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La casa ha un effetto positivo sul benessere degli italiani

Posted by fidest press agency su sabato, 11 novembre 2017

casa-vivaLa Divisione Climatizzazione di Mitsubishi Electric, leader mondiale nella produzione, nel marketing e nella commercializzazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche, ha presentato oggi i risultati della ricerca “I love ME”, che ha indagato il rapporto tra gli italiani e il benessere in casa per fotografare lo stato dell’arte e offrire agli addetti ai lavori informazioni su tendenze e caratteristiche della casa, secondo le aspettative dei loro abitanti. La ricerca, commissionata a OnePoll e condotta su un campione di 1.000 individui rappresentativo della popolazione italiana, è stata sviluppata a partire dalla definizione di tre aree chiave: il concetto di benessere, la casa ideale e il clima in casa. I risultati sono navigabili sull’app sviluppata da Qlik, leader nella data analytics. Grazie a quest’applicazione interattiva è possibile combinare i dati delle diverse tab, selezionando parametri o campi specifici, per comparare le risposte e ottenere insight data driven.
Il rapporto tra gli italiani e la propria casa è reciproco e gli intervistati dichiarano di prestare attenzione al proprio benessere in casa mantenendo l’ambiente ordinato e pulito (69%), vivendo nel comfort e nel design (68%) e godendosi gli spazi (54%) – e sono soprattutto le donne a farlo!
Se pace e tranquillità, un ambiente luminoso e colorato, e la luce naturale sono gli aspetti più importanti per il benessere degli italiani a casa, comfort, connessione Internet e una buona qualità dell’aria sono altri elementi molto importanti. Non a caso, per il 73% degli italiani, climatizzatore / deumidificatore / pompa di calore è l’elemento tech più importante per il proprio benessere in casa, seguito dai dispositivi di sicurezza (55%) e dai purificatori d’aria (36%).
Secondo lo studio, infine, l’82% degli intervistati è completamente (37%) o abbastanza d’accordo (45%) nel dire che una casa ecosostenibile da un punto di vista ambientale abbia un impatto più positivo per il proprio benessere.
Pensando alla casa ideale, gli italiani dimostrano di essere un popolo a cui non piacciono gli eccessi. Interrogati su dove vorrebbero vivere, quasi un italiano su due (48%) preferisce la cittadina alla grande città (26%) e al piccolo paese (24%). La stessa inclinazione emerge parlando della temperatura ideale che dovrebbe esserci in casa: solo il 2% vorrebbe avere meno di 18° e solo il 4% vorrebbe vivere in una casa con una temperatura superiore ai 23°. Vicinanza alla famiglia (28%) e vicinanza al lavoro (25%) sono gli elementi più importanti per il benessere degli italiani – ma il primo lo è in particolar modo per le donne, mentre il secondo lo è per gli uomini. Inoltre, l’88% degli italiani intervistati che lavorano vorrebbe che la propria casa ideale si trovasse entro 15km dal luogo di lavoro, con una media di 7,6km.
Su un elemento però gli italiani non sono disposti a scendere a compromessi: l’impatto della casa sul proprio benessere e, dunque, l’87% degli italiani sarebbe disposto a spendere di più per avere una casa che li faccia stare bene.Un italiano su quattro non ha o non è sicuro di avere una buona qualità dell’aria in casa propria. Non stupisce dunque che l’86% degli intervistati ha comprato (49%) o comprerebbe (37%) un sistema di climatizzazione / pompa di calore per migliorare il proprio benessere in casa. Pensando al benessere, il riscaldamento a pavimento (37%) è il sistema più desiderato per la propria casa, seguito dal climatizzatore / pompa di calore (23%) e dai termosifoni (23%).
Se è vero che l’85% degli italiani intervistati trova irritante avere una casa troppo calda o troppo fredda è altrettanto vero che il 39% non ha (28%) o non è sicuro di avere (11%) una buona coibentazione termica in casa propria.Mitsubishi Electric, con oltre 90 anni di esperienza nella produzione, nel marketing e nella commercializzazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche, è riconosciuta quale azienda leader a livello mondiale.

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La politica degli scontenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 ottobre 2017

beppe_grillo-fonte-wikipediaHo litigato di brutto con il macellaio dopo l’acquisto di una fettina di carne di vitello. Non certo per quello che costa, oramai ci sono abituato, anche se non accetto le speculazioni di mercato che fanno surrettiziamente lievitare i prezzi. La materia del contendere è stato il ruolo di Grillo e del suo movimento. Il macellaio insisteva nel dire che Grillo l’ha deluso perché non ha cercato di allearsi con il Pd per una nuova maggioranza di governo e con l’aggravante che ha permesso, in tal modo, di rilanciare Berlusconi e dargli nuove opportunità per ricattare il Paese.
Il motivo del mio palese malumore si è improvvisamente scaricato su uno dei tanti che ha avuto la sventura, probabilmente in modo inconsapevole, d’interferire dialetticamente sul mio pensiero. Già un anno fa sostenevo che se volevamo offrire al Movimento5stelle il ruolo necessario per governare il paese e fare piazza pulita degli “inciuciari” di professione ma occorreva che gli italiani lo votassero almeno al 43%. L’aver raggiunto, invece, il 25% è stata una “disgrazia” per Grillo perché al buon risultato in termini assoluti vi corrispondeva l’impossibilità d’essere un protagonista della storia politica italiana. Ora sono consapevole che se la prossima risposta elettorale ruoterà intorno al 20-25% e persino al 35% il movimento potrà solo vivacchiare e finire nel vortice di quelle cadute d’immagine decisamente irreversibile. Perché sarebbe due volte beffeggiato con questa nuova legge elettorale che favorisce le coalizioni. Ma per uscire da questa spirale perversa occorre, a mio avviso, fare un altro avanzamento. Sta bene la rete, stanno bene i comizi in piazza, ma starebbero altrettanto bene i rapporti diretti con categorie di cittadini, ad esempio i pensionati. Perché proprio costoro? Per il semplice motivo che sono le persone che più delle altre si vedono per strada, fanno capannello a gruppetti di 3-4, occupano le panchine dei giardini, vanno a fare la spesa e sono diventati, in pratica, il passaparola ideale per un confronto dialettico. E anche perché sono gli interlocutori ideali con i giovani. Li seguono e li aiutano di più dei loro genitori spesso distratti dal lavoro. (Riccardo Alfonso)

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Italiani un popolo ingovernabile?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 settembre 2017

chimeraDalla sua unità è trascorso oltre un secolo e mezzo eppure tutta la sua storia e la cronaca di questi giorni ci danno una nazione divisa anche quando con la dittatura fascista si cercò un’identità unitaria. Fu solo un fuoco di paglia che ci portò di filato in una guerra dalla quale uscimmo malconci ma non redenti.
Diventammo forzatamente democristiani per ragioni di politica internazionale, ma con un partito comunista molto forte e temuto. Con lo sfaldamento della D.C. e dei suoi alleati, negli anni novanta, ci ritrovammo senza una guida ma alla mercé del primo imbonitore di turno. Così costruimmo un altro ventennio, dove fornimmo prova della nostra capacità di sopravvivere agli scandali, alla corruzione, al malgoverno, agli inciuci e alle panzane che ci ammannivano a manca e a destra. Ora ci ritroviamo con i cocci in mano, ma continuiamo a bramare il nostro messia politico e poco importa se ha dei difetti e delle debolezze. E’ lui che ci fa sognare il paese che non è e che non sarà a dispetto della cruda realtà. Per lui ci dividiamo, litighiamo, fanatizziamo e rendiamo sempre più confuso e triste la nostra vita. Non riusciamo ad avere la mente lucida, d’essere consapevoli che non è più il tempo di deleghe in bianco, ma che dobbiamo verificare di persona il mandato che noi affidiamo ai nostri eletti. Dobbiamo avere la consapevolezza di essere un popolo che non ha più la licenza d’inseguire le chimere ma di misurare il futuro con le sue mani e le sue azioni. (Riccardo Alfonso)

