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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 299

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Tutela dei diritti dei pazienti oncologici

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 luglio 2017

tumore metastatico1Roma. Il progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” ideato e coordinato da Salute Donna onlus promuove con successo anche nel Lazio un Intergruppo consiliare regionale per favorire il confronto fra Associazioni pazienti, politici ed esperti e migliorare così la presa in carico e la tutela dei diritti dei pazienti oncologici.Nel Lazio sono oltre 265.000 le persone che convivono con un tumore mentre le nuove diagnosi stimate nel 2016 sono circa 33.000. Incremento delle risorse per i pazienti oncologici, mutazioni genetiche BRCA1 e BRCA2, qualità dei percorsi diagnostico-terapeutici, attuazione e gestione della Rete oncologica regionale, sistema informatico “user-friendly” sono i principali obiettivi da raggiungere.L’Intergruppo, che sarà presieduto da Rodolfo Lena, Presidente della VII Commissione Consiliare Politiche Sociali e Salute, avrà come scopo quello di favorire un dialogo efficace e costruttivo fra i principali attori del sistema oncologico ed ematologico ed indirizzare la Giunta regionale verso obiettivi raggiungibili ed utili per migliorare l’offerta sanitaria in oncologia.«Con gli Intergruppi regionali vogliamo dare una nuova concretezza alle azioni intraprese a livello nazionale», dichiara Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna onlus. «Con essi vogliamo far sentire ancora di più la nostra vicinanza ai pazienti e dare una risposta autentica ai loro bisogni nell’ottica di una tutela ottimale dei loro diritti».

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Sono 100 in tutta Italia i pazienti affetti da ‘lipodistrofia’

Posted by fidest press agency su martedì, 11 luglio 2017

Ecco quindi che gli endocrinologi del CUEM dedicano una lettura proprio a loro e ne fotografano la condizione. “Le sindromi lipodistrofiche costituiscono un gruppo eterogeneo di malattie caratterizzate dalla perdita più o meno estesa di tessuto adiposo sottocutaneo, in assenza di uno stato di deprivazione nutrizionale o di uno stato di aumentato catabolismo” spiega il Professor Ferruccio Santini dell’Unità Operativa di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Pisa “in base all’eziologia, vengono distinte forme genetiche o acquisite e, in base al grado di perdita del tessuto adiposo, forme generalizzate o parziali. Le forme congenite includono sottotipi a trasmissione autosomico recessiva e dominante mentre le forme acquisite possono riconoscere una causa autoimmune”. Sono caratterizzate da bassi livelli circolanti di leptina, un ormone che regola la composizione corporea, il consumo energetico e l’introito calorico. I pazienti affetti da tali patologie presentano frequentemente molteplici alterazioni ormonali e metaboliche, quali insulino-resistenza con precoce comparsa di diabete mellito, alto livello di trigliceridi e steatosi epatica non alcolica (NAFLD), con un alto rischio di complicanze cardio e cerebrovascolari, spesso fatali, e con una notevole compromissione della qualità di vita, mentre un’altra alterazione endocrina frequentemente riportata è la sindrome dell’ovaio policistico (PCOS). In passato, la terapia delle lipodistrofie mirava a ridurne le comorbidità associando dieta, attività fisica e farmaci comunemente impiegati per la cura del diabete mellito e delle dislipidemie, ma con scarsi risultati e senza andare ad agire sulle cause della malattia.
L’unico farmaco specifico per il trattamento di questa patologia è la leptina umana ricombinante, attualmente approvata negli Stati Uniti e in Giappone per il trattamento delle forme generalizzate. Questo trattamento ha lo scopo di migliorare le complicanze metaboliche associate alla patologia e diversi clinical trials hanno dimostrato l’efficacia nel ridurre in maniera statisticamente significativa la glicemia, l’emoglobina glicata (una forma che permette di misurare il livello della glicemia nel tempo), i trigliceridi e il colesterolo totale di questi pazienti. In seguito alla somministrazione sottocutanea giornaliera della leptina ricombinante umana si è assistito anche a una riduzione del peso corporeo, delle fattezze acromegaloidi, degli xantomi cutanei (accumuli di grasso sottocutaneo) e delle alterazioni a carico del fegato.
Come ammesso dagli stessi ricercatori, le conoscenze in questo settore sono limitate sia dal punto di vista epidemiologico che relativamente alla storia naturale della patologia. “Proprio per questo si sta lavorando all’organizzazione e all’ottimizzazione dei Registri di Patologia che hanno come obiettivo quello di ottenere informazioni utili a definire le dimensioni del problema; si tratta, inoltre, di uno strumento fondamentale per supportare la ricerca e promuovere il confronto tra operatori sanitari sia in termini di diagnosi che di terapia” prosegue Santini.
La lipodistrofia è una malattia rara, poco conosciuta e spesso sotto diagnosticata, che richiede una competenza specifica e che necessita di una condivisione della casistica tra i centri di riferimento per il miglioramento delle conoscenze e l’elaborazione di percorsi clinico-assistenziali comuni. Proprio dal palco del CUEM parte l’appello ad una migliore gestione e integrazione dei Registri di Patologia per tracciare un identikit preciso dei pazienti e delle forme da cui sono affetti.
“Questa sindrome comprende manifestazioni cliniche differenti che possono interessare contemporaneamente o separatamente le funzioni metaboliche e la distribuzione del grasso corporeo” sottolinea il Professor Andrea Giustina, Presidente CUEM e Presidente Eletto della Società Europea di Endocrinologia (ESE) ”sono alterazioni del metabolismo glucidico e l’anomala distribuzione del grasso corporeo: accumulo di grasso sottocutaneo alla base della nuca, alle mammelle e all’addome sino alla perdita di grasso con assottigliamento degli arti inferiori con prominenza delle vene sottocutanee, restringimento dei fianchi e delle cosce, assottigliamento del volto (guance) con aumento delle rughe”. È chiamata sindrome perché comprende un’ampia varietà di malattie rare che, pur essendo contraddistinte da diverse cause e manifestazioni, sono accomunate da una perdita di tessuto adiposo sottocutaneo.
La mancanza di questo particolare tipo di tessuto comporta un dannoso accumulo di grassi presso altri organi, principalmente nel fegato in cui si determina una steatosi epatica, diabete, alterazioni del profilo lipidico e problemi cardiaci come la cardiomiopatia ipertrofica. Tra le forme ereditarie la più importante è nota con la sigla CGL ossia ‘lipodistrofia congenita generalizzata’.
Una patologia che ha anche una spiccata caratterizzazione ‘di genere’: nelle donne sembra essere più frequente l’accumulo di grasso, mentre negli uomini la perdita di tessuto adiposo ma anche la presenza delle alterazioni metaboliche può variare a seconda del sesso. I 100 casi hanno un rapporto Femmine/Maschi di 3:1. Il fenotipo clinico è simile a quello della sindrome di Berardinelli-Seip, ma la lipoatrofia compare successivamente durante l’infanzia, l’adolescenza o l’età adulta, facendo ritenere che si tratti di una condizione acquisita. La sindrome si associa ad appetito vorace e accelerazione della crescita durante l’adolescenza. La diagnosi è clinica e dovrebbe essere confermata mediante una valutazione del grasso corporeo, in particolare attraverso l’assorbimetria a doppio raggio fotonico e la risonanza magnetica. Il trattamento dei sintomi metabolici non è diverso da quello impiegato per le altre forme di insulino-resistenza: esercizio fisico, metformina o pioglitazone, insulina e suoi analoghi, antiipertensivi e monitoraggio del livelli di trigliceridi. (fonte: orpha.net)

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Fibrosi Polmonare Idiopatica

