Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 344

Posts Tagged ‘pazienti’

Consulta FNOPI dei Cittadini-Pazienti

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

Due protocolli d’intesa della Federazione con Fais Onlus (Federazione delle Associazioni di Incontinenti e Stomizzati) e Fincopp (Federazione Italiana Incontinenti e Disfunzioni del Pavimento Pelvico). Le due Associazioni identificano nell’infermiere l’unica figura in grado di promuovere progetti di informazione e comunicazione su incontinenza e stomia che facciano emergere le buone prassi e il rapporto “preferenziale” tra personale infermieristico e pazienti; far conoscere, attraverso gli infermieri, la realtà degli stomizzati e l’importanza della condivisione in tutte le sue forme, attraverso una specifica azione di sensibilizzazione culturale mediante il quotidiano agire professionale per affermare un più alto livello di inclusione sociale e contrastare lo stigma. E per questo li vogliono a fianco per elaborare con loro proposte per il Governo e per le Regioni e per attivare, anche attraverso i singoli Ordini provinciali, incontri pubblici e/o convegni sull’incontinenza e le disfunzioni del pavimento pelvico, sul territorio nazionale, regionale e locale.Fais Onlus ha chiesto alla FNOPI di aiutare la Federazione a ridurre le diseguaglianze presenti sul territorio nazionale in riferimento alla presa in carico delle persone portatrici di stomia. Di istituire un tavolo tecnico per l’elaborazione di un documento da proporre alla Conferenza permanente Stato Regioni e Province autonome, che preveda anche l’inserimento delle prestazioni infermieristiche in stomaterapia nei nomenclatori regionali.Di supportare la costituzione di un tavolo permanente sull’incontinenza presso il ministero della Salute che lavori per rendere operative le indicazioni previste dall’accordo sul “Documento tecnico di indirizzo sui problemi legati all’incontinenza urinaria e fecale” sancito nel gennaio 2018 dalla Conferenza Stato-Regioni, anche per promuovere progetti di informazione e comunicazione su incontinenza e stomia che facciano emergere le buone prassi e il rapporto “preferenziale” tra personale infermieristico e pazienti.
Altra sinergia è quella necessaria per far conoscere, attraverso gli infermieri, la realtà degli stomizzati e l’importanza della condivisione in tutte le sue forme, attraverso una specifica azione di sensibilizzazione culturale mediante il quotidiano agire professionale per affermare un più alto livello di inclusione sociale e contrastare lo stigma.

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Chirurgia estetica: Aumentano i pazienti under 35

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 dicembre 2019

Se in passato la chirurgia estetica era richiesta quasi esclusivamente da chi non accettava i segni del passare del tempo, oggi si assiste a un costante incremento di pazienti giovani e giovanissimi. A rivelarlo è un’indagine svolta su oltre 300 chirurghi estetici da Dottori.it, sito e App leader in Italia per la prenotazione di visite mediche specialistiche. La quasi totalità del campione di chirurghi intervistati (91%) ha raccontato di aver assistito a un aumento, negli ultimi anni, di pazienti molto giovani, in particolare di quelli di età compresa fra i 30 e i 35 anni.Indagando su quale sia la motivazione più ricorrente per cui i più giovani si rivolgono alla chirurgia estetica, si scopre che più della metà degli under 35 è mosso dall’esigenza di risolvere quello che viene considerato un grave difetto estetico e guadagnare autostima. Non è l’emulazione di una star a spingere i giovani a desiderare un “ritocchino”: a detta dei medici, la maggior parte dei pazienti under 35 si avvicina infatti alla chirurgia senza avere un modello da imitare.
Ma qual è il rapporto degli under 35 con il tema costi? Generalmente chi decide di affidarsi alle mani di un chirurgo ha un budget definito e ritiene il prezzo dell’intervento una componente abbastanza importante (70%), pur essendo disposto a rivederlo dopo aver ricevuto il parere del medico. La maggior parte dei giovani inoltre accede alle cure avendo già un gruzzoletto da destinare all’intervento: il 77% dei chirurghi dichiara che più della metà dei suoi pazienti non richiede un finanziamento per pagare la prestazione.

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Ogni anno, in Italia, 34mila pazienti ricevono la diagnosi di tumore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 dicembre 2019

Si tratta di una diagnosi in fase avanzata, quando le possibilità di sopravvivenza sono ridotte. È quindi essenziale mettere in atto strategie per anticipare la diagnosi, in stadi in cui la malattia può essere affrontata con successo con l’intervento chirurgico. Per questo, l’Italia è in prima linea, all’interno di un programma europeo, per reclutare nei prossimi due anni 10.000 forti fumatori (di età pari o superiore a 55 anni, con una storia di fumo di almeno 30 pacchetti all’anno), da inserire in uno studio randomizzato di 24.000 persone, che avrà lo scopo di definire le metodiche ottimali per lo screening polmonare, associando le tecniche più avanzate di TAC spirale a basso dosaggio (low-dose CT scan – LDCT) con i livelli di biomarcatori (attraverso un prelievo di sangue). I medici di famiglia offriranno un contributo decisivo al progetto nell’arruolamento dei partecipanti, grazie al rapporto diretto e costante con i propri pazienti. L’annuncio viene dal 36° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), che si chiude oggi a Firenze.
“Solo nel 15% dei pazienti il tumore viene diagnosticato quando è ancora localizzato nel polmone – afferma Claudio Cricelli, presidente SIMG -. L’iniziativa rientra in un progetto di finanziamento multicentrico europeo che include 6 Paesi (Italia, Olanda, Germania, Inghilterra, Francia, Spagna), nell’ambito del programma Horizon 2020, e offre all’Italia l’opportunità di avviare in modo graduale e controllato lo screening polmonare, attraverso una rete di centri di riferimento che forniscano un’adeguata copertura del territorio e, al contempo, un livello di qualità adeguato agli standard attualmente raggiunti nello screening di altri tumori (mammella, cervice uterina, colon-retto)”. Saranno reclutati nel programma forti fumatori (almeno 30 pacchetti/anno) attivi o ex fumatori da meno di un decennio, di età compresa tra i 55 e i 75 anni.
Diversi studi, condotti negli Stati Uniti, in Europa e in Italia, hanno dimostrato che lo screening con TAC spirale a basse dosi nei forti fumatori può determinare una riduzione della mortalità per cancro polmonare compresa tra il 20% e il 39%. “Si tratta di un risultato nettamente superiore a quello ottenibile con lo screening mammografico, che è garantito dal Servizio Sanitario Nazionale a tutte le donne fra i 50 e i 69 anni – sottolinea il prof. Pastorino -. Non solo. La lettura della TAC spirale toracica oggi avviene in maniera quasi completamente automatizzata mediante CAD (computer aided detection), per cui al radiologo compete solo una valutazione dei casi critici. Nella mammografia, invece, la lettura degli esami è ancora manuale. Lo screening del tumore del polmone, quindi, implica da un lato costi, impegno del personale e tempi inferiori, dall’altro un impatto sulla riduzione della mortalità più rilevante”.
La reticenza, anche da parte di molti medici, nei confronti dello screening polmonare è dovuta all’elevata mortalità dei forti fumatori per altre malattie, soprattutto cardiovascolari o respiratorie (in particolare, broncopneumopatia cronica ostruttiva). “Oggi con la TAC spirale, un esame che dura pochi secondi, possiamo fotografare anche il rischio globale per altre patologie, quantificando ad esempio il danno coronarico con grande precisione – afferma il dott. Cricelli -. Il rischio di infarto è elevato in presenza di calcificazioni coronariche. Il numero di vite salvate può diventare davvero rilevante con la diffusione dello screening polmonare su vasta scala”.
“Grazie alla Rete, vogliamo avviare un sistema controllato, che non implichi ulteriori esborsi a carico del servizio sanitario nazionale, già messo a dura prova dall’impatto della cura dei tumori – spiega il prof. Pastorino -. I 10 centri coinvolti condividono le stesse regole nell’esecuzione dello screening e presentano un alto livello di esperienza nella radiologia, chirurgia, oncologia e in tutti i servizi per la cura della patologia polmonare. Hanno quindi strumenti e personale pronti per avviare il progetto in tempi brevi, senza dover investire ulteriori risorse, ad esempio, nella formazione o nell’acquisto di apparecchiature”. “Una delle sfide è rappresentata dalla diagnostica dei noduli indeterminati – continua il prof. Pastorino -. Solo l’1% di queste lesioni si rivela effettivamente un tumore del polmone dopo l’analisi di base. È fondamentale aumentare questa percentuale. Per questo, nell’ambito del progetto europeo, è prevista una doppia lettura del risultato della TAC da parte di un radiologo locale e di un radiologo con esperienza decennale. In questo modo il numero dei falsi positivi si riduce, con conseguente minore stress per le persone che si sottopongono allo screening”.
Nello studio europeo, che includerà in totale 24mila forti fumatori e sarà avviato nella primavera del 2020, le persone che presentano una TAC negativa saranno divise in due gruppi: il 50% ripeterà il test dopo un anno e l’altra metà dopo 24 mesi. “Vogliamo dimostrare che chi presenta un rischio più basso può eseguire lo screening con cadenza biennale – continua il prof. Pastorino -. Obiettivo dello studio è anche definire il profilo di rischio nei fumatori che presentano una TAC positiva o sospetta, utilizzando i biomarcatori. Il test molecolare individua nel sangue determinati microRNA, piccole molecole che regolano la produzione delle proteine e ne controllano i meccanismi di crescita. Questo esame è in grado di differenziare i diversi profili di rischio, consentendo di attivare programmi di intensità di screening personalizzati”.
“Dopo l’avvio della prima fase del progetto, lo screening per il tumore polmonare sarà abbinato anche a programmi per la cessazione tabagica – conclude il dott. Cricelli -. Il fumo di sigaretta, infatti, è responsabile dell’85-90% delle neoplasie polmonari, per cui la prevenzione primaria, intesa come programma strutturato di supporto per la cessazione tabagica, rappresenta ancora il modo più efficace per contrastare l’incidenza di questa patologia e ridurre in maniera significativa la mortalità”.

