Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 299

La Fidest cambia pelle

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 settembre 2017


logo-fidest-jpgI lanci d’agenzia della fidest (storico) sono visibili su:

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La Fidest è un’agenzia stampa a diffusione gratuita.

Il direttore della Fidest pubblica i suoi libri su Amazon

http://www.amazon.it/Libri/s?ie=UTF8&field-author=Riccardo%20Alfonso&page=1&rh=n%3A411663031%2Cp_27%3ARiccardo%20Alfonso 

Ho deciso di chiudere una porta ma avendo contestualmente l’accortezza di aprirne un’altra più diretta e personale. In questo ambito riscopro la mia anima di opinionista sui temi che più da vicino toccano la nostra natura e ci permettono di interagire con chi avrà la bontà di seguirmi condividendo o criticando la mia linea di pensiero sui grandi temi di attualità: politica, sociale, economia.

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E’ l’Angola il paese vincitore del Campionato del mondo del cous cous

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

Angola chefTunisia premio giuria popolareLa gara tra 10 paesi svolta nell’ambito del Cous Cous Fest, il festival internazionale dell’integrazione culturale organizzato dall’agenzia di comunicazione Feedback di Palermo in partnership con il Comune di San Vito Lo Capo la cui 20\esima edizione si chiude oggi. La ricetta degli chef Helt Araújo e Ricardo Braga ha convinto la giuria tecnica, tra quelle degli altri 9 paesi in gara: Costa D’Avorio, Francia, Israele, Italia, Marocco, Senegal, Stati Uniti e Tunisia. La giuria tecnica, presieduta da Joe Bastianich, giudice di Masterchef Italia, ha visto impegnati negli assaggi 12 esperti tra giornalisti, chef e food blogger. Alla delegazione angolana è andato il premio offerto da Unicredit e consegnato dal vice sindaco di San Vito Lo Capo, Maria Cusenza e da Salvo Malandrino, regional manager Sicilia di Unicredit.Secondo la giuria tecnica la ricetta angolana, un cous pesce con muamba di denden e gamberi rossi di Mazara, filetto di triglia grigliata, spolverata con gamberetti secchi e bruchi tostati, “è un piatto che fonde, in equilibrio perfetto, elementi della cucina nativa fra i quali i vermi secchi e la spina di triglia, con elementi della cucina giapponese amalgamandoli al meglio e dimostrando elevate capacità tecniche”.All’Angola è andato anche il premio per la migliore presentazione del piatto, “elegante anche alla vista, composto e in pieno equilibrio di volumi. Ben pensato e realizzato con alta professionalità”. Ai due chef, quindi, anche il premio offerto da Conad e consegnato da Giovanni Cardinale, socio amministratore di Conad Sicilia. Gli chef sono stati accompagnati sul palco da Emanuela Vita, rappresentante dell’Ambasciata dell’Angola.Una storia di passione e di riscatto quella dei due chef, che si sono formati e hanno iniziato a lavorare in Portogallo e in Spagna e adesso sono tornati in Angola dove stanno per lanciare il ristorante Xé-Nu nella capitale Luanda. Araújo ha lavorato a Barcellona con con lo chef catalano Ferran Adrià, nel ristorante El Bulli, uno dei pochi ristoranti con 3 stelle Michelin e considerato uno dei migliori ristoranti del mondo ed è membro dell’Agenzia internazionale della gastronomia; Braga invece, nato a Lisbona da genitori angolani, è cresciuto in uno dei quartieri più poveri della città, dove ha formato il suo carattere e l’energia che adesso porta anche in cucina.
Chef angolaniLa giuria popolare, composta dai visitatori della manifestazione, ha premiato la Tunisia, rappresentata dagli chef Bilel Ouechtati, chef di cucina al ristorante “Le Baroque” a Tunisi e Bouadra Tayed, che hanno proposto un piatto dal titolo “Mosaico di Cartagine” a base di gamberetti, cernia, melanzana e barbabietole. La loro ricetta è stata premiata con il riconoscimento offerto da Bia CousCous e consegnato da Luciano Pollini, amministratore delegato di Bia e dall’assessore regionale all’agricoltura Antonello Cracolici. “Il Cous Cous Fest si è consolidato come uno degli eventi internazionali di maggiore importanza per promuovere le eccellenze del made in Sicily, punto di riferimento dell’agroalimentare di qualità nel mercato globale – ha detto l’assessore. Anche quest’anno San Vito Lo Capo è tornata ad essere la capitale mondiale dell’integrazione e della contaminazione tra le culture”.
Al Senegal, rappresentato dalla chef Mareme Cisse, chef al ristorante Ginger People&Food, nel centro storico di Agrigento e membro della cooperativa sociale Al Kharub, nata per promuovere l’inserimento lavorativo di persone con disagio sociale e per favorire l’integrazione sociale e culturale di cittadini extracomunitari, è andato invece il premio per l’originalità della ricetta offerto da Electrolux Roberto Braga chef angolano con piattoProfessional e consegnato da Rita Montanari, responsabile commerciale Electrolux Sud Italia.
Sul palco anche lo chef ragusano Joseph Micieli, del ristorante Scjabica di Punta Secca, che ha vinto il campionato di chef under 30 “Metti una gara a cena”, patrocinato da Electrolux Professional per la valorizzazione dei giovani talenti della cucina italiana.A calare il sipario sulla manifestazione lo spettacolo di danze del mondo e il cabaret, stasera, di Paolo Migone, il toscano di Zelig che usa come filtro la sua comicità corrosiva.
Il cous cous, piatto povero nato tra le dune dei deserti del Maghreb, è stato ancora una volta il pretesto per parlare di pace e solidarietà tra popoli all’insegna del motto “make cous cous not war”. “Ad estate ormai conclusa – ha detto Matteo Rizzo, sindaco della cittadina – San Vito ha continuato la sua stagione turistica registrando migliaia di presenze che rivelano l’efficacia di un progetto che colleziona da diversi anni risultati importanti”. Il Cous Cous Fest ha attirato nella cittadina trapanese oltre 250 mila visitatori con un programma di dieci giorni che ha visto oltre 40 cooking show con i maggiori protagonisti della cucina italiana, da Giorgione a Sonia Peronaci, da Pino Cuttaia a Chiara Maci, da Filippo La Mantia e Sergio Barzetti e grandi artisti della musica italiana internazionale: Jarabe De Palo, Levante, Niccolò Fabi, Mario Venuti, Samuel, Fabrizio Moro, Gabbani, Joe Bastianich Project. “Anche quest’anno – spiegano dall’agenzia Feedback di Palermo, organizzatrice e producer dell’evento – il festival ha segnato un nuovo record. Siamo orgogliosi di questo bilancio e della grande visibilità avuta dalla rassegna grazie alla presenza delle maggiori testate nazionali ed internazionali come The Guardian, Panorama, Rai 1 con La vita in diretta e Linea verde va in città e Studio Aperto”.

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Versace tribute collection

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

versace tributeversace tribute2versace tribute1“Questa collezione è un Tributo alla vita e al lavoro di Gianni. Voglio rendere omaggio all’uomo, mio fratello, e al suo genio artistico. Gianni era una persona molto speciale, affrontava sempre la vita con il sorriso sulle labbra e la celebrava ogni giorno. Gli anni che ha vissuto, li ha vissuti pienamente: durante la sua carriera ha creato delle collezioni che ancora oggi sono un punto di riferimento culturale e ispirazione per molti. Sarebbe impossibile celebrare tutto il suo mondo in un’unica collezione, per questo ho scelto di concentrarmi sulle sue amate stampe. Questa collezione è per te, Gianni.” (Donatella Versace)

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Le “Mondine d’Africa” a VicenzaOro

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

mondine africaneUna gigantografia di forte impatto con una raccoglitrice di alghe che guarda dritto negli occhi. Sarà lei l’ospite principale dello spazio espositivo Diva Gioielli a Vicenza Oro, la fiera internazionale del gioiello che si tiene dal 23 al 27 Settembre. Uno sguardo che interroga. Lo stesso che non ha lasciato indifferente Diva Concil, la fondatrice del brand italiano che disegna e produce gioielli in argento. Lei oggi si sente più consapevole che mai che il destino accomuna per molti aspetti le donne di tutto il mondo.
Grazie all’amicizia con Danilo De Marco ho deciso di contribuire alla stampa del libro Mondine d’Africa, così famigliarmente battezzate da Erri De Luca, uno degli autori in apertura. Si tratta di un volumetto di piccole dimensioni, che custodisce fotografie molto belle, curato nel dettaglio e già richiestissimo. Il nostro lavoro è quello di ideare gioielli in argento che la donna contemporanea indossa per esaltare la sua bellezza. Ma ci sono bellezze meno esposte, che abbiamo l’opportunità di far conoscere attraverso questo volumetto, stampato in tiratura limitata, non in vendita. L’amico Danilo De Marco mi ha fatto vedere questi ritratti di donne e i loro sguardi mi hanno parlato. Forse mi sono sentita interrogata, sicuramente coinvolta. Mondine d’Africa mostra i volti, i corpi, i sorrisi di donne che lavorano per coltivare le alghe rosse, alghe che noi donne occidentali ritroviamo nelle creme e nei preparati per la cura della nostra pelle. Con questo libro inauguriamo il progetto Conscious Woman. Perché ogni donna può fare molto per migliorare il destino delle altre donne, le più vicine e le più lontane. Farò tutto il possibile affinché questo libro arrivi tra le mani delle donne impegnate perché ciascuna possa fare qualcosa per le altre”.
Il book è composto da due piccoli tomi, uno totalmente fotografico e l’altro con i testi di Erri De Luca e Danilo De Marco stesso, tradotti oltre che nel doveroso Kiswahili, la lingua parlata in Tanzania, in altre 15 lingue, a dichiarare che l’argomento lavoro-autonomia femminile è planetario.
Se il libro “Mondine d’Africa” è a tiratura limitata, un ciondolo esclusivo in argento, inciso a mano, è il simbolo che contraddistingue l’iniziativa “Conscious Woman” lanciata da Diva Gioielli. Ogni donna che lo indossa sa che il 20% del ricavato dalle vendite sostiene progetti a favore delle bambine, ragazze o donne in difficoltà. Diva Gioielli aggiornerà il suo pubblico attraverso le pagine dei social. Chiunque raggiungerà la pagina Facebook “Conscious Women” potrà contribuire a divulgare i progetti di sostegno al mondo femminile già attivi e amplificare la conoscenza e la diffusione delle diverse situazioni affrontate.
Il ciondolo esclusivo in argento finito a mano, portato come ulteriore pendente al braccio o al collo, comunicherà a chiunque la incontra d’aver di fronte una donna a cui interessa essere e partecipare con fierezza a cambiare il destino del mondo.Questa iniziativa è pensata anche per le clienti Diva Gioielli. C’è infatti una forte affinità tra questo progetto e la donna che indossa Diva Gioielli. Quest’ultima è impegnata nella vita di tutti i giorni, sensibile ai mutamenti sociali con una forte volontà esserne lei stessa una protagonista.Ha uno stile deciso, essenziale, minimale, che le permette di passare durante il giorno da una situazione all’altra con estrema disinvoltura. Sceglie gioielli facili da indossare, concepiti per la donna in movimento. Una donna che dichiara il suo stile personale raffinato mantenendo vivo l’interesse per i linguaggi dell’arte, della moda, della cultura in genere.I risultati dell’iniziativa e i relativi beneficiari verranno resi pubblici attraverso le pagine dei social. Chiunque potrà interagire col progetto “Conscious Women” pubblicando sull’omonima community di Facebook i progetti di sostegno al mondo femminile così da amplificarne la conoscenza e la diffusione. (foto. mondine d’Africa)

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Low cost. Ryanair e non solo: E’ finita la pacchia?

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

ryanairAndare e tornare da Londra per 30 euro. Prendere una specie di taxi che costa meno della meta’ di quelli ufficiali. Comprare in un supermercato discount un’insalata a meta’ prezzo di quanto la pagheremmo in un mercato rionale. Tutti ad andare in bici o in auto col metodo dello sharing. Tariffe telefoniche bassissime per il proprio cellulare. Capi di abbigliamento quasi regalati. Questo e’ stato, e in parte continua ad essere, un aspetto del nuovo mercato che nasce dalla rivoluzione tecnologica, la cosiddetta googlolizzazione della societa’, con in cima le idee, le azioni e il business delle app piu’ o meno californiane.Tutti a viaggiare, tutti a vivere sull’indotto, tutti a mangiare e bere le cose esotiche a quattro centesimi che si trovano nei discount, tutti a prendere proto-taxi e riscio’ per andare da un posto ad un altro, e tutti ad andare in bici o in auto con percorsi che prima si facevano tranquillamente a piedi o in bus urbani.Tutto a posto? Di Ryanair se ne parla a chili in queste settimane. Ufficialmente hanno problemi di organizzazione interna, ma intanto lasciano a terra centinaia di migliaia di passeggeri che, anche se a cifre ridicole per i tipi di tratte aeree, avevano dato loro fiducia. Dei discount alimentari se ne parla meno, a parte alcuni recenti scandali finanziari dei “padri” tedeschi. Dei taxi di Uber, per ora, ha cominciato l’amministrazione della citta’ di Londra a levar loro la licenza; mentre in Italia, i governanti che a febbraio avevano preso l’impegno di fare entro un mese un nuovo piano dei trasporti che includesse anche queste aspettative del trasporto privato pubblico, sono ancora li’ a darsi addosso su “fai tu, no fa quell’altro”… e intanto sono passati sette mesi e la uberizzazione fa quotidianamente a cazzotti con amministrazioni pubbliche e taxisti. Le promesse dei gestori telefonici che alla prima bolletta si mostrano fregature, per prezzi e qualita’ delservizio.Qualcosa si e’ rotto (Ryanair) e sta cominciando a rompersi? Intanto, considerando utenti e consumatori, consigliamo:
– di prenotare voli esistenti se si intende partire, o accettare, senza tanto poi illudersi nel rivendicare diritti violati, la iper-precarieta’ di alcuni “avventurosi” del cielo.
– di comprare cibi che hanno il sapore di quel che dicono di essere (avete provato ad acquistare, per esempio e in genere, un avocado, un mango o delle carote o delle patate in un discount? Come mangiare acqua mescolata a terra e legno.
– di usare il piu’ possibile i mezzi pubblici non-privati, che’ talvolta non sai che proto-taxi stai utilizzando.
– di usare il bike e car sharing, ma di non stupirsi che il giorno dopo puo’ darsi che non ci siano piu’… come si fa a mantenersi un’azienda con prezzi del genere, non essendo una super multinazionale del settore, ma comparendo come funghi piccole aziende locvali a cui vengono dat concessioni da parte delle amministrazioni?
– di firmare contratti tlc solo cartacei dopo attenta disanima dei precedenti anche attraverso la Rete.
– di comprasi la magliettina dopo aver attentamente analizzato la composizione dei tessuti, che’ quelli super economici sono quasi sempre fatti con prodotti che fanno solo male alla pelle e alla vivibilita’.
Quindi, e’ finita la pacchia? Ammesso che sia mai iniziata, la pacchia per i consumatori deve secondo noi rispondere ad un trinomio inscindibile: qualita’, sicurezza, prezzo. Lo diciamo in virtu’ del fatto che ai consumatori noi non abbiamo nulla da vendere, per cui non li usiamo per il nostro business (magari spacciandoci per loro paladini). Occhio! Sono in corso grandi trasformazioni che spesso sfuggono ai singoli consumatori, e le vittime ne potranno soffrire molto solo se avranno fatto finta di ignorare l‘esistente e si saranno solo buttati nell’attuale illusione. Noi intanto svolgiamo questa funzione di grippi parlanti, ma non del malaugurio. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Cultura tra passato e presente

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

capitaliEsiste un problema di ordine culturale e psicologico non meno grave dei problemi posti dallo sviluppo della scienza contemporanea e della critica storica. Il dramma del nostro presente sta tutto qui con giovani che non riescono più a volgere lo sguardo al passato ma che si crogiolano con il loro presente e persino negando un ruolo chiave al loro futuro. Vivere e godere i frutti del presente sembra essere una parola d’ordine che ha un suo innegabile fascino. Con ciò si vogliono spezzare i legami con un passato e disconoscerne il suo primato nella continuità, prima ancora che nella tradizione, per affermare quei valori deformanti del capitalismo e del consumismo che rendono, in pratica, più aspri e conflittuali i rapporti non solo generazionali ma di vita in comune. Mi riferisco, nello specifico, a quei giovani dell’abbandono scolastico, che si stordiscono con le droghe leggere o pesanti che siano, che si abbandonano a gesti teppistici, a violenze di genere. Cosa essi possono sapere della cultura moderna, delle libertà civili, degli ordinamenti democratici? E’ un ritorno all’analfabetismo di nuova formulazione che non s’identifica con il non saper scrivere e leggere ma nel non conoscere o riconoscere i sentimenti che sono generati da un vivere comune fondato su determinati valori che trovano la loro continuità dal passato proprio perché non sanno di vecchio ma semmai di eterno. Sono deformazioni che i giovani se le portano nel loro DNA non sapendo più distinguere un evento sportivo sano a uno deformato dalla violenza e dal teppismo, dall’istruzione come base per una ricerca sistematica del sapere a vantaggio di una devianza aberrante degli stessi insegnamenti. E’ una strada che si trasforma in un vicolo cieco di là del quale non vi sono sbocchi possibili. (Riccardo Alfonso)

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Che ne vogliamo fare dei pensionati?

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

pensionatiE’ evidente che tra i pensionati esiste un’area di povertà molto elevata: poveri, rassegnati, frustrati. Eppure cercano di stringere i denti e di vivere dignitosamente. Lo fanno, sovente, togliendosi il pane di bocca per infilare qualche banconota di 50 euro nelle tasche dei nipoti, studenti, precari, disoccupati, con famiglia monoreddito.
I pensionati, in Italia, sono circa 18 milioni e diventeranno qualcosa di più tra qualche anno. Molti di loro riescono a star bene in salute ma con solo qualche acciacco alle ossa, per lo più. Altri sono meno fortunati in salute. Altri, ancora, risentono l’abbandono dei familiari o vivono soli perché non hanno figli e nipoti per via di fratelli e sorelle. Li troviamo seduti sulle panchine dei giardini pubblici, a discutere per strada con i loro coetanei a fare la spesa, a portare a spasso i nipotini, a frequentare la parrocchia, a cercarsi qualche hobby. Sono ancora una risorsa ma loro non sembrano rendersene conto. Lo Stato con le imposte, con le addizionali degli enti locali, con le tasse su tutto non fa altro che erodere le loro modeste rendite. Si sentono assediati, si sentono a volte inutili. Non sono più i nonni di un tempo che attiravano i loro nipoti raccontando storie di vita e si riscaldavano intorno al camino e i loro volti s’illuminavano alle fiammate che aggredivano il ciocco posto sulla brace. La memoria non è più la stessa. Restano solo i ricordi lontani, belli e tristi di giovani vogliosi di crescere, di lavorare, di trovare un posto nella vita, un amore che riscaldasse i loro cuori. Poi si cede il passo ai più giovani e gli anni l’età diventa un peso a volte insopportabile per sé e per gli altri. Possibile che si debba fare tanto per allungare la vita e poi con questa vita allungata si diventa superflui? Possibile che non vi è un’opportunità d’uscire da questo mondo con dignità? (Riccardo Alfonso)

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Crisi: La trappola

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

altero matteoliScriveva Altero Matteoli: “Il governo deve dare risposte immediate a una situazione finanziaria internazionale difficile che ha riflessi anche sull’Italia oltre che su tutta l’Europa. Auspichiamo che in particolare il Pd, assuma adesso un atteggiamento collaborativo come meriterebbe il Paese e come i cittadini si aspettano. E’ un modo, rifacendoci all’attualità, di rappresentare il caso Italia dove ci appare sempre più chiaro che il vero problema non sta nello spremere le esangui casse dei lavoratori e pensionati che hanno già dato ma di rivolgersi a quanti hanno già lucrato in passato e pensano che crisi o non crisi debbano continuare a tenere il loro tenore di vita e a incrementare i loro profitti. E se ai poveri italiani si dice loro che è una grave crisi e che tutti dobbiamo rimboccarci le maniche allora perché non incominciamo a debellare gli sprechi? Ricordo in proposito che la Corte dei conti ha quantificato gli sperperi intorno ai 70 miliardi di euro, le evasioni fiscali sui 300 miliardi di euro, gli scialacqui della politica con altri 14 miliardi di euro. Un tempo si diceva quando si parlava di guerra: armiamoci e partite. Tradotto nel linguaggio odierno, dovremmo dire: spennateci ma salvaguardate le ricchezze di chi ha e dei loro lacchè. (Riccardo Alfonso)

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Corsi e ricorsi della storia

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

carlo marxScriveva Luana De Rossi anni fa: “Da settimane assistiamo ad una insistente campagna che individua nei cosiddetti costi della politica o, se è consentito, dell’assetto istituzionale dello Stato, la causa maggiore dei mali del nostro Paese. Premetto che sono convinta che ci sia bisogno di un nuovo sistema istituzionale per una moderna democrazia che riformi Istituzioni nazionali e locali, anche riducendo il numero dei rappresentanti, ma la spinta abolizionista, che in modo sbrigativo punta a sopprimere aule parlamentari, province e comuni, mi preoccupa solo per il fatto che l’Italia questa deriva l’ha Già vissuta e non ha prodotto nulla di buono. Mi preoccupa che su questo tema, senza un progetto organico di riforma dello Stato ci sia chi, a destra come a sinistra, senta quotidianamente il bisogno di segnare un punto in più rispetto alla sparata del giorno precedente. Ricordo che abbiamo già visto (1924) approvare una legge elettorale che dava i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza dei voti.
Poi, non credo per semplificare il quadro politico, furono dichiarati illegali tutti i partiti tranne uno (1925). Quasi contemporaneamente (1926), anche se i motivi forse non furono esattamente quelli della riduzione dei costi della politica, gli organi democratici dei comuni furono soppressi e tutte le funzioni in precedenza svolte dal sindaco, dalla giunte e dal consiglio comunale furono trasferite ad una nuova figura: il podestà. In questo contesto, e non credo per dare un contributo al lavoro del Parlamento, fu istituito un Gran Consiglio (1928) che decideva, tra l’altro, la lista dei deputati da sottoporre al corpo elettorale. La Camera dei Deputati, chissà per quale slancio innovativo, (1939) divenne camera dei fasci e delle corporazioni. Non voglio farla troppo lunga, ma sappiamo come quella storia è andata a finire.
Per non drammatizzare ricordo che Marx diceva che la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, anche se gli Italiani un biglietto di questa mediocre commedia lo stanno pagando a caro prezzo… e se le cose dovessero peggiorare, almeno ricordiamoci che nemmeno l’asino cade due volte sullo stesso punto”. Che dire di più? Certo è, con i tempi che ci ritroviamo,  passare dalla tragedia alla farsa non è certo consolante. Tutt’altro. (Riccardo Alfonso)

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Così va il mondo: la revanche teutonica

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

berlinoL’Unione Europea non era certo gradita alla Russia di Putin e ancor più guardata con sospetto con una Germania che avvalendosi del ventre debole dell’Unione Europea tendeva ad assumere la guida economica e politica sotto il tallone di una moneta unica che, elargita con il contagocce, non faceva altro che deprimere le stesse economie degli altri paesi, dotate di un modesto standard di sviluppo, a vantaggio della propria.
Ed ecco far capolino il nuovo ordine mondiale dove l’Italia avrebbe potuto assumere il “doble paso” dell’alleato che rompe e si apre verso i nuovi scenari geopolitici. Mancava, però, una guida certa e i comunisti italiani si resero conto che la loro scalata al potere, da decenni sognati, li avrebbe costretti a convivere con un Paese ai limiti dell’ingovernabilità se non si permetteva la ricostruzione di una classe politica capace di assicurare al sistema l’ascesa al potere. Fu in tal modo aperto il cantiere della politica e misurato sul campo, con il voto elettorale, la possibile capacità di tenuta del sistema bipolare. Si arrivò in questo modo a una governabilità “assistita” nella quale il sogno Moro-Berlinguer di un compromesso storico riaffiorò e s’infranse, questa volta, per la litigiosità delle sinistre estreme ancora fortemente ideologizzate su una posizione che per altri era già antistorica e arcaica. Finì, alla fine, con il prevalere una guida diversa e si ebbe l’era berlusconiana sia pure con qualche ritorno di fiamma (governi Prodi). Così anno dopo anno la politica italiana ingessata dai soliti veti incrociati dei vari gruppi di potere esterni alla politica non permise di fare il tanto auspicato balzo in avanti generando una classe dirigente al passo con i tempi. Forse ci sarebbe voluto un uomo forte come Putin? Non poteva essere di certo Berlusconi con la palla di piombo legata al piede dei suo interessi di bottega e le cui fortune erano fatalmente dipendenti dai grossi interessi nazionali industriali ed economici che si incrociavano con una dialettica affaristica di caratura europea. Era semplicemente l’uomo dello status quo. Così fu e oggi fatalmente potrebbe continuare ad esserlo. (Riccardo Alfonso)

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Così va il mondo: Gli eredi di Lenin e Stalin

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

putinMa cosa avvenne in Russia dopo il disfacimento politico ed ideologico del comunismo che fu già di Lenin e di Stalin? Il tutto incominciò nel 1992. Il tentativo fu quello di voler mantenere l’influenza globale nonostante le sue difficoltà economiche e la svolta nell’operare le necessarie riforme per adeguare il paese al superamento della propria antiquata struttura industriale. Questo processo di transizione da un’economia di tipo comunista a una simil-capitalista non fu indolore anche sotto l’aspetto della sua leadership politica e istituzionale. In questo contesto non dobbiamo dimenticare che la Russia restava e resta un paese molto sviluppato nei settori chimico, petrolchimico, militare e meccanico, aero-mobile e spaziale e se il suo gap nel settore alimentare si fece sentire, costringendola ad importare grandi quantità alimentari, restò, comunque, tra i maggiori produttori al mondo di cereali e tra i mercati ittici più abbondanti. Da qui partì la rimonta della Russia e la liberalizzazione e stabilizzazione della sua economia secondo un modello occidentale ma con stile russo e con essa il nuovo processo politico e di leadership del Paese con una nuova costituzione e una “presidenza” forte. Ma la fase che fu in grado di avviare il processo di stabilizzazione della Russia avvenne dopo la crisi finanziaria del 1998. Si susseguirono i primi ministri Evgenij Maksimovič Primakov Sergej Stepašin e per finire, si arrivò a Vladimir Putin. Questi era uomo dell’apparato, già direttore dei servizi segreti (Fsb ex Kgb) sconosciuto ai più ma capace di ricucire l’unità del paese, nel tenere a bada gli stati più recalcitranti della Federazione russa e nel tessere una solida trama di amicizie e alleanze che se in apparenza innocue, come quella con Silvio Berlusconi, si rivelò, ai più attenti osservatori, come un progetto capace di riallacciarsi alla visione che era stata abbozzata in quel lontano 1989 in un appartato ufficio di una torre del Cremlino.
Putin seppe accrescere notevolmente il suo prestigio internazionale e la sua economia riportando la Russia al rango di potenza globale. E’ stato il primo passo per far acquistare affidabilità al ruolo di un paese guida per una nuova svolta negli equilibri internazionali del potere stabilendo nuove alleanze e nel tentare di sfaldare quelle esistenti nella parte avversa per incrinare sempre di più il predominio capitalistico degli U.S.A. e dei suoi alleati, ovunque essi si trovassero. (Riccardo Alfonso)

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Così va il mondo: Le “credenziali” italiane

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

Berlinguer EnricoDopo la seconda guerra mondiale siamo partiti con un mondo tenacemente diviso in due tronconi ideologici. La strada più praticabile parve, alla fine di questo travagliato percorso, quella di un generale rimescolamento delle carte. E la distensione che seguì in Occidente fu che, per quanto riguarda l’Italia, si ritirarono le “credenziali” che le avevano permesso di vivere sopra le righe e con una forza lavoro eccedentaria che fu imbrigliata con la logica degli ammortizzatori sociali. Ma i nostri governanti non ebbero da subito la percezione del cambiamento e finirono nella rete di “mani pulite” con processi alla corruzione e al mal governo. Tutto il ceto medio, e una parte della classe operaia, si ritrovarono, nel giro di qualche anno, senza referenti politici gestibili come lo erano stati per anni la Democrazia Cristiana, il partito socialista di Craxi e i loro alleati: repubblicani, liberali, socialdemocratici. Restò in piedi, ironia della sorte, proprio quel partito comunista che altrove si era dissolto come neve al sole. Ma la remora anticomunista era dura a morire e ci pensarono bene le teste d’uovo della politica dei salotti romani e milanesi dando in pasto al popolo dei moderati un partito nuovo di zecca e a guidarlo chiamarono chi era considerato, per le sue qualità di comunicatore e di patron di televisioni private, il vero “asso della manica”. Lo fecero non per ridare all’Italia fiducia e nuovi stimoli ma per preparare il terreno a una mossa politica che gli strateghi del Cremlino avevano messo in conto già alla vigilia della caduta del muro.
Mentre l’Unione Sovietica stava vivendo il suo momento più critico passando dal leader sovietico Michail Gorbačëv, con la sua glasnost e la perestroika, in altre parole con le riforme che avrebbero dovuto segnare il cambiamento, a un fallito colpo di stato nel 1991 e alla sua dichiarata indipendenza come Federazione Nazionale Russa il 13 novembre dello stesso anno, insieme alle altre ex repubbliche sovietiche dopo che il Soviet Supremo aveva decretato lo scioglimento dell’Urss, l’Italia rimase sola con i suoi problemi e con i partiti in dissoluzione. Mancava una guida certa e i comunisti italiani si resero conto che la loro scalata al potere, da decenni sognati, li avrebbe costretti a convivere con un Paese ai limiti dell’ingovernabilità se non si fosse consentita la ricostruzione di una classe politica capace di assicurare al sistema l’alternativa al potere. Così fu aperto il cantiere della politica e misurato sul campo, con il voto elettorale, la possibile capacità di tenuta del sistema bipolare. Si arrivò in questo modo a una governabilità “assistita” nella quale il sogno Moro-Berlinguer di un compromesso storico riaffiorò e s’infranse, questa volta, per la litigiosità delle sinistre estreme ancora fortemente ideologizzate su una posizione che per altri era già antistorica e arcaica. Così finì con il prevalere una conduzione diversa aprendo la strada all’era berlusconiana sia pure con qualche ritorno di fiamma (governi Prodi). (Riccardo Alfonso)

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Così va il mondo: E’ una storia fantascientifica?

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

mondo-multi-polareOra che siamo giunti alla vigilia di un’altra tornata elettorale mi sembra il momento di tuffarci in una riflessione che ci porta a vedere il passato per quello che è stato e di capire quali effetti ancora produce oggi. Lo faccio cercando d’esplorarlo di là della sua facciata e delle edulcorate versioni dei cronisti e degli storici di turno. Forse così procedendo farò storcere il muso a più di qualcuno ma costoro dovrebbero chiedersi, innanzitutto, se la ricerca degli accadimenti costituisce o meno il frutto di ciò che vogliamo vedere oltre la realtà perché la verità è un frutto troppo amaro da masticare a freddo: veritas odium parit. Chiarito questo punto lasciate che vi parli di un passato come di un thrilling fantascientifico: In una fredda sera d’ottobre del 1989 un gruppo di persone si riunì alla Troitskaja, la torre che per la sua altezza sovrastava le altre venti del Cremlino, e costoro, seduti intorno ad un tavolo incominciarono a parlare uno dopo l’altro con toni gravi ma al tempo stesso risoluti. C’era da prendere una decisione storica. Non era possibile indugiare oltre. Già l’Ungheria, con l’apertura delle sue frontiere il 23 agosto scorso, aveva dischiuso una grande falla alla compattezza della cortina dell’Urss.
Un generale fece notare che il muro di Berlino era diventato come la linea Maginot per i francesi nella seconda guerra mondiale. Che senso avrebbe avuto difenderla se era possibile aggirarla agevolmente? D’altra parte l’insofferenza delle repubbliche socialiste dell’Est non avrebbe permesso un recupero dell’affidabilità politica e istituzionale dell’Urss e sarebbe stato più conveniente che se ne facesse carico l’Occidente, poiché da qualche tempo soffiava sul fuoco delle proteste popolari che erano sempre più attratte dal liberismo di stampo occidentale. Così fu dato il via allo smantellamento del sistema di fortificazioni costituito da due muri paralleli di cemento armato separati tra loro dalla cosiddetta “striscia della morte” larga alcune decine di metri. Il complesso fu fatto costruire dalla mondo fantasticoGermania Est il 13 agosto del 1961 per impedire la libera circolazione delle persone dall’una all’altra Germania. La data fatidica di questo tracollo fu fissata il 9 novembre del 1989, dopo settimane di proteste popolari, incominciando con il consentire ai tedeschi dell’Est di visitare liberamente l’altra parte della Germania. Il muro, a questo punto divenne una struttura che andava abbattuta il più presto possibile e così fu fatto. Molti osservatori politici si chiesero, di là delle dichiarazioni di facciata e della sbrigativa risposta di chi considerava l’esperienza settantennale del socialismo reale esaurita per consunzione naturale, qual era la ragione di questa mossa e le conseguenze che ne potevano derivare sul futuro assetto dell’Europa e del mondo intero. Fu il periodo in cui un giornalista russo elaborò una teoria che molti considerarono fantasiosa o, se vogliamo, fantascientifica, ma che come in un puzzle i vari pezzi del mosaico, anno dopo anno, si composero lasciando intravedere il vero volto di una iniziativa solo in apparenza suicida del colosso Urss. D’altra parte all’Unione sovietica, faceva osservare questo giornalista, non restava molto da fare: o si andava a una guerra termo-nucleare con il rischio di ritrovarsi con un pianeta invivibile e dove i vincitori non avrebbero potuto godere del loro successo o si accettava una politica di logoramento che avrebbe affossato la Russia con tutti i suoi satelliti per una implosione del sistema. (Riccardo Alfonso)

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Crisi: la differenza tra Italia e U.S.A.

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

washingtonDue situazioni sono note da anni. La prima è che gli U.S.A. hanno fondato la crescita della propria economia sui soldi degli investitori stranieri e che l’Italia ha preso i soldi dei risparmiatori domestici, istituzionali e forestieri per arricchire gli speculatori. Nel primo caso l’America ha consolidato nel mondo la sua leadership e la sua capacità di competere con le economie emergenti mentre l’Italia ha gonfiato a dismisura il suo debito primario senza lasciare al sistema paese una solida eredità. Tutto questo oggi è stato ignorato e si vuole anche trovare l’alibi affermando che la crisi è planetaria e che siamo in buona compagnia con quel colosso che si chiama Stati Uniti. Vogliamo in questo modo continuare a prenderci in giro o a trovare una scusa per spremere ancora di più chi ha dato sempre molto per ricevere poco e per continuare a favorire quelli che molto hanno ricevuto per offrire poco?
Gli osservatori economici mondiali sono qualcosa di diverso dalle borse, notoriamente emotive e volatili, e il loro giudizio sull’Italia è di merito. In pratica si dice ai nostri governanti: smettetela di pensare ai vostri personali vantaggi e guardate alla crescita del paese. Mettete mano alle riforme realisticamente e non solo con gli annunci. Riformare il welfare, la sanità, la scuola, il lavoro, la giustizia, il fisco, la politica non significa maggiori spese ma, semmai, risparmiare poiché si mette ordine al sistema, si evitano sprechi, e si razionalizzano le risorse disponibili. Ma a chi le diciamo queste cose? Come si dice? Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. (Riccardo Alfonso)

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Bolle di sapone

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

Il DittatoreHo scritto un libro titolandolo “Il dittatore.” Ho poi preso l’iniziativa di distribuirne un certo numero di “bozze” a dei lettori “volontari” per trarne da essi delle utili indicazioni sull’interesse che avrebbe suscitato l’argomento da me proposto. Speravo, così facendo, di ricevere in cambio degli utili suggerimenti per migliorare il contenuto o operare delle opportune integrazioni o modifiche. Il risultato, per quanto lusinghiero, nel senso che ho avuto solo apprezzamenti senza riserve, non mi ha soddisfatto. Solo un lettore si è lamentato che la storia da me raccontata si sia soffermata troppo a lungo nel descrivere lo stato d’animo della gente mentre avrebbe preferito che mi dilungassi nel raccontare i miei incontri con certi personaggi oggi chiacchierati. Ebbene proprio da quest’osservazione può sortire, dalle persone, la parte peggiore del loro stato d’animo. In altri termini emerge, dal sottofondo, quella voglia di trinciare dei giudizi sommari, e di esserne confortati nelle loro letture, su chi è stato un tempo osannato e che ora, in qualche modo, è gettato nel fango perché caduto in disgrazia. Queste persone dimenticano con troppa facilità che anch’esse hanno fatto parte della “storia”.
Vedevano che le cose non andavano bene ma preferirono fare come le tre famose scimmiette: turarsi la bocca, tapparsi le orecchie e coprirsi gli occhi.
Hanno dimenticato, ad esempio, che alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia era, di fatto, profondamente divisa. Da una parte vi era il popolo “mafioso” con le sue spinte separatiste (ricordo il bandito Giuliano), dall’altra una burocrazia, dai grand commis ai piccoli funzionari, al 70% fascista e quelle regioni come l’Emilia, la Romagna, la Toscana e qualche altra dominate dai comunisti di stampo filo-stalinista. (Oggi li definiremmo “integralisti”).
Se vogliamo era una divisione “politica” che si sovrapponeva o si intersecava con certi uomini della finanza e della grande industria che già furono i convinti supporter all’ascesa al potere di Mussolini ritenendolo l’unico capace, con un atto di forza, di tacitare le turbolenze libertarie di una certa sinistra che per sua colpa, per colpa dei suoi integralismi, non seppe proporsi in modo unitario come un’alternativa democratica al governo del Paese.
Ed ecco come ci siamo trovati alla vigilia della grande svolta elettorale del 1948, non a caso evocata dallo stesso Berlusconi, dove l’elettorato si sentiva ancora “schiacciato” dal peso della “destra fascista” e dai timori di una “sinistra” incapace di portare il paese a una “pacificazione senza grossi traumi” ed entro una logica “capitalistica” che ancora oggi è malamente interpretata rispetto ai valori più propri della tradizione cattolica e laica italiana. In quel clima si collocarono la figura di De Gasperi e la sua proposta “centrista” di uno schieramento che potesse fare da calmieratore tra gli opposti interessi.
Ma al tramonto degli anni dell’emergenza venne l’alba della consapevolezza nella quale si sentiva il bisogno di proporre qualcosa di diverso per restituire unità al paese, ed un ordine sociale ed economico più realistico e duraturo, e per ridare fiato alle energie sopite e ai richiami del diverso che provenivano oltre confine.
Per farlo dovevano cadere le “gestioni politiche” e se vogliamo “affaristiche” imperniate su un non ben definito “consociativismo” in quanto si riducevano nel trovare una loro composizione non più in sede politica ma in chiave di spartizione di voti, di tangenti, di concessioni, di assunzioni compiacenti e via dicendo. Si stava insomma provocando un grosso guasto al sistema i cui effetti più grandi li registriamo oggi con un debito pubblico da capogiro, con gli organici pubblici che per anni furono gonfiati a dismisura e che ora stentiamo a ridimensionare, con una giustizia portata alla deriva dove i processi, se va bene, sono celebrati a distanza di anni dal “fatto”, da una scuola che si è fermata a una cultura paleoindustriale e lo stesso mondo dell’imprenditoria inquinato dalle tante aziende che sono vissute solo in virtù di generosi stanziamenti pubblici a fondo perduto.Tutte queste cose gli italiani non potevano ignorarle. Tuttavia facevano comodo alla stragrande maggioranza di essi, sebbene per motivi diversi: i comunisti erano per il “tanto peggio tanto meglio”, i mafiosi perché potevano fare i loro affari in un clima di complicità e di intese che era loro più familiare e meglio controllabile e l’uomo della strada poteva trovarvi uno sbocco per un lavoro al figlio, per ottenere la propria o quella del coniuge invalidità, per l’imprenditore per riuscire a coprire i suoi “fallimenti” con i soldi dello stato e il burocrate per fare carriera con la concessione di “piccoli favori”.Tutti felici, quindi, che oggi si sappia che esiste un capro espiatorio sul quale riversare la responsabilità del tutto. Da qui il detto: Governo ladro, politici corrotti, antipolitica.
Il giudice Falcone soleva affermare che “lo Stato ha i mezzi per sconfiggere la mafia, ma non li adopera.” E la mafia ha saputo conquistarsi il suo territorio poiché rappresenta “un mondo logico, razionale, funzionale e implacabile, perché è un sistema di potere.” (Riccardo Alfonso)

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Budget del ricoverato

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

ospedaleEsistono due aspetti dello stesso problema: il dovere dell’assistenza e il diritto di farsi assistere. Ciò significa che tale situazione è da considerarsi prioritaria nella gestione delle politiche per la salute della comunità internazionale. E’ un valore che non è secondo ad altri, così come lo sono il bisogno di alimentarsi e l’aria per respirare.
Se noi trasformiamo questi bisogni primari e vitali in una merce di scambio per realizzare profitti possiamo, di fatto, limitare il diritto alla vita e alla salute di milioni di esseri umani e consentirne l’accesso solo a chi ha risorse economiche e vive in aree protette. E’ questo l’aspetto più doloroso e drammatico offerto dalle logiche consumistiche che, dalla rivoluzione industriale del XVI secolo, hanno, di fatto, disumanizzato il rapporto sociale e tracciato un solco sempre più profondo tra chi cerca il necessario per vivere e chi esiste nel superfluo.
Questa pessima distribuzione delle risorse oggi raccoglie più i frutti del malessere che è dei benefici derivanti dal progresso delle scienze e della cultura della solidarietà. E’ una contraddizione che provoca gravi ricadute nel rapporto stato-cittadini. Qui non possiamo pensare che il disagio proviene perché mancano le risorse. E’ perché sono sprecate con i focolai di guerra che si accendono qua e là nel mondo. E’ perché favoriamo gli illeciti arricchimenti per l’interesse di pochi. E’ perché cerchiamo di concentrare le ricchezze nelle mani di una ristretta cerchia di persone favorendo un uso improprio di tali disponibilità.
Il nostro è anche il periodo in cui si semina l’ipocrisia con una solidarietà di facciata, la disinformazione per non farci vedere la tempesta che si avvicina, e la politica delle promesse innescando la speranza, ma che si rende sempre più lontana nel tempo, per non onorarla. E lo facciamo nelle piccole e grandi cose. Da questa premessa partono taluni escamotage come quello del budget del ricoverato che non trova regole statuite, ma è, nei fatti, una realtà. Eppure i segnali ci sono e sono molto preoccupanti. Partono dal budget assegnato alle spese sanitarie dalla finanziaria, dalla ripartizione alle regioni e dalle convenzioni stipulate con i nosocomi pubblici e privati.
In altre parole lungo questa filiera la parola d’ordine è quella che bisogna spendere di meno, bisogna restringere i tempi di degenza e si cercano delle priorità persino per fasce di età. Se spendiamo 100 per un 30/40enne dobbiamo, per la stessa malattia, utilizzarne la metà per un settantenne e giù di lì, tanto la speranza di vita, per quest’ultimo, è residua e il suo “esserci” diventa sempre più un costo senza benefici per la comunità. Lo stesso ragionamento vale per il tipo di malattie da curare che diventa trasversale alla stessa età. Esistono, infatti, patologie che ci portiamo, a volte, fin dalla nascita e che richiedono prestazioni sanitarie molto costose tanto che l’organismo erogatore cerca di sostenerle sempre meno. E’ questo l’aspetto che ci fa dire che esiste il budget del ricoverato e anche di chi si cura in casa e sta diventando una mina vagante nella cultura popolare che incomincia a generare “mostri” di cinismo, se ci lasciamo convincere che la vita è un bene solo se siamo sani e che i malati cronici i non sono altro che dei vuoti a perdere.

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Memento: il nuovo singolo degli Unmask ci porta in un’altra dimensione

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

MementoMemento, in uscita da ieri, ci apre uno spiraglio su questo mondo segreto, fatto di suoni e percezioni, e svela un rapporto intimo e inconfessato di un musicista con la propria arte. Memento sarà anche in concerto, sabato 30 settembre a Roma presso il Traffic Live Club. Sarà l’occasione per ascoltare il singolo dal vivo e in anteprima alcuni altri brani di One Day Closer.
Come meglio ci spiegano: Memento ha un sound imprevedibile e onirico e delle atmosfere molto intime, è un brano che mette a nudo la nostra anima. Ci trasportiamo in una dimensione in cui esistiamo solo noi e i suoni che produciamo, la musica diventa un rifugio e allo stesso tempo uno strumento attraverso il quale parlare, gridare e dar vita a pensieri ed emozioni che altrimenti non saremmo capaci di esprimere, sentimenti repressi o addirittura ignorati.Memento, distribuito da Believe, è il secondo singolo estratto dopo Flowing da One Day Closer, album che verrà pubblicato a novembre per M.I.L.K. – Minds In a Lovely Karma. Il videoclip del Unmasknuovo singolo è stato realizzato, come quello di Flowing, con la regia di Francesco Dinolfo, la sceneggiatura di Francesco Dinolfo e Marianna Lo Pizzo e l’interpretazione di Anja Kanterov e Cristiano Omedè. Il video è in simbiosi con il precedente: l’altra dimensione citata nel testo è rappresentata in uno scenario in cui lo spazio e il tempo si intrecciano. Memento è di fatto l’altra faccia di quello che in Flowing non avevamo visto, le azioni dei protagonisti assumono un nuovo significato in una stretta relazione causa-effetto.
Attivi dal 2006 gli Unmask sono una band di Roma, con influenze alternative-prog, metal e art-rock. Le sonorità si sono evolute nel tempo, dall’album di debutto “Sophia Told Me”, riscoprendo il calore delle valvole e dei synth analogici e arricchendo il sound di atmosfere ambient e post-prog. Un approccio più diretto nella composizione senza perdere il groove e la melodia che da sempre caratterizzano la band. Dopo il fortunato tributo a Teardrop dei Massive Attack, accolto con il favore della critica e con successo dal popolo del web, è prossima l’uscita del nuovo album “One Day Closer”. (foto: memento, Unmask)

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Numerosa delegación de productores italianos en el VI Foro de Coproducción Europa-América Latina

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

festivalSan Sebastián. En esta edición participarán 24 productoras italianas lo que demuestra, el interés creciente de este país, en las posibilidades de coproducción con América Latina que potencia el Festival de Cine de San Sebastián. Con la asistencia de productoras de toda Italia estará presente una delegación de la industria de este país europeo con compañías como Fandango, True Colours, y alguna que vienen por primera vez como es el caso de Kavac. Cabe destacar, además, que entre los proyectos seleccionados para el premio al mejor proyecto del Foro de Coproducción Europa-América Latina figura este año la película Mother lode dirigida por Matteo Tortone y producida por Malfé Film. “La creciente presencia de productores italianos en San Sebastián demuestra la relevancia que otorga nuestra industria cinematográfica a este Festival como puente hacia América Latina”, destaca la directora del Instituto Italiano de Cultura de Madrid, Laura Pugno, organismo del Ministerio de Asuntos Exteriores de Italia, que desde años colabora en el Foro de Coproducción. A su vez destacó que en Madrid, cada año, el Instituto Italiano de Cultura realiza un Festival de Cine Italiano que justamente este año llega ya a su décima edición y que también organiza encuentros entre productores.