Posted by fidest press agency su sabato, 1 luglio 2017

fibrosi polmonarePrende il via la seconda fase di Voci sott’acqua, il progetto su scala nazionale realizzato da Reverb srl con il contributo non condizionato di Boehringer Ingelheim e che ha la finalità di sensibilizzare sulla Fibrosi Polmonare Idiopatica (IPF). A partire da questa settimana, sul portale vocisottacqua.org, i pazienti e le persone coinvolte nella cura dei malati potranno prendere voce intervenendo sul blog, spazio pensato come bacheca per raccogliere le esperienze di “sopravvivenza” che vengono messe in atto nella quotidianità. È fondamentale migliorare le proprie condizioni di vita nel convivere con l’IPF e spesso è possibile farlo grazie a piccoli escamotage che si scoprono con l’esperienza. Condividerli può essere un aiuto concreto per tutte le persone che ogni giorno devono fronteggiare le difficoltà della patologia.
Nel corso delle settimane sul sito e con l’aiuto dei social network verranno proposte delle tematiche di discussione, i pazienti potranno lasciare il loro contributo inviando un sms o un messaggio whatsapp al numero 3349424325, le esperienze condivise verranno pubblicate sul blog, con la possibilità, per i suggerimenti più significativi, di essere raccontati in modo più ampio sul sito.Il blog sarà promosso anche grazie a interviste e ritratti di pazienti realizzati dal team artistico di Reverb, pillole di sopravvivenza quotidiana, che saranno condivise nel tempo per dare spunti ai malati, accoglierli, farli sentire meno soli e portare l’attenzione, ancora una volta, su questa patologia. Ogni mese, sui canali di Voci sott’acqua verrà raccontata la storia di un paziente, ogni settimana verrà svelato un pezzo del suo percorso di sopravvivenza.
Il primo argomento proposto per il blog è la condivisione delle modalità messe in atto dai pazienti per svolgere le attività che amano di più e a cui non vogliono rinunciare. Nelle interviste svolte fino ad ora sono emersi infatti tanti modi attraverso cui le persone affette dall’IPF portano avanti la loro quotidianità: chi non riuscendo a dormire visualizza le gite in barca a vela, chi alza l’orto da terra per poterlo coltivare, chi fa un minuto di pausa prima di fare le scale per fare scorta di ossigeno, e molti altri semplici sistemi che aiutano a mantenere una buona qualità della vita.
Il progetto è ideato e sviluppato da Reverb srl, realtà che opera nel campo delle arti performative e della comunicazione, grazie anche al sostegno di Boehringer Ingelheim che fin dall’inizio ha creduto nel progetto al punto di decide di destinargli un contributo non condizionato. Diverse le finalità che si propone: aiutare i pazienti ad entrare in contatto fra loro, far conoscere le associazioni diffuse in tutta Italia, portare l’attenzione sui sintomi per dare uno strumento in più per individuare la malattia sempre più precocemente.La prima parte delle attività previste dal progetto è già in essere da alcuni mesi: il reading teatrale Respirare sott’acqua, piccoli esercizi di sopravvivenza spirituale che è stato a Roma, Napoli, Milano, Catania e Bologna coinvolgendo le associazioni pazienti locali e riscuotendo un grande successo di pubblico e di risultati grazie anche alla partecipazione di medici ed esponenti delle Istituzioni. Ma non solo, la pagina Facebook e il profilo Instagram Vocisottacqua, vetrine delle attività sviluppate, insieme al portale vocisottacqua.org, fulcro del progetto.Tante ancora le attività che arriveranno dopo l’estate in primis la realizzazione di un piccolo corto d’autore di forte impatto emotivo con la regia di Davide Gentile, il giovane regista milanese già premiato al concorso “I love GAI” in occasione della 73esima Mostra del Cinema di Venezia e al Festival Internazionale della Creatività a Cannes.
La Fibrosi Polmonare Idiopatica (IPF) è una patologia polmonare di cui non si conoscono le cause che colpisce principalmente gli uomini sopra i 60 anni: gli alveoli si riempiono di tessuto cicatriziale che rende impossibile lo scambio di ossigeno e anidride carbonica del sangue. Si tratta di una malattia che non ha una cura risolutiva e porta alla morte nel giro di alcuni anni, l’unica speranza di guarigione è il trapianto dei polmoni che si può però effettuare solo in alcuni casi. Esistono diversi farmaci che rallentano notevolmente lo sviluppo della malattia e i suoi effetti sul corpo, allungando le aspettative e la qualità della vita dei pazienti. La diagnosi precoce è fondamentale per poter intervenire efficacemente.

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Le 4 colonne della nuova alleanza terapeutica tra medici e pazienti

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 giugno 2017

medico-famiglia3Quattro parole chiave per adeguare la comunicazione tra medici e pazienti onco-ematologici al nuovo scenario dominato dalla medicina di precisione. A Roma, nel corso della Tavola Rotonda “Il patto medico-paziente in onco-ematologia: la corretta informazione come valore e responsabilità” sono stati presentati i principi guida identificati dalle Associazioni pazienti e dai medici coinvolti nel progetto di advocacy e tutela dei diritti dei pazienti oncologici “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”, per rilanciare l’alleanza terapeutica tra medici e pazienti e riattivare la piena fiducia reciproca, messa a rischio dalla crescente complessità delle terapie e dall’accesso dei pazienti alle informazioni attraverso il web.
Al primo posto la lealtà, ovvero il medico non deve nascondere alcuna informazione al paziente, valutandone però l’impatto emotivo, mentre il paziente deve riconoscere al medico la sua autorevolezza.
Il secondo principio è l’ascolto, che implica che il medico utilizzi un linguaggio comprensibile al paziente e che il paziente consideri il medico al quale si è rivolto il suo interlocutore primario.
Terzo elemento la fiducia, quella del medico nella capacità del paziente di comprendere le scelte terapeutiche, quella che deve nutrire il paziente nella diagnosi e nella terapia indicate dal medico.
Infine l’engagement: medico e paziente devono sentirsi egualmente coinvolti nel percorso di cura, mantenendo la necessaria continuità della relazione e impegnandosi nei rispettivi ruoli affinché controlli e terapie non vengano mai interrotti.
Progressi della ricerca, medicina di precisione e Internet stanno cambiando la grammatica della comunicazione tra medici e pazienti oncologici, una popolazione di oltre 3 milioni di persone destinata a crescere al ritmo del 3% ogni anno. Terapie personalizzate e mirate contro specifiche mutazioni, test diagnostici molecolari in grado di predire l’efficacia dei trattamenti sul singolo paziente, farmaci biotecnologici sempre più sofisticati, con la novità della loro possibile sostituzione con i biosimilari: sono alcuni dei fattori che rendono più complesse le migliaia di interazioni quotidiane e aumentano la necessità che la scelta terapeutica si realizzi attraverso un percorso di condivisione delle informazioni tra medico e paziente. Al medico oggi si chiede di spiegare ai pazienti perché un determinato test genetico o un farmaco innovativo vengono prescritti ad altri e non a lui. Oppure deve fornire ai pazienti informazioni chiare e puntuali nel momento in cui, per esempio, decide di variare la terapia con un farmaco biotecnologico, sostituendolo con un biosimilare. La tendenza alla cronicizzazione delle malattie oncologiche, grazie all’aumento costante della sopravvivenza è un ulteriore fattore che crea una prospettiva dl comunicazione di lungo periodo e chiama in gioco un nuovo protagonista, il medico di medicina generale, incaricato gestire sul territorio le informazioni sulle terapie. Mentre le informazioni che arrivano dal web possono disorientare i pazienti e incrinare la loro fiducia nel medico.A tutti questi temi cercano di dare una risposta i quattro “principi” che impegnano sia i medici che i pazienti nei rispettivi ruoli: «Il rapporto medico-paziente è centrale per l’efficacia dei processi sanitari», dichiara Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna onlus. «In questo ambito l’informazione al paziente riveste un ruolo fondamentale per assicurare trasparenza, condivisione e partecipazione attiva di entrambi al percorso terapeutico. La prospettiva che noi pazienti favoriamo è quella di un’alleanza strategica con i medici per assicurare la scelta delle migliori opzioni nell’ottica di una medicina sempre più efficace e personalizzata. La comunicazione tra medici e pazienti oncoematologici è parte integrante del nostro progetto, in quanto essere informati è uno dei diritti fondamentali del paziente e attraverso l’informazione i pazienti hanno migliore consapevolezza di tutti i propri diritti».La “nuova” comunicazione medico-paziente si fonda su due pilastri: da un lato la bioetica che prescrive al medico di confrontarsi non con il paziente, ma con la specifica persona che ha di fronte in un determinato momento; dall’altro, la risposta neurofisiologica che, in presenza di un medico partecipativo ed empatico, attiva una serie di endorfine – ormoni, mediatori, e veri e propri farmaci naturali come la serotonina – e coadiuva gli effetti della terapia farmacologica, aumentandone l’efficacia anche del 30 per cento. Perché ciò sia possibile, anche il paziente deve riporre fiducia nel medico e riconoscergli la giusta autorevolezza. Un’efficace alleanza terapeutica favorisce anche la sostenibilità del Servizio sanitario perché aumenta la capacità del paziente di segnalare tempestivamente eventuali effetti collaterali, migliora la sua aderenza alla terapia e riduce la conflittualità.

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Il diritto alle cure del paziente multietnico

