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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

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È sempre più digitale la vita dei pazienti italiani, così come quella dei dottori

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 giugno 2019

Con la digitalizzazione della Sanità a livello nazionale, regionale e locale la salute degli italiani è infatti sempre più gestita da un computer.La digitalizzazione della Sanità italiana è messa in evidenza dal Rapporto 2019 dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano, pubblicato da qualche giorno, secondo cui App e strumenti digitali, compreso WhatsApp, si stanno diffondendo nel rapporto del medico con il paziente.Grazie alla Prescrizione Digitale, la lenta ma progressiva innovazione delle aziende sanitarie e il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) la vita sanitaria del paziente italiano è ormai accessibile con un click.In alcune zone d’Italia i cittadini hanno già la comodità di avere il proprio Fascicolo Sanitario Elettronico accessibile dal pc di casa, con la possibilità di prenotare visite e ritirare referti online, oltre al fatto di poter usufruire di un sistema di Relemedicina a domicilio, per i pazienti cronici.Sempre secondo l’Osservatorio del Politecnico il digitale sta modificando ormai tutte le fasi della presa in carico del paziente, dalla prevenzione alla cura, fino al post-ricovero, attraverso strumenti come la Cartella Clinica Elettronica, la Telemedicina, l’Intelligenza Artificiale e le Terapie Digitali.Altro tassello fondamentale per la digitalizzazione della salute italiana non può non passare dall’innovazione dei medici di famiglia e professionisti, obbligati ormai all’uso dei pc nel loro lavoro.“Oggi i medici specialisti con i nostri software possono gestire le visite direttamente dal loro Pc, ed avere sotto controllo la storia clinica completa del paziente, le vaccinazioni, la prevenzione e gli eventuali interventi di riabilitazione del paziente, e allo stesso tempo possono gestire la parte amministrativa del loro lavoro” spiega Massimo Soncini, CEO di Finson, uno dei marchi più noti in Italia per la produzione di software per Windows.Per semplificare la vita ai medici Finson ha infatti creato “Progetto Medico Specialista 2”, un programma dedicato sia ai singoli specialisti che agli studi associati, in grado di gestire anche la postazione di segreteria. “Il nostro software integra anche l’archivio dei principi attivi di ogni farmaco, e interessante per i medici anche la rubrica per gli informatori medico-scientifici, con la possibilità di stabilire i tempi per le presentazioni.” commenta ancora Massimo Soncini.Ogni medico dispone delle proprie credenziali di accesso e gestisce i propri pazienti con l’anamnesi specifica, con tutti i dati protetti secondo le modalità previste dalla recente normativa europea GDPR.La gestione dell’agenda può persino essere individuale o centralizzata dalla segreteria.Particolarmente importante infine anche la gestione dell’invio dei dati delle fatture al sistema TS (Tessera Sanitaria) e la possibilità di creare le fatture elettroniche, che possono essere inviate con il sistema prescelto oppure direttamente attraverso il portale Finson Express che effettua anche la conservazione e la ricezione.“Ormai la digitalizzazione della gestione della salute è una realtà, e grazie a software e strumenti digitali i medici possono gestire al meglio la salute dei propri pazienti, risparmiando tempo e fatica. Un cambiamento significativo, che renderà la vita dei dottori più efficiente, con cure più appropriate per i propri pazienti” conclude Massimo Soncini di Finson.

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I pazienti “guariti” dal cancro in Italia sono aumentati del 29% in otto anni

Posted by fidest press agency su martedì, 4 giugno 2019

Chicago. Erano 704.648 nel 2010, sono diventati 909.514 nel 2018. Passi in avanti importanti, a cui hanno offerto un contributo decisivo la diagnosi precoce grazie agli screening, i miglioramenti a livello organizzativo (Reti Oncologiche Regionali), i progressi diagnostici (in ambito di caratterizzazione biomolecolare), chirurgici, radioterapici e le terapie con farmaci innovativi. Ma la spesa per i farmaci anticancro nel nostro Paese è in costante crescita ed è passata da 3,3 miliardi di euro nel 2012 a più di 5 miliardi (5.063 milioni) nel 2017. Per continuare a garantire a tutti le terapie migliori, è fondamentale che venga confermato il Fondo per i farmaci oncologici innovativi, istituito nel 2016 per un triennio e pari a 500 milioni di euro all’anno. È l’appello dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) dal 55° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), che si apre oggi a Chicago con la partecipazione di circa 40mila esperti da tutto il mondo. “Il Fondo è in scadenza a fine anno, chiediamo alle Istituzioni il rinnovo di questa fonte di risorse dedicate oppure provvedimenti che comunque permettano di poter trattare in maniera adeguata i nostri pazienti – afferma Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. L’alto livello dell’assistenza oncologica in Italia è dimostrato dai numeri: in dieci anni (2006 – 2016), la mortalità è diminuita del 24% fra gli uomini e del 12% fra le donne. Un risultato a cui ha contributo anche l’innovazione, in particolare l’oncologia di precisione. Perché il paziente possa ricevere una terapia di precisione sono necessarie una diagnosi accurata e una definizione del profilo molecolare della malattia con test specifici: diventa cioè necessario verificare che il tumore di quel paziente venga sottoposto a valutazione biomolecolare e che il paziente riceva, nel caso di test molecolare positivo, la terapia indicata. Si amplia così il concetto di appropriatezza diagnostico-prescrittiva che permette, attraverso una selezione adeguata del paziente, di evitare che i farmaci ad alto costo vengano prescritti in maniera non adeguata, evitando trattamenti inutili ai pazienti e, nel contempo, ottenendo risparmi notevoli per il sistema sanitario nazionale”.
Nel 2017 sono stati spesi circa 409 milioni di euro del Fondo per i farmaci anticancro innovativi e, nel 2018, il limite dei 500 milioni non è stato sforato. AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) determina le condizioni di accesso al Fondo definendo i criteri di innovatività. Il modello proposto prevede un approccio multidimensionale, che tiene conto di tre elementi fondamentali: il bisogno terapeutico, il valore terapeutico aggiunto e la qualità delle prove (robustezza degli studi clinici).
Nel 2018, in Italia, sono stati diagnosticati 373.300 nuovi casi di tumore. Il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi. “L’aumento annuale del numero di neoplasie maligne diagnosticate e che in molti casi richiedono terapie a lungo termine – spiega Giordano Beretta, Presidente eletto AIOM e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo – costituisce una grande sfida per i sistemi sanitari, che si trovano di fronte a necessarie revisioni delle risorse economiche e umane disponibili. I servizi sanitari per la gestione della malattia non sono sostenibili nella loro forma attuale. Oltre al rinnovo del Fondo per i farmaci oncologici innovativi, devono essere implementate le reti oncologiche regionali attive soltanto in Lombardia, Piemonte e Valle D’Aosta, Veneto, Toscana, Umbria, Liguria, Puglia, Campania e nella Provincia autonoma di Trento. Solo un modello organizzativo di questo tipo consente a tutti i pazienti sul territorio di accedere in modo uniforme alle cure migliori”.
“Devono essere inoltre abbreviati i tempi di accesso alle nuove terapie – sottolinea il presidente Gori -. Il tempo che trascorre fra il deposito del dossier di autorizzazione e valutazione presso l’EMA (agenzia regolatoria europea) e l’effettiva disponibilità di un nuovo farmaco nella Regione italiana che per prima rende disponibile il trattamento è di circa due anni e questo lungo processo può penalizzare fortemente i malati. Oggi, in Italia, diverse disposizioni regolano l’accesso e la prescrizione di farmaci approvati da EMA prima del rimborso a carico del servizio sanitario nazionale: è il cosiddetto early access, cioè l’accesso ‘anticipato’ alle terapie. Queste modalità regolatorie permettono ai pazienti di essere trattati con farmaci antitumorali efficaci ma non ancora rimborsati dal servizio sanitario nazionale: per questo motivo AIOM ha deciso di inserire nel proprio sito web (www.aiom.it) anche la lista dei farmaci oggi resi disponibili all’interno di programmi di EAP o compassionevoli. Un ulteriore aiuto agli oncologi italiani per curare al meglio, sempre, i pazienti oncologici”.
“Sono quasi 3 milioni e quattrocentomila (3.368.569) i cittadini che vivono dopo una diagnosi di cancro, in costante crescita (+3% anno) – afferma Roberto Bordonaro, segretario nazionale AIOM e Direttore Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera Garibaldi di Catania -. La medicina di precisione, che richiede di effettuare in maniera sempre più estesa test di profilazione genica, impone al Sistema Sanitario Nazionale l’imprescindibile esigenza di definire con chiarezza le regole di accesso a questi esami”.
“In particolare, il test per conoscere lo stato mutazionale dei geni BRCA dovrebbe essere effettuato su tutte le pazienti con tumore dell’ovaio al momento della diagnosi – sottolinea Saverio Cinieri, tesoriere nazionale AIOM, Direttore del Dipartimento di Oncologia medica e Responsabile della Breast Unit dell’Ospedale Perrino di Brindisi -. È questa la via da seguire per definire le migliori strategie terapeutiche e iniziare il percorso familiare che potrebbe permettere l’identificazione di persone sane con mutazione BRCA, nelle quali impostare programmi di sorveglianza o di chirurgia (annessiectomia bilaterale) per la riduzione del rischio di sviluppare la neoplasia”.

