Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

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Piano Anbi per efficientamento rete idraulica Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 settembre 2020

L’autunno ormai all’orizzonte porta una normalizzazione nelle disponibilità idriche del Nord Italia, che dimentica qualche apprensione estiva e conclude regolarmente la stagione irrigua: ad affermarlo è il bollettino settimanale dell’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche.I grandi laghi del Nord sono tutti abbondantemente sopra la media del periodo così come il fiume Po; analoga è la situazione dell’Adige, che segna la maggiore portata dal 2014, così come da record sono i livelli dei fiumi Piave e Livenza, sempre in Veneto. Su questa regione, l’Agosto 2020 è stato il mese più piovoso dei recenti 25 anni (+105% sulla media), garantendo portate nettamente superiori all’usuale su tutta la rete idrografica della regione.Dopo le abbondanti precipitazioni segnano, invece, repentine diminuzioni di portata i fiumi piemontesi (in una settimana, il Sesia è calato da 157 metri cubi al secondo a mc/sec 12,5!), mentre in Lombardia ai livelli inferiori di Mincio e Ticino (rispetto al 2019) si contrappongono le impennate di Chiese e Brembo, così come, in Emilia Romagna, l’ottima condizione del Secchia si contrappone a quella del Reno, sotto media.Situazione “a macchia di leopardo” anche sulla dorsale adriatica: alla condizione deficitaria degli invasi marchigiani, che trattengono circa 36 milioni di metri cubi d’acqua (superiori solo al siccitoso 2017 in anni recenti ) fanno da contraltare le piogge record (mm. 90) del recente quinquennio, cadute sull’Umbria.Per quanto riguarda i fiumi, se il Liri Garigliano, nel Lazio, ha portata inferiore allo scorso anno, sono altresì in media i fiumi campani Volturno e Sele, così come i bacini della Sardegna, ora al 67,56% della capacità di riempimento.Prosegue, infine, l’annata siccitosa della Basilicata dove, negli scorsi 10 giorni, non è caduta neppure una goccia di pioggia, determinando un ulteriore calo di 18 milioni di metri cubi nelle disponibilità idriche, scendendo a circa 204 milioni con un deficit di oltre 53 milioni sul 2019; analoga è la situazione della Puglia, il cui deficit sull’anno scorso sfiora i 70 milioni di metri cubi, pari alla residua disponibilità nei bacini della regione, da cui viene prelevato circa 1 milione di metri cubi d’acqua al giorno.
“Una risposta arriva dal Piano per l’efficientamento della rete idraulica del Paese, inoltrato dall’ANBI al Governo nel quadro del Green New Deal ed in vista delle scadenze previste dal Recovery Fund – aggiunge Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI – Si tratta di 858 progetti definitivi ed esecutivi, interessanti tutte le regioni italiane e perlopiù indirizzati ad ottimizzare le possibilità d’utilizzo delle opere esistenti; sono previsti investimenti per oltre 4 miliardi di euro, capaci di garantire circa 21.000 posti di lavoro.”

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Il Digitale per la crescita dell’Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 settembre 2020

The European House – Ambrosetti e Microsoft Italia hanno annunciato “L’Impatto del Cloud Computing sul sistema-Paese e sul modo di fare impresa in Italia”, una ricerca qualitativa realizzata con l’obiettivo di scattare una fotografia sul livello di diffusione delle tecnologie Cloud in Italia, evidenziandone l’impatto economico, i benefici e gli ostacoli da parte delle aziende pubbliche e private del nostro Paese.Se da un lato, sembra crescere in Italia l’adozione del Cloud Computing con un tasso del 22,5% a livello nazionale, il campione della ricerca si dimostra particolarmente virtuoso con l’81,3% delle aziende intervistate che afferma di utilizzarlo. Dallo studio emerge che è ridotta la percentuale di organizzazioni che hanno raggiunto un livello “avanzato” di adozione: soltanto il 31,9% del campione considera infatti il Cloud come risorsa strategica, abilitante della trasformazione digitale, mentre il 49,4% utilizza servizi Cloud accessori adottati per lo più in modo tattico, per rispondere a necessità contingenti e non inseriti in un approccio strategico o facenti parte di progetti di digitalizzazione di più ampio respiro. Il 18,7% di aziende del campione dichiara di non far ricorso a soluzioni di Cloud Computing.
La forbice cresce se invece consideriamo solo le grandi aziende (47,6% del campione): in questo caso solo il 6% dichiara di non fare alcun uso del Cloud Computing, mentre il 94% che lo utilizza è ripartito equamente tra chi lo ha adottato in modo tattico per servizi accessori e chi lo ha inserito in un disegno strategico. Situazione differente per le PMI, il cui 30,4% dichiara di non aver adottato alcun tipo di soluzione Cloud e solo il 17,4% considera il Cloud Computing una risorsa strategica per la propria crescita. Principale beneficio del Cloud Computing: la capacità di reagire più rapidamente al cambiamento. Nel complesso, è molto alto il livello di soddisfazione da parte delle aziende nei confronti delle soluzioni Cloud Computing, dei benefici attesi e dei risultati ottenuti (97,1% vs. 2,9% di insoddisfatti);
Il principale beneficio riscontrato, dichiarato dal 20,8% di chi le ha implementate, è la capacità di reagire rapidamente al cambiamento. Dato che assume ancora più valore se pensiamo all’emergenza sanitaria ancora in corso e come questa situazione abbia spinto molte aziende a adottare in tempi molto rapidi forme di lavoro da remoto, impensabili senza un’infrastruttura adeguata. A domanda specifica, infatti, l’83% del campione ha indicato il Cloud quale principale abilitatore dello smart working e in generale della continuità aziendale, tanto che sempre l’83% dei rispondenti afferma di aver intenzione di aumentare l’adozione di soluzioni Cloud Computing.
Seguono una migliore gestione dei picchi di lavoro (16,5%), un maggiore controllo dei costi (16%) e un incremento della sicurezza informatica (15,9%).Il miglioramento del livello di sicurezza informatica sale in terza posizione nella classifica dei benefici generati dal Cloud Computing se consideriamo solo le Piccole e Medie Imprese (15,4%), seguito da un maggiore controllo dei costi, dichiarato dal 13,8% degli intervistati. Gli ostacoli al Cloud Computing: costi di migrazione, gestione dei dati e competenze, Se invece le PMI italiane raggiungessero il livello di adozione del Cloud Computing del Regno Unito – il Paese più avanzato da questo punto di vista in Europa – crescerebbero in media dello 0,22% anno su anno, vs. una crescita dello 0,4% registrata nel periodo 2000-2019, generando una crescita del PIL di 20 miliardi di euro da qui al 2025.