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Le malattie reumatologiche e l’impatto sulla vita dei pazienti italiani

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 dicembre 2019

Uno su cinque lamenta un dolore estremo e il 40% è costretto a rinunciare al lavoro e un altro 30% è costretto a ridurlo. Più di un terzo dei malati presenta, oltre a quella reumatologica, due o più patologie che ne aggravano il quadro clinico complessivo. Il 43% ha avuto problemi nell’accedere ad una visita con lo specialista e ben il 37% ha dovuto spostarsi in un’altra Regione per effettuarla. L’80% è costretto a ricorrere a visite private per soddisfare i propri bisogni sanitari. Sono questi alcuni dati contenuti nel Rapporto “Qualità della Vita e Workability: il punto di vista del paziente affetto da malattie reumatologiche” condotto da ANMAR Onlus (Associazione Nazionale Malati Reumatici) e patrocinato dalla Società Italiana di Reumatologia (SIR). L’indagine è stata condotta su 639 pazienti colpiti da artrite reumatoide, artrite psoriasica, spondiloartropatie sieronegative, sclerodermia, sindrome di Sjogren e morbo di Still. Il documento è stato presentato oggi a Rimini al 56° Congresso Nazionale della SIR che vede riuniti fino a sabato oltre 2.000 medici da tutta la Penisola. “I pazienti reumatologici vivono difficoltà oggettive alle quali non sempre il sistema sanitario nazionale riesce a garantire risposte efficaci e soddisfacenti – afferma Luigi Sinigaglia, Presidente Nazionale SIR -. Il 33%, per esempio, vorrebbe tempi d’attesa più brevi per le visite mediche, gli esami diagnostici o gli interventi terapeutici. Preoccupano soprattutto i ritardi con i quali le patologie vengono individuate correttamente. Solo il 18% ha ricevuto una diagnosi entro tre mesi dalla comparsa evidente della malattia. E’ una situazione che gli specialisti denunciamo da anni e per la quale chiediamo un intervento immediato delle istituzioni locali e nazionali. Molti di questi problemi potrebbero essere risolti grazie all’attivazione delle reti reumatologiche regionali in tutta la Penisola”. “Attraverso queste strutture sanitarie è possibile ottenere una reale integrazione tra l’assistenza territoriale e quella offerta nei centri di riferimento reumatologici specializzati – aggiunge Guido Valesini, Vice Presidente SIR -. L’altro obiettivo fondamentale che potremmo raggiungere è un’ottimizzazione delle risorse economiche e professionali disponibili”. “Attualmente in Italia sono realmente attive solo alcune reti regionali – commenta Roberto Gerli, Presidente Eletto SIR -. Altre invece sono state solo progettate ma non messe nelle condizioni di funzionare a pieno regime. Dobbiamo riuscire a garantire percorsi diagnostico-terapeutici virtuosi per tutti i malati reumatologici, porre fine alle differenze a livello territoriale e ridurre così le migrazioni verso altre Regioni”.Secondo l’indagine presenta a Rimini un paziente su cinque vorrebbe ricevere informazioni più comprensibili da parte del personale sanitario e un maggiore coinvolgimento nel percorso terapeutico. “Va migliorato, nell’interesse reciproco, il dialogo tra reumatologo e paziente – aggiunge il dott. Gian Domenico Sebastiani, Segretario Generale della SIR -. A volte però il semplice confronto con il medico curante non è sufficiente e si rende così necessario un supporto psicologico adeguato. Tuttavia solo il 30% dei malati afferma di aver ricevuto questo servizio nelle diverse strutture sanitarie in cui si è rivolto. Sono tutti aspetti rilevanti che possono determinare cambiamenti positivi o negativi nel decorso della patologia e quindi non vanno sottovalutati”. “Il rapporto realizzato da ANMAR in collaborazione con ISHEO, evidenzia come ci sia ancora una scarsa considerazione sulla gravità delle malattie reumatologiche – sottolinea Silvia Tonolo, Presidente Nazionale di ANMAR Onlus”. – “La conciliazione tra malattia e lavoro è un bisogno ancora insoddisfatto – dichiara Davide Integlia, Direttore di ISHEO. Infatti il 47% dei lavoratori dipendenti non ha trovato modalità di conciliazione efficace, e di questi solamente il 44% ha goduto di congedi di malattia retribuiti. Come evidenziano i risultati della ricerca, tra tutti i bisogni insoddisfatti quello più impattante è il ritardo nella diagnosi che risulta essere strettamente correlato con gli elevati livelli di dolore dichiarati dai pazienti.”Le malattie reumatologiche sono oltre 150 e interessano più di cinque milioni d’italiani. “Per la maggioranza di queste patologie non sappiamo quali siano le reali cause scatenanti – conclude il prof. Carlomaurizio Montecucco, Presidente di FIRA ONLUS -. La ricerca medico-scientifica indipendente risulta quindi particolarmente importante nel cercare di individuarle così come per trovare nuove opzioni terapeutiche. Come Fondazione FIRA siamo impegnati da anni in questa direzione ed è nostra convinzione che occorra creare quanto prima un programma comune tra i vari enti ed organismi europei che si occupano di questa branca della medicina. L’obiettivo finale deve essere finanziare e promuovere progetti comuni a livello continentale. La ricerca in reumatologia si deve occupare di un ampio ventaglio di malattie e sono quindi necessarie molte risorse sia a livello umano che finanziario”.

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Aumentano in Italia i pazienti che vivono dopo la diagnosi di tumore del polmone

