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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Archive for the ‘Medicina/Medicine/Health/Science’ Category

Medicine – Health – Science

Sistema immunitario ed effetti deleteri dell’alcol

Posted by fidest press agency su martedì, 7 luglio 2020

Camerino. L’attivazione del sistema immunitario è responsabile di alcuni degli effetti deleteri dell’alcol, come la dipendenza: è questa la conclusione di una ricerca condotta da un team internazionale, coordinato dal dott. Santiago Canals dall’Istituto di Neuroscienze di Alicante in Spagna e di cui fanno parte i gruppi di ricerca del prof. Roberto Ciccocioppo dell’Università di Camerino, del prof. Wolfgang Sommer del Central Institute of Mental Health dell’Università di Heidelberg in Germania, e colleghi della Charles University di Praga.I ricercatori hanno osservato che la capacità dell’alcol di evocare dipendenza è in parte legata alla sua tendenza a cambiare l’organizzazione spaziale del cervello, in particolare della materia grigia, come mostrato dallo studio appena pubblicato sulla rivista Science Advances. “Siamo molto soddisfatti per questo risultato – ha sottolineato il prof. Roberto Ciccocioppo – dal momento che comprendere il meccanismo attraverso cui l’alcol altera le funzioni cerebrali è fondamentale per lo sviluppo di nuove terapie”.I dati riportati nello studio dimostrano che i cambiamenti della geometria spaziale osservata nella materia grigia dei soggetti esposti all’alcol è legata all’attivazione del sistema immunitario cerebrale, in particolare delle cellule della microglia. L’alcol provoca l’attivazione di queste cellule responsabili della difesa dell’ospite, portando ad un cambiamento delle loro caratteristiche biochimiche e conformazionali. La microglia passando dalla sua forma inattiva a quella attivata cambia di morfologia trasformandosi da cellule dalla struttura ramificata a cellule dalla forma arrotondata o ameboide. Cambiamento che altera la geometria dello spazio extracellulare, consentendo una maggiore diffusione delle sostanze chimiche responsabili della comunicazione fra i neuroni. Una di queste sostanze è la dopamina, uno dei neurotrasmettitori più importanti nel mediare la sensazione di gratificazione che accompagna l’uso dell’alcol.Aumentare la diffusione di dopamine e probabilmente di altri neurotrasmettitori come il glutammato o il GABA può potenziare le proprietà gratificanti dell’alcool, altrimenti deboli, incrementando la motivazione al suo consumo. Questo studio traslazionale dimostra che il consumo cronico di alcol aumenta la diffusivita’ media nella materia grigia cerebrale sia dell’uomo che del ratto. Queste alterazioni compaiono poco dopo l’inizio del consumo di alcol nei ratti, persistono nell’astinenza precoce sia nei roditori che nell’uomo e sono riconducibili alla diminuzione delle barriere spaziali extracellulari dovuta all’attivazione della della microglia in risposta all’azione tossica dell’alcol.In un precedente articolo, pubblicato nell’aprile dello scorso anno su JAMA Psychiatry, questo stesso gruppo di ricercatori, ha dimostrato che l’alcol continua a danneggiare il cervello anche dopo prolungata astinenza. Quel lavoro suggeriva già un aumento della diffusività nel cervello a causa dell’alcol, ma i ricercatori non sapevano ancora perché. Ora il nuovo studio, pubblicato su Science Advances, risolve il mistero dimostrando che l’aumento della diffusività è dovuto all’attivazione delle cellule immunitarie del cervello.

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Ipertensione, Uspstf fa il punto sullo screening. Ecco chi deve essere sottoposto

Posted by fidest press agency su martedì, 7 luglio 2020

La Task Force dei servizi preventivi statunitensi ha appena pubblicato una bozza di raccomandazione che conferma la necessità sottoporre a screening per l’ipertensione tutti gli adulti. «Il documento conferma l’attuale raccomandazione di Grado A per lo screening dell’ipertensione in tutti gli adulti di età pari o superiore a 18 anni» afferma il membro della task force John Wong della Tufts University School of Medicine a Boston, Massachusetts, aggiungendo che il riscontro e il trattamento tempestivi degli elevati valori pressori possono ridurre significativamente la mortalità e la morbilità a lungo termine.«I pazienti di età superiore ai 40 anni o chiunque abbia altri fattori di rischio cardiovascolare devono sottoporsi a un controllo annuale della pressione arteriosa, mentre lo screening ogni 3 o 5 anni è appropriato tra i 18 e i 39 anni in assenza di fattori di rischio» si legge nell’attuale raccomandazione della Task Force, molto simile a quella del 2015. «Aggiorniamo il documento ogni pochi anni perché l’ipertensione oltre a essere molto frequente, è un importante fattore di rischio per future complicazioni che hanno implicazioni significative in tema di salute pubblica» commenta Wong, spiegando che la soglia oltre cui si definisce l’ipertensione varia da 130/80 mm Hg a 140/90 mm Hg. «Esistono diversi tipi di ipertensione: quella persistente (misurazioni elevate sia in ambito clinico sia in comunità); quella da camice bianco (valori alti solo in presenza del medico) e quella mascherata (misurazioni elevate solo in comunità)» riassume l’esperto, precisando che il rischio cardiovascolare è più alto in caso di ipertensione persistente, seguito dall’ipertensione mascherata e quindi dall’ipertensione da camice bianco.www.uspreventiveservicestaskforce.org/tfcomment.htm.

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Al cardiocenter del Niguarda si opera con l’ipnosi

Posted by fidest press agency su martedì, 7 luglio 2020

La dottoressa Nonini spiega l’ultima tecnica cardiochirurgica utilizzata al Cardiocenter. Al Cardiocenter di Niguarda, che è sostenuto dalla fondazione De Gasperis, si opera con l’ipnosi. L’ultimo intervento di cardiochirurgia effettuato con questa tecnica è stato una sostituzione valvolare per via percutanea a una donna di 82 anni. La ragione per cui si ricorre all’ipnosi è che per realizzare questo intervento mini-invasivo è necessario somministrare dei farmaci sedativi che provocano l’immobilità, ma si può ottenere lo stesso risultato con l’ipnosi, in combinazione con una piccolissima dose di anestetico locale. La dottoressa Sandra Nonini, specialista di anestesia e rianimazione, spiega che «dal punto di vista dell’efficacia le condizioni sono due. Prima di tutto occorre che il paziente avverta il bisogno di ricorrere a questa tecnica o la curiosità di sperimentarla; in altre parole, deve ‘crederci’. Posta questa premessa, grazie al supporto dell’ipnologo il paziente viene accompagnato per tutta la durata della procedura. Dal punto di vista delle regole, inoltre, la prima e ovvia condizione è che il paziente abbia dato il suo consenso. Tra l’altro, lo richiama esplicitamente il nuovo protocollo per l’uso dell’ipnosi come terapia analgesica aggiuntiva nella cardiologia interventistica, presentato a gennaio a Milano. E, sia chiaro, il ricorso all’ipnosi non è praticabile per tutte le tipologie di procedure. Certo non negli interventi a cuore aperto o che implicano l’apertura del torace, dello sterno o dell’addome. Mentre va benissimo quando si interviene per via percutanea, come nel caso di impianti e sostituzioni di defibrillatori, pacemaker, valvole aortiche…» La dottoressa aggiunge che «il paziente in ipnosi mantiene il controllo di sé e percepisce ciò che accade nell’ambiente circostante; nel frattempo, riesce a sfruttare abilità che il suo cervello già possiede, ma che da sveglio non è in grado di utilizzare, per innalzare la soglia del dolore, tenere l’ansia sotto controllo e mantenere l’immobilità. Inoltre, un minore ricorso a farmaci sedativi implica tempi di ‘smaltimento’ e di ripresa più rapidi. Senza contare che l’ipnosi è utilissima nel caso di pazienti che per qualche ragione non possono essere sedati o anestetizzati, magari perché allergici a determinati principi farmacologici».

