Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Archive for the ‘Medicina/Medicine/Health/Science’ Category

Medicine – Health – Science

Lavoro: Mura (Pd), iniziato iter legge per malati oncologici

Posted by fidest press agency su sabato, 18 settembre 2021

“Con le audizioni di oggi cominciamo a colmare una grave lacuna nell’ordinamento giuridico, che non tutela a sufficienza i lavoratori colpiti da tumore o altre patologie invalidanti. Parte oggi l’iter di un intervento legislativo in cui confluiscono diverse proposte di legge, tra cui anche quella del Pd, con cui vogliamo assicurare il diritto alla conservazione del posto di lavoro per i lavoratori dipendenti colpiti da tumore, con la revisione del cosiddetto ‘periodo di comporto’ oltre il quale può scattare il licenziamento, e l’ampliamento dell’indennità di malattia per i pazienti lavoratori autonomi”. Lo dichiara la presidente della commissione Lavoro della Camera Romina Mura (Pd), a proposito dell’inizio dell’esame delle proposte di legge recanti “Disposizioni concernenti la conservazione del posto di lavoro e i permessi retribuiti per esami e cure mediche in favore dei lavoratori affetti da malattie oncologiche, invalidanti e croniche”. “Vanno ringraziate associazioni come Salute donna onlus e l’Associazione nazionale persone con malattie reumatologiche e rare (APMARR) che – sottolinea Mura – hanno portato avanti lunghe battaglie e che oggi hanno portato il loro contributo di conoscenza in Commissione, attraverso le loro presidenti Anna Mancuso e Antonella Celan”.

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Con un test del sangue si potrà sapere l’intensità del dolore cronico

Posted by fidest press agency su sabato, 18 settembre 2021

L’indicatore disponibile per sapere il livello di dolore di un paziente è quello verbale. Nel caso del paziente, il risultato di questa valutazione è molto soggettivo perchè tiene conto della propria esperienza e del personale livello di sopportazione del dolore. Il clinico dovrà quindi affidarsi alla percezione del paziente per decidere se si tratta di dolore lieve, moderato o grave “Non esisteva un test diagnostico per il dolore cronico e tutti i clinici del dolore sanno l’impatto che potrà avere a livello diagnostico ma anche psicologico sul paziente attraverso il quale possiamo solo avere informazioni soggettive sul dolore cronico. Lo studio è stato effettuato –spiega Valentina MALAFOGLIA, Ricercatrice Fondazione ISAL (Istituto di Scienze Algologiche) – confrontando un gruppo di pazienti sani con un gruppo che soffre di dolore fibralgico proprio perché sappiamo che l’estensione del dolore in questi pazienti è molto variabile e diffuso in tutto il corpo. Avevamo la necessità di poterlo codificare e quantificare anche nel tempo”. La fibromialgia è una grave sindrome che causa dolore cronico severo. In Europa colpisce oltre 14 milioni di persone, nel 90% dei casi donne. Non è considerata una malattia rara e non è riconosciuta come malattia cronica all’interno dei Livelli essenziali di assistenza (Lea). Si manifesta con dolore diffuso, facile affaticabilità, sviluppo di senso di angoscia, panico e ansia, disturbi del sonno e problemi gastrointestinali. Ancora oggi non ci sono esami che riescano a diagnosticarla chiaramente, né terapie risolutive. Per molte, la beffa di sembrare malate agli occhi di parenti, colleghi e amici, per cui ne deriva anche un forte stress psicologico. “La conferma del Mu-Lympho-Marker come biomarcatore per il dolore cronico severo, potrà avere numerosi impatti positivi a partire dalla conferma della presenza di dolore, del grado di intensità, che ridurranno i ritardi ed errori diagnostici a beneficio di un miglioramento della qualità di vita dei pazienti e caregivers. Tra gli obiettivi – continua MALAFOGLIA – c’è quello di definire nuove strategie terapeutiche e lo sviluppo di nuovi farmaci, individuando in modo preciso e personalizzato il trattamento più adeguato con evidenti risparmi di tempo e di costi”. “La conferma del Mu-Lympho-Marker come biomarcatore per il dolore cronico severo, potrà avere numerosi impatti positivi a partire dalla conferma della presenza di dolore, del grado di intensità, che ridurranno i ritardi ed errori diagnostici a beneficio di un miglioramento della qualità di vita dei pazienti e caregivers. Tra gli obiettivi – continua MALAFOGLIA – c’è quello di definire nuove strategie terapeutiche e lo sviluppo di nuovi farmaci, individuando in modo preciso e personalizzato il trattamento più adeguato con evidenti risparmi di tempo e di costi”.

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Reale resilienza del SSN nell’assistenza ai pazienti NON Covid

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 settembre 2021

Nel 2019 sei Regioni valutate dal Ministero della Salute “inadempienti” nella capacità di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza: Valle D’Aosta, Provincia Autonoma di Bolzano, Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia.Le maggiori criticità si riferiscono all’area Distrettuale (assistenza sanitaria territoriale) con ben 4 Regioni inadempienti: Valle D’Aosta, P.A. Bolzano, Basilicata e Calabria. Segue l’area prevenzione con 3 Regioni inadempienti: P.A. Bolzano, Calabria e Sicilia. Per l’area ospedaliera invece i punteggi più bassi in assoluto e più preoccupanti sono della Calabria e del Molise, quest’ultima alle prese ormai da diverso tempo con la riorganizzazione della rete ospedaliera.La Regione Calabria è l’unica Regione ad essere “inadempiente” su tutte e tre le aree valutate dal Ministero della Salute (prevenzione, territorio e ospedale) con criticità rilevanti, ad esempio, nei programmi organizzati di screening oncologici, nel tempo di arrivo dei mezzi di soccorso, nell’assistenza domiciliare integrata, nell’assistenza ospedaliera.Tra le Regioni “adempienti” il punteggio più alto nell’area prevenzione lo ha centrato l’Umbria seguita dall’Emilia Romagna e dal Veneto, nell’area distrettuale spicca il Veneto seguito dall’Emilia Romagna, mentre nell’area ospedaliera il valore più alto è della P.A. di Trento seguita dall’Emilia Romagna.Rispetto ai valori del 2018, nel 2019 8 Regioni hanno visto peggiorare le proprie performance nella prevenzione, 5 Regioni nell’area distrettuale e 3 nell’area ospedaliera.Ancora troppo ampie le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari rappresentate dalla forbice tra le migliori e le peggiori performance tra le regioni: oltre 40 punti di scarto per la prevenzione, circa 50 punti per il livello distrettuale e 48 punti per l’area ospedaliera.È quanto emerge dall’analisi realizzata da Salutequità, Organizzazione per la valutazione della qualità delle politiche per la salute, sui risultati della sperimentazione 2019 del Nuovo Sistema di Garanzia dei LEA (NSG) del Ministero della Salute. Il Nuovo Sistema di Garanzia è la nuova metodologia per la valutazione della capacità delle Regioni di garantire i livelli Essenziali di Assistenza, che dovrà sostituire a partire dal 1° gennaio 2020 il vecchio sistema di monitoraggio dei LEA, cosi come previsto dal Decreto Ministeriale 12 marzo 2019.

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HappyAgeing: Immunizzazione dell’adulto-anziano

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 settembre 2021

Non solo Covid. Quando si parla di prevenzione e immunizzazione, soprattutto per gli adulti-anziani, i virus e batteri da tenere accuratamente alla larga sono anche altri: il virus influenzale, il cui arrivo è ormai alle porte, lo pneumococco, causa di polmoniti batteriche pericolose e oggi – sotto pandemia – ancora più preoccupanti da gestire, e l’Herpes Zoster (HZ), anche conosciuto come fuoco di Sant’Antonio. Per non parlare poi del richiamo per difterite, tetano e pertosse che si stanno pericolosamente diffondendo anche in Europa. HappyAgeing è l’Alleanza Italiana per l’Invecchiamento Attivo, nata nel 2014 per promuovere nel nostro Paese politiche e iniziative volte a tutelare la salute dell’adulto e dell’anziano e a sviluppare le indicazioni della Commissione europea sul fronte dell’invecchiamento attivo. HappyAgeing è la prima organizzazione che riunisce e fa dialogare – per identificare ed attuare politiche a favore di un invecchiamento attivo e in salute – una forte componente scientifica e una importantissima rappresentanza sociale. Di HappyAgeing fanno parte Federsanità ANCI, Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio, Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa, Società Italiana di Igiene, i sindacati SPI CGIL, FNP CISL, UILP UIL e Federazione Anziani e Pensionati ACLI. Le modalità operative dell’Alleanza si realizzano attraverso la confluenza di tutte le realtà che si occupano del benessere degli anziani e lo sviluppo e la replicazione sul piano nazionale di esperienze realizzate con successo nel contesto locale e validate scientificamente dai partner di HappyAgeing.

