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Cresce l’esportazione responsabile in Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 3 giugno 2018

Con 693.171 m3 di legno trattato nel primo trimestre del 2018 e una crescita del 12% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il Comitato Tecnico Fitok ha annunciato il raggiungimento di un risultato estremamente importante, in occasione del workshop “Esportare in sicurezza: un vantaggio competitivo” che si è tenuto ieri a Ipack-Ima, la fiera internazionale per il processing e il packaging. La qualità degli imballaggi in legno rispondenti allo standard ISPM n.15 continua, infatti, a essere premiata e apprezzata in tutto il mondo rappresentando un vantaggio competitivo imprescindibile per l’export oltreoceano.“Il potenziamento della ricerca e della prevenzione, la costante formazione degli operatori sulle norme vigenti e l’intensificarsi dei controlli hanno permesso di prevenire, o quantomeno ridurre al minimo, la diffusione di parassiti sviluppando un atteggiamento corretto e consapevole a tutela dell’ambiente e del sistema produttivo – spiega Daniela Frattoloni, coordinatrice del Comitato Tecnico Fitok – Il risultato: una crescita del 14% di imballaggi in legno sottoposti a trattamento termico a opera dei soggetti 7.1, pari a 444.333 m3, e un aumento del 10% degli imballaggi in legno prodotti dai soggetti 7.2, pari a 248.838 m3, utilizzando semilavorato precedentemente trattato, per un totale di 693.171 m3 di materiale conforme allo standard ISPM n.15 nel primo trimestre del 2018 e una crescita del 12% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.” Numeri estremamente importanti per Conlegno che, sotto la sorveglianza del Servizio Fitosanitario Nazionale, ricopre dal 2005 il ruolo di Soggetto Gestore in Italia del Marchio IPPC/FAO per l’ISPM n. 15. Attraverso il Comitato Tecnico FITOK, infatti, il Consorzio organizza e controlla la filiera produttiva relativa agli imballaggi in legno per garantire il corretto trattamento fitosanitario, riducendo il rischio di utilizzo delle barriere fitosanitarie da parte dei Paesi importatori e, di conseguenza, contribuendo ad abbattere gli ostacoli che quotidianamente i prodotti devono superare.In particolare, a causa dell’invasione delle specie aliene che negli ultimi anni stanno tormentando l’Italia, generando ingenti danni economici e ambientali, sono aumentate oltreoceano le misure di biosicurezza per le merci marittime in partenza dal Bel Paese e dagli USA. È il caso dell’Australia e della Nuova Zelanda che, dopo aver riscontrato un numero cospicuo di BMSB (Halymorpha halys o Cimice asiatica) su merci in arrivo dall’Italia, hanno sviluppato nuove misure di sicurezza per la stagione 2018-19 che va dall’1 settembre al 30 aprile. Si tratta infatti del periodo maggiormente esposto al rischio di esportazione dei parassiti a causa delle basse temperature nazionali che spingono le cimici asiatiche a rifugiarsi nei containers e nelle cabine di automezzi diretti verso mete lontane, sopravvivendo all’inverno in stato di ibernazione.

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La paralisi politica in Italia può far brillare l’oro

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 giugno 2018

Commento di Nitesh Shah, Commodities Strategist per ETF Securities. Se l’Italia non è in grado di formare un governo funzionante e il mercato continua a temere che il Paese possa lasciare l’area Euro, l’oro potrebbe ricevere una significativa spinta.
Fin qui, tuttavia, le performance del metallo giallo sono state deludenti. La scorsa settimana, abbiamo visto deflussi dagli ETP sull’oro e afflussi negli ETF sul FTSE MIB, quando i mercati hanno sottovalutato i rischi attorno all’Italia.Dopo gli eventi di domenica però i rendimenti dei titoli di stato italiani sono aumentati, mentre, nello stesso arco di tempo, l’oro è sceso, sebbene fosse salito alla fine della scorsa settimana in risposta alle turbolenze attorno al vertice USA-Korea.In ogni caso, gli investitori si stanno preparando al peggio e posizionandosi di conseguenza. Martedì 29 maggio abbiamo assistito a flussi consistenti negli ETP sull’oro – oltre 100 milioni di dollari americani – che hanno cancellato la maggior parte dei deflussi registrati nelle due settimane precedenti.Nonostante un ambiente caratterizzato da un elevato rischio geopolitico sia normalmente associato a prezzi dell’oro più elevati, recentemente solo una piccola parte di quelle preoccupazioni si è espressa in un innalzamento dei prezzi del metallo giallo. Sull’oro incide un contesto di tassi di interesse crescenti negli Stati Uniti.Riteniamo che, per assistere a un’ulteriore spinta nei prezzi dell’oro, la turbolenza dello scenario italiano debba crescere ancora. Se le tensioni nell’opinione pubblica attorno al rifiuto di un ministro delle finanze dovessero portare a una nuova elezione, quest’ultima potrebbe costituire una sorta di procura per un voto di fiducia sull’Euro come valuta in Italia. In questo scenario i prezzi dell’oro potrebbero crescere in maniera significativaDopo il voto con cui il Regno Unito ha deciso di abbandonare l’Unione Europea, ad esempio, il posizionamento speculativo sui futures sull’oro ha toccato il livello più alto mai raggiunto. La minaccia di un’uscita dell’Italia dall’area Euro potrebbe essere ben più caotica e destabilizzante.L’oro giocherebbe il ruolo di bene rifugio – una valuta alternativa all’euro e un porto sicuro in una situazione che rappresenterebbe una delle peggiori crisi di sovranità della storia moderna. Per ora tuttavia il mercato considera come poco probabile questo scenario.

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Politica italiana: “Quanto sta accadendo in Italia è di una gravità senza precedenti”

Posted by fidest press agency su martedì, 29 maggio 2018

Il Presidente Mattarella prima, non ha conferito l’incarico a Matteo Salvini a nome della coalizione di centrodestra vincitrice delle elezioni e poi, cosa mai accaduta, ha rifiutato di nominare il governo Conte che aveva anche una maggioranza numerica, seppur senza l’appoggio di FDI. In realtà, la scelta a sorpresa di Mattarella di apporre un veto esplicito e personale su Savona sembrava un colpo di teatro ma assomiglia sinistramente ad un “colpo di Stato”. Ora, addirittura, ha dato l’incarico a Cottarelli pur sapendo che il suo governo, non eletto da nessuno, non ha matematicamente la maggioranza in Parlamento.Sappiamo che era tutto preordinato. Sappiamo che dietro a tutto questo ci sono Draghi, Visco e il Deep State che difendono gli interessi speculativi dei grandi Fondi internazionali e delle banche ma un Presidente della Repubblica che non riesce a garantire l’avvio di una legislatura, per la prima volta nella storia repubblicana, dovrebbe avere la dignità di ammettere il proprio personale fallimento e dimettersi.Fdi è pronta a tornare a votare per dare un governo alla Nazione che farà gli interessi del popolo e non delle oligarchie finanziarie o di Stati esteri”. Lo scrive su Facebook il deputato di Fratelli d’Italia Federico Mollicone.