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“Obbligatorio finanziare la medicina territoriale”

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 luglio 2020

“A quanto leggo sui piccoli focolai scoppiati nel mantovano l’ATS è intervenuta tempestivamente e sta facendo il possibile per circoscriverli. Al momento le notizie sembrano rassicuranti.Più in generale questi casi, indicano che è assolutamente necessario ritornare a investire e finanziare la medicina territoriale. Lavorare in ambito locale con controlli diffusi, l’informazione della popolazione e lo screening sanitario di massa può limitare un virus che purtroppo è ancora attivo e presenteLa Regione Lombardia, che sulla medicina del territorio si è mossa in ritardo, ha l’obbligo di continuare a mantenere altissima l’attenzione e va diffusa la consapevolezza e la necessità di ampliare il numero di tamponi e i controlli. Più volte ho chiesto, con atti formali, interrogazioni e sollecitazioni scritte, di potenziare a Mantova le USCA, le unità di continuità assistenziale che entrano in gioco proprio per lo screening della popolazione. Mi auguro di essere ascoltato: gli strumenti di difesa e prevenzione devono essere rafforzati; non è il momento di abbassare la guardia”, così Andrea Fiasconaro, consigliere regionale del M5S Lombardia, sui focolai COVID nei macelli di Mantova.

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Tumore dell’ovaio: Programma terapeutico

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 luglio 2020

Al via il primo programma di supporto a domicilio per le donne colpite dal tumore ovarico, in grado di rispondere a 360 gradi alle loro esigenze: dalla televisita di controllo, alla consegna del farmaco fino al prelievo ematico a domicilio per l’esecuzione del test BRCA. Un numero verde permetterà alle pazienti di organizzare e svolgere le visite di controllo da remoto e, al contempo, infermieri specializzati saranno disponibili per supportare la gestione di eventuali effetti collaterali.
AstraZeneca si occuperà, inoltre, della consegna a casa delle pazienti di Olaparib, terapia orale per il trattamento del tumore ovarico BRCA mutato.Un servizio che assume particolare rilevanza in questi mesi di emergenza sanitaria per la pandemia causata dal coronavirus, nei quali è auspicabile fare in modo che i pazienti oncologici seguano il loro percorso di cura, riducendo però il più possibile i tempi di permanenza negli ospedali per il rischio di contagio. Un servizio che però guarda anche oltre: l’innovazione tecnologica può infatti contribuire a una riorganizzazione dell’assistenza sanitaria anche dopo l’emergenza.
Il progetto è realizzato grazie al supporto di AstraZeneca e MSD, in collaborazione con Domedica, e ha ricevuto l’egida delle principali Associazioni di Pazienti impegnate nel tumore ovarico: Acto Onlus, Loto Onlus e Salute Donna Onlus.I primi centri a partire saranno l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma.“In 5 anni i nuovi casi di tumore dell’ovaio, in Italia, sono aumentati dell’8%: erano 4.900 nel 2014, ne sono stati stimati 5.300 nel 2019. È di fondamentale importanza mantenere un rapporto costante con le pazienti e un programma completo di supporto a distanza è la via da seguire per garantire la sicurezza delle donne colpite da tumore ovarico durante questa emergenza – afferma la Prof.ssa Nicoletta Colombo, Professore Associato presso l’Università Milano-Bicocca e Direttore del Programma di Ginecologia Oncologica dell’Istituto Europeo di Oncologia.La visita di follow-up da remoto è eseguita e refertata grazie alla tele assistenza su una specifica piattaforma condivisa da oncologo e paziente.Il programma è indirizzato alle pazienti con tumore ovarico in trattamento con gli inibitori di PARP.

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In Italia una persona su 3 ha livelli di pressione non ottimale

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 luglio 2020

Ciò mette in pericolo la salute del cuore e delle arterie. L’ipertensione arteriosa è infatti tra i principali fattori di rischio per l’insorgenza di malattie cardiovascolari (infarto del miocardio, ictus, scompenso cardiaco), che costituiscono la prima causa si morte nel nostro Paese con 240mila decessi ogni anno. Quello che però spesso si sottovaluta è l’esistenza di un’anticamera dell’ipertensione, la cosiddetta pressione normale-alta o pre-ipertensione, che si manifesta con valori a ridosso di quelli patologici, sulla quale è opportuno intervenire tempestivamente per evitare che negli anni si trasformi in ‘vera’ ipertensione. La buona notizia è questa condizione può essere tenuta sotto controllo con strategie di intervento non farmacologiche, grazie alla recente disponibilità di nuovi integratori alimentari specifici, da utilizzare sempre in abbinamento a modifiche dello stile di vita.
Un recente Documento di consenso della Società Europea dell’Ipertensione (ESH), pubblicato sul Journal of Hypertension [2], ha infatti confermato che nei soggetti con livelli pressori borderline (compresi tra 130/139 mmHg per la massima e 85/89 mmHg per la minima), è raccomandato l’utilizzo di alimenti funzionali, prodotti nutraceutici e componenti di origine naturale che si sono dimostrati efficaci nel controllo della pressione arteriosa in studi clinici randomizzati e controllati. Il paper ribadisce quanto già affermato dalle Linee Guida ESH/ESC [3] circa la possibilità di ricorrere a un approccio non farmacologico in presenza di dislivelli pressori moderati (valori normali di pressione arteriosa sono considerati sistolica < 140 mmHg e diastolica < 90 mmHg). Su questi temi si è confrontato un board di esperti in cardiologia e nutraceutica durante il webinar “FIRST, un primo approccio naturale contro i primi segnali di ipertensione”, organizzato da Neopharmed Gentili, azienda farmaceutica italiana specializzata nel trattamento delle principali patologie cardio-metaboliche.Gli esperti hanno sottolineato l’importanza di non trascurare i primi segnali dell’ipertensione, ricordando che il rischio di morte per malattia cardiovascolare è direttamente proporzionale all’aumento dei livelli di pressione arteriosa, già a partire da valori di 115 mmHg sistolici e 75 mmHg diastolici.

