Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 328

Archive for the ‘Medicina/Medicine/Health/Science’ Category

Medicine – Health – Science

Convegno: “Farmaci innovativi e sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 novembre 2018

Parma, Venerdì 23 novembre, alle ore 9, in Aula Filosofi (Via Università 12) si svolgerà il convegno “Farmaci innovativi e sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale”, organizzato dal Centro Universitario di Bioetica (UCB) dell’Università di Parma. Dopo i saluti delle autorità e l’introduzione di Vittorio Bertelè, Istituto Mario Negri, si terrà la tavola rotonda dal titolo “La ricerca del Value: dare il giusto prezzo ai farmaci in rapporto all’efficacia”, moderata da Luigi Ripamonti, giornalista del Corriere della Sera. Partecipano Luca Baldino, Direttore Generale AUSl Piacdenza, Lucia Busatta, Università di Padova, Maurizio de Cicco, Vice Presidente Farmindustria, Giovanni Fattore, Università Milano, Bocconi, Pietro Lisi, medico e paziente, Giovanni Pitruzzella, Avvocato Generale Corte di Giustizia UE, Fausto Roila, Medico Oncologo, Azienda Ospedaliera di Perugia. Conclusioni a cura di Anna Rosa Marra, AIFA, Direttore dell’Azienda Vigilanza Post_Marketing.

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Il valore del sistema salute e il ruolo di Novartis

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 novembre 2018

Roma giovedì 22 novembre, h. 10, presso l’Auditorium Ara Pacis, si terrà l’evento organizzato da The European House – Ambrosetti, “Il valore del sistema salute per l’innovazione, la conoscenza e lo sviluppo economico e sociale. Il ruolo di Novartis”. Durante l’incontro, che vedrà la partecipazione dei rappresentanti del mondo istituzionale, accademico e associativo impegnato nell’ambito della salute, verrà presentato il caso di studio Novartis in Italia. Interverranno, tra gli altri, Dario Galli, Vice Ministro dello Sviluppo Economico, Enrico Giovannini, Professore Ordinario di Statistica Economica, Università Tor Vergata di Roma e Portavoce dell’Alleanza Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile – ASviS, Pasquale Frega, Country President Novartis Italia e Amministratore Delegato Novartis Farma e Valerio De Molli, CEO e Managing Partner, The European House – Ambrosetti.

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Due dita sul polso per “sentire” il ritmo del cuore

Posted by fidest press agency su martedì, 20 novembre 2018

In occasione della Settimana globale della fibrillazione atriale http://www.heartrhythmalliance.org/afa/uk/af-aware-week (19 – 24 novembre) tutto il mondo si sta muovendo, per lanciare campagne di sensibilizzazione efficaci ma nessuno ancora ha pensato di coinvolgere i bambini, perchè abbiano cura della salute dei propri genitori e dei nonni. Lo sta facendo ALT, Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Onlus, con ChYP, Check Your Pulse: una campagna capillare che insegna ai bambini a “sentire” il ritmo del cuore con un gesto semplice: due dita sul polso, al posto giusto, al momento giusto.La fibrillazione atriale è un’aritmia, un disordine nel ritmo del cuore, che provoca sintomi come mancanza di respiro, stanchezza profonda, senso di vertigine, sensazione di un frullo nel petto, ma altrettanto spesso dà sintomi sfumati o che non vengono affatto percepiti. Questa aritmia provoca ictus cerebrale: un evento devastante che può rubare la vita o distruggere la qualità della vita di chi ne soffre e della sua famiglia.ChYP parla alle nuove generazioni con un linguaggio immediato, coinvolgente, efficace, fatto di suoni e immagini. Grazie alla collaborazione degli allievi del Corso triennale di Pubblicità e Cinema d’Impresa, con la direzione artistica di Maurizio Nichetti, della sede Lombardia del CSC – Centro Sperimentale di Cinematografia, e dei ragazzi della Sezione Percussioni della Fondazione Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi, ALT ha realizzato il video, in due versioni, italiano e inglese, che aiuta a riconoscere la fibrillazione atriale. IL VIDEO nato grazie al contributo della Fondazione Cariplo e il sostegno del Fondo in memoria di Maria e Guido Marsigliesi, è patrocinato da Pubblicità Progresso.Partecipano alla campagna, in classe con ALT per conoscere i meccanismi di funzionamento del cuore e della circolazione del sangue, gli studenti dai 9 ai 12 anni di due scuole di Milano, l’Istituto Santa Gemma e The British School of Milan – Sir James Henderson.«Sono 2 milioni gli italiani e 10 milioni gli europei che soffrono di fibrillazione atriale – sottolinea Lidia Rota Vender, specialista in Ematologia e Malattie cardiovascolari da Trombosi e Presidente di ALT – Onlus, spiegando – Un gesto semplice come due dita sul polso permette di riconoscere una fibrillazione subdola, che non dà segni di sé, che non viene sospettata perché troppo pochi sanno che cosa sia e come riconoscerla per tempo, non necessariamente con esami diagnostici reiterati e costosi, ma a anche volte solo con due dita sul polso”.

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La Via della Medicina Shaolin

Posted by fidest press agency su martedì, 20 novembre 2018

Roma mercoledì 21 Novembre 2018 dalle ore 18:00 alle 20:00 si terrà un evento presso la libreria “Feltrinelli Libri e Musica” in Via Appia Nuova, 426 , per la presentazione del suo libro “La Via della Medicina Shaolin – Meditazione Chan, Arti Marziali e Medicina Tradizionale Cinese” una pubblicazione dai contenuti profondi che apre una vista sui fondamenti della Cultura Shaolin”, cui seguirà una breve dimostrazione di arti marziali tradizionali (Shaolin Kung Fu e Qi Gong).L’evento è organizzato dalla Mondadori che da sempre valorizza contenuti culturali con pubblicazioni di qualità. Anche in questa occasione si potrà approfittare per prendere contatto con la tradizione culturale millenaria custodita e sviluppata per secoli nel Tempio Shaolin in Cina o approfondirne alcuni aspetti relativi al benessere e alla salute, che vede in prima linea in Italia l’Associazione “Shaolin Quan Fa” presieduta dal Maestro Shi Yan Hui, che da ormai dieci anni insegna e divulga in maniera semplice e concreta cercando di fornire indicazioni immediatamente e praticamente applicabili anche alla frenetica vita quotidiana occidentale.