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Alzheimer: L’impatto neurologico dell’infezione da Covid-19 sul cervello

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 settembre 2021

può aumentare la probabilità che una persona sviluppi una forma di demenza, ma anche accelerare i sintomi e peggiorare le condizioni della malattia. È quanto afferma una recente ricerca presentata all’edizione 2021 dell’Alzheimer Association International Conference, che rileva una stretta correlazione tra Covid-19 e demenza.La Federazione Alzheimer Italia si fa portavoce in Italia dell’appello che il suo partner internazionale Alzheimer’s Disease International (ADI) lancia a governi e istituti di ricerca perché venga data priorità assoluta proprio al finanziamento della ricerca per indagare e approfondire il legame tra Covid-19 e demenza. Con settembre prende il via in tutto il mondo il X Mese Mondiale Alzheimer che quest’anno ha come focus l’invito ad approfondire la conoscenza della demenza, con la campagna #KnowDementia #KnowAlzheimers: alla luce anche delle nuove ricerche diventano infatti ancora più essenziali la diagnosi precoce e la corretta informazione su quali possono essere i segnali premonitori e i sintomi della malattia.Uno studio che gli esperti ritengono necessario per prepararsi ad affrontare la crescita esponenziale dei casi di demenza nel mondo: attualmente si parla di 55 milioni di persone, ma si stima che il numero sia destinato ad aumentare a 78 entro il 2030 fino a 139 milioni entro il 2050 (dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità). Gli esperti mettono in guardia sul fatto che se nel breve periodo i tassi della demenza potranno registrare una diminuzione legata all’elevato numero di decessi che la pandemia ha causato tra le persone con demenza (le stime parlano di un range di morti tra il 25 e il 45% e di una mortalità di 2,6 volte maggiore per le persone con demenza rispetto ai coetanei) a lungo termine i casi sono destinati ad aumentare proprio a causa dell’impatto del Covid-19.Commenta Gabriella Salvini Porro, presidente Federazione Alzheimer Italia: “Quando è scoppiata l’emergenza sanitaria noi di Federazione Alzheimer Italia abbiamo lanciato l’allarme sulla necessità di tutelare i diritti dei cittadini più fragili, tra cui le persone con demenza: i recenti studi sull’impatto che il Covid-19 ha avuto e avrà sulla malattia ci confermano che è ancora necessario tenere alta l’attenzione. Auspichiamo che il Mese Mondiale sia l’occasione per puntare i riflettori sulla demenza e condividiamo l’appello di ADI affinché le Istituzioni investano risorse su questa ricerca ma anche sull’assistenza, perché le persone con demenza e le loro famiglie non possono essere lasciate sole. È solo unendo le forze che possono raggiungere risultati importanti”.La Federazione Alzheimer Italia aderisce dunque all’appello lanciato da Alzheimer’s Disease International perché venga finanziata con urgenza la ricerca per valutare l’impatto a lungo termine dell’infezione SARS-CoV-2 sulle persone con demenza. Il Comitato Consultivo Medico e Scientifico (MSAP) di ADI, composto da 75 esperti provenienti da tutto il mondo, ha già istituito un gruppo di lavoro per formulare azioni e consigli su come agire.A preoccupare medici e ricercatori sono in particolare i sintomi neurologici del cosiddetto “long Covid”, come la perdita del gusto e dell’olfatto, i problemi cognitivi come la “nebbia del cervello” e le difficoltà con la concentrazione, la memoria, il pensiero e il linguaggio. Il virus è infatti in grado di causare danni molto seri al cervello, quali coagulazioni, disfunzione immunitaria e iperattivazione, infiammazioni e infezioni virali dirette attraverso le vie olfattive. Le prime ricerche concordano nel ritenere questo danno cerebrale una conseguenza diretta non tanto dell’invasione del cervello da parte del virus, quanto dell’infiammazione che ne consegue. By Anna Tagliabue

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Epilessia a scuola…che fare?

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 settembre 2021

Secondo un’indagine realizzata due anni fa dalla LICE – Lega italiana Contro l’Epilessia in occasione del lancio della campagna “A scuola di epilessia, quando la malattia ci chiede di sapere”, circa 1 insegnante su 3, quindi almeno il 60%, riferisce di non sapere come comportarsi e quali strategie e comportamenti seguire nel caso in cui un bambino sia colpito da una crisi. Inoltre ancora troppi appaiono i pregiudizi relativi agli ostacoli che la patologia pone rispetto ad un normale svolgimento delle attività quotidiane e sociali, oltre che al rendimento scolastico.In occasione del ritorno a scuola di 6,5 milioni di studenti in tutta Italia, la LICE ricorda l’importanza di diffondere nella comunità di studenti e insegnanti la conoscenza sulle Epilessie e l’impatto che possono avere sul bambino che ne soffre. Si richiede anche di formare gli insegnati ad affrontare correttamente, con la classe, una crisi. Nell’eventualità che un alunno sia colpito da una crisi epilettica a scuola, ricorda la LICE, la priorità è quella di non commettere errori nei soccorsi. La maggior parte degli episodi non necessita di manovre particolari, ma solo vicinanza al bambino durante l’episodio critico e subito dopo, in attesa che si riprenda. La classe va tranquillizzata ed invitata a prendersi cura del compagno insieme all’insegnante. Nei casi invece in cui le crisi comportino un caduta a terra, rigidità e scosse agli arti, forte salivazione, introdurre, per esempio, un oggetto nella bocca non è manovra consigliabile né tantomeno utile, pericolosa sia per chi la pratica che chi la subisce. È un falso mito, infatti, che vi necessità di afferrare la lingua ed estrarla dalla bocca, pena la sua discesa verso le cavità aeree rendendo così impossibile il respiro. E’ anche errato trattenere o cercare di immobilizzare il bambino, pensando di arrestare o di renderla meno forte la crisi. È invece consigliabile mettere qualcosa di morbido sotto il capo per evitare eventuali contusioni, togliere gli occhiali, slacciare vestiti stretti e girare il paziente su un fianco appena possibile per facilitare la respirazione e la fuoriuscita della saliva. Bisogna poi attendere che la crisi si concluda e offrire sostegno ed aiuto.

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Il cibo che protegge e quello che danneggia