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Gli effetti dell’attuale situazione politica italiana sui mercati

Posted by fidest press agency su sabato, 26 maggio 2018

Commento a cura di Adrian Hilton, Responsabile tassi e valute di Columbia Threadneedle Investments. I recenti sviluppi dello scenario politico italiano rappresentano inevitabilmente un rischio per gli attivi italiani e potenzialmente anche per l’Europa. Ma l’intera portata del danno sarà riscontrabile solo quando il fragile contratto tra gli alleati di coalizione di sinistra e di destra si convertirà in politica. Nel caso in cui il nuovo governo si mobilitasse per garantire le sue varie promesse fiscali – tagli fiscali aggressivi, una flat-tax a doppia aliquota ed il reddito di cittadinanza – l’Italia si troverebbe a dover potenzialmente affrontare un marcato deterioramento della sua posizione fiscale, situazione che a sua volta accenderebbe l’ira sia delle autorità della zona euro sia delle agenzie di rating. Mentre il paese attualmente gode di un surplus primario, i mercati temono che l’ambizioso pacchetto proposto, che finora non porta indicazioni sulle fonti di finanziamento, possa erodere rapidamente tale cuscinetto, mettendo a repentaglio la stabilità del rapporto debito / PIL. Al di là dell’incertezza fiscale, i mercati si sono spaventati per alcune delle proposte più allettanti della coalizione, come ad esempio la cancellazione di parte del debito italiano e l’emissione di passività governative trasferibili a breve termine (viste da alcuni come una valuta parallela). Mentre la proposta di cancellazione del debito è stata abbandonata, i mercati penalizzano questo approccio poco ortodosso aumentando il premio richiesto per mantenere il debito italiano.Un’altra fonte di nervosismo è data dal fatto che la terza economia della zona euro potrebbe presto finire nelle mani di partiti ostili ad una permanenza dell’Italia nella moneta unica, e che sembrano avviati in rotta di collisione con Bruxelles: i prezzi degli attivi europei rimangono infatti molto sensibili a qualsiasi aumento del rischio di una rottura.Nel nostro posizionamento obbligazionario, sull’Italia rimaniamo neutrali. Il recente aumento dello Spread è comprensibile e probabilmente continuerà ad aumentare fino a quando la politica non diventerà più ortodossa e prevedibile. Ma l’Italia beneficia di una migliore situazione finanziaria corrente e di una molto minore partecipazione estera al proprio debito pubblico, il che la rende meno vulnerabile alla fuga di capitali rispetto alla crisi del 2012. Rimaniamo comunque meno convinti – per il momento – che esista un rischio esistenziale per l’Eurozona stessa, soprattutto nel momento in cui i controlli costituzionali impedirebbero un’uscita italiana dall’Euro anche se l’opinione pubblica ne fosse favorevole.

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L’Italia è un Paese vecchio?

Posted by fidest press agency su domenica, 20 maggio 2018

Sono 60,5 milioni gli italiani che popolano il bel Paese, per il terzo anno consecutivo diminuiscono ancora, quasi 100mila persone in meno rispetto all’anno precedente. Il dato Istat è aggiornato a gennaio 2018 e l’incidenza negativa è evidentemente il risultato, oltre che della diminuzione delle nascite, dell’emigrazione dei giovani verso l’estero. Siamo il secondo Paese più vecchio al mondo. “Molti italiani con alto livello di istruzione lasciano il Paese, pochi vi fanno ritorno-dice l’Istat-. Selezionando i migranti italiani con più di 24 anni, nel corso del 2016 si ottiene un saldo migratorio con l’estero di circa 54 mila unità, di cui circa 15 mila hanno almeno la laurea. La fascia d’età in cui si registra la perdita più marcata è quella dei giovani dai 25 ai 39 anni (circa 38 mila unità in meno) e, tra questi, quasi il 30 per cento è laureato. La giovane età di questi emigrati testimonia la difficoltà del Paese nel trattenere competenze e professionalità”. L’importanza di valorizzare le loro capacità l’ha acquisita bene Soft Strategy, un’azienda che produce proprio innovazione e che grazie all’assunzione di giovani talenti italiani ha più che raddoppiato il proprio fatturato negli ultimi anni. A raccontare la sua esperienza è proprio uno di loro, Antonio di Ronza, oggi divenuto partner oltre che responsabile della Service Line di Data Protection Compliance Risk & Security della stessa azienda.«Quando entrai in Soft Strategy -racconta Di Ronza- erano i primi anni della grande crisi economica italiana, sposai in pieno un progetto imprenditoriale che puntava tutto su giovani laureati e sull’innovazione, all’epoca sembrava un’idea da folli. Quell’idea, oggi, fattura oltre 14 milioni di euro l’anno ed ha un organico di circa cento persone, ed io, a 37 anni, forse sono ormai uno dei più “anziani”. Cosa davvero strana in Italia, ma all’estero invece è normalità».L’istituto di ricerche, utilizzando come dato migratorio specifico il tasso di mobilità dei laureati, rileva segnali del tutto negativi rispetto alla capacità dell’Italia di “attrarre occupazione altamente qualificata ovvero di favorire prospettive di occupazione per i laureati italiani. Nel 2016 il tasso di mobilità dei laureati italiani continua ad essere negativo, indicando una perdita netta a favore dei paesi esteri e proseguendo il trend degli ultimi anni”. Ad emigrare, evidenzia il report, sono sempre più persone giovani con un livello di istruzione superiore. L’Italia, dunque, non è in grado di arginare il fenomeno della fuga dei cervelli e quindi le aziende si organizzano da sole. «La mia storia all’interno del Gruppo Soft Strategy è unica nel suo genere forse, e in netta controtendenza rispetto a quanto riportano i dati che rileva l’Istat- prosegue Di Ronza-. Una volta laureato ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare nel settore Privacy Compliance all’interno dell’azienda che mi ha dato fiducia da subito. Col tempo ho iniziato a sviluppare una linea di servizi insieme ai miei colleghi specializzandomi sempre più in questo settore, nel quale ho fatto da pioniere sui vari step di carriera diventando il primo manager quadro cresciuto dall’interno, il primo dirigente e, da qualche giorno, il primo Partner e Responsabile di Service Line».Siamo il secondo Paese più vecchio al mondo, dice però l’Istat. “Inoltre, i processi d’emigrazione di giovani con qualifiche terziarie rischiano di rendere insufficiente l’offerta attuale di personale qualificato, in una fase di crescita e ristrutturazione sostenuta dai processi di digitalizzazione”. Rispetto alla necessità delle imprese di colmare il divario digitale nel momento epocale del passaggio all’industria 4.0 una risposta risiede nella capacità delle stesse di formare, assumere e credere nei giovani italiani, dando una possibilità di crescita competitiva a sé stesse e trattenendo le intelligenze migliori in Italia.«Non ho mai perso di vista il mio punto di partenza – rilancia di Ronza – oggi anche io continuo a puntare sui giovani. Infatti in questi anni ho provato ad emulare chi mi ha guidato facendo crescere tutto il team della mia Service Line. È stato davvero gratificante vedere ragazzi giovanissimi impegnarsi con passione e abnegazione. Sì, perché in Italia purtroppo le aziende investono poco in formazione, ma quella vera, nonostante viviamo in una nazione che pur senza materie prime si è ingegnata sull’innovazione ed ha creato eccellenze mondiali. Noi, per esempio, abbiamo lanciato un programma, l’Information Security Academy, inserendo quindici laureati in aula per un mese a nostre spese che ricevono formazione teorica, ma soprattutto tecnica ed esperienziale da parte di docenti di altissimo livello oltre ai nostri professionisti: Chief Information Security Officer di grandi aziende, Data Protection Officer, Etical Hacker, a cui si sono aggiunte testimonianze di membri di alcune Autorità italiane. Un vero acceleratore di competenze tecniche, trasversali e manageriali. Oggi nella nostra Service Line siamo in trenta circa e stiamo continuando a crescere anche grazie ad un momento storico in cui la tutela della privacy e della sicurezza dei dati personali nel mondo iperconnesso è diventato un diritto inalienabile, non solo dell’individuo, ma soprattutto delle diverse ed innumerevoli forme di proiezione dell’io reale nel mondo digitale». L’io reale nel mondo digitale.

