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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 327

Archive for the ‘Medicina/Medicine/Health/Science’ Category

Medicine – Health – Science

Fisioterapisti: Cambiare gestione terapie pazienti cronici

Posted by fidest press agency su martedì, 21 novembre 2017

associazione fisioterapistiMilano. L’aumento dell’aspettativa di vita in Italia sta mettendo in luce, oltre al progressivo invecchiamento della popolazione, anche l’esplosione di una serie di patologie proprie dell’età avanzata, spesso croniche e soprattutto estremamente limitanti per quanto riguarda la qualita’ della vita. In questo contesto, il fisioterapista puo’ essere in grado di cogliere molti degli aspetti propri di questa condizione, impegnato com’e’ a mettere la propria professionalità al servizio del paziente, con lo scopo di ricreare, per quanto possibile, le condizioni per una qualita’ di vita consona e degna. E’ questa l’indicazione di uno studio dello scorso anno condotto su 168 pazienti con ginocchio artrosico divisi in due gruppi, uno trattato con artroscopia e l’altro con approccio fisioterapico: non sono emerse differenze significative sulla funzionalita’ e sul dolore del ginocchio artrosico, migliorando la qualita’ di vita. Con meno medicine e costi più bassi per tutto il Sistema. La ricerca, dal titolo ‘Cost-effectiveness analysis of arthroscopic surgery compared with non-operative management for osteoarthritis of the knee’, e’ pubblicata sul National Center for Biotechnology Information della U.S. National Library of Medicine.Si e’ parlato anche di questo al Royal Garden Hotel di Assago, alle porte di Milano, dove l’Aifi Lombardia in collaborazione con Arir, Gis Fisioterapia Geriatrica, Gis Neuroscienze, Gis TFTR e Sicoa ha organizzato un convegno proprio per discutere della fragilita’, della cronicita’, e delle nuove prospettive che investono un mondo, quello della fisioterapia, ancora alla ricerca di una valorizzazione delle proprie competenze e dei propri strumenti. In Lombardia in particolar modo si stima che il 30% della popolazione sia affetta da patologie invalidanti e croniche proprie dell’anzianita’ che pero’ ha bisogno del 70% delle risorse. Se si aggiunge il fatto che la Regione Lombardia da due anni ha messo in campo una riforma sanitaria volta alla gestione territoriale del malato cronico ma ancora manca l’attuazione pratica del progetto, ecco ora spiegato il motivo per cui i fisioterapisti, “che non hanno un albo ma hanno dietro Aifi”, come ricorda il tesoriere Aifi nazionale Patrizia Galantini, si sono riuniti coinvolgendo le istituzioni regionali e chiedendo a gran voce che si valorizzi la professione.
“Chiediamo che Regione Lombardia ci ascolti per arrivare a dire che i fisioterapisti sono in grado di portare evidenze scientifiche dimostrando che riusciamo a fare qualita’ uguale con costi inferiori”, dice il presidente lombardo Aifi Gianluca Rossi, che ha fatto gli onori di casa ospitando vari rappresentati di ogni gruppo fisioterapico, da quello cardiologico a quello geriatrico. Tutti uniti nel mostrare l’evidenza che un fisioterapista spesso puo’ intervenire meglio di una terapia medica. “Se Regione Lombardia dice che deve essere efficace e al contempo risparmiare, come si puo’ fare?” si chiede Rossi. In fondo “non ha fatto ancora una vera scelta- prosegue il presidente lombardo Aifi- che sarebbe quella di cambiare i processi terapeutici”.
Alle domande dei fisioterapisti, arrivano alcune risposte dalle tavole rotonde a cui hanno partecipato rappresentanti politici. Se da parte del capogruppo dem in commissione Sanita’ regionale Carlo Borghetti viene lanciato un appello alla maggioranza affinche’ si eviti che “l’ente gestore rischi di essere una ulteriore ospedalizzazione del cronico mentre noi dobbiamo fare il contrario”, da parte della consigliera leghista Silvia Piani c’e’ la promessa di calendarizzare al piu’ presto un incontro in commissione Sanita’, perche’ “come tutte le rivoluzioni anche questa riforma presenta delle criticita’ risolvibili”, e “noi in commissione siamo aperti a recepire qualsiasi tipo di proposta”.

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Nuovi approcci per i tumori della pelle

Posted by fidest press agency su domenica, 19 novembre 2017

melanoma-sulla-pelleBrescia. “Cheratosi attinica, carcinomi spinocellulari, carcinomi basocellulari (basaliomi) e melanomi sono in continua crescita. Nel 2016, in Italia, sono stati registrati quasi 180mila nuovi casi di carcinoma basocellulare – la forma di cancro della pelle più frequente e meno aggressiva – ma il numero è sottostimato perché la registrazione di nuovi casi spesso non viene fatta. Secondo le statistiche quindi, nel nostro Paese, una persona su cinque svilupperà nella vita un basalioma. Tra le cause di questo fenomeno, l’esposizione al sole non controllata, l’uso di prodotti solari non idonei, l’inquinamento ambientale e l’invecchiamento generale della popolazione.” È quanto afferma il prof. Piergiacomo Calzavara Pinton, Direttore del Dipartimento di Dermatologia all’Università di Brescia e Presidente SIDeMaST, (Società Italiana di Dermatologia medica e chirurgica, estetica e di Malattie Sessualmente Trasmesse) in occasione della seconda giornata del 3° Corso Europeo di Fotodermatologia interamente dedicata alla comprensione delle cause dei tumori della pelle, alla loro terapia e prevenzione con la fotoprotezione.
“A Brescia, uno dei pochi centri pubblici che applicano la fototerapia dinamica, almeno 200 casi di carcinoma basocellulare sono stati curati nell’ultimo anno con questa tecnologia contro i 1.600 casi trattati con la procedura chirurgica standard. Tuttavia questo approccio non è indicato per i circa 300 casi di melanoma, per i quali si prevedono altri percorsi di cura. Ciò vuol dire che in circa il 10% dei pazienti è stato evitato l’intervento e le relative conseguenze cicatriziali. In sintesi, la fototerapia dinamica – spiega il professore – consiste nell’utilizzo della normale luce visibile. Prima si applica un prodotto non tossico per rendere più sensibili le cellule tumorali, poi si illumina la parte interessata con luce rossa e il tumore ‘si suicida’ scomparendo senza cicatrici”.
“Dobbiamo educare i cittadini alla prevenzione per evitare che si manifestino così frequentemente i tumori della pelle – conclude il prof. Calzavara Pinton -. Negli ultimi anni, i basaliomi sono quadruplicati. Anche i melanomi continuano ad aumentare. È importante prevenire la loro comparsa ma, a differenza di quanto fatto finora, bisogna sapere quali prodotti usare e in che modo, altrimenti non riusciamo a prevenirli efficacemente e anzi, pensando erroneamente di essere protetti, ci esponiamo ancora di più al sole con il risultato paradossale di avere un aumento invece che una riduzione dei tumori della pelle”. Ovviamente tutto ciò rappresenta non solo un evidente problema per i pazienti colpiti da queste patologie, ma anche un aggravio e un ulteriore importante costo per il Sistema Sanitario Nazionale.

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38esimo Congresso della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera (Sifo)

Posted by fidest press agency su domenica, 19 novembre 2017

Hotel Rome CavalieriSi terrà a Roma dal 23 al 26 novembre (Hotel Rome Cavalieri). Metterà al centro della sua riflessione proprio ‘Il farmacista nel futuro del Sistema Salute’. Un titolo specifico capace di coinvolgere l’interesse di un ambito molto vasto di professionisti, di specialisti e di osservatori del nostro sistema sanitario perché vuole interrogare e approfondire il ‘domani’ del nostro Ssn alla luce di ciò che già oggi si può definire e intuire come strada del cambiamento e dell’innovazione.
“Il messaggio che Sifo intende lanciare durante il Congresso di Roma, sarà in continuità con il percorso già sviluppato negli ultimi anni”, dichiara Simona Creazzola, presidente nazionale Sifo, “I farmacisti sanno, di fronte alle importanti emergenze di crisi e cambiamento del SSN, di dover ‘fare quadrato’ con tutti gli attori coinvolti, per la salvaguardia della salute e a difesa del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Oggi ci sentiamo più che mai pronti ad assumerci le responsabilità connesse alla rilevanza del nostro profilo professionale, lavorando in sinergia con gli altri stakeholders in una logica funzionale di integrazione delle competenze. E’ ormai chiaro che gli stessi decision makers sono certi che valorizzare e consolidare la figura del farmacista del SSN sia un elemento strategico per il successo delle azioni di politica sanitaria e per garantire la sostenibilità del sistema; dal canto nostro siamo consapevoli delle responsabilità che ne derivano e siamo pronti ad attivare ulteriori azioni per ottimizzare l’apporto offerto dalla nostra professione. Al farmacista del Ssn, infatti, si chiedono sempre più conoscenze e competenze, versatilità nel recepimento dei cambiamenti, acquisizione di responsabilità maggiori”.
“Come professionisti- conclude il presidente Creazzola- siamo pronti a giocare la nostra parte, ma occorre riconoscimento istituzionale in tutti gli ambiti di nuova attività e competenza e investimenti conseguenti da parte delle istituzioni”. Per seguire questa impostazione di alto profilo nazionale, l’assise della Sifo vedrà nella sua giornata inaugurale (il 23 novembre) i rappresentanti politici, del Governo, delle Istituzioni, del Ministero, delle Regioni, dell’Aifa e di Farmindustria dialogare per cercare di delineare quale sarà la vision futura per il Ssn e per la professione del Farmacista Ospedaliero. Per l’evento di apertura Congressuale sono stati invitati il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ed il Governatore del Lazio, Nicola Zingaretti. Insieme a loro anche il Sottosegretario al Miur, Vito de Filippo, il Presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, il Direttore Generale di Aifa, Mario Melazzini, il Segretario Generale di Cittadinanza Attiva, Antonio Gaudioso.
Il congresso avrà anche l’onore di proporre la lettura magistrale del presidente dell’AIFA, Stefano Vella, su ‘Dall’Aids alla Salute Globale: un modello per l’accesso universale ai Farmaci’, evento centrale di un simposio che già si preannuncia come strategico per il dibattito sul futuro del ‘sistema salute’. Nelle giornate congressuali si susseguiranno sessioni sui temi nevralgici dell’innovazione, della ricerca e della gestione, iniziando dall’analisi del nuovo Decreto Gelli sulla responsabilità professionale all’innovazione terapeutica, dai dispositivi medici innovativi ai vaccini, dalla cannabis per uso terapeutico alle nuove frontiere della medicina di precisione in oncologia, dal ruolo del farmacista nei processi di acquisizione dei beni sanitari alla gestione dei dati in campo sanitario, dando in quest’ultimo evento ampio spazio a un tema particolarmente delicato come la real world evidence e l’integrazione dei database nazionali.
Nell’epoca delle comunicazioni condivise anche lo stile con cui Sifo avvia il suo Congresso sarà particolarmente collaborativo e dinamico: “Lo stile che ci contraddistingue per i nostri lavori è quello della condivisione di idee e di obiettivi messi a sistema con il contributo di figure professionali multidisciplinari”, è la precisazione di Arturo Cavaliere, Presidente del Comitato Organizzatore del Congresso di Roma. “Nel nostro Comitato abbiamo voluto la presenza qualificata di professionisti di alto valore provenienti da altri ambiti professionali ed a questi abbiamo aggiunto anche la forte rappresentanza dei cittadini che sono i veri attori centrali del sistema sanitario. Credo che l’apporto di idee e competenze e di nuovi modelli di interscambio professionale abbia sortito un programma di alto contenuto scientifico tutto da seguire”.
Così nel Comitato Scientifico – presieduto da Piera Polidori, farmacista dell’Ismett di Palermo – ci sono i nomi di Marcella Marletta (Ministero Salute), Walter Ricciardi (Iss), Giovanna Scroccaro (Servizio del Farmaco, Regione Veneto), Tonino Aceti (Cittadinanzattiva), Marina Cerbo (Agenas), Lorella Lombardozzi (Regione Lazio), Roberta Di Turi (Sinafo), Annarosa Marra (AIFA), solo per citare alcuni degli esperti che hanno contribuito a sviluppare il programma congressuale. Particolare attenzione è stata poi data nel programma alle best practice, “un argomento”, precisa il Presidente del Comitato Organizzatore, “su cui Sifo è impegnato da tempo con le numerose aree scientifiche che sono abitualmente concentrate durante l’anno e che durante il Congresso giungono così a sintetizzare il lavoro svolto”.
E Cavaliere aggiunge: “Voglio inoltre ricordare che il Congresso si chiuderà con il confronto con i colleghi europei per cercare di identificare insieme percorsi comuni per tutti quei giovani che desiderano percorrere la bellissima strada della nostra professione”. L’ultima plenaria Sifo darà vita infatti al Confronto europeo sugli Statement della farmacia ospedaliera, simposio che ha l’obiettivo di identificare il futuro dei giovani farmacisti a cui parteciperanno anche rappresentanti delle associazioni europee di farmacisti. A conferma dell’attenzione verso i giovani professionisti, il Congresso Sifo si concluderà domenica 26 novembre con la consegna dei premi per i migliori e più innovativi Poster in Farmacia ospedaliera.

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Empagliflozin riduce il rischio di mortalità per cause cardiovascolari

Posted by fidest press agency su sabato, 18 novembre 2017

Boehringer IngelheimIngelheim, Germania e Indianapolis, Indiana (Stati Uniti), 14 novembre 2017 – Nuovi risultati dimostrano che empagliflozin ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari rispetto a placebo, quando aggiunto a trattamenti terapeutici standard, in adulti con diabete di tipo 2 e arteriopatia periferica. Questi risultati di un’analisi post-hoc dello studio cardine EMPA-REG OUTCOME® sono stati resi noti da Boehringer Ingelheim ed Eli Lilly and Company (NYSE: LLY) in una presentazione orale al Congresso 2017 dell’American Heart Association (AHA) ad Anaheim, California, e contemporaneamente pubblicati nell’edizione online di Circulation, la rivista scientifica dell’AHA.
Circa un diabetico su tre di età superiore ai 50 anni è affetto da arteriopatia periferica, ovvero restringimento del lume delle arterie che trasportano il sangue dal cuore agli arti superiori e inferiori, dovuto ad accumulo costituito da placca aterosclerotica. L’arteriopatia periferica può mettere a serio rischio la vita di una persona, quando l’ostruzione riduce considerevolmente l’afflusso di sangue, con conseguente danno agli arti e possibile danno ad organi vitali come cuore, reni e cervello.3 Se non viene adeguatamente gestita, l’arteriopatia periferica può portare all’amputazione degli arti o di parte di essi, e può comportare ricovero, disabilità e mortalità.All’avvio dello studio, il 21% degli oltre 7.000 partecipanti erano affetti da arteriopatia periferica. L’analisi di questa popolazione di pazienti ha rivelato che, rispetto a placebo, empagliflozin, quando aggiunto ai trattamenti standard:
ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari del 43%;
ha ridotto la mortalità per qualsiasi causa del 38% e i ricoveri per scompenso cardiaco del 44%;
ha ridotto il rischio per l’endpoint composito di mortalità per cause cardiovascolari, infarto non-fatale o ictus non-fatale del 16%;
ha ridotto l’insorgenza o il peggioramento di nefropatia del 46%;
globalmente gli effetti cardiovascolari e renali osservati in pazienti con arteriopatia periferica sono stati in linea con i risultati precedentemente riferiti per la popolazione complessiva dello studio EMPA-REG OUTCOME®. Complessivamente gli effetti collaterali, e gli effetti collaterali gravi, sono risultati sovrapponibili nei gruppi in terapia con empagliflozin e con placebo in soggetti con o senza arteriopatia periferica. Nei soggetti con arteriopatia periferica ci sono state amputazioni agli arti inferiori nel 5,5% di quelli trattati con empagliflozin e nel 6,3% di quelli che hanno ricevuto placebo. Nei soggetti senza arteriopatia periferica si sono avute amputazioni agli arti inferiori nello 0,9% di quelli trattati con empagliflozin e nello 0,7% di quelli che hanno ricevuto placebo. “Attraverso continue analisi dei dati di EMPA-REG OUTCOME® miglioriamo le nostre conoscenze su come empagliflozin può aiutare un ampio setting di soggetti che convivono con il diabete di tipo 2 e le sue complicanze” – ha dichiarato il Dottor Georg van Husen, Corporate Senior Vice President, Responsabile Area Terapeutica CardioMetabolica, Boehringer Ingelheim – “I risultati pubblicati e presentati al Congresso AHA dimostrano che empagliflozin ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari e di patologia renale in questa popolazione ad alto rischio, composta da soggetti con diabete di tipo 2 e arteriopatia periferica”.
Nel mondo ci sono più di 415 milioni di diabetici e le stime indicano che in 193 milioni di questi la malattia non è diagnosticata.5 Si prevede che questo numero crescerà fino a 642 milioni di persone entro il 2040.5 Il diabete di tipo 2 è la forma più diffusa di diabete, con una percentuale che arriva sino al 91% di tutti i casi nei Paesi ad alto reddito.5 È una malattia cronica che insorge quando l’organismo non è più in grado di produrre o utilizzare adeguatamente l’insulina.
Gli elevati livelli di glicemia, l’ipertensione e l’obesità associate al diabete aumentano il rischio di sviluppare malattia cardiovascolare, che è la principale causa di mortalità associata al diabete.6,7 Il rischio di sviluppare malattia cardiovascolare è due-quattro volte superiore nei diabetici rispetto ai non diabetici.7 Nel 2015 il diabete ha causato 5 milioni di morti nel mondo, dei quali la malattia cardiovascolare è stata la causa principale.5,7 Circa il 50% della mortalità in soggetti con diabete di tipo 2 nel mondo è dovuta a malattia cardiovascolare.8,9
Per un uomo di 60 anni, avere una storia di diabete può ridurre l’aspettativa di vita di ben sei anni rispetto a un non-diabetico, ed essere un diabetico con storia di infarto o ictus all’età di 60 anni può ridurre l’aspettativa di vita addirittura di 12 anni, rispetto a chi non si trova in queste condizioni.

