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Archive for the ‘Medicina/Medicine/Health/Science’ Category

Medicine – Health – Science

Tumore del polmone e la proteina hMENA

Posted by fidest press agency su domenica, 22 luglio 2018

Nel tumore del polmone la proteina hMENA può esistere in due varianti: una svolge un’azione anti-invasiva, l’altra al contrario favorisce la progressione del tumore. In questo secondo caso la chirurgia può non essere risolutiva e la cura richiede nuovi trattamenti per limitare la diffusione delle metastasi.I risultati di questo studio sono stati pubblicati sulla rivista Oncogene a firma di Francesca Di Modugno e del team di ricerca coordinato da Paola Nisticò della Unità di Immunologia dei Tumori e Immunoterapia dell’Istituto Regina Elena. I ricercatori hanno individuato un meccanismo con cui due varianti di hMENA, , svolgono rispettivamente un’azione anti-invasiva e una invece pro-invasiva in cellule tumorali del polmone. La proteina hMENA regola l’espressione e l’attivazione di un particolare recettore, l’integrina β1 che, quando presente favorisce la formazione di metastasi in diversi tipi di tumore.Una cellula tumorale interagisce con l’ambiente che la circonda e in particolare la matrice extracellulare, un’intricata rete di macromolecole in cui le cellule di un tessuto sono immerse, grazie alle integrine. “Il ruolo delle varianti di hMENA è di rilevanza clinica e traslazionale – spiega Francesca Di Modugno – dato il coinvolgimento dell’integrina β1 nella resistenza a diverse terapie anti-neoplastiche. Inoltre le due forme di hMENA influenzano in modo opposto la composizione della matrice extracellulare.” Grazie alla collaborazione tra clinici e ricercatori, punto di forza di un Istituto di ricovero e cura e carattere scientifico (IRCCS), e alla sinergia tra la Chirurgia toracica e l’Anatomia Patologica, i ricercatori hanno potuto individuare in laboratorio un sottogruppo di tumori del polmone che oltre a esprimere la variante anti-invasiva, presentano un’ambiente circostante povero di una proteina della matrice extracellulare (fibronectina), che attiva l’integrina β1. I pazienti con questo tipo di tumore sembrano avere una prognosi migliore. Viceversa i pazienti con neoplasia negativa per l’espressione di tale variante e il cui ambiente extracellulare è ricco di fibronectina, sembrano essere a maggiore rischio di ricaduta e per questo potrebbero essere candidati a una terapia post-chirurgica mirata.Lo studio, che richiederà una validazione in studi clinici più estesi, è stato sostenuto da AIRC – Associazione italiana per la ricerca sul cancro.Il numero di nuovi casi di tumore del polmone stimati nel 2017 è di circa 28.200 per i maschi e circa 13.600 per le femmine. Questo tipo di tumore continua a essere la prima causa di morte oncologica nella popolazione (19%) e risulta essere anche la prima causa di morte fra gli uomini (26%, dati AIRTUM), nonostante i grandi progressi degli ultimi anni nella diagnosi precoce, nelle terapie innovative incluse quelle che coinvolgono il sistema immunitario. La chirurgia radicale, quando è applicabile, è insufficiente alla guarigione dei pazienti in stadio iniziale di malattia a causa delle capacità metastatiche delle cellule tumorali. Comprendere i meccanismi delle metastasi è uno degli obiettivi più importanti della ricerca sul cancro. Le cellule tumorali per metastatizzare devono staccarsi dalla massa del tumore primitivo, invadere l’ambiente circostante e nuovi tessuti, modificando il proprio citoscheletro, quel complesso di filamenti proteici che costituiscono l’impalcatura che controlla la forma e la funzione delle cellule. Alcuni anni fa il gruppo di ricerca del Regina Elena, coordinato da Paola Nisticò, aveva dimostrato che il regolatore del citoscheletro hMENA produce diverse forme proteiche durante la progressione tumorale, utilizzando un meccanismo biologico chiamato “splicing alternativo”. Nei nuovi risultati pubblicati sulla rivista Oncogene, la ricercatrice Francesca Di Modugno ha individuato un meccanismo attraverso cui le due varianti di hMENA svolgono funzioni opposte. “Lo studio testimonia il continuo interesse dell’Istituto – sottolinea Gennaro Ciliberto, direttore scientifico dell’ Istituto Regina Elena – ad individuare biomarcatori che segnalano la capacità del tumore a progredire, e a mettere a punto nuovi strumenti diagnostici che possono essere di utilità clinica per i nostri pazienti”.

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Aderenza alle terapie: un elemento fondamentale per migliorare la tutela della salute

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 luglio 2018

“La presentazione della “Raccomandazione civica per l’aderenza terapeutica” da parte di Cittadinanzattiva è un passo importante nella direzione di un nuovo modello di tutela della salute, impostato sull’assistenza territoriale e la collaborazione interprofessionale, che da sempre perseguiamo” dice il Presidente della Federazione Ordini dei Farmacisti Italiani, Andrea Mandelli, intervenuto oggi alla presentazione dell’iniziativa, alla quale la Federazione ha collaborato. “E’ ormai un dato riconosciuto da tutta la comunità scientifica che la non aderenza alle terapie produce un guasto gravissimo sia sul piano clinico sia sul piano economico-sanitario. E’ evidente che il cattivo controllo delle malattie croniche è all’origine di complicanze ed eventi acuti che comportano ricoveri ospedalieri e prestazioni diagnostiche: insomma sofferenze per il paziente e costi evitabili per la collettività” prosegue Mandelli. “Da tempo in tutto l’Occidente industrializzato il farmacista è coinvolto direttamente nel supporto all’aderenza alla terapia con risultati positivi supportati da una cospicua letteratura scientifica. In Italia la Federazione persegue questo obiettivo da tempo anche attraverso sperimentazioni scientifiche – il Progetto I-MUR – che hanno dimostrato non solo l’efficacia del supporto che il farmacista offre al paziente nell’uso corretto del farmaco e nel rispetto della terapia prescritta, ma anche il gradimento del paziente italiano per questa forma di assistenza. Oggi siamo alla vigilia dell’implementazione di questa prestazione nell’ambito della farmacia dei servizi, grazie a un finanziamento previsto dall’ultima Legge di Bilancio, e le indicazioni e le evidenze fornite da questa iniziativa di Cittadinanzattiva sono senz’altro un ulteriore, importantissimo stimolo”.

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Sette pazienti su dieci colpiti da tumori gastrointestinali

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 luglio 2018

Presentano una particolare alterazione genetica, la fusione di geni NTRK (neurotrophic tropomyosin receptor kinase) rispondono al trattamento con larotrectinib di Bayer. I risultati di un’analisi per sottogruppi su una coorte di pazienti affetti da tumori gastrointestinali hanno infatti dimostrato che il trattamento con larotrectinib ha portato a un tasso di risposta globale del 67% in pazienti con neoplasie maligne gastrointestinali localmente avanzate o metastatiche che presentano fusioni geniche di NTRK. Le risposte sono state rapide e durature, con un tempo massimo alla prima risposta inferiore a due mesi e con una durata della risposta compresa tra 3,5 mesi e quasi 2 anni. I dati sono stati presentati al 20° Congresso mondiale dell’ESMO sui tumori gastrointestinali (World Congress on Gastrointestinal Cancer, WCGIC) che si è svolto recentemente a Barcellona. “I risultati rinforzano ulteriormente il fatto che larotrectinib sia efficace e ben tollerato nei pazienti affetti da vari tipi di tumori gastrointestinali determinati da una sovraespressione delle proteine di fusione TRK”, ha dichiarato Michael Nathenson, autore principale dello studio. “I benefici osservati”, prosegue Nathenson, “convalidano l’importanza dell’analisi dei biomarcatori per le fusioni geniche di NTRK. Nel nostro ruolo di medici, risulta fondamentale cercare dei biomarcatori in diversi tipi di tumore, per trovare il trattamento giusto per il paziente giusto”. A luglio 2017, 55 pazienti con 17 tipi diversi di tumore sono stati inclusi nell’analisi agregata dello studio, rappresentando la popolazione per l’analisi di sicurezza. I 12 pazienti individuati nella sub-analisi dei tumori gastrointestinali erano di età compresa fra 32 e 74 anni: quattro pazienti con tumore del colon-retto, tre con tumore stromale gastrointestinale (GIST), due con colangiocarcinoma, uno con adenocarcinoma dell’appendice, uno con adenocarcinoma del pancreas e uno con adenocarcinoma dei tessuti molli perirettali. All’interno di questo gruppo, otto pazienti hanno presentato una risposta obiettiva, di cui sette risposte parziali e una risposta completa. Un paziente ha avuto una progressione di malattia, mentre la stabilità di malattia ha costituito la migliore risposta in tre pazienti. La durata della risposta è stata compresa fra 3,5 mesi (nel paziente con adenocarcinoma del pancreas) e 22,9 mesi (in corso; in un paziente con GIST). Larotrectinib è stato ben tollerato e la maggior parte degli eventi avversi tra tutti i partecipanti dello studio è stata di grado 1 o 2. Nessun paziente ha interrotto larotrectinib a causa di un evento avverso correlato al farmaco. “Ci troviamo a un punto di svolta critico nel trattamento oncologico. L’attenzione si è spostata infatti dalla sede anatomica del tumore alla struttura genomica che determina la malattia del paziente”, ha affermato il dottor Marius Moscovici, responsabile Medical Affairs Oncology di Bayer in Italia. “Questo dato conferma nuovamente il potenziale clinico di larotrectinib. Le ricerche in corso sono fondamentali per trovare trattamenti ottimali quando le opzioni sono limitate o assenti”.
Bayer sviluppa un portafoglio di trattamenti innovativi, tra cui farmaci in ambito oncologico che includono vari prodotti e diversi altri composti in varie fasi di sviluppo clinico. Insieme, questi prodotti riflettono l’approccio dell’azienda alla ricerca, focalizzata su bersagli e processi cellulari con il potenziale di influenzare il trattamento dei tumori.

