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Quotidiano di informazione – Anno 35 n°33

Posts Tagged ‘pazienti’

Reazioni avverse, i pazienti più colpiti e i farmaci più a rischio

Posted by fidest press agency su domenica, 29 gennaio 2023

Una persona anziana su quattro sperimenta reazioni avverse ai farmaci (ADR) e questo rischio aumenta quanti più farmaci vengono assunti. È quanto emerge da una ricerca pubblicata sul British Journal of General Practice. Una recente analisi retrospettiva di VigiBase, il database di farmacovigilanza dell’OMS, ha studiato le ADR fatali degli adulti (2010-2019) riportate dai medici. Dei 3,2 milioni di casi di ADR, poco più dell’1% sono stati fatali, con quelli con più di 65 anni e quelli che assumevano farmaci antineoplastici / immunomodulanti a più alto rischio. Questo report ha spinto quindi i ricercatori ad indagare maggiormente la frequenza delle ADR ed eventuali relazioni con altri fattori.Lo studio ha monitorato 592 pazienti di età pari o superiore a 70 anni seguiti da 15 ambulatori di medicina generale nella Repubblica d’Irlanda per un periodo di sei anni.Sono state registrate un totale di 211 ADR in 159 partecipanti, con un’incidenza cumulativa del 26,9% in 6 anni. La maggior parte delle ADR rilevate era lieve (89,1%), mentre il resto classificato come moderato (10,9%). Otto ADR moderate, che rappresentano il 34,8% delle ADR moderate e il 3,8% di tutte le ADR, hanno richiesto un ricovero ospedaliero di emergenza. Le donne avevano almeno il 50% in più di probabilità di avere ADR rispetto agli uomini, mentre i pazienti a cui sono stati prescritti 10 o più farmaci avevano un rischio triplicato di sperimentare una reazione avversa.Le donne e gli anziani che assumono più di 10 farmaci, viene riportato nelle conclusioni, dovrebbero avere, quindi, la priorità nelle visite mediche per una costante revisione dei piani di cura e il monitoraggio delle reazioni avverse.I medicinali più comunemente associati alle ADR includevano quelli usati per trattare l’ipertensione e altre condizioni cardiache, forti antidolorifici come il tramadolo e antibiotici come l’amoxicillina, secondo lo studio. Gli esempi di effetti avversi più comuni includevano secchezza delle fauci, gonfiore alle caviglie, mal di testa e nausea.”Le ADR possono essere difficili da identificare negli anziani clinicamente complessi poiché spesso si presentano [dal medico] come sintomi non specifici”, hanno scritto i ricercatori, ma “I medici di base hanno una posizione privilegiata per rilevare l’insorgenza di ADR”.La deprescrizione di farmaci inefficaci e di quelli non più clinicamente rilevanti, per i ricercatori, è uno dei migliori approcci per ridurre il rischio di ADR, soprattutto, nei pazienti più avanti con l’età.La differenza di rischio tra i sessi potrebbe dipendere da una serie di fattori.”Le donne e gli uomini possono rispondere in modo diverso agli effetti dei farmaci, sia benefici che dannosi, e anche il modo in cui i nostri corpi elaborano e scompongono i farmaci può variare a seconda del sesso” (fonte Doctor33)

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Covid-19, due anni dopo più della metà dei pazienti presenta sintomi

Posted by fidest press agency su martedì, 29 novembre 2022

A due anni dall’infezione da SARS-CoV-2, permane almeno un sintomo a essa ricollegabile nel 59,7% dei pazienti ricoverati al momento della fase acuta, e nel 67,5% dei pazienti che non avevano avuto necessità di assistenza ospedaliera, secondo uno studio pubblicato su JAMA Network Open. «Abbiamo cercato di identificare i sintomi post-COVID-19 a lungo termine tra i pazienti ricoverati in ospedale e non, per cui abbiamo confrontato la presenza di sintomi post-COVID-19 due anni dopo l’infezione acuta in queste popolazioni» spiega César Fernández-de-las-Peñas, della Universidad Rey Juan Carlos di Madrid, Spagna, autore principale del lavoro. I ricercatori hanno condotto uno studio trasversale presso ospedali urbani e centri di medicina generale dal 20 marzo al 30 aprile 2020, includendo 360 pazienti ospedalizzati e 308 pazienti non ricoverati con infezione acuta da SARS-CoV-2. I dati relativi all’infezione e all’eventuale ricovero sono stati raccolti dalle cartelle cliniche, mentre il follow-up è stato condotto due anni dopo tramite un’intervista telefonica. Gli esperti hanno osservato che la dispnea era più diffusa all’inizio della malattia tra i pazienti ricoverati rispetto a quelli non ricoverati (112 rispetto a 36), mentre per l’anosmia era vero il contrario (66 pazienti rispetto a 36). Il numero di individui che hanno mostrato almeno un sintomo post-COVID-19 due anni dopo l’infezione è stato di 215 (59,7%) tra i pazienti ricoverati in ospedale e 208 (67,5%) tra i pazienti non ricoverati. Tra i pazienti ricoverati e non, affaticamento (161 rispetto a 147), dolore (129 rispetto a 92) e perdita di memoria (72 rispetto a 49) erano i sintomi più diffusi due anni dopo l’infezione da SARS-CoV-2. Non sono state quindi osservate differenze significative nei sintomi post-COVID-19 tra pazienti dei due gruppi. Il numero di comorbilità preesistenti era associato all’affaticamento post-COVID-19 e alla dispnea tra i pazienti che erano stati ricoverati, mentre il numero di comorbilità e il numero di sintomi all’inizio della malattia erano correlati all’affaticamento post-COVID-19 tra i pazienti non ricoverati. «I sintomi post-COVID-19 erano simili tra pazienti ricoverati e non; tuttavia, la mancanza di inclusione di controlli non infetti limita la capacità di valutare l’associazione dell’infezione da SARS-CoV-2 con i sintomi generali e specifici post-COVID-19. Per questo motivo, gli studi futuri dovranno includere popolazioni di controllo non infette» concludono gli autori. (fonte: Doctor33)

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Convegno su presa in carico pazienti con emicrania nella Regione Lazio

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 novembre 2022

L’emicrania è una patologia complessa e multifattoriale di cui soffre circa il 12% della popolazione italiana (8 milioni di persone), per la maggior parte donne, con ricadute spesso importanti sia sulla qualità di vita che sull’attività lavorativa. Il suo impatto socio-economico è infatti molto importante, con una spesa media annua di 2 mila e 600 euro a paziente, dei quali il 5% arriva a perdere più di 5 giorni lavorativi al mese. Una patologia che un DDL approvato nel 2020 al Senato dovrebbe trasformare in malattia sociale, favorendo la sperimentazione di metodi innovativi per contrastarne i danni per la salute, ma che rischia di restare inapplicato in quanto mancano i decreti attuativi della legge. Il dibattito sarà introdotto dai saluti istituzionali di Marco Elefanti (Direttore Generale Fondazione Policlinico universitario “A. Gemelli” IRCCS), Antonio Gasbarrini (Preside della Facoltà di Medicina e chirurgia “A. Gemelli” Università Cattolica del Sacro Cuore), Andrea Cambieri (Direttore Sanitario Fondazione Policlinico universitario “A. Gemelli” IRCCS), Arturo Cavaliere (Presidente SIFO). A seguire gli interventi di Marcello Pani (Direttore U.O.C. Farmacia Fondazione Policlinico Universitario “A. Gemelli” IRCCS) e Claudio Pisanelli (U.O.C. Farmacia Ospedaliera e Logistica del Farmaco ASL Roma 1) che insieme a Fulvio Ferrante (Direttore Dipartimento Diagnostica e Assistenza Farmaceutica ASL Frosinone) sono i responsabili scientifici dell’evento. Dopo gli approfondimenti scientifici degli esperti di patologia sarà la volta del dialogo parlamentare sul riconoscimento dell’emicrania come malattia sociale con gli onorevoli Arianna Lazzarini, Chiara Colosimo, Rodolfo Lena e Antonello Aurigemma. Tra le relazioni previste quella del prof. Francesco Saverio Mennini (Direttore EEHTHA del CEIS Facoltà̀ di Economia, Università̀ degli Studi di Roma Tor Vergata) che tratterà gli aspetti socioeconomici dell’emicrania. Concluderà il convegno la tavola rotonda dei direttori di farmacia ospedaliera dal titolo “Stato attuale e prospettive future per la presa in carico del paziente cefalalgico in Regione Lazio”. L’ incontro si propone di creare un momento di dialogo, confronto e condivisione tra i diversi stakeholders del nostro sistema sanitario con l’obiettivo di fare il punto sulle attività implementate nella Regione Lazio, relative alle cure e alla risposta agli unmet need per garantire la migliore presa in carico dei pazienti cefalalgici. I dati. Il costo medio annuo per ogni singolo paziente in Europa è pari a 1.222 euro, con costi indiretti (assenteismo e ridotta produttività) di gran lunga superiori a quelli diretti (visite mediche, accertamenti clinici, farmaci). L’Italia, al pari di Francia, Germania e Spagna presenta costi diretti ed indiretti pari a circa 20 miliardi di euro all’anno. Esistono poi costi intangibili, di natura psicosociale e riconducibili al dolore, all’ansia e all’impatto emotivo che la malattia provoca all’individuo affetto, che possono essere aggravati da accertamenti inappropriati, diagnosi e trattamento tardivo della patologia. Programma https://drive.google.com/file/d/1EGYeAWqo_7QH4nXAxO6DeknKfv1vWeK7/view?usp=share_link

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In Italia i pazienti con tumore renale incontrano alcune difficoltà durante il loro percorso di cura

Posted by fidest press agency su sabato, 16 luglio 2022

Per il 58% è insufficiente l’assistenza da parte della medicina territoriale mentre il 29% fatica a contattare il medico specialista. Per il 46% risulta difficile accedere agli esami di follow-up dopo le terapie, mentre il 24% ha difficoltà a compilare i documenti sanitari. Sono questi alcuni dati emersi da un sondaggio on line svolto tra 216 malati e promosso dalla Società Italiana di Uro-Oncologia (SIUrO). I risultati sono stati presentati durante il webinar “Tumore del Rene” che è andato in onda, nei giorni scorsi, sulla pagina Facebook della Società Scientifica. Si tratta del terzo di una serie di eventi on line che rientrano nel progetto “SIUrO Incontra Pazienti e Caregiver”. Una volta al mese gli esperti della SIUrO affrontano a 360 gradi tutti gli aspetti inerenti i tumori urologici (prevenzione, terapie, impatto sulla vita quotidiana, difficoltà burocratico-amministrative, riabilitazione). Malati, caregiver, personale medico-sanitario, nonché semplici utenti del web possono così rivolgere domande direttamente agli specialisti. “La medicina territoriale deve avere un ruolo fondamentale nella lotta a tumori complessi come quelli urologici – afferma Camillo Porta, Professore Ordinario di Oncologia Medica all’Università Aldo Moro di Bari e Direttore della Divisione di Oncologia Medica del Policlinico di Bari-. In particolare il Medico di Medicina Generale è la prima figura di riferimento per i pazienti e caregiver fin dalla diagnosi. “Nel nostro Paese vivono più di 144mila persone con una diagnosi di carcinoma renale – aggiunge il dott. Marco Roscigno, Dirigente Medico Unità di Urologia dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo -. I tassi di sopravvivenza a cinque e dieci anni sono in netto miglioramento grazie soprattutto all’introduzione prima delle terapie mirate e poi dei farmaci immunoterapici. L’intervento chirurgico è la principale indicazione nei pazienti con malattia non metastatica, mentre per i malati con malattia diffusa è necessario un percorso terapeutico condiviso dai vari specialisti, in cui rientrano trattamento medico, chirurgico e radioterapico. Le varie cure possono determinare degli effetti collaterali che, sempre secondo il nostro sondaggio, sono giudicati di forte impatto da tre pazienti su quattro”. “E’ una neoplasia nella quale la chemioterapia ha sempre avuto scarso utilizzo – prosegue Stefano Arcangeli, Direttore Unità di Radioterapia ASST Ospedale San Gerardo di Monza -. Per quanto riguarda la radioterapia, essa invece trova indicazione soprattutto nel trattamento di alcuni siti metastatici o per ridurre il dolore correlato alle metastasi ossee. Al momento, poi, alcuni studi stanno valutando l’efficacia di possibili combinazioni tra radioterapia e immunoterapia. I primissimi dati dimostrano che si tratta di un trattamento fattibile e sicuro, ma va ancora dimostrata la sua reale efficacia. In futuro potrebbe esserci una sempre maggiore integrazione tra queste due modalità terapeutiche”.

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Migliora la qualità della vita dei pazienti affetti da tumore al colon retto metastatico

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 giugno 2022

Tutto merito di una cura, che associa un anticorpo alla chemioterapia, ma che viene somministrata non più secondo posologia, ma secondo i casi. Ad intermittenza. Solo se e quando è necessario, dunque. Tutto questo significa: meno effetti collaterali, meno accessi in ospedale, migliore qualità della vita, sopravvivenza libera da malattia che si allunga a 20 mesi rispetto ai 13 del trattamento standard in quanto, nel momento in cui la cura viene interrotta, le cellule tumorali non fanno in tempo ad adattarsi al farmaco e, quindi, sviluppano più tardi la resistenza. E’ quanto emerge dallo studio “Improve”, uno studio tutto italiano, coordinato dall’Istituto dei tumori di Napoli, e presentato oggi a Chicago all’Asco, il Congresso americano di oncologia. La nuova strategia di somministrazione della cura avrebbe avuto effetti positivi su 137 pazienti con tumore del colon retto metastatico, in prima linea di trattamento, arruolati in 14 centri italiani. Dai primi dati è emerso che somministrando l’anticorpo anti-EGFR panitumumab con la chemioterapia standard e confrontando la modalità classica di somministrazione continua verso una somministrazione alternata a periodi di interruzione, in questi pazienti è migliorata l’efficacia del trattamento e al tempo stesso si sono attenuati alcuni effetti collaterali, come la tossicità cutanea, che impatta in maniera significativa sulla loro qualità di vita. Lo studio ha dimostrato per la prima volta nel tumore del colon-retto che il trattamento sperimentale intermittente comporta un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione. In particolare nei tumori del colon metastatico la sopravvivenza libera da progressione ha raggiunto i 20 mesi con un miglioramento di 7 mesi rispetto al trattamento standard. Il lavoro nasce dalla stretta collaborazione tra l’Unità diretta da Avallone e quella di Farmacologia Sperimentale Oncologica diretta da Alfredo Budillon co-principal investigator dello studio e responsabile degli studi traslazionali associati, con il coinvolgimento della Chirurgia Oncologica Colonrettale diretta da Paolo Del Rio, e della Chirurgia Oncologica Epatobiliare diretta da Francesco Izzo.

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Sanità italiana: Migliaia di pazienti in attesa di ricovero

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 Maggio 2022

La condizione drammatica dei Pronto Soccorso è l’epifenomeno, cioè la cartina al tornasole, della crisi profonda che stanno attraversando gli ospedali del nostro Paese. Nei nosocomi sono insufficienti i posti di degenza ordinaria e di terapia intensiva. Non raggiunge livelli accettabili nemmeno il personale specialistico, soprattutto in determinate aree come la medicina d’urgenza, la terapia intensiva, l’anestesia e rianimazione, ma anche in altre aree mediche e chirurgiche. Per il “Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri e Universitari Italiani” (FoSSC), la prima realtà che nel nostro Paese riunisce i medici di diverse discipline che ogni giorno curano i pazienti negli ospedali, la situazione dei Pronto Soccorso con centinaia di cittadini in attesa di ricovero, al centro delle cronache di tutti i quotidiani, non è altro che la conseguenza di decenni di sottofinanziamenti e di mancanza di programmazione degli ospedali. “Il problema dei Pronto Soccorso è la punta dell’iceberg di un sistema ospedaliero che è in affanno – affermano le 30 società scientifiche riunite nel Forum -. I Pronto Soccorso al collasso sono il risultato di anni di tagli al Servizio Sanitario Nazionale: in 20 anni chiusi 300 ospedali con 80mila posti letto in meno e dal 2007 ad oggi perse 50 mila unità di personale. Il PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, destina agli ospedali solo pochissime e insufficienti risorse. Questa crisi, che denunciamo da mesi, è destinata ad aggravarsi, sia per i cittadini che si rivolgono agli ospedali per situazioni di emergenza, ma anche per tutti i pazienti affetti da patologie croniche, complessivamente diversi milioni di cittadini. Va ripensato il ruolo dei nosocomi all’interno di un nuovo modello di cura in un sistema sanitario più efficace, sostenibile e utile al cittadino. E non partendo da documenti, già diffusi sulla stampa, che sono stati bocciati dalle Società Scientifiche e dallo stesso Ministro della Salute, perché addirittura peggiorativi della già grave situazione determinata dal Decreto Ministeriale sugli standard ospedalieri (DM 70 del 2 aprile 2015), provvedimento che va invece profondamente rivisto. È ferma, in particolare, la nostra perplessità sugli ‘ospedali di comunità’ come unica forma di intervento sulle strutture del sistema sanitario nazionale. Tra l’altro per come questi ‘ospedali’ sono stati concepiti rientrano in una concezione obsoleta e inadeguata a far fronte alle tante e diverse complessità poste in essere dalle domande di salute della medicina moderna”. “Appena pubblicato il PNRR – sottolineano le Società Scientifiche -, abbiamo capito subito l’inadeguatezza delle misure previste nella Missione 6 e ci siamo organizzati con una piattaforma che abbiamo presentato al Ministro Speranza avanzando proposte per una modifica del DM 70. I fatti che ora riguardano il Pronto Soccorso purtroppo danno ragione alle nostre precedenti preoccupazioni, formalizzate peraltro al Ministro da mesi”. Gli operatori sanitari sono inadeguati in rapporto alla popolazione del nostro Paese: i medici specialisti ospedalieri sono circa 130mila, 60mila unità in meno della Germania e 43mila in meno della Francia. Il numero complessivo di posti letto ordinari è molto più basso rispetto alla media europea (314 rispetto a 500 per 100mila abitanti) e colloca l’Italia al 22esimo posto tra tutti i Paesi del Vecchio Continente. Anche per i posti letto in terapia intensiva l’Italia non brilla: se in era pre-Covid avevamo 8,6 posti ogni 100 mila abitanti, con l’emergenza sanitaria era stato previsto che venissero aumentati fino a 14 ma, in realtà, solo una piccola parte risulta effettivamente attivata e, comunque, con numeri nemmeno paragonabili rispetto, ad esempio, alla Germania (33 posti letto ogni 100mila abitanti).

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Nuovo sistema per rendicontare i pazienti ricoverati per COVID-19 richiesto dalle Regioni

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 gennaio 2022

Per Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE ciò – prevede una “contabilizzazione” separata tra pazienti ospedalizzati per COVID-19 e pazienti ricoverati per altre patologie, con infezione da SARS-CoV-2 ma asintomatici per COVID-19. La Fondazione GIMBE sottolinea che tale proposta, oltre a sottostimare il reale sovraccarico degli ospedali, aumenta l’impatto organizzativo e il carico di lavoro degli operatori sanitari e presenta numerosi rischi». Innanzitutto, la proposta è inadeguata per ragioni cliniche: considerato che la COVID-19 è una malattia multisistemica che colpisce vari organi e apparati, definire lo status di “asintomatico ” è molto complesso, specialmente nei pazienti anziani con patologie multiple; inoltre, la positività al SARS-CoV-2 può peggiorare la prognosi di pazienti ricoverati per altre motivazioni, anche in relazione all’evoluzione della patologia o condizione che ha motivato il ricovero e alle procedure diagnostico-terapeutiche attuate. In secondo luogo, è inapplicabile per ragioni organizzative: la gestione di tutti i pazienti SARS-CoV-2 positivi, indipendentemente dalla presenza di sintomi correlati alla COVID-19, richiede personale, procedure e spazi dedicati, oltre alla sanificazione degli ambienti. Di conseguenza, risulta molto difficile immaginare la gestione degli “asintomatici” senza risorse aggiuntive, in particolare locali e personale. Infine, ha rilevanti risvolti medico-legali: la responsabilità di assegnare il paziente ricoverato ad una delle due categorie, con tutte le difficoltà e le discrezionalità del caso, è affidata al personale medico e alle aziende sanitarie, su cui ricadrebbero i rischi. «Visto che l’obiettivo delle Regioni – conclude Cartabellotta – è chiaramente solo quello di ridurre la percentuale di occupazione in area medica per evitare il passaggio alla zona arancione o addirittura a quella rossa, allora tanto vale eliminare il sistema dei colori, lasciando ad ogni Regione le proprie responsabilità, sull’entità del sovraccarico ospedaliero e sui ritardi alle cure nei pazienti non COVID.»

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Ictus pazienti e riabilitazione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 dicembre 2021

In Italia un terzo dei pazienti colpiti da ictus avrebbe la necessità di ricevere terapie riabilitative subito dopo il ricovero. Tuttavia solo il 18% dei malati riesce ad usufruire di questi servizi mentre oltre il 53% ritorna a casa dopo le dimissioni ospedaliere. Da qui la necessita di potenziare la fase di riabilitazione per migliorare l’assistenza ai malati e ridurre così l’impatto socio-sanitario di una patologia in forte crescita. E’ quanto emerge durante la prima giornata dell’ottavo Congresso Nazionale dell’ISA-AII Italian Stroke Association – Associazione Italiana Ictus. Trattamenti tradizionali, come la fisioterapia, o nuove tecniche, risultano sempre più fondamentali per assicurare un ritorno alla vita di tutti i giorni dopo la fase acuta della patologia. Ogni anno nel nostro Paese 45mila persone riescono a sopravvivere all’ictus ma con esiti gravemente invalidanti. E la disabilità, più o meno grave, può anche persiste per tutta la vita. I costi in termini socio-economici e sanitari sono perciò veramente importanti tanto per il singolo individuo ed i suoi familiari, che per l’intera società”. “In Italia esistono centri di assoluta eccellenza per il trattamento dell’ictus – prosegue il prof. Danilo Toni, Past President ISA-AII -. Uno degli obiettivi che dobbiamo porci ora è la prevenzione, soprattutto quella primaria. In Italia sarebbero 15mila pazienti in meno che necessitano di cure e di un’assistenza specifica. E’ un obiettivo raggiungibile nei prossimi anni attuando strategie ed interventi di salute pubblica. C’è dunque bisogno nel nostro Paese di un “Piano Nazionale per l’Ictus” che comprenda a 360 gradi la gestione della patologia cardio cerebro vascolare: dalla prevenzione primaria fino alla riabilitazione. E’ molto importante il ruolo della ricerca dal momento che negli ultimi anni ci sono stati dei progressi nella comprensione della fisiopatologia. Non sempre però le scoperte si sono tradotte in nuovi trattamenti a disposizione di pazienti e clinici. È perciò necessario l’impegno dell’Unione Europea e delle singole nazioni per favorire investimenti nella ricerca sull’ictus in modo proporzionato all’entità e alla prevalenza del problema sanitario. Infine se vogliamo raggiungere gli obiettivi del SAP-E bisogna aumentare la preparazione di tutto il personale medico-sanitario e non solo quella degli specialisti. Un ruolo importante è quello rivestito dai medici di medicina generale che possono favorire la prevenzione primaria e secondaria della malattia nonché assistere il paziente nella fase del post-acuto”.

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Case Ail per i pazienti ematologici che vivono lontani dai centri di cura

Posted by fidest press agency su martedì, 23 novembre 2021

AIL, l’Associazione Italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma, ha realizzato le Case Alloggio, luoghi dove il malato e i suoi familiari possono recarsi per continuare le cure in un ambiente confortevole, vicino ai centri di ematologia altamente specializzati grazie anche ai proventi dei lasciti solidali, AIL ha realizzato, nel tempo, 73 Case Alloggio in tutta Italia. Si è parlato di questo nel webinar che si è svolto ieri, dedicato all’importanza dei lasciti solidali, grazie a storie e testimonianze di generosità ed altruismo di persone che hanno deciso di ricordare AIL nelle loro ultime volontà. Attualmente, sono 37 le sezioni provinciali che offrono questo servizio, con 73 case alloggio e 3.772 persone ospitate in un anno, di cui 1.647 adulti, 197 bambini e 1.928 familiari. Ogni casa AIL nasce dall’esigenza di fornire al malato e ai suoi familiari un punto di riferimento logistico – in quanto le Case sorgono tutte vicino al Centro di cura – e nello stesso tempo emotivo, grazie al confronto e alla condivisione con i volontari e le altre famiglie presenti. Per questo motivo le Case alloggio sono dotate di strutture e servizi volte ad andare incontro alle necessità di chi soffre, consentendo a pazienti e familiari di vivere con maggior serenità, mentre lottano contro le malattie del sangue. Recenti studi hanno, inoltre dimostrato, una minore incidenza delle infezioni post-trapianto per i pazienti ospitati nelle CASE AIL rispetto a quelli ospedalizzati. L’Associazione si impegna, inoltre, per garantire la gratuità del soggiorno e l’attenzione costante alla modernizzazione delle strutture – grazie anche ai finanziamenti che arrivano dai lasciti testamentari come nel caso della Residenza Vanessa a Roma, che è stata ristrutturata ed ammodernata con i proventi derivati dalla generosità della sig.ra Roberta, una paziente ematologica (cfr. scheda allegata) che ha compiuto, nelle sue ultime volontà, un gesto di grande generosità, donando il suo appartamento ad AIL per avere così “migliaia di eredi”, tutti i pazienti ematologici in cura negli ospedali romani che, grazie al suo lascito, avranno la possibilità di usufruire di una struttura moderna e dotata di tutti i servizi necessari durante le varie fasi della cura.

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Il vaccino anti Covid è efficace nei pazienti oncologici

Posted by fidest press agency su martedì, 5 ottobre 2021

Ma per ottenere un’adeguata protezione sono indispensabili due dosi. Lo dimostra il più grande studio al mondo sulla risposta immunologica e sulla sicurezza del vaccino a mRNA nelle persone colpite da cancro, condotto presso l’Istituto Regina Elena-Sapienza Università di Roma. Lo studio, pubblicato su “Clinical Cancer Research”, la rivista ufficiale dell’American Association for Cancer Research (AACR), ha arruolato 816 pazienti con diversi tipi di neoplasie solide, in particolare tumore della mammella (31%), del polmone (21%) e melanoma (15%), in trattamento attivo o sottoposti a cure nei 6 mesi precedenti la vaccinazione anti COVID. I risultati del lavoro sono presentati oggi in una conferenza stampa presso Sapienza Università di Roma.“Si tratta di uno studio fondamentale che mostra come la vaccinazione induca una risposta immune in un’elevata percentuale di pazienti affetti da neoplasie solide – spiega Gianni Rezza, Direttore Generale della Prevenzione, Ministero della Salute -. Si tratta di uno studio estremamente ampio e condotto nella pratica reale. Sarà estremamente importante ora valutare l’effetto a lungo termine della vaccinazione”. È lo studio con la più ampia casistica al mondo sull’efficacia del vaccino anti COVID nei pazienti oncologici in trattamento attivo. Le persone colpite da cancro sono ad alto rischio di conseguenze gravi fino alla morte, se contagiate dal virus. Finora però vi erano evidenze scientifiche molto limitate sull’immunogenicità e sulla sicurezza del vaccino in questa popolazione, perché esclusa dagli studi di fase 3 che hanno portato all’approvazione del siero. Le ricerche già pubblicate fino a oggi hanno considerato solo qualche decina di pazienti oncologici. Inoltre, questo è il primo studio effettuato con valutazioni della sierologia in tre tempi diversi: prima della vaccinazione, dopo la prima inoculazione e successivamente alla seconda. Una ricerca israeliana e una americana su casistiche molto inferiori hanno considerato i risultati solo in due momenti: prima della vaccinazione e alla conclusione del ciclo completo, non analizzando quindi i risultati dopo la prima dose. Dallo studio emerge con chiarezza il valore fondamentale della seconda dose nelle persone colpite da cancro e molto fragili, che devono riceverla entro 21 giorni dalla prima, pena il potenziale rischio di contagio. FOCE (Federazione degli oncologi, cardiologi ematologi) aveva già segnalato le potenziali conseguenze pericolose del ritardo della seconda dose di vaccino per i pazienti oncologici in trattamento attivo, nei quali invece andava rigorosamente rispettata la tempistica delle due somministrazioni.La frequenza di effetti collaterali locali o sistemici, nella maggior parte dei casi lievi, è stata bassa e comunque in linea con quanto osservato nei sani, anzi la comparsa di effetti collaterali espressione dell’attivazione della risposta infiammatoria è stata osservata correlata ad un maggiore tasso di risposta anticorpale. Sono in corso valutazioni sul mantenimento dell’immunoreattività umorale nel corso del tempo. “Dati preliminari in corso di pubblicazione – precisa il Professor Cognetti – mostrano a questo riguardo una notevole diminuzione del tasso anticorpale nei pazienti oncologici in trattamento attivo a 6 mesi dalla prima dose, diminuzione molto più significativa rispetto ai sani ed una previsione di azzeramento degli anticorpi in questi pazienti a circa 9 mesi rispetto ai 16 mesi nei sani e la conferma nel corso del tempo degli stessi fattori clinici già dimostratisi correlati con la diminuzione delle immunoreattività umorale. Questi dati, quindi, sono di indubbia utilità nella selezione delle priorità temporali alla somministrazione della terza dose nei malati oncologici”.By Francesco Cognetti – Professore di Oncologia Medica Sapienza Università di Roma e Direttore Oncologia Medica Regina Elena di Roma (abstract)

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Reale resilienza del SSN nell’assistenza ai pazienti NON Covid

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 settembre 2021

Nel 2019 sei Regioni valutate dal Ministero della Salute “inadempienti” nella capacità di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza: Valle D’Aosta, Provincia Autonoma di Bolzano, Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia.Le maggiori criticità si riferiscono all’area Distrettuale (assistenza sanitaria territoriale) con ben 4 Regioni inadempienti: Valle D’Aosta, P.A. Bolzano, Basilicata e Calabria. Segue l’area prevenzione con 3 Regioni inadempienti: P.A. Bolzano, Calabria e Sicilia. Per l’area ospedaliera invece i punteggi più bassi in assoluto e più preoccupanti sono della Calabria e del Molise, quest’ultima alle prese ormai da diverso tempo con la riorganizzazione della rete ospedaliera.La Regione Calabria è l’unica Regione ad essere “inadempiente” su tutte e tre le aree valutate dal Ministero della Salute (prevenzione, territorio e ospedale) con criticità rilevanti, ad esempio, nei programmi organizzati di screening oncologici, nel tempo di arrivo dei mezzi di soccorso, nell’assistenza domiciliare integrata, nell’assistenza ospedaliera.Tra le Regioni “adempienti” il punteggio più alto nell’area prevenzione lo ha centrato l’Umbria seguita dall’Emilia Romagna e dal Veneto, nell’area distrettuale spicca il Veneto seguito dall’Emilia Romagna, mentre nell’area ospedaliera il valore più alto è della P.A. di Trento seguita dall’Emilia Romagna.Rispetto ai valori del 2018, nel 2019 8 Regioni hanno visto peggiorare le proprie performance nella prevenzione, 5 Regioni nell’area distrettuale e 3 nell’area ospedaliera.Ancora troppo ampie le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari rappresentate dalla forbice tra le migliori e le peggiori performance tra le regioni: oltre 40 punti di scarto per la prevenzione, circa 50 punti per il livello distrettuale e 48 punti per l’area ospedaliera.È quanto emerge dall’analisi realizzata da Salutequità, Organizzazione per la valutazione della qualità delle politiche per la salute, sui risultati della sperimentazione 2019 del Nuovo Sistema di Garanzia dei LEA (NSG) del Ministero della Salute. Il Nuovo Sistema di Garanzia è la nuova metodologia per la valutazione della capacità delle Regioni di garantire i livelli Essenziali di Assistenza, che dovrà sostituire a partire dal 1° gennaio 2020 il vecchio sistema di monitoraggio dei LEA, cosi come previsto dal Decreto Ministeriale 12 marzo 2019.

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Reumatologia e sondaggio tra i pazienti

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 luglio 2021

In Italia sei malati reumatologici su dieci sono soddisfatti di come viene gestita la malattia. Tuttavia il 48% non apprezza come viene trattato il dolore, uno dei sintomi più frequenti e temuti di queste patologie autoimmuni. Inoltre ben il 94% dei pazienti sostiene che è molto impattante l’aspetto psicologico della malattia. E il 23% dei pazienti ha ottenuto una diagnosi corretta della malattia dopo 4 o più anni dall’inizio dell’insorgenza. E’ quanto emerge da un recente sondaggio on line promosso dall’ANMAR Onlus (Associazione Nazionale Malati Reumatici) in collaborazione con i medici specialisti dell’Osservatorio CAPIRE. I risultati dell’indagine sono stati presentati recentemente in un webinar reso possibile con il supporto non condizionante di Lilly. “Dolore e impatto psicologico sono due aspetti fondamentali legati alle malattie reumatologiche ma risultano ancora sottovalutati – afferma Silvia Tonolo, Presidente ANMAR Onlus -. Non va dimenticato che molte patologie interessano uomini e donne in età lavorativa che non sempre riescono a proseguire con le loro mansioni proprio a causa delle condizioni di salute. Spesso non si riesce a gestire a livello ambulatoriale il dolore e il paziente viene lasciato solo e si può arrivare ad una pericolosa “autogestione”. Si tratta di una situazione che è peggiorata da quando è scoppiata la pandemia da Covid-19 la quale ha reso più difficile i contatti tra malati e medici. Servono urgenti interventi, anche a livello legislativo, per migliorare questa difficile situazione”. “Il forte dolore è uno dei principali bisogni insoddisfatti dei pazienti reumatologici – sottolinea il prof. Francesco Ciccia, Ordinario di Reumatologia dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” -. Strettamente collegato a questa sintomatologia c’è anche il tema delle diagnosi tardive. Un tempo troppo lungo per individuare la malattia incide negativamente anche sulla qualità di vita. Si calcola che ben otto pazienti su dieci colpiti da artrite reumatoide anche se trattati con farmaci biologici sviluppano comunque dolore”. “Il sintomo è uno degli aspetti prevalenti delle più diffuse patologie come l’artrite reumatoide o le spondiloartriti – prosegue il prof. Mauro Galeazzi, Responsabile scientifico dell’Osservatorio CAPIRE e Presidente Emerito della Società Italiana di Reumatologia -. Il dolore non determina lesioni o danni gravi agli organi ma può davvero essere insopportabile e rendere impossibile anche le più banali azioni della vita di tutti i giorni. Oggi abbiamo a disposizione farmaci analgesici di straordinaria efficacia ma non sempre risultano accessibili ai pazienti, soprattutto in alcune Regioni della Penisola”. “Rendere effettiva in tutto il territorio nazionale i provvedimenti stabiliti dalla Legge 38 deve essere una delle priorità delle Istituzioni socio-sanitarie italiane – conclude l’Onorevole Rossana Boldi, Vicepresidente della XII Commissione Affari Sociali della Camera -. L’altro aspetto su quale intervenire è la formazione sia degli specialisti che soprattutto i medici di medicina generale. Sono, infatti, quest’ultimi i primi professionisti che si interfacciano con i pazienti e che devono riuscire ad intercettare i sintomi delle malattie reumatologiche”.

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“AmyTour. Pazienti e medici dialogano sull’amiloidosi”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 luglio 2021

Si svolgerà online, dalle ore 16.00 di venerdì 16 luglio, il nuovo appuntamento “AmyTour. Pazienti e medici dialogano sull’amiloidosi” organizzato da OMaR-Osservatorio Malattie Rare in collaborazione con fAmy Onlus e con il contributo non condizionato di Alnylam, Pfizer e Sobi. Il progetto, giunto al suo quarto anno di vita, sarà l’occasione per comprendere come migliorare gli aspetti più critici nella gestione della patologia con lo strumento della telemedicina. L’emergenza sanitaria da SARS-CoV-2 ha investito come uno tsunami l’intero sistema sanitario e ha messo a dura prova i malati cronici rari che hanno bisogno di terapie non rinviabili; alcune Regioni sono riuscite a supportare i pazienti riducendo al minimo i rischi e consentendo la continuità terapeutica, mentre in altre questo risultato è mancato o è stato molto scarso. La pandemia, che ha mostrato le fragilità del nostro sistema, deve portare allora a un’inversione di tendenza affinché non sia più il paziente a raggiungere il suo centro ma il contrario. Nel corso dell’incontro online i clinici saranno a disposizione per rispondere alle domande che gli verranno rivolte dai partecipanti.www.osservatoriomalattierare.it

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Infermieri sempre vicini ai pazienti e alle famiglie

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 Maggio 2021

“L’obiettivo della Giornata del Sollievo ha detto Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) nel suo intervento alla presentazione della Giornata 2021 – istituita nel 2001 e organizzata dal ministero della Salute, dalla Conferenza delle Regioni e dal Comitato Gigi Ghirotti, è di promuovere e testimoniare, attraverso idonea informazione e tramite iniziative di sensibilizzazione e solidarietà, la cultura del sollievo dalla sofferenza fisica e morale in favore di tutti coloro che stanno ultimando il loro percorso vitale, non potendo più giovarsi di cure destinate alla guarigione”. “Non è, e non deve infatti mai essere possibile rifiutare o interrompere l’assistenza – ha aggiunto – soprattutto in tutte quelle condizioni di perdita di autonomia e di necessità di un supporto compensativo\sostitutivo da parte dell’infermiere. Anche quando il paziente potrà decidere di interrompere o sospendere qualsiasi trattamento gli infermieri continueranno ad esserci e a prendersi cura di lui: gli infermieri in questo ci sono e sono vicini ai pazienti”. Mangiacavalli ha sottolineati che gli infermieri sono i professionisti che spendono più tempo accanto ai pazienti e alle famiglie nei diversi contesti di cura (residenziali, ospedalieri, domiciliari) e questo offre loro l’opportunità di saper e poter cogliere le tante sfumature degli innumerevoli problemi di salute che condizionano la vita di una persona e sulle sofferenze che possono generare, hanno una relazione di continua vicinanza con la persona assistita, in modo specifico in tutte quelle situazioni in cui la stessa non è più in grado di soddisfare i propri bisogni autonomamente, non soltanto perché fisicamente fragile ma spesso anche quando non è più in grado di attribuire a questi atti un senso e uno scopo esistenziale (volontà e conoscenze).“Gli infermieri – ha proseguito la presidente FNOPI – sono coinvolti nell’identificazione, valutazione e monitoraggio delle forme di sofferenza del paziente non solo intese come dolore fisico ma anche come sofferenza globale ed esistenziale. Il dolore è considerato un parametro vitale, in quanto la sua presenza modifica le condizioni fisiche e psichiche della persona, di conseguenza le reazioni alla malattia. Come tale va valutato costantemente, devono essere utilizzati strumenti validati e il processo deve essere documentato”.Secondo la presidente FNOPI l’assistenza infermieristica di qualità è tale se aumenta la dignità delle persone; se ne mantiene lo sviluppo e promuove il sostegno emotivo e il comfort, in modo da migliorare la qualità della vita delle persone assistite e creare un clima favorevole alle cure.Come? “Creando – ha spiegato – un modello in cui i pazienti siano partner responsabili nelle decisioni relative alla loro cura. Il concetto di pianificazione condivisa delle cure presuppone quindi la condivisione delle competenze e conoscenze tra sanitari e paziente stesso; questo processo valorizza l’incontro e l’integrazione di diverse competenze: quelle “scientifiche” che medici, infermieri e l’intero team assistenziale possono mettere a disposizione delle persone e quelle “personali ed individuali” dei pazienti stessi che rispecchiano la loro storia di vita, i loro desideri, preferenze, obiettivi”.

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L’11% dei pazienti oncologici rifiuta la vaccinazione anti-Covid. I motivi?

Posted by fidest press agency su martedì, 18 Maggio 2021

Per il 48% il timore degli effetti collaterali della profilassi, per il 26,7% la preoccupazione di possibili interazioni con la concomitante terapia antitumorale, per il 10,7% la paura di reazioni allergiche. Non solo. La decisione di sospendere uno dei vaccini disponibili, quello prodotto da AstraZeneca, nel periodo fra il 15 e il 19 marzo, ha determinato una netta flessione nella propensione di questi pazienti fragili all’immunizzazione anche con un vaccino diverso, cioè quello prodotto da Pfizer. I cittadini colpiti da cancro che hanno detto no al siero sono più che raddoppiati dopo il 15 marzo, passando dall’8,6% al 19,7%. Lo studio è in pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica “European Journal of Cancer”. Si tratta del primo report al mondo sull’aderenza dei pazienti oncologici alla vaccinazione anti-Covid ed è stato condotto fra l’1 e il 20 marzo 2021, coinvolgendo 914 persone in cura presso l’Istituto Regina Elena di Roma. “Un’indagine era stata condotta in Francia, prima dell’inizio della campagna di immunizzazione, e aveva evidenziato la mancata propensione a vaccinarsi da parte del 16,6% dei pazienti oncologici – continua il Prof. Cognetti -. Il nostro studio invece si riferisce al rifiuto effettivo di ricevere il siero. E per la prima volta al mondo viene scattata una fotografia di questo tipo, riferita alla campagna in corso. Inoltre nello studio francese più della metà dei pazienti era sotto sorveglianza o assumeva terapia ormonale rispetto alla popolazione arruolata nel nostro lavoro, che era in maggioranza in trattamento attivo”. “È interessante notare – sottolinea il Prof. Cognetti – come il tasso di rifiuto sia più che raddoppiato dopo il bando del vaccino prodotto da AstraZeneca. È la dimostrazione che le decisioni delle autorità regolatorie e le informazioni diffuse dai media possono influenzare la volontà dei pazienti nell’accesso all’immunizzazione. Il tasso di rifiuto, che ha raggiunto il 19,7%, risulta decisamente maggiore (+5%) rispetto a quanto riportato in un’indagine nella popolazione generale italiana nello stesso periodo”. “Si può, quindi, presumere che i pazienti con cancro, pur avendo un consistente rischio di letalità da Covid, subiscano maggiore influenza negativa da informazioni sulla sicurezza del vaccino, proprio per la loro grande fragilità – conclude il Prof. Cognetti -. Infatti il tasso di rifiuto era più alto fra i malati in condizioni cliniche più gravi.

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Gestione della dislipidemia nei pazienti con endocrinopatie

Posted by fidest press agency su martedì, 4 Maggio 2021

Dopo la pubblicazione nell’ottobre scorso della Consensus AACE/ACE sulla gestione della dislipidemia, anche l’Endocrine Society (ES) ha pubblicato le sue linee guida (Lg), con l’intento di fornire per la prima volta all’endocrinologo uno strumento utile per la gestione della dislipidemia nei pazienti con patologie endocrine, nell’ottica di prevenire le malattie cardio-vascolari (Cvd) e le pancreatiti indotte dall’ipertrigliceridemia. «Gli obiettivi principali di queste Lg» spiega Francesco Tassone, Sc Endocrinologia, Diabetologia e Metabolismo, Aso S. Croce e Carle, Cuneo «sono i seguenti: 1) descrivere le anomalie lipidiche e le Cvd nelle patologie endocrine; 2) valutare se il trattamento del disturbo endocrino migliora il profilo lipidico e/o abbassa il rischio di malattia aterosclerotica cardio-vascolare (Ascvd); 3) valutare l’utilizzo di farmaci ipolipemizzanti, in aggiunta alla dieta e all’attività fisica, nei pazienti con malattie endocrine». Il documento specifica «è suddiviso in sezioni: la prima riguarda la valutazione del profilo lipidico e del rischio di Ascvd; la seconda affronta l’ipertrigliceridemia e la dislipidemia in varie patologie endocrine; l’ultima sezione fornisce una panoramica sulle modifiche dello stile di vita e sull’efficacia e sicurezza dei farmaci ipolipemizzanti. Infine, vi sono due appendici relative al metabolismo lipidico e alla discussione delle principali Lg sulla gestione della dislipidemia presenti in letteratura». Per i pazienti diabetici con ASCVD nota associata a fattori di rischio multipli, le LG raccomandano un obiettivo di colesterolo LDL < 55 mg/dL. Per gli adulti affetti da DM2 e altri fattori di rischio di ASCVD, si consigliano modifiche dello stile di vita per ridurre il rischio CV e statine ad alta intensità, con l'obiettivo di colesterolo LDL 20 anni e/o complicanze micro-vascolari con valori di colesterolo LDL > 70 mg/dL, le presenti LG suggeriscono l’impiego di statine, indipendentemente dal punteggio di rischio CV. Nei pazienti di età > 75 anni, l’inizio o la prosecuzione del trattamento con statine dovrebbe dipendere dal rischio di ASCVD, dalla prognosi, dai potenziali farmaci interagenti, dalla poli-terapia farmacologica, dalla salute mentale e dall’opinione del paziente stesso. Per determinare il rischio di ASCVD nei pazienti obesi, le LG raccomandano la valutazione dei componenti della sindrome metabolica, nonché la misurazione della distribuzione del grasso corporeo. La diagnosi di sindrome metabolica richiede almeno tre dei seguenti criteri: trigliceridi ≥ 150 mg/dL, colesterolo HDL < 50 mg/dL nelle donne e < 40 mg/dL negli uomini, pressione arteriosa sistolica ≥ 130 mm Hg o diastolica ≥ 85 mm Hg, circonferenza vita ≥ 88 cm nelle donne e ≥ 102 cm negli uomini, iperglicemia. Rispetto agli interventi di chirurgia bariatrica "restrittivi", quelli "malassorbitivi" sono più efficaci per ridurre i livelli di colesterolo LDL e ugualmente efficaci per ridurre i livelli di trigliceridi. Viene raccomandato di rivalutare il profilo lipidico da 1 a 3 mesi dopo la chirurgia e poi periodicamente anche a peso stabilizzato. Patologia tiroidea. La prima raccomandazione di questa sezione è una delle principali peculiarità rispetto alle altre LG: l'ES raccomanda di escludere l'ipotiroidismo come causa di iperlipemia, in particolare prima di iniziare il trattamento con farmaci ipolipemizzanti: a) ipotiroidismo clinico: viene suggerito di non trattare la dislipidemia fino al raggiungimento dell'eutiroidismo; b) ipotiroidismo subclinico: viene suggerito che il trattamento con tiroxina potrebbe rappresentare uno strumento per migliorare l'assetto lipidico. Disordini della secrezione del GH. Nei casi di deficit di GH (GHD) dell'adulto viene suggerita la valutazione dell'assetto lipidico alla diagnosi e, se il GHD è associato a ipopituitarismo, viene suggerita la valutazione e il trattamento del profilo lipidico e degli altri fattori di rischio CV. In particolare, l'ES non raccomanda l'uso della sola terapia con GH per ridurre i valori di LDL e il rischio CV. Nell'acromegalia viene suggerita la valutazione dell'assetto lipidico prima e dopo il trattamento dell'eccesso di GH. Menopausa e terapia sostitutiva. L'uso della terapia ormonale sostitutiva nelle donne in menopausa è associato ad aumento del rischio di ASCVD. Nelle presenti LG la terapia con statine è raccomandata per le donne in post-menopausa in terapia ormonale e con altri fattori di rischio CV. Ipogonadismo e terapia con testosterone. Nei pazienti con ridotti livelli di testosterone la terapia sostitutiva viene suggerita per trattare i sintomi dell'ipogonadismo e non per migliorare la dislipidemia o il rischio CV. In pazienti con bassi livelli di HDL (< 30 mg/dL), soprattutto in assenza di ipertrigliceridemia, viene consigliato di indagare clinicamente e biochimicamente un eventuale abuso di steroidi anabolizzanti, poiché l'utilizzo di dosi sopra-fisiologiche di androgeni riduce i valori di HDL.Terapia ormonale per l'affermazione di genere. Viene consigliato di valutare sempre il profilo lipidico e il rischio CV, considerando le raccomandazioni presenti nelle LG generali. (fonteDoctor33 abstract)

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Premiato progetto a supporto dei pazienti con Artrite Reumatoide

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 Maggio 2021

Educlear: Educazione e Coaching per il miglioramento dello stile di vita nei pazienti con Artite Reumatoide. È questo il titolo del progetto, tutto italiano, coordinato dal professor Lorenzo Dagna, primario di Immunologia, Reumatologia, Allergologia e Malattie rare dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, che si è aggiudicato uno dei Competitive Grant messi a disposizione da Pfizer, a livello europeo, per sostenere nuove proposte di accesso alle cure nel mondo Covid e post-Covid.«Ogni anno vediamo più di mille pazienti con artrite reumatoide che hanno bisogno di terapia farmacologica ma anche di un supporto per migliorare il proprio stile di vita in termini di alimentazione, attività fisica e astinenza da fumo e alcol. Obiettivo del nostro progetto è rendere la persona con artrite reumatoide un paziente consapevole e responsabile in grado di migliorare il proprio stato di salute seguendo uno stile di vita corretto. Per fare questo intendiamo formare i nostri medici reumatologi a diventare dei veri e propri coach: attraverso la telemedicina non solo controlleranno l’andamento delle terapie, ma affiancheranno i pazienti in un percorso di miglioramento del proprio stile di vita», spiega Lorenzo Dagna.Il Grant, che vede premiati, accanto a quello italiano, altri tre progetti made in UK, ha visto l’invio di 14 proposte indipendenti inviate da cinque Paesi, focalizzate sulla formazione degli operatori sanitari, sullo sviluppo, l’implementazione e l’ottimizzazione di strumenti, progettati per facilitare l’interazione digitale tra pazienti e operatori sanitari, e sull’assistenza domiciliare in telemedicina.Il riconoscimento “Improving Disparities in Rheumatoid Arthritis Health Care in Post COVID-19 Era in memory of Cinzia Curiale” è stato realizzato da Pfizer in memoria di Cinzia Curiale, medico, a lungo dipendente dell’azienda, impegnata in molte cause a difesa dei pazienti. «Abbiamo voluto dedicare il programma ad una collega venuta a mancare recentemente: Cinzia Curiale, che ha speso tutta la sua vita professionale in Pfizer per migliorare la qualità di vita dei pazienti reumatologici in Italia e nel mondo. Abbiamo voluto- dare continuità alla sua passione e dedizione per i pazienti», spiega Gabriella Bedarida Varallo, MD PhD, Vice President Pfizer Medical Affairs.«Vogliamo ringraziare – prosegue Bedarida – i clinici per quanto stanno facendo per migliorare l’assistenza ai pazienti. Pfizer è veramente orgogliosa di vedere in azione i nostri valori di equità e centralità del paziente attraverso questo programma a supporto di quei pazienti che non sempre riescono a ricevere tutte le cure di cui necessitano, soprattutto durante una pandemia».

