angiografo integrato con il tavolo operatorio, un ecocardiografo e un sistema a fibre ottiche per procedure endoscopiche) che consentono di svolgere sia l’attività di chirurgia tradizionale che quella interventistica a guida radiologica, che si traducono in procedure chirurgiche minimamente invasive, ovvero meno traumatiche per i pazienti”. Importante il ruolo delle Associazioni dei pazienti che, attraverso il loro sostegno ed esperienza, possono essere un punto di riferimento per le persone con cardiopatia congenita e per i familiari e di supporto in tutto il percorso assistenziale.

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Conferenza Nazionale di Consenso su Diagnosi e Terapia delle Crisi Psicogene non Epilettiche

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 maggio 2017

catanzaroCatanzaro. La Conferenza Nazionale di Consenso su Diagnosi e Terapia delle Crisi Psicogene non Epilettiche, che si è svolta all’Università di Catanzaro, organizzata dal Prof. Umberto Aguglia – Prof. Ordinario di Neurologia presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro e Direttore del Centro Regionale Epilessie del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria – ed introdotta dal Prof. Aldo Quattrone, Magnifico Rettore dell’ Ateneo Catanzarese e Past President della Società Italiana di Neurologia (SIN) promotrice dell’iniziativa, ha fatto il punto della situazione.
“Le crisi psicogene sono “attacchi” improvvisi che si presentano in modo simile alle crisi epilettiche – afferma il Prof. Aguglia – ma che non sono determinati da anormali scariche elettriche cerebrali, bensì da rilevanti disagi psicologici. Queste crisi si verificano in circa 30 persone/100.000 abitanti e testimoniano l’esistenza di un disagio psicologico, associato frequentemente ad altre turbe psichiche (depressione, ansia, disturbi di personalità, ecc). Molti pazienti con crisi psicogene sono spesso erroneamente diagnosticati come epilettici e ricevono pertanto un trattamento non adeguato con farmaci antiepilettici che si dimostra inefficace e potenzialmente con effetti collaterali”.In letteratura mancano dati scientifici consolidati sulla metodologia diagnostica e sulla presa in carico di questi pazienti e ciò porta ad una forte disomogeneità di comportamenti sul piano clinico, organizzativo e gestionale tra i vari esperti coinvolti quali neurologi, neuropsichiatri infantili, psichiatri, psicologi, neuropsicologi.Grazie all’evento di Catanzaro è stato raggiunto il consenso sulle procedure diagnostiche che si ritiene siano non solo efficaci, ma anche rispettose della sensibilità dei pazienti, e sulla presa in carico che si auspica sia sempre multidisciplinare. Tutti gli esperti, tuttavia, hanno convenuto sulla necessità di colmare, con ricerche ad hoc, le numerose lacune che la letteratura scientifica non è riuscita finora a colmare e che riguardano soprattutto le procedure terapeutiche, sia psicologiche che farmacologiche. Gli atti di questa conferenza sono in via di elaborazione e saranno pubblicati entro la fine dell’anno.La Conferenza Nazionale di Consenso ha portato per la prima volta a una visione comune dell’approccio alla patologia grazie alla partecipazione delle più importanti Società Scientifiche del settore quali Lega Italiana Contro l’ Epilessia (LICE), Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’ Adolescenza (SINPIA), Società Italiana di Neurologia Pediatrica (SINP), Società Italiana di Neuropsicologia (SINP), Società Italiana per i Disturbi del Neuro-sviluppo (SIDiN), Società Italiana di Psichiatria (SIP), Società Italiana di Neuropsicologia (SINP), oltre a medici legali, bioeticisti numerosi esperti indipendenti, ed ai rappresentati delle Associazioni di pazienti: Associazione Italiana Contro l’Epilessia (AICE) e Federazione Italiana Epilessie (FIE).

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Rivoluzione nel trattamento del tumore del polmone

