Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n°56

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by Fidest

Molise: La situazione sanitaria regionale

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 febbraio 2019

E’ stato un incontro a tutto tondo quello svoltosi a Roma tra il commissario alla Sanità molisana, Angelo Giustini, e i rappresentanti dell’associazione “Forche Caudine”, che da tempo denunciano come il decadimento dei servizi pubblici sanitari in Molise costituisca un ulteriore fattore di freno per i rientri estivi in regione da parte delle famiglie d’origine molisana. “Sono tante le persone anziane che da Roma, specie d’estate, non rientrano più nella terra d’origine perché mal presidiata in ambito di servizi sanitari – ha esordito il professor Luca Turrisi, tra i fondatori del conservatorio “Perosi” di Campobasso, raccontando come lui stesso manchi in Molise con la famiglia da quasi cinque anni, avendo riscontrato una drastica riduzione dei servizi a tutti i livelli, compresi quelli postali, bancari e commerciali in genere.Gabriele Di Nucci, segretario dell’associazione, ha posto l’accento sulla complicata situazione nei paesi dell’entroterra, quelli con i più alti tassi di emigrazione e con le maggiori potenzialità turistiche. “D’estate da Capracotta per ogni minimo problema di salute siamo costretti ad usufruire di ciò che rimane della sanità di Agnone – ha evidenziato. Francesco Caterina, coordinatore del Comitato Imprese dell’associazione, ha ribadito come l’impegno per promuovere il territorio molisano risulti spesso vanificato proprio da quell’inefficienza politica che ha concorso a collocare il Molise agli ultimi posti in Italia per infrastrutture e servizi, compresa la pessima condizione della sanità pubblica molisana.Giampiero Castellotti, presidente dell’associazione, ha manifestato soddisfazione per la scelta di un commissario esterno dopo anni di governatori-commissari, i frutti del cui operato sono davanti agli occhi di tutti.
Importante l’apporto dei medici che operano nella città metropolitana di Roma. Il professor Massimo Persia, originario di Bagnoli del Trigno, responsabile del Sert di Tivoli-Guidonia, ha incontrato il commissario Giustini per trasmettergli un quadro aggiornato del campo delle dipendenze giovanili, tematica su cui il professor Persia ha di recente scritto un libro di successo. Il professor Pasquale Fruscella, originario di Campobasso, non avendo potuto partecipare all’incontro, s’è offerto di illustrare i progressi svolti nella ricerca antinvecchiamento e anticancerogenesi e in genere le innovazioni in medicina e chirurgia rigenerativa.Il commissario Giustini, ringraziando l’associazione per la disponibilità e per la cordiale occasione d’incontro, ha ricordato come il Molise venga da ben dodici anni di commissariamento e come la situazione della sanità molisana non sia certo delle migliori, salvo qualche eccezione, in primis Neuromed e Cattolica.Ha quindi elencato alcune criticità, a cominciare dalla carenza di personale – in particolare anestesisti, rianimatori, radiologi, pediatri – con concorsi e avvisi pubblici che vanno deserti o calamitano professionalità che restano poco tempo in regione. Ha fatto poi il quadro poco edificante delle postazioni di primo soccorso e delle case della salute. Una situazione talmente complessa che anche i vari comitati di cittadini sorti in tutta la regione presentano istanze spesso in contrapposizione tra loro “e ciò non aiuta certo a risolvere i problemi” ha detto il commissario.Uno dei nodi è rappresentato dal decreto Balduzzi che impone rigidi criteri da rispettare: una regione con 306mila residenti non sempre, purtroppo, riesce a garantire i “numeri” minimi: è il caso dei parti, dove se Isernia è nei termini di legge, Termoli è fuori.Per poter ripartire, ha evidenziato il commissario, serve innanzitutto pareggiare il bilancio. Quindi le idee non mancano, anche per un territorio così urbanisticamente parcellizzato come quello molisano.In linea con la Strategia nazionale aree interne, il primo obiettivo è quello di valorizzare le “farmacie di servizi”. Ha spiegato il dottor Giustini: “In Molise ci sono circa 160 farmacie, di cui 130 in zone rurali. Questo presidio comunitario, a volte unico, potrebbe rafforzare il proprio ruolo di medicina preventiva e ambulatoriale, ad esempio con prelievi, analisi, elettrocardiogrammi, ecc. Parallelamente si potrebbe dare spazio alla figura dell’infermiere di comunità. La Regione potrebbe inoltre rafforzare campagne di prevenzione, programmi di educazione sanitaria e l’assistenza domiciliare integrata”.E’ intenzione del commissario riqualificare e potenziare le sedici postazioni di primo soccorso, portandole a venti, nonché le auto medicalizzate con medico a bordo.L’associazione, a chiusura dell’incontro, ha consegnato al commissario il proprio articolato documento ufficiale “Sanità in Molise, contrastare il declino” dove, dopo una panoramica delle criticità, vengono elencati tredici punti di proposte, redatti anche in sinergia con collaboratori dell’associazione residenti in Molise e particolarmente impegnati sul tema, come il professor Umberto Berardo di Duronia.L’associazione ha infine ribadito al commissario tutto il proprio sostegno, nonché la propria vicinanza a fronte di alcune discutibili iniziative promosse da vertici regionali, evidentemente infastiditi da presenze estranee al territorio.Non è mancata e non mancherà la consegna di altri documenti da parte di singoli associati.

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“Cina: scambi commerciali, dazi, riforma delle politiche di sostegno e potenziale”

