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Musica: Quattro dei migliori solisti italiani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 febbraio 2018

Roma Sabato 10 febbraio alle 17.30 presso l’Aula Magna dell’Università La Sapienza la IUC presenta quattro dei migliori solisti italiani – il pianista Pietro De Maria, il violinista Marco Rizzi, il violoncellista Enrico Dindo e il clarinettista Alessandro Carbonare – si sono riuniti per presentare un raffinato programma di musica francese. Celebreranno infatti Claude Debussy nel centenario della morte con tre suoi capolavori nel campo della musica da camera e poi eseguiranno Quatuor pour la fin du Temps di Olivier Messiaen, uno dei lavori più rappresentativi della musica del ventesimo secolo.
Messiaen era rinchiuso come prigioniero di guerra nel campo di concentramento tedesco di Görlitz, quando – era il 9141 – compose il Quatuor pour la fin du Temps, che ebbe la sua prima esecuzione su 4 solististrumenti di fortuna (il pianoforte aveva alcuni tasti fuori uso, al violoncello mancava una corda) in un gelido capannone di quel campo, davanti a cinquemila prigionieri. Il titolo, che evoca la fine del tempo, è desunto dall’Apocalisse, a cui il pensiero del compositore, fervente cattolico, andava spesso in quel periodo così tragico per lui e per l’umanità intera. Sia per le circostanze in cui fu scritto sia per il suo stile musicale, questo Quartetto si colloca al centro degli sviluppi della musica del secolo scorso. Messiaen è infatti il trait d’union tra Debussy e i compositori delle avanguardie del dopoguerra, perché idealmente fu allievo di Debussy, che non conobbe personalmente ma di cui ammirava moltissimo la musica, e fu l’insegnante di alcuni dei maggiori compositori della seconda metà del Novecento, in particolare di Pierre Boulez e Karlheinz Stockhausen. È stato dunque naturale per i quattro protagonisti di questo concerto scegliere musiche di Debussy per completare il programma. Clarinetto, violino e violoncello eseguiranno ciascuno, insieme al pianoforte, un brano dedicato da Debussy al loro strumento: la Première Rhapsodie per clarinetto, la Sonata n. 1 in re minore per violoncello e la Sonata n. 3 in sol minore per violino, tutti con il pianoforte come partner. È un’occasione rarissima e preziosa di ascoltare insieme quattro grandi solisti, che danno lustro alla scuola musicale italiana nel mondo.
Pietro De Maria ha vinto alcuni dei più prestigiosi concorsi internazionali, quali Ciajkovskij di Mosca (premio della critica), Dino Ciani di Milano, Geza Anda di Zurigo, Mendelssohn di Amburgo. È stato il primo italiano ad aver eseguito in pubblico l’integrale delle opere di Chopin in sei concerti. Recentemente ha realizzato un progetto bachiano, eseguendo i due libri del Clavicembalo ben temperato e le Variazioni Goldberg. Inoltre questi lavori di Chopin e Bach sono stai da lui incisi per Decca, ricevendo importanti riconoscimenti dalla critica specializzata, tra cui Diapason, International Piano, MusicWeb-International e Pianiste.
Alessandro Carbonare è primo clarinetto dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, dopo aver ricoperto per quindici anni la stessa carica nell’Orchestre National de France. Nello stesso ruolo ruolo ha avuto importanti collaborazioni anche con i Berliner Philharmoniker, la Sinfonica di Chicago e la Filarmonica di New York. Claudio Abbado l’ha scelto come primo clarinetto nell’Orchestra del Festival di Lucerna e nell’Orchestra Mozart, con la quale ha inciso il Concerto K 622 di Mozart, che ha vinto il Grammy Award nel 2013. Come solista ha suonato con grandi musicisti classici, tra cui Pinkas Zukerman, Alexander Lonquich ed Emmanuel Pahud, e con famosi musicisti jazz come Enrico Pieranunzi e Paquito D’Riveira.
Premiato in tre dei concorsi più importanti per violino – il Čaikovskij di Mosca, il Queen Elizabeth di Bruxelles e l’Indianapolis Violin Competition – Marco Rizzi è regolarmente ospite delle sale più prestigiose, quali la Scala di Milano, la Salle Gaveau e la Salle Pleyel a Parigi, il Lincoln Center di New York, la Sala Grande del Conservatorio di Mosca e la Konzerthaus di Berlino,e ha collaborato con famosi direttori, tra cui Chailly e Jurowski, e con grandi orchestre, come Staatskapelle Dresden, Indianapolis Symphony Orchestra, Royal Liverpool Philharmonic, Orchestre Lamoreux di Parigi, Hong Kong Philharmonic.
Enrico Dindo nel 1997 ha conquistato il primo premio al Concorso “Rostropovich” di Parigi e da quel momento ha iniziato un’attività da solista che oggi lo porta ad esibirsi con le più prestigiose orchestre del mondo, come BBC Philharmonic, Orchestre Nationale de France, Filarmonica della Scala, Filarmonica di San Pietroburgo, London Philharmonic Orchestra, NHK Symphony Orchestra di Tokyo e Chicago Symphony, al fianco dei più importanti direttori, tra cui Riccardo Chailly, Daniele Gatti, Valery Gergev, Yuri Temirkanov, Riccardo Muti e lo stesso Mstislav Rostropovich, che scrisse di lui: “… è un violoncellista di straordinarie qualità, artista compiuto e musicista formato, possiede un suono eccezionale che fluisce come una splendida voce italiana”. (foto: quattro solisti)

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Richieste di prestiti da parte delle famiglie italiane

Posted by fidest press agency su martedì, 16 gennaio 2018

soldi-pubbliciLa rilevazione ha mostrato che dicembre 2017 si è chiuso con una performance positiva pari a +9,3% per le richieste di prestiti (nell’aggregato di prestiti personali e prestiti finalizzati), che complessivamente fanno segnare un +1,9% rispetto al 2016.Si tratta dell’ennesima conferma della vivacità del comparto, che giova del progressivo miglioramento della situazione economico-finanziaria delle famiglie, anche se è necessario evidenziare la presenza di due tendenze contrapposte: da un lato i prestiti personali continuano la performance costantemente positiva da inizio anno, registrando un +18,7% a dicembre che porta a una crescita complessiva del +5,4% su base annua; dall’altro, i prestiti finalizzati a dicembre fanno segnare un incremento del +4,7% che però non risulta sufficiente a evitare un leggero saldo negativo a livello di intero 2017, pari a -0,8% nel confronto con il 2016.Infine, nel mese di dicembre 2017 è proseguita anche la crescita dell’importo medio dei prestiti richiesti che, nell’aggregato di prestiti personali più finalizzati, si è portato a 8.100 Euro (+5,8% rispetto allo stesso mese del 2016). Complessivamente il 2017 ha fatto registrare il valore medio più alto da quando CRIF ha iniziato a monitorare il comparto, pari a 9.050 Euro.