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Lazio: Il sistema sanitario è ancora in tilt con le liste d’attesa

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 luglio 2018

Lunghe liste d’attesa e centralini che rimandano all’anno prossimo per una Tac. Nonostante i dati pubblicati sul sistema di rendicontazione avanzato secondo classi di priorità abbiano fatto della Regione Lazio una tra le poche che, insieme a Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Valle d’Aosta e Provincia autonoma di Bolzano, si possano definire “trasparenti” per aver pubblicato sui rispettivi siti i dati sulle liste d’attesa, non risulta ancora chiaro ai cittadini il numero di giorni da attendere per una visita medica.La Regione Lazio, infatti, ha predisposto un sistema di rilevazione dei tempi di attesa (TDA) che monitora ogni settimana le visite e gli esami diagnostici. I dati riportati si riferiscono alle prime visite e agli esami strumentali, diviso per classe di priorità: urgente, breve e differibile.
Per ogni prestazione viene indicata la percentuale di prenotazioni effettuate con tempo di attesa entro gli standard regionali. Il colore verde indica il rispetto dei tempi per almeno il 90% del totale delle prenotazioni; il colore giallo indica che le prenotazioni entro lo standard sono comprese tra 50-89%; il colore rosso indica che le prenotazioni entro lo standard sono minori del 50% sul totale delle prenotazioni per il periodo selezionato. Vengono presentate le ultime tre rilevazioni settimanali, con possibilità di visualizzarne un numero massimo di cinque. Nella settimana dal 9 al 15 Luglio solo tre prestazioni risultano in verde, e quindi entro gli standard regionali: le visite per chirurgia vascolare, visite ginecologiche e otorinolaringoiatrica.In seguito al Piano nazionale di governo delle liste d’attesa (Pngla) 2010-2012, approvato con l’Intesa Stato-Regioni del 28 ottobre 2010, sono state stabilite un numero di 58 prestazioni tra visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici per cui Asl ed ospedali devono indicare i tempi massimi di attesa.Alle Regioni e Province autonome spettava di pubblicare il loro Piano regionale di governo delle liste d’attesa ed, entro 60 giorni, ogni Azienda sanitaria era tenuta ad adottare il proprio programma attuativo, garantendone adeguata diffusione ai cittadini. Ma a ben vedere dai risultati preliminari dello studio Gimbe la trasparenza sui tempi di attesa, di fatto prevista per legge, rimane in larga parte disattesa da Regioni e Province autonome. Accanto ad alcuni sistemi avanzati di rendicontazione che permettono di conoscere in tempo reale i tempi per ciascuna prestazione in tutte le aziende sanitarie, vi sono persino Regioni che non rendono disponibile alcun dato.Protestano i tanti pazienti che si lamentano di fare telefonate a vuoto al numero verde del Recup. Il centralino regionale per le prenotazioni degli appuntamenti sanitari è in difficoltà nel fissare nuove date in agenda, soprattutto per quanto riguarda le prestazioni cosiddette “differibili”, ossia non urgenti, anche se altrettanto importanti, soprattutto per la prevenzione.“La salute dei cittadini non può attendere e per questo la Regione si deve attivare al più presto con un programma effettivo al fine di risolvere gravoso problema delle liste d‘attesa – afferma il Segretario Nazionale di CODICI Ivano Giacomelli – Ci sono esami, come le tac, che sono indispensabili nella prevenzione e devono essere garantiti dal sistema sanitario nazionale, come il diritto alla salute e alle cure”, conclude Giacomelli.

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Interventi chirurgici alle valvole cardiache nei pazienti molto anziani e a rischio elevato

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 luglio 2018

Brescia. E’ aumentato di 9 volte il numero di pazienti cardiopatici con più di 80 anni che si rivolge a Fondazione Poliambulanza per interventi chirurgici alle valvole cardiache. Nell’Istituto Ospedaliero bresciano oltre il 20% dei pazienti operati al cuore è costituito da ultraottantenni: erano solo il 2% del 1997 (+775%). L’incremento è reso possibile dall’assoluto livello di eccellenza del dipartimento cardiovascolare della struttura sanitaria. A conferma della qualità dell’assistenza ci sono i dati ufficiali Agenas: l’ente di monitoraggio del servizio sanitario nazionale. Gli interventi di plastica riparativa o di sostituzione di valvole cardiache hanno, in Poliambulanza, un rischio di mortalità a 30 giorni dello 0,3%, contro il 2,7% a livello nazionale. E’ quanto annunciano con orgoglio gli specialisti di Poliambulanza, ospedale divenuto punto di riferimento nazionale per i pazienti oltre i 65 anni che in Italia, nel 10% dei casi, presenta malattia della valvola aortica o mitralica.“La nostra cardiochirurgia è sicuramente tra le migliori – osserva il prof. Giovanni Troise, Direttore dell’Unità Operativa di Cardiochirurgia di Fondazione Poliambulanza -. Riusciamo, infatti, a garantire a tutti i pazienti l’uso di tecniche d’avanguardia che consentono di operare in massima sicurezza anche gli ultraottantenni. I tempi di recupero post-intervento sono ridotti e le percentuali di successo delle operazioni in costante aumento. Il segreto del successo è nell’impiego sempre più diffuso delle nuove tecnologie e nella capacità di lavorare in team.” Proprio con questa finalità, il prof. Troise è stato promotore della costituzione del GTTV (Gruppo di lavoro per il Trattamento Transcatetere delle Valvulopatie), un “heart team” costituito da vari professionisti (cardiologi, cardiochirurghi, cardiorianimatori) che settimanalmente si riuniscono per discutere i casi di pazienti più complessi, per età e patologie associate, identificando la strategia terapeutica più idonea. La chirurgia delle valvole aortica e mitralica può essere effettuata con modalità operatorie convenzionali, ma con approcci meno invasivi (incisione di 6-7 centimetri invece dei 20 canonici della chirurgia tradizionale). Vengono in aiuto a questo scopo, nuove tecnologie come ad esempio le protesi aortiche “sutureless” (senza suture), che permettono una riduzione significativa dei tempi operatori. “In presenza di rischi operatori più elevati pratichiamo procedure alternative alla chirurgia convenzionale – aggiunge il prof. Giovanni Troise -. Per la stenosi aortica dell’anziano esiste la TAVI (Transcatheter Aortic Valve Implantation), con cui è possibile impiantare una protesi aortica biologica accedendo da un’arteria periferica (anche a paziente sveglio) o da un piccolo taglio laterale del torace. Per l’insufficienza mitralica, abbiamo a disposizione procedure come la “Mitraclip” (correzione con approccio dalla regione inquinale) o le “Neochord” (impianto di corde artificiali di goretex dall’apice cardiaco, a cuore battente). Bisogna precisare che, quando fattibile, la chirurgia convenzionale è quella che garantisce ancora oggi i migliori risultati ma, a beneficiare di queste nuove tecniche meno mininvasive, sono proprio quei pazienti che, per età avanzata e condizioni generali molto compromesse, presentano un profilo di rischio chirurgico particolarmente elevato. Il caso più eclatante è quello di un paziente di 94 anni in buona forma psico-fisica, che era già stato operato d’urgenza al cuore nel 2011 per una grave malattia alle coronarie e che abbiamo rioperato con successo per una stenosi aortica severa”.

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Indagine Philips: italiani e rapporto tra sonno e tecnologia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 luglio 2018