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 febbraio 2019

A cura di Jin Xu, Gestore di portafoglio, Azionario asiatico di Columbia Threadneedle Investments. Mentre sono in corso i festeggiamenti per il Capodanno cinese, la guerra commerciale in atto e il rallentamento sul fronte interno continuano ad evolversi. In che modo la Cina si prepara ad affrontare questi eventi e quali lezioni ha tratto dal passato?
L’indebolimento della crescita in Cina è dovuto soltanto alla guerra commerciale o ha radici più profonde a livello di fondamentali?
Senza dubbio, le schermaglie sui dazi hanno contribuito al rallentamento. Verso la fine dello scorso anno, la Cina ha concentrato le proprie esportazioni verso gli Stati Uniti nel tentativo di contrastare l’aumento dei dazi previsto a gennaio. Ora quel momento è arrivato e ne vedremo le ripercussioni durante l’anno in corso. Ma ci sono altri due fattori da considerare.
In primo luogo, all’inizio del 2018 il governo cinese aveva lanciato una serie di misure volte alla riduzione dell’indebitamento per cercare di porre un freno al debito complessivo nazionale e rafforzare il controllo sul finanziamento bancario e fuori bilancio, privilegiando una crescita di qualità. Queste politiche monetarie hanno ovviamente rallentato la crescita.
In secondo luogo, aleggia l’incertezza sulle intenzioni di spesa in conto capitale da parte delle aziende. Le società nutrono dubbi riguardo alla congiuntura di lungo termine e alle prospettive in termini di ordini, perciò tendono a limitare la spesa.
Ad ogni modo, il governo è disposto a trovare un accordo con gli Stati Uniti per risolvere le controversie commerciali, collaborare a una soluzione ed evitare ulteriori aumenti significativi dei dazi sulle esportazioni cinesi.
La disponibilità a negoziare con gli Stati Uniti basterà a scongiurare nuovi dazi o la loro imposizione è inevitabile?
Le frizioni tra Stati Uniti e Cina vanno ben oltre la questione degli scambi commerciali; riguardano infatti la tutela della proprietà intellettuale, l’apertura del mercato e le politiche industriali. Ci vorrà tempo per giungere ad una soluzione, ma noi riteniamo che la situazione non si deteriorerà significativamente rispetto allo status quo odierno.
In che modo il governo cinese può gestire il problema del debito nazionale? E lo ritiene effettivamente un problema?
La sfida posta dal debito cinese è stato un tema molto dibattuto negli ultimi anni. Non è certo una novità, dato che il governo, le società e gli investitori sanno ormai tutto a riguardo. Detto questo, Pechino è consapevole dei problemi legati al suo debito ed è desiderosa di tenere la situazione sotto controllo e migliorarla. Dall’inizio dello scorso anno, quando l’economia, gli utili societari e la domanda globale erano sostenuti, il governo cinese si è adoperato per contenere l’indebitamento. Tuttavia, la congiuntura esterna è cambiata e sono state ormai preventivate misure di supporto.
Di norma, la liquidità viene iniettata nella massa monetaria e le banche iniziano poi a convogliarla nel sistema attraverso i prestiti alle società che desiderano espandersi; infatti, è necessario che le aziende assorbano la liquidità affinché quest’ultima si converta in credito e in un aumento dell’attività economica. Ma l’aspetto interessante della situazione attuale è che le società (e di conseguenza i consumatori) nutrono una certa ritrosia davanti alla prospettiva di assumersi altro debito. Preferiscono concentrarsi su flussi di cassa e rendimenti, perché il futuro appare incerto.
Un’altra novità è la tendenza delle aziende a investire maggiormente in ricerca e sviluppo e nell’innovazione dei prodotti piuttosto che nell’espansione delle capacità produttive.
Come viene percepita la guerra commerciale in Cina?
Convivono due punti di vista diversi. Secondo alcuni, rappresenta una sfida e provocherà un rallentamento economico, rendendo più difficoltosa l’attività imprenditoriale nonché l’import/export di componenti chiave. Secondo altri, invece, costituisce una buona opportunità per riformare il sistema.

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La Fidest cambia pelle

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 gennaio 2019


I lanci d’agenzia della fidest (storico) sono visibili su:

https://fidest.wordpress.com 

La Fidest è un’agenzia stampa a diffusione gratuita.

Fidest is a free circulation press agency

Ho deciso di chiudere una porta ma avendo contestualmente l’accortezza di aprirne un’altra più diretta e personale. In questo ambito riscopro la mia anima di opinionista sui temi che più da vicino toccano la nostra natura e ci permettono di interagire con chi avrà la bontà di seguirmi condividendo o criticando la mia linea di pensiero sui grandi temi di attualità: politica, sociale, economia.

I decided to close a door but at the same time have the foresight to open another one that is more direct and personal. In this context I rediscover my soul as a commentator on the themes that closely touch our nature and allow us to interact with those who will have the goodness to follow me by sharing or criticizing my line of thought on the major topics of current affairs: politics, society, economy .

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Roberto Maroni, è indagato in un nuovo procedimento per “induzione indebita”

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 novembre 2018

Milano La Procura della Repubblica di Milano contesta due reati, “induzione indebita” e “turbata libertà del procedimento di scelta del contraente”, per favorire, secondo l’accusa, una donna, l’architetto Giulia Capel Badino, per la quale avrebbe esercitato più volte pressioni sull’allora direttore generale di ‘Ilspa-Infrastrutture lombarde, Guido Bonomelli (anch’egli indagato) “affinché le attribuisse per una cifra sotto 40mila euro – scrivono i quotidiani – l’incarico di ‘supporto tecnico’ al cronoprogramma dell’allora peraltro nemmeno firmato contratto d’appalto della futura ‘Città della Salute’ a Sesto San Giovanni”.
Codacons: “Scandalo che getta un’ombra sugli appalti concessi dalla Regione. Ci auspichiamo che venga fatta piena luce sull’accaduto, e vengano accertate le responsabilità dei soggetti coinvolti. A tal fine, ci costituiremo parte offesa nel procedimento nonché nei confronti di coloro che dovessero essere individuati come responsabili dell’accaduto.

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Libro: Michele Bravi Nella vita degli altri

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 novembre 2018

Torino Martedì 13 novembre, ore 21 Circolo dei lettori, via Bogino 9, presentazione del libro di Michele Bravi Nella vita degli altri (Mondadori).
Michele Bravi, musicista di grande talento, divide la sua espressione artistica tra musica, web e adesso scrittura. Il vincitore della settima edizione di X Factor, infatti, è in libreria con il romanzo d’esordio, Nella vita degli altri (Mondadori) che presenta al Circolo dei lettori martedì 20 novembre, ore 21.Attraverso cinque storie memorabili che si intrecciano, il musicista descrive il caos di un uomo smarrito nelle sue profondità. Più simile a una canzone da leggere a voce alta, scritto con una prosa ariosa, empatica, immaginifica e ritmica, racconta il viaggio di un uomo dentro la “vita degli altri” e all’interno della sua, attorcigliando narrazioni che si infrangono come uno specchio rotto e che infine si ricompongono in una progressione di azioni potenti.Quanto c’è degli altri nella nostra vita? Qual è la distanza che intercorre tra il modo in cui noi ci vediamo e quello con cui gli altri ci guardano? Domande che riguardano il gioco degli specchi e che prendono forma in questo romanzo, che racconta, con una consapevolezza e una poesia inedite, i temi dell’identità e dell’immedesimazione. Al piano terra di una palazzina di cemento squadrata c’è la panetteria del signor Bisacco. L’odore del suo pane si infiltra tra le fessure strette dell’intonaco crettato e gli spiragli degli infissi da sostituire, profumando e amalgamando la vita delle persone che abitano il condominio. L’edificio ha cinque piani e accoglie e racconta molte storie. Quella di Angelo, un uomo spaventato che vive la sua passione per la fotografia con gravità e sofferenza. Quella della signora Vera, che viene da Padova ma sogna Parigi e lussi impossibili. Di Achille, un uomo complesso che cerca nel cibo la sua vendetta contro il mondo. Quella della signorina Eco, la cui bellezza nasconde una sottile punta di coraggio verso la vita.

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L’eroe e il carnefice, lo spirito ed il corpo

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

(Da un saggio di Riccardo Alfonso) Lo sgomento del principe Arjuna davanti alla prospettiva d’impugnare le armi per uccidere i propri simili in battaglia è allontanato dal dio Krsna che gli appare in sogno e lo esorta a combattere. L’esortazione a tuffarsi nella lotta e ad uccidere senza patemi d’animo è data secondo il principio che tutto è eterno. La lama del giustiziere non distrugge l’immutabile. Può apparire come una implicita esortazione all’omicidio. Noi dunque siamo attraversati da due mondi: quello visibile dei corpi e perituro, e quello invisibile, immanifesto. E’ la stessa divisione del reale affermata da Platone e dall’intera tradizione filosofica dell’occidente e raccolta dal cristianesimo. Dovremmo arguire che l’uccisione è nella natura delle cose, ma significa proprio questo? Vivere vuol dire fare violenza agli altri? No di certo. Occorre cancellare questo falso dalla nostra memoria e partire dal presupposto che non esistono nemici da combattere e da uccidere, in tutte le possibili battaglie della vita: dalle guerre dichiarate, ai conflitti locali, alle contese private. Se non rendiamo universale tale precetto è difficile poter capire che debbano esistere delle eccezioni e che la violenza e il delitto possano avere eroi che osannano il loro trionfo con l’uccisione del nemico.

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Persone e popoli nel linguaggio biblico

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

Nel contesto delle migrazioni per la Chiesa i soggetti che si incontrano non sono le singole persone ma i popoli. Sono questi, per la Bibbia, le strutture interne nel disegno della salvezza. L’amore di Dio che vuol salvare il mondo passa attraverso di essi. Tale progetto non annulla la chiamata personale la l’introduce nella linea comunitaria. Perciò, anche quando si presenta come singolo, il migrante non può essere dissociato dal popolo al quale appartiene, ma va inquadrato nella sfera  della propria identità etnica e culturale. In lui va rispettata la nazione nella quale affonda le sue radici, essendo questa una comunità di esseri umani, stretti da legami diversi, da una lingua e soprattutto da una cultura che costituisce come l’orizzonte della sua vita e del progresso integrale. Significativo è il fatto, e, quindi non è solo un aspetto di natura formale o di semplice denominazione se siamo passati a definire il dicastero della curia romana da Propaganda fides a Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. E’ un compito che conduce gli esseri umani, di tutti i popoli, a vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta Gesù Cristo. E’ un compito che compete a tutto il popolo di Dio, la Chiesa nella sua dimensione universale, come espressione di fede prima ancora di essere di “appartenenza” ad un rito in luogo di un altro. Tutto ciò rende la missione intrinsicamente universale. “Le migrazioni favorendo e promuovendo la reciproca conoscenza e l’universale collaborazione, attestano e perfezionano l’unità della famiglia umana e confermano chiaramente quel rapporto di fraternità tra i popoli per cui una parte dà e riceve simultaneamente dall’altro.” (Apostolicam Actuositatem, 16).

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Sullo stato vero delle cose in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

E’ la frase usata dal Murri per indicare lo stato d’animo dei cattolici che vivevano a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. “Ormai i cattolici – affermava – devono mettersi sul campo della lotta diretta contro uomini e partiti, nel terreno comune della costituzione vigente, salve le loro riserve; rivolgere contro quelli le acquisizioni della vita moderna, non temere i contatti momentanei con altri partiti dai quali più che gelosia di principi li divide, nel caso, incertezza di programma politico e temporaneo (R. Murri, Don Albertario, “Cultura sociale” 16/11/1898). Ora ci chiediamo cosa può insegnarci l’attuale situazione rispetto ad un secolo fa? Eravamo forse degli antesignani di fronte alla questione sociale mentre oggi si avverte un certo arretramento soprattutto culturale e generazionale. Allora il cattolicesimo impegnato in politica presentava limiti invalicabili come quello di mantenere una fisionomia essenzialmente religiosa e una connotazione rigidamente gerarchica. Oggi questo vincolo si è attenuato di molto. Dobbiamo, anzi, rilevare una tendenza all’opposto con una Chiesa che sembra andare oltre la politica condotta dai cattolici che in partiti o da soli percorrono tale strada. Mentre allora non era cosa da poco far penetrare i nuovi modelli e le nuove istanze sociali  e politiche per via delle resistenze operate dal vecchio organismo del laicato cattolico intransigente, oggi ci troviamo al cospetto di resistenze di ben altra natura che non provengono di certo dalle gerarchie religiose ma da interessi che sono avulsi al concetto di Fede che presiede gli spiriti liberi ed emancipati. Ciò che intendiamo dire, in ultima analisi, è che la battaglia di allora era verso la modernità quella di oggi è verso l’arretramento e di ciò i cattolici in prima fila dovrebbero averne coscienza e reagire di conseguenza. Oggi non possiamo addurre come alibi una visione bloccata  della funzione della Chiesa, ma renderci conto che la corsa verso il laicismo razionalistico merita più attenzione di quanto non era necessario in passato ed è proprio per questo motivo che taluni valori vanno riscritti ma anche sostenuti, senza esitazione, quelli fondanti. (Riccardo Alfonso)

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Che ne vogliamo fare dei pensionati?