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 settembre 2021

L’alimentazione che per tanti anni è stata un po’ snobbata dalla medicina, intesa come terapia farmacologica, è stata ormai pienamente riscoperta dalla scienza come il miglior mezzo per la prevenzione delle patologie cardiovascolari e oncologiche. “Il cibo – spiega la dottoressa Anna Villarini, biologa nutrizionista, professoressa a contratto all’Università di Milano e ricercatrice presso l’Istituto Nazionale Tumori di Milano – può rappresentare una difesa in più per proteggerci, ma può fare anche dei danni. Già semplicemente mangiare troppo (le ‘grandi mangiate’ sono un elemento purtroppo caratteristico della cultura italiana, soprattutto al Centro-Sud) e aumentare di peso, soprattutto a livello addominale, comporta la produzione di sostanze ad azione infiammatoria che, liberate in circolo, favoriscono l’insorgenza delle malattie cardiovascolari”. Insomma è un dato di fatto purtroppo: mangiamo ancora troppo e mangiamo male. “Tutti sanno che il sale è uno di quei condimenti che possono aumentare il rischio di ipertensione arteriosa – soprattutto negli anziani – e l’ipertensione è il principale fattore di rischio per le patologie cardiovascolari. Nonostante ciò consumiamo ogni giorno tantissimi alimenti salati (formaggi, salumi, cibi in scatola) e usiamo troppo sale come condimento; l’eccesso lo fa diventare un cibo che danneggia. Consumiamo anche troppi zuccheri semplici non solo come tali o all’interno dei dolci. Soft drink, bibite e succhi confezionati possono infatti contenere molto zucchero; per questo le grandi società scientifiche di cardiologia, sia europee che americane, sconsigliano il consumo di bevande zuccherate.Ma il cibo ci può far anche bene. “Mangiare frutta e soprattutto verdura di stagione – afferma la dottoressa Villarini – aiuta molto la salute cardiovascolare perché apporta sostanze antiossidanti e fibre. Le fibre, oltre a indurre senso di sazietà, riducono l’assorbimento di grassi saturi e del colesterolo e questo rappresenta già un elemento positivo. Gli antiossidanti contrastano gli effetti di quelle sostanze ossidanti che potrebbero andare a danneggiare arterie, tessuti e cuore. Sempre tra i vegetali, devono entrare a far parte di una dieta sana legumi e cereali, non raffinati, ma integrali, anch’essi ricchi di fibre che aiutano a controllare l’apporto di zuccheri e grassi. Anche la frutta a guscio, come le noci, ricche di omega-3, in piccole quantità (sono molto caloriche, dunque non bisogna superare i 30 g al giorno) può entrare a far parte di una dieta amica del cuore. Sul versante delle proteine, è consigliabile ridurre il consumo di carne e aumentare invece quello di pesce, in particolare di quello grasso, ricco di omega-3 ad azione antinfiammatoria e protettiva per il cuore e le arterie. Il consumo di crostacei, ricchi di colesterolo, va limitato a una volta a settimana, ma non va demonizzato perché sono comunque più sani dei grassi saturi contenuti nei formaggi che consumiamo su base quotidiana, anche sotto forma di grana grattugiato sulla pasta”. “L’olio extravergine d’oliva – spiega la dottoressa Villarini – è fatto principalmente da oleico, un grasso insaturo amico del cuore (attenzione però, deve essere ‘extravergine’ e non ‘olio d’oliva’), naturalmente nelle giuste quantità; se non si superano i 30 gr al giorno, non si ingrassa e proteggiamo cuore e arterie. I grassi vegetali sono generalmente buoni, a meno che non vengano ‘lavorati’ cioè estratti con dei solventi e poi raffinati per eliminare le tracce dei solventi, come accade per esempio con l’olio di palma e con altri oli vegetali. Quando vengono lavorati, questi grassi, pur essendo vegetali, diventano ‘cattivi’, al punto da essere indicati come il principale fattore di rischio cardiovascolare legato al consumo di grassi. Nel corso della raffinazione infatti la molecola di questi grassi cambia, il riscaldamento ne modifica la conformazione, facendola ‘girare’; questa ‘rotazione’ si verifica più o meno nel 50% delle molecole di un grasso vegetale raffinato (succede anche nel grasso del dado vegetale). I grassi che ne derivano si chiamano in configurazione ‘trans’ (sono i famosi grassi ‘trans’) e sono particolarmente pericolosi per le arterie e per il cuore”. anche tra i grassi animali troviamo dei ‘Robin Hood’ della salute cardiovascolare: sono gli omega-3 del pesce azzurro (che è anche il pesce più economico)e quelli contenuti nella frutta secca a guscio. Fanno benissimo alla salute del cuore ma attenzione a non esagerare con le quantità perché, come tutti i cibi ricchi in grassi, sono un concentrato di calorie.

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Pillola ‘multi-tasking’ per trattare il fattore di rischio ‘occulto’

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 settembre 2021

La scarsa aderenza alla terapia va considerata come un vero e proprio fattore di rischio cardiovascolare. Ma è un fattore di rischio ‘occulto’, del quale il medico spesso non si rende conto. Si tende infatti a non considerare l’eventualità che il paziente possa non prendere i farmaci o non li assuma regolarmente. “Una possibile soluzionecontroil fattore di rischio ‘occulto’ è la polipillola – afferma il professor Massimo Volpe, Presidente della SIPREC – cioè una combinazione fissa di farmaci appartenenti a diverse categorie (ad esempio antipertensivi, anti-colesterolo, magari anche con l’aggiunta di aspirina) all’interno di un’unica pillola. Numerosi studi e una recentissima metanalisi di Lancet hanno dimostrato come la terapia di combinazione inserita in una polipillolapossa garantire un’efficace protezione cardiovascolare,determinando una riduzione di quasi il 40% degli eventi e mortalitàcardiovascolari nei pazienti in prevenzione primaria”. “Può sembrare lapalissiano – afferma il professor Giovambattista Desideri, direttore Cattedra di Geriatria Università de L’Aquila, ordinario di Medicina Interna e Geriatra – ma il cuore del problema è che i farmaci funzionano solo in chi li prende. Se parliamo ancora di problema dell’aderenza è perché la non adeguata osservanza da parte del paziente della prescrizione del medico, in termini di numero di farmaci e di tempi di assunzione, rappresenta ancora uno dei principali determinanti del non completo successo terapeutico degli interventi di prevenzione. Si stima che meno della metà dei pazienti con problematiche croniche, quali ipertensione o dislipidemia,sia adeguatamente aderente ai trattamenti prescritti e, dopo un anno dalla prima prescrizione, meno del 50% dei pazienti continui ad assumere con regolarità il trattamento, come dimostrano i dati l’Osservatorio sull’Uso dei Farmaci in Italia.Ma la ‘colpa’ non è certo solo del paziente. Oltre alla scarsa disponibilità e convinzione del paziente, c’è anche la scarsa disponibilità del medico a spiegare l’importanza di un’adeguata prevenzione e la sua inerzia nell’adeguare il trattamento. “Solo una parte, una quota insoddisfacente, dei nostri pazienti– ammette il professor Desideri – raggiungere il target di trattamento. In Italia, dove si contano 18 milioni di ipertesi, molti non assumono alcun farmaco e molti altri sono trattati in maniera non soddisfacente;mediamente nel nostro Paese circa il 60% dei pazienti ipertesi raggiunge l’obiettivo terapeutico (inferiore a 140/90 mmHg). Stesso discorso vale per la colesterolemia,meno diun terzo dei pazienti ad alto rischio raggiunge il target terapeutico (inferiore a 70 mg/dl di colesterolo LDL)”.Il terzo determinante della mancata aderenza, forse il più importante, è la complessità dello schema farmacologico. “Se mettiamo il paziente in condizione di dover assumere una manciata di farmaci al giorno – riflette il professor Desideri – è piuttosto improbabile che possa seguirelo schema con precisione”. Ma la novità degli ultimi anni è la possibilità di avere all’interno della stessa compressa farmaci di categorie di diverse, come quelli che riducono la pressione e la colesterolemia. E questo è il concetto di polipillola. “Queste combinazioni di farmaci di classi diverse (antipertensivi e ipolipemizzanti)– afferma il professor Desideri – hanno ormai profonde evidenze di efficacia e semplificano la gestione terapeutica del paziente. Dunque una soluzione ottima, ma non per tutti. Nonpossiamo trattare un paziente che non abbia mai assunto un farmaco antipertensivo o ipolipemizzante con unapolipillola; questa è invece un’ottima soluzione per i pazienti che stiano già assumendo quei principi attivi; riunire quei farmaci nella stessa compressa, semplificalo schema terapeutico e garantisce una maggior aderenza. I risultati di una meta-analisi presentata all’ultimo congresso della European Society of Cardiology e pubblicata su Lancetdimostrano che una polipillolacontenente almeno 2 farmaci antipertensivi, una statina ed eventualmente aspirina a basse dosi, riduce del 48% il rischio di infarto miocardico, dell’ictus del 41% e della morte per cause cardiovascolari del 35% in prevenzione primaria (cioè in soggetti che non avevano ancora avuto eventi cardiovascolari).