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 maggio 2017

tumore polmoneE’ la terza neoplasia più frequente nel nostro Paese, con oltre 41mila nuovi casi registrati nel 2016 cambia, dopo più di 40 anni, lo standard di cura finora rappresentato dalla chemioterapia. I pazienti italiani colpiti da carcinoma polmonare non a piccole cellule in fase avanzata che esprimono PD-L1 possono oggi accedere a pembrolizumab, una nuova terapia immuno-oncologica. L’AIFA (Agenzia italiana del Farmaco) ha infatti stabilito la rimborsabilità della molecola non solo in prima linea ma anche in pazienti già trattati con la chemioterapia. Pembrolizumab rappresenta la prima molecola immuno-oncologica resa disponibile nel nostro Paese per il trattamento del carcinoma polmonare anche in prima linea. Una decisione che apre nuove opportunità, approfondite oggi in un incontro con i giornalisti a Milano. “Il melanoma ha rappresentato il modello per l’applicazione di questo approccio innovativo che ora si sta estendendo con successo a diversi tipi di tumore come quello del polmone, particolarmente difficile da trattare – spiega il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. È un’arma che si affianca a quelle tradizionali rappresentate da chirurgia, chemioterapia, radioterapia e terapie biologiche. Un passo in avanti verso la sconfitta o la cronicizzazione della malattia. La decisione dell’AIFA conferma l’impegno dell’agenzia regolatoria italiana a supportare l’innovazione in un’area con significativi bisogni clinici insoddisfatti”. Lo studio che ha condotto all’approvazione della molecola in prima linea (su più di 300 persone) ha dimostrato che a 1 anno il 70% dei pazienti trattati con pembrolizumab è vivo rispetto a circa il 50% con chemioterapia. Sono stati osservati un 40% di riduzione del rischio di morte e un 50% di riduzione del rischio di progressione della malattia nei pazienti trattati con pembrolizumab ed è risultata triplicata la sopravvivenza libera da progressione di malattia che, a 1 anno, raggiunge il 48% rispetto al 15% con chemioterapia. “I dati che hanno portato all’approvazione del farmaco, prima negli Stati Uniti poi in Europa, sono ‘rivoluzionari’, perché per la prima volta in oltre 40 anni un gruppo di pazienti ha ricevuto un vantaggio in termini di sopravvivenza in prima linea con una molecola immuno-oncologica al posto della tradizionale chemioterapia – afferma il prof. Filippo de Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano -. Con pembrolizumab inoltre si amplia il concetto di medicina di precisione: è l’unico farmaco immuno-oncologico basato sulla definizione di un biomarcatore, PD-L1, che permette di scegliere il trattamento ‘giusto’ per il paziente ‘giusto’. In base cioè al livello di espressione di PD-L1 può essere utilizzata l’immuno-oncologia nel modo più efficace, con evidenti risparmi per il sistema sanitario. In particolare il 75% dei pazienti con istotipo non squamoso e tutti quelli con istotipo squamoso in fase metastatica, che oggi in prima linea sono trattati con chemioterapia, potranno trarre importanti benefici dall’immuno-oncologia se rispondono a determinati criteri”. Lo studio di riferimento ha infatti dimostrato che pembrolizumab è superiore alla chemioterapia tradizionale usata in seconda linea quando il tumore esprime livelli di PD-L1 uguali o superiori all’1%. Quindi la molecola funziona anche in condizioni di minore espressione di questo bersaglio molecolare. Senza dimenticare che grazie all’immuno-oncologia vi è una percentuale di pazienti più alta che presenta una riduzione del tumore con un conseguente miglioramento dei sintomi e della qualità di vita. Non si può parlare di abbandono della chemioterapia nel trattamento del polmone perché è ancora in grado di svolgere un ruolo preciso. Però oggi abbiamo un’arma in più, l’immuno-oncologia, che in specifiche situazioni può costituire un’alternativa importante al trattamento chemioterapico”. “Un plauso particolare va all’AIFA – afferma Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratore Delegato MSD Italia – che, sulla base degli incredibili risultati clinici di questa molecola, ha fatto sì che i pazienti italiani potessero avere a diposizione in tempi record la prima opzione terapeutica immuno-oncologica, in prima linea, per questa tipologia di tumore, che potrà fare la differenza nella vita di molte persone.”. La Food and Drug Administration (FDA), l’ente regolatorio americano ha approvato la combinazione pembrolizumab e chemioterapia anche per i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule il cui tumore esprima bassi livelli di PD-L1 o in assenza di PD-L1 (inferiori all’1%). “Nel prossimo futuro la collaborazione fra oncologi e anatomo-patologi, chiamati a identificare i biomarcatori – sottolinea il prof. Mauro Truini, presidente SIAPEC-IAP (Società Italiana di Anatomia Patologica e Citologia Diagnostica) -, diventerà ancora più rilevante. Negli ultimi anni è cambiato il quadro epidemiologico del tumore del polmone nel nostro Paese. Tra il 1999 e il 2011 l’incidenza di questa neoplasia è diminuita del 20,4% tra gli uomini mentre è aumentata del 34% nelle donne. Un fenomeno strettamente legato all’abitudine al fumo di sigaretta che sta diventando sempre più un vizio “femminile”: il 23% delle italiane è fumatore abituale. “Per troppo tempo è stato considerato una patologia quasi esclusivamente maschile – spiega Stefania Vallone dell’Associazione WALCE (Women Aganist Lung Cancer in Europe) -, i nuovi dati evidenziano invece una forte crescita anche tra le donne a causa dell’aumento del consumo di tabacco nella popolazione femminile. L’AIOM, fortemente impegnata per garantire sostenibilità e accesso, ha richiesto e sostenuto un Fondo Nazionale per i farmaci innovativi in Oncologia, che sarà di 500 milioni di euro per il 2017 e che verrà attuato secondo i criteri di definizione di innovatività previsti dall’AIFA”.

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Padova nuovo studio su: Ipertensione, Fibrillazione Atriale e Aldosteronismo