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Gli italiani allenano poco il cervello: Arriva BrainPower

Posted by fidest press agency su martedì, 16 gennaio 2018

cervelloOggi “prendersi cura di sé” significa, per molti, dedicarsi al proprio corpo, all’estetica e alla forma fisica, con il rischio, però, di tralasciare un aspetto fondamentale: la cura del cervello. Secondo il recente sondaggio di SWG per Novartis, solo il 37% degli italiani si dedica a esercizi che aiutano a mantenere allenate le funzioni cerebrali, mentre palestra e aspetto fisico sono una priorità per più del 60%.L’indagine è stata promossa nell’ambito dell’iniziativa Brainzone, il progetto dedicato alla sensibilizzazione sull’importanza della cura del cervello e sulle patologie neurologiche, giunto quest’anno alla sua terza edizione.Secondo i risultati della ricerca, gli italiani passano la maggior parte del proprio tempo libero ad ascoltare la radio (46%) e guardare la tv (41%) mentre un numero decisamente inferiore di persone si dedica ad attività che possono stimolare e rafforzare la mente: il 24%, infatti, svolge con frequenza giochi quali l’enigmistica e il sudoku e solo l’8% visita musei e va a teatro.“Solamente metà del campione, nell’ultima settimana, ha letto libri o risolto quesiti di enigmistica ed è da evidenziare che si tratta soprattutto della fascia over 55 della popolazione: in misura maggiore si tratta di persone in età pensionabile, circa il 59%, o che non lavorano” – spiega Maura Porcino, Direttore di ricerca di SWG Italia, che ha condotto la ricerca – “Emerge da questi dati che hobby come l’enigmistica o il sudoku sono preferiti in particolare dagli adulti; vi è una spaccatura, infatti, tra italiani in età lavorativa e fasce più adulte della popolazione che riflette un cambio di abitudini ma anche una diversa gestione del proprio tempo. Questo tipo di attività viene rimandata a momenti in cui si ha più tempo e una diversa consapevolezza degli effetti dell’età sul nostro corpo, come la pensione.”
Le funzioni cognitive e le capacità mentali hanno bisogno di essere preservate e possono essere aumentate grazie a un’alimentazione equilibrata e alla cura e all’esercizio della mente. I risultati sono migliori se si inizia da giovani. In questo modo si attivano nuove connessioni e aree del cervello scarsamente utilizzate e si agisce contro i processi neurodegenerativi e la perdita di volume cerebrale (atrofia) correlati all’invecchiamento e osservati anche in alcune patologie che colpiscono il cervello.1,2,3 Il cervello è l’organo che regola tutte le funzioni e i comportamenti del nostro corpo, eppure è quello meno conosciuto e salvaguardato: i risultati della ricerca evidenziano, infatti, che gli italiani non riconoscono a pieno il suo ruolo. Per la maggioranza il cervello è l’organo responsabile esclusivamente della comprensione del linguaggio e del controllo delle emozioni e non ne riconosce il ruolo di “regista” delle funzioni corporee, come ad esempio nella regolazione del battito cardiaco e della pressione sanguigna, di cui ne è a conoscenza, rispettivamente, solo il 25% e il 13% del campione. Per preservare le capacità cognitive, la maggioranza degli intervistati riconosce il ruolo del riposo e della lettura e solo il 43% indica l’alimentazione come un fattore che possa avere influenza nel preservare le capacità cognitive. Ancora parziale (30%) la consapevolezza che le tecniche di rilassamento e allontanamento dagli schermi video come TV, smartphone e tablet possano essere utili in tal senso.Il cervello risponde a un numero infinito di stimoli, sono quindi numerose le attività che si possono fare per prendersene cura: imparare a conoscere quello che ci fa bene e avere a disposizione gli strumenti giusti è fondamentale per permetterci di dare il massimo e di preservare un organo così importante.Per rispondere a queste esigenze, Brainzone, l’iniziativa di Novartis dedicata alla cura del cervello, quest’anno ha creato Brain Power, uno spazio on-line dove poter nutrire, rilassare e mantenere in allenamento le proprie funzionalità cognitive. Per migliorare il nostro brain power, dal portale si potrà accedere ad aree dedicate, pensate proprio per chi ha voglia di divertirsi e tenersi in allenamento:”Train your Brain”. È la sezione interamente studiata per la stimolazione del cervello tramite giochi ed esercizi di logica sviluppati in collaborazione con Wired italia;
“Relax your Brain”. Il rilassamento, tramite la distensione progressiva dei diversi gruppi muscolari, aiuta a ridurre l’ansia e la tensione muscolare. In questo modo il cervello e tutto il corpo avranno tempo di ricaricarsi. In questa sezione si potranno sperimentare tecniche di rilassamento e di yoga per rigenerarsi e controllare lo stress;
“Feed your Brain” Le prestazioni del nostro cervello, come anche quelle degli altri organi del nostro corpo, sono legate anche a quello che scegliamo di inserire nella nostra dieta. Questa sezione è dedicata a consigli nutrizionali sugli alimenti amici del cervello e si andrà ad arricchire con ricette pensate ad hoc, realizzate dai foodblogger del network iFood, per preservare e migliorare le funzionalità cognitive.

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Argomenti da campagna elettorale: Italiani ingenui ma non fessi

Posted by fidest press agency su martedì, 9 gennaio 2018

alloccoConvocate le elezioni, gli argomenti da campagna elettorale sono piu’ evidenti che mai. Vediamo alcuni:
Abolizione del canone Rai.
Abolizione della tassa di possesso degli autoveicoli.
Gratuita’ dell’iscrizione all’universita’.
Stipendio minimo: 10 euro l’ora.
Reddito di cittadinanza di 780 euro per tutti.
Flat tax per tutti al 15%.
Riduzione debito pubblico del 40% in una legislatura.
Abbassamento eta’ pensionabile (abolizione legge Fornero).
Referendum per uscire dall’euro.
… e siamo solo all’inizio.
Visto il tenore di partenza, ce ne aspettiamo anche di piu’ eclatanti. E tutte hanno la caratteristica di voler essere coinvolgenti e popolari. Che nel lessico e pratica comune della politica, scivola molto facilmente in “populiste”, termine per definire qualcosa che dovrebbe essere dato in pasto al popolo per fargli credere cose che poi non verranno mai realizzate. Abbiamo gia’ detto la nostra sul canone Rai, auspicando che non sia la solita promessa elettorale, ma un reale terreno di confronto e scontro nella sostanza… ma le prime avvisaglie ci fanno ricredere (valga per tutti che alcuni esponenti della Leganord da sempre contrari al canone, vista che l’abolizione e’ proposta dal loro avversario, ecco che si ritrovano ad essere paladini del canone). Sugli altri argomenti non ci pronunciamo in questo contesto e momento, ma ascoltiamo e leggiamo. Gli esempi che abbiamo fatto sicuramente presentano problematicita’ di applicazione, ma “mai dire mai”. Siamo creduloni? Probabile. Ma non siamo fessi! Nel contempo siamo tra coloro che poi rendono conto e, comunque, valutando sul fatto che in democrazia le proposte di governo e di riforma non possono che essere maggiormente evidenziate in campagna elettorale. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc) (foto: allocco)

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Commemorare Monongah significa onorare gli italiani all’estero

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 dicembre 2017

Monongah (Stati Uniti)“Nella ricorrenza del 110mo anniversario del disastro minerario di Monongah (Stati Uniti), voglio richiamare l’attenzione sul valore del lavoro italiano nel mondo, tanti lavoratori che hanno portato alto il vessillo di umanità e capacità con uno spirito di dedizione al lavoro esemplari fino al sacrificio. Qualità che hanno fatto onore all’Italia! Ora è nostro dovere fare memoria di questo sacrificio e onorare le vittime delle tragedie sul lavoro come quella di Monongah, dove, il 6 dicembre del 1907, persero la vita 171 italiani”. Lo ha dichiarato l’on. Fucsia Nissoli (coordinatrice di Forza Italia in Nord e Centro America) in occasione dell’anniversario della tragedia di Monongah.
“Ricordare Monongah – ha precisato l’on. Nissoli – deve aumentare la nostra comprensione del fenomeno emigratorio che, negli ultimi anni, sta tornando fortemente all’ordine del giorno, infatti, molti giovani prendono il volo per il Nord America alla ricerca di una opportunità che la madrepatria ancora non riesce a dare loro e questo ci deve spingere a fare quelle riforme necessarie affinché ognuno abbia la possibilità di esprime le proprie capacità lavorative a casa senza sentirsi costretto ad emigrare”.
“Commemorare Monongah – ha concluso l’on. Nissoli – significa onorare gli italiani all’estero e lavorare affinché ognuno possa avere un lavoro dignitoso”.

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Italiani: meno nascite. Era ora!!