Posted by fidest press agency su sabato, 24 giugno 2017

medicinadifensivaMalattie infettive e tropicali, parassitosi, patologie polmonari dimenticate e ri-emergenti, limiti religiosi e malattie sessualmente trasmissibili, patologie strettamente correlate ai giovani migranti. Sono alcuni degli argomenti affrontati durante il corso “Diritto alla cura ed accesso alla terapia del paziente multietnico”, evento scientifico promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini che si è svolto in questi giorni a Roma.
«È necessario garantire i diritti umani, la tutela della salute e la presa in cura per tutti, italiani e migranti» spiega Aldo Morrone, Direttore dell’Unità di Dermatologia Clinica agli Istituti Fisiatrici Ospedalieri- Istituto San Gallicano di Roma e presidente del meeting. «Ed è essenziale mettere al centro del sistema le persone più fragili, che hanno più bisogno di essere prese in cura. Bisogna lottare perché le istituzioni si rendano conto che è necessario dare accesso alle cure anche ai pensionati con reddito minimo, alle donne vittime di sfruttamento sessuale, ai lavoratori precari e alle persone disoccupate. Ma questo non è sufficiente: devono essere avviate anche iniziative internazionali nei paesi più poveri per creare condizioni più civili e dignitose per evitare che esodi bilico continui con grande perdita di sviluppo economici e dignità umana di questi paesi». Filo conduttore del meeting è stato il deciso rifiuto di pregiudizi e luoghi comuni, primo tra tutti quello relativo alla figura del migrante come portatore di malattie. «I migranti possono trasmettere le infezioni esattamente come i cittadini italiani» avverte Giuseppe Ippolito, Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma. «I migranti possono acquisire alcune infezioni soprattutto nei primi due anni in cui si trasferiscono in Italia a causa di condizioni igieniche e abitative spesso disastrose, per cui bisogna intervenire soprattutto assicurando loro un’adeguata assistenza sanitaria. Da questo punto di vista dobbiamo essere orgogliosi, perché l’Italia è uno dei pochi Paesi europei che garantisce le cure sanitarie anche ai migranti non registrati». «Il rischio pandemia dipende da vari elementi. La mobilità può favorire malattie infettive, sia dei migranti sia dei cittadini dei Paesi occidentali che oggi in aereo raggiungono anche le più remote località della Terra » aggiunge Roberto Cauda,Professore di malattie infettive e medicina tropicale dell’Università Cattolica di Roma. «Anche per questo motivo il problema della scarsa copertura vaccinale è globale e riguarda sia paesi di accoglienza sia di provenienza. In molti paesi di provenienza grazie a un efficiente servizio sanitario nazionale si assiste a una buona copertura vaccinale, ma dobbiamo mantenere alta la guardia soprattutto perché in alcuni paesi, come Siria, sta avvenendo un disfacimento dello Stato e quindi l’assistenza sanitaria sta diventano molto carente. Da parte nostra il dovere dell’accoglienza delle persone provenienti da questi Paesi è vantaggioso anche per noi, perché se il migrante non viene identificato e curato può essere un pericolo, cosa che non avviene se viene accolto e gli viene garantita un’adeguata assistenza». E tra le persone più a rischio gli esperti segnalano gli individui più indifesi: le donne e i bambini. «Le donne sole con figlio sono tra le persone migranti più fragili» conferma Rosaria Giampaolo, Responsabile della Struttura Complessa “Ambulatorio Pediatrico” all’Ospedale Bambino Gesù di Roma. «La nascita di un figlio rappresenta un momento di grande fragilità perché è un momento bellissimo ma anche destabilizzante soprattutto se avviene in realtà esterna e la donna deve affrontarla da sola. Un altro momento critico riguarda i bambini e il loro inserimento a scuola. Si tratta di un traguardo, per cui di un momento positivo, però indubbiamente rappresenta anche una grossa difficoltà perché il bambino deve affrontare un’ambivalenza di messaggi: da una parte è giusto che mantenga le proprie radici e nello stesso tempo riceve richieste dalla società che ospita. Un dualismo che può determinare una grande frattura nel bambino ma anche nella famiglia. Anche l’adolescenza è un momento delicato, soprattutto per le ragazze, perché la famiglia di origine tenta in diversi modi di mantenere le proprie tradizioni e mentre i figli maschi sono generalmente più liberi, per le ragazze il maggior controllo può generare difficoltà di relazione con la famiglia». Una segnalazione infine riguardante le malattie respiratorie, a partire dalla tubercolosi. «L’incidenza della TBC è leggermente più elevata negli stranieri rispetto agli italiani: 12 casi su centomila abitanti rispetto a 7 casi su centomila abitanti, per cui si tratta di una differenza poco significativa» spiega Guglielmo Meregalli, pneumologo e volontario in ospedali e ambulatori di medicina di base in Zambia, Swaziland e Tanzania. «Il maggior rischio riguarda gli stranieri, soprattutto perché per molti è più difficile avere accesso alle cure. Il trattamento della TBC è abbastanza semplice ed efficace, ma deve essere somministrato a lungo, per quattro-sei mesi, per cui è necessaria una certa continuità di accesso alle cure. Se questa è assicurata la guarigione è pressoché completa. E per debellare la TBC nel mondo è necessario poterla diagnosticare tempestivamente anche nei paesi poveri. Purtroppo in alcune zone rurali, soprattutto in Africa, i centri per fare test diagnostici sono distanti 150-200 chilometri da molti villaggi».

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Ospedale “S. Pertini” Cisl Fp Roma: “A rischio la continuità assistenziale ai pazienti ricoverati

Posted by fidest press agency su sabato, 3 giugno 2017

ospedale sandro pertiniRoma. Non basta la crisi dovuta al piano di rientro decennale a far soffrire la Sanità Pubblica anche le carenze organizzative contribuiscono a creare disagi ad utenti e personale. E’ il caso della Medicina del P.O. Sandro Pertini, una unità operativa complessivamente dotata di 82 posti letto, dove vengono ricoverati pazienti acuti, in maggioranza anziani, e dove l’assistenza infermieristica è determinante per il decorso delle patologie e per l’efficacia delle cure, per cui deve essere adeguatamente programmata. Ma a vederla dalla parte del personale infermieristico addetto all’assistenza non è proprio così. Questo ha indotto la CISL FP di Roma Capitale e Rieti a porre all’attenzione dei responsabili le criticità esistenti, segnalando con note scritte, nei mesi scorsi, i gravi disagi e tutto il malessere del personale. Oggi ci siamo trovati di fronte all’ennesimo episodio di disorganizzazione che per un niente poteva portare a creare un disservizio, poi sventato all’ultimo minuto. E leggendo i turni di servizio del mese di giugno non è esclusa la ripetizione dello stesso problema. Sono stati pubblicati turni di servizio con dei vuoti che non si capisce da quale personale debbano essere ricoperti, e solo il buon senso e lo spirito di sacrificio del personale evita il peggio, come nel caso odierno.
Questo livello di approssimazione organizzativa della Medicina è diventato un vero e proprio “caso” che non è stato preso in considerazione da nessun livello di responsabilità dell’ASL Roma 2. Anche per le ferie il personale di questo reparto ha dovuto subire restrizioni e vessazioni. Per i malcapitati infermieri dell’U.O.C. di Medicina del P.O. S. Pertini sono stati fatti dei turni di ferie, con periodi imposti d’ufficio di 15 giorni di calendario fino al 2023, senza alcuna possibilità minima di scelta. Questo apertamente in contrasto con quanto previsto dal contratto di lavoro e in contraddizione con quanto disposto dalla stessa ASL Roma 2, la quale invita a programmare le ferie in accordo con il personale. Per quest’ultimo problema La CISL FP si è attivata per tutelare i lavoratori nelle sedi opportune.

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Indagine per la difesa degli psoriasici

Posted by fidest press agency su martedì, 30 maggio 2017

psoriasiA scattare una fotografia accurata del vissuto del paziente affetto da Psoriasi e Artrite Psoriasica (circa due milioni e mezzo in Italia, 250mila nel Lazio), e dei clinici coinvolti nel percorso di cura è un’indagine realizzata dall’Associazione per la difesa degli Psoriasici (Adipso) e dalla Società Italiana di Comunicazione Scientifica e Sanitaria (Sics) chiamata Bridge, il ponte, appunto che riunisce tutti i protagonisti della cura: pazienti, dermatologi, reumatologi, farmacisti ospedalieri. Azioni comuni come andare a lavorare, recarsi a scuola e anche vivere serenamente la propria vita sociale possono infatti diventare difficilissime. Una diagnosi di malattia quasi mai precoce e un conseguente allungamento dei tempi di accesso a terapie adeguate rendono poi il loro cammino ancora più faticoso. I pazienti preferirebbero poter assumere i medicinali per bocca ed evitare di andare in ospedale per sottoporsi alle cure. Anche i dermatologi prediligono la somministrazione orale e i loro “desiderata” sono avere una terapia con un migliore livello di sicurezza a lungo termine, costi contenuti e una migliore tollerabilità.
I sintomi più pesanti della psoriasi e dell’artrite psoriasici sono l’arrossamento e desquamazione della pelle(34%), prurito (25%) e alterazioni delle unghie (12%) sono le manifestazioni maggiormente segnalate dai pazienti con Psoriasi (PSO). I segni della malattia colpiscono prevalentemente gomiti (19%), cuoio capelluto (14,5%), ginocchia (12,9%) e tronco (11,4%). Per quasi la metà del campione (46,9%) le lesioni cutanee evidenti impattano negativamente sulle attività quotidiane come lavoro, scuola e relazioni sociali. Soprattutto i pazienti denunciano una compromissione della loro qualità di vita. Nel complesso, il 65,1% è soddisfatto della terapia prescritta dal medico anche se un paziente su 3 (27,1% del campione) vorrebbe farmaci a somministrazione orale e 1 su 5 (il 19,75%) preferirebbe non doversi recare in ospedale per assumere la terapia.Però ha ricordato Mara Maccarone, Presidente Adipso: “La garanzia delle cure, in particolare con terapie di ultima generazione, non è assicurata ai pazienti in maniera uniforme sul territorio nazionale per problemi di sostenibilità economica, una criticità che si sta presentando anche in quelle Regioni che fin ora si erano dimostrate virtuose”. “Non avere certezza e continuità delle cure, così come non ricevere informazioni dettagliate da parte dei clinici – ha detto – porta il paziente alla depressione con il rischio di abbandono delle terapie. Per questo porteremo avanti le nostre istanze all’Aifa: questa discriminazione verso i pazienti con psoriasi e psoriasi artropatica è inaccettabile, le persone non possono rimanere senza garanzia di terapie perché la salute è un diritto dei cittadini. Nel Lazio inoltre non c’è comunicazione tra le Associazioni dei pazienti e la Regione. Una mancanza di interlocuzione gravissima e non più accettabile”. “La malattia psoriasica è una patologia particolarmente complessa – ha spiegato la Professoressa Ketty Peris, Direttore della Uoc Dermatologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore Policlinico Gemelli di Roma – richiede infatti un approccio multidisciplinare e multidimensionale in quanto i pazienti presentano numerose comorbidità e malattie associate di tipo cardiovascolare e metabolico. L’approccio deve partire quindi da una diagnosi il più precoce possibile sia per quanto riguarda la parte cutanea che articolare. Sul fronte terapeutico oggi abbiamo a disposizione molte opportunità che ci consentono di andare incontro alle necessità di vita di ogni paziente. Ad esempio chi è in piena attività lavorativa e magari si sposta frequentemente sarà più propenso ad assumere una terapia orale piuttosto che iniettiva. Non dimentichiamo che la soddisfazione dei pazienti e la loro qualità di vita sono i due capisaldi nella aderenza alla terapia”.Per i dermatologi del Lazio i sintomi che spingono il paziente con Psoriasi non ancora diagnosticato a recarsi in visita sono principalmente la desquamazione (50%), l’arrossamento (37,5%) e il prurito (12,5% nel Lazio, 15%, media italiana).
L’obiettivo principale della terapia prescritta è quindi ridurre l’estensione delle manifestazioni cutanee (per il 46,5% del campione dei dermatologi del Lazio contro il 32,5% in Italia), migliorare il benessere generale del paziente (25,6%), desquamazione e arrossamento cutaneo (21,3%).Invece, sintomi che spingono il paziente con Artrite Psoriasica a rivolgersi allo specialista sono il gonfiore (per il 38% del campione dei dermatologi del Lazio), il dolore (27,6% nel Lazio,) e il coinvolgimento delle unghie (13,8%).L’indagine Bridge è stata realizzata con il contributo non condizionato di Celgene.