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“I prossimi anni saranno fondamentali per far ripartire l’Italia”

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2020

Con la Legge di Bilancio, che porterà con se anche una profonda riforma fiscale e l’abbassamento delle tasse, e il Recovery Plan metteremo in campo importanti progetti che favoriranno la creazione di nuove opportunità di lavoro. In questo modo si creeranno nuovi posti di lavoro legati al digitale, alla filiera dell’energia e a quello della mobilità sostenibile”. Lo scrive, sui social, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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Italia: Fuga dei cervelli

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2020

“Una recente indagine, di Talents in motion, conferma che il tema della “fuga dei cervelli”, in particolare, è estremamente sentito dai giovani talenti italiani. Il 71% degli intervistati starebbe valutando di rientrare in Italia, complice il fatto che la risposta del Governo alla pandemia da Covid-19 è ritenuta tra le migliori in Europa.Uno Stato che si prende cura dei propri cittadini, come ha fatto l’Italia, anteponendo la salute dei cittadini ad ogni altro tipo di interesse, è un ottimo incentivo a rimanere. Ma non è il solo, perché dopo parecchi anni abbiamo finalmente invertito la politica degli investimenti, che per troppo tempo sono rimasti fermi, a partire da settori strategici come sanità a ricerca scientifica. Abbiamo iniziato a creare, nuovamente, condizioni lavorative favorevoli, promuovendo programmi di formazione all’interno delle aziende, nuovi fondi per le start-up, forme di decontribuzione incisive e ad investire sui servizi, con il fine di migliorare la qualità della vita dei cittadini. Risultati come l’eliminazione del superticket, oppure il taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti e la nuova decontribuzione del 30% per i lavoratori del sud sono solo alcuni dei risultati che abbiamo portato a casa in questi mesi, e sono molto incoraggianti”. Lo scrive, sui social, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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L’Italia e le sue repubbliche

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 settembre 2020

Quante volte abbiamo sentito parlare soprattutto dai politici italiani di “Prima, Seconda, Terza e in questi giorni di Quarta Repubblica?” Ora c’è persino la possibilità che mentre sto scrivendo qualcuno incominci a parlare di “Quinta repubblica”. Di certo sappiamo che la prima è arrivata con la caduta del fascismo e la fine della Seconda guerra mondiale. Poi, se proprio vogliamo considerare un altro importante passaggio, dobbiamo arrivare al 1994 con la stagione di “mani pulite”, il dissolvimento della D.C. e l’avvento di una nuova stagione di politici e partiti. Un altro passo significativo dobbiamo collocarlo nel 2008 con la caduta del governo Prodi che portò alla XVI legislatura Silvio Berlusconi con il suo nuovo PDL e la sua alleanza con il partito di Gianfranco Fini nato dalle ceneri del Movimento Sociale Italiano di cui era cofondatore Giorgio Almirante. In questo modo dopo tanti anni fu tolta la pregiudiziale fascista ad un partito al quale era stato impedito aderire all’esecutivo del Governo Tambroni nel 1960. Il passaggio fu tanto significativo se si pensa che Fini fu eletto presidente della Camera dei deputati al posto del leader di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti. E siamo arrivati a quota tre. La quarta repubblica, di cui si parla ai giorni nostri, deriva, probabilmente, dalla nascita o per altri versi il consolidamento di partiti come la Lega Nord che da espressione regionale è diventato nazionale, dal Movimento Cinque Stelle che ha avuto il suo exploit nelle politiche del 2018 raggiungendo il 32% dei consensi elettorali, dal nuovo modello di destra espresso da Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia e anche con il consolidarsi di formazioni “personali”, dopo quella di Berlusconi, con Renzi di “Italia viva” e di Carlo Calenda con “Azione”, nati entrambi dalla costola del P.D. Alla sinistra “storica” sono rimaste le briciole da Pierluigi Bersani con il Leu a Rifondazione Comunista di Bertinotti e altri.
Tutte queste “Repubbliche” sono state considerate, dagli altri paesi europei, nello specifico, delle anomalie e lo spiega bene Guido Gonnella: “La diversità italiana consisteva nel fatto che mentre negli altri paesi le alternative di governo avvenivano nella libertà, in Italia il rischio era che, in caso di vittoria comunista, l’alternativa di governo diventasse un’alternativa alla libertà.” E tale convincimento era così ben radicato che anche dopo la caduta del muro di Berlino e il disfacimento dell’URSS, Berlusconi nel 1994 e anche negli anni seguenti non fece cadere la pregiudiziale anticomunista e che tuttora pesa nelle scelte politiche italiane anche se si sta decolorando. A mio avviso la Quinta repubblica l’avremo il giorno in cui il voto degli italiani sarà veramente libero dai vari condizionamenti emotivi e non si lascerà sedurre dagli immancabili pifferai di turno che promettono il paradiso e ci portano all’inferno. (Riccardo Alfonso)