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 novembre 2019

Oggi sono quasi 107mila (106.915), nel 2010 erano 82.795: in 10 anni l’incremento è stato del 29%. Un risultato molto importante in una neoplasia aggressiva e difficile da trattare. Per dare voce alle loro esigenze, si apre oggi a Roma “Be MUT-ual Days”, evento unico e primo nel suo genere in campo oncologico toracico, destinato a persone colpite da tumore del polmone non a piccole cellule caratterizzato da alterazione molecolare (oncogene addicted) e ai loro caregivers. Per due giorni 80 pazienti, provenienti da molti centri oncologici italiani, 60 caregivers e 30 medici si confronteranno sulle criticità e sui nuovi bisogni determinati dalle terapie innovative e sulle possibili azioni e soluzioni da intraprendere per colmare le lacune tuttora esistenti. L’evento è organizzato da WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe – Donne Contro il Tumore del Polmone in Europa), con il patrocinio di CittadinanzAttiva, FAVO, Insieme contro il Cancro, Salute Donna e Salute Uomo e WALCE Puglia.
“I biomarcatori utilizzati nella pratica clinica, a cui ad oggi si abbinano terapie mirate già considerate standard di cura, sono la mutazione del gene di EGFR e il riarrangiamento dei geni ALK e ROS1 – afferma la prof.ssa Novello -. La mutazione di EGFR si ritrova nel 10-15% dei pazienti con adenocarcinoma polmonare. Quasi il 50% dei tumori polmonari con questa mutazione viene diagnosticato in persone che non hanno mai fumato. L’alterazione di ALK è presente nel 5% dei pazienti affetti da carcinoma polmonare, soprattutto nell’adenocarcinoma. E l’alterazione di ROS1 è presente nell’1% circa dei malati, anche in questo caso soprattutto nell’adenocarcinoma. Servono test molecolari specifici per individuare queste alterazioni”.La prima giornata di “Be MUT-ual Days” sarà aperta con la proiezione di “Apolide”, corto vincitore, quest’anno, del 3° premio del Bando di AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Fondazione AIOM 2019 ‘Oncologia e Cinema’. A seguire il prof. Benjamin Besse, uno dei più importanti esperti in oncologia toracica a livello internazionale, offrirà una lettura magistrale dedicata allo stato dell’arte e alle prospettive future del trattamento del tumore del polmone. A chiudere, la testimonianza di una paziente olandese con diagnosi di tumore del polmone non a piccole cellule (con mutazione di ROS1), che condividerà la sua esperienza non solo come paziente, ma anche come membro di un’associazione attiva a livello nazionale e internazionale.
Nella seconda giornata, pazienti e caregiver avranno uno spazio dedicato: verranno divisi in due gruppi e, guidati da due moderatori (il prof. Gianluigi De Gennaro del Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Bari e la dott.ssa Maria Vittoria Pacchiana, psiconcologa presso la Struttura Semplice Dipartimentale di Oncologia Polmonare del San Luigi di Orbassano) coadiuvati anche dall’avvocato Elisabetta Iannelli (Segretario Generale FAVO), si confronteranno su diversi temi, relativi a criticità quotidiane e azioni da intraprendere, i cui risultati verranno riportati e condivisi durante la tavola rotonda, alla presenza di rappresentanti di AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), AIOM, SIAPEC-IAP (Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica), ISS (Istituto Superiore di Sanità), Ricerca e Innovazione in Sanità e Associazioni, quali CittadinanzAttiva, FAVO, Insieme contro il Cancro, Salute Donna e WALCE. “L’obiettivo – conclude la prof.ssa Novello – è cercare un confronto per trovare risposte forti e concrete ai crescenti bisogni di tipo sanitario ed extra sanitario, che, ancora oggi, i pazienti considerano irrisolti”.

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Pazienti con spondiloartrite assiale non radiografica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 novembre 2019

Origgio (Varese). Novartis, leader in reumatologia e immuno-dermatologia, ha annunciato i risultati dettagliati dello studio di fase III PREVENT, che valuta l’efficacia e la sicurezza di Cosentyx® (secukinumab) nei pazienti con spondiloartrite assiale non radiografica (nr-axSpA, non-radiographic axial spondyloarthritis)1.Lo studio clinico – tuttora in corso – ha soddisfatto il suo endpoint primario di ASAS40 alla settimana 16, con il 42,2% dei pazienti con nr-axSpA trattati con secukinumab 150 mg che ha mostrato una riduzione clinicamente significativa della progressione della patologia rispetto a placebo (42,2% vs 29,2%: p <0,05)1. Sono stati inoltre dimostrati miglioramenti statisticamente significativi degli endpoint secondari, inclusi dolore, mobilità e qualità della vita correlata alla salute1. Lo studio ha dimostrato una risposta e un profilo di sicurezza coerenti con i precedenti studi clinici1-7. Non sono stati rilevati nuovi segnali di sicurezza1.“Lo studio PREVENT ha mostrato, nei pazienti trattati con secukinumab, esiti significativi già a partire dalla settimana 3 e che si protraggono fino a un anno”, ha dichiarato Atul Deodhar, MD, professore di medicina, direttore medico della Rheumatology Clinics presso la Oregon Health & Science University e autore responsabile dello studio clinico. “La spondiloartrite assiale non radiografica può presentare una sintomatologia debilitante e, se sarà formalizzata la domanda di approvazione, questa rappresenterebbe un’ulteriore opzione terapeutica rispetto ai trattamenti disponibili”.“Questi dati rafforzano l’evidenza a favore di secukinumab come opzione terapeutica mirata all’intero spettro della malattia della axSpA”, ha affermato Eric Hughes, Global Development Unit Head, Immunology, Hepatology & Dermatology presso Novartis. “PREVENT – il più vasto studio clinico del suo genere mai condotto nella nr-axSpA – è una testimonianza del nostro impegno nel re-immaginare la medicina, al fine di migliorare gli esiti terapeutici dei pazienti”.Novartis ha recentemente annunciato di aver presentato all’EMA – e di essere in procinto di presentare anche alla FDA – la domanda di approvazione per secukinumab nella nr-axSpA9. Questa sarebbe la quarta indicazione per secukinumab, un farmaco già supportato da dati di efficacia e sicurezza fino a cinque anni nella spondilite anchilosante, nella psoriasi e nell’artrite psoriasica 3-8.
I dati dello studio PREVENT sono stati presentati come abstract late-breaking al meeting annuale 2019 dell’American College of Rheumatology/Association of Rheumatology Professionals (ACR/ARP), tenutosi ad Atlanta (Georgia), USA.
Il termine spondiloartrite assiale (axSpA, axial spondyloarthritis) raggruppa uno spettro di malattie infiammatorie croniche caratterizzate da mal di schiena infiammatorio persistente. La axSpA comprende la spondilite anchilosante, in cui il danno articolare è visibile alla radiografia, e la spondiloartrite assiale non radiografica (nr-axSpA, non-radiographic axial spondyloarthritis), in cui il danno articolare non è invece visibile alla radiografia. Entrambe le componenti dello spettro della malattia presentano un carico sintomatico simile, che include dolore notturno, affaticamento, rigidità mattutina e disabilità funzionale. Se non viene trattata, la axSpA può compromettere le normali attività quotidiane, causare una perdita di produttività sul lavoro e avere un impatto significativo sulla qualità della vita.

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Cancro: Più dialogo tra medici e pazienti

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 ottobre 2019

“Per sconfiggere il cancro bisogna anche riuscire a instaurare un dialogo costruttivo ed efficace tra medici e pazienti. Queste due categorie di persone si ritrovano da parti diverse della “barricata” ma condividono un percorso comune: la malattia. Una comunicazione corretta diventa così fondamentale e imprescindibile soprattutto per garantire una buona qualità di vita”. Con queste parole Fabrizio Nicolis, presidente di Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) apre la giornata pre-congressuale del XXI congresso nazionale AIOM che inizia domani a Roma. L’evento dal titolo Le attese dei pazienti, le risposte degli oncologi: Quando mi dicono… Cosa vorrei… si svolge oggi e vede la partecipazione di oltre 100 oncologi, pazienti, caregiver e psico-oncologi. Al centro del convegno c’è il confronto tra clinici e malati sulle rispettive esigenze emotive quando devono affrontare le problematiche della diagnosi, della recidiva di malattia o dell’inserimento in uno studio clinico. I pazienti, quando sentono dirsi “Hai un tumore” oppure “La cura non funziona” oppure “Potresti partecipare a uno studio clinico”, cosa vorrebbero? Ognuna di queste discussioni viene introdotta da un breve filmato estratto da alcuni famosi film. “Fondazione AIOM vuole affrontare questi temi, richiesti dai pazienti, e da tempo cerca di fornire soluzioni, ad esempio, nella ricerca dei centri di cura – aggiunge Fabrizio Nicolis -. Non a caso, è stata creata nel nuovo sito di Fondazione AIOM una sezione “Dove mi curo” per aiutare i pazienti oncologici italiani a trovare il centro oncologico chirurgico più vicino e con maggior volume di interventi (dati tratti dal Piano Nazionale Esiti di Agenas 2018). Inoltre, le parole possiedono un indiscutibile valore terapeutico. Bisogna riuscire a trovare quelle giuste, conciliando le reciproche esigenze, per favorire così un confronto che sia di supporto a clinici e malati. I dati scientifici e statistici più recenti dimostrano chiaramente come la sopravvivenza sia in aumento; nonostante ciò i tumori continuano a incutere timore tra tutta la popolazione. E questo può avere effetti negativi sul decorso della malattia. Il malato deve quindi essere libero di parlare con il “suo” linguaggio all’oncologo il quale deve evitare la più fredda comunicazione tecnico-scientifica”. “Importante inoltre diffondere informazioni sui benefici che possono derivare ai pazienti dall’inserimento in protocolli di studio: ulteriore impegno di Fondazione AIOM – sottolinea Fabrizio Nicolis -. E per il terzo anno di fila, come Fondazione AIOM, stiamo promuovendo questi eventi per favorire percorsi comuni e cercare di accorciare le attuali distanze tra medici specialisti e pazienti oncologici”.
La seconda, e ultima sessione, del convegno è invece interamente dedicata al cinema e sono premiati anche i tre migliori cortometraggi vincitori del Bando di Fondazione AIOM 2019 “Oncologia e Cinema”.