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 novembre 2017

certificato-nascita“L’Italia ha perso centomila bambini. L’Istat fotografa un Paese che non riesce a contrastare il calo delle nascite”. E’ uno dei tanti titoli dei media italiani di oggi a commento del fatto che nascono meno bambini altrettanto italiani sul territorio della Penisola; commenti abbastanza unanimi nel valutare i dati in termini negativi. Un trend che grossomodo si allinea a quelli della maggior parte dei cosiddetti Paesi sviluppati, mentre e’ il perfetto contrario a quello che accade agli altrettanto cosiddetti Paesi in via di sviluppo. E questi ultimi, che non ce la fanno completamente ad affrontare questo loro passaggio ad una vita meno disperata, sono anche i Paesi da cui partono molti migranti che vengono a cercar fortuna da “noi”; e quando riescono a non morire durante il viaggio, si insediano e fanno figli a iosa in nome della loro tradizione culturale e di sopravvivenza. Quella stessa tradizione culturale che, chi si lagna del calodemografico di italiani, sembra rimpiangere. La conseguenza logica tra figli e sicurezza e continuita’ della famiglia, ha avuto un senso nelle societa’ dove la presenza fisica e numerica era prerogativa di benessere e ricchezza, ma ci lascia piu’ di un dubbio nel 2017. Figli per le guerre, per i campi o le botteghe della famiglia; figli per popolare le citta’ e renderle quindi piu’ sicure e difendibili. Ma oggi, che le citta’ (le metropoli, essenzialmente) sono degli agglomerati/mostri di invivibilita’; oggi che la sicurezza è quasi esclusivamente in termini tecnologici; che il lavoro non è necessariamente aggregazione di umani in certi luoghi (grandi fabbriche, etc), ma uso delle individualita’, anche territorialmente dislocate…. Oggi, che senso ha lamentarsi cosi’? Certo, non siamo ancora alla globalizzazione totale, e il mondo è diviso in cosiddetti sviluppati e in via di sviluppo. Ma in questo frangente, se in Paesi come l’Italia si fanno meno figli, perche’ non valutare questa tendenza in termini positivi? Una tendenza contraria e’ in corso in tante parti del mondo… parti del mondo che non possiamo ignorare perche’ “sono al di la’ delle colonne d’Ercole” (siamo nel 2017!!), che’ sono elementi integranti il nostro sistema, il nostro trend; sia perche’ non abbiamo alternative a considerarli in tutte le nostre politiche (possiamo fare a meno, per esempio, di certi metalli per fare telefonini, metalli che sono nei Paesi del Terzo e Quarto mondo, o di mano d’opera per la raccolta dei pomodori?), sia perchè sono ancora il retaggio di quella cultura di prolificazione incosciente che -per svariati motivi, non ultimo quello religioso- abbiamo loro inculcato con secoli e secoli di sfruttamento violento?Noi siamo preoccupati perche’ sembra che queste valutazioni e queste domande siano secondarie per l’informazione e i decisori politici. Entrambi sembra che lavorino per creare allarmi e cercare consensi. Ma come e su cosa? Nel primo caso (informazione), creando allarmi che sembrano tali solo a seguito di un’attenzione limitata e non globale dei fenomeni. Nel secondo caso (decisori politici) guardando solo ad un immediato presunto disagevole, e mai oltre il proprio naso o semplicemente dietro l’angolo. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Come risparmiano gli italiani?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 novembre 2017

come risparmiano gli italilaniMilano. A pochi giorni dal Black Friday e dal Cyber Monday, le giornate internazionali dedicate agli affari in rete, Bestshopping.com lancia una ricerca che fotografa le abitudini di acquisto e risparmio digitale degli italiani. L’identikit del risparmiatore svela le sue consuetudini di acquisto nel tempo e per categoria merceologica, la distribuzione geografica e identifica anche – aggiungendo una nota di colore – il nome ed il segno zodiacale più comuni tra gli e-shopper. L’analisi è realizzata partendo da un’attenta profilazione degli utenti e analizzando un campione di 200,000 soggetti su un orizzonte temporale di 22 mesi. Bestshopping.com è la prima piattaforma di cashback italiana, che vanta oltre 10 anni di esperienza nel campo della tecnologia per il risparmio digitale e che ben conosce le abitudini degli italiani in termini di shopping online.
Il risparmiatore tipo è quindi uomo, particolarmente attento quando compera elettrodomestici, prodotti hi-tech e viaggi, residente nelle città di Roma (22%) e Milano (17%), molto attivo negli acquisti durante le ore lavorative settimanali e meno nel weekend. Il nome più comune tra i compratori digitali è Marco (quasi l’11%) ed il segno più diffuso è quello dell’Ariete (15%).
Bestshopping.com ha da poco avviato l’unico comparatore di prezzi con cashback in Europa, che aggrega ogni giorno oltre 25 milioni di prodotti da centinaia di e-commerce italiani e permette non solo di trovare il prezzo più conveniente, ma anche di “guadagnare” una quota di quello che si spende online attraverso il sistema del cashback, l’ultima novità in termini di risparmio sullo shopping digitale.
L’innovazione del portale di comparazione prezzi, così come la profilazione dell’utente tipo, nascono proprio dalla volontà di andare incontro alle necessità sempre più sofisticate degli e-shopper: ricerca di offerte puntuali e vantaggiose da un ampio numero di negozi, ricerca del prezzo più basso, freschezza dei risultati, cashback e abitudine al risparmio.
Ecco nel dettaglio l’identikit del risparmiatore italiano:
Suddivisione degli acquisti durante la settimana, il mese e per fascia oraria
La maggior parte degli acquisti online si concentra tra il lunedì e il mercoledì, mentre durante il fine settimana gli acquisti calano. Mercoledì è il giorno preferito dagli italiani per acquistare online mentre sabato è il giorno in cui si effettuano meno acquisti online. Lo shopping online è suddiviso uniformemente durante tutto il corso del mese, con una leggera preferenza negli ultimi 10-11 giorni. La fascia oraria preferita dagli italiani per lo shopping online è quella pomeridiana, dalle 16.00 alle 20.00. Gli italiani acquistano maggiormente nelle ore lavorative standard.
La Lombardia è la regione più attenta al risparmio online seguita da Lazio e Piemonte. Queste tre regioni hanno circa il 50% del totale risparmiano rispetto a tutta Italia. La città più attenta al risparmio è Roma, seguita da Milano.
Le categorie in cui gli italiani risparmiano maggiormente sono Hitech & Elettrodomestici, Viaggi e Negozi Generalisti (Amazon, eBay ecc). I prodotti e servizi di queste tre categorie occupano il 77% del totale risparmiato in Italia.
Ancora oggi il nome più diffuso in Italia è Giuseppe, il quale però non rientra nella top 20 dei compratori digitali del nostro Paese. Il nome di persona che spende di più per gli acquisti digitali è invece Marco (seguito da Andrea e Giovanni), nonostante non sia nemmeno tra i primi 10 nomi per diffusione in Italia. Inoltre, il primo nome femminile si trova in 16° posizione. Per quanto riguarda lo zodiaco, il segno più attento al risparmio è l’Ariete, seguito da Scorpione e Cancro. (grafico: come risparmiano gli italiani)

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La casa ha un effetto positivo sul benessere degli italiani

