Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

Posts Tagged ‘elezioni’

Elezioni amministrative in Sicilia

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2020

«Ormai si è alla quasi chiusura delle intese, delle alleanze e delle candidature per i 61 comuni siciliani che andranno al voto il 4 e 5 ottobre. Articolo uno siciliano lavora da per costruire, in previsione delle prossime elezioni regionali, un campo largo delle forze progressiste, democratiche e di sinistra, aperta alla partecipazione attiva del civismo ambientalista verificando la possibilità di un pieno coinvolgimento del M5s». A dirlo è Pippo Zappulla, segretario regionale di Articolouno in Sicilia, riferendosi alle prossime elezioni amministrative in Sicilia. Ci vuole – continua Zappulla – una coalizione forte di un programma e di un profilo etico e valoriale davvero alternativo al governo Musumeci e al centrodestra che lo sostiene. Utilizzeremo ogni occasione a partire dalle amministrative per costruire l’alternativa alla peggiore destra italiana. Quella destra incapace di governare le emergenze sanitarie ed economiche e, al contempo, portatore dei disvalori del razzismo, delle discriminazioni e dell’autoritarismo. Il quadro delle alleanze si sta realizzando a macchia di leopardo e segnala insieme a qualche luce molte ombre. A nostro avviso era necessario un maggiore coraggio da parte del Pd e uno sforzo unitario più chiaro del M5s. Non decolla, infatti, come dovrebbe l’alleanza larga e spesso registriamo un arretramento, per le divisioni interne ancora caratterizzanti, dello stesso Pd». «Queste amministrative – dice sempre Zappulla – possono rappresentare un laboratorio positivo che solo in pochi casi però si sta realizzando, e questo per il prevalere dei vecchi sistemi di potere nel Pd e per le profonde divisioni che attraversano ormai anche il M5s. Articolouno , nel rispetto dell’autonomia di ogni comune e territorio, ha mantenuto ovunque un rigoroso profilo politico di sinistra, contribuendo con generosità a costruire tutte le coalizione che puntano al progresso e al cambiamento.In qualche Comune questo è stato possibile realizzare, in altri invece – dichiara il segretario regionale – non è si è potuto procedere perché nel Pd sono prevalse vecchie logiche di potere, guerre di componenti e personalistiche , una mancanza di regia unitaria interna dello stesso M5s e in Iv. Articolouno regionale sosterrà – conclude Pippo Zappulla segretario regionale del partito – con forza e coerenza i nostri candidati ai vari consigli comunali e i Sindaci nostri e delle coalizioni convinti che già da queste amministrative si potrà e dovrà provare a lanciare un forte e radicale segnale di cambiamento politico, culturale e valoriale ad una Sicilia che ha fame e sete di lavoro, di sviluppo, di ambiente e di legalità.

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Nissoli (FI): Più informazione per le elezioni referendarie all’estero

Posted by fidest press agency su martedì, 8 settembre 2020

“Durante la pausa estiva, in riferimento alla comunicazione istituzionale per il referendum, ho inviato una lettera al Ministro Di Maio per rappresentargli l’esigenza che le informazioni arrivino a tutti i residenti all’estero.A tal proposito ho sottolineato che l’Amministrazione degli Esteri dovrebbe investire di più nel fare informazione mirata ai connazionali sulle questioni elettorali in maniera oggettiva per permettere loro di scegliere liberamente con il proprio voto. Inoltre, in tale lettera ho segnalato al Ministro l’importanza di realizzare una campagna informativa che coinvolga anche la stampa italiana all’estero, giornali e radio televisioni locali operanti tra le Comunità italiane nel mondo e i social media, affinché l’informazione possa meglio raggiungere i destinatari.Il 3 settembre scorso, il Ministro Di Maio mi ha risposto, con una sua missiva, sottolineando che “il sito istituzionale e i canali di social network sono ampiamente utilizzati al fine di raggiungere l’ampia platea dell’elettorato all’estero. Fondamentale è ance l’azione delle rappresentanze diplomatico-consolari: ogni Sede cura infatti la campagna informativa sui propri siti istituzionali, canali social e attraverso tutti i mezzi i di informazione ritenuti localmente più opportuni, quali i giornali e i programmi televisivi e radiofonici”.Una risposta che lascia ben sperare su un voto consapevole della posta in gioco per la rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero grazie ad una informazione istituzionale obiettiva e capillare.
Lo ha dichiarato l’On. Fucsia Nissoli Fitzgerald, deputata di Forza Italia eletta in Nord e Centro America.

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Elezioni Usa, una partita tutt’altro che chiusa

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 settembre 2020

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. Se in Italia e in Europa possiamo stare tranquilli almeno circa la stabilità politica nel breve termine, forse, per la prima volta dopo anni, possiamo non guardare con invidia all’offerta politica d’Oltreoceano. Novembre si avvicina, e con esso anche le elezioni per il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. La settimana scorsa Joe Biden, al termine di una surreale convention virtuale di partito, ha accettato ufficialmente la candidatura a leader democratico. In questi giorni è in corso invece la riunione del Partito Repubblicano, che dovrebbe rilanciare la candidatura dell’attuale presidente Donald Trump.La partita si preannuncia molto combattuta: nonostante i sondaggi vedano Joe Biden condurre con un sostanziale vantaggio, ci sono molto motivi per ritenere che sia tutt’altro che chiusa.Molti sostenitori di Trump non sono disponibili a rendere pubblico il loro sostegno; lo abbiamo già visto alle elezioni del 2016, quando i sondaggi davano la Clinton in vantaggio di circa il 5%.Su alcuni temi, prevalentemente economici, Trump gode ancora di un vantaggio di percezione sul suo rivale. Anche la tensione con la Cina potrebbe aiutare il candidato repubblicano, che nell’immaginario collettivo è percepito come uomo forte e grande negoziatore.
Negli ultimi dieci anni i sondaggi sono stati tutt’altro che infallibili. Soprattutto negli Stati più in forse (Arizona, Wisconsin, Florida), e quindi decisivi per la vittoria, il vantaggio dei democratici è molto inferiore a quello nazionale indicato dai sondaggi, senza contare che, storicamente, a livello nazionale, i sondaggi hanno avuto un margine di errore superiore.La base repubblicana dei votanti è stata forse meno colpita sia dal punto di vista sanitario che economico dalla recente pandemia di Covid-19 e quindi risulta meno ricettiva rispetto a certe tematiche. È indubbio che la recessione in corso, la crisi sanitaria e il movimento abbiano comunque riaperto una partita che fino a pochi mesi fa sembrava definitivamente chiusa. Se confrontiamo i sondaggi attuali con quelli dello stesso periodo relativi alle elezioni 2016, il vantaggio del candidato democratico appare decisamente più ampio.