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Diritto dei bambini e dei ragazzi alla vaccinazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 settembre 2021

L’Associazione degli Ospedali Pediatrici Italiani e la Società Italiana di Pediatria, nel ribadire l’efficacia e la sicurezza della vaccinazione contro il SARS-CoV 2 in tutte le fasce di età in cui è stata praticata nel mondo, in miliardi di dosi, difendono il diritto di bambini e ragazzi a avere la propria salute tutelata attraverso la vaccinazione. In Italia, grazie all’eccellenza dell’assistenza garantita all’età 0-18 anni dal SSN italiano, riconosciuto come uno dei migliori al mondo, il numero di decessi in età evolutiva dovuti al COVID è contenuto, ma sono numerosi i casi di forme gravi che hanno necessitato di cure intensive (sindrome infiammatoria multiorgano pediatrica – MIS-C) curate e guarite negli ospedali italiani. In accordo con i suggerimenti dell’American Academy of Pediatrics , di altre società scientifiche nel mondo e in particolare l’European Academy of Pediatrics, esprimiamo apprezzamento per l’opportunità offerta agli adolescenti (12-16 anni) di potere tutelare la propria salute contro un virus responsabile della più devastante pandemia dell’epoca contemporanea. Auspichiamo la possibilità che il vaccino contro il COVID, confermando i promettenti dati ad oggi disponibili, dimostri la propria efficacia e la propria sicurezza anche nei soggetti da 0 a 12 anni in modo che, completato l’iter previsto dalle norme, anche i più piccoli possano usufruire della stessa possibilità di prevenzione contro il SARS-CoV 2. I dati della letteratura scientifica internazionale confermano che, seppur raramente, il COVID può determinare il decesso anche in età evolutiva e che non sono rari i casi gravi, in particolare la MIS-C. Sosteniamo con fermezza il diritto di tutti i soggetti in età evolutiva a poter fruire delle vaccinazioni disponibili per le fasce di età in cui già esiste un vaccino autorizzato (12-16 anni) e di poter offrire, appena disponibili, la stessa opportunità anche ai soggetti in età inferiore ai 12 anni. A oggi la vaccinazione è il solo provvedimento che porta quasi a zero il rischio morte e rende minimo il rischio di contrarre forme cliniche gravi. Per tale motivo è importante che le stesse opportunità di salute vengano offerte anche ai cittadini dell’età evolutiva. I benefici della vaccinazione per bambini e adolescenti sono molteplici: proteggere la loro salute dal COVID-19; normalizzare la loro vita (scuola, socializzazione); ridurre la circolazione virale nell’intera popolazione. Rappresentando gran parte delle istituzioni pediatriche nelle quali afferiscono bambini e ragazzi affetti dalle forme gravi di COVID, ribadiamo la necessità di provvedere nei tempi più rapidi alla vaccinazione dei soggetti per i quali sono già disponibili i vaccini e auspichiamo il massimo impegno di tutte le componenti della società al fine di garantire la vaccinazione a tutti coloro per i quali vaccini saranno approvati.

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Trasmissione Covid in famiglia più probabile dai bambini più piccoli

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 settembre 2021

I più piccoli avrebbero una probabilità maggiore di trasmettere il Sars-CoV-2 in famiglia rispetto ai bambini più grandi. A dirlo è un ampio studio canadese pubblicato su Jama Pediatrics, i cui autori mostrano che la probabilità più alta si riscontra con bambini tra gli 0 e i 3 anni. In particolare, nello studio sono stati inclusi i 6.280 nuclei domestici in Ontario nei quali, tra il 1 giugno e il 31 dicembre 2020, vi era stato un caso indice di infezione da Sars-CoV-2 in un individuo con meno di 18 anni (età media poco oltre i 10 anni e quasi il 46% femmine).I casi sono stati poi suddivisi in 4 gruppi: 0-3, 4-8, 9-13 e 14-17 anni. Si è andati quindi ad analizzare la trasmissione secondaria a livello domestico, definita come almeno 1 caso di infezione a distanza di 1-14 giorni dal caso indice. Ebbene, tale trasmissione si è verificata nel 27,3% delle famiglie con caso indice iniziali, e cioè in 1.717. Rispetto ai ragazzi tra i 14 e i 17 anni, i bambini tra gli 0 e i 3 avevano la più alta probabilità di trasmettere il virus ai loro contatti familiari (odds ratio 1,43). L’associazione restava anche nelle analisi di sensibilità, in cui i casi secondari considerati erano quelli verificatisi tra i 2 e i 14 giorni o i 4 e i 14 giorni dopo il caso indice. «Quest’associazione si osservava a prescindere dai fattori quali la presenza di sintomi, la riapertura di scuole/asili o l’associazione con epidemie in scuole/asili» riassumono gli autori. È stato inoltre notata una maggior probabilità di trasmissione nei bambini tra i 4 e gli 8 anni (odds ratio 1,40) e in quelli tra i 9 e i 13 (odds ratio 1,13). Per i ricercatori il fatto che l’infettività sia diversa a seconda del gruppo di età ha implicazioni per il controllo della prevenzione dell’infezione in famiglia e a scuola.«Anche se i bambini non sembrano trasmettere l’infezione così frequentemente come gli adulti, i caregivers dovrebbero essere consapevoli del rischio di trasmissione mentre si prendono cura dei bambini malati negli ambienti familiari» scrivono. «Poiché è difficile e spesso impossibile isolarsi socialmente dai bambini malati, i caregivers dovrebbero, dove possibile, applicare altre misure per il controllo dell’infezione, come l’uso della mascherina, un maggior lavaggio delle mani e la separazione dei fratelli» concludono. Per gli autori di un editoriale correlato, è difficile immaginare comportamenti simili in famiglia. «L’ovvia soluzione per proteggere il nucleo familiare con un bambino piccolo o ai primi passi malato è quello di assicurarsi che tutti i membri eleggibili della famiglia siano vaccinati» affermano. (fonte: Doctor33)

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Accademia Medicina Torino corso latte fattore salute

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 settembre 2021

Torino. L’Accademia di Medicina di Torino organizza un corso nazionale di aggiornamento per Medici Chirurghi intitolato “Il latte, un fattore di salute” che si svolgerà per via telematica il 22, 28 settembre e 6 ottobre, dalle 17 alle 19. Il corso è coordinato da Gianni Bona, Direttore Emerito Clinica Pediatrica, Azienda Ospedaliero-Universitaria Maggiore della Carità di Novara e Giuseppe Poli, Professore Emerito Università di Torino. Al prof. Bona si alterneranno come moderatori Claudio Fabris, Professore Emerito Università di Torino e Aishah Pathak, Esperta in Dialogo e Comunicazione Internazionale.Articolato in tre incontri, il programma prevede un’analisi aggiornata dei davvero molteplici aspetti clinici e biologici del latte in generale, con particolare approfondimento su quello umano, ponendo però in risalto anche l’innovazione tecnologica raggiunta dall’industria a proposito dell’alimento latte, il più antico ma sempre tra i più attuali. Saranno esposte nel dettaglio le ultime acquisizioni sulle effettive capacità antivirali e di riduzione del rischio di malattie croniche dell’adulto/anziano esercitate dall’assunzione del latte, specie alla nascita e nei primi mesi/anni di vita. Infine, verrà fatta una panoramica sull’attuale consumo di latte (specialmente bovino) nelle varie fasce d’età e sui continui progressi della ricerca scientifica volta al miglioramento della qualità di questo prezioso elemento.Per partecipare al corso, la cui adesione è gratuita fino ad esaurimento dei posti disponibili e che erogherà 9 crediti formativi ECM occorre iscriversi al sito del provider http://www.symposium.it/eventi.Si potrà seguire il primo incontro anche accedendo all’Aula Magna dell’Accademia di Medicina (via Po 18, Torino), previa prenotazione da effettuare via mail all’indirizzo accademia.medicina@unito.it e dietro presentazione di Green Pass. Gli incontri successivi verranno tenuti solo in modalità web.

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Infezioni ospedaliere: Rischi per i nati prematuri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 settembre 2021