Posted by fidest press agency su sabato, 11 novembre 2017

casa-vivaLa Divisione Climatizzazione di Mitsubishi Electric, leader mondiale nella produzione, nel marketing e nella commercializzazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche, ha presentato oggi i risultati della ricerca “I love ME”, che ha indagato il rapporto tra gli italiani e il benessere in casa per fotografare lo stato dell’arte e offrire agli addetti ai lavori informazioni su tendenze e caratteristiche della casa, secondo le aspettative dei loro abitanti. La ricerca, commissionata a OnePoll e condotta su un campione di 1.000 individui rappresentativo della popolazione italiana, è stata sviluppata a partire dalla definizione di tre aree chiave: il concetto di benessere, la casa ideale e il clima in casa. I risultati sono navigabili sull’app sviluppata da Qlik, leader nella data analytics. Grazie a quest’applicazione interattiva è possibile combinare i dati delle diverse tab, selezionando parametri o campi specifici, per comparare le risposte e ottenere insight data driven.
Il rapporto tra gli italiani e la propria casa è reciproco e gli intervistati dichiarano di prestare attenzione al proprio benessere in casa mantenendo l’ambiente ordinato e pulito (69%), vivendo nel comfort e nel design (68%) e godendosi gli spazi (54%) – e sono soprattutto le donne a farlo!
Se pace e tranquillità, un ambiente luminoso e colorato, e la luce naturale sono gli aspetti più importanti per il benessere degli italiani a casa, comfort, connessione Internet e una buona qualità dell’aria sono altri elementi molto importanti. Non a caso, per il 73% degli italiani, climatizzatore / deumidificatore / pompa di calore è l’elemento tech più importante per il proprio benessere in casa, seguito dai dispositivi di sicurezza (55%) e dai purificatori d’aria (36%).
Secondo lo studio, infine, l’82% degli intervistati è completamente (37%) o abbastanza d’accordo (45%) nel dire che una casa ecosostenibile da un punto di vista ambientale abbia un impatto più positivo per il proprio benessere.
Pensando alla casa ideale, gli italiani dimostrano di essere un popolo a cui non piacciono gli eccessi. Interrogati su dove vorrebbero vivere, quasi un italiano su due (48%) preferisce la cittadina alla grande città (26%) e al piccolo paese (24%). La stessa inclinazione emerge parlando della temperatura ideale che dovrebbe esserci in casa: solo il 2% vorrebbe avere meno di 18° e solo il 4% vorrebbe vivere in una casa con una temperatura superiore ai 23°. Vicinanza alla famiglia (28%) e vicinanza al lavoro (25%) sono gli elementi più importanti per il benessere degli italiani – ma il primo lo è in particolar modo per le donne, mentre il secondo lo è per gli uomini. Inoltre, l’88% degli italiani intervistati che lavorano vorrebbe che la propria casa ideale si trovasse entro 15km dal luogo di lavoro, con una media di 7,6km.
Su un elemento però gli italiani non sono disposti a scendere a compromessi: l’impatto della casa sul proprio benessere e, dunque, l’87% degli italiani sarebbe disposto a spendere di più per avere una casa che li faccia stare bene.Un italiano su quattro non ha o non è sicuro di avere una buona qualità dell’aria in casa propria. Non stupisce dunque che l’86% degli intervistati ha comprato (49%) o comprerebbe (37%) un sistema di climatizzazione / pompa di calore per migliorare il proprio benessere in casa. Pensando al benessere, il riscaldamento a pavimento (37%) è il sistema più desiderato per la propria casa, seguito dal climatizzatore / pompa di calore (23%) e dai termosifoni (23%).
Se è vero che l’85% degli italiani intervistati trova irritante avere una casa troppo calda o troppo fredda è altrettanto vero che il 39% non ha (28%) o non è sicuro di avere (11%) una buona coibentazione termica in casa propria.Mitsubishi Electric, con oltre 90 anni di esperienza nella produzione, nel marketing e nella commercializzazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche, è riconosciuta quale azienda leader a livello mondiale.

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La politica degli scontenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 ottobre 2017

beppe_grillo-fonte-wikipediaHo litigato di brutto con il macellaio dopo l’acquisto di una fettina di carne di vitello. Non certo per quello che costa, oramai ci sono abituato, anche se non accetto le speculazioni di mercato che fanno surrettiziamente lievitare i prezzi. La materia del contendere è stato il ruolo di Grillo e del suo movimento. Il macellaio insisteva nel dire che Grillo l’ha deluso perché non ha cercato di allearsi con il Pd per una nuova maggioranza di governo e con l’aggravante che ha permesso, in tal modo, di rilanciare Berlusconi e dargli nuove opportunità per ricattare il Paese.
Il motivo del mio palese malumore si è improvvisamente scaricato su uno dei tanti che ha avuto la sventura, probabilmente in modo inconsapevole, d’interferire dialetticamente sul mio pensiero. Già un anno fa sostenevo che se volevamo offrire al Movimento5stelle il ruolo necessario per governare il paese e fare piazza pulita degli “inciuciari” di professione ma occorreva che gli italiani lo votassero almeno al 43%. L’aver raggiunto, invece, il 25% è stata una “disgrazia” per Grillo perché al buon risultato in termini assoluti vi corrispondeva l’impossibilità d’essere un protagonista della storia politica italiana. Ora sono consapevole che se la prossima risposta elettorale ruoterà intorno al 20-25% e persino al 35% il movimento potrà solo vivacchiare e finire nel vortice di quelle cadute d’immagine decisamente irreversibile. Perché sarebbe due volte beffeggiato con questa nuova legge elettorale che favorisce le coalizioni. Ma per uscire da questa spirale perversa occorre, a mio avviso, fare un altro avanzamento. Sta bene la rete, stanno bene i comizi in piazza, ma starebbero altrettanto bene i rapporti diretti con categorie di cittadini, ad esempio i pensionati. Perché proprio costoro? Per il semplice motivo che sono le persone che più delle altre si vedono per strada, fanno capannello a gruppetti di 3-4, occupano le panchine dei giardini, vanno a fare la spesa e sono diventati, in pratica, il passaparola ideale per un confronto dialettico. E anche perché sono gli interlocutori ideali con i giovani. Li seguono e li aiutano di più dei loro genitori spesso distratti dal lavoro. (Riccardo Alfonso)

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Italiani un popolo ingovernabile?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 settembre 2017

chimeraDalla sua unità è trascorso oltre un secolo e mezzo eppure tutta la sua storia e la cronaca di questi giorni ci danno una nazione divisa anche quando con la dittatura fascista si cercò un’identità unitaria. Fu solo un fuoco di paglia che ci portò di filato in una guerra dalla quale uscimmo malconci ma non redenti.
Diventammo forzatamente democristiani per ragioni di politica internazionale, ma con un partito comunista molto forte e temuto. Con lo sfaldamento della D.C. e dei suoi alleati, negli anni novanta, ci ritrovammo senza una guida ma alla mercé del primo imbonitore di turno. Così costruimmo un altro ventennio, dove fornimmo prova della nostra capacità di sopravvivere agli scandali, alla corruzione, al malgoverno, agli inciuci e alle panzane che ci ammannivano a manca e a destra. Ora ci ritroviamo con i cocci in mano, ma continuiamo a bramare il nostro messia politico e poco importa se ha dei difetti e delle debolezze. E’ lui che ci fa sognare il paese che non è e che non sarà a dispetto della cruda realtà. Per lui ci dividiamo, litighiamo, fanatizziamo e rendiamo sempre più confuso e triste la nostra vita. Non riusciamo ad avere la mente lucida, d’essere consapevoli che non è più il tempo di deleghe in bianco, ma che dobbiamo verificare di persona il mandato che noi affidiamo ai nostri eletti. Dobbiamo avere la consapevolezza di essere un popolo che non ha più la licenza d’inseguire le chimere ma di misurare il futuro con le sue mani e le sue azioni. (Riccardo Alfonso)

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Gli italiani e i partiti

Posted by fidest press agency su martedì, 26 settembre 2017

nenniSi racconta che Pietro Nenni soleva dire che se due italiani discutono di politica alla fine nascono due partiti e tre correnti. Di là della battuta qualcosa di vero c’è. Penso, ad esempio, ai tanti partiti che da anni proliferano un po’ ovunque e si moltiplicano man mano che ci avviciniamo alle scadenze elettorali. Sembra che siamo incapaci di raccogliere le nostre forze appoggiando coralmente un movimento politico. Ma c’è di peggio. Nel segreto delle urne l’elettore finisce con il ripiegare sul simbolo che pure ha criticato ferocemente e giurato di non esprimergli in avvenire il proprio consenso.
Sembra che prevalga la paura di chi vorrebbe scegliere la strada nuova ma preferisce quella vecchia ritenendola meno imprevedibile.
Eppure la soluzione del problema è possibile offrendo al movimento cinque stelle di Beppe Grillo la possibilità di fare da “giustiziere”. Per raggiungere questo risultato dovremmo essere conseguenti con un voto corale. E’ questo il vero punto della questione. Ora Grillo ci ha dato una nuova figura: Luigi di Maio ma già le sirene del malaugurio lo danno per perdente per il semplice fatto che è giovane, inesperto, incapace di coagulare intorno a sé una coalizione di esperti qualificati e di spessore internazionale. Eppure due anni fa abbiamo digerito senza battere ciglio un altro inesperto e giovane e abbiamo al riguardo taciuto. Cosa cambia ora? (Riccardo Alfonso)