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Elezioni statunitensi: un referendum su Trump

Posted by fidest press agency su domenica, 9 agosto 2020

A cura di Thomas Costerg, US Economist & Jacques Henry, Cross-Asset Team Leader, Pictet Wealth Management Il presidente Donald Trump riceve dure critiche per il modo in cui gestisce l’epidemia, largamente fuori controllo in particolare nel sud. Nel contempo l’economia – il tema caratterizzante della sua politica – è pesantemente colpita nonostante gli ingenti pacchetti di misure di supporto. I sondaggi nazionali mostrano in media che il candidato democratico ed ex vice presidente Joe Biden è avanti rispetto a Trump di circa otto punti; il divario si sta inoltre allargando negli stati in bilico cruciali come la Florida, dove Biden è in vantaggio di circa sei punti secondo Real Clear Politics. In questo momento, Trump deve affrontare una corsa in salita per essere rieletto.Aggiudicarsi il controllo del Senato è cruciale perché le politiche economiche dei democratici possano avanzare. Mentre Biden è molto avvantaggiato nei sondaggi di opinione per l’elezione presidenziale, la situazione in Senato è diversa. Anche se i democratici dovessero ottenere il controllo, la loro maggioranza sarebbe probabilmente risicata. In termini di decisioni di politica economica, Joe Biden e i democratici insistono su un parziale annullamento dei tagli fiscali decisi da Trump a dicembre 2017, ma in caso di elezione i democratici dovrebbero rimanere pragmatici e focalizzare i loro sforzi iniziali sul fare ripartire l’economia tramite lo stimolo fiscale.Le relazioni tra Stati Uniti e Cina rimarranno probabilmente tese, indipendentemente da chi sarà il vincitore. Biden potrebbe minimizzare l’importanza del commercio internazionale e focalizzarsi maggiormente sui timori geopolitici. Chiunque vincerà le elezioni di novembre, appare probabile che una forma di Modern Monetary Theory «leggera», comprendente una combinazione di allentamento della politica monetaria e fiscale, continuerà a influenzare i responsabili della politica economica per il prevedibile futuro.Per i mercati azionari, le elezioni negli Stati Uniti sono viste sempre di più come una fonte di volatilità. Un aumento dell’aliquota dell’imposta societaria dal 21% al 28% potrebbe potenzialmente decurtare di almeno un terzo la crescita degli utili 2021. I giganti tecnologici statunitensi sono stati i grandi vincitori nella crisi del Covid-2019. Essi ora rappresentano circa un quarto della capitalizzazione dello S&P 500 ma pagano solo il 13% delle tasse complessive. La loro redditività è destinata a ridursi in caso di aumento delle imposte.Rispetto ai giganti della tecnologia, il settore della salute, anch’esso tra i beneficiari della crisi del Covid-19, tratta a valutazioni relativamente più interessanti. In aggiunta, le riforme del sistema sanitario statunitense sono scese d’importanza nell’agenda politica (e le proposte più estreme formulate dalla sinistra del partito democratico sono uscite del tutto dai radar). In generale, gli sforzi per evitare un deragliamento dell’economia possono significare che il vincitore delle elezioni di novembre potrà alleggerire la pressione su settori come il petrolio e il gas.I dividendi pagati dalle società comprese nello S&P 500 si prevede diminuiranno a circa USD 400 miliardi quest’anno. Dopo un 1° trimestre 2020 dinamico, anche i riacquisti di azioni proprie dovrebbero scendere a circa USD 400 miliardi quest’anno. Un incremento dell’imposta sulle società e le potenziali restrizioni regolamentari potrebbero frenare i riacquisti di azioni proprie anche l’anno prossimo.

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Serbia: Rojc (Pd), a Vučić tanti voti e grandi responsabilità

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 giugno 2020

“Ad Aleksandar Vučić vanno senz’altro gli auguri di fare un ottimo lavoro per la Serbia, che gli ha dato tanti voti e una grande responsabilità, forse come mai è avvenuto prima, in uno scenario internazionale particolarmente delicato. Confido che i rapporti eccellenti con l’Italia potranno rafforzarsi nel quadro di una crescente stabilizzazione dell’area balcanica e di un percorso non incerto verso l’Unione europea”. Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc (Pd) commentando la vittoria del Partito del progresso serbo (Sns) del presidente Aleksandar Vucic, con oltre il 60% dei consensi. “Per la Serbia si apre la grande occasione – aggiunge Rojc – di scegliere se diventare anche di diritto, oltre che di fatto, un importante e democratico Paese europeo, capace di svolgere uno storico ruolo di ponte”.

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Elezioni Federfarma

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 giugno 2020

Il Comitato Centrale della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani si congratula con Marco Cossolo per la sua riconferma alla presidenza di Federfarma e con Giovanni Petrosillo per il suo arrivo alla guida del Sunifar, succedendo a Silvia Pagliacci, alla quale vanno i ringraziamenti per il lavoro svolto durante il suo mandato.
“A Marco Cossolo e Giovanni Petrosillo vanno i miei più calorosi auguri di buon lavoro in questo momento così delicato per il Paese, il Servizio sanitario e la farmacia italiana” dice il presidente della FOFI Andrea Mandelli. “In questi anni si è sviluppato con Federfarma un rapporto di proficuo confronto che deve proseguire, con l’unico scopo di valorizzare la professione di farmacista all’interno della farmacia, a prescindere dal suo ruolo di titolare o collaboratore. I farmacisti di comunità hanno dimostrato nell’emergenza, ancora una volta, di essere il primo riferimento dei cittadini in tutto il paese. Per rendere sempre più incisivo questo ruolo occorre sciogliere alcuni nodi fondamentali, a cominciare dal rinnovo del contratto dei farmacisti collaboratori, che rappresentano il più importante valore aggiunto della farmacia italiana. Sono certo che i vertici di Federfarma e Sunifar sapranno proseguire questo percorso”.

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Le elezioni al tempo del covid-19: il voto per posta e la paura di Trump