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Un milione di pazienti con scompenso cardiaco

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 ottobre 2019

Lo scompenso cardiaco cronico costituisce un problema di salute pubblica sempre più rilevante perché, a causa dell’invecchiamento della popolazione e dei progressi terapeutici nell’ambito delle malattie cardiovascolari, il numero dei malati è in costante aumento. In Italia si stimano circa 1 milione di pazienti con scompenso cardiaco, pari all’1,7% della popolazione, con circa 90.000 nuovi casi all’anno. La prevalenza della malattia aumenta di circa il 2% per ogni decade di età sino a raggiungere almeno il 10% nei pazienti over 70. Lo scompenso cardiaco cronico è gravato da un elevato tasso di mortalità: circa il 10% dei pazienti muore in occasione del primo ricovero ospedaliero, oltre il 25% decede entro un anno dalla diagnosi e circa la metà entro 5 anni; inoltre, quasi il 60% viene re-ospedalizzato entro un anno dal primo ricovero.
Secondo il Rapporto annuale 2017 sull’attività di ricovero ospedaliero del Ministero della Salute, lo scompenso cardiaco è la prima causa di ricovero per malattie non chirurgiche: 176.254 dimissioni con una degenza media di 9,2 giorni, un totale di 1.626.769 giornate di degenza e una remunerazione teorica di oltre € 527 milioni. A questi si aggiungono 6.331 ricoveri in regime di riabilitazione con una degenza media di 19,9 giorni, un totale di 131.956 giorni di ricovero e 14.638 accessi in regime diurno. Il tasso di ospedalizzazione è di gran lunga superiore a quello di tutte le altre malattie croniche: 312 per 100.000 abitanti nei pazienti maggiorenni e 1.052 per 100.000 abitanti negli over 65, con ampie variabilità regionali che documentano una notevole eterogeneità della presa in carico territoriale.L’impatto economico della malattia è enorme: secondo i dati dell’Osservatorio ARNO pubblicati nel 2015 un paziente con scompenso cardiaco costa quasi € 12.000 euro l’anno di cui l’85% assorbito dal ricovero ospedaliero, il 10% dai farmaci e il 5% dalle prestazioni specialistiche.«I dati del Programma Nazionale Esiti – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – documentano in questi pazienti range molto ampi dei tassi di re-ospedalizzazione e della mortalità a 30 giorni, confermando indirettamente l’estrema variabilità della qualità dell’assistenza sia ospedaliera che territoriale. Ecco perché è indispensabile sia un approccio multidisciplinare condiviso tra assistenza specialistica e cure primarie, sia reti clinico-assistenziali integrate tra ospedale e territorio guidate da percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali (PDTA) che devono sempre essere basati su linee guida di elevata qualità metodologica».Per tali ragioni la Fondazione GIMBE ha realizzato la sintesi in lingua italiana delle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE), aggiornate al settembre 2018, che saranno inserite nella sezione “Buone Pratiche” del Sistema Nazionale Linee Guida, gestito dall’Istituto Superiore di Sanità. Le linee guida NICE sono destinate prevalentemente ai professionisti delle cure primarie, in particolare a medici di medicina generale e infermieri, formulando raccomandazioni su vari aspetti della gestione della malattia: diagnosi, approccio multidisciplinare, sviluppo del piano assistenziale, terapia farmacologica, monitoraggio dei pazienti, consigli su stili di vita e programmi di riabilitazione, sino alle cure palliative. Le linee guida sono corredate di due flow chart per guidare l’approccio diagnostico e quello terapeutico.
«II dati epidemiologici – puntualizza Cartabellotta – quelli provenienti dal real world e le evidenze scientifiche suggeriscono che per la gestione dei pazienti con scompenso cardiaco è indispensabile puntare su modelli organizzativi a gestione extra-ospedaliera, efficaci nel migliorare la qualità di vita e nel ridurre la mortalità e le re-ospedalizzazioni, i cui costi rischiano di diventare insostenibili per la sanità pubblica». In tal senso, le linee guida NICE puntano sulla riorganizzazione territoriale dei servizi grazie ad una stretta collaborazione tra un team multiprofessionale specializzato e un team di cure primarie, definendone le specifiche responsabilità.«I pazienti con scompenso cardiaco – continua il Presidente – possono essere ospedalizzati oppure assistiti in setting specialistici in occasione di riacutizzazioni e “restituiti” alle cure primarie una volta stabilizzati. Considerato che spesso presentano comorbidità rilevanti (ipertensione, diabete, broncopneumopatia cronica ostruttiva, etc.), gestire tutte le informazioni è un processo complesso con ruoli e responsabilità non sempre chiari». Ecco perché le linee guida NICE raccomandano di redigere e aggiornare periodicamente piani assistenziali personalizzati e strutturati da condividere con pazienti, familiari e caregiver oltre che con tutti i professionisti coinvolti nell’assistenza. «Tutto ciò – precisa Cartabellotta – senza trascurare gli interventi sugli stili di vita: dalla necessità di ridurre consumo di sali e apporto di liquidi, ai programmi riabilitativi personalizzati basati sull’esercizio fisico con obiettivi ben definiti e adeguatamente monitorati».
«Auspichiamo che la versione italiana di questo documento del NICE – conclude Cartabellotta – rappresenti un’autorevole base scientifica sia per la costruzione dei PDTA regionali e locali, sia per l’aggiornamento dei professionisti sanitari, oltre che per una corretta informazione di pazienti, familiari e caregiver». Le “Linee guida per la diagnosi e la terapia dello scompenso cardiaco cronico negli adulti” sono disponibili a: http://www.evidence.it/scompenso-cardiaco.

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Diceva Paracelso che i pazienti dovrebbero essere i libri del medico