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Bonus vacanze in Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 settembre 2020

“È proprio vero, viviamo in un Paese meraviglioso. Fatto di paesaggi incantevoli, cultura, buon cibo. È il Paese degli 8 mila Comuni, uno diverso dall’altro ma tutti ricchi di tradizioni. In questi pochi giorni di sospensione dei lavori parlamentari ho fatto un piccolo tour tra i borghi e i laghi del Lazio, ogni giorno in un posto diverso, prima di tornare in Sicilia per trascorrere qualche momento in famiglia e rivedere i luoghi della mia infanzia. Ci torno ogni volta che posso, è di una bellezza indescrivibile. Come tutta l’Italia.Da oggi riprende il lavoro in Commissione, per la conversione del Decreto Agosto, e quello al Ministero per chiudere tutti i dossier aperti, dalla riforma fiscale al Recovery Plan, alla Legge di Bilancio. Vi tengo aggiornati, stiamo mettendo le basi per arrivare a riforme strutturali importantissime per migliorare la qualità della vita di tutti noi. Lo scrive, sui social, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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Il doppiogiochismo fa male all’Italia. Su 5G Di Maio si attenga a deliberazioni Copasir

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2020

“Credo che il ministro Di Maio sappia bene che gli interessi nazionali si difendono con posizioni chiare e in linea con le tradizionali alleanze internazionali europee e occidentali, ogni ulteriore doppiogiochismo fa male all’Italia e ne pregiudica gli interessi nazionali”: è quanto afferma il senatore di Fratelli d’Italia, Adolfo Urso, vicepresidente del Copasir.“Basta ambiguità. Su 5G, fibre ottiche e infrastrutture portuali non ci posso essere cedimenti né compromessi, tantomeno accordi sottobanco, perché sono in gioco fattori fondamentali della sicurezza nazionale. Il governo si esprima con chiarezza e in ogni contesto con linea univoca e senza ulteriori infingimenti. Ci aspettiamo che lo faccia già oggi il ministro degli Esteri nell’incontro con il suo omologo Wang Yi. Peraltro, in tema 5G la linea espressa in Parlamento dal Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica è chiarissima ed è stata assunta alla unanimità al termine di oltre un anno di indagine che ha esaminato ogni aspetto con il vincolo della segretezza. Il governo non può evadere ciò che il Parlamento ha deliberato nei suoi organismi competenti”.

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Anche quest’anno l’Italia brucia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2020

Dall’incendio scoppiato sul Gran Sasso a inizio mese, per il quale è stato chiesto lo stato di emergenza, ai roghi del palermitano, passando per Campania e Calabria, anche questa estate presenta il conto di aree boschive danneggiate o perdute a causa degli incendi. In generale, le principali cause sono il progressivo abbandono di aree agricole e di pascolo, la mancanza di gestione del territorio e un approccio che si concentra principalmente sulla lotta agli incendi attivi piuttosto che sulla loro prevenzione. La situazione è destinata a peggiorare: i cambiamenti climatici causeranno sempre più spesso condizioni meteorologiche estreme che predispongono la vegetazione a bruciare.Negli ultimi anni nel bacino mediterraneo si è assistito a incendi sempre più vasti e severi, con grandi superfici percorse e perdite di vite umane. Dal 2000 al 2017 le aree interessate da incendi sono state 8,5 milioni di ettari, circa tre volte e mezzo la Sardegna.È quello che emerge dal rapporto “Un Paese che brucia. Cambiamenti climatici e incendi boschivi in Italia”, pubblicato oggi da Greenpeace Italia e Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF) con l’obiettivo di spiegare il legame fra questi due fenomeni, offrendo raccomandazioni e proposte.I cambiamenti climatici e le foreste sono strettamente connessi. Da un lato, le foreste trattengono e assorbono carbonio, svolgendo quindi un ruolo determinante nel mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Dall’altro, l’aumento delle temperature medie annuali, l’alterazione delle precipitazioni e il verificarsi di eventi meteorologici estremi (per forza e frequenza) mettono a rischio funzionalità e salute delle foreste, diminuendone la capacità di fornire servizi ecosistemici, ed esponendole ulteriormente a tempeste, siccità e incendi sempre più frequenti.
Oltre a Luca Tonarelli, i membri SISEF che hanno collaborato alla stesura del rapporto sono Giorgio Vacchiano, Ricercatore in gestione e pianificazione forestale presso l’Università Statale di Milano; Davide Ascoli, Ricercatore in selvicoltura e pianificazione forestale presso l’Università degli Studi di Torino; Giuseppe Mariano Delogu, Comandante regionale del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale dal 2007 al 2009 e docente presso l’Università di Sassari; Valentina Bacciu, Ricercatrice presso il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici.

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Italia ingessata

Posted by fidest press agency su domenica, 30 agosto 2020

Dal 1992 ci furono i primi forti segnali sulla necessità che l’Italia addivenisse ad un cambiamento del sistema paese per non perdere la possibilità di restare al passo con i tempi nuovi.
Il segnale non fu colto tanto che si passò alla stagione di “mani pulite”. Eppure, si erano alzate voci autorevoli sul decadimento della classe politica da parte di Berlinguer, Moro e Fanfani. Non fu colta l’occasione nel mondo della produzione industriale, economica e finanziaria del Paese. Non ne trasse spunto la cultura in senso generale e nello specifico non vi pervennero gli intellettuali. Così si consolidò un’alleanza innaturale fondata sull’immobilismo secondo l’idea che chi sceglie la via nuova per la vecchia sa quel che lascia ma non quello che trova. Questo retaggio pesa ancora oggi grandemente e gli effetti, con il trascorrere del tempo, possono diventare intollerabili per l’opinione pubblica dopo che i vari governi, che da allora si sono avvicendati, alla guida del paese, hanno ragionevolmente predicato il cambiamento ma con la riserva mentale di lasciare le cose inalterate. Ma cosa significa, in pratica, voltare pagina? La risposta parrebbe ovvia ma non lo è. Ci siamo mai chiesti perché l’alta velocità si è fermata a Salerno? Perché il sistema industriale ha privilegiato per il meridione le “cattedrali nel deserto” invece di fare scelte più congeniali sul territorio? Perché la giustizia non funziona tanto che per arrivare ad una sentenza definitiva possono trascorrere anche due lustri? Perché l’istruzione scolastica è ferma da anni mentre sarebbe stato necessario rinnovare la didattica e preparare una nuova classe di docenti? Per non parlare della sanità e via di questo passo? Il tutto per arrivare all’amara conclusione che ci troviamo in un paese che invecchia ancor prima del dato anagrafico con una mentalità che si sta fossilizzando per un passato che non c’è più, in un presente confuso e per un futuro incerto. Eppure, dovremmo renderci conto che cambiare non è più un optional ma un inderogabile imperativo. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia e le leggi ignorate

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 agosto 2020

Qualcuno ha provato a calcolare quante leggi vi sono in Italia ma arrivato a un certo numero astronomico vi ha rinunciato. Eppure, se ci guardiamo in giro molte di loro sembrano inesistenti tanto che non sono pochi coloro che ne invocano di nuove. Se a questo riguardo apriamo il discorso chiedendoci chi dovrebbero farle rispettare pensando alla magistratura o rivolgendoci al legislatore per darne una sostanziosa sforbiciata per ridare le restanti più visibili e ottimizzarne l’applicazione nella fattispecie pratica, notiamo una logica consolidata negli anni di chi presenta una sordità cronica a tali impegni. Sembra che non ci rendiamo conto, o meglio lo sappiamo ma fingiamo di ignorarlo e il che è ancora peggio, che se vogliamo un sistema paese efficiente bisogna, e con urgenza, porvi mano con determinazione e soprattutto in maniera risolutiva.
Direi che ai tanti programmi che ogni partito si appresta a redigere ad uso e consumo degli elettori edulcorandolo di promesse, e soprattutto di illusioni, potremmo farne carta straccia in modo radicale proponendo una sola riforma: quella della giustizia e con essa con leggi chiare dove l’evasore fiscale sappia che se individuato rischia subito ed in tempo reale senza rinvii e passaggi ai vari gradi di giudizio che in Italia significa farsi beffe delle leggi. Che chi delinque per reati comuni potrà contare in processi che non richiedono anni per la sentenza definitiva pur nel rispetto dei diritti dell’incriminato. Quante volte un cittadino si sente una nullità al cospetto della farraginosità delle procedure per farsi riconoscere un diritto o una tutela d’ordine amministrativo nei confronti di un privato o di una pubblica amministrazione? Alla fine, se subisce uno scippo, un borseggio, un furto in casa o una truffa telematica preferisce non denunciarli tanto, pensa, non riusciranno a prendere i colpevoli e se lo fanno nel giro di qualche anno ce lo ritroviamo a reiterare lo stesso delitto. E il poliziotto che ferma in flagrante un ladruncolo di certo si sentirà stressato se lo rivede il giorno dopo in libertà e nello stesso posto dove lo ha bloccato in precedenza a commettere lo stesso reato. E dalle piccole vicende di criminalità di strada alle truffe in grande stile ci ritroviamo fatalmente con un paese difficilmente governabile e se diciamo che vogliamo mettere le manette ai grandi evasori facciamo ridere i polli. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia degli sprechi

Posted by fidest press agency su martedì, 25 agosto 2020

Rimproveriamo spesso gli amministratori pubblici di sperperare il denaro della collettività per opere o per iniziative inutili o poco redditizie, ma non ci chiediamo cosa fanno i cittadini che in quel paese vivono e se essi si comportano nel privato alla stessa maniera della scelta fatta per guidarli nella gestione del Paese. La verità è che oggi, amministratori e amministrati, stiamo vivendo una stagione surreale nella quale cerchiamo di riverberare le nostre frustrazioni attraverso logiche consumistiche che un tempo ci facevano sognare e che ora sentiamo più concretizzabili. Non ci siamo resi conto, al tempo stesso, dei guasti che provochiamo nel voler “istituzionalizzare” un benessere acquistato con la falsa moneta dei facili arricchimenti, delle logiche clientelari, delle azioni indegne praticate pur di raggiungere e consolidare uno status symbol. Abbiamo finito con il creare dei mostri che con il loro cinismo hanno avvelenato le nostre coscienze, ci hanno resi aridi e amorali e fatto perdere il senso della misura nel rapporto con i valori costituenti la base del nostro vivere comune. La politica praticata con questi stessi principi aberranti ha perso il suo carisma iniziale e come un legno storto, riprendendo la celebre metafora kantiana, resta nella sua condizione poiché non siamo in grado di raddrizzarlo per l’assenza di una lucida e determinata volontà di cambiamento. Questa nostra incapacità talvolta la surroghiamo con l’alterazione del significato che c’è dato dalla politica. La consideriamo una sorta di contenitore nel quale possiamo riversarvi i nostri interessi personali e non per quella che è, ossia un’esperienza sociale, per consentirle di esplicitare tutte le proprie potenzialità. Su questo punto manca l’elemento più importante: la figura di un “reggitore” ovvero di chi è dotato di una particolare forma di intelligenza per capire le esigenze del sociale e avere la volontà di realizzarle nella loro oggettività. È un identikit non facile da tracciare essendo un compito così fuori dal comune in una società come la nostra portata a seguire la strada più agevole e comoda del nostro bene privato in luogo di quella del bene di tutti. E al bene privato può facilmente associarsi la “tentazione del potere” che per affermarsi e consolidarsi non ha scrupoli. Lo fu nel mondo antico con la divinizzazione del sovrano, lo è oggi nel postulato machiavellico e hobbesiano che non esista potere che non sia assoluto. Su questo presupposto è stata prima costruita la teoria della sovranità popolare e poi quella della divisione dei poteri per limitarne l’assolutezza. Ma questa non demorde. Oggi è in atto il tentativo di condizionare dall’interno l’autonomia dei diversi poteri: giudiziario, legislativo e dell’esecutivo per renderli, ove possibile, più deboli, inefficaci, ininfluenti. Se il male è questo quale potrebbe essere il suo antidoto? Continua a esserlo l’essere umano con la sua intelligenza, coerenza e valori morali. Solo in questo modo si può pensare in maniera diversa al potere non per abolirlo ma per risemantizzarlo. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia degli sprechi

Posted by fidest press agency su martedì, 25 agosto 2020

Rimproveriamo spesso gli amministratori pubblici di sperperare il denaro della collettività per opere o per iniziative inutili o poco redditizie, ma non ci chiediamo cosa fanno i cittadini che in quel paese vivono e se essi si comportano nel privato alla stessa maniera della scelta fatta per guidarli nella gestione del Paese. La verità è che oggi, amministratori e amministrati, stiamo vivendo una stagione surreale nella quale cerchiamo di riverberare le nostre frustrazioni attraverso logiche consumistiche che un tempo ci facevano sognare e che ora sentiamo più concretizzabili. Non ci siamo resi conto, al tempo stesso, dei guasti che provochiamo nel voler “istituzionalizzare” un benessere acquistato con la falsa moneta dei facili arricchimenti, delle logiche clientelari, delle azioni indegne praticate pur di raggiungere e consolidare uno status symbol. Abbiamo finito con il creare dei mostri che con il loro cinismo hanno avvelenato le nostre coscienze, ci hanno resi aridi e amorali e fatto perdere il senso della misura nel rapporto con i valori costituenti la base del nostro vivere comune. La politica praticata con questi stessi principi aberranti ha perso il suo carisma iniziale e come un legno storto, riprendendo la celebre metafora kantiana, resta nella sua condizione poiché non siamo in grado di raddrizzarlo per l’assenza di una lucida e determinata volontà di cambiamento. Questa nostra incapacità talvolta la surroghiamo con l’alterazione del significato che c’è dato dalla politica. La consideriamo una sorta di contenitore nel quale possiamo riversarvi i nostri interessi personali e non per quella che è, ossia un’esperienza sociale, per consentirle di esplicitare tutte le proprie potenzialità. Su questo punto manca l’elemento più importante: la figura di un “reggitore” ovvero di chi è dotato di una particolare forma di intelligenza per capire le esigenze del sociale e avere la volontà di realizzarle nella loro oggettività. È un identikit non facile da tracciare essendo un compito così fuori dal comune in una società come la nostra portata a seguire la strada più agevole e comoda del nostro bene privato in luogo di quella del bene di tutti. E al bene privato può facilmente associarsi la “tentazione del potere” che per affermarsi e consolidarsi non ha scrupoli. Lo fu nel mondo antico con la divinizzazione del sovrano, lo è oggi nel postulato machiavellico e hobbesiano che non esista potere che non sia assoluto. Su questo presupposto è stata prima costruita la teoria della sovranità popolare e poi quella della divisione dei poteri per limitarne l’assolutezza. Ma questa non demorde. Oggi è in atto il tentativo di condizionare dall’interno l’autonomia dei diversi poteri: giudiziario, legislativo e dell’esecutivo per renderli, ove possibile, più deboli, inefficaci, ininfluenti. Se il male è questo quale potrebbe essere il suo antidoto? Continua a esserlo l’essere umano con la sua intelligenza, coerenza e valori morali. Solo in questo modo si può pensare in maniera diversa al potere non per abolirlo ma per risemantizzarlo. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia è divisa: si certo ma…

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 agosto 2020

Non come lasciava intendere Bossi ai tempi della Lega prima maniera. E’ divisa non certo per aree geografiche ma tra le aree del benessere e quelle del malessere. Da una parte vi sono milioni di italiani, e sono la maggioranza assoluta del paese che ingrossano le file dei disoccupati, di cassa integrati, dei precari, dei pensionati, delle famiglie monoreddito, delle retribuzioni modeste. Dall’altra tutti gli altri e sono una minoranza. Insieme si trovano indifferentemente al sud, al centro o al nord del paese. Si trovano a essere governati da chi non comprende gli affanni della maggioranza e privilegia quelli della minoranza. Ecco perché i governi che noi concorriamo ad esprimere con il voto diventano poco rappresentativi di queste istanze della società civile in quanto non garantiscono obiettività di giudizio e azione politica conseguente. Una scelta che poteva essere non rilevante in tempi di vacche grasse, ma ora che siamo passati alle magre ogni fuscello diventa un tronco. Ora più che in passato si pensa a quanto male è stato fatto da chi ha beneficiato delle pubbliche elargizioni per sfruttare la parte più debole del paese. E’ stato fatto con la cassa del Mezzogiorno che prometteva stanziamenti a fondo perduto per gli industriali del nord che hanno incassato ma sono ritornati ai loro paesi d’origine senza però restituire ciò che era stato loro dato per l’industrializzazione del meridione. E ancora quando il nord si è sbarazzato dei rifiuti tossici inquinando intere aree del sud. Ora ci dicono che se il paese è in crisi la colpa è del meridione. E’ un modo di ragionare che tenta semplicemente un diversivo. A questo punto non si può rigirare la pizza a proprio piacimento. Le aree geografiche dell’Italia per quanto sta accadendo non c’entrano. C’entra invece un aspetto trasversale che coinvolge tutto il paese. E’ quello della povertà, dei privilegi di casta e che hanno trasformato in Italia un terreno di conquista per loschi affari o per indebiti arricchimenti a spese dei più deboli. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia fuori dal nuovo giro di dazi Usa sull’agroalimentare

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 agosto 2020

“Buone notizie arrivano sul fronte dei dazi Usa sull’agroalimentare italiano. Infatti, gli Stati Uniti salvano l’Italia da eventuali nuovi dazi, annunciati come risposta agli aiuti di stato dell’Ue al settore aeronautico (Airbus).Un risultato frutto dell’impegno della nostra diplomazia, in particolare del Sottosegretario agli Esteri, on. Scalfarotto, e dell’Ambasciatore Varricchio, oltre che di tutti coloro che hanno protestato con l’Amministrazione americana per l’aumento dei dazi sui prodotti italiani. Dazi che avrebbero potuto colpire il nostro settore agroalimentare per un valore di circa 3 miliardi di euro; infatti gli Stati Uniti rappresentano il nostro primo mercato estero fuori dall’Ue.Ora dobbiamo lavorare di più per sostenere il Made in Italy nel mondo e lottare contro la piaga della contraffazione come avevo chiesto in una mozione, a mia prima firma ed approvata in parlamento, in cui si prevedeva di istituire degli appositi uffici per la lotta alla contraffazione presso le principali ambasciate italiane nel mondo”.Lo ha dichiarato l’on. Fucsia Nissoli Fitzgerald, deputata di Forza Italia eletta nella Circoscrizione estera – Ripartizione Nord e Centro America.

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Il sistema maggioritario o proporzionale in Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 23 agosto 2020

Forse è necessaria una semplificazione per meglio mettere a fuoco quest’aspetto della governance italiana. Nel nostro paese, anche se si parla tanto di maggioritario, in specie quando si adombra l’idea che in questo modo avremmo due soli partiti che si contendono la leadership del paese, diventa in pratica un modello difficilmente attuabile. Manca, si dice, la rappresentatività di tutte le anime del Paese e si pensa soprattutto ai partiti e non certo alla società civile. Il proporzionale invece, sia pure con uno sbarramento per quei partiti che a livello nazionale non raggiungono una certa soglia percentuale stabilita convenzionalmente, consente d’offrire uno spazio “onorevole” ai partiti e ai movimenti minori che si mettono il lizza per far eleggere i loro rappresentanti che alla fine si possono associare, una volta eletti, alle formazioni più copiose e diventare, a volte, l’ago della bilancia che fa propendere le maggioranze da una parte in luogo di un’altra. Ora se ci portiamo all’attualità e facciamo l’esempio italiano dei Pentastellati che, grosso modo, da circa tre legislature sono presenti nell’agone politico ci rendiamo conto che il loro ruolo mal si concilia con il maggioritario, ma potrebbe meglio adattarsi con il proporzionale. Ma in entrambi i casi essi sono condannati ad una vita grama perché non sono riusciti a determinare una scelta di governo con il loro 25% di consensi ed è stata una presenza ancora insufficiente dopo aver raggiunto la volta successiva il 32%. Lo hanno ben compreso i partiti che si richiamano al centro-destra che si sono coalizzati per raggiungere il 51% e non riuscendovi hanno cambiato strategia fagocitando la forza politica più esposta ad un rischio di logoramento per la sua stessa natura. I Pentastellati, infatti, sono nati come movimento di protesta ed hanno raccolto i consensi di quella parte dell’elettorato insoddisfatto delle politiche condotte sia dal centro destra sia dal centro sinistra. Ciò significa che se fosse stata garantita una certa condotta programmatica avrebbero potuto imbarcarsi con entrambe le coalizioni di centro destra e di centro sinistra pur scartando quei partiti che al loro interno consideravano troppo compromessi con il passato come lo sono Forza Italia e Fratelli d’Italia. E ciò è accaduto.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Dalle più recenti intenzioni di voto dobbiamo registrare una forte caduta di consensi per i Pentastellati e una vigorosa ascesa della Lega ridimensionata poi dal compagno di cordata Fratelli d’Italia. Se le cose restano in questo modo il maggioritario conviene al Centro destra ma non allo schieramento opposto. E i pentastellati? Perderli sarebbe un grave errore per quella parte laboriosa del paese che in questo modo potrebbe contare su una sensibilità maggiore sui valori rispetto alle altre coalizioni di partiti. Cerchiamo, a questo punto di capire cosa si deve fare per conservare e ancor più per far lievitare questo spirito di rinascita del paese attraverso una politica che sappia restituire alla gente il gusto di ritrovare la propria identità in una sana politica. Possiamo solo dire che sarebbe un gravissimo errore escludere i pentastellati da questa sorta di rivoluzione copernicana. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia politica degli ultimi anni: guardiamo il passato per capire il presente

Posted by fidest press agency su domenica, 23 agosto 2020

Partiamo dall’intervento di Amintore Fanfani, sul finire degli anni sessanta, in un’assise congressuale della Dc dove denunciava i primi casi di corruzione politica e che anni dopo Aldo Moro e Berlinguer cercarono un possibile deterrente attraverso la formula del “compromesso storico”. Sappiamo che tale tentativo fallì tragicamente con il rapimento e l’uccisione di Moro e la successiva morte per cause naturali di Berlinguer. Il tema fu ripreso da Bettino Craxi in un suo famoso discorso alla Camera dei deputati per difendersi da un sistema corruttivo già ampiamente diffuso e che lo aveva travolto.
Seguirono gli eventi internazionali con la caduta del muro di Berlino e il conseguente collasso dell’Urss. Di rimbalzo l’Italia subì una crisi al contrario con la dissoluzione della D.C. ma non del partito comunista. Fu anche la stagione di “mani pulite” e si pensò ad una svolta virtuosa.
Fu, purtroppo, un’occasione mancata. Non si fecero i conti con i pregiudizi dell’elettorato italiano nei confronti del partito comunista anche se aveva cambiato il nome e non si trovò di meglio, per colmare il vuoto lasciato dalla Dc, che dar vita a un partito nuovo di zecca chiamando alla ribalta un uomo il cui merito era quello d’avere ingenti disponibilità economiche e l’audience delle sue televisioni private e di alcune testate giornalistiche. Si pensò ad una rivoluzione liberale ma il tutto si tradusse in una sorta di “liberismo creativo” dove l’Italia perse la sua grande occasione per rigenerarsi.
Dopo un lungo torpore dove le sorti del Paese continuarono a peggiorare si pensò a una nuova svolta con un movimento denominato 5Stelle che divenne nel 2018 il primo partito del paese ma non di governo. Primeggiarono i voti di coalizione dove il Pd nel 2013 prevalse sul centro destra per una manciata di voti che gli permise d’ottenere il premio di maggioranza.
E ora dopo i segni contradittori delle europee dello scorso anno ritorniamo, questa volta, con sette regioni che devono rinnovare i loro consigli e rispettivi governatorati. Cosa dovrebbe insegnarci il passato?
A non fidarsi di certo da chi ci ha delusi e ad offrire un’apertura di credito al diverso, se non proprio il nuovo, che si sta profilando espresso dal Movimento cinque stelle. Non vediamolo come il virtuoso che si contrappone al corrotto. Vediamolo per quello che è. Un movimento fatto di persone che possono anche sbagliare ma che hanno il privilegio di provenire dalla società civile senza passare dalle logiche partitiche e dagli inciuci di palazzo. Tutto qui? Certo e per l’Italia politica ne basta e ne avanza. (Riccardo Alfonso direttore del Centro studi politici della Fidest)

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L’Italia dei patrizi e dei plebei

Posted by fidest press agency su sabato, 22 agosto 2020

Cosa ci insegna la storia antica? Nella Roma precristiana la popolazione era costituita da due categorie: la nobiltà e la plebe. La prima si sentiva benedetta dal censo e, quindi, legittimata ad avere l’accesso al potere e a controllare la plebe che era usata come strumento politico per interessi indirizzati altrove. Ci volle la secessione sul Monte Sacro nel 496 a.C. per far riconoscere alla plebe i suoi diritti e a far eleggere i propri rappresentanti. Allora vi era un uomo di grandi meriti, un certo Menenio Agrippa che con il suo celebre discorso ricordò ai suoi contemporanei, e ci ricorda, come il corpo umano funziona solo se tutte le sue parti sono correttamente integrate. Ma con il passare del tempo e l’avvento della comunicazione e il suo controllo da parte dei “patrizi” s’insinuò nella plebe, delle grandi città e delle campagne, la convinzione di essere tutelati e che i sacrifici siano necessari per acquistare benemerenze nell’alto dei cieli. Fino a che punto, mi chiedo, l’ingenuità degli uni e le furbizie degli altri si spingono sino a ridurre la plebe in una povertà sempre più estesa e un taglieggiamento sempre più benedetto dalle credenze feticistiche laiche e religiose del bene supremo, della sofferenza e del martirio come riscatto per conquistare la purezza dello spirito? Intanto non ci dicono perché quella minima parte dell’umanità rinuncia a soffrire per darsi ai bagordi, a lucrare sulla povertà, ad accaparrarsi i beni esistenti e a privarli alla plebe dei giorni nostri. E la povertà non vive nei deserti, nelle terre lontane e selvagge. È tra noi, nelle grandi e nelle piccole città, nei borghi e nei casolari delle nazioni dove la civiltà è tecnologica, scientifica, evoluta. Eppure, prevale la plebe, alias proletari, alias piccoli borghesi, alias illusi per avere un soldo in più e per sentirsi in qualche modo un piccolo “patrizio” e, quindi, un “diverso”.
Qualcuno ha scritto in questi giorni che è inutile cercare delle pezze per ricucire un vestito ridotto a brandelli, perché il sistema è marcio e se non lo rivoltiamo come un calzino dando nuove regole, imponendo maggiore rispetto a chi soffre e a chi è reso in schiavitù e asservito a interessi che non lo riguardano, non andremo lontano, anzi ci fermeremo del tutto. (Riccardo Alfonso)

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L’occupazione in Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 22 agosto 2020