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Statine sicure ed efficaci nei pazienti con artrite reumatoide: Ecco come

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 aprile 2019

I risultati di un ampio studio clinico pubblicato su Arthritis & Rheumatology indicano che i pazienti con artrite reumatoide possono ottenere lo stesso livello di benefici0 dall’assunzione di statine rispetto ad altre popolazioni, senza correre rischi aggiuntivi. «I pazienti con artrite reumatoide hanno un rischio di sperimentare eventi cardiovascolari come infarto e ictus circa il 50% più elevato rispetto alla popolazione generale. Le statine aiutano a prevenire eventi cardiovascolari in certi individui ad alto rischio, ma non è chiaro se siano sicure ed efficaci per i pazienti con patologie infiammatorie come l’artrite reumatoide. Per questo abbiamo voluto approfondire la questione» spiega George Kitas, del Dudley Group NHS Foundation Trust, primo autore dello studio. I ricercatori hanno randomizzato 3.002 pazienti di età superiore ai 50 anni affetti da artrite reumatoide da più di 10 anni, senza aterosclerosi clinica, diabete o miopatia, a ricevere atorvastatina 40 mg al giorno o placebo. Durante un follow-up mediano di 2,5 anni, l’1,6% dei pazienti trattati con atorvastatina e il 2,4% dei pazienti gestiti con placebo è andato incontro a decesso cardiovascolare, infarto, ictus, attacco ischemico transitorio o rivascolarizzazione arteriosa per qualsiasi causa. Dopo aggiustamenti per variabili confondenti, il rischio di eventi cardiovascolari nei pazienti che assumevano atorvastatina è risultato inferiore del 40%, sebbene la differenza non fosse statisticamente significativa, dato il basso tasso generale di eventi. Alla fine dello studio, i pazienti che assumevano atorvastatina hanno mostrato valori di colesterolo LDL e di proteina C-reattiva significativamente più bassi rispetto ai pazienti che hanno assunto il placebo e gli eventi avversi nei due gruppi sono risultati simili. Secondo gli autori il basso tasso complessivo di eventi cardiovascolari nella popolazione dello studio indica che non vi è alcuna indicazione per prescrivere il farmaco indiscriminatamente a tutti i pazienti con artrite reumatoide, ma sarà necessario seguire le linee guida nazionali o locali per la gestione del rischio cardiovascolare nella popolazione generale per decidere chi ne avrà bisogno. Katherine Liao e Daniel Solomon della Harvard Medical School di Boston affermano in un editoriale di accompagnamento che lo studio fornisce informazioni molto utili per chi si occupa di artrite reumatoide, ma anche di altre malattie reumatiche. (fonte doctor33)
Arthritis Rheumatol. 2019. doi: 10.1002/art.40892 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30983166 Arthritis Rheumatol. 2019. doi: 10.1002/art.40891 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30983150

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Air Liquide acquisisce una start-up in Spagna per supportare i pazienti affetti da diabete

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 aprile 2019

Air Liquide prosegue lo sviluppo delle sue attività sanitarie a domicilio e annuncia l’acquisizione, in Spagna, della start-up DiaLibre, rafforzando così la sua offerta di servizi nell’intero percorso di cura dei pazienti diabetici, dalla distribuzione di apparecchiature medicali al supporto personalizzato. DiaLibre è una start-up spagnola specializzata nella cura del diabete. La sua offerta combina programmi personalizzati di supporto terapeutico e follow-up medico per i pazienti attraverso tecnologie innovative. DiaLibre mette in relazione gli esperti – medici, infermieri, nutrizionisti, psicologi – con i pazienti affinché essi siano supportati quotidianamente nel modo migliore. Durante la prima visita, lo specialista DiaLibre inizia con il paziente il trattamento prescritto dal medico e definisce il programma di supporto più adatto al suo stile di vita. Il piano d’azione personalizzato comprende l’accesso a programmi di formazione online e video educazionali, oltre a strumenti per consultare da remoto consigli nutrizionali e supporto psicologico per aiutarli a gestire quotidianamente la loro malattia cronica. Questo approccio mira a migliorare il rispetto della cura da parte dei pazienti nel lungo termine.Air Liquide opera in Spagna nel settore sanitario da oltre 50 anni. Dal 2016, attraverso la sua filiale Novalab, il Gruppo supporta i pazienti con diabete di tipo 1 e 2. Con questa acquisizione, Air Liquide è ora in grado di offrire servizi personalizzati in ogni fase del processo di trattamento del paziente diabetico.