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Il dolore globale

Posted by fidest press agency su martedì, 20 novembre 2018

Venezia 5 dicembre 2018 Ospedale San Raffaele Arcangelo Fatebenefratelli (Madonna dell’Orto 3458), tiene un convegno sul “dolore globale”. Si partirà dalla constatazione che la gestione del dolore, sia acuto ad insorgenza improvvisa sia cronico che perdura nel tempo diventando una vera e propria malattia, risente di un “gap” culturale che ha gravi e ingiustificate ricadute non solo sul paziente ma anche sulla collettività. Questo gap si lega a un’inappropriata diagnosi e – conseguentemente – a un inadeguato trattamento ed uno degli scopi del convegno è condividere con i partecipanti un iter (diagnostico e terapeutico) appropriato che conduca ad un linguaggio comune non solo nella gestione clinica del dolore ma anche nel suo trattamento, che è non solo un diritto delle persone (Legge n. 38 del 15/3/2010) e un dovere della classe medica, ma anche un indice di civiltà sanitaria. Particolare risalto verrà dato quindi all’elaborazione del concetto di dolore globale e alle cure palliative, perché, quando la malattia diventa inguaribile, cioè non responsiva alla terapia, e “non c’è più niente da fare”, in realtà “c’è ancora tanto da fare”. Le cure palliative in questo caso hanno come scopo prendersi cura non solo del dolore nei suoi molteplici aspetti fisico, psicologico, spirituale e sociale, ma anche degli altri sintomi, sia del paziente sia dei suoi familiari, in modo da garantire loro la migliore qualità di vita fino alla fine. Verranno condotte anche alcune riflessioni sul cambiamento della medicina nell’età della tecnica e sulla necessità sempre più viva di attingere all’area della sfera narrativa, che guardi al corpo vissuto della persona malata oltre che al corpo come organismo da curare.
L’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio FATEBENEFRATELLI è presente in 50 paesi dei 5 continenti, con circa 400 opere apostoliche. La Provincia Lombardo Veneta, essendo parte di questa grande comunità ospedaliera, realizza la propria vocazione religiosa dedicandosi al servizio della Chiesa prestando, senza scopo di lucro, attività sanitarie ed assistenziali in particolare nei confronti di malati e bisognosi. La mission della PLV è in primo luogo l’ospitalità realizzata attraverso interventi appropriati di prevenzione, promozione della salute, cura e riabilitazione, che garantiscano ad ogni utente la cura più adeguata al proprio bisogno di salute, in una logica di corretto ed economico uso delle risorse. La PLV esplica la propria attività assistenziale in 4 contesti regionali differenti (Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia), attraverso 9 strutture sanitarie/socio-sanitarie accreditate presso il SSN per 2192 posti letto complessivi. I Fatebenefratelli, sulle orme del loro fondatore San Giovanni di Dio, si impegnano a garantire un’assistenza integrale, che pertanto consideri e abbracci tutte le dimensioni della persona umana: fisica, psichica, sociale e spirituale. Tale assistenza umanizzata viene agita ogni giorno grazie alla compartecipazione alla missione da parte dei Fatebenefratelli e dei circa 2200 collaboratori assunti a vario titolo all’interno della Provincia Lombardo Veneta.

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Malattie Cardiovascolari: come prevenire e diminuire la mortalità

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 novembre 2018

Roma 20 Novembre 2018; ore 09.00 – 13.00 Ministero della salute Sala Auditorium Lungotevere Ripa, 1 Duecentomila casi all’anno di morte per ictus, un tasso di mortalità elevato (maggiore nelle donne) prima dei 75 anni, per un totale che ricopre il 44% delle morti a causa della malattia cardiovascolare in Italia.Combattere efficacemente i fattori di rischio quali ipertensione, ipercolesterolemia, fumo, sedentarietà è lo sforzo congiunto di diverse Società Medico-Scientifiche hanno, di recente, portato alla pubblicazione di documenti e linee guida, sulla prevenzione secondaria della malattia cardiovascolare ischemica aterosclerotica, principale causa di morte nella popolazione italiana.Nei vari testi, frutto di un attento lavoro di sintesi, vengono indicati i percorsi clinici di maggiore efficacia ed appropriatezza per le attività di prevenzione secondaria delle recidive ischemiche nei pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica. Di fatto, il clinico pratico dispone di forti evidenze scientifiche e di molti documenti di sintesi, nazionali e locali, che dovrebbero indirizzare coerentemente la loro azione quotidiana.
Eppure i dati che emergono dagli studi di osservazione nel cosiddetto “mondo reale” ci dicono che non è così. In effetti, le informazioni disponibili per il nostro paese sembrano indicare che tutte le misure di prevenzione secondaria, seppure certamente efficaci, vengono prescritte ed applicate significativamente meno di quanto si dovrebbe. Nel complesso si deve constatare con sorpresa e rammarico che le raccomandazioni contenute nelle linee guida sono spesso disattese nella pratica clinica corrente. I fattori di rischio, come ipertensione, ipercolesterolemia, fumo, sedentarietà, non vengono combattuti efficacemente.Questa situazione comporta un inevitabile tributo in termini di recidive ischemiche, spesso invalidanti o potenzialmente letali. In questo momento, tuttavia, le più sensibili associazioni scientifiche mediche ritengono necessario tentare il superamento delle difficoltà che impediscono il dispiegarsi di efficaci attività di prevenzione secondaria in favore dei pazienti che hanno sofferto un evento coronarico o cerebrovascolare acuto. Questa particolare popolazione di pazienti è infatti gravata dal maggiore possibile rischio di ulteriori complicanze cardiovascolari a breve termine. L’evento si propone di fare il punto sulla Prevenzione Cardiovascolare Secondaria e definire scenari sostenibili di implementazione efficace delle evidenze scientifiche attualmente disponibili.

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Oncologia: le cure su misura

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 novembre 2018

L’oncologia di precisione è in grado di migliorare le percentuali di sopravvivenza nella fase metastatica della malattia, fino a raddoppiarle. Notevoli anche i risparmi, grazie all’utilizzo delle terapie mirate solo nei pazienti che ne possono beneficiare, evitando inutili tossicità e i ricoveri in ospedale. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Oncotarget nel 2018, condotto da ricercatori dell’Università di Stanford. La sopravvivenza mediana dei pazienti trattati con l’oncologia di precisione è stata di 51,7 settimane rispetto a 25,8 settimane dei pazienti che hanno seguito la chemioterapia standard (o la migliore terapia di supporto). Netta anche la differenza nei costi. Ogni settimana di trattamento con l’oncologia di precisione ha comportato un esborso di 2.720 dollari, rispetto a 3.453 con le cure tradizionali. L’approccio che sta rivoluzionando il trattamento del cancro è al centro del XX Congresso Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) in corso a Roma. “Devono essere istituiti quanto prima i Molecular Tumor Board, cioè team multidisciplinari che possano garantire l’integrazione e il confronto tra le diverse figure professionali coinvolte (oncologo, biologo molecolare, genetista, anatomo-patologo e farmacologo) che, grazie alla loro esperienza, permettano una corretta interpretazione dei dati genetici e molecolari e la scelta della strategia terapeutica adeguata – spiega Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. L’istituzione di un Molecular Tumor Board è il primo passo per garantire al paziente questa multidisciplinarietà e l’accesso ai trattamenti personalizzati. Il concetto di oncologia di precisione prevede che specifiche alterazioni di una sequenza genica diventino l’obiettivo di un trattamento individualizzato. Alla base della precisa selezione del paziente in relazione alle caratteristiche molecolari della neoplasia, vi è il potenziale beneficio clinico maggiore e per un tempo più lungo, rispetto al trattamento con la classica chemioterapia. Si passa, così, dall’approccio tradizionale che prevedeva la classificazione del tumore sulla base dell’organo da cui prende origine e del tipo istologico, a quella basata sul profilo molecolare”. Nello studio pubblicato su Oncotarget, è stata realizzata anche un’analisi separata dei costi relativi a 1.814 pazienti in fase terminale per verificarne l’andamento negli ultimi 3 mesi di vita. A ulteriore conferma dei risparmi ottenibili con le terapie mirate, nelle 93 persone trattate con queste armi si è osservata una spesa inferiore del 6,9% rispetto alla chemioterapia. In questo lavoro, i pazienti sono stati selezionati effettuando una profilazione dei geni grazie a una nuova tecnologia, la next generation sequencing (NGS). “I progressi nel campo della genomica sono resi possibili dal recente sviluppo di nuove piattaforme che consentono di effettuare il sequenziamento di un più ampio numero di geni rispetto ai metodi precedenti, con tempi ridotti per l’analisi e un aumento della sensibilità, con lo scopo di identificare le mutazioni corrispondenti a specifici bersagli molecolari su cui scegliere i farmaci mirati – afferma Antonio Marchetti, ordinario di anatomia patologica e Direttore del Centro di Medicina Molecolare Predittiva dell’Università di Chieti.
“Il nuovo approccio diagnostico-terapeutico alle neoplasie, che integra criteri clinico-patologici con le analisi molecolari, si riflette anche nella conduzione delle sperimentazioni cliniche – conclude la Presidente Gori -. La classificazione basata sul profilo molecolare causa una segmentazione delle neoplasie in numerosi sottotipi molecolari, nei quali rientrano sottogruppi di pazienti poco numerosi. Sono stati, pertanto, sviluppati nuovi disegni di studi clinici (i cosiddetti basket trial e umbrella trial), in cui i pazienti vengono reclutati sulla base delle caratteristiche genetiche e molecolari della neoplasia, con lo scopo di somministrare un trattamento solo ai malati potenzialmente più responsivi, riducendo l’utilizzo di farmaci inefficaci e comunque tossici, nonché i tempi di sviluppo delle nuove terapie e i costi associati”.