La mortalità e la morbosità associate all’insufficienza respiratoria del neonato pretermine hanno subito negli ultimi venti anni una considerevole riduzione, con la diffusione della profilassi materna steroidea e l’impiego del surfattante esogeno. Altre patologie, tuttavia, che provocano una degenza prolungata in Terapia Intensiva Neonatale e aumentano il rischio di morte, sono rimaste invariate. Tra queste l’enterocolite necrotizzante (NEC), che colpisce ancora il 5-7% dei neonati con età gestazionale < 28 settimane alla nascita, provocando la morte nel 25-30% dei casi o le infezioni ospedaliere, chiamate anche infezioni ad insorgenza tardiva (late onset sepsis) o infezioni correlate all’assistenza, che colpiscono circa il 15-20% dei neonati molto pretermine. Un neonato che pesa meno di 1500 grammi alla nascita ha una probabilità tre volte maggiore di contrarre una infezione ospedaliera di un neonato più grande e la mortalità nei neonati affetti da questa condizione è circa 3-4 volte quella dei non infetti, a parità di condizioni cliniche di base. L’immaturità del sistema di difesa immunitario del neonato lo rende particolarmente vulnerabile all’attacco da parte degli agenti patogeni, oltre che scarsamente capace di circoscrivere l’infezione stessa, che di conseguenza esita in un quadro di malattia invasiva generalizzata, cioè in un quadro di sepsi, ad evoluzione talvolta rapidamente drammatica. Questa suscettibilità alle infezioni è tanto più elevata quanto più il neonato è prematuro, sia perché la precoce interruzione della gravidanza interrompe il processo di maturazione del sistema immunitario fetale, sia per il mancato o diminuito trasferimento dalla madre al feto di fattori immunitari protettivi, in particolare immunoglobuline, che si verifica soprattutto nelle ultime settimane di gravidanza. Le procedure invasive, come la ventilazione assistita o la nutrizione attraverso cateteri venosi, che si rendono spesso necessarie per consentire la sopravvivenza dei neonati più piccoli ricoverati nelle Terapie Intensive Neonatali, rappresentano, inoltre, fattori di rischio aggiuntivi di infezione in questa sottopopolazione di neonati. È per questo motivo che la SIN si è posta negli ultimi anni l’obiettivo di diffondere pratiche cliniche di provata efficacia per prevenire l’insorgenza delle sepsi ospedaliere nei neonati ricoverati nelle Terapie Intensive Italiane. In occasione del XXVII Congresso Nazionale, che si terrà a Roma dal 6 al 9 ottobre, presso il Rome Cavalieri, A Waldorf Astoria Hotel e in collegamento digitale sulla piattaforma Health Polis (https://www.sin-neonatologia.it/congresso-nazionale-2021/), verrà infatti presentata la nuova Linea Guida SIN per la Prevenzione delle Infezioni Ospedaliere, che, fornendo una serie di raccomandazioni basate sulle evidenze più recenti, ha lo scopo di uniformare procedure e precauzioni di prevenzione nelle neonatologie del territorio nazionale. Il lavoro è frutto della collaborazione di un folto gruppo interdisciplinare di professionisti, che ha elaborato indicazioni su argomenti cardine della prevenzione delle infezioni ospedaliere: la gestione dei cateteri vascolari, la prevenzione delle polmoniti da ventilazione, i detergenti da utilizzare per il lavaggio delle mani, la gestione degli eventi epidemici e l’uso appropriato degli antibiotici.

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Ipertensione arteriosa polmonare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 settembre 2021

Cologno Monzese. Janssen, l’azienda farmaceutica del gruppo Johnson & Johnson, ha presentato al Congresso ESC 2021 i risultati dell’analisi post-hoc dei dati combinati degli studi clinici di fase 3 GRIPHON e fase 3b TRITON su pazienti con ipertensione arteriosa polmonare (PAH), che valutano in un’ampia popolazione di pazienti l’efficacia dell’utilizzo precoce di selexipag per prevenire la progressione della malattia.L’analisi ha dimostrato che, nei pazienti trattati con selexipag entro i 6 mesi dalla diagnosi, la tempestività dell’intervento ha portato a una riduzione del rischio di progressione della malattia del 52 per cento (primo evento) rispetto al gruppo di controllo (hazard ratio [HR] 0.48; intervallo di confidenza [IC] al 95 per cento 0.35, 0.66; n = 649).1,2 La PAH è una malattia rara e per questo è spesso diagnosticata tardivamente nelle persone che ne soffrono. Questo comporta che spesso, alla diagnosi, i pazienti si trovino in stadi già avanzati della malattia con sintomi gravi e una prognosi sfavorevole.3 L’obiettivo del trattamento è il raggiungimento o il mantenimento di uno stato di rischio basso.4 La terapia di combinazione (utilizzando due o più classi di farmaci contemporaneamente) è raccomandata nelle correnti linee guida, sulla base di un solido corpo di evidenze, per aiutare a migliorare precocemente i sintomi e prevenire gli eventi di progressione della malattia.4,6. Le analisi combinate dei risultati degli studi GRIPHON e TRITON sono state svolte su pazienti a cui è stata diagnosticata la PAH da non più di sei mesi dalla randomizzazione (n=649; 404 nello studio GRIPHON e 245 nello studio TRITON). È stato fatto un confronto tra coloro che hanno seguito una terapia con selexipag (n = 329) e un gruppo di controllo con placebo (n = 320).1,2 L’endpoint primario dello studio era il tempo dalla randomizzazione al primo evento di morbilità o morte (per tutte le cause), fino a sette giorni dopo l’ultima assunzione del farmaco in studio.7,8,9 Selexipag o placebo sono stati somministrati nel 44 per cento dei pazienti in triplice combinazione con un antagonista recettoriale dell’endotelina (ERA) e un inibitore della fosfodiesterasi di tipo 5 (PDE5i), nel 32 per cento dei casi in combinazione con un ERA oppure un PDE5i e nel 24 per cento dei pazienti come monoterapia.†1,2 Si è osservata una riduzione del rischio di progressione della malattia (primo evento) del 52 per cento nei pazienti che hanno ricevuto selexipag rispetto al gruppo di controllo con placebo (HR 0.48 [95 per cento CI 0.35, 0.66]; n=649). È stato osservato un evento di progressione della malattia in 67 pazienti (20 per cento) appartenenti al gruppo a cui era stato somministrato selexipag e in 116 pazienti (36 per cento) appartenenti al gruppo di controllo. 1,2 Tra i pazienti che hanno ricevuto selexipag in aggiunta a ERA più PDE5i il rischio di progressione della malattia è stato ridotto del 48 per cento rispetto al gruppo di controllo (n= 285; 145 nel gruppo selexipag e 140 nel gruppo di controllo con placebo; HR: 0.52 [95% CI 0.30, 0.92]). Gli eventi avversi (AE) riportati nei due studi clinici erano coerenti con i profili di sicurezza noti dei farmaci.

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Reflusso gastroesofageo, un brevetto italiano lo risolve

Posted by fidest press agency su sabato, 11 settembre 2021

Roma. Un nuovo brevetto italiano blocca i sintomi da reflusso gastroesofageo, svolgendo una vera azione terapeutica. Il nuovo ritrovato associa Alginato di Magnesio e un complesso vegetale arricchito da oli essenziali in una composizione speciale, capace di “spegnere” alla fonte il reflusso.Il nuovo preparato svolge infatti sinergicamente tre azioni: blocca il reflusso, riduce il bruciore (pirosi) e lenisce la mucosa dello stomaco. Agendo come una barriera protettiva all’interno dello stomaco Refluxaid, il nome del preparato, difende a lungo l’esofago dal bruciore e dall’acidità causata da questa patologia. Ciò è possibile perché, a differenza di altri integratori alimentari, Refluxaid è caratterizzato da una composizione con brevetto italiano che associa Alginato di Magnesio e un complesso vegetale a base di polisaccaridi, mucillagini e olii essenziali estratti da anice stellato, finocchio, camomilla, tiglio e lavanda che svolgono una vera e propria azione terapeutica. Mentre l’Alginato di Magnesio nello stomaco forma un gel viscoso naturale che blocca meccanicamente la risalita del materiale acido, il complesso vegetale svolge un’azione lenitiva e protettiva sulla mucosa gastrica, favorisce la digestione e l’eliminazione dei gas, donando sollievo dagli stati dolorosi di tutto il tubo digerente. Ogni confezione contiene 24 bustine monodose da 10ml, facilmente apribili e portabili sempre con sé. Per questo Refluxaid può essere consigliato anche a vegetariani, vegani e diabetici o intolleranti al lattosio, essendo privo di zuccheri, aromi artificiali, glutine, OGM e lattosio. Per approfondimenti è disponibile il sito internet http://www.fitopreparatoriitaliani.com.

