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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Posts Tagged ‘inflazione’

Inflazione: La rincorsa dei prezzi

Posted by fidest press agency su domenica, 24 ottobre 2021

Negli ultimi mesi chi abbia fatto la spesa o sia titolare di un’utenza energetica si sarà accorto nelle proprie tasche dell’aumento dei prezzi. In Italia il tasso generale di inflazione è stato stimato dall’Istat al 2,5% a settembre e l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) è aumentato dell’1,3% su base mensile e del 2,9% su base annua. Entrambi i dati sono i più alti dal 2013. Al di là del significato delle varie metodologie di misura dell’inflazione (che si differenziano per i beni e i servizi di cui monitorano il prezzo), il dato evidente è che il livello dei prezzi è tornato a correre. Se questa tendenza è evidente in Italia, lo stesso si può dire anche per le economie dove la ripresa economica e gli interventi pubblici a sostegno dell’economia sono stati più decisi, come gli Stati Uniti e il Regno Unito. Negli Stati Uniti l’inflazione generale è al 5,4% e quella core si è attestata sopra il 4,0% e non sembra più diminuire. Ovviamente questi numeri ci interessano non solo perché siamo preoccupati dell’aumento dei prezzi in Italia o altrove, ma per le conseguenze profonde che possono avere sui mercati finanziari e sul prezzo degli asset. Come abbiamo avuto modo di spiegare, uno degli aspetti che oggi maggiormente preoccupa gli investitori riguarda le Banche Centrali e la loro capacità di tenere in piedi le misure a sostegno dell’economia anche di fronte a un risveglio dell’inflazione. I banchieri centrali nei mercati sviluppati, in genere, vogliono un’inflazione di circa il 2% all’anno e utilizzano vari strumenti (in particolare i tassi di interesse) per cercare di raggiungere questo obiettivo. Attualmente l’inflazione è ben al di sopra di questa soglia in economie chiave come gli Stati Uniti e il Regno Unito – in parte a causa di shock della catena di approvvigionamento, in parte a causa della domanda repressa di prodotti specifici. Normalmente ciò indurrebbe i banchieri centrali a inasprire la politica monetaria. Finora hanno in gran parte resistito a farlo e hanno sostenuto che gli attuali livelli di inflazione più alti del normale siano “transitori”. Cosa vuol dire? Il manuale del banchiere centrale sostiene che se l’inflazione aumenta a causa di uno shock all’offerta (ad esempio una grande nave porta container che blocca il Canale di Suez), le autorità di politica monetaria non dovrebbero agire perché anche un aumento dei tassi avrebbe effetti limitati sull’offerta di beni e servizi. Ma (c’è sempre un “ma”) se gli shock dell’offerta diventano così strutturali (colli di bottiglia diffusi nella logistica globale) da iniziare a incorporarsi nelle aspettative di inflazione, i banchieri centrali potrebbero allora cambiare strategia. Questo pensiero è stato ben articolato dal governatore della Banca d’Inghilterra in un discorso la scorsa settimana alla Society of Professional Economists (intitolato “The Hard Yards”). Il discorso è stato seguito con molta attenzione perché avrebbe lasciato degli indizi sul fatto che il Governatore stia architettando una via d’uscita dall’idea “inflazione transitoria”. Uno dei canali è il mercato del lavoro. Ne abbiamo già parlato in precedenza, ma vale la pena ripeterlo. La domanda di lavoro è piuttosto alta in questo momento un po’ ovunque e i datori di lavoro hanno spesso difficoltà a trovare candidati qualificati. Ciò ha portato i salari ad aumentare e una maggiore crescita dei salari è esattamente il tipo di cosa che può essere incorporata nelle aspettative di inflazione e spingere le Banche Centrali ad agire. Un altro aspetto da tenere d’occhio è quello legato al costo delle materie prime: gli investimenti in questo campo sono in rallentamento ma, come hanno notato alcuni analisti, la transizione verde, se si verifica, i) non eliminerà la necessità di combustibili fossili dal giorno alla notte e ii) potrebbe richiedere quantità maggiori di determinate materie prime (es. rame). Almeno per ora, continuiamo a credere ai banchieri centrali, in quanto pensiamo che l’inflazione si rivelerà “transitoria”.

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Inflazione: Istat, settembre +2,5%

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 ottobre 2021

Secondo i dati definitivi di settembre resi noti oggi dall’Istat, l’inflazione sale su base annua dal +2% di agosto al 2,5%.”Una iattura! L’impennata dei prezzi, anche se attenuata rispetto alla stima preliminare, è l’ultima cosa di cui avrebbe bisogno il Paese. La corsa al rialzo di luce, gas e carburanti sta avendo effetti nefasti, non solo perché incide direttamente sul reddito disponibile delle famiglie, ma perché l’inflazione riduce il potere d’acquisto delle famiglie e rallenta il rimbalzo atteso sui consumi, con conseguenze sul Pil, composto per il 60% dalla spesa delle famiglie residenti, precipitata nel 2020, in valori correnti, dell’11%. Senza contare il rischio di un cambio nella politica monetaria della Bce, laddove i rincari dovessero persistere. Per questo urge un intervento ulteriore del Governo sulla bolletta energetica e una riduzione delle accise sui carburanti” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “L’inflazione al 2,5% significa, per una coppia con due figli, un aumento del costo della vita pari a 942 euro su base annua, 364 solo per Abitazione, acqua ed elettricità, 378 euro per i Trasporti. Per una coppia con 1 figlio, la maggior spesa annua è pari a 878 euro, 365 per l’abitazione, 329 per i trasporti, per una famiglia media il rialzo complessivo è di 736 euro, 343 per l’abitazione e 242 per i trasporti” conclude Dona.

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Inflazione: l’aumento sarà solo temporaneo?

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 ottobre 2021

L’inflazione dei prezzi al consumo nella zona euro è salita bruscamente al 3% nel corso del 2021. Un aumento dovuto principalmente all’aumento dei prezzi dell’energia e ad altri fattori transitori, i quