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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 203

Posts Tagged ‘pazienti’

Infermieri sempre vicini ai pazienti e alle famiglie

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 maggio 2021

“L’obiettivo della Giornata del Sollievo ha detto Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) nel suo intervento alla presentazione della Giornata 2021 – istituita nel 2001 e organizzata dal ministero della Salute, dalla Conferenza delle Regioni e dal Comitato Gigi Ghirotti, è di promuovere e testimoniare, attraverso idonea informazione e tramite iniziative di sensibilizzazione e solidarietà, la cultura del sollievo dalla sofferenza fisica e morale in favore di tutti coloro che stanno ultimando il loro percorso vitale, non potendo più giovarsi di cure destinate alla guarigione”. “Non è, e non deve infatti mai essere possibile rifiutare o interrompere l’assistenza – ha aggiunto – soprattutto in tutte quelle condizioni di perdita di autonomia e di necessità di un supporto compensativo\sostitutivo da parte dell’infermiere. Anche quando il paziente potrà decidere di interrompere o sospendere qualsiasi trattamento gli infermieri continueranno ad esserci e a prendersi cura di lui: gli infermieri in questo ci sono e sono vicini ai pazienti”. Mangiacavalli ha sottolineati che gli infermieri sono i professionisti che spendono più tempo accanto ai pazienti e alle famiglie nei diversi contesti di cura (residenziali, ospedalieri, domiciliari) e questo offre loro l’opportunità di saper e poter cogliere le tante sfumature degli innumerevoli problemi di salute che condizionano la vita di una persona e sulle sofferenze che possono generare, hanno una relazione di continua vicinanza con la persona assistita, in modo specifico in tutte quelle situazioni in cui la stessa non è più in grado di soddisfare i propri bisogni autonomamente, non soltanto perché fisicamente fragile ma spesso anche quando non è più in grado di attribuire a questi atti un senso e uno scopo esistenziale (volontà e conoscenze).“Gli infermieri – ha proseguito la presidente FNOPI – sono coinvolti nell’identificazione, valutazione e monitoraggio delle forme di sofferenza del paziente non solo intese come dolore fisico ma anche come sofferenza globale ed esistenziale. Il dolore è considerato un parametro vitale, in quanto la sua presenza modifica le condizioni fisiche e psichiche della persona, di conseguenza le reazioni alla malattia. Come tale va valutato costantemente, devono essere utilizzati strumenti validati e il processo deve essere documentato”.Secondo la presidente FNOPI l’assistenza infermieristica di qualità è tale se aumenta la dignità delle persone; se ne mantiene lo sviluppo e promuove il sostegno emotivo e il comfort, in modo da migliorare la qualità della vita delle persone assistite e creare un clima favorevole alle cure.Come? “Creando – ha spiegato – un modello in cui i pazienti siano partner responsabili nelle decisioni relative alla loro cura. Il concetto di pianificazione condivisa delle cure presuppone quindi la condivisione delle competenze e conoscenze tra sanitari e paziente stesso; questo processo valorizza l’incontro e l’integrazione di diverse competenze: quelle “scientifiche” che medici, infermieri e l’intero team assistenziale possono mettere a disposizione delle persone e quelle “personali ed individuali” dei pazienti stessi che rispecchiano la loro storia di vita, i loro desideri, preferenze, obiettivi”.

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L’11% dei pazienti oncologici rifiuta la vaccinazione anti-Covid. I motivi?

Posted by fidest press agency su martedì, 18 maggio 2021

Per il 48% il timore degli effetti collaterali della profilassi, per il 26,7% la preoccupazione di possibili interazioni con la concomitante terapia antitumorale, per il 10,7% la paura di reazioni allergiche. Non solo. La decisione di sospendere uno dei vaccini disponibili, quello prodotto da AstraZeneca, nel periodo fra il 15 e il 19 marzo, ha determinato una netta flessione nella propensione di questi pazienti fragili all’immunizzazione anche con un vaccino diverso, cioè quello prodotto da Pfizer. I cittadini colpiti da cancro che hanno detto no al siero sono più che raddoppiati dopo il 15 marzo, passando dall’8,6% al 19,7%. Lo studio è in pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica “European Journal of Cancer”. Si tratta del primo report al mondo sull’aderenza dei pazienti oncologici alla vaccinazione anti-Covid ed è stato condotto fra l’1 e il 20 marzo 2021, coinvolgendo 914 persone in cura presso l’Istituto Regina Elena di Roma. “Un’indagine era stata condotta in Francia, prima dell’inizio della campagna di immunizzazione, e aveva evidenziato la mancata propensione a vaccinarsi da parte del 16,6% dei pazienti oncologici – continua il Prof. Cognetti -. Il nostro studio invece si riferisce al rifiuto effettivo di ricevere il siero. E per la prima volta al mondo viene scattata una fotografia di questo tipo, riferita alla campagna in corso. Inoltre nello studio francese più della metà dei pazienti era sotto sorveglianza o assumeva terapia ormonale rispetto alla popolazione arruolata nel nostro lavoro, che era in maggioranza in trattamento attivo”. “È interessante notare – sottolinea il Prof. Cognetti – come il tasso di rifiuto sia più che raddoppiato dopo il bando del vaccino prodotto da AstraZeneca. È la dimostrazione che le decisioni delle autorità regolatorie e le informazioni diffuse dai media possono influenzare la volontà dei pazienti nell’accesso all’immunizzazione. Il tasso di rifiuto, che ha raggiunto il 19,7%, risulta decisamente maggiore (+5%) rispetto a quanto riportato in un’indagine nella popolazione generale italiana nello stesso periodo”. “Si può, quindi, presumere che i pazienti con cancro, pur avendo un consistente rischio di letalità da Covid, subiscano maggiore influenza negativa da informazioni sulla sicurezza del vaccino, proprio per la loro grande fragilità – conclude il Prof. Cognetti -. Infatti il tasso di rifiuto era più alto fra i malati in condizioni cliniche più gravi.

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Gestione della dislipidemia nei pazienti con endocrinopatie