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Opportunità e sfide della digital health

Posted by fidest press agency su domenica, 18 novembre 2018

Origgio Tra app di nuova generazione, risorse offerte da big data e soluzioni avveniristiche rese possibili dall’Intelligenza Artificiale, la rivoluzione digitale in corso sta cambiando radicalmente i paradigmi di trattamento per milioni di pazienti e pone le associazioni che li rappresentano di fronte a scenari inediti e compiti nuovi.Di questo si discute oggi all’European Patient Innovation Summit (EPIS) l’annuale appuntamento co-creato da Novartis con le più importanti realtà della patient advocacy europea: 360 i rappresentanti delle associazioni di pazienti che saranno presenti, di cui 20 quelle italiane, per mettere a confronto opinioni ed esperienze sui temi di maggiore attualità. Al centro dell’attenzione, quest’anno, le potenzialità offerte dalle tecnologie digitali per migliorare la qualità della vita dei pazienti con patologie croniche. Su questo tema si svilupperà l’incontro, durante il quale esperti e rappresentanti delle associazioni porteranno il loro contributo in diretta da diverse sedi europee.Per facilitare uno scambio di opinioni il più ampio e rappresentativo possibile, infatti, questa terza edizione di EPIS fa ricorso all’innovativa formula multi-sede: sono così collegati 8 hub internazionali in altrettanti paesi, Italia, Svizzera, Irlanda, Portogallo, Spagna, Germania, Francia e Est Europa, tra i quali sarà possibile un’interazione costante. “EPIS 2018 offre l’occasione di un confronto ad ampio respiro su un tema fondamentale per le prospettive di trattamento e cura dei pazienti” sottolinea Pasquale Frega, Country President Novartis Italia e Amministratore Delegato Novartis Farma. “L’incontro tra innovazione scientifica e tecnologie digitali è destinato a rivoluzionare i tradizionali approcci diagnostico terapeutici. In Novartis siamo convinti che i pazienti debbano svolgere un ruolo da protagonisti in questa rivoluzione: il loro contributo è determinante per orientare la digital health verso soluzioni che rispondano ai loro reali bisogni”.Dall’Italia interverrà Pasquale Fedele, ideatore di Braincontrol, piattaforma per l’interazione uomo-macchina basata sull’Intelligenza Artificiale. Una prima applicazione ha portato allo sviluppo di un dispositivo medico definito come ‘joystick mentale’, che permette ai pazienti di superare gli ostacoli dovuti a disabilità motorie e di comunicazione anche molto gravi (circa 5 milioni al mondo).Come Braincontrol, già numerosi device e applicazioni sono in grado di assicurare benefici importanti a chi soffre di una patologia cronica o vive una disabilità permanente. È il caso della app ViaOptaHello, già disponibile, che consente a persone cieche o ipovedenti di identificare facilmente oggetti e ambienti, recuperando così importanti margini di autonomia nella vita quotidiana.Questi sviluppi offrono opportunità reali ai pazienti e allo stesso tempo pongono i gruppi della patient advocacy di fronte a compiti e sfide nuove, prima fra tutte quella di saper interagire con medici, strutture e autorità sanitarie per rendere accessibili tecnologie digitali di comprovata efficacia a pazienti che potrebbero trarne beneficio.Dal confronto dei rappresentanti delle 360 associazioni presenti all’European Patient Innovation Summit 2018, prenderà forma al termine dei lavori un documento condiviso che conterrà, accanto alle valutazioni emerse, le raccomandazioni e priorità per il lavoro futuro.

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Autismo: In Colombia partita la ricerca Univalle-IdO su diagnosi precoce

Posted by fidest press agency su sabato, 17 novembre 2018

In Colombia non esistono studi epidemiologici sulla prevalenza dei disturbi pervasivi dello sviluppo ma a soffrirne, secondo la Lega Colombiana dell’Autismo, sarebbe il 16% della popolazione di età inferiore ai 15 anni (almeno 3 o 4 bambini in ogni scuola). Sebbene non esistano cifre ufficiali, nel 2013 il Sistema integrato d’informazione e protezione sociale (SISPRO) ha condotto un’indagine che ha individuato 67.370 casi di disturbi pervasivi dello sviluppo, di cui il 95% erano disturbi dello spettro autistico nell’infanzia.
La carente formazione di professionisti specializzati nel settore rende più complicata la possibilità di intercettare precocemente il fenomeno. Da qui è partita tre anni fa la collaborazione tra l’Universidad del Valle (Univalle) e l’Istituto di Ortofonologia di Roma (IdO), che recentemente ha dato il via a un progetto di ricerca sullo ‘Sviluppo di un protocollo clinico per la diagnosi precoce dei disturbi dello spettro autistico – TEA’.
Lo studio, guidato da Maria Eugenia Villalobos, direttrice del Dipartimento di ‘Sviluppo e Simbolizzazione’ del Gruppo di Ricerca Clinica in Psicologia, Neuropsicologia e Neuropsichiatria di Univalle, e da Laura Pacca, docente della facoltà di Psicologia nelle due sedi di Cali e Palmira di Univalle, nonché ricercatrice e psicoterapeuta dell’IdO, ha vinto un bando universitario. Attualmente si sta procedendo sia con la formazione del campione clinico, composto da 30 bambini di ambo i sessi da 1 a 5 anni, che con il coinvolgimento delle scuole e di tutte le associazioni del territorio attraverso il sostegno del Comune della città di Cali, tramite l’assessorato alle Politiche Sociali.
“L’obiettivo della ricerca è definire un protocollo di valutazione integrata che consenta una diagnosi clinica precoce e attenta alla complessità del mondo interiore di ogni bambino con un disturbo dello spettro autistico. Il momento diagnostico non si focalizzerà solo sul comportamento- sottolinea Pacca- ma anche sulle dimensioni emotive, sociali, sensoriali e cognitive”. Un aiuto concreto verrà dalla nuova batteria di test TULIP elaborata dall’IdO, che misura con il gold test Ados la gravità della sintomatologia autistica, con la scala Leiter-R l’abilità cognitiva non verbale e il Quoziente Intellettivo(Qi), con il Test di Meltzoff sulla Understanding of intention (Uoi) la capacita di comprendere le altrui intenzioni, e infine con il Test del contagio emotivo (Tce) la presenza dei precursori dell’empatia nei bambini coinvolti nella sindrome. L’unica differenza prevista per l’elaborazione del nuovo protocollo colombiano riguarderà lo strumento di valutazione del Qi. Questo parametro sarà analizzato con i l test delle Matrici di Raven (CPM) e le Scale dello Sviluppo psicologico Uzgiris Hunt, che valutano lo sviluppo cognitivo attraverso l’osservazione del comportamento a partire dalle teorie di Piaget.
“La ricerca Univalle-IdO è già partita e consisterà in alcune sessioni di osservazione clinica da parte dell’equipe multidisciplinare. Abbiamo preso contatto con i genitori dei bambini e i rappresentanti delle scuole pubbliche e delle istituzioni- aggiunge Pacca- siamo convinti che una nuova comprensione della sindrome aprirà la strada ad una inclusione educativa, sanitaria e sociale a misura di bambino” .
La psicoterapeuta dell’IdO porta avanti, sia a Cali che a Palmira, un seminario sull’autismo per promuovere il Progetto Tartaruga dell’Istituto di Ortofonologia: è il primo modello evolutivo a mediazione corporea in Italia per trattare in maniera integrata i disturbi dello spettro autistico coinvolgendo la triade scuola, famiglia e terapia. “Insieme agli studenti- conclude la psicoterapeuta-cerchiamo di comprendere cosa sia l’organizzazione autistica e perché si parla di spettro”. Gli articoli scientifici dell’IdO sono stati tradotti in spagnolo da Laura Pacca in modo da offrire agli studenti universitari e ai professionisti del settore una lettura evolutiva della sindrome.

