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Archive for the ‘Medicina/Medicine/Health/Science’ Category

Medicine – Health – Science

Un americano su quattro prende Asa, spesso senza raccomandazione del medico

Posted by fidest press agency su martedì, 17 settembre 2019

Negli Stati Uniti, circa un quarto degli adulti assume farmaci a base di acido acetilsalicilico (Asa) ogni giorno per prevenire le malattie cardiache. Questa conclusione è frutto di uno studio, pubblicato sulla rivista Annals of Internal Medicine, che ha analizzato i dati di 14.000 individui con più di 40 anni che hanno compilato un sondaggio nazionale nel 2017. I risultati mostrano che, tra coloro che hanno riportato l’uso del farmaco per la prevenzione primaria, il 23% non lo fa a seguito di una raccomandazione di un medico. Inoltre, il farmaco viene preso dal 45% degli anziani con età superiore ai 70 anni. Le analisi hanno anche rivelato che lo utilizza circa il 28% delle persone che hanno precedente sofferto di ulcera peptica. Come sottolineato dagli autori dello studio, guidati da Colin O’Brien, del Beth Israel Deaconess Medical Center della Harvard Medical School a Boston, l’uso di Asa nella prevenzione primaria è stato discusso nelle linee guida del 2019 dell’American Heart Association and American College of Cardiology. Il farmaco non viene raccomandato negli anziani con più di 70 anni, mentre la sua assunzione può essere presa in considerazione negli adulti di mezza età (40-70 anni) se sono ad alto rischio cardiovascolare, a patto che non ne abbiano uno aumentato di sanguinamento. «Alla luce degli studi e delle linee guida recenti, i nostri risultati mostrano l’enorme necessità degli operatori sanitari di informarsi sull’uso continuo di Asa e consigliare i pazienti sull’equilibrio tra benefici e danni, in particolare gli anziani e coloro con precedente ulcera peptica» concludono gli autori. (fonte: doctor33)

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Fegato grasso: scoperto il meccanismo di origine nell’intestino

Posted by fidest press agency su martedì, 17 settembre 2019

Il nostro intestino è protetto da due importanti barriere, una epiteliale esterna e una vascolare (chiamata Gut Vascular Barrier, GVB) in grado di impedire ai batteri di passare nel circolo sanguigno. Uno studio diretto e coordinato da Humanitas, pubblicato su Journal of Hepatology*, ha dimostrando che un’alimentazione ricca di grassi altera la composizione del microbiota intestinale che, a sua volta, modifica la barriera vascolare con un conseguente impatto sul fegato e sullo sviluppo della steatosi epatica non alcolica (NASH).“Mettendo per la prima volta in correlazione l’intestino con il fegato, abbiamo dimostrato che un’alimentazione ricca di grassi induce ad un’alterazione del microbiota in grado di danneggiare la barriera vascolare. Una volta aperta la barriera, alcuni batteri possono spostarsi dall’intestino al fegato, creando un’infiammazione che a lungo andare può provocare lo sviluppo della steatosi epatica non alcolica e, in seguito, della sindrome metabolica” – spiega la coordinatrice dello studio, la professoressa Maria Rescigno, Principal Investigator del Laboratorio di Immunologia delle mucose e Microbiota di Humanitas e docente di Humanitas University. L’incidenza di malattie del fegato grasso riguarda almeno il 25% degli italiani. Questa percentuale aumenta con l’età e soprattutto tra le persone in sovrappeso e diabetiche, per arrivare al 50% nelle persone obese. L’impatto clinico di questa scoperta tutta italiana è significativo per le malattie con danno epatico.Nello studio sono stati utilizzati sia tessuti di pazienti affetti da steatosi epatica prelevati dall’intestino, in cui è stato dimostrato che la barriera risulta alterata, sia modelli preclinici in cui è stato possibile stabilire quando aprire o chiudere la barriera. Dalle analisi si è osservato che quando la barriera è chiusa si riesce ad inibire lo sviluppo della malattia. Inoltre, è stato dimostrato che il più delle volte lo sviluppo della malattia si verifica in pazienti con la sindrome metabolica (che poi dà origine a diabete di tipo 2 e obesità) e può essere legato ad una dieta con alto contenuto di zuccheri e grassi.
La ricerca apre nuove frontiere e prospettive di cura per malattie come il fegato grasso o la steatoepatite non alcolica. “Proseguendo nelle nostre ricerche – continua Rescigno – abbiamo osservato che inibendo l’apertura della barriera vascolare o attraverso un metodo genetico o utilizzando l’acido obeticolico (OCA), siamo in grado di chiudere la barriera e non permettere a componenti batteriche di entrare in circolo e quindi di sviluppare la malattia”.La ricerca è stata finanziata dalla Comunità Europea, nell’ambito dei Consolidator Grants dello European Research Council (ERC).
E’ una malattia del fegato caratterizzata dall’accumulo di grasso (lipidi) nel fegato. A differenza della steatosi epatica (il fegato grasso identificato con la sigla NAFLD) è caratterizzata da una condizione più grave in cui il fegato è soggetto a processi infiammatori, di cicatrizzazione e morte dei tessuti (necrosi), che alterano in modo definitivo la funzionalità dell’organo. È una malattia epatica cronica che può evolvere fino allo stadio di cirrosi epatica e portare ad insufficienza epatica. In Italia soffre di questo disturbo almeno il 20% degli italiani e le cause principali sono il sovrappeso e l’obesità, da imputare ai cambiamenti nelle nostre abitudini alimentari che ci hanno portato a seguire diete ricche di cibi industrializzati con alto tasso calorico e lipidico.

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L’Italia dei giovani ricercatori si fa onore a Barcellona