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 maggio 2017

Seccia Teresa MariaI pazienti con ipertensione arteriosa, soprattutto quelli che sviluppano ipertrofia ventricolare sinistra per cattivo controllo dei valori pressori, sono la stragrande maggioranza dei casi di fibrillazione atriale.
La fibrillazione atriale è l’aritmia cardiaca più frequente al mondo poiché colpisce circa l’1-2% della popolazione generale e fino al 15% negli ultraottantenni.
Nonostante la rilevanza del problema ipertensione-fibrillazione atriale per la salute pubblica, i meccanismi responsabili della fibrillazione atriale rimanevano poco conosciuti. Lo studio della Prof.ssa Teresa Seccia è stato condotto in collaborazione con il Brigham and Women’s Hospital dell’Università di Harvard (Boston, USA) e coordinato dal Centro dell’Ipertensione Arteriosa dell’Azienda Ospedaliera/Università di Padova – direttore Prof. Gianpaolo Rossi. La prestigiosa ricerca pubblicata questo mese su HYPERTENSION – la più autorevole rivista internazionale del settore – ha permesso di individuare uno dei principali determinanti della fibrillazione atriale negli ipertesi.
Si è potuto, infatti, accertare che l’aldosterone, il principale ormone mineralcorticoide, svolge un ruolo molto importante nella patogenesi della fibrillazione atriale negli ipertesi sia attraverso la sua azione diretta a livello del sistema di conduzione cardiaca che promuovendo la deposizione di tessuto fibrotico nel cuore. Questo ormone è responsabile dell’ipertensione arteriosa in circa il 14% dei pazienti che afferiscono al Centro dell’Ipertensione Arteriosa dell’Azienda Ospedaliera/Università di Padova.
La coesistenza di fibrillazione atriale e ipertensione arteriosa pone problemi del tutto particolari per il trattamento, poiché la fibrillazione atriale comporta un rischio assai aumentato di trombo-embolismo e, pertanto, richiederebbe un trattamento anticoagulante nella maggior parte dei pazienti. D’altra parte, negli ipertesi tale trattamento aumenta il rischio di emorragie, cerebrali e in altri distretti, a meno che i valori pressori non siano perfettamente controllati. Pertanto, i pazienti ipertesi fibrillanti dovrebbero essere valutati in ambito specialistico allo scopo di individuare un eventuale iperaldosteronismo primario alla base dell’ipertensione, che se identificato potrebbe permettere di guarire definitivamente l’ipertensione. Qualora ciò non fosse possibile, è necessario istituire un trattamento antipertensivo in grado di normalizzare i valori pressori consentendo il trattamento anticoagulante. Un ambulatorio dedicato alla gestione dei pazienti ipertesi affetti da fibrillazione atriale, è aperto tutti i venerdì mattina al Centro Ipertensione dell’A.O. di Padova – che da molti anni si occupa del problema ipertensione-fibrillazione atriale, assicurando il miglior livello di diagnosi e cure possibili. (foto: Seccia Teresa Maria)

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Osteoartrite: una nuova medicina rigenerativa

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 maggio 2017

osteoartriteL’osteoartrite è un processo degenerativo che interessa circa il 15% della popolazione mondiale e colpisce prevalentemente individui in età adulta oppure giovani che sollecitano in modo eccessivo le articolazioni come gli sportivi professionisti e gli obesi. L’artrosi all’anca e al ginocchio è considerata l’undicesima causa globale di disabilità in quanto il dolore articolare determina un handicap che condiziona le attività quotidiane dell’individuo con serie ripercussioni nell’ambito socio sanitario. Dati confermati da una recente metanalisi pubblicata su Plos One che ha preso in esame diversi studi clinici, che vanno tutti nella stessa direzione e confermano un miglioramento nei sintomi percepiti e misurati con tecniche di imaging diagnostico, con valori incoraggianti: miglioramento del 44% dei sintomi a 6 mesi, e 59% a 12 mesi (secondo la scala IKDC che prende in esame le attività svolte senza dolore, il numero di giorni con dolore nelle ultime 4 settimane, la severità dello stesso e la rigidità e il gonfiore). I trattamenti fino ad oggi utilizzati, come antinfiammatori (FANS), iniezioni intra-articolari di centrifugati di grasso, di gel piastrinico e acido ialuronico sono riusciti in minima parte a contrastare la sintomatologia, ma non certo ad intervenire nel processo degenerativo del tessuto cartilagineo. L’assunzione di farmaci, inoltre, ha portato un aumento delle patologie a carico dell’apparato gastrointestinale e cardiaco. L’osteoartrite è quindi di un problema di natura degenerativa che vede nella medicina rigenerativa, e quindi nelle cellule staminali, l’unico approccio sostenibile. Nello specifico, le cellule staminali che hanno la capacità di differenziarsi in condrociti sono quelle mesenchimali, la cui fonte elettiva è il tessuto adiposo perché è facile da prelevare ed è sempre disponibile.La capacità di differenziarsi in condrociti rende rigenerativa la terapia con le cellule staminali perché, una volta iniettate nei pressi della lesione, si differenziano in nuove cellule che rimpiazzano quelle obsolete o danneggiate rinnovando i tessuti.La svolta in questa direzione è stata segnata dalla pubblicazione del report dello studio ADIPOA, durato 54 mesi e finanziato dall’Unione Europea, con 12 centri europei di ortopedia riuniti in un consorzio coordinato dal Centro Universitario di Montpellier. Questo studio multicentrico, oltre a confermare la sicurezza e l’efficacia dell’uso di cellule staminali derivate dal tessuto adiposo ed espanse, nel trattamento dell’osteoartrite del ginocchio, ha anche definito il dosaggio ideale per una singola iniezione intra-articolare.Questo studio ha affermato indirettamente che l’uso del grasso in osteoartrite è privo di risultato a meno che non si proceda all’isolamento e coltura delle cellule staminali mesenchimali in esso contenute.Bioscience Institute, presso la cell factory di San Marino e Dubai, segue lo stesso protocollo di coltura usato nel corso dello studio ADIPOA e prevede un mini prelievo di grasso da circa 20 ml per ottenere circa 100 milioni di ADSC, divise in 10 provette da 10 milioni di cellule ciascuna, per altrettanti trattamenti da effettuarsi sullo stesso paziente (autologo). Disporre di 100 milioni di cellule crioconservate permette anche la ripetizione dei trattamenti nel tempo senza doversi sottoporre nuovamente al prelievo di grasso. La procedura beneficia quindi di tutte le evidenze di sicurezza ed efficacia che sono state espresse dallo studio finanziato dalla UE. A differenza delle colture di condrociti, utilizzate per due decadi ed indicate per persone giovani, le cellule staminali sono idonee a trattare con successo anche persone tra 80 e 90 anni.
L’osteoartrite è l’espressione del progressivo processo degenerativo che affligge le cartilagini e quindi, indirettamente, le articolazioni e loro funzionalità. I sintomi classici come dolore, rigidità articolare, tensione muscolare e instabilità, inducono il paziente all’immobilità nel tentativo di evitare il dolore con la conseguenza di produrre uno stato depressivo peggiorativo del quadro generale.
La progressione della malattia segue uno sviluppo parallelo all’invecchiamento dei condrociti, cellule che compongono la cartilagine e che si rigenerano difficilmente dopo i 50 anni oppure a seguito di danni da traumi. (foto: osteoartrite)

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Do men have worse chemotherapy-induced cardiomyopathy than women?