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Malattie cardiovascolari e Covid-19

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 luglio 2020

ESC – Società Europea di Cardiologia, in seguito al meeting del 25 giugno scorso, con il Commissario per la Salute Stella Kyriakides e con i Membri del Parlamento Europeo, ha lanciato un programma concreto di lotta per la prevenzione delle malattie cardiovascolari denominato “Cardiovascular Disease – a Blueprint for EU action”. Nel corso della pandemia da COVID si è verificato un considerevole aumento delle malattie cardiovascolari in particolare di Embolia Polmonare, complicanza più grave della Trombosi Venosa Profonda, infarto e ictus cerebrale. Le CVD sono state la prima causa di morte e di grave invalidità a livello mondiale anche prima di Covid, che ha ulteriormente aggravato lo scenario. Oltre 60 milioni di cittadini dell’UE vivono con le conseguenze di eventi cardiovascolari: a questi ogni anno si aggiungono 13 milioni di nuovi pazienti. Nell’insieme le malattie cardiovascolari (CVD) in particolare causate da Trombosi ed Embolia sono responsabili di 36 morti su 100 e sono la prima causa di morte prematura: fra i cittadini della UE che perdono la vita prima dei 65 anni, 20 su 100 muoiono per un evento cardiovascolare. La relazione pericolosa fra COVID-19 è stata confermata e richiede attenzione e interventi urgenti per molte ragioni: la maggior parte dei pazienti colpiti da COVID -19 aveva una malattia cardiovascolare preesistenteil COVID-19 scatena una risposta infiammatoria che danneggia la parete interna delle arterie, delle vene e del cuore, reazione che scatena la formazione di trombi e di emboli in qualunque distretto del corpo: polmone, cervello, rene, causando embolia, infarti, ictus cerebrale.

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Cup Lazio: Soluzioni per ridurre le liste di attesa

Posted by fidest press agency su domenica, 5 luglio 2020

Criticità nell’accesso al Cup, sale operatorie ancora quasi ferme anche nell’ambito della cardiologia, crollo dell’aderenza alla terapia e aumento degli infarti per timore del contagio da parte dei pazienti, queste alcune delle difficoltà dei pazienti in questo periodo segnalate da Senior Italia FederAnziani nell’incontro con il Presidente della Commissione Sanità della Regione Lazio Giuseppe Simeone che ha visto coinvolte le diverse società medico-scientifiche e organizzazioni dei medici riunite nell’Advisory Board costituito da Senior Italia FederAnziani per presentare proposte ai decisori in questa fase post-lockdown.Tra le criticità segnalate, la difficoltà dei pazienti anziani nel seguire le terapie in queste mesi di sospensione delle visite e dei controlli. In particolare nel paziente iperteso si è riscontrato un calo del rispetto delle terapie assegnate dal medico, fatto che, assieme alla riduzione del monitoraggio della salute attraverso le visite, genera potenziali problemi per la salute dei pazienti. La cardiochirurgia sta riprendendo in maniera molto lenta, la specialistica ambulatoriale in ambito cardiologico ha programmato ma ancora ci sono problemi logistici e di organizzazione del personale, quindi siamo di fronte a una ripresa lenta che penalizza le patologie croniche che riguardano soprattutto gli over 65. Nel periodo di lockdown si è registrato un calo del 50% per infarto rispetto all’anno precedente a causa del timore di contagio, superiore al timore del rischio infarto. Nel lockdown si è persa anche la possibilità di essere seguiti dal medico per i pazienti affetti da malattie respiratorie che richiedono un monitoraggio costante della loro salute. In quest’ambito l’altro grave problema è lo stop alle nuove diagnosi, venute meno in questi mesi. Occorre recuperare il sommerso, per curare al meglio i pazienti e impedirne l’accesso in ospedale dove devono arrivare solo i pazienti con grave insufficienza respiratoria. In area diabetologica è emersa più che mai la necessità di investire in tecnologia per far sì che tutti gli ambulatori siano forniti di strumenti adeguati, cartella clinica in primis, e ben collegati ai medici di medicina generale. Anche gli interventi di cataratta stanno ripartendo tra mille difficoltà.
«Nel Lazio abbiamo 1.700 specialisti con una media di 20 ore settimanale. Portandole a 38 potremmo recuperare ogni mese mezzo milione di prestazioni. Nel Lazio al momento ci sono 1.200.000 prestazioni da recuperare e altrettante di diagnostica per immagini. Non c’è bisogno di andare a cercare i medici da altre parti: sono risorse umane già presenti nel sistema, e questa soluzione avrebbe costi inferiori rispetto ad altri progetti che si stanno mettendo in campo in questo momento. Con un investimento strutturale potremmo ridurre anche le attese che c’erano prima del Covid» ha dichiarato il Segretario Generale di Sumai Assoprof Antonio Magi.

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La nuova frontiera per la gestione del diabete

Posted by fidest press agency su domenica, 5 luglio 2020

Arriva dalle soluzioni hi-tech, tra queste il sistema MiniMed™ 780G in grado di automatizzare l’infusione dell’insulina per la terapia del diabete di tipo 1 nei pazienti dai 7 agli 80 anni. Il sistema MiniMed™ 780G, prodotto da Medtronic, ha recentemente ottenuto la marcatura CE.MiniMed™ 780G sfrutta la più avanzata versione della tecnologia SmartGuard™ per aiutare le persone con diabete di tipo 1 a gestire con maggiore facilità la terapia, modulando autonomamente la somministrazione, senza necessità di intervento da parte dei pazienti, sia dell’insulina basale che dei boli per la correzione di rialzi glicemici, ogni cinque minuti. Il sistema consente infatti di personalizzare l’obiettivo terapeutico di controllo glicemico per l’erogazione automatica della basale a partire da un valore di glucosio sensore di 100 mg/dl (5,5 mmol/L), aiutando in questo modo a stabilizzare e tenere sotto controllo l’andamento della glicemia.I pazienti che hanno partecipato allo studio clinico hanno espresso un parere positivo sul device, spiegando che questo sistema ha migliorato notevolmente la loro qualità di vita, grazie a un controllo della terapia molto più semplice, reso possibile dall’algoritmo di automazione di funzioni terapeutiche che include una tecnologia sviluppata da DreaMed Diabetes e prevede una ridotta necessità di intervento da parte del paziente.
Il sistema MiniMed 780G, grazie alle soluzioni di connettività e alla tecnologia Bluetooth, permette infine di visualizzare in tempo reale i dati sull’andamento del glucosio e condividerli con le proprie persone di supporto tramite applicazioni per smartphone.Secondo i risultati dello studio clinico pilota, presentato all’80° conferenza dell’American Diabetes Association (ADA), il sistema MiniMed 780G ha soddisfatto tutti gli endpoint di sicurezza.
Sempre durante l’80° conferenza dell’American Diabetes Association (ADA) sono stati presentati anche i dati di un secondo studio clinico randomizzato cross-over, effettuato in Nuova Zelanda su una popolazione di pazienti complessa, tra cui pazienti con diabete scarsamente controllato e pazienti più giovani, a partire dai sette anni di età. Questo studio ha dimostrato un miglioramento dei risultati clinici ottenuti dai pazienti che hanno utilizzato il sistema di closed loop avanzato (AHCL) di Medtronic rispetto al sistema con algoritmo di sospensione predittiva per glucosio basso (PLGM).