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 settembre 2019

caterina conte.jpgBarcellona. Caterina Conte dell’Università ‘Vita-Salute San Raffaele di Milano è tra i quattro vincitori dell’EFSD Future Leaders Mentorship Programme for Clinical Diabetologists. Il premio, che ha una durata di tre anni, mira a coltivare la futura generazione di leader nella ricerca diabetologica, affiancando questi ragazzi a mentori di riconosciuta fama e aprendo loro le porte delle più prestigiose istituzioni di ricerca internazionali. Il premio è sostenuto da un grant non condizionato di Astra Zeneca. E’ un premio che guarda al futuro, che anzi mira a costruire il futuro della ricerca in diabetologia, individuando i futuri leader e dando loro la possibilità di crescere, acquisendo maggiori competenze nelle tre aree cardine della diabetologia clinica, della ricerca e della comunicazione. Un premio che apre per questi ragazzi la strada verso le principali istituzioni europee, affidati ad un importante mentore che supervisionerà un loro progetto di ricerca e costruirà su misura per loro un programma educativo che consentirà a questi leader in erba di rifinire le loro expertise cliniche e di ricerca, di migliorare la capacità di presentare i loro progetti di ricerca illustrandoli ad una platea congressuale o scrivendo un articolo per una rivista scientifica.
Ai premiati viene offerta la possibilità di prendere parte ai principali congressi internazionali di diabetologia (EASD e ADA), nell’ambito dei quali potranno presentare i risultati delle loro ricerche. I premiati di quest’anno sono :
. Caterina Conte, Università Vita-Salute San Raffaele – Milan, Italy Mentore: Michael Roden, DDZ Düsseldorf – Germany
. Konstantinos Toulis, AHEPA University Hospital – Thessaloniki, Greece Mentore: Michael Nauck, Ruhr University of Bochum – Germany
. Mohammad Alhadj Ali, Cardiff University – UK Mentore: Chantal Mathieu, University of Leuven – Belgium
. Claudia Cavelti-Weder, University Hospital Basel – Switzerland Mentore:Marjo-RiittaJarvelin, Imperial College London – UK
domenico tricòL’Italia torna a salire sul podio dei premiati anche per il Rising Star Symposium & EFSD Research Fellowship dell’ EASD (European Association for the Study of Diabetes). A ricevere il prestigioso riconoscimento è Domenico Tricò, dell’Istituto di Scienze della vita, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Il premio è dedicato ai giovani astri nascenti della ricerca in diabetologia che svolgano la loro attività in Europa e mira ad incoraggiare la progettazione di ricerche innovative in questo campo. E’ sostenuto da un grant incondizionato di Novo Nordisk.I premi verranno assegnati in un speciale sessione del congresso dell’EASD a Barcellona il 17 settembre. Questi I premiati 2019:
. Domenico Tricò: Institute of Life Sciences, Sant’Anna School of Advanced Studies, Pisa – Italy
Post-prandial hypoglycaemia after RYGB in type 2 diabetes: impact on cognitive and cardiac function
. Shafqat Ahmad: Department of Medical Sciences, Uppsala University – Sweden Molecular Signatures of Meat Intake and Risk of type 2 diabetes
. Irene Miguel-Escalada: Bioinformatics and Genomics, CRG Barcelona – Spain Molecular dissection of a new genome regulatory programme that underlies beta cell formation
. Ivana Nikolic: CNIC, Madrid – Spain T-cells and stress – novel regulators of obesity development

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Medici del SSN non specializzati

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 settembre 2019

Secondo gli ultimi dati rilevati da Ragioneria Generale dello Stato e Ministero della Salute, relativi a oltre 600 presìdi sanitari e ospedalieri pubblici, i medici non specializzati incidono per quasi il 7% in Valle d’Aosta, per il 4-5% in Calabria e Piemonte e per il 2-3% in Campania, Umbria e Sicilia. Le elaborazioni del Centro Studi Nebo evidenziano come la composizione del personale medico per specializzazione risulti sensibilmente variabile tra le regioni, anche per effetto della tipologia di presidi presenti sul territorio: al calcolo contribuiscono infatti, oltre ad Aziende Sanitarie Locali e Ospedali a diretta gestione delle ASL, anche le Aziende Ospedaliere e gli IRCCS (Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico). I medici del SSN dotati di specializzazione sono 109.400: 25.500 specialisti di area chirurgica, 45.000 di area medica, 30.400 per l’area dei servizi clinici e, infine, 8.500 di altre non specificate specializzazioni. In media nazionale, gli specialisti dell’area chirurgica rappresentano il 23% del totale, contro il 40% totalizzato dall’area medica, che raggiunge il 45% in Emilia Romagna, mentre gli specialisti dell’area dei servizi clinici si attestano al 27%, fino a un massimo del 31% in Abruzzo.
Corre l’obbligo di sottolineare che in alcune regioni il peso delle “altre specializzazioni” è tutt’altro che residuale (per Molise e Basilicata oltre il 20%), evidenza che segnala una possibile trascuratezza nella fornitura dei dati.

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Cancro alla prostata: dalla Thailandia un nuovo esame del sangue per rilevare il carcinoma prostatico cattivo

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 settembre 2019

Un team di ricerca internazionale dell’Università Mahidol di Bangkok, in Thailandia, ha sviluppato un nuovo esame del sangue in grado di rilevare il carcinoma prostatico clinicamente significativo nei pazienti ad alto rischio.Secondo il principale scienziato, il dott. Sebastian Bhakdi, il test è in grado di isolare e visualizzare cellule endoteliali circolanti associate al tumore (tCEC) da un piccolo campione di sangue da 10 ml.Le cellule endoteliali circolanti associate al tumore sono biomarcatori altamente promettenti per la rilevazione di tumori in fase precoce perché si pensa che derivino direttamente dai vasi sanguigni di un tumore.Sfortunatamente, tuttavia, sono estremamente rari e quasi indiscernibili dalle normali cellule del sangue, motivo per cui sono stati finora considerati non rilevabili nei laboratori di routine.“Mentre i tumori maligni iniziano a crescere i vasi sanguigni quando hanno una dimensione di appena 1 mm, ma i tumori dormienti non si comportano allo stesso modo. Di conseguenza, il tCEC è il primo tipo di cellule associate al tumore a diffondere nella circolazione dell’ospite e può indicare se la malattia danneggerà o meno il paziente” spiega il Dr Andrea Militello, Urologo e Andrologo di Roma, eletto Miglior Andrologo d’Italia 2018.
“Non tutti i tumori hanno bisogno di cure. Non è solo importante rilevare precocemente la malattia, ma anche valutare se è di natura aggressiva o meno. I test per tCEC potrebbero risolvere entrambi i problemi allo stesso tempo” spiega ancora il dottore.In collaborazione con partner privati, il dott. Bhakdi e il suo team hanno sviluppato una serie di nuove tecnologie che operano a temperature sotto lo zero che consentono loro di isolare tCEC dal sangue intero in appena 6 ore e visualizzarle al microscopio.I colleghi sviluppato il primo test di screening al mondo basato su tCEC in grado di rilevare sistematicamente queste cellule molto rare in campioni di sangue standard. Lo studio suggerisce che il test serve a distinguere tra uomini con e senza carcinoma prostatico clinicamente significativo.Secondo il medico thailandese-tedesco, che ora sta lavorando a Singapore, il nuovo test tCEC non è stato progettato come un test autonomo, ma come un componente aggiuntivo per lo screening dell’antigene prostatico specifico (PSA) in modo da adattarsi perfettamente nei percorsi diagnostici esistenti.”Lo screening del PSA è un argomento molto dibattuto nell’urologia moderna. In oltre il 75% di tutti i casi in cui i test del PSA hanno portato a una biopsia multi-core della prostata, è risultato negativo. Il che significa che il paziente è stato sottoposto a una procedura altamente invasiva per ragione a tutti”, ha detto il Dr. Militello, che da anni si occupa della diagnostica non invasiva del carcinoma prostatico.”Il test tCEC ora può colmare il divario tra lo screening del PSA e la biopsia, assicurando solo quei pazienti che hanno davvero bisogno di sottoporsi all’operazione. Con questo, speriamo di creare un reale beneficio clinico senza dover scuotere i percorsi diagnostici esistenti” dice ancora l’urologo romano.I risultati, ora pubblicati su Cancers, una delle riviste di oncologia di più alto livello nel mondo, indicano che i test tCEC potrebbero evitare oltre il 70% delle biopsie innescate dalle letture del PSA nella cosiddetta “zona grigia diagnostica” (4-20 ng / mL).Secondo il Dr Militello l’alto valore predittivo negativo del test (probabilità che i soggetti con un test di screening negativo non presentino la malattia) del 93%, sarebbe la chiave per escludere con sicurezza risultati falsi negativi, e con esso, ulteriore esame del paziente.”Esistono diversi test promettenti per governare il carcinoma prostatico, in particolare il PSA e la risonanza magnetica multiparametrica (mpMRI). Il problema è che nessuno di loro è in grado di escludere con sicurezza la malattia, che è la chiave per evitare test di follow-up potenzialmente dannosi. In combinazione con PSA come test di regole, l’alto valore predittivo negativo del nostro test potrebbe finalmente colmare il gap” conclude l’andrologo Militello.