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Questo weekend tutti ai banchetti per cambiare l’Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 maggio 2018

Il contratto di governo che stiamo scrivendo in questi giorni è la più grande novità politica degli ultimi 20 anni perché porterà al governo dell’Italia quello che hanno chiesto i cittadini: il cambiamento. Non è un caso che non ci sia neppure un media che faccia il tifo per questo governo. Di solito la maggior parte diventano filo-governativi o si schierano dalla parte del vincitore. In questo caso non è così e questo mi motiva come non mai nella risoluta volontà di portare a casa questo risultato. Il Reddito di cittadinanza, la pensione di cittadinanza, la legge Fornero che sarà solo un brutto ricordo, l’eliminazione delle pensioni d’oro, lo stop al business dell’immigrazione, una tassazione più bassa per le imprese. In sintesi dentro questo contratto ci sono i cittadini, in questo contratto ci sei tu e la qualità della tua vita.Tutto questo e molto altro ormai lo stiamo sfiorando con le dita. Infatti vedete tornare lo spread e tutti questi spauracchi che vogliono far credere agli italiani che il cambiamento è pericoloso. Sono gli stessi che dicevano che se avesse vinto il no al referendum sarebbe crollata l’economia. Ora ci dicono che rischiamo di fare la fine della Grecia, ma quella fine alla Grecia gliel’hanno fatta loro e le loro fallimentari politiche. Chi si tira indietro la dà vinta ai nemici del cambiamento.Questo week end invito tutti gli attivisti del MoVimento 5 Stelle a colorare l’Italia di giallo e riempire le piazze di gazebo e banchetti che informano i cittadini sui punti del contratto di governo che stiamo per stipulare. I materiali verranno forniti a tutti i gruppi locali non appena il contratto sarà ultimato. Informo anche tutti gli iscritti del MoVimento, ai sensi dell’articolo 4 comma b dello Statuto del MoVimento 5 Stelle, che nei prossimi giorni saranno chiamati a votare online su questo contratto di governo. La data e l’orario definitivi saranno comunicati non appena avremo il contratto ultimato, e credo che ormai sia questione di ore. E’ il momento del coraggio. Non un passo indietro!

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Pensiamo all’Italia e non allo spread

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 maggio 2018

Di Alessandro Di Battista. A quanto pare i “fantomatici” mercati sono tornati a farsi sentire. Eppure non aprivano bocca quando si massacravano i lavoratori, si tagliavano le pensioni, si regalavano denari pubblici alle banche private o si smantellava, lentamente ma inesorabilmente, lo stato sociale nei paesi di mezza Europa.Mi rivolgo ai parlamentari del Movimento 5 Stelle e della Lega. Siate patrioti! Siete rappresentanti del Popolo italiano e non emissari del capitalismo finanziario.Avete il dovere di ascoltare le grida di dolore dei cittadini e non le velate minacce dei congiurati dello spread terrorizzati dall’ipotesi di un governo che torni ad occuparsi dei diritti economici e sociali degli italiani (proprio quei diritti smantellati dalla sedicente sinistra).Ascoltate quel che si dice nei bar, nei mercati, negli uffici dei piccoli imprenditori, nelle Università o in fila dal medico di base, non quello che esce da qualche consiglio di amministrazione di una banca d’affari.E se proprio vi interessano i numeri ve ne ricordo uno io: 440! Sono gli euro che percepisce un pensionato minimo in Italia. La povertà è diventata endemica ed è talmente collettiva e che quasi non la si nota più, ma esiste eccome.Sapete quel che penso di Berlusconi ma una cosa la voglio dire: l’ultimo governo Berlusconi – un governo per me pessimo – è stato l’ultimo governo nato da un voto popolare. E più che gli scandali di B. è stata la congiura dello spread ad averlo abbattuto.Oggi “i potenti senza volto” hanno superato loro stessi. Cercano di buttare giù un governo non ancora nato il quale, proprio per questo, ha il dovere di nascere.E’ il momento del coraggio dunque, del rispetto della sovranità popolare, nessuna distrazione e avanti tutta!Domenica prossima parteciperò alla trasmissione “Non è l’arena” su La7. (fonte: blog delle stelle)

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Povertà minorile in Italia: Illuminiamo il futuro

Posted by fidest press agency su martedì, 15 maggio 2018

Un Paese vietato ai minori, dove quasi 1 milione e trecentomila bambini e ragazzi – il 12,5% del totale, più di 1 su 10 – vivono in povertà assoluta, oltre la metà non legge un libro, quasi 1 su 3 non usa internet e più del 40% non fa sport. Ma, soprattutto, un Paese dove i minori non riescono a emanciparsi dalle condizioni di disagio delle loro famiglie e non hanno opportunità educative e spazi per svolgere attività sportive, artistiche e culturali, sebbene siano moltissimi i luoghi abbandonati e inutilizzati che potrebbero invece essere restituiti ai bambini per favorire l’attivazione di percorsi di resilienza, grazie ai quali potrebbero di fatto raddoppiare la possibilità di migliorare le proprie competenze.Dal nuovo rapporto di Save the Children “Nuotare contro corrente. Povertà educativa e resilienza in Italia” – diffuso oggi in occasione del lancio della campagna Illuminiamo il Futuro per il contrasto alla povertà educativa – emerge che i quindicenni che vivono in famiglie disagiate hanno quasi 5 volte in più la probabilità di non superare il livello minimo di competenze sia in matematica che in lettura rispetto ai loro coetanei che vivono in famiglie più benestanti (24% contro 5%). Tuttavia, tra questi minori, spicca una quota di “resilienti”, ragazzi e ragazze che raggiungono ottimi livelli di apprendimento anche provenendo da famiglie in gravi condizioni di disagio. Come favorire la loro resilienza? Uno studio inedito contenuto nel nuovo rapporto di Save the Children dimostra che i fattori che aiutano i ragazzi ad emanciparsi dalle situazioni di disagio sociale ed economico sono l’aver frequentato un asilo nido (+39% di probabilità), una scuola ricca di attività extracurriculari (+127%), dotata di infrastrutture adeguate (+167%) o caratterizzata da relazioni positive tra insegnanti e studenti (+100%). Di contro, per i minori le probabilità di sviluppare percorsi di resilienza si riducono tra il 30% e il 70% se vivono in contesti segnati da alti tassi di criminalità minorile e dispersione scolastica e di quasi due volte se risiedono in aree dove la disoccupazione giovanile è più alta della media nazionale. Il contesto nel quale si cresce, la “comunità educante” che può attivarsi attorno ad un bambino e ad un ragazzo, può avere dunque un ruolo decisivo nella riduzione delle diseguaglianze di origine.
E’ dunque fondamentale investire su questi aspetti per fronteggiare la drammatica condizione di povertà educativa che colpisce i minori in Italia. Nel nostro Paese, infatti, – sono alcuni dati in evidenza nel rapporto di Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro – 1 minore di 15 anni su 5 non raggiunge le competenze minime in lettura e in matematica; quasi il 14% dei ragazzi abbandona gli studi prima del tempo; circa la metà degli alunni non usufruisce della mensa a scuola, il tempo pieno è assente da 7 classi delle scuole primarie e da 9 classi delle scuole secondarie su 10, mentre appena 1 bambino su 10 frequenta l’asilo nido o un servizio per la prima infanzia.
Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Molise occupano i primi cinque posti della triste classifica della povertà educativa in Italia, secondo il nuovo indice di povertà educativa (IPE)[2] elaborato dall’Organizzazione. Regioni in cui bambini e i ragazzi sono maggiormente privati delle opportunità necessarie per apprendere, sperimentare e coltivare le proprie capacità, nonché della possibilità di sviluppare percorsi di resilienza necessari per superare ostacoli e condizioni di svantaggio iniziali. A fare da contraltare, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte e Emilia Romagna che si segnalano invece come le aree che offrono maggiori opportunità educative per i minori.