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 aprile 2020

by Domenico Maceri, PhD “Ai repubblicani piace il voto per posta quando è usato da gente con due case ma non da gente che ha un secondo lavoro”. Così Terry McAuliffe, ex governatore della Virginia, mentre rispondeva all’attacco al voto per posta di Donald Trump il quale lo ha etichettato di “terribile” perché “nessun repubblicano vincerebbe mai più”.
Con la pandemia del covid-19 i leader democratici hanno già insistito che per la sicurezza dei cittadini bisogna cominciare a prendere le precauzioni necessarie per garantire il diritto al voto. Il presidente Trump, ufficialmente residente della Florida, vota per corrispondenza perché risiede temporaneamente a Washington e gli sarebbe difficile, ma non impossibile, recarsi alle urne in persona. Per il 45esimo presidente votare per posta va tutto bene ed è completamente legittimo ma solo per pochi. Per gli altri, continua Trump, ci sarebbe il rischio di troppi brogli. In realtà, Trump riflette la paura repubblicana che vede qualunque aumento degli afflussi alle urne come pericolo alla loro sopravvivenza politica.Il Partito Repubblicano ha una lunghissima storia di sopprimere il diritto al voto agli elettori credendo, giustamente, ma non completamente, che meno elettori esercitano il loro diritto, migliori risultati loro potranno ottenere. Anche quando si tratta di rischiare la vita i repubblicani scelgono la strada più propensa a ridurre il numero di elettori. Lo si è visto nelle recenti elezioni dello Stato del Wisconsin. Il governatore del Badger State (Stato tasso), Tony Evers, democratico, aveva dato un ordine esecutivo per rinviare l’elezione, ma la legislatura, dominata dai repubblicani, si è opposta. Alla fine la Corte Suprema dello Stato, con 5 giudici tendenti a destra e 2 a sinistra, ha favorito i repubblicani e l’elezione si è tenuta, nonostante il rischio del coronavirus.L’obiezione di Trump e dei repubblicani al voto per posta ci viene anche dimostrata con i loro tentativi di rendere difficile l’esercizio al voto alla classe bassa che tipicamente vota per i democratici. Ecco come si spiegano tutti i loro sforzi che spesso richiedono carte di identità quando gli elettori si recano alle urne. In effetti, queste carte di identità non sono ritenute necessarie in molti Stati perché i controlli sono già stati effettuati in precedenza. L’idea che un cittadino si presenti a un seggio per votare usando l’identità di un’altra persona è rarissima. Rischiare pene severissime per votare non è allettante per nessuno anche perché in molte elezioni in America meno del 50 percento partecipa al voto. Nelle elezioni presidenziali tipicamente si passa la soglia del 50 percento ma in altre spesso la cifra è inferiore al 40 percento. Nella recente elezione in Wisconsin solo il 34 percento ha partecipato. L’idea di frode elettorale, spesso citata dai repubblicani, è dunque inesistente come ci rivelano parecchi studi. Avviene rarissimamente. Uno di questi casi è successo però nell’elezione del 2018 in North Carolina ma a barare non furono i democratici bensì i repubblicani. Un individuo che lavorava per candidati repubblicani si era presentato in case di anziani e aveva promesso di raccogliere le loro schede elettorali per recapitarle ai seggi ma invece le distrusse.Gli aspetti positivi del voto per posta però sono tanti perché rendono più conveniente la partecipazione. Ecco perché gli Stati del Colorado, Hawaii, Oregon, Washington e Utah lo usano esclusivamente anche se offrono la possibilità di consegnare personalmente le schede elettorali all’ufficio della contea di residenza dell’elettore. Una trentina di altri Stati permettono il voto per posta su richiesta degli elettori senza nessuna spiegazione mentre altri richiedono giustificazione come malattia, residenza all’estero o fare parte del servizio militare. In alcuni casi rari, però, il voto per posta richiede la presenza di un testimone e in rarissimi casi persino la presenza di un notaio.Con la vittoria scontata di Joe Biden per la nomination del Partito Democratico le rimanenti elezioni di primarie sono quasi divenute irrilevanti. Preoccupa però l’elezione di novembre che vedrebbe Trump e Biden avversari in un’elezione con l’ombra incombente del coronavirus. L’attuale inquilino della Casa Bianca sta facendo di tutto per riaprire l’economia e tentare di rilanciarla, limitando le perdite, sperando nel miracolo della ripresa economica che lui vede come la sua carta vincente. Dall’altro lato i democratici sono preoccupati dall’inerzia repubblicana per accertarsi che l’elezione di novembre venga condotta in modo adeguato anche se si prevede e spera che il covid-19 sarà solo una bruttissima memoria. Ciononostante la preoccupazione di una seconda ondata di contagi potrebbe avere un forte impatto negativo all’afflusso alle urne. Ecco perché i democratici hanno insistito che lo stimolo di 2,2mila miliardi approvato recentemente includesse 400 milioni di dollari dedicati a facilitare le elezioni. Non sarà ovviamente sufficiente. Ecco perché la senatrice Amy Klobuchar, democratica del Minnesota e già candidata alla nomination del Partito Democratico, ha introdotto un disegno di legge che richiederebbe a tutti gli Stati di offrire la scelta di votare per posta o recarsi alle urne. Non andrà in porto per l’opposizione dei repubblicani ma quella sarebbe la strada giusta per un’elezione democratica.Alcuni studi ci dicono che nelle elezioni condotte per corrispondenza si ottiene più democrazia poiché 3 percento in più di elettori vi partecipano. Non si tratta di una cifra grande ma abbastanza da potere essere decisiva, soprattutto in quella decina di Stati in bilico che spesso decidono le elezioni presidenziali. Va ricordato che nel 2000 George W. Bush fu eletto presidente avendo avuto la meglio in Florida con un margine di 500 voti. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Elezioni Israele 2020

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 marzo 2020

Mancano ormai pochissimi giorni alle nuove elezioni in Israele, il terzo tentativo in un anno di costruire una maggioranza parlamentare capace di dare un governo pieno al paese e i sondaggi, certamente fallibili ma numerosi, sembrano escludere che si possa ottenere questa maggioranza anche stavolta. Non è una situazione insolita: in Spagna si è costituito un governo con maggioranza molto debole dopo quattro elezioni in due anni; i governi italiano, francese, anche tedesco sono più o meno in crisi e dai sondaggi sembra che eventuali risultati elettorali non li confermerebbero, insomma c’è una crisi piuttosto diffusa della democrazia rappresentativa, che al di là delle peculiarità dei singoli partiti deriva da una perdita di egemonia dei tradizionali apparati ideologici (partiti tradizionali, stampa, “stato profondo” e cioè soprattutto sistema giudiziario, diplomatico e universitario), che pure conservano un potere predominante, su larghi strati della popolazione. Al di là delle singole forme in cui questa crisi si manifesta, vi sono sintomi comuni, come la messa sotto accusa da parte del sistema giudiziario o politico di leader che sono espressione di questa spinta (Netanyahu in Israele, Salvini in Italia, Trump negli Usa, Wilders in Olanda ecc.), la sostituzione della stampa con i social media quali mezzi principali di comunicazione politica, naturalmente condannata non solo dagli editori e dai politici, ma anche dagli intellettuali, la mancanza di consenso trasversale anche sui grandi tempi di interesse nazionale.In Israele le cose sono rese più conflittuali da una serie di fattori, innanzitutto dalla presenza di quasi il 20% dell’elettorato che non si riconosce affatto nelle fondamenta sionista dello stato (non solo gli arabi, ma anche gli estremisti antisionisti di origini ebraiche, soprattutto di estrema sinistra). Vi è poi in generale un sistema politico estremamente parcellizzato in gruppi per così dire tribali, per cui fedeltà collettiva precede le scelte politiche. Per esempio i due partiti religiosi (haredì), che condividono buona parte del programma, sono irrimediabilmente divisi per affiliazione d’origine fra askenaziti e sefarditi; gli elettori di Israel Beitenu, tendenzialmente nazionalisti, continuano a seguire le posizioni del loro leader Lieberman, anche se da un paio d’anni egli ha reso impossibile la conferma dello schieramento di destra cui naturalmente essi appartengono, per odio a Netanyahu e contrapposizione con i religiosi. Di solito si incolpa delle difficoltà di formare il governo il sistema elettorale israeliano (proporzionale puro, con un collegio unico nazionale, liste degli eletti dipendenti dalle scelte dei partiti, barriera di ingresso piuttosto bassa (3,5%)), accusandolo di favorire la frammentazione politica; ma probabilmente è vero l’inverso: è la frammentazione dell’elettorato, la personalizzazione delle sue scelte, l’enfasi sulle differenze, che ha determinato questo sistema e la coseguente difficoltà nel produrre maggioranze, che dura da settant’anni, tanto che anche il padre della patria Ben Gurion ne fece più di una volta le spese.
Oggi il paradosso vuole che nel paese permanga una maggioranza chiara a favore delle politiche che Netanyahu ha condotto negli ultimi dieci anni: contenimento della “questione palestinese”, senza rotture ma senza illusione di soluzioni magiche e cercando di gestire il conflitto e di limitare la violenza evitando nei limiti del possibile una guerra; resistenza diplomatica e militare all’imperialismo iraniano con la costruzione di alleanze larghe e in parte sottotraccia con i paesi arabi sunniti; collaborazione piena con chi sostiene Israele (per esempio Trump) e rifiuto di piegarsi alle imposizioni di chi lo avversa (Obama, l’Unione Europea), anche qui però cercando di non rompere e di gestire il conflitto; liberalismo in economia, investimenti in settori innovativi, relazioni non conflittuali con il mondo religioso anche a costo di ritardare la loro integrazione nelle forze armate e di non soddisfare le richieste degli ebrei americani prevalentemente non ortodossi eccetera.Su questa linea sono infatti schierati non solo il Likud (che vale fra il 25 e il 30% dei voti), ma anche i religiosi (fra il 12 e il 15%) la destra (intorno al 6-8%), ma anche gli elettori di Israel Beitenu (intorno al 6-8%) e perfino qualche elettore del movimento Bianco-Azzurro (che vale anch’esso il 25-30%), ma che è la fusione di tre partiti o movimenti personali, per lo più di centrosinistra. Ha dunque senso sommare la quota elettorale di questo movimento con la sinistra unificata (intorno al 6-8%). A parte vanno considerati i partiti arabi federati: alcuni di essi sono chiaramente vicini a movimenti terroristi, come Hamas, altri sostengono l’Autorità Palestinese, ma anche i più “moderati” sono chiaramente antisionisti, disposti a collaborare eventualmente a un governo solo se per esempio non accettasse il piano Trump e se non esercitasse il diritto all’autodifesa di Israele.Ecco il paradosso, dunque: esiste nel paese una maggioranza chiara a favore delle politiche incarnate da Netanyahu (elettori del Likud, della destra, dei religiosi, di Israel Beitenu); ed esiste nella rappresentanza politica una maggioranza che vuole “chiunque ma non Netanyahu): arabi, sinistra, bianco-azzurri, Lieberman, magari con l’appoggio di pezzi importanti del sistema giudiziario e mediatico. Il cuore della contraddizione, come è chiaro, è Israel Beitenu e il suo leader Lieberman. Anche perché un fronte incentrato sui bianco-azzurri avrebbe serissime difficoltà a proporre un programma di governo unitario e poi a mantenerlo: Lieberman e gli arabi si sono dichiarati a vicenda incompatibili; Gantz ha detto di volere approvare il piano Trump, che per gli arabi è inaccettabile; bisogna chiedersi che cosa direbbero gli stessi arabi ma anche l’estrema sinistra di Meretz se si rendesse necessaria una difesa militare attiva in Libano e Siria o un’operazione a Gaza.
Gantz ha già detto che non intende imbarcare al governo i partiti arabi, ma questo li lascerebbe solo la possibilità di un governo di minoranza, che non è affatto detto riuscirebbe a comporre e comunque sarebbe dipendente dalla loro astensione alla Knesset, ritirabile in qualunque momento. E del resto non è affatto detto che l’estrema sinistra “post-sionista” di Meretz presenterebbe meno difficoltà. Sia Gantz che Lieberman hanno fatto conto sulla possibile frammentazione dello schieramento di destra e sul tradimento di Netanyahu da parte del Likud; ma queste cose non sono accadute nei mesi scorsi e non si vede perché dovrebbero avvenire adesso, dopo gli ottimi risultati degli ultimi mesi di governo. Dunque è probabile che le consultazioni dopo il 3 marzo saranno di nuovo senza esisto e che si vada a nuove elezioni a settembre. Nel frattempo il processo a Netanyahu inizierebbe, ma non è affatto detto che questo vada a suo danno, perché nell’impostazione dell’accusa vi sono numerosi elementi problematici che emergerebbero a un dibattito pubblico che Netanyahu ha sempre voluto e mai ottenuto, come non ha mai ottenuto un confronto con Gantz. Insomma al momento non si vedono soluzioni per lo stallo del sistema politico israeliano. Non resta che sperare in una spinta innovativa dell’elettorato. (by Ugo Volli)