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Riabilitazione per i pazienti colpiti da ictus

Posted by fidest press agency su domenica, 14 aprile 2019

Anche l’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale A.L.I.Ce. Italia Onlus aderisce alla campagna di mobilitazione #difendiundiritto promossa da AISM e chiede di poter essere udita sui provvedimenti “Criteri di appropriatezza dell’accesso ai ricoveri di riabilitazione ospedaliera” ed “Individuazione di percorsi appropriati nella rete di riabilitazione”, in corso di approvazione presso il Ministero della Salute, in merito ai quali si ritiene vadano apportate alcune modifiche, ritenute essenziali per favorire il recupero ed il mantenimento delle funzionalità di chi è stato colpito da ictus cerebrale, senza restrizione alcuna dei criteri di accesso alla riabilitazione intensiva e ad alta specialità.Devono poter accedere alla riabilitazione neurologica tutti i pazienti che, dopo un evento acuto come un ictus, manifestino una disabilità più o meno grave che ne giustifica la collocazione nel setting appropriato; questo non può essere limitato a chi è stato in coma.
In Italia ogni anno si registrano circa 150.000 nuovi casi di ictus cerebrale, vengono colpiti soggetti sempre più i giovani e sono circa un milione le persone sopravvissute con esiti più o meno invalidanti, un terzo delle quali con disabilità gravi. Il fenomeno è in costante crescita, considerando che, oltre alle terapie disponibili, oggi si vive più a lungo e il nostro Paese è, tra quelli europei, quello con l’aspettativa di vita più elevata. Molto spesso, le persone colpite da ictus manifestano non solo paresi degli arti superiori e inferiori ma anche gravi problemi neurologici e cognitivi che compromettono l’autonomia della persona; il 60% presenta problemi visivi, quasi la metà difficoltà di deglutizione e respirazione, un paziente su tre soffre di disturbi del linguaggio e di depressione.Per far fronte alle direttive del decreto occorrerebbe anche che i servizi territoriali (sia day hospital che ambulatoriali) fossero ben strutturati e adeguati, cosa che non corrisponde alla realtà, anche perché non c’è un numero adeguato di specialisti su tutto il territorio.
Ulteriore problema è che per le disabilità neurologiche con andamento cronicamente evolutivo, come appunto, l’ictus con i suoi esiti invalidanti, ma anche la sclerosi multipla, il parkinson o una malattia neuromuscolare, in caso di aggravamento non è previsto un ricovero in ambiente riabilitativo idoneo se non dopo il passaggio in reparti per acuti dove, in realtà, i pazienti non andrebbero a meno che non abbiano avuto un episodio intercorrente (come ad esempio una broncopolmonite).
Chiediamo quindi a ‘gran voce’ di poter rivedere alcuni passi del decreto, che sarebbe di grande importanza poter rivalutare per garantire continuità assistenziale e cura a tutte le persone che necessitano di proseguire un percorso di neuroriabilitazione, in modo continuativo ed omogeneo su tutto il territorio nazionale. Per questo motivo l’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale, unica in Italia a rappresentare coloro che sono stati colpiti da questa patologia e le loro famiglie, è assolutamente disponibile ad un confronto sereno, costruttivo e aperto su questo tema così essenziale. Obiettivo di A.L.I.Ce. Italia Onlus sarà quello di rappresentare le istanze dei pazienti dopo un ictus per garantire il loro pieno diritto di salute, cercando di impedire un possibile incremento della disabilità, il peggioramento della qualità della vita e la riduzione dell’autonomia, anche nell’interesse della collettività.

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Nuova coordinatrice pazienti presso la Società Italiana di Reumatologia

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 aprile 2019

La dott.ssa Silvia Tonolo è stata nominata oggi Coordinatore della Rete Associazioni Pazienti presso la Società Italiana di Reumatologia (SIR). Già presidente dell’Associazione Nazionale Malati Reumatici (ANMAR) dal 2017, in questo suo nuovo incarico sarà affiancata da Maddalena Pelagalli (Vice Presidente dell’APMAR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare). La decisione è stata presa dai vertici della Società Scientifica con l’intento di favorire il più possibile la collaborazione tra i rappresentati dei medici e dei malati. “Rafforziamo l’alleanza già prolifica che abbiamo avviata da anni con i pazienti italiani – afferma il dott. Luigi Sinigaglia, Presidente Nazionale della SIR -. C’è bisogno di far fronte comune per rendere più facile il dialogo con le istituzioni e le altre società scientifiche che a vario titolo si occupano di malattie reumatologiche. Abbiamo quindi pensato a questa nuova figura e siamo lieti di affidare l’incarico ad una persona di grande esperienza come Silvia Tonolo”. “Sono felice e soddisfatta per questa nuova nomina e ringrazio la SIR per la fiducia che mi è stata data – commenta – Silvia Tonolo -. Da tempo si sentiva la necessità che tutte le associazioni si riunissero per essere più forti. Sono oltre cinque milioni di italiani alle prese con patologie reumatologiche. Ogni anno determinano costi sociali per oltre quattro miliardi di euro oltre che ovviamente gravi problemi di salute. Minano infatti seriamente la qualità di vita e nonostante gli enormi risultati ottenuti dalla ricerca medico-scientifica sono ancora potenzialmente fatali”. “Grazie ad un maggiore coordinamento tra tutti gli attori interessanti si potranno ottenere risultati importanti – sottolinea la dott.ssa Maddalena Pelagalli -. L’obiettivo finale che vogliamo ottenere, insieme ai rappresentati dei clinici, è migliorare il livello d’assistenza e l’accesso per tutti alle cure migliori”. (fonte: Ufficio stampa SIR)

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La metà dei pazienti colpiti da malattie croniche non assume i farmaci in modo corretto