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Tumori urologici in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 17 aprile 2018

Nel nostro Paese ogni anno a 38.000 italiani, con più di 70 anni, viene diagnosticato un tumore urologico. Il più frequente è quello alla prostata che tuttavia ha un minor impatto clinico di altri tumori perché in una percentuale non trascurabile dei casi risulta in forma latente asintomatica, soprattutto negli over 80. Il carcinoma del rene e, in maggior misura, quello della vescica invece hanno una notevole espressione clinica. Questi tumori inoltre negli ultimi anni hanno manifestato un aumento di incidenza, in particolare nelle persone d’età avanzata. Il numero di casi di tumore del rene è aumentato del 7% nell’ultimo quinquennio. E per quello della vescica per il 2020 sono previste oltre 30.300 nuove diagnosi l’anno contro le attuali 27.000. Da questi dati incontrovertibili nasce l’esigenza di intensificare la collaborazione tra urologi, oncologi e geriatri che insieme ad altri specialisti devono elaborare nuovi percorsi di assistenza e cura a misura del paziente anziano. La multidisciplinarità al servizio della terza età è uno dei temi al centro del XXVIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Urologia Oncologica (SIUrO) che si apre oggi a Milano. Fino a sabato la città lombarda ospiterà oltre 600 esperti provenienti da tutta la Penisola. “Le neoplasie uro-genitali rappresentano un quinto di tutte le diagnosi di cancro registrate nel nostro Paese – afferma il prof. Riccardo Valdagni, Presidente Nazionale della SIUrO -. Sono patologie tipiche degli over 70, che spesso e volentieri soffrono anche di ulteriori gravi problemi di salute come diabete, ipertensione o insufficienza renale. Per questi pazienti è ancora più importante e fondamentale che siano assistiti da un team multidisciplinare. Attraverso il ‘lavoro di squadra’ è possibile, infatti, favorire l’appropriatezza diagnostica e terapeutica, ridurre gli sprechi legati a cure ed esami superflui, garantire il tempestivo accesso a programmi di riabilitazione e supporto. La multidisciplinarità deve quindi essere considerata non più un’opzione ma una modalità di gestione necessaria. I vari specialisti devono imparare a cooperare insieme per acquisire gli uni parte degli strumenti degli altri. A questo tema, ormai imprescindibile, abbiamo dedicato il nostro appuntamento nazionale più importante”. “Negli anziani il rischio di ammalarsi di cancro è di 40 volte più alto rispetto agli under 40 – aggiunge il prof. Alberto Lapini, Presidente Eletto della SIUrO -. Secondo le ultime previsioni demografiche già nel 2025 un quarto della popolazione italiana avrà più 65 anni. Vanno quindi presi provvedimenti a livello politico e sanitario per evitare un vero e proprio boom di patologie oncologiche nei prossimi anni. Per quanto riguarda i tumori del tratto urinario esiste un problema oggettivo nell’individuarli ai primi stadi. Il cancro del rene o della vescica, per esempio, non si manifestano attraverso sintomi specifici, inoltre non abbiamo a disposizione programmi di screening efficaci. Esiste poi l’annosa e irrisolta questione dell’esame del PSA per il tumore della prostata. Il test non può essere utilizzato in maniera indiscriminata o diventare un esame di massa. Va limitato solo alle persone considerate a rischio, correttamente informate sul significato del PSA e sull’iter diagnostico che un PSA non ‘normale’ comporta. Altrimenti otterremmo come unico risultato un aumento di trattamenti eccessivi o inutili con conseguenze non indifferenti sulla qualità della vita dei pazienti”.
“Una possibile soluzione è favorire il più possibile gli stili di vita sani – sottolinea il prof. Giario Conti, Segretario Nazionale della SIUrO -. Comportamenti pericolosi come il tabagismo o i chili di troppo sono ancora eccessivamente diffusi tra gli over 65. In particolare il 57% degli anziani italiani risulta in eccesso di peso e questo determina un aumento del rischio soprattutto del tumore del rene. Dieta corretta e attività fisica vanno quindi promosse tra tutta la popolazione senza distinzione d’età”.

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Progetto per contrastare la povertà educativa in Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 aprile 2018

Prenderà il via nei prossimi mesi il progetto di contrasto alla povertà educativa “Lost in Education”, che verrà realizzato dall’UNICEF Italia come capofila, in collaborazione con Arciragazzi, 20 scuole (13 Istituti Comprensivi e 7 Scuole Superiori) di 7 regioni in Italia (Lazio, Lombardia, Sicilia, Puglia, Liguria, Sardegna, Friuli Venezia Giulia).
Il progetto Lost in Education è tra i 17 progetti multiregionali approvati da Con i Bambini – impresa sociale cui è affidata l’operatività del Fondo per il contrasto alla povertà educativa[2] – attraverso il Bando Adolescenza (11-17 anni) per un valore di € 1.900.000,00.
Destinatari del progetto sono i ragazzi e le ragazze delle scuole secondarie di primo grado e di secondo grado partner del Progetto: i ragazzi sono gli attori trasformativi del progetto e, con i docenti e accompagnati dagli operatori, diventano essi stessi “pontieri” tra scuola e altri attori della comunità educante. La scuola sarà anch’essa destinataria di servizi con un coinvolgimento diretto dei docenti e delle famiglie e, con loro, soggetti formali e non formali delle comunità.La povertà educativa lede il diritto dei bambini e dei ragazzi ad avere una educazione di qualità: la realizzazione delle piene potenzialità dei minorenni è un “bene comune” e ne sono tutti responsabili. Si tratta di lavorare perché la comunità diventi educante, partendo dalle risorse di un luogo, sia in termini di servizi disponibili che di capitale sociale e umano.
Il progetto “Lost in Education”, che durerà 38 mesi, ha l’obiettivo di migliorare il benessere dei ragazzi e delle ragazze e la loro capacità di percepirsi come attori trasformativi della propria comunità scolastica, territoriale e di vita; rafforzare la centralità della scuola come luogo educativo e aumentare il supporto della comunità intorno ad essa; curare, sviluppare, sostenere le dinamiche e le relazioni di comunità in cui gli attori sociali siano capaci di riconoscere le proprie competenze educative e di dare attivamente il proprio contributo per il benessere degli adolescenti. Attraverso il coinvolgimento dei ragazzi e delle ragazze, degli insegnanti e delle famiglie saranno realizzate attività di mappatura delle aree in cui avrà luogo il progetto, individuando punti di incontro, aggregazione e socializzazione degli adolescenti, facendo emergere il capitale educativo di una comunità. Saranno attivati 7 tavoli di partecipazione attiva (1 per regione) per confrontare buone prassi e strategie comuni per affrontare situazioni di fragilità educativa; si procederà ad attivare laboratori misti di studenti, docenti, famiglie e attori della comunità con la finalità di costruire ambienti sicuri in cui i ragazzi possano sviluppare le proprie capacità e avviare percorsi territoriali di co-progettazione verso una comunità che si attesta come educante.Valutazione di impatto del progetto: Università degli Studi di Sassari – Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali (Laboratorio FOIST per le Politiche Sociali e i Processi Formativi).
Il progetto è stato selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il Fondo nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD. http://www.conibambini.org.

