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Quotidiano di informazione – Anno 28 n° 265

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Italia: Verso una nuova recessione?

Posted by fidest press agency su domenica, 24 luglio 2016

paesaggio industrialeCi risiamo: stiamo lentamente ma inesorabilmente scivolando verso una nuova recessione. I bruttissimi dati di maggio relativi all’industria, fatturato e soprattutto ordinativi, fanno intravedere una seconda parte dell’anno pesante, dopo che nel secondo trimestre la produzione industriale ha chiuso in rosso. Siamo partiti prevedendo di crescere dell’1,6% – che già sarebbe stato troppo poco – e ora le ultime stime che ci avevano già portato sotto l’1% (l’ultima quella di Bankitalia) dovranno essere inevitabilmente riviste al ribasso. Considerato che si è calcolato che la politica monetaria espansiva della Bce produce circa mezzo punto all’anno di pil, ecco che se a fine 2016 avremo il segno più davanti all’indicatore di crescita, sappiamo fin d’ora che quella miseria di incremento del pil sarà da ascrivere tutto a Mario Draghi. Altro che l’Italia che ha svoltato! E non ci si venga a raccontare dell’effetto Brexit, di Nizza o della Turchia, perché ammesso e non concesso che questi avvenimenti producano effetti significativi sull’economia, sono ancora tutti da vedere. E non si attacchi il solito refrain su “anche l’Europa rallenta”, perché la Bce ha appena confermato la stima di una crescita del pil dell’eurozona dell’1,6%, a questo punto oltre il doppio del dato italiano. La verità è che già dal deludente 2015 l’Italia, per ragioni tutte sue, non ha agganciato la ripresa, se non in modo disomogeneo e parziale, e viaggia – al netto delle politiche e dei fattori extra nazionali, al confine tra la stagnazione e il ritorno alla recessione. Tutto questo mentre da mesi l’economia è uscita dall’agenda del governo e dall’attenzione dei media – se non per le questioni bancarie, osservate più dal buco della serratura che soppesate per le valenze sistematiche di cui portatrici – a favore di tematiche, referendum costituzionale e legge elettorale, che sono certo decisive – noi proponiamo da anni la convocazione di un’Assemblea Costituente, figuriamoci se ci sfugge l’importanza di dare una risistemata al nostro vetusto sistema istituzionale – ma che non possono in alcun modo rendere subordinata la politica economica, anche perché non ve n’è nessuna ragione logica e pratica.
Le difficoltà (autoctone) dell’economia, sottaciute, hanno tra l’altro risvolti più diretti di quanto non si pensi (o di quanto non pensi Renzi) proprio sulla cifra delle due riforme di governance cui il governo annette importanza vitale. Essa consiste nel credere possibile governare il Paese costruendo una maggioranza parlamentare in provetta, attraverso gli additivi del premio di maggioranza e del doppio turno da un lato e della riduzione ad una sola camera del vaglio del voto di fiducia, pur non corrispondendo, quella maggioranza artificiale, ad una sostanziale nella società? In altri termini, è pensabile che avendo il consenso di circa un quinto degli italiani si riesca a imporre, senza subire crisi di rigetto, le proprie scelte (o non scelte) agli altri quattro quinti? Forse, ma è un forse sottolineato con la matita rossa, si può in un paese normale – cioè stabile e ben organizzato – che vive una condizione storica normale, cioè una congiuntura, prima di tutto economica ma non solo, fatta di certezze e consolidata nel tempo. È inutile dire che l’Italia è dalla fine degli anni Ottanta che non ha il piacere di potersi definire così, e tantomeno in questi anni di trapasso al buio dalla Seconda Repubblica a qualcosa che non ben definito. L’Italicum, legge elettorale senza precedenti nel mondo occidentale e che è parente stretta di quel Porcellum che la Corte Costituzionale ha bocciato senza remissioni, pretende, grazie al premio di maggioranza del 15% nell’unica Camera che vota la fiducia al governo, di creare la governabilità. Attenzione, non ci stiamo stracciando le vesti in nome della democrazia calpestata e del pericolo autoritario (tema non infondato ma paradossalmente meno importante), stiamo dicendo che senza consenso diffuso e pazientemente costruito, la società rifiuta le scelte di governo che non sente proprie. Una volta erano i corpi intermedi a fare da cuscinetto, spesso imponendo rituali di confronto paralizzanti che di fatto si trasformavano in diritti di veto. Oggi è l’antipolitica che raccoglie lo scontento e in un batter d’occhio trasforma in casta anche chi si è imposto e affermato come rottamatore. Non capirlo, credere che un governo di minoranza sostenuto da deputati nominati e con il contorno di senatori non eletti in dopolavoristica missione cui sono affidate materie delicate e decisive come le normative europee possa reggere alla prova del fuoco dei fatti, significa – specie in un contesto economico che richiede invece scelte ben più radicali che la distribuzione a pioggia di soldi che si spera (invano) si trasformino in consumi e investimenti – portare il Paese allo sfascio.
Un uomo di grande esperienza come Giorgio Napolitano non poteva non aver capito che Renzi si è infilato in un cul de sac, e pur avendolo appoggiato anche oltre ogni ragionevolezza, alla fine è uscito allo scoperto suggerendogli apertamente di cambiar strada. Cioè quello che, privatamente e con parole più sorvegliate, gli ha fatto capire il successore di Napolitano al Colle. Solo che nel farlo, il presidente emerito – probabilmente sentendo l’esigenza di salvare la dignità del suo vecchio endorsement per l’Italicum e la riforma costituzionale – ha indicato la strada dell’eliminazione del ballottaggio per sottrarre ai Cinque Stelle il loro vero punto di forza. Così come ieri la sinistra interna del Pd e i centristi chiedevano il passaggio dal premio alla lista a quello alla coalizione, oggi Bersani, con il suo Bersanellum, propone una versione aggiornata e corretta del sistema a collegi uninominali previsto dal Mattarellum, in cui il premio di maggioranza arriverebbe a un massimo di 90 deputati, si tratta pur sempre di aggiustamenti che non superano (pur limitandone la portata e quindi il danno) il nodo di fondo di quel maledetto premio di governabilità, scorciatoia che consente di vincere ma non di governare. E finchè l’illusione della maggioranza artificiale non sarà sgombrata dal campo, vedrete che saranno i populisti di ogni risma a fare bottino pieno. (Enrico Cisnetto direttore di http://www.terzarepubblica.it)