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Malattie della pelle in aumento

Posted by fidest press agency su sabato, 18 novembre 2017

ospedale bresciaBrescia. Psoriasi, dermatite atopica e vitiligine sono malattie infiammatorie della pelle sempre più diffuse. Molti pazienti possono essere trattati dal dermatologo senza farmaci ma con gli strumenti messi a disposizione dalla fototerapia, in cui gli Spedali Civili di Brescia sono un punto di riferimento europeo. La fototerapia consiste nell’esposizione alla luce con particolari apparecchiature che permettono di irradiare il paziente o solo alcune zone specifiche del corpo, evitando l’uso di farmaci biologici, molto costosi, che possono provocare effetti indesiderati anche pesanti e sono comunque controindicati in pazienti portatori di infezioni croniche o che hanno sofferto di tumori.“La fototerapia è da tempo un approccio utilizzato con successo nel nostro ospedale – afferma il prof. Piergiacomo Calzavara-Pinton, Direttore del Dipartimento di Dermatologia all’Università di Brescia e Presidente SIDeMaST, (Società Italiana di Dermatologia medica e chirurgica, estetica e di Malattie Sessualmente Trasmesse) -, non riduce le difese immunitarie e può essere efficace quanto le terapie farmacologiche. Inoltre i costi sono ridotti rispetto all’uso di alcune molecole: un ciclo di farmaci biologici costa circa 15mila euro per paziente ogni anno, utilizzando le apparecchiature per la fototerapia si possono trattare efficacemente tra i 100 e i 200 pazienti al giorno, con un notevole risparmio per il sistema sanitario nazionale.” Con i nuovi macchinari, a tecnologia laser, LED o a eccimeri, l’esposizione alla luce può essere localizzata e regolata sulla persona e sul tipo di malattia modulando il sistema immunitario senza avere la tossicità sistemica tipica dei farmaci biologici, che tra l’altro non sono indicati in pazienti con epatite B o C, HIV e tumori.”
Di fototerapia, ma anche di malattie causate da sensibilità alla luce e di fotoprotezione si parla al 3° Corso Europeo di Fotodermatologia che si apre oggi al Centro Pastorale Paolo VI a Brescia. Nella prima giornata sotto i riflettori i meccanismi della fotodermatologia (fototerapia e fotosensibilità), nella seconda invece si approfondiranno i temi della fotoprotezione. “In seguito all’esposizione al sole i pazienti con fotodermatosi autoimmuni come eritema solare (polimorfo solare) e orticaria solare – continua il prof. Calzavara-Pinton – hanno una potente reazione cutanea perché il loro sistema immunitario non si adatta alla luce come nelle persone sane. Reazioni fotoallergiche o fototossiche da farmaci o sostanze naturali applicate localmente o assunte per bocca sono anche frequentissime. L’esposizione solare, insieme all’inquinamento ambientale, contribuisce in modo determinante all’invecchiamento della pelle. Per averne un’idea basta guardare la differenza tra la pelle del viso e quella della pancia: hanno la stessa età, hanno mangiato le stesse cose, ma la pelle del viso ha un aspetto più vecchio con molte più rughe e macchie. Dunque, come dobbiamo proteggere la pelle? I solari, e ne esistono moltissimi in commercio, non sono sempre adeguati. A volte si usano i prodotti sbagliati e in modo errato. È importante sapere quali prodotti usare e in che modo”. Tutto ciò rappresenta un ulteriore costo per il SSN. Nella seconda giornata del corso previsti anche i contributi dei direttori medici di alcune delle maggiori aziende produttrici di prodotti solari impegnate nella ricerca sulla fotoprotezione, insieme ai clinici, per mettere a punto nuove linee guida europee per la fotoesposizione che saranno disponibili il prossimo anno.

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Infezioni ospedaliere e possibili rimedi

Posted by fidest press agency su sabato, 18 novembre 2017

Ospedale Spallanzani, RomaPisa 17 novembre 2017 – Ogni anno si verificano in Italia 450-700 mila[1] infezioni in pazienti ricoverati in ospedale. Un numero ancora molto alto per un fenomeno che potrebbe essere, almeno in parte, evitato e che grava pesantemente sui costi della sanità e sulla salute dei pazienti. Una soluzione è già “a portata di mano”: tra le infezioni correlate all’assistenza, quelle del sangue legate alla presenza di un catetere potrebbero diminuire infatti del 60%, con un risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale di circa 15 milioni di euro grazie a 1700 giorni di ricovero in meno l’anno, attraverso l’implementazione di una adeguata strategia di comportamenti e di strumenti (bundle). È quanto emerge da uno studio valutazione di impatto sul budget del sistema sanitario recentemente realizzato dal Gruppo interdisciplinare Azienda Sanitaria Firenze/Università degli Studi di Milano. Il risparmio potrebbe essere a maggior ragione ancora più rilevante se si considera che lo studio ha preso in esame un singolo aspetto della strategia di prevenzione ovvero l’impiego di un “cerotto” a protezione dell’accesso del catetere: si tratta di una medicazione antimicrobica trasparente (Tegaderm CHG prodotta da 3M) che è in grado di ridurre l’incidenza delle infezioni primarie del sangue.“Le infezioni connesse all’assistenza occupano una posizione delicata nell’ambito dell’incidenza degli eventi avversi in sanità, che spesso sono correlati a comportamenti clinico-assistenziali non idonei da parte degli operatori sanitari e a criticità sistemiche in ambito dei deficit organizzativi, – spiega il Dr. Francesco Venneri, Clinical Risk Manager, Direttore S.O.S. Rischio Clinico e Sicurezza del Paziente Azienda USL Toscana Centro. – Come emerge da questo studio, la scelta nell’utilizzo dei dispositivi medici, in particolare delle medicazioni che sono ben delineate nel bundle di adesione alla best practice, è fondamentale per la prevenzione delle infezioni degli accessi vascolari; gli studi evidenziano come una buona adesione ai bundle da parte degli operatori e l’impiego di dispositivi idonei possa incidere sulla riduzione di eventi infettivi in sedi di accesso di dispositivi vascolari. È quindi fondamentale che il Clinical Risk Manager ed il management sanitario lavorino in sinergia per assicurare qualità e sicurezza delle cure ai cittadini e porre anche gli operatori sanitari in condizioni di essere compliant ed aderenti alle buone pratiche clinico-assistenziali. Si tratta di un dovere etico, morale, deontologico e sociale che non possiamo trascurare”.
Lo studio – recentemente realizzato dal Gruppo interdisciplinare del dottor Francesco Venneri, Risk Manager Azienda Sanitaria Firenze, e Carlotta Galeone dell’Università degli Studi di Milano – ha preso in esame i pazienti critici nelle Unità di Terapia Intensiva (UTI) e l’incidenza delle infezioni correlate ai siti degli accessi vascolari. Considerando lo specifico contesto clinico delle UTI in Italia, è stato analizzato come una adeguata strategia di comportamenti e di strumenti (bundle) possa favorire il contenimento della spesa sanitaria. In particolare, è stato considerato un singolo aspetto della strategia di prevenzione, ovvero l’utilizzo di un “cerotto” a protezione dell’accesso del catetere (Tegaderm CHG prodotta da 3M) che è in grado di ridurre l’incidenza delle infezioni primarie del sangue.
Lo studio valuta l’impatto sul budget del Sistema Sanitario Nazionale dell’estensione dell’uso di una medicazione antimicrobica a tutti i pazienti adulti in terapia intensiva per più di 24 ore[3] in sostituzione di una medicazione standard (non antimicrobica). Nonostante il costo superiore della medicazione antimicrobica rispetto ad una medicazione standard, si calcola che se il cerotto venisse utilizzato su tutti i pazienti seguiti nelle UTI in Italia sarebbe possibile prevenire circa il 60% delle infezioni ed evitare circa 1700 giorni di ricovero all’anno, dando luogo ad un potenziale risparmio per il SSN complessivamente pari a circa 15mln di euro.