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ODG dell’on.le Nissoli per definire una data certa per le elezioni dei Comites

Posted by fidest press agency su domenica, 23 febbraio 2020

“Il Governo ha accolto il mio ordine del giorno al cosiddetto decreto Milleproroghe che chiedeva di fissare una data certa per le prossime elezioni dei Comites.Faccio presente che nel rinviare di un anno le elezioni, il Governo aveva lasciato uno spazio temporale di ben 8 mesi in cui indire le prossime elezioni e cioè tra il 15 aprile e il 31 dicembre del 2021.Ho ritenuto che fosse uno spazio troppo ampio che avrebbe portato a non decidere niente e per questo ho chiesto una data ben precisa che rispetti i tempi! Auspico che ora il Governo sia conseguente!”Lo ha dichiarato l’on. Fucsia Nissoli Fitzgerald (FI) eletta nella Circoscrizione Estera – Ripartizione Nord e Centro America. “Faccio presente – soggiunge la parlamentare – che nel rinviare di un anno le elezioni, il Governo aveva lasciato uno spazio temporale di ben 8 mesi in cui indire le prossime elezioni e cioè tra il 15 aprile e il 31 dicembre del 2021.Ho ritenuto che fosse uno spazio troppo ampio che avrebbe portato a non decidere niente e per questo ho chiesto una data ben precisa che rispetti i tempi! Auspico che ora il Governo sia conseguente!”

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L’economia: carta vincente per Trump a novembre?