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Farmaci Bpco. Nuova Nota 99 elimina alcuni piani terapeutici

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 settembre 2021

Dal 1° settembre 2021 alcune associazioni farmacologiche in uso per il mantenimento dei pazienti con broncopneumopatia cronico-ostruttiva (Bpco) potranno essere prescritte anche dal medico di Medicina Generale. Lo prevede la nuova Nota 99 dell’Aifa che entra, appunto in vigore e modifica alcuni regimi di fornitura per rispondere all’ esigenza di “migliorare la gestione della patologia in termini di appropriatezza di diagnosi e terapia farmacologica”.I farmaci inclusi nella Nota sono i beta2-agonisti a lunga durata d’azione (LABA), gli anticolinergici a lunga durata d’azione (LAMA) e le combinazioni precostituite di LABA + ICS (steroide inalatorio), LABA + LAMA e LAMA + LABA + ICS. In particolare la Nota 99 elimina il piano terapeutico (PT) per le associazioni precostituite di LABA/LAMA, che “potranno quindi essere prescritte anche dal medico di Medicina Generale. La prescrizione delle associazioni precostituite di LABA/LAMA/ICS rimarrà invece appannaggio del solo specialista (pneumologo e internista) attraverso la compilazione del PT (allegato alla Nota), valido fino ad un massimo di 12 mesi.”. Nello specifico, la classificazione dei farmaci utilizzati nella terapia inalatoria di mantenimento della Bpco in base ai rispettivi regimi di fornitura subisce le seguenti modifiche: • LABA, LAMA, LABA+ICS (unico erogatore): da A/RR a A/RR/Nota 99; • LABA + LAMA (unico erogatore): da A/RRL/PT a A/RR/Nota 99; • ICS + LABA + LAMA (unico erogatore): rimangono classificate in A/RRL/PT (Compilazione a carico dello pneumologo o medico internista del Ssn operante presso strutture identificate dalle Regioni e dotate della strumentazione diagnostica necessaria). La Nota 99, commenta l’Aifa, “rientra così in un più generale progetto di maggior riconoscimento del ruolo primario della Medicina Generale nella gestione del paziente con patologie croniche, come già avvenuto con l’introduzione della Nota 97 per la prescrizione dei nuovi anticoagulanti orali nella fibrillazione atriale non valvolare”. In particolare, spiega l’Aifa, la Nota consente al Mmg di “prescrivere le opportune terapie necessarie a gestire una eventuale fase acuta della malattia e di gestire con tempi adeguati la prenotazione di una visita specialistica per la conferma della diagnosi e del trattamento. Infatti, i pazienti di nuova diagnosi con FEV1 <50% dovranno essere inviati allo specialista entro al massimo 6 mesi dalla prescrizione iniziale, mentre per i pazienti già in terapia al momento dell'emanazione della Nota Aifa che presentino una mancata/insufficiente risposta clinica alla terapia, oppure siano in trattamento con una triplice terapia LABA/LAMA/ICS somministrata attraverso erogatori separati, il Mmg avrà 12 mesi per inviarli dallo specialista". (fonte Doctor33)

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Medici di famiglia dipendenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2021

Le regioni evocano la dipendenza per i medici di famiglia? E la categoria potrebbe vanificare gli incontri per la convenzione, che dovevano ripartire questo mese. La segreteria nazionale Fimmg riunita dal 1° al 3 settembre a Roma è lapidaria: “Non si andrà al rinnovo 2016-2018 dell’Accordo nazionale della medicina generale finché non saranno affrontate e risolte le numerose contraddizioni di Regioni che da un lato continuano a proporre il modello precedente alla pandemia, e dall’altro mettono in discussione la centralità della medicina generale nelle sue funzioni fondanti”.La bozza di convenzione in circolazione, per Silvestro Scotti segretario nazionale Fimmg “presenta due ordini di criticità inaccettabili, da un lato mette in discussione elementi fondanti la nostra professione, quali la scelta fiduciaria e l’autonomia organizzativa su cui la categoria non è disposta ad alcun compromesso, dall’altro propone elementi di subordinazione, anche attraverso la sottrazione di risorse a favore di modelli mai realizzati e già superati dai progetti di riorganizzazione post pandemica sui quali siamo disponibili a dare il nostro contributo”. Scotti torna a proporre un accordo nazionale nuovo che veda il Mmg “centrale nella sua capillarità e prossimità nel sistema di studi professionali in cui i micro-team esercitino come rete spoke del territorio. Funzioni prioritariamente rivolte a temi quali la prevenzione, la domiciliarità e la cronicità, il cui Piano Nazionale è stato affidato dalle stesse Regioni alla medicina generale ma che le stesse regioni oggi si rimangiano”.A proporre la dipendenza per i medici di famiglia, già chiesta in Veneto, è ora la Lombardia: l’intenzione sarebbe stata manifestata in Commissione salute delle regioni da Letizia Moratti, assessora sanità lombarda, a un mese dalla presentazione della riforma che promuove le case della salute e offre ai distretti le redini delle cure primarie. La segretaria regionale Paola Pedrini parla di follia, di una mossa che in un colpo solo toglierebbe efficienza di un sistema già in difficoltà, libera scelta del medico da parte del cittadino, fiducia del paziente nel camice che egli stesso ha scelto, e persino quelle poche candidature a coprire zone carenti oggi rimaste. «I sostenitori della dipendenza pensano a una più facile copertura delle aree disagiate», dice Pedrini, e ricorda che invece tale copertura è difficile pure nella dipendenza, «nei piccoli ospedali periferici: i bandi vanno spesso deserti». Il timore di Fimmg è che a dispetto di legge 833/78, riforma 502/92 e legge Balduzzi del 2012, in un contesto dove la medicina di famiglia si va spopolando, le regioni impongano una visione che va nel senso del controllo del medico. «In uno scenario dove le farmacie potranno offrire servizi diagnostici e gli infermieri guidare l’assistenza domiciliare ai fragili, c’è il rischio che ai medici ridimensionati per il carente turnover restino spazi residuali e funzioni più governabili dall’alto», dice il vicesegretario nazionale Fimmg Fiorenzo Corti, che proprio all’indomani della presentazione della riforma aveva ammonito la Lombardia a non introdurre modelli organizzativi senza sentire la categoria. «Noi – continua Corti – avevamo plaudito alla riforma lombarda perché non vi si parlava di dipendenza ma si faceva una scommessa sulla categoria e sulle cooperative di servizio nel telemonitoraggio dei pazienti Covid e no Covid, nella presa in carico delle cronicità e nei servizi di medicina di prossimità, che proprio grazie alle coop sono letteralmente esplosi durante le vaccinazioni, con IML, Insubria e Cosma che hanno somministrato in totale circa 700 mila dosi ai cittadini lombardi. Ora la situazione cambia». Corti sottolinea che in caso di dipendenza del medico, il cittadino, anche se gli si lasciasse la libera scelta, perderebbe di fatto il rapporto fiduciario. «Intanto, per l’indicazione del curante sarebbe guidato dal Servizio di medicina generale del distretto (e magari i colleghi degli studi decentrati sarebbero sempre più riservati ai residenti dei relativi bacini). Ma anche se un cittadino ottenesse il medico da lui richiesto, quel dottore, presumibilmente bravo, sarebbe conteso. L’assistito nel prenotarsi un appuntamento scoprirebbe di dover attendere settimane prima di vederlo, come avviene in ospedale. E, come in ospedale, crescerebbero contenziosi».Argomento forte di Fimmg e della maggior parte dei sindacati della medicina generale è che la dipendenza al Ssn costa molto più del convenzionamento. In parte, forse, la regione potrebbe risparmiare inserendo personale Asl già assunto al servizio del medico anziché pagargli incentivi per mantenere collaboratore di studio ed infermiere. All’obiezione, Corti replica che allo stato dei fatti è probabile che la regione debba intanto assumere infermieri (si parla di 30 mila, ndr) per i compiti sul territorio. In questo modo la dipendenza significherà spese su spese. «Non c’è abbastanza personale. Si deve investire. I fondi aggiuntivi del Recovery Plan sono stanziati su strutture ed hardware, non sulle figure di supporto. Ammettendo per un attimo di riuscire a dirottare personale già in servizio – dice Corti – mi è difficile immaginare un infermiere dipendente ospedaliero dirottato sul territorio per visite domiciliari di un’ora e mezza ciascuna da effettuarsi ad orari concordati con le necessità del paziente. Per quanto invece riguarda noi medici di famiglia, dovremmo intenderci su cosa s’intenda per dipendente: ferie retribuite ed indennità di malattia – azzarda qualcuno- assicurazione, cartellino da timbrare, permessi, possibilità di periodi di formazione “come nel resto del settore pubblico”. E se invece il contratto fosse privatistico? Che diremmo se in Lombardia si permettesse alle case di comunità di essere guidate da strutture private, e di poter a loro volta assumere i medici con un contratto sul tipo di quello delle case di cura?» Fimmg annuncia nelle prossime settimane una nuova proposta di Accn all’insegna di “Fiduciarietà, Prossimità e Professionalismo e a garanzia di un Ssn pubblico per evitare una deriva privatistica”. Alle Regioni si chiede chiarezza e si rinnova “la disponibilità al confronto”. Mauro Miserendino fonte Doctor33

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Dl Green pass alla Camera: da tamponi calmierati a vaccino antinfluenzale in farmacia

