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Quotidiano di informazione – Anno 30 n°122

Archive for the ‘Medicina/Medicine/Health/Science’ Category

Medicine – Health – Science

Scoperto fattori per la formazione dei tumori

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 aprile 2018

Dimmi come ti dividi e ti dirò chi sei. Circa un terzo dei tumori umani, infatti, possono originare da cellule “difettose” che si dividono “male”. Un recente studio dei ricercatori dell’Istituto Regina Elena (IRE) e dell’Istituto di biologia e patologia molecolari del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IBPM-CNR), pubblicato sulla rivista Oncogene, ha identificato un nuovo ruolo della proteina Aurora B che risulta cruciale per un corretto completamento della divisione cellulare. Aurora B è espressa in maniera anomala in molti tipi di tumori ed è stata identificata come bersaglio molecolare di nuove terapie antitumorali; farmaci che ne bloccano l’attività sono oggetto di studi pre-clinici e clinici.Il recente studio dei gruppi di ricerca diretti da Silvia Soddu del Regina Elena e da Cinzia Rinaldo dell’IBPM-CNR apre un nuovo capitolo sulla comprensione del meccanismo di controllo della divisione cellulare e sulle cause scatenanti l’insorgenza di molti tumori.Facciamo un passo indietro. Già nel 2012 il team di Silvia Soddu aveva dimostrato che la localizzazione delle proteine HIPK2 e H2B sul ponte intercellulare che si forma durante la separazione delle cellule, detta citochinesi, assicura la corretta divisione e trasmissione del materiale genetico tra le cellule figlie. Se questo processo non avviene in modo regolare le due cellule figlie non si dividono ma generano una cellula tetraploide che ha il doppio del contenuto di cromosomi di una cellula normale. “Ora abbiamo scoperto – spiega Silvia Soddu – che la proteina Aurora B regola la specifica localizzazione di HIPK2 e del suo partner H2B durante la citochinesi.”“Aurora B – prosegue Cinzia Rinaldo – è spesso deregolata nei tumori e il suo malfunzionamento può quindi portare al fallimento della citochinesi e alla formazione di cellule aberranti dotate di due nuclei, che sono geneticamente instabili e possono portare alla formazione e progressione dei tumori.”“Lo studio – conclude Gennaro Ciliberto, Direttore scientifico IRE – aggiunge un nuovo e importante tassello alla comprensione delle cause che favoriscono l’insorgenza del cancro, e alla individuazione di nuovi target per bersagli terapeutici.”

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Corso di rianimazione cardiopolmonare per 140 alunni

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 aprile 2018

Fabio Perini S.p.A., azienda leader nel settore della produzione di macchine per il tissue, insieme alla Onlus Mirco Ungaretti, ha organizzato oggi corsi di rianimazione cardiopolmonare per alunni, circa 140, e insegnanti della Scuola Primaria della Pieve San Paolo. Inoltre, durante una piccola cerimonia alla presenza di Oswaldo Cruz, CEO Fabio Perini, del preside Tina Centoni con Roberta Lena coordinatrice del complesso della Scuola Primaria della Pieve San Paolo, di tutti i docenti e dell’Assessore politiche educative del comune di Capannori Francesco Cecchetti, l’azienda ha donato all’istituto scolastico un defibrillatore semi automatico. I corsi di manovre salvavita per gli studenti sono stati tenuti dai volontari dell’Associazione, fondata da Stefano Ungaretti dipendente della Fabio Perini S.p.A. “Nel 2009 la mia vita ha preso completamente una svolta: mi sono sposato a giugno e, il giorno dopo il matrimonio, è morta una delle persone a me più care: mio fratello Mirco” – spiega Stefano Ungaretti – Una tragedia famigliare dovuta a un Killer silenzioso chiamato Arresto Cardiaco Improvviso. A Mirco è dedicata la Onlus che da circa 6 anni porta il suo nome”.Lo scopo del progetto si può riassumere, dunque, con due parole: sensibilizzazione e informazione. Infatti, ciò che è necessario per l’Associazione Mirco Ungaretti è riuscire a portare avanti una campagna di consapevolezza e divulgazione delle principali manovre di rianimazione cardiopolmonare con l’utilizzo del defibrillatore, soprattutto nelle scuole. Si può notare come la morte per arresto cardiaco improvviso sia una delle principali cause di morte nel mondo occidentale. Prendendo consapevolezza di questi dati, diventa rilevante capire l’importanza dell’insegnamento nelle scuole di questa materia.Ad oggi l’Associazione ha formato gratuitamente oltre 2600 studenti maggiorenni delle scuole della Provincia di Lucca che hanno, peraltro, ricevuto l’Attestato da Soccorritore BLSD (Basic Life Support with Defibrillator), e più di 13mila studenti minorenni che hanno imparato le principali tecniche di rianimazione.“La prevenzione per questo tipo di patologie è fondamentale – dichiara Oswaldo Cruz, CEO di Fabio Perini S.p.A. – Allo stesso modo la formazione delle persone per intervenire in situazioni così critiche può essere decisiva e aiutare a salvare numerose vite”.

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Asma e BPCO: controlli gratuiti in tutta Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 aprile 2018

Campagna di consulenze specialistiche gratuite dal 21 al 25 maggio 2018. L’iniziativa offrirà l’opportunità ai circa 8 milioni di italiani, che soffrono di asma o di BPCO, di effettuare una visita di controllo e ricevere informazioni utili per una migliore gestione della propria malattia presso i circa 50 Centri specialistici distribuiti su tutto il territorio nazionale.
Promossa da FederASMAeALLERGIE Onlus – Federazione Italiana Pazienti, con il patrocinio della Società Italiana di Allergologia, Asma ed Immunologia Clinica (SIAAIC) e della Società Italiana di Pneumologia (SIP/IRS), e con il supporto non condizionato di AstraZeneca, l’iniziativa torna quest’anno con un’importante novità: la BPCO. Sulla scia del successo dell’edizione dello scorso anno, che ha permesso a più di 1.100 pazienti con asma di ricevere consulenze gratuite, la campagna 2018 coinvolge infatti anche le persone con BPCO, una frequente condizione patologica cronica dell’apparato respiratorio che solo in Italia colpisce tra il 6% e l’8% dei soggetti con età superiore ai 40 anni e che l’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica come quarta causa di morte con la previsione che divenga la terza causa entro il 2020.Obiettivo della Control’ASMA&BPCOweek è quello di sensibilizzare pazienti e opinione pubblica sui rischi connessi a due comuni patologie respiratorie, troppo spesso trascurate perché sottovalutate. Basti pensare che solo poco più della metà dei pazienti con asma (56%) assume farmaci in maniera continuativa e regolare, mentre il 44 % evita di prenderli o li sospende o ne cambia il dosaggio senza consultare il proprio medico. Tra i motivi più frequenti di non aderenza alle terapie emerge che il 33% dei pazienti pensa di stare meglio e di non averne più bisogno, il 21% crede che i farmaci servano solo quando si manifesta la difficoltà a respirare, infine il 18% è convinto che la malattia non richieda una terapia così prolungata.
Un problema, questo della mancata aderenza al trattamento, spesso sottostimato sia dai pazienti con asma sia da quelli con BPCO. Nel caso di quest’ultima, la non aderenza alle terapie può portare a riacutizzazioni e a ricoveri ospedalieri. Importante, per questa patologia, è la personalizzazione del trattamento farmacologico che deve essere guidato principalmente dalla gravità dei sintomi e dal rischio di riacutizzazioni, oltre che dagli effetti collaterali, dalle comorbidità, dalla risposta del paziente e dalla sua capacità di usare i diversi inalatori per il rilascio dei farmaci. Quelli broncodilatatori a lunga durata d’azione, che anche in associazione con corticosteroidi per via inalatoria sono in grado di contrastare la ostruzione bronchiale al flusso dell’aria, sono i farmaci di scelta nel trattamento della BPCO. Differente è la questione quando si parla di asma, patologia per cui l’uso dei broncodilatatori a breve durata di azione (SABA) necessita di un’inversione di marcia.Oltre all’importanza di seguire le raccomandazioni del medico o specialista per tenere sotto controllo la patologia ed evitare che peggiori drasticamente attraverso l’uso di farmaci, fondamentale per asma e BPCO è un corretto e sano stile di vita. La BPCO è causata dalla inalazione di particelle nocive, soprattutto fumo di sigaretta, che causano infiammazione cronica con meccanismi diversi. Oltre al fumo, l’inquinamento, le esposizioni professionali e le infezioni respiratorie rappresentano i principali rischi per l’insorgenza della BPCO.
Per l’asma, pur essendo lo sforzo fisico uno dei principali fattori scatenanti le crisi respiratorie, non è necessario vietare alcuna attività sportiva. Al contrario, l’attività sportiva dovrebbe far parte del programma terapeutico delle persone asmatiche, in particolare di coloro i quali manifestano i sintomi durante lo sforzo (asma da sforzo). È infatti dimostrato come un allenamento costante aiuti a potenziare la muscolatura, inclusa quella respiratoria, favorendo in questo modo la funzione polmonare. Anche in questo caso, come per la BPCO, seguire scrupolosamente le indicazioni del medico e in particolare la terapia prescritta consentirà di svolgere l’attività fisica senza conseguenze per la propria salute.
Sono circa 50 i Centri specialistici di Pneumologia o Allergologia distribuiti su tutto il territorio nazionale in cui sarà possibile, per quanti abbiano già ricevuto una diagnosi di asma o BPCO, effettuare una visita di controllo gratuita. Per accedervi, i pazienti avranno a disposizione un Numero Verde (800 62 89 89), attivo fino al 25 maggio dal lunedì al venerdì (09.00- 13.00/14.00-18.00), tramite cui è possibile prenotare la propria visita di controllo gratuita per una valutazione dello stato della malattia e ricevere informazioni utili alla sua gestione. A supporto dell’iniziativa, inoltre, il sito internet http://www.controlasmabpcoweek.it e una pagina Facebook http://www.facebook.com/controlasmabpcoweek dove poter trovare indicazioni e approfondimenti.