Posted by fidest press agency su domenica, 10 marzo 2019

Bruxelles. Spesso infatti seguono le indicazioni del medico con discontinuità o abbandonano la cura dopo un breve periodo. Il problema diventa esponenziale negli anziani, toccando percentuali superiori al 70%. Con pesanti conseguenze, visto che in Europa la mancata aderenza alla terapia causa ogni anno quasi 200.000 morti, determinando significativi costi sociali. L’onere finanziario diretto sul sistema sanitario nel Vecchio Continente è compreso fra 80 e 125 miliardi di euro. Per sensibilizzare cittadini e Istituzioni sull’importanza dell’aderenza terapeutica, l’Associazione SIHA (Senior International Health Association) lancia il Manifesto Europeo per l’aderenza alla terapia, che contiene indicazioni per migliorare l’adesione alle cure, in particolare nel paziente anziano. Il documento è presentato oggi al Parlamento Europeo a Bruxelles con gli interventi del Presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, e del Vicepresidente, Fabio Massimo Castaldo, e di diversi esponenti del Parlamento Europeo, la deputata Patrizia Toia (S&D), il deputato Aldo Patriciello (PPE) e il deputato Danilo Oscar Lancini (ENF). Il progetto coinvolge tutti i clinici che ogni giorno affrontano il problema, fra cui cardiologi, oncologi, medici di famiglia, reumatologi, pediatri, oculisti, dermatologi, pneumologi, urologi e psichiatri.
Le tendenze demografiche mostrano che l’Europa ha una popolazione largamente anziana, con 1 persona su 5 sopra i 65 anni. Per sostenere e promuovere la sempre crescente “economia d’argento”, il presidente della SIHA, Roberto Messina, ritiene “imperativo intervenire quanto prima. La risposta politica è stata lanciata per migliorare la qualità della vita e l’inclusione nella società della popolazione che invecchia. Con il lancio del Manifesto europeo, SIHA spera di migliorare la qualità della vita dei pazienti e di ridurre i costi sanitari. SIHA ritiene che l’Unione Europea debba garantire il coordinamento delle attività necessarie a innescare un processo virtuoso e concreto all’interno dei vari Stati membri dell’UE rispetto a tale tema. Per questo motivo, ha coinvolto i membri del Parlamento europeo invitandoli a sensibilizzare sul rispetto della terapia e a discutere sulle possibili strategie d’intervento”. Il Manifesto europeo invita i leader attuali, candidati e futuri del Parlamento europeo, della Commissione europea e del Consiglio europeo a garantire che l’aderenza alla terapia sia riconosciuta come un diritto per tutte le persone, specialmente quelle che vivono con malattie croniche. Il Manifesto auspica anche che possano aumentare gli investimenti nella ricerca scientifica legata a progetti centrati sul paziente, attraverso Horizon Europe e altri programmi di finanziamento. SIHA, organizzazione internazionale impegnata nella tutela della salute dei senior e non solo, mira anche all’istituzione di una Giornata Europea per l’aderenza alla terapia: un’opportunità annuale di sensibilizzazione, rivolta a tutti gli attori interessati.
L’iniziativa è sostenuta anche dal deputato Lancini: “Una Giornata Europea per l’aderenza alla terapia sarebbe un’occasione per elevare il profilo del discorso su questo tema. Pazienti, operatori sanitari e responsabili delle politiche hanno tutti il compito di garantire che le persone rimangano in salute più a lungo e comprendano le conseguenze della mancata aderenza”. (by {http://www.seniorinternationalhealthassociation.org/wp-content/uploads/2015/05/SIHA_Manifesto_Booklet_Online-version_without-sign_spread.pdf}.

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Diabete: in 30 anni raddoppiato il numero dei pazienti

Posted by fidest press agency su sabato, 23 febbraio 2019

Pavia. La nutraceutica può contrastare l’epidemia di diabete che sta interessando il nostro Paese (e il resto d’Europa). In totale sono oltre 3 milioni e 200mila gli italiani colpiti dalla malattia e il loro numero risulta raddoppiato negli ultimi 30 anni. In particolare preoccupa la disglicemia (o pre-diabete), una condizione spesso sottovalutata sulla quale è fondamentale riuscire ad intervenire il prima possibile. Uno studio tutto italiano, appena pubblicato sulla rivista Phytotherapy Research, ha dimostrato il ruolo del nutraceutico Gdue (originato dalle alghe marine Ascophyllum Nodosum, Fucus Vesiculosus più cromo picolinato) nel ridurre i livelli di glucosio e infiammatori nel sangue. La ricerca è stata condotta su 65 partecipanti da un team di scienziati dell’Università di Pavia e dell’Università di Bologna. “Abbiamo analizzato persone non ancora colpite da diabete che presentavano però livelli alti di glicemia compresi tra i 100 e 125 mg/dl – afferma il Prof. Giuseppe Derosa, Responsabile del Centro Universitario di Diabetologia, Malattie Metaboliche e Dislipidemie dell’Università di Pavia, presso il Policlinico San Matteo e primo autore dello studio -. Spesso e volentieri in questa condizione il medico di medicina generale si limita a consigliare all’assistito un semplice cambio della dieta e un po’ di attività fisica. Sono due ottimi consigli ma, per evitare un peggioramento dello stato di salute, non sempre basta un semplice intervento sullo stile di vita. In aggiunta, si può usare il nutraceutico derivato dalle alghe marine. Gdue si assume per via orale e risulta ben tollerato dall’organismo”. Lo studio ha analizzato un gruppo di persone che l’ha assunto per tre volte al giorno (prima dei pasti). A tre e sei mesi di distanza sono stati svolti controlli emato-chimici che hanno attestato come il livello di glicemia tornava al di sotto della soglia limite dei 100 mg/dl. “Il diabete è un grave problema di salute pubblica – aggiunge il prof. Derosa -. Oltre ad essere potenzialmente letale presenta costi sociali importanti e in crescita in quasi tutti i Paesi occidentali. Solo in Italia ogni anno determina oltre 50mila ricoveri ospedalieri a cui vanno aggiunte le spese, per il servizio sanitario nazionale, legate alle terapie e l’assistenza dei pazienti cronici. Se riusciamo ad intervenire efficacemente e il prima possibile sulla disglicemia possiamo contenere il proliferare di nuovi casi e ridurre anche le spese per l’intera collettività. Le risorse risparmiate potrebbero essere così reinvestite per altre sperimentazioni di nuovi farmaci. In quest’ottica, il nutraceutico derivato dalle alghe marine è un’interessante proposta. Chi ha una glicemia a digiuno sopra i 100 mg/dl deve rivolgersi al proprio medico, che visti i risultati di questa ricerca, oltre a dieta e attività fisica ed esclusi i casi di diabete, avrà la possibilità di indicare l’utilizzo del nutraceutico. Come sempre serviranno ulteriori approfondimenti per confermare questi risultati positivi ed eventualmente espandere su altre condizioni l’utilizzo del prodotto”.

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Il dolore interessa più del 50% dei pazienti oncologici

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 novembre 2018

Roma il 6 e 7 novembre. Martedì 6 novembre, alle 11, in sede congressuale (Auditorium Ministero della Salute, Lungotevere Ripa 1). Molte persone colpite da tumore soffrono anche di dolore episodico intenso (Breakthrough Cancer Pain, BTP), una forma particolare che si manifesta con crisi acute che possono durare da mezz’ora a 60 minuti. Si configura come una sorta di “dolore nel dolore”, con caratteristiche (intensità, tempi di insorgenza, durata) che si discostano dal cosiddetto dolore di fondo. Pertanto richiede un inquadramento e un trattamento a parte, dedicato, rappresentando un’ulteriore sfida per tutte le figure coinvolte: l’oncologo, il terapista del dolore e il medico di famiglia. È italiano il più grande studio al mondo per capire come trattare al meglio questo sintomo: i risultati saranno presentati nel convegno nazionale “Una ricerca tutta italiana sul BTP”, dove è previsto un media tutorial a cui parteciperanno, fra gli altri, il prof. Paolo Marchetti (Direttore Oncologia Medica B del Policlinico Umberto I di Roma), il prof. Giuseppe Tonini (Responsabile Oncologia Medica Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma) e il prof. Sebastiano Mercadante (Direttore Unità di Terapia del dolore e Cure di supporto, Dipartimento Oncologico La Maddalena di Palermo).