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

E’ evidente che tra i pensionati esiste un’area di povertà molto elevata: poveri, rassegnati, frustrati. Eppure cercano di stringere i denti e di vivere dignitosamente.
Lo fanno, sovente, togliendosi il pane di bocca per infilare qualche banconota di 50 euro nelle tasche dei nipoti, studenti, precari, disoccupati, con famiglia monoreddito.
I pensionati, in Italia, sono circa 18 milioni e diventeranno qualcosa di più tra qualche anno. Molti di loro riescono a star bene in salute ma con solo qualche acciacco alle ossa, per lo più. Altri sono meno fortunati in salute. Altri, ancora, risentono l’abbandono dei familiari o vivono soli perché non hanno figli e nipoti per via di fratelli e sorelle. Li troviamo seduti sulle panchine dei giardini pubblici, a discutere per strada con i loro coetanei a fare la spesa, a portare a spasso i nipotini, a frequentare la parrocchia, a cercarsi qualche hobby. Sono ancora una risorsa ma loro non sembrano rendersene conto. Lo Stato con le imposte, con le addizionali degli enti locali, con le tasse su tutto non fa altro che erodere le loro modeste rendite. Si sentono assediati, si sentono a volte inutili. Non sono più i nonni di un tempo che attiravano i loro nipoti raccontando storie di vita e si riscaldavano intorno al camino e i loro volti s’illuminavano alle fiammate che aggredivano il ciocco posto sulla brace. Oggi i loro nipoti sono diventati tecnologici. Poi si aggiunge la memoria che non è più la stessa. Restano solo i ricordi lontani, belli e tristi di giovani vogliosi di crescere, di lavorare, di trovare un posto nella vita, un amore che riscaldasse i loro cuori. Poi si cede il passo ai più giovani e gli anni l’età diventa un peso a volte insopportabile per sé e per gli altri. Possibile che si debba fare tanto per allungare la vita e poi con questa vita allungata si diventa superflui? Possibile che non vi è un’opportunità d’uscire da questo mondo con dignità? (Servizio Fidest)

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Gli “starnuti” della Raggi

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Parlare di disinformazione, delle “bufale” e di quant’altro viaggia nel mondo dell’informazione, e quella istituzionale non è da meno, significa toccare il nervo scoperto di questa nostra società dove gli scandali non sono tali se non ci vengono scodellati con grandi clamori e percussioni di grancassa. Ma vi è anche il gioco perverso di denigrare o anche di cogliere la più piccola occasione per accanirsi nei confronti di un personaggio politicamente scomodo. E’ il caso della sindaca di Roma Virginia Raggi. E’ vero che è partita con il piede sbagliato e si è fidata di persone che alla prova dei fatti sono diventate inaffidabili, ma è anche vero che ha un coraggio da vendere ad accollarsi tutti i guai della capitale che, in specie negli ultimi anni, si sono accumulati in un crescendo impressionante. Cosa avrebbero dovuto fare i partiti dell’attuale opposizione se veramente hanno a cuore il bene di Roma e per dimostrare discontinuità con il passato che è pure la conseguenza del loro malgoverno? Di certo non a trasformarsi in severi critici ad ogni suo “starnuto”, ma cercare d’incoraggiarla a ben operare perché Roma ha bisogno dei romani benpensanti, e ve ne sono tanti, per nostra fortuna, appartenenti a tutti gli schieramenti politici. Noi come operatori dell’informazione non abbiamo taciuto a criticarla ma lo abbiamo fatto per stimolarla e non per denigrarla. Abbiamo cercato anche di darle qualche buon consiglio abituati come siamo a vivere tra la gente e ad annotarne i malumori. Sappiamo che i romani sono molto pazienti ma non bisogna tirare a lungo la corda. Rischia di spezzarsi. A volte basta poco per compiacerli. Penso alle buche stradali e ai cantieri stradali che una volta aperti durano anni. Ma su tutto prevale il convincimento che occorra coinvolgere, nella gestione della cosa pubblica, i romani come potrebbero essere i pensionati per osservare e segnalare a chi dovere le cose che non vanno nel loro quartiere. A condizione però che vi sia qualcuno che li ascolti e provveda a sanare le disfunzioni evidenziate. E’ questo il tema dell’ascolto che è molto importante per una società che tende ad ignorare la voce dei singoli. (servizio Fidest)

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Eutanasia sociale e cure low cost

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

E’ la nuova frontiera della medicina pubblica. I suoi sostenitori ritengono necessario considerare tali aspetti per garantire risorse alla spesa pubblica nel campo dell’assistenza sanitaria. Altri rafforzano il concetto asserendo che per le sole spese farmaceutiche gli anziani costano undici volte di più di un ventenne.
Cosa s’intende per eutanasia sociale? E’ che il malato incurabile, e gli affetti da gravi e croniche patologie, sono caricati interamente sulle spalle delle famiglie e ciò significa che l’impossibilità, per molte di esse, di sostenere tale onere rende precaria l’assistenza dei loro cari.
Lo stesso ragionamento vale trattando la medicina low cost. E’ come dire che arrivati a una certa età, o per altre forme gravi di infermità comprese le malattie mentali, non è più necessario impegnarsi per prolungare la loro esistenza con strumentazioni e medicinali d’avanguardia. Basta utilizzare i vecchi metodi. D’altra parte morire a trent’anni è un’eccezione mentre a ottanta diventa una regola. Così per le eccezioni si può fare qualcosa ma per le regole no.
Altri prospettano scenari ancora più inquietanti sostenendo che l’accesso all’assistenza ospedaliera debba essere consentita solo per fatti acuti e non a soggetti cronici e riducendo, in pari tempo, i posti letto per i reparti geriatrici. E’ come dire che se gli anziani, e i diversamente abili, si ammalano la loro è da ritenersi una patologia cronica e, quindi, curabile in famiglia anche se l’affezione è indipendente dal loro stato cronico come può essere una polmonite virale per un malato mentale. Ci portiamo, quindi, a introdurre una forma d’assistenza sanitaria a due velocità che alla fine avvantaggerà chi ha risorse economiche per curarsi mentre per gli altri ritornano i lazzaretti con la sola differenza, rispetto al passato, che essi tendono a moltiplicarsi in ogni famiglia che ha un malato del genere. Questa disumanizzazione dello stato sociale, questo cinico distinguo tra il malato cronico e l’acuto, tra il giovane e l’anziano e il diverso rispecchia, purtroppo, le nostre logiche consumistiche ereditate da forme di accaparramento della ricchezza, dal possesso delle risorse a scapito degli altri che ci conduce a gravi disagi esistenziali ma anche a rivolte sociali e a sprezzanti soppressioni con una sorta di pulizia etnica generazionale, di classe e di razza.
Dobbiamo fermare questa corsa alla perdita del senso della misura, dei valori fondanti la nostra società finché siamo in tempo. Dobbiamo svegliarci dal nostro torpore e cercare un riscatto che ci restituisca la nostra dignità e soprattutto la dignità dei più deboli, di coloro che non si possono difendere da soli. E’ un dovere morale laico e confessionale in pari tempo. (Servizio Fidest)

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Emergenza criminalità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Se vado a ritroso nel tempo mi accorgo di un particolare che riguarda il comportamento criminale. Un tempo e potremmo fissarlo intorno agli anni 50-70 e soprattutto in Italia, il ladro rubava con destrezza ma non con violenza. Si faceva poco uso delle armi da fuoco e di più dell’arma bianca e di quelle improprie. Si cercava d’evitare il contatto diretto con le vittime designate preferendo certe ore notturne e strade isolate e poco illuminate. Oggi si favoriscono gli scontri diretti con inermi cittadini e con i poliziotti e si compiono rapine spesso a viso scoperto e indirizzandosi non solo verso banche ma anche presso negozi e abitazioni private. E tutte le volte le armi preferite sono quelle da fuoco e con una potenza a volte dirompente per i suoi effetti lesivi. Esiste spesso una sproporzione tra il fine che s’intende perseguire e i mezzi che si adottano per realizzarlo. Manca in buona sostanza, proprio questo rapporto tra causa ed effetto, la consapevolezza che la giustizia è una cosa seria e che in tal senso va presa da tutti, nessuno escluso. Tutto ciò se non vogliamo una delegiferazione di fatto che sta diventando già inquietante per le sue conseguenze se è vero, come è vero, che solo il 2% dei ladri d’appartamento è assicurato alla giustizia ed è il 3%, per gli scippatori, il 5% dei ladri d’auto e via di questo passo. Sono tutti numeri piccoli se non piccolissimi a fronte di una criminalità sempre più aggressiva e determinata.
E’ la stessa filiera della giustizia a segnare il passo come lo è il ruolo della magistratura inquirente e giudicante con tempi lungi, anzi lunghissimi, per una sentenza definitiva sia in sede civile sia penale. (Servizio fidest)

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Dalle ideologie ai valori

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Capitalismo, liberismo, finanza creativa, marxismo e libera idea del marxismo di Lenin ecc, sono i pezzi composti e scomposti delle ideologie che si sono imperniate nel XX secolo dopo averne elaborato il pensiero nei secoli precedenti. Ora siamo arrivati, a mio avviso, a un punto di non ritorno. Dobbiamo, quindi, andare avanti e trovare al tempo stesso un nuovo modello di società con cui convivere e far convivere i nostri nipoti e pronipoti.
Nello stesso tempo il passato non si cancella con un tratto di penna perché anche i pensieri seguono il principio fisico che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, si rimodella.
Oggi possiamo estrarre dal “culto delle ideologie” il “culto per i valori” e capire che se una società è cresciuta, a volte molto in fretta e in altri con forti ritardi da un contesto geofisico mondiale variamente espresso nelle sue particolarità, bisogna ora ricucire le varie correnti di pensiero e dare ad esse una risposta diversa e più articolata partendo dal presupposto che i cambiamenti non solo sono tecnologici, industriali, sociali e culturali, ma investono una sfera ben più intima e che si richiama al ruolo dell’essere umano nel suo rapporto con la natura e nel suo complesso con il pianeta Terra che lo ospita.
D’altra parte l’uomo rappresenta l’ultimo anello della catena alimentare e in tale fattispecie è la natura a richiamare la nostra attenzione sulla necessità di rispettare un limite demografico necessario per non alterare l’equilibrio che è stato, si può dire da sempre, sancito per evitare il collasso del sistema.
Oggi per fare un esempio pratico stiamo andando verso la stagione nella quale trovare un lavoro diventa un privilegio di pochi, così come l’istruzione universale invece di elevare cultural-mente le popolazioni le deprime poiché non offre allo studio un adeguato corrispettivo lavorativo.
Sono, a ben considerare, due aspetti dirompenti che da soli potrebbero provocare cadute rovinose nei rapporti sociali e negli equilibri istituzionali delle nazioni. Per non parlare d’altro, ovviamente. E queste cose non sono, purtroppo, rinviabili. E’ bene farsene una ragione. (Servizio Fidest)

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Dall’uomo qualunque al M5S

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Esiste un precedente di movimento che volle proporsi all’attenzione degli italiani in chiave antipartitica. Si chiamò “Fronte dell’uomo qualunque” e partì nel 1944 con l’omonimo settimanale diretto dal suo fondatore Guglielmo Giannini. Il motto che lo ispirava era: “Non ci rompete più le scatole.” Ebbe una tiratura media di 800.000 copie.
Si trasformò, subito dopo, in partito e nelle prime elezioni del 1946 raccolse il 5,3% dei consensi popolari con trenta deputati che partecipa-rono all’Assemblea costituente. Fu un movimento-partito che si sciolse come neve al sole e che chiuse la sua parabola politica nel 1953. Se vogliamo, sia pure in una stringata sintesi, spiegare la sua fine ingloriosa lo dobbiamo attribuire all’errore che Giannini commise alleandosi in modo scomposto ora con un partito ora con un altro. Per quanto non sia possibile fare un paragone con l’attuale movimento “antipartitico” di Grillo sia per ragioni storiche, sia per il bacino elettorale dell’Uomo qualunque (proprietari terrieri ed elettorato prevalentemente meridionale così diverso da quello di Grillo), una ragione la trovo là dove il “qualunquismo” s’infranse quando intese ricercare un punto di riferimento con gli stessi partiti con i quali intendeva distinguersi.
Dico tutto questo per spiegare, ammesso che ce ne fosse bisogno, che oggi l’errore grave dei partiti tradizionali sta proprio nella loro incapacità di rispondere realisticamente alle attese della società civile e se non riescono a rinnovarsi al proprio interno occorre che dall’esterno qualcuno dia loro la sveglia e questa si chiama “consenso elettorale alternativo”. Ora sono proprio questi partiti ancorati al passato che credono d’imbrigliare il Movimento cinque stelle con la stessa tecnica dei loro “antenati” ovvero facendoli diventare una loro costola. E’ ciò che devono capire soprattutto gli eletti che oggi siedono sugli scranni parlamentari e il popolo che li ha votati e il consenso che tende ad ampliarsi intorno a loro. (Servizio Fidest)

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Dal manuale del terrorista

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Non ho, con molta probabilità, ancora percepito con sufficiente realismo la pericolosità di un terrorismo sopranazionale che si serve di molte patrie ma è privo di un’autentica nazionalità che si possa definire correttamente secondo i canoni della nostra comprensione che affonda in una cultura diversa nella quale oggi siamo immersi. Forse lo devo al fatto che per un certo periodo si localizza solo in determinate aree e in altre è “dormiente”.
Potrebbe diventare un motivo per abbas-sare la guardia o limitarci a considerare solo quello di natura “domestica”. In altri termini se andiamo in Spagna vi è il terrorismo di matrice basca, in Gran Bretagna lo sono taluni irlandesi e persino scozzesi, in Russia con i ceceni, in Italia con le brigate rosse e ancora qualche frangia impazzita altoatesina e via di questo passo. Il terrorismo islamico è ben altra cosa per la sua dimensione, le sue motivazioni, le sue risorse economiche, la sua capacità di mettere in campo attivisti votati a tutto compreso il bene che per gli occidentali è il più prezioso: la vita. Non vogliamo né possiamo in questa sede per lo spazio che possiamo disporre spiegare meglio questo concetto, ma ci limitiamo a rilevare alcuni aspetti caratteristici di tale fenomeno. Il primo fra tutti è che esso per la sua stessa natura non ha un capo assoluto, ma tanti rais. Vi è stato Bin Laden, ma era solo un leader come lo è stato Saddam Hussein. La cattura di quest’ultimo, infatti, non ha portato la fine della guerriglia in Iraq né lo è stata per il terrorismo la liquidazione di Bin Laden. E per quanto possa apparire strano la forza del terrorismo sta proprio in ciò, dove i capi spuntano per germinazione sponta-nea, uniti dal comune sentimento di ripulsa verso il diverso, fosse anche il fratello.
E la logica della loro violenza sta nel numero delle vittime che possono provocare. Ecco perché sono pericolosi e fanno, ovviamente, paura in specie a una cultura occidentale nella quale tre o quattro ostaggi sotto la minaccia di essere trucidati diventano una tragedia nazionale ma per i loro aguzzini sono solo dei modesti numeri, quasi insignificanti, rispetto a quella sete di violenza che può dimostrare qualcosa solo con decine se non centinaia e migliaia di morti. New York e Madrid insegnano, per citare i fatti più eclatanti. E quando si parla di azioni dimostrative di questo genere il terrorista si esalta e cerca di emularle alzando il tiro del sacrificio umano. E’ questo l’aspetto più sconvolgente in questa logica della terra bruciata che potrebbe anche voler dire l’annientamento di una civiltà. (Servizio Fidest)

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Il filo di Arianna tra la vita e l’al di là

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Come possiamo credere nell’altra vita, quando la scienza ha, una volta per sempre, attestato, senza possibilità di contraddizione, che la nostra vita intima è una funzione di quella famosa “materia grigia” delle nostre circonvoluzioni cerebrali?
Come può la sua funzione persistere dopo che l’organo è disfatto? Così noi supponiamo che la psicologia fisiologica precluda a noi l’antica fede.
L’unica forza che sembra andare in contro tendenza alle leggi della scienza resta pur sempre l’amore. Esso diventa una vocazione spirituale capace di travalicare i mondi del vissuto per lasciarci intravedere l’uomo, per ciò che egli è in confronto a ciò che è. Che egli si ritenga come smarrito in questo cantuccio della natura.
Chi è l’uomo nell’infinito? Chi può comprenderlo? Egli potrà riconoscersi solo se individua le cose più delicate. Egli può scorgere in questa “sfera magica” un’infinità di mondi, ciascuno dei quali ha il proprio firmamento, i pianeti, la sua terra in quel modo stesso che è il mondo visibile: in quelle terre animali, e infine insetti, nei quali ritroverà ciò che i primi hanno dato, trovando ancora negli altri la stessa cosa senza fine e senza tregua. E’ possibile che l’uomo si smarrisca in queste meraviglie per la loro piccolezza, ma sono non meno sorprendenti di quelle che sono per la loro estensione. Chi si considera sotto questo rapporto dato da una parte dalle piccolezze rese invisibili all’occhio umano e, dall’altra, dalle grandezze ritenute tali più che viste, stupirà senza dubbio di vedersi come sospeso nell’ammasso che la natura gli ha dato tra i due abissi dell’infinito e del nulla, dai quali egli è ugualmente lontano.
Ogni cosa sembra venire dal nulla e condurci all’infinito. Chi può seguire questo stupefacente cammino senza perdersi del tutto? L’amore ovviamente. E’ il collante della vita, ma lo è anche della morte. Il suo ruolo è universale.
E’ una condizione che ci permette di occupare un posto in mezzo agli estremi, li completa e li definisce. Il resto è vago e indistinto. Noi restiamo in quel luogo di mezzo vasto e sempre incerto e tentennante tra l’ignoranza e la conoscenza. Sono i limiti che non possiamo varcare, incapaci di saper tutto e d’ignorare tutto in assoluto.
Noi, per contro, ardiamo dal desiderio di approfondire ogni cosa e di edificare una torre che si elevi fino all’infinito. Ma tutto l’edificio crolla e la terra si apre sino agli abissi, solo se il nostro animo non si nutre d’amore.
Così l’uomo si divide tra due forze: lo spirito e l’ingegno e l’anima o il cuore. Uno vuol tutto conoscere e comprendere, l’altro non ha bisogno che d’ammirazione e d’amore.
Vi è chi tende alle idee distinte e vi cerca la gloria e chi si nutre d’idee confuse e vi trova la felicità. Uno è un principio di luce, l’altro un principio d’azione.
A fianco dell’essere infinito non ci sono che esseri finiti e limitati. Noi viviamo per diventare esseri infiniti, per cercare nell’amore la sintesi dei nostri valori, il bene ultimo che ci riscatta e ci rende immortali. (Servizio Fidest)

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Il diniego della morte non è uguale in tutte le epoche e in tutte le latitudini

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Sembra che il fine vita possa aver raggiunto un’espressione estrema in Occidente dall’Ottocento, con l’insorgere di due fenomeni tra i più indicativi della storia moderna: la rivoluzione industriale che dà all’uomo, nuovo Prometeo, l’impressione di poter prendere in mano il proprio destino; e la crisi dei valori, o dei fondamenti, valsi a dare un senso non effimero alla sua fragile esistenza.
“L’incertezza metafisica – osserva Todisco – per un verso, la grande speranza scientifica progressiva dall’altro, hanno portato gradualmente l’Occidente moderno e postmoderno ad assumere un atteggiamento apparentemente contraddittorio: da un lato il progetto di “sconfiggere” la morte e di raggiungere l’immortalità non nell’al di là ma nell’al di qua; dall’altro il nascondimento meticoloso del fenomeno della morte, la sua cancellazione, dalla scena pubblica e visibile, come testimonia, per esempio, la progressiva riduzione dei riti funebri, una volta solenni e partecipativi, ad atti sbrigativi e semiclandestini per sbarazzarsi al più presto dei “cari cadaveri”. “Non è un caso, a mio parere, che proprio il Paese all’avanguardia del rifiuto della morte è anche il più avanzato nella scienza e nella tecnica, quindi più impegnato nella guerra a morte”. L’American way of life, che per tutti i Paesi del mondo, compresi gli acerrimi nemici, costituisce il modello privilegiato di riferimento, è segnato dal rigetto radicale della morte, che si esprime in positivo nei ritrovati e nelle pratiche tese a prolungare la vita sempre più; e, in negativo, nella continua rimozione psichica del lutto. “En attendant” che la morte sia sconfitta in laboratorio, si fa finta che non ci sia.
Fra gli infiniti esempi di rapida negazione della morte è indicativo il finale di “Nashville”, il bel film di Altman, in cui una cantante di un complesso girovago, mentre si esibisce sopra un palco elettorale all’aperto, davanti ad una gran folla, è stesa dal colpo di pistola di un giovane attentatore confuso nella calca.
Qualche attimo di panico. Poi la “voce” della sventurata, che è trasportata esanime fuori della scena, occupa il suo posto e attacca imperterrita una trascinante canzone del repertorio sul leit-motiv “It don’t worry me” ed invita briosamente il pubblico a cantare con lei.
Il pubblico risponde e la tragedia finisce in una specie di tripudio corale ritmico esorcistico in cui ritorna il verso liberatore: “It don’t worry me” – ciò non mi riguarda – che tutti scandiscono in crescendo.
E’ un modo per mettere a fuoco due aspetti evidenti dell’evento della morte contemporanea: la sua “privatizzazione”, da una parte, e la sua “medicalizzazione” dall’altra.
Con ciò noi riduciamo la morte dal suo ambito pubblico e collettivo a un accadimento privato, condannato a consumarsi nell’emarginazione e nella solitudine. La morte, inoltre, è ridotta a malattia, per cui il morente è assegnato, nella divisione del lavoro, all’esperto, al “tanatologo”, che tratta il trapasso scientificamente, al di fuori delle emozioni, degli affetti del parentado, e senza le mediazioni rituali e sociali che servivano a “elaborare” il lutto, e a “portare i vivi a ricostruire simbolicamente la perdita nel loro animo.” Diventa, in tal guisa, una difesa collettiva nei confronti della morte. In un certo senso sono proprio i progressi della medicina ad accentuare il fenomeno della relegazione della morte fuori della vita familiare.
Negli U.S.A. l’83% dei decessi avviene in strutture ospedaliere, quando non in istituti specializzati, riservati solo a chi sta per lasciare il mondo: malati terminali. In questo modo la morte è ghettizzata, se ne fa un fenomeno a parte, sottratto alla vita quotidiana.
Nella società della produzione, dell’efficientismo, la morte è spogliata d’ogni sacralità, dignità, significato simbolico, degradata a mero inceppo meccanico. (Servizio Fidest)

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Il ventre molle del pronto soccorso

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Occorrono medici esperti, forse meno specialistici ma più generici ma alle spalle una lunga esperienza professionale.
Lo dico pensando a ciò che mi è capitato allorché maldestramente mi sono infilato la punta di un coltello nella mano e mi sono recato in tassì al pronto soccorso per far medicare la ferita alla quale riuscivo a stento a frenare la fuoriuscita del sangue. Il medico di guardia non seppe gestire la mia emergenza e m’inviò, in barella, al reparto chirurgia per un intervento ad hoc. Mentre mi somministravano un anestetico locale sentii il chirurgo di turno prendersela con il me-dico del pronto soccorso che invece d’esaminare personalmente la mia ferita aveva preferito farlo fare da altri. Capii che si trattava per lo specialista di una banalità e che non avrebbe dovuto scomodarlo.
E già allora mi chiesi: ma la colpa è di chi? Non certo del medico del pronto soccorso che è stato assegnato a tale compito ma di quelli che hanno deciso per comodità e convenienza di lasciarlo a gestire, senza adeguata preparazione, le emergenze. Lo stesso discorso dovrebbe valere per il medico generico alias medico della mutua o di famiglia che è chiamato ad affrontare innumerevoli casi di pazienti per patologie di varia natura e ha per costoro l’onere della prima diagnosi. Per giunta si aggiunge la circostanza che la mutua gli assegna troppi assistiti e il risultato che non può, materialmente, seguirli in misura adeguata né disporre per costoro una adeguata anamnesi e conseguenti aggiornamenti. (Servizio Fidest)

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Pagine di storia: Il vizietto “Antico” delle Conferenze per la spartizione degli assetti mondiale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 agosto 2018