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Il ruolo dell’osteopatia è preventivo

Posted by fidest press agency su domenica, 5 luglio 2020

Soprattutto per quanto riguarda i Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa). Mi capita spesso di visitare bambini di 6-7 anni con Dsa e riscontrare, per esempio, delle plagiocefalie che non sono state attenzionate in età neonatale. Mi sono reso conto che c’è una differenza sostanziale tra bambini in cui la plagiocefalia è stata trattata a pochi giorni di vita e bambini in cui non è stata trattata, una differenza che andrebbe valutata in ambito clinico”. A dirlo è Maurizio Montoro, osteopata D.O., introducendo quello che sarà il suo intervento al Venerdì culturale su ‘Osteopatia: il corpo nei disturbi sensoriali dell’età evolutiva’, promosso dalla Fondazione Mite in collaborazione con l’Istituto di Ortofonologia (IdO), in programma venerdì 10 luglio alle 21 sulla piattaforma Google Meet.Montoro punterà ad esplicitare il legame tra plagiocefalie e Dsa: “Nei bambini con la plagiocefalia, essendo una deformazione delle placche craniche, spesso si crea una sorta di distorsione della zona occipitale, una zona che è legata a quella vestibolare- sottolinea l’esperto- questo può creare in futuro problemi di natura sensoriale, sia visivi che uditivi. Il problema, però, è che i bimbi non segnalano di vedere poco o sentirci male perché hanno una grande capacità di adattamento. Il risultato è che arrivano ai 4-5-6 anni con dei deficit che comportano problemi di attenzione o apprendimento. In sostanza vanno incontro ai famosi Dsa, i disturbi specifici dell’apprendimento- sottolinea Montoro- E’ quando i neonati hanno pochi giorni di vita, invece, che si può capire verso quale futuro andranno”. Sono circa “quattrocento i neonati con plagiocefalie che visito ogni anno. Un bambino con 15-20 giorni di vita è molto plastico, cartilagineo- sottolinea- quindi se ha dei disturbi al sistema cranio sacrale, l’intervento preventivo è molto importante”, dice l’esperto. “L’obiettivo dell’osteopata- continua Montoro- è quello di sensibilizzare il mondo medico, i pediatri e i neonataologi in particolare su questi temi, perché sono le figure che valutano il bambino inizialmente”. Prevenzione e sensibilizzazione dunque le parole d’ordine secondo l’osteopata. “Fino a una decina di anni fa c’era molta resistenza nei confronti dell’osteopatia. Oggi, invece, mi arrivano tanti bambini mandati dai pediatri e per me questo è importante perché il pediatra valuta il bambino ed esclude la sfera patologica, io mi occupo della sfera funzionale. E’ importante che questa relazione si instauri e diventi sempre più funzionale a vantaggio del bambino”.

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“Non siamo ancora in pace con il virus, ma in armistizio”

Posted by fidest press agency su sabato, 4 luglio 2020

Risponde cosi’ Pier Luigi Bartoletti, segretario provinciale della Fimmg Roma e vicepresidente dell’Ordine dei medici di Roma e provincia, interpellato dall’agenzia Dire sul nuovo focolaio dei contagi a Fiumicino. “Non faccio parte degli ottimisti che dicono ‘e’ tutto finito’ – prosegue Bartoletti – ma sono tra chi pensa che siamo riusciti a gestire bene l’epidemia. In questo momento stiamo isolando, soprattutto nell’area della Asl Roma 3, dei piccoli focolai che non preoccupanti perche’ sono stati subito tracciati, trattati e isolati. Ma cosa sarebbe accaduto se non lo avessimo fatto? Nel mondo abbiamo assistito purtroppo a molti esempi negativi: penso ad Israele che, dopo una chiusura come la nostra, adesso sta vivendo momenti non felici, ma anche alla Svezia, che ha scelto una strada morbida con il lockdown e ora ha un numero di casi ancora gravissimo, per non parlare degli Stati Uniti, del Brasile e dell’America Latina”. Insomma, secondo Bartoletti “non bisogna abbassare la guardia e noi non l’abbiamo fatto – sottolinea – Nelle ultime due settimane come Uscar (Unita’ speciale di continuita’ assistenziale regionale) abbiamo lavorato esattamente come lavoravamo fino a due mesi fa, non c’e’ stato un calo delle attivita’. Questo perche’ da parte della Regione Lazio c’e’ ancora il massimo dell’attenzione”.Intanto l’Organizzazione mondiale della Sanita’ ha detto cheil ‘peggio deve ancora arrivare’ e che la ‘pandemia e’ ancora lontana dalla fine’. Come commenta? “Speriamo che l’Oms si sbagli- risponde Bartoletti- ma noi siamo ancora a livelli di allerta massima, perche’ questo e’ un virus che, se si lascia libero di diffondersi, ha dimostrato di avere una capacita’ diffusiva molto elevata e di andare addirittura al raddoppio dei casi di settimana in settimana. Quindi non dobbiamo assolutamente consentire che circolino persone infette, in grado di infettarne altre. È normale che piu’ si va avanti con la stagione estiva e piu’ c’e’ voglia di liberta’, ma c’e’ anche piu’ il rischio che i casi possano aumentare. Le persone allora non devono sottovalutare il rischio, che esiste. Noi adesso siamo concentrati sul presente, che e’ il tracciare, e sul futuro, che e’ il vaccinare. L’altra grande partita, infatti, e’ quella di iniziare le vaccinazioni antinfluenzali il prima possibile – conclude il vicepresidente Omceo Roma – e su tante persone”.

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L’Irccs Fatebenefratelli di Brescia torna alla normalità