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Trattamenti dei pazienti con carcinoma polmonare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 ottobre 2018

I risultati di una nuova indagine a livello mondiale rivelano che oltre un terzo (36%) dei 310 medici interpellati ritengono di non disporre di informazioni sufficienti per prendere decisioni su come sequenziare i trattamenti dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC), positivo per mutazioni del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR M+). I risultati dell’indagine sono stati presentati come abstract late-breaking (P3.01-108) all’edizione 2018 del Congresso Mondiale sul Tumore Polmonare (WCLC) a Toronto, Canada.I due più importanti obiettivi terapeutici individuati dagli interpellati sono stati: aumentare la sopravvivenza complessiva (77%), seguita dalla qualità di vita (69%), indipendentemente dalla linea di trattamento.I risultati indicano che oltre la metà (55%) dei medici predilige fortemente una sequenza terapeutica che offra ai pazienti la massima durata di trattamento con terapie mirate. Inoltre, i medici hanno riferito una forte necessità di informazioni su potenziali mutazioni di resistenza al trattamento, prima di cambiare la loro pratica corrente.
Il bisogno di maggiori informazioni per prendere decisioni terapeutiche varia in base alla preferenza dei medici per:
• una terapia mirata di prima linea, con la più lunga sopravvivenza libera da progressione della malattia, o
• una terapia mirata di prima linea con la possibilità di utilizzare una diversa terapia sempre mirata in seconda linea.
Il 43% di coloro che preferiscono una terapia con la più lunga sopravvivenza libera da progressione della malattia dichiara di aver necessità di maggiori informazioni per prendere decisioni terapeutiche sulla strategia di sequenza di terapie mirate, rispetto al 23% di coloro che preferiscono una terapia mirata di prima linea, con la possibilità di utilizzare una terapia mirata di seconda linea.
L’indagine promossa da Boehringer Ingelheim ha interpellato 310 medici (Oncologi, Pneumologi, Chirurgi Toracici e Internisti Specialisti in Malattie dell’Apparato Respiratorio) di quattro paesi (Cina: 70, Germania: 70, Giappone: 70, e Stati Uniti: 100), per conoscerne la posizione attuale riguardo alle decisioni sulla sequenza con inibitori di tirosin-chinasi, determinare cosa sia più importante nella scelta della terapia e quali siano i problemi che devono affrontare i medici quando iniziano la terapia mirata in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) positivo per mutazioni EGFR.

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Algoritmo per la gestione dei pazienti

Posted by fidest press agency su martedì, 11 settembre 2018

Rimini. L’esperienza “estrema” di Clinica Mobile sui circuiti nazionali ed internazionali nel Motomondiale, è nato l’algoritmo capace di ottimizzare l’organizzazione della gestione dei pazienti.Tanti pazienti da trattare in pochissimo tempo con risorse e spazi limitati, uscendo dal contesto puramente agonistico, e nell’ottica di migliorare l’organizzazione dei servizi per ogni paziente, ha visto così la luce nuovo progetto tecnologico, nato dall’incontro tra il Dr. Zasa, Direttore Sanitario di Clinica Mobile nel Mondo e Andrea Pari, AD di ArzaMed, realtà specializzata in software di gestione e ottimizzazione di servizi sanitari.L’applicazione interamente su cloud permetterà di gestire il flusso di appuntamenti medici in maniera ottimizzata in base a tre variabili: tempo, spazio e risorse. Tre variabili che vengono calcolate automaticamente e dinamicamente dall’algoritmo in base al flusso di informazioni inserite, modificando real time la pianificazione degli appuntamenti.I risultati attesi sono calcolati sullo storico di utilizzo del software medico da parte di 500 operatori sanitari, attivi in 16 regioni italiane ed in Svizzera. “Gli obiettivi del progetto – spiega Andrea Pari AD di ArzaMed – sono quelli di migliorare il percorso di cura e prevenzione dei pazienti attraverso l’automazione della gestione organizzativa, clinica e relazionale dei centri medici. Riduzione delle tempistiche di attesa e intervento ed accesso alle informazioni mediche anche in mobilità sono due delle prerogative a cui stiamo lavorando. I primi test, effettuati sulla versione Alpha dell’applicazione, hanno prodotto risultati al di sopra delle aspettative. Entro febbraio 2019, una versione Beta sarà resa disponibile ad un gruppo eterogeneo composto da studi medici specialistici, poliambulatori, equipe multidisciplinari, psicologi e fisioterapisti.”

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Aggiornamento sulle lipodistrofie

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 settembre 2018

Roma (Zona Roma Termini) mercoledì 19 settembre 2018 10:15-10:30 Benvenuto e agenda lavori. UNA HOTEL – VIA G. Amendola un momento di aggiornamento sulle lipodistrofie in cui i maggiori esperti si confronteranno sulle principali novità farmacologiche, i casi clinici più esemplificativi e sul problema della diagnosi delle sindromi lipodistrofiche. Anche la neonata Associazione Italiana lipodistrofie (AILIP) testimonierà il vissuto dei pazienti sul territorio italiano. La lipodistrofia è una malattia estremamente rara che impedisce di immagazzinare il tessuto adiposo sottocutaneo. Nel mondo, ne sono colpite approssimativamente da 1 a 4 persone per milione. L’autorizzazione all’immissione in commercio da parte dell’EMA del primo trattamento farmacologico per la lipodistrofia, arrivata nel mese di agosto, è tra le novità più rilevanti per chi si occupa di queste malattie. Ma restano non poche criticità, tra cui l’esigenza – condivisa da medici e pazienti – di far modificare la denominazione della patologia nell’elenco delle malattie rare esenti inserito nei nuovi LEA, che potrebbe creare delle difficoltà nella richiesta di esenzione per i pazienti.

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Ospedali, necessario potenziare la comunicazione con medici di base e pazienti nel post-acuto