Un sonno di qualità impatta positivamente sulla salute e la vita di tutti i giorni, dormire bene è il metodo migliore per riposarsi e recuperare le energie: questo è il pensiero del 91% degli intervistati nell’indagine commissionata da Philips, azienda leader nel settore dell’Health Technology, alla società di ricerca Strive Insight sul rapporto tra utilizzo della tecnologia e qualità del sonno.
In una società sempre più digitalizzata e connessa ovunque e in qualsiasi momento, la tecnologia è diventata sempre più “invasiva”: la media giornaliera di utilizzo di dispositivi digitali si attesta attorno alle 7 ore durante i giorni lavorativi e quasi 6 ore durante il weekend. Utilizzo che, per il 73% degli intervistati, risulta intenso anche nelle ore antecedenti il riposo notturno. La tecnologia connettiva, spesso “ipnotica”, che crea dipendenza sempre più spesso sostituisce oggi i rituali pre-sonno andando così ad impattare sul nostro riposo.In particolare, l’attività digitale degli italiani prima di cadere fra le braccia di Morfeo è caratterizzata da una componente sociale: i passatempi più diffusi sono infatti i social network e le chat seguiti dalla lettura delle email. Nonostante gli italiani riconoscano l’importanza del riposo notturno conservano cattive abitudini legate all’utilizzo dei dispositivi tecnologici: il 52% degli intervistati tiene regolarmente il proprio smartphone sul comodino accanto al letto e il 40% lascia il telefono sempre acceso anche durante la notte. Abitudini digitali scorrette possono rivelarsi dannose e favorire l’insorgere di disturbi del sonno: solo il 6% degli intervistati dichiara di non svegliarsi mai durante la notte. La maggior parte degli italiani intervistati da Philips non ha un sonno continuo e ha frequenti risvegli notturni. Il 18% degli italiani, inoltre, afferma che è capitato di essere svegliato perché disturbato da segnali sonori emessi dal device tecnologico. Inoltre, 1 italiano su 4 confessa di controllare il proprio smartphone durante i risvegli notturni.“L’indagine rivela una consapevolezza diffusa riguardo l’importanza del riposo notturno così come in merito alla correlazione tra disturbi del sonno e utilizzo di dispositivi tecnologici prima di andare a letto; nonostante ciò gli italiani faticano ad abbandonare certe cattive abitudini. Philips, leader mondiale nella ricerca di soluzioni dedicate alla terapia del sonno ha una lunga storia di innovazione proprio per aiutare le persone a dormire meglio e a curare alcune patologie del sonno come le apnee notturne ancora troppo sottovalutate dalla popolazione, ma che se trascurate possono portare a conseguenze anche gravi.” dichiara Gianluigi Redolfini, Health Systems Marketing Leader – Philips Italy, Israel & Greece.Tra i disturbi del sonno più diffusi il 31% afferma di avere un sonno irrequieto e risvegli frequenti, di questi il 66% dichiara di soffrire di apnee notturne e il 33% di conoscere questa patologia. Il 24% invece dichiara di avere difficoltà ad addormentarsi e il 15% di soffrire di insonnia.I sintomi più dichiarati legati ai disturbi del sonno sono: stanchezza durante il giorno (il 55%), stanchezza al risveglio (il 48%), occhi stanchi al risveglio (il 35%), difficoltà di concentrazione (il 28%) e irritabilità (il 27%). Meno di un terzo del campione (il 28%) che ha dichiarato di soffrire di disturbi del sonno si è rivolto ad un medico per avere un consulto. I consigli più diffusi tra coloro che hanno interpellato un camice bianco sono: alimentazione serale leggera (il 40%), attività fisica durante il giorno (39%) e la riduzione dell’utilizzo di dispositivi tecnologici prima di addormentarsi (il 37%).

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Ridurre il numero degli ictus in Europa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 luglio 2018

Prevenzione primaria, organizzazione dei servizi dell’ictus, gestione dell’ictus acuto, prevenzione secondaria con follow up organizzato, riabilitazione, valutazione degli esiti e della qualità dei servizi, la vita dopo l’ictus: questi i 7 campi che sono stati individuati dall’European Stroke Organization (ESO) e che sono stati inseriti nel Piano di Azione per l’Ictus in Europa 2018-2030.La Conferenza dell’ESO, presieduta dalla Professoressa Valeria Caso, neurologa presso la Stroke Unit dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia e Presidente uscente della Società Scientifica Europea ha visto la partecipazione di oltre 4.500 tra medici ed infermieri provenienti da più di 85 Paesi di tutti i continenti.Obiettivi ambiziosi del Piano di Azione, comuni a tutti i campi individuati, sono la riduzione del numero assoluto degli ictus in Europa di ben il 10%, il trattamento di almeno il 90% dei pazienti colpiti da ictus in Europa in una Unità Neurovascolare (Stroke Unit) come primo livello di cura, la creazione di piani nazionali specifici che comprendano tutto il percorso che va dalla prevenzione primaria fino alla vita dopo l’ictus e, infine, l’implementazione di strategie nazionali che promuovano e facilitino uno stile di vita sano e, nello stesso tempo, riducano i fattori ambientali, socio-economici ed educativi che aumentano il rischio di incorrere nella patologia.
7 i campi d’azione su cui lavorare al piano di implementazione che include uno studio epidemiologico dell’impatto dell’ictus in Europa e prevede, oltre al coinvolgimento delle società scientifiche, anche quello delle associazioni dei pazienti presenti in ciascuna delle nazioni che fanno parte della Stroke Alliance for Europe SAFE, con attivazione di registri di qualità ed inclusione degli organi governativi:
1. Prevenzione primaria
2. Organizzazione dei servizi dell’ictus
3. Gestione dell’ictus acuto
4. Prevenzione secondaria e follow-up organizzato
5. Riabilitazione
6. Valutazione degli esiti e della qualità dei servizi
7. La vita dopo l’ictus.
C’è inoltre da osservare che il peso economico e sociale complessivo dell’ictus cerebrale aumenterà drammaticamente nei prossimi 20 anni a causa dell’invecchiamento della popolazione. Gli organi decisionali in Europa dovranno quindi individuare il modo migliore per combatterlo e rendere più facile la vita per coloro che sopravvivono e per le loro famiglie.I dati raccolti nello studio Burden of Stroke – Impatto dell’Ictus in Europa (pubblicato nell’ottobre del 2017, con traduzione in lingua italiana a cura dell’associazione) indicano che entro il 2035 si verificherà complessivamente un aumento pari al 34% del numero totale degli eventi cerebrovascolari acuti nell’Unione Europea, passando dai 613.148 casi verificatisi nel 2015 agli 819.771 previsti nel 2035. Aumenterà anche il numero delle persone che dovrà convivere con le conseguenze di una patologia che diventa cronica: si passerà dai 3.718.785 del 2015 ai ben 4.631.050 previsti per il 2035, con un incremento del 25% pari circa a 1 milione di persone in Europa.Il costo totale dell’ictus in Europa è stimato nel 2015 in 45 bilioni di euro ed è destinato ad aumentare, includendo sia i costi derivanti dall’assistenza sanitaria sia quelli indiretti a carico delle famiglie e delle società intera. È dunque fondamentale che nella pianificazione di queste strategie comuni contro l’ictus in Europa siano coinvolti, oltre ad i rappresentanti di tutte le professioni che seguono il percorso di cura dei pazienti, anche i caregiver, le persone che sono state colpite da ictus e le associazioni di volontariato di ciascun paese.
L’ictus cerebrale è una patologia grave e disabilitante che, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Circa 150.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 800.000, ma il fenomeno è in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione sia perché tra i giovani è in aumento l’abuso di alcool e droghe.

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Corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 luglio 2018