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Prevenzione fratture, Uspstf aggiorna raccomandazioni su vitamina D e calcio

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 aprile 2018

In un aggiornamento delle indicazioni esistenti sulla prevenzione delle fratture tramite integrazione con vitamina D e calcio pubblicato su JAMA, la U.S. Preventive Services Task Force (Uspstf) ha concluso che i dati oggi disponibili sono insufficienti per valutare l’utilità dell’uso di tali integratori, da soli o in combinazione, nella cornice preventiva negli uomini e nelle donne in pre-menopausa. La task force ha altresì espresso una raccomandazione contro l’integrazione giornaliera con 400 UI o meno di vitamina D e 1.000 mg o meno di calcio per prevenire le fratture nelle donne in post-menopausa, e ha dichiarato di non avere trovato prove sufficienti per esprimersi riguardo all’uso di vitamina D in dosi superiori a 400 UI e di calcio in dosi superiori a 1.000 mg nelle donne in post-menopausa. L’USPSTF ha esaminato studi sull’integrazione in adulti che vivono nella comunità, quindi non in una casa di riposo o in un altro contesto di assistenza istituzionale, e ha escluso lavori condotti in popolazioni con precedenti fratture o con noti disturbi del metabolismo osseo, che assumessero farmaci associati con l’osteoporosi. Il gruppo di lavoro ha sottolineato che queste raccomandazioni non si applicano alle persone con una storia di fratture osteoporotiche, aumento del rischio di cadute o diagnosi di osteoporosi o carenza di vitamina D. «In contrasto con altre raccomandazioni dell’USPSTF per lo screening che si basano su una singola azione da parte dei medici, questi servizi di prevenzione richiedono anche un’azione continua da parte dei pazienti» spiega David Reuben, della University of California Los Angeles, in un editoriale pubblicato su JAMA Internal Medicine. L’editorialista sostiene che le raccomandazioni della task force dovrebbero specificare che i risultati degli studi dipendono dall’aderenza del paziente, e se esprimono un risultato in condizioni ideali oppure normali di aderenza. «L’USPSTF ha concluso che sono necessarie ulteriori prove per valutare se dosi maggiori di vitamina D possano essere benefiche per la prevenzione. A tal proposito, ci sarà un aumento sostanziale dei dati disponibili sull’integrazione con vitamina D negli adulti residenti nella comunità da nuovi studi clinici nel prossimo anno» scrive in un altro editoriale su JAMA Heike Bischoff-Ferrari, della University of Zurich, di Zurigo in Svizzera. (fonte Doctor33)

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Ex specializzandi 1994-2006 tornano a vincere in appello, valido l’adeguamento della borsa di studio

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 aprile 2018

Gli ex specializzandi della classe 1994-2006 hanno diritto all’adeguamento della borsa di studio da loro richiesto. Non è infatti vero che sussista un blocco degli adeguamenti integrale. È il filo logico seguito dalla Corte d’Appello di Roma sezione civile nella sentenza del 7 aprile 2018, che ha confermato precedenti sentenze del Tribunale di Roma e orientamenti della Corte di Cassazione che in questi mesi erano stati rivisti con esiti sfavorevoli per i ricorrenti. La sentenza si riferisce ad ex specializzandi che pur percependo la borsa da 11 mila euro annui non ebbero i contributi e l’assicurazione previsti nel contratto da 26 mila euro annui intervenuto dall’anno accademico 2006/07. E secondo gli Avvocati Francesco Caronia e Giuseppe Pinelli, specialisti della vertenza e coordinatori del network legale ELEGALNET «riprende autorevolmente l’ampio filone della giurisprudenza della Cassazione che fino ad ora ha riconosciuto il risarcimento e l’adeguamento del trattamento economico». I legali ricordano che la Cassazione di recente ha fatto dietro front su precedenti orientamenti favorevoli rispetto a questa classe di specializzandi. Tutto è avvenuto dopo che la Corte di Giustizia Europea, con la sentenza del 24/01/2018, ha stabilito tre punti​, validi per analogia anche per gli specializzandi del periodo 94/06:primo, il diritto a conseguire la borsa di studio intera decorre dal 1983; secondo, il quantum da corrispondere è pari a quanto fissato da ciascuno stato membro nella “normativa di trasposizione” della direttiva UE, che in questo caso è il decreto 257/91 il quale prevede una borsa di lire 21,5 milioni annui (euro 11.103,94) più interessi e rivalutazione monetaria; terzo principio, la prescrizione decennale non decorre in mancanza di attuazione della direttiva.
Subito dopo la sentenza di Bruxelles, quasi in risposta all’orientamento Ue, che per lo stato italiano comporta esborsi sicuri e ingenti, la Cassazione con sentenza 4449 del 23 febbraio scorso ha negato l’adeguamento agli specializzandi 94/06 sulla base di una lettura normativa secondo cui la remunerazione introdotta nel ’99 con decreto 368 sia stata applicata in Italia ai medici iscritti alle scuole di specialità solo a partire dall’anno accademico 2006-07 “non determina una irragionevole disparità di trattamento rispetto ai medici iscritti in precedenza.” «Tale sentenza -argomentano i legali Pinelli e Caronia- risulta del tutto isolata tra le numerose che la Cassazione ha emesso in favore del riconoscimento dei diritti degli specializzandi 94/2006, sia di risarcimento del danno da inesatta attuazione di normativa comunitaria sia di adeguamento del trattamento economico».Per tutta risposta, la sentenza della Corte d’appello di Roma riconosce​l’adeguamento e quindi l’assenza di blocco al riguardo. O meglio, «la normativa nazionale che prevedeva l’adeguamento del trattamento economico era in vigore almeno dal 1995», sottolineano i legali di Elegalnet. «Infatti, il meccanismo di adeguamento legato alla contrattazione collettiva dei medici dipendenti SSN non è stato oggetto delle normative di blocco che invece hanno colpito la parte del meccanismo di adeguamento legata alla variazione Istat del costo della vita. Il meccanismo di adeguamento, introdotto al fine di rispettare il principio comunitario della adeguata remunerazione, come introdotto in Italia dal D.lgs. 257/1991, si è fondato su un duplice sistema: indicizzazione annuale della borsa secondo indice ISTAT della variazione del costo della vita, e rideterminazione triennale della borsa in funzione degli incrementi minimi della contrattazione collettiva dei medici dipendenti di prima nomina SSN. Mentre il primo meccanismo è stato “bloccato” con numerosi provvedimenti legislativi, il secondo legato alla contrattazione è stato bloccato solo nel 1992/1993, e poi tutt’al più nel periodo 1998/2000, restando invece pienamente in vigore nel restante periodo. (Mauro Miserendino fonte: doctor33)