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Gli italiani e i partiti

Posted by fidest press agency su martedì, 26 settembre 2017

nenniSi racconta che Pietro Nenni soleva dire che se due italiani discutono di politica alla fine nascono due partiti e tre correnti. Di là della battuta qualcosa di vero c’è. Penso, ad esempio, ai tanti partiti che da anni proliferano un po’ ovunque e si moltiplicano man mano che ci avviciniamo alle scadenze elettorali. Sembra che siamo incapaci di raccogliere le nostre forze appoggiando coralmente un movimento politico. Ma c’è di peggio. Nel segreto delle urne l’elettore finisce con il ripiegare sul simbolo che pure ha criticato ferocemente e giurato di non esprimergli in avvenire il proprio consenso.
Sembra che prevalga la paura di chi vorrebbe scegliere la strada nuova ma preferisce quella vecchia ritenendola meno imprevedibile.
Eppure la soluzione del problema è possibile offrendo al movimento cinque stelle di Beppe Grillo la possibilità di fare da “giustiziere”. Per raggiungere questo risultato dovremmo essere conseguenti con un voto corale. E’ questo il vero punto della questione. Ora Grillo ci ha dato una nuova figura: Luigi di Maio ma già le sirene del malaugurio lo danno per perdente per il semplice fatto che è giovane, inesperto, incapace di coagulare intorno a sé una coalizione di esperti qualificati e di spessore internazionale. Eppure due anni fa abbiamo digerito senza battere ciglio un altro inesperto e giovane e abbiamo al riguardo taciuto. Cosa cambia ora? (Riccardo Alfonso)

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Gli italiani ala guida del governo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 settembre 2017

Palazzo chigi1Tra i tanti sondaggi inutili che quotidianamente ci inondano, ce n’è uno, realizzato dalla Ipsos, sui risultati del quale è invece opportuno soffermarsi. La domanda più interessante riguarda il tipo di leader che servirebbe in questo momento. La risposta divide a metà il campione interpellato: il 51% dice soprattutto “moderato”, il 46% “dirompente”. Vince dunque il desiderio di una guida del Paese che sia inclusiva, felpata, capace di mediare, che pratichi l’understatement tanto sulla scena politica come nella vita privata. Nello stesso tempo, però, è molto alta la richiesta di qualcuno che sia innovativo, portatore di nuove idee, capace di rompere vecchie incrostazioni e fare scelte controcorrente. Un profilo, quest’ultimo, che fa scopa con i risultati di un’altra domanda sempre del sondaggio di Nando Pagnoncelli – “dopo le elezioni chi vorresti come presidente del Consiglio?” – alla quale ben il 63% degli interpellati ha risposto “una figura nuova”, cui si somma il 39% che vorrebbe anche un partito del tutto nuovo (solo il 40% voterebbe le forze politiche già esistenti).Non vi sfuggirà che al primo profilo di leadership sia facilmente sovrapponibile la figura di Paolo Gentiloni, le cui caratteristiche anche genetiche “opposte” a quelle di Matteo Renzi sono da qualche tempo oggetto di una strana esaltazione mediatica. Nello stesso tempo occorre evitare di cadere nell’errore di considerare Renzi corrispondente al secondo profilo. O meglio, se si scrive “leader dirompente” ma si legge “leader dividente”, allora sì, Renzi è uno spaccatutto. Ma se invece s’intende un uomo capace di un riformismo impetuoso e trascinante, quasi rivoluzionario sul piano programmatico per la capacità di andare in profondità, allora non solo non stiamo parlando di Renzi ma – ahinoi – di nessun uomo politico oggi sulla scena.Tuttavia, la riflessione più importante da fare è un’altra. A nostro avviso nella testa della stragrande maggioranza degli italiani, a cominciare dalla nostra, non c’è alcuna contrapposizione tra i due profili, nel senso che oggi all’Italia serve un “moderato dirompente” o un “dirompente moderato” – dipende se si preferisce l’un titolo come sostantivo e l’altro come aggettivo, o viceversa – che finiscono per essere grosso modo la stessa cosa. Sempre di decisionismo temperato parliamo. Ora, calando questo discorso teorico nella realtà, e andando pragmaticamente per approssimazioni, se ne ricava che degli attuali protagonisti della vita politica chi più si avvicina a questo identikit, o se si vuole ne è meno lontano, è proprio Gentiloni. Anche considerando che – come andiamo ripetendo da tempo – l’unico sbocco accettabile al prevedibile (a oggi) esito del voto non potrà che essere un’alleanza tra moderati del centro-destra e riformisti del centro-sinistra. E per un’operazione di quel tipo non è certo pensabile che possa andar bene un uomo dividente. D’altra parte, non diciamo niente di nuovo: sono settimane, ormai, che viene indicato l’attuale presidente del Consiglio (ecco, per esempio, lui non si definisce né ama essere chiamato premier, al contrario del suo predecessore) come la figura ideale per cucire quella difficile alleanza di governo. Da questo punto di vista, ci uniamo al (crescente) coro. Ciò che però si omette di dire, e su cui noi invece vorremmo insistere, è che Gentiloni così come lo conosciamo non basta. Certo soddisfa quella metà abbondante di italiani che chiede “dateci un moderato”, ma non quell’altra quasi metà che invoca il “dirompente”. E siccome abbiamo detto che quelle due parti del Paese in realtà sono una sola, divisa solo per le diverse aggettivazioni, ecco che il moderato Gentiloni se vuole farcela e se intende rendere un servizio vero al Paese, deve diventare anche dirompente. Non è tanto sul lato temperamentale – Paolo il freddo che deve diventare più caldo – quanto sul terreno delle scelte politiche e programmatiche. Vediamo come.Sul piano politico sono due le scelte che Gentiloni dovrebbe fare: accentuare la sua autonomia da Renzi e predisporre le condizioni, a cominciare dalla legge elettorale, per l’incontro post elettorale con Silvio Berlusconi. Sappiamo che ha fatto e sta facendo passi significativi in entrambe le direzioni. E non ci sfugge che il suo primo pensiero debba essere rivolto al mantenimento in vita di questo governo – fragile sotto il profilo dei numeri parlamentari – la cui continuità è la più importante risposta alle pretese (mai sopite) di Renzi di andare al voto anticipato. Tuttavia, occorre che queste posizioni, fin qui tenute solo nelle segrete stanze, trovino un minimo di eco nel Paese. In particolare, occorre che Gentiloni lavori a creare le condizioni perché il Pd si predisponga al dialogo con il centro-destra moderato. Il rischio, infatti, è che tanto i nemici giurati di Renzi quanto i suoi oppositori poco o per niente dichiarati commettano l’errore di mettere sotto accusa il segretario – ci aspettiamo che la cosa accada dopo le elezioni siciliane del prossimo 5 novembre – anche e soprattutto perché notoriamente ben disposto verso Berlusconi e Forza Italia. Con ciò costringendo il Cavaliere, che pure ha spento l’iniziale ardore verso il segretario del Pd, a trovare solo in Renzi un interlocutore possibile. Sappiamo che Gentiloni, auspice Mattarella, il filo del dialogo lo sta tessendo, ma occorre che tutto questo si trasformi in una linea politica dentro i Democratici. Agli italiani va detto con trasparenza e coraggio che chi definisce un inciucio quella che invece sarebbe l’unica soluzione capace di tenere il populismo di Grillo e Salvini lontano da palazzo Chigi, finisce per assumersi responsabilità gravi.Quanto alla dimensione programmatica, ci sono due passaggi a breve in cui il moderato Gentiloni dovrebbe diventare un pochino dirompente. Il primo è quello della prossima manovra di bilancio. Se sarà di tipo redistributivo – e magari anche di stampo elettoralistico – come lo sono state quelle dei bonus degli ultimi anni, più che moderato il presidente del Consiglio apparirà conservatore, e per di più di cattive abitudini. Se, al contrario, la manovra sarà di sviluppo, e quindi incentrata sugli investimenti, ricavati da un intervento “dirompente” sulla spesa pubblica corrente e da una prima iniziativa ad hoc sul debito, allora Gentiloni apparirà davvero come l’uomo che ci vuole, nuovo anche se non lo è per storia. Se poi farà una seconda mossa, e cioè stroncare tutti i movimenti subacquei intorno alla Banca d’Italia, nominando subito, senza aspettare la scadenza di fine ottobre, il Governatore, allora avrà fatto centro pieno. Renzi ha aperto il fuoco, dichiarando che l’unico errore che ha commesso sulle banche è stato di non prendere a schiaffi Bankitalia e facendo dire dai suoi che il primo che dovrà essere ascoltato dalla neo commissione d’inchiesta (sic) sul sistema bancario dovrà essere Ignazio Visco. Inoltre è noto che stia facendo il “cacciatore di teste”, selezionando numerosi possibili (ai suoi occhi) candidati. Nel passato abbiamo già visto dove portano queste incursioni della politica sulla banca centrale. Non sta a noi dire se vada confermato Visco o individuato un altro nome, interno o esterno a via Nazionale. Ma quel che è certo è che la legge e la prassi sono chiare: spetta al governo di concerto con il Capo dello Stato, e sondando il Consiglio Superiore di Bankitalia, individuare il nome giusto. Insomma, questa è materia che spetta a Gentiloni e Mattarella trattare. Lo facciano senza indugio e non guardando in faccia nessuno.Chiediamo troppo ad un uomo che volgarmente viene chiamato “er moviola” per accusarlo di muoversi al rallentatore? Speriamo di no. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Gran Bretagna: le questioni degli italiani all’estero