Posted by fidest press agency su martedì, 4 maggio 2021

Dopo la pubblicazione nell’ottobre scorso della Consensus AACE/ACE sulla gestione della dislipidemia, anche l’Endocrine Society (ES) ha pubblicato le sue linee guida (Lg), con l’intento di fornire per la prima volta all’endocrinologo uno strumento utile per la gestione della dislipidemia nei pazienti con patologie endocrine, nell’ottica di prevenire le malattie cardio-vascolari (Cvd) e le pancreatiti indotte dall’ipertrigliceridemia. «Gli obiettivi principali di queste Lg» spiega Francesco Tassone, Sc Endocrinologia, Diabetologia e Metabolismo, Aso S. Croce e Carle, Cuneo «sono i seguenti: 1) descrivere le anomalie lipidiche e le Cvd nelle patologie endocrine; 2) valutare se il trattamento del disturbo endocrino migliora il profilo lipidico e/o abbassa il rischio di malattia aterosclerotica cardio-vascolare (Ascvd); 3) valutare l’utilizzo di farmaci ipolipemizzanti, in aggiunta alla dieta e all’attività fisica, nei pazienti con malattie endocrine». Il documento specifica «è suddiviso in sezioni: la prima riguarda la valutazione del profilo lipidico e del rischio di Ascvd; la seconda affronta l’ipertrigliceridemia e la dislipidemia in varie patologie endocrine; l’ultima sezione fornisce una panoramica sulle modifiche dello stile di vita e sull’efficacia e sicurezza dei farmaci ipolipemizzanti. Infine, vi sono due appendici relative al metabolismo lipidico e alla discussione delle principali Lg sulla gestione della dislipidemia presenti in letteratura». Per i pazienti diabetici con ASCVD nota associata a fattori di rischio multipli, le LG raccomandano un obiettivo di colesterolo LDL < 55 mg/dL. Per gli adulti affetti da DM2 e altri fattori di rischio di ASCVD, si consigliano modifiche dello stile di vita per ridurre il rischio CV e statine ad alta intensità, con l'obiettivo di colesterolo LDL 20 anni e/o complicanze micro-vascolari con valori di colesterolo LDL > 70 mg/dL, le presenti LG suggeriscono l’impiego di statine, indipendentemente dal punteggio di rischio CV. Nei pazienti di età > 75 anni, l’inizio o la prosecuzione del trattamento con statine dovrebbe dipendere dal rischio di ASCVD, dalla prognosi, dai potenziali farmaci interagenti, dalla poli-terapia farmacologica, dalla salute mentale e dall’opinione del paziente stesso. Per determinare il rischio di ASCVD nei pazienti obesi, le LG raccomandano la valutazione dei componenti della sindrome metabolica, nonché la misurazione della distribuzione del grasso corporeo. La diagnosi di sindrome metabolica richiede almeno tre dei seguenti criteri: trigliceridi ≥ 150 mg/dL, colesterolo HDL < 50 mg/dL nelle donne e < 40 mg/dL negli uomini, pressione arteriosa sistolica ≥ 130 mm Hg o diastolica ≥ 85 mm Hg, circonferenza vita ≥ 88 cm nelle donne e ≥ 102 cm negli uomini, iperglicemia. Rispetto agli interventi di chirurgia bariatrica "restrittivi", quelli "malassorbitivi" sono più efficaci per ridurre i livelli di colesterolo LDL e ugualmente efficaci per ridurre i livelli di trigliceridi. Viene raccomandato di rivalutare il profilo lipidico da 1 a 3 mesi dopo la chirurgia e poi periodicamente anche a peso stabilizzato. Patologia tiroidea. La prima raccomandazione di questa sezione è una delle principali peculiarità rispetto alle altre LG: l'ES raccomanda di escludere l'ipotiroidismo come causa di iperlipemia, in particolare prima di iniziare il trattamento con farmaci ipolipemizzanti: a) ipotiroidismo clinico: viene suggerito di non trattare la dislipidemia fino al raggiungimento dell'eutiroidismo; b) ipotiroidismo subclinico: viene suggerito che il trattamento con tiroxina potrebbe rappresentare uno strumento per migliorare l'assetto lipidico. Disordini della secrezione del GH. Nei casi di deficit di GH (GHD) dell'adulto viene suggerita la valutazione dell'assetto lipidico alla diagnosi e, se il GHD è associato a ipopituitarismo, viene suggerita la valutazione e il trattamento del profilo lipidico e degli altri fattori di rischio CV. In particolare, l'ES non raccomanda l'uso della sola terapia con GH per ridurre i valori di LDL e il rischio CV. Nell'acromegalia viene suggerita la valutazione dell'assetto lipidico prima e dopo il trattamento dell'eccesso di GH. Menopausa e terapia sostitutiva. L'uso della terapia ormonale sostitutiva nelle donne in menopausa è associato ad aumento del rischio di ASCVD. Nelle presenti LG la terapia con statine è raccomandata per le donne in post-menopausa in terapia ormonale e con altri fattori di rischio CV. Ipogonadismo e terapia con testosterone. Nei pazienti con ridotti livelli di testosterone la terapia sostitutiva viene suggerita per trattare i sintomi dell'ipogonadismo e non per migliorare la dislipidemia o il rischio CV. In pazienti con bassi livelli di HDL (< 30 mg/dL), soprattutto in assenza di ipertrigliceridemia, viene consigliato di indagare clinicamente e biochimicamente un eventuale abuso di steroidi anabolizzanti, poiché l'utilizzo di dosi sopra-fisiologiche di androgeni riduce i valori di HDL.Terapia ormonale per l'affermazione di genere. Viene consigliato di valutare sempre il profilo lipidico e il rischio CV, considerando le raccomandazioni presenti nelle LG generali. (fonteDoctor33 abstract)

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Premiato progetto a supporto dei pazienti con Artrite Reumatoide

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 maggio 2021

Educlear: Educazione e Coaching per il miglioramento dello stile di vita nei pazienti con Artite Reumatoide. È questo il titolo del progetto, tutto italiano, coordinato dal professor Lorenzo Dagna, primario di Immunologia, Reumatologia, Allergologia e Malattie rare dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, che si è aggiudicato uno dei Competitive Grant messi a disposizione da Pfizer, a livello europeo, per sostenere nuove proposte di accesso alle cure nel mondo Covid e post-Covid.«Ogni anno vediamo più di mille pazienti con artrite reumatoide che hanno bisogno di terapia farmacologica ma anche di un supporto per migliorare il proprio stile di vita in termini di alimentazione, attività fisica e astinenza da fumo e alcol. Obiettivo del nostro progetto è rendere la persona con artrite reumatoide un paziente consapevole e responsabile in grado di migliorare il proprio stato di salute seguendo uno stile di vita corretto. Per fare questo intendiamo formare i nostri medici reumatologi a diventare dei veri e propri coach: attraverso la telemedicina non solo controlleranno l’andamento delle terapie, ma affiancheranno i pazienti in un percorso di miglioramento del proprio stile di vita», spiega Lorenzo Dagna.Il Grant, che vede premiati, accanto a quello italiano, altri tre progetti made in UK, ha visto l’invio di 14 proposte indipendenti inviate da cinque Paesi, focalizzate sulla formazione degli operatori sanitari, sullo sviluppo, l’implementazione e l’ottimizzazione di strumenti, progettati per facilitare l’interazione digitale tra pazienti e operatori sanitari, e sull’assistenza domiciliare in telemedicina.Il riconoscimento “Improving Disparities in Rheumatoid Arthritis Health Care in Post COVID-19 Era in memory of Cinzia Curiale” è stato realizzato da Pfizer in memoria di Cinzia Curiale, medico, a lungo dipendente dell’azienda, impegnata in molte cause a difesa dei pazienti. «Abbiamo voluto dedicare il programma ad una collega venuta a mancare recentemente: Cinzia Curiale, che ha speso tutta la sua vita professionale in Pfizer per migliorare la qualità di vita dei pazienti reumatologici in Italia e nel mondo. Abbiamo voluto- dare continuità alla sua passione e dedizione per i pazienti», spiega Gabriella Bedarida Varallo, MD PhD, Vice President Pfizer Medical Affairs.«Vogliamo ringraziare – prosegue Bedarida – i clinici per quanto stanno facendo per migliorare l’assistenza ai pazienti. Pfizer è veramente orgogliosa di vedere in azione i nostri valori di equità e centralità del paziente attraverso questo programma a supporto di quei pazienti che non sempre riescono a ricevere tutte le cure di cui necessitano, soprattutto durante una pandemia».

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“I bisogni dei pazienti vanno più verso la socialità che non verso la medicina”

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 marzo 2021

Lunghi sono i periodi a domicilio, dove mancano controlli importanti durante la fase a casa. Ci vuole stretta collaborazione tra oncologo ospedaliero e medicina generale. Riscrivere i PDTA, con più appropriati setting correlati ai diversi bisogni. Alcune attività trovano migliore collocazione nel territorio come la riabilitazione, il supporto nutrizionale e gli screening e la iniziale presa in carico appropriata, che a questo livello sono poi fondamentali. Il tema dell’introduzione della telemedicina è indispensabile, così come quello del caregiver dedicato e formato; non meno importante partire da dati concreti raccolti nel Real World. Attenzione non andiamo a prefigurare 2 oncologie: questa differenza non esiste perché il percorso deve essere lo stesso. Ci vogliono setting assistenziali ospedalieri e territoriali con uno stesso Governo. Credo che se si faccia un’accurata ricerca dei costi, il calcolo economico sarebbe vantaggioso, ma è impensabile che le risorse ad oggi disponibili bastino a dare efficacia a questi cambiamenti”, ha raccontato Gianni Amunni, Direttore Generale ISPRO e Responsabile Rete Oncologica Toscana “Si può parlare di oncologia territoriale solo se ci sono competenze importanti. È necessario prevedere ruoli di oncologici medici nel territorio che devono dipendere dagli stessi oncologi ospedalieri che garantiscano continuità con la struttura ospedaliera. Con la telemedicina è possibile condividere referti e discutere casi clinici. Telemedicina e oncologi ospedalieri sono i 2 pilastri dell’oncologia territoriale. In Veneto sono esaurite le graduatorie per l’oncologia medica: così oggi stiamo affrontando la pandemia dopo anni di elementi confondenti sulle scelte politiche effettuate a livello nazionale negli anni”, ha dichiarato Pierfranco Conte, Direttore SC Oncologia Medica 2 Istituto Oncologico Veneto – Coordinatore della Rete Oncologica Veneta. “Non dobbiamo più parlare di oncologia ospedaliera e territoriale ma solo di oncologia: da molte parti però abbiamo Aziende ospedaliere e territoriali che possono creare difficoltà. Non esiste una oncologia di serie A e una di serie B. Le prestazioni devono essere di qualità e possono essere erogate da un’unica oncologia che risponde a quell’area territoriale. Non si può far accedere all’ospedale un paziente solo per avere una semplice terapia orale. Occorre che ci sia un’oncologia che possa lavorare in più sedi e ci vuole la possibilità di avere una cartella unica che possa essere visibile da tutti i Centri e PDTA condivisi. In Emilia-Romagna abbiano fatto da un anno e mezzo un Progetto pilota, abbiamo creato l’oncologia provinciale coordinata dall’ IRCCS di Reggio, con un unico Direttore ma con punti di somministrazione farmaci in tutta una serie di laboratori sparsi che fanno capo all’oncologia centrale”, ha tenuto a precisare Carmine Pinto, Direttore Dipartimento Oncologico e Tecnologie Avanzate, IRCCS Istituto in Tecnologie Avanzate e Modelli Assistenziali in Oncologia, Reggio Emilia “Delocalizzare la diagnostica è molto difficile perché deve essere fatta una riorganizzazione della chirurgia, perché il trasporto del materiale deve essere garantito a tutti gli effetti. La Rete di tecnologie avanzate deve avere competenze e strutture adeguate. Durante il COVID molti malati non potevano muoversi e quindi è entrata in gioco la telepatologia che diventa indispensabile a tutti i livelli anche in futuro. Con questo scenario la futura rete diagnostica efficiente dovrà avere nuove risorse umane e strutturali da affiancare all’oncologia”, ha aggiunto Anna Sapino, Direttore Scientifico IRCCS Candiolo

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I pazienti con patologie respiratorie gravi saranno prioritariamente vaccinati contro il COVID-19

Posted by fidest press agency su sabato, 20 marzo 2021

Nella seconda fase di vaccinazione, la prima categoria in ordine di priorità a ricevere il vaccino sarà quella delle persone estremamente vulnerabili. In questa categoria, con riferimento alle patologie respiratorie, i pazienti a più alta priorità sono quelli affetti da fibrosi polmonare idiopatica e da altre patologie che necessitano di ossigenoterapia. È quanto stabilito dalle “Raccomandazioni ad interim sui gruppi target della vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID-19” recentemente pubblicate, a cura del Ministero della Salute, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’Istituto Superiore di Sanità, Agenas e AIFA. Questa indicazione è stata identificata, insieme al Consiglio Superiore di Sanità, sulla base di tre elementi: la relativa ridotta numerosità di questa popolazione di pazienti, l’età media comunque generalmente alta e il documentato aumentato rischio di mortalità in caso di infezione con virus SARS-CoV-2. La Società Italiana di Pneumologia raccomanda quindi ai propri Soci e a tutti i Colleghi Pneumologi la massima diffusione di una corretta informazione su questo cruciale argomento. Nelle Raccomandazioni viene stabilito l’ordine di priorità delle persone da vaccinare, con particolare rilievo a considerazioni di carattere sanitario, definite sulla base del criterio del maggior rischio di letalità correlato al COVID-19. I parametri presi in considerazione a tal fine, sulla base delle analisi condotte dagli studi scientifici a disposizione, sono l’età e la presenza di condizioni patologiche che rappresentano le variabili principali di correlazione con la mortalità per COVID-19. In questo momento cruciale di lotta alla pandemia è necessaria la collaborazione di tutti al fine di garantire una corretta e autorevole informazione scientifica a tutela della salute dei nostri pazienti.

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Pazienti Covid-19: scoperto il meccanismo responsabile della formazione di trombi arteriosi

Posted by fidest press agency su martedì, 2 marzo 2021

Un gruppo di ricercatori del Centro Cardiologico Monzino e dell’Università degli Studi di Milano, guidati da Marina Camera, Responsabile dell’Unità di Ricerca di Biologia Cellulare e Molecolare Cardiovascolare del Monzino e Professore Associato di Farmacologia presso l’ateneo milanese, in collaborazione con il Prof. Gianfranco Parati e il dr. Martino Pengo dell’ Istituto Auxologico Italiano di Milano e dell’Università Milano-Bicocca, ha scoperto il meccanismo responsabile delle complicanze trombotiche nei pazienti affetti da Covid-19, proponendo il razionale scientifico per l’uso dei farmaci in grado di bloccarlo, come la comune Aspirina. I risultati sono pubblicati sul prestigioso Journal of the American College of Cardiology: Basic to Translational Science. Lo studio ha analizzato in 46 pazienti affetti da Covid-19, ricoverati presso l’ Ospedale S.Luca, IRCCS Istituto Auxologico Italiano di Milano, lo stato di attivazione delle cellule del sangue, mediante analisi citofluorimetrica, e lo ha confrontato con quello di soggetti sani e di soggetti cardiopatici.

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La “firma” del Covid-19 nella saliva dei pazienti

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 marzo 2021

E’ una diagnosi rapida, sicura e per nulla invasiva, grazie a un’innovativa tecnica in ambito clinico, chiamata spettroscopia Raman. La traccia del virus identificabile anche dopo l’esito negativo del tampone molecolare, in grado di rivelare inoltre la gravità della patologia respiratoria intercorsa e il tempo trascorso dall’infezione, orientando così da subito il percorso terapeutico più appropriato.Sono i risultati di un importante lavoro frutto della collaborazione fra clinici e ricercatori dell’IRCCS di Milano della Fondazione Don Gnocchi e dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Lo studio ideato e coordinato dal LABION -Laboratorio di Nanomedicina e Biofotonica Clinica della Fondazione, guidato da Marzia Bedoni sarà ora pubblicato sulla rivista “Scientific Reports” (gruppo Nature, DOI: 10.1038/s41598-021-84565-3).La saliva è prelevata grazie a un tampone masticato senza alcun disagio anche da parte di pazienti anziani o fragili, limitando tra l’altro ogni contatto fra soggetto potenzialmente infetto e operatore sanitario. Il campione è poi analizzato con lo spettroscopio Raman, strumento che utilizza la luce laser per studiare la composizione chimica di campioni complessi. L’analisi individua la presenza del virus, una “firma” che rimane anche dopo la negativizzazione del paziente. Inoltre, decifrando le informazioni raccolte, si può risalire alla gravità della patologia respiratoria intercorsa e al tempo trascorso dall’infezione.
I ricercatori del Labion “Don Gnocchi” sono impegnati da alcuni anni nell’analisi della saliva come biofluido facilmente accessibile e prelevabile in modo non invasivo per il paziente. La collaborazione tra Fondazione Don Gnocchi e Università di Milano-Bicocca (gruppo di ricerca diretto dalla professoressa Vincenzina Messina) ha inoltre permesso di combinare l’analisi spettroscopica a complessi modelli matematici di classificazione di Intelligenza Artificiale basati su machine learning e deep learning, che hanno consentito di differenziare con elevata accuratezza i soggetti infetti.L’esistenza in commercio di spettroscopi Raman portatili e la rapidità di tale procedura hanno risvolti estremamente significativi, non solo per la possibilità di diagnosi rapide di positività al Covid, ma anche nel monitoraggio dei pazienti fragili dopo la malattia. «L’ obiettivo – concludono i ricercatori – è ora quello di trasferire nel più breve tempo possibile il metodo definito a livello di laboratorio in procedure utilizzabili nei reparti, negli ambulatori o comunque in ambiti facilmente accessibili alla popolazione».

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Covid-19 e i pazienti con malattie cardiovascolari

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 febbraio 2021

Articolo a cura di SIAPAV- Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare. La pandemia da Covid-19 in cui stiamo vivendo ormai da molti mesi – in una sorta di tempo sospeso – sta influenzando in modo eccezionale gli ambiti sociali e professionali: in particolare per chi si occupa di malattie cardiovascolari, il quadro è assolutamente drammatico. Come ben sappiamo queste malattie hanno una diffusione amplissima nella popolazione e rappresentano la prima causa di morte (oltre il 30% secondo OECD Health Statistics 2020), con percentuali più alte anche di quelle delle malattie oncologiche. Questi dati sono ancora più tragici nella loro semplicità se li interpretiamo alla luce del periodo in cui viviamo: il Covid ha comportato in tutta Italia, e probabilmente non solo in Italia, la riduzione – e per un certo periodo il blocco – di tutte le prestazioni da erogare sia nell’ambito della valutazione clinica della popolazione a rischio sia in quello del trattamento terapeutico e del follow up. In ambito diagnostico il nostro lavoro prevede l’effettuazione di visite ed esami di diagnostica non invasiva mediante EcoDoppler per individuare, all’interno della popolazione a rischio, i pazienti affetti da malattie vascolari. Tutto questo è stato praticamente soppresso per molti mesi con un danno sanitario enorme che verrà pagato nei prossimi anni in termini di eventi vascolari: non aver individuato e trattato una stenosi carotidea significa che potremmo aspettarci che quel paziente arrivi prossimamente alla nostra attenzione con un evento ischemico cerebrale (TIA o ictus). Sul versante terapeutico i trattamenti chirurgici ed endovascolari nel trattamento delle patologie vascolari sono stati ovunque fortemente ridotti – quando non addirittura cancellati – durante il lockdown in cui è stato possibile soddisfare solo le urgenze. Ma le malattie vascolari non aspettano e progrediscono spesso in modo drammatico: un aneurisma dell’aorta addominale non trattato può portare a rottura dell’aorta e alla morte del paziente in percentuali sino al 40% dei casi (ESVS 2019 Guidelines on AAA).
La drammaticità del periodo in cui stiamo vivendo è che il carico di morbilità̀ e mortalità̀ delle patologie non trattate in questo frangente storico rischia di lasciare sul campo più danni e vittime della stessa pandemia. Nonostante tutti gli sforzi che il nostro sistema sanitario sta facendo, in questi giorni stiamo apprendendo con grande preoccupazione notizie di sospensione dell’attività clinica non urgente. Eppure, il lockdown primaverile ci dovrebbe avere insegnato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che le malattie vascolari non sono seconde a nessuno per gravità, neppure al Covid-19. Nella primavera scorsa la pandemia ci ha colto di sorpresa spingendoci a una chiusura generalizzata, ma ora conosciamo meglio il Covid-19 e abbiamo armi per fronteggiarlo per cui un nuovo blocco dell’attività sarebbe ingiustificato per i nostri pazienti.Limitare di nuovo l’accesso agli ospedali ai soggetti con patologie vascolari (sia per la valutazione diagnostica che per il trattamento e il follow up) sarebbe un errore imperdonabile, moralmente inaccettabile. Le conseguenze del primo lockdown le stanno pagando sulla propria pelle i pazienti con arteriopatia periferica (circa 200 milioni nel mondo secondo le ESVM Guidelines on PAD 2019). Questi pazienti, non recatisi in ospedale durante il lockdown, hanno poi affollato i reparti della nostra disciplina con arti in gangrena da amputare unicamente perché non trattati in precedenza con una semplice angioplastica o un bypass.È inoltre indispensabile che i pazienti siano consapevoli del fatto che l’accesso agli ospedali è sicuro con sanitari periodicamente sottoposti a screening con tamponi e test sierologici e con percorsi differenziati, e che è estremamente più rischioso rimanere a casa che recarsi in ospedale per prendersi cura di una malattia vascolare.In questo contesto pesano negativamente sulla qualità dell’assistenza anche i ritardi nella costruzione delle reti cliniche che si occupano su base regionale di patologia vascolare. Purtroppo, il Covid-19 allontana ancora di più la possibilità di portare a operatività questa rete che permetterebbe un accesso alle cure più omogeneo sul territorio, un migliore utilizzo delle risorse umane e tecnologiche e di conseguenza un forte guadagno per la salute dei pazienti.I “nostri” malati hanno già un carico di malattia pesante e permanente: non meritano proprio che questa pandemia glielo aumenti ancor più di quanto non ha già fatto.

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Covid-19, quanto durano i sintomi nei pazienti dimessi

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 gennaio 2021

I pazienti che sopravvivono al Covid-19 mostrano una serie complessa di sintomi, che possono durare a lungo, anche per vari mesi, secondo uno studio italiano pubblicato su Epidemiology & Infection. «Abbiamo organizzato un programma di follow-up per i pazienti Covid-19 dimessi dal pronto soccorso o dai reparti di degenza dell’Ospedale “Papa Giovanni XXIII”, a Bergamo, una zona molto colpita nella prima parte della pandemia» spiega Serena Venturelli, del Papa Giovanni XXIII, prima autrice dello studio.Nel complesso gli esperti hanno valutato 1.562 pazienti trattati tra febbraio e agosto 2020, durante la prima ondata di epidemia. Lo studio riguarda in particolare i primi 767 pazienti che hanno terminato il periodo di valutazione a luglio, dopo un tempo medio di circa 81 giorni dalla dimissione dall’ospedale, e 105 giorni dai primi segni della malattia. Il 32,9% del gruppo era composto da donne, e l’età media era 63 anni. Di queste persone, 668 erano state ricoverate e 66 avevano avuto necessità di terapia intensiva. Per 509 pazienti è stato necessario comunque l’ossigeno, 133 sono stati gestiti con il casco a pressione positiva continua e 62 con intubazione. La durata media del ricovero è stata di 10 giorni, che sono saliti a 30 per chi è stato trattato in terapia intensiva. Si sono verificate in 253 pazienti complicanze correlate a Sars-CoV-2, e più frequentemente si è trattato di problemi psichiatrici o psicologici, cardiaci, polmonari, e trombotici. Ebbene, alla fine della valutazione post-ricovero, gli esperti hanno osservato che il 51,4% dei partecipanti mostrava ancora sintomi: tra i più comuni sono stati registrati affaticamento e dispnea da sforzo, e il 30,5% stava ancora vivendo conseguenze psicologiche post-traumatiche. Le donne, in particolare, hanno riferito di soffrire di stanchezza in maniera quasi doppia rispetto agli uomini. Una ridotta diffusione polmonare è stata riscontrata nel 19% dei casi, e il 17% dei pazienti aveva valori di D-dimero due volte superiori alla soglia per la diagnosi di embolia polmonare. Gli autori concludono che, visto il perdurare dei sintomi, sarà fondamentale applicare un approccio multidisciplinare per affrontare i diversi problemi causati da Covid-19 e cercare soluzioni efficaci. (fonte Doctor33)

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Covid-19: ecco l’impatto sulla cura dei pazienti con malattie cardiovascolari

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 gennaio 2021

I notiziari di tutto il modo riportano le ultime notizie sul bilancio diretto della pandemia da Covid-19, ma i suoi effetti indiretti richiederanno anni per essere misurati. Un tentativo in questa direzione viene da due articoli pubblicati su JACC, il Journal of the American College of Cardiology, in cui i autori hanno cercato di quantificare l’impatto della pandemia sulla cura dei pazienti con malattie cardiovascolari (Cvd).Nel primo studio, Rishi Wadhera e i colleghi del Beth Israel Deaconess Medical Center e della Harvard Medical School di Boston, Massachusetts, hanno analizzato i dati di popolazione per verificare eventuali modifiche della mortalità da cause cardiovascolari durante i primi mesi di pandemia. Usando i dati del National Center for Health Statistics, i ricercatori hanno confrontato i tassi di mortalità cardiovascolare negli Stati Uniti dal 18 marzo 2020 al 2 giugno 2020 (la prima ondata della pandemia) e dal 1 gennaio 2020 al 17 marzo 2020 (il periodo immediatamente prima dell’inizio della pandemia) confrontandoli con gli stessi periodi del 2019. «A livello nazionale c’è stato un aumento dei decessi causati sia da cardiopatia ischemica sia da malattia ipertensiva rispetto al 2019» concludono gli autori. Nel secondo articolo, Andrew Einstein del Columbia University Irving Medical Center di New York e colleghi hanno esaminato l’impatto della pandemia sulla diagnosi delle malattie cardiache in 108 paesi del mondo. «I volumi delle procedure sono diminuiti del 42% da marzo 2019 a marzo 2020 e del 64% da marzo 2019 ad aprile 2020. In particolare, l’ecocardiografia transtoracica è diminuita del 59%, quella transesofagea del 76%, gli stress test del 78% e l’angiografia coronarica del 55%, con cali particolarmente evidenti nei paesi a basso e reddito» conclude il ricercatore. E in un editoriale di accompagnamento Michael Young della Geisel School of Medicine di Dartmouth, New Hampshire, scrive: «Questi dati aiutano a spiegare l’eccesso di mortalità cardiovascolare nell’era della pandemia da Covid-19». (fonte doctor33)

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I pazienti cardiaci cronici brancolano nel buio

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 gennaio 2021

Nonostante la disponibilità di due vaccini per il Covid-19, al momento non è stata emanata alcuna programmazione di chi riceverà le prossime dosi, in che tempi e con quali modalità. Per questo quelli affetti da Scompenso Cardiaco riuniti in AISC hanno deciso di scrivere una lettera aperta alle istituzioni per sollecitare una risposta concreta. Per i pazienti cronici, con comorbidità, fragili e anziani la possibilità di vaccinarsi non si limita alla speranza di recuperare un barlume di normalità ma si lega alla vera e propria sopravvivenza,giacché i vari periodi di lockdown hanno determinato a cascata un crollo delle nuove diagnosi, una diminuzione dei controlli e un aumento della mortalità. La perdita di continuità di cure, infatti, ha triplicato il numero dei decessi per infarto ed ictus, passato dal 4,1% ad un drammatico 13,7%. Il deserto informativo si sta verificando sia a carattere nazionale sia territoriale dove è grande assente una precisa organizzazione e l’iter procedurale da seguire per accedere alla possibilità di vaccinarsi. Le poche indicazioni di carattere generale emanate dal Ministero della Salute ed alcuni, rari, timidi tentativi regionali di definire un percorso, non hanno portato ad una chiara informazione alla popolazione sui percorsi che attendono gli italiani nei prossimi mesi. “I nostri pazienti” ha affermato la Dottoressa Maria Rosaria Di Somma, Consigliere Delegato AISC “all’annuncio dell’inizio della stagione vaccinale hanno avuto modo di ritrovare un minimo di speranza per il loro futuro e per la possibilità, dopo quasi un anno di aggravamento della loro patologia, non solo di non contrarre il contagio quali persone più esposte per la loro fragilità, ma soprattutto di poter riprendere la continuità della cura della loro patologia che ha comportato in questo anno la triplicazione della mortalità. Non dobbiamo dimenticare che le patologie croniche risentono fortemente anche di stress psicologici, ansia e perdita di speranza. Fattori meno tangibili ma che stanno portando le autorità sanitarie dei Paesi più colpiti dalla pandemia a lanciare l’allarme anche in termini di decadimento della salute mentale in generale”. In Italia oltre 1,2 milioni di persone sono affette da scompenso cardiaco, patologia che colpisce in via prevalente gli over 65enni, molti dei quali sono anche portatori di devices ed alcuni in attesa di trapianto “ma come AISC vogliamo parlare a nome di tutti i soggetti più fragili che nel quotidiano hanno come primo riferimento il medico di Medicina Generale senza trovare risposte, né indicazioni sulla possibilità di vaccinarsi” sottolinea Porzia De Nuzzo, Presidente AISC.L’Associazione ritiene essenziale il ruolo del medico di Medicina Generale che meglio è a conoscenza della vita clinica del paziente insieme alle farmacie che tanto hanno contribuito nell’esecuzione dei test sierologici. Proprio per la complessità dell’organizzazione, AISC invita a mettere in campo tutte le forze per offrire un quadro certo al cittadino ed evitare anche situazioni spiacevoli di prevaricazioni ed ingiustizia sociale. Pertanto, AISC chiede con forza di definire quanto prima un percorso certo in termini di date, di referenti, di procedura per prenotare la vaccinazione secondo l’età anagrafica e lo stato di cronicità, da portare a conoscenza della cittadinanza con tutti i dettagli della campagna vaccinale, “tenendo presente in via prioritaria l’età e le patologie croniche oltre che le comorbidità, procedendo con un aggiornamento in tempo reale nel momento in cui saranno disponibili le diverse piattaforme vaccinali” ha ribadito la Dottoressa Paola Antonini, medico ricercatore e farmacologo clinico del Great Health Science.

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Il vaccino anticovid prima ai pazienti fragili

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 dicembre 2020

Roma, 14 dicembre 2020 – “Il vaccino anticovid sia dato prioritariamente ai pazienti oncologici, ematologici e cardiologici, 11 milioni di persone fragili e che non possono aspettare”. Questa la richiesta che FOCE, la Confederazione delle tre società scientifiche di riferimento, AIOM, SIC, SIE e delle due fondazioni Insieme contro il cancro e Cuore e circolazione con oltre seicento associazioni di malati hanno inoltrato al presidente del consiglio Giuseppe Conte e al ministro della Salute Roberto Speranza con due lettere, spedite ufficialmente. “Numerosi lavori scientifici e l’esperienza clinica maturata in questi mesi – scrivono nella lettera FOCE e le associazioni di pazienti – ci indicano infatti che i nostri pazienti pagano un prezzo alto in termini di vulnerabilità ai danni dell’infezione da CoviD 19. Per questo una immediata inclusione dei pazienti affetti da patologie cardiache, oncologiche ed ematologiche nella campagna di vaccinazione permetterebbe di limitare i danni provocati dalla pandemia in questi malati che già devono affrontare percorsi di diagnosi e cura molto complessi. Non possiamo permetterci di perdere pazienti magari giovani, già guariti dal cancro o reduci da patologie cardiologiche e con una prospettiva di vita normale solo perché durante l’attesa del vaccino si siano contagiati”. “Ci pare una battaglia di civiltà – sottolinea Francesco Cognetti, presidente di FOCE e abbiamo voluto coinvolgere le associazioni di pazienti che operano a livello nazionale e locale. L’adesione è stata pressoché totale, entusiasta e convinta. Fra le seicento associazioni, vi sono FAVO, AIL, Conacuore, Cittadinanzattiva, Europa Donna, Salute Donna. “Ci auguriamo che il Presidente del Consiglio e il ministro della Salute accolgano la nostra richiesta – conclude il Presidente – per poter limitare altre vittime collegate alla pandemia. I numeri dei contagi, purtroppo, continuano ad essere molto pesanti con il nostro Paese ormai al primo posto per mortalità legata al coronavirus. “Il vaccino speriamo ci permetterà di superare questa emergenza, ma va radicalmente ripensata la sanità di questo Paese con nuovi e ingenti finanziamenti (non certamente con soli 9 miliardi), con assunzioni di personale medico e infermieristico, utilizzando al meglio le risorse del ricovery fund”.

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Melanoma in Italia: Aumenta la sopravvivenza dei pazienti

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 dicembre 2020

In dieci anni, in Italia, le persone vive dopo la diagnosi di melanoma sono aumentate di quasi il 70%: erano 100.910 nel 2010, sono 169.900 nel 2020. È un tumore della pelle in costante crescita, infatti nel 2020 sono stimati 14.900 nuovi casi, con un incremento del 20% in 12 mesi, ma le opportunità di trattamento sono sempre più efficaci, grazie ad armi come l’immunoterapia che stimola il sistema immunitario contro il cancro. E l’Istituto “Pascale” di Napoli è tra i primi centri a livello mondiale nella cura di questa neoplasia, con oltre 4.000 pazienti curati con l’immunoterapia dal 2010. Secondo la classifica stilata da Expertscape.com, Paolo Ascierto si colloca al primo posto al mondo nella cura del melanoma, su oltre 65mila esperti. La classifica, ideata da ricercatori dell’Università della North Carolina, si basa sulla produzione scientifica, tenendo in considerazione soprattutto le pubblicazioni dell’ultimo decennio. L’Istituto ‘Pascale’ è primo in Italia e nono a livello europeo. “Il centro partenopeo vanta una tradizione pluriennale nello studio del melanoma, confermata anche dalla produzione scientifica: ogni anno pubblica circa 10 ricerche su prestigiose riviste internazionali che hanno come tema proprio la terapia di questa forma di cancro – afferma il prof. Gerardo Botti, Direttore Scientifico del ‘Pascale’ -. La lotta alla malattia non può prescindere da un team multidisciplinare composto da oncologi medici, dermatologi, patologi, chirurghi plastici, radioterapisti e genetisti, dedicato alla gestione dei casi più complessi dal punto di vista diagnostico e terapeutico. “E oggi la combinazione di due molecole immunoterapiche, nivolumab più ipilumumab – precisa il prof. Ascierto -, sta evidenziando risultati importanti nei pazienti con malattia metastatica, con il 52% dei pazienti vivo a 5 anni. A livello internazionale si ritiene che la combinazione di nivolumab più ipilimumab sia la prima opzione di trattamento per le persone con metastasi cerebrali asintomatiche, anche se non è ancora rimborsata dal Servizio Sanitario Nazionale”.

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Il 30% dei pazienti deceduti per Covid presentavano anche microrganismi multiresistenti nel corpo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 novembre 2020

A Roma, si sono riuniti i massimi esperti del panorama italiano sul tema infezioni correlate all’assistenza con l’obiettivo di fare il punto su ciò che è stato fatto e che c’è ancora da fare nella lotta alle infezioni ospedaliere sul territorio nazionale. L’evento conclude il Progetto ICARETE “Focus Lotta alle infezioni correlate all’assistenza”, organizzato da Motore Sanità e realizzato con il contributo non condizionante di MENARINI, che ha visto coinvolti i massimi esperti clinici e istituzionali durante un percorso che ha toccato 12 Regioni. L’antimicrobico resistenza è un problema globale. Oggi durante il webinar è stato sottolineato dagli esperti l’importanza di dare un rapido accesso e valorizzare le nuove terapie antibiotiche, che possano fare la differenza. Una problematica che non si è attenuata durante l’emergenza Covid come sottolineato da Pierangelo Clerici, Presidente AMCLI e presidente FISMELAB: “Al momento molti dei decessi da Covid, circa il 30%, presentavano anche microrganismi multiresistenti pertanto si dovrà indagare la concausa di aggravamento sino alla morte di questi pazienti per patogenesi legati ad eventuali infezioni sostenute da questi microrganismi multiresistenti. Non possiamo distinguere ogni singolo decesso da cosa è stato causato, ma sicuramente uno dei possibili fattori può essere anche l’insufficienza grave d’organo dovuta a molteplici fattori tra i quali la presenza di microrganismi multiresistenti”. Questi dati meritano un’indagine nazionale al fine di individuare la reale incidenza di infezioni sostenute da microrganismi multiresistenti in pazienti affetti da Covid. “Queste percentuali di multiresistenze – prosegue l’esperto – si allineano con quelle riscontrate anche prima del Covid e sottolineano la gravità della situazione riguardante le ICA e le antibioticoresistenze anche a livello internazionale”.

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Monoterapia nel trattamento dei pazienti adulti con carcinoma prostatico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 novembre 2020

AstraZeneca e MSD annunciano che olaparib ha ricevuto l’approvazione europea come monoterapia nel trattamento dei pazienti adulti con carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione (mCRPC) con mutazioni BRCA1/2 (germinale e/o somatica) in progressione da precedente terapia con un nuovo agente ormonale.L’approvazione della Commissione Europea si basa su una analisi di sottogruppo dello studio di Fase 3 PROfound che ha evidenziato come olaparib abbia dimostrato un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione radiologica (rPFS) e della sopravvivenza globale (OS) rispetto a enzalutamide o abiraterone negli uomini con mutazione BRCA1/2. L’approvazione segue la raccomandazione espressa a settembre 2020 dal Comitato per i medicinali per uso umano dell’EMA (European Medicines Agency).Il tumore della prostata è il secondo tipo di tumore più comune negli uomini, con 1,3 milioni di nuove diagnosi stimate nel 2018 a livello mondiale. Circa il 10% degli uomini con carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione (mCRPC) presenta una mutazione BRCA.I risultati dell’analisi di sottogruppo dello studio PROfound mostrano che olaparib ha ridotto il rischio di progressione di malattia o di morte del 78% (HR 0.22 [95% CI, 0.15-0.32], p<0.0001) e ha migliorato la sopravvivenza libera da progressione radiologica (rPFS) a una mediana di 9,8 mesi rispetto a 3,0 mesi con enzalutamide o abiraterone negli uomini con mCRPC con mutazioni BRCA1/2. Olaparib ha ridotto il rischio di morte del 37% (HR 0.63 [95% CI, 0.42-0.95]) con sopravvivenza globale mediana di 20,1 mesi rispetto a 14,4 mesi con enzalutamide o abiraterone. I risultati principali e i risultati di sopravvivenza globale dello studio sono stati pubblicati nel The New England Journal of Medicine nei primi mesi di quest’anno.Le reazioni avverse più comuni (ARs) nello studio PROfound, verificatesi nel ≥10% dei pazienti, per olaparib rispetto a enzalutamide o abiraterone sono state anemia (46% vs.15%), nausea (41% vs. 19%), fatigue (compresa astenia) (41% vs. 32%), diminuzione dell’appetito (30% vs. 18%), diarrea (21% vs. 7%), vomito (18% vs. 12%), trombocitopenia (12% vs. 3%), tosse (11% vs. 2%) e dispnea (10% vs. 3%). L’interruzione del dosaggio a causa di eventi avversi si è verificata nel 45% dei pazienti in trattamento con olaparib, mentre la riduzione del dosaggio nel 22% dei pazienti in trattamento con olaparib. L’interruzione a causa di eventi avversi si è registrata nel 18% dei pazienti trattati con olaparib.Olaparib è approvato negli Stati Uniti per il trattamento dei pazienti adulti con carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione con mutazioni della linea germinale o somatica del sistema di riparazione per ricombinazione omologa (HRR), in progressione a precedente trattamento con enzalutamide o abiraterone. AstraZeneca e MSD stanno conducendo ulteriori studi nel carcinoma prostatico metastatico, compreso lo studio PROpel di Fase 3 attualmente in corso per la valutazione di olaparib come terapia di prima linea in combinazione con abiraterone acetato per i pazienti con mCRPC rispetto al solo abiraterone acetato.

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I pazienti ematologici in tempi di COVID-19

Posted by fidest press agency su domenica, 8 novembre 2020

Tempi non facili, questi, per le persone con un tumore del sangue. I pazienti ematologici che contraggono l’infezione rischiano molto, sia per le conseguenze dirette del virus sia per la mortalità, più alta di qualche punto (5-6%) rispetto alla popolazione sana e ad altre categorie di malati. Cosa rischiano i pazienti con neoplasie ematologiche in tempi di pandemia, la sfida di fronteggiare le nuove infezioni in ematologia e il trattamento delle malattie del sangue nel 2020, sono alcuni dei temi che verranno discussi e approfonditi il 9 e 10 novembre durante i lavori della 5° Conferenza Nazionale “La vita ai tempi del COVID-19: ad alto rischio i pazienti affetti da tumori del sangue”, promossa da AIL Associazione Italiana contro Leucemie, linfomi e mieloma. Luogo di incontro per la prima volta interamente “virtuale” per clinici, associazioni e pazienti declinato nelle Jam Session dedicate alle grandi patologie ematologiche, dove gli specialisti aggiornano i pazienti sulle più recenti acquisizioni scientifiche riguardo alle terapie e ai trattamenti, e ascoltano bisogni, attese e speranze dei malati. L’emergenza sanitaria in atto ha reso difficile la gestione delle malattie e questo è vero ancor di più per le persone affette da tumori del sangue, che hanno incontrato diversi problemi nella prima fase di lockdown e ne incontrano ancora oggi con la ripresa dell’infezione da Covid-19. Nonostante questo, l’Ematologia italiana, a differenza di molte altre specializzazioni, non ha risentito troppo della situazione generale. I trattamenti sono proseguiti e così le cure di alta complessità, come le CAR-T, non hanno subito rallentamenti o ritardi. Per quanto riguarda i pazienti, nonostante le ansie e le preoccupazioni più che giustificate, un grande sostegno è arrivato dagli oltre 18.000 volontari AIL.