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Sanità: Nuovi lea e fisioterapia

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 aprile 2018

Cambia la sanita’, cambia l’assistenza ai cittadini, cambia di conseguenza anche il ruolo del fisioterapista. Non piu’ soltanto uno specialista della riabilitazione, ma anche l’attore principale quando si tratta l’argomento prevenzione, sempre piu’ d’attualita’ con le trasformazioni della societa’ e l’insorgenza sostenuta di malattie croniche tipiche di una aumentata aspettativa di vita. Una discussione che procede di pari passo con quella relativa all’introduzione dei nuovi Livelli essenziali di assistenza, definiti con l’introduzione del Dpcm del 12 gennaio 2017 ma ancora sulla difficile strada del recepimento e dell’attuazione.
“Serve lo sviluppo di nuovi modelli che differiscano dall’unica risposta conosciuta finora, ovvero quella della cura all’acuzie”, spiega il presidente dell’AIFI, Mauro Tavarnelli, durante il convegno sul tema che si e’ tenuto a Bologna nell’ambito di Exposanita’, la mostra internazionale della sanita’ e dell’assistenza. La discussione, organizzata dalla sede dell’Emilia-Romagna dell’Associazione italiana fisioterapisti, e’ servita dunque a ribadire “la necessita’ di un accesso diretto alla nostra figura tramite il superamento del modello ospedalocentrico”, tiene a sottolineare Tavarnelli. E invece “una visione di tipo burocratico sta penalizzando l’approccio multidisciplinare nel trattamento dei pazienti, con il risultato di parcellizzare le cure”, rincara Vincenzo Manigrasso, dirigente delle Professioni sanitarie della riabilitazione al Sant’Orsola-Malpighi di Bologna.
Dunque come sta proseguendo la discussione? Due sono i livelli di analisi, che tengono conto sia delle esigenze e delle richieste dei cittadini, sia dei rilievi di tecnici e politici.
“Stiamo scontando enormi ritardi nel recepimento dei nuovi Lea- spiega Tonino Aceti, coordinatore nazionale di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato- Oltretutto esiste un problema di disponibilita’ di risorse economiche, derivata anche dalla mancata determinazione delle risorse”. Questo si ripercuote in una “situazione disomogenea tra regione e regione”: al contrario, sarebbe auspicabile “ancorare il percorso riabilitativo dei pazienti in base al loro reale bisogno e non alle risorse erogate”. Dunque per Aceti “ben venga l’accesso diretto al fisioterapista, che potrebbe abbattere i costi delle cure e i tempi di applicazione. Credo infatti che potrebbe salvarci il poter utilizzare al meglio le risorse interne di cui disponiamo, mettendole al servizio della collettivita’”.
Comprese le persone con disabilita’, a patto che anche loro possano essere coinvolte “nel confronto quando si tratta di prendere provvedimenti per la qualita’ della vita dei cittadini”, rivendica Vincenzo Falabella, presidente Fish. “E’ un obbligo per lo Stato, eppure questo coinvolgimento e’ mancato anche nel confronto per l’introduzione dei nuovi Lea. Qui il ruolo del fisioterapista e’ centrale in un concetto riabilitativo che non deve essere piu’ considerato come un risarcimento ma come raggiungimento di un benessere necessario a inserire la persona nel contesto sociale lavorativo e affettivo in cui vive, in modo da garantire i suoi diritti”.
IL PUNTO DI VISTA DEI POLITICI – Dall’altra parte del tavolo interviene chi ha messo la propria firma o ha lavorato sull’introduzione dei nuovi Lea. E’ il caso della deputata del Pd, Elena Carnevali, relatrice del Dpcm. “Con i fisioterapisti abbiamo sempre collaborato e in me hanno anche trovato una sponda per la battaglia dell’istituzione dell’Ordine professionale. I Lea sono stati un grande traguardo ma ora dobbiamo fare in modo che sulla continuita’ assistenziale ci sia una evoluzione mettendo in risalto, rispetto alla parte sanitaria, il benessere complessivo” della persona. “In questo senso il fisioterapista puo’ svolgere un grande ruolo per la valutazione degli ausili e delle protesi ma anche per l’assistenza e la riabilitazione: il dibattito va ripreso e aggiornato”.
Molto diretta la senatrice dell’Udc, Paola Binetti, secondo la quale il fisioterapista ha bisogno “non soltanto di avere piu’ responsabilita’, ma anche piu’ spazio” per quanto riguarda il tema della prevenzione. Abbiamo un bisogno enorme di fisioterapia e a chiederlo e’ il nostro stesso stile di vita, costretto a fare i conti per la maggior parte con sedentarieta’ e sovrappeso, in persone comunque considerate sane”. Secondo Binetti “il vero tema e’ che il fisioterapista dovrebbe entrare nella vita degli anziani e delle persone con malattie croniche e di quelle con disabilita’, raggiungendole a casa con l’assistenza domiciliare o sul posto di lavoro: e’ li’ che va fatta l’opportuna opera di rieducazione e riabilitazione per ridurre il danno a favore dell’autonomia personale e sociale, che ha una ricaduta non solo sotto il profilo del risparmio economico ma soprattutto nel garantire la dignita’ di vita”.
La discussione nazionale si riverbera sulle regioni e sull’effettivo recepimento del decreto da parte loro. “Quella del fisioterapista, intesa come figura autonoma inserita all’interno di una presa in carico globale del paziente, puo’ essere molto importante”, sostiene Raffaella Sensoli, consigliere dell’Assemblea regionale dell’Emilia-Romagna. “Dobbiamo sostenere con forza il cambio di paradigma, da un sistema incentrato sulla sanita’ a uno basato sulla salute: con l’aumento dell’eta’ e delle cronicita’, dobbiamo concentrarci sul mantenimento dello stato di salute perche’ una popolazione in salute e’ ricca sotto tutti i punti di vista, fisico, morale, mentale ed economico, perche’ si generano risparmi sul Servizio sanitario nazionale”. Ed e’ proprio questo cambio di passo a vedere impegnati in prima linea i fisioterapisti. “Da tempo stiamo portando avanti il concetto che la presa in carico diretta da parte del fisioterapista crei vantaggi ai cittadini- evidenzia Tavarnelli- In minor numero di visite, minori costi derivati da ticket e diminuzione delle liste d’attesa, generando benefici di conseguenza anche al Sistema nazionale grazie a una vera razionalizzazione delle risorse”. Per questo “crediamo che la vera sfida e l’atto di coraggio che deve compiere la politica oggi vadano in questa direzione. Il fisioterapista puo’ diventare una figura cardine nel passaggio tra presa in carico in ospedale e sul territorio: noi la chiamiamo fisioterapia d’iniziativa e vede il cittadino e il fisioterapista collegati direttamente, come deve avvenire ad esempio nelle Case della Salute. L’arma vincente- conclude il presidente di AIFI- e’ dunque avvicinarsi ai bisogni dei cittadini, evitare la fase acuta e gestire la cronicita’”.