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 settembre 2017

london-centralLondra. “Si svolgerà da oggi a giovedì 14 settembre la missione del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato della Repubblica nel Regno Unito nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle conseguenze della Brexit per la collettività italiana residente a cui partecipo in qualità del relatore. Si tratta di un’occasione irripetibile per conoscere nei dettagli lo scenario politico, sociale ed istituzionale entro il quale sta prendendo forma il complesso percorso della Brexit e le soluzioni percorribili per tutelare i diritti acquisiti dai nostri connazionali residenti”. Lo dichiara in una nota Aldo Di Biagio, memebro del Cqie e relatore per l’indagine conoscitiva del Comitato. “La concomitanza dell’inizio della nostra missione a Londra con la prima votazione della Camera Britannica sul progetto di legge che porrà fine alla preminenza della legislazione dell’Unione Europea su quella britannica, che dovrebbe annullare il Testo delle Comunità europee del 1972, alla cui sessione parlamentare avremo opportunità di assistere – spiega Di Biagio – rappresenta una segnale non trascurabile per il nostro lavoro di indagine e confronto istituzionale in un momento delicato e ricco di spunti di approfondimento di un fenomeno socio-politico tra i più complessi della storia dell”UE. “L’agenda della missione sarà caratterizzata da diversi momenti di incontro dapprima presso la Scuola Italiana di Londra e nel pomeriggio presso la Camera dei Comuni – sottolinea – dove incontreremo Sir Edward Leigh, Presidente della Commissione di amicizia Italo-Britannica, l’on. Alberto Costa membro della medesima commissione, l’On. Hilary Benn. Presidente della Commissione parlamentare per l’uscita del Regno Unito dall’UE e l’on. Catherine West”.

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I docenti italiani lavorano molte più ore dei colleghi europei, ma sono i meno pagati

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 agosto 2017

ministero-pubblica-istruzioneLa petizione pubblica in atto sugli stipendi da equiparare all’Europa (quasi 20mila firme raccolte) fa cadere un falso mito. Chi insegna in Italia lo fa per più ore a settimana di lezione rispetto alla media del vecchio Continente: sia nella scuola primaria (22 contro 19,6) che nella secondaria superiore (18 contro 16,3). Ma solo i docenti di Slovacchia e Grecia, per motivi ovvi, possono contare su buste paga inferiori a quelle dei nostri insegnanti. Il problema è, soprattutto, quello del mancato adeguamento stipendiale nel corso della carriera. In Francia, ad esempio, i maestri della primaria appena assunti percepiscono quanto i colleghi italiani (tra le 22mila e le 23mila euro lorde); peccato che a fine carriera gli stessi transalpini surclassino i nostri, prendendo oltre 10mila euro in più (44.500 euro contro 33.700 euro). Non va meglio per un insegnante del Belpaese che opera alle superiori: può contare su stipendi massimi di 38.745 euro, mentre chi svolge la stessa professione in Germania sfiora i 64mila euro. E pure in Spagna arriva a 48mila euro, quindi 10mila in più. Molto avanti sono pure gli insegnanti belgi (63mila euro) e austriaci, che superano i 65mila euro. Per non parlare di chi insegna a Lussemburgo, dove si arriva a percepire 125mila euro medi.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Ecco perché abbiamo sostenuto la petizione, la quale verrà inviata a chi gestisce la scuola e la sostiene con fondi a dir poco inadeguati. Ricordando a questi signori che insegnare in Italia significa lavorare di più e guadagnare meno. E non vengano a dirci che la spesa pubblica in Italia per gli stipendi è già troppo alta. Perché nel computo sono contemplati 150mila stipendi di docenti di sostegno che in altri Paesi vengono ‘caricati’ su altri ministeri oppure esclusi da computo totale, perché si tratta di didattica speciale. Come dalla spesa degli emolumenti per il personale, andrebbero sottratte decine di migliaia di stipendi riguardanti i docenti di religione. Se poi parliamo del personale Ata si sfiora il ridicolo, visto che gli stipendi, appena superiori a mille euro al mese, sono i più bassi della PA. E che dire dei dirigenti scolastici, che percepiscono quasi la metà dei colleghi di altri comparti?Anief, a questo proposito, ricorda che non ci sono inversioni di tendenza in atto: perché nell’intesa Funzione Pubblica-Sindacati del 30 novembre scorso, come nell’Atto di indirizzo del Miur, non c’è traccia del recupero dell’indennità di vacanza contrattuale allineata all’inflazione, che rimarrà congelata fino al 2021. Inoltre, se si firma questa bozza di contratto, il lavoratore prenderebbe solo a partire dal 2018 appena 85 euro, al netto di 105 euro in media mensili che potrebbe percepire proprio se si sbloccasse quell’indennità, senza firma del contratto vita natural durante. A regime, infatti, l’incremento netto in busta paga dovrebbe attestarsi tra le 210 e le 220 euro. Ecco perché vorremmo sentire, tramite referendum, cosa ne pensano i lavoratori interessati. Se è meglio firmare un rinnovo-mancia oppure ricorrere al giudice per chiedere un incremento equo.Il sindacato ricorda che per interrompere i termini di prescrizione e richiedere il 7% in più di IVC da settembre 2015, come dice la Consulta, è possibile.