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In Francia scuola dell’obbligo a 3 anni, in Italia la proposta Anief a 5 anni non riesce a passare

Posted by fidest press agency su sabato, 31 marzo 2018

La notizia, apparsa in tutti i quotidiani franchi e internazionali, annunciata dal presidente Emmanuel Macron, è che i bambini dovranno entrare in classe all’età di tre anni e non di sei: si tratterebbe di una ufficializzazione della pratica, poiché quasi tutti i bimbi risultano iscritti alla scuola già a quell’età. Più che altro, sembrerebbe un modo per dare risalto al ruolo della scuola materna: i bambini tra i 3 e i 6 anni incrementerebbero infatti delle capacità comunicative non indifferenti, “basate sul gioco, sull’attività fisica, su musica, arte e sull’aiuto a sviluppare sani livelli di autoconsapevolezza e buone abilità sociali”. Anche Anief da anni auspica una riforma del sistema 0-6 anni: secondo il programma più volte avanzato dal sindacato, sarebbe necessario anticipare almeno di un anno l’inizio della scuola dell’obbligo, introducendo un’annualità ‘ponte’ durante la quale far operare, in compresenza, maestre della scuola dell’infanzia e primaria.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): In Italia l’obiettivo permane al 33% nel sistema misto pubblico e privato, con le classi primavera a regime ma che coprono un bimbo su tre. Il sindacato aveva chiesto in audizione e in Parlamento almeno l’anticipo di un anno per non cancellare un’annualità delle superiori, ma non c’è stato niente da fare. Non possiamo fare a meno di chiederci il perché del fatto di non dar seguito alla nostra proposta, supportata anche dal un punto di vista pedagogico, di anticipare di un anno l’inizio della scuola dell’obbligo: questa soluzione, tra l’altro, sopperirebbe al problema dell’assorbimento dei maestri della scuola dell’infanzia non inglobati nel potenziamento degli organici che ha invece toccato tutti gli altri ordini. È provato che a cinque anni i bambini hanno bisogno di una formazione di tipo essenzialmente ludico e, nello stesso tempo, di avvicinamento all’alfabetizzazione e al far di conto. In Francia l’hanno compreso e attuato, da noi non se ne parla nemmeno. E si continuano a rifilare brutti scherzi al personale, oltre che agli alunni: è notizia di queste ore che i maestri “potenziatori” sono stati ridotti a 800 totali, meno della metà di quanto prestabilito. Così nelle scuole dell’infanzia, che in Italia sono oltre quota 10mila, ma solo 2.700 risultano pubbliche, ne arriverà appena uno ogni tre istituti.

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Religioni degli immigrati in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 marzo 2018

Secondo le più recenti stime di Fondazione ISMU, gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2017 che professano la religione cristiana ortodossa si confermano come l’anno precedente i più numerosi (oltre 1,6 milioni, +0,7%), seguiti dai musulmani (poco più di 1,4 milioni, -0,2%) e dai cattolici (poco più di un milione, -0,1%)[1]. Passando alle religioni di minor importanza quantitativa, i buddisti stranieri sono stimati in 188mila (+3,5% rispetto al 1° gennaio 2016), i cristiani evangelisti in 124mila (+2,3%), gli induisti in 73mila (+0,8%), i sikh in 72mila (+0,9%), i cristiani copti in 19mila (+2,1%). Considerando anche cristiani di altre confessioni non comprese tra le principali (111mila in totale al 1° gennaio 2017, +3,8% rispetto ad inizio 2016), i cristiani (compresi i cattolici) stranieri residenti in Italia risultano in tutto 2,9 milioni, in aumento dello 0,6% nell’ultimo anno. Anche se non includono gli stranieri non iscritti in anagrafe le elaborazioni di ISMU mettono in mostra che il panorama delle religioni professate dagli stranieri è variegato e sfata in particolare il pregiudizio secondo cui la maggior parte degli immigrati professa l’Islam. Per quanto riguarda le provenienze si stima che la maggior parte dei musulmani stranieri residenti in Italia provenga dal Marocco (408mila), seguito dall’Albania (206mila), dal Bangladesh (103mila), dal Pakistan (100mila), dall’Egitto (96mila), dalla Tunisia (93mila) e dal Senegal (87mila).Circa un terzo dei cristiani ortodossi vive in Lombardia o nel Lazio. La regione in cui la presenza di stranieri di fede cristiana ortodossa è maggiore è la Lombardia, con 268mila presenze, seguita dal Lazio con 263mila e poi più a distanza da Veneto (174mila), Piemonte (161mila), Emilia Romagna (158mila) e Toscana (117mila).I musulmani si concentrano soprattutto in Lombardia. La regione in cui vivono più stranieri residenti di fede musulmana, minorenni inclusi, è la Lombardia: sono 360mila, pari ad oltre un quarto del totale degli islamici presenti in Italia. Al secondo posto troviamo l’Emilia Romagna con 178mila musulmani, al terzo il Veneto dove i musulmani sono 134mila, al quarto il Lazio con 120mila presenze appena davanti al Piemonte (117mila).
Gli immigrati cattolici sono presenti soprattutto in Lombardia e secondariamente nel Lazio. La regione italiana in cui vivono più immigrati cattolici è la Lombardia, con 273mila presenze, seguita dal Lazio (153mila), dall’Emilia Romagna (94mila), dalla Toscana (84mila), dal Veneto e dal Piemonte (76mila in entrambe le regioni).