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Tumore: farmaci innovativi e tempi attesa

Posted by fidest press agency su domenica, 21 maggio 2017

psicofarmaciI pazienti oncologici italiani attendono in media 806 giorni, cioè 2,2 anni, per accedere a un farmaco anti-cancro innovativo. È il tempo che trascorre fra il deposito del dossier di autorizzazione e valutazione presso l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e l’effettiva disponibilità di una nuova terapia nella prima Regione italiana. Un termine che può dilatarsi fino a tre anni (1.074 giorni) se si considera l’ultima Regione in cui il farmaco viene messo a disposizione. Non solo. Ai lunghi tempi di attesa talvolta si accompagna la cosiddetta “tossicità finanziaria”, cioè la crisi economica individuale conseguente al cancro e alle sue cure, problema noto da diversi anni negli Stati Uniti e che comincia a interessare anche i malati nel nostro Paese. Questa condizione tocca infatti il 22,5% dei pazienti italiani, che presentano anche un rischio di morte del 20% più alto rispetto alle persone colpite dal cancro ma senza problemi economici. La denuncia è contenuta nel IX Rapporto sulla condizione assistenziale dei pazienti oncologici, presentato oggi al Senato nel corso della XII Giornata del malato oncologico, organizzata da FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia). “La spesa per i farmaci oncologici è passata da poco più di un miliardo di euro nel 2007 a oltre tre miliardi nel 2014 – spiega il prof. Francesco De Lorenzo, presidente FAVO -. Nel suo complesso, l’oncologia rappresenta una delle voci più rilevanti per il Servizio Sanitario Nazionale: per la prima volta, nel 2014, la spesa per i farmaci antineoplastici si è, infatti, collocata al primo posto. I dati rappresentano una realtà che mal si concilia con le attuali politiche sanitarie di vero e proprio ‘definanziamento’ del Sistema Sanitario Nazionale. Pur crescendo in valori assoluti, le risorse messe a disposizione, infatti, risultano progressivamente sempre più insufficienti per dare risposte concrete alla domanda di assistenza. Il desiderio legittimo dei malati di accedere all’innovazione si scontra, dunque, con la finitezza delle risorse”. “L’accesso ai farmaci – afferma il dott. Domenico Corsi, Segretario Consiglio AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) Regione Lazio -, soprattutto a quelli di ultima generazione, costituisce una problematica complessa, che abbraccia non soltanto profili economico-finanziari, ma anche etici e sociali: solo la contestuale considerazione di tutti gli aspetti coinvolti può garantire soluzioni sostenibili, finanziariamente e politicamente”. Le valutazioni in EMA richiedono, per i farmaci innovativi, mediamente 383 giorni per l’esame delle caratteristiche farmacologiche, cliniche e di sicurezza. A questi si aggiungono i tempi nazionali e regionali. Il successivo processo di rimborsabilità da parte di AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) che rende possibile a tutti i pazienti italiani l’accesso ai farmaci innovativi dura in media 260 giorni. L’attesa però non finisce qui. Vanno aggiunti ancora dai 31 ai 293 giorni, necessari alle Regioni per rendere queste terapie disponibili e gratuitamente presso ospedali e ASL. “Il rischio concreto – continua il Prof. De Lorenzo – è che il processo che va dall’approvazione europea alla reale disponibilità concreta del farmaco per i cittadini, particolarmente lento, possa tradursi in una forma di razionamento che penalizza fortemente i malati, specialmente nel caso di farmaci innovativi salvavita. Diventa pertanto di fondamentale importanza, non soltanto per la tenuta economica del sistema, ma anche per la salvaguardia della coesione del tessuto sociale, che si giunga al più presto ad individuare un metodo condiviso e integrato per la valutazione dell’innovazione, che tenga cioè conto di tutti gli aspetti coinvolti nella cura: non soltanto dell’efficacia clinica del farmaco, ma anche del suo costo-efficacia in termini di qualità della vita”. “In questo contesto, il ruolo del management sanitario deve risultare sempre più decisivo – afferma il dott. Massimo Annicchiarico Direttore Generale dell’AUSL di Modena e rappresentante FIASO (Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere) – nella responsabilità di accelerare i processi di riordino organizzativo in grado di liberare risorse, attraverso azioni di sistema ed economie di scala che coinvolgano più Aziende sul medesimo territorio, ed al tempo stesso garantiscano la realizzazione di percorsi efficienti, inclusivi, in grado di presidiare specificamente l’equità di accesso alle cure – specie quelle farmacologiche – e la continuità delle stesse, coinvolgendo nelle azioni di riprogettazione le Associazioni dei Pazienti, secondo principi di partecipazione ed engagement che sono ineludibili in un sistema sanitario moderno.”

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Presentati al Parlamento Europeo i risultati dello studio sul percorso di cura dei pazienti colpiti da ictus cerebrale

Posted by fidest press agency su sabato, 13 maggio 2017

european parliamentLa Stroke Alliance for Europe ha presentato oggi la tanto attesa e completa analisi sull’intero percorso dell’ictus in Europa. Davanti a decine di membri del Parlamento Europeo, Jon Barrick, Presidente di SAFE e Valeria Caso, Presidente dell’European Stroke Organization, hanno illustrato le principali conclusioni della ricerca condotta dal King’s College su 35 Paesi Europei in contemporanea.“Anche se, in Europa, il tasso di mortalità legato all’ictus cerebrale è diminuito nel corso degli ultimi 20 anni, l’ictus cerebrale rimane una catastrofe umanitaria che si verifica sotto i nostri occhi perché più persone sopravvivono all’ictus e sono sempre più le persone che rimangono con gravi disabilità – ha dichiarato Jon Barrick. Il peso economico e sociale complessivo dell’ictus aumenterà drammaticamente nei prossimi 20 anni a causa dell’invecchiamento della popolazione. Gli organi decisionali in Europa devono individuare il modo migliore per combattere l’ictus cerebrale e rendere più facile la vita per coloro che sopravvivono all’ictus e alle loro famiglie”.I dati raccolti nello studio Burden of Stroke indicano che tra il 2015 e il 2035 ci sarà complessivamente un aumento del 34% nel numero totale degli eventi cerebrovascolari acuti nell’Unione Europea, dai 613.148 casi nel 2015 agli 819.771 nel 2035.
Un confronto a livello europeo sull’ictus e sull’assistenza sono fondamentali per aiutare ogni singolo Paese a mettere in atto strategie di prevenzione efficace per questa patologia, fornire un’assistenza adeguata e appropriata e supportare tutti quelli che vengono colpiti da ictus. SAFE invita ogni Paese Europeo ad istituire un registro nazionale per l’ictus al fine di mantenere un adeguato controllo sulla patologia.
Il registro consentirebbe di monitorare le risorse e le prestazioni erogate durante l’intero percorso di cura. La condivisone dei risultati permetterà, inoltre, ad ogni Paese di imparare dagli altri e rinforzare e accelerare il processo di miglioramento dei modelli di cura per l’ictus adottati dai singoli paesi.Molti milioni di persone viaggiano in Europa da paese a paese ed è spaventoso pensare che possano ricevere cure eccellenti in una nazione mentre in un’altra possano andare incontro alle conseguenze catastrofiche dell’ictus cerebrale a causa della mancanza di adeguate cure per l’ictus.“Il costo totale dell’ictus in Europa è stimato nel 2015 in 45 miliardi di euro ed è destinato ad aumentare, includendo sia i costi derivanti dall’assistenza sanitaria sia quelli indiretti a carico delle famiglie e delle società. Le previsioni mostrano che il numero delle persone colpite da ictus come condizione cronica passerà da 3.718.785 nel 2015 a 4.631.050 nel 2035, rappresentando quindi un incremento del 25% pari circa a 1 milione di persone in Europa. Si tratta di una gigantesca onda che sta per abbattersi su di noi ed è meglio iniziare a prepararsi per affrontarla – ha sottolineato ancora Jon Barrick, aggiungendo che è necessario un piano di azione comune contro l’ictus in Europa in modo che il previsto incremento del 34% del numero di nuovi casi di ictus dal 2017 al 2035 non travolga i Sistemi Sanitari Nazionali e le famiglie dei pazienti colpiti da ictus cerebrale.SAFE ritiene che il modo migliore per combattere l’ictus sia che ogni Paese membro della Comunità Europea abbia una strategia per l’ictus a livello nazionale attivamente supportata e sostenuta dal Governo e che riguardi l’intero percorso di cura dell’ictus: dalla diffusione della conoscenza tra la popolazione alla prevenzione, diagnosi e trattamenti, dai modelli di rete, riabilitazione specialistica per trattamenti a lungo termine, dall’integrazione sociale alla partecipazione alla vita comune. La strategia dovrebbe prendere in considerazione anche la questione delle cure palliative e del fine vita.Nella pianificazione di queste strategie è fondamentale che vengano coinvolti i rappresentanti di tutte le professioni coinvolte nella cura dei pazienti, caregiver, persone che sono state colpite da ictus e le associazioni di volontari di ciascun paese.
A.L.I.Ce. Italia Onlus è una Federazione di Associazioni regionali di volontariato – suddivise in oltre 80 tra sedi e sezioni – che ha tra i propri obiettivi statutari: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia; facilitare la informazione per un tempestivo riconoscimento dei primi sintomi come delle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.A.L.I.Ce. Italia Onlus è membro della World Stroke Organization (WSO), di cui fanno parte associazioni di pazienti colpiti da Ictus di 85 Paesi e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazione che riunisce 30 Associazioni di pazienti di Paesi europei e che ha diffuso le linee guida per la prevenzione e una migliore cura dell’ictus in un documento rivolto al Parlamento europeo e a tutti i governi dell’Unione, oltre che di ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