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La “memoria” degli italiani

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

travaglioGiorni fa mi ha colpito un passaggio del discorso del giornalista Travaglio tenuto ad “Otto e mezzo” nel rispondere alla conduttrice Lilli Gruber riguardo la possibilità che gli italiani, dopo l’attuale buriana, si ritrovino con la riedizione del personaggio Berlusconi mondato dalla “cattiva fama” di questo governo e con la possibilità di promettere meno tasse e più prosperità per il popolo degli elettori. Non vi è dubbio che in tema di “memoria” i timori di Travaglio mi sembrano validi. Non è la prima volta che mi stupisco come il voto degli italiani abbia mostrato quasi indifferenza nei riguardi dei torti subiti, delle promesse mancate, delle umiliazioni subite. Qui non si è trattato tanto di “memoria lontana”, ma di “breve” anzi “brevissima” e, quindi, ancora più grave e preoccupante. Allora dissi che mi sarei aspettato un vero e proprio crollo di consensi con il Pd, Forza Italia, Lega et similia. Ciò non è accaduto, purtroppo. Un’astensione che mi sarei prefigurata riconvertibile su nuovi modelli di governance politica fondata su altre basi e che avrebbe potuto scaricarsi in un voto o per i partiti minori e più contrari ai protagonisti dell’attuale inciucio o con un movimento che avesse come obiettivo la formazione di una classe politica nuova di zecca. Tutto questo non è avvenuto e mi chiedo, a questo punto, se è solo una questione di memoria. Allora pensai agli italiani “gnoccoloni”. Ora, in alternativa, spero che sia ancora valida l’ipotesi supportata da Grillo con il Movimento cinque stelle per fare in modo che anche gli “gnoccoloni” si rinsaviscono. (Riccardo Alfonso)

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Il difficile cammino dei cattolici italiani in politica e nel sociale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

Chiesa_di_S.Maria_della_PaceE’ stata, a ben vedere, sempre un aspetto controverso e solo a tratti stemperato dal rispetto per le gerarchie ecclesiastiche che sul territorio hanno cercato di comporre con discrezione le varie “liti” tra fratelli. Ora che le tensioni si sono attenuate sotto il profilo ideologico, emerge la consapevolezza che si sta sviluppando una nuova forma di laicismo che coinvolge anche i cattolici. In nome di questa aconfessionalità si maturano le convinzioni più trasgressive sotto l’aspetto dell’ortodossia religiosa. Pensiamo al divorzio, ma anche all’aborto, alle ingegnerie genetiche e riproduttive e alle varie disinvolture sessuali sia etero che omo. Certe battaglie di “costume”, tuttavia, vanno viste dalle gerarchie religiose in un modo meno rigido e se vogliamo più riflessivo. Non per questo, di certo, venendo meno ai principi, ma nel trovare almeno in qualche forma di trasgressione una via di compromesso onorevole per entrambe le parti. Pensiamo al divorzio. Quante coppie di cattolici hanno divorziato e sono considerate per la Chiesa in peccato mortale? Forse troppe per non cercare di fare qualcosa che le riporti nella comunità ecclesiale prendendo atto che talune scelte sono state fatte per sanare dolorose situazioni familiari che si trascinavano da tempo. Il dover distinguere tra la “moda” il “capriccio” e la “necessità” è un primo passo per non fare di tutta l’erba un fascio e di ricercare un modo di comprendere il senso proprio di quel grande sentimento che si chiama amore. Sentimento, intendiamoci bene, e non altro.(Riccardo Alfonso direttore del centro studi religiosi e filosofici della Fidest)

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Gli italiani vanno in vacanza, e TerzaRepubblica con loro, guardando alla politica con lo stesso distacco e disgusto di sempre