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Glaucoma: Apriamo gli occhi sulla malattia

Posted by fidest press agency su sabato, 17 novembre 2018

È stato presentato a Milano presso la sede del Corriere della Sera il libro bianco dal titolo “Glaucoma: Apriamo gli occhi sulla malattia”. Si tratta di un libro pensato e rivolto a tutte le persone direttamente coinvolte dalla malattia – pazienti, familiari, medici, istituzioni, sanità pubblica e il mondo dell’informazione – con lo scopo di fare luce e sensibilizzare su una patologia invalidante, definita ‘killer silenzioso della vista’ che colpisce oltre 60 milioni di persone nel mondo e rappresenta la prima causa di cecità irreversibile[ii] e la seconda causa di cecità nei paesi industrializzati. Per tale motivo è stata definita dall’OMS una “patologia sociale”.Il glaucoma è una malattia degenerativa dell’occhio dovuta a un aumento della pressione intraoculare che può, a lungo andare, danneggiare il nervo ottico e quindi il campo visivo, provocando lesioni gravi e irreversibili. In Italia sono affette da glaucoma circa 550 mila persone, con un’incidenza che sale con l’aumento dell’età, colpendo in maniera maggiore dopo i 70 anni (circa il 10%). La prevenzione gioca un ruolo cruciale, a partire dai 40 anni, anche perché la malattia si sviluppa in maniera silente.“La prevenzione è la migliore arma, ma l’informazione è la seconda. Perché il paziente informato è molto più forte contro la malattia: può arrivare più precocemente alla diagnosi e alla cura e affrontare in modo più consapevole e attivo il percorso terapeutico, gestendo meglio la propria patologia e le sfide ad essa correlate.” – spiega Claudio Barnini, giornalista professionista e co-autore del libro.L’impatto psicosociale della cecità e dell’ipovisione è molto rilevante, considerato l’aumento dei soggetti ipovedenti: in Italia sono 4.500 i nuovi casi di cecità che si verificano ogni anno a causa del glaucoma.“Ho voluto fortemente realizzare questo libro bianco perché sono convinta che la comunicazione – a fianco delle scienze mediche – abbia un ruolo fondamentale nella lotta alla malattia” – spiega Monica Vallario, autrice del libro e responsabile comunicazione e relazioni pubbliche per Allergan. “L’impegno a battermi in prima linea per la riduzione della cecità prevenibile nasce non solo dalle circostanze professionali legate a un’azienda che ha fatto dell’eradicazione della cecità prevenibile uno dei suoi fondamenti, ma soprattutto dalle vicende personali. Mio padre è stato colpito da glaucoma in età ancora giovane e questo ha segnato la mia vita. Vicino a lui, ho vissuto distintamente tutti gli aspetti di questa malattia e li ho voluti raccontare in questo libro. Con il sogno di un futuro – oggi, per fortuna, sempre più vicino – nel quale il dono della vista possa essere preservato”.Il libro raccoglie i punti di vista e le testimonianze di quanti – a vario titolo – sono impegnati a combattere il glaucoma: medici, ricercatori, istituzioni, associazioni e persone. Un punto di arrivo, ma anche di partenza, per dare speranza e coraggio alla lotta alla malattia e ribadire il concetto che nessuno è lasciato da solo.Un approfondimento viene dedicato anche all’importanza della comunicazione giornalistica. Nell’epoca delle cosiddette “fake news”, si ribadisce l’importanza di informare correttamente per contribuire ad attivare una prevenzione efficace e tempestiva contro una patologia invalidante e degenerativa come il glaucoma.

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Ipertensione sotto i 40 anni e rischio di malattia cardiovascolare futura

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 novembre 2018

Due studi e due editoriali pubblicati su JAMA hanno analizzato la relazione tra la presenza di pressione alta in adulti di età inferiore ai 40 anni e l’aumento del rischio di successivi eventi legati a malattie cardiovascolari. Nel primo studio, i ricercatori, guidati da Yuichiro Yano, della Duke University di Durham, Stati Uniti, hanno sottoposto 4.800 adulti afroamericani e bianchi a misurazioni della pressione arteriosa prima dei 40 anni. I dati raccolti hanno mostrato che gli adulti con pressione arteriosa elevata (sistolica da 120 a 129 mmHg; diastolica inferiore a 80 mmHg), ipertensione di stadio 1 (sistolica da 130 a 139 mmHg; diastolica da 80 a 89 mmHg) o ipertensione di stadio 2 (sistolica di 140 mmHg o superiore; diastolica di 90 mmHg o superiore) prima dei 40 anni presentavano un rischio associato più alto di sviluppare malattie cardiovascolari come malattia cardiaca coronarica fatale e non fatale, insufficienza cardiaca o ictus rispetto agli adulti che avevano una pressione sanguigna normale durante un follow-up di circa 19 anni. In un secondo studio, Sang Min Park, della Seoul National University di Seoul, Corea del Sud, e il suo gruppo di lavoro, hanno analizzato i dati del Servizio nazionale di assicurazione sanitaria coreano relativi a circa 2,5 milioni di adulti di età compresa tra i 20 e i 39 anni che sono stati sottoposti a misurazioni della pressione arteriosa nell’arco di quattro anni e che sono stati seguiti per altri 10 anni per riscontrare eventuali malattie cardiovascolari. Anche in questo caso, i ricercatori hanno osservato che gli adulti con ipertensione di stadio 1 o 2 prima dei 40 anni di età mostravano un aumento del rischio di malattia cardiovascolare successiva rispetto agli adulti con pressione arteriosa normale. «Esistono grandi lacune nelle attuali conoscenze su epidemiologia, diagnosi, stratificazione del rischio e gestione della pressione sanguigna elevata nei giovani adulti. Saranno necessari studi anche per chiarire le origini dello sviluppo di pressione elevata nei bambini e l’impatto dei determinanti sociali» dice in un editoriale di accompagnamento Ramachandran Vasan, della Boston University School of Medicine. In un altro editoriale, Naomi Fisher, del Brigham and Women’s Hospital di Boston, e Gregory Curfman, redattore capo della rivista, affermano che saranno necessari sistemi innovativi di assistenza sanitaria per gestire l’innalzamento della pressione arteriosa nella popolazione giovane. (fonte: doctor33)