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 febbraio 2020

By Domenico Maceri, PhD. Negli ultimi nove anni l’economia americana ha creato 2 milioni di posti di lavoro annualmente. Tre di questi durante il mandato di Donald Trump e gli altri sei sotto la guida di Barack Obama. A sentire le parole di Trump però nel suo discorso al Congresso sullo Stato dell’Unione tutto funziona a meraviglia per merito suo. Per le tante falsità e per avere creato un’atmosfera di rally elettorale nell’aula del Congresso, la speaker Nancy Pelosi ha strappato il discorso di Trump alla vista di tutti.
Ciononostante Trump non ha tutti i torti. L’economia sta andando bene, almeno sotto certi punti di vista semplicistici che potrebbero fare la differenza per la sua rielezione nel mese di novembre di quest’anno. Gli americani votano con la pancia e se hanno la convinzione che le cose vanno bene dal punto di vista economico preferiscono non cambiare rotta a prescindere da altre questioni fondamentali. Come va ricordato, nella campagna elettorale del 1992, James Carville, il consigliere di Bill Clinton coniò lo slogan “It’s the economy, stupid”, concentrandosi sull’economia, sconfiggendo alla fine George H. Bush, il cui tasso di approvazione raggiungeva il 90 per cento. Se l’economia continua a tenere duro, Trump potrebbe fare una passeggiata alla rielezione.La disoccupazione attuale del 3,7 percento si trova ai minimi storici ma era già cominciata a scendere con Obama. Quando il primo presidente afro-americano entrò alla Casa Bianca ricevette un’economia disastrosa da George W. Bush, la peggiore della storia, eccetto per la Great Depression (Grande depressione) del 1929. La cosiddetta Great Recession (Grande recessione), causata dai mutui subprime e mercati immobiliari, durò dal 2007 al 2013. La disoccupazione si aggirava sul 10 percento ma alla fine del secondo mandato di Obama era già scesa al 4,7 percento. Con Trump è scesa di un punto ma prendersi il credito del “miracolo” economico riflette il modus operandi dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Quando le cose vanno storte addita sempre ad altri; quando le cose vanno bene è tutto merito suo.Non è vero ovviamente ma sotto certi aspetti l’economia continua a mandare segnali positivi. Nel mese di gennaio 225.000 posti di lavoro sono stati creati. I salari continuano ad aumentare come si vedeva già nel primo mandato di Obama. Nel 2018 il salario medio lordo di una famiglia americana si aggirava sui 63mila dollari, solo 3,6 percento più alto del 2012 quando il Paese continuava a soffrire per la crisi economica del tempo. Il tasso di povertà continua a scendere ma di nuovo si tratta di un cambiamento iniziato con Obama. L’11,8 per cento degli americani continua a essere classificato in povertà (salario di 25.000 dollari per una famiglia di quattro persone), meglio del 15,1 percento del 2010 durante la crisi della Great Recession, ma quasi identico al 2001 (11,7 percento).Se l’occupazione indica una situazione positiva per quanto riguardano le cifre, la qualità di questi nuovi posti di lavoro è bassa. La stragrande maggioranza dei nuovi posti pagano poco e spesso includono pochi benefici. I posti di lavoro con salari decenti per la classe media sono pochissimi. Il messaggio generale però è che l’economia va bene, come ci ricordano i media. Secondo un sondaggio dell’agenzia Gallup il 59 percento degli americani dice di stare meglio dell’anno scorso. La borsa continua a volare aggiungendo all’impressione che tutto va bene dal punto di vista finanziario anche se questi numeri toccano poco o nulla l’americano medio.In realtà la stragrande maggioranza dei benefici economici stanno andando alle classi abbienti. Ce lo dice anche la riforma fiscale di Trump che ha ridotto le tasse, come fanno tipicamente i presidenti repubblicani per favorire gli ultraricchi e le corporation. La scusa è sempre la stessa: tagliando le tasse si stimola l’economia. Difatti, questi soldi extra nelle tasse dei ricchi non vanno spesi ma usati dalle corporation per comprare azioni delle loro stesse compagnie, aggiungendo valore al patrimonio collettivo della classe alta.
Gli indicatori economici sono dunque di dubbia veridicità come ci confermano anche altri segnali della qualità della vita degli americani. Una buon metro della salute di un popolo emerge dalla prosperità ma anche dalla felicità riflessa nella qualità e lunghezza della vita. L’aspettativa della vita in America è scesa in due anni di presidenza di Trump. Ciò si deve probabilmente all’incremento di americani senza assicurazione medica che è aumentato dal 10,9 al 13,7 per cento. Per tutto il rumore della “meravigliosa” economia declamata da Trump i repubblicani hanno fatto di tutto per eliminare Obamacare senza però riuscirvi. Ciononostante sono riusciti a erodere l’efficacia della riforma sulla sanità approvata da Obama nel 2012.I media però continuano a ricalcare lo stato positivo dell’economia nonostante le nubi presenti causate da Trump. La sua guerra di dazi con la Cina e l’Europa non promette bene poiché lo stato dell’economia americana, come tutte le altre, dipende in modo considerevole da quella del resto del mondo. La politica dell’America First di Trump non prende in considerazione questo fattore basico. Nessun Paese al mondo, nemmeno uno potente come gli Stati Uniti, può permettersi il lusso di isolarsi senza soffrire ovvie conseguenze negative. Gli Stati Uniti sono infatti legati al resto del mondo poiché continuano a prestarsi 500 miliardi di dollari annui per coprire le spese causate in buona parte dai tagli fiscali di Trump. Il deficit di scambi economici degli Stati Uniti per il 2018 è il più grande dal punto di vista storico. C’è poi da considerare il deficit del bilancio americano che era sceso con Obama ma è aumentato con Trump.La vittoria all’elezione di novembre non è scontata per Trump nonostante la semplicistica visione di una buona economia. Troppe incognite fino ad adesso e molte cose possono succedere nei prossimi mesi anche se quasi tutti i maggiori candidati democratici lo sconfiggono in scontri diretti secondo i sondaggi nazionali. Sappiamo però che il sistema elettorale americano suddiviso per Stati può sovvertire l’esito finale come si è visto nel 2016 quando i sondaggi davano a Trump scarsissime possibilità di vittoria. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Roma, Mollicone (FdI): “Ecco la “anonima governo”

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 gennaio 2020

“Nel 2019 la crescita del Pil è stata pari allo 0,2%, mentre nel 2020 arriverà allo 0,5%, dice il Fondo Monetario Internazionale. Il Fmi stronca, inoltre, il reddito di cittadinanza: una misura penalizzante le famiglie più povere e più numerose’ e disincentiva la ricerca di un lavoro.Il ministro Gualtieri ha portato la Nazione a essere fanalino di cosa della crescita in Europa. Gualtieri rappresenta un governo fallimentare nella Nazione e nel territorio. Con quale faccia si presenta? Ecco perché si nasconde dietro un simbolo anonimo… Maurizio Leo, candidato al collegio di Roma centro per il centrodestra, è uno dei principali teorici della flat tax, con un chiaro piano per abbassare le tasse e migliorare la produttività delle imprese.”Così il deputato FDI di Roma Federico Mollicone.

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Camera deputati: Elezioni supplettive a Roma

Posted by fidest press agency su martedì, 14 gennaio 2020

Roma Anche Volt Italia parteciperà alla corsa per le elezioni suppletive alla Camera del Collegio uninominale n. 1 della XV Circoscrizione Lazio 1, previste il 1 marzo 2020. Il candidato sarà Luca Maria Lo Muzio Lezza, architetto 31enne e responsabile comunicazione del team romano. I volontari di Volt, partito paneuropeo, progressista e ambientalista, sono attivi nelle piazze di Roma in questi week-end per la raccolta delle firme necessarie, un obiettivo che appare alla loro portata. Mentre gli altri partiti non hanno ancora sciolto le riserve sui nomi degli avversari, la candidatura di Volt e di Lo Muzio sono la vera novità di queste elezioni. “La nostra campagna – dichiara Lo Muzio – si concentrerà sulla centralità dell’Europa nella vita dei cittadini, la sostenibilità ambientale quale motore innovativo per far ripartire il Paese, il rilancio dell’occupazione giovanile , l’equità sociale, la lotta alle discriminazioni, la parità di genere e la partecipazione informata dei cittadini alla definizione delle priorità dello Stato.” La votazione suppletiva a Roma è stata resa necessaria dalle dimissioni di Paolo Gentiloni, nominato Commissario europeo agli Affari economici.

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“Get Brexit done” Boris Johnson si aggiudica le elezioni. Possibili impatti