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Il fondo sovrano dell’Oman investe in Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 marzo 2018

Sono partiti i lavori del gruppo Sigit (www.sigit.it) per creare a Torino un polo di innovazione legato al mondo dell’industria plastica; un progetto ambizioso che porterà a Torino eccellenza industriale, lavoro e sviluppo. ll Gruppo Sigit è nato a Torino nel 1966 ed in oltre 50 anni di storia si è affermato come leader europeo nell’industria di componenti plastici ed in gomma per l’Automotive e per il settore dell’elettrodomestico. Oggi Sigit è operativa in tutta Europa e vanta sedi in Italia, Polonia, Spagna, Serbia, Marocco, Romania e Russia. Dal 2015 lo shareholder principale del gruppo è Oman Investment Fund, fondo sovrano dell’Oman, che per primo ha creduto nelle potenzialità di Torino e ha scelto la città simbolo dell’automotive come sede della direzione tecnologica del gruppo.
Il progetto Sigit parte dalla riqualificazione di un edificio industriale in zona Mirafiori (Corso Orbassanno 402/15) che verrà trasformato in uno smart building di ultima generazione. L’incarico del coordinamento dello sviluppo delle fasi di progettazione sarà affidato ad architetti Under 40 tramite un concorso (www.concorsiarchibo.eu/innovationsquarecenter). L’Innovation Square Center, così il nome del progetto, sorgerà negli spazi dell’ex tipografia Mario Gros, progettata negli anni ‘50 dall’architetto Gualtiero Casalegno, e sarà fortemente ispirato dalle logiche di smartworking e dell’impresa 4.0. Il nuovo centro sarà uno spazio aperto alla collaborazione tra le persone, un luogo di confronto per aziende e industrie grazie anche alle opportunità offerte dal digitale, un hub per i giovani che vogliono sviluppare l’innovazione a Torino e un laboratorio per tutti dove sperimentare il futuro per la crescita economica e sociale del Paese.
L’intervento sull’edificio prevedrà le migliori logiche e tecnologie legate all’efficienza energetica e agli smart biuldings. Le attività di riqualificazione saranno realizzate da Ferplant, azienda torinese specializzata nella progettazione e realizzazione di interventi di riqualificazione energetica degli edifici e degli impianti, che si avvarrà anche di fonti energetiche rinnovabili e di soluzioni tecniche/materiali particolarmente performanti e innovativi. Le più recenti e innovative tecnologie saranno selezionate da Ferplant anche attraverso una campagna di ricerca di aziende innovative e start up impegnate nello sviluppo di applicazioni tecnologiche per smart building.

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Chi vuole governare l’Italia?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 marzo 2018

Abbiamo l’impressione che i due principali attori di questa commedia, Salvini (centro-destra) e Di Maio (M5S), non abbiano l’intenzione di assumere il comando della nave. Eppure, dichiarano il contrario. Facciamo un semplice ragionamento: per governare occorre avere la maggioranza alla Camera dei Deputati e al Senato. I due contendenti non hanno i numeri sufficienti, ma si sbracciano per rivendicare la carica di Presidente del Consiglio. Salvini dichiara di aver avuto, come coalizione, il 37% dei voti, quindi i maggiori consensi, Di Maio dichiara di essere il primo partito con il 32,6% dei voti. Nessuno ha la maggioranza parlamentare. Occorre che qualcuno lo ricordi. E’ probabile, ma questo comporta che i due concorrenti facciano un passo indietro. Faranno i dioscuri di un premier proposto dal presidente Mattarella o appoggeranno un governo tecnico? In entrambi i casi dovranno dare la fiducia al nuovo governo, il che significa che dovranno modificare il programma con il quale si sono presentati agli elettori. Della serie: vi avevamo promesso tanto ma abbiamo le mani legate. Tutto proseguirà come prima, salvo piccoli aggiustamenti, con molto fumo e poco arrosto.D’altronde, con un debito di 2300 miliardi è difficile, se non impossibile, realizzare le promesse elettorali. E’ come entrare in una casa con il tetto pericolante che può cadere sulla testa degli avventori. Meglio evitare. Nel frattempo un po’ di teatro non guasta.Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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In Italia sei povero anche se lavori

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 marzo 2018

di Laura Agea, EFDD – MoVimento 5 Stelle Europa. È l’ennesima stortura di un mondo del lavoro precarizzato ai limiti della sopportazione. E forse anche oltre. Se lavori otto ore al giorno rischi comunque di essere povero: secondo i dati Eurostat, in questa disumana classifica l’Italia si posiziona al primo posto con più di tre milioni di lavoratori a rischio, seguita da Spagna con 2,9 milioni e Romania con 1,6 milioni. In generale, poi, il Paese dell’Unione europea con maggiore rischio di povertà lavorativa è la Romania (18,9%), seguita da Grecia (14,1%), Spagna (13,1%), Lussemburgo (12,0%). L’Italia (11,7%) si posiziona al quinto posto in questa seconda terrificante classifica.La povertà è un problema europeo causato da anni di politiche e scelte sbagliate, sia comunitaria sia nazionali. Pensiamo all’immobilismo di Bruxelles sulle delocalizzazioni che bruciano posti di lavoro, sui paradisi fiscali interni all’UE, sul surplus tedesco che impoverisce e prosciuga il Sud, e sull’altro lato della medaglia le scelte di governi marionetta che hanno scelto di distruggere il welfare dei loro Paesi. Non andiamo troppo indietro nel tempo, pensiamo al Jobs Act che sta creando un’intera generazione di precari.L’ultima speranza per mettere un freno all’emergenza della povertà è la volontà da parte di tutti i Paesi di adottare un reddito minimo che restituisca vita e dignità ai quasi 120 milioni di cittadini europei che non riescono più ad arrivare alla fine del mese. L’Europa non deve più restare indifferente di fronte alle richieste di aiuto che le famiglie e le imprese ci rivolgono. La Commissione Europea affronti senza indugio la questione del reddito minimo presentando quanto prima la proposta di una direttiva vincolante.Oggi, secondo l’Osservatorio sociale europeo diverse forme di sostegno al reddito esistono già in 26 Stati membri e non serve aggiungere che il mio Paese non prevede nessun tipo di sostegno. Noi vogliamo che l’Europa intervenga immediatamente con un quadro comune di norme che permetta l’armonizzazione dei diversi regimi vigenti con criteri di accesso comuni e validi per tutti: come ad esempio basare il calcolo del reddito da erogare sulla soglia di povertà che Eurostat fissa al 60% del reddito medio nazionale.
Non esistono cittadini di serie B! Tutti devono poter beneficiare allo stesso modo dei regimi di reddito minimo. Le parole non bastano più! Bisogna mettere a disposizione le linee di bilancio del fondo sociale europeo e del programma europeo per l’occupazione e l’innovazione sociale per aiutare gli Stati membri a implementare regimi di Reddito minimo. Si tratta di un approccio strategico e di visione che consenta una vera integrazione sociale. Non solo di soldi! I cittadini non chiedono elemosina ma politiche di dignità. Se si trovano i soldi per salvare le banche, tanto più pretendo che si trovino risorse per i figli di questa Europa che è vittima troppo spesso di interessi scellerati. (fonte: il blog delle stelle)

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I 10 migliori Campeggi per Camper del 2018 in Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2018