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Cardiologia e le malattie “orfane”

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 novembre 2017

riminiRimini, sabato 18 novembre, congresso nazionale di Senior Italia Federanziani. Le cosiddette “malattie orfane” riguardano un milione di Italiani, più della metà dei quali troverebbe giovamento in un intervento di cardiochirurgia o di cardiologia interventistica – Eppure in Italia, si eseguono meno di 30 mila interventi sulle valvole cardiache l’anno – Scarsa conoscenza, diagnosi carente, barriere al trattamento, limitato accesso alle terapie innovative, le principali cause denunciate da Cuore Italia – Heart Valve Voice nel “Libro Bianco sul trattamento delle malattie valvolari cardiache”
Le malattie delle valvole cardiache colpiscono in Italia oltre 1 milione di persone e riguardano il 10 per cento della popolazione oltre i 65 anni, la fascia più colpita. Si stimano in oltre 130 mila gli Italiani che soffrono di stenosi aortica grave sintomatica, per i quali le linee guida nazionali e internazionali suggeriscono un intervento di sostituzione della valvola, e in circa 600 mila quelli che accusano un’insufficienza mitralica da moderata a grave, per molti dei quali sarebbe utile un intervento correttivo. Eppure, in Italia, ogni anno si eseguono meno di 30 mila interventi sulle valvole cardiache, a testimonianza di malattie cui viene concessa scarsa considerazione nel nostro Paese.Poco conosciute dagli stessi pazienti, non diagnosticate con tempestività e attenzione, non sufficientemente e adeguatamente trattate, gravate da significative barriere all’accesso alle cure più innovative, le malattie delle valvole cardiache sembrano malattie orfane: questa la denuncia che emerge dal “Libro Bianco sul trattamento delle malattie valvolari cardiache” realizzato da Cuore Italia, l’associazione appartenente alla rete internazionale Heart Valve Voice, nata per dare voce alle persone colpite da queste patologie. Il documento sarà presentato in anteprima a Rimini, sabato 18 novembre, nell’ambito del congresso nazionale di Senior Italia Federanziani.“Il Libro bianco rappresenta il coronamento del primo anno e mezzo di lavoro di Cuore Italia – Heart Valve Voice, associazione che costituisce il punto di riferimento in Italia per quei malati fino a oggi isolati e troppo spesso ignari della possibilità di allungare la propria vita e migliorarne significativamente la qualità, grazie alle cure disponibili”, spiega Roberto Messina, Presidente di Cuore Italia – Heart Valve Voice. “Con questo documento ci proponiamo di evidenziare i fattori e le barriere ancora esistenti nel nostro Paese sui quali risulta necessario un intervento. Dalla poca notorietà, ai ritardi nella diagnosi, al fatto che cure oggi disponibili non sono uniformemente accessibili sul territorio nazionale, con disparità di trattamento tra cittadini di regioni diverse e di età diverse”, precisa.“Le malattie delle valvole cardiache sono molto più frequenti di quanto si possa pensare e producono un impatto sulla salute e sulla qualità di vita importante, soprattutto nelle persone in età avanzata, in cui la malattia è più spesso severa e invalidante”, dice Pierluigi Stefano, Direttore Divisione di cardiochirurgia dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi di Firenze e membro del Comitato scientifico di Cuore Italia – Heart Valve Voice.Generalmente le malattie delle valvole cardiache sono poco conosciute e “trascurate” dai cittadini: solo il 5 per cento degli italiani oltre i 60 anni ne ha sentito parlare e ancora meno, il 2 per cento, se ne preoccupa, nonostante le forme più gravi abbiano una prognosi fortemente negativa, simile a quella di molti tumori. La buona notizia è la possibilità di diagnosticarle con sufficiente semplicità – basta un’attenta auscultazione del cuore con il fonendoscopio – e curarle con interventi che consentono di sostituire la valvola malata o di ripararne la porzione danneggiata lasciando la valvola “naturale”, allungando la vita e migliorandone la qualità in modo significativo.“Le evidenze scientifiche dimostrano che i benefici dell’intervento sono sempre maggiori: la mortalità intra- e quella post-operatoria sono in costante diminuzione e il rischio di tali eventi è nettamente inferiore al grande beneficio che ne deriva. Le tecniche mini o non invasive garantiscono al paziente riabilitazione e tempi di ripresa delle normali attività quotidiane più rapidi, con minori complicanze e miglioramento delle condizioni post-operatorie. Il tutto, con un indubbio impatto positivo anche sul Servizio sanitario nazionale”, aggiunge Stefano.Cuore Italia – Heart Valve Voice, in linea con gli obiettivi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e della Commissione europea, ritiene che affrontare in maniera adeguata le malattie delle valvole cardiache permetta il raggiungimento di quella condizione definita “healthy ageing”, contribuendo da un lato a mantenere attiva, indipendente e autosufficiente un’ampia parte della popolazione e a valorizzarne il potenziale, di grande valore per la società.“La popolazione italiana invecchia; già oggi gli over 65 rappre­sentano il 22 per cento, contro una media europea del 18,9 per cento, e nei prossimi 25 anni ISTAT stima questo dato possa abbondantemente oltrepassare la soglia del 30 per cento. Per questo, le malattie delle valvole cardiache saran­no sempre più diffuse”, dichiara Alessandro Boccanelli, Presidente della Società Italiana di cardiologia geriatrica (SICGe), anch’egli membro del Comitato scientifico di Cuore Italia – Heart Valve Voice. “Troppo spesso queste malattie non sono diagno­sticate e, anche quando ciò avviene, non sempre i pazienti sono avviati al trattamento più adeguato: è stato documentato che cir­ca un terzo dei pazienti affetti da stenosi aortica con indicazione al trattamento chirurgico non vengono operati, e che ciò si veri­fica in un caso su 2 per la malattia della valvola mitrale. Nel nostro Paese, inoltre, esistono barriere al trattamento, specialmente per le procedure e le tecnologie innovative come la TAVI (sostituzione della valvola aortica per via transcatetere) e la mitraclip (la clip per l’insufficienza mitralica), che causano accesso non uniforme alle cure, disparità di trattamento tra cittadini di regioni diverse e migrazione di pazienti in altre regioni per rice­vere le cure appropriate”, dice ancora.“Auspichiamo che il Libro bianco rappresenti uno strumento importante di conoscenza e lavoro per chi deve compiere scelte di politica sanitaria a livello nazionale e locale. Possa quindi spingere i decisori a sostenere l’informazione dei pazienti, ad adottare politiche che consentano l’accesso ai trattamenti innovativi in modo uniforme su tutto il territorio nazionale valorizzando adeguatamente l’innovazione tecnologica, e che mantengano il sistema al passo con l’evoluzione delle tecnologie sanitarie, partendo dall’applicazione di documenti e linee guida già esistenti, elaborati dalla comunità scientifica e fin qui largamente disattesi. Confidiamo che la voce della comunità dei pazienti sia ascoltata e che il Libro bianco possa contribuire all’evoluzione dell’approccio al problema, nella direzione di una sempre maggiore tutela dei pazienti, specialmente i più fragili”, conclude Roberto Messina.

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Human Genetics Centre at University of Oxford Deploys Univa Solutions

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 novembre 2017

oxford universityOxford. Univa®, a leading innovator of workload management products, today announced its Univa Grid Engine distributed resource management system is powering the Wellcome Centre for Human Genetics’ (WHG) high performance computing (HPC) environment.WHG is a research institute within the Nuffield Department of Medicine at the University of Oxford. The Centre is an international leader in genetics, genomics, statistics and structural biology with more than 400 researchers and 70 administrative and support personnel. WHG’s mission is to advance the understanding of genetically-related conditions through a broad range of multi-disciplinary research.
To support its research community, the Centre operates a shared HPC cluster comprising over 4,000 InfiniBand-connected, high-memory compute cores and 4PB of high performance, parallel storage running 250 applications. WHG’s previous open source scheduler lacked practical software support and did not address the increasing use of containerized machine learning applications. To plan for growth and accommodate mixed workload types (serial-batch, array, MPI, container, Spark) on the same shared cluster, the Centre evaluated a variety of open source and commercial options. The review committee awarded Univa Grid Engine as the replacement, citing its modern scheduler, expert technical support and minimal user re-training for its selection.“The conversion from the previous scheduler to Univa Grid Engine was virtually painless. Our users are happy that their hard-won knowledge continues to be relevant, significant scheduler bugs and vulnerabilities were fixed, and we also save on our own precious system administration time,” said Dr. Robert Esnouf, Head of Research Computing Core, Wellcome Centre for Human Genetics. “We can now plan for significant future growth with Univa as a key component of our infrastructure offering.”The transition to Univa Grid Engine also provided WHG with new capabilities like GPU-aware scheduling, DRMAA2, and container support, placing WHG in a position to embrace emerging research techniques and support a wider range of research. To learn more how WHG expanded workloads for their life-science research, download this detailed case study.