Posted by fidest press agency su sabato, 4 luglio 2020

Il direttore Ardissone illustra la ripartenza dell’Istituto di via Pilastroni: “Il 5,5% degli operatori dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia è risultato positivo agli anticorpi Covid 19 (11 operatori su 200) e tutti i positivi agli anticorpi sono risultati negativi al tampone nasofaringeo. Lo screening volontario è una delle azioni effettuate dall’Irccs e dalla Regione Lombardia per partecipare all’indagine di siero prevalenza con l’obiettivo di meglio conoscere e descrivere l’epidemia da Covid 19. «Abbiamo cercato di contenere la diffusione del contagio con tutti gli strumenti possibili ed adeguati alla situazione – dichiara il direttore, Mariagrazia Ardissone – e la scelta di considerare il reparto Alzheimer zona di cura dei positivi COVID è maturato in considerazione del fatto di creare un’area protetta e facilmente isolabile dal resto dell’istituto, fornita di erogazione di ossigeno, personale qualificato alla gestione di questi pazienti. L’Istituto bresciano ha partecipato alla rete delle strutture regionali che hanno offerto posti letto per l’accoglienza di pazienti post acuti, guariti clinicamente dall’infezione COVID 19 ma ancora positivi al tampone, trasferiti dai nosocomi cittadini per il completamento del percorso di cura. «Naturalmente, abbiamo un piano di sorveglianza e di screening degli operatori che a qualsiasi titolo sono impiegati nell’assistenza. Tuttora è in corso lo screening giornaliero per la rilevazione della temperatura che comporta, se positiva (T ≥ 37,5 °C), la sospensione dell’attività lavorativa e l’esecuzione del test per la ricerca di SARS-CoV-2».Le attività ambulatoriali dell’IRCCS Centro San Giovanni di Dio sono in ripresa graduale nelle diverse specialità, seppur con una riduzione iniziale del numero degli appuntamenti e degli ambulatori attivi. E’ attivato un triage telefonico preventivo da parte del personale front office, che richiama i pazienti il giorno precedente la data della prenotazione, per assicurarsi che non abbiano sintomi respiratori simil influenzali e febbre; in caso positivo vengono invitati ad annullare l’appuntamento ed eventualmente a chiamare il proprio medico di famiglia. Nel caso in cui il triage preventivo abbia dato esito negativo viene richiesto ai pazienti di accedere in Struttura con un solo accompagnatore, muniti di mascherina chirurgica e rispettando rigorosamente gli orari indicati. Le UO di Riabilitazione Specialistica Psichiatrica ed Alzheimer stanno riprendendo l’attività di ricovero ordinario, come da Accreditamento, aprendo i ricoveri programmati per un massimo iniziale del 70% della propria capacità di saturazione. I reparti attivati saranno Covid free ma verranno garantiti posti letto di isolamento per pazienti “grigi” in attesa di diagnosi tramite tampone naso – faringeo. In caso di procedura di ricovero presso le U.O, nei giorni precedenti, i pazienti verranno sottoposti a pre – screening con tampone naso faringeo per accertarne la negatività. E’ in fase di valutazione la fattibilità e sostenibilità di riapertura dei CDI. Guardando al futuro, Ardissone spiega che «si riparte dal ripristino delle attività assistenziali e dalla ripartenza a pieno regime delle attività di ricerca che hanno similmente subito il contraccolpo dell’emergenza sanitaria, ivi compresi i clinical trials legati all’arruolamento di pazienti tramite i percorsi ambulatoriali. Durante emergenza i nostri ricercatori hanno partecipato a bandi ministeriali, regionali ed europei per affrontare le problematiche legate alla pandemia e per contribuire con la loro expertise alla definizione dell’impatto del Covid sulla salute mentale. Si riparte con l’auspicio di un rafforzamento delle attività di ricerca in relazione al Covid, potenziando le già fiorenti attività progettuali, al fine di coniugare nella traslazionalità delle cure anche l’approccio scientifico all’emergenza vissuta».

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I 20 lavori più’ autorevoli di immunologia su Nature Immunology

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 luglio 2020

Per festeggiare i suoi 20 anni la prestigiosa rivista internazionale Nature Immunology ha scelto i 20 lavori più’ autorevoli di immunologia pubblicati in questo periodo tra i quali figura la pubblicazione “Sensing the Gut Microbiome” della Professoressa Paola Ricciardi Castagnoli, direttore del Comitato Scientifico della Fondazione Toscana Life Sciences (TLS). Un importante lavoro dedicato al microbioma intestinale pubblicato nel 2001 e del quale oggi l’immunologa di fama mondiale racconta la storia.In questi giorni, infatti, in occasione del ventennale, Nature Immunology ha pubblicato un commento della Professoressa Castagnoli che ripercorre l’attività di ricerca svolta tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, culminata poi con la pubblicazione del lavoro sulla Rivista.
Oggi Paola Ricciardi Castagnoli ricorda come in quegli anni il focus del gruppo di ricerca sull’immunità della mucosa abbia portato alla scoperta di come le cellule dendritiche avvertono il microbioma intestinale per mantenere l’omeostasi. Una scoperta significativa poiché molti studi successivi hanno dimostrato un ruolo chiave del microbioma intestinale nel mantenere un buon sistema immunitario. “Quando questo equilibrio viene a mancare si possono sviluppare molte patologie infiammatorie, autoimmunitarie e allergie. Il sequenziamento del microbioma di pazienti con queste malattie ha suggerito che esistono batteri “buoni” nella nostra flora intestinale e batteri meno buoni, anzi dannosi, per l’equilibrio del sistema immunitario – precisa Paola Ricciardi Castagnoli – In futuro si spera di poter interferire sulla flora intestinale, modificandola, anche se ad oggi è ancora molto difficile e i pro-biotici assunti per via orale non sembrano essere capaci di colonizzare l’intestino. Come sempre nella ricerca si apre una porta e ci si trova di fronte ad altri nuovi portoni. Il progresso e l’innovazione non sono altro che la capacità di andare avanti o come ho scritto nella didascalia della foto del mio lavoro su Nature Immunology: “Come si arriva in cima alla montagna? Basta camminare”.Come membro di TLS, Paola Ricciardi Castagnoli ha all’attivo altre due pubblicazioni di rilievo internazionale: “Calcineurin-mediated IL-2 production by CD11chighMHCII myeloid cells is crucial for intestinal immune homeostasis” pubblicato nel 2018 su Nature Communication e “Leucine-Rich Repeat Kinase 2 Controls the Ca2+/Nuclear Factor of Activated T Cells/IL-2 Pathway during Aspergillus Non-Canonical Autophagy in Dendritic Cells” su Frontiers in Immunology.
Paola Ricciardi Castagnoli è stata fondatrice e direttore scientifico dell’Istituto internazionale di Immunologia Umana SIgN, a Singapore, che rappresenta l’Istituzione di ricerca più prestigiosa del Sud Est Asiatico nel campo dell’Immunologia. Con il suo gruppo di ricerca, ha pubblicato 200 ricerche, in extenso, su riviste internazionali, che sono state citate in oltre 32 mila lavori scientifici. Nel 2012 ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine della Stella D’Italia, riconoscimento conferito a scienziati che hanno ricoperto importanti ruoli di ricerca all’estero. Dal dicembre 2016 guida il Comitato Scientifico di TLS, organismo che supporta il posizionamento e le scelte strategiche della Fondazione nel contesto regionale, nazionale e internazionale. Inoltre, l’immunologa è stata insignita nel 2017 del Premio Internazionale Tecnovisionarie®, nell’ambito del Festival Internazionale della Robotica di Pisa e, di recente inserita da Forbes Italia tra le 100 donne italiane di successo e che si sono distinte anche a livello internazionale.

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Editing genetico: Una nuova strategia per migliorare efficienza e precisione