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“I limiti della specificità degli enzimi e l’evoluzione del metabolismo”

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 novembre 2018

Sarà pubblicato sulla rivista “TIBS – Trends in Biochemical Sciences” l’articolo “I limiti della specificità degli enzimi e l’evoluzione del metabolismo” di Alessio Peracchi, docente del Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell’Università di Parma.Lo studio affronta il tema della specificità degli enzimi, cioè dei catalizzatori biologici da cui dipende il metabolismo di tutti gli esseri viventi.Tradizionalmente gli enzimi (o almeno la maggior parte di essi) venivano descritti come strettamente specifici, cioè capaci di trasformare un solo tipo di substrato (metabolita). Sulla base di un’estesa analisi della letteratura corrente, il lavoro firmato dal prof. Peracchi si inserisce nel processo di correzione di questa visione avvenuto in anni recenti.
L’analisi presentata spiega che tutti gli enzimi sono obbligati ad una specificità “imperfetta”, a causa di inevitabili limiti chimico-fisici; e che comunque, molto spesso, gli enzimi sono addirittura meno specifici di quanto la chimica consentirebbe loro.
Le attività degli enzimi con metaboliti diversi dal loro substrato principale sono soggette a diversi tipi di pressioni evolutive, sia positive sia negative, che contribuiscono a definire il grado finale di specificità di ciascun enzima.La diffusa presenza di queste “attività secondarie” porta alla formazione di metaboliti inusuali, che complicano grandemente la composizione chimica della cellula (il metaboloma).Questa complessità può rappresentare un problema ma anche una risorsa in vista della evoluzione e diversificazione del metabolismo nei differenti organismi viventi.

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L’aspirina a bassa dose e i casi di cancro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 novembre 2018

L’acido acetilsalicilico riduce in maniera significativa il rischio di ammalarsi di tumore nel paziente ad alto rischio cardiovascolare (secondo l’AIRC, un uomo su due e una donna su tre, nel corso della loro vita, svilupperanno questa malattia). Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Determina dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), l’Italia è il primo Paese al mondo a riconoscere ufficialmente questo beneficio preventivo aggiuntivo del farmaco nei pazienti trattati per la prevenzione cardiovascolare. Un importante risultato dimostrato da due meta analisi: la prima ha considerato 4 studi che hanno arruolato 14.033 pazienti trattati con acido acetilsalicilico per la prevenzione cardiovascolare primaria e secondaria. Dopo circa 5 anni di utilizzo, l’acido acetilsalicilico a basse dosi (da 75 mg fino a 300 mg/die) ha ridotto di quasi il 40% l’incidenza del cancro del colon-retto. Una seconda meta-analisi, che ha considerato 6 studi in prevenzione primaria su 35.535 persone ad elevato rischio cardiovascolare, che hanno utilizzato acido acetilsalicilico (a basse dosi, 75-100 mg/die), ha evidenziato una riduzione dell’incidenza complessiva di cancro del 24% a partire dal quarto anno di trattamento.
“La decisione dell’AIFA riconosce che la prevenzione del cancro colo-rettale rappresenta un beneficio aggiuntivo di una prevenzione cardiovascolare a lungo termine con acido acetilsalicilico a basse dosi – spiega il Prof. Carlo Patrono, Docente di Farmacologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma -. Un riconoscimento basato sulle stesse evidenze scientifiche ha motivato la United States Preventive Services Task Force (USPSTF) a formulare nel 2016 nuove linee guida per la prevenzione primaria delle complicanze cardiovascolari e del cancro colo-rettale con acido acetilsalicilico a basse dosi”.
“Queste linee guida definiscono il beneficio che l’uso di acido acetilsalicilico a basso dosaggio apporta in persone ad alto rischio cardiovascolare (del 10% o superiore a 10 anni, di età compresa tra i 50 e i 59 anni, e a basso rischio emorragico), nella prevenzione del cancro al colon-retto – afferma il Prof. Andrea De Censi, Direttore Oncologia Medica dell’Ospedale Galliera di Genova -. Inoltre, da decenni si stanno accumulando evidenze scientifiche da studi indipendenti a supporto di un effetto di basse dosi di acido acetilsalicilico nel ridurre sia l’incidenza che la mortalità di diversi tumori nella popolazione generale, con i dati più robusti a sostegno di un effetto preventivo contro il cancro del colon-retto”. In Italia nel 2018 sono stimate circa 51.000 nuove diagnosi di questa neoplasia, al secondo posto sia tra gli uomini (15% di tutti i nuovi tumori) che tra le donne (13%), preceduta rispettivamente dalla prostata e dalla mammella. La sopravvivenza a 5 anni è pari al 66% per il colon e al 62% per il retto. A seconda della natura degli studi, il periodo di latenza varia fra i 3 e 10 anni, perché l’effetto preventivo dell’aspirina nei confronti del cancro colo-rettale sia dimostrabile in maniera statisticamente convincente.
“Una recente metanalisi – sottolinea il Dr. Luis Alberto García Rodríguez, Direttore CEIFE (Centro Español de Investigación Farmacoepidemiológica) di Madrid – ha evidenziato una riduzione di rischio più marcata con l’aumento della durata (almeno 5 anni), in particolare nei tumori del pancreas, ovaio e cervello. In questa metanalisi, 105 studi originali in 218 pubblicazioni hanno riportato una riduzione del rischio anche con una durata inferiore (meno di 5 anni). I risultati sono in linea con un altro studio che ha mostrato una riduzione del rischio nel carcinoma colo-rettale già dopo il primo anno di trattamento con acido acetilsalicilico a basso dosaggio. L’effetto aumenta leggermente con una durata maggiore”. Sono in corso ricerche per chiarire in che modo l’acido acetilsalicilico determini l’effetto chemiopreventivo. “La nostra ipotesi di lavoro – afferma il Prof. Patrono – è che si tratti dello stesso meccanismo attraverso il quale l’acido acetilsalicilico a basse dosi esercita un effetto cardioprotettivo, cioè l’inibizione dell’attivazione piastrinica. La conseguenza di questa inibizione sarebbe rappresentata da una ridotta liberazione da parte delle piastrine di molteplici fattori che favoriscono la crescita tumorale e la diffusione metastatica delle cellule tumorali. Il nostro Gruppo di Ricerca presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha vinto quest’anno un Catalyst Grant di Cancer Research UK insieme con altri gruppi di ricerca che operano in istituzioni accademiche inglesi e americane per indagare ulteriormente il meccanismo d’azione dell’aspirina nella prevenzione di alcuni tumori”. Un aspetto che richiede un approfondimento riguarda i dosaggi. “Recenti analisi – conclude il Prof. De Censi – suggerirebbero infatti un effetto legato al peso corporeo.

