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Quotidiano di informazione – Anno 35 n°33

Posts Tagged ‘inflazione’

BCE: la battaglia contro l’inflazione non è ancora vinta

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 febbraio 2023

A cura di Giorgio Broggi, Quantitative Analyst di Moneyfarm. Come da attese, la Banca Centrale Europea ha alzato i tassi di 50 punti base e ha ribadito l’intenzione di concludere il Quantitative Easing a inizio marzo. Sebbene l’inflazione abbia dato i primi segnali di rallentamento, la battaglia è ancora lontana dall’essere dichiarata vinta e i mercati si aspettano circa altri tre rialzi prima di raggiungere il tasso finale, con un aumento di altri 50 punti base già dichiarato per marzo. Nonostante i dati in linea con le attese, i mercati hanno reagito in modo molto deciso dopo l’annuncio, con un crollo di tassi e spread molto significativo e una diminuzione del tasso terminale atteso. Il punto chiave sembra la mancanza di una precisazione presente nell’ultimo annuncio di dicembre che evidenziasse le sostanziali revisioni al rialzo delle attese di inflazione. Per la prima volta sembra che anche la Banca Centrale Europea, come quella americana ieri, abbia ammesso che l’aumento dei prezzi sia in parte sotto controllo, o quantomeno meno a rischio di una spirale al rialzo, generando speculazioni su una politica monetaria relativamente più accomodante.

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Inflazione: con l’attuale tasso ricadute di 3.456 euro annui a famiglia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 gennaio 2023

L’Istat aggiorna le stime del tasso di inflazione che, a dicembre 2022, si attesta al +11,6%. Confermato al +8,1% il tasso del 2022. Mediamente, il tasso di inflazione a questo livello determina ricadute per ogni famiglia di 3.456,80 euro annui. Un dato già di per sé allarmante, che incide, come sottolinea lo stesso Istituto di Statistica, soprattutto sulle fasce più deboli e sui nuclei meno abbienti: nel 2022 l’impatto dell’inflazione è più ampio sulle famiglie con minore capacità di spesa, attestandosi al +12,1% per queste ultime, contro il +7,2% per quelle con maggiore capacità di spesa. Segno, questo, che le disparità nel nostro Paese crescono ulteriormente, sull’onda dei rincari e delle carenti politiche di contrasto. I dati odierni, congiunti a quelli raccolti dall’Osservatorio Nazionale Federconsumatori che segnano una marcata riduzione dei consumi persino in un settore essenziale quale l’alimentazione, confermano quanto sia ancora urgente e necessario un intervento del Governo teso a sostenere la domanda interna, attraverso concrete misure di aiuto alle famiglie, specialmente quelle meno abbienti. Ecco perché torniamo a rivendicare la necessità di provvedimenti utili a sostenere il peso delle bollette e del caro-carburanti, a partire dalla sospensione dei distacchi per morosità, dalla previsione di una garanzia per la rateizzazione lunga delle bollette, dalla costituzione di un Fondo contro la povertà energetica e dal contenimento del costo dei carburanti.Oltre a ciò è necessario e urgente potenziare l’azione di contrasto e sanzione dei fenomeni speculativi, di lotta all’evasione e all’elusione fiscale, prevedendo al contempo un aumento della tassazione su extraprofitti (non solo in campo energetico) e rendite finanziarie. È questa la ricetta per reperire le risorse utili a risollevare il potere di acquisto delle famiglie, che consentirebbe di mettere in atto l’auspicata revisione e riforma delle aliquote IVA, che secondo le nostre stime, attraverso una sterilizzazione ed un contenimento su tutti i beni primari, consentirebbe di risparmiare oltre 531,57 euro annui a famiglia.

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Prospettive su inflazione e politiche monetarie nel 2023

Posted by fidest press agency su martedì, 17 gennaio 2023

A cura di Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel. Il dato sull’inflazione USA pubblicato la scorsa settimana ha confermato le aspettative per il 2023: un rallentamento dell’inflazione è, infatti, ampiamente atteso e sembra essere stato già prezzato dai mercati. Per esempio, lo swap CPI statunitense a 1 anno è pari al 2,4%, mentre l’inflazione breakeven a due anni derivata dal mercato dei TIPS è già tornata al 2,1%. Poiché l’inflazione core si colloca attualmente tra il 5% e il 6%, il fatto che il mercato si aspetti una rapida decelerazione dell’inflazione non è affatto un’aspettativa sbagliata. Tuttavia, la storia non fornisce numerose prove di bruschi rallentamenti dell’inflazione. Ad esempio, l’ultima volta che l’indice Fed di Dallas ha registrato un aumento del 5% su base annua, ci sono poi voluti circa 15 anni per ritornare verso il 2%. Anche durante la Grande Recessione del 2008, che ha colpito in modo sproporzionato il mercato immobiliare, l’CPI dei servizi di base ha subito una decelerazione dal 3,3% su base annua all’inizio della recessione al 2,7% su base annua dopo un anno di recessione. In primo luogo, ci aspettiamo una deflazione per i beni core (che escludono i prezzi di cibo ed energia). In secondo luogo, ci aspettiamo che i costi per i servizi abitativi – gli affitti, per intenderci – raggiungano il picco nel secondo trimestre del 2023, per poi decelerare gradualmente verso la normalità. Infine, prevediamo che i servizi non abitativi rimangano sostanzialmente solidi fino a quando il mercato del lavoro non deteriorerà concretamente – e, in questo caso, le aspettative sono per il quarto trimestre 2023.Di conseguenza, il PCE core si attesterà ancora attorno al 4% entro la fine del 2023. Una decelerazione più rapida dei beni core, un calo più marcato dei prezzi dei servizi abitativi e una diminuzione sostenuta dei prezzi dei servizi non abitativi, però, cambierebbero la nostra view.Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, e Jason Furman, ex presidente del Council of Economic Advisors, sostengono che il target dell’inflazione al 2% non sia un valore critico e che, di conseguenza, la Fed dovrebbe rivedere al rialzo l’obiettivo di inflazione.Questa nuova narrazione è diventata sempre più popolare tra i trader nel corso del 2022, ma sta facendo fatica a imporsi al di fuori dei circoli accademici e tra i principali fautori della politica monetaria. Il presidente della Banca Centrale americana Jerome Powell, infatti, non è incline: dopo la riunione della Fed di dicembre ha affermato che tale proposta non fosse nemmeno presa in considerazione, lasciando poco spazio a ripensamenti nell’immediato futuro. La più recente modifica del quadro di riferimento della Fed, il Flexible Average Inflation Targeting (FAIT), è il risultato di un processo pluriennale di revisione pubblica, che, solitamente, dura anni. La prossima revisione è prevista per il 2025: fino ad allora, dobbiamo convivere con il target del 2%. Ma se i policymakers della Fed, Jerome Powell incluso, iniziassero a discutere di possibili revisioni delle politiche o se le previsioni di inflazione sul lungo periodo venissero modificate, ciò porterebbe a una revisione del nostro outlook. Al momento, l’opinione più diffusa tra gli operatori di mercato è che la Fed non taglierà i tassi di interesse fino a quando l’inflazione non scenderà sotto il livello dei Fed Funds. L’idea alla base di questa narrazione è che l’inflazione non diminuirà, a meno che la Fed non comprima ulteriormente l’economia. Questo è la storia a insegnarcelo! In nessun ciclo storico – nemmeno in quello più mite del 2015-2019! – il tasso terminale sui Federal Funds si è attestato al di sotto del tasso annuo dell’inflazione core.

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Inflazione USA al 6,5% leggermente sotto le aspettative

Posted by fidest press agency su sabato, 14 gennaio 2023

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Il dato USA sull’inflazione (CPI) di dicembre si è attestato al 6,5%, leggermente inferiore alle previsioni del 6,6%, mentre l’inflazione core è scesa al 5,7%, in linea con le aspettative dei mercati. La Federal Reserve si sentirà rassicurata dal fatto che i suoi rialzi dei tassi stanno avendo, finora, l’effetto desiderato, dato che l’inflazione statunitense è in calo per il sesto mese consecutivo, attestandosi al livello più basso in più di un anno. L’inflazione di oggi, insieme ai dati sui salari non agricoli della scorsa settimana, farà sì che la Fed riconsideri il ritmo dei rialzi dei tassi, visto che si riunirà tra poche settimane. La pubblicazione fa aumentare le probabilità di un aumento dei tassi dello 0,25% all’inizio del mese prossimo, un ulteriore passo indietro rispetto al precedente aumento dello 0,50%. Allo stesso tempo, le richieste iniziali di disoccupazione e quelle continue sono risultate entrambe inferiori alle aspettative, indicando un mercato del lavoro statunitense ancora solido. I dati sui salari saranno probabilmente al centro dell’attenzione della Fed in futuro, in quanto diventeranno sempre più importanti per determinare l’entità e la velocità del calo dell’inflazione al consumo.

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PIMCO: Commento al rapporto sull’inflazione US

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 gennaio 2023

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A cura di Tiffany Wilding, North American Economist di PIMCO Dopo due dati sull’inflazione inaspettatamente moderati, l’aspetto sorprendente del rapporto di dicembre è la vicinanza al consenso. I prezzi core sono aumentati dello 0,3% e il tasso anno su anno (a/a) è sceso al 5,7%. Come previsto, anche il dato principale è diminuito dello 0,1% mese su mese e il tasso a/a è sceso al 6,5% rispetto al picco del 9% raggiunto a metà del 2022. Ci sono state alcune modeste sorprese qua e là nei dettagli, ma nulla che abbia cambiato le nostre previsioni a breve termine, e ci aspettiamo ancora che l’inflazione core dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) chiuda l’anno intorno al 3,3%.Come previsto, i prezzi dei beni di base continuano a contribuire alla decelerazione complessiva, mentre l’inflazione dei servizi rimane stabile. Il rapporto odierno dovrebbe essere sufficiente per indurre la Fed a ridurre l’andamento dei rialzi dei tassi a 25 punti base (pb) nella riunione di inizio febbraio, dopo l’aumento di 50 bps nella riunione di dicembre (il presidente della banca regionale Harker ha dichiarato questa mattina che rialzi di 25 pb saranno appropriati d’ora in avanti). Dal nostro punto di vista, i dati sull’inflazione e sul mercato del lavoro si modereranno/indeboliranno a sufficienza da spingere la Fed a fare una pausa prima della riunione di maggio e riteniamo che il rapporto di oggi sia coerente con questa visione. Ciononostante, i funzionari della Fed sembrano prevedere rialzi fino a maggio per portare il tasso sui Fed Funds appena sopra il 5%.

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FLASH – USA : l’inflazione core in calo conferma il “muro” del 5% per i Fed Funds

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 gennaio 2023

A cura di Antonio Cesarano, Chief Global Strategist, Intermonte L’inflazione USA di dicembre è risultata in linea con le attese nella parte generale e core, supportando la possibilità che la Fed a febbraio possa decelerare ulteriormente il ritmo di rialzo tassi da 50 a 25pb nella riunione di febbraio, il che implicherebbe raggiungere il livello del 5% di tasso Fed funds target entro marzo L’ipotesi di rallentamento del ritmo Fed è stata prontamente sostenuta dal membro votante Harker, poco dopo la pubblicazione del dato, spingendosi ad ipotizzare che l’inflazione core possa arrivare al 3,5% nel corso del 2023, dall’attuale 5,7% La stessa Harker si è infine espressa a favore dell’ipotesi di posizionare i tassi poco al di sopra del 5% per poi fermarsi. In questo caso, ipotizzando un ritmo di 25pb, il 5,25% sarebbe raggiunto entro la riunione di maggio. Complessivamente, il dato di oggi conferma il trend di rallentamento dell’inflazione, mettendo la Fed nelle condizioni di preannunciare il rallentamento ed il successivo stop lungo L’ipotesi stop al 5 o al 5,25% appare un dettaglio che verrà definito nei prossimi mesi, monitorando non solo l’inflazione ma anche l’andamento del comparto servizi che ha dato segnali di cedimento marcato a dicembre, con il relativo indice ISM sceso bruscamente sotto quota 50 I segnali da questo comparto potrebbero rendere sufficiente anche il 5%, che di fatto comporterebbe un tasso sui Fed funds leggermente restrittivo se confrontato con il PCE core e soprattutto la dinamica salariale, entrambi già sotto il 5%. I segnali dal comparto servizi, insieme a quelli arrivati dalla marcata e persistente inversione della curva dei tassi, rendono verosimile uno scenario recessivo negli USA nel corso del secondo semestre intermedio tra mite e forte, il che potrebbe portare la Fed a rallentare il QT prima di ipotizzare un successivo pivot sui tassi. Tornando più in dettaglio al dato pubblicato oggi, le componenti che maggiormente hanno contribuito al ridimensionamento fanno riferimento all’energia e soprattutto alla componente alimentare All’appello manca ancora l’importante componente affitti. In prospettiva, a meno di eventi straordinari, il sentiero di calo dell’inflazione soprattutto core appare verosimile in area 3%/4% per fine anno. A supporto di tale tesi due considerazioni fra tutte: il forte rallentamento della crescita della base monetaria USA Il rallentamento degli affitti segnalato da vari siti tra cui Zillow, che progressivamente sarà recepito anche dal CPI core.