Posted by fidest press agency su domenica, 6 ottobre 2019

E nel terzo millennio i medici hanno imparato a leggerli. Merito di quella che viene chiamata ‘medicina di precisione’ e che oggi entra di diritto anche nei reparti di reumatologia. Le malattie gastro-reumatologiche colpiscono circa un milione di persone in Italia hanno indotto la SIGR a credere nel progetto di creare un Registro Nazionale Spondiloartriti Enteropatiche.
Si tratta di un ambizioso e complesso progetto, che ha visto finora la partecipazione attiva di 16 Centri di gastroenterologia e reumatologia sul territorio nazionale” sottolinea il Dottor Andrea Picchianti Diamanti, ricercatore universitario al Dipartimento di Medicina Clinica e Molecolare, “Sapienza” Università di Roma – permette ndo di ottenere quella che è, ad oggi, la più ampia casistica italiana di pazienti affetti da Spondiliti Anchilosanti enteropatiche”. La raccolta dei dati avviene tramite una piattaforma online dedicata di semplice utilizzo, in cui ogni centro ha inserito le principali caratteristiche cliniche di ogni singolo paziente tra cui: la tipologia di SpA enteropatica, la severità della malattia, la diagnostica per immagini (risonanza magnetica, ecografia articolare, radiografia), le comorbidità e il regime terapeutico. I preziosi dati epidemiologici scaturiti da questa popolazione potranno ampliare la conoscenza delle Spondiloartriti (Spa) enteropatiche nella speranza di migliorarne il percorso diagnostico/terapeutico attraverso la gestione multidisciplinare di questi pazienti e favorire l’approccio di ‘patient profiling’”.Ad oggi, l’incidenza di spondiloartriti e artrite reumatoide si attesta intorno allo 0,5% della popolazione e per le malattie infiammatorie croniche intestinali intorno allo 0,3%-0,5%.Sono patologie infiammatorie che possono interessare le articolazioni e la colonna vertebrale, frequentemente associate alle malattie infiammatorie croniche intestinali (M.I.C.I.),come colite ulcerosa o il Morbo di Crohn e la sovrapposizione di queste due patologie nello stesso paziente viene appunto definita SpA enteropatica. “Si tratta di malattie croniche di forte impatto sociale che colpiscono spesso persone giovani in piena età lavorativa con costi diretti e indiretti rilevanti e una alta quota di disabilità” specifica il Professor Bruno Laganà, Presidente della SIGR. “In ambito sanitario si sta affermando un concetto di medicina cucito sulle differenze individuali, che tiene conto della variabilità genetica, dell’ambiente, delle caratteristiche del microbioma e dello stile di vita delle singole persone. Il minuzioso processo di individuazione di terapie e cure in modo così personalizzato prende il nome di ‘medicina di precisione’. Motivata dall’esplosione dei dati legati agli studi di biologia molecolare, che hanno evidenziato la forte variabilità tra individui, la medicina di precisione è destinata all’ampliamento della tassonomia delle patologie, perché tiene conto delle singole peculiarità”. Il primo articolo presente nella banca dati NCBI che cita la medicina di precisione risale al 1952, ma l’interesse è esploso negli anni 2000 , precisamente nel 2014, quando si è registrato un aumento del 66% delle pubblicazioni scientifiche inerenti all’argomento. In una ricerca su Arthritis & Rheumatology Richard Pope e Deborah Winter, autori di spicco della Nord-Ovest University hanno sottolineato: “Abbiamo tanti diversi farmaci biologici, ma c’è nessuna motivazione per usare un farmaco anzichè un altro”, ha detto Perlman. “Sprechiamo 2,5 miliardi di dollari l’anno in una terapia inefficace e i pazienti passano attraverso 12 settimane di terapia a cui non rispondono”.Nella medicina “personalizzata” si cerca di riconoscere e colpire specifici bersagli molecolari mentre la ricerca medica e farmacologica si concentra su bio- marcatori in grado di prevedere la risposta terapeutica in sottogruppi di pazienti con specifici profili genetici.Questo approccio promette di migliorare l’efficacia e la sicurezza dei nuovi trattamenti limitandone gli effetti collaterali e risparmiando ai pazienti l’esposizione a farmaci che hanno scarse probabilità di successo.

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“Ridisegnare insieme Il Percorso Terapeutico Dei Pazienti Con Mieloma Multiplo”

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 settembre 2019

Dall’assistenza domiciliare al servizio di trasporto in ospedale fino al sostegno psicologico. Si tratta del programma “Ridisegnare insieme Il Percorso Terapeutico Dei Pazienti Con Mieloma Multiplo” realizzato da AIL – Associazione Italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma ONLUS – in collaborazione con Amgen. L’intento è quello di supportare il paziente durante l’intero percorso terapeutico, offrendo servizi concreti e gratuiti che possano favorire una migliore qualità di vita e una maggiore aderenza terapeutica.
Dolore, disabilità e talvolta gravi infezioni sono, infatti, solo alcune delle complicanze e delle difficoltà che il mieloma multiplo, un tumore del sangue che colpisce prevalentemente gli over 65, impone alle persone che ne sono affette, complicando ulteriormente l’accesso alle cure neoplastiche fornite in ospedale.Il programma, partito a giugno 2018, ha coinvolto 19 centri pubblici di 9 città italiane, da Milano a Palermo, a beneficio di 170 pazienti con MM facendo registrare numeri interessanti: più di 65.000 i chilometri percorsi finora per accompagnare i pazienti dal loro domicilio all’ospedale così da sottoporsi alle cure necessarie. Una distanza enorme che va oltre il giro del mondo. Inoltre, ad oggi, con quasi 2.200 ore dedicate sono state effettuate quasi 2.300 prestazioni.
Non solo trasporto. L’iniziativa fa tappa anche presso le abitazioni dei pazienti attraverso il servizio di assistenza domiciliare: in questo caso, i pazienti con mieloma multiplo ricevono le terapie direttamente presso casa propria, ottenendo evidenti benefici nel quotidiano.Parte integrante del percorso terapeutico è, infatti, la relazione umana. Un servizio, quello offerto alla persona con MM, che va oltre il farmaco e che prende in carico il paziente nella sua globalità: un supporto psicologico e sociale è offerto costantemente dai volontari AIL che affiancano i pazienti e i caregiver in tutte le fasi della cura.La collaborazione AIL-Amgen inoltre ha consentito l’avvio del progetto nella città di Palermo con un ambulatorio dedicato alle persone affette da mieloma multiplo: qui i pazienti vengono accolti da figure specializzate per prime visite, controlli e consulti, assicurando un monitoraggio costante della malattia e garantendo, dunque, il miglior percorso terapeutico. Rilevanti anche i numeri registrati dall’ambulatorio palermitano che ha erogato ben 956 prestazioni terapeutiche a beneficio di 73 pazienti affetti da Mieloma Multiplo.
Grazie al programma per Ridisegnare insieme Il Percorso Terapeutico Dei Pazienti Con Mieloma Multiplo, l’Unità di Cure Domiciliari e Palliative della UOC di Ematologia dell’Azienda Policlinico Umberto I di Roma è stata la prima struttura ospedaliera a erogare, tra le diverse attività di sostegno e cura per i pazienti ematologici, prestazioni a domicilio di infusioni parenterali di farmaci ospedalieri antiblastici per pazienti con Mieloma Multiplo.

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La passione di Bayer nell’aiutare a migliorare il futuro delle persone con emofilia

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 settembre 2019

Si conferma nella ricerca e negli investimenti verso nuove soluzioni terapeutiche. L’emofilia colpisce circa 400.000 persone in tutto il mondo ed è un disordine in gran parte a carattere ereditario, in cui una delle proteine necessarie per la coagulazione del sangue o è mancante o è ridotta. L’emofilia A è la forma più comune, in cui la coagulazione del sangue è compromessa per la mancanza o l’alterazione funzionale del FVIII coagulativo. I pazienti hanno frequenti sanguinamenti a livello dei muscoli, delle articolazioni o di altri tessuti, che possono causare nel tempo un danno permanente alle articolazioni. Le lesioni possono avere conseguenze gravi se non trattate adeguatamente, poiché la velocità di formazione del coagulo è più lenta nei pazienti affetti da emofilia rispetto agli individui sani. L’emofilia A ha una frequenza stimata di 1 su 5.000 maschi nati vivi, interessando persone in tutto il mondo. In Europa, l’emofilia A colpisce 1 persona su 10.000, per un totale di oltre 30.000 persone. Ad esempio, oggi ci sono circa 4.000 persone affette da emofilia A in Italia, 3.500 in Germania e 13.000 negli Stati Uniti.

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Carcinoma di Merkel: guida per pazienti

Posted by fidest press agency su domenica, 15 settembre 2019

Sono in totale oltre 1.400 gli italiani interessati dal Carcinoma di Merkel, una rara e aggressiva neoplasia della pelle. I nuovi casi risultano in aumento e per questo Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) ha deciso di promuovere il booklet Carcinoma di Merkel, guida per pazienti e familiari. La pubblicazione, la prima mai realizzata in Italia, è già disponibile on line e verrà distribuita nei reparti di oncologia della Penisola. “E’ una forma di tumore molto insidiosa anche perché colpisce soprattutto gli anziani con più di 75 anni – spiega il dott. Fabrizio Nicolis, Presidente di Fondazione AIOM -. Sono pazienti che presentano diverse fragilità e spesso anche altri problemi di salute. Tuttavia il carcinoma è frequente anche tra i giovani e può manifestarsi prima dei 40 anni. In Italia riusciamo a garantire un’assistenza all’avanguardia in Europa e infatti la sopravvivenza a cinque anni si attesta al 57%. Tuttavia si tratta di una neoplasia rara e come tale determina delle difficoltà oggettive in chi viene colpito. Il paziente deve rivolgersi solo a centri specializzati per poter così aumentare le chances di sopravvivenza. Con questa nostra pubblicazione vogliamo offrire un aiuto concreto tramite alcune informazioni pratiche e certificate dai massimi esperti italiani. L’atteggiamento e il comportamento del malato sono fondamentali nel difficile percorso indotto dalla malattia. Gesti semplici come scrivere o parlare delle proprie paure, imparare a riconoscere e riportare il prima possibile gli effetti collaterali possono fare la differenza. Così come non vanno sottovalutati gli stili di vita e le abitudini come seguire una alimentazione varia, svolgere un moderato esercizio fisico o avere un’accurata igiene personale”. “La malattia si manifesta in modo appariscente sotto forma di un nodulo cutaneo di color carne o rosso-violaceo o bluastro che compare soprattutto sul volto o sul collo – spiega Nicolis -. La diagnosi risulta semplice e quando viene effettuata oltre i 2/3 dei pazienti presentano una malattia in I o II stadio. Inoltre oggi sono disponibili nuove cure in grado di contrastarla. Anche per questa neoplasia è dimostrata l’efficacia dell’immunoterapia che svolge un’azione non diretta sul tumore ma indiretta sul sistema immunitario. La chemioterapia invece può essere adoperata solo in alcuni dei casi più gravi. Infine è fondamentale, per la scelta dei trattamenti, il lavoro di squadra. Il paziente deve essere assistito da un gruppo multidisciplinare che deve includere oncologo, chirurgo, radioterapista, radiologo, nutrizionista, reumatologo, palliativista e fisioterapista”.