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Gli italiani ala guida del governo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 settembre 2017

Palazzo chigi1Tra i tanti sondaggi inutili che quotidianamente ci inondano, ce n’è uno, realizzato dalla Ipsos, sui risultati del quale è invece opportuno soffermarsi. La domanda più interessante riguarda il tipo di leader che servirebbe in questo momento. La risposta divide a metà il campione interpellato: il 51% dice soprattutto “moderato”, il 46% “dirompente”. Vince dunque il desiderio di una guida del Paese che sia inclusiva, felpata, capace di mediare, che pratichi l’understatement tanto sulla scena politica come nella vita privata. Nello stesso tempo, però, è molto alta la richiesta di qualcuno che sia innovativo, portatore di nuove idee, capace di rompere vecchie incrostazioni e fare scelte controcorrente. Un profilo, quest’ultimo, che fa scopa con i risultati di un’altra domanda sempre del sondaggio di Nando Pagnoncelli – “dopo le elezioni chi vorresti come presidente del Consiglio?” – alla quale ben il 63% degli interpellati ha risposto “una figura nuova”, cui si somma il 39% che vorrebbe anche un partito del tutto nuovo (solo il 40% voterebbe le forze politiche già esistenti).Non vi sfuggirà che al primo profilo di leadership sia facilmente sovrapponibile la figura di Paolo Gentiloni, le cui caratteristiche anche genetiche “opposte” a quelle di Matteo Renzi sono da qualche tempo oggetto di una strana esaltazione mediatica. Nello stesso tempo occorre evitare di cadere nell’errore di considerare Renzi corrispondente al secondo profilo. O meglio, se si scrive “leader dirompente” ma si legge “leader dividente”, allora sì, Renzi è uno spaccatutto. Ma se invece s’intende un uomo capace di un riformismo impetuoso e trascinante, quasi rivoluzionario sul piano programmatico per la capacità di andare in profondità, allora non solo non stiamo parlando di Renzi ma – ahinoi – di nessun uomo politico oggi sulla scena.Tuttavia, la riflessione più importante da fare è un’altra. A nostro avviso nella testa della stragrande maggioranza degli italiani, a cominciare dalla nostra, non c’è alcuna contrapposizione tra i due profili, nel senso che oggi all’Italia serve un “moderato dirompente” o un “dirompente moderato” – dipende se si preferisce l’un titolo come sostantivo e l’altro come aggettivo, o viceversa – che finiscono per essere grosso modo la stessa cosa. Sempre di decisionismo temperato parliamo. Ora, calando questo discorso teorico nella realtà, e andando pragmaticamente per approssimazioni, se ne ricava che degli attuali protagonisti della vita politica chi più si avvicina a questo identikit, o se si vuole ne è meno lontano, è proprio Gentiloni. Anche considerando che – come andiamo ripetendo da tempo – l’unico sbocco accettabile al prevedibile (a oggi) esito del voto non potrà che essere un’alleanza tra moderati del centro-destra e riformisti del centro-sinistra. E per un’operazione di quel tipo non è certo pensabile che possa andar bene un uomo dividente. D’altra parte, non diciamo niente di nuovo: sono settimane, ormai, che viene indicato l’attuale presidente del Consiglio (ecco, per esempio, lui non si definisce né ama essere chiamato premier, al contrario del suo predecessore) come la figura ideale per cucire quella difficile alleanza di governo. Da questo punto di vista, ci uniamo al (crescente) coro. Ciò che però si omette di dire, e su cui noi invece vorremmo insistere, è che Gentiloni così come lo conosciamo non basta. Certo soddisfa quella metà abbondante di italiani che chiede “dateci un moderato”, ma non quell’altra quasi metà che invoca il “dirompente”. E siccome abbiamo detto che quelle due parti del Paese in realtà sono una sola, divisa solo per le diverse aggettivazioni, ecco che il moderato Gentiloni se vuole farcela e se intende rendere un servizio vero al Paese, deve diventare anche dirompente. Non è tanto sul lato temperamentale – Paolo il freddo che deve diventare più caldo – quanto sul terreno delle scelte politiche e programmatiche. Vediamo come.Sul piano politico sono due le scelte che Gentiloni dovrebbe fare: accentuare la sua autonomia da Renzi e predisporre le condizioni, a cominciare dalla legge elettorale, per l’incontro post elettorale con Silvio Berlusconi. Sappiamo che ha fatto e sta facendo passi significativi in entrambe le direzioni. E non ci sfugge che il suo primo pensiero debba essere rivolto al mantenimento in vita di questo governo – fragile sotto il profilo dei numeri parlamentari – la cui continuità è la più importante risposta alle pretese (mai sopite) di Renzi di andare al voto anticipato. Tuttavia, occorre che queste posizioni, fin qui tenute solo nelle segrete stanze, trovino un minimo di eco nel Paese. In particolare, occorre che Gentiloni lavori a creare le condizioni perché il Pd si predisponga al dialogo con il centro-destra moderato. Il rischio, infatti, è che tanto i nemici giurati di Renzi quanto i suoi oppositori poco o per niente dichiarati commettano l’errore di mettere sotto accusa il segretario – ci aspettiamo che la cosa accada dopo le elezioni siciliane del prossimo 5 novembre – anche e soprattutto perché notoriamente ben disposto verso Berlusconi e Forza Italia. Con ciò costringendo il Cavaliere, che pure ha spento l’iniziale ardore verso il segretario del Pd, a trovare solo in Renzi un interlocutore possibile. Sappiamo che Gentiloni, auspice Mattarella, il filo del dialogo lo sta tessendo, ma occorre che tutto questo si trasformi in una linea politica dentro i Democratici. Agli italiani va detto con trasparenza e coraggio che chi definisce un inciucio quella che invece sarebbe l’unica soluzione capace di tenere il populismo di Grillo e Salvini lontano da palazzo Chigi, finisce per assumersi responsabilità gravi.Quanto alla dimensione programmatica, ci sono due passaggi a breve in cui il moderato Gentiloni dovrebbe diventare un pochino dirompente. Il primo è quello della prossima manovra di bilancio. Se sarà di tipo redistributivo – e magari anche di stampo elettoralistico – come lo sono state quelle dei bonus degli ultimi anni, più che moderato il presidente del Consiglio apparirà conservatore, e per di più di cattive abitudini. Se, al contrario, la manovra sarà di sviluppo, e quindi incentrata sugli investimenti, ricavati da un intervento “dirompente” sulla spesa pubblica corrente e da una prima iniziativa ad hoc sul debito, allora Gentiloni apparirà davvero come l’uomo che ci vuole, nuovo anche se non lo è per storia. Se poi farà una seconda mossa, e cioè stroncare tutti i movimenti subacquei intorno alla Banca d’Italia, nominando subito, senza aspettare la scadenza di fine ottobre, il Governatore, allora avrà fatto centro pieno. Renzi ha aperto il fuoco, dichiarando che l’unico errore che ha commesso sulle banche è stato di non prendere a schiaffi Bankitalia e facendo dire dai suoi che il primo che dovrà essere ascoltato dalla neo commissione d’inchiesta (sic) sul sistema bancario dovrà essere Ignazio Visco. Inoltre è noto che stia facendo il “cacciatore di teste”, selezionando numerosi possibili (ai suoi occhi) candidati. Nel passato abbiamo già visto dove portano queste incursioni della politica sulla banca centrale. Non sta a noi dire se vada confermato Visco o individuato un altro nome, interno o esterno a via Nazionale. Ma quel che è certo è che la legge e la prassi sono chiare: spetta al governo di concerto con il Capo dello Stato, e sondando il Consiglio Superiore di Bankitalia, individuare il nome giusto. Insomma, questa è materia che spetta a Gentiloni e Mattarella trattare. Lo facciano senza indugio e non guardando in faccia nessuno.Chiediamo troppo ad un uomo che volgarmente viene chiamato “er moviola” per accusarlo di muoversi al rallentatore? Speriamo di no. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Gran Bretagna: le questioni degli italiani all’estero