Posted by fidest press agency su domenica, 2 settembre 2018

Gli ospedali dovrebbero impegnarsi fortemente nel mettere a punto processi per comunicare con gli operatori sanitari che, sul territorio, forniscono cure ai pazienti dopo il trattamento in acuto. L’importanza di questo concetto, spesso ripetuto ma di non semplice realizzazione, viene nuovamente ribadita in un articolo pubblicato recentemente su Physicians Practice, in cui si sostiene che la comunicazione trasversale e continuativa dopo le dimissioni dall’ospedale ha la potenzialità di migliorare fortemente gli outcome clinici dei singoli pazienti e la salute generale della popolazione.«Quando un paziente entra in ospedale – vi si sostiene – sia per una procedura programmata che per un’emergenza, il suo medico non è necessariamente a conoscenza del trattamento che riceve. Di fatto, i medici di base rimangono spesso all’oscuro dei risultati delle cure in acuto ricevute dai propri pazienti e delle cure che è necessario fornire nel periodo successivo. Questa mancanza di informazione e di coinvolgimento non solo pone a rischio la salute del paziente ma mette in difficoltà il medico stesso. Tuttavia, ci sono alcune cose che si possono fare per migliorare la comunicazione e la collaborazione in questi frangenti».Come si diceva, il suggerimento principale è rivolto alle strutture ospedaliere, che dovrebbero impegnarsi a mettere a punto dei processi standard e non lasciare queste situazioni al caso: dovrebbe insomma essere creata una robusta rete di professionisti, con al centro il paziente, per gestire al meglio la fase post-acuta e, per esempio, evitare interruzioni della terapia iniziata in ospedale.Il coordinamento dell’assistenza erogata in ospedale e sul territorio potrebbe essere facilitata da soluzioni tecnologiche semplici come le app, strumenti che possono anche essere utilizzati per favorire l’impegno dei pazienti, finalizzato a una migliore ripresa a lungo termine: i pazienti potrebbero essere coinvolti e responsabilizzati nel loro processo di recupero attraverso l’invio di materiale educativo e interattivo.Secondo l’articolo, «gli sforzi per semplificare la comunicazione e promuovere la collaborazione, possono preparare il terreno per cure che sono siano davvero centrate sul paziente». (fonte Doctor33)

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Migliorare la sicurezza dei pazienti negli ospedali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 agosto 2018

Come fare? Lo spiega un report di 955 pagine dell’agenzia federale degli Stati Uniti Ahrq (Agency for healthcare research and quality). Un gruppo di esperti ha lavorato più di tre anni e ha infine riassunto le proprie indicazioni in un decalogo di strategie che dovrebbero essere messe in atto dalle strutture ospedaliere. La prima raccomandazione è di migliorare l’igiene lavandosi regolarmente le mani; la letteratura è chiara nello stabilire che in questo modo si potrebbe ridurre la trasmissione di infezioni, ma solo il 39% di medici e infermieri si attiene scrupolosamente a questa abitudine. Nel trattare alcune tipologie di pazienti e nell’eseguire certe manovre, servono precauzioni aggiuntive: guanti e un abbigliamento adatto sono barriere efficaci contro le infezioni, che negli Usa uccidono 99.000 persone ogni anno. L’inserimento di cateteri è un’operazione particolarmente delicata e l’accesso vascolare teleguidato con l’utilizzo degli ultrasuoni può ridurre il rischio di infezioni.
Quando si tratta di cateteri al tratto urinario, le infezioni sono particolarmente frequenti e gli esperti consigliano di seguire dei protocolli precisi nell’eseguire la procedura. Anche in caso di intervento chirurgico è importante porre un’attenzione sistematica: ricorrere a checklist preoperatorie comporta una riduzione delle complicanze che, secondo uno studio condotto su 4.000 persone, si assesta tra il 7% e l’11%. Deve essere inoltre migliorata la profilassi del tromboembolismo venoso, un killer pericoloso che uccide oltre 100.000 americani ogni anno, mentre adeguati interventi preventivi si sono mostrati in grado di ridurre polmoniti e ulcere pressorie. È importante in questi casi il concetto di “bundle”: quando un gruppo di misure sono utilizzate insieme, il risultato è migliore.
A volte, infine, decimo e ultimo punto, l’errore medico non deriva da questioni cliniche ma orto-grafiche: l’uso di sigle e abbreviazioni si collega a migliaia di somministrazioni di farmaci sbagliati. (Servizio Fidest)

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Qui parliamo spesso di farmaci e di terapie ma il paziente dove lo mettiamo?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 agosto 2018

E’ necessario, a nostro avviso, richiamare il concetto che il trattamento di una medicina non può prescindere dalla sua conoscenza sugli effetti clinici e quelli indesiderati, gli eventi avversi e la durata della cura.
In altri termini prima della registrazione si deve sapere tutto di un farmaco, ma non basta. Il suo studio, in realtà, non termina mai per tutta la sua vita commerciale. Il motivo di quest’attenzione è anche un altro. Il farmaco si cala in una vita reale con tutte le complessità personali e fisiche del paziente. Occorre, quindi, evitare ogni tipo d’interferenza e prestare una maggiore attenzione agli effetti prodotti da un farmaco e dalla possibilità che possa interagire con un altro in termini conflittuali. Significa anche che occorre porre più attenzione al rischio che si corre sulla minore considerazione che oggi si rileva nelle diagnosi e nella prescrizione di farmaci a fronte di pazienti che ricorrono per le loro patologie a più specialisti. Manca spesso un approccio interdisciplinare che permetta di conciliare le prescrizioni sulla base di una visione globale sullo stato di salute del paziente. Lo spezzettamento specialistico a volte può danneggiare e non certo migliorare un indirizzo terapeutico se l’occhio non si focalizza sull’insieme dei processi vitali che interagiscono tra loro e ne armonizzano i processi. (Servizio Fidest)

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Linguaggio medico ostico: i malati ne risentono

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 agosto 2018

Una mancata adesione alle cure può prendere avvio da una scarsa alfabetizzazione sanitaria, in altre parole da una bassa capacità di trarre indicazioni dalle informazioni offerte dal sistema sanitario.
Questo, almeno, stando a una ricerca condotta nel Regno Unito da Gill Rowlands, della London South Bank University (Lsbu), è dovuto al fatto che la comunicazione sanitaria è troppo complicata. Lo studio della Lsbu dimostra che circa il 43% dei soggetti di età compresa tra i 16 e i 65 anni non è in grado di comprendere tali informazioni, e la quota sale al 61% qualora l’informazione richieda anche capacità matematiche (“come indicazioni posologiche, con riferimento al numero di compresse da assumere, o a dosaggi da calcolare in base al peso corporeo”).
In Italia la situazione non si discosta dallo studio inglese in quanto il linguaggio della Pubblica amministrazione e della burocrazia è assolutamente incomprensibile e astruso per la maggior parte delle persone, e la comunicazione conseguentemente farraginosa.” (Servizio Fidest)

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Medicina: I pazienti informati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 agosto 2018