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“Pazienti affetti da ipoparatiroidismo”

Posted by fidest press agency su martedì, 11 aprile 2017

tiroide5Mantova. Da malattia rara a patologia comune: l’ipoparatiroidismo cambia il suo profilo eziologico: se prima era causata da fattori autoimmuni, congeniti e familiari, oggi in Europa oltre la meta’ dei casi l’anno sono causati da danni alle ghiandole paratiroidi durante gli interventi di tiroidectomia totale.“I pazienti affetti da ipoparatiroidismo” sottolinea il Prof. Andrea Giustina, Direttore della Cattedra di Endocrinologia dell’Universita’ Vita e Salute San Raffaele di Milano, durante l’8° Skeletal Endocrinology Meeting che si è appena concluso a Mantova “ presentano sintomi prevalentemente sensitivi e motori causati dalla riduzione dei livelli circolanti di calcio come parestesie, soprattutto alle mani ma anche alle labbra ed alle dita dei piedi, convulsioni, crampi muscolari sino alla tetania, condizione caratterizzata da spasmi e prolungamento doloroso della contrazione dei muscoli dovuta ad una alterazione dell’attività delle fibre di actina e miosina.Nell’intervento di asportazione della tiroide il danno alle ghiandole paratiroidi è la complicanza più comune che può interessare fino al 40-50% dei pazienti. Nella maggioranza dei casi, l’ipoparatiroidismo e’ transitorio correlato ad un danno funzionale su base vascolare e meccanica durante le procedure chirurgiche. Tuttavia, l’ipoparatiroidismo post-chirurgico può anche essere permanente (fino al 7-10% dei casi). Ciò può accadere anche in mani di chirurghi esperti quando si rendono necessari interventi chirurgici estesi e demolitivi per malattie tiroidee neoplastiche o per gozzi multi nodulari di grandi dimensioni. “L’ipoparatiroidismo permanente e’ una malattia invalidante a causa dei disturbi causati dall’ipocalcemia cronica dovuti alla frequente inefficacia della terapia farmacologica, che peraltro risulta pure spesso poco accettata dai pazienti ipoparatiroidei” prosegue Giustina “Fino ad oggi, infatti, il trattamento dell’ipoparatiroidismo si e’ basato sull’utilizzo di analoghi attivi della vitamina D e di composti a base di calcio che, per le loro modalità di somministrazione (necessarie più somministrazioni al giorno) e per i non infrequenti effetti collaterali gastrointestinali, risultano spesso poco tollerati dal paziente che pertanto tende ad assumerli con incostanza”.Ne può derivare quindi una inefficacia terapeutica con conseguente persistenza di ipocalcemia e rischio di complicanze cliniche che talvolta causano il ricorso alle cure ospedaliere. In Italia, è stato calcolato che ogni anno si verificano oltre 3000 ricoveri ospedalieri per complicanze acute causate correlate all’ipoparatiroidismo con una durata media di ricovero di circa 7 giorni. Numeri importanti che rendono l’ipoparatiroidismo una malattia ad elevato impatto clinico per il paziente e per il sistema socio-sanitario.
Come per le altre malattie endocrine caratterizzate da un deficit ormonale, anche per la terapia dell’ipoparatiroidismo sarà possibile avere a disposizione il corrispondente ormone sintetico (paratormone 1-84) per la cui immissione in commercio è stato dato parere positivo dal comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA). Gli studi condotti finora con il paratormone 1-84 hanno dimostrato una maggiore efficacia del farmaco nel normalizzare i valori circolanti di calcio rispetto alla terapia convenzionale e soprattutto un miglioramento della qualità di vita del paziente, correlato sia alla migliore correzione dell’ipocalcemia che alla ottimizzazione del trattamento in termini di riduzione dell’elevato numero di farmaci che il paziente ipoparatiroideo ancora oggi e’ costretto ad assumere. (foto: logo)

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Più sorveglianza post-vendita e informazioni ai pazienti

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 aprile 2017

BruxellesBruxelles. “Abbiamo anche concordato un sistema molto più efficace di sorveglianza post-vendita in modo che eventuali problemi inaspettati siano identificati e risolti il più presto possibile”. “Con lo scandalo delle protesi mammarie PIP, molte donne semplicemente non sapevano se avevano ricevuto protesi difettose o no. Perciò abbiamo anche introdotto un sistema di identificazione univoca dei dispositivi per aiutare la tracciabilità dei pazienti, ai quali sarà fornita anche una tessera dell’impianto, che potranno utilizzare per accedere alle informazioni tramite una banca dati accessibile al pubblico”, ha aggiunto la relatrice Wilmott.Le norme approvate introducono l’obbligo di: ispezioni a campione delle strutture dei produttori dopo l’immissione sul mercato dei dispositivi;controlli più severi sugli organismi notificati, che sono autorizzati a espletare le procedure di certificazione, che dovranno assumere personale medicalmente qualificato;
una procedura supplementare di controllo sulla sicurezza dei dispositivi ad alto rischio quali impianti o test HIV. Non solo un organismo notificato, ma anche una commissione di esperti controllerà che tutti i requisiti siano soddisfatti;una “Tessera per il portatore di impianto” che consentirà a pazienti e medici di monitorare il prodotto impiantato, e dati clinici sulla sicurezza dei dispositivi medici che devono essere forniti dai produttori (come per i farmaci), in particolare nel caso delle classi di rischio più elevate.”Il controllo pre-mercato dei dispositivi ad alto rischio era una priorità del Parlamento, quindi sono particolarmente contenta che ci siamo adoperati in questo senso e che questi dispositivi saranno ora sottoposti a una valutazione supplementare da parte di gruppi di esperti”, ha concluso la relatrice Willmott.La risoluzione legislativa è stata approvata senza voto, perché in seconda lettura e in assenza di emendamenti.Una legge separata garantirà inoltre che le nuove norme si applicheranno anche ai dispositivi medico-diagnostici in vitro, vale a dire quelli non a contatto diretto con il paziente, ma che forniscono informazioni sulla salute, come ad esempio i dispositivi HIV, DNA o di analisi del sangue.“Abbiamo imparato la lezione dagli scandali come quello delle protesi mammarie difettose”, ha affermato il relatore del testo sui dispositivi medico-diagnostici in vitro, Peter Liese (PPE, DE).“Si sono verificati problemi anche in altri settori, ad esempio con stent impiantati nel cervello o test HIV inaffidabili. Il nuovo regolamento è un bene per i pazienti, sancisce la fine dei produttori fraudolenti e sospetti e quindi rafforza anche i produttori rispettabili”, ha aggiunto.La risoluzione legislativa è stata approvata senza voto, perché in seconda lettura e in assenza di emendamenti.Nella legislazione si richiede infine agli Stati membri di informare i pazienti circa le conseguenze dei test del DNA.”I test del DNA possono avere gravi conseguenze per la vita dei pazienti e non devono essere effettuati senza una corretta informazione e consulenza. Gli Stati membri hanno sottolineato che ciò fa parte delle loro responsabilità e che quindi accetteranno le norme UE solo in una certa misura. È importante che gli Stati membri adempiano a tale obbligo. Saremo molto vigili su questa questione”, ha dichiarato il relatore Liese.