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Congresso ‘Hepatology in motion: research and utilities’

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 novembre 2017

Università di Napoli “Federico II”JPGNapoli da giovedì 23 novembre a sabato 25 si terrà il congresso ‘Hepatology in motion: research and utilities’ occasione per un confronto tra esperti provenienti da tutta Italia e dall’estero sulle novità a livello terapeutico, diagnostico e della ricerca in epatologia, che stanno modificando sostanzialmente l’organizzazione dell’assistenza sanitaria, la pratica clinica e l’approccio alle nuove esigenze del paziente.
Il congresso si aprirà alle ore 11 presso l’Aula magna della Scuola di Medicina e Chirurgia Università di Napoli ‘Federico II’ in Via Pansini 5, con una sessione dedicata all’HCV, seguita nel pomeriggio da una tavola rotonda cui parteciperanno tutte le società scientifiche, le associazioni dei pazienti e i rappresentanti dei media dal titolo: ‘Information, deformation and training. Scientific Societies between institutions and media’.

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Malattie aterosclerotiche, aumento della tiroxina libera associata a eccesso di rischio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 novembre 2017

malattie ateroscleroticheLivelli elevati, ma anche ai limiti superiori della norma, di tiroxina libera (FT4) si associano a maggiori probabilità di decessi legati a vasculopatie aterosclerotiche nelle persone anziane e di mezza età, secondo uno studio appena pubblicato su Circulation Research. I ricercatori, coordinati da Arjola Bano dell’Erasmus University di Rotterdam in Olanda, hanno analizzato i dati di 9.420 partecipanti al Rotterdam Study (età media 65 anni, 57% donne) verificando eventuali correlazioni tra livelli di FT4 e ormone tireostimolante (TSH) con la presenza di aterosclerosi, malattie cerebrovascolari o altre vasculopatie correlate. E dopo un follow-up mediano di 8,8 anni, è emerso che aumentati livelli di FT4 si associano a un raddoppio delle probabilità di aumenti patologici delle calcificazioni coronariche, che indicano un’aterosclerosi subclinica. Inoltre un incremento dei valori di tiroxina libera si associa a un aumento dell’87% delle probabilità di eventi cardiovascolari da aterosclerosi e a un raddoppio del rischio di morte cardiovascolare aterosclerosi correlata.«Ci aspettavamo che la funzione tiroidea influenzasse il rischio di aterosclerosi attraverso fattori di rischio cardiovascolari tradizionali come l’ipertensione, ma i nostri dati suggeriscono un ruolo importante di meccanismi fisiopatologici diversi» scrivono i ricercatori, sottolineando che il dosaggio della tiroxina libera potrebbe aiutare a individuare gli individui a maggior rischio di aterosclerosi. «Crediamo che questo sia il primo studio di coorte a indagare il rapporto tra funzione tiroidea e aterosclerosi dalla fase subclinica a quella gravemente sintomatica o addirittura mortale» riprendono gli autori, precisando che limiti dello studio sono la mancanza di dosaggi ormonali seriati e la casistica limitata ad adulti caucasici anziani e di mezza età, cosa che impedisce l’estensione dei risultati ad altre popolazioni. «Questi dati aprono la strada a studi che chiariscano i meccanismi alla base del legame tra aterosclerosi e funzione tiroidea, permettendo di individuare potenziali obiettivi per strategie preventive future» conclude Bano. (fonte: doctor33) (foto: malattie aterosclerotiche)

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Occhio all’edema maculare diabetico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 novembre 2017

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Il diabete ed in particolare quello di tipo 2, è una patologia sempre più diffusa, anche per effetto di abitudini alimentari e stili di vita non sempre virtuosi: le stime parlano di una vera e propria pandemia, con circa 592 milioni di persone colpite nel mondo entro il 2035. In occasione della Giornata Mondiale del diabete, malattia che in Italia riguarda oggi 1 italiano su 12 (per un totale di oltre 3 milioni e mezzo di persone), la prevenzione e una corretta gestione della patologia sono di primaria importanza per evitare l’insorgenza di complicanze anche gravi. Tra queste, l’edema maculare diabetico (DME) è la complicanza oculare più diffusa e rappresenta la principale causa di perdita della vista nella popolazione adulta (tra i 20 e i 64 anni, una minaccia che impatta fortemente sui pazienti: di tutte le disabilità, la perdita della vista è infatti una delle più temute, con circa l’80% delle persone che la temono più di perdere un arto. L’iperglicemia cronica del diabete provoca infiammazione, che può portare alla formazione dell’edema maculare diabetico ovvero un accumulo di liquidi nella macula, la parte centrale e più importante della retina, che ci consente di leggere, guidare, riconoscere i volti e i colori. Si manifesta con un calo progressivo della vista e una visione deformata (immagini ondulate, aree sfocate, macchie scure, alterazione dei colori), che impediscono lo svolgimento delle principali attività quotidiane, con un notevole peggioramento sulla qualità di vita.
Inoltre, i costi diretti e indiretti associati alla riduzione della vista hanno peso su tutti i livelli: dalle prestazioni INPS erogate ogni anno (più di 1 miliardo a favore dei ciechi civili) ai costi ospedalieri, alla minore produttività lavorativa, all’impegno dei familiari per accompagnamento dell’ipovedente.
Da una recente indagine europea1 è emerso che il carico degli appuntamenti per un paziente con edema maculare è pari a ben 19 ogni 6 mesi: l’impatto sulla qualità di vita, oltre che sui costi per il SSN, è notevole. Per la somministrazione della cura (trattamenti intravitreali che consentono di arrestare la progressione della malattia), a un paziente è richiesto in media un impegno di 4h27 minuti ad ogni singolo appuntamento, incluso il tempo del viaggio. ll 37% dei pazienti necessita complessivamente di più di 2 giorni di assenza dal lavoro per sottoporsi alle cure e il 71% si avvale dell’assistenza di un accompagnatore o familiare. Di questi, il 50% degli accompagnatori lavora, e di questi, il 59% deve prendere dei giorni di permesso per aiutare e sostenere il paziente.
In Italia si contano oggi circa 200 mila i pazienti affetti da edema maculare diabetico, ma potrebbero essere molti di più, in quanto parecchi non sanno di avere la malattia e non sono pertanto stati diagnosticati. Ogni paziente diabetico dovrebbe sottoporsi frequentemente a controlli della vista per diagnosticare una retinopatia diabetica ed intervenire tempestivamente. È raccomandabile trattare questa patologia nei primi stadi di sviluppo, quando la vista non è stata ancora gravemente compromessa.

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Verso nuovi scenari assistenziali per la psichiatria forense

Posted by fidest press agency su martedì, 14 novembre 2017

università bresciaBrescia il 22 e il 23 novembre al centro Probrixia di Brescia (“Dipartimenti di Salute Mentale e REMS: verso nuovi scenari assistenziali per la psichiatria forense” riunirà i massimi esperti della materia si propone innanzitutto di fornire i risultati conclusivi del progetto ‘VIOlence Risk and MEntal Disorders’ (VIORMED), finanziato dalla Regione Lombardia, promosso e coordinato dall’IRCCS Fatebenefratelli. Il progetto VIORMED rappresenta il primo studio prospettico mai fatto in Italia per valutare e seguire, con una metodologia particolarmente rigorosa, un’ampia coorte di pazienti in trattamento, caratterizzati da una storia di gravi comportamenti violenti. Inoltre l’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia ha appena vinto un progetto europeo dedicato appunto ad un analisi dei percorsi assistenziali e delle caratteristiche delle strutture psichiatrico-forensi in 5 paesi europei (oltre l’Italia, Austria, Germania, Gran Bretagna e Polonia). La presentazione dei risultati del VIORMED fornirà lo spunto per una sessione interamente dedicata alla presentazione di progetti ed esperienze condotte sino ad oggi nelle REMS e nei DSM, e sarà poi seguita da un’accurata revisione delle conoscenze ad oggi disponibili per la prevenzione ed il trattamento di pazienti con disturbi mentali gravi a rischio di comportamenti violenti.
La recente chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) e il contestuale avvio delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS) ha rappresentato un cambiamento epocale nel campo della psichiatria forense italiana, sino a pochi anni fa caratterizzata da una pratica asilare degradante, parallela ad una intensa generazione di ‘perizie’, spesso di limitato valore scientifico e conoscitivo. Oggi c’è lo spazio teorico-pratico per un significativo cambiamento in questo delicato settore, che implica un profondo rinnovamento delle conoscenze e delle pratiche assistenziali.
Le competenze e le responsabilità assistenziali per i Dipartimenti di Salute Mentale (Dsm) si sono accresciute, anche se essi erano e sono solo in parte attrezzati a trattare efficacemente pazienti con una storia di comportamenti violenti, o a rischio di comportamenti violenti. Inoltre, in Italia la ricerca nel campo della psichiatria forense è stata sino ad oggi estremamente limitata, e ciò non ha favorito un approccio scientificamente rigoroso ai delicati problemi che quest’area assistenziale pone. Malgrado questo, i Fatebenefratelli restano in prima linea in un settore che incarna perfettamente la loro secolare tradizione di impegno assistenziale – San Giovanni di Dio iniziò il proprio apostolato tra i malati di mente, che spesso, nella Spagna del XVI secolo, venivano “curati” nelle carceri – ed infatti gestiscono a San Maurizio Canavese (Torino) una delle nuove REMS.