Con le ampie opportunità offerte alle persone di accedere all’informazione medica tra la televisione, la radio, la carta stampata, dai quotidiani ai periodici, e il web si è aggiunta, come osserva il prof. Claudio Cricelli, past presidente della società italiana di medicina generale, “la crescente richiesta di “partecipazione” del paziente alla scelta dei percorsi di cura e una forte attrazione per tutto ciò che è “naturale” e che risponde ai paradigmi del salutistico.” “Diventa – soggiunge il professore – dunque sempre importante che il medico, e in particolare il medico delle cure primarie, rifletta su questi fenomeni e acquisisca i necessari strumenti cognitivi che gli consentano di comprendere, e per quanto possibile, guidare e rendere più consapevoli le scelte che le persone mettono in atto per migliorare il proprio stato di salute (automedicazione)”. In questo senso procede la crescente attenzione verso le ricerche sugli effetti biologici degli alimenti e delle piante medicinali.
La Fidest come organo d’informazione legato al rilancio di notizie avverte questo flusso mediatico e si sente in qualche modo responsabile sia nell’esercitare un maggiore controllo delle fonti sia per rispondere a una domanda dei lettori sempre più forte ma anche più ansiosa di trovare la strada giusta in termini di mantenimento e miglioramento dello stato di salute.
Un discorso in se molto difficile se si pensa all’ampiezza delle fonti inquinanti che danneggiano il suolo e pregiudicano la protezione dei bacini idrici rendendo sempre più complesso il controllo delle aree “grigie e indistinte” e la possibilità d’interventi sempre più efficaci a fronte della diversa e più intensiva composizione della popolazione e le variazioni della presenza delle patologie presenti.
Un altro capitolo andrebbe poi aperto sull’evoluzione della salute derivante dall’uso frequente, e a volte sconsiderato, di nutrienti, sostanze naturali, integratori e oligoelementi e il loro claim salutistico che può diventare incalcolabile per il numero degli alimenti che possono contenere.
La lezione che può valere per tutti è che la medicina è “un’arte complessa” che va presa con le molle e che non basta una infarinatura mediatica per ricavarne una terapia se non si ha dall’altro versante un valido interlocutore e che esso non può avvalersi della semplice lettura di un profano. Semmai si chiede al medico più pazienza, più attenzione, maggiore sensibilità. (Servizio Fidest)

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Prevalenza di glaucoma primario ad angolo aperto in pazienti con apnee del sonno

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 luglio 2018

Brescia. Le persone che soffrono di apnee ostruttive durante il sonno (OSAS) sperimentano episodi ripetuti nel di pause del respiro. Questa interruzione, anche decine di volte per notte e per diversi secondi, ha effetti a cascata sul corretto funzionamento della pressione sanguigna e del ritmo cardiaco.
Più di recente è stato osservato che i pazienti con apnee notturne presentano un rischio di 10 volte maggiore di sviluppare il glaucoma, forse a causa delle alterazioni della pressione oculare, dato diffuso dalla Glaucoma Research Foundation americana. Le apnee del sonno sono un fenomeno che accomuna circa 12 milione di italiani dai 40 anni in su con una pletora di sintomi che vanno dalla sonnolenza diurna, ai colpi di sonno, mancanza di concentrazione e mal di testa.
Oltre ad infarto, ictus (per cui il rischio aumenta di 4 volte) e, ora, danni oculari, le apnee notturne presentano un conto drammaticamente evidente, sono infatti 12mila gli incidenti stradali ogni anno riconducibili a questa causa con un bilancio di 250 morti ogni 365 giorni.
Una correlazione che è balzata immediatamente agli occhi dei ricercatori visto che nella popolazione generale la prevalenza è del 2,5%. Il rischio di ipertensione, infarto, ictus e problemi cardiaci nei pazienti con OSA erano noti, mentre è più recente la scoperta che le interruzioni della respirazione durante il sonno possano avere effetti negativi sulla vista e in particolare sulla pressione oculare che può prendere allo sviluppo di glaucoma.
Il mancato afflusso di ossigeno nel sangue e la diminuzione quindi della “saturazione” è in grado di indurre danni al nervo ottico. Si crea un ambiente che risente della mancanza di ossigeno in maniera costante e una sofferenza che aumenta la pressione intraoculare a valori che superano i 21 mm/Hg considerati “normali”.“Si tratta di una connessione particolarmente subdola e pericolosa che rende ragione ulteriore di trovare un trattamento efficace per questo disturbo del sonno. In particolare i soggetti con apnea diagnosticata dovrebbero sottoporsi a controlli periodici regolari per intercettare al più presto eventuali segni di malattie oculari e impostare una terapia che rallenti la progressione della malattia” spiega il Professor Luciano Quaranta, Responsabile del Centro per il Glaucoma degli Spedali Civili di Brescia “per individuare se le apnee avessero conseguenze a livello oculare è stata utilizzata una innovativa lente a contatto che ‘registra’ le fluttuazioni della pressione intraoculare in continuo grazie ad un particolare sensore (CLS)che intercetta e registra le variazioni della curvatura e nella circonferenza della cornea che si verificano in risposta ai cambiamenti pressori. L’uso di queste speciali lenti a contatto avviene in concomitanza con la polisonnografia, l’esame che registra i cambiamenti notturni e le apnee, in modo da verificare se la pressione dell’occhio aumenta in corrispondenza dell’episodio di apnea.
Nonostante non sia ancora chiaro il meccanismo che lega i due fenomeni, si pensa che la diminuzione dei livelli di ossigeno nel sangue e lo stress ossidativo che si verificano in occasione dell’apnea, contribuiscano a danneggiare progressivamente il nervo ottico e in particolare le cellule ganglionari, la cui perdita progressiva è responsabile dei tipici sintomi del glaucoma, come la perdita periferica della visione. (D.ssa Johanna Rossi Mason)

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Sette pazienti su dieci colpiti da tumori gastrointestinali

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 luglio 2018

Presentano una particolare alterazione genetica, la fusione di geni NTRK (neurotrophic tropomyosin receptor kinase) rispondono al trattamento con larotrectinib di Bayer. I risultati di un’analisi per sottogruppi su una coorte di pazienti affetti da tumori gastrointestinali hanno infatti dimostrato che il trattamento con larotrectinib ha portato a un tasso di risposta globale del 67% in pazienti con neoplasie maligne gastrointestinali localmente avanzate o metastatiche che presentano fusioni geniche di NTRK. Le risposte sono state rapide e durature, con un tempo massimo alla prima risposta inferiore a due mesi e con una durata della risposta compresa tra 3,5 mesi e quasi 2 anni. I dati sono stati presentati al 20° Congresso mondiale dell’ESMO sui tumori gastrointestinali (World Congress on Gastrointestinal Cancer, WCGIC) che si è svolto recentemente a Barcellona. “I risultati rinforzano ulteriormente il fatto che larotrectinib sia efficace e ben tollerato nei pazienti affetti da vari tipi di tumori gastrointestinali determinati da una sovraespressione delle proteine di fusione TRK”, ha dichiarato Michael Nathenson, autore principale dello studio. “I benefici osservati”, prosegue Nathenson, “convalidano l’importanza dell’analisi dei biomarcatori per le fusioni geniche di NTRK. Nel nostro ruolo di medici, risulta fondamentale cercare dei biomarcatori in diversi tipi di tumore, per trovare il trattamento giusto per il paziente giusto”. A luglio 2017, 55 pazienti con 17 tipi diversi di tumore sono stati inclusi nell’analisi agregata dello studio, rappresentando la popolazione per l’analisi di sicurezza. I 12 pazienti individuati nella sub-analisi dei tumori gastrointestinali erano di età compresa fra 32 e 74 anni: quattro pazienti con tumore del colon-retto, tre con tumore stromale gastrointestinale (GIST), due con colangiocarcinoma, uno con adenocarcinoma dell’appendice, uno con adenocarcinoma del pancreas e uno con adenocarcinoma dei tessuti molli perirettali. All’interno di questo gruppo, otto pazienti hanno presentato una risposta obiettiva, di cui sette risposte parziali e una risposta completa. Un paziente ha avuto una progressione di malattia, mentre la stabilità di malattia ha costituito la migliore risposta in tre pazienti. La durata della risposta è stata compresa fra 3,5 mesi (nel paziente con adenocarcinoma del pancreas) e 22,9 mesi (in corso; in un paziente con GIST). Larotrectinib è stato ben tollerato e la maggior parte degli eventi avversi tra tutti i partecipanti dello studio è stata di grado 1 o 2. Nessun paziente ha interrotto larotrectinib a causa di un evento avverso correlato al farmaco. “Ci troviamo a un punto di svolta critico nel trattamento oncologico. L’attenzione si è spostata infatti dalla sede anatomica del tumore alla struttura genomica che determina la malattia del paziente”, ha affermato il dottor Marius Moscovici, responsabile Medical Affairs Oncology di Bayer in Italia. “Questo dato conferma nuovamente il potenziale clinico di larotrectinib. Le ricerche in corso sono fondamentali per trovare trattamenti ottimali quando le opzioni sono limitate o assenti”.
Bayer sviluppa un portafoglio di trattamenti innovativi, tra cui farmaci in ambito oncologico che includono vari prodotti e diversi altri composti in varie fasi di sviluppo clinico. Insieme, questi prodotti riflettono l’approccio dell’azienda alla ricerca, focalizzata su bersagli e processi cellulari con il potenziale di influenzare il trattamento dei tumori.