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Sindrome del Qt lungo: come stimare e gestire il rischio aritmico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 aprile 2018

Da uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology e coordinato da Silvia Priori dell’Università di Pavia, emergono nuovi dati utili per determinare il rischio aritmico nei pazienti con sindrome del QT lungo (LQTS). Lo studio mette in luce inoltre la superiorità del nadololo rispetto ad altri beta-bloccanti per la riduzione di tale rischio. Secondo i risultati ottenuti dai ricercatori, indipendentemente dal genotipo GT lungo, il rischio stimato di eventi aritmici potenzialmente letali (LAE), tra cui morte cardiaca improvvisa e tachicardia ventricolare polimorfa emodinamicamente non tollerata, aumenta del 15% a ogni incremento di 10 millisecondi del QT corretto (QTc). L’analisi è il seguito di uno studio pubblicato nel 2003 sul New England Journal of Medicine, in cui Priori e colleghi dimostravano che il rischio aritmico viene modulato sia dal QTc sia dal locus della mutazione causale in una coorte di 647 pazienti con sindrome del QT lungo. Al nuovo studio, invece, hanno preso parte 1.710 individui con sindrome del QT lungo provenienti da 812 famiglie e seguiti per una mediana di 7,1 anni, tutti portatori di una singola mutazione in uno dei principali geni della sindrome del QT lungo: KCNQ1 (locus LQT1), KCNH2 (locus LQT2) o SCN5A (locus LQT3). E i risultati parlano chiaro: in un confronto inter-genotipo, il rischio nei pazienti con LQT2 e LQT3 aumenta del 130 e del 157% a qualsiasi durata QTc rispetto ai pazienti con LQT1. «Con questi dati, possiamo seguire meglio i nostri pazienti sottolineando l’importanza dell’aderenza alla terapia, inoltre se un bambino che ha bisogno di un defibrillatore cardioversore impiantabile, possiamo motivare alla famiglia perché viene consigliato un intervento così difficile. Non solo: possiamo finalmente spiegare con chiarezza perché, per esempio, un fratello ha bisogno di un defibrillatore mentre nell’altro basta invece un semplice â-bloccante» aggiunge la ricercatrice. «Sulla base della dimensione e della durata del follow-up, questi dati supportano e rinforzano le conclusioni emerse in precedenza. In altri termini, questi risultati risolvono la questione di quale â-bloccante sia il migliore per mitigare il rischio aritmico nei pazienti con sindrome del QT lungo» scrive Andrew Grace, dell’Università di Cambridge, Regno Unito, in un editoriale di accompagnamento. Fonte: doctor33 – J Am Coll Cardiol. 2018. doi: 10.1016/j.jacc.2018.01.078 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29650123)

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More than half of heart patients continue smoking after hospitalisation

Posted by fidest press agency su martedì, 24 aprile 2018

Ljubljana, Slovenia More than half of heart patients continue smoking after hospitalisation, according to results of the EUROASPIRE V survey presented today at EuroPrevent 2018, a European Society of Cardiology congress.1 Nearly half of obese patients have no plans for weight loss.EUROASPIRE is a series of cross sectional surveys on cardiovascular prevention in Europe that are conducted under the ESC’s EORP initiative.2 EUROASPIRE V examined cardiovascular risk factors in 8,261 patients with established coronary heart disease from 27 countries during June 2016 to September 2018. Patients were interviewed and clinically examined six months to two years (median 1.12 years) after hospitalisation for an acute coronary event or coronary revascularisation.
Nearly one in four patients (26%) in the study were women, the average age of all study participants was 64 years, and one-third were under 60 years old.
One year after their heart attack, more than half (55%) of the patients who were smokers before hospitalisation were still smoking (almost one-fifth of all study participants)Professor Kornelia Kotseva, chair of the EUROASPIRE Steering Committee from Imperial College London, UK, said: “Smoking is still a major problem in patients who have been hospitalised for heart disease, especially in younger patients.” Some 38% of patients were obese (body mass index 30kg/m2 or higher), with levels ranging from 16% in Serbia to 47% in Lithuania. Of those who were obese, 45% had no plans for weight loss and 25% had never been told they had a weight problem. More than half of patients (59%) were centrally obese (waist circumference 88 cm or greater in women and 102 cm or greater in men).
The prevalence of high blood pressure (140/90 mmHg or above, and 140/80 mmHg or above in patients with diabetes) was 46% (range 31–57%), while 12% of patients had blood pressure 160/100 mmHg or above. Antihypertensive drugs were used in 78% of patients (range 49–83%), of whom 49% had controlled blood pressure (less than 140/90 mmHg, and less than 140/80 mmHg in patients with diabetes).Some 29% of patients reported that they had diabetes, but only 54% of these patients had HbA1c less than 7%, meaning their diabetes was well controlled. In addition to those with known diabetes, an oral glucose tolerance test revealed that 12% of patients had newly detected diabetes, 18% had impaired glucose tolerance, and 10% had impaired fasting glycaemia.Less than half (46%) of patients had been advised to attend cardiac rehabilitation programmes (range 0–84%), and only 32% attended at least half of the sessions. Professor Kotseva said: “Some countries do not have any programmes on secondary prevention and rehabilitation while in others they are standard practice. Most patients follow advice to attend such programmes so the challenge is to achieve wider availability and access for all patients across Europe.”
Professor David A. Wood, Principal Investigator of EUROASPIRE from Imperial College London, said multidisciplinary, comprehensive prevention programmes were needed for all patients with coronary heart disease. He said: “We need multidisciplinary teams to address lifestyle, risk factor management and the effective use of cardioprotective drug therapies.” (Authors: ESC Press Office)

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Patient immune response could potentially prevent heart failure

Posted by fidest press agency su martedì, 24 aprile 2018

Vienna, Austria. Patients’ own immune response has the potential to prevent the development and progression of heart failure, according to research presented today at Frontiers in CardioVascular Biology (FCVB) 2018, a European Society of Cardiology congress.1 The study found antibodies in the plasma and heart muscle of end-stage heart failure patients. “The role of the immune response in the development of heart failure is unknown,” said Patricia van den Hoogen, a PhD student at the University Medical Centre Utrecht / Netherlands Heart Institute in Utrecht, the Netherlands. “We investigated the immune response in patients with end-stage heart failure to see if this might be a new target for treatment.” This study looked at whether patients with end-stage heart failure show signs of inflammation. After a heart attack, inflammation, which is the body’s normal immune response to injury, clears dead cells and other resulting debris. Heart attacks damage the heart muscle and may eventually lead to heart failure, which is a progressive disease. For patients with end-stage heart failure, heart transplantation may be the only treatment option. The study included 20 patients with end-stage heart failure and three healthy controls. Heart failure was caused by ischaemic heart disease (heart attack) in ten patients and by dilated cardiomyopathy in ten patients. The researchers analysed heart tissue and plasma samples to see which antibodies and other immune cells were present. Next they tested the samples with different epitopes to see if they could find the targets of the antibodies.The investigators found increased levels of antibodies in the heart and plasma of end-stage heart failure patients compared to healthy controls .Interestingly, antibody levels were higher in patients with ischaemic heart failure compared to those with dilated heart failure. Levels of other types of immune cells, including T cells, B cells, and macrophages, were significantly higher in the heart tissue of heart failure patients compared to healthy controls. In the plasma, heart failure patients had different types of B cells than healthy controls. Specifically, heart failure patients had more plasma B cells, which produce antibodies, and fewer regulatory B cells, which are immunosuppressive.The epitope screening to identify antibody targets is ongoing. Based on their initial results, the researchers have selected 200 epitopes for follow-up studies. Ms van den Hoogen said: “We observed more inflammation in patients with end-stage heart failure than in healthy people. Heart failure patients had higher levels of antibodies, and more of the cells that produce antibodies. This suggests that the inflammatory response is activated and might play an important role in heart failure.” “These patients were in the final stage of heart failure,” she added. “In future studies we will investigate whether there is an inflammatory response in the early phase of heart failure, and whether the response becomes more pronounced as heart failure worsens.” She concluded: “We now know there is an inflammatory response in patients with end-stage heart failure. This paves the way for creating new therapies to prevent the development or progression of heart failure by targeting the immune response. If we identify the targets of the antibodies through our epitope screening, personalised treatments could be designed.”