E’ stato ppena pubblicato su Nutrients un documento di consenso per il corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D, messo a punto da un gruppo di esperti AME, Associazione Medici Endocrinologi.“La pubblicazione si pone come riferimento per la comunità scientifica che si confronta su questa condizione piuttosto frequente persino nel nostro Paese considerato il Paese del Sole”, introduce Vincenzo Toscano, Presidente AME. “Negli ultimi anni la Vitamina D è stata al centro dell’attenzione e come endocrinologi sentivamo l’esigenza di trovare risposta a domande quali: la vitamina D è realmente una panacea? Protegge dal diabete e dal cancro? I medici devono focalizzare in maniera importante la loro attenzione sui livelli circolanti in tutta la popolazione? I preparati di Vitamina D sono tutti uguali? Il medico può scegliere qualsiasi preparato di Vitamina D e somministrarlo in maniera equivalente?L’Associazione Medici Endocrinologi attraverso i suoi esperti ha fatto chiarezza su questi argomenti pubblicando linee guida ad hoc evidenziando quanto è riportato in letteratura nell’ottica metodologica della Medicina basata sulle evidenze che ha sempre caratterizzato l’attività dell’AME”.
La Vitamina D svolge funzioni importanti per la salute delle ossa aiutando l’organismo ad assorbire il calcio, uno dei principali costituenti del nostro scheletro e prevenendo l’insorgenza di malattie ossee, come l’osteoporosi o il rachitismo. L’eventuale carenza di Vitamina D viene valutata attraverso un dosaggio nel sangue, che viene così interpretato, con qualche variazione secondo i diversi laboratori e soprattutto secondo i dettami delle differenti società mediche: carenza <10 ng/mL; insufficienza: 10 – 30 ng/mL; sufficienza: 30 – 100 ng/mL; tossicità: >100 ng/mL.“I valori di Vitamina D”, spiega Roberto Cesareo, endocrinologo, Ospedale S.M. Goretti, Latina e primo firmatario del lavoro, “attualmente adottati, prevedono quindi che i soggetti con un valore inferiore a 30 ng/dl possano essere dichiarati affetti da insufficienza di Vitamina D. A nostro avviso, tale limite andrebbe rivalutato in quanto troppo alto, soprattutto in assenza di forti evidenze scientifiche. L’adozione di tali livelli costituisce uno dei motivi per cui si finisce per dichiarare “carenti di Vitamina D” tanti soggetti che poi probabilmente non lo sono. Nella consensus abbiamo ritenuto più opportuno definire ridotti i valori di Vitamina D quando essi sono chiaramente al di sotto di 20 ng/dl. Sembra apparentemente una banalità tale differenza, ma una buona parte dei soggetti dichiarati “carenti di Vitamina D” cadono proprio in questa forbice che va tra i 20 ed i 30 ng/dl comportando così, come poi effettivamente si sta verificando, una incongrua prescrizione di tale molecola. Al contrario soggetti osteoporotici o pazienti che assumono già farmaci per la cura dell’osteoporosi o altre categorie di soggetti significativamente più a rischio di carenza di vitamina D è corretto, a nostro giudizio, che abbiano valori di Vitamina D superiore al limite di 30 ng/dl e quindi vanno trattati”.
“Abbiamo poi cercato di chiarire”, prosegue l’esperto, “che, al momento, nonostante ci sia una serie incontrovertibile di dati che associano la carenza di Vitamina D ad altre malattie che non sono solo l’osteomalacia e l’osteoporosi (vedi diabete mellito, alcune sindromi neurologiche, alcuni tipi di tumori), non è dato sapere quali siano i dosaggi corretti di Vitamina D che possano essere utili per ridurre l’incidenza di queste patologie correlate. Riteniamo che sia giusto riportare questo dato in quanto far passare il messaggio che la Vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici”.
È bene sapere che la luce solare anche nel nostro paese “definito il paese del sole” per lunghi periodi dell’anno (autunno-inverno) non contiene una radiazione UVB sufficiente a far produrre Vitamina D nella cute; paradossalmente ciò si può verificare anche in estate, in quanto l’opportuna applicazione di creme con filtri solari riduce la penetrazione dei raggi solari nella cute e, conseguentemente, la biosintesi di Vitamina D. In letteratura è riportata una variabilità stagionale nei valori plasmatici di Vitamina D. Essi infatti tendono ad essere massimi in autunno e raggiungono un nadir nella primavera inoltrata. Non esiste una “raccomandazione” circa il periodo migliore nel quale eseguire il dosaggio della Vitamina D plasmatica. Certamente un valore basso, rilevato in autunno, è segno che le scorte di Vitamina D non sono state colmate nell’estate appena trascorsa ed è logico attendersi che in primavera questo paziente abbia una severa ipovitaminosi D”.
“Inoltre”, continua Cesareo, “è necessario sapere che le molecole di Vitamina D non sono tutte uguali. La forma inattiva, quella di più comune utilizzo, è il colecalciferolo. Tale molecola prescritta solitamente sotto forma di gocce o flaconcini da assumere o giornalmente o in assunzione mono-settimanale o a più lunga scadenza (mensile o anche bimensile) viene successivamente attivata in sede prima epatica e poi renale e, come tale, espleta i suoi effetti finalizzati in particolare ad un corretto assorbimento di calcio a livello intestinale e ad un controllo del metabolismo fosfo-calcico in sede ossea. Ma esistono altre molecole che sono già parzialmente o del tutto attive. Tra esse merita attenzione il calcefidiolo che non necessità di essere attivato al livello del fegato e per le sue caratteristiche molecolari è, come si dice in gergo, meno “liposolubile” cioè permane meno nel tessuto adiposo rispetto alla precedente molecola menzionata, il colecalciferolo. Entrambe queste molecole non danno, se prescritte appropriatamente e a dosi corrette, problemi, in particolare alterazione dei livelli del calcio nel sangue e/o nelle urine. Il calcifediolo per la sua cinetica di azione e per la sua conformazione può trovare motivo di maggior utilizzo, per quanto detto, nei pazienti che hanno patologie epatiche di un certo rilievo e anche nei soggetti obesi e carenti di Vitamina D o in coloro che sono affetti da problemi di malassorbimento in sede intestinale. Anche essa viene prescritta in gocce o in capsule molli in prescrizioni giornaliere, settimanali o mensili. Il colecalciferolo, di contro, trova la sua indicazione principe nei soggetti affetti da osteoporosi e/o che assumono contestualmente farmaci per la cura di tale patologia”. “Infine”, conclude l’esperto, “i metaboliti del tutto attivi e che non necessitano quindi dell’attivazione epatica o renale trovano un campo di utilizzo molto più limitato, in particolare nei soggetti affetti da insufficienza renale o che sono carenti dell’ormone paratiroideo, quadro clinico che solitamente si riscontra nel soggetto operato di tiroide e di paratiroidi. Il loro ridotto utilizzo nel paziente con semplice carenza di Vitamina D è dettato dal fatto che, rispetto alle due molecole descritte in precedenza, queste espongono il paziente ad un maggior rischio di ipercalcemia e di aumentati livelli di calcio nelle urine”.

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Malattie cardiovascolari, stile di vita non sano moltiplica i rischi in caso di predisposizione genetica

Posted by fidest press agency su martedì, 17 luglio 2018

Secondo uno studio pubblicato su JAMA Cardiology e condotto su un’ampia popolazione, il corredo genetico e i comportamenti di vita hanno avuto un effetto additivo sul rischio di sviluppare malattie cardiovascolari. «Sia i fattori genetici che lo stile di vita contribuiscono al rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, ma non è noto se i cattivi comportamenti di salute siano associati ad aumenti di rischio simili tra individui con rischio genetico basso, intermedio o alto» spiega Abdullah Said, dello University Medical Center Groningen, nei Paesi Bassi. I ricercatori hanno valutato tale associazione all’interno di gruppi a rischio genetico con malattia coronarica, fibrillazione atriale, ictus, ipertensione e diabete di tipo 2; per questo, hanno incluso nello studio un totale di 339.003 individui di discendenza britannica bianca per i quali erano disponibili dati relativi al genotipo. Il rischio genetico è stato classificato come basso (quintile 1), intermedio (quintili 2-4) o alto (quintile 5). All’interno di ciascun gruppo di rischio genetico, i rischi di eventi incidenti associati a comportamenti e fattori di salute combinati ideali, intermedi o scarsi sono stati studiati e confrontati con un basso rischio genetico e uno stile di vita ideale. Durante il follow-up, 9.771 su 325.133 partecipanti (3,0%) hanno sviluppato malattia coronarica, 7.095 su 333.637 (2,1%) fibrillazione atriale, 3.145 su 332.971 (0,9%) ictus, 11.358 su 234.651 (4,8%) ipertensione e 4.379 su 322.014 (1,4%) diabete. Rispetto allo stile di vita ideale nel gruppo a basso rischio genetico, uno stile di vita inadeguato è stato associato a un rapporto di rischio che arrivava fino a 4,54 per malattia coronarica, 5,41 per fibrillazione atriale, 4,68 per l’ipertensione, 2,26 per ictus e 15,46 per il diabete nel gruppo ad alto rischio genetico. «Il corredo genetico e i comportamenti e i fattori relativi alla salute hanno mostrato un effetto additivo logaritmico sul rischio di sviluppare una malattia cardiaca, e gli effetti relativi di uno stile di vita scarso sono stati comparabili tra i gruppi di rischio genetico» affermano gli autori. In conclusione, secondo i ricercatori, i cambiamenti dello stile di vita dovrebbero essere incoraggiati per tutti attraverso approcci globali e multifattoriali. (fonte: cardiologia33 da JAMA Cardiol. 2018. doi: 10.1001/jamacardio.2018.1717
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29955826)

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Ansia e depressione nei pazienti oncologici

Posted by fidest press agency su martedì, 17 luglio 2018

I disturbi dell’umore sono quelli prevalenti con un impatto negativo sulla qualità della vita del paziente oncologico. In generale, un numero crescente di persone preferisce utilizzare preparati a base di erbe per alleviare i diversi sintomi preferendole ai farmaci convenzionali che spesso sono vissuti come latori di maggiori effetti collaterali.
La recentissima revisione sistematica in questione (Yeung et al, 2018) da parte di alcuni membri del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York (centro di riferimento negli USA per la “Integrative Medicine”) ha preso in considerazione farmaci a base di singole erbe (estratti vegetali) con l’intenzione di valutare la letteratura e comprendere quali possano essere punto di partenza per ulteriori e più approfonditi studi in pazienti affetti da cancro.Sono stati inclusi database PubMed, Allied e Complementary Medicine, Embase e Cochrane, selezionando solo studi randomizzati controllati in un periodo compreso tra il 1996 ed il 2016, escludendo erbe con potenziali possibilità di interazioni con i trattamenti antitumorali (ad esempio iperico). Cento articoli che hanno coinvolto 38 piante hanno soddisfatto i criteri della ricerca.
Tra le erbe più studiate (>6 studi randomizzati controllati ciascuna), lavanda, passiflora e zafferano hanno dimostrato benefici paragonabili agli ansiolitici e agli antidepressivi standard. Anche cimicifuga, camomilla ed agnocasto sono promettenti in tal senso.Ansia o sintomi depressivi sono stati misurati in tutti gli studi, ma non sempre come end-point primari. Complessivamente il 45% degli studi ha riportato risultati positivi con un minor numero di effetti avversi rispetto ai farmaci convenzionali che tuttavia, nella comparazione, mostrano maggior potenza. Sulla base dei dati disponibili, cimicifuga, camomilla, agnocasto, lavanda, passiflora e zafferano appaiono utili per mitigare l’ansia o la depressione con profili di rischio-beneficio favorevoli rispetto ai trattamenti standard.Appare evidente come sia necessario prevedere ed implementare trials clinici di maggior ampiezza ed accuratezza con estratti standardizzati e affrontare il tema delle interazioni con i farmaci. E per il paziente oncologico questo appare ancor più cogente. Ad oggi le conoscenze mostrano come alcuni di questi possano essere ritenuti sicuri ed efficaci anche nella pratica clinica Francesco Sivelli CERFIT, AOU Careggi, Firenze (fonte: Fisioterapia33 da Yeung KS et al. Herbal medicine for depression and anxiety: Asystematicreview with assessment of potential psycho-oncologic relevance. Phytother Res.2018 May;32(5):865-891)

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Non trascuriamo la salute del naso per garantire il nostro benessere