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“Clear about psoriasis”

Posted by fidest press agency su martedì, 14 marzo 2017

psoriasiE’ la recente indagine che Novartis ha condotto su un campione di 8.300 pazienti provenienti da 31 Paesi in tutto il mondo, tra cui l’Italia, con 639 intervistati. Dal sondaggio è emerso che il 33% dei pazienti ritiene di non sopportare lo sguardo degli altri e 1 paziente su 3 si sente inadeguato come partner. Anche per il campione italiano, la qualità di vita è fortemente influenzata dalla patologia, confermando il dato mondiale. L’84% dei pazienti ha infatti risposto di essere stato vittima di umiliazioni e discriminazioni, il 43% si sente osservato in pubblico e al 41% è stato chiesto se la malattia fosse contagiosa. Gli intervistati italiani hanno inoltre raccontato le proprie sensazioni associate alla patologia: circa il 40% si sente in imbarazzo; 1 paziente su 3 si vede poco attraente e si vergogna della propria pelle. Più di ogni cosa, colpisce il dato secondo cui meno della metà degli intervistati (solo il 45%) crede che la clear skin, cioè la pelle libera o quasi libera da lesioni, sia un obiettivo possibile.
La campagna ‘Chiedi al tuo dermatologo’ nasce dalla volontà di ridurre il disagio e la sfiducia denunciati dai pazienti. E’ qualcosa di più di una campagna di informazione: è un ‘appello’ che incoraggia le persone con psoriasi a rivolgersi al proprio dermatologo per ricevere nuove risposte per la propria pelle. Il nome della campagna ‘Chiedi al tuo dermatologo’ richiama fortemente l’alleanza tra medico e paziente. In uno scenario in cui il peso della malattia spesso porta a consultare ‘falsi profeti’ o a curarsi da soli, rivolgersi al proprio dermatologo è il primo passo da compiere.
L’iniziativa, già avviata in altri Paesi europei, tra cui Austria, Germania, Grecia, Svezia e Svizzera, sbarca ora in Italia attraverso la radio, il web e i social network. Il sito http://www.lapelleconta.it è a disposizione degli utenti per offrire maggiori informazioni sulla campagna, sulla clear skin, sul Pasi e per individuare i centri specializzati. Inoltre i pazienti, se lo desiderano, possono scaricare una ‘traccia di colloquio’ con indicazioni utili per gestire l’incontro con il dermatologo.
“Oggi con le cure specialistiche che abbiamo possiamo arrivare al ‘clear skin’ e risolvere la psoriasi nella stragrande maggioranza dei casi, vorrei dire con percentuali oltre il 90%”. A dirlo è il docente ordinario di Dermatologia all’Università di Verona, Giampiero Girolomoni, in occasione della presentazione della campagna ‘Chiedi al tuo dermatologo’, incentrata sulla psoriasi e sui mille limiti, soprattutto psicologici, che questa patologia comporta.La campagna è frutto di un progetto ideato da Novartis: “L’obiettivo della cura di oggi è ottenere una remissione completa o quasi completa della malattia ed esistono farmaci adatti a tutte le esigenze a seconda delle caratteristiche del paziente e della malattia- prosegue Girolomoni- e se un paziente ha la psoriasi e soffre per questa malattia si deve rivolgere al dermatologo che più gli dà fiducia e che cerchi con competenza di eliminare la malattia dalla pelle”.
“Il rischio che il paziente affetto da psoriasi si rivolga a cure alternative pur di non affrontare il dermatologo è alto, anche perché questo comporta un ritardo nella diagnosi e un ritardo anche nell’inizio della terapia, per cui spesso quando si rivolgono al dermatologo arrivano già in uno stadio avanzato di patologia. Questo però comporta dei problemi: un incontro precoce invece permette una diagnosi precoce e soprattutto la terapia più idonea”. Il presidente Adoi (Associazione dermatologi italiani), Antonio Cristaudo, ascoltato a margine della conferenza stampa allestita per la presentazione della campagna ‘Chiedi al tuo dermatologo’, lanciata da Novartis, spiega così quali siano i rischi che potrebbero derivare dalla ricerca di cure alternative da parte dei pazienti affetti da psoriasi. A detta di Cristaudo è infatti “fondamentale instaurare col paziente un dialogo continuo, perché è solo col dialogo che si crea un rapporto di fiducia”.

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Ospedali e medici sui social tra informazione e privacy

Posted by fidest press agency su martedì, 28 febbraio 2017

dirittiLa vicenda dell’ospedale di Nola arrivata su tutti i giornali, in cui una persona ha fotografato pazienti curati per terra per mancanza di posti letto ha scoperchiato un vaso di Pandora: denunce, interviste e la scoperta dell’esistenza di decine di gruppi sui principali social. Sono gruppi segreti o chiusi che hanno lo scopo di raccogliere le segnalazioni sui disservizi delle varie strutture sanitarie italiane. Sono già decine, vi si accede su invito e sono difficili da individuare ma si stima che ne nascano circa 10 al giorno.Più che una moda, un desiderio di denuncia, una valvola di sfogo, un luogo dove canalizzare commenti rabbiosi. Tanto praticamente tutti hanno in tasca un tablet o uno smartphone con cui riprendere la visita medica del parente o registrare l’audio della propria, spiare cosa accade in corsia e raccogliere documentazione per eventuali denunce di disservizi. Il passo successivo è postare il video su un social network e raccogliere la solidarietà degli altri membri, oppure collezionare testimonianze analoghe. Peccato che si rischi di commettere un illecito, se non addirittura un reato, come spiega l’avvocato Salvatore Frattallone, del Foro di Padova e Chairman del Network di avvocati View Net Legal.
Il Garante per la privacy ha chiarito che se le informazioni sono caricate online e risultano visibili in rete in modo libero, da parte di chiunque si connetta al web, allora operano le più stringenti regole della privacy.Dunque, bisogna prestare attenzione alle regole sulla privacy del proprio account sui social: rendere il post visibile a tutti o solo agli amici fa una bella differenza! I social network devono essere considerati dei mezzi divulgativi di informazioni verso una quantità indeterminata di soggetti e quindi potenzialmente devastanti.Il fatto di caricare foto altrui su di un profilo facebook (o un gruppo), purché ‘chiuso’, non comporta, di per sé, l’applicazione del Codice della Privacy ma può aprire la strada del penale. Può essere commesso, infatti, il reato di corte europea giustiziadiffamazione quando si verifica una lesione dell’altrui reputazione (purché la comunicazione avvenga fra almeno tre persone).Per essere colpevoli del delitto, basta un commento offensivo o un LIKE ad un commento offensivo della dignità del soggetto ripreso; peraltro, nel processo penale, si può innestare una causa civile se la vittima intende ottenere un risarcimento per la reputazione che gli è stata lesa. In questi casi, infatti, opera l’art. 595 c.p. perché è fuori discussione che il binomio ‘immagine+didascalia’ è sicuramente idoneo a ledere la professionalità o l’immagine dell’ospedale, al pari di quella delle persone riprese in video e dileggiate.
Per la Cassazione, il post su Facebook, se offensivo, comporta l’aggravante ex art. 595, co. 3, c.p. perché il reato è stato consumato attraverso un mezzo di pubblicità, che fa scattare la pena da 6 mesi a 3 anni (Cass. Pen., Sent. n° 4873/17).“Se una persona scatta una foto o gira un video e la tiene per sé, non c’è alcuna violazione, ammesso che il documento non contenga ad esempio informazioni sullo stato di salute di un soggetto riconoscibile, perché sono dati considerati sensibili e soggetti alla riservatezza. Quindi in questo caso, social network o no, prima di effettuare la ripresa è necessario sia dare l’informativa (art. 13), che ottenere il consenso scritto dell’interessato, sennò il trattamento è illecito. Anzi, in alcuni peculiari casi è stato persino ritenuto integrato il reato di ‘interferenze illecite nella vita privata’” prosegue l’avvocato Frattallone.Se sono il familiare della persona ricoverata, posso riprendere il parente per uso personale, senza postarlo, qualora mi serva la prova di una responsabilità medica, ad esempio. Ma se la ripresa è destinata ad essere postata sui social, ho bisogno anche del consenso scritto delle altre persone riprese nella stanza d’ospedale.
Mentre nel caso sia fotografato un operatore sanitario da parte di un paziente entra in gioco l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, per il quale v’è il divieto assoluto di controllo del lavoratore tramite impianti audiovisivi o altre apparecchiature simili, salvo siano state ottenute le prescritte autorizzazioni. In questo senso, la tutela del lavoratore deve ritenersi trasversale. Se, facciamo un esempio, un infermiere gioca al pc mentre è di turno al lavoro, la condotta può essere fotografata da un paziente ma solo per allegarla ad una denuncia da consegnare alle autorità che per accertare l’illecito dovranno comunque eseguire delle indagini su mandato di un giudice. Quindi non ogni impiego delle risorse tecnologiche è di default lecito e consentito. Ricapitolando, nel caso in cui si vogliano scattare delle foto o riprendere degli operatori sanitari mentre lavorano, va richiesto preventivamente il consenso. E se si riprendono, anche accidentalmente, degli altri pazienti (ad esempio allettati nella camera in cui sono ricoverati) a loro va chiesto il consenso scritto (o va documentato che il permesso è stato chiesto e concesso) e i volti vanno oscurati, a loro tutela.