In questi giorni si sta ampliando il dibattito sull’occupazione in Italia e molti si stupiscono sull’entità del fenomeno e altri attribuiscono all’attuale crisi economica conseguente alla pandemia la perdita dei posti di lavoro. In effetti, la situazione ha avuto, se non vogliamo andare troppo a ritroso nel tempo, un precedente che forse alcuni dimenticano. Il primo effetto negativo sull’occupazione l’abbiamo avuta negli anni successivi la fine della Seconda guerra mondiale. Allora vi era una ragione dettata dalle conseguenze dei danni bellici e dalla distruzione di molti stabilimenti industriali. Poi vi fu il “boom” della ricostruzione, del risveglio imprenditoriale congiunto all’aiuto del piano Marshall. Ciò non di meno fu chiaro che il Paese si trovava nell’impossibilità di coprire, per intero, la forza lavoro disponibile tanto che si ricorse ad alcuni stratagemmi. Per prima cosa si continuò a emigrare o a spostarsi dal Sud al Nord del paese. Per chi restò furono ideati degli ammortizzatori sociali dalla leva militare obbligatoria e dell’allungamento dei corsi universitari (fuori corso) che avevano lo scopo preciso di ritardare la domanda di lavoro delle nuove generazioni. Nello stesso tempo si “dilatarono”, artificiosamente, i posti di lavoro nella pubblica amministrazione e persino nelle grandi aziende private come la Fiat. Pensammo in questo modo di esorcizzare la situazione e di perpetuarla nel tempo incoraggiati, come fummo, dalla situazione politica internazionale che aveva generato la guerra fredda tra i due blocchi e l’Italia era sotto attenta osservazione per l’essere il paese occidentale con il più consistente partito comunista e l’Urss non nascondeva di foraggiarlo. Dopo la caduta del Muro di Berlino e il tracollo dell’Urss le cose cambiarono anche per l’Italia sebbene i politici nostrani sembrassero non accorgersene. E la situazione si aggravò per il semplice motivo che la crisi del sistema impose la drastica riduzione dei surplus occupazionale mentre gli ammortizzatori sociali mostrarono i loro limiti vuoi per la fine della ferma obbligatoria vuoi per l’aumento dei giovani in cerca di un lavoro resi meno pazienti d’attendere le lungaggini dei corsi universitari. Solo ora ci rendiamo conto che di là della crisi economica esiste un gap occupazionale che non è mai venuto meno sebbene si sia aggravato in certi periodi in luogo di altri. E oggi siamo nella fase più acuta. Questo significa che se ritorniamo al regime di sviluppo normale dobbiamo, comunque, convivere con non meno di due milioni di disoccupati, se non di più. È una forza lavoro eccedentaria che va ad aggiungersi a quella sempre più consistente degli immigrati che oggi sono tollerati, dal punto di vista lavorativo, solo perché costituiscono il nerbo del lavoro in nero con bassi salari e costi sociali minimi. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia e la religiosità

Posted by fidest press agency su sabato, 22 agosto 2020

Di tanto in tanto, dagli ultimi quarant’anni ad oggi personalità autorevoli non solo di origine cattolica richiamano la nostra attenzione sulla religione degli italiani. Se stiamo alle fonti ufficiali dovremmo dire che gli italiani, nella loro stragrande maggioranza, si dichiarano cattolici tanto da farci pensare che gli atei, gli agnostici e gli indifferenti non superano il 10-15%. Ciò che invece ci lascia perplessi e la coerenza dei comportamenti che dovrebbe riflettere questo dato statistico. In altri termini la prima dissonanza rilevata è che solo il 25% della popolazione, in specie nelle aree urbane del Centro-Nord, si può definire praticante anche se non tutti vanno regolarmente a messa. In buona sostanza possiamo dire che la maggioranza degli italiani si limita a condividere le credenze fondamentali e solo occasionalmente a richiedere i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Le stesse credenze cattoliche appaiono inquinate da sincretismi, ad esempio la fede nella resurrezione dei corpi viene confusa con la reincarnazione, di certo senza conoscere il significato, in realtà opposto a quello inteso dagli incauti credenti “doppi”, attribuitogli dalla dottrina induista. Ma sono contraddizioni che percorrono varie strade come quella della Gerarchia ecclesiale che non mostra alcuna esitazione ad accettare il sostegno politico alla visione cristiana della famiglia offerto a fini di scambio elettorale da uomini politici notoriamente divorziati e risposati.
Questo modo d’intendere la pratica religiosa la possiamo rilevare nel libro “Un singolare pluralismo” dove Garelli, Guizzardi e Pace descrivono questa discrasia nei comportamenti degli italiani, basandosi sui dati offerti dall’indagine sociologica sui valori degli europei (Essvg). Essi non fanno altro che ribadire quanto era già noto da tempo: che nel nostro Paese si può parlare di pluralità interna al Cattolicesimo, ma non certo di pluralismo confessionale. Un’altra indagine fu effettuata in Italia ai tempi del Giubileo 2000 intervistando un campione internazionale di pellegrini recatasi a Roma. Fu allora tracciato per quanto riguarda i pellegrini italiani un tracciato che ci mostra cinque profili diversi di cattolici: i Fedeli, i Distanziati, i Mistici, i Devoti e i Rituali. Il gruppo più consistente è stato quello dei Fedeli che si sono mostrati più coerenti con quanto insegnato dal Magistero ecclesiastico. I mistici a loro volta presentano una spiritualità interiore che ha oramai abbandonato la pratica religiosa e i comportamenti conseguenti. I distanziati sono lontani sia dalla pratica liturgica, sia dalle credenze sia dai comportamenti morali proposti dal Magistero, però sono interessati al Cattolicesimo come fattore d’identità. Per concludere dovremmo convenire con Lucio Dalla quando canta in “Piazza Grande” che il credente autonomo non ascolta più il proprio parroco e quando prega Dio lo fa a “modo mio”. E passando dal sacro al profano il modello di pensiero non si differenzia di molto pensando alla politica e ai suoi rappresentanti istituzionali. (Riccardo Alfonso)

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Il risultato netto aggregato di Crédit Agricole in Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 16 agosto 2020

Nel primo semestre del 2020 è pari a 334 milioni di euro. Il Crédit Agricole è presente in Italia, suo secondo mercato domestico, con circa 14 mila collaboratori e più di 4,5 milioni di clienti grazie ad un Gruppo composto, oltre che dal Gruppo Bancario Crédit Agricole Italia, anche dalle società di Corporate e Investment Banking (CACIB), Servizi Finanziari Specializzati (Agos, FCA Bank), Leasing e Factoring (Crédit Agricole Leasing e Crédit Agricole Eurofactor), Asset Management e Asset Services (Amundi, CACEIS), Assicurazioni (Crédit Agricole Vita, Crédit Agricole Assicurazioni, Crédit Agricole Creditor Insurance) e Wealth Management (CA Indosuez Wealth Italy e CA Indosuez Fiduciaria). Il Gruppo Crédit Agricole ha ottenuto un utile netto sottostante nel primo semestre 2020 di 2,767 miliardi di euro, con proventi operativi netti sottostanti di 16,914 miliardi di euro.

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