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Carcinoma di Merkel: guida per pazienti

Posted by fidest press agency su domenica, 15 settembre 2019

Sono in totale oltre 1.400 gli italiani interessati dal Carcinoma di Merkel, una rara e aggressiva neoplasia della pelle. I nuovi casi risultano in aumento e per questo Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) ha deciso di promuovere il booklet Carcinoma di Merkel, guida per pazienti e familiari. La pubblicazione, la prima mai realizzata in Italia, è già disponibile on line e verrà distribuita nei reparti di oncologia della Penisola. “E’ una forma di tumore molto insidiosa anche perché colpisce soprattutto gli anziani con più di 75 anni – spiega il dott. Fabrizio Nicolis, Presidente di Fondazione AIOM -. Sono pazienti che presentano diverse fragilità e spesso anche altri problemi di salute. Tuttavia il carcinoma è frequente anche tra i giovani e può manifestarsi prima dei 40 anni. In Italia riusciamo a garantire un’assistenza all’avanguardia in Europa e infatti la sopravvivenza a cinque anni si attesta al 57%. Tuttavia si tratta di una neoplasia rara e come tale determina delle difficoltà oggettive in chi viene colpito. Il paziente deve rivolgersi solo a centri specializzati per poter così aumentare le chances di sopravvivenza. Con questa nostra pubblicazione vogliamo offrire un aiuto concreto tramite alcune informazioni pratiche e certificate dai massimi esperti italiani. L’atteggiamento e il comportamento del malato sono fondamentali nel difficile percorso indotto dalla malattia. Gesti semplici come scrivere o parlare delle proprie paure, imparare a riconoscere e riportare il prima possibile gli effetti collaterali possono fare la differenza. Così come non vanno sottovalutati gli stili di vita e le abitudini come seguire una alimentazione varia, svolgere un moderato esercizio fisico o avere un’accurata igiene personale”. “La malattia si manifesta in modo appariscente sotto forma di un nodulo cutaneo di color carne o rosso-violaceo o bluastro che compare soprattutto sul volto o sul collo – spiega Nicolis -. La diagnosi risulta semplice e quando viene effettuata oltre i 2/3 dei pazienti presentano una malattia in I o II stadio. Inoltre oggi sono disponibili nuove cure in grado di contrastarla. Anche per questa neoplasia è dimostrata l’efficacia dell’immunoterapia che svolge un’azione non diretta sul tumore ma indiretta sul sistema immunitario. La chemioterapia invece può essere adoperata solo in alcuni dei casi più gravi. Infine è fondamentale, per la scelta dei trattamenti, il lavoro di squadra. Il paziente deve essere assistito da un gruppo multidisciplinare che deve includere oncologo, chirurgo, radioterapista, radiologo, nutrizionista, reumatologo, palliativista e fisioterapista”.

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Identificato il meccanismo molecolare all’origine di alcune forme di disabilità intellettive

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 settembre 2019

I disturbi del neurosviluppo sono un insieme ampio di patologie neurologiche e psichiatriche che si manifestano durante l’età dello sviluppo e di cui fanno parte le disabilità intellettive e i disturbi nello spettro autistico. Si tratta di condizioni complesse e molto diversificate tra loro, causate da un insieme di fattori sia genetici sia ambientali. Un gruppo di ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e dell’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IN) coordinati dai dottori Alessandro Sessa e Vania Broccoli, in collaborazione con i gruppi delle università di Trento e Pisa – coordinati rispettivamente dal dottor Alessio Zippo e dal professor Massimiliano Andreazzoli – ha scoperto il meccanismo di azione di un gene (SETD5) la cui mutazione è associata ad alcune forme di disabilità intellettive spesso accompagnate da manifestazioni autistiche. I risultati dello studio pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista internazionale Neuron, dimostrano che SETD5 codifica per una proteina con un ruolo fondamentale e inatteso all’interno del nucleo dei neuroni: quello di assicurare la corretta trascrizione delle informazioni del DNA. La scoperta apre nuove prospettive nello studio di questi disturbi e getta le basi per l’identificazione di futuri bersagli terapeutici.
Le disabilità intellettive, come molti altri disturbi del neurosviluppo, sono condizioni altamente complesse: grazie al lavoro di gruppi di ricerca di tutto il mondo, oggi sappiamo che possono essere associate a mutazioni di moltissimi geni diversi. Tra questi c’è un gene chiamato SETD5, che quando non più funzionante dà origine a forme di disabilità intellettiva che colpiscono in particolare il linguaggio e il movimento, oltre a comportamenti tipici dello spettro ossessivo-compulsivo e dello spettro autistico. Sebbene questo sia noto da tempo, fino a oggi non era chiara quale fosse l’esatta funzione di SETD5, né il meccanismo per il quale, a fronte di mutazioni che mettono il gene fuori gioco, si manifestino problemi nello sviluppo del sistema nervoso. Attraverso lo studio di sistemi cellulari e modelli animali della mutazione, i ricercatori hanno scoperto che SETD5 gioca un ruolo chiave per la struttura del DNA e quindi per il corretto recupero delle informazioni in esso presenti. Queste informazioni infatti, per poter essere utilizzate, devono prima essere trascritte in un’altra forma – l’RNA, una sorta di copia carbone del DNA – e portate fuori dal nucleo. SETD5 è coinvolto proprio nel regolare questo delicato processo di trascrizione delle informazioni.