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Medical Devices and clinical investigations

Posted by fidest press agency su martedì, 24 aprile 2018

Milan May, 9th 2018 – Piazza Borromeo 12, 17:30 – 19:00 Seminar. This seminar is aimed at medical device and medical technology companies or organisations that are planning to develop new medical devices that will need to undergo clinical investigations.
The seminar will explore the new trends with respect to clinical investigations on medical devices in the light of the application of the EU medical devices regulations.We will discuss the main challenges to be faced by companies in order to comply with the new regulations, both in Italy and in the UK, whilst considering the context of the evolving legal and regulatory landscape (e.g., recent legislative changes to the ethics committees system in Italy, Brexit, etc.). Moreover, we will provide recommendations in relation to clinical investigation contracts and the processing and possible uses of patients’ sensitive personal data.The Portolano Cavallo’s Life Sciences team will discuss with Richard Dickinson and Jackie Mulryne from the EU life sciences London based practice of Arnold & Porter.This seminar will be held in English.This event has limited seating.

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Sanità, un occhio per chi non ci vede, ecco OrCam Eye 2.0

Posted by fidest press agency su martedì, 24 aprile 2018

BOLOGNA – Una minuscola telecamera da attaccare agli occhiali. Che registra tutto ciò che ha davanti e aiuta i non vedenti a ‘vedere’. Non solo può dare indicazioni sulla strada o leggere un menù al ristorante, ma anche memorizzare fino a 100 volti, in modo da informare subito le persone di chi si trovano di fronte. E’ un dispositivo rivoluzionario quello messo a punto dall’azienda israeliana Orcam Techonology e presentato oggi a ExpoSanità a Bologna.
Questo piccolo apparecchio si chiama “Orcam My eye 2.0” ed è un dispositivo di visione assistita per aiutare le persone non vedenti, ipovedenti e dislessici nelle loro attività quotidiane, in modo che possano vivere con più indipendenza possibile. E’ appena stato immesso in commercio in Italia.A spiegare l’utilità e il funzionamento di questa nuova tecnologia è Rotem Geslevich, responsabile aziendale per Italia, Spagna e Portogallo di Orcam Techonology: “Pesa solo 28 grammi, consiste di una camera e un altoparlante: la camera riprende tutte le informazioni visuali (testi, menù, segnali stradali) e poi le traduce in parole, che vengono espresse in modo discreto all’utente”. Orcam My Eye 2.0 (versione più avanzata del precedente Orcam My Eye) si può attaccare a qualsiasi paio di occhiali con l’aiuto di calamite in modo molto facile e intuitivo e può leggere qualsiasi tipo di testo stampato o su schermo. Tra le altre funzioni, poi, c’è quella di riconoscere le persone: il dispositivo può memorizzare fino a 100 volti quindi gli si può ‘insegnare’ a riconoscere i volti di amici, parenti e conoscenti. “Può anche memorizzare i prodotti, o riconoscere le banconote- racconta ancora Geslevich- e ‘leggere’ i codici a barre: una persona andando in negozio e prendendo in mano il prodotto può sapere esattamente cos’è, ad esempio una bottiglia d’acqua, o la marca”.Orcam My Eye 2.0 sa riconoscere anche i gesti delle persone, ed è in grado di “dire che ore sono facendo solo il gesto con la mano, senza neppure avere l’orologio”, racconta ancora Geslevich. La ‘mission’ di questo dispositivo è dunque quella di aiutare le persone nello svolgimento delle loro attività quotidiane, riconoscendo velocemente familiari e amici, ma anche di affrontare senza problemi attività che per un non vedente potrebbe essere non così banali, come sapere ora e data esatta, ordinare nel ristorante e leggere i libri. OrCam Technologies è un’azienda israeliana fondata da due innovatori e scienziati israeliani esperti nella visione artificiale (sono anche i creatori di Mobileye, un sistema di assistenza alla guida per la prevenzione degli incidenti stradali acquisito da Intel). I due esperti hanno sviluppato OrCam MyEye nel 2010, ma il primo prodotto è stato venduto solamente nel 2015: i primi cinque anni sono stati dedicati esclusivamente allo sviluppo della tecnologia.
“Praticamente è come insegnare a un bambino a leggere, riconoscere volti e prodotti”, dice ancora Geslevich. L’azienda OrCam Technologies è presente in 25 paesi (e sviluppa la tecnologia in 15 lingue diverse). Il costo del dispositivo, appena entrato sul mercato italiano, è di 4.500 euro più Iva, per chi è interessato può trovare sul sito l’elenco dei distributori.

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“Basta divario nord – Sud. Occorre inversione di tendenza”

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 aprile 2018

I dati sulla sanità emersi nella XV edizione del Rapporto Osservasalute, nei quali si evidenzia un netto divario tra nord e sud sono molto gravi.Lo dichiara in una nota il Segretario Generale UIL FPL Michelangelo Librandi. Se da un lato una maggiore attenzione alla prevenzione e alle cure, cosi come suggerito da sempre dalla nostra organizzazione sindacale UIL FPL, ha ridotto l’incidenza di malattie e mortalità, dall’altro è inammissibile una differenza cosi marcata tra regioni in tema di qualità dell’assistenza sanitaria.E’ urgente una inversione di tendenza – prosegue Librandi – e questo può verificarsi solo attraverso un potenziamento del welfare, partendo da un maggior a sostegno al ceto meno abbiente e alle famiglie. Purtroppo ancora oggi i divari di salute sono particolarmente preoccupanti quando sono cosi legati allo status sociale, poiché i fattori economici e culturali influenzano direttamente gli stili di vita e condizionano la salute delle future generazioni.Occorre migliorare l’aspetto organizzativo dei servizi; sbloccare concretamente il turn over; investire in infrastrutture e strumentazioni; rafforzare le reti territoriali. Il tutto deve essere accompagnato da una implementazione in tecnologie ed informatizzazione: in particolare, strumenti digitali progettati e realizzati specificamente per rendere più facile e efficiente lo scambio di informazioni con i pazienti e tra le diverse strutture sanitarie e non. Ricordiamo infatti che tra le cause di principali di errori sanitari vi è la carenza di comunicazione. Ed infine occorre valorizzare il personale impiegato in sanità, ricordando come questi grandi professionisti siano stati in grado in questi anni di lavorare in condizioni di estrema criticità a causa appunto dei problemi sopraesposti; un primo passo è stato fatto attraverso la firma delle preintese CCNL Sanità e Funzioni Locali, che di fatto hanno ridato dignità sotto l’aspetto economico e normativo ai lavoratori, ma non basta. La UIL FPL – conclude Librandi – continuerà il proprio lavoro volto a salvaguardare i lavoratori del Pubblico Impiego, tutelare i cittadini e proporre alle Istituzioni e alla Politica soluzioni concrete per migliorare la nostra sanità, sino a qualche anno fa fiore all’occhiello in tutta Europa.