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Nuovo Governo al via

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 settembre 2019

I pazienti oncologici e oncoematologici chiedono confronto. Le Associazioni pazienti del progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” accolgono il nuovo Governo, guidato ancora da Giuseppe Conte, e il nuovo Ministro della Salute Roberto Speranza, con la richiesta immediata di confrontarsi in merito ai punti chiave dell’Accordo di Legislatura sulla presa in carico e la cura dei pazienti oncologici e onco-ematologici sottoscritto dai partiti politici, che è stato recepito integralmente e all’unanimità sia dalla Camera che dal Senato.“Quello che chiediamo al nuovo Governo e al neo Ministro Roberto Speranza – dichiara Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna Onlus e coordinatrice del progetto – è di inserire da subito tra le priorità della loro agenda le molte criticità della Sanità nazionale e regionale, alla base di gravi diseguaglianze sul territorio nell’assistenza e cura dei pazienti, in particolare quelli oncologici e oncoematologici. Auspichiamo, forti dell’appoggio di tutto il Parlamento che ha recepito all’unanimità i punti del nostro Accordo di legislatura, di poter instaurare quanto prima un tavolo operativo e cominciare a lavorare per tutelare i diritti e la salute dei pazienti”. L’accordo è stato sottoscritto da rappresentanti di tutti i partiti e recepito nel corso di quest’anno da ben 5 atti di indirizzo politico approvati all’unanimità dalle aule di Camera e Senato (Ordine del Giorno Unitario Romeo, Mozioni Lazzarini, Pedrazzini, Siani e Lorenzin). Ora occorre lavorare giorno per giorno sui punti dell’Accordo, con attenzione e tenendo bene a mente i vincoli della sostenibilità del sistema: è necessario passare all’operatività per trasformare gli atti di indirizzo politico in azioni concrete.

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Ipertensione, dalle nuove linee guida indicazioni per i pazienti anziani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 settembre 2019

Il trattamento dell’ipertensione nel paziente con età molto avanzata (oltre gli ottant’anni) è una problematica discussa e molto attuale e le recenti linee guida delle Società Europee dell’Ipertensione e di Cardiologia configurano un cambiamento di rotta, che per alcuni può risultare sorprendente.
«Le raccomandazioni per la popolazione anziana – spiega Andrea Ungar, professore di Medicina interna e Geriatria presso l’Università di Firenze e membro del Consiglio Direttivo SICGe (Società italiana di cardiologia geriatrica) – sono piuttosto precise e diverse da quelle della popolazione generale. In particolare, nei pazienti ultraottantenni rimane il valore soglia di trattamento per valori di PAS a partire da 160 mmHg. Ma un concetto assolutamente fondamentale in questi pazienti è la differenza tra “età biologica” ed “età anagrafica”. Esistono infatti pazienti anziani e molto anziani in buone condizioni di salute e senza disabilità (pazienti fit), che possono essere trattati come i pazienti più giovani. Nei pazienti di età compresa tra 65 e 80 anni si può iniziare un trattamento anti-ipertensivo anche per valori soglia di 140 mmHg di pressione sistolica ma solo se sono fit e in grado di tollerare bene il trattamento senza effetti collaterali o indesiderati di rilievo. Inoltre, le linee guida richiedono espressamente di non scendere sotto i 120 mmHg di pressione sistolica e sotto i 70 mmHg di pressione diastolica».
Un eccessivo calo di pressione può infatti determinare cadute con fratture e ipoperfusione cerebrale, con peggioramento di un decadimento cognitivo, anche latente. Negli anziani, deve essere sempre ricercata anche l’ipotensione ortostatica, che in questi pazienti è molto frequente. «Si tratta di un brusco calo pressorio che si ha tipicamente quando si passa dalla posizione sdraiata allo stare in piedi – precisa Ungar – ed è importante che il medico misuri la pressione all’anziano in entrambe le posizioni, per capire se ha un rischio elevato di episodi di ipotensione. In questo caso, la terapia va accuratamente rivista e deve essere necessariamente più “morbida”: i valori soglia e gli obiettivi di trattamento si alzano mentre la scelta dei farmaci da usare è fortemente condizionata perché alcune classi di anti-ipertensivi sono deleterie in questi pazienti. Una revisione delle cure per la pressione, infine, è indicata in tutti gli anziani in questo periodo, all’arrivo dell’estate, perché la pressione tende a scendere con le alte temperature».
La fragilità viene oggi ben caratterizzata da alcune prove di performance fisica e, tra queste, Ungar ricorda la velocità del cammino e il test SPPB (Short physical performance battery), che prevede il mantenimento della stazione eretta, la velocità del cammino e la capacità di alzarsi e sedersi da una sedia senza aiuto delle braccia. «Questi test apparentemente banali – dice il professore – hanno un valore prognostico di grande importanza nell’anziano, al di là delle malattie. Considerando infine che un trattamento anti-ipertensivo eccessivo non è indicato nei pazienti con decadimento cognitivo, una semplice batteria di test per le capacità mentali (quali Clock test e Mini Mental State Examination) è fondamentale, soprattutto nel paziente ultraottantenne». (Fonte copyright doctor33)

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Medicina: I pazienti informati

Posted by fidest press agency su sabato, 17 agosto 2019

Con le ampie opportunità offerte alle persone di accedere all’informazione medica tra la televisione, la radio, la carta stampata, dai quotidiani ai periodici, e il web si è aggiunta, come osserva il prof. Claudio Cricelli, past presidente della società italiana di medicina generale, “la crescente richiesta di “partecipazione” del paziente alla scelta dei percorsi di cura e una forte attrazione per tutto ciò che è “naturale” e che risponde ai paradigmi del salutistico.” “Diventa – soggiunge il professore – dunque sempre importante che il medico, e in particolare il medico delle cure primarie, rifletta su questi fenomeni e acquisisca i necessari strumenti cognitivi che gli consentano di comprendere, e per quanto possibile, guidare e rendere più consapevoli le scelte che le persone mettono in atto per migliorare il proprio stato di salute (automedicazione)”. In questo senso procede la crescente attenzione verso le ricerche sugli effetti biologici degli alimenti e delle piante medicinali.
La Fidest come organo d’informazione legato al rilancio di notizie avverte questo flusso mediatico e si sente in qualche modo responsabile sia nell’esercitare un maggiore controllo delle fonti sia per rispondere a una domanda dei lettori sempre più forte ma anche più ansiosa di trovare la strada giusta in termini di mantenimento e miglioramento dello stato di salute.
Un discorso in se molto difficile se si pensa all’ampiezza delle fonti inquinanti che danneggiano il suolo e pregiudicano la protezione dei bacini idrici rendendo sempre più complesso il controllo delle aree “grigie e indistinte” e la possibilità d’interventi sempre più efficaci a fronte della diversa e più intensiva composizione della popolazione e le variazioni della presenza delle patologie presenti.
Un altro capitolo andrebbe poi aperto sull’evoluzione della salute derivante dall’uso frequente, e a volte sconsiderato, di nutrienti, sostanze naturali, integratori e oligoelementi e il loro claim salutistico che può diventare incalcolabile per il numero degli alimenti che possono contenere.
La lezione che può valere per tutti è che la medicina è “un’arte complessa” che va presa con le molle e che non basta una infarinatura mediatica per ricavarne una terapia se non si ha dall’altro versante un valido interlocutore e che esso non può avvalersi della semplice lettura di un profano. Semmai si chiede al medico più pazienza, più attenzione, maggiore sensibilità. (Servizio Fidest)