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 settembre 2017

london-centralLondra. “Si svolgerà da oggi a giovedì 14 settembre la missione del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato della Repubblica nel Regno Unito nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle conseguenze della Brexit per la collettività italiana residente a cui partecipo in qualità del relatore. Si tratta di un’occasione irripetibile per conoscere nei dettagli lo scenario politico, sociale ed istituzionale entro il quale sta prendendo forma il complesso percorso della Brexit e le soluzioni percorribili per tutelare i diritti acquisiti dai nostri connazionali residenti”. Lo dichiara in una nota Aldo Di Biagio, memebro del Cqie e relatore per l’indagine conoscitiva del Comitato. “La concomitanza dell’inizio della nostra missione a Londra con la prima votazione della Camera Britannica sul progetto di legge che porrà fine alla preminenza della legislazione dell’Unione Europea su quella britannica, che dovrebbe annullare il Testo delle Comunità europee del 1972, alla cui sessione parlamentare avremo opportunità di assistere – spiega Di Biagio – rappresenta una segnale non trascurabile per il nostro lavoro di indagine e confronto istituzionale in un momento delicato e ricco di spunti di approfondimento di un fenomeno socio-politico tra i più complessi della storia dell”UE. “L’agenda della missione sarà caratterizzata da diversi momenti di incontro dapprima presso la Scuola Italiana di Londra e nel pomeriggio presso la Camera dei Comuni – sottolinea – dove incontreremo Sir Edward Leigh, Presidente della Commissione di amicizia Italo-Britannica, l’on. Alberto Costa membro della medesima commissione, l’On. Hilary Benn. Presidente della Commissione parlamentare per l’uscita del Regno Unito dall’UE e l’on. Catherine West”.

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I docenti italiani lavorano molte più ore dei colleghi europei, ma sono i meno pagati

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 agosto 2017

ministero-pubblica-istruzioneLa petizione pubblica in atto sugli stipendi da equiparare all’Europa (quasi 20mila firme raccolte) fa cadere un falso mito. Chi insegna in Italia lo fa per più ore a settimana di lezione rispetto alla media del vecchio Continente: sia nella scuola primaria (22 contro 19,6) che nella secondaria superiore (18 contro 16,3). Ma solo i docenti di Slovacchia e Grecia, per motivi ovvi, possono contare su buste paga inferiori a quelle dei nostri insegnanti. Il problema è, soprattutto, quello del mancato adeguamento stipendiale nel corso della carriera. In Francia, ad esempio, i maestri della primaria appena assunti percepiscono quanto i colleghi italiani (tra le 22mila e le 23mila euro lorde); peccato che a fine carriera gli stessi transalpini surclassino i nostri, prendendo oltre 10mila euro in più (44.500 euro contro 33.700 euro). Non va meglio per un insegnante del Belpaese che opera alle superiori: può contare su stipendi massimi di 38.745 euro, mentre chi svolge la stessa professione in Germania sfiora i 64mila euro. E pure in Spagna arriva a 48mila euro, quindi 10mila in più. Molto avanti sono pure gli insegnanti belgi (63mila euro) e austriaci, che superano i 65mila euro. Per non parlare di chi insegna a Lussemburgo, dove si arriva a percepire 125mila euro medi.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Ecco perché abbiamo sostenuto la petizione, la quale verrà inviata a chi gestisce la scuola e la sostiene con fondi a dir poco inadeguati. Ricordando a questi signori che insegnare in Italia significa lavorare di più e guadagnare meno. E non vengano a dirci che la spesa pubblica in Italia per gli stipendi è già troppo alta. Perché nel computo sono contemplati 150mila stipendi di docenti di sostegno che in altri Paesi vengono ‘caricati’ su altri ministeri oppure esclusi da computo totale, perché si tratta di didattica speciale. Come dalla spesa degli emolumenti per il personale, andrebbero sottratte decine di migliaia di stipendi riguardanti i docenti di religione. Se poi parliamo del personale Ata si sfiora il ridicolo, visto che gli stipendi, appena superiori a mille euro al mese, sono i più bassi della PA. E che dire dei dirigenti scolastici, che percepiscono quasi la metà dei colleghi di altri comparti?Anief, a questo proposito, ricorda che non ci sono inversioni di tendenza in atto: perché nell’intesa Funzione Pubblica-Sindacati del 30 novembre scorso, come nell’Atto di indirizzo del Miur, non c’è traccia del recupero dell’indennità di vacanza contrattuale allineata all’inflazione, che rimarrà congelata fino al 2021. Inoltre, se si firma questa bozza di contratto, il lavoratore prenderebbe solo a partire dal 2018 appena 85 euro, al netto di 105 euro in media mensili che potrebbe percepire proprio se si sbloccasse quell’indennità, senza firma del contratto vita natural durante. A regime, infatti, l’incremento netto in busta paga dovrebbe attestarsi tra le 210 e le 220 euro. Ecco perché vorremmo sentire, tramite referendum, cosa ne pensano i lavoratori interessati. Se è meglio firmare un rinnovo-mancia oppure ricorrere al giudice per chiedere un incremento equo.Il sindacato ricorda che per interrompere i termini di prescrizione e richiedere il 7% in più di IVC da settembre 2015, come dice la Consulta, è possibile.

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La “memoria” degli italiani

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

travaglioGiorni fa mi ha colpito un passaggio del discorso del giornalista Travaglio tenuto ad “Otto e mezzo” nel rispondere alla conduttrice Lilli Gruber riguardo la possibilità che gli italiani, dopo l’attuale buriana, si ritrovino con la riedizione del personaggio Berlusconi mondato dalla “cattiva fama” di questo governo e con la possibilità di promettere meno tasse e più prosperità per il popolo degli elettori. Non vi è dubbio che in tema di “memoria” i timori di Travaglio mi sembrano validi. Non è la prima volta che mi stupisco come il voto degli italiani abbia mostrato quasi indifferenza nei riguardi dei torti subiti, delle promesse mancate, delle umiliazioni subite. Qui non si è trattato tanto di “memoria lontana”, ma di “breve” anzi “brevissima” e, quindi, ancora più grave e preoccupante. Allora dissi che mi sarei aspettato un vero e proprio crollo di consensi con il Pd, Forza Italia, Lega et similia. Ciò non è accaduto, purtroppo. Un’astensione che mi sarei prefigurata riconvertibile su nuovi modelli di governance politica fondata su altre basi e che avrebbe potuto scaricarsi in un voto o per i partiti minori e più contrari ai protagonisti dell’attuale inciucio o con un movimento che avesse come obiettivo la formazione di una classe politica nuova di zecca. Tutto questo non è avvenuto e mi chiedo, a questo punto, se è solo una questione di memoria. Allora pensai agli italiani “gnoccoloni”. Ora, in alternativa, spero che sia ancora valida l’ipotesi supportata da Grillo con il Movimento cinque stelle per fare in modo che anche gli “gnoccoloni” si rinsaviscono. (Riccardo Alfonso)

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Il difficile cammino dei cattolici italiani in politica e nel sociale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