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European Day of Languages

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

istituto italiano cultura torontoToronto (Canada). Friday, September 29, 2017; 5:00pm – 8:30 pm Goethe-Institut Toronto – 100 University Avenue, North Tower, 2nd floor. The European Day of Languages has been celebrated in Europe on September 26th since 2001 as an initiative of the Council of Europe. Promoting lifelong language learning and stressing the importance of intercultural understanding are the main objectives of the events associated with the European Day of Languages.Acting as promoters of plurilingualism in the GTA, Alliance Française de Toronto, Goethe-Institut Toronto, Instituto Camões Toronto, Istituto Italiano di Cultura Toronto and Spanish Centre Toronto will be hosting their 8th European Day of Languages in Toronto on Friday, September 29, 2017.
Free language activities will be offered to general public: Sample classes in 13 languages – Estonian, Finnish, French, German, Greek, Hungarian, Italian, Lithuanian, Polish, Portuguese, Romanian, Spanish, Swedish and interactive language learning quizzes and games. To top off the evening, Pocket Concerts will present an intimate string quartet concert to enjoy music of European composers.

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Siamo orfani di qualcosa o di qualcuno?

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

beppe_grillo-fonte-wikipediaCerto. Oggi lo siamo di 5stelle, lo siamo dell’immagine virtuale che ci siamo creata del leader carismatico a metà strada dall’uomo pacato e saggio mediatore tra le opposte fazioni e il decisionista che possa traghettarci verso il nuovo e il diverso senza tentennamenti di sorta.
Il movimento Cinque stelle è sembrato un amore a prima vista che ti travolge e ti acceca, ma che è incapace di reggere nel tempo la sua spinta propulsiva senza tuffarsi nella mediocrità. Lo è perché, come nelle improvvise fiammate, il fuoco è fatuo. E’ di breve durata e non fa in tempo a scaldarti prima di spegnersi del tutto.
Eppure matura in noi una speranza mai doma di trovare in politica chi saprà non deluderci. Ma, mi chiedo, chi veramente sarà capace di fare la differenza nel nostro modello ideale di animale politico? Se dobbiamo pensare a costruire senza nel frattempo tramare per demolire mentre edifichiamo dobbiamo renderci conto che così operando facciamo solo dell’autolesionismo. Se la politica, d’altra parte, è fatta di uomini e donne dobbiamo anche pensare che questo rapporto si solidifica se a guidarli vi è una ideologia fondata sui valori. Ed è proprio questa la differenza che ci aspettiamo da chi si accinge a dare un anima alla politica e a trasfonderle il messaggio. E’ un’impresa che ci appare ovvia, ma non lo è nei fatti perché l’insegnamento che proviene dall’esterno è mal indirizzato. Esaltiamo ciò che ci offre l’avere e respingiamo l’essere. Siamo votati ai facili guadagni e alle sirene del profitto, costi quel che costi, e dimentichiamo tutto il resto salvo poi pretenderlo dagli altri. E il politico non è da meno di noi. (Riccardo Alfonso)

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Antipolitica: ragioni e limiti

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

di maioPer quanto da anni siamo costretti a digerire nella conduzione della politica in Italia, di certo ci resta solo il disgusto e sicuramente comprendiamo il malessere che da tutto ciò promana. Va, tuttavia, fatto un distinguo per meglio chiarire il concetto. La politica, come giustamente si osserva da più parti fa parte della nostra vita. Ciò significa che la “nausea” non è nella parola e nel suo ruolo espresso nel sociale e civile, quanto nel comportamento di chi si avvale di questa bandiera per farne un vessillo per proprio uso e consumo. E il danno d’immagine e la percezione che ne ricaviamo rendono ancora odioso quest’andazzo poiché rischia di trasformarsi in una tendenza accettata come normale dai soliti opportunisti. E molti dei politici, che oggi rappresentano questa visione comportamentale, sia appartenenti all’attuale coalizione di governo che delle stesse opposizioni, assumono agli occhi dell’opinione pubblica qualcosa di incomprensibile e finiscono con l’identificarsi in una sorta di difesa ad oltranza della casta e con tutte le sue ambiguità e doppiezze. E ancor più grave appare la situazione poiché si ha la convinzione che non sia possibile un ricambio non tanto generazionale ma nel modo di fare politica. Ciò spiega la reazione di chi oggi afferma che non intende andare a votare (siamo già al 38% degli elettori) perché se ha perso la fiducia nel proprio riferimento politico, lo è altrettanto per il suo opposto. Ne deriva un difficile recupero d’immagine anche perché lo stesso outsider espresso anni fa da Silvio Berlusconi, che volle significare una discontinuità nel rapporto politica/elettori, ma fu un fallimento  anche se oggi è tentato a riproporlo sperando nella memoria corta degli italiani. D’altra parte sarebbe impensabile supporre che vi possa essere, sic et simpliciter, un azzeramento dell’attuale classe politica e la sua sostituzione con personaggi nuovi. Ciò potrebbe verificarsi a una sola condizione: se ci fosse una guerra civile e non è certo il caso in cui potrebbe imbattersi l’Italia. Non solo. Anche se ciò accadesse, non è detto che il “ricambio” fosse assicurato. La caduta delle stesse dittature dal fascismo al nazismo e al franchismo in Spagna dimostrarono che non pochi dirigenti legati al precedente regime rimasero a galla o furono regolarmente riciclati nel nuovo ordine istituzionale. A mio avviso ci sarebbe una sola risposta: la nascita di un partito fatto di persone in prevalenza legate al mondo del lavoro, non tanto giovani se non altro per potervi riconoscere il loro modus vivendi per il vissuto e la loro non ingerenza nelle pastoie dell’attuale andazzo politico e relativo sistema lobbistico. Alla fine dovremmo dire che non è la politica che va cambiata ma gli uomini che la rappresentano a condizione che siano dei fanatici della democrazia, della libertà e della giustizia. Senza dubbi e senza tentennamenti. Forse con ciò entriamo nel mondo delle utopie. Forse. Oggi lo prefiguriamo con una figura nuova: Di Maio ma di lui possiamo dire che è di “oro zecchino?”  (Riccardo Alfonso)

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