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Italia ancora in deflazione

Posted by fidest press agency su domenica, 24 luglio 2016

istatDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia: “Gli ultimi dati Istat ci hanno purtroppo confermato che l’Italia è in deflazione. Il tasso di inflazione relativo all’anno 2016 acquisito a giugno è -0,2, il che vuol dire non solo che i consumi sono a picco, ma anche, e soprattutto, che i conti pubblici sono tutti, completamente, da rifare.Nel Documento di economia e finanza (Def) di aprile, infatti, il governo Renzi-Padoan aveva stimato, ottimisticamente, per il 2016 un’inflazione pari a +1%. Cosa che, come è ormai palese, non si verificherà. Anzi, addirittura si rischia una inflazione negativa. Una iattura per la nostra economia.Vuol dire che mancano alle casse dello Stato almeno 16 miliardi di euro, che si aggiungono a tutta la polvere sotto il tappeto già messa dal governo nel passato per altri 30-40 miliardi, clausole di salvaguardia in primis.La situazione economica del nostro paese è, pertanto, tragica: crescita del Pil reale sotto l’1% per quest’anno e per l’anno prossimo, consumi in caduta, Pil nominale (che è dato dalla somma del Pil reale più l’inflazione) più basso del Pil reale, quindi caduta del gettito fiscale.E la situazione può solo peggiorare, se si aggiungono gli effetti della Brexit e della grave crisi in cui versa il sistema bancario italiano, che si manifesterà ancora di più dopo la pubblicazione dei risultati degli stress test della Banca centrale europea del prossimo 29 luglio. Con questi chiari di luna Renzi arriva al referendum di ottobre/novembre con l’economia al collasso. E gli italiani voteranno ‘no’ per mandarlo a casa. Renzi fa male alle istituzioni, alla democrazia, alle loro tasche e fa male all’economia”.

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Senior Italia FederAnziani e Telefono Azzurro insieme per nonni e nipoti

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 luglio 2016

telefono azzurroSenior Italia FederAnziani e Telefono Azzurro si uniscono per migliorare la qualità della vita di bambini e anziani, attraverso iniziative, progetti e campagne a tutela dell’infanzia e della terza età. E’ quanto discende dalla firma del protocollo di intesa siglato in questi giorni a Roma dalle due organizzazioni, che d’ora in poi collaboreranno in attività concrete, sul territorio e a fianco delle istituzioni, finalizzate ad affermare i diritti di minori e senior, a offrire risposte alle problematiche di queste due fasce d’età e a valorizzare l’importanza del legame intergenerazionale. “Questo protocollo d’intesa – spiega Roberto Messina, Presidente di Senior Italia FederAnziani – apre la strada a una collaborazione importante nell’ambito della quale la federazione nazionale della terza età e Telefono Azzurro uniranno le proprie competenze per contrastare ogni forma di sfruttamento, violenza e disagio sia dell’infanzia e dell’adolescenza che della terza età, promuovendo attività congiunte di ricerca e formazione in ambito scolastico ed extrascolastico, campagne di comunicazione e iniziative che valorizzino l’importanza del federanzianirecupero di un pieno rapporto affettivo-educativo coi nonni”.“La collaborazione con Senior Italia Federanziani rafforza l’importanza di uno scambio generazionale a cui crediamo moltissimo. Telefono Azzurro riconosce l’importanza non solo dei genitori, ma anche dei nonni, nella crescita sana ed equilibrata del bambino”, ha dichiarato Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro e docente di Neuropsichiatria Infantile, “Non solo, queste figure possono essere spesso centrali nel riconoscimento di eventuali disagi e sofferenze inespresse da parte del minore. L’incontro tra nonni e nipoti diventa, dunque, essenziale nell’ottica di un confronto costruttivo per la creazione di un ponte generazionale, fatto di condivisione e scambio”.