Posted by fidest press agency su martedì, 8 agosto 2017

vacanzeNonostante un presidente del Consiglio rassicurante – condizione necessaria ma non sufficiente, anzi sempre meno sufficiente – e non più un presunto premier arrogante e dividente, nonostante un clima economico indubbiamente meno cupo, la sensazione più diffusa è che il “non governo” prevalga sul “governo” dei problemi, di cui non si analizzano mai le cause ma per i quali si declamano soluzioni per lo più sbagliate e che comunque rimangono lettera morta. Questo sentimento di forte diffidenza da parte dei cittadini è percepito dalla classe politica – più per effetto della sua amplificazione mediatica che per capacità di ascolto degli umori della società – la quale, però, reagisce nel peggiore dei modi: vellica le pulsioni che la sfiducia genera nell’avversione alla politica, al ceto che la pratica e alle istituzioni che la ospitano. Finendo così con l’alimentarla, la sfiducia, in una perversa rincorsa il cui propellente è il populismo. Come hanno fatto notare Angelo Panebianco e Michele Ainis, il Parlamento, mentre tenta maldestramente di rintuzzare il discredito, pare preda di una sorta di cupio dissolvi, un istinto suicida per cui per placare l’odio di massa finisce col porgere la testa al boia. Usare il lessico e assumere le pose dell’antipolitica ne disperato tentativo di salvare la pelle è il miglior modo di lasciarcela.
Prendete la questione dei vitalizi per i parlamentari. L’intervento che è stato votato – non a caso dalle componenti più populiste del nostro sistema politico – oltre ad essere contestabile (anche costituzionalmente) nel merito, inefficace nelle conseguenze (si risparmiano spiccioli) e inutile sul piano sostanziale (i vitalizi erano già stati aboliti nel 2012, e trasformati in un normalissimo sistema previdenziale), è pernicioso proprio sul terreno del rapporto fiduciario con i cittadini, perché conferma loro che i politici sono una casta che si è appropriata di sfacciati privilegi. E questo effetto è molto più forte del messaggio – “noi i privilegi abbiamo il coraggio di toccarli” – che si voleva dare per riconquistare la faccia perduta. Dunque il suicidio è triplo: Camera e Senato fanno male il loro mestiere; si certifica che l’antipolitica e l’antiparlamentarismo hanno ragione di esistere; si alimentano i sentimenti che si vorrebbero soffocare, perché lungi dall’apparire il riparo ad una colpa scontandone la pena, appare agli infuriati una furbata riabilitativa e ai ragionevoli l’ennesimo peccato mortale. E come i vitalizi, sono tanti gli atti di autolesionismo praticati dalla politica, dalla cancellazione delle immunità ai contorcimenti sul finanziamento pubblico dei partiti. Se a questo aggiungete l’impotenza pluridimostrata sulla legge elettorale, l’empasse delle relazioni tra i partiti – tanti disegni tattici, nessuna strategia politica – e le implosioni dentro di essi, a cominciare dal Pd, oltre ad una serie di atteggiamenti ridicoli, come il rapido passaggio dalla Macron-mania alla Macron-fobia (il copyright è di Claudio Martelli) che non ha risparmiato nessuno, il quadro vi apparirà completo e per ciò stesso ancor più deprimente. Ma ci sono almeno altre quattro questioni che concorrono a formare un quadro a tinte fosche mentre andiamo in ferie.
La più sentita dagli italiani è quella relativa all’immigrazione. Qui la benefica risolutezza del ministro Minniti non trova riscontro nelle infrastrutture poste a presidio e nella politica estera. Le prime mostrano non sono solo una carenza dello Stato, ma anche degli enti locali. Cosa che ci porta alla seconda delle quattro questioni, quella del decentramento. Una volta si diceva: meno male che ci sono i sindaci e, almeno in qualche caso, i governatori delle Regioni. Ora la gara a chi fa peggio tra la politica centrale e quella locale non vede alcun vincitore, perché è difficile dire cosa è peggio. E non c’è neppure l’ombra di una proposta, che invece sarebbe indispensabile, che semplifichi la giungla del decentramento, almeno mettendo il tetto minimo dei 5 mila abitanti per i Comuni (ora sono oltre il 70% degli 8mila totali). Ma sono molte le circostanze, non solo quella dell’isolamento che l’Italia patisce in Europa sulla questione della gestione dei flussi di migranti, che rendono chiaro ai cittadini l’inesorabile processo di marginalizzazione internazionale del nostro Paese, dalla Libia al caso Fincantieri. Per carità, è da tempo che siamo marginali, ma mai si è toccata con mano così come ora la nostra totale irrilevanza. La quale è figlia da un lato del crollo verticale della statura e credibilità dei nostri rappresentanti, e dall’altro della tendenza a non prendere mai posizione, pensando che la furbizia ci possa consentire di stare un po’ con tutti. Ma siccome non è così, finiamo per non stare con nessuno: né con l’asse franco-tedesco, né a capo di un fronte opposto (che non esiste), né pro né contro Trump, Putin, i cinesi. Tutto questo si ripercuote anche sull’economia, quarta e ultima questione che pesa sul Paese. Teoricamente dovrebbe essere quella che tinge di rosa la tela scura, ma non è così. Sia chiaro, la ripresa c’è, ed è – questo va riconosciuto – un po’ più consistente di quanto noi stessi avevamo pronosticato. D’altra parte, i più recenti indicatori confermano l’accelerazione della attività produttiva; gli ultimi sondaggi presso le imprese segnalano il riavvio degli investimenti; le prospettive per le esportazioni continuano ad essere favorevoli. Ma, come ha autorevolmente chiarito il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, si tratta di una ripresa congiunturale, non strutturale. E per cancellare l’eredità della crisi più grave e profonda della nostra storia repubblicana, le cui conseguenze sono visibili nei picchi raggiunti dalla disoccupazione, dall’incidenza del debito pubblico sul pil e da quella dei crediti deteriorati sul totale dei prestiti delle banche, serve ben più di una semplice ripresa congiunturale. E che ci sia questa forte precarietà della ripresa economica, il Paese lo percepisce. In particolare lo colgono le sue forze produttive, a cui per oltre due anni è stato raccontato che era già in atto ciò che ancora era di là da venire, e per di più omettendo di dire che il poco che c’era dipendeva non dalle presunte riforme fatte – poche, e per di più sbagliate (80 euro) o parziali (Jobs act, concorrenza) – ma dalla politica monetaria espansiva della Bce e dalla ripresa mondiale. Insomma, siamo dentro una ripresa “geneticamente modificata”, come ha sagacemente scritto Dario Di Vico, in cui imprenditori e lavoratori vedono più ciò che manca (inflazione, occupazione, consumi) rispetto a ciò che c’è. E qui torniamo, conclusivamente, alla politica. Ha contezza di tutto questo? Non è qualunquismo se diciamo: neanche lontanamente. Il governo sembra appagato del miglioramento degli indicatori congiunturali – che saranno branditi nella propaganda immaginando stoltamente di farne strumento di acquisizione del consenso – preoccupato di come rendere non controproducente ai fini elettorali la prossima manovra di bilancio e fatalista circa la dinamica del confronto politico. Un po’ troppo poco per essere l’argine al dilagare del populismo. Il quale trova nuova linfa, mentre i suoi vessilliferi mostrano tutto il loro dilettantismo, proprio dalla sfiducia e dal pessimismo che l’ormai patologica empasse della politica, tanto clamorosa quanto drammaticamente preoccupante per le sorti della stessa democrazia, continua a generare. Ciononostante, buone vacanze. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Stangata per gli italiani in vacanza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 agosto 2017

vacanzeSecondo i dati provvisori di luglio resi noti oggi dall’Istat, l’inflazione registra un aumento dell’1,1% su base annua, dall’1,2 di giugno. “Bene il rallentamento dell’inflazione. Ma per gli italiani in vacanza si è registrata una vera e propria stangata. Chi è andato in ferie, infatti, ha subito aumenti inaccettabili, una speculazione bella e buona. Non è tollerabile che in un solo mese, da giugno a luglio, ci siano stati rialzi del 12,5% per il Trasporto aereo passeggeri, del 13,2% per il Trasporto marittimo, del 21,6% per i Villaggi vacanza e campeggi e del 15,1% per i Pacchetti vacanza nazionali (+15,1%)” ha dichiarato Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Solo il trasporto ferroviario è rimasto stabile, mentre gli Alberghi sono calati, anche se su base annua registrano un incremento ragguardevole, del 5,1 per cento” conclude Dona.

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La storia e l’uovo di Colombo