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Malattia di Crohn

Posted by fidest press agency su martedì, 23 luglio 2019

La cicatrizzazione della mucosa è uno dei traguardi più importanti per i pazienti con malattia di Crohn, patologia cronica dell’intestino che in Italia colpisce circa 100.000 persone. Uno studio appena pubblicato sulla rivista internazionale Gastroenterology dimostra l’efficacia di un farmaco (vedolizumab) nel cicatrizzare la mucosa, soprattutto nei pazienti con Malattia di Crohn che non sono stati mai trattati con farmaci biologici.
In genere, la malattia di Crohn si presenta nell’ultima parte dell’intestino tenue (ileo) e nel colon, ma può presentarsi in qualsiasi parte del tratto digerente, dalla bocca all’ano e persino nella cute intorno. Per la prima volta lo studio valuta in maniera innovativa l’effetto del farmaco oltre la mucosa intestinale tramite la Risonanza Magnetica. “I risultati dimostrano che il farmaco è in grado non solo di cicatrizzare a livello endoscopico la mucosa ma anche attraverso tutti gli strati della parete intestinale come evidenziato dalla Risonanza Magnetica, dal momento che la malattia interessa l’intestino a tutto spessore” – spiega il professor Silvio Danese, primo autore dello studio, responsabile del Centro Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali di Humanitas, coordinatore di Humanitas Immuno Center e docente di Humanitas University.
Per ottenere questi risultati, diagnosi e trattamento precoce sono di fondamentale importanza. “Questo studio rinforza il concetto che i pazienti con malattia precoce rispondono meglio ai farmaci biologici, non solo per quanto riguarda i sintomi ma anche per quanto riguarda il danno strutturale inteso come lesioni endoscopiche e come danno radiologico” – ha precisato il professor Danese.Lo studio di fase III, in aperto, ha incluso 110 pazienti con malattia di Crohn in fase attiva. Circa un terzo dei pazienti ha ottenuto la remissione endoscopica dopo 52 settimane di trattamento e due terzi hanno ottenuto una remissione istologica alla settimana 26.
Il Crohn è una patologia cronica, progressiva e disabilitante che causa un’infiammazione del tratto gastrointestinale e che può favorire lo sviluppo di restringimenti, fistole o ascessi che necessitano di intervento chirurgico in circa la metà dei pazienti entro dieci anni dalla diagnosi.La localizzazione più frequente è a livello dell’ileo e del colon e dunque i sintomi più tipici sono rappresentati da dolore addominale, diarrea e talvolta febbre. Quando la malattia interessa il tratto superiore dell’intestino è possibile avere anche nausea e vomito. Infine, nei pazienti con malattia perianale, di solito i sintomi sono il dolore in regione anale e talvolta gonfiore e secrezioni in quest’area. La diarrea è il sintomo più comune, cui si aggiungono dolori addominali e crampi, affaticamento, perdita di peso, sangue e muco nelle feci e a volte blocchi intestinali, fistole e ulcere. A causa di uno scarso assorbimento dei nutrienti, la malattia di Crohn può causare perdita di peso e sintomi correlati alla mancanza di vitamine e oligoelementi.

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È sempre più digitale la vita dei pazienti italiani, così come quella dei dottori

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 giugno 2019

Con la digitalizzazione della Sanità a livello nazionale, regionale e locale la salute degli italiani è infatti sempre più gestita da un computer.La digitalizzazione della Sanità italiana è messa in evidenza dal Rapporto 2019 dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano, pubblicato da qualche giorno, secondo cui App e strumenti digitali, compreso WhatsApp, si stanno diffondendo nel rapporto del medico con il paziente.Grazie alla Prescrizione Digitale, la lenta ma progressiva innovazione delle aziende sanitarie e il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) la vita sanitaria del paziente italiano è ormai accessibile con un click.In alcune zone d’Italia i cittadini hanno già la comodità di avere il proprio Fascicolo Sanitario Elettronico accessibile dal pc di casa, con la possibilità di prenotare visite e ritirare referti online, oltre al fatto di poter usufruire di un sistema di Relemedicina a domicilio, per i pazienti cronici.Sempre secondo l’Osservatorio del Politecnico il digitale sta modificando ormai tutte le fasi della presa in carico del paziente, dalla prevenzione alla cura, fino al post-ricovero, attraverso strumenti come la Cartella Clinica Elettronica, la Telemedicina, l’Intelligenza Artificiale e le Terapie Digitali.Altro tassello fondamentale per la digitalizzazione della salute italiana non può non passare dall’innovazione dei medici di famiglia e professionisti, obbligati ormai all’uso dei pc nel loro lavoro.“Oggi i medici specialisti con i nostri software possono gestire le visite direttamente dal loro Pc, ed avere sotto controllo la storia clinica completa del paziente, le vaccinazioni, la prevenzione e gli eventuali interventi di riabilitazione del paziente, e allo stesso tempo possono gestire la parte amministrativa del loro lavoro” spiega Massimo Soncini, CEO di Finson, uno dei marchi più noti in Italia per la produzione di software per Windows.Per semplificare la vita ai medici Finson ha infatti creato “Progetto Medico Specialista 2”, un programma dedicato sia ai singoli specialisti che agli studi associati, in grado di gestire anche la postazione di segreteria. “Il nostro software integra anche l’archivio dei principi attivi di ogni farmaco, e interessante per i medici anche la rubrica per gli informatori medico-scientifici, con la possibilità di stabilire i tempi per le presentazioni.” commenta ancora Massimo Soncini.Ogni medico dispone delle proprie credenziali di accesso e gestisce i propri pazienti con l’anamnesi specifica, con tutti i dati protetti secondo le modalità previste dalla recente normativa europea GDPR.La gestione dell’agenda può persino essere individuale o centralizzata dalla segreteria.Particolarmente importante infine anche la gestione dell’invio dei dati delle fatture al sistema TS (Tessera Sanitaria) e la possibilità di creare le fatture elettroniche, che possono essere inviate con il sistema prescelto oppure direttamente attraverso il portale Finson Express che effettua anche la conservazione e la ricezione.“Ormai la digitalizzazione della gestione della salute è una realtà, e grazie a software e strumenti digitali i medici possono gestire al meglio la salute dei propri pazienti, risparmiando tempo e fatica. Un cambiamento significativo, che renderà la vita dei dottori più efficiente, con cure più appropriate per i propri pazienti” conclude Massimo Soncini di Finson.

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I pazienti “guariti” dal cancro in Italia sono aumentati del 29% in otto anni

Posted by fidest press agency su martedì, 4 giugno 2019

Chicago. Erano 704.648 nel 2010, sono diventati 909.514 nel 2018. Passi in avanti importanti, a cui hanno offerto un contributo decisivo la diagnosi precoce grazie agli screening, i miglioramenti a livello organizzativo (Reti Oncologiche Regionali), i progressi diagnostici (in ambito di caratterizzazione biomolecolare), chirurgici, radioterapici e le terapie con farmaci innovativi. Ma la spesa per i farmaci anticancro nel nostro Paese è in costante crescita ed è passata da 3,3 miliardi di euro nel 2012 a più di 5 miliardi (5.063 milioni) nel 2017. Per continuare a garantire a tutti le terapie migliori, è fondamentale che venga confermato il Fondo per i farmaci oncologici innovativi, istituito nel 2016 per un triennio e pari a 500 milioni di euro all’anno. È l’appello dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) dal 55° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), che si apre oggi a Chicago con la partecipazione di circa 40mila esperti da tutto il mondo. “Il Fondo è in scadenza a fine anno, chiediamo alle Istituzioni il rinnovo di questa fonte di risorse dedicate oppure provvedimenti che comunque permettano di poter trattare in maniera adeguata i nostri pazienti – afferma Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. L’alto livello dell’assistenza oncologica in Italia è dimostrato dai numeri: in dieci anni (2006 – 2016), la mortalità è diminuita del 24% fra gli uomini e del 12% fra le donne. Un risultato a cui ha contributo anche l’innovazione, in particolare l’oncologia di precisione. Perché il paziente possa ricevere una terapia di precisione sono necessarie una diagnosi accurata e una definizione del profilo molecolare della malattia con test specifici: diventa cioè necessario verificare che il tumore di quel paziente venga sottoposto a valutazione biomolecolare e che il paziente riceva, nel caso di test molecolare positivo, la terapia indicata. Si amplia così il concetto di appropriatezza diagnostico-prescrittiva che permette, attraverso una selezione adeguata del paziente, di evitare che i farmaci ad alto costo vengano prescritti in maniera non adeguata, evitando trattamenti inutili ai pazienti e, nel contempo, ottenendo risparmi notevoli per il sistema sanitario nazionale”.
Nel 2017 sono stati spesi circa 409 milioni di euro del Fondo per i farmaci anticancro innovativi e, nel 2018, il limite dei 500 milioni non è stato sforato. AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) determina le condizioni di accesso al Fondo definendo i criteri di innovatività. Il modello proposto prevede un approccio multidimensionale, che tiene conto di tre elementi fondamentali: il bisogno terapeutico, il valore terapeutico aggiunto e la qualità delle prove (robustezza degli studi clinici).
Nel 2018, in Italia, sono stati diagnosticati 373.300 nuovi casi di tumore. Il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi. “L’aumento annuale del numero di neoplasie maligne diagnosticate e che in molti casi richiedono terapie a lungo termine – spiega Giordano Beretta, Presidente eletto AIOM e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo – costituisce una grande sfida per i sistemi sanitari, che si trovano di fronte a necessarie revisioni delle risorse economiche e umane disponibili. I servizi sanitari per la gestione della malattia non sono sostenibili nella loro forma attuale. Oltre al rinnovo del Fondo per i farmaci oncologici innovativi, devono essere implementate le reti oncologiche regionali attive soltanto in Lombardia, Piemonte e Valle D’Aosta, Veneto, Toscana, Umbria, Liguria, Puglia, Campania e nella Provincia autonoma di Trento. Solo un modello organizzativo di questo tipo consente a tutti i pazienti sul territorio di accedere in modo uniforme alle cure migliori”.
“Devono essere inoltre abbreviati i tempi di accesso alle nuove terapie – sottolinea il presidente Gori -. Il tempo che trascorre fra il deposito del dossier di autorizzazione e valutazione presso l’EMA (agenzia regolatoria europea) e l’effettiva disponibilità di un nuovo farmaco nella Regione italiana che per prima rende disponibile il trattamento è di circa due anni e questo lungo processo può penalizzare fortemente i malati. Oggi, in Italia, diverse disposizioni regolano l’accesso e la prescrizione di farmaci approvati da EMA prima del rimborso a carico del servizio sanitario nazionale: è il cosiddetto early access, cioè l’accesso ‘anticipato’ alle terapie. Queste modalità regolatorie permettono ai pazienti di essere trattati con farmaci antitumorali efficaci ma non ancora rimborsati dal servizio sanitario nazionale: per questo motivo AIOM ha deciso di inserire nel proprio sito web (www.aiom.it) anche la lista dei farmaci oggi resi disponibili all’interno di programmi di EAP o compassionevoli. Un ulteriore aiuto agli oncologi italiani per curare al meglio, sempre, i pazienti oncologici”.
“Sono quasi 3 milioni e quattrocentomila (3.368.569) i cittadini che vivono dopo una diagnosi di cancro, in costante crescita (+3% anno) – afferma Roberto Bordonaro, segretario nazionale AIOM e Direttore Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera Garibaldi di Catania -. La medicina di precisione, che richiede di effettuare in maniera sempre più estesa test di profilazione genica, impone al Sistema Sanitario Nazionale l’imprescindibile esigenza di definire con chiarezza le regole di accesso a questi esami”.
“In particolare, il test per conoscere lo stato mutazionale dei geni BRCA dovrebbe essere effettuato su tutte le pazienti con tumore dell’ovaio al momento della diagnosi – sottolinea Saverio Cinieri, tesoriere nazionale AIOM, Direttore del Dipartimento di Oncologia medica e Responsabile della Breast Unit dell’Ospedale Perrino di Brindisi -. È questa la via da seguire per definire le migliori strategie terapeutiche e iniziare il percorso familiare che potrebbe permettere l’identificazione di persone sane con mutazione BRCA, nelle quali impostare programmi di sorveglianza o di chirurgia (annessiectomia bilaterale) per la riduzione del rischio di sviluppare la neoplasia”.

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Statine sicure ed efficaci nei pazienti con artrite reumatoide: Ecco come

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 aprile 2019

I risultati di un ampio studio clinico pubblicato su Arthritis & Rheumatology indicano che i pazienti con artrite reumatoide possono ottenere lo stesso livello di benefici0 dall’assunzione di statine rispetto ad altre popolazioni, senza correre rischi aggiuntivi. «I pazienti con artrite reumatoide hanno un rischio di sperimentare eventi cardiovascolari come infarto e ictus circa il 50% più elevato rispetto alla popolazione generale. Le statine aiutano a prevenire eventi cardiovascolari in certi individui ad alto rischio, ma non è chiaro se siano sicure ed efficaci per i pazienti con patologie infiammatorie come l’artrite reumatoide. Per questo abbiamo voluto approfondire la questione» spiega George Kitas, del Dudley Group NHS Foundation Trust, primo autore dello studio. I ricercatori hanno randomizzato 3.002 pazienti di età superiore ai 50 anni affetti da artrite reumatoide da più di 10 anni, senza aterosclerosi clinica, diabete o miopatia, a ricevere atorvastatina 40 mg al giorno o placebo. Durante un follow-up mediano di 2,5 anni, l’1,6% dei pazienti trattati con atorvastatina e il 2,4% dei pazienti gestiti con placebo è andato incontro a decesso cardiovascolare, infarto, ictus, attacco ischemico transitorio o rivascolarizzazione arteriosa per qualsiasi causa. Dopo aggiustamenti per variabili confondenti, il rischio di eventi cardiovascolari nei pazienti che assumevano atorvastatina è risultato inferiore del 40%, sebbene la differenza non fosse statisticamente significativa, dato il basso tasso generale di eventi. Alla fine dello studio, i pazienti che assumevano atorvastatina hanno mostrato valori di colesterolo LDL e di proteina C-reattiva significativamente più bassi rispetto ai pazienti che hanno assunto il placebo e gli eventi avversi nei due gruppi sono risultati simili. Secondo gli autori il basso tasso complessivo di eventi cardiovascolari nella popolazione dello studio indica che non vi è alcuna indicazione per prescrivere il farmaco indiscriminatamente a tutti i pazienti con artrite reumatoide, ma sarà necessario seguire le linee guida nazionali o locali per la gestione del rischio cardiovascolare nella popolazione generale per decidere chi ne avrà bisogno. Katherine Liao e Daniel Solomon della Harvard Medical School di Boston affermano in un editoriale di accompagnamento che lo studio fornisce informazioni molto utili per chi si occupa di artrite reumatoide, ma anche di altre malattie reumatiche. (fonte doctor33)
Arthritis Rheumatol. 2019. doi: 10.1002/art.40892 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30983166 Arthritis Rheumatol. 2019. doi: 10.1002/art.40891 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30983150

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Air Liquide acquisisce una start-up in Spagna per supportare i pazienti affetti da diabete

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 aprile 2019

Air Liquide prosegue lo sviluppo delle sue attività sanitarie a domicilio e annuncia l’acquisizione, in Spagna, della start-up DiaLibre, rafforzando così la sua offerta di servizi nell’intero percorso di cura dei pazienti diabetici, dalla distribuzione di apparecchiature medicali al supporto personalizzato. DiaLibre è una start-up spagnola specializzata nella cura del diabete. La sua offerta combina programmi personalizzati di supporto terapeutico e follow-up medico per i pazienti attraverso tecnologie innovative. DiaLibre mette in relazione gli esperti – medici, infermieri, nutrizionisti, psicologi – con i pazienti affinché essi siano supportati quotidianamente nel modo migliore. Durante la prima visita, lo specialista DiaLibre inizia con il paziente il trattamento prescritto dal medico e definisce il programma di supporto più adatto al suo stile di vita. Il piano d’azione personalizzato comprende l’accesso a programmi di formazione online e video educazionali, oltre a strumenti per consultare da remoto consigli nutrizionali e supporto psicologico per aiutarli a gestire quotidianamente la loro malattia cronica. Questo approccio mira a migliorare il rispetto della cura da parte dei pazienti nel lungo termine.Air Liquide opera in Spagna nel settore sanitario da oltre 50 anni. Dal 2016, attraverso la sua filiale Novalab, il Gruppo supporta i pazienti con diabete di tipo 1 e 2. Con questa acquisizione, Air Liquide è ora in grado di offrire servizi personalizzati in ogni fase del processo di trattamento del paziente diabetico.

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