Chiesa_di_S.Maria_della_PaceE’ stata, a ben vedere, sempre un aspetto controverso e solo a tratti stemperato dal rispetto per le gerarchie ecclesiastiche che sul territorio hanno cercato di comporre con discrezione le varie “liti” tra fratelli. Ora che le tensioni si sono attenuate sotto il profilo ideologico, emerge la consapevolezza che si sta sviluppando una nuova forma di laicismo che coinvolge anche i cattolici. In nome di questa aconfessionalità si maturano le convinzioni più trasgressive sotto l’aspetto dell’ortodossia religiosa. Pensiamo al divorzio, ma anche all’aborto, alle ingegnerie genetiche e riproduttive e alle varie disinvolture sessuali sia etero che omo. Certe battaglie di “costume”, tuttavia, vanno viste dalle gerarchie religiose in un modo meno rigido e se vogliamo più riflessivo. Non per questo, di certo, venendo meno ai principi, ma nel trovare almeno in qualche forma di trasgressione una via di compromesso onorevole per entrambe le parti. Pensiamo al divorzio. Quante coppie di cattolici hanno divorziato e sono considerate per la Chiesa in peccato mortale? Forse troppe per non cercare di fare qualcosa che le riporti nella comunità ecclesiale prendendo atto che talune scelte sono state fatte per sanare dolorose situazioni familiari che si trascinavano da tempo. Il dover distinguere tra la “moda” il “capriccio” e la “necessità” è un primo passo per non fare di tutta l’erba un fascio e di ricercare un modo di comprendere il senso proprio di quel grande sentimento che si chiama amore. Sentimento, intendiamoci bene, e non altro.(Riccardo Alfonso direttore del centro studi religiosi e filosofici della Fidest)

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Gli italiani vanno in vacanza, e TerzaRepubblica con loro, guardando alla politica con lo stesso distacco e disgusto di sempre

Posted by fidest press agency su martedì, 8 agosto 2017

vacanzeNonostante un presidente del Consiglio rassicurante – condizione necessaria ma non sufficiente, anzi sempre meno sufficiente – e non più un presunto premier arrogante e dividente, nonostante un clima economico indubbiamente meno cupo, la sensazione più diffusa è che il “non governo” prevalga sul “governo” dei problemi, di cui non si analizzano mai le cause ma per i quali si declamano soluzioni per lo più sbagliate e che comunque rimangono lettera morta. Questo sentimento di forte diffidenza da parte dei cittadini è percepito dalla classe politica – più per effetto della sua amplificazione mediatica che per capacità di ascolto degli umori della società – la quale, però, reagisce nel peggiore dei modi: vellica le pulsioni che la sfiducia genera nell’avversione alla politica, al ceto che la pratica e alle istituzioni che la ospitano. Finendo così con l’alimentarla, la sfiducia, in una perversa rincorsa il cui propellente è il populismo. Come hanno fatto notare Angelo Panebianco e Michele Ainis, il Parlamento, mentre tenta maldestramente di rintuzzare il discredito, pare preda di una sorta di cupio dissolvi, un istinto suicida per cui per placare l’odio di massa finisce col porgere la testa al boia. Usare il lessico e assumere le pose dell’antipolitica ne disperato tentativo di salvare la pelle è il miglior modo di lasciarcela.
Prendete la questione dei vitalizi per i parlamentari. L’intervento che è stato votato – non a caso dalle componenti più populiste del nostro sistema politico – oltre ad essere contestabile (anche costituzionalmente) nel merito, inefficace nelle conseguenze (si risparmiano spiccioli) e inutile sul piano sostanziale (i vitalizi erano già stati aboliti nel 2012, e trasformati in un normalissimo sistema previdenziale), è pernicioso proprio sul terreno del rapporto fiduciario con i cittadini, perché conferma loro che i politici sono una casta che si è appropriata di sfacciati privilegi. E questo effetto è molto più forte del messaggio – “noi i privilegi abbiamo il coraggio di toccarli” – che si voleva dare per riconquistare la faccia perduta. Dunque il suicidio è triplo: Camera e Senato fanno male il loro mestiere; si certifica che l’antipolitica e l’antiparlamentarismo hanno ragione di esistere; si alimentano i sentimenti che si vorrebbero soffocare, perché lungi dall’apparire il riparo ad una colpa scontandone la pena, appare agli infuriati una furbata riabilitativa e ai ragionevoli l’ennesimo peccato mortale. E come i vitalizi, sono tanti gli atti di autolesionismo praticati dalla politica, dalla cancellazione delle immunità ai contorcimenti sul finanziamento pubblico dei partiti. Se a questo aggiungete l’impotenza pluridimostrata sulla legge elettorale, l’empasse delle relazioni tra i partiti – tanti disegni tattici, nessuna strategia politica – e le implosioni dentro di essi, a cominciare dal Pd, oltre ad una serie di atteggiamenti ridicoli, come il rapido passaggio dalla Macron-mania alla Macron-fobia (il copyright è di Claudio Martelli) che non ha risparmiato nessuno, il quadro vi apparirà completo e per ciò stesso ancor più deprimente. Ma ci sono almeno altre quattro questioni che concorrono a formare un quadro a tinte fosche mentre andiamo in ferie.
La più sentita dagli italiani è quella relativa all’immigrazione. Qui la benefica risolutezza del ministro Minniti non trova riscontro nelle infrastrutture poste a presidio e nella politica estera. Le prime mostrano non sono solo una carenza dello Stato, ma anche degli enti locali. Cosa che ci porta alla seconda delle quattro questioni, quella del decentramento. Una volta si diceva: meno male che ci sono i sindaci e, almeno in qualche caso, i governatori delle Regioni. Ora la gara a chi fa peggio tra la politica centrale e quella locale non vede alcun vincitore, perché è difficile dire cosa è peggio. E non c’è neppure l’ombra di una proposta, che invece sarebbe indispensabile, che semplifichi la giungla del decentramento, almeno mettendo il tetto minimo dei 5 mila abitanti per i Comuni (ora sono oltre il 70% degli 8mila totali). Ma sono molte le circostanze, non solo quella dell’isolamento che l’Italia patisce in Europa sulla questione della gestione dei flussi di migranti, che rendono chiaro ai cittadini l’inesorabile processo di marginalizzazione internazionale del nostro Paese, dalla Libia al caso Fincantieri. Per carità, è da tempo che siamo marginali, ma mai si è toccata con mano così come ora la nostra totale irrilevanza. La quale è figlia da un lato del crollo verticale della statura e credibilità dei nostri rappresentanti, e dall’altro della tendenza a non prendere mai posizione, pensando che la furbizia ci possa consentire di stare un po’ con tutti. Ma siccome non è così, finiamo per non stare con nessuno: né con l’asse franco-tedesco, né a capo di un fronte opposto (che non esiste), né pro né contro Trump, Putin, i cinesi. Tutto questo si ripercuote anche sull’economia, quarta e ultima questione che pesa sul Paese. Teoricamente dovrebbe essere quella che tinge di rosa la tela scura, ma non è così. Sia chiaro, la ripresa c’è, ed è – questo va riconosciuto – un po’ più consistente di quanto noi stessi avevamo pronosticato. D’altra parte, i più recenti indicatori confermano l’accelerazione della attività produttiva; gli ultimi sondaggi presso le imprese segnalano il riavvio degli investimenti; le prospettive per le esportazioni continuano ad essere favorevoli. Ma, come ha autorevolmente chiarito il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, si tratta di una ripresa congiunturale, non strutturale. E per cancellare l’eredità della crisi più grave e profonda della nostra storia repubblicana, le cui conseguenze sono visibili nei picchi raggiunti dalla disoccupazione, dall’incidenza del debito pubblico sul pil e da quella dei crediti deteriorati sul totale dei prestiti delle banche, serve ben più di una semplice ripresa congiunturale. E che ci sia questa forte precarietà della ripresa economica, il Paese lo percepisce. In particolare lo colgono le sue forze produttive, a cui per oltre due anni è stato raccontato che era già in atto ciò che ancora era di là da venire, e per di più omettendo di dire che il poco che c’era dipendeva non dalle presunte riforme fatte – poche, e per di più sbagliate (80 euro) o parziali (Jobs act, concorrenza) – ma dalla politica monetaria espansiva della Bce e dalla ripresa mondiale. Insomma, siamo dentro una ripresa “geneticamente modificata”, come ha sagacemente scritto Dario Di Vico, in cui imprenditori e lavoratori vedono più ciò che manca (inflazione, occupazione, consumi) rispetto a ciò che c’è. E qui torniamo, conclusivamente, alla politica. Ha contezza di tutto questo? Non è qualunquismo se diciamo: neanche lontanamente. Il governo sembra appagato del miglioramento degli indicatori congiunturali – che saranno branditi nella propaganda immaginando stoltamente di farne strumento di acquisizione del consenso – preoccupato di come rendere non controproducente ai fini elettorali la prossima manovra di bilancio e fatalista circa la dinamica del confronto politico. Un po’ troppo poco per essere l’argine al dilagare del populismo. Il quale trova nuova linfa, mentre i suoi vessilliferi mostrano tutto il loro dilettantismo, proprio dalla sfiducia e dal pessimismo che l’ormai patologica empasse della politica, tanto clamorosa quanto drammaticamente preoccupante per le sorti della stessa democrazia, continua a generare. Ciononostante, buone vacanze. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Stangata per gli italiani in vacanza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 agosto 2017