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A margine della Giornata Europea degli Antibiotici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 novembre 2018

Far fronte alla diffusione dei batteri antibiotico-resistenti è oggi una priorità assoluta che deve coinvolgere tutti: i sanitari, che gli antibiotici li prescrivono ma anche il cittadino comune, che li assume spesso come automedicazione. Ci troviamo di fronte ad una minaccia grave per la salute mondiale. L’allarme scaturisce dai numeri, che sono chiari: i batteri antibiotico-resistenti uccidono ogni anno in Europa circa 30.000 persone, delle quali un terzo Italiani, con una perdita economica, fra spese sanitarie e perdita di produttività, di circa 1,5 miliardi di euro (CE 2017/C 212/01). Nel prossimo ventennio diventeranno la prima causa di morte (OMS), superando fra le cause di morte i tumori. In Italia il consumo di antibiotici è molto elevato, siamo al quinto posto in Europa e le percentuali di antibiotico-resistenza sono fra le alte. Il problema interessa anche la sicurezza alimentare e il nostro Paese è ancora ai primi posti per la quantità di antimicrobici utilizzati negli animali per la produzione di carni per uso alimentare (Ministero Salute 2014). Considerato il trend in aumento della resistenza agli antibiotici, è probabile che tali cifre siano oggi anche maggiori. Con riferimento ad alcuni tra i batteri inclusi dall’ECDC nel report annuale di sorveglianza della resistenza anti-microbica in Europa (www.ecdc.europa-eu), dall’ultimo report relativo all’anno 2016 emerge che oltre la metà (58.6%) degli isolati di Escherichia coli, il 34.5% di quelli di Klebsiella pneumoniae, il 33.9% di quelli di Pseudomonas aeruginosa e il 13.7% di quelli di Staphylococcus aureus è resistente ad almeno una delle classi di antibiotici a cui prima era sensibile.
I neonati sono biologicamente suscettibili alle infezioni perché l’immaturità del loro sistema immunitario li rende vulnerabili all’attacco di batteri: il 40% dei tre milioni di decessi neonatali ogni anno nel mondo è dovuto a infezioni. Se poi il neonato nasce prima del termine la situazione si complica. I neonati pretermine associano alla immaturità biologica la necessità di procedure e terapie molto invasive, che favoriscono l’ingresso di germi responsabili di infezioni ospedaliere generalizzate, molto gravi. Nelle Terapie Intensive Neonatali, quindi, l’impiego di antibiotici come terapia o come prevenzione è abituale, per salvare la vita del neonato. I dati di sorveglianza sulle resistenze batteriche fra i neonati sono attualmente limitati a singoli Centri di assistenza, o a singole Regioni, ma la percezione attuale è che batteri Gram Negativi come Klebsiella e Escherichia coli stiano emergendo quali responsabili di un terzo dei casi di infezione generalizzata. Nel 18% dei casi l’infezione è provocata da batteri resistenti, e la mortalità è doppia di quella dovuta a germi non selezionati (circa 20% Vs 10%). La tendenza all’aumento dell’antibiotico-resistenza nel nostro Paese potrà essere invertita solo creando una complicità fra Strutture e Organizzazioni volte alla cura dei pazienti. Considerata la rilevanza del problema, la SIN come Società Scientifica è al fianco degli Amministratori della Sanità Pubblica nella realizzazione degli obiettivi del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-resistenza (PNCAR) 2017-2020. Tra le priorità della Società Italiana di Neonatologia del prossimo triennio, vi sarà sicuramente quella di fornire ai Neonatologi che operano, sia in Ospedale sia sul territorio, gli strumenti per un utilizzo il più possibile corretto degli antibiotici, sulla base delle più aggiornate evidenze scientifiche fornite dalla letteratura internazionale, attraverso l’attuazione di politiche di stewardship antibiotica. Curare e guarire le malattie infettive rimane prioritario, ma lo è al tempo stesso proteggere le popolazioni più vulnerabili, come quella neonatale, dai danni derivanti dall’emergenza di ceppi batterici sempre più resistenti.

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Il carcinoma polmonare è la prima causa di morte per tumore nell’Unione Europea

Posted by fidest press agency su martedì, 13 novembre 2018

I grandi passi avanti compiuti in termini di conoscenza dei meccanismi molecolari, di diagnostica e medicina personalizzata stanno progressivamente cambiando lo scenario del trattamento del carcinoma del polmone. Tuttavia, nonostante i clinici dispongano di terapie sempre più efficaci e di maggiori informazioni su come trattare le persone colpite da tumore polmonare, il principale obiettivo, quello di aumentare la sopravvivenza dei pazienti, fatica ad essere raggiunto: l’accesso alla diagnostica molecolare, alle terapie più innovative e all’assistenza è gravato infatti da forti disuguaglianze in tutti i Paesi europei, con una situazione più drammatica nell’Europa dell’Est.
In Italia, nonostante siano approvati e rimborsati i principali test diagnostici molecolari, ALK, EGFR, PD-L1 e ROS1, questi non sono effettivamente disponibili per tutti su tutto il territorio nazionale, con disomogeneità territoriali a livello regionale. Inoltre, il nostro Paese si è fatto spesso trovare indietro nell’adozione delle terapie innovative per il tumore al polmone, con tempi d’attesa medi di oltre 20 mesi tra l’approvazione EMA e la decisione di AIFA e un ritardo medio tra i 6 e i 12 mesi tra l’approvazione italiana e l’effettivo rimborso e uso sul territorio. Riunire le Associazioni dei pazienti e i clinici per un confronto sul problema delle disparità di accesso alle cure dei pazienti è una priorità alla quale risponde WALCE Onlus – Women Against Lung Cancer in Europe, che proprio per sensibilizzare i decisori politici a livello nazionale e locale, ha presentato oggi al Ministero della Salute i risultati del report LuCE 2018 – Lung Cancer Europe sulle disparità nell’accesso a diagnosi, terapie e assistenza. «La diagnosi tempestiva del tumore polmonare e l’accesso ai test molecolari per tipizzare la neoplasia sono due criticità importanti anche nel nostro Paese – dichiara Silvia Novello, Professore Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università degli Studi di Torino, Responsabile SSD Oncologia Polmonare dell’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano e Presidente WALCE Onlus – vi sono oggettivamente alcuni ostacoli responsabili delle disuguaglianze a livello nazionale. Intanto, la frammentazione regionale nei processi di approvazione e regolamentazione dei nuovi farmaci, che non semplifica le procedure e porta inevitabilmente a una disparità sul territorio nazionale: in questo, auspichiamo che la Conferenza Stato-Regioni possa intervenire per implementare i processi regolatori e far sì che il sistema di rimborso dei farmaci diventi univoco da Nord a Sud del Paese. Servirebbe, poi, centralizzare il sistema delle analisi riguardo i test molecolari, garantendo sia la presenza delle figure deputate ad essi all’interno delle strutture oncologiche sia la copertura nazionale dei test diagnostici». Il carcinoma del polmone rappresenta la prima causa di morte per tumore nell’Unione Europea ed è causa di un decesso per tumore su 5 a livello mondiale. Nel 2015 sono state registrate in Italia oltre 33.800 morti per tumore del polmone; nel 2018 si attendono nel nostro Paese 41.500 nuove diagnosi di tumore del polmone, delle quali oltre il 30% nel sesso femminile: il 10% di tutte le diagnosi di tumore a livello nazionale. Il tasso di sopravvivenza a 5 anni dei pazienti con tumore polmonare in Italia è pari al 16%, in linea con gli altri Paesi europei; un dato molto basso, anche se condizionato negativamente dalla grande proporzione di pazienti diagnosticati in stadio avanzato.