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Global Good and Motic Introduce Breakthrough AI-Powered Microscope to Fight Drug-Resistant Malaria

Posted by fidest press agency su martedì, 14 novembre 2017

malariaAdvanced microscope designer and manufacturer Motic China Group Co., Ltd, a subsidiary of Motic (Xiamen) Electric Group Co Ltd (SHE: 300341), announced today at MEDICA 2017 that it has partnered with the Global Good Fund, a collaboration between Intellectual Ventures and Bill Gates to develop technologies for humanitarian impact. This new collaboration will create and distribute the EasyScan GO*, a breakthrough AI-powered microscope to fight the spread of drug-resistant malaria and assist in case management. Using custom image recognition software, EasyScan GO is capable of identifying and counting malaria parasites in a blood smear in as little as 20 minutes. “This collaboration, combining Global Good’s impact invention focus with Motic’s engineering, manufacturing and distribution capabilities, represents the type of innovative healthcare solution that is needed to improve health in emerging and low-income markets,” said Maurizio Vecchione, Intellectual Ventures’ Executive Vice President of Global Good and Research. “By distributing and commercializing an intelligent microscope, Global Good and Motic are creating a future where quality diagnosis of multiple diseases is within reach for everyone everywhere.” “Malaria is one of the hardest diseases to identify on a microscope slide,” said David Bell, Director of Global Health Technologies supporting Global Good. “By putting machine learning-enabled microscopes in the hands of laboratory technicians, we can overcome two major barriers to combating the mutating parasite—improving diagnosis in case management and standardizing detection across geographies and time.”
Every year, malaria kills almost half a million people, and researchers estimate nearly half the world’s population is at risk of contracting it. The rapid spread of a multidrug-resistant strain in parts of Southeast Asia is a particularly alarming development detailed by researchers in a letter published recently in The Lancet.Accurate detection of severe and drug-resistant cases requires analysis of a blood smear by a WHO-certified expert microscopist, which takes roughly 20 minutes per slide. Automating the process with an intelligent microscope can alleviate the shortfall of trained personnel in under-resourced countries. Field tests of an early prototype of the microscope presented at the International Conference on Computer Vision (ICCV) showed that the machine learning algorithm developed by Global Good is as reliable as an expert microscopist.“Our goal in integrating Global Good’s advanced software into Motic’s high-quality, affordable digital slide scanner is to simplify and standardize malaria detection,” said Richard Yeung, Vice President of Motic China. “Success with the most difficult-to-identify disease paves the way for the EasyScan product line to excel at almost any microscopy task and to detect other major diseases that affect developed and emerging markets alike.” The EasyScan GO is currently being trained to recognize all species of malaria and other parasites and traits commonly found on a blood film, including Chagas disease, microfilaria and sickle cell. The team will also explore its application to other sample types, such as sputum, feces and tissue, as well some forms of cancer. For more, please visit: http://www.easyscango.com.

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Sperimentata per la prima volta al mondo la terapia genica per la mucopolisaccaridosi di tipo VI

Posted by fidest press agency su martedì, 14 novembre 2017

Università di Napoli “Federico II”JPGNapoli. Presso il Dipartimento di Pediatria del Policlinico Federico II, per la prima volta al mondo, un paziente con mucopolisaccaridosi di tipo VI ha ricevuto un farmaco di terapia genica.Ma cos’è la mucopolisaccaridosi di tipo VI? Si tratta di una grave malattia genetica con coinvolgimento multi-sistemico dovuto al deficit dell’enzima arilsolfatasi B. Il farmaco usato è derivato dal virus adeno-associato ed ha la capacità di trasferire il gene codificante per l’enzima arilsolfatasi B che, una volta prodotto dalle cellule del fegato, viene secreto nel circolo ematico e, quindi, captato dai tessuti affetti.“In sintesi, nei pazienti con mucopolisaccaridosi di tipo VI il gene che codifica l’arilsolfatasi B è mutato e produce un enzima non funzionante. L’obiettivo della terapia genica è fornire al paziente il gene corretto per ripristinare la funzione dell’enzima. In questo modo, si evita l’accumulo di sostanze tossiche che determinano danni agli organi. La terapia genica avviene attraverso una singola infusione del farmaco in una vena periferica. Il farmaco consiste in un virus trattato in laboratorio per eliminarne gli effetti dannosi e conservarne la capacità di trasferire geni. Le cellule del fegato che ricevono il gene codificante per l’enzima diventano una fabbrica per la produzione e secrezione dell’enzima che viene poi captato dagli altri organi”, spiega Nicola Brunetti Pierri, responsabile della sperimentazione.Gli studi effettuati dal prof. Alberto Auricchio, responsabile del programma di terapia genica dell’Istituto Telethon di Genetica e Medicina di Pozzuoli (TIGEM), e professore di Genetica Medica presso l’Università Federico II di Napoli, hanno dimostrato in modelli pre-clinici che l’enzima arilsolfatasi B viene espressa per molti anni dopo una singola somministrazione, portando a benefici clinicamente rilevanti.Il team medico che segue la sperimentazione clinica del farmaco è composto, inoltre, dai pediatri Roberto della Casa, Simona Fecarotta e Giancarlo Parenti con il supporto degli anestesisti, Maria Vargas e Giuseppe Servillo e del personale infermieristico. Lo studio clinico prevede, inoltre, l’arruolamento di altri pazienti provenienti da altri centri italiani, da un centro olandese e da un centro in Turchia: tutti i pazienti riceveranno il farmaco presso il Dipartimento ad Attività Integrata di Pediatria (DAI) dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II. Un successo conseguito grazie alla stretta collaborazione tra il TIGEM, diretto da Andrea Ballabio, l’Azienda Ospedaliera Federico II, il Dipartimento ad Attività Integrata di Pediatria e il Dipartimento di Scienze mediche Traslazionali, che pone il Policlinico Federico II in una posizione di assoluto prestigio a livello nazionale e internazionale.

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XXIV Congresso Nazionale SICP: Società Italiana di Cure Palliative