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 luglio 2018

Si dice “avere naso” per indicare una dote preziosa che non tutti possono vantare. Eppure, a dispetto di ciò, il nostro organo olfattivo, strumento principe dell’esistenza dal momento che consente il respiro, è spesso dimenticato e ridotto al rango di Cenerentola del corpo umano.“Avere il naso chiuso, associato o meno a starnuti, con effluvio nasale e prurito è molto fastidioso, tanto da compromettere la qualità di vita sia di giorno e soprattutto di notte impedendo un ottimale riposo con le conseguenti ridotte prestazioni scolastiche e lavorative – spiega Matteo Gelardi, Presidente dell’Accademia Italiana di Rinologia. Il naso è al centro, oltre che del viso, di numerose discipline specialistiche quali allergologia, pediatria, pneumologia, infettivologia, chirurgia plastica e persino medicina legale; infatti, uno studio ha dimostrato che si può stabilire il momento del decesso nelle prime 12 ore, dal funzionamento delle cellule ciliate del naso che sopravvivono per molte ore alla morte dell’individuo”.Secondo gli ultimi dati presentati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’inquinamento atmosferico mondiale rappresenta, in tutto il mondo, il 17% di tutti i decessi e malattie da infezione respiratoria inferiore acuta. L’organo più esposto all’inquinamento dell’aria è proprio il naso a cui è affidato il compito di cercare di limitare l’impatto dell’inquinamento filtrando l’aria: ogni giorno il naso filtra circa quindicimila litri di aria, funzione essenziale per consentire all’aria, e all’ossigeno in essa contenuto, di raggiungere i polmoni. Sempre l’OMS prefigura che, nel 2020, il 50% dei bambini italiani sarà allergico, e sarà necessario essere pronti ad affrontare queste problematiche visto l’impatto di queste alte percentuali. Purtroppo fino a pochi anni fa si pensava che il naso fosse un organo di secondo livello tanto che nell’ambito della branca dell’otorinolaringoiatria era considerato la ‘Cenerentola’ delle specializzazioni, la conferma? Per l’orecchio esiste una scuola di specializzazione che si chiama ‘audiologia’, per la laringe una scuola di specializzazione che si chiama ‘foniatria’ per il naso non è mai stata creata una scuola di specializzazione ad hoc. Eppure è un dato di fatto che nessuno sta bene con il naso chiuso o sofferente.“Il naso che non ventila bene è un naso che s’infetta e infetta le zone limitrofe, quindi i seni paranasali, provocando rinosinusiti, e l’orecchio medio con conseguenti otiti. La terapia deve essere mirata e oggi sono disponibili dispositivi medici o farmaci in grado di nebulizzare e veicolare il farmaco attraverso le cavità nasali con ottimi benefici terapeutici.Da non dimenticare che strettamente legato all’attività nasale, c’è anche l’olfatto, che rappresenta un essenziale sistema di allarme: per esempio sentire puzza di bruciato o non sentirla è fondamentale per proteggere se stessi e gli altri”, conclude Gelardi.Per ridare il giusto valore e la giusta considerazione a questo organo si terrà, dal 5 all’8 settembre 2018, a Naso, in provincia di Messina, il primo congresso nazionale Inter-accademico delle Accademie di Rinologia e Citologia Nasale. Ma la città di Naso non è stata scelta “a naso”, infatti vi sono una serie di convergenze: San Cono è il Santo protettore dei Rinologi ed è anche il santo Patrono di Naso, ridente cittadina di 4000 anime, situata a 500 mt sopra il livello del mare in provincia di Messina; è interessate notare che nello stemma della città di Naso sono disegnati sia il naso che le orecchie che potrebbe essere considerata come la prima descrizione dell’unità rino-tubarica. Ma non solo, la chiesa di San Cono si trova di fronte alla chiesta di San Biagio, il Santo protettore delle malattie della gola. Alla luce di tali scoperte possiamo dire che la città di Naso è sicuramente il luogo della spiritualità dell’otorinolaringoiatria.

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Acoi e J&J realizzano la prima Academy di Chirurgia Mininvasiva del Colon

Posted by fidest press agency su sabato, 14 luglio 2018

Roma Mercoledì 18 luglio – ore 13:00 c/o ACOI – Viale Pasteur 65 Nasce la prima Academy di Chirurgia Mininvasiva del Colon (Colon MIS Academy) , dedicata alla formazione dei chirurghi per il raggiungimento degli standard europei, nel rispetto della sicurezza del paziente, della qualità delle cure, dell’efficacia dei trattamenti e dell’efficienza di sistema. L’Associazione dei Chirurghi Ospedalieri Italiani, la più grande società scientifica di chirurgia in Italia con una chiara vocazione alla formazione e alla valorizzazione delle chirurgia ospedaliera, in collaborazione con Johnson &Johnson, ha sentito la necessità di colmare un vulnus preoccupante, che vede l’Italia ancora fanalino di coda negli interventi di chirurgia laparoscopica del colon.
È ormai riconosciuto in ambito internazionale che la laparoscopia porti a numerosi vantaggi, sia per il paziente, che avrà un decorso post operatorio meno problematico e un evidente miglioramento della qualità della vita, sia per il Sistema Sanitario Nazionale, con degenze significativamente più brevi e riduzione delle complicanze. Illustreranno il progetto Pierluigi Marini, presidente dell’Associazione dei Chirurghi Ospedalieri Italiani, Silvia De Dominicis, amministratore delegato di Johnson & Johnson Medical e Fabrizio D’Alba, Direttore Generale Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, Tonino Aceti, Coordinatore Nazionale del Tribunale per i Diritti del Malato ed un rappresentante Agenas. È un progetto ambizioso, un lungo percorso che ha lo scopo di sviluppare e applicare a livello nazionale una metodologia standardizzata di formazione avanzata in chirurgia laparoscopica del colon

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Allergia al sole? Può trattarsi di porfiria. O.Ma.R. inaugura il servizio “L’esperto risponde”

Posted by fidest press agency su sabato, 14 luglio 2018

Milano Università degli studi. Un gruppo di patologie ereditarie, rare e poco conosciute, con una varietà di sintomi e segni che le rende particolarmente complicate da diagnosticare: sono le porfirie, malattie legate a un deficit di uno dei diversi enzimi nella catena metabolica dell’eme. Le conosceremo meglio con l’aiuto della prof.ssa Maria Domenica Cappellini, Docente di Medicina Interna all’Università degli Studi di Milano e direttore dell’Unità di Medicina Generale e del Centro Malattie Rare presso la Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano, che da oggi risponderà alle domande relative a queste patologie nel nostro servizio “L’esperto risponde”.
La prof.ssa Cappellini, come tutti gli altri esperti italiani di malattie rare che si sono resi disponibili, presterà questo servizio con modalità totalmente gratuita. Il consulto online, ad ogni modo, è da intendersi a solo scopo informativo e in nessun caso può costituire la prescrizione di un trattamento, sostituire la visita specialistica o il rapporto diretto con il proprio medico curante. Le risposte alle domande dei pazienti saranno rese pubbliche sul sito stesso.“Le porfirie cutanee – spiega l’esperta all’Osservatorio Malattie Rare – sono caratterizzate da manifestazioni croniche, in seguito all’esposizione alla luce solare o ultravioletta, che porta alla formazione di bolle ed escoriazioni come conseguenza dell’accumulo di sostanze fotosensibili chiamate porfirine. Questi pazienti, già da bambini, spesso ricevono una diagnosi di allergia al sole. Le forme più comuni sono la protoporfiria eritropoietica e la porfiria cutanea tarda: il fattore scatenante, oltre alla luce, può essere un’infezione virale o l’assunzione di un farmaco. La protoporfiria eritropoietica si distingue dalla seconda variante per le manifestazioni meno caratterizzate da lesioni, bensì da bruciore e tensione cutanea”. “Le forme cutanee sono debilitanti e limitano molto la vita quotidiana dei pazienti, perché i devono preoccuparsi costantemente di non avere delle parti del corpo esposte al sole, e utilizzare creme solari a protezione molto alta. Le forme acute, invece, possono avere anche dei lunghi intervalli di benessere, ma l’attacco acuto può essere molto grave e a volte a rischio sopravvivenza”.
Per le porfirie cutanee non ci sono terapie risolutive a parte la protezione dai raggi del sole, ma è possibile praticare dei salassi per ridurre l’accumulo di porfirine. Nelle forme acute è utile, per tamponare l’attacco, un’infusione di soluzione glucosata (zucchero), mentre nei casi più gravi attualmente si somministra arginato di ematina, che arresta la catena di produzione delle porfirine. Per le porfirie epatiche acute è inoltre in corso uno studio sperimentale su un farmaco, il givosiran, che utilizza un principio interessante, quello dell’RNA interference, che va appunto a interferire sulla sintesi delle sostanze che provocano la malattia, le porfirine. Questo trial di fase III, chiamato ENVISION, è in corso sia negli Stati Uniti che in Italia, nei Centri di Milano e Modena”.
Quelle acute sono le forme più severe di porfiria. “Sono malattie sistemiche: si dividono in porfiria acuta intermittente, variegata e coproporfiria (una via di mezzo tra cutanea e acuta) e determinano manifestazioni come dolore addominale acuto, parestesie, nausea, diarrea e ipertensione. La diagnosi nell’evento acuto è estremamente importante, perché se non si sospetta l’ipotesi di porfiria, il paziente potrebbe finire sul tavolo operatorio, ad esempio, per un intervento di appendicite. Inoltre, se non si interviene immediatamente, il quadro clinico può diventare severo e a volte fatale. Perciò occorre sempre inserire le porfirie nella diagnostica differenziale, e prestare attenzione a un segno che rivela la patologia: il colore delle urine, quasi fluorescente se esposte alla luce ultravioletta. Il trigger, la causa scatenante, è quasi sempre un farmaco, spesso un anestetico, o un’infezione. Circa nel 10% dei casi, il coinvolgimento del fegato può portare a cirrosi e in qualche caso a epatocarcinoma”.