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La depressione è una malattia che condiziona chi ne soffre

Posted by fidest press agency su martedì, 13 novembre 2018

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che entro il 2030 potrebbe diventare la malattia cronica più diffusa al mondo; già oggi è un disturbo psichiatrico ampiamente diffuso e si stima interessi quasi 4.500.000 di persone in Italia, soprattutto donne in una proporzione di 2 a 1 rispetto agli uomini. La depressione colpisce almeno una volta nella vita da 1 persona su 5 a 1 su 3; in sostanza, il rischio di un individuo di sviluppare un episodio depressivo durante la propria esistenza è di circa il 15%. L’esordio può avvenire a qualunque età, ma è più frequente tra i 20 e i 30 anni, con un picco di incidenza nella decade successiva con gravi ripercussioni sul piano affettivo-familiare, su quello socio-relazionale e nell’ambito professionale. Secondo una recente indagine di Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere infatti la depressione impatta negativamente in tutte le sfere della vita: sull’autostima (78%), sulla propria vita sociale e relazionale (70%) e sugli interessi personali (67%) coinvolgendo non solo il paziente, ma anche la sua famiglia. Tre italiani su 5 considerano la depressione una malattia seria e complessa, da diagnosticare e curare, i principali fattori scatenanti sono identificati in traumi psicologici (62%) e periodi di stress (60%) e un paziente su 5 ha pensieri suicidari.Il suicidio costituisce la complicanza più temuta e il rischio di suicidio in coloro che soffrono di depressione è del 10-15%, mentre il rischio di tentato suicidio è di quarantuno volte superiore rispetto a quello della popolazione generale.
Se ne è parlato oggi a Milano in occasione della presentazione del nuovo libro di Onda a cura di Claudio Mencacci e Paola Scaccabarozzi “Viaggio nella depressione. Esplorarne i confini per riconoscerla e affrontarla”, realizzato grazie al contributo incondizionato di Lundbeck, che fotografa tutti gli aspetti della malattia: sociali, epidemiologici, clinico-diagnostici, terapeutici ed economici, con l’obiettivo di farla conoscere meglio, prevenirla e affrontarla.“La depressione condiziona pesantemente la vita di chi ne soffre”, afferma Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento salute mentale e neuroscienze ASST Fatebenefratelli Sacco, Milano, “e può diventare una condizione debilitante anche per i suoi riflessi sulla sfera cognitiva riducendo il funzionamento della persona in ambito lavorativo, scolastico e sociale.”“La depressione è una patologia della mente e dell’anima che a cascata innesca sentimenti di colpa, di inadeguatezza e di incapacità di reagire agli stimoli esterni”, spiega Paola Scaccabarozzi, giornalista e divulgatore scientifico. “È un’apatia logorante che fa vedere la vita a tinte fosche e può colpire in tutte le fasi dell’esistenza, ma fortunatamente la possibilità di uscirne esiste. Questo volume vuole essere uno strumento per conoscerla meglio, prevenirla e affrontarla grazie alle nuove conoscenze scientifiche, al supporto di associazioni e centri di riferimento elencati nel libro e alle testimonianze di chi con la depressione ha dovuto fare i conti in prima persona”.

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Programma di Fondazione Amgen nella ricerca biomedica e biotecnologica

Posted by fidest press agency su martedì, 13 novembre 2018

C’è tempo fino al 1° febbraio 2019 per candidarsi ad Amgen Scholars (www.AmgenScholars.com), iniziativa che consente agli studenti italiani delle facoltà medico-scientifiche di trascorrere, a partire dal prossimo agosto, due mesi presso i più prestigiosi istituti di ricerca europei, lavorando su progetti in campo biomedico e biotecnologico.Amgen Scholars è parte di un ampio programma che la Fondazione Amgen sostiene, a livello globale, per promuovere l’educazione scientifica tra le nuove generazioni, e che comprende Amgen Teach e Amgen Biotech Experience (ABE), riservati rispettivamente a insegnanti e studenti delle scuole superiori; per questi tre programmi solo nell’ultimo triennio sono stati stanziati in Italia circa 500mila euro.A fronte di un impegno globale fino ad oggi della Fondazione Amgen di oltre 150 milioni di dollari per questi tre programmi rivolti all’educazione scientifica.
Le richieste di partecipazione ad Amgen Scholars da parte degli studenti italiani sono particolarmente numerose: nell’ultimo biennio sono state circa 100 e il nostro Paese si è posizionato tra i primi cinque in Europa per numero di candidature. Dal 2009 sono oltre 30 i giovani talenti italiani che hanno potuto prendere parte ad Amgen Scholars nelle università europee, ai quali se ne aggiungono due che hanno partecipato al programma in Istituti giapponesi. In Europa i nostri ragazzi possono essere protagonisti di questa esperienza unica presso l’Università di Cambridge, la ETH di Zurigo, l’Istituto Pasteur di Parigi, il Karolinska Institutet di Solna (nei pressi di Stoccolma) e la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera.
Amgen Scholars ha le sue radici nella mission della Fondazione Amgen, quella cioè di ispirare la prossima generazione di innovatori promuovendo l’eccellenza nella formazione scientifica. Nel corso di 16 anni sono stati destinati al programma Amgen Scholars ben 74 milioni di dollari sviluppando la collaborazione con 24 tra le Istituzioni educative più importanti del mondo tra Stati Uniti, Europa, Asia, Australia e Canada, tra le quali la Harvard University di Cambridge (Massachusetts), il National Institutes of Health di Bethesda (Maryland), l’Università di Cambridge e la Stanford University di Stanford (California). Nell’immediato futuro, inoltre, entreranno a far parte del già prestigioso gruppo otto nuovi partner: Duke University di Durham (North Carolina), Johns Hopkins University di Baltimora (Maryland), National University di Singapore, Tsinghua University di Pechino, University di Melbourne, University di Toronto, University of Texas Southwestern Medical Center di Dallas e Yale University di New Haven (Connecticut).Fin dal suo lancio il programma Amgen Scholars ha permesso a quasi 4.000 universitari – provenienti da 700 college e Università – di approfondire le proprie conoscenze e competenze. Quasi 900 di coloro che hanno completato gli studi accademici stanno attualmente perseguendo un diploma post-laurea e altri 280 hanno ottenuto un dottorato (Ph.D. o M.D.-Ph.D). Oltre 500 partecipanti hanno intrapreso una carriera in campo scientifico in ben 33 Paesi. Il 99% degli studenti, inoltre, ha affermato che il programma ha avuto influenza sul proprio orientamento accademico e/o professionale. Alcuni dei partecipanti al programma hanno iniziato ad assumere un peso crescente nel panorama accademico, industriale e governativo in tutto il mondo, ottenendo numerosi premi e riconoscimenti, come la Rhodes Scholarship, il NIH Director’s New Innovator Award e una presenza nell’elenco di Forbes dei 30 Under 30 in Healthcare.Per ulteriori informazioni sul programma, o per inoltrare una domanda, visitare il sito http://www.AmgenScholars.com

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Un nuovo ingrediente per potenziare la terapia genica con cellule staminali