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 novembre 2017

riccioneRiccione, 15/18 novembre 2017 Palazzo dei Congressi, Viale Virgilio, 17Oltre a numerose sessioni e tavole rotonde congressuali sui temi clinici, relazionali e organizzativi tipici delle cure palliative, si segnalano due eventi di particolare rilievo che si terranno nell’ambito dei lavori congressuali.
Il primo è rappresentato da una tavola rotonda che apre la giornata inaugurale del 15 novembre e che è dedicata al controverso rapporto fra il fine vita e i mass media. La tavola rotonda sarà preceduta da una lezione magistrale del Prof. Matteo Asti, docente di Film Criticism presso l’Università Cattolica di Brescia e di Cinema & Media Communication presso l’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia, dal titolo “Il tormentato rapporto fra mass media e fine vita”. La tavola rotonda sarà animata dagli interventi di qualificati giornalisti quali Guido Barlozzetti (RAI), Lucia Bellaspiga (Avvenire) e Fabrizio Vallari (RICP Rivista Italiana di Cure Palliative), che porteranno la loro esperienza ed il loro punto di vista professionale sulle difficoltà, le ambiguità e le mistificazioni che frequentemente i giornali e la televisione manifestano nel trattare i temi relativi alla malattia e alla morte. Per SICP (Società Italiana di Cure Palliative) è invece importante ristabilire un corretto rapporto fra mondo dell’informazione e il fine vita allo scopo di facilitare lo sviluppo di una matura consapevolezza circa i temi del fine vita nella popolazione generale. Uscire da una irrealistica attesa di immortalità e da una rimozione costante del pensiero della terminalità può consentire, infatti, un miglior approccio al fine vita, proprio e dei propri cari, che permetta di affrontare con meno sofferenza e meno trattamenti sproporzionati la fase avanzata e terminale delle malattie oncologiche e non oncologiche.
L’altro evento, che chiuderà il Congresso il giorno 18 novembre, sarà la presentazione di un importante documento di EAPC (European Society of Palliative Care) dedicato alla Pianificazione Anticipata delle Cure, ossia a quel processo che porta alla condivisione delle decisioni di cura fra il malato e i sanitari. Il documento, alla cui stesura hanno partecipato anche palliativisti italiani oltre che esperti europei e statunitensi, sarà presentato dalle due promotrici Ida Korfage (assistant professor of Quality of Life, Department of Public Health Erasmus MC, Rotterdam, The Netherlands) e Judith Rietjens (assistant professor, Department of Public Health of Erasmus MC, Rotterdam, the Netherlands). La Pianificazione Anticipata delle Cure rappresenta la via principale per la formulazione delle Direttive Anticipate di Trattamento (spesso più note come Testamento Biologico). Il documento di EAPC rappresenta una fondamentale conferma dell’importanza di una medicina che deve fuoriuscire dal paternalismo medico per entrare pienamente nella medicina denominata “delle scelte condivise” al fine di permettere al malato di esprimere le sue volontà in merito alla cure attuali e, soprattutto, a quelle future. La Pianificazione Anticipata delle Cure e le relative Direttive Anticipate mirano, infatti, a tutelare le volontà del malato quando lui non potrà più manifestarle per il sopraggiungere di un’incapacità mentale legata a complicanze o malattie cerebrali che ne compromettono la coscienza e la capacità di decidere e comunicarle. Le cure palliative, che da sempre hanno posto al centro delle loro attenzioni il malato, propugnano questo modello d medicina perché è l’unico a poter garantire un reale rispetto dei bisogni delle preferenze del malato. Alla luce del documento di EAPC, cui SICP è associata fin dalla sua fondazione, diventa importante riflettere sull’approvazione nel nostro Parlamento della legge sul consenso informato, sulla pianificazione delle cure e sulle Direttive Anticipate.
In tal senso, nel programma del Congresso è previsto un focus-on sul Disegno di Legge sul consenso, pianificazione anticipate e DAT che vede la partecipazione dell’On. Donata Lenzi, Deputato alla Camera, Capogruppo PD nella “XXII Commissione Affari Sociali” che ha stilato la proposta di legge approvata alla fine di aprile 2016 dalla Camera dei Deputati e ora in discussione al Senato della Repubblica. (Luciano Orsi Responsabile Comunicazione SICP)

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Spezie: salute, alimentazione e ricerca

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 novembre 2017

spezieFirenze Auditorium Cto Careggi venerdì 24 novembre ore 9,30 apertura lavori medici e speziali, ricercatori ed erboristi, studenti e infermieri, droghieri e semplici cultori… saranno in 500, a Firenze, al Convegno sulle Spezie, aperto a chiunque sia interessato all’argomento, saporito, piccante e stimolante, per la mente e per il corpo, per gli occhi e per il palato. Utile per aggiornarsi sull’evoluzione della ricerca, ricevere input nuovi, anche sull’alimentazione, arricchita di saperi e sapori, antichi e nuovi, vengano essi da occidente o da oriente. Anche in ambito medico, o semplicemente nutrizionale o salutistico, o erboristico, o farmaceutico. Ma fosse anche solo per imparare l’uso di qualche spezia nuova in cucina. Perché no? Parliamo di spezie e salute? Automaticamente il pensiero di molti corre, ma si ferma spesso alla Curcuma e allo Zenzero. Misconoscendo invece le potenzialità interessanti dello Zafferano, e di moltissime altre spezie, dimenticando le applicazioni medicinali della capsaicina, sulla quale la ricerca è iniziata già decina di anni fa, fino a condurre alla scoperta di nuovi e importanti recettori, non solo per il dolore! Parliamo di spezie nell’alimentazione? E molti di noi confinano la loro mente al pepe e al peperoncino, come stimolanti la digestione. Forse neppure hanno mai sentito parlare del Cardamomo, o sottovalutano tutta la finezza del Cumino, o le possibili sfumature del Curry. Per non parlare dei Chiodi garofano che qualcuno li ricorda solo come desueto rimedio odontoiatrico, non sapendo che ne possiamo ottenere ottimi decotti utili in caso di influenza, come un olio essenziale con interessanti attività antibiotiche. E lo stesso dicasi dell’Origano.

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Cancro e la tassa sul fumo

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 novembre 2017

sigarette“Plaudiamo in modo convinto alla decisione della Commissione Sanità del Senato di aumentare la tassazione sul fumo di sigaretta per arrivare così a una cifra complessiva da destinare ai farmaci anticancro innovativi e alle cure palliative pari a 600 milioni di euro. Queste terapie stanno cambiando la storia di molte neoplasie, garantendo ai pazienti la guarigione o sopravvivenze a lungo termine. Si tratta di una scelta importante nella lotta contro i tumori, per dare risposte immediate e garantire l’acceso ai migliori trattamenti per i tutti nostri pazienti”. Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), esprime profonda soddisfazione per l’emendamento alla legge di bilancio che porta la prima firma della presidente Emilia De Biasi, sottoscritto all’unanimità dalla Commissione Sanità del Senato. Nel 2017 in Italia sono previste 369mila nuove diagnosi di cancro. “Armi efficaci, come la chemioterapia più attiva e meglio tollerata, le terapie a bersaglio molecolare e l’innovazione nel campo dell’immuno-oncologia determinano un allungamento della sopravvivenza con una buona qualità di vita – continua la presidente Gori -. L’incremento del costo delle ‘bionde’ rappresenta una battaglia di civiltà contro il principale fattore di rischio oncologico e per tutelare la salute dei cittadini. La nostra proposta di aumentare di un centesimo il prezzo di ogni sigaretta ha raccolto consensi trasversali, dai rappresentati delle Istituzioni alle Associazioni dei pazienti, fino al Ministro della Salute, che ringraziamo. Ora ci auguriamo che la decisione della Commissione Sanità del Senato non rimanga solo sulla carta ma diventi operativa a vantaggio di tutti i pazienti e delle loro famiglie”.

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Salute e condizioni sociali

Posted by fidest press agency su domenica, 12 novembre 2017

034-Figura di vecchio seduto addormentato con mani strette a pugno chiuso, 1944, Carboncino, cm 1Le condizioni sociali ed economiche in cui una persona nasce e cresce possono avere un forte impatto sul suo stato di salute e sulla qualità della sua vita. Lo ha affermato l’epidemiologo Paolo Vineis, nella relazione che ha tenuto all’apertura dei lavori della conferenza Invecchiamento di successo, organizzata ad Alba dalla Fondazione Ferrero. Vineis insegna Salute globale all’Imperial College di Londra ed è coordinatore del progetto europeo Lifepath, che si occupa di studiare i meccanismi biologici tramite i quali le condizioni socioeconomiche condizionano la salute delle persone. Ad Alba, Vineis ha presentato i risultati finora ottenuti nella comprensione scientifica delle “disuguaglianze di salute”. Di come, in altri termini, le disuguaglianze sociali si traducano in eventi biologici che possono determinare un invecchiamento più o meno in salute, e spesso una mortalità prematura.Ci sono persone che possono scegliere di andare a vivere in contesti più confortevoli e meno inquinati, di mandare a scuola i figli e di adottare stili di vita più sani. Ci sono altre persone, invece, che sono più esposte a una cattiva alimentazione, che non possono permettersi di coltivare l’istruzione loro e dei propri figli, e che sono costrette ad abitare in quartieri malsani, trafficati, se non addirittura asfissiati da discariche e poli industriali. Queste differenze, che vanno sempre più allargandosi, generano a loro volta preoccupanti differenze a livello di salute e qualità della vita.In Europa, l’86% dei decessi è attribuibile alle malattie croniche non trasmissibili, che a loro volta determinano il 77% degli anni di vita in buona salute persi e il 75% dei costi sanitari (soprattutto in assistenza a lungo termine). La maggior parte di queste malattie, e le conseguenti morti premature, vengono attribuite a cause complesse (largamente ambientali o comportamentali), che hanno negli stili di vita insalubri le cause principali: alimentazione scorretta, scarsa attività fisica, fumo, alcol. In realtà gli stili di vita, così come altri fattori di rischio, risentono fortemente di determinanti sociali di salute come la posizione nella società e sul lavoro, il reddito, e il livello educativo. I quali, quindi, vanno di fatto considerati le cause delle cause, che andrebbero tenute presenti nelle azioni di prevenzione e contrasto messe in opera dai sistemi sanitari.Le disparità sociali che si traducono in disuguaglianze di salute sono evidenti anche in paesi come l’Italia, meno colpita di altri paesi, probabilmente grazie all’effetto positivo che ancora giocano fattori come la alimentazione e la presenza di un sistema sanitario universalistico. Ciononostante, anche in Italia, fra un operaio non qualificato e un dirigente si osservano in media 5 anni di svantaggio nella speranza di vita.Perché questo accade? Attraverso quali meccanismi biologici e molecolari lo svantaggio sociale si traduce in malattia? Una delle spiegazioni più accreditate individua queste differenze di longevità e benessere negli stili di vita connessi allo stato socioeconomico, ma anche nello stress psicosociale connesso a condizioni di deficit educativo, lavorativo, ambientale, relazionale ed economico. Lo stress cronico che ne consegue può tradursi in malattia e mortalità precoce attraverso una serie di meccanismi fisiopatologici: dagli ormoni dello stress (rilascio aumentato di cortisolo) a marcatori di rischio cardiovascolare come la proteina C reattiva, allo stato di infiammazione cronica e alle malattie che ne derivano.Un gruppo di ricercatori del progetto Lifepath ha recentemente dimostrato che il 20% della mortalità prematura è dovuto a povere condizioni socioeconomiche, che si rivelano essere il terzo fattore di rischio dopo il fumo e l’inattività fisica. Altre ricerche realizzate dal consorzio coordinato da Vineis hanno mostrato come le disuguaglianze nella vita materiale e psicologica delle persone comincino ad esercitare la loro influenza a partire addirittura dalla gestazione. Già da quel momento, infatti, le condizioni materiali dei genitori influiscono sul nascituro, determinando in parte anche parametri come l’altezza e la predisposizione futura a sviluppare malattie. È nella prima fase della vita, almeno fino alla tarda adolescenza, che è massima l’incidenza dello svantaggio socioeconomico sulla biologia della persona, che poi si manifesterà nei decenni successivi in termini di malattie e mortalità prematura.
Riconoscere l’importanza delle condizioni sociali ed economiche nell’influire sulla salute e sulla qualità dell’invecchiamento, secondo Vineis, è dunque il primo passo necessario per capire dove intervenire per migliorare il benessere delle persone. Inoltre, la comprensione dei processi biologici attraverso i quali le disuguaglianze sociali si traducono in disuguaglianze per la salute consentirebbe di fornire accurate importanti prove scientifiche a istituzioni sanitare e decisori politici, che a loro volta potranno rendere più incisive le politiche di sanità pubblica.