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Il federalismo sanitario ha fallito

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 aprile 2018

Ha creato in Italia 21 sistemi sanitari diversi aumentando le diseguaglianze e diminuendo la possibilità di accesso a cure di qualità per tutti i cittadini. Il rapporto Osservasalute conferma ancora una volta quanto Acoi ripete, troppo spesso inascoltata dalle istituzioni, da anni: è ora più che mai indispensabile ridurre il divario Nord-Sud e standardizzare il livello e la qualità delle prestazioni sanitarie nelle regioni, garantendo a tutti i cittadini le stesse possibilità”. Lo afferma il presidente Acoi (Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani) Pierluigi Marini. “L’esplosione del ‘turismo sanitario’ – prosegue Marini – è una delle tante conseguenze negative di un sistema che necessita di una profonda riforma, che non può prescindere da una revisione del Titolo V della Costituzione e dal miglioramento dell’offerta formativa”.
“Speriamo – conclude il presidente Acoi – che il nuovo governo, se e quando ci sarà, e il nuovo Parlamento, rispondano alle sollecitazioni dei pazienti, delle società scientifiche, delle professioni sanitarie, che da anni chiedono un intervento normativo strutturale che permetta alla nostra sanità di essere sostenibile, ai nostri professionisti di formarsi e crescere correttamente e ai pazienti di avere un corretto accesso alle cure a tutte le latitudini del nostro territorio, rispettando il principio costituzionale del diritto universale alla salute”.

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Rischi per la salute derivanti dalla caduta dei tassi di vaccinazione nell’UE

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 aprile 2018

Il calo della fiducia dell’opinione pubblica nella vaccinazione è una grande sfida che sta già avendo un impatto sulla salute. E’ quanto i deputati europei affermano nella loro risoluzione rilevando altresì che i dati epidemiologici evidenziano notevoli lacune nella diffusione dei vaccini e un tasso di copertura vaccinale troppo basso per assicurare che il pubblico goda di una protezione adeguata contro le malattie prevenibili con la vaccinazione. Le conseguenze sono evidenti con conseguenze che in un certo numero di Paesi, che si sarebbero potute evitare come è accaduto per il morbillo.
I deputati europei sottolineano che i vaccini sono rigorosamente testati attraverso molteplici fasi di prova e periodicamente rivalutati. Accolgono con favore l’imminente avvio di un’azione comune, cofinanziata dal programma dell’UE per la salute, volta ad aumentare la copertura vaccinale. Propongono, inoltre di rafforzare la base giuridica per la copertura vaccinale e invitano la Commissione ad agevolare un programma di vaccinazione più armonizzato e meglio allineato in tutta l’UE.
Il documento chiede una maggiore trasparenza nella produzione e nella valutazione dei vaccini e dei loro coadiuvanti e il finanziamento di programmi di ricerca indipendenti sui loro eventuali effetti collaterali, per ristabilire la fiducia nei confronti delle vaccinazioni.
Si evidenzia inoltre che i ricercatori sono tenuti a dichiarare ogni eventuale conflitto di interessi e chi si trovasse in tale posizione dovrebbe essere escluso dal comitato di valutazione dell’EMA. Anche la riservatezza delle decisioni di detto comitato dovrebbe essere abolita e i dati scientifici dovrebbero essere resi pubblici.I deputati chiedono di fornire ai cittadini informazioni inclusive, fattuali e basate su dati scientifici per contrastare le informazioni inaffidabili, fuorvianti e prive di fondamento scientifico in materia di vaccinazioni.E’ ingiustificabile che il costo di una confezione completa di vaccini per un solo bambino sia aumentato di 68 volte tra il 2001 e il 2014. I deputati sostengono, quindi, l’accordo esistente che consente di acquisire congiuntamente i vaccini, mettendo in comune il potere d’acquisto degli Stati membri.La vaccinazione previene, secondo le stime, 2,5 milioni di morti l’anno in tutto il mondo e riduce i costi dei trattamenti specifici per le malattie, compresi i trattamenti antimicrobici.
Nel periodo tra il 2008 e il 2015 in Europa si sono registrati 215.000 casi di malattie a prevenzione vaccinale, esclusa l’influenza.Il morbillo è una malattia grave e dall’inizio del 2016 sono stati segnalati 57 decessi nell’UE. Secondo il Centro europeo per il controllo delle malattie (ECDC), la maggior parte dei casi sono stati segnalati dalla Romania (5.224), dall’Italia (4.978), dalla Grecia (1.398) e dalla Germania (906), tra il 1 ° febbraio 2017 e il 31 gennaio 2018, pari al 35%, 34%, 9% e 6%, rispettivamente, di tutti i casi segnalati dai Paesi UE/SEE. Dal 1° gennaio 2018 sono stati segnalati sette decessi in 4 Paesi: Romania (3), Italia (2), Grecia (1) e Francia (1). I deputati sottolineano inoltre che l’immunizzazione attraverso la vaccinazione aiuta a combattere la resistenza antimicrobica (AMR). Nel suo piano d’azione AMR, la Commissione europea ha annunciato incentivi per aumentare l’adozione di diagnosi, alternative antimicrobiche e vaccini.
La Commissione europea a sua volta presenterà un’iniziativa per una cooperazione rafforzata contro le malattie prevenibili dal vaccino nel secondo trimestre del 2018.

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A fat belly is bad for your heart

Posted by fidest press agency su domenica, 22 aprile 2018

Ljubljana, Slovenia Belly fat, even in people who are not otherwise overweight, is bad for the heart, according to results from the Mayo Clinic presented today at EuroPrevent 2018, a European Society of Cardiology congress.“See your doctor if your waist is bigger than your hips,” said study author Dr Jose Medina-Inojosa, from the division of Preventive Cardiology at the Mayo Clinic, Rochester, Minnesota, and The International Clinical Research Centre of St. Anne’s University Hospital (FNUSA-ICRC), Brno, Czech Republic.Body mass index (BMI), which is weight relative to height in kg/m2, is used to categorise adults as underweight, normal weight, overweight or obese. However, BMI does not account for the amount and distribution of fat and muscle.Central obesity is a store of excess fat around the middle of the body and is a marker of abnormal fat distribution. This study tested the hypothesis that people with normal weight and central obesity would have more heart problems than people with normal weight and normal fat distribution.In 1997 to 2000 the study enrolled 1,692 residents of Olmsted County, Minnesota, aged 45 years or older. The sample was representative of the county population for age and sex. Participants underwent a clinical examination and measurements were taken of weight, height, waist circumference and hip circumference. Central obesity was defined as a ratio dividing the waist circumference by the hip circumference of 0.90 or above for men and 0.85 or above for women.
Patients were followed-up from 2000 to 2016 for the occurrence of major adverse cardiovascular events (MACE) using linked medical records from the Rochester Epidemiology Project. MACE was defined as heart attack, surgical or percutaneous coronary revascularisation to open blocked arteries, stroke, or death from cardiovascular causes.Participants with a normal BMI (18.5–24.9 kg/m2) and central obesity had an approximately two-fold higher long-term risk of MACE compared to participants without central obesity, regardless of their BMI. Dr Medina-Inojosa said: “People with a normal weight but a fat belly have more chance of heart problems than people without a fat belly, even if they are obese according to BMI. This body shape indicates a sedentary lifestyle, low muscle mass, and eating too many refined carbohydrates.” “The belly is usually the first place we deposit fat, so people classified as overweight BMI but without a fat belly probably have more muscle which is good for health,” he continued. “Muscle is like a metabolic storehouse and helps decrease lipid and sugar levels in the blood.”Participants with a normal BMI and central obesity also had a higher risk of MACE than overweight and obese participants with central obesity. Dr Medina-Inojosa said that overweight and obese people with central obesity might also have more muscle mass which could be protective.
He said: “If you have fat around your belly and it’s greater than the size of your hips, visit your doctor to assess your cardiovascular health and fat distribution. If you have central obesity the target will be waist loss rather than weight loss. Exercise more, decrease sedentary time by taking the stairs or getting off the train one stop early and walking, increase your muscle mass with strength and resistance training, and cut out refined carbohydrates.”Dr Medina-Inojosa said it was important for doctors not to assume that people with a normal BMI are not at risk of heart problems or that their fat distribution is normal. He said: “Our study provides evidence that doctors should also measure central obesity to get a better picture of whether a patient is at risk.”