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 luglio 2020

In uno studio pubblicato Nature Biotechnology*, un gruppo di ricercatori dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (SR-Tiget), guidati da Luigi Naldini, ha mostrato come superare una delle più importanti barriere all’applicazione dell’editing genetico alle cellule staminali ematopoietiche, che al contempo rappresentano un bersaglio fondamentale per la cura di gravi malattie genetiche, come le immunodeficienze primitive.Forte della decennale esperienza nel campo, i ricercatori dell’SR-Tiget stanno lavorando per rendere l’editing genetico un approccio terapeutico sempre più sicuro e efficace. «Il nostro è un risultato importante nel percorso verso l’applicazione clinica in malattie in cui la terapia genica “tradizionale” non è indicata, perché quello da correggere è un gene “delicato”, coinvolto per esempio nella regolazione della crescita cellulare. In questi casi l’editing genetico offre la possibilità di correggere il gene nella sua sede naturale, mantenendone la regolazione fisiologica, cosa invece impossibile quando il gene terapeutico viene fornito dall’esterno e va a inserirsi casualmente nel genoma. Per alcune patologie questo non è un problema, come dimostrato proprio dai successi terapeutici della terapia genica messa a punto nel nostro istituto, ma in altre può invece risultare rischioso. E la medicina di precisione è proprio questo: disegnare strategie terapeutiche su misura, basandosi su una conoscenza approfondita dei meccanismi biologici e degli ostacoli da superare» commenta Luigi Naldini, direttore dell’SR-Tiget.Lo studio è stato finanziato dalla Fondazione Telethon, dal programma Horizon 2020 dell’Unione Europea, dal Ministero della Salute e dal Ministero della Ricerca Scientifica Italiani, oltre che dalla Fondazione Louis-Jeantet di Ginevra che nel 2019 ha conferito proprio al direttore dell’SR-Tiget il suo premio per la medicina traslazionale. L’applicazione della tecnologia oggetto dello studio al trattamento di alcune malattie genetiche sarà condotta nell’ambito di una alleanza strategica tra SR-Tiget e Genespire.L’editing genetico è considerato l’ultima frontiera della medicina di precisione poiché permette di correggere in modo puntuale errori nelle informazioni genetiche nel Dna responsabili di gravi malattie ancora incurabili. «Oggi siamo in grado di guidare questo sistema di riparazione, fornendo alla cellula la versione corretta che vogliamo sia sostituita a quella mutata. Per farlo si utilizza un vettore virale, ovvero un virus reso innocuo ma ancora capace di infettare le cellule e trasferirvi con il proprio carico genetico lo stampo per la correzione. Tuttavia, questo sistema mirato di correzione non lavora al meglio all’interno delle cellule staminali ematopoietiche, che per loro natura sono tendenzialmente quiescenti e una volta avvertito un danno al Dna tendono a non proliferare più o addirittura ad autoeliminarsi. Siamo quindi andati a studiare come stimolarle ed evitare gli effetti collaterali del nostro intervento chirurgico sul materiale genetico» spiegano Samuele Ferrari e Aurelien Jacob, primi autori del lavoro.

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Ucraina: sostituzione aorta con tecnica complessa

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 luglio 2020

E’ in buone condizioni di salute la paziente ucraina operata con la tecnica “Frozen elephant trunk” che ne ha permesso la sostituzione dell’intero arco aortico. Eseguita prima dell’emergenza sanitaria dovuta al covid-19, l’operazione è stata eseguita dal cardiochirurgo Samuele Bichi del Papa Giovanni XXIII nel maggiore Istituto clinico e di ricerca di Kiev dedicato alla Cardiochirurgia vascolare. Bichi è referente per l’attività cardiochirurgica con tecniche mininvasive e della correzione ibrida delle patologie dell’aorta toracica per l’Unità di Cardiochirurgia dell’Ospedale di Bergamo.
Era affetta da dissezione cronica dell’arco aortico la donna di circa 60 anni che – per la prima volta in Ucraina – è stata operata con la tecnica “Frozen elephant trunk” in uso nei principali centri cardiochirurgici mondiali per il trattamento radicale delle patologie dell’arco aortico. L’intervento è stato eseguito ad inizio febbraio, quando ancora la pandemia non aveva colpito il nostro Paese né l’Ucraina. In questi giorni, dai colleghi ucraini che stanno seguendo il decorso clinico della donna, è arrivata la conferma che non si sono presentate complicanze e che la paziente è in buone condizioni di salute.A dare la notizia era stato lo stesso Ospedale ucraino. “Il 6 febbraio 2020 entrerà nella storia della cardiochirurgia ucraina – si legge nel comunicato pubblicato sul sito ufficiale del centro clinico di Kiev -. Con l’aiuto del collega di Bergamo (Italia), il dottor Samuel Bichi, abbiamo eseguito la prima operazione in Ucraina in un solo passaggio per correggere la patologia dell’aorta ascendente, arco e toracica discendente usando il metodo Frozen Elephant Trunk”.Inventata in Germania, la tecnica prevede l’utilizzo di una protesi speciale che ricorda la forma della proboscide di un elefante. Questa speciale tecnica permette di trattare gli aneurismi dell’arto aortico e patologie come la dissecazione aortica. La sua esecuzione permette di ridurre i rischi di mortalità del paziente derivanti dalle due distinte fasi previste dalla precedente metodica: sostituzione dell’arco aortico e, in un secondo tempo, trattamento dell’aorta toracica discendente.La metodica ha destato un certo interesse in Italia dopo la sua introduzione per opera dei cardiochirurghi dell’Ospedale S. Orsola-Malpighi di Bologna, che in un loro studio del 2013 hanno riportato l’esperienza di sei anni di pratica clinica. Da allora, anche grazie all’evoluzione dei dispositivi protesici utilizzati, la tecnica si è molto affinata. La Cardiochirurgia dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII, diretta da Maurizio Merlo, ha introdotto la metodica da diversi anni per il trattamento delle patologie dell’arco aortico.
L’Istituto nazionale di Cardiochirurgia vascolare dedicato al celebre cardiochirurgo sovietico Nikolay Amosov è il centro leader per la cardiochirurgia in Ucraina.

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Covid-19, certificati di guarigione e per la quarantena