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 maggio 2017

Praga, Stare Mesto 1983, mostra Jappelli 01Prague, Czech Republic Men seem to have worse chemotherapy-induced cardiomyopathy than women despite receiving similar cancer treatments, according to research presented today at EuroCMR 2017. “Cancer patients are living longer because of improved treatment but the side effects of treatment include cardiovascular morbidity and mortality,” said lead author Dr Iwan Harries, cardiology specialist registrar at Bristol Heart Institute, currently pursuing a PhD on cardiac magnetic resonance (CMR) imaging and cardio-oncology at the University of Bristol, UK.A 2016 European Society of Cardiology (ESC) position paper on cardio-oncology described female sex as a risk factor for developing cardiotoxicity from chemotherapy.2 Dr Harries said: “The data largely originates from paediatric populations and, in contrast, animal studies report male susceptibility to cardiomyopathy.” This retrospective observational study in adults investigated whether there was a sex effect on chemotherapy-induced cardiomyopathy. The researchers identified all patients over a six year period that received potentially cardiotoxic chemotherapy, were referred for CMR, and were found to have impaired left ventricular function (chemotherapy-induced cardiomyopathy). Patients were excluded if they had another condition that could have contributed to the cardiomyopathy such as ischaemic heart disease, valvular heart disease, family history of cardiomyopathy, or excess alcohol consumption. The study included 76 patients (45 women and 31 men). Data was collected on baseline demographics and comorbidities. Details of the cancer treatment were recorded, including the type of chemotherapy, dose of chemotherapy, and the interval between receiving treatment and having the CMR scan. CMR scans provided information on left and right ventricular function, cardiac volumes, and tissue characteristics.To assess the potential impact of gender on the development of chemotherapy-induced cardiomyopathy, the researchers conducted a multivariate regression analysis correcting for baseline differences between men and women including age, body surface area, comorbidities, and treatment.The researchers found that both left and right ventricular ejection fraction was significantly lower in men than women, indicating worse performance of the heart. Cardiac volumes and mass were significantly larger in men compared to women, indicating more damage to the heart’s structure. Dr Harries said: “The results of our study suggest that men developed a more severe form of chemotherapy-induced cardiomyopathy than women at follow-up of 8.75 years. Patients receiving anthracycline received on average 240 mg/m2 of doxorubicin or equivalent, a dose which was similar in both men and women.”
Previous studies in paediatric populations which found increased risk in females may be explained by the absence of female sex hormones early in life. In adults it may be that female sex hormones are protective. “Previous lab-based research has shown that female adult rat cardiac muscle cells have a survival advantage over male cells when challenged with oxidative stress-induced cell death3, which is one of the proposed mechanisms of chemotherapy-induced cardiomyopathy,” Dr Harries explained. Dr Harries said: “Ours is a preliminary result and large scale trials are needed to confirm our finding that men are more susceptible to chemotherapy-induced cardiomyopathy than women. If confirmed, the implication of these findings is that cardiologists and oncologists could devise individualised treatment and monitoring strategies for their patients that take gender into account.” “Cardio-oncology is a new field of cardiology that is rapidly developing thanks to oncology treatments being more efficacious and oncology patients living longer but with associated cardiovascular morbidity and mortality due to cardiotoxicity,” Dr Bucciarelli-Ducci, senior lecturer in cardiology at the University of Bristol and principal investigator of the study concluded.

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Il Servizio Sanitario Nazionale e l’investimento in ICT

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 maggio 2017

camera deputati2Roma, 5 giugno 2017 – ore 9.00 Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati via di Campo Marzio 74 convegno “Il Servizio Sanitario Nazionale e l’investimento in ICT – Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione. L’esperienza di Senior Italia FederAnziani”.
La crisi economica che il Paese sta vivendo e la conseguente riduzione delle risorse finanziarie necessarie per garantire il diritto alla salute a tutti i cittadini, diritto sancito dalla Costituzione, inducono a considerare l’investimento in innovazione tecnologica una delle possibili soluzioni per risolvere l’impasse.
Gli “over 65” assorbono circa il 68% delle spese del Servizio Sanitario per la gestione delle cronicità: il costo sanitario medio di un anziano cronico è pari a 4 volte quello pro-capite medio.
Senior Italia FederAziani ha attivato un progetto pilota per la realizzazione di una piattaforma informatica che possa mettere in rete Centri Anziani, Policlinici Universitari e Medici di Medicina Generale semplificando l’accesso alla prevenzione e riducendo considerevolmente i costi per l’assistenza primaria.