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Immigrati e religioni in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 luglio 2016

immigratiSecondo le più recenti stime della Fondazione Ismu, gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2016 che professano la religione cristiana ortodossa sono i più numerosi (oltre 1,6 milioni), seguiti dai musulmani (poco più di 1,4 milioni), e dai cattolici (poco più di un milione). Passando alle appartenenze religiose minori, i buddisti stranieri sono stimati in 182mila, i cristiani evangelisti in 121mila, gli induisti in 72mila, i sikh in 17mila, i cristiano-copti sono circa 19mila. L’indagine dell’Ismu mette in mostra che il panorama delle religioni professate dagli stranieri è molto variegato e sfata il pregiudizio secondo cui la maggior parte degli immigrati professa l’islam. Per quanto riguarda le incidenze percentuali i musulmani sono il 2,3% della popolazione complessiva (italiana e straniera), i cristiano-ortodossi il 2,6%, i cattolici l’1,7%1. Per quanto riguarda le provenienze si stima che la maggior parte dei musulmani residenti in Italia provenga dal Marocco (424mila), seguito dall’Albania (214mila), dal Bangladesh (100mila), dal Pakistan (94mila), dalla Tunisia, (94mila) e dall’Egitto (93mila).
Circa un terzo dei cristiani ortodossi vive in Lombardia e nel Lazio. La regione in cui la presenza di stranieri di fede cristiano-ortodossa è maggiore è la Lombardia, con 265mila presenze; segue il Lazio (260mila), il Veneto (176mila), il Piemonte (163mila), l’Emilia Romagna (157mila) e la Toscana (116mila). Le incidenze maggiori si registrano nel Lazio in cui i cristiano-ortodossi stranieri sono il 4,4% della popolazione complessiva, in Umbria (4%), in Piemonte (3,7%) e in Veneto (3,6%).
I musulmani si concentrano soprattutto in Lombardia ed Emilia Romagna. La regione in cui vivono più stranieri residenti di fede musulmana, minorenni inclusi, è la Lombardia: sono 368mila (pari al 26% del totale degli islamici presenti in Italia). Al secondo posto troviamo l’Emilia Romagna con 183mila musulmani (pari al 12,8% del totale degli islamici in Italia), al terzo il Veneto dove i musulmani sono 142mila (pari al 10% del totale)2, al quarto il Piemonte con 119mila presenze. Per quanto riguarda la provenienza, quella relativa ai marocchini costituisce la principale collettività nazionale musulmana in ciascuna delle quattro regioni con il maggior numero di cittadini stranieri che appartengono all’islam (ovvero in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte). Nel Lazio invece primeggiano i bangladeshi e in Toscana gli albanesi.
Gli immigrati cattolici sono presenti soprattutto in Lombardia e nel Lazio. La regione italiana in cui vivono più immigrati cattolici è la Lombardia, con 277mila presenze, seguita dal Lazio (152mila), dall’Emilia Romagna (95mila), dalla Toscana (84mila), dal Veneto (78mila) e dal Piemonte (78mila). In Liguria e in Lombardia gli stranieri cattolici residenti son il 2,8% della popolazione residente totale italiana e straniera, nel Lazio sono il 2,6% e in Umbria il 2,4%.

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Gli italiani lasciano il Bel Paese: quasi un milione gli emigrati degli ultimi 10 anni

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 luglio 2016

eurostat_logoSe la matematica ed i numeri non sono un’opinione il Rapporto del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat non lascia spazio a dubbi: la crisi inverte i flussi migratori e l’Italia da Paese dell’immigrazione sta diventando Paese non più attrattivo e addirittura d’emigrazione. A sostenerlo, Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, nel commentare lo studio statistico che rappresenta una fotografia sui movimenti migratori in uscita dall’Italia nel decennio compreso tra il 2005 e il 2014. Negli ultimi dieci anni gli italiani emigrati all’estero sono stati complessivamente 896.510, di cui 136.328 soltanto nel 2014 (+8,42% rispetto all’anno precedente): una cifra più che raddoppiata rispetto ai 65.029 connazionali che avevano lasciato il Paese nel 2005. È il dato principale che emerge da una analisi del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat. Nel periodo 2005-2014 ben 114.341 connazionali si sono trasferiti in Germania (17.236 nel 2014, +25,74% rispetto all’anno precedente), 84.955 nel Regno Unito (14.991 nel 2014, +6,65% rispetto all’anno precedente), 62.902 in Francia (10.334 nel 2014, +8,62% rispetto all’anno precedente), 73.613 in Svizzera (11.051 nel 2014, +4,88% rispetto all’anno precedente) e 39.687 in Spagna (4.701 nel 2014, +3,61% rispetto all’ anno precedente). Nello stesso periodo di tempo 44.528 nostri connazionali hanno invece preferito stabilirsi negli Stati Uniti (5.951 nel 2014), 19.305 in Cina inclusa Hong Kong (2.944 nel 2014), 11.510 in Australia (1.873 nel 2014) e 9.479 in Canada (1.307 nel 2014). A trasferirsi all’estero nel 2014 sono stati soprattutto giovani tra i 15 e i 34 anni: in tutto 51.906, con un incremento del 10,33% rispetto al 2013 e in numero più che raddoppiato rispetto al 2005 (quando erano stati 24.832). Le loro mete preferite sono state il Regno Unito (7.675 emigrati, +4,65% rispetto al 2013), la Germania (7.453, +27,49%), la Svizzera (4.242, +8,08%) e la Francia (3.714, +3.80%) e gli Stati Uniti (2.162, +10,48%). Alla luce dei dati fin qui elencati, cresce costantemente negli ultimi anni il numero degli emigrati italiani e quel che preoccupa è l’elevato numero di giovani che scelgono di costruirsi un futuro lontano dal nostro Paese. Negli ultimi dieci anni il numero di italiani under 35 che cercano fortuna altrove è più che raddoppiato: è certamente un segno di un mondo sempre più globale ma anche e soprattutto di un Paese che non riesce a rappresentare un’opportunità per crescere e realizzarsi.