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 luglio 2020

Riammettere al lavoro ex contagiati Covid e far avere l’indennità di malattia Inps a chi è in quarantena: se nel primo caso il medico di famiglia non deve certificare, nel secondo gli spetta, e ci sono novità. Si ripropone dunque la necessità di un ripasso della disciplina.Certificati per la quarantena – La pandemia prefigura più situazioni che tengono un assistito lontano dal lavoro: la quarantena obbligatoria, tipica del contatto stretto di un paziente Covid-19, e la permanenza domiciliare fiduciaria di un residente in area ad alto contagio. C’è poi il caso del paziente positivo al tampone, che prevede isolamento fiduciario con denuncia di malattia infettiva, e del paziente venuto in contatto con il virus in quanto positivo IgG al test sierologico e in attesa di tampone, che è posto in isolamento fiduciario. In questi casi serve il certificato di malattia. Il periodo di quarantena lo stabilisce il Dipartimento di prevenzione dell’Asl in forza del decreto legge 18/2020 entrato in vigore il 17 marzo. Da quella data fino a fine emergenza (31 luglio) è la documentazione Asl a far scattare il diritto all’indennità Inps. Invece per il periodo ante- 17 marzo, partendo dal 31/1 (inizio emergenza), basta il certificato del medico di famiglia a far scattare l’erogazione dell’indennità o in alternativa il certificato del solo Sisp dell’Asl. La procedura attuale è che il Mmg riceve nota dall’Asl che il suo assistito è in quarantena per tot giorni e redige il certificato di malattia e l’attestato per il datore di lavoro, se non è informato la comunicazione all’Inps è a cura del paziente. A fare un po’ d’ordine è il messaggio Inps 2584 che spiega il Dl 18 ed estende la tutela della malattia ai periodi di quarantena obbligatoria e permanenza fiduciaria a casa. Sono esclusi da questo regime i lavoratori autonomi e i subordinati iscritti alla gestione separata Inps, mentre per i dipendenti pubblici, la situazione è analoga, ma è regolata dal decreto legge 9 cui il messaggio Inps non fa riferimento.Certificazione di guarigione – Le aziende da aprile hanno iniziato a chiedere ai curanti di loro dipendenti usciti dal Covid-19 di certificare l’avvenuta guarigione. Ci vuole l’esito del tampone (ora, dice l’Oms, singolo) per dire che il paziente non solo è uscito dalla malattia ma non è più contagioso. Il medico di famiglia non è autorizzato da alcuna norma a redigere questi certificati, spiega in una nota Florindo Lalla medico legale del Tribunale dei diritti del medico e del malato in Abruzzo, «inoltre la malattia, ancora soggetta a studi clinici, ha caratteristiche tali da ignorare se, alla negativizzazione dei tamponi abbia lasciato reliquati nei distretti colpiti ed in quale misura». «La procedura Inps telematica – osserva Lalla – non prevede la certificazione di guarigione a fine prognosi; con tale termine si indica la fine della malattia che ha impedito il lavoro ma non l’idoneità alla ripresa di quest’ultimo». A decidere l’idoneità è il medico competente, che il decreto legislativo 81/08 obbliga alla sorveglianza sanitaria ed a visitare i lavoratori. Ma in casi particolari e solo in presenza di lavorazioni a rischio. Al medico competente ora, spiega Lalla, «la circolare del Ministero della Salute 29/04/2020 attribuisce anche il compito di effettuare la visita medica precedente alla ripresa del lavoro ai lavoratori affetti da Covid-19 e ricoverati in ospedale, previa presentazione di certificazione di avvenuta negativizzazione rilasciata dall’ Asl». La visita verifica l’idoneità alla mansione e valuta profili specifici di rischiosità, indipendentemente dalla durata dell’assenza per malattia. «In caso di lavorazione non a rischio il dipendente può riprendere l’attività senza ulteriore certificazione». Conferma Guido Marinoni presidente Omceo Bg da un territorio dove più datori di lavoro hanno chiesto ai medici di certificare avvenute guarigioni: «Certificare guarigioni non spetta a noi in ambito Inps; solo nell’infortunistica, ambito Inail, in occasione della chiusura della malattia, al medico si chiede di utilizzare informazioni di cui è a conoscenza. Di fatto impossibile però che il Mmg abbia documentazione di non contagiosità del paziente: il tampone attesta l’assenza del virus in chiave di trasmissibilità solo per il momento in cui è stato praticato; il test sierologico non rileva la eventuale contagiosità del paziente proprio con riferimento al momento in cui è praticato». (Mauro Miserendino – fonte Doctor33)

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Le Regioni dicono sì all’infermiere di famiglia

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 luglio 2020

I nuovi infermieri di famiglia e comunità previsti nel decreto Rilancio dovranno avere un ruolo di governo nell’ambito dei servizi infermieristici distrettuali.E fino a fine anno le Regioni possono, “in relazione ai modelli organizzativi regionali, procedere, anche in deroga ai vincoli previsti dalla legislazione vigente, ad assumere con contratti di lavoro subordinato, con decorrenza successiva al 14 maggio 2020 e fino al 31 dicembre 2020, o, in deroga all’articolo 7 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ad acquisire prestazioni di lavoro autonomo, anche di collaborazione coordinata e continuativa, con decorrenza successiva al 14 maggio 2020 e fino al 31 dicembre 2020” infermieri che, come dice già il decreto non si trovino in costanza di rapporto di lavoro subordinato con strutture sanitarie e socio-sanitarie pubbliche e private accreditate, in numero non superiore a otto unità infermieristiche ogni 50.000 abitanti.Poi dal 2021 le aziende e gli enti del Ssn possono procedere al reclutamento di infermieri in numero non superiore ad 8 unità ogni 50.000 abitanti, attraverso assunzioni.È questa la proposta di emendamento al Dl Rilancio messa a punto dalla Commissione salute delle Regioni che attende solo il via libera all’accordo sui finanziamenti per essere consegnata a Governo e Parlamento. Per l’esigenza – come spiegano le stesse Regioni – di privilegiare le assunzioni con rapporto di lavoro subordinato rispetto ai contratti di lavoro autonomo, in linea con quanto previsto dal decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.Un ulteriore passo positivo non solo per il reintegro di parte degli organici che nonostante la perdita di 12mila unità in dieci anni e la carenza rispetto a tutti gli standard di almeno 53mila unità, diminuiscono dell’1,7% in soli tre anni, dai 269.151 nel 2014 a 264.703 nel 2017 con riduzioni più marcate in Abruzzo, Liguria, Friuli-Venezia Giulia e Molise, come ha evidenziato il recentissimo rapporto dell’Università Cattolica Osservasalute.E Osservasalute sottolinea che la scelta di privilegiare risparmi di spesa di cui il taglio al personale è uno degli effetti maggiori, ha dimostrato il suo effetto negativo durante la pandemia.“Ci auguriamo che Parlamento e Governo ascoltino le Regioni che sul territorio sono i veri gestori e organizzatori del sistema sanitario – conclude – riguardo alla centralità dei servizi infermieristici e dell’infermiere di famiglia e di comunità all’interno del distretto. Bene le assunzioni a partire dal 2021, che devono essere a tempo indeterminato per il rafforzamento e il rilancio del servizio sanitario pubblico e per andare incontro ai veri bisogni dei cittadini. Secondo la recente ricerca Fnopi-Censis, il 91,4% degli italiani (il 95,1% delle persone con patologie croniche, il 92,6% dei cittadini nel Sud) ritiene l’infermiere di famiglia o di comunità una soluzione per potenziare le terapie domiciliari e riabilitative e la sanità di territorio, fornendo così l’assistenza necessaria alle persone non autosufficienti e con malattie croniche”.

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L’Ospedale San Raffaele Arcangelo – Fatebenefratelli di Venezia riapre tutti i servizi