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In oncologia è sempre più importante il ruolo svolto dalle Unità di Farmaci Antiblastici (UFA)

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 maggio 2017

Istituto_Nazionale_Tumori_Regina_Elena_-_RomaSi tratta di laboratori centralizzati per la produzione di farmaci antitumorali. Queste strutture però non sono distribuite in modo equo su tutto il territorio nazionale. In totale, secondo i dati raccolti dal Libro Bianco AIOM nel 2016, sono 256: 128 sono al nord (pari al 38%), 61 al Centro (18%) e 67 al Sud (20%). E’ quanto emerso dal convegno Quali modelli organizzativi nella preparazione centralizzata e gestione dei farmaci in Oncologia promosso dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (SIFO) e che si tiene oggi presso l’IRCCS-Arcispedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia. “Le UFA hanno principalmente l’obiettivo di migliorare efficienza e sicurezza, e di razionalizzare l’organizzazione del lavoro all’interno dei reparti di oncologia – afferma il prof. Carmine Pinto presidente nazionale AIOM -. Garantiscono, infatti, una migliore gestione di farmaci estremamente complessi e costosi. Quindi possono ridurre sia i rischi per la salute dei pazienti che gli sprechi per l’intero sistema sanitario nazionale. Occorre però far evolvere il sistema in particolare per quello che riguarda i modelli organizzativi in continuità con le Unità Operative di Oncologia. Inoltre le UFA all’interno delle reti oncologiche potrebbero essere non più riferimento di un singolo ospedale ma anche di un’intera provincia o di un’area vasta”. “I vantaggi introdotti dalle UFA sia in termini economici che di qualità dell’assistenza sono enormi – prosegue il prof. Marcello Pani presidente nazionale SIFO -. Queste unità possiedono, infatti, delle attrezzature e apparecchiature molto sofisticate, avanzati sistemi informatici e sono regolarmente sottoposte a controlli rigorosi. Devono rispettare delle norme restrittive e tutto ciò è fatto soprattutto per diminuire i rischi per i pazienti. Tuttavia un’eccessiva centralizzazione della preparazione dei farmaci può ridurre la così detta flessibilità delle terapie. Oggi i trattamenti contro i tumori sono sempre più personalizzati e su misura del singolo paziente che spesso deve cambiare tipologia di cura durante la malattia. Bisogna quindi trovare un giusto equilibrio tra questi due aspetti dell’oncologia. Per questo stiamo lavorando insieme all’AIOM per stabilire dei modelli organizzativi validi per tutto il territorio nazionale”.

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Test in 3D, terapia genetica e rigenerativa: il futuro della cardiologia è oggi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 maggio 2017

triesteTrieste il 26 e 27 maggio 2017, si svolge al Centro Congressi Stazione Marittima, il simposio internazionale dal titolo “Advances in heart failure, cardiomyopathies and pericardial diseases”, dedicato ad alcune patologie del cuore, come l’insufficienza cardiaca, le cardiomiopatie e la pericardite, infiammazione del pericardio, ovvero quella membrana che avvolge, sostiene e protegge il cuore. Il simposio è organizzato sotto gli auspici del Dipartimento Cardiovascolare, Azienda Sanitaria Universitaria Integrata e Università di Trieste ed è promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «Il simposio si apre venerdì 26 maggio con relazioni sulle pericarditi, per proseguire con una lettura di Perry Elliott, Professore di Medicina Cardiovascolare all’University College di Londra, Regno Unito» spiega Gianfranco Sinagra, presidente del simposio, Direttore del Dipartimento Cardiovascolare agli “Ospedali Riuniti” Trieste e Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare all’Università di Trieste. «Prosegue con una sessione sulle miocarditi, infiammazioni del muscolo cardiaco in genere associate a infezioni e nel pomeriggio un’altra sulle cardiomiopatie, responsabili anche delle morti improvvise tra i giovani e gli atleti. Sabato 27 maggio parleremo di insufficienza cardiaca e delle nuove tecniche di intervento chirurgico per sostituire le valvole del cuore, delle tecniche di imaging in 3D, della medicina rigenerativa e della terapia genetica».

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Tumore del polmone: identificato un nuovo bersaglio terapeutico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 maggio 2017

tumore polmoneUn team di ricerca della Sapienza ha individuato il meccanismo molecolare che controlla le cellule staminali tumorali dell’adenocarcinoma, il più frequente dei tumori polmonari. La scoperta apre la strada a strategie mediche maggiormente efficaci e meno invasive.
Il tumore del polmone è la prima causa di morte per cancro e l’adenocarcinoma è il tipo più frequente. Finora gli unici trattamenti previsti nella pratica clinica sono la resezione chirurgica, ove possibile, coadiuvata da regimi aggressivi di chemioterapia e radioterapia. Ciononostante, l’esito rimane infausto per molti pazienti.Una strategia medica sicuramente più efficace e meno invasiva potrebbe essere quella che si basa sul controllo delle cellule staminali tumorali, considerate “il serbatoio del cancro”, cellule relativamente insensibili alle strategie terapeutiche attualmente in uso.
In questo ambito di ricerca, il team coordinato da Elisabetta Ferretti del Dipartimento di Medicina Sperimentale della Sapienza, ha identificato il ruolo della proteina Gli1 nei meccanismi molecolari che controllano le cellule staminali di adenocarcinoma del polmone. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Oncogene. “La caratterizzazione di questi circuiti molecolari è un passo molto importante nella comprensione della complessa biologia di questo tipo di tumore – spiega Agnese Po, Ricercatrice del Dipartimento di Medicina Molecolare della Sapienza– e i risultati ottenuti permettono di poter sviluppare strategie terapeutiche che possano unire l’arma del targeting di Gli1 alle terapie biologiche già nell’uso clinico o in corso di valutazione nei clinical trials”.“Essendo la funzione di Gli1 a valle di quella di altre vie attive nel adenocarcinoma del polmone già note – afferma Elisabetta Ferretti – utilizzarlo come bersaglio terapeutico potrebbe rappresentare una strategia vincente laddove la resistenza ai farmaci è una causa frequente di fallimento delle terapie antineoplastiche.Questa scoperta – aggiunge Elisabetta Ferretti – è dedicata con orgoglio e riconoscenza ad Alberto Gulino, Docente e Direttore del Laboratorio di Oncologia Molecolare della Sapienza venuto a mancare prematuramente nel 2014, che ha ispirato e trasmesso con passione e competenza il valore del sapere e l’entusiasmo per la ricerca scientifica ai suoi allievi.