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Traffico illegale di legno in Europa

Posted by fidest press agency su domenica, 17 luglio 2016

BoscoSenza un serio intervento di lotta alla corruzione, sarà impossibile contrastare il fenomeno del traffico illegale di legno in Europa. Tra i due fenomeni c’è infatti una sottile linea rossa: a farla emergere, le ricerche portate avanti dal progetto TREES (Timber regulation enforcement to protect European wood Sector from criminal infiltration), finanziato dalla DG Affari interni della commissione europea. Venti mesi di indagini e sondaggi in Europa e nell’area Balcanica, presentate durante un incontro pubblico a Roma.“Quello della corruzione – spiega Antonio Brunori, segretario generale del PEFC Italia, organizzatore dell’evento e tra i partner del progetto – è un problema fortemente connesso con il commercio illegale del legname ma apparentemente è un ‘reato senza vittime’. Per questo è difficile da stanare perché si basa su un accordo tra diverse parti, tutte coinvolte con reciproci vantaggi. E in più, la corruzione, almeno formalmente, produce documenti che mascherano gli illeciti: quando tutti i documenti appaiono in regola è complesso evidenziare la presenza di un reato. Eppure intervenire è essenziale se si vogliono minimizzare le attività criminali nel settore forestale e del legno, che danneggiano l’ambiente, le imprese sane e lo Stato”.Il fenomeno del traffico illegale di legno e derivati è tutt’altro che marginale. I dati Interpol indicano che esso assicura al crimine organizzato un fatturato tra i 30 e i 100 miliardi di euro ogni anno, giro d’affari secondo solo al commercio di droga e superiore anche al traffico di rifiuti e di fauna selvatica. E l’Italia è pienamente coinvolta nelle attività di importazione illegale di legno. “Basta fare l’esempio della legna da ardere” spiega Angelo Mariano, ufficiale del Corpo Forestale dello Stato e membro dell’advisory board del progetto TREES. “Il consumo nazionale annuo è di 20 milioni di tonnellate ma la produzione e importazione ufficiale si ferma a 5 milioni. Da dove arrivano le altre 15 milioni di tonnellate?”. Non un caso che il CFS nel solo 2015 abbia dovuto effettuare 36400 controlli accertando più di 800 reati penali, 4300 illeciti amministrativi, che hanno portato alla denuncia di 382 persone, 101 sequestri, 23 arresti e a sanzioni per oltre 2,5 milioni di euro.Più in generale, a livello europeo, il Parlamento europeo stima che il legno importato illegalmente si attesti attorno al 20%. E tale traffico è probabilmente favorito anche da tangenti ai funzionari che dovrebbero controllare il rispetto delle norme. Ma anche nel Vecchio continente esistono canali ormai rodati per le importazioni illegali. E il progetto TREES ha evidenziato come, ad esempio, l’area balcanica rappresenti il “ventre molle” di questo tipo di traffici. “Nell’area dei Balcani – spiega Lorenzo Segato, direttore esecutivo del Centro Ricerche e Studi su Sicurezza e Criminalità RISCC – la corruzione è un qualcosa di pervasivo e diffuso, anche a livello culturale. È quindi difficile denunciarla. Quei territori sono stati storicamente coinvolti da traffici illegali, non solo per il settore legno. Esistono organizzazioni ben oliate e ramificate che conoscono percorsi sicuri, da usare per far passare senza intoppi i prodotti illegali”.Per tentare di minimizzare il fenomeno, occorre intervenire sulle norme europee che già oggi cercano di garantire trasparenza nel settore foresta-legno. Dal 2013 nell’Unione europea è operativo il regolamento Legno, noto anche come EUTR (European Union Timber Regulation). Uno strumento utile a contrastare il fenomeno dell’illegalità ma probabilmente non sufficiente. “È ancora presto per valutarne in profondità gli effetti – prosegue Segato – ma di certo, dai sondaggi che abbiamo effettuato durante il progetto TREES tra addetti ai lavori e forze dell’Ordine, è emerso come esso sia tutt’oggi scarsamente conosciuto. Tuttavia, accanto a una sua più rigorosa applicazione, sono senza dubbio utili tre correttivi: dobbiamo coinvolgere tutti gli attori impegnati nell’importazione del legno, sfruttare gli strumenti tecnologici che rendono più difficile falsificare i documenti di trasporto e bisogna introdurre incentivi che aiutino gli operatori che vogliono lavorare in modo legale”.Il progetto TREES è stato finanziato dalla DG Affari Interni della Commissione europea nell’ambito del Programma ISEC (Prevenzione e lotta al crimine) e realizzato da cinque partner principali: Conlegno, PEFC Italia, RiSSC, CNVP Foundation e RiskMonitor, supportati dai partner associati (INTERPOL, PEFC Slovenia, PEFC United Kingdom, PEFC Council, PEFC Germany, PEFC Slovakia, PEFC Norway, Bulgarian Investigators’ Chamber).