vacanzeSecondo i dati provvisori di luglio resi noti oggi dall’Istat, l’inflazione registra un aumento dell’1,1% su base annua, dall’1,2 di giugno. “Bene il rallentamento dell’inflazione. Ma per gli italiani in vacanza si è registrata una vera e propria stangata. Chi è andato in ferie, infatti, ha subito aumenti inaccettabili, una speculazione bella e buona. Non è tollerabile che in un solo mese, da giugno a luglio, ci siano stati rialzi del 12,5% per il Trasporto aereo passeggeri, del 13,2% per il Trasporto marittimo, del 21,6% per i Villaggi vacanza e campeggi e del 15,1% per i Pacchetti vacanza nazionali (+15,1%)” ha dichiarato Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Solo il trasporto ferroviario è rimasto stabile, mentre gli Alberghi sono calati, anche se su base annua registrano un incremento ragguardevole, del 5,1 per cento” conclude Dona.

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La storia e l’uovo di Colombo

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

berlinoCi sono fatti che noi accettiamo per quelli che sono e circostanze che ci fanno riflettere se andiamo ad analizzarle, talvolta con il senno di poi. E così meditando ci rendiamo conto che il concetto di verità diventa in molti casi relativo. La non politica dei politici. Spero di non fare semplicemente il verso a quanti hanno scritto sull’argomento andando ad analizzare il voto politico e amministrativo degli Italiani dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale ad oggi. E’, ovviamente, un lungo discorso ma che intendo riprendere solo per sommi capi e riferendomi ai fatti più recenti lasciando la dietrologia agli storici. Sappiamo bene che a livello mondiale due sono stati gli eventi più significativi che hanno rivoluzionato il concetto stesso di fare politica: il 1989 con la caduta del muro di Berlino e l’11 settembre del 2001 con la “tragedia americana” del terrorismo di matrice araba. In Italia, più modestamente, abbiamo avuto l’exploit della magistratura con il fenomeno delle così dette “mani pulite” che ha fatto un solo falò di partiti pur gloriosi ma diventati impuri dalla corruzione. Sono usciti, sia pure ridimensionati, da queste “forche caudine”, solo i partiti di sinistra anche se il colpo di maglio l’hanno avuto, subito dopo, in seguito al crollo dell’Urss. Nel 1993 gli italiani hanno scoperto di trovarsi senza un partito di “centro”. E’ stato allora che con una vigorosa azione mediatica l’uomo che di queste cose era un maestro seppe mettere in piedi, in poco tempo, un partito, imporlo alla politica e vincere le elezioni. Chi era costui? Era un ex per molte cose ma non della politica che amministrava, come si soleva a quel tempo, per interposta persona. Ma con la caduta del suo “idolo” e in mancanza di un sostituto degno di questo nome pensò bene di scendere personalmente nell’agone politico. Era sin d’allora simpatico alle folle e accattivante e dalla sua un’altra dote di sicuro successo: la proprietà di ben tre reti televisive, quella di alcune testate giornalistiche e tanti soldi da mettere sul piatto. Per sua natura non poteva reggere alla pari di uomini politici di carriera ma il suo successo, negli anni che seguirono, fu dettato dalla debolezza degli avversari e dalla loro divisione (divide et impera di antica memoria). Le elezioni politiche del 2006 con la sconfitta elettorale, sia pure di misura, aveva messo praticamente alle corde quest’uomo venuto dal mondo delle immagini e poteva chiudere un capitolo della cronaca politica italiana se i vincitori avessero avuto il buon senso di ricercare non il successo fine a se stesso ma a consolidarlo con una forte leadership e un programma di governo che sapesse fare delle scelte coraggiose di politica sociale, di difesa delle fasce più deboli e di riforme dalla giustizia alla scuola. In difetto avrebbe dovuto subito riproporsi al voto e senza tentennamenti dell’ultima ora. Ciò non è stato proprio perché i nostri politici possono avere molti meriti personali ma manca loro una dote essenziale: non hanno idea di cosa significa fare politica intesa nell’interesse generale. Ora sta subentrando un’altra insidia che spinge questi non-politici a considerare il voto popolare un “incidente di percorso” e che va esorcizzato con l’abilità dell’esorcista. Occorre in pratica abbassare la partecipazione al voto degli italiani. Italiani sfiduciati, italiani che si sentono in trappola da governi che possono cambiare colore ma la sostanza è la stessa, governi che in pratica non governano per il bene comune ma che vivacchiano e sopravvivono a forza di slogan, di promesse e anche di velate minacce. E l’italiano elettore risponde coerentemente non andando a votare o a votare ma lascia in bianco o con improperi la scheda. Non solo. Continua a dividersi immaginando partiti nuovi o nuovi solo nelle sigle ma riciclati dal passato. Se dopo tutto il detto cerco di leggere il futuro mi rendo conto che non sarà cosa facile gestirlo con quanto abbiamo per le mani. Forse il mal sottile che ci corrode è quello del nostro spirito gregario che è suddito della nostra vocazione ad avere un capo e a genuflettersi ai suoi piedi. Non esce dalla nostra logica il primus inter pares e il convincimento che esiste una stragrande maggioranza che non ha voce e una ristretta minoranza che voce ne ha fin troppo e la fa sentire ai quattro venti assordandoci e facendoci perdere il senso dell’equilibrio. Se non usciamo da questa “prigione” ideologica e culturale e cerchiamo di far valere la ragione dei più all’interesse dei pochi resteremo per sempre dei servus servorum Dei per buona pace di potenti e la disperazione dei benpensanti. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici ed economici della Fidest)

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Si salvano le banche e aumenta la povertà degli italiani

Posted by fidest press agency su domenica, 16 luglio 2017

banca“Noi la nostra parte l’abbiamo fatta, con senso di responsabilità e passando anche sopra quelle che erano e sono le nostre convinzioni in merito all’ennesimo salvataggio delle banche pur di giungere ad una soluzione condivisa. In cambio da pare di questo Esecutivo abbiamo ottenuto un trattamento offensivo non solo del ruolo del Parlamento ma anche e soprattutto dei cittadini, sulla cui pelle si gioca questa partita”. Lo dichiara Sandra Savino, parlamentare di Forza Italia e componente della Commissione Finanze. “I decreti attuativi – aggiunge l’On. Savino – sono infatti stati condivisi esclusivamente con Intesa, l’unico interlocutore ritenuto degno di attenzione e con il quale si è giunti ad un accordo immodificabile, al punto da non prendere nemmeno in considerazione gli emendamenti presentati dall’opposizione e dallo stesso relatore”.“E nel frattempo, con il debito pubblico che continua ad aumentare e gli italiani sempre più poveri, sono stati spesi finora 31 miliardi per il salvataggio di sette banche italiane”, conclude l’esponente di Forza Italia.

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