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Morte improvvisa negli atleti, un elettrocardiogramma può essere salvavita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 maggio 2017

elettrocardiogrammaL’innovazione medica degli ultimi anni ha allungato l’aspettativa di vita grazie a scoperte diagnostiche e terapeutiche soprattutto contro i tumori e le malattie cardiovascolari. Il simposio internazionale “Innovation in medical sciences and public health”, svoltosi recentemente a Cagliari, ha riunito esperti internazionali e italiani che si sono confrontati sulle più recenti acquisizioni nella ricerca e nella pratica clinica. Il simposio è stato organizzato dal Dipartimento di Scienze Mediche e Sanità Pubblica dell’Università di Cagliari e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
Da segnalare una sessione dedicata all’innovazione in cardiologia, e in particolare sulla prevenzione della morte improvvisa negli atleti. «Ogni anno in Italia muoiono improvvisamente circa 50 mila persone. Tra le cause di questi decessi le forme ereditarie di cardiomiopatia hanno un ruolo preminente, anche se ancora oggi è difficile individuare le persone che sono a rischio di morte cardiaca improvvisa. Circa la metà delle persone colpite da morte cardiaca improvvisa, infatti, non aveva ricevuto una precedente diagnosi per malattia cardiaca» spiega Giuseppe Mercuro, Professore di Malattie dell’apparato Cardiovascolare all’Università di Cagliari e Presidente del simposio. «Per fortuna si stanno raggiungendo rapidi progressi nelle conoscenze genetiche che sono alla base di questi eventi».
«La morte improvvisa è ancora una delle principali cause di morte tra gli atleti, giovani professionisti o dilettanti più in là con l’età» aggiunge Antonio Pelliccia, Responsabile del Reparto di Cardiologia all’Istituto di Medicina e Scienza dello Sport – Comitato Olimpico Nazionale Italiano. «In un quarto dei casi il cuore è assolutamente sano e privo di alterazioni strutturali, per cui la prevenzione era estremamente difficile. In questi casi la morte è causata da patologie elettriche che sfuggono ai controlli medici, probabilmente canalopatie (sindrome del QT lungo, di Brugada, tachicardia ventricolare catecolaminergica). Negli atleti più giovani la causa di morte è l’aritmia, mentre dopo i 40 anni negli uomini e 50 anni nelle donne la morte è provocata generalmente da una cardiopatia ischemica. In questi casi lo stress meccanico agisce sulla placca trombocita presente in un vaso sanguigno che si rompe e determina un’occlusione trombotica.
La morte improvvisa da sport mostra una predilezione per il sesso maschile, fino ad un rapporto 10:1. «Tale differenza è stata collegata con il più alto tasso di partecipazione dell’atleta maschio agli sport competitivi, così come al carico di allenamento maggiore. «L’attività sportiva però non è per sé una causa della mortalità aumentata, piuttosto, agisce come agente scatenante per l’induzione di aritmie letali su un substrato miocardico preesistente» prosegue Pelliccia. Attualmente, nei paesi occidentali esiste una grande disomogeneità sul controllo medico degli atleti competitivi, con soltanto alcune nazioni, e tra queste l’Italia è all’avanguardia, che hanno programmato una visita di screening prima della partecipazione agli eventi atletici ufficiali. Negli USA ed in molti paesi europei, lo screening medico per l’attività sportiva è stato tradizionalmente realizzato solo con l’anamnesi familiare e personale e con l’esame fisico, senza il ricorso all’ECG. Questo metodo di screening è stato suggerito partendo dal presupposto che l’ECG non era redditizio in termini di costi/benefici su grandi popolazioni per la sua relativa bassa specificità. Una tale strategia, tuttavia, ha dimostrato una limitata capacità a rilevare le anomalie cardiovascolari potenzialmente mortali. Infatti, un’analisi retrospettiva statunitense, su atleti dei College deceduti improvvisamente, ha indicato che il sospetto per la presenza di una cardiopatia, utilizzando la storia clinica e l’esame fisico, è stato documentato soltanto nel 3% degli atleti esaminati e meno dell’1% ha ricevuto una diagnosi esatta. L’aggiunta dell’ECG ha il potenziale di aumentare enormemente la sensibilità dello screening, arrivando a rilevare, per esempio, fino al 95% di anomalie ECG nei pazienti con cardiomiopatia ipertrofica. «Da oltre 25 anni, l’Italia attua una selezione sistematica dei soggetti praticanti attività sportiva competitiva basata principalmente sull’ECG a riposo e dopo step-test, oltre che sulla storia clinica e l’esame fisico, in base alla legge sulla tutela sanitaria delle attività sportive del 1982. Tale screening viene applicato su una popolazione di circa 6 milioni di persone che rappresenta il 10% della popolazione italiana» conclude Pelliccia.