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Studio Usa: i pazienti muoiono di meno se curati da medici formatisi all’estero

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 febbraio 2017

medicoGli assistiti Medicare ricoverati in ospedale e trattati da internisti laureati fuori dagli Stati Uniti hanno una mortalità a 30 giorni più bassa rispetto ai coetanei curati da chi ha frequentato università nordamericane, secondo i risultati di uno studio pubblicato sul British Medical Journal. «I medici laureati in paesi come Cina, Egitto, India, Messico, Nigeria, Pakistan, Filippine e Siria vengono spesso percepiti come meno competenti dal punti di vita professionale rispetto ai colleghi che hanno frequentato le scuole di medicina statunitensi» esordisce Yusuke Tsugawa, della TH Chan School of Public Health di Harvard, che assieme ai colleghi ha svolto uno studio osservazionale sui beneficiari Medicare ricoverati in ospedale per confrontare la qualità delle cure prestate da internisti laureati all’estero o negli Stati Uniti. I marcatori di efficacia erano la mortalità a 30 giorni (endpoint primario), il tasso di riammissione a 30 giorni e i costi delle cure. I risultati ottenuti sono stati normalizzati sia per le caratteristiche del paziente come età, genere, etnia, diagnosi e reddito, sia per quelle del medico (età, genere e numero di pazienti trattati).A conti fatti i ricercatori hanno scoperto che il 44,3% dei 44.227 internisti che lavorano negli Stati Uniti è laureato in facoltà di medicina estere. «I medici stranieri sono lievemente più giovani dei laureati in USA – 46,1 contro 47,9 anni – e hanno maggiori probabilità di curare persone di etnia non caucasica assistite da Medicaid e con un reddito medio familiare basso» dice l’autore. «Inoltre, i pazienti curati dai medici laureati all’estero avevano un numero maggiore di comorbilità croniche tra cui insufficienza cardiaca congestizia, malattia polmonare cronica ostruttiva e diabete» riprende Tsugawa, precisando che i soggetti curati dai laureati stranieri avevano una minore mortalità: 11,2% contro 11,6%. «Secondo i nostri calcoli, una differenza di rischio di 0,4 punti percentuali significa che, se la qualità delle cure fosse equivalente nei due gruppi di medici, si potrebbe salvare un paziente in più ogni 250» concludono gli autori. (fonte Doctor33)

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Non sempre la coronarografia individua un infarto

Posted by fidest press agency su martedì, 7 febbraio 2017

infarto miocardico acutoDolore al petto e al braccio sinistro, i sintomi rivelatori di un infarto, la corsa in ospedale, ma la coronarografia non rivela un problema alle coronarie, per cui il medico esclude che sia avvenuto un attacco cardiaco. «In passato molti di questi pazienti venivano etichettati come psichiatrici: accusavano dolore, ma il medico non trovava ostruzioni alle coronarie, per cui il dolore non poteva essere provocato angina e catalogava il paziente come stressato. Invece non è così, a volte il problema c’è ma non si vede» ha spiega Filippo Crea, Docente di Cardiologia all’Università Cattolica di Roma, con una relazione presentata al congresso. «Abbiamo scoperto negli ultimi anni che molte delle persone con angina non hanno ostruzioni alle coronarie. Il problema in questi casi riguarda le arterie più piccole, che possono avere vari tipi di disfunzione responsabili di una riduzione della quantità di sangue che raggiunge il cuore. Il 10 per cento degli infarti è dovuto a un’alterazione del microcircolo, che non si vede alla coronarografia, che consente di esplorare soltanto i vasi più grossi e non i rami di diametro minore di mezzo millimetro che compongono il microcircolo coronarico. Una serie di studi eseguiti negli ultimi dieci anni hanno dimostrato che il microcircolo coronarico presenta spesso importanti alterazioni che è impossibile evidenziare con la coronarografia. Nel casi si sospetti un infarto non evidenziato dalla coronarografia, le metodiche da utilizzare dipendono dal contesto clinico e comprendono l’eco-doppler cardiaco eseguito con mezzo di contrasto, la scintigrafia miocardica, la risonanza magnetica e la coronarografia completata da esame doppler» conclude Crea.

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Col sospetto di cancro della prostata, la risonanza evita biopsie e sovradiagnosi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 febbraio 2017

Prostata urinary_bladderNei pazienti in cui si sospetta un cancro della prostata, la prescrizione di una risonanza magnetica multiparametrica (MP-RMI) appare efficace nel ridurre del 5% la sovrdiagnosi e in misura ancor più significativa (27%) le biopsie inutili: è questa la conclusione di un articolo appena pubblicato su Lancet dal gruppo di studio PROMIS coordinato da Hashim U Ahmed dello University College di Londra. Si stima che oggi vengano eseguite oltre 100.000 biopsie della prostata nel solo Regno Unito, che salgono a circa un milione contando l’intera Europa, sulla base del test dell’antigene prostato-specifico (Psa), la cui scarsa affidabilità in termini di specificità è nota.
«Il cancro della prostata ha forme aggressive e forme innocue. L’attuale esame basato sulla biopsia può essere inaccurato perché i campioni di tessuto sono prelevato a caso. Questo significa che non sempre può confermare se un cancro è aggressivo o no, e che può farsi sfuggire tumori aggressivi» spiega Ahmed. «Per questo alcuni uomini che non hanno il cancro o hanno una forma innocua ricevono alle volte una diagnosi sbagliata, e vengono trattati anche se questo non offre benefici in termini di sopravvivenza, e espone spesso a effetti collaterali. In aggiunta a questi errori di diagnosi, l’attuale biopsia può causare effetti collaterali come sanguinamenti, dolore e infezioni gravi». Partendo da queste osservazioni i ricercatori hanno sottoposto 576 uomini con sospetto di cancro della prostata a una risonanza multiparametrica seguita da due diversi tipi di biopsia, quella transrettale a guida ecografica (Trus), classica, seguita da una più accurata (template prostate mapping biopsy, Tpm) che è servita come controllo per confrontare l’efficacia dei due approcci. Ahmed e colleghi suggeriscono che la risonanza MP potrebbe essere prescritta per prima, per identificare i pazienti che anziché sottoporsi subito alla biopsia TRUS possono essere semplicemente seguiti nel tempo: «I nostri risultati indicano che si potrebbe ridurre la sovradiagnosi di tumori innocui del 5%, risparmiare una biopsia non necessaria a un uomo su quattro e aumentare dal 48 al 93% la rilevazione delle forme aggressive». Lo studio aveva alcune limitazioni, per esempio perché il fatto di aver eseguito due biopsie consecutive potrebbe aver inficiato la precisione della seconda, e perché non ha valutato il costo-efficacia dell’intervento, che in parte dipende dalla disponibilità di radiologi e apparecchi per la risonanza. (foto. risonanza magnetica) (fonte doctor33)

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In Italia pochi pazienti colpiti da patologie valvolari vengono operati con tecniche mininvasive

Posted by fidest press agency su sabato, 17 dicembre 2016

cardiologiaQuesti interventi sono solo 5mila l’anno contro gli oltre 50mila effettuati in Germania. “Questo non è più accettabile – denuncia il prof. Francesco Romeo, Presidente Nazionale della Società Italiana di Cardiologia (SIC) che ha lanciato la campagna ‘One valve, one life’ -. Vogliamo avere la possibilità di estendere a tutti i pazienti, anche quelli ultrasettantacinquenni, la possibilità di fruire di questi interventi percutanei che potrebbero garantire magari altri 10 anni di vita e la cui mortalità è quasi 0. La nostra sanità ha un enorme problema di spesa e di contenimento dei costi, perciò queste metodiche mininvasive non sono praticate in tutte le strutture ospedaliere. Molte direzioni generali italiane tendono a contingentare le risorse per contenere i costi, autorizzando gli interventi solo nei pazienti che hanno controindicazioni assolute all’operazione tradizionale”. La possibilità di intervenire efficacemente su valvola aorta e mitralica per via percutanea è uno degli argomenti al centro del 77° Congresso della SIC che si svolge dal 16 al 19 dicembre nella Capitale. “La SIC vuole, dal congresso di Roma, ribadire il suo no al contingentamento delle risorse in questo ambito – aggiunge Romeo -. L’intervento percutaneo sulla valvola aortica è ormai di routine ed è applicabile anche agli anziani. A volte il cardiochirurgo sceglie di non operare con tecniche tradizionali perché il paziente non supererebbe un intervento in cui deve essere intubato e va utilizzata la circolazione extracorporea. Ma così il malato muore in media entro sei mesi: con un intervento per via percutanea, invece, potrebbe essere salvato”. Prevista anche la presentazione delle nuove linee guida che ‘abbattono’ i valori del colesterolo LDL al limite massimo di 100mg/dl, con le novità in terapia che affiancano l’uso trentennale delle statine.Le nuove linee guida per il trattamento delle dislipidemie hanno una parola d’ordine, abbassare il colesterolo. Le novità sono già state evidenziate nell’ultimo congresso della Società Europea di Cardiologia lo scorso agosto: il solo valore da considerare è quello del colesterolo LDL, che deve essere compreso tra 70 e 100 mg/ml. Gli altri valori fino ad oggi valutati, il colesterolo totale e l’HDL, non rivestono in realtà importanza ai fini della terapia. Se i livelli dell’LDL superano i 100 mg/dl, bisogna modificare il proprio stile di vita, intervenendo sull’alimentazione e aumentando l’esercizio fisico. Quando queste correzioni non sono sufficienti bisogna fare ricorso ai farmaci, in particolare alle statine che sono state la più grande rivoluzione terapeutica degli ultimi 30 anni. Al congresso si parlerà anche di una nuova classe di anticorpi monoclonali, gli anti – PCSK9: agiscono sul recettore che metabolizza il colesterolo, bloccando l’enzima che impedisce all’organismo di eliminare l’LDL. “Sono farmaci costosissimi – considera il prof. Romeo – non ancora erogati dal Sistema Sanitario Nazionale, e per questo sono destinati oggi ai pazienti che non rispondono alle statine, affetti da dislipidemie familiari e genetiche.” Nelle nuove linee guida sarà indicato anche in quali casi è corretto somministrarli.