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Tre anni fa, in un fine settimana di inizio estate, Boris Johnson viveva una lacerante indecisione. A poche settimane dal referendum che avrebbe deciso le sorti della Brexit, ancora non si era espresso: ma il voto era ormai vicino, ed era tempo di prendere una decisione, che sarebbe stata resa pubblica in un editoriale sul Daily Telegraph, uno dei più influenti giornali conservatori. Così, per schiarirsi le idee, Johnson decise di scrivere due articoli: uno nel quale sosteneva la necessità di restare nell’UE e un altro nel quale sposava la causa della Brexit, l’articolo che poi decise di pubblicare.La scelta che Johnson prese durante quel fine settimana ha condizionato la politica e la storia recente della Gran Bretagna e dell’Unione Europea. Il suo contributo è stato, secondo molti osservatori, cruciale nel condizionare il referendum sulla Brexit, soluzione che era osteggiata dal suo stesso partito. Per spiegare il voltafaccia al suo rivale e compagno di scuola David Cameron scelse un’immagine di Rudyard Kipling: “Scusami, la Brexit finirà schiacciata come una rana sotto un erpice. Ma questa era la scelta che dovevo fare…”. A tre anni dal referendum, sotto un erpice sono invece finite moltissime delle convenzioni della politica britannica, la cui geografia è uscita sconvolta dalle ultime elezioni. David Cameron non è più in politica e il partito Conservatore, riorganizzato da Johnson intorno a una agenda concentrata sulla Brexit, ha stravinto un’elezione trionfando in molte zone del Paese storicamente di sostegno ai laburisti. L’etoniano Johnson ha conteso al socialista Corbyn i voti della “working class” in moltissime località che non avevano un rappresentante conservatore anche da 50 o 70 anni.
Il Partito Laburista, che ha subito la peggiore sconfitta degli ultimi trent’anni, ha pagato gli errori strategici nel posizionarsi rispetto alla questione politica più importante per gli elettori. Al contrario Johnson è riuscito a polarizzare il voto delle persone favorevoli alla Brexit e il desiderio – condiviso da coloro che avevano votato “leave”, ma non solo – di chiudere il più presto possibile la questione, dopo tre anni di stallo e crisi. Boris Johnson è riuscito nel capolavoro politico di non farsi associare con la gestione della crisi politica e istituzionale da parte del suo partito sotto la guida di Theresa May e di presentarsi come l’uomo in grado di risolvere lo stallo, spostando la piattaforma del suo partito verso una forma inedita di nazionalismo. “Chiudiamo la Brexit” questo è stato il mantra che ha ripetuto come un’ossessione.
Ma possiamo considerare veramente chiusa la questione? Probabilmente no. L’unica certezza è che la Brexit avverrà veramente e che la maggioranza a Westminster ha i margini e la compattezza per gestire il processo politico senza più ripensamenti. Boris, galvanizzato da una vittoria più ampia delle aspettative, ha parlato di “un mandato chiaro” e ha fatto trapelare l’intenzione di procedere a tappe forzate per rispettare la deadline di dicembre. L’accordo che Johnson ha siglato con l’Unione Europea, tuttavia, è di fatto un modo per rimandare alcune delle questioni più rilevanti da un punto di vista economico, politico e finanziario. Le parti in causa avranno ora fino a dicembre 2020 per definire i propri rapporti. Questo particolare è ovviamente di grande rilevanza nel valutare l’impatto della Brexit sui mercati nel medio termine:
1. È possibile che nei prossimi mesi alcune catene del valore subiranno le conseguenze dell’incertezza legata al negoziato ed eventualmente di nuove regole. Non bisogna inoltre sottovalutare la sfida operativa e logistica che la Brexit pone sulle amministrazioni pubbliche, per continuare a garantire una circolazione senza intoppi delle merci.
2. In questo momento è impossibile escludere la possibilità di una “Brexit dura”, ovvero una Brexit senza accordo commerciale: un’eventualità che probabilmente si rifletterebbe in senso negativo sul mercato.
3. Questa incertezza è legata a un processo politico e negoziale che vivrà di varie fasi. È prematuro in questo momento prevedere quale sarà la nuova postura delle parti.
In definitiva è ragionevole immaginare che la “fase 2” della Brexit resterà un potenziale fattore di mercato almeno per un altro anno. Ci possiamo aspettare che il tema comincerà ad assumere maggiore rilevanza man mano che la scadenza di dicembre si avvicina senza che le parti abbiano definito un accordo. Tuttavia. è plausibile che il risultato elettorale possa agevolare l’apertura di una nuova fase nel rapporto tra UK e UE: eliminando complessità del processo politico. Boris Johnson è ora forte di un chiaro mandato, mentre l’Unione Europea potrebbe assumere un atteggiamento più benevolo ora che la possibilità di invertire il processo Brexit è affievolita. D’altra parte, Johnson non ha mai avuto mano libera per spiegare che tipo di Brexit desiderasse veramente, oscillando tra posizioni più morbide e più oltranziste a seconda dell’opportunità politica, ora finalmente avrà la possibilità di chiarificare meglio la sua agenda. Sicuramente il risultato elettorale rimanda eventuali criticità e sarà importante valutare come le parti approcceranno il negoziato.C’è poi la questione del confine Nord Irlandese. Stando all’accordo che Johnson dovrebbe approvare, si dovrebbe risolvere la questione stabilire un confine non intrusivo nel Mar d’Irlanda. Va da sé che questa operazione presenta più di una criticità. Per citare un documento del ministero dell’Interno britannico pubblicato dal Financial Times, sarà una sfida “strategica, politica e operativa”.Più in generale, il successo dei partiti nazionalista in Scozia e nell’Irlanda del Nord sta a testimoniare che il progetto unitario e unitarista di Johnson (One Nation Conservative Party) ha più di qualche ostacolo: l’Inghilterra sembra oggi aver preso una direzione marcatamente diversa dal resto dell’Unione. Per ovviare a queste difficoltà Johnson metterà mano al portafoglio, allargando i cordoni della spesa pubblica: nel medio termine è da valutare l’effetto sugli spread per l’obbligazionario governativo, anche se un ritorno alla spesa potrebbe avere un effetto positivo sulla crescita.Nel breve periodo, il Pound e il FTSE hanno celebrato con un mini-rally (anche perché è scongiurato l’aumento della tassa sui profitti presentato dai Laburisti). Guardando al futuro, la situazione oltre manica merita di continuare a essere guardata con attenzione. E considereremo tutti questi aspetti quando si tratta di valutare il nostro posizionamento su azionario e bond governativi britannici, che resta comunque limitato.

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Brexit: Sassoli da Bercow: estensione utile in caso di referendum o elezioni

Posted by fidest press agency su sabato, 12 ottobre 2019

“Un’eventuale richiesta da parte delle istituzioni del Regno Unito di estensione del termine di recesso dovrebbe servire a ridare la parola ai cittadini britannici tramite referendum o elezioni generali”. Così David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, al termine dell’incontro con John Bercow, Speaker della Camera dei Comuni. Il presidente Sassoli ha riferito che le due opzioni – referendum e elezioni politiche – sono contenute nella Risoluzione votata dall’Europarlamento nel settembre scorso. “Con John Bercow c’è stata piena consonanza – ha detto Sassoli – sull’importanza del ruolo dei nostri Parlamenti nella gestione della Brexit. E vi è la comune consapevolezza che una uscita disordinata del Regno Unito dall’Unione Europea – ha concluso – sarebbe contro gli interessi dei cittadini britannici ed europei”.

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Elezioni regionali Ferpi Lazio