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“I bisogni dei pazienti vanno più verso la socialità che non verso la medicina”

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 marzo 2021

Lunghi sono i periodi a domicilio, dove mancano controlli importanti durante la fase a casa. Ci vuole stretta collaborazione tra oncologo ospedaliero e medicina generale. Riscrivere i PDTA, con più appropriati setting correlati ai diversi bisogni. Alcune attività trovano migliore collocazione nel territorio come la riabilitazione, il supporto nutrizionale e gli screening e la iniziale presa in carico appropriata, che a questo livello sono poi fondamentali. Il tema dell’introduzione della telemedicina è indispensabile, così come quello del caregiver dedicato e formato; non meno importante partire da dati concreti raccolti nel Real World. Attenzione non andiamo a prefigurare 2 oncologie: questa differenza non esiste perché il percorso deve essere lo stesso. Ci vogliono setting assistenziali ospedalieri e territoriali con uno stesso Governo. Credo che se si faccia un’accurata ricerca dei costi, il calcolo economico sarebbe vantaggioso, ma è impensabile che le risorse ad oggi disponibili bastino a dare efficacia a questi cambiamenti”, ha raccontato Gianni Amunni, Direttore Generale ISPRO e Responsabile Rete Oncologica Toscana “Si può parlare di oncologia territoriale solo se ci sono competenze importanti. È necessario prevedere ruoli di oncologici medici nel territorio che devono dipendere dagli stessi oncologi ospedalieri che garantiscano continuità con la struttura ospedaliera. Con la telemedicina è possibile condividere referti e discutere casi clinici. Telemedicina e oncologi ospedalieri sono i 2 pilastri dell’oncologia territoriale. In Veneto sono esaurite le graduatorie per l’oncologia medica: così oggi stiamo affrontando la pandemia dopo anni di elementi confondenti sulle scelte politiche effettuate a livello nazionale negli anni”, ha dichiarato Pierfranco Conte, Direttore SC Oncologia Medica 2 Istituto Oncologico Veneto – Coordinatore della Rete Oncologica Veneta. “Non dobbiamo più parlare di oncologia ospedaliera e territoriale ma solo di oncologia: da molte parti però abbiamo Aziende ospedaliere e territoriali che possono creare difficoltà. Non esiste una oncologia di serie A e una di serie B. Le prestazioni devono essere di qualità e possono essere erogate da un’unica oncologia che risponde a quell’area territoriale. Non si può far accedere all’ospedale un paziente solo per avere una semplice terapia orale. Occorre che ci sia un’oncologia che possa lavorare in più sedi e ci vuole la possibilità di avere una cartella unica che possa essere visibile da tutti i Centri e PDTA condivisi. In Emilia-Romagna abbiano fatto da un anno e mezzo un Progetto pilota, abbiamo creato l’oncologia provinciale coordinata dall’ IRCCS di Reggio, con un unico Direttore ma con punti di somministrazione farmaci in tutta una serie di laboratori sparsi che fanno capo all’oncologia centrale”, ha tenuto a precisare Carmine Pinto, Direttore Dipartimento Oncologico e Tecnologie Avanzate, IRCCS Istituto in Tecnologie Avanzate e Modelli Assistenziali in Oncologia, Reggio Emilia “Delocalizzare la diagnostica è molto difficile perché deve essere fatta una riorganizzazione della chirurgia, perché il trasporto del materiale deve essere garantito a tutti gli effetti. La Rete di tecnologie avanzate deve avere competenze e strutture adeguate. Durante il COVID molti malati non potevano muoversi e quindi è entrata in gioco la telepatologia che diventa indispensabile a tutti i livelli anche in futuro. Con questo scenario la futura rete diagnostica efficiente dovrà avere nuove risorse umane e strutturali da affiancare all’oncologia”, ha aggiunto Anna Sapino, Direttore Scientifico IRCCS Candiolo

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I pazienti con patologie respiratorie gravi saranno prioritariamente vaccinati contro il COVID-19

Posted by fidest press agency su sabato, 20 marzo 2021

Nella seconda fase di vaccinazione, la prima categoria in ordine di priorità a ricevere il vaccino sarà quella delle persone estremamente vulnerabili. In questa categoria, con riferimento alle patologie respiratorie, i pazienti a più alta priorità sono quelli affetti da fibrosi polmonare idiopatica e da altre patologie che necessitano di ossigenoterapia. È quanto stabilito dalle “Raccomandazioni ad interim sui gruppi target della vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID-19” recentemente pubblicate, a cura del Ministero della Salute, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’Istituto Superiore di Sanità, Agenas e AIFA. Questa indicazione è stata identificata, insieme al Consiglio Superiore di Sanità, sulla base di tre elementi: la relativa ridotta numerosità di questa popolazione di pazienti, l’età media comunque generalmente alta e il documentato aumentato rischio di mortalità in caso di infezione con virus SARS-CoV-2. La Società Italiana di Pneumologia raccomanda quindi ai propri Soci e a tutti i Colleghi Pneumologi la massima diffusione di una corretta informazione su questo cruciale argomento. Nelle Raccomandazioni viene stabilito l’ordine di priorità delle persone da vaccinare, con particolare rilievo a considerazioni di carattere sanitario, definite sulla base del criterio del maggior rischio di letalità correlato al COVID-19. I parametri presi in considerazione a tal fine, sulla base delle analisi condotte dagli studi scientifici a disposizione, sono l’età e la presenza di condizioni patologiche che rappresentano le variabili principali di correlazione con la mortalità per COVID-19. In questo momento cruciale di lotta alla pandemia è necessaria la collaborazione di tutti al fine di garantire una corretta e autorevole informazione scientifica a tutela della salute dei nostri pazienti.

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Pazienti Covid-19: scoperto il meccanismo responsabile della formazione di trombi arteriosi

Posted by fidest press agency su martedì, 2 marzo 2021

Un gruppo di ricercatori del Centro Cardiologico Monzino e dell’Università degli Studi di Milano, guidati da Marina Camera, Responsabile dell’Unità di Ricerca di Biologia Cellulare e Molecolare Cardiovascolare del Monzino e Professore Associato di Farmacologia presso l’ateneo milanese, in collaborazione con il Prof. Gianfranco Parati e il dr. Martino Pengo dell’ Istituto Auxologico Italiano di Milano e dell’Università Milano-Bicocca, ha scoperto il meccanismo responsabile delle complicanze trombotiche nei pazienti affetti da Covid-19, proponendo il razionale scientifico per l’uso dei farmaci in grado di bloccarlo, come la comune Aspirina. I risultati sono pubblicati sul prestigioso Journal of the American College of Cardiology: Basic to Translational Science. Lo studio ha analizzato in 46 pazienti affetti da Covid-19, ricoverati presso l’ Ospedale S.Luca, IRCCS Istituto Auxologico Italiano di Milano, lo stato di attivazione delle cellule del sangue, mediante analisi citofluorimetrica, e lo ha confrontato con quello di soggetti sani e di soggetti cardiopatici.

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