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Procedure chirurgiche mininvasive o laparoscopiche

Posted by fidest press agency su martedì, 23 maggio 2017

montesilvanoMontesilvano (Pescara) Il progressivo aumento dell’aspettativa di vita e della quota di over 65 è uno dei fattori principali che determina e determinerà sempre più lo scenario socio-economico. Chi esce dal ciclo produttivo costituisce una fascia sempre più ampia di popolazione dotata di disponibilità di risorse e di tempo, alla ricerca di salute e benessere, con importanti aspettative rispetto alla qualità e al livello dei servizi. Nel contempo, la crescita delle malattie croniche e delle comorbidità, se non adeguatamente affrontato e gestito, si traduce in un aumento degli accessi alle strutture sanitarie e di richiesta di capacità cliniche e assistenziali. In aggiunta, un terzo fattore – l’innovazione farmacologica e tecnologica – tende a mostrare un impatto sempre maggiore anno dopo anno. Per la sanità, dunque, è tempo di fronteggiare una sfida tra crescita del numero, della complessità e del livello delle prestazioni da erogare, con conseguente aumento della spesa da finanziare, e richiesta di assistenza e servizi di sempre maggiore qualità.In altre parole, la sfida è: come garantire qualità e sostenibilità del sistema sanitario.
Oggi, la società scientifica, tanto la nostra quanto la Società italiana di chirurgia (Sic), vuole anche essere un interlocutore credibile nell’affrontare il tema della tutela del chirurgo e della sua professione, così come la gestione della comunicazione tra chirurgo e paziente, della sicurezza in sala operatoria e della responsabilità medica nell’uso dei nuovi device.” Un interlocutore, secondo Piazza, che sia “motore della produzione di qualità in sanità”, obiettivo quest’ultimo dichiarato delle istituzioni, come il Ministero della salute, impegnate a garantire qualità nei processi di cura attraverso la formazione dei professionisti, con la finalizzazione di percorsi strutturati di accreditamento, cui “Acoi contribuisce attivamente”. Un esempio specifico viene dal programma Op2IMISE (Open To Innovative Minimally Invasive Surgery Experience), sviluppato nel contesto dell’approccio mininvasivo per la chirurgia colorettale e presentato nella sessione “La qualità in sanità”, realizzata grazie al contributo non condizionante di Medtronic Italia, che supporta questo progetto promosso da Acoi, Sic e Università Bicocca di Milano. “L’approccio mininvasivo o laparoscopico – dice Pierluigi Marini, Direttore Uoc Chirurgia 1 all’ospedale San Camillo di Roma – consente da un lato un impatto meno cruento sul paziente, con evidenti benefici per la qualità del suo recupero postoperatorio, dall’altro vantaggi organizzativi ed economici soprattutto legati alla minore ospedalizzazione, con la possibilità di liberare risorse e con minori costi per il sistema sanitario.” In Italia, il ricorso a queste tecniche è ancora poco frequente. Secondo il Programma nazionale esiti (PNE) dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), l’impiego della laparoscopia nell’intervento al colon avviene nel 32 per cento dei casi e in quello al retto nel 40 per cento, “va considerato, tuttavia, che il dato nazionale potrebbe essere ottimistico, poiché una procedura iniziata con tecnica laparoscopica potrebbe subire una conversione in chirurgia tradizionale, nel corso stesso dell’intervento”, suggerisce Marini.Il progetto Op2IMISE “può essere considerato un’esperienza pilota volta a promuovere una corretta formazione del chirurgo all’utilizzo delle tecniche mininvasive rispetto a quelle tradizionali – dice ancora Marini. Il fine ultimo è quello di elaborare, grazie anche all’individuazione di indicatori di performance specifici, una serie di raccomandazioni, alla cui stesura stiamo lavorando con altri 15 valenti colleghi, per favorire la diffusione di queste procedure, dimostrando che, oltre alle già note e positive evidenze cliniche, ne esistono anche di altrettanto significative sotto il punto di vista dell’economia sanitaria.” Un’analoga esperienza condotta in Gran Bretagna sotto l’egida del NICE (National Institute for Clinical Excellence) ha fatto sì che tra il 2006 e il 2010 il numero di interventi al colon-retto condotti in laparoscopia passasse dal 5 al 33 per cento, con un incremento di oltre 5 volte. “Si tratta di un progetto di grande spessore che produrrà benefici per i chirurghi tanto quanto per i pazienti – conclude Piazza -. Stiamo parlando di pratiche chirurgiche che portano un beneficio evidente all’individuo, migliorando l’intero decorso postoperatorio, e grandi vantaggi per il sistema. Purtroppo, ad oggi, non si è assistito a una politica sanitaria in grado di favorire l’adozione di procedure mininvasive, soprattutto, ma non solo, nel segmento colorettale. È naturale, quindi, che una volta fatta la nostra parte, la palla debba passare ai decisori politici, che auspichiamo vogliano fare la loro.”

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Metastasi Ossee da Carcinoma Tiroideo in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 23 maggio 2017