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Institute of Human Virology (IHV) Will Undertake Largest HIV Survey Ever Conducted in a Single Country

Posted by fidest press agency su domenica, 22 aprile 2018

The Institute of Human Virology (IHV) at the University of Maryland School of Medicine (UMSOM) will lead a $100 million project to measure the reach and impact of HIV programs in Nigeria – the largest population-based HIV survey ever conducted in a single country.“We are pleased that the CDC and the Government of Nigeria entrusted us to lead this critical epidemiological study to better understand the state of Nigeria’s current HIV epidemic,” said the study’s principal investigator, Man E. Charurat, PhD, MHS, Professor of Medicine and Director of the Division of Epidemiology and Prevention at IHV. “We look forward to building upon IHV’s 16-year partnership with Nigeria to measure the impact of PEPFAR’s programs in Nigeria, and to pave the way towards more effective prevention and treatment.” The grant award is the result of a cross-collaboration between IHV’s Division of Epidemiology and Prevention led by Dr. Charurat and IHV’s Center for International Health, Education and Biosecurity led by Deus Bazira, DrPH, MBA, MPH, who is also Assistant Professor of Medicine.The work is funded by the U.S. Centers for Disease Control and Prevention (CDC) through the President’s Emergency Plan for AIDS Relief (PEPFAR), in collaboration with the Government of Nigeria and the Global Fund to Fight AIDS, Tuberculosis and Malaria, to conduct the Nigeria AIDS Indicator and Impact Survey (NAIIS). IHV will lead the effort to measure the impact of HIV programs on the epidemic in Nigeria. The results of the survey will guide a strategy for Nigeria’s HIV prevention and treatment.IHV will lead a consortium that includes ICF International, the Institute of Health Metrics and Evaluation at the University of Washington, and the African Field Epidemiology Network, in collaboration with the Nigerian Federal Ministries of Health and the CDC. The Institute will receive $30 million in the first year of the multi-year award. Gambo G. Aliyu, MBBS, MS, PhD, Project Director and Assistant Professor of Epidemiology and Public Health at IHV, will lead the project on-the-ground in Nigeria.
In the first year, IHV will lead the consortium to survey 88,775 randomly selected households and 168,029 individuals in Nigeria to estimate HIV incidence, prevalence, viral load suppression among adults and children and to determine hepatitis B and C prevalence. The study spans 37 states in Nigeria and includes training more than 2,900 Nigerians. The work will help inform the CDC and the Government of Nigeria on the status of HIV in that country, and allow them to more effectively fight the epidemic.
Since 2004, through PEPFAR funds, the IHV has cared for more than 1.3 million individuals in Botswana, Ethiopia, Guyana, Haiti, Kenya, Nigeria, Rwanda, South Africa, Tanzania, Uganda, and Zambia.

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Faster walking heart patients are hospitalised less

Posted by fidest press agency su sabato, 21 aprile 2018

Ljubljana, Slovenia. Faster walking patients with heart disease are hospitalised less, according to research presented today at EuroPrevent 2018, a European Society of Cardiology congress, and published in the European Journal of Preventive Cardiology.1,2
The three-year study was conducted in 1,078 hypertensive patients, of whom 85% also had coronary heart disease and 15% also had valve disease.Patients were then asked to walk 1 km on a treadmill at what they considered to be a moderate intensity.3 Patients were classified as slow (2.6 km/hour), intermediate (3.9 km/hour) and fast (average 5.1 km/hour). A total of 359 patients were slow walkers, 362 were intermediate and 357 were fast walkers.
The researchers recorded the number of all-cause hospitalisations and length of stay over the next three years. Participants were flagged by the regional Health Service Registry of the Emilia-Romagna Region, which collects data on all-cause hospitalisation.Study author Dr Carlotta Merlo, a researcher at the University of Ferrara, Ferrara, Italy, said: “We did not exclude any causes of death because walking speed has significant consequences for public health. Reduced walking speed is a marker of limited mobility, which is a precursor of disability, disease, and loss of autonomy.” 4,5. During the three year period, 182 of the slow walkers (51%) had at least one hospitalisation, compared to 160 (44%) of the intermediate walkers, and 110 (31%) of the fast walkers.
The slow, intermediate and fast walking groups spent a total of 4,186, 2,240, and 990 days in hospital over the three years, respectively.The average length of hospital stay for each patient was 23, 14, and 9 days for the slow, intermediate and fast walkers, respectively (see figure).
Each 1 km/hour increase in walking speed resulted in a 19% reduction in the likelihood of being hospitalised during the three-year period. Compared to the slow walkers, fast walkers had a 37% lower likelihood of hospitalisation in three years.Dr Merlo said: “The faster the walking speed, the lower the risk of hospitalisation and the shorter the length of hospital stay. Since reduced walking speed is a marker of limited mobility, which has been linked to decreased physical activity,4 we assume that fast walkers in the study are also fast walkers in real life.”
She continued: “Walking is the most popular type of exercise in adults. It is free, does not require special training, and can be done almost anywhere. Even short, but regular, walks have substantial health benefits. Our study shows that the benefits are even greater when the pace of walking is increased.”

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Exercise after a heart attack. It could save your life

Posted by fidest press agency su sabato, 21 aprile 2018

Ljubljana, Slovenia Becoming more physically active after a heart attack reduces the risk of death, according to research presented today at EuroPrevent 2018, a European Society of Cardiology congress.1 The study, which followed more than 22,000 patients, found that those who became more physically active after a heart attack halved the risk of death within four years.
“It is well known that physically active people are less likely to have a heart attack and more likely to live longer,” said lead author Dr Örjan Ekblom, associate professor, Swedish School of Sport and Health Sciences, GIH, Stockholm, Sweden. “However, we did not know the impact of exercise on people after a heart attack.” This study, which was a collaboration between the GIH and Centre for Health and Performance at Gothenburg University, Sweden, assessed the association between physical activity and survival after a heart attack. The study included 22,227 patients in Sweden who had a myocardial infarction between 2005 and 2013. Data was obtained from the RIKS-HIA registry, SEPHIA registry, and Swedish Census registry.Levels of physical activity were reported 6–10 weeks and 12 months after the heart attack. The difference between answers was considered a change in physical activity over the year following the heart attack.
On both occasions, patients were asked how many times they had exercised for 30 minutes or longer during the previous seven days. Patients were categorised as constantly inactive, reduced activity, increased activity, or constantly active.A total of 1,087 patients died during an average follow-up of 4.2 years. The researchers analysed the association between the four categories of physical activity and death, after adjusting for age, sex, smoking, and clinical factors. Compared to patients who were constantly inactive, the risk of death was 37%, 51%, and 59% lower in patients in the categories of reduced activity, increased activity, or constantly active, respectively.Dr Ekblom said: “Our study shows that patients can reduce their risk of death by becoming physically active after a heart attack. Patients who reported being physically active 6 to 10 weeks after the heart attack but became inactive afterwards seem to have a carry-over benefit. But of course the benefits for active people are even greater if they remain physically active.”Dr Ekblom said the study provided additional evidence for healthcare professionals and policy makers to systematically promote physical activity in heart attack patients. He said: “Exercising twice or more a week should be automatically advocated for heart attack patients in the same way that they receive advice to stop smoking, improve diet, and reduce stress.”“Our study shows that this advice applies to all heart attack patients,” he continued. “Exercise reduced the risk of death in patients with large and small myocardial infarctions, and for smokers and non-smokers, for example.” Dr Ekblom said the study did not investigate what type of exercise patients undertook. “More research is needed to find out if there is any type of activity that is especially beneficial after a heart attack,” he noted, “Should patients do resistance exercise, aerobic training, or a combination, for example? Is walking sufficient or do patients need more vigorous exercise which makes them short of breath? Answering these questions will help us to give more specific advice.”