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 settembre 2019

Valorizzazione del lavoro sul territorio, implementazione delle relazioni con le Istituzioni, allargamento della platea dei soci, attenzione ai più giovani e al futuro della professione. Sono solo alcuni degli obiettivi della delegazione regionale del Lazio, la più numerosa in Ferpi, che nell’assemblea di venerdì scorso, 19 settembre, ha rinnovato la sua fiducia a Giuseppe De Lucia e definito la squadra che lo affiancherà nel Comitato direttivo per i prossimi tre anni. Si tratta di Serena Bianchini (ELIS – Consulting & Labs), Mauro Covino (Formez PA), Diana Daneluz (FIEG), Angela Tassone (IWS Consulting). Presente e garante del corretto svolgimento della partecipata Assemblea, il Segretario Generale Ferpi, Rita Palumbo, che ha brevemente delineato gli impegni che il Consiglio Nazionale intende assumersi durante il triennio guidato dalla nuova Presidente, Rossella Sobrero, anche ai fini di un ammodernamento dei meccanismi della Federazione e per una sempre più diffusa all’esterno consapevolezza della professione delle Relazioni Pubbliche. Nel nostro tempo, investito da quella che Alessandro Baricco ha definito una vera e propria “insurrezione digitale”, proprio le RP, la comunicazione e l’informazione sono i settori maggiormente investiti da tale rivoluzione e, nello stesso tempo, veri possibili protagonisti del cambiamento e della possibilità di governarlo. Con l’attenzione dovuta al crescente ruolo della sostenibilità sociale e ai problemi legati all’etica, il ruolo degli operatori delle RP diventa cruciale per definire e perseguire responsabilmente gli obiettivi di grandi e piccole organizzazioni ed imprese. Giuseppe De Lucia, rinnovato Delegato regionale, è marketing and communications manager, Europa e America Latina in Ericsson. Entrato in azienda nel 1997, nel 2005 è approdato alla direzione Comunicazione come responsabile della comunicazione interna per i paesi del sud est Europa. Nel 2011 si trasferisce in Svezia e diventa responsabile marketing globale della divisione managed services. Nel 2012 è responsabile della comunicazione dell’area centro sud del mediterraneo (Italia, Libia e Israele). Nel 2014 il trasferimento a Bruxelles come consulente al Parlamento Europeo. Nel Gennaio 2016 è responsabile comunicazione e marketing per la regione mediterranea in Ericsson e dal 2018 allarga la sua area di competenza ai mercati Europa e America Latina. “Nel triennio appena trascorso siamo riusciti ad incrementare l’interesse per la nostra associazione sul territorio di Roma e del Lazio che si è concretizzato con l’aumento dei numeri degli iscritti – siamo oggi la delegazione più grande di FERPI in Italia” –, ha detto De Lucia, ribadendo l’importanza per l’associazione nello “stabilire un confronto continuo con le tante realtà istituzionali e associative del territorio”. “Tra le priorità della nostra associazione è riuscire ad interpretare la trasformazione che sta interessando il settore della comunicazione (intelligenza artificiale, digitale, big data) e che ha impatti per tutti i professionisti del settore. Inoltre, è importante continuare a lavorare per la tutela ed il riconoscimento della nostra professione”.

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Al voto, al voto: Salvini ha messo il piede sull’acceleratore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 agosto 2019

Questa crisi, per mesi evocata prima sottovoce e poi “urlata” e ora posta come la più urgente delle soluzioni, non mi convince. Dovremmo dire, chiosando una battuta di un politico di altri tempi: a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. E il pensiero in questo caso va al mattatore di turno che vuole sfruttare il vento che tira dalla sua parte per raccogliere il massimo dei consensi elettorali ma non intende dirlo apertamente e allora si rifugia sulla necessità di stringere i tempi per evitare che il nuovo governo, che già sa guidato dall’interessato, gli permetterà di evitare l’aumento dell’Iva e di fare nel contempo una finanziaria con un abbassamento delle tasse per tutti. Sa anche che se la sua accelerazione non sortisce l’effetto desiderato potrà addebitare la responsabilità ai suoi avversari di ieri e ai nuovi di oggi (leggasi pentastellati). Sembra un calcolo studiato a tavolino già qualche anno fa quando Salvini ha portato dalla sua il movimento con il capo politico Di Maio più per ridimensionarlo, e c’è riuscito molto bene, che per fare le riforme che da tempo il paese richiede anche se qualcuna importante è passata, sia pure sotto traccia. Ora la nuova mossa di Renzi torna a vantaggio di Salvini come lo è stata in passato con il netto rifiuto ad una coalizione PD – movimento cinque stelle.
Da tutto ciò emerge una riflessione di più ampio respiro che dovrebbe farci riflettere. Tanto per cominciare perché non ci accorgiamo, noi elettori, che vi sono politici che non pensano ai valori, che pur dicono di professare, ma solo agli interessi di parte e soprattutto personali? Si stanno divertendo a nostre spese come se a muovere i pezzi degli scacchi non fossero uomini e donne e dentro questo “carniere” vi sono giovani e anziani e gente che lavora e cerca un lavoro, che fa i salti mortali per arrivare a fine mese e si vede intorno persone solo interessate a fare promesse che sanno di non mantenere e a gabellare anche quelli che in buona fede credono ancora in qualcosa.
Eppure la politica è importante. E’ nevralgica in democrazia. E’ insostituibile e chi cerca di svilirla dovrebbe finire alla gogna e non permettergli di continuare ad essere il pifferaio di turno. Occorre svegliarsi o è ancora la stagione dei letarghi? Staremo a vedere. (Riccardo Alfonso)

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Turchia: Rojc (Pd), bene tenuta sistema democratico

Posted by fidest press agency su domenica, 23 giugno 2019

“L’elezione di Imamoglu è una buona notizia per tutti, anche per lo stesso Erdogan. Oggi infatti abbiamo avuto la conferma che il sistema democratico in Turchia sta tenendo e questo è un fatto importantissimo”. Lo ha affermato la senatrice Tatjana Rojc (Pd) membro della commissione Difesa a Palazzo Madama, commentando l’elezione di Ekrem Imamoglu, candidato espressione dell’opposizione a Erdogan a sindaco di Istanbul.
Per Rojc “la Turchia è un Paese la cui vocazione geopolitica è garantire stabilità in un’area strategica e delicatissima, e il mantenimento di una vera dialettica democratica è garanzia di equilibrio e possibilità di relazioni internazionali più distese. Ora starà naturalmente a tutti i protagonisti delle forze politiche turche gestire il futuro”.

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Commento post elezioni europee