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La dietista dell’ospedale Fatebenefratelli di Erba conferma la pericolosità delle bevande zuccherate

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 settembre 2019

Il consumo di bibite, sia zuccherate sia con dolcificanti ipocalorici, può essere collegato a maggior rischio di morte per tutte le cause. Lo conferma la dietista dell’Ospedale Sacra Famiglia Fatebenefratelli di Erba (Como), Tiziana Casati, commentando lo studio condotto dallo IARC e pubblicato da JAMA Internal Medicine. Secondo lo studio, rispetto a un basso consumo (meno di un bicchiere al mese), coloro che riferiscono di berne 2 o più bicchieri al dì hanno un rischio di morte dell’8% maggiore per le bibite zuccherate e del 26% maggiore per quelle con dolcificanti artificiali. «Numerosi studi hanno ampiamento dimostrato l’esistenza di un’associazione tra l’aumentato consumo di bevande zuccherate e malattie croniche come l’obesità, il diabete di tipo 2, l’ipertensione e le malattie delle arterie coronariche – spiega Casati -. Classificate nella categoria di “unhealthy food” sono alimenti a basso valore nutrizionale, a basso potere saziante, ma con un elevato apporto di zuccheri semplici che inducono una risposta insulinica immediata in riferimento all’alto indice glicemico, ossia la capacità ad un rapido alzamento dei valori di glicemia. L’importanza di questo indicatore, a fronte di numerose evidenze scientifiche, mostra come una scelta alimentare che ne evidenzi il dato scientifico, sia necessaria nella prevenzione di malattie dismetaboliche correlate. Allo scopo di promuovere uno stile alimentare corretto e salutare, i carboidrati dovrebbero rappresentare dal 55 al 60% delle calorie totali giornaliere, nella maggioranza zuccheri complessi (cereali e derivati), di cui non più del 10% di zuccheri semplici (compreso fruttosio della frutta). Con il consumo giornaliero di bevande zuccherine si incrementa sensibilmente questa quota, senza un valore nutrizionale appropriato e raccomandato, come invece la frutta con il suo contenuto in fibra idrosolubile». L’OMS raccomanda di sfavorire il consumo di alimenti ad alto contenuto calorico, tra cui bibite e in generale bevande con elevati zuccheri aggiunti, come prevenzione al sovrappeso, obesità e patologie correlate. Casati sottolinea che «da anni si è intensificata la produzione di soft drink, edulcorati con sostanze ipocaloriche o non caloriche, sia naturali che di sintesi chimica, privi o quasi di potere calorico, considerati sicuri dall’Autorità Europea, ma le prove scientifiche risultano ancora limitate e l’uso indiscriminato risulta inopportuno. Tuttavia la tendenza attuale è di utilizzare aromi naturali per le bibite, con un incremento richiesto per gli aromi bio, sweet enhancer, ossia aromi in grado di dare una sensazione di dolcezza, così di poter ridurre la percentuale dello zucchero o dolcificante richiesto, lasciando la percezione del “dolce” il più possibile uguale al prodotto originale».

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Sanità pubblica: non merita il 22° posto nel programma di Governo

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 settembre 2019

Sul sito istituzionale della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche, http://www.fnopi.it, è pubblicato un editoriale di commento al programma del nuovo Governo, in cui si sottolinea che “Il 22° posto nel programma di Governo giallo-rosso per la “difesa della sanità pubblica e universale” non riconosce il peso che la sanità pubblica ha proprio nei singoli programmi e dichiarazioni dei partiti di governo mentre la Sanità pubblica deve tornare invece a essere in tutte le regioni la ‘prima scelta’ per i cittadini e i professionisti che vi lavorano, senza lasciare indietro nessuno”.Tonino Aceti, portavoce della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), che raccoglie gli oltre 450mila infermieri presenti in Italia commenta il “peso” della sanità pubblica nel programma del nuovo Governo sottolineando che “al Servizio sanitario nazionale (Ssn), attraverso la sua legge istitutiva 833/78, è attribuita un’importantissima responsabilità che certamente non merita il 22° posto, neanche graficamente: la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Aceti ricorda che il Ssn “è una delle più grandi opere pubbliche realizzate dal secondo dopoguerra, in grado di tenere unito il Paese e garantirne la coesione sociale. È uno degli esempi migliori di ‘Made in Italy’ al quale guardano con estrema attenzione molti altri Paesi. Un bene comune da garantire alle future generazioni”. E nel suo commento fa alcuni esempi che danno la dimensione del Ssn: è in grado di erogare circa 8,5 mln di ricoveri l’anno per 59 mln di giornate di degenza, circa 1miliardo di prestazioni di laboratorio, 57 milioni di prestazioni di diagnostica per immagini, 47 milioni per medicina fisica e riabilitazione, e così via. Guardando al suo capitale umano, nel 2017 il personale dipendente è di circa 647.000 unità, il 71,5% nel ruolo sanitario e di questi il 58,7%, circa 270.000, sono infermieri. Poi ci sono 105mila medici dipendenti e oltre 80 mila medici convenzionati, solo per fare alcuni esempi.

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Primo studio su NOAC nella trombosi venosa cerebrale

Posted by fidest press agency su martedì, 10 settembre 2019

Ingelheim, Germania. Boehringer Ingelheim ha annunciato oggi la pubblicazione dei risultati dell’analisi primaria di RE-SPECT CVT, primo studio controllato, randomizzato, esplorativo, prospettico con un anticoagulante orale diretto, dabigatran etexilato, in pazienti con trombosi ai seni venosi durali e/o vene cerebrali. Lo studio ha analizzato sicurezza ed efficacia di dabigatran etexilato rispetto a warfarin, con aggiustamento di dosaggio in pazienti con CVT.I risultati forniscono conoscenze sul ruolo dell’anticoagulazione in pazienti con CVT di grado lieve-moderato. Nello studio non ci sono state recidive di eventi di tromboembolismo venoso (TEV) in nessuno dei gruppi in trattamento.[1] I risultati indicano, inoltre, basse percentuali di emorragia e sviluppo di emorragia maggiore in due pazienti nel braccio warfarin (3,3%) e in un paziente nel braccio dabigatran (1,7%). In questo studio non ci sono stati casi di mortalità in nessuno dei bracci terapeutici. “La trombosi venosa cerebrale (CVT) colpisce in prevalenza soggetti giovani e di sesso femminile, e può comportare mortalità e disabilità. I pazienti che sopravvivono alla fase acuta della CVT possono andare incontro a recidive. Per prevenirle, lo standard terapeutico prevede l’impiego di antagonisti della vitamina K, come il warfarin che, tuttavia, presentano limitazioni in termini di sicurezza, dosaggio, inattivazione e preferenze dei pazienti – ha dichiarato il Professor José M. Ferro, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Salute Mentale dell’Ospedale Santa Maria di Lisbona, e Presidente dello Steering Committee di RE-SPECT CVT. RE-SPECT CVT è il maggior studio randomizzato condotto ad oggi in pazienti con CVT, con 120 pazienti arruolati. Lo studio ha dimostrato che il rischio di recidiva di TEV in pazienti con CVT di grado da lieve a moderato, in terapia anticoagulante con dabigatran per sei mesi è basso e associato a pochi eventi di emorragia clinicamente rilevante o maggiore”.
Importante sottolineare che dabigatran etexilato non è approvato per il trattamento di questa condizione clinica. Pertanto, il suo potenziale utilizzo in questa specifica popolazione di pazienti è da considerarsi off-label.