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2021

Accanto alla durata del green pass estesa a 12 mesi, e alla conferma dei tamponi a prezzo calmierato fino alla fine di novembre, nel Decreto-legge Covid n. 105, in fase di conversione alla Camera approdano delle novità per le farmacie. Tra queste, ci sarebbe la possibilità di farle concorrere alla vaccinazione antinfluenzale per questa stagione. Testo all’esame della Camera: È entrato nel vivo il dibattito per trasformare in legge il DL del 23 luglio scorso (AC 3223) che proroga l’emergenza al 31 dicembre e aggiorna i parametri per il cambio di colore delle regioni in caso di aggravamento della situazione Covid, puntando non solo sui contagi complessivi ma anche sull’incidenza di ricoveri ed ingressi in terapia intensiva. Il testo, nella sua parte più dibattuta, introduce l’obbligo di green pass per l’accesso a ristoranti al chiuso, cinema e teatri, palestre e piscine, fiere e congressi, parchi e centri culturali, e ora anche per gli accompagnatori di pazienti in sale d’attesa di centri diagnostici, poliambulatori specialistici oltre che strutture di ospitalità e di lungodegenza o per anziani non autosufficienti, Rsa, hospice. Per gli esercenti che non controllino il pass agli ospiti, impone la sanzione accessoria della chiusura dell’esercizio o dell’attività da uno a dieci giorni, e sancisce sanzioni penali per chi falsifica il pass. Ecco le novità al vaglio: Durata green pass – Nel testo licenziato dalla Commissione Affari Sociali spiccano l’innalzamento da 9 a 12 mesi della validità della vaccinazione contro il Covid-19 (e dell’annesso “green pass”); tra le proposte di emendamento, per chi in passato ha preso il Covid e ora si vaccina, il pass arriverà a decorrere dal 15° giorno dall’avvenuta vaccinazione. Altra novità introdotta in commissione: ai fini della diagnosi del virus, sarà valido pure il test molecolare eseguito su un campione salivare, nel rispetto dei criteri che verranno stabiliti con circolare del Ministero della salute. Tamponi a prezzi calmierati – È confermata all’articolo 5 la norma diretta ad assicurare, non più fino al 30 settembre ma fino al 30 novembre 2021, la somministrazione, presso le farmacie e altre strutture sanitarie, di test antigenici rapidi a prezzi contenuti. Con l’accordo governo-regioni, è stato valutato 15 euro l’impegno della farmacia per ogni tampone e si è concordato un prezzo del test antigenico rapido di 8 euro per i minori di età compresa tra i 12 e i 18 anni con 7 euro di quota di contribuzione pubblica. Per consentire di venire incontro a chi chiede il tampone per il pass, si autorizza nel 2021, la spesa di 45 milioni di euro a favore del Commissario straordinario che trasferisce alle regioni le risorse di loro competenza. Vaccini antinfluenzali in farmacia – Un emendamento che in queste ore la camera voterà in plenaria e porta tra le firme quella del presidente Fofi Andrea Mandelli riguarda il comma 4 dell’articolo 5, un passo avanti verso le vaccinazioni in farmacia “al fine di rafforzare la prossimità e la tempestività dei servizi di vaccinazione antinfluenzale per la stagione 2021/2022 e di assicurarne il coordinamento con la campagna vaccinale contro il Sars-CoV-2”. Si prevede che il Ministero della salute sentiti il Commissario Covid e la Fofi, previa intesa in Conferenza Stato-Regioni, definisca un Protocollo con i sindacati rappresentativi delle farmacie per definire procedure e condizioni per far concorrere le farmacie alla somministrazione a soggetti maggiorenni di vaccini antinfluenzali per la stagione 2021-22 a carico del servizio sanitario. Per vaccinare, il farmacista dovrà aver superato lo specifico corso dell’Istituto superiore di sanità (Iss). Ricordiamo per inciso che, ove convertito alla Camera, il DL dovrà passare per l’ok del Senato, ma anche che la vaccinazione in farmacia è regola per quasi tutti i paesi industrializzati dell’Unione europea come anglo-americani. Lavoro agile per i fragili – Il decreto proroga il lavoro agile per i soggetti con certificato attestante condizioni di rischio in caso di contagio Covid-19, consentendo loro sia la destinazione a diversa mansione nella medesima categoria o area di inquadramento definita dai contratti collettivi vigenti, sia lo svolgimento di specifiche attività di formazione professionale, anche da remoto. non è però prorogata, per gli stessi lavoratori fragili, la norma transitoria in vigore da marzo 2020 che, ai fini del trattamento giuridico ed economico, equiparava il periodo di assenza dal servizio del lavoratore fragile al ricovero ospedaliero. By Mauro Miserendino fonte: Farmacista33

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Vaccini Covid, pediatri e ginecologi: subito a donne in gravidanza e bambini

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2021

Appello al ministero della Salute da parte di neonatologi, pediatri e ginecologi per accelerare la vaccinazione anti-Covid delle donne in gravidanza e in allattamento e dei bambini di età superiore ai 12 anni: “Sono infatti, possibili rischi gravi anche per queste categorie”, avvertono gli esperti. I vaccini a mRNA, sottolineano le associazioni di specialisti in una nota, sono “assolutamente sicuri sia per le donne in gravidanza, sia per le donne che allattano. In alcuni centri di riferimento nel mondo (come a Parigi, in Israele, in Belgio, in Irlanda, negli Usa) la vaccinazione in gravidanza viene offerta di routine. Non esistono controindicazioni diverse dal resto della popolazione alla vaccinazione”. Il vaccino, inoltre, “non influisce sulla fertilità della donna, nè vi è alcun motivo per rimandare una gravidanza”. Queste indicazioni, precisano, sono fornite anche in Italia dall’ultima Circolare del Ministero della Salute del 4 agosto e ribadite dall’Organizzazione mondiale della Sanità in un documento del 25 giugno. Per questo, la Società italiana di neonatologia (Sin), la Società italiana di pediatria (Sip), la Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), la Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi), la Associazione ginecologi universitari italiani (Agui), la Società italiana di medicina perinatale (Simp), l’Associazione ginecologi territoriali (Agite) e la Società europea di rianimazione pediatrica e neonatale (Espnic) fanno appello al Ministero della Salute e a tutte le istituzioni perché “sia promossa il più possibile la vaccinazione delle donne in gravidanza e in allattamento oltreché dei bambini di età superiore ai 12 anni (e più piccoli quando vaccini dedicati saranno disponibili)”. Chiedono inoltre che si instauri un coordinamento centralizzato, come in altri Paesi europei, per la vaccinazione di queste categorie al fine di evitare disparità a livello locale e regionale, e che l’informazione su questi temi sia veicolata in maniera scientificamente valida e con la adeguata competenza specialistica. (Fonte Doctor33)

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Verona capitale della chirurgia ortopedica grazie alla Clinica San Francesco