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Povertà in Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 16 luglio 2016

istat“L’Istat certifica ciò che denunciamo, numeri alla mano, da anni. La progressiva erosione del benessere economico ha ormai superato il livello di guardia. Il dato immateriale, di cui l’Istat non parla ma che trova purtroppo conferme nelle analisi sociali, è il devastante peggioramento della qualità della vita che colpisce tutti indistintamente ma che si fa più grave tra le fasce sociali più deboli. Non bastano 80 euro in più al mese, non bastano i tentativi di ridurre le tasse. Manca un segnale di speranza che si alimenta di progetti concreti attraverso il rafforzamento delle politiche a sostegno delle famiglie. Se un padre e una madre non sono in grado di dare speranza ai propri figli, il disagio si moltiplica e si radicalizza diventando una minaccia per la coesione sociale. S’introduca il quoziente familiare e si faccia una politica seria per il rilancio della natalità. Purtroppo il provvedimento odierno non mira alla crescita e quindi indirettamente a intaccare la povertà, ma svolge una mera opera di propaganda politica da parte di Renzi, non pago di aver pagato un prezzo salato per analoghe evanescenti iniziative”.È quanto dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli.

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Italia promossa: cresce la richiesta di immobili dall’estero

Posted by fidest press agency su sabato, 16 luglio 2016

Policlinico Caserta Nov 2010Le richieste di immobili italiani da parte degli investitori esteri che cercano una seconda casa in Italia crescono del 52,4%, secondo i dati semestrali di Gate-away.com, il portale immobiliare dedicato ai potenziali acquirenti stranieri. La Germania conquista il primo posto della classifica del report dedicata alle nazionalità, ottenendo il 15,16% sul totale delle richieste in arrivo nel primo semestre del 2016. Seguono gli Stati Uniti (14,27%), stabili al secondo posto come l’anno passato, e la Gran Bretagna (13,67%). La top ten vede poi in lista la Francia (7,19%), il Belgio (6,78%), l’Olanda (5,60%), la Svizzera (4,88%), la Svezia (4,03%), il Canada (2,63%) e il Brasile (1,52%).Lo sforzo di una promozione all’estero più strutturata sembra sortire gli effetti voluti, soprattutto attenuando gli effetti potenzialmente negativi della Brexit e la sua influenza su tutti gli altri Paesi europei. “Nonostante la momentanea battuta di arresto degli inglesi dovuta all’incertezza della Brexit – commenta Simone Rossi, direttore generale di Gate-away.com – nel complesso il bilancio è positivo. Gli inglesi, notoriamente lo zoccolo duro degli investitori immobiliari in Italia, sono in crescita seppur con un tasso meno sostenuto (22,28%) rispetto a quello generale, passando dal primo al terzo posto della classifica relativa alle nazionalità, scambiandosi di posto con i tedeschi. I britannici hanno iniziato da un po’ di tempo a dirigere il loro interesse verso mete italiane alternative con budget meno impegnativi. Con l’avvento della Brexit questo trend si sta consolidando e forse rappresenta anche un’occasione per aree dell’Italia più defilate. Altro discorso invece per i tedeschi che stanno incrementando le richieste a ritmi notevoli (+119,25%)”. “Una nota particolare va dedicata a Israele e Olanda – aggiunge Simone Rossi – che crescono rispettivamente del 202,86% e del 102,59%. L’attuale situazione geopolitica ha probabilmente influito nelle scelte degli israeliani, che prima potevano essere maggiormente attratti da Grecia, Turchia o Francia. Per l’Olanda il discorso potrebbe essere simile ma in realtà i dati sono in linea con la tendenza ormai consolidata che mostra un forte interesse olandese per l’Italia”.Il report semestrale stilato da Gate-away.com restituisce l’immagine e lo stato di salute del nostro paese rispetto alla percezione estera di destinazione ideale per l’acquisto di una seconda casa. Mentre il prezzo medio delle proprietà richieste si attesta sui 435mila euro, oltre il 67% riguarda immobili che hanno un valore fino a 250mila euro e il segmento lusso si ritaglia una fetta consistente del 14,31%. Per quanto riguarda la tipologia, la scelta cade soprattutto su immobili indipendenti più che su appartamenti, e la maggioranza delle richieste è per case abitabili (63,50%). Ben il 27,07% delle istanze è per immobili da ristrutturare, in parte o completamente. Toscana, Liguria e Puglia si confermano come le regioni preferite, seguite da Lombardia e Umbria che chiudono la top five. Sempre nell’ambito delle performance per regione, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Basilicata e Molise stanno vivendo un momento d’oro rispetto all’anno precedente, con un tasso delle richieste più che raddoppiato.
Se si scende nel dettaglio del report semestrale di Gate-away.com, Imperia, Como e Brindisi risultano le prime tre province più richieste mentre Carovigno, Ostuni e Fivizzano occupano il podio delle città che attirano il maggior numero di istanze da parte dei potenziali acquirenti esteri.