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Il costo dei farmaci anticancro nel nostro Paese

Posted by fidest press agency su sabato, 14 luglio 2018

E’ stato pari a 4,5 miliardi di euro nel 2016. L’arrivo dei biosimilari in oncologia può determinare risparmi di circa il 20%, liberando risorse per consentire l’accesso a terapie innovative. La scelta di trattamento (con il farmaco biologico di riferimento o con il biosimilare) deve rimanere una decisione affidata esclusivamente al medico prescrittore. Principio che vale anche per i pazienti già in cura, in cui la scelta dell’eventuale passaggio (switch) da una terapia all’altra rientra nell’esclusivo giudizio clinico. Non solo. Questo passaggio può avvenire solo dopo un’attenta informazione del paziente, che dovrebbe essere monitorato per l’insorgenza di eventuali effetti collaterali.
Sono questi alcuni dei punti fondamentali del Position Paper sui farmaci biosimilari in oncologia presentato in un convegno nazionale oggi al Ministero della Salute e firmato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dalla Società Italiana di Farmacologia (SIF), dalla Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (SIFO), dal Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (CIPOMO) e da Fondazione AIOM. “Concordiamo con la posizione espressa nei recenti Position Paper della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) e dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) che escludono la sostituibilità automatica proprio perché i farmaci biosimilari non possono essere considerati alla stregua dei prodotti generici – spiega Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. Anche l’eventuale decisione clinica di eseguire uno switch terapeutico in un paziente già in cura deve essere attentamente valutata dal medico, che rimane il responsabile della prescrizione”.
L’introduzione di un biosimilare nella pratica clinica avviene solo dopo il superamento di un rigoroso esame da parte delle agenzie regolatorie. “Per ottenere la registrazione, l’azienda produttrice è tenuta a presentare un dossier completo ed esaustivo che comprenda anche studi di confronto clinico – evidenzia Simona Creazzola, Presidente SIFO -. Parte integrante del dossier è l’esercizio di comparabilità. Scopo di questa procedura è dimostrare la similarità del biosimilare rispetto all’originatore in termini di qualità, efficacia e sicurezza, inclusa l’immunogenicità, cioè la capacità di indurre una reazione immunitaria nell’organismo, sia in fase preclinica che clinica. L’esercizio di comparabilità ha anche lo scopo di garantire qualità ed omogeneità del prodotto e del processo produttivo. Questa procedura è quindi basata su un robusto confronto ‘testa a testa’ tra i due agenti, secondo specifici standard di qualità, efficacia e sicurezza, avendo definito a priori le differenze ritenute accettabili perché non clinicamente rilevanti. L’esito positivo dell’esercizio di comparabilità deve tradursi nella piena fiducia nella sostanziale equivalenza terapeutica dei due agenti”.
Altro aspetto approfondito nel Position Paper è costituito dall’estensione d’uso dei biosimilari per indicazioni diverse da quelle contenute nel dossier registrativo (estrapolazione), che può essere accettabile in presenza di sufficienti dati di sicurezza ed efficacia. “Il processo di estrapolazione prevede un ‘salto logico’, perché trasferisce le evidenze che derivano da uno o più studi clinici (sui quali si basa l’esercizio di comparabilità) a contesti differenti – spiega Alessandro Mugelli, Presidente SIF -. Nonostante la piena fiducia della comunità farmacologica nei biosimilari, occorre puntualizzare che la successiva traslazione nella pratica clinica può rappresentare un elemento delicato da ‘accettare’ da parte della comunità oncologica. Strumenti di monitoraggio successivi all’introduzione in commercio, inclusa la conduzione di studi clinici, possono aumentare la fiducia dei medici nei confronti dei biosimilari. Alcuni effetti collaterali sono infatti rilevabili solo dopo esposizioni prolungate o, per la intrinseca rarità di alcune situazioni cliniche, solo in seguito alla esposizione di un più alto numero di pazienti rispetto agli studi pubblicati. Per questo, la comunità oncologica considera le procedure di farmacovigilanza come parte fondante del monitoraggio successivo all’immissione in commercio”.
In Italia le procedure di rimborsabilità prevedono che il prezzo dei biosimilari sia fissato, mediante una negoziazione condotta da AIFA con il produttore, a un valore inferiore almeno del 20% rispetto al costo del biologico di riferimento. “I biosimilari rappresentano uno strumento irrinunciabile per lo sviluppo di un mercato dei biologici competitivo e concorrenziale, necessario alla sostenibilità del sistema sanitario e delle terapie innovative, mantenendo garanzie di qualità, efficacia e sicurezza per i pazienti e consentendo loro un accesso omogeneo, informato e tempestivo ai farmaci, in un contesto di razionalizzazione della spesa pubblica – sottolinea Mario Clerico, Presidente CIPOMO -. Dovrebbe inoltre essere garantito il riutilizzo delle risorse economiche ‘liberate’ grazie all’introduzione e all’impiego dei biosimilari in ambito oncologico a sostegno dell’acquisto e della diffusione di molecole antitumorali innovative ad alto costo. È stato stimato che l’impiego diffuso dei biosimilari consentirebbe un risparmio economico rilevante”.
La corretta informazione ai clinici e ai pazienti riveste un ruolo essenziale per l’affermazione dei biosimilari. L’esperienza maturata con i farmaci di supporto, la prima categoria in ordine cronologico ad aver visto l’introduzione di biosimilari nella pratica clinica (ad esempio fattori di crescita granulocitari ed eritropoietine), ha evidenziato che, al di là delle decisioni regolatorie, la ‘fiducia’ dei clinici nella ‘equi-efficacia’ del biosimilare rispetto all’originatore e i conseguenti livelli di convinzione nella loro prescrizione possono essere bassi, soprattutto nelle prime fasi di commercializzazione.
Nel Position Paper è riportata anche la posizione dei pazienti oncologici che fanno riferimento a Fondazione AIOM. “È infatti fondamentale – afferma Fabrizio Nicolis, Presidente Fondazione AIOM – che i pazienti siano informati e rassicurati sulla qualità del processo produttivo, sull’efficacia e sulla sicurezza dei farmaci biosimilari. Devono inoltre sapere che i farmaci biosimilari non compromettono la qualità delle cure ricevute, in considerazione delle procedure che sono alla base dell’autorizzazione al commercio di questi farmaci. E devono sapere che l’utilizzo dei biosimilari su larga scala può significare la garanzia di accesso a nuovi trattamenti antineoplastici, innovativi”.
“Le società scientifiche credono fermamente che la corretta informazione sia lo strumento per aumentare la fiducia dei medici, dei malati e di tutti i cittadini – conclude Stefania Gori – e sono a disposizione per promuovere convegni e campagne informative”.

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Assistenza a lungo termine: l’Italia investe solo il 10% della spesa sanitaria

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 luglio 2018

L’Italia, il Paese più vecchio d’Europa, sta vivendo – e sempre più lo farà – le conseguenze della pressione demografica: aumento del carico di cronicità, disabilità e non autosufficienza. Il sistema, però, ‘resta al palo’ nell’organizzazione di una rete capillare e sostenibile di servizi sul territorio, a partire dalle cure domiciliari: siamo il fanalino di coda in Europa per quanto riguarda la Long-Term Care, alla quale destiniamo poco più del 10% della spesa sanitaria – a fronte di percentuali che superano il 25% nei Paesi del Nord Europa –, pari a circa 15 miliardi di euro. Di questi, solo 2,3 miliardi (l’1,3% della spesa sanitaria totale) sono destinati all’erogazione di cure domiciliari, con un contributo a carico delle famiglie di circa 76 milioni di euro.
I dati emergono dalla seconda Indagine sull’Assistenza Domiciliare in Italia (ADI): chi la fa, come si fa e buone pratiche, realizzata da Italia Longeva e presentata al Ministero della Salute nel corso della terza edizione degli Stati Generali dell’assistenza a lungo termine, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care. L’Indagine, che ha aperto una finestra sulla Long-Term Care in Europa, completa la panoramica sullo stato dell’arte dell’ADI nelle diverse regioni, avviata nel 2017, includendo ulteriori 23 Aziende Sanitarie, che si sommano alle 12 esaminate lo scorso anno, per un totale di 35 ASL distribuite in 18 Regioni, che offrono servizi territoriali a circa 22 milioni di persone, ossia oltre un terzo della popolazione italiana.Il trend dell’offerta di cure domiciliari agli anziani si conferma in crescita (+0,2% rispetto al 2016), ma resta ancora un privilegio per pochi: ne gode solo 3,2% degli over65 residenti in Italia, con una forte variabilità a seconda delle aree del Paese, se non all’interno della stessa Regione, per quanto riguarda l’accesso al servizio, le prestazioni erogate rispetto quelle inserite nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), le ore dedicate a ciascun assistito, la natura pubblica o privata degli operatori e il costo pro capite dei servizi. Mediamente, le ASL coinvolte nell’indagine garantiscono ai loro anziani l’87% delle 31 prestazioni a più alta valenza clinico-assistenziale previste nei LEA, arrivando, in alcuni casi, ad offrire fino al 100% dei servizi, come avviene a Catania, Chieti e Salerno. Un’evidente disomogeneità riguarda invece il numero di accessi in un anno – si va da un minimo di 8 ad un massimo di 77 della ASP di Potenza – e le ore di assistenza dedicate al singolo anziano, che oscillano da un minimo di 9 ad un massimo di 75 nella ASL Roma 4. In tutti i casi, si tratta di interventi principalmente a carattere infermieristico e, a seguire, fisioterapico e medico. All’ampia variabilità in termini di assistiti ed attività erogate, corrispondono anche costi differenti per la singola presa in carico che variano dai 543 euro della ATS Montagna agli oltre 1000 euro della ASP Potenza, e non sempre ad un maggior carico assistenziale corrisponde una spesa più elevata.