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Lipodistrofie e laminopatie: nasce la prima associazione dei pazienti

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 maggio 2018

Roma – I pazienti italiani affetti da lipodistrofia hanno finalmente un’associazione pronta a supportarli: si chiama AILIP e conta già una ventina di iscritti. Dato che nel nostro Paese si ipotizzano circa un centinaio di persone affette, è lecito pensare che molte di queste non sappiano ancora di esserlo: favorire una diagnosi sempre più precoce è infatti l’obiettivo principale dell’Associazione Italiana Lipodistrofie. L’associazione è composta da pazienti e familiari di bambini affetti e si rivolge anche alle persone con malattie correlate, come le laminopatie. Il presidente Guido Loro e la vice Valeria Corradin si trovano ora nella fase in cui è utile fare rete e collaborare con altre associazioni, trovare Centri specializzati e medici esperti nella patologia. Sono ancora da pianificare le prossime partecipazioni ai meeting sulla malattia, ma il primo sarà la tavola rotonda sulle lipodistrofie che si terrà a Roma il prossimo 19 settembre.Le lipodistrofie sono un gruppo di patologie multisistemiche con cause e sintomi molto diversi, ma accomunate dalla perdita di tessuto adiposo sottocutaneo e allo stesso tempo dall’accumulo di grasso in distretti corporei dove normalmente non dovrebbe trovarsi, ovvero nei muscoli, negli organi interni e soprattutto nel fegato. Le conseguenze riguardano diversi organi e apparati, e possono includere steatosi epatica, insulinoresistenza, diabete, ovaio policistico, acantosi (pelle scura ed ispessita), infertilità, dolore agli arti e problemi cardiaci e renali. Sono divise in quattro macrogruppi: a seconda della causa possono essere congenite o acquisite, mentre se si considera la distribuzione del grasso nel corpo, si distinguono in forme generalizzate o parziali.Le due forme congenite sono chiamate lipodistrofia generalizzata congenita (Sindrome di Berardinelli-Seip) e lipodistrofia familiare parziale, mentre le acquisite prendono il nome di lipodistrofia generalizzata acquisita (Sindrome di Lawrence) e lipodistrofia familiare acquisita. Le forme congenite sono evidenti sin dai primi mesi di vita, mentre le acquisite si manifestano nell’infanzia, nell’adolescenza e in alcuni casi anche in età più avanzata.
Essendo malattie molto rare, i Centri di riferimento sono pochissimi: AILIP ha come referente l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, nella persona del prof. Ferruccio Santini, responsabile del Centro Obesità presso l’Unità Operativa di Endocrinologia. “Ci stiamo occupando di mappare le altre strutture specializzate, e in evidenza ci sono il Policlinico di Roma–Tor Vergata e l’ospedale Sant’Orsola–Malpighi di Bologna”, spiega Chiara Pistoi, del direttivo di AILIP.Per la carenza di Centri esperti, la diagnosi è spesso ritardata di molti anni, e ciò costringe le persone affette a spostarsi dalla propria regione per farsi visitare in altre strutture, con i disagi conseguenti. In questa situazione i malati e i familiari dei bambini affetti si sentono soli e abbandonati: da qui l’idea di far nascere un’associazione, per poter trovare altre persone con cui condividere l’esperienza dell’affrontare la malattia.
La lipodistrofia, attualmente, è inserita nell’elenco ministeriale con il codice di esenzione RC0080, e con il nome di “LIPODISTROFIA TOTALE”. Un nome che l’associazione AILIP chiede di cambiare, perché non caratterizza la malattia: “Questa definizione veniva usata molti anni fa quando, purtroppo, le diagnosi non erano complete. Fortunatamente, andando avanti, le diagnosi si sono fatte più precise e questo termine non consente di identificare chiaramente la patologia”, sottolinea Chiara Pistoi. “Vogliamo che venga modificata, perché così può creare dei problemi ai pazienti che potrebbero vedere non riconosciuta l’esenzione, necessaria per affrontare il percorso di diagnosi, controlli e cure. Chiediamo dunque che il nome sia corretto in SINDROMI LIPODISTROFICHE, per non discriminare alcun malato e facilitare le prescrizioni dei medici”.
Per la lipodistrofia non è ancora presente un registro nazionale dei malati: esiste però un network italiano per lo studio della malattia, nato nell’aprile del 2016 e coordinato dal prof. Andrea Lenzi, allora presidente della Società Italiana di Endocrinologia (SIE). All’interno del network è stato creato un gruppo di studio, guidato dal prof. Ferruccio Santini e dalla prof.ssa Silvia Migliaccio, dell’Università degli Studi di Roma “Foro Italico”. A livello europeo, invece, esiste il registro dell’European Consortium of Lipodystrophies (ECLip), un network di 14 nazioni il cui meeting annuale si è appena concluso in Germania, a Münster.
Finora il trattamento dei lipodistrofici si è basato sulla metformina o sull’insulina per il diabete, e sugli antidolorifici, insieme alla dieta e a uno stile di vita sano, che comprenda l’attività fisica. L’unico farmaco specifico per questa malattia è però la leptina ricombinante umana (metreleptina), un ormone che ha il compito di informare il cervello sulle risorse energetiche del corpo: nelle persone affette, infatti, l’assenza o carenza di leptina provoca un appetito vorace e un’eccessiva introduzione di calorie. Per saperne di più sulla lipodistrofia visita la sezione di O.Ma.R, il sito di AILIP o il sito https://www.lipodystrophy.eu/it

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