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Le aste immobiliari in Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 luglio 2016

Roma, 11 luglio 2016, ore 10.30 Senato della Repubblica Sala degli Atti Parlamentari Presso il Chiostro del Convento di S. Maria sopra Minerva Piazza della Minerva, 38 Sogeea presenterà il Rapporto semestrale sulle aste immobiliari.
Lo studio, ormai strumento di consolidata considerazione tra gli analisti del settore, offre un panorama completo del numero delle abitazioni all’asta, del loro valore di mercato e della loro collocazione geografica.
I dati, reperiti al termine di un capillare lavoro presso i tribunali italiani, forniscono uno spaccato assai rappresentativo della situazione economico-sociale del nostro Paese e verranno illustrati dal direttore del Centro Studi, Prof. Sandro Simoncini.

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Brexit e Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 5 luglio 2016

Commento di Livio Vaninetti, Direttore Italia, frost sullivan. “In Italia c’è ampio consenso in merito all’impatto negativo che la Brexit avrà sull’economia britannica ed europea nel breve così come nel lungo periodo, ma molta divergenza riguardo alla dimensione ed intensità di tale impatto. L’Italia é fra i paesi che risultano meno vulnerabili rispetto all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, tenuto conto di fattori quali ad esempio le esportazioni di beni e servizi verso il Regno Unito – attualmente attorno al 3% del Pil nazionale, i flussi bidirezionali di emigrazione, ed i crediti del settore finanziario. É però naturale aspettarsi un impatto sulle quotazioni delle aziende Italiane in borsa, nonchè sullo spread nel breve e medio periodo, dovuto alla generale instabilità dei mercati legata alle conseguenze politiche della Brexit, ed alla maggiore debolezza dovuta al debito pubblico italiano. Bisogna inoltre considerare il potenziale rischio di effetti emulativi da parte di altri stati dell’Unione Europea. Le principali opportunità che la Brexit potrebbe generare per le imprese italiane sono tre:
1) Nei prossimi anni, è probabile che si verifichi una parziale delocalizzazione di realtà internazionali dal Regno Unito verso l’Unione Europea – in particolare le attività produttive che si avvalgono del Regno Unito quale porta d’accesso all’UE. Ad esempio, la Gran Bretagna potrebbe assistere alla migrazione degli stabilimenti automobilistici al di fuori dei suoi confini se i produttori non godessero più dei benefici del libero scambio con l’UE. Ciò potrebbe tradursi in opportunità interessanti per le aziende italiane operanti in questo settore. Un altro esempio è costituito dalle piattaforme digitali operanti nell’e-commerce e nella e-economy, che difficilmente potranno rimanere fuori dall’Unione Europea e continuare ad avere accesso alle preziose garanzie della BCE. La presenza dei distretti tecnologici in Italia, ricchi di aziende particolarmente innovative nella propria nicchia, possibili accordi governativi di detassazione per le aziende internazionali che si volessero trasferire in Italia, nonchè la qualità della vita nel nostro Paese, potrenbbero essere carte vincenti in questo processo.
2) Gli effetti a lungo termine della Brexit potrebbero essere paradossalmente positivi, con un’Europa più unita ed orientata a garantire migliori prospettive di crescita e di occupazione. L’Italia avrebbe tutte le carte in regola per giocare un ruolo determinante in questo nuovo scenario. Inoltre, con un concorrente politico in meno sul tavolo dell’Europa, l’Italia sarebbe in grado di spingere accordi e condizioni ancora più favorevoli per le aziende italiane nel contesto dell’Unione Europea.
3) Il ruolo dell’Italia nelle esportazioni e nei piani di sviluppo dei paesi periferici dell’UE potrebbe essere ancora maggiore di prima, soprattutto in Est Europa. La Brexit potrebbe portare ad una rivitalizzazione dei rapporti con la Russia e ad un ulteriore processo di espansione dell’Unione nell’Europa dell’Est. Gli impatti per l’Italia sarebbero certamente positivi, soprattutto in settori forti come ad esempio il Made in Italy, lusso, trasporti, navale, farmaceutioco, e food & beverage.
Cosa devono dunque fare le aziende italiane per cogliere queste opportunità? Pur non tralasciando i rischi e costi nel medio termine, l’essenziale di queste sfide è la velocità con cui le nostre aziende ed il nostro governo sapranno rispondere. Molte aziende dovranno rivedere i propri piani strategici e valutare attentamente gli impatti diretti ed indiretti. Dovranno inoltre tener conto di cosa cambierà al di fuori dell’UE, per esempio con paesi con cui la Gran Britagna ha stretto patti attraverso l’UE e che in futuro non avranno più valore. Di certo, chi vuole approfittare di queste nuove dinamiche deve muoversi subito ed analizzare tutti i diversi scenari, per poter prendere rapidamente decisioni basate su un’informazione approfondita ed a 360 gradi.”