Il network KoobCamp, in collaborazione con CamperOnline, ha selezionato i migliori campeggi e villaggi italiani per chi viaggia in Camper, nell’ambito dei Certificati di Eccellenza 2018.
Assegnati i Certificati di Eccellenza KoobCamp 2018 ai 10 migliori Campeggi per Camper del 2018: il Family Wellness Camping al Sole di Ledro (TN), in Trentino-Alto Adige, è stato scelto dai camperisti come la migliore struttura italiana per le vacanze in camper.Introdotto con la terza edizione dei Certificati di Eccellenza del network turistico KoobCamp (https://www.koobcamp.com/), grazie alla collaborazione con il sito specializzato CamperOnLine (https://www.camperonline.it/), il premio dedicato ai migliori Campeggi per Camper del 2018 è stato assegnato attraverso l’analisi delle recensioni lasciate dai camperisti.
Per il Certificato di Eccellenza Camper 2018, categoria che premia i campeggi per la qualità dell’accoglienza dei camperisti, KoobCamp ha deciso di affidarsi giudizio della community di CamperOnLine: “Le migliori recensioni sono delle strutture che accolgono ‘bene’ le famiglie che viaggiano in camper offrendo manovre agevoli di accesso e la possibilità di carico e scarico – spiegano gli esperti del portale sulle vacanze in camper -. Se l’accoglienza degli animali domestici è un valore aggiunto, molto importante è la posizione del campeggio: escursioni, passeggiate, sport e luoghi da vedere sono fondamentali per una tipologia di turista che ama esplorare il territorio”. La vittoria finale del Family Wellness Camping al Sole di Ledro (TN), in Trentino-Alto Adige, ben rappresenta una Top 10 di eccellenze italiane nell’accoglienza dei camperisti. Di seguito la classifica dei 10 migliori Campeggi per Camper del 2018 (in ordine casuale, vincitore a parte):
· Family Wellness Camping al Sole di Ledro (TN), Trentino-Alto Adige – VINCITORE
· Centro Vacanze Pra’ delle Torri di Caorle (VE), Veneto
· Camping Caravan Park Sexten di Sesto (BZ), Trentino-Alto Adige
· Camping Sabbiadoro a Lignano Sabbiadoro (UD), Friuli-Venezia Giulia
· Camping Vidor – Family & Wellness Resort di Pozza di Fassa (TN), Trentino-Alto Adige
· Camping Miravalle di Campitello di Fassa (TN), in Trentino-Alto Adige
· Camping Euro 92 a Vieste (FG), Puglia
· Camping Sole a Varazze (SV), Liguria
· Camping Village Mareblu a Cecina (LI), Toscana
· Camping Bellamare a Porto Recanati (MC), Marche
L’annuncio dei 10 migliori Campeggi per Camper del 2018 arriva dopo quello per le “Unusual Accommodations” e precede i certificati Art City, Wellness, Pet Friendly, Glamping, Sport, Family, Aquapark, Restaurant, Wi-Fi e Accessible. I Certificati di Eccellenza KoobCamp, visibili sul Campeggi.com ( https://www.campeggi.com/ ) e sugli altri siti del network, rappresentano un premio agli sforzi fatti dalle strutture per andare incontro alle esigenze dei turisti e uno strumento al servizio dei turisti stessi, per una migliore organizzazione delle proprie vacanze.

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L’Italia degli sprechi

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 marzo 2018

Rimproveriamo spesso gli amministratori pubblici di sperperare il denaro della collettività per opere o per iniziative inutili o poco redditizie, ma non ci chiediamo cosa fanno i cittadini che in quel paese vivono e se essi si comportano nel privato alla stessa maniera della scelta fatta per guidarli nella gestione del Paese. La verità è che oggi, amministratori e amministrati, stiamo vivendo una stagione surreale nella quale cerchiamo di riverberare le nostre frustrazioni attraverso logiche consumistiche che un tempo ci facevano sognare e che ora sentiamo più concretizzabili. Non ci siamo resi conto, al tempo stesso, dei guasti che provochiamo nel voler “istituzionalizzare” un benessere acquistato con la falsa moneta dei facili arricchimenti, delle logiche clientelari, delle azioni indegne praticate pur di raggiungere e consolidare uno status symbol. Abbiamo finito con il creare dei mostri che con il loro cinismo hanno avvelenato le nostre coscienze, ci hanno resi aridi e amorali e fatto perdere il senso della misura nel rapporto con i valori costituenti la base del nostro vivere comune. La politica praticata con questi stessi principi aberranti ha perso il suo carisma iniziale e come un legno storto, riprendendo la celebre metafora kantiana, resta nella sua condizione poiché non siamo in grado di raddrizzarlo per l’assenza di una lucida e determinata volontà di cambiamento. Questa nostra incapacità talvolta la surroghiamo con l’alterazione del significato che c’è dato dalla politica. La consideriamo una sorta di contenitore nel quale possiamo riversarvi i nostri interessi personali e non per quella che è, ossia un’esperienza sociale, per consentirle di esplicitare tutte le proprie potenzialità. Su questo punto manca l’elemento più importante: la figura di un “reggitore” ovvero di chi è dotato di una particolare forma di intelligenza per capire le esigenze del sociale e avere la volontà di realizzarle nella loro oggettività. E’ un identikit non facile da tracciare essendo un compito così fuori dal comune in una società come la nostra portata a seguire la strada più agevole e comoda del nostro bene privato in luogo di quella del bene di tutti. E al bene privato può facilmente associarsi la “tentazione del potere” che per affermarsi e consolidarsi non ha scrupoli. Lo fu nel mondo antico con la divinizzazione del sovrano, lo è oggi nel postulato machiavellico e hobbesiano che non esista potere che non sia assoluto. Su questo presupposto è stata prima costruita la teoria della sovranità popolare e poi quella della divisione dei poteri per limitarne l’assolutezza. Ma questa non demorde. Oggi è in atto il tentativo di condizionare dall’interno l’autonomia dei diversi poteri: giudiziario, legislativo e dell’esecutivo per renderli, ove possibile, più deboli, inefficaci, ininfluenti. Se il male è questo quale potrebbe essere il suo antidoto? Continua a esserlo l’essere umano con la sua intelligenza, coerenza e valori morali. Solo in questo modo si può pensare in maniera diversa al potere non per abolirlo ma per risemantizzarlo. (Riccardo Alfonso)

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La storia d’Italia in controluce

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 marzo 2018

L’agiografia e le polemiche iconoclastiche nella versione laica degli eventi storici degli ultimi due secoli (il XIX e il XX) e, nello specifico, da quelli che si riferiscono alla lunga marcia che dalle guerre d’indipendenza si giunse all’unità d’Italia, sanno del fantastico per non dire fantasioso. Dai testi scolastici editi sul finire del XIX secolo ci fu un’esaltazione della portata e del ruolo assunto da alcuni personaggi, come quello di Garibaldi e di Cavour, che hanno tutto il sapore di una leggenda più che di una realtà sia pure rimaneggiata da un cronista del tempo e dallo storico negli anni successivi.
L’eroe dei due mondi fu esaltato come condottiero invincibile ma anche pronto a mettersi da parte se ciò significava continuare a servire degnamente la Patria con il suo “obbedisco”.
Cavour, a sua volta, con i suoi intrighi di palazzo, con la sua “astuzia”, con la sua fermezza e la sua assoluta dedizione al bene della patria Italia ritrovata assumeva il ruolo ideale dello statista, di un grande statista. Ma cosa si dissero, ad esempio fuori dai libri di testo, ma non tanto in privato, Cavour e Garibaldi parlando dell’unità d’Italia appena realizzata? Posso solo asserire che i loro discorsi, conosciuti dagli storici ma poco o nulla ceduti alla “curiosità” popolare hanno un sapore poco legato al concetto ideale che ci siamo fatti di una patria comune e di un’identità nazionale. D’altra parte i politici di quel tempo avevano un solo riferimento nel mondo industriale ed era quello dei francesi, degli inglesi e dei tedeschi. Costoro avevano tutto l’interesse a espandere i loro commerci in un paese come l’Italia unito politicamente piuttosto che vederlo diviso in tante piccole aree. Avrebbero potuto, in tal modo, sviluppare meglio le loro entrature mercantili e commerciali e a costi di rappresentanza minori. Pur non volendo fare della dietrologia formulando ipotesi di cui si hanno pochi riscontri obiettivi, sebbene significativi, sappiamo che la Francia di Napoleone terzo e i successori mostrarono un grande interesse per l’Italia meridionale considerandola un importante mercato di sbocco per i loro traffici mercantili. Da qui si deve presumere un’alleanza strategica con la neonata industria italiana del Nord nel favorire i commerci in tale area privandola, al tempo stesso, degli strumenti atti a favorirne la crescita industriale e mercantile. Non si voleva una concorrenza interna e in un certo senso autarchica ma sufficiente per soddisfare le attese di quelle popolazioni con redditi medio bassi. Questo genere di dipendenza la ritroviamo lungo tutto il tratto del ventesimo secolo e, sia pure stemperata, a tutt’oggi. Ora la preoccupazione maggiore sta proprio nel federalismo fiscale che potrebbe essere una buona cosa se non ci trovassimo al cospetto di una situazione debitoria a livelli di criticità dei comuni, delle province e delle regioni meridionali. Un esempio tipico l’abbiamo avuta con l’amministrazione comunale di Catania tanto che il governo è stato costretto a stanziare una cospicua somma per evitare il peggio, sebbene si tratti di una soluzione tampone. A questo punto il rischio più grande per l’Italia sarà di perdere i due gioielli più pregiati per una democrazia compiuta e sarebbero la libertà e la giustizia sociale. Non si è, infatti, liberi se manca il lavoro o è precarietà, se il welfare è umiliato, se non si riforma la giustizia, la scuola, il sistema sanitario. Tutto questo è drammatico e lo è ancor più se si pensa che l’opinione pubblica sia stata con una grande operazione mediatica opportunamente sedata e, quindi, incapace di riconoscere i rischi che corrono e che la stessa democrazia su cui si articolano e si esaltano i valori sta portandoci verso una drammatica involuzione del sistema paese. (Riccardo Alfonso)