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Università, il numero chiuso a Medicina torna in discussione. Il punto della situazione

Posted by fidest press agency su martedì, 10 settembre 2019

Università, il numero chiuso a Medicina torna in discussione. Il punto della situazioneA difendere i limiti imposti dal 1999 rettori come Eugenio Gaudio della Sapienza di Roma (“l’esigenza si è posta negli anni ’70 e ’80, quando gli studenti si iscrivevano ma non potevano seguire le lezioni e andare in corsia. O si adeguano spazi, strutture e docenti per 68mila iscritti o è impossibile farne a meno”). A criticarli docenti ed osservatori di esperienza. Come Francesco Carelli del direttivo di Euract, l’associazione degli insegnanti europei di Medicina generale: «La selezione spetta all’ateneo, non a un test. E’ molto importante che 3 candidati su 4 manifestino “passione” per la medicina, al punto da ripresentarsi al test. Significa che vedono in sé un’attitudine (maturata nella formazione undergraduate da studenti) a una disciplina sanitaria non esauribile dal semplice test. Sono pronti a mettere in gioco la propria capacità di interagire con i pazienti e dunque a mettersi alla prova anche in altre professioni sanitarie. Molti candidati di Medicina tentano il test per diventare infermieri o tecnici. Sarebbe ora di riflettere su un capovolgimento di prospettiva e di far sì che le gli atenei accolgano tutti gli aspiranti medici trattandoli come potenziale forza lavoro del servizio sanitario nazionale che solo una successiva selezione dirà come indirizzare».Iron Man, Spider Man, Wonder Woman indossano il camice bianco nel flash mob indetto da Consulcesi: il test di medicina, primo evento della ripresa della stagione didattica, si colora più del primo, imminente, giorno di scuola. Con i successivi, inevitabili ricorsi di chi ha visto cellulari e tablet spuntare in aula, o altri episodi degni di segnalazione: a Roma si parla di studenti con documenti falsificati, c’è polemica sulla domanda sul Museo Tussaud per la cultura generale e su una seconda su Leonardo quando l’indicazione è che si sarebbe parlato del Novecento. Il malcontento sul “numero chiuso” in piazza prevale. Aver aumentato di 1800 i posti disponibili tra Medicina e Odontoiatria, fino a 11000, non pare essere servito, visto che sono aumentati i candidati, anche di un 5% localmente (ma a Pavia ci sono stati 200 iscritti in meno di un anno fa). A difendere i limiti imposti dal 1999 rettori come Eugenio Gaudio della Sapienza di Roma (“l’esigenza si è posta negli anni ’70 e ’80, quando gli studenti si iscrivevano ma non potevano seguire le lezioni e andare in corsia. O si adeguano spazi, strutture e docenti per 68mila iscritti o è impossibile farne a meno”). A criticarli docenti ed osservatori di esperienza. Come Francesco Carelli del direttivo di Euract, l’associazione degli insegnanti europei di Medicina generale: «La selezione spetta all’ateneo, non a un test. E’ molto importante che 3 candidati su 4 manifestino “passione” per la medicina, al punto da ripresentarsi al test. Significa che vedono in sé un’attitudine (maturata nella formazione undergraduate da studenti) a una disciplina sanitaria non esauribile dal semplice test. Sono pronti a mettere in gioco la propria capacità di interagire con i pazienti e dunque a mettersi alla prova anche in altre professioni sanitarie. Molti candidati di Medicina tentano il test per diventare infermieri o tecnici. Sarebbe ora di riflettere su un capovolgimento di prospettiva e di far sì che le gli atenei accolgano tutti gli aspiranti medici trattandoli come potenziale forza lavoro del servizio sanitario nazionale che solo una successiva selezione dirà come indirizzare».
Non la pensa così Angelo Mastrillo segretario della Conferenza nazionale dei corsi di laurea delle professioni sanitarie. «E’ naturale ed apprezzabile che i giovani manifestino per l’inclusione e per il diritto allo studio. Ma è altrettanto importante che alla fine degli studi abbiano serie chance di lavoro. Al momento, in Italia non mancano medici neolaureati – siamo nella media Ocse – ma specialisti. Un conto è che solo un aspirante medico su sei veda premiata la sua aspirazione a studiare, un altro che solo un medico su tre riesca a specializzarsi e a lavorare nel servizio sanitario nazionale. Gli anni scorsi si presentavano al test d’accesso alla specialità 18 mila neolaureati aventi titolo per 6 mila posti. Formalizzando una disillusione: lo stato dà il diritto di diventare medico ma al momento di pagare il contratto specializzandi non ha i soldi per tutti quelli che ha formato. Quest’anno il governo uscente e le regioni, meritoriamente, hanno aggiunto 2 mila posti nelle scuole di specialità, ma esclusioni pari a 1000 medici l’anno moltiplicate per decine d’anni non si possono colmare. E del resto un conto è chiedere agli atenei di allargare i corsi di specialità a un 10-20% di medici in più, un conto è salire a un 40-50%. Crollerebbe la qualità didattica e ci sarebbero problemi sul tirocinio pratico, già contenuto in termini di ore».
Quanto all’ipotesi secondo cui la vocazione a fare il medico accomunerebbe le professioni sanitarie rendendo attuale la rimozione del numero chiuso, Mastrillo è realista. «Credo che gli aspiranti medici non sarebbero felici di sapere che se tra loro ce la fa uno su sei, tra i colleghi in lizza per entrare ai corsi per fisioterapisti entra uno su 13-14, 2 mila contro 28 mila candidati, e al test per gli infermieri si presentano in 22 mila per 15 mila posti. C’è selezione ovunque, ma in alcun casi le domande sono inferiori ai posti, come per gli assistenti sanitari, sette chance ogni 10 posti disponibili, e gli audiometristi (8 candidati ogni 10 posti). Per inciso, è quasi stabile il numero di candidature per le professioni sanitarie, 75 mila proprio come lo scorso anno. Il fabbisogno è nel complesso inferiore, e nei ragionamenti prevale, logicamente, la necessità di offrire nei corsi universitari una didattica di qualità». (Mauro Miserendino fonte Doctor33)