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Accordo strategico per l’intelligenza artificiale nell’imaging medico per il fegato

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 luglio 2018

Guerbet, un’azienda globale specializzata sugli agenti di contrasto e soluzioni per l’imaging medico diagnostico e interventistico, ha annunciato oggi di aver firmato un accordo di sviluppo esclusivo per la realizzazione di una soluzione software di intelligenza artificiale (AI) in collaborazione con IBM Watson Health, con l’obiettivo di supportare la diagnostica del cancro del fegato, utilizzando l’imaging TC e MRI e conseguentemente l’approccio terapeutico.Attraverso questa collaborazione, Guerbet e IBM Watson Health hanno pianificato di sviluppare congiuntamente soluzioni cliniche innovative di supporto decisionale. Il primo, chiamato Watson Imaging Care Advisor for Liver, è progettato per essere uno strumento di supporto clinico per i medici, che utilizzerà l’intelligenza artificiale per guidare il rilevamento, la stadiazione, la localizzazione, il monitoraggio, la terapia e la risposta del cancro al fegato primario e secondario. Il team di ricerca IBM lavorerà anche allo sviluppo delle soluzioni sfruttando ulteriori innovazioni in ambito di ricerca.
Il cancro al fegato è la seconda causa di morte per cancro in tutto il mondo ed è la causa di decesso in più rapida crescita negli Stati Uniti. Circa l’83% dei casi di cancro al fegato primario si verifica nei paesi in via di sviluppo. Il fegato è anche un sito comune per le metastasi, in particolare nel caso dei tumori del tratto digestivo, in cui quasi il 50% dei pazienti sviluppa metastasi. La speranza è che una migliore caratterizzazione e una più tempestiva identificazione di queste metastasi possa portare a un miglioramento degli esiti. “Il cancro del fegato è un problema in crescita per la salute a livello globale, e l’uso dell’intelligenza aumentata sull’imaging medico può essere un valido supporto nella sua risoluzione. Siamo orgogliosi di lavorare con IBM Watson Health per sviluppare una soluzione dedicata alle patologie epatiche, che potrebbe aiutare i medici ad effettuare caratterizzazioni più informate del tessuto senza ricorrere alla biopsia”, ha dichiarato Yves L’Epine, CEO di Guerbet.Care Advisor for Liver sarà progettato per essere compatibile con i più comuni sistemi di visualizzazione PACS, facilitando l’integrazione diretta nei flussi di lavoro degli operatori sanitari.
“L’imaging è un’area critica nel settore sanitario in cui crediamo che l’intelligenza artificiale possa essere utilizzata per ampliare la visione del medico in modo che possa integrare maggiori informazioni relative al caso guidandolo nelle scelte diagnostiche e terapeutiche per i propri pazienti. Siamo entusiasti di riunire le rispettive competenze di IBM e Guerbet per promuovere l’innovazione in questo importante settore e, infine, contribuire a combattere la sfida del cancro del fegato a livello globale”, ha affermato Anne Le Grand, Vicepresidente di Imaging presso Watson Health.Watson Imaging Care Advisor for Liver farà parte di una famiglia di strumenti di supporto decisionale basati sull’ IBM Watson image analytics, progettata per sostenere le decisioni diagnostiche dei radiologi e clinici relativamente ai loro pazienti. Queste soluzioni sono in via di sviluppo con l’obiettivo condiviso di creare insights derivati dall’analisi delle immagini e aiutare a migliorare le decisioni cliniche.”Non vediamo l’ora di lavorare con IBM Watson Health sul primo progetto di Guerbet volto a migliorare l’assistenza ai radiologi grazie all’intelligenza aumentata. Questo ci aiuterà a far crescere le nostre capacità nell’intelligenza artificiale per consentire soluzioni innovative che supportino i percorsi assistenziali”, ha affermato François Nicolas, Chief Digital Officer di Guerbet.

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Rivoluzione nel trattamento delle lesioni vascolari

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 luglio 2018

Acne rosacea, couperose, angioma piano, emangioma, teleangiectasie: si tratta di vere e proprie ferite, lesioni vascolari in grado di togliere il piacere di guardarsi allo specchio, costringendo all’utilizzo continuo di prodotto cosmetici a volte dannosi.A soffrire di rosacea – manifestazione cutanea che provoca rossore cronico – sono ben 45 milioni di persone nel mondo, di cui 3 solo in Italia, di norma con pelle sensibile e colori chiari; i sintomi compaiono intorno ai 30 anni ma l’età più comune si aggira intorno ai 50.I capillari e gli angiomi, lesioni benigne causate da una eccessiva dilatazione dei vasi localizzati nella parte superficiale della pelle, colpiscono il 2-3% dei nati a termine e sino al 22% dei prematuri.“La laserterapia – sottolinea il prof. Giuseppe Scarcella, specialista dermatologo a Verona, Responsabile Nazionale Dipartimento High Tech I.S.P.L.A.D. (International Society of Plastic – Regenerative and Oncologic Dermatology) – è considerata il trattamento di prima scelta nelle malformazioni capillari pure, efficace nelle localizzazioni sul viso e sul corpo; andrebbe preferibilmente iniziata nella prima infanzia per una migliore risposta terapeutica della cute trattata e per un vantaggio di tipo psicosociale sulla qualità di vita del paziente se precocemente trattato. Questo Laser vascolare, considerato il Gold Standard nel suo settore, è anche indicato nel trattamento di Eritrosi, Couperose, Rosacea e capillari dilatati delle gambe: patologie molto diffuse e fastidiose”.Queste anomalie vascolari possono ora essere trattate grazie a un nuovo tipo di laser a colorante pulsato (PDL) reso più potente di quelli utilizzati finora grazie a due lunghezze d’onda che consentono un’ampia gamma di terapie e a due opzioni brevettate di raffreddamento capaci di garantire una protezione dell’epidermide praticamente totale. La nuova tecnologia è stata recentemente presentata in conferenza stampa a Roma in occasione della International Conference on Vascular Anomalies.Il trattamento è possibile grazie a Vbeam® Prima, “piattaforma vascolare” contenente due laser, progettata dal Centro Ricerche Syneron Candela, leader internazionale in questo delicatissimo campo della medicina estetica. Per potenziare il risultato e combinare efficacia e sicurezza sono state aumentate le dimensioni dello spot (diametro fino a 15 mm) e la quantità massima di energia erogata, 50% in più di potenza rispetto al modello precedente; mentre la gestione del colorante è stata resa molto più performante come anche la taratura del sistema; infatti la calibrazione viene effettuata una sola volta al giorno per maggiore praticità. In aggiunta agli spot più grandi, 8 distinti microimpulsi mimano un impulso continuo in modo da consentire la coagulazione dei vasi sanguigni senza porpora.
Il manipolo zoom adattabile e versatile (l’applicatore tratta le zone del corpo con incrementi di spot di 0,5 mm e 3 calibri distanziatori) e la connettività WiFi consentono, infine, una diagnostica da remoto rapida e precisa, resa ancora più funzionale da una interfaccia utente guidata tramite software.
Con questa apparecchiatura sarà possibile trattare ogni tipo di patologia vascolare benigna come: angiomi, capillari del viso e degli arti inferiori, lago Venoso, smagliature rosse, acne attiva, verruche, cicatrici ipertrofiche, cheloidi, eritrosi, rosacea, couperose.Il laser, inoltre, consente di curare anche alcune lesioni pigmentate benigne come lentigo solari e macchie senili.Il laser a colorante pulsato si è dimostrato efficace nel trattamento dell’acne rosacea e dei sintomi associati: durante valutazioni in cieco, i medici hanno riscontrato un miglioramento significativo dei sintomi nel 79% dei pazienti.Per il trattamento dell’angioma piano in 49 bambini di =6 mesi è stata rilevata una riduzione media dell’88,6% dopo un anno di trattamento. Pazienti con fototipo compreso tra II e IV sulla scala di Fitzpatrick con teleangectasia emorragica ereditaria hanno riscontrato una riduzione tra il 75% e il 100% dopo una media di 2,6 trattamenti. Il laser a colorante pulsato 595 nm ha determinato un moderato miglioramento delle rughe del viso in pazienti con fototipo IV e V sulla scala di Fitzpatrick, senza effetti collaterali significativi.In un altro studio clinico, il laser a colorante pulsato Vbeam ha fornito risultati ottimali a livello della componente vascolare del tessuto cicatriziale; tutte le cicatrici (100%) trattate hanno mostrato un miglioramento cosmetico significativo.