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Alternativa alla chemio per pazienti con tumore polmonare

Posted by fidest press agency su sabato, 10 dicembre 2016

tumore polmoneMSD, conosciuta con il nome di Merck negli Stati Uniti e in Canada, ha annunciato i dati positivi sulla qualità di vita legata alla salute (HRQoL) ottenuti in un’analisi esplorativa dello studio KEYNOTE-024 di fase III, che ha valutato l’uso di pembrolizumab, la terapia anti-PD-L1 dell’Azienda, rispetto alla chemioterapia contenente platino, standard di cura (SOC), per il trattamento dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) metastatico che esprimeva elevati livelli di PD-L1, uguale o superiore al 50%. In particolare, gli outcome riportati dai pazienti hanno indicato miglioramenti clinicamente significativi con pembrolizumab rispetto alla chemioterapia. I risultati sono stati presentati alla 17ma Conferenza mondiale sul tumore del polmone prmossa dall’International Association for the Study of Lung Cancer in corso a Vienna. “Da questo studio – afferma il prof. Cesare Gridelli, direttore dell’oncologia medica del “Moscati” di Avellino – emergono dati importanti sulla qualità di vita dei pazienti in trattamento con pembrolizumab in prima linea, rispetto alla chemioterapia tradizionale. In particolare, si è osservato un miglioramento dello stato generale di salute dei malati, una riduzione significativa di sintomi specifici quali fatigue, dolore e astenia e un rallentamento del deterioramento delle condizioni. Al beneficio di questo trattamento immunoterapico in termini di efficacia e tollerabilità si aggiunge – ed è la prima volta che viene dimostrato – anche un altro tassello incoraggiante in termini di qualità di vita.”
“Per le persone che convivono con un tumore del polmone e spesso devono affrontare seri problemi di salute causati dalla malattia, la qualità di vita rappresenta una grande preoccupazione. I dati presentati a Vienna ci aiutano a comprendere il potenziale beneficio clinico di pembrolizumab in questi pazienti”, ha aggiunto il dott. Martin Reck, head of the thoracic oncology department, LungenClinic Grosshansdorf, Germany. Il programma di sviluppo clinico di pembrolizumab include più di 30 forme tumorali in quasi 400 studi clinici, tra cui più di 200 in cui pembrolizumab è utilizzato in combinazione con altri trattamenti per il cancro. MSD possiede un esteso programma di ricerca nel NSCLC e sta attualmente portando avanti molti studi potenzialmente registrativi con pembrolizumab in monoterapia o in combinazione con altri trattamenti.

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Pazienti trattati con l’immuno-oncologia

Posted by fidest press agency su sabato, 3 dicembre 2016

tumore metastatico2In 10 anni, dal 2006 a oggi, all’Istituto “Pascale” di Napoli sono stati trattati con l’immuno-oncologia 1.050 pazienti colpiti dal cancro: 500 nella pratica clinica quotidiana e 550 nel corso di sperimentazioni. Questa esperienza, maturata con la nuova arma che stimola il sistema immunitario contro la malattia, ha reso il centro partenopeo uno dei più importanti al mondo nella cura dei tumori. Si apre oggi proprio a Napoli il convegno internazionale “Melanoma Bridge” con 200 esperti, un ponte della ricerca che non si ferma al melanoma ma si allarga a altre neoplasie come quelle del polmone, del rene, della vescica e della testa-collo. “Dopo le prime due ‘ondate’ rappresentate dalla chemioterapia e dalle terapie mirate – afferma il prof. Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative del ‘Pascale’ e presidente della Fondazione Melanoma che organizza il convegno -, stiamo assistendo a un vero e proprio ‘tsunami’ nel trattamento del cancro vista la progressiva estensione dell’efficacia dell’immuno-oncologia”. Nel 2016 in Italia sono stimati 41mila nuovi casi di tumore del polmone (3.400 in Campania): una molecola immuno-oncologica innovativa, nivolumab, ha quasi raddoppiato la sopravvivenza a un anno rispetto allo standard di cura nella forma non a piccole cellule squamosa (42% rispetto al 24%). E pembrolizumab ha dimostrato di essere efficace in prima linea, quindi al momento della diagnosi, anche nell’istologia non squamosa, che rappresenta la grande maggioranza dei pazienti. Fino a oggi nel carcinoma renale (11.400 nuovi casi stimati in Italia nel 2016) il tasso di sopravvivenza a un quinquennio, nella fase metastatica, non aveva mai superato il 12%: il 34% dei pazienti trattati con l’immuno-oncologia è invece vivo a 5 anni. “Il ‘Pascale’ è stato fra i primi centri al mondo a studiare l’immunoscore, un esame innovativo che permette di capire se i pazienti risponderanno all’immunoterapia selezionandoli in anticipo – continua il prof. Ascierto -. Abbiamo istituito un gruppo di lavoro a livello globale per promuovere questo esame che facilita la prognosi, la World-Wide Immunoscore Task Force”. In Italia nel 2016 sono stimati 13.800 nuovi casi di melanoma (più di 820 in Campania nel 2015), un tumore della pelle in costante crescita. La prima molecola immuno-oncologica approvata, ipilimumab, ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza a lungo termine nella neoplasia in fase metastatica: il 20% dei pazienti è vivo a 10 anni. “Si stanno aprendo nuove prospettive grazie alla combinazione delle terapie – sottolinea il prof. Ascierto -. I dati sull’associazione di ipilimumab e nivolumab nel melanoma sono consolidati con il 79% dei pazienti vivi a un anno e il 68% a 36 mesi. Nel 50% dei pazienti è presente la mutazione di una proteina, BRAF V600, che svolge un ruolo chiave nello sviluppo del tumore: al congresso ‘Bridge’ saranno presentati nuovi dati sulla combinazione di due molecole innovative, encorafenib e binimetinib, che ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza libera da progressione (pari a 14,9 mesi rispetto a 7,3 mesi con la monoterapia a base di vemurafenib e a 9,6 mesi con solo encorafenib), garantendo una buona qualità di vita nei pazienti che presentano questa mutazione. Saranno presentati anche nuovi dati sulla combinazione di cobimetinib e vemurafenib che ha migliorato la sopravvivenza globale a 3 anni nei casi di mutazione del gene BRAF V600 (37,4% rispetto al 31,5% con la monoterapia a base di vemurafenib). Ottimi risultati in linea con quelli già ottenuti anche con la combinazione di dabrafenib e trametinib”. Ogni anno durante il “Bridge” viene assegnato il Premio “Natale Cascinelli” a un ricercatore che si è distinto per l’impatto del suo lavoro. L’edizione 2016 del riconoscimento va al prof. Alexander Eggermont, Direttore Generale del Cancer Institute Gustave Roussy a Villejuif (Francia) per i suoi studi sull’immuno-oncologia nel melanoma dopo l’intervento chirurgico (trattamento adiuvante).

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Secukinumab (Cosentyx®) per la cura dei pazienti con spondilite anchilosante e artrite psoriasica

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 novembre 2016

colonna-vertebraleE’ un dolore sordo, che viene percepito in profondità. Questo il sintomo principale dell’artrite psoriasica (AP) e della spondilite anchilosante (SA), due patologie infiammatorie croniche che, se non trattate in modo efficace, possono provocare un danno osseo irreversibile alle articolazioni e/o alla colonna vertebrale. Si tratta di condizioni patologiche fortemente invalidanti, spesso associate a depressione e ansia, per le quali Novartis ha annunciato oggi l’approvazione in Italia del secukinumab, il primo inibitore dell’interleuchina-17A (IL-17A) per il trattamento della spondilite anchilosante (SA) attiva e della artrite psoriasica (AP) attiva. La multinazionale svizzera ha dunque comunicato di aver intrapreso la commercializzazione nel nostro Paese del primo anticorpo monoclonale a supporto di quanti sono chiamati a convivere con queste patologie invalidanti. Con oltre 2 milioni di pazienti in Europa, l’artrite psoriasica (AP) è una malattia infiammatoria cronica delle articolazioni associata a psoriasi cutanea o a familiarità per psoriasi. Colpisce entrambi i sessi, principalmente tra i 40 e i 50 anni1,2. Le cause non sono ancora note, ma è stata osservata una particolare predisposizione familiare: oltre il 40% delle persone con artrite psoriasica ha una storia familiare di psoriasi o di artrite psoriasica. I sintomi della AP includono dolore e rigidità articolare, psoriasi cutanea e ungueale, tumefazione delle dita delle mani e dei piedi. Inoltre, fino al 40% dei pazienti può presentare erosioni articolari e deformità permanente. Come conseguenza, il 63% delle persone affette da AP non è fisicamente attivo e il 47% vede compromessa la propria capacità di lavorare3. Il deficit che accompagna la produttività e la funzionalità è assimilabile a quello dei pazienti colpiti da cancro, diabete e malattie cardiache4,5.A differenza dell’artrite psoriasica (AP), la spondilite anchilosante (SA) colpisce maggiormente i soggetti giovani di sesso maschile e di età superiore ai 25 anni6,7. Si tratta di una patologia dolorosa e spesso progressivamente invalidante, causata da un’infiammazione della colonna vertebrale che può determinare danni irreversibili. Fino al 70% dei pazienti che soffrono della forma severa di SA sviluppa, nel corso di 10-15 anni, fusione dei corpi vertebrali con relativa significativa riduzione della mobilità della colonna8. Anche per la SA la familiarità è un fattore di rischio. Depressione, ansia e isolamento sono conseguenze, spesso inevitabili, per chi soffre di entrambe le patologie 1,5,9. Da oggi i pazienti hanno a disposizione una terapia innovativa in grado di contrastare la progressione e limitare i sintomi di artrite psoriasica e spondilite anchilosante. A consentire il debutto del secukinumab nel mercato italiano sono la sua rapidità nel miglioramento dei sintomi già a partire dalla settimana 1-310,11; l’efficacia prolungata nel controllo dei segni e sintomi nell’80% nei pazienti anti-TNF-naïve a 1 anno12,13; l’arresto della progressione del danno strutturale nell’80% dei pazienti a due anni14,15; un profilo di sicurezza favorevole: bassa riattivazione TB, ISRs (injection site reactions) rischio di infezioni e immunogenicità.

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