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Acidosi Tubulare Renale

Posted by fidest press agency su martedì, 10 settembre 2019

Padova 21 e 22 settembre 2019, presso la sala eventi Civitas Vitae del Centro Congressi di Via Tobolino 51 prima occasione d’incontro in Italia tra medici, ricercatori e persone con acidosi tubulare renale distale. Sabato 21 settembre si svolgerà un convegno realizzato con la collaborazione di medici del reparto di Nefrologia pediatrica dell’Ospedale Meyer di Firenze; dell’unità di nefrologa pediatrica dell’Ospedale Maggiore Policlinico Milano; del centro di Pediatria dell’Ospedale Policlinico di Sant’Orsola di Bologna e il reparto di Nefrologia pediatrica dell’Azienda Ospedaliera dell’Università di Padova. A concedere il patrocinio all’iniziativa sono stati: il Comune di Padova; la Società Italiana di Nefrologia Pediatrica; la Rete Italiana per le malattie renali in età pediatrica, il Lions Club Distretto 108 Ta3. Tra i sostenitori, la scuola italiana di sci ‘Scie di Passione’. L’Osservatorio Malattie rare è media partner dell’incontro.
Tommaso, padre di un bambino affetto da questa malattia rarissima, ereditaria e cronica, ha voluto fortemente promuovere un incontro, un’occasione di condivisione significativa per i genitori e i pazienti, sia bambini che adulti. Effettivamente, si tratta di un’occasione unica dove, in sinergia con gli organizzatori dell’evento, le famiglie possano finalmente partecipare numerose all’incontro di sabato 21, dalle ore 9.30 in poi e confrontarsi tra loro e con la ricerca scientifica oggi al lavoro. Avere chiarimenti, informazioni e visione futura sulla patologia è auspicio e ambizione dell’evento.
L’acidosi tubulare renale distale è una patologia difficile da diagnosticare e che affligge, in Italia, circa cinque persone su un milione, portando con sè diminuzione dei normali valori del bicarbonato e del potassio ematico. Riferimenti dell’iniziativa sono: il gruppo Facebook ATR acidosi tubulare distale renale, con la collaborazione della associazione Il sogno di Stefano e AMaRTI (Associazione Malattie Renali della Toscana per l’Infanzia) di Firenze.

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In campo oncologico: successo dei Molecular Tumor Board

Posted by fidest press agency su martedì, 10 settembre 2019

Siamo in una fase storica dell’oncologia: sta emergendo il “modello mutazionale” che consente di trattare i pazienti con farmaci capaci di intervenire sulla alterazione di specifici geni presenti nelle cellule tumorali. Finora è stato il modello istologico a orientare i trattamenti, ma le nuove terapie, per lo più farmaci a bersaglio molecolare, si rivelano sempre più efficaci. Strumenti e metodi innovativi (sequenziamento del genoma, approcci bioinformatici, intelligenza artificiale, biobanche, ecc.) consentono di studiare migliaia di alterazioni dei geni presenti in un tumore o in un singolo paziente e di ottenere la profilazione genomica tramite biopsia solida e liquida, nonché di verificare l’efficacia di alcuni farmaci anche al di fuori delle indicazioni terapeutiche standard.
L’FDA, l’ente regolatorio statunitense, ha infatti autorizzato di recente 3 nuovi farmaci (Pembrolizumab, Larotrectinib e Entrectinib) per il trattamento dei tumori in pazienti affetti da una neoplasia caratterizzata da specifiche mutazioni, indipendentemente dall’età, dal sesso e dalla localizzazione del tumore.
I Molecular Tumor Board (MTB), gruppi interdisciplinari che integrano le competenze oncologiche, ematologiche, della biologia molecolare, delle anatomie patologiche e delle farmacie ospedaliere, sono stati istituiti un anno fa presso l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) – IFO e il Polo Oncologico della Sapienza (POS), per fornire a medici e pazienti gli strumenti per gestire situazioni complesse e particolari attraverso un accesso omogeneo, equo, governato e sostenibile, alle nuove modalità terapeutiche in oncologia.
Il Regina Elena dal 2017 effettua di routine, a circa 1000 pazienti/anno, la profilazione molecolare NGS (Next Generation Sequencing) al fine di identificare mutazioni geniche predittive delle risposte terapeutiche. Con l’istituzione del Molecular Tumor Board (MTB) l’IRE-IFO ha ottenuto risultati interessanti: negli ultimi 12 mesi ha studiato casi clinici molto complessi di pazienti in cura presso l’IFO o inviati da altre istituzioni sanitarie e ha offerto una opportunità terapeutica innovativa e aggiuntiva a pazienti che erano ancora in buone condizioni generali, nonostante la malattia neoplastica fosse in stato avanzato. Dall’analisi di almeno 40 casi clinici, si è riusciti a proporre una terapia non convenzionale (off label) in 11 casi. La risposta clinica nella maggioranza dei pazienti trattati è stata entusiasmante, in alcuni si è registrata la remissione completa. Sono stati trattati e osservati soggetti che non avevano altra opzione terapeutica praticabile e avrebbero avuto una evoluzione rapida e fatale, ma, come in un caso di carcinoma del polmone a stadio avanzato, si è osservato quello che in letteratura si chiama Lazarus’ resurrection. Il successo del MTB IRE-IFO testimonia che la strada è giusta, va perseguita, e se possibile ampliata.
L’esperienza del Polo Oncologico della Sapienza (Policlinico Umberto I e Ospedale Sant’Andrea) basata su piattaforme Foundation One e Nanostring ha consentito, dal dicembre 2018 a oggi, la valutazione della espressione genica su un totale di 89 pazienti con caratteristiche cliniche analoghe a quelle utilizzate nello studio dell’IFO-IRCCS. I report mutazionali dei 75 campioni valutati sono stati decisivi per l’individuazione di target molecolari e la scelta del trattamento mirato in oltre il 40% dei casi (67 relativi a pazienti affetti da neoplasia del polmone in fase metastatica, 1 relativo a melanoma metastatico, 1 relativo a carcinoma squamocellulare dell’ano metastatico e 6 relativi a neoplasia del colon).
Inoltre, dalla collaborazione tra Sapienza Università di Roma, Fondazione Ricerca e Salute (ReS) e Cineca, parte la realizzazione, configurazione e gestione di un sistema informatico (piattaforma mutazionale) per assicurare la discussione collegiale dei casi clinici di particolare complessità, sulla base della profilazione genomica, costituendo un supporto digitale e un data base di fondamentale rilevanza per il confronto tra esperti. La piattaforma agevolerà l’analisi ’epidemiologica, la classificazione delle mutazioni e le attività della ricerca oncologica. L’utilizzazione di queste informazioni consentirà di mettere a disposizione della ricerca e delle autorità regolatorie informazioni di straordinaria importanza, raccolte in modo omogeneo e prospettico nella vita reale e non solo nell’ambito di studi clinici.