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L’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar ottiene il riconoscimento di IRCCS

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 luglio 2018

L’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (in provincia di Verona) ha appena ottenuto dal Ministero della Salute il riconoscimento di IRCCS (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) nella disciplina “malattie infettive e tropicali”.
È il secondo ospedale in Italia ad ottenere il riconoscimento per questa disciplina, dopo lo Spallanzani di Roma. Alla guida del Dipartimento di malattie infettive e tropicali è Zeno Bisoffi, professore associato all’Università di Verona, già presidente della Società italiana di Medicina tropicale e della Federazione delle società europee di medicina tropicale e Salute internazionale.
L’Ospedale di Negrar si riconferma così punto di riferimento, fra l’altro, nello studio sulla malaria e i virus trasmessi da zanzare, problema quest’ultimo che si ripropone come ogni anno in questi mesi e “sul quale il nostro centro è attivo da oltre una decina d’anni”, spiega il professor Bisoffi. “La nostra Unità Operativa, assieme allo Zooprofilattico delle Venezie e all’Istituto di Microbiologia dell’Università di Padova, ha collaborato con la Regione del Veneto per creare un modello di riferimento di sorveglianza integrata, monitoraggio e controllo delle infezioni da virus trasmessi dalle zanzare come Dengue, Chikungunya e West Nile, cause ormai ben note di febbre durante la stagione calda”.
Le patologie trasmesse dalla zanzara tigre e dalla zanzara Culex, come febbri emorragiche e malattie neuro-invasive, oltre che la diffusione di questi insetti endemici alcuni da molti anni in varie zone d’Italia, sono costantemente monitorate e l’Unità Operativa del Sacro Cuore è coordinatore scientifico del progetto di sorveglianza epidemiologica delle “febbri estive” per il quale il Veneto è regione pilota. “Vale la pena sottolineare che il problema è assolutamente sotto controllo ed eventuali eccessivi allarmi non sono assolutamente giustificati” rassicura il Prof. Bisoffi che spiega: “Dal 2010 alcune centinaia di persone con febbre durante la stagione estiva sono state sottoposte a test, il che ha permesso di identificare tempestivamente i casi positivi e effettuare le conseguenti misure di controllo degli insetti vettori quando necessario” con azioni di disinfestazione.L’Unità Operativa di Malattie Infettive e Tropicali di Negrar raccoglie probabilmente la più ampia casistica nazionale nell’ambito delle malattie tropicali e parassitarie. Oltre alla malaria e alle infezioni trasmesse da zanzare, altre principali aree di ricerca e di cura sono la co-morbilità in malattie infettive e la strongiloidosi, patologia parassitaria riemergente e presente anche in Italia sebbene spesso misconosciuta: è causata dal nematode Strongyloides stercoralis, i pazienti sono in gran parte persone anziane che si sono infettate, magari in gioventù o da bambini, camminando in campagna a piedi scalzi, o toccando con le mani terriccio contaminato. Il sintomo più frequente è un prurito generalizzato e molto intenso, ma possono esserci anche lesioni varie sulla pelle (da grattamento e non), dolori addominali ricorrenti e a volte crisi asmatiche. La malattia può diventare rapidamente grave e mortale in caso di immunodepressione, ad esempio in soggetti trattati con cortisone o con farmaci anti-rigetto nel caso di trapianto. Le ricerche coordinate dall’équipe di Negrar hanno permesso di evidenziare la probabile presenza di migliaia di soggetti anziani portatori (quasi sempre del tutto ignari) dell’infezione nelle sole regioni dell’Italia del Nord.
Altro settore di ricerca e cura sono altre cosiddette Neglected Tropical Diseases, cioè, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le malattie tropicali dimenticate perché a lungo trascurate dalla ricerca e dalla sanità pubblica. Colpiscono soprattutto soggetti provenienti da Paesi a basso reddito, della fascia tropicale-subtropicale, ma non solo, come ad esempio la malattia di Chagas, una parassitosi che interessa soprattutto la popolazione di origine sudamericana, o la schistosomiasi, infezione causata da parassiti trematodi diffusa in molte aree tropicali, che in fase acuta può colpire anche il viaggiatore che ha fatto incautamente bagni in acqua dolce in Paesi endemici.
Nessuna di queste malattie è direttamente contagiosa, ma ciascuna può rappresentare un problema clinico potenzialmente molto grave quando non mortale per le persone che, il più delle volte inconsapevolmente, ne sono affette.

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Global Healty Workplace Awards & Summit

Posted by fidest press agency su martedì, 10 luglio 2018

Bergamo 6 e il 7 settembre 2018 Global Center for Healthy Worplaces, l’ente di certificazione che per il 6° anno consecutivo organizza il Global Healty Workplace Awards & Summit. Alla due giorni del 6 e il 7 settembre 2018, parteciperanno i leader della salute globale per confrontarsi e premiare le imprese internazionali più virtuose, suddivise nelle categorie Piccole e Medie Imprese, Grandi Imprese e Imprese Multinazionali. Europa, Asia, America e Australia arrivano in finale con 6 aziende candidate. Per la categoria Piccole e Medie Imprese si contenderanno il premio AB May (USA) e VitaS (Belgio); per la categoria Grandi Imprese, l’Ospedale Alemão Oswaldo Cruz (Brasile) e la National Environment Agency di Singapore, e per la categoria Imprese Multinazionali, le australiane Lendlease e Flight Center Travel Group.I finalisti presenteranno il loro programma al Summit di Bergamo il 6 e 7 settembre 2018 per giocarsi la possibilità di ottenere il riconoscimento nella rispettiva categoria, come azienda con il miglior programma di promozione della salute sul lavoro in tutto il mondo. La giuria che sceglierà i vincitori di questa edizione è formata da: Stephen Bevan, Institute for Employment Studies UK, Alberto Jose Niituma Ogata, ABQV Brazil, Joseph A. Leutzinger, Health Improvement Solutions USA, Edieth Essie Clarke, M.Ed Sci Occupational Health, FZ Safety & Healty Centre of Ghana e dalla prof. Cordia Chu AM, Centre for Enviornment and Population Health, Griffith University Australia.

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Inclusione scolastica di bambini immunodepressi

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 luglio 2018

Su questo tema speravamo di sentire almeno una parola dai ministri competenti, una parola che andasse nel senso delle nostre, molte, richieste. La nostra opinione è infatti che includere alcuni non debba mai significare ghettizzare altri”. Con queste parole Silvestro Scotti e Paolo Biasci, rappresentanti nazionali della FIMMG (Federazione Italiana Medici Di Medicina Generale) e FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri), hanno espresso il disappunto delle categorie da loro rappresentate per alcune decisioni assunte, o meglio non assunte, in materia di salute ed istruzione. Scotti e Biasci ribadiscono con forza la linea che punti ad un’inclusione scolastica reale, che vada ben al di là del mero diritto all’istruzione. “Per questi bambini – aggiungono – poter prendere attivamente parte alla vita scolastica, quale momento di continuità sociale e relazionale in corso di malattia, è fondamentale dal punto di vista psicologico ed è parte integrante della terapia. Servono quindi soluzioni adatte a tutelare anche questi aspetti”. Scotti e Biasci si dissociano invece dal coro di polemiche esploso dopo l’annuncio da parte del ministro della Salute, Giulia Grillo, del ricorso allo strumento dell’autocertificazione perché “nei rapporti di comunicazione sulle dichiarazioni sostitutive tra le pubbliche amministrazioni, serve ricordare che scuole e aziende sanitarie locali sono pubbliche amministrazioni. L’autocertificazione richiede che siano tenute ad accertamenti d’ufficio ancor più serrati, ovvero a tappeto. Pertanto la semplificazione amministrativa proposta dalla circolare assegna un ruolo preminente alle verifiche in termini di responsabilità civile, amministrativa e penale (se omessa) ai dirigenti scolastici e ai dirigenti sanitari preposti all’ anagrafe. Sarà infatti loro la responsabilità rispettivamente di controllare o di rendere possibili i controlli sulla veridicità di quanto dichiarato grazie proprio alla comunicazione tramite anagrafe vaccinale”.
Ed è proprio su questo tema che FIMMG e FIMP chiedono al Governo una decisa accelerazione, perché “affinché le decisioni assunte possano reggere sul piano della salute sarà essenziale che l’anagrafe vaccinale nazionale sia pienamente a regime entro settembre in tutte le Regioni e non a macchia di leopardo come accade oggi.” “In questa fase medici e pediatri di famiglia, ognuno con le proprie specifiche competenze assistenziali, resteranno, come sempre, al fianco dei propri pazienti per il necessario supporto di consulenza alla corretta compilazione delle autocertificazioni. Il fine è quello di evitare errori in buona fede che, ricordiamo, esporrebbero comunque i cittadini ai provvedimenti penali previsti dalla legge”. Infine, sulla circolare, Scotti e Biasci non possono non evidenziare “stupore e disappunto per la decisione di escludere le rappresentanze dal panel degli esperti chiamato ad affrontare il problema nei prossimi mesi”. “Medici di famiglia e pediatri- concludono Scotti e Biasci- hanno giocato grazie al riconoscimento del ruolo fiduciario un’azione determinante, non solo nella fasi informative ma anche in quelle di esecuzione della vaccinazione, utile all’incremento delle coperture, facendo spesso un grande lavoro sempre troppo poco evidenziato nelle presentazioni istituzionali dei risultati raggiunti”.

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