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

berlinoCi sono fatti che noi accettiamo per quelli che sono e circostanze che ci fanno riflettere se andiamo ad analizzarle, talvolta con il senno di poi. E così meditando ci rendiamo conto che il concetto di verità diventa in molti casi relativo. La non politica dei politici. Spero di non fare semplicemente il verso a quanti hanno scritto sull’argomento andando ad analizzare il voto politico e amministrativo degli Italiani dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale ad oggi. E’, ovviamente, un lungo discorso ma che intendo riprendere solo per sommi capi e riferendomi ai fatti più recenti lasciando la dietrologia agli storici. Sappiamo bene che a livello mondiale due sono stati gli eventi più significativi che hanno rivoluzionato il concetto stesso di fare politica: il 1989 con la caduta del muro di Berlino e l’11 settembre del 2001 con la “tragedia americana” del terrorismo di matrice araba. In Italia, più modestamente, abbiamo avuto l’exploit della magistratura con il fenomeno delle così dette “mani pulite” che ha fatto un solo falò di partiti pur gloriosi ma diventati impuri dalla corruzione. Sono usciti, sia pure ridimensionati, da queste “forche caudine”, solo i partiti di sinistra anche se il colpo di maglio l’hanno avuto, subito dopo, in seguito al crollo dell’Urss. Nel 1993 gli italiani hanno scoperto di trovarsi senza un partito di “centro”. E’ stato allora che con una vigorosa azione mediatica l’uomo che di queste cose era un maestro seppe mettere in piedi, in poco tempo, un partito, imporlo alla politica e vincere le elezioni. Chi era costui? Era un ex per molte cose ma non della politica che amministrava, come si soleva a quel tempo, per interposta persona. Ma con la caduta del suo “idolo” e in mancanza di un sostituto degno di questo nome pensò bene di scendere personalmente nell’agone politico. Era sin d’allora simpatico alle folle e accattivante e dalla sua un’altra dote di sicuro successo: la proprietà di ben tre reti televisive, quella di alcune testate giornalistiche e tanti soldi da mettere sul piatto. Per sua natura non poteva reggere alla pari di uomini politici di carriera ma il suo successo, negli anni che seguirono, fu dettato dalla debolezza degli avversari e dalla loro divisione (divide et impera di antica memoria). Le elezioni politiche del 2006 con la sconfitta elettorale, sia pure di misura, aveva messo praticamente alle corde quest’uomo venuto dal mondo delle immagini e poteva chiudere un capitolo della cronaca politica italiana se i vincitori avessero avuto il buon senso di ricercare non il successo fine a se stesso ma a consolidarlo con una forte leadership e un programma di governo che sapesse fare delle scelte coraggiose di politica sociale, di difesa delle fasce più deboli e di riforme dalla giustizia alla scuola. In difetto avrebbe dovuto subito riproporsi al voto e senza tentennamenti dell’ultima ora. Ciò non è stato proprio perché i nostri politici possono avere molti meriti personali ma manca loro una dote essenziale: non hanno idea di cosa significa fare politica intesa nell’interesse generale. Ora sta subentrando un’altra insidia che spinge questi non-politici a considerare il voto popolare un “incidente di percorso” e che va esorcizzato con l’abilità dell’esorcista. Occorre in pratica abbassare la partecipazione al voto degli italiani. Italiani sfiduciati, italiani che si sentono in trappola da governi che possono cambiare colore ma la sostanza è la stessa, governi che in pratica non governano per il bene comune ma che vivacchiano e sopravvivono a forza di slogan, di promesse e anche di velate minacce. E l’italiano elettore risponde coerentemente non andando a votare o a votare ma lascia in bianco o con improperi la scheda. Non solo. Continua a dividersi immaginando partiti nuovi o nuovi solo nelle sigle ma riciclati dal passato. Se dopo tutto il detto cerco di leggere il futuro mi rendo conto che non sarà cosa facile gestirlo con quanto abbiamo per le mani. Forse il mal sottile che ci corrode è quello del nostro spirito gregario che è suddito della nostra vocazione ad avere un capo e a genuflettersi ai suoi piedi. Non esce dalla nostra logica il primus inter pares e il convincimento che esiste una stragrande maggioranza che non ha voce e una ristretta minoranza che voce ne ha fin troppo e la fa sentire ai quattro venti assordandoci e facendoci perdere il senso dell’equilibrio. Se non usciamo da questa “prigione” ideologica e culturale e cerchiamo di far valere la ragione dei più all’interesse dei pochi resteremo per sempre dei servus servorum Dei per buona pace di potenti e la disperazione dei benpensanti. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici ed economici della Fidest)

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Si salvano le banche e aumenta la povertà degli italiani

Posted by fidest press agency su domenica, 16 luglio 2017

banca“Noi la nostra parte l’abbiamo fatta, con senso di responsabilità e passando anche sopra quelle che erano e sono le nostre convinzioni in merito all’ennesimo salvataggio delle banche pur di giungere ad una soluzione condivisa. In cambio da pare di questo Esecutivo abbiamo ottenuto un trattamento offensivo non solo del ruolo del Parlamento ma anche e soprattutto dei cittadini, sulla cui pelle si gioca questa partita”. Lo dichiara Sandra Savino, parlamentare di Forza Italia e componente della Commissione Finanze. “I decreti attuativi – aggiunge l’On. Savino – sono infatti stati condivisi esclusivamente con Intesa, l’unico interlocutore ritenuto degno di attenzione e con il quale si è giunti ad un accordo immodificabile, al punto da non prendere nemmeno in considerazione gli emendamenti presentati dall’opposizione e dallo stesso relatore”.“E nel frattempo, con il debito pubblico che continua ad aumentare e gli italiani sempre più poveri, sono stati spesi finora 31 miliardi per il salvataggio di sette banche italiane”, conclude l’esponente di Forza Italia.

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La politica e gli italiani all’estero

Posted by fidest press agency su sabato, 15 luglio 2017

fucsia-nissoli-fitzgeraldDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia: “Leggiamo dichiarazioni farneticanti da parte del Partito democratico nei confronti del presidente Silvio Berlusconi, di Forza Italia, e della nostra deputata Fucsia Fitzgerald Nissoli. Lo sconosciuto parlamentare dem, Marco Fedi, mette una dietro l’altra una serie assurda di bugie e falsità.Il nostro movimento politico, sin dai primi anni della sua costituzione, è stato ed è da sempre in prima linea per gli italiani all’estero, per i loro bisogni, per la loro rappresentanza democratica.Ricordiamo al distratto deputato del Pd che se oggi lui siede negli scranni del Parlamento e se può permettersi di formulare simili accuse lo deve alle azioni concrete del governo Berlusconi, che, con la legge Tremaglia prima e con la legge elettorale varata nel 2005 poi, permise il primo voto per corrispondenza degli italiani residenti all’estero in occasione di due referendum del 2003 e per le elezioni politiche del 2006.Renzi, con l’Italicum e con la sua riforma della Costituzione, voleva intaccare questa conquista di civiltà. Gli italiani, anche quelli all’estero, seguendo l’indicazione di Forza Italia, gli hanno detto di ‘No’.Fedi si metta l’anima in pace, faccia politica, se ne è capace, e insulti semmai i suoi compagni di partito. Con Forza Italia si misuri sul campo e vedremo alle prossime elezioni se gli italiani residenti all’estero staranno dalla sua o dalla nostra parte”.

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L’on. Nissoli (FI) dalla parte dei contrattisti italiani in Usa

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 luglio 2017

fucsia-nissoli-fitzgeraldL’on. Nissoli ha presentato una interrogazione al Ministro Alfano sulla questione del permesso di soggiorno per i contrattisti italiani in USA non in possesso di “green card”. Infatti, si legge nell’interrogazione, “nel 2016 sono cambiate le regole concernenti il visto A2 concesso dagli USA di interesse degli impiegati a contratto italiani non in possesso di permesso di soggiorno”, e secondo queste regole tali lavoratori possono soggiornare in USA non più di 5 anni, passati i quali non potendo più stare negli USA dovrebbero lasciare il lavoro e rientrare in Italia. Un problema che, secondo l’on. Nissoli, richiede “un intervento del MAECI presso le competenti autorità americane per una soluzione diplomatica del caso”. Quindi, la deputata eletta in Nord e Centro America ha chiesto al Ministro degli Affari esteri come egli “abbia intenzione di prendersi carico delle esigenze dei nostri impiegati a contratto negli USA affinché essi possano continuare a svolgere il loro servizio, essenziale per la rete diplomatico-consolare, in condizioni ambientali ottimali”. (foto: nissoli)