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Pazienti Covid-19 e malnutrizione

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 novembre 2020

Uno studio italiano appena pubblicato su Clinical Nutrition ha per primo rivelato che l’infezione da SARS-CoV-2 è associata ad una perdita di peso clinicamente significativa (55%) e ad un elevato rischio di malnutrizione (COVID-19 is associated with clinically significant weight loss and risk of malnutrition, independent of hospitalisation: a post-hoc analysis of a prospective cohort study. Il team di ricercatori guidati da Caterina Conte, attualmente professoressa associata di Medicina Interna presso l’Università Telematica San Raffaele Roma, ha valutato l’incidenza della perdita di peso involontaria e della malnutrizione nei sopravvissuti a COVID-19 che erano stati ricoverati o gestiti a casa e rivalutati dopo la remissione clinica. Si tratta di un’ampia indagine osservazionale prospettica eseguita presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. Sono stati inclusi pazienti adulti (età ≥18 anni) con diagnosi confermata di COVID-19 che erano stati dimessi e trasferiti a casa da un reparto di Medicina Interna o dal Pronto Soccorso dell’Ospedale dal 7 aprile all’11 maggio 2020. Circa il 30 % dei pazienti studiati aveva perso più 5% del peso corporeo iniziale, con una riduzione mediana di 2.3 punti di indice di massa corporea (BMI). La percentuale di pazienti che aveva perso più del 10% del peso corporeo iniziale era simile tra i pazienti ricoverati e non ricoverati (9,6% contro 5,3%). “Come suggerito dalla Società Europea di Nutrizione Clinica e Metabolismo (ESPEN), la prevenzione, la diagnosi e il trattamento della malnutrizione dovrebbero essere considerati nella gestione dei pazienti COVID-19 per migliorare la prognosi sia a breve che a lungo termine” sottolinea Maurizio Muscaritoli, Presidente SINuC, Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo. “L’incidenza di perdita di peso e rischio di malnutrizione tra i sopravvissuti al COVID-19 è molto elevata, indipendentemente dal ricovero in regime ospedaliero. È noto che la malnutrizione è associata ad una prognosi peggiore. L’implementazione di strategie di gestione nutrizionale è cruciale per i pazienti ricoverati, in particolare quelli in terapia intensiva o con età avanzata e con più patologie. Tuttavia, i nostri risultati indicano che anche gli individui che sono gestiti a domicilio dovrebbero essere seguiti dal punto di vista nutrizionale e consigliati su come mantenere un adeguato apporto di calorie, proteine e liquidi in tutte le fasi della malattia, per garantire una prognosi migliore e un corretto recupero del peso in termini di composizione corporea” osserva la prof.ssa Conte.http://www.masonandpartners.it/

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Abbandonati oltre 2,5 milioni di pazienti in ambito oculistico

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 novembre 2020

L’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ha comportato notevoli ritardi alle attività legate alle patologie croniche, tra cui quelle oftalmologiche. Sono state svolte 2.500.000 prestazioni ambulatoriali in meno e ciò ha determinato l’allungarsi delle liste d’attesa e disagi per l’utenza. Si è verificata una contrazione di più di 300.000 interventi chirurgici della cataratta, che in tempi pre-covid raggiungevano i 600.000 in un anno; una parte degli over 80, che non sono stati operati, ha subito una frattura del femore a causa dell’ipovisione e della conseguente difficoltà ad evitare gli ostacoli; tutto ciò ha causato un aggravio delle spese dell’SSN; si è verificata una riduzione delle iniezioni endovitreali (IVT) per la cura della maculopatia essudativa, che, talvolta, ha reso impossibile il recupero funzionale della vista.«La società AICCER (Associazione Italiana Chirurgia Cataratta e Refrattiva) plaude all’iniziativa di FederAnziani volta a mantenere alta l’attenzione sulle patologie invalidanti non Covid nell’interesse della popolazione. Il lockdown ha bloccato per mesi tutte le attività di elezione con grave danno per le tante persone in attesa di risolvere con cure mediche o chirurgiche il loro problema visivo. AICCER ha perciò deciso con entusiasmo di partecipare a questo Advisory Board per portare con sempre maggiore forza alle istituzioni le gravi problematiche causate dell’interruzione nell’erogazione dell’attività assistenziale in oftalmologia.», ha dichiarato Paolo Vinciguerra, Presidente AICCER – Associazione Italiana Chirurgia Cataratta e Refrattiva. «In Italia il numero delle iniezioni intravitreali per il trattamento delle maculopatie ha subito un calo compreso tra il 35% e il 93% rispetto allo stesso periodo del 2019. Gli effetti di tale riduzione si sono già manifestati con un numero sempre maggiore di pazienti che si presenta con un calo visivo severo per l’aggravamento, spesso irreversibile, della malattia» ha dichiarato Daniele Tognetto, Presidente GIVRE – Gruppo Italiano di Chirurgia Vitreo Retinica e presidente SOT – Società Oftalmologica Triveneta che ha aggiunto «la chirurgia della cataratta ha dimostrato di migliorare l’input cognitivo nella malattia di Alzheimer e in altre forme di demenza, di ridurre il rischio di cadute e fratture dell’anca e di aumentare l’aspettativa di vita in buona salute. Purtroppo in Triveneto l’emergenza COVID-19 ha determinato prima un blocco totale e, successivamente, un’importante riduzione del numero di interventi di cataratta i cui effetti saranno gravi in termini economici, sociali e psicologici». La strada scelta da Senior Italia FederAnziani è quella giusta. E’ corretto impegnarsi al massimo contro il COVID ma non possiamo trascurare altre patologie. L’utilizzo di strutture intermedie dove esistono aiuterebbe questo processo di reingegnerizzazione», ha dichiarato Pietro Procopio, Direttore Centro Studi SUMAI Assoprof – Sindacato Unico Medicina Ambulatoriale Italiana e Professionalità dell’Area Sanitaria.

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Radioterapia pre-trapianto nei pazienti con leucemia

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 novembre 2020

L’IRCCS Humanitas di Milano e la Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia sono i due centri italiani che hanno preso parte alla review scientifica sulla total marrow irradiation, una tecnica di irradiazione innovativa utilizzata nella terapia di preparazione (il cosiddetto condizionamento) di pazienti con leucemia avviati a trapianto di midollo osseo.L’articolo, dal titolo “Total marrow and total lymphoid irradiation in bone marrow transplantation for acute leukaemia”, è stato pubblicato su The Lancet Oncology, ed è stato scritto da un team di ricercatori internazionali che include, tra gli altri, la professoressa Marta Scorsetti, Responsabile di Radioterapia e Radiochirurgia di Humanitas e docente di Humanitas University, Pietro Mancosu, fisico di Humanitas e il professor Andrea Filippi, Direttore della Radioterapia del Policlinico San Matteo di Pavia e professore dell’Università di Pavia.La radioterapia è utilizzata dal secolo scorso nel condizionamento dei pazienti candidati a trapianto di midollo osseo. Con le radiazioni, infatti, si va a “indebolire” il sistema immunitario del ricevente per prevenire il rigetto del midollo del donatore e per eliminare le cellule neoplastiche che restano dopo i trattamenti chemioterapici nelle malattie ematologiche quali leucemie, linfomi e mielomi. Storicamente questi pazienti ricevevano un’irradiazione corporea totale (Total Body Irradiation) che coinvolgeva sia il midollo osseo sia gli organi circostanti, causando possibili tossicità ai tessuti sani. Proprio per questo, Jeffrey Wong, professore e direttore del dipartimento di radioterapia al City of Hope e primo autore dello studio, ha proposto nel 2005 la total marrow irradiation, una tecnica radioterapica che colpisce il midollo ma risparmia gli organi circostanti. I professori Jeffrey Wong e Andrea Filippi fanno parte del gruppo internazionale di radio-oncologi che, nel 2018, ha stilato le linee guida sull’utilizzo della radioterapia nel trapianto di midollo e, insieme agli altri autori dello studio indicano anche alcune strade per accelerare lo sviluppo della total marrow irradiation e renderla eseguibile in più ospedali, con lo scopo di migliorare la qualità delle cure, a breve e lungo termine, per tutti i pazienti.

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