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Italia: Prezzi delle abitazioni

Posted by fidest press agency su martedì, 5 luglio 2016

statistiche prezziL’Istat ha divulgato i dati dei prezzi delle abitazioni acquistate dalle famiglie, sia per fini abitativi sia per investimento, relativi al primo trimestre del 2016.Ma cosa accade nel secondo trimestre nelle città metropolitane? Secondo la rilevazione di Casa.it (www.casa.it), a livello generale i prezzi sono sostanzialmente stabili rispetto ai tre mesi precedenti, con alcune eccezioni.
“Nel secondo trimestre dell’anno – afferma Alessandro Ghisolfi, responsabile del centro Studi di Casa.it – la variazione dei prezzi di vendita nelle grandi città resta negativa ma di molto poco (-0,3%), mentre la variazione tendenziale annua rispetto ai primi 6 mesi del 2015 denota un rallentamento della discesa ancora vicino ai 2 punti percentuali (-1,6%). In questi ultimi 3 mesi si registrano prezzi sostanzialmente stabili in tutte le grandi città, con alcune eccezioni in termini positivi come Bologna (+0,6%) e Firenze (+0,3%). I cali maggiori sono al Sud e particolarmente a Napoli (-0,8%) e Palermo (-1,0%). Sulla base delle tendenze registrate in questo primo semestre 2016, la stima più prudente prevede per fine 2016 prezzi ancora in discesa ma non al di sotto dei 2 punti percentuali.”
Per quanto riguarda i prezzi di vendita, tra le città metropolitane la più cara è Milano (3.880 €/ mq), seguita da Roma (3.580 €/ mq ), Firenze (3.350 €/ mq), Bologna (3.120 €/ mq), Genova ( 2.950 €/ mq), Napoli (2.630 €/ mq), Torino (2.340 €/ mq) e Palermo (1.950 €/ mq). (immagine: statistiche prezzi)

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“Le migrazioni qualificate in Italia”

Posted by fidest press agency su sabato, 2 luglio 2016

immigratiAumenta il numero dei laureati italiani che emigrano all’estero (23mila nel 2015); Attualmente su 4.811.000 cittadini italiani residenti all’estero, i laureati hanno superato le 400mila unità; Mentre sono pochi i laureati italiani che rimpatriano, è aumentato il numero dei laureati stranieri residenti in Italia (circa 500mila); Purtroppo, i laureati residenti in Italia (12,9% tra gli italiani e 10,3% tra gli stranieri secondo l’Istat) e i diplomati (35,2% tra gli italiani e 39,7% tra gli stranieri) sono al di sotto della percentuale delle persone con istruzione superiore riscontrabile mediamente nell’UE; Preoccupa anche il fatto che le persone con questi livelli di istruzione e formazione non trovano uno sbocco adeguato nel mercato occupazionale; Ne deriva, pertanto, la necessità di maggiori investimenti in istruzione, ricerca e sviluppo (eguagliando la media Ue) al fine di normalizzare gli spostamenti dei lavoratori qualificati, rendere il mercato occupazionale più attrattivo e inserirvi in maniera appropriata anche gli stranieri qualificati.

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La tecnologia italiana punto di riferimento nel mondo

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2016

produzione-industriale“L’Italia ha i numeri giusti per essere il Paese punto riferimento nel mondo per sostenibilità ambientale e innovazione tecnologica nel settore e lo dimostrano i forti investimenti dei grandi player italiani presentati oggi a Palazzo Chigi”. Questo il commento di Claudio Andrea Gemme, presidente di ANIE Confindustria e coordinatore del comitato tecnico per industria e ambiente di Confindustria.
“L’Italia e il Governo hanno intrapreso un percorso virtuoso. Ne è una prova il raggiungimento in anticipo dell’obiettivo europeo al 2020 in termini di incidenza delle rinnovabili sui consumi finali lordi di energia (17 %), come comunicato ieri dal Mise. Incrementare e promuovere gli investimenti in Ricerca e Sviluppo è la chiave per una concreta strategia di impresa basata sulla sostenibilità e per il rafforzamento di un settore – quello delle rinnovabili – che fa bene all’ambiente, all’industria e a tutto il Paese.Le imprese dei comparti elettronici e elettrotecnici associate a ANIE Confindustria, produttrici delle tecnologie necessarie per promuovere le energie pulite e la loro perfetta integrazione nel sistema elettrico nazionale, investono già oggi mediamente il 4% del fatturato in R&S, rappresentando più del 30% dell’intero investimento in R&S del settore privato italiano. L’industria italiana è pronta.
Al Governo chiediamo di portare avanti il Green Act già annunciato dal Ministro dell’Ambiente Galletti e un piano strutturato di politica ambientale e industriale che permetta alle aziende di orientare le proprie scelte strategiche nel lungo periodo”

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Italia: Un campo profughi europeo?