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Una terapia mirata per il tumore al pancreas

Posted by fidest press agency su martedì, 10 settembre 2019

Il carcinoma del pancreas è una delle neoplasie a prognosi più severa e tra le più aggressive con un tasso di sopravvivenza a 5 anni dell’ 8% . Lo studio dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) pubblicato oggi su Cancer Research ha identificato, a livello preclinico, una nuova terapia mirata per un sottogruppo di pazienti affetti da tumore del pancreas con marcata dipendenza dall’oncogene K-RAS. Il lavoro, condotto dal gruppo di ricerca guidato da Luca Cardone, team leader dell’Unità di Immunologia e immunoterapia IRE, ha mostrato che, la decitabina, un farmaco già in uso clinico per altre neoplasie, ha una potente azione antitumorale mirata per i tumori del pancreas con specifiche caratteristiche. I pazienti selezionati con screening molecolare ne potrebbero beneficiare grazie ad un approccio di “riposizionamento” di farmaci, cioè nuove indicazioni terapeutiche per farmaci conosciuti, altrimenti detto “Drug repurposing”.
Il tumore del pancreas ha un tasso di mortalità in aumento rispetto ad altri tumori che hanno un trend stabile o in miglioramento. Non è possibile fare diagnosi precoce, è aggressivo e, tra le terapie, l’opzione chirurgica non sempre è praticabile, mentre i chemioterapici disponibili offrono risposte terapeutiche limitate. Molti i fattori di rischio associati a questa neoplasia, come ad esempio il fumo ma, tra le cause genetiche, l’oncogene K-RAS ha un ruolo chiave nella formazione e progressione del tumore pancreatico.Attraverso un approccio multidisciplinare, con l’utilizzo di modelli sperimentali e calcoli biocomputazionali, i ricercatori hanno quindi dimostrato che i tumori pancreatici con alta dipendenza molecolare per K-RAS hanno un’alta sensibilità al trattamento con la decitabina, mentre tumori indipendenti da K-RAS sono quasi cento volte meno sensibili o completamente resistenti. Il farmaco si è dimostrato anche capace di arrestare la progressione metastatica della malattia in modelli sperimentali di tumori pancreatici K-RAS dipendenti. Infine hanno anche compreso il meccanismo molecolare alla base della vulnerabilità selettiva dei tumori con tale dipendenza.
Da una stima effettuata su database di tumori pancreatici disponibili, si calcola che una percentuale che va dal 30% fino al 50% dei casi di tumori pancreatici ha una dipendenza molecolare da K-RAS che può, pertanto, potenzialmente rispondere al trattamento farmacologico con la decitabina.Grazie a questo studio preclinico, si potranno ora avviare studi clinici con la decitabina, come singolo trattamento o in combinazione, individuando e selezionando i pazienti con alta probabilità di risposta per confermare l’efficacia del trattamento.

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53° Convegno Cardiologia: Lo shock cardiogeno uccide

Posted by fidest press agency su martedì, 10 settembre 2019

Milano, 23 · 26 settembre 2019 hotel Marriott. Se non si corre ai ripari con una diagnosi rapida e multiparametrica e un trattamento tempestivo e multidisciplinare focalizzato sull’obiettivo. Il Dipartimento Cardiotoracovascolare De Gasperis dell’Ospedale Niguarda di Milano, centro di riferimento per questa condizione patologica, ha un protocollo che è incentrato su una tempistica di intervento rapida per migliorare la prognosi dei pazienti e questo sarà uno degli argomenti del 53° convegno nazionale di Cardiologia. Si tratta dell’appuntamento più importante del settore ed è promosso dalla fondazione De Gasperis, che sostiene il Cardiocenter di Niguarda, leader nei trapianti di cuore, nei sistemi di assistenza meccanica al circolo e specializzato nelle terapie complesse. Lo shock cardiogeno è una condizione clinica che genera una mortalità ancora elevata ( intorno al 40% nella fase di ricovero) nonostante i progressi terapeutici, farmacologici e non. In più del 70% dei casi lo shock cardiogeno è dovuto a sindromi coronariche acute ma negli ultimi anni la casistica dello shock cardiogeno non conseguente a infarto miocardico acuto è in netto aumento;. «Durante il convegno parleremo di come curarlo, ma anche della prevenzione della morte improvvisa e della gestione della terapia anti-trombotica nel cardiopatico complesso. Inoltre tenteremo anche di definire meglio le malattie del muscolo cardiaco, le complicate interazioni cuore-cervello e le più recenti indicazioni a procedure interventistiche valvolari ed ablative» spiega Cristina Giannattasio, direttore del Cardiocenter e membro del comitato scientifico del convegno che riunisce annualmente 1400 specialisti cardiologi e cardiochirurghi e 300 docenti.

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“Alcol, sostanze psicoattive e gravidanza: un’alleanza tra cultura, tutela e diritti”

Posted by fidest press agency su martedì, 10 settembre 2019

Roma Lunedì 23 settembre 2019, Ore 9 – 13 Sala dell’Istituto Santa Maria in Aquiro Piazza Capranica 72. Il termine FASD (Sindrome Feto Alcolica e Disturbi correlati) descrive lo spettro di effetti che si possono manifestare in una persona esposta all’alcol in fase prenatale. Le conseguenze dell’uso di alcol durante la gravidanza comprendono un continuum di danni che includono disabilità e problemi di tipo fisico, mentale, comportamentale e/o di apprendimento, con implicazioni che possono durare tutta la vita. Diversi studi compiuti all’estero hanno dimostrato che la prevalenza della FASD è più elevata nei bambini e negli adolescenti in situazione di adozione, affidamento e tutela sociale. La maggior parte dei bambini adottati affetti da FASD proviene dall’Est Europeo, in particolare Russia, Polonia, Ucraina, Bielorussia, dove l’etilismo rappresenta tutt’ora un grave problema medico e sociale.
In occasione della Giornata Internazionale della Consapevolezza sulla FASD, che si celebra il 9 settembre, AIDEFAD – aps e CAMMINO in collaborazione con Mamme Matte, organizzano un incontro per affrontare le problematiche che la «nuova famiglia» può incontrare quando adotta un bambino che presenta problemi legati all’utilizzo dell’alcol da parte dei genitori biologici. L’obiettivo è quello di mettere in luce una situazione ancora poco conosciuta in ambito socio-sanitario e proporre un modello normativo in grado di garantire, al minore adottato e ai genitori, un’adeguata assistenza.