Posted by fidest press agency su martedì, 30 giugno 2020

Si getta alle spalle l’emergenza Covid 19 e guarda al futuro. «Il sistema sanitario regionale ha reagito in modo tempestivo ottenendo i buoni risultati che tutti conosciamo a livello di contenimento del contagio – spiega il direttore Giorgio Lupazzi -. Mi sento inoltre di ringraziare il personale sanitario della nostra struttura, che si è impegnato a garantire che tutti i degenti si sentissero protetti e curati durante la fase acuta, e tuttora continuano in questa preziosa missione. Ora, in fase di riapertura, le autorità sanitarie territoriali sono molto prudenti e ci chiedono di potenziare le misure di prevenzione e di monitoraggio sia per i nuovi ingressi, sia nelle visite di familiari e caregiver». L’Ospedale ha riavviato tutte le sue attività, anche quelle ambulatoriali che erano state totalmente sospese in fase di lockdown e ottempera in toto alle indicazioni regionali sulle procedure utili a scongiurare il diffondersi del virus. Tutti i pazienti sono accolti in condizioni di assoluta sicurezza, in moduli e stanze dedicate, monitorati per un periodo fino a 14 giorni per valutare l’eventuale insorgenza di sintomi respiratori. Chiunque acceda alla Struttura deve presentarsi senza largo anticipo rispetto al motivo dell’accesso e deve poi sostare presso il punto di accoglienza posto all’ingresso per provvedere alla misurazione della temperatura e all’igiene delle mani. Rimane comunque attivo per i familiari il servizio di videochiamate che ha riscosso un notevole successo nel periodo di chiusura totale imposto dalle autorità. «A tal proposito ringraziamo sentitamente tre realtà del veneziano che in totale gratuità ci hanno raggiunto per offrirci un fattivo contributo, donandoci alcuni tablet utili per poter moltiplicare le possibilità di contatto a distanza tra degenti e familiari. Un grazie quindi al Sovrano Militare Ordine di Malta, al Club Soroptimist di Venezia e alla Lega SPI CGIL Venezia C.S. e isole» precisa il direttore, il quale annuncia che «stiamo potenziando le nostre proposte ambulatoriali, di riabilitazione e di cardiologia, anche in condivisione con la Ulss 3 Serenissima. Inoltre, continuiamo sulla strada dell’innalzamento del livello di sicurezza interna, con numerose progettualità formative e la rivisitazione dei percorsi di cura, soprattutto dopo l’esperienza acquisita nell’ultimo periodo. Proseguiremo anche l’iter di ampliamento della nostra unità di offerta di Ospedale di Comunità, e nonostante gli ultimi mesi di rallentamento di tutto il tessuto economico e sociale, abbiamo continuato a progettare ulteriori sviluppi per i nostri servizi di cui potremo dire di più solo entro fine anno».
L’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio FATEBENEFRATELLI (www.fatebenefratelli.it) è presente in 50 paesi dei 5 continenti, con circa 400 opere apostoliche. La Provincia Lombardo Veneta, essendo parte di questa grande comunità ospedaliera, realizza la propria vocazione religiosa dedicandosi al servizio della Chiesa prestando, senza scopo di lucro, attività sanitarie ed assistenziali in particolare nei confronti di malati e bisognosi. La mission della PLV è in primo luogo l’ospitalità realizzata attraverso interventi appropriati di prevenzione, promozione della salute, cura e riabilitazione, che garantiscano ad ogni utente la cura più adeguata al proprio bisogno di salute, in una logica di corretto ed economico uso delle risorse. La PLV esplica la propria attività assistenziale in 4 contesti regionali differenti (Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia), attraverso 9 strutture sanitarie/socio-sanitarie accreditate presso il SSN per 2192 posti letto complessivi. I Fatebenefratelli, sulle orme del loro fondatore San Giovanni di Dio, si impegnano a garantire un’assistenza integrale, che pertanto consideri e abbracci tutte le dimensioni della persona umana: fisica, psichica, sociale e spirituale. Tale assistenza umanizzata viene agita ogni giorno grazie alla compartecipazione alla missione da parte dei Fatebenefratelli e dei circa 2200 collaboratori assunti a vario titolo all’interno della Provincia Lombardo Veneta.

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Sciopero infermieri

Posted by fidest press agency su martedì, 30 giugno 2020

Milano 4 luglio 2020. Tutti in piazza, gli uomini e le donne che hanno difeso la nostra vita contro il covid-19, metteranno in atto una sorta di “flash mob dei flash mob”: ad organizzarlo, con l’energia di sempre, i professionisti del Nursing Up che, assieme a colleghi provenienti da tutte le Regioni, porteranno nelle strade le istanze legittime di chi ha rischiato la propria vita con professionalità, ed umanità da vendere, dimostrando ancora una volta che sotto quel camice batte un cuore forte e generoso.
«Ci avviciniamo ad una data importante nel nostro percorso di lotte per la rivendicazione della nostra valorizzazione di professionisti esemplari, dice De Palma. Ma in questo momento il nemico peggiore che non abbiamo ancora sconfitto è rappresentato dall’indifferenza di una classe politica che ignora sistematicamente le richieste degli infermieri, che ci nega quell’aumento di stipendio che meritiamo da tempo, che non si prodiga nel qualificare con un nuovo percorso giuridico-contrattuale la nostra figura lavorativa. E allora, continua De Palma, mi rivolgo a tutte le associazioni, a tutti i movimenti, a tutte le organizzazioni di infermieri, a tutti i singoli colleghi. Il 4 luglio non sarà solo la manifestazione del Nursing Up, ma la giornata degli infermieri italiani che a voce alta invocano di essere ascoltati e finalmente, si spera, instradati verso i tanti attesi cambiamenti che non possono rimanere solo un urlo nel silenzio. Il 4 luglio, chiosa De Palma, sia l’inizio di una nuova era, l’era di quelli che credono in una professione straordinaria, anche se ingabbiata in un sistema sanitario che, come in un vicolo cieco, non ci consente vie di uscita se non la lotta dura».

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Rinnovo dei piani terapeutici: la diabetologia

Posted by fidest press agency su martedì, 30 giugno 2020

L’Associazione Medici Diabetologi (AMD), la Società Italiana di Diabetologia (SID) e la Società Italiana di Endocrinologia (SIE) accolgono con favore la Determina AIFA che consente la prescrizione in rimborsabilità dei nuovi anticoagulanti orali anche da parte dei Medici di Medicina Generale. Le sottoscritte organizzazioni,rappresentanti della Diabetologia italiana,auspicano quanto prima il raggiungimento di una condizione analoga anche per quanto concerne i farmaci innovativi per la cura del diabete mellito
Nel periodo dell’emergenza Covid-19 appena trascorso, il rilascio dei Piani Terapeutici avrebbe comportato la presenza fisica dei pazienti presso gli ambulatori di Diabetologia, aumentando così il rischio di diffusione del contagio. Oggi l’opportunità che i Medici di Medicina Generale possano prescrivere in regime di rimborsabilità le terapie innovative per il diabete resta cruciale per tutte le ragioni che erano già valide prima della pandemia. Prima fra tutte la necessità di concorrere in modo sostanziale al superamento delle disparità di accesso ai farmaci innovativi ancora evidenti nel nostro Paese. Una non pari opportunità di cura, spesso su base regionale, che dipende non solo dalle differenti politiche di rimborso delle terapie adottate dalle singole Regioni, ma anche dall’impossibilità della prescrizione in regime di rimborsabilitàdei ‘nuovi’ farmaci da parte della Medicina Generale.
È fondamentale – proseguono AMD, SID eSIE– che i medici di famiglia “salgano a bordo” con un ruolo più attivo nella presa in carico della persona con diabete, secondo un nuovo modello di gestione integrata basato sul “triage della fragilità” della persona con diabete. Questo implica da un lato colmare il gap sul fronte dell’impiego di terapie che hanno fornito evidenze molto solide in merito alla loro efficacia e sicurezza nel migliorare gli esiti cardiovascolari e renali del diabete. Ciò implica anche, dall’altro lato, diventare sempre più parte attiva di quella rete clinica che, sfruttando al meglio gli strumenti innovativi sia farmacologici che telematici, renda più agevole e cost-effective la fruizione dell’assistenza specialistica da parte del paziente.Il diabetologo e il medico di medicina generale saranno nodi imprescindibili di questa rete virtuosa – concludono le tre Società Scientifiche. Lo specialista diabetologo sarà il regista del percorso di cura, con il compito di inquadrare la persona con diabete alla diagnosi e l’incarico del periodico triage della fragilità, necessario per indirizzarla nel luogo di cura più appropriato ai suoi bisogni. Il Medico di Medicina Generale sarà il più vicino punto di riferimento per la persona con diabete quando il suo percorso terapeutico non preveda alta intensità di cura.

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