Posted by fidest press agency su martedì, 13 novembre 2018

La terapia genica ha già raggiunto importanti successi, ma la sua applicazione è ancora ristretta a poche malattie e a pochi tipi di cellule: per ogni tipologia di cellule che vogliamo correggere occorre infatti mettere a punto protocolli di laboratorio specifici, che siano insieme efficaci ed efficienti. Un nuovo studio pubblicato su Cell Stem Cell dal laboratorio guidato da Anna Kajaste-Rudnitski presso l’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) di Milano, in collaborazione con Greg Towers dello University College London (UCL), ha mostrato che una molecola naturale, la ciclosporina H, aumenta l’efficienza di trasferimento genico tramite vettori lentivirali nelle cellule staminali del sangue. Questo tipo di vettori, derivati dal virus Hiv, sono già ampiamente utilizzati in ambito clinico; grazie a questo nuovo “ingrediente” si potrebbe aumentarne l’efficacia, aprendo nuove prospettive per diverse malattie, tra cui per esempio la beta-talassemia, e potenzialmente ridurre i costi delle terapie esistenti.Per correggere un difetto genetico, causa della malattia, la terapia genica inserisce una copia funzionante dello stesso gene all’interno delle cellule malate. Per farlo si utilizza normalmente un vettore, ovvero un virus spogliato del suo contenuto infettivo, che invece che sabotare la cellula porta al suo interno il Dna terapeutico. Non tutte le cellule, però, lasciano passare con la stessa facilità il vettore: alcune hanno meccanismi di difesa contro i virus che ne ostacolano l’ingresso, rendendo più difficile la terapia genica.
Le cellule staminali del sangue hanno queste difese antivirali innate sempre attive, al contrario dei linfociti T o di altri tipi cellulari più “permissivi”, che le utilizzano soltanto al bisogno. Il gruppo di Anna Kajaste-Rudnitski e collaboratori ha scoperto che, per via di queste difese, l’efficienza della terapia genica può risultare inferiore. Per alcune malattie (come per esempio la leucodistrofia metacromatica e la sindrome di Wiskott-Aldrich, già trattate con successo all’SR-Tiget) questo è sufficiente, mentre in altri casi occorre usare grandi quantità di vettore, senza ottenere sempre i risultati auspicati. Grazie alla sua capacità di ridurre specificamente una delle linee di difesa, la ciclosporina H consente di correggere più cellule utilizzando meno vettore, e in un singolo passaggio. «Un protocollo che preveda l’utilizzo di questa sostanza consentirebbe di aumentare in modo significativo l’efficienza della terapia genica, garantendo un beneficio clinico pur utilizzando meno vettore: questo sarebbe valido anche in contesti in cui la terapia genica attualmente in fase di sperimentazione clinica rimane non ottimale, oppure nel caso di malattie ancora in fase preclinica» spiega Anna Kajaste-Rudnitski.I ricercatori hanno osservato che la ciclosporina H funziona degradando temporaneamente IFITM3, una proteina cellulare coinvolta nella difesa contro molti virus, ma non ha altri effetti immunosoppressivi. Dopo circa sei ore dalla somministrazione della sostanza, i livelli di IFITM3 tornano infatti normali, senza che la biologia della cellula sia compromessa sul lungo periodo: un buon segno per le potenziali applicazioni cliniche.Alcuni protocolli già usano molecole per potenziare l’efficienza dei vettori, come per esempio la prostaglandina E2, attualmente in uso nell’ambito del nuovo protocollo di terapia genica messo a punto dall’SR-Tiget per un’altra grave malattia genetica, la mucopolisaccaridosi di tipo 1. «La ciclosporina H, però, è ancora più potente, e conosciamo il suo meccanismo di funzionamento, il che permetterebbe un uso terapeutico più controllato. Infatti, la CsH consentirebbe non solo di aumentare l’efficacia della terapia genica ma ne garantirebbe anche gli stessi benefici clinici in tutti i pazienti, indipendentemente da quanto siano resistenti alla correzione genica per via dell’espressione di IFITM3» conclude Kajaste-Rudnitski.

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XX Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 novembre 2018

Roma 16-18 novembre 2018 Marriott Park Hotel (Via Colonnello Tommaso Masala 54) il più importante appuntamento scientifico di aggiornamento e confronto che riunisce circa 3.000 specialisti per fare il punto sulla lotta ai tumori. Si stima che nel 2018 nel nostro Paese verranno diagnosticati 373mila nuovi casi di cancro, una malattia in costante crescita, ma le possibilità di guarigione migliorano. Oggi infatti il 60% dei pazienti è vivo a 5 anni dalla diagnosi. Sono decisivi i passi in avanti sul fronte delle terapie, anche se molto resta ancora da fare nel campo della prevenzione. Come nei più importanti congressi internazionali, nelle conferenze stampa ufficiali, che si svolgeranno in sede congressuale, saranno trattati diversi temi:
venerdì 16 novembre, 2 press briefing: dalle 13 alle 13.30 – dalle 13.30 alle 14
sabato 17 novembre, 2 press briefing: dalle 11.30 alle 12 – dalle 12 alle 12.30
domenica 18 novembre, 1 press briefing: dalle 11.30 alle 12

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La fede è un fattore di resilienza nella malattia mentale: uno studio a Brescia

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 novembre 2018

Brescia. La malattia mentale comporta una grande sofferenza, anche spirituale. L’Irccs Fatebenefratelli di Brescia che mutua dal suo fondatore, san Giovanni di Dio, una visione olistica della psichiatria, ha promosso una giornata di formazione dal titolo “Neuroscienze, psichiatria e spiritualità”. L’obiettivo era quello di facilitare l’incontro di persone provenienti da diverse esperienze – neuroscienziati, psicologi, neuropsicologi, psichiatri, tecnici della riabilitazione psichiatrica e religiosi dell’Ordine ospedaliero – per condividere diversi punti di vista. Le relatrici Magda V. Yepes M. e Arianna Acquati hanno illustrato i primi risultati delle loro analisi su alcuni casi di pazienti psichiatrici: «I dati preliminari ottenuti da una popolazione con diversi disturbi psichiatrici -hanno detto – mostrano una presenza del coping religioso/spirituale, ma non indicano ancora in che modo e se i soggetti utilizzano o non utilizzano strategie o metodi di fronteggiamento e il motivo per cui li usano. Sarebbe quindi un argomento di ulteriore studio e approfondimento per la prosecuzione di questo studio». Il coping è l’insieme di quelle strategie o tentativi comportamentali e cognitivi messi in atto da un individuo per far fronte ad una particolare condizione percepita come stressante con lo scopo di superarla, di evitare l’esposizione ad essa o di ridurne gli eventuali svantaggi. Nelle conclusioni, Magda V. Yepes M. ha citato a supporto di questo lavoro, ancora in corso, alcuni autori secondo cui i sintomi depressivi, ad esempio la perdita di interesse, la sensazione di inutilità sono significativamente meno frequenti in pazienti che manifestano atteggiamenti e comportamenti di tipo religioso/spirituale come la speranza, la generosità, la collaborazione o amicizia con Dio o con il trascendente. I due studi in fase di approfondimento all’Irccs Fatebenefratelli sono orientati ad approfondire il ruolo della religiosità e della spiritualità nella malattia: secondo gli studiosi, esse, oltre ad avere un ruolo protettivo, di supporto sociale ed essere un fattore di resilienza in relazione alla salute mentale, potrebbero costituire un meccanismo di coping.

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