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Combattiamo insieme il tumore del polmone

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 settembre 2019

Milano giovedì 12 settembre alle ore 19.00 all’Anteo Spazio del Cinema – Sala Astra, in Piazza XXV Aprile 8 conferenza stampa di presentazione della campagna In famiglia all’improvviso. Combattiamo insieme il tumore del polmone.
La campagna è promossa da Salute Donna onlus, Salute Uomo e WALCE onlus, con il contributo non condizionato di MSD, con l’obiettivo di far conoscere il percorso diagnostico e terapeutico del tumore del polmone, attraverso una web fiction e altre attività.

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IVI: miti e falsi miti della gravidanza

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 settembre 2019

La gravidanza non è una malattia, ma uno stato di benessere. È quello che ripetono le donne in attesa di diventare mamme, che si vedono subissate dai consigli su cosa fare e cosa non fare durante i mesi che precedono la nascita del proprio figlio.Per fare chiarezza sul tema, l’Istituto Valenciano di Infertilità (IVI) fornisce utili indicazioni su cosa si possa fare e cosa non si possa fare durante i 9 mesi, con l’augurio a tutte le future mamme di vivere al meglio questo periodo così “speciale”.“Partendo da un argomento fondamentale come l’alimentazione – dichiara la Dottoressa Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma – è bene sapere che non è vero che la donna in gravidanza debba mangiare per due, perché il feto assorbe quello di cui ha bisogno dalle riserve materne. Deve invece stare attenta a non ingrassare eccessivamente per evitare le complicanze che ne derivano, come la gestosi. Inoltre, deve fare attenzione ad alcuni alimenti per evitare il contagio di malattie pericolose per il bambino, come il pesce crudo, così come deve lavare accuratamente frutta e verdura con amuchina o bicarbonato prima di consumarla”. Gli altri consigli della Dottoressa Galliano sono:
Bere molta acqua: è vero che fa bene perché in questo modo si favorisce la lotta alla ritenzione idrica, così come è vero il divieto assoluto di bere vino e alcolici che possono nuocere allo sviluppo del feto. Sempre in tema di vizi, non è vero che si possono fumare fino a 5 sigarette al giorno ma vige, invece, il divieto assoluto di fumo.
Non si può praticare nessuna attività sportiva: falso. Lo sport moderato è assolutamente consigliato perché aiuta a non ingrassare, a preparare il fisico al parto oltre che a non soffrire di mal di schiena, ma niente sforzi eccessivi. Yoga, pilates, nuoto e camminate tra le attività più consigliate. Se l’attività fisica viene praticata all’aria aperta, si favorisce anche l’assorbimento di vitamina D, importantissima per madre e figlio.
Niente più sesso per tutelare la salute del bambino: se la gravidanza procede normalmente non serve fare certe rinunce ma, al contrario, la vita intima fa bene alla coppia che si trova ad attraversare un nuovo periodo della vita pieno di cambiamenti. In caso di parto cesareo programmato o gestazione problematica, invece, bisogna fare attenzione nelle ultime settimane di gravidanza perché il sesso in questo periodo può favorire le contrazioni. È consigliato, quindi, consultare il proprio ginecologo.
Divieto assoluto di sauna, perché potrebbe comportare una vasodilatazione e quindi un calo della pressione con conseguenti giramenti di testa o svenimenti; meglio l’idromassaggio, assicurando che il gettito (getto?) dell’acqua non sia troppo forte e caldo.
Bando alle medicine: non è vero per tutte. In gravidanza bisogna fare molta attenzione ai farmaci ma molte si possono assumere senza rischio; basta consultare il medico che escluderà quelle che possono provocare seri problemi e malformazioni al feto.
Come la mettiamo con i capelli? E’ vero che i capelli in gravidanza sono più belli perchè l’aumento della produzione di ormoni femminili estrogeni li rendono più numerosi e spessi ma non è vero che si debba rinunciare alla tintura ai capelli: possono essere utilizzati coloranti vegetali e senza ammoniaca.

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e-Cigarette: scoperta la sostanza che fa ammalare

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 settembre 2019

Le autorità statali e federali americane che stanno indagando sulle misteriose malattie polmonari legate alle sigarette elettroniche, hanno scoperto la stessa sostanza chimica nei campioni di marijuana usati dalle persone che si sono ammalate in diverse parti del Paese e che hanno usato differenti marchi di prodotti nelle ultime settimane. Si tratta di un olio derivato dalla vitamina E, il cosiddetto vitamina E acetato. Lo scrive il Washington Post. La vitamina E si trova in certi alimenti, come l’olio di colza, l’olio d’oliva e le mandorle. L’olio derivato è disponibile comunemente come integratore nutrizionale ed è usato nei trattamenti topici della pelle. Non è noto come sostanza dannosa quando è ingerita come integratore o applicata sulla pelle,evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”.Ma la sua struttura molecolare, secondo gli esperti, potrebbe essere pericolosa se inalata. Le proprietà simili a quelle dell’olio potrebbero essere associate con il tipo di sintomi respiratori che hanno riportato molti pazienti: tosse, mancanza di respiro e dolore al petto. L’Illinois e l’Oregon hanno registrato in estate quelli che sono considerati i primi due decessi legati alla sigaretta elettronica o, più probabilmente, ai prodotti inalati.

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Convegno.“Alcol, sostanze psicoattive e gravidanza:un’alleanza tra cultura, tutela e diritti”

Posted by fidest press agency su domenica, 8 settembre 2019

Roma Lunedì 23 settembre 2019, Ore 9 – 13 Sala dell’Istituto Santa Maria in Aquiro Piazza Capranica 72. Il termine FASD (Sindrome Feto Alcolica e Disturbi correlati) descrive lo spettro di effetti che si possono manifestare in una persona esposta all’alcol in fase prenatale. Le conseguenze dell’uso di alcol durante la gravidanza comprendono un continuum di danni che includono disabilità e problemi di tipo fisico, mentale, comportamentale e/o di apprendimento, con implicazioni che possono durare tutta la vita. Diversi studi compiuti all’estero hanno dimostrato che la prevalenza della FASD è più elevata nei bambini e negli adolescenti in situazione di adozione, affidamento e tutela sociale. La maggior parte dei bambini adottati affetti da FASD proviene dall’Est Europeo, in particolare Russia, Polonia, Ucraina, Bielorussia, dove l’etilismo rappresenta tutt’ora un grave problema medico e sociale.
In occasione della Giornata Internazionale della Consapevolezza sulla FASD, che si celebra il 9 settembre, AIDEFAD – aps e CAMMINO in collaborazione con Mamme Matte, organizzano un incontro per affrontare le problematiche che la «nuova famiglia» può incontrare quando adotta un bambino che presenta problemi legati all’utilizzo dell’alcol da parte dei genitori biologici. L’obiettivo è quello di mettere in luce una situazione ancora poco conosciuta in ambito socio-sanitario e proporre un modello normativo in grado di garantire, al minore adottato e ai genitori, un’adeguata assistenza.

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