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Ocse: stipendi docenti italiani a picco

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 luglio 2017

stipendi docentiAncora una volta quando a fotografare la scuola sono gli analisti fuori i nostri confini, scevri da condizionamenti e giustificazioni partigiane, la verità esce fuori. Ed è, purtroppo, una realtà amara. Perché secondo l’Ocse siamo gli unici, nel periodo 2005-2014, ad aver fatto perdere ai nostri docenti il 7%. Nello stesso decennio, in Finlandia le buste paga di chi fa formazione pubblica sono cresciute di 6 punti percentuali, in Norvegia del 9%, in Germania del 10%, in Irlanda del 13%. Si conferma quello che l’Anief sostiene da tempo: il trattamento economico dei nostri insegnanti – fermo a 29mila euro lordi annui – rappresenta un affronto rispetto al prezioso lavoro che continuano a svolgere con serietà e senso del dovere. Inoltre, considerano gli ultimi tre anni, invece esclusi dallo studio Ocse, l’arretramento di potere degli stipendi dei nostri docenti si attesta addirittura a -14%. In queste ore, in tanti sono accorsi a sostegno dei nostri bistrattati docenti. Proponendo consigli e soluzioni. Come quella della sen. Maria Mussini, vicepresidente del Gruppo Misto al Senato, che ha chiesto alla Ministra dell’Istruzione di ‘cominciare almeno col dimezzare o ridurre di due terzi il numero di studenti per classe.Proprio per recuperare il gap rispetto agli altri docenti d’Europa, Anief ha già fatto sapere, al tavolo di contrattazione sull’Atto di indirizzo, che non accetterà mai un rinnovo contrattuale con pochi spiccioli, tra l’altro pure assegnati per fasce stipendiali ispirandosi al modello Robin Hood. Per tali motivi, ha deciso di anticipare i tempi mettendo a disposizione dei lavoratori i modelli di diffida, anche per il recupero totale degli arretrati.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): i docenti sono lavoratori che, come dice l’Ocse, vanno pagati in modo proporzionale al servizio professionale prodotto. Negare questo concetto, significa creargli un danno. Di carattere morale e pratico. Molti di loro prestano servizio lontano da casa. Da due anni a questa parte, nemmeno per scelta, ma solo per aver chiesto di essere assunti in ruolo. A fine mese, questi insegnanti hanno delle spese vive, per l’affitto dell’appartamento, per i trasporti, per vivere: non si può dire ancora loro che non ci sono soldi e che si arrangino. Ecco perché la riduzione del numero di alunni, benché sia un provvedimento indispensabile per insegnare in modo proficuo e rispettando le norme sulla sicurezza negli ambienti di lavoro, non ha nulla a che vedere con l’aumento stipendiale. È come se si volesse curare l’ammalato accogliendolo in una stanza d’ospedale più confortevole e con meno posti letto, però negandogli i medicinali di cui ha bisogno: l’unica cura per i nostri docenti, per rimanere in tema, è dargli più soldi a fine mese. Il resto, sono palliativi. (foto fonte: orizzontescuola.it)

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Italiani stanchi di spot elettorali

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 luglio 2017

sandra savino“Dal codice antimafia al ddl sul reato di tortura allo ius soli continua la politica elettorale del PD”. Lo dichiara l’On. di Forza Italia Sandra Savino. “Un tempo – continua l’esponente di Forza Italia – eravamo abituati a una sinistra ideologica che, nel suo delirio, seguiva almeno una sua coerenza e una sua aberrante logica. Oggi siamo al puro e semplice marketing. Si sonda il terreno dell’elettorato-acquirente del prodotto politico, si tenta un approccio narrativo, si procede per prove ed errori e alla fine si cambia tutto. Ultimo esempio: il numero chiuso sugli arrivi”.“Ma la tendenza – precisa Sandra Savino – è diffusa e coinvolge molte forze politiche. L’unico partito che ha sempre mantenuto fede alla propria cultura, ai propri valori e alla propria idea di Paese è Forza Italia. E sempre più, oggi, si avvicina la realizzazione di quella rivoluzione liberale che, dal 1994 in poi, hanno fatto di tutto per impedirci di realizzare, con i risultati che oggi vediamo”. “Gli italiani – conclude – hanno capito bene la differenza tra cultura di partito, serietà dei programmi e autorevolezza internazionale rispetto agli spot elettorali, alla debolezza nella politica estera e alle sparate del giorno”, conclude la parlamentare azzurra.

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Tanti emigrati italiani quanti nell’immediato dopoguerra: oltre 250.000 l’anno

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 luglio 2017

emigrazione-giovani-italiani-esteroL’emigrazione degli italiani all’estero, dopo gli intensi movimenti degli anni ’50 e ’60, è andato ridimensionandosi negli anni ’70 e fortemente riducendosi nei tre decenni successivi, fino a collocarsi al di sotto delle 40.000 unità annue. Invece, a partire dalla crisi del 2008 e specialmente nell’ultimo triennio, le partenze hanno ripreso vigore e, secondo stime, hanno raggiunto gli elevati livelli postbellici, quando erano poco meno di 300.000 l’anno gli italiani in uscita. Sotto l’impatto dell’ultima crisi economica, che l’Italia fa ancora fatica a superare, i trasferimenti all’estero hanno raggiunto le 102.000 unità nel 2015 e le 114.000 unità nel 2016, mentre i rientri si attestano sui 30.000 casi l’anno. A emigrare sono sempre più persone giovani con un livello di istruzione superiore. Tra gli italiani con più di 25 anni, registrati nel 2002 in uscita per l’estero, il 51% aveva la licenza media, il 37,1% il diploma e l’11,9% la laurea ma già nel 2013 l’Istat ha riscontrato una modifica radicale dei livelli di istruzione tra le persone in uscita: il 34,6% con la licenza media, il 34,8% con il diploma e il 30,0% con la laurea, per cui si può stimare che nel 2016, su 114.000 italiani emigrati, siano 39.000 i diplomati e 34.000 i laureati. Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; quindi, a seguire, l’Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera (in Europa dove si indirizzano circa i tre quarti delle uscite) mentre, oltreoceano, l’Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela.
Questi dati meritano già di per sè un’attenta considerazione anche perché ogni italiano che emigra rappresenta un investimento per il paese (oltre che per la famiglia): 90.000 euro un diplomato, 158.000 o 170.000 un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228.000 un dottore di ricerca, come risulta da una ricerca congiunta condotta nel 2016 da Idos e dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” sulla base di dati Ocse. In realtà, i flussi effettivi sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, come risulta dagli archivi statistici dei paesi di destinazione, specialmente della Germania e della Gran Bretagna (un passaggio obbligato per chi voglia inserirsi in loco e provvedere alla registrazioni di un contratto, alla copertura previdenziale, all’acquisizione della residenza e così via). Come emerso in alcuni studi, rispetto ai dati dello Statistisches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico (National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti. Pertanto, i dati dell’Istat sui trasferimenti all’estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5 volte e di conseguenza nel 2016 si passerebbe da 114.000 cancellazioni a 285.000 trasferimenti all’estero, un livello pari ai flussi dell’immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento. Peraltro, non va dimenticato che nella stessa Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero il numero dei nuovi registrati nel 2016 (225.663) è più alto rispetto ai dati Istat. Naturalmente, andrebbe effettuata una maggiorazione anche del numero degli espatriati ufficialmente nel 2008-2016, senz’altro superiore ai casi registrati (624.000).
Sono queste le conclusioni cui si giunge nel capitolo che il Dossier Statistico Immigrazione 2017, in uscita in autunno, dedica di consueto agli italiani nel mondo. Anche quest’anno il rapporto viene curato da Idos insieme al Centro Studi Confronti, con la richiesta di un sostegno dell’Otto per Mille della Tavola Valdese. I flussi degli italiani verso l’estero, così si conclude nel rapporto, meritano maggiore attenzione. Innanzi tutto sotto l’aspetto quantitativo, avendo raggiunto, se non superato, i livelli conosciuti dall’Italia quando si concepiva ancora come un paese di emigrazione. Ma va preso in considerazione anche l’aspetto qualitativo, perché è elevato il numero di diplomati e laureati coinvolti. Seppure in un contesto globalizzato la mobilità rappresenti una prospettiva normale, è necessario attuare una politica occupazionale più incisiva e occuparsi con maggiore concretezza dell’assistenza a quanti si sentono costretti a emigrare, assicurando loro in pieno il diritto di essere cittadini italiani, incluso il voto.