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 giugno 2016

mogherini«I muri non servono a fermare l’immigrazione selvaggia se si decide di controllare seriamente i confini esterni. Lo sa bene persino il democratico Obama, presidente di una Nazione che erige barriere invalicabili alle sue frontiere e che oggi la Mogherini ostenta in un quadro alle sue spalle nel momento in cui ha scelto di annunciare sanzioni per chi in Europa costruisce muri contro gli immigrati. Basta con l’ipocrisia della sinistra e con le belle parole di Mogherini, Renzi e Alfano: l’unica soluzione per evitare che l’Italia si trasformi nel campo profughi d’Europa è fermare gli sbarchi e difendere i confini esterni della UE». Lo scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. (n.r. siamo consapevoli che l’attuale andazzo ci fa correre il rischio di diventare l’Eldorado dei migranti e con evidenti rischi sociali non indifferenti. La sola circostanza che attenua le nostre ansie ma non le cancella, ovviamente, è quanto sta accadendo in Libia in queste ore con la presenza di un governo di unità nazionale che sembra funzionare almeno nella lotta contro l’Isis)

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Il ruolo delle donne in Italia e nel mondo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 giugno 2016

inno donneMolti aspetti del nostro Paese vanno risolti prioritariamente sul piano puramente culturale prima che economico, come quello del ruolo delle donne. Sul ruolo delle donne l’analisi è alquanto complessa. Noi viviamo in una società nella quale la cultura cattolica si è impadronita delle menti dei nostri concittadini rendendoli tutti, uomini e donne, incapaci di avere consapevolezza del grado di misoginia che hanno interiorizzato. 8 donne su 10 non denunciano una molestia o un abuso sessuale. Questo dato è significativo di come la discriminazione e la violenza sessuale siano considerate inevitabili.
Occorre sradicare la cultura sessista dalla mente delle donne italiane le quali avevano avuto una occasione di autoconsapevolezza con le lotte del femminismo, ma poi le hanno ridicolizzate continuando a farsi benedire in abito bianco da quegli stessi preti che le avevano insultate e disprezzate nel momento in cui rivendicavano le loro libertà sessuali.
Hanno sacrificato la loro libertà di pensiero continuando a percorrere la strada della sottomissione religiosa.
Dobbiamo auspicare sicuramente legislazioni in favore del superamento delle discriminazioni, ma se nel contempo non analizziamo le cause che portano le donne a sottomettersi, sarà come mettere la polvere sotto il tappeto.
Aspetto non di secondo piano è che la pubblicità veicola messaggi subliminali potentissimi nei quali le donne sono sempre mercificate e valgono sempre meno di un’automobile. Nella mia condizione di adulta sono in grado di percepire la distanza culturale da quei messaggi, ma non lo sono le ragazzine di 12 o 13 anni le quali, ogni giorno subiscono il fascino di quella avvenenza pubblicitaria e pensano che sia reale e raggiungibile. Del pari i ragazzini di 12 o 13 anni crescono nella convinzione che le “femmine” siano sempre “pronte e disponibili” come una lattina di aranciata sul banco del supermercato. La pubblicità veicola da troppo tempo, nel silenzio degli intellettuali, questi modelli di società. Le trasmissioni televisive hanno rovinato almeno tre generazioni di ragazzi. La scuola della Gelmini ha disvelato ogni aspetto del suo progetto di distruzione delle masse.
Se le donne vogliono avere il controllo della loro vita, sono costrette a scartare a priori una eventuale maternità.
L’emancipazione delle donne non può essere disgiunta forzatamente dalla maternità e del resto crescere un figlio non significa soltanto provvedere ai suoi bisogni primari, ma significa fare mille altre cose che sfuggono ad una elencazione.
Se le madri dovessero occuparsi “solamente” dei figli, della casa e del lavoro, alla fin fine ci riuscirebbero pure.
Il problema è che per fare questo devono combattere ad armi impari contro una classe politica che tenta di distruggerle come può, remando contro ogni loro necessità e contro ogni tentativo di raggiungere il “potere”. La maternità viene resa più problematica proprio perché possa veicolare in modo univoco le energie femminili in una sola direzione, quella del ruolo casalingo, il più funzionale al potere maschilista. Ma non è solo per questo che la maternità è sempre più un desiderio represso, c’è anche la consapevolezza della propria impotenza a garantire un futuro ai propri figli. Nel momento in cui una classe politica disattende la sua funzione principale che è quella di contribuire allo sviluppo culturale del Paese, uccide la speranza di ogni madre di vedere un futuro migliore per i propri figli.
Combattere l’organizzazione clericale cattolica quale fonte di ispirazione primaria della misoginia, a mio avviso è un buon punto di partenza. (Carla Corsetti Segretario Nazionale di Democrazia Atea)

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