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 giugno 2019

A cura di Andrea Delitala, Head of investment advisory di Pictet Asset Management. Le ultime proiezioni sulla formazione del prossimo Parlamento europeo mostrano che i partiti europeisti, Popolari, Socialisti, Liberali, Verdi e Sinistra, mantengono la maggioranza seppure con una maggiore frammentazione. I sovranisti crescono, ma non si è verificata l’ondata euroscettica che tanti paventavano. Qualunque sarà l’effettiva aggregazione di Governo, rimarrà un Parlamento di impronta europeista, dove le voci di dissenso difficilmente potranno influenzare sensibilmente le politiche. È evidente, però, che ora Popolari e Socialdemocratici, avendo perso la maggioranza assoluta delle preferenze, dovranno cercare nuove alleanze, includendo Liberali, Verdi o entrambi.
I Liberali includono i francesi di En Marche, mentre i Verdi hanno sfondato soprattutto in Germania. Quindi, è evidente che Merkel e Macron, potrebbero spingere in due direzioni diverse: l’inclusione dei Verdi presuppone nuovi equilibri anche interni alla Germania, Macron, invece, punterebbe a superare la logica tedesca del partito ‘dominante’ (e trovare sponda nella nuova ‘Lega Anseatica’). Al momento, non è semplice capire come si chiuderanno i giochi dei raggruppamenti e delle nomine. Il sospetto è che per il candidato dei Popolari Manfred Weber alla Commissione gli spazi si stiano restringendo. L’Italia, il cui governo sarebbe rappresentato solo all’opposizione nel Parlamento Europeo, rischia l’emarginazione e questo non agevolerà il dialogo, in vista della legge di bilancio.
Sul fronte interno, il rovesciamento dei rapporti di forza tra Lega e M5S apre interrogativi sulla tenuta del governo e dello stesso Parlamento: l’ipotesi delle elezioni anticipate resta percorribile, ma deve tenere in considerazione i tempi per l’approvazione della prossima legge di bilancio. Storicamente non ci sono state tornate elettorali politiche in Italia in autunno, pertanto lo scenario centrale è che l’attuale maggioranza possa essere la medesima che discuterà i vincoli di bilancio con la (nuova) Commissione. Si è già visto che quando l’Europa non concede spazi, il livello del confronto interno sale. Quindi si ritenta di forzare questi limiti, ma probabilmente senza grande possibilità di successo. A questo punto un rimpasto di governo a breve o anche nuove elezioni nel 2020 sono più probabili.Dal punto di vista dei mercati, questo voto non cambia in modo rilevante le prospettive europee. Si può immaginare una lieve indicazione positiva per gli asset rischiosi europei per aver superato un (possibile) momento difficile senza traumi. Per un effetto di medio-lungo periodo, però, bisognerà aspettare e vedere se e cosa cambierà nei prossimi giorni, fino alle prime nomine. L’evento più “temibile” sarebbe la nomina di un Presidente non mediterraneo (Weidmann?) alla guida della BCE. L’incidenza negativa, più che sugli asset europei in aggregato, si avrebbe su quelli periferici e l’Italia in particolare. È comunque troppo presto per poter fare delle ipotesi certe.
Sugli asset italiani, invece, i prossimi mesi rischiano di essere volatili: da un lato l’affermazione della Lega a spese del M5S dovrebbe indurla ad avanzare richieste in Europa per aggiungere capacità di spese infrastrutturali o riduzione delle tasse (flat tax). Dall’altro lato l’atteggiamento dell’Europa non sarà accondiscendente, poiché la posizione italiana risulta isolata: la notizia di ieri (lunedì 27 maggio), ad urne appena chiuse, è che la Commissione, il prossimo 5 giugno, potrebbe aprire una procedura d’infrazione all’Italia per mancato raggiungimento degli obiettivi di deficit del 2018. Dejà vu o scontro definitivo? Gli asset azionari europei in questo momento sono meno preoccupati rispetto alla primavera del 2018 sul rischio geopolitico poiché il rischio macro derivante dalle tensioni commerciali è preponderante. Un fattore positivo sia per BTP che per i mercati azionari è che il posizionamento risulta essere molto ridotto rispetto a un anno fa: non ci sono posizioni rilevanti di carry sul BTP da parte di investitori esteri e l’azionario europeo continua a osservare importanti deflussi settimanali (superiori ai €100miliardi cumulativi su fondi ed ETF). Il fattore più preoccupante è che il punto di partenza dello spread (270bp) è molto più vicino alle soglie di allarme (350bp) rispetto al 2018 (in questo momento lo spread del BTP e solo 40bp inferiore a quello del decennale greco).

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Elezioni enti locali: La politica è confronto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 maggio 2019

All’indomani del trionfo della destra populista, trovo singolare polemizzare contro i 5Stelle e la loro presunta identità politica. Distribuire patenti di destra e di sinistra, oltre a peccare di presunzione, potrebbe rivelarsi un esercizio sterile se non dannoso. Credo, invece, che in alcuni Comuni dove ci attende il ballottaggio sia scelta responsabile tentare di dialogare con i 5 Stelle, partendo da sensibilità e temi affini, a cominciare dall’ambiente e dalla difesa del territorio. Valori che mi paiono da sempre essere di sinistra. Ieri andavano bene i patti con Berlusconi e Verdini, mentre oggi si demonizzano i 5Stelle forse per affossare qualsiasi tentativo di confronto: la teoria delle due destre può avere solo una funzione, quella di alibi per le nostre sconfitte presenti e future. Compito della politica è costruire alleanze e progetti, non sostituirsi ai politologi. Chiudere la porta ad ogni dialogo con i 5Stelle significa una sola cosa: continuare a far vincere Salvini. Gli abbiamo consegnato il Paese, forse possiamo evitare di consegnargli anche molti Comuni. Altrimenti, da sconfitti e senza contare un bel niente, non ci resterà che stare a discettare tra chi è più di destra. (By Nino Boeti Presidente Consiglio regionale del Piemonte)

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Elezioni politiche nel mirino degli hacker

Posted by fidest press agency su sabato, 25 maggio 2019

Nel 2019 si terranno in tutto il mondo più di 90 elezioni. Le elezioni libere sono la base di un’istituzione democratica. Per questo motivo, sono un obiettivo strategico per chi voglia influenzare i risultati o minare la democrazia stessa. Check Point Software Technologies, società israeliana specializzata in sicurezza informatica, rivela che il fenomeno dell’“hacking elettorale” si è manifestato per la prima volta negli anni ‘40. Attualmente si tratta dell’arma più potente che un malintenzionato possiede per attaccare uno stato-nazione.
Dal 2016 le campagne di propaganda digitale e disinformazione sono diventate sempre più sofisticate. Ciò è dovuto in parte al fatto che gli attori stranieri hanno dimostrato un maggiore interesse nello sfruttamento delle vulnerabilità dei sistemi di voto internazionali, in parte perché i social media sono particolarmente vulnerabili alle campagne di disinformazione organizzate, come dimostrato dalla controversia che si è abbattuta sulla società di consulenza politica, Cambridge Analytica, diventata protagonista di questo scenario.
Al centro di questo sviluppo c’è l’Intelligenza Artificiale (AI), che consente a un computer di adattarsi in tempo reale e creare contenuti sempre più credibili e naturali. È il caso di GPT-2, una macchina basata sull’intelligenza artificiale che, basata su algoritmi di apprendimento automatico e big data, può generare paragrafi di testo altamente coerenti, senza controllo. Un altro esempio è Project Debator, un computer in grado di generare contenuti originali e persuasivi in tempo reale e in risposta ad argomenti alternativi. Facendo un’analisi degli episodi di “hacking elettorale”, Check Point Sofware Technologies sottolinea come:
1.1. l’aumento della disponibilità e la sofisticazione degli strumenti di hacking utilizzati per gli attacchi informatici riduce il livello di conoscenza ed esperienza richieste per un attacco di successo. Alcuni degli hacker che hanno colpito le macchine per il voto al DefCon avevano tra gli 11 e i 16 anni;
1.2. la maggior parte degli attacchi registrati sono esternalizzati come HaaS – Hacking as a Service. Ciò facilita ulteriormente l’attività informatica da parte di elementi politicamente motivati. Attualmente, gli strumenti, le botnet, le liste di e-mail, le credenziali e le password degli utenti sono disponibili sul Dark Web e persino su servizi end-to-end, come nel caso di Andrés Sepúlveda. L’hacker colombiano Andrés Sepúlveda è stato condannato a 10 anni di carcere dopo aver ammesso di aver gestito in occasione di diverse elezioni nell’America centrale e meridionale (Nicaragua, Panama, Honduras, El Salvador, Colombia, Messico, Costa Rica, Guatemala e Venezuela) team di hacker in grado di colpire cellulari, contraffare telefonate e messaggi di testo, gestire migliaia di account Twitter e hackerare conti bancari dei candidati in lista.
1.3. a parte gli attacchi informatici volti a modificare i risultati del voto elettorale, molti di questi attacchi sono destinati a minare in generale la fiducia dell’opinione pubblica nei risultati e nell’integrità del sistema elettorale. Anche sferrare un attacco DDoS contro un sito per diverse ore può avere un effetto grave.
1.4. lo sviluppo di un’agenda politica tra le nazioni democratiche è apparentemente una priorità per una serie di poteri informatici. La combinazione di capacità informatiche avanzate e operazioni psicologiche può avere un effetto immenso nell’era dei social.

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