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Immigrazione e interessi italiani

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 luglio 2017

mediterraneo“Quella dell’immigrazione è classica tragicommedia all’italiana. Come tipicamente italiana è la debolezza dei Governi di sinistra che in questi anni hanno gestito (si fa per dire) l’emergenza dei flussi migratori”. Lo dichiara l’On. di Forza Italia Sandra Savino.
“Invece di riempirsi la bocca – prosegue la parlamentare – con l’accoglienza e organizzare marce pro-migranti, salvo poi alzare i toni perché la situazione non è più sostenibile e minacciare respingimenti delle navi delle ONG non battenti bandiera italiana quando si accorge che perde le elezioni, sarebbe ora che la sinistra al Governo si decidesse una volta per tutte a difendere gli interessi italiani, come fanno (giustamente) gli altri. L’Italia non può diventare il corridoio di passaggio e di bivacco di tutti coloro che decidono di partire dall’Africa, tanto meno dei moltissimi migranti economici”. “La tragedia più grande per un Paese è avere dei governanti che non amano il loro Paese”, conclude Sandra Savino.

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Il voto all’estero: per posta o elettronico?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 giugno 2017

nardiOrmai è prossimo – indipendentemente dal sistema di voto che verrà adottato – il giorno delle elezioni politiche in Italia per il rinnovo del Parlamento, sia che avvenga prematuramente in autunno oppure alla sua scadenza naturale della primavera 2018. Con l’avvicinarsi di questo appuntamento elettorale è facile immaginare che i soliti noti polemisti torneranno nuovamente alla carica per denunciare fatti e misfatti (reali, presunti o prevedibili) legati al voto per corrispondenza che si applica nella Circoscrizione Estero (nell’ultimo referendum dello scorso 4 dicembre hanno vinto i NO altrimenti chissà che pandemonio avrebbero scatenato questi soliti noti!). Come già ha avuto modo di esprimersi in passato, il sottoscritto – non disconoscendo alcune criticità emerse nel voto per corrispondenza tenutosi nella Circoscrizione Estero – è un sostenitore della preiscrizione nell’anagrafe elettorale del MAE (presso l’Ufficio consolare di riferimento) da parte degli elettori che intendono avvalersi del voto per corrispondenza, come avvenuto in occasione delle ultime elezioni per il rinnovo dei Comites. Un sistema questo che, pur avendo come possibile conseguenza una riduzione della partecipazione al voto da parte degli aventi diritto, consente tuttavia, da un lato, agli italiani residenti all’estero e interessati al voto di poterlo esprimere comodamente da casa e, dall’altro, all’Amministrazione di evitare di spedire milioni di plichi elettorali a indirizzi non più validi e, soprattutto, ad aventi diritto al voto che non sono affatto interessati alle elezioni italiane per cui il loro plico è facile che diventi preda di eventuali mercanti di voti! Ma tornando ai nostri soliti noti polemisti contrari al voto per corrispondenza, vorrei ricordare loro, ancora una volta, che nel mondo già in molti altri Paesi come, per esempio, la Svizzera è in vigore, da tempo, sia il voto tradizionale nei seggi che quello per corrispondenza anche per gli stessi elettori residenti sul territorio elvetico – e non solo per gli espatriati – senza che vi siano molte polemiche. Addirittura nella Confederazione sta estendendosi il voto elettronico. Infatti fin dal 2004 sono state effettuate con successo oltre 200 prove in 14 Cantoni (Zurigo, Berna, Lucerna, Glarus, Friburgo, Soletta, Basilea, San Gallo, Grigioni, Sciaffusa, Argovia, Turgovia, Neuchàtel, Ginevra) che hanno inizialmente offerto la possibilità di votare per via elettronica agli Svizzeri all’estero aventi diritto di voto. Nei Cantoni di Neuchâtel, Ginevra e Basilea Città questa possibilità è stata estesa anche a una parte degli aventi diritto di voto residenti in Svizzera. Da queste zurigo3sperimentazioni è emerso che la digitalizzazione risponde a un bisogno: nei Cantoni coinvolti la quota di persone, che ha deciso di votare per via elettronica, ha toccato anche i due terzi dei votanti. Visto il bilancio positivo e il successo riscontrato tra gli aventi diritto di voto, il Consiglio federale ha deciso così di avviare con i Cantoni i lavori legislativi in vista del passaggio dall’attuale fase sperimentale all’utilizzo generalizzato. L’intento è che in futuro il voto per via elettronica sia equiparato al voto presso i seggi e al voto per corrispondenza. Il Consiglio federale spera così di dare un segnale importante in vista dell’estensione del sistema su scala nazionale, anche se inizialmente i Cantoni potranno liberamente decidere se introdurre o meno il voto elettronico. L’istituzione del voto elettronico costituisce inoltre un obiettivo comune della strategia di Governo elettronico della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni. Naturalmente noi italiani siamo del tutto particolari e quindi, dall’estero, importiamo e copiamo solo quello che può essere ritenuto comodo all’evenienza. Ergo, aspettiamoci quindi le solite polemiche anche sul voto per corrispondenza per le prossime elezioni politiche italiane. Sapendo, tuttavia, che il diritto al voto in loco per i residenti all’estero può esserci unicamente attraverso il voto per corrispondenza, oppure attraverso quello elettronico in un futuro più o meno lontano.Nel frattempo – sia per ridurre (azzerarle sarebbe pretendere troppo) le ricorrenti polemiche che per evitare lo sperpero dei plichi elettorali (e quindi di denaro pubblico) – è auspicabile che venga applicata al voto per corrispondenza nella Circoscrizione Estero, e quindi anche per l’ormai prossimo rinnovo del parlamento italiano, la regola della preiscrizione nell’albo degli elettori da parte degli iscritti AIRE che intenderanno avvalersi del diritto di voto. I primi chiamati a rifletterci nel loro stesso interesse ed a prendere una tale iniziativa parlamentare sono, ovviamente, gli attuali eletti nella Circoscrizione estero. Chi vivrà vedrà! (Dino Nardi, Zurigo)

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