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Cambiano i requisiti che disciplinano i dispositivi medici

Posted by fidest press agency su sabato, 11 novembre 2017

dispositivi medici.Con il nuovo Regolamento UE per i Dispositivi Medici (MDR), le facoltà degli Organismi Notificati relativamente alla valutazione delle evidenze cliniche dopo l’immissione dei prodotti sul mercato si ampliano, includendo gli audit non annunciati ed il campionamento e i test sui prodotti.
“Inoltre, i fabbricanti di dispositivi medici saranno tenuti a raccogliere una quantità molto maggiore di dati clinici rispetto a quello che avviene attualmente, così da poter condurre una continua valutazione dei potenziali rischi e benefici sulla sicurezza”, afferma Dr Bassil Akra, Direttore del Centro di Eccellenza Clinico di TÜV SÜD Product Service.Ad esempio, i fabbricanti saranno tenuti a condurre continui aggiornamenti della valutazione clinica e della relativa documentazione per l’intero ciclo di vita del prodotto, a questo scopo dovranno raccogliere sistematicamente e proattivamente i dati clinici. Inoltre, i fabbricanti di dispositivi di classe IIa, IIb e III dovranno produrre un rapporto di sicurezza per ogni singolo dispositivo e, se necessario, per ciascuna categoria o gruppo di dispositivi. Questi rapporti dovranno essere aggiornati a intervalli regolari, con revisione annuale obbligatoria per i fabbricanti di dispositivi di Classe IIb e III. Nel caso di impianti (classe IIa e IIb) e dispositivi di classe III, il report dovrà essere regolarmente valutato da un Organismo Notificato. I fabbricanti di dispositivi impiantabili e dispositivi di classe III (ad eccezione dei dispositivi su misura) dovranno emettere report riepilogativi sulla sicurezza degli stessi e sulle prestazioni cliniche, oltre ad aggiornare annualmente il rapporto.
Il nuovo Regolamento sulla Diagnostica In-Vitro (IVDR) si differenzia dalla normativa precedente per numerosi aspetti. I cambiamenti più importanti riguardano l’ampliamento del campo di applicazione del Regolamento, un nuovo sistema di classificazione delle classi dei prodotti, dalla A alla D, basato sul rischio, regole molto più rigorose che disciplinano la documentazione tecnica e la valutazione delle prestazioni cliniche ed un maggior coinvolgimento degli Organismi Notificati nell’approvazione dei dispositivi IVD, classi da B a D che rappresentano circa il 70% di questi prodotti. “I fabbricanti devono anche essere consapevoli del fatto che l’Unione Europea non ha previsto la ‘grandfather clause’’ nella messa a punto del nuovo IVDR”, sottolinea Dieter Schönwald, responsabile per i dispositivi diagnostici in vitro di TÜV SÜD Product Service. “Ciò significa che tutti i dispositivi per la diagnostica in-vitro immessi sul mercato UE dovranno essere riesaminati secondo i nuovi requisiti e potrebbero richiedere una nuova certificazione”. I produttori di IVD hanno tempo fino a maggio 2022 per presentare evidenza che i loro prodotti sono conformi alle nuove disposizioni del IVDR.
Per soddisfare la crescente domanda in termini di sicurezza, qualità ed efficacia, i produttori di dispositivi medici devono intraprendere sempre più spesso una valutazione di completa biocompatibilità per prodotti e materiali, così da poter determinare eventuali effetti su tessuti biologici, cellule e fluidi corporei. Lo standard più comune per la valutazione biologica dei materiali e dei dispositivi medici è definita dalla famiglia delle ISO 10993. La scelta dei test tiene conto della composizione chimica dei materiali, comprese le condizioni di esposizione, nonché la natura, la frequenza, la tipologia, la durata del contatto del dispositivo verso il paziente. Questi test devono essere eseguiti in base a rigide linee guida e preferibilmente in conformità alle buone pratiche di laboratorio (GLP – Good Laboratory Practices).I laboratori TÜV SÜD offrono una gamma completa di test di biocompatibilità in accordo alle GLP e alla famiglia delle norme ISO 10993 e hanno grande esperienza nell’ambito dei dispositivi medici e delle relative regolamentazioni nei principali mercati. È possibile eseguire un’ampia gamma di test biologici per dispositivi medici o materiali, nel pieno rispetto di norme e regolamenti internazionali, come: EN, US FDA, JMHLW, ISO, USP, ICH e ASTM. (foto. dispositivi medici)

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Congresso Mondiale dell’American Heart Association

Posted by fidest press agency su sabato, 11 novembre 2017

_anaheimAnaheim California dall’11 al 15 novembre 2017 uno studio di ricerca condotto dalla cardiologia del Santo Stefano di Prato, diretta dal dottor Francesco Bellandi, sarà presentato al Congresso Mondiale dell’American Heart Association. Ad illustrare la ricerca, denominata “Prato ACS 2“, sarà la dottoressa Anna Toso, cardiologa del Santo Stefano. L’importante studio riguarda il ruolo delle statine ad alta potenza, somministrate ai pazienti ricoverati per sindrome coronarica acuta al momento della diagnosi.
Le statine sono farmaci impiegati per ridurre l’ipercolesterolemia, cioè l’eccesso di colesterolo nel sangue. La novità della ricerca è quella di aver somministrato le statine ad alta potenza al momento della diagnosi e non alla dimissione del paziente che ha avuto una sindrome coronarica acuta.
Lo studio, nel quale sono stati impegnati i medici e gli infermieri della cardiologia del Santo Stefano, coordinati dai dottori Anna Toso e Mario Leoncini, ha dimostrato che l’uso precoce di statine ad alta potenza permette, già in fase intraospedaliera ed a breve termine, un significativo beneficio clinico che si esplica prevalentemente, attraverso la protezione della funzione renale. I valori di colesterolo e dei fattori di infiammazione dei pazienti sottoposti a statine ad alta potenza si sono ridotti marcatamente dopo un mese di terapia, ma per circa il 30% dei pazienti l’obiettivo terapeutico auspicato è ancora distante. Proprio i pazienti compresi nella percentuale del 30% saranno i possibili candidati all’impiego delle nuove molecole (antilipidici, antiinfiammatori), oggi studiate dai più grandi Centri di ricerca mondiali.E’ importante sottolineare che lo studio è stato sostenuto dall’Associazione Centro Cardiopatici Toscani – sezione di Prato.

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