lisbonaLisbona. Si chiama M.OS.CA.T.I. (Metastasi OSsee da CArcinoma Tiroideo in Italia) il primo studio multicentrico retrospettivo che ha indagato in ‘real life’ la gestione e i risultati del trattamento delle metastasi ossee derivate dal carcinoma differenziato della tiroide (CDT).Il CTD é il secondo tipo di tumore per frequenza nelle donne di età inferiore ai 50 anni dopo il carcinoma della mammella ed in entrambi i sessi si registrano oltre 15000 nuovi casi l’anno in Italia, con una frequenza circa 3 volte maggiore nel sesso femminile rispetto a quella maschile. I tumori differenziati comprendono carcinomi papillari e follicolari che originano dalle cellule deputate alla produzione degli ormoni tiroidei.
Fortunatamente “Il cancro della tiroide non deve fare paura” sottolinea Andrea Giustina, Full Endocrinology Professor all’Università Vita Salute San Raffaele di Milano e Presidente Eletto della European Society of Endocrinology “abbiamo strumenti efficaci e linee guida consolidate per il trattamento che prevede chirurgia, terapia radiometabolica con iodio radioattivo e terapia soppressiva con L-tiroxina, che contribuiscono a prevenire la comparsa di recidive o metastasi.Nonostante i tumori differenziati della tiroide siano raddoppiati negli ultimi 20 anni, la prognosi è favorevole nella maggior parte dei casi con un tasso di sopravvivenza a 20 anni del 90%. L’80% dei pazienti ha una remissione completa della malattia dopo il primo trattamento e solo tra il 5 e il 20% sviluppa recidive locali o a distanza”.I protocolli prevedono innanzitutto l’asportazione totale o parziale della ghiandola tiroidea alla quale segue la terapia radiometabolica con iodio radioattivo 131 che consente di eliminare eventuali cellule neoplastiche non asportate dall’intervento chirurgico. La terapia radiometabolica ha un doppio vantaggio: terapeutico e diagnostico, consente infatti di eseguire nei giorni successivi alla somministrazione del radio-iodio una scintigrafia total-body che consente di identificare eventuali metastasi passate clinicamente inosservate al momento della diagnosi del tumore tiroideo.Nello studio MOSCATI il campione era composto da 143 pazienti di età media 60 anni affetti da metastasi ossee da carcinoma differenziato della tiroide. Nella maggior parte dei casi le metastasi erano multiple e localizzate a livello della colonna vertebrale. La prima evidenza saltata agli occhi del gruppo di ricercatori italiani è che in circa il 20% dei pazienti con metastasi ossee, il tumore tiroideo si presentava alla diagnosi di piccole dimensioni e con un tipo istologico apparentemente non aggressivo.Purtroppo, esiste un gruppo di pazienti (corrispondenti a circa il 20% della casistica Italiana) nei quali le metastasi ossee perdono la capacita’ di captare lo iodio ed in questi casi la prognosi e’ risultata peggiore sia in termini di complicanze cliniche che di ridotta sopravvivenza.La seconda evidenza è stata la comparsa di eventi scheletrici (come micro fratture) e’ risultata piu’ frequente nei pazienti con metastasi ossee non iodio-captanti ed ha era indicatore di una peggiore prognosi in termini di ridotta sopravvivenza, soprattutto quando le metastasi erano localizzate al femore. “Le linee guida propongono l’utilizzo di tali farmaci anche nei pazienti con metastasi ossee da carcinoma differenziato della tiroide” spiega il dottor Gherardo Mazziotti, primo autore dello ricerca “Ma le evidenze di efficacia evidenziano che meno del 25% dei pazienti accedono a tali terapie nella real-life e nella quasi totalita’ dei casi il trattamento e’ condotto con acido zoledronico in pazienti con malattia avanzata. Pertanto” continua il dott. Mazziotti “lo studio M.OS.CA.T.I suggerisce invece che la terapia con farmaci attivi sullo scheletro (come bifosfonati e denosumab) oggi e’ probabilmente sotto-utilizzata e forse anche male utilizzata nelle metastasi ossee da carcinoma tiroideo probabilmente per la mancanza di studi clinici controllati specifici per questo specifico setting di pazienti”.

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Autismo e Sindrome da Deficit di Attenzione ed Iperattività: quali interventi per un futuro migliore

Posted by fidest press agency su martedì, 23 maggio 2017

porto antico genovaGenova mercoledì 24 e giovedì 25 maggio ore 9 Palazzo Ducale, piazza Matteotti 9. I bambini con Disturbi dello Spettro dell’Autismo e con Sindrome da Deficit di Attenzione ed Iperattività siano sempre più numerosi, e quanto la gestione di questi disturbi sia complessa e multidisciplinare, necessitando sia un piano diagnostico terapeutico precoce, sia di un network operativo solido e ben preparato, costituito da figure professionali che accompagnino il paziente, dal riconoscimento della problematica all’inserimento nella società in età adulta. È per rispondere a queste sfide che mercoledì 24 e giovedì 25 maggio Edvige Veneselli, Direttore dalla UO di Neuropsichiatria dell’Istituto G. Gaslini di Genova, organizza due incontri, promossi dalla Fondazione Internazionale Menarini e pensati per Pediatri, Neuropsichiatri Infantili, Psichiatri, Psicologi, TNPEE (Terapia della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva), Infermieri, Logopedisti, Educatori, ma anche insegnanti e famiglie, finalizzati ad analizzare lo stato dell’arte ma anche gli aspetti più pratici legati a queste due importanti problematiche.
La prima giornata, mercoledì 24 maggio, sarà dedicata all’Autismo, ad approfondire le prospettive dalla ricerca clinica, le problematiche cliniche e il percorso dalla diagnosi precoce alla presa in carico e, durante il pomeriggio, verranno trattate le innovazioni tecnologiche e dei sistemi educativi e la delicata situazione della transizione all’età adulta.
Giovedì 25 maggio inizierà con un update sulla realtà italiana e sugli interventi farmacologici. Verranno trattate la comorbidità con il Disturbo dello Spettro dell’Autismo e le novità sugli interventi terapeutici e sulle terapie complementari.
Nel pomeriggio saranno affrontati altri argomenti come L’ADHD nei bambini superdotati, Il Disturbo Ipercinetico-Disattentivo nella Disabilità Intellettiva, la transizione all’età adulta, il trattamento farmacologico e non.

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