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 settembre 2021

By Andrea Sermonti. Verona. Si è tenuto il 31 agosto l’evento digitale “La Clinica San Francesco di Verona per celebrare i 10 anni di attività con il robot Mako”, organizzato in occasione del decimo anniversario del primo intervento di chirurgia ortopedica protesica con sistema MAKO eseguito in Italia per la prima volta dal dottor Piergiuseppe Perazzini, responsabile dell’Unità Funzionale di Ortopedia e Traumatologia della Clinica San Francesco di Verona, struttura d’eccellenza del gruppo Garofalo Health Care accreditata con il SSN. Mako, la piattaforma robotica ad alta tecnologia per la chirurgia protesica in ortopedia è stata sviluppata negli Stati Uniti da Stryker e introdotta in Italia nel 2011 da ab medica. I sistemi robotici Mako installati nel mondo sono più di 1000, di cui 30 in Italia, quest’ultima risulta uno dei primi Paesi europei per numero di piattaforme robotiche installate. Realizzato con il patrocinio dell’Ordine dei Medici di Verona e dell’Università di Verona, l’incontro ha visto a confronto i maggiori esperti italiani e americani di chirurgia ortopedica robotica, i mentori e le istituzioni che hanno avuto e hanno tutt’oggi un ruolo determinante per la comunità internazionale di chirurgia robotica, con l’obiettivo di raccontare la propria esperienza e presentare le più avanzate innovazioni in chirurgia robotica, gli straordinari benefici e le prospettive future di sviluppo. Oltre al confronto sul ruolo strategico di innovazione, formazione e ricerca nella chirurgia robotica, uno spazio è stato dedicato ad analizzare gli aspetti più strettamente economici, i vantaggi e la sostenibilità della robotica in ambito medicale. La chirurgia robotica è il settore di più rapida crescita della robotica di servizio, grazie ai risultati clinici ed economici eccellenti. Il primo robot chirurgico è stato sviluppato nel settore ortopedico, da sempre all’avanguardia con le tecnologie più avanzate per visualizzazione, pianificazione ed esecuzione degli interventi. Come evidenziato dal Prof. Paolo Fiorini dell’Università di Verona, “Italia ed Europa sono all’avanguardia nella ricerca in robotica. Da circa 15 anni, il laboratorio di robotica dell’Università di Verona è impegnato in progetti di frontiera nella chirurgia robotica e nella creazione di aziende spin-off, grazie soprattutto ai finanziamenti dell’Unione Europea, che negli ultimi 3 anni ci ha riconosciuto circa 3 milioni di Euro. Al fine di creare nuove sinergie ottimizzando le altissime competenze del laboratorio di robotica di Verona e le esigenze cliniche, abbiamo iniziato una rapporto di collaborazione con il Dott. Perazzini e il suo team, per applicare le nostre ricerche a problemi di immediato impatto clinico.” La piattaforma robotica Mako, grazie alla pianificazione specifica per ogni paziente effettuata sulla relativa TAC e la tecnologia aptica che consente di rimuovere solamente il tessuto osseo necessario, permette di ottenere una precisione del posizionamento della protesi che prima non era ottenibile tramite la chirurgia classica. Su un totale di oltre 450.000 interventi eseguiti ad oggi nel mondo con tecnica robotica Mako, il primato in Italia ed in Europa spetta al dottor Perazzini, che dal 2011 ha eseguito circa 20.000 interventi chirurgici, di cui 2750 di protesi del ginocchio totale e parziale e 1215 protesi di anca con il robot Mako, dando vita al Centro di Ortopedia Robotica Europeo CORE, una scuola di chirurgia robotica di riferimento europeo presso la Clinica San Francesco di Verona. A testimonianza dell’importanza strategica della robotica in ortopedia, Il Gruppo Garofalo Health Care ha recentemente acquisito la Clinica San Francesco, riconoscendo l’importanza di investire in un’eccellenza europea. Maria Laura Garofalo, ceo del gruppo, ha dichiarato: “L’ingresso della clinica, avvenuto proprio nel corso del decennale dell’attività robotica, ha determinato un accrescimento delle tecnologie specialistiche a disposizione e arricchito il quadro delle soluzioni clinico-chirurgiche e scientifiche del gruppo, ponendo il Dott. Perazzini e la sua equipe quale punto di riferimento per la formazione dei nostri professionisti nell’ambito di questa metodica. Il nostro modello organizzativo patient-centered – prosegue – ci impone di assicurare un’alta qualità dei servizi e quindi di operare investimenti costanti e consistenti nelle tecnologie più innovative e nella strumentazione d’avanguardia. Impegno che rivolgiamo da sempre a tutte le strutture del Gruppo”. Grazie all’impiego del robot Mako si sono ridotti i tempi di degenza dei pazienti – sono oltre 1800 le giornate di degenza annue risparmiate all’anno nelle strutture come ci spiega la dottoressa Maria Antonietta Banchero – e si sono accorciati anche i percorsi di riabilitazione comportando vantaggi per le strutture sanitarie e per gli stessi pazienti sottoposti alla chirurgia. Nei prossimi anni la tendenza sarà quella di garantire un “continuum of care” e la tecnologia si sta progettando e sviluppando proprio in tal senso dichiara Robert C. Cohen Presidente Digital, Robotics and Enabling Technologies di Stryker dando vita dei veri e propri ecosistemi digitali dove paziente e medico chirurgo sono in costante contatto tramite applicazioni in grado di seguire tutte le fasi pre, intra e post operatorie. Vedere anche: https://fidest.wordpress.com/2021/08/17/evento-digitale-la-clinica-san-francesco-di-verona/

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Medici italiani tornano a emigrare

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 settembre 2021

Dopo l’arresto nei mesi di lotta al Covid-19, torna forte l’emorragia di medici dall’Italia verso gli stati esteri. In media un medico ogni 40 emigra verso Emirati, Qatar o Nordamerica. L’allarme lo lancia il presidente Omceo Mi Roberto Carlo Rossi segnalando che ogni anno firma oltre 500 certificati “good standing” per consentire l’espatrio a medici italiani (su 27 mila iscritti, a Roma Antonio Magi ne firma 1000 su 42 mila iscritti). Per una proporzione corretta bisogna aggiungere gli espatri di medici italiani verso paesi dell’Unione europea, gestiti con una procedura di attestazione della “buona condotta” che coinvolge ministero della Salute e Fnomceo. Rossi aggiunge che non vanno via solo giovani camici ma anche medici 45-50enni, specialisti della dirigenza pubblica, dipendenti del privato. Tra convenzione e dipendenza, un distinguo: «In convenzione la maggior parte dei medici è a 10-15 anni alla pensione, c’è poi uno zoccolo non nutritissimo di quarantenni, infine ci sono i giovani, e in quella fascia la tendenza alla mobilità, anche verso l’estero, è più elevata che in passato. Nella dipendenza invece tendono ad andare via anche i quarantenni, molti in piena carriera», dice Rossi. «Cardiochirurghi da un giorno all’altro si stabiliscono negli Emirati, e li capisco; un direttore di dipartimento responsabile di più unità dove si effettuano migliaia di prestazioni delicate, con annessi rischi legali, incassa 4500 euro mensili, meno che nel resto dei paesi industrializzati. Gli stipendi dei medici italiani a tutto il 2019 erano i peggiori in Europa occidentale eccezion fatta per la Spagna (di cui non conosco i limiti posti dalle incompatibilità); oggi forse siamo all’ultimo posto». Tra i medici di famiglia è prevedibile che a breve qualcuno, più giovane o avvezzo alle lingue straniere, chiuda la convenzione ed emigri? «Anche la nostra categoria è meno remunerata rispetto alle omologhe nel resto d’Europa, con buona pace dei Beppe Grillo secondo cui guadagneremmo come i cardiochirurghi, del ministro Giancarlo Giorgetti per il quale non serviamo più e della giornalista Milena Gabanelli nei cui pezzi leggiamo di entrate per noi cospicue (a fronte di un lavoro minimo) ma non dei costi dello studio e del personale. La realtà è diversa – dice Rossi – in una grande città le entrate non coprono le uscite, mentre in montagna il carico di lavoro e di chilometri è spesso superiore alle possibilità umane. Il turnover sarà sempre più precario e in certi casi potrà fallire, a meno di affrontarlo con due soluzioni alternative. Una è far entrare il privato nella medicina territoriale, aprendo una competizione che vedrà arretrare il servizio sanitario pubblico e i livelli di assistenza rispetto a quanto oggi erogato. L’altra è aumentare gli stipendi ai medici; osservo una certa timidezza dei sindacati nel parlare di aumenti ma per consentire al medico di respirare si potrebbe puntare alla rimozione di alcune incompatibilità».In effetti proprio lo Snami in questi mesi con il presidente Angelo Testa chiede l’abolizione di molte incompatibilità sia dei medici che già esercitano sia dei corsisti di medicina generale «per non lasciar scoperte cliniche private, guardie mediche, Rsa e 118». «La strada è quella – dice Rossi – già nel 2005 mi chiedevo come si sarebbe potuti andare avanti con un medico di famiglia garante dei Lea senza offrire a questa professione motivazioni per crescere. Oggi, peraltro i margini di libera professione rimasti sono residuali. Il lavoro prende gran parte delle nostre energie; non c’è più il rischio di un medico con più lavori, alcuni dei quali in contrasto, quel “mito” che diede il destro alla riforma bindiana e all’introduzione dell’indennità di esclusività in ospedale (pochi soldi in confronto a quanto danno all’estero, si veda Israele). Bene sarebbe concedere a chi ha residue energie e ha bisogno di soldi di poter effettuare altre attività, anche complementari a quelle rientranti nei livelli essenziali di assistenza. Anziché far entrare il privato nei Lea, daremmo al medico di fiducia la possibilità di fare qualcosa di più, di andare oltre, a fronte di prospettive economiche. Del resto, un nodo certo sta per venire al pettine: televisite e teleconsulti sono all’ordine del giorno nella medicina generale, i pazienti ce li chiedono, spesso noi riusciamo a offrirli senza problemi. Ma è lavoro supplementare e va pagato a parte». By Mauro Miserendino fonte: Doctor33.

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