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L’occupazione in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 marzo 2018

In questi giorni si sta ampliando il dibattito sull’occupazione in Italia e molti si stupiscono sull’entità del fenomeno e altri attribuiscono all’attuale crisi economica la perdita dei posti di lavoro. In effetti, la situazione ha avuto, se non vogliamo andare troppo a ritroso nel tempo, un precedente che forse alcuni dimenticano. Il primo effetto negativo sull’occupazione l’abbiamo avuta negli anni successivi la fine della seconda guerra mondiale. Allora vi era una ragione dettata dalle conseguenze dei danni bellici e dalla distruzione di molti stabilimenti industriali. Poi vi fu il “boom” della ricostruzione, del risveglio imprenditoriale congiunto all’aiuto del piano Marshall. Ciò non di meno fu chiaro che il Paese si trovava nell’impossibilità di coprire, per intero, la forza lavoro disponibile tanto che si ricorse ad alcuni stratagemmi. Per prima cosa si continuò a emigrare o a spostarsi dal Sud al Nord del paese. Per chi restò furono ideati degli ammortizzatori sociali dalla leva militare obbligatoria e dell’allungamento dei corsi universitari (fuori corso) che avevano lo scopo preciso di ritardare la domanda di lavoro delle nuove generazioni. Nello stesso tempo si “dilatarono”, artificiosamente, i posti di lavoro nella pubblica amministrazione e persino nelle grandi aziende private come la Fiat. Pensammo in questo modo di esorcizzare la situazione e di perpetuarla nel tempo incoraggiati, come fummo, dalla situazione politica internazionale che aveva generato la guerra fredda tra i due blocchi e l’Italia era sotto attenta osservazione per l’essere il paese occidentale con il più consistente partito comunista e l’Urss non nascondeva di foraggiarlo. Dopo la caduta del Muro di Berlino e il tracollo dell’Urss le cose cambiarono anche per l’Italia sebbene i politici nostrani sembrassero non accorgersene. E la situazione si aggravò per il semplice motivo che la crisi del sistema impose la drastica riduzione dei surplus occupazionale mentre gli ammortizzatori sociali mostrarono i loro limiti vuoi per la fine della ferma obbligatoria vuoi per l’aumento dei giovani in cerca di un lavoro resi meno pazienti d’attendere le lungaggini dei corsi universitari. Solo ora ci rendiamo conto che di là della crisi economica esiste un gap occupazionale che non è mai venuto meno sebbene si sia aggravato in certi periodi in luogo di altri. E oggi siamo nella fase più acuta. Questo significa che se ritorniamo al regime di sviluppo normale dobbiamo, comunque, convivere con non meno di due milioni di disoccupati, se non di più. E’ una forza lavoro eccedentaria che va ad aggiungersi a quella sempre più consistente degli immigrati che oggi sono tollerati, dal punto di vista lavorativo, solo perché costituiscono il nerbo del lavoro in nero con bassi salari e costi sociali minimi. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia dei patrizi e dei plebei

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 marzo 2018

Cosa ci insegna la storia antica? Nella Roma precristiana la popolazione era costituita da due categorie: la nobiltà e la plebe. La prima si sentiva benedetta dal censo e, quindi, legittimata ad avere l’accesso al potere e a controllare la plebe che era usata come strumento politico per interessi indirizzati altrove. Ci volle la secessione sul Monte Sacro nel 496 a.C. per far riconoscere alla plebe i suoi diritti e a far eleggere i propri rappresentanti. Allora vi era un uomo di grandi meriti, un certo Menenio Agrippa che con il suo celebre discorso ricordò ai suoi contemporanei, e ci ricorda, come il corpo umano funziona solo se tutte le sue parti sono correttamente integrate. Ma con il passare del tempo e l’avvento della comunicazione e il suo controllo da parte dei “patrizi” s’insinuò nella plebe, delle grandi città e delle campagne, la convinzione di essere tutelati e che i sacrifici siano necessari per acquistare benemerenze nell’alto dei cieli. Fino a che punto, mi chiedo, l’ingenuità degli uni e le furbizie degli altri si spingono sino a ridurre la plebe in una povertà sempre più estesa e un taglieggiamento sempre più benedetto dalle credenze feticistiche laiche e religiose del bene supremo, della sofferenza e del martirio come riscatto per conquistare la purezza dello spirito? Intanto non ci dicono perché quella minima parte dell’umanità rinuncia a soffrire per darsi ai bagordi, a lucrare sulla povertà, ad accaparrarsi i beni esistenti e a privarli alla plebe dei giorni nostri. E la povertà non vive nei deserti, nelle terre lontane e selvagge. E’ tra noi, nelle grandi e nelle piccole città, nei borghi e nei casolari delle nazioni dove la civiltà è tecnologica, scientifica, evoluta. Eppure prevale la plebe, alias proletari, alias piccoli borghesi, alias illusi per avere un soldo in più e per sentirsi in qualche modo un piccolo “patrizio” e, quindi, un “diverso”.
Qualcuno ha scritto in questi giorni che è inutile cercare delle pezze per ricucire un vestito ridotto a brandelli, perché il sistema è marcio e se non lo rivoltiamo come un calzino dando nuove regole, imponendo maggiore rispetto a chi soffre e a chi è reso in schiavitù e asservito a interessi che non lo riguardano, non andremo lontano, anzi ci fermeremo del tutto. Lo capiranno i “plebei” italiani che sono, per la cronaca il 75% della popolazione? (Riccardo Alfonso)

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