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GAM: Nel 2023 Il lusso continuerà a performare e a proteggere dall’inflazione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 gennaio 2023

A cura di Swetha Ramachandran, Investment Director, Luxury Equities di GAM. I risultati del 3° trimestre delle società del lusso evidenziano un rialzo sorprendente, grazie alla domanda robusta e alle prospettive positive espresse dalle aziende, con la dovuta cautela per via della maggiore incertezza macroeconomica. Come previsto, l’attività in Europa ha beneficiato dell’aumento del turismo e della debolezza della valuta che ha attirato i consumatori verso la regione. La domanda non diminuisce da parte dei consumatori che continuano a preferire le “esperienze” come i viaggi a lungo raggio (nel caso degli americani anche grazie alla forza del dollaro). I consumatori a più alto reddito continuano a spendere di più rispetto a quelli a più basso reddito, come evidenziato dai risultati delle aziende con prodotti nelle varie fasce di prezzo, dove quelli coi prezzi più elevati in genere fanno meglio rispetto al mercato di massa.La spesa interna negli Stati Uniti ha rallentato rispetto ai picchi del 1° semestre, in parte perché i turisti americani hanno fatto acquisti all’estero durante l’estate. Continuiamo a rilevare i segnali di una polarizzazione dei risultati aziendali. Mentre le società più solide hanno accresciuto il distacco da quelle più deboli in una fase positiva per il mercato in generale, il divario si è ampliato ulteriormente nella fase di decelerazione. Il comportamento di spesa dei consumatori si fa più prudente e si concentra maggiormente sui marchi di più alta gamma.I consumi negli Stati Uniti continuano a beneficiare, nei quartili dei redditi più alti, dei risparmi abbondanti accumulati durante la pandemia che verosimilmente inizieranno a esaurirsi tra oltre 18-24 mesi. Seguiamo attentamente le ondate di licenziamenti nel settore tech per cogliere eventuali segnali di rallentamento dei consumi nelle fasce ad alto reddito, tuttavia, dopo la pandemia, i consumi negli Stati Uniti sono maggiormente diversificati per area geografica. Infatti, recentemente le principali aree in crescita sono città come Miami, Austin e Atlanta, anziché San Francisco e la Silicon Valley.Mentre il mercato cinese è in trepida attesa della riapertura che dovrebbe fare da catalizzatore nel settore del lusso. Le continue interruzioni dell’attività e della mobilità in Cina dovute ai ripetuti lockdown si riflettono nei prezzi azionari. A nostro giudizio, le opportunità di ripresa nel 2023 sono enormi, soprattutto all’approssimarsi dell’anniversario dei lockdown di marzo/maggio a Shanghai che hanno danneggiato parecchio le imprese del lusso del Paese che hanno però potuto contare sulla forza dei mercati negli Stati Uniti, in Europa e nel Sud-est asiatico. Nel 2023, in uno scenario di normalizzazione dei consumi negli Stati Uniti, la Cina dovrebbe registrare un aumento della domanda, così come è accaduto in America negli ultimi due anni circa. Il 1° semestre del 2023 uscirà favorevolmente dal confronto, con una propensione sempre robusta per i beni di lusso. Il recente Congresso del Partito è stato rassicurante, ha confermato infatti la politica della prosperità condivisa e l’obiettivo di raddoppiare le classi medie in Cina a 800 milioni entro il 2030, uno sviluppo positivo secondo noi per il settore del lusso.Nel complesso il mercato non ha rettificato le stime per l’intero anno per le società che finora hanno superato le attese. Le stime di ricavo di diverse imprese per il secondo semestre sembrano dunque relativamente poco pretenziose rispetto all’anno precedente e anche in un periodo di tre anni. Nonostante il miglioramento registrato nel 3° trimestre le aziende prevedono un rallentamento dell’attività nel breve periodo che ha portato a una brusca svalutazione del settore nel corso del 2022. Dopo aver toccato il picco dei ricavi e dei margini nel 2021, il settore del lusso si è svalutato del 30% circa con PE di 24, una flessione del 20% rispetto alle medie a cinque anni. Considerata la buona liquidità in bilancio del settore che fa salire i PE nonché il fatto che i downgrade sono già stati scontati, crediamo che, qualora i fondamentali restassero positivi, potremmo assistere a una rivalutazione. Un investimento in titoli del lusso è interessante per diversi motivi: (1) come copertura contro l’inflazione, grazie al potere di determinazione dei prezzi a livello dei ricavi, (2) il profilo di crescita e redditività a valutazioni interessanti, il settore scambia al di sotto del 30% della media dei multipli a cinque anni, e (3) la situazione patrimoniale molto robusta funge da protezione in un contesto di rialzo dei tassi di interesse come quello attuale; le società del settore in genere hanno una buona liquidità, generano un free cash flow elevato e autofinanziano la crescita.

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Istruzione e università: Inflazione e pressione fiscale soffocano gli stipendi

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 gennaio 2023

L’inflazione degli ultimi mesi è stata purtroppo consistente, tanto essere annoverata come storica: “dopo una crescita media dell’1,9% nel 2021, nel 2022 in Italia si torna ai livelli del 1985 con un aumento dell’8,9%”, scrive la stampa nazionale, riportando l’ultima stima Istat, che rileva anche un contesto generale nel quale si “vede crescere la pressione fiscale dell’1,9% nel terzo trimestre del 2022 rispetto a un anno prima, per toccare il 42,7%”. Nello stesso anno appena concluso scende “la propensione al risparmio degli italiani, che devono sostenere maggiori costi”, con “l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, su base mensile cresce dello 0,3%, e Istat rileva come «sia dovuto, per lo più, alla crescita dei prezzi degli energetici regolamentati (+7,9%), dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,4% a causa di fattori stagionali), dei servizi relativi ai trasporti (+1,1% anch’essi a causa di fattori stagionali), dei beni alimentari lavorati (+0,8%) e degli altri beni (+0,6%)»”. In questo contesto, diventa ancora più allarmante la decisione del Governo di non assegnare risorse per il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici e nemmeno di coprire l’indennità di vacanza contrattuale prevista dalla legge. “Mentre registriamo un caro vita generalizzato – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – diventa inaccettabile ritrovarsi con dei salari sempre meno adeguati al costo della vita: a gennaio avremo 8 euro di aumenti in media nel comparto Scuola, Istruzione e Ricerca e serviranno a stento per coprire gli aumenti di spesa di pane e pasta (che hanno fatto registrare 100 euro di incremento a famiglia nell’ultimo anno)”.

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Quanto durerà l’inflazione in Italia e in Europa?

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 dicembre 2022

A cura di Michele Morra, Portfolio Manager di Moneyfarm. L’ultimo dato sull’inflazione di novembre nell’Eurozona ci ricorda che, in questo momento, la pressione inflattiva resta il focus principale per i mercati finanziari. Nonostante sembri essere arrivata a un punto di svolta, siamo ancora ben lontani dai livelli a cui siamo stati abituati nell’ultimo decennio. La domanda sorge dunque spontanea: per quanto tempo, ancora, possiamo aspettarci livelli di inflazione sostenuti? La morsa dell’inflazione sull’economia dovrebbe cominciare ad allentarsi nel corso del 2023, per poi assestarsi definitivamente nel 2024. Stando agli ultimi dati dalla Commissione UE, però, il prossimo anno l’inflazione continuerà a rimanere elevata: al 7% nell’Unione Europea e al 6,1% nell’area Euro. Per il 2024, invece, è prevista una discesa rispettivamente al 3% e al 2,6%. Attualmente, il forte aumento inflattivo sta colpendo un’economia globale ancora alle prese con le conseguenze economiche della crisi pandemica e della guerra in Ucraina dove, in particolare, l’UE risulta essere tra le regioni più esposte a causa della sua vicinanza geografica e della forte dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili russe. La corsa dell’inflazione sta inoltre erodendo il valore reale dei risparmi aggiuntivi accumulati durante la pandemia. Si prevede, pertanto, che la crescita dei consumi privati ​​reali rallenterà dal 3,7% nel 2022 allo 0,1% nel 2023, prima di risalire all’1,5% nel 2024 quando i salari reali, e quindi i redditi disponibili, recupereranno parte del potere d’acquisto perduto. L’inflazione nel 2022 ha continuato a sorprendere al rialzo. L’accelerazione e l’ampliamento delle pressioni sui prezzi nei primi dieci mesi dell’anno hanno spostato il picco di inflazione previsto al quarto trimestre 2022 e hanno contribuito a far alzare la proiezione del tasso di inflazione annuale al 9,3% nell’Unione Europea e all’8,5% nell’area Euro. Situazione che ha avuto effetti negativi sulla crescita economica e sui mercati finanziari, tanto che i paesi dell’UE e dell’area Euro dovrebbero sperimentare una recessione tecnica quest’inverno. Per il 2023, nel suo complesso, si prevede una crescita del Pil reale sia nell’UE che in area Euro allo 0,3%, ben al di sotto dell’1,5% e dell’1,4% stimati in precedenza. Secondo le ultime previsioni economiche fatte dalla Commissione UE, anche l’Italia subirà un rallentamento dell’economia questo inverno. È infatti prevista una crescita dello 0,3% nel 2023 e dell’1,1% nel 2024. Il tasso di inflazione dovrebbe salire a 8,7% quest’anno e scendere al 2,3% entro il 2024.

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L’inflazione statunitense è sotto controllo?

Posted by fidest press agency su martedì, 20 dicembre 2022

Le tre grandi banche centrali si riuniscono e sono in arrivo dati cruciali sull’IPC statunitense, sulle vendite al dettaglio, sugli indici PMI e sull’inflazione nel Regno Unito.Tutte e tre le banche centrali sembrano pronte per un rialzo di 50 punti base, ma quello che conta sarà il commento al termine del meeting. A questo proposito, ci aspettiamo un atteggiamento da falco da parte della Fed, per le ragioni riportate di seguito, e neutrale da parte della BCE e della BoE, dove potrebbe esserci unanimità con le due colombe che non ammetteranno cambiamenti. Sarà poi cruciale prestare attenzione ai suggerimenti riguardo i piani di inversione di rotta dei programmi di quantitative easing delle banche centrali.Il prossimo mese ci sarà una massiccia offerta di obbligazioni in scadenza, in particolar modo in Europa e soprattutto in termini di durata.Per quanto riguarda l’inflazione, lo schema al rialzo totalmente inaspettato sperimentato all’inizio di quest’anno, sia negli Stati Uniti che in Europa, è stato il più grande mai visto da decenni, ma è da considerarsi ormai alle spalle e non c’è motivo di avere un’inclinazione da falco o da rialzista.Tuttavia, restiamo “falchi” sulle prospettive a lungo termine per quanto riguarda l’inflazione statunitense. Si tratta indubbiamente di un’argomentazione difficile da sostenere, in quanto i numeri sia per l’inflazione headline che core sembrerebbero destinati a migliorare. L’indice dei prezzi al consumo (IPC) headline ha raggiunto un picco a giugno, pari al 9,1%. Attualmente è già sceso al 7,7% e i dati di questa settimana dovrebbero registrare un ulteriore calo. Il profilo dell’IPC core è più piatto, ma anch’esso è destinato a diminuire grazie al calo dei prezzi dei beni, in particolare delle automobili, e al calo del costo del petrolio, che si ripercuoterà su settori come le tariffe aeree. Anche gli effetti base contribuiranno a ridurre i grandi aumenti mensili degli ultimi 12 mesi rispetto alle misure annuali.Quello che più ci preoccupa è il dato dell’inflazione salariale, che abbiamo analizzato e confrontato tra chi cambia lavoro rispetto a chi lo mantiene. (Abstract by http://www.bc-communication.it)

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Inflazione: Istat, novembre +11,8%

Posted by fidest press agency su martedì, 20 dicembre 2022

Secondo i dati definitivi di novembre resi noti oggi dall’Istat, l’inflazione annua è pari a +11,8% come a ottobre “Una sciagura! Il fatto che l’inflazione sia stabile all’11,8% come a ottobre vuol dire che la situazione delle famiglie resta stabilmente catastrofica e insostenibile. Un rialzo che non si aveva da oltre 38 anni fa non è certo consolante. La conseguenza è una gelata sul Natale e sui consumi, visti i rincari insostenibili e il caro bollette. Il Governo avrebbe dovuto fare qualcosa, sia per ridare capacità di spesa alle famiglie, ad esempio detassando le tredicesime, sia per calmierare i prezzi. Invece non solo non ha fatto niente, ma è addirittura andato nella direzione opposta, riducendo di 10 cent lo sconto sulle accise dei carburanti. I nostri più sentiti ringraziamenti!” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Per prodotti alimentari e bevande analcoliche, che segnano un +13,6%, una famiglia pagherà in media 767 euro in più su base annua. Una batosta che sale a 1046 euro per una coppia con 2 figli, 944 per una coppia con 1 figlio. Nel caso delle coppie con 3 figli, poi, si ha una mazzata record di 1249 euro nei dodici mesi” prosegue Dona. “Per quanto riguarda l’inflazione nel suo complesso, il +11,8% significa, per una coppia con due figli, un aumento del costo della vita pari a 3974 euro su base annua, di cui 2136 per abitazione, elettricità e combustibili, 1083 per il solo carrello della spesa. Per una coppia con 1 figlio, la spesa aggiuntiva annua è pari a 3689 euro. In media per una famiglia il rincaro è di 3250 euro, 1940 per l’abitazione, 797 per il solo carrello della spesa. Il primato spetta ancora una volta alle famiglie numerose con più di 3 figli con una scoppola pari a 4466 euro, 1286 per i beni alimentari e per la cura della casa e della persona” conclude Dona.

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PIMCO: Rapporto inflazione USA

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2022

By Tiffany Wilding, North American Economist di PIMCO In sintesi: Il rapporto sull’indice dei prezzi al consumo (CPI), più contenuto del previsto, allevia la pressione sulla Fed e aumenta la nostra fiducia nel fatto che il tasso sui Fed Funds venga portato a circa il 5% (o poco sotto) prima che venga fatta una pausa a marzo. I dati di oggi sollevano anche interrogativi sulla misura in cui le previsioni del percorso dei tassi incluse nella SEP (sintesi delle proiezioni economiche) aumenteranno nel 2023, quando le nuove proiezioni saranno pubblicate domani insieme alla dichiarazione del FOMC. Avevamo indicato che la previsione media per il 2023 sarebbe salita a poco meno del 5% (un aumento di 25 pb), ma questo rapporto accresce i rischi al ribasso di una tale prospettiva. A dire il vero, il rapporto di oggi non è stato tutto rose e fiori. Sebbene la tanto attesa moderazione nelle categorie dei beni sia finalmente in atto, l’andamento dell’inflazione di fondo appare ancora incoerente con l’obiettivo della Fed (cioè le categorie più “viscose” sono rimaste tali). Tuttavia, la decelerazione dell’inflazione complessiva, che attenua il rischio di un aumento delle aspettative di inflazione, unita alla nostra opinione che anche il mercato del lavoro si stia indebolendo, rafforza la nostra aspettativa che la Fed probabilmente opterà per una pausa all’inizio del 2023 e che la prossima mossa sarà probabilmente una riduzione. Dopo il rapporto odierno e la mancanza di evidenze di un sostegno temporaneo ai listini legato all’uragano, abbiamo ridimensionato le nostre previsioni di inflazione per il quarto trimestre 2022 e il primo del prossimo anno, riducendo così le nostre previsioni per la fine del 2023. Prevediamo ora che l’inflazione core CPI si attesti al 3,3% su base annua (a/a) nel 2023 rispetto al 3,7% precedente. Ciò ha ridotto anche la nostra previsione di inflazione core PCE al 2,8% annuo per l’anno 2023, anche se non di molto, dato che i prezzi delle auto usate sono considerati in modo diverso nell’indice PCE.

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Inflazione cresce. Consumatori spettatori in attesa

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 dicembre 2022

Stime preliminari Istat: inflazione cresce dello 0,5% su base mensile e dell’11,8% su base annuale. Ci abbiamo fatto l’abitudine? Speriamo di sì, perché non ci sarebbero opzioni alternative in questo Pianeta che sta prendendo (in tutti i sensi) fuoco. Tante questioni sono venute al dunque con, la principale, che per fare le cose insieme tra diversi, occorre che le regole siano chiare e scritte con inchiostro indelebile. Situazione che non era tale nei rapporti che, per chi ha concepito la mondializzazione economica come un’ubriacatura, sono stati presi con Paesi come Russia, Iran, Cina e tanti altri. Per ora sono esplosi quelli con la Russia, non si capisce cosa i nostri politici abbiano intenzione di fare con l’Iran che ribolle di desiderio di libertà, e nulla sembra essere cambiato per quanto riguarda la Cina, con cui – G20 di Bali soprattutto – i nostri politici hanno continuato a sorridere, stringere le mani e intessere rapporti economici. Niente ci dice che domani mattina non potrebbe accadere, come per la Russia, con Iran e Cina. E, soprattutto per quest’ultima, altrochè inflazione all’11 per cento e qualche grado in meno nei caloriferi delle abitazioni e vacanze e divertimenti più ristretti…. Ve l’immaginate se la Cina decide per una qualche sua idea di “riprendersi” (per esempio) Taiwan con lo stesso stile della Russia di Putin usato per l’Ucraina… cosa accadrebbe a tutto quello che prendiamo a diamo a quel Paese? Un disastro. A questo punto si dovrebbe poter capire che il nostro 11,8% annuale il governo e il Parlamento stiano prendendo i giusti provvedimenti. Non lo sappiamo. I primi segnali ci lasciano perplessi (rave, pos, contante, mamme coi figli che vanno in pensione prima), ma occorre che la finanziaria arrivi ad essere approvata. Poi sapremo con certezza. Allo stato ci tocca aspettare fluttuanti nei vortici dell’economia mondiale, verso la quale individualmente possiamo solo cercare di farci meno male coi nostri piccoli accorgimenti individuali e famigliari. Vincenzo Donvito Maxia http://www.aduc.it

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L’inflazione del 2022 non è democratica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 novembre 2022

La forte crescita dell’inflazione è stata sicuramente una delle grandi protagoniste di questo 2022. In Italia i prezzi sono aumentati ufficialmente del 10,2% nei primi 10 mesi dell’anno, ma la realtà è che per molti risparmiatori l’inflazione è salita fino al 17,1% e i costi, in termini assoluti, fino a 335 euro in più al mese.È quanto calcola Moneyfarm, società di gestione del risparmio con approccio digitale, che ha utilizzato l’indicatore di “inflazione percepita” per affrontare la questione più urgente, oggi, per le finanze personali delle famiglie italiane.Partendo dagli ultimi dati ISTAT sull’inflazione relativi ai primi 10 mesi dell’anno ed incrociandoli con la fotografia 2021 dei consumi di 52 diversi profili di famiglie e di consumatori, Moneyfarm ha stimato con il supporto di smileconomy l’inflazione percepita: un indicatore che misura i diversi impatti dell’inflazione sulle tasche dei risparmiatori, a seconda del loro stile di vita e del loro mix di consumi. Nei primi 10 mesi dell’anno, l’inflazione misurata da ISTAT è cresciuta in media del 10,2%, ma per i 52 profili tracciati l’inflazione percepita va dall’11,2% al 17,1% poiché i consumi effettivi delle famiglie esaminate “battono” l’inflazione media del paniere ISTAT. Ragionando in termini assoluti, dai calcoli Moneyfarm emerge che l’inflazione costa alle famiglie da 175€ a 335€ in più al mese. Tra le 52 tipologie di consumatori analizzate, sono i disoccupati ad avere l’inflazione percepita più elevata, al 17,1%. Quando il capofamiglia è disoccupato l’inflazione agisce come una tassa occulta di 226€ al mese su una spesa media mensile che alla fine del 2021 era di 1.319€ al mese. Una tassa che, in assenza di aiuti e di bonus, significa probabilmente dover tagliare ulteriormente i consumi per la famiglia. Quando il capofamiglia è un lavoratore dipendente, invece, l’inflazione percepita è del 12,1% e la spesa mensile aggiuntiva ammonta a 285€. Il grafico 2 spiega chiaramente perché disoccupati e lavoratori dipendenti si collocano agli estremi dell’indice di inflazione percepita. Andrea Rocchetti, Head of Investment Advisory di Moneyfarm, ha commentato: “Purtroppo meno di un italiano su due comprende concetti come l’inflazione, come emerge dal “Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane” di Consob. Visti i livelli di inflazione che stanno caratterizzando la nostra economia, con le implicazioni che abbiamo spiegato sui risparmi delle famiglie, credo che sia ancora più importante che gli operatori del risparmio si impegnino sul fronte dell’educazione finanziaria. Oltre ad avere contezza degli effetti dell’inflazione, a mio avviso, i risparmiatori non devono sottovalutare l’urgenza di ragionare sulla gestione dei propri risparmi insieme a un esperto. Fare pianificazione finanziaria con un consulente, inoltre, è tanto più utile a coloro che non sono detentori di grandi patrimoni e che, non per questo, devono vedersi negato l’accesso a una gestione del risparmio efficiente”. (abstract by http://www.moneyfarm.com

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Italiani attenti al risparmio ma l’inflazione li ostacola

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 novembre 2022

A cura di Gimme5. Se in passato il denaro era visto come un argomento da affrontare soltanto tra le mura di casa, oggi non è più così e la maggior parte degli italiani (64,6%) si trova a suo agio a parlare di spese e risparmi anche con amici e parenti: è quanto emerge da una recente ricerca condotta da Gimme5 – soluzione digitale che permette di accantonare piccole somme attraverso smartphone e investirle in fondi comuni – su un campione rappresentativo della propria base clienti.La nuova indagine conferma ancora una volta come gli italiani siano un popolo lungimirante: il 40,4% degli intervistati ritiene, infatti, che risparmiare sia un’azione fondamentale per il futuro della famiglia, mentre il 24,8% ritiene che sia addirittura necessario. A risparmiare sono soprattutto gli uomini, seguiti a poca distanza dalle donne (81% vs 76%) e i più parsimoniosi si rivelano i ragazzi tra i 25 e i 34 anni (84% del totale). Tra i motivi per cui si risparmia ci sono soprattutto “grandi progetti” come casa, matrimonio o attività in proprio (27,1%).Se, dunque, la maggioranza del campione concorda sull’importanza del risparmio e afferma di aver concretamente messo da parte del denaro negli ultimi 12 mesi (79%), tutt’altra questione è l’aver risparmiato in modo efficiente, poiché spesso (27,4%) le cifre risparmiate sono parcheggiate sullo stesso conto utilizzato per le spese correnti, con il rischio di perdere il controllo di entrate e uscite.Sui temi di finanza personale vi è quindi ancora scarsa chiarezza e le decisioni finanziarie di ogni giorno sono rese ancora più complicate dall’attuale congiuntura internazionale e dagli elevati livelli di inflazione, tanto che chi afferma di non riuscire a risparmiare indica tra le cause principali l’impennata dei prezzi (70,7%) e l’aumento delle spese di prima necessità (35,9%).Per sentirsi in pace con la propria situazione finanziaria, la maggior parte degli intervistati afferma che sia sufficiente avere la possibilità di coprire gli imprevisti (56%) e, in secondo luogo, avere abbastanza conoscenze finanziarie per gestire consapevolmente il denaro (43,6%). Possedere una grande somma di denaro non è invece visto come un fattore necessario (9%). Per questo, l’educazione finanziaria (59,1%) e le competenze digitali (37,2%) sono i fattori su cui puntare per avvicinare i risparmiatori al mondo della finanza e degli investimenti. Le persone si affidano più volentieri a strumenti che li possano guidare nelle scelte di investimento (72,9%) e che consentano loro di automatizzare gli accantonamenti (39,3%), mentre il fattore costo è meno rilevante nella scelta del servizio (18,3%).Il 69,1% del campione afferma di investire il proprio denaro, una percentuale che cresce all’aumentare dell’età dei rispondenti (78% della fascia 45-54 anni, contro 55% della fascia 18-24 anni) e gli uomini risultano essere più propensi al rischio di investimento rispetto alle donne (74% vs 54%). La maggioranza degli intervistati comincia, però, a investire dopo anni dal primo stipendio (35,2%), presumibilmente per essere certi di aver accumulato un capitale sufficiente a far fronte agli imprevisti. I fondi comuni sono gli strumenti di investimento preferiti (64,4%), seguiti da titoli azionari (31,4%) e cripto, NFT ed ETF (30,1%).L’educazione finanziaria viene percepita come una conoscenza fondamentale per la gestione del denaro (81%) e la sua mancanza causa incertezza nelle scelte d’investimento nel 31,2% dei casi. Sono gli enti pubblici ad essere considerati più affidabili per la divulgazione di queste conoscenze, soprattutto scuola (48,5%) e istituzioni (25,5%), più che le famiglie (7,9%). Il digitale è quindi il vero fattore che può fare la differenza nell’apprendimento delle conoscenze finanziarie, ma non è solo social: il 52,6% degli intervistati preferisce contenuti video, il 48,5% spiegazioni sul sito o sull’app del servizio finanziario prescelto, mentre solo il 3,6% preferisce i social network.

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LAVORO – Pacifico (Anief): l’inflazione ci perseguiterà anche nel 2023

Posted by fidest press agency su domenica, 20 novembre 2022

“In Italia il tasso di inflazione programmata ci dice che i lavoratori continuano a subire fortemente il problema dell’innalzamento del costo della vita: l’Itp è al 7% per il 2022 e si prevede al 4% per il prossimo anno. Sono incrementi che non possono essere elusi, anche dopo la firma dell’ultimo contratto per circa 1,4 milioni di dipendenti del comparto Istruzione e Ricerca, cui seguiranno nuovi aumenti extracontrattuali automatici di 5,5% rispetto al 4,2% delle risorse stanziate per i rinnovi contrattuali per il triennio 2019-2021”. A dirlo è stato oggi Marcello Pacifico, presidente Anief e dell’Accademia Europa, intervenuto nel corso di un evento Cesi, sulle strategie delle organizzazioni aderenti a fronte all’aumento dei prezzi e dell’inflazione. Il Governo per cercare di calmierare l’aumento dei prezzi e del costo della vita ha già stanziato 57,1 miliardi, mentre il prezzo all’ingrosso è aumentato di ben 12 volte, quello dell’energia elettrica di 11 punti percentuali, con il prezzo per barile che è arrivato a sfiorare 120 dollari, oggi ridotto a 90. Lo Stato rispetto all’extra gettito dell’Iva ha avuto un avanzo di entrate e complessivamente il PIL è stimato a + 3,3% mentre il tasso di disoccupazione si è ridotto al 7,6%.Il sindacato ricorda che i 5 miliardi di fondi pubblici sbloccati con l’ipotesi di contratto sottoscritta venerdì scorso all’Aran per il triennio precedente, 2019/2021, porterà ai dipendenti della scuola fino a 110 euro di aumento e a 2.500 euro di arretrati. Sempre tenendo conto del tasso di inflazione programmata passato e futuro calcolato dal Mef, abbiamo calcolato che per allineare gli stipendi della scuola al costo della vita servirà aumentarli non meno del 20% rispetto a quanto oggi viene corrisposto. Marcello Pacifico ricorda che “per assegnare aumenti veri ai pubblici dipendenti occorrono non meno di 30 miliardi di euro. Subito occorrono 8 miliardi nella Legge di Bilancio 2023, in modo da coprire l’indennità di vacanza contrattuale per quest’anno e il prossimo, perché l’accordo raggiunto l’11 novembre all’Aran è relativo al triennio 2019/2021 scaduto da quasi un anno”.“Sulla base delle ultime tabelle pubblicate dal Mef – continua Pacifico – abbiamo avuto conferma che tra il 2008 e il 2018 l’inflazione è salita dell’11,5%: il 3,48% prodotto con il Ccnl 2016-2018, quando Anief non era ancora rappresentativa, ha solo scalfito quel livello di costo della vita, comunque rimasto in vita sopra l’8%. Che è poi aumentato ulteriormente tra il 2019 e il 2021, attestandosi attorno al 10%: il 4,2% recuperato con l’accordo in Aran, da chiudere entro fine mese, non riuscirà quindi ad ammortizzare il gap stipendi-inflazione venutosi a determinare nel decennio precedente: gli stipendi dei docenti e Ata rimarranno sotto l’inflazione ancora dell’11,4. Ecco perché gli aumenti e gli arretrati andavano assegnati il prima possibile, ma servono ora molte altre risorse”.

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I mercati hanno festeggiato sulla scia del dato sull’inflazione Usa

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 novembre 2022

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Milano. La scorsa settimana i mercati finanziari hanno festeggiato una delle giornate migliori degli ultimi tempi grazie al dato sull’inflazione negli Stati Uniti, che sembra confermare una graduale normalizzazione della crescita dei prezzi. L’inflazione di ottobre si è attestata al 7,7%, sorprendendo in positivo rispetto alle previsioni degli economisti. Ciò ha provocato un forte rialzo di obbligazioni e azioni, mentre il dollaro si è indebolito. L’inflazione statunitense si è dimostrata negli ultimi mesi più resistente di quanto molti si aspettassero, anche quando altri indicatori economici avrebbero fatto presagire un rallentamento. Il rallentamento dell’inflazione a settembre era stato meno significativo del previsto e, per questo, la banca centrale statunitense aveva adottato una retorica più aggressiva che ha influito negativamente sui valori azionari. I mercati sembrano ritenere che questo rallentamento dell’inflazione possa indurre la banca centrale statunitense ad adottare un tasso di riferimento più espansivo del previsto. Potrebbe essere un’ipotesi un po’ prematura, perché stiamo guardando a un singolo dato che non fa ancora tendenza e la strada per raggiungere il 2% di inflazione è ancora lunga. Ma dopo alcuni mesi di delusione sul fronte dell’inflazione, è rassicurante vedere qualche progresso. Questa situazione in miglioramento potrebbe spingere a incrementare il peso degli asset rischiosi in portafoglio, avvantaggiandosi delle valutazioni, ma nella gestione complessiva di un portafoglio di investimento non bisogna sottovalutare alcuni rischi che, se si materializzassero, potrebbero influenzare negativamente la situazione. La crisi energetica rischia di peggiorare ulteriormente e potrebbe scatenare una crisi di liquidità per le aziende energetiche europee, mettendo in crisi il sistema economico dell’area geografica e certamente peggiorando le attese recessive per l’economia globale in generale. Negli ultimi mesi, infatti, la volatilità dei prezzi delle materie prime ha messo in luce la fragilità dei bilanci delle aziende energetiche, che devono correre al riparo dal cambiamento dei prezzi in futuro. Per fare ciò, le aziende utilizzano una quantità significativa di strumenti derivati che richiedono un collaterale, cioè una quantità di cash (o simile) che garantisca che siano in grado di pagare la controparte nel caso in cui la posizione derivata vada in perdita.Per dare un’idea della dimensione del problema, la Svezia ha proposto una linea di credito da 23 miliardi per le proprie aziende energetiche. Per il momento la situazione sembra gestibile, sia perché i prezzi delle materie prime si sono parzialmente normalizzati, sia perché i regolatori si sono dichiarati pronti a intervenire a supporto. Tuttavia, se la situazione geopolitica dovesse peggiorare o se la riapertura della Cina fosse più marcata delle attese, mettendo pressione sui prezzi delle risorse energetiche, le prospettive per l’economia europea sarebbero molto poco rosee. La Cina rimane in una situazione molto complicata. Nonostante l’allentamento di alcune misure anti-Covid, la seconda economia del mondo sembra più fragile che mai. Il mercato immobiliare continua a tentennare a causa di una nuova, preoccupante, tendenza dei consumatori cinesi che continuano a bloccare i pagamenti per le nuove costruzioni. La situazione geopolitica globale rimane l’incognita principale. Anzitutto, Putin potrebbe dare seguito alle sue minacce e testare armi tattiche nucleari, causando un’escalation poco prevedibile e un possibile conflitto con la Nato. Dall’altro lato abbiamo Xi Jinping, che ha ottenuto il terzo mandato a capo della Segreteria Generale del Partito Comunista. Un evento storico, data la longevità del potere di Xi, che è in carica dal 2012 e continuerà ad esserlo per i prossimi 5 anni. Un mandato che porta con sé diverse sfide: economiche (sfide di crescita ben al di sotto della media cinese), politiche (il suo terzo mandato potrebbe generare instabilità nel lungo periodo) e geopolitiche. Durante il Congresso il leader ha infatti ribadito la sua volontà di annettere Taiwan entro il 2024, facendo aumentare, di conseguenza, le paure di un conflitto aperto sull’isola. Gli Stati Uniti potrebbero intervenire in caso di invasione, con effetti chiaramente catastrofici per l’economia globale. (abstract by http://www.moneyfarm.com)

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GAM: Inflazione in calo negli USA, siamo di fronte alla svolta sui mercati?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 novembre 2022

A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR. L’inflazione di ottobre negli Stati Uniti ha registrato l’incremento di 7,7%, il quarto calo consecutivo e la rilevazione più bassa degli ultimi dodici mesi, molto al di sotto della rilevazione di settembre (8,2%) e delle attese (8%). Si corrobora il convincimento che ci si allontani dal picco di 9,1% toccato in giugno. Anche il dato dell’inflazione “core” ha sorpreso positivamente, l’aumento dei prezzi, al netto di alimentari ed energia, è aumentato del 6,3% su base annua, sotto le attese di 6,5% e del 6,6% del mese precedente. I mercati hanno reagito immediatamente, l’indice S&P 500 è cresciuto del 5,5%, il Nasdaq Composite ha chiuso a 7,4%, la miglior giornata negli ultimi due anni e mezzo. Stessa storia nelle obbligazioni, il Treasury a due anni è sceso di 25 punti base a 4,3%, il titolo decennale è sceso di 27 punti base a 3,8%, il calo più netto dal marzo 2020.Ha reagito anche il dollaro, subito dopo la pubblicazione del dato è sceso del 2,3% rispetto al paniere delle sei valute (indice DXY: euro, yen, sterlina, dollaro canadese, corona svedese, franco svizzero). L’idea che si fa strada è, ovviamente, che il rallentamento dell’inflazione rallenti anche l’azione restrittiva della Federal Reserve. Da oltre il 5%, il tasso obiettivo della Fed scontato dai mercati è tornato a 4,8% atteso nel primo trimestre del 2023.I mercati sembrano cancellare i rischi dell’inflazione al rialzo ma una rilevazione non basta per annunciare il “liberi tutti”. È altrettanto vero che nei mercati “cova la voglia di ripartenza” e il ritracciamento dell’inflazione è la precondizione per tutto il resto. Ancora poche settimane fa il mercato era nel bel mezzo del sell-off globale, tra marzo e settembre i rendimenti del decennale sono cresciuti del 2,2%, violenta reazione del mercato allo scenario di alti prezzi dell’energia, alta inflazione, tassi in aumento e rallentamento economico.L’esperienza del crollo e del rapido recupero dei listini nelle drammatiche settimane tra febbraio e marzo 2020 dovrebbe aver insegnato che quando si verificano ampi e bruschi movimenti di mercato in periodi di tempo brevi, qualcosa prima o poi si rompe e il paradigma cambia. Il rischio maggiore è quello dell’entusiasmo, di scommettere troppo e troppo presto sull’ipotesi della sostenibilità della svolta, è l’errore commesso a luglio.Se guardiamo al “momentum” dell’inflazione piuttosto che al dato anno su anno, come ha invitato a fare lo stesso Powell, smussiamo volatilità e stagionalità: la metrica del “momentum” mostra che il livello obiettivo del 2% è ancora lontano (nessuna sorpresa ovviamente) ma il rallentamento è fuori dubbio.La decongestione delle catene della fornitura allenta le pressioni sui prezzi, l’Indice Global Supply Chain della Fed di New York sta rientrando dai picchi di metà anno, i rischi non sono finiti ma le rilevazioni vanno nella direzione giusta. Non sappiamo se la svolta sia davvero dietro l’angolo, sappiamo però che diversificazione e orizzonte temporale hanno sempre premiato la pazienza e che sono gli strumenti più efficaci per scansare il rischio della compiacenza, dell’ottimismo negligente.Sull’altro piatto della bilancia, il rischio che l’eccesso di ottimismo induca la banca centrale a procedere lentamente, alimentando così le aspettative di inflazione e rendendo necessari interventi ancora più restrittivi. La Federal Reserve non smetterà di alzare i tassi ma ai mercati importa soprattutto vederne la fine.Vale la pena tornare a guardare al reddito fisso nell’ultima parte di un anno che per l’asset class è stato il peggiore degli ultimi decenni. Nei mesi scorsi il massiccio deflusso dei capitali si è orientato verso il rischio azionario e la liquidità. Le pessime performance delle obbligazioni e la delusione degli investitori sono la parte sgradevole di un anno complesso, ma queste stesse obbligazioni si presentano ora con la promessa dei rendimenti più interessanti degli ultimi anni. Il dollaro è il canarino nella miniera che segnalerà il ritorno del favore anche al debito emergente. La forza del biglietto verde e l’aumento dei tassi sono stati tra i maggiori ostacoli a una classe di attivo che offre rendimenti reali elevati e valutazioni a buon mercato, un luogo dell’investimento in cui varrà la pena posizionarsi.

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L’inflazione fa riscoprire i conti deposito (+141%)

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 novembre 2022

Nell’ultimo anno mantenere un conto corrente è diventato molto più oneroso e, complice anche l’inflazione che continua a crescere intaccando i rendimenti, è tornato in auge il conto deposito tanto che, secondo l’analisi di Facile.it, le ricerche online di questi prodotti sono cresciute sensibilmente, registrando, ad ottobre 2022, per quelli vincolati un +141% rispetto allo stesso mese del 2021.Il rinnovato interesse è facilmente spiegabile se si guarda ai tassi di rendimento. Nel caso dei conti deposito vincolati, i tassi con scadenza del vincolo a 60 mesi hanno segnato, lo scorso mese, un aumento fino al 129% rispetto a soli 12 mesi prima, passando da una redditività dell’1,75% al 4%.Ancora maggiore l’aumento dei tassi legati ai vincolati a 36 mesi (+137% con rendimento passato dall’1,25% al 2,96%); appena sotto al 100%, infine, la crescita per quelli con scadenza a 12 mesi (+ 91,5%). L’analisi completa è disponibile su: https://www.facile.it/ufficio-stampa/comunicati/linflazione-fa-riscoprire-i-conti-deposito-141.html

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Mercati: ottobre si chiude in positivo, ma resta alta l’allerta inflazione e il focus su Big Tech

Posted by fidest press agency su domenica, 13 novembre 2022

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager Moneyfarm. La seconda metà di ottobre ha dato un po’ di respiro agli investitori, con il mercato azionario in netto rialzo, soprattutto nella seconda metà del mese, dopo una stagione degli utili meno drammatica del previsto e dopo che gli ultimi meeting delle Banche Centrali sembrano lasciare intendere sia stato ormai raggiunto il picco delle politiche monetarie restrittive.Il mese di ottobre è stato inoltre caratterizzato da una debacle sui mercati emergenti, appesantiti dalla stretta regolamentare apparentemente senza fine, viste soprattutto le poche speranze di cambiamento all’indomani di un congresso del Partito Comunista che ha rafforzato la posizione di Xi Jinping al vertice, dando inizio ad un terzo mandato che porta con sé diverse sfide, tra cui quella economica e politica. Un trend interessante riguarda i colossi tecnologici che hanno guidato i listini negli ultimi cinque anni: Apple, Amazon, Google, Microsoft e Facebook, che da soli valgono oltre il 20% di tutte le società quotate Usa. Queste aziende hanno per anni basato il proprio successo borsistico su un’aspettativa di costante espansione degli utili, che ha portato a valutazioni molto elevate dei loro titoli.In questa stagione abbiamo per la prima volta assistito a tassi di crescita inferiori o simili al resto delle aziende quotate, risultato al quale è seguita una correzione decisa dei prezzi azionari di tutto il settore. Si tratta di un trend molto interessante che potrebbe ridisegnare l’assetto del mercato finanziario statunitense. I risvolti non sono del tutto negativi: la concentrazione, ovvero la presenza di poche grandi aziende che dominano il mercato, è sempre da guardare con diffidenza e un riequilibrio sarebbe sicuramente utile per i rendimenti attesi di lungo termine.Nonostante ottobre abbia visto le principali Banche Centrali procedere con i rialzi dei tassi d’interesse, il tono, almeno nelle dichiarazioni, sembra essersi alleggerito. In Europa ogni decisione sul programma di acquisto titoli è stata rimandata a dicembre e la Bce si è detta pronta a valutare il contesto economico prima di smantellare il tapering, annuncio che ha contribuito a tranquillizzare i mercati. Negli Stati Uniti, nonostante sia altamente probabile che la Fed continui a muoversi alzando i tassi fino ai primi mesi del prossimo anno, i principali esponenti dell’Istituto si sono lasciati andare a dichiarazioni piú accomodanti che in passato, lasciando intravvedere un barlume di luce alla fine del tunnel. Tuttavia, è bene tenere a mente che l’inflazione nell’ultimo mese ha continuato a correre in entrambe le geografie. Di conseguenza, a nostro parere, c’è un rischio significativo che le banche centrali possano smentire presto le speranze dei mercati ribadendo la determinazione di combattere l’aumento dei prezzi a qualsiasi costo.

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