In campo internazionale maturò, sul finire della seconda guerra mondiale, la solita logica ripartitoria degli assetti mondiali riesumando gli antichi rituali delle conferenze di pace tra i vincitori e persino la scelta dei luoghi era motivo d’intense trattative.
Come per Teheran, nel 1943, il primo conflitto di volontà si ebbe per la scelta della sede della conferenza. Fino all’ultimo si pensava di non farla a Yalta, una modesta cittadina in Crimea, e che Churchill riteneva un luogo detestabile oltre che scomodo, per raggiungerla, e, peggio an-cora, per restarci qualche giorno. E le previsioni del Primo Ministro britannico non furono lungi dal vero quando si dovette intraprendere il viaggio.
S’impiegarono ben sei ore di volo da Malta, dove s’incontrarono Churchill e Roosevelt. Quest’ultimo era sbarcato a La Valletta, con il suo seguito, dall’incrociatore americano Quincy. Allora le condizioni di salute del Presidente americano erano critiche e lo stesso dicasi del suo più fidato consigliere Harry Hopkins. Basti pensare che il Presidente americano morì poche settimane dopo la conclusione della storica conferenza.
La permanenza a Yalta, in queste condizioni, fu ancora più drammatica. Basti pensare che vi era un solo bagno per i 40 generali ed alti ufficiali britannici presenti. Mancavano altresì le bacinelle per lavarsi almeno la faccia. E tutti dormivano in una sorta di camerate a cinque posti letto ciascuna. Così ci trovammo con uno Stalin in perfetta forma rispetto a un Churchill reduce da un’influenza e che rimase per buona parte della conferenza ringhioso e corrucciato ed un Roosevelt ridotto ad una mummia egiziana col pomo d’Adamo sporgente e la pelle vizza e con le mani che gli tremavano. Il buonumore dei russi venne anche dal successo militare delle loro armate che avevano già raggiunto la periferia di Berlino. A questo punto si capisce be-ne che eravamo al cospetto di una situazione assurda. Da una parte si stavano per decidere le sorti future del mondo e dall’altra pesavano come macigni l’incapacità degli americani di presentarsi al meglio della forma per far valere la loro supremazia militare e la loro sfera d’influenza politica, rispetto ad una Russia indebolita da una guerra di sterminio di proporzioni bibliche. Tali condizioni l’avevano esposta in prima persona, con l’invasione tedesca e congiunta a molte dolorose ferite non solo militari, ma che attengono il settore della produzione industriale, per usi civili.
Gli americani, invece, riuscirono a esercitare tutta la loro influenza solo nel chiedere ai russi una dichiarazione di guerra al Giappone, quando si sapeva che essa era formale. Ma Roosevelt andò anche oltre. Per lui Churchill era il rappresentante di un sistema coloniale che aveva fatto il suo tempo mentre Stalin rappresentava “l’uomo dell’avvenire, un emancipatore. E la pace non doveva tollerare la sopravvivenza di alcun dispotismo”. Ma la differenza su questi modi confusi d’intendere il rapporto anglo-americano e quello russo lo indicò chiaramente Churchill allorché con fierezza affermò: “io sono il solo che possa essere rovesciato in qualunque momento dai rappresentanti del mio paese: e ne sono fiero”. Ma lo zio Joe rise di gusto. E’ un genere di fierezza che non capiva e che non condivideva. Stava proprio qui la differenza che separava l’Occidente dall’Oriente, tra il bolscevismo staliniano e la democrazia anglo-americana, pur con le tante contraddizioni di quest’ultima. Per il resto Yalta divenne solo una ripetizione degli antichi trattati, dove le nazioni vincitrici si spartirono i paesi sconfitti, per aree d’influenza, e realizzarono, di comune accordo, quel nuovo imperialismo tanto esecrato da Roosevelt nei confronti di Churchill e della classe dirigente americana. Lo vide rispuntare nelle mire espansionistiche dei russi. Ma non lo capì in tempo. Tuttavia lo intesero bene quei popoli che dovevano essere restituiti alla democrazia con libere elezioni e che invece si videro sospinti verso la dittatura di stampo sovietico sulla punta delle baionette delle armate russe. In pratica ciò che alla vigilia di Yalta le truppe sovietiche hanno militarmente occupato, ed anche di più, resta saldamente nelle loro mani, quando la parola passa dalle armi alla politica, e sono la Romania, la Bulgaria, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia, la Prussia, la Slesia, i paesi baltici e la stessa Jugoslavia attraverso il plenipotenziario Tito.
Così si avviò a conclusione, dal 4 al 14 febbraio del 1945, quello che passò alla storia come il “mito di Yalta”. Nel frattempo la Germania stava crollando, sotto i colpi di una duplice offensiva, a Ovest e a Est. Varsavia era stata già liberata. Hitler era sepolto dal 16 gennaio nelle catacombe del suo bunker sotto il palazzo della Cancelleria a Berlino e ne uscirà soltanto morto.
I russi erano a 50 Km., dalla capitale tedesca. In Italia si preparava l’offensiva di primavera ed entrarono in linea due gruppi di combattimento del nuovo esercito italiano, il “Cremona” del generale Primieri e il “Friuli” del generale Scattini.
Le cose andavano bene anche in estremo oriente, seppure con minore velocità. Mac Arthur era ritornato a Luzon per studiare il piano d’invasione del Giappone. Ma le premesse per la vittoria finale furono create un anno prima, allorché gli anglo-americani sbarcarono il 6 giugno in Normandia aprendo il secondo fronte.
I sovietici, nel frattempo, cominciarono il grande attacco dal Baltico all’Ungheria con la conseguente caduta prima di Atene e poi di Belgrado. A sua volta Mac Arthur aveva rimesso piede nelle Filippine e a Leyte le flotte degli ammiragli Halsey, Kinkaid e Sprague distrussero quella del Giappone. Nonostante ciò, non furono tutte rose e fiori dentro e fuori Yalta se guardiamo la situazione in prospettiva. (Servizio Fidest)

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Pagine di storia: I primi passi dell’Italia nata dalla resistenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 agosto 2018

Ora rifacciamoci a qualche spaccato di vita italiana vissuta da chi ebbe modo e opportunità di suscitare nuove attese, di consolidare moderne forme di pensiero. Pensiamo a Virginia Agnelli.
In una tiepida serata di primavera nel 1944, questa donna, madre di Giovanni Agnelli, accolse nella sua casa romana, per una cena, uno strano gruppetto di ospiti. Vi erano uomini della resistenza ma anche il colonnello Dollmann, standerstenfuhrer, plenipotenziario di Himmler in Italia. Uomo coltissimo, venuto da giovane a studiare i Farnese, tra le carte della biblioteca Vaticana, e diventato una SS ad honorem per l’ammirazione e la stima che aveva di lui Himmler. Fu la sera nella quale la signora Agnelli prese da parte il colonnello tedesco e gli disse: Non le pare giunta l’ora di fare qualcosa per salvare Roma dalla rovina della guerra? E Dollmann era troppo intelligente per non capire l’invito rivoltogli. Il 22 gennaio del 1944 gli allea-ti erano sbarcati ad Anzio, l’offensiva di Kesselring, tra il 17 e il 19 febbraio dello stesso anno per ricacciare gli alleati in mare, era fallita e tra il 15 e il 24 marzo era stato sferrato un attacco generale degli alleati per la conquista di Cassino. E l’incontro privato, avvenuto il 10 maggio del 1944 e durato quasi due ore, tra il Papa Pacelli e Karl Wolff, comandante supremo delle SS e della polizia in Italia, siglò un’intesa storica. In uno dei suoi memoriali Wolff raccontò di essersi presentato a Pio XII “angosciato di dover continuare a combattere senza speranza contro l’Occidente”. In pratica furono gettate le basi per una trattativa da condurre, in Svizzera, con gli alleati la quale avrebbe portato alla resa il contingente tedesco in Italia. Così il 4 giugno del 1944 gli alleati prendono Roma senza sparare un sol colpo di fucile e il 29 aprile del 1945 fu sottoscritta ufficialmente, nella reggia di Caserta, la resa dell’esercito tedesco in Italia. (Servizio Fidest)

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