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Collaborazione strategica per lo sviluppo di test diagnostici in vitro

Posted by fidest press agency su sabato, 21 aprile 2018

(NEW YORK e SAN DIEGO) – Bristol-Myers Squibb Company (NYSE: BMY) e Illumina, Inc. (NASDAQ: ILMN) hanno annunciato una collaborazione che utilizzerà la tecnologia di sequenziamento di nuova generazione (Next-Generation Sequencing, NGS) di Illumina per sviluppare e commercializzare a livello mondiale test diagnostici in vitro (IVD) a supporto dei farmaci oncologici di Bristol-Myers Squibb. Le aziende prevedono di sviluppare una versione diagnostica del test TruSight Oncology 500 di Illumina per misurare i biomarcatori genomici potenzialmente predittivi, tra cui il carico mutazionale del tumore (TMB). Il test TruSight Oncology 500 di Illumina è in fase di sviluppo per rilevare la maggior parte dei biomarcatori noti per avere un ruolo nei confronti delle terapie oncologiche, tra cui il TMB e l’Instabilità Microsatellitare relativamente all’immunoterapia. “Attraverso la nostra profonda conoscenza della biologia del cancro e delle aree di ricerca emergenti, riteniamo sia importante per i medici conoscere le caratteristiche biomolecolari di ciascun paziente al fine di contrastare il cancro in un modo più personalizzato”, ha detto Saurabh Saha, MD, Ph.D., Senior Vice President, Global Head of Translational Medicine, Bristol-Myers Squibb. “Siamo entusiasti di collaborare con Illumina per perseguire lo sviluppo di test diagnostici che possono contribuire a prevedere quali pazienti potranno potenzialmente beneficiare delle nostre immunoterapie”. “L’identificazione di biomarcatori per l’impiego di terapie mirate si sta rivelando una componente essenziale nel percorso di malattia di un paziente oncologico, dalla scelta del trattamento al monitoraggio della risposta consentendo ai medici di seguire l’evoluzione del tumore del paziente nel tempo”, ha detto Garret Hampton, Ph.D., Executive Vice President of Clinical Genomics di Illumina. “I test di sequenziamento di nuova generazione, come una versione Companion Diagnostic (CDx) di TruSight Oncology 500, sono ideali per completare l’iter diagnostico di un paziente con cancro. In considerazione della posizione di leadership di BMS nello sviluppo dell’immunoterapia, vediamo come estremamente promettente questa partnership per sviluppare insieme una nuova generazione di test diagnostici basati sul sequenziamento, in grado di identificare combinazioni terapeutiche efficaci e rendere questi farmaci mirati accessibili a livello mondiale”. L’immunoterapia nel cancro agisce aiutando il sistema immunitario a sviluppare una risposta antitumorale, un processo che dipende in parte dal riconoscimento di proteine esclusive del cancro, note come neo-antigeni. Il programma di sviluppo di Bristol-Myers Squibb comprende 24 molecole in fase di sviluppo clinico progettate per avere come bersaglio diversi pathways del sistema immunitario in più di 50 tipi di tumori; inoltre, grazie alle competenze nell’ambito della ricerca traslazionale, sono stati identificati diversi biomarcatori potenzialmente predittivi, tra cui PD-L1, TMB, MSI-H / dMMR e LAG-3.

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Alleanza digitale per la cura del diabete

Posted by fidest press agency su sabato, 21 aprile 2018

La “potenza è nulla senza controllo” recitava una famosa pubblicità sul finire degli anni ’90 e questo concetto potrebbe oggi essere traslato alla malattia diabetica. Il diabete, infatti, a fronte della sua espansione in tutto il mondo, è al centro dell’attenzione dei ricercatori che studiano e mettono a punto farmaci e dispositivi tecnologici sempre più raffinati e potenti. Nonostante tutto ciò, il principale problema che diabetologi e persone con diabete devono affrontare ogni giorno è sempre lo stesso: il controllo metabolico della malattia ossia il mantenimento dei livelli di vari parametri nella norma.
Secondo lo studio GUIDANCE, un’indagine compiuta in otto Paesi europei, tra cui l’Italia, per determinare il grado di adesione alle raccomandazioni delle linee guida per il trattamento del diabete di tipo 2 e valutare i risultati di cura ottenuti, la gestione del diabete evidenzia alcuni dati preoccupanti. Il livello dei processi di cura è incoraggiante – dicono gli autori – meno, tuttavia, lo sono i risultati che si conseguono. Infatti, solo 1 persona con diabete su 2 (esattamente il 53,6 per cento del campione esaminato) raggiunge valori di emoglobina glicata (HbA1c) inferiori al 7 per cento, considerato la soglia di buon controllo, e solo il 6,5 per cento delle persone ottiene contemporaneamente i target di cura per HbA1c, pressione arteriosa e colesterolo LDL, due tra le condizioni più frequentemente associate al diabete di tipo 2.
Uno studio pubblicato dal Gruppo Annali AMD su Diabetic Medicine[2], infatti, ha mostrato, che i centri diabetologici che avevano raccolto e valutato i dati di processo (ossia le visite e i diversi esami effettuati) e clinici (cioè i risultati ottenuti), su un arco temporale di 4 anni e su una media di 100 mila persone con diabete tipo 2 curate annualmente, ottenevano un aumento del 6 per cento del numero di assistiti con target di HbA1c inferiore a 7 per cento, ma ottenevano anche buoni risultati nel controllo del colesterolo LDL (+10 per cento) e della pressione arteriosa (+ 6,4 per cento). Risultati statisticamente superiori a quelli riscontrati nei centri che avevano iniziato la raccolta dei dati solo negli ultimi 12 mesi, impiegati come termine di paragone.
Ma i vantaggi della digitalizzazione in sanità non sono solo di ordine clinico o organizzativo, come emerge chiaramente dalle autorevoli parole di Roberto Viola, connazionale che guida la Direzione generale per la comunicazione digitale e le tecnologie della Commissione europea. Viola ha recentemente sottolineato come la digitalizzazione in sanità comporterebbe per il nostro Paese un risparmio di circa il 20 per cento della spesa sanitaria nazionale ossia più o meno 20 miliardi di euro l’anno.Anche questo aspetto è stato valutato nel nostro Paese, con riferimento alle cure diabetologiche erogate. Sempre nell’ambito del progetto Annali AMD, e sempre su Diabetic Medicine, è stato pubblicato un secondo studio che ha dimostrato come l’estensione della metodologia di raccolta e analisi del dato, applicata nei centri che utilizzano la cartella clinica diabetologica digitale, a tutti i centri di diabetologia italiani comporterebbe un risparmio, per le casse del Sistema sanitario nazionale, calcolato in circa 1,5 miliardi di euro in 5 anni, e una proiezione di oltre 18 miliardi in 50 anni. Risparmi, spiegano gli autori, legati ai minori costi associati alle complicanze a lungo termine del diabete, che si registrano per ogni categoria di complicanza, ma in misura particolare per quelle renali.Questo risparmio, se investito nuovamente nei centri, porterebbe a un miglioramento organizzativo, migliore efficienza, maggiore qualità nella gestione del diabete, utilizzo più appropriato delle informazioni, minore dispendio di tempo per attività amministrative e di conseguenza libererebbe tempo prezioso che oggi manca, da dedicare all’ascolto dei propri pazienti. Infatti, solo con una maggiore attenzione, personalizzata alle esigenze dei pazienti, si potrà ottenere un significativo miglioramento nella gestione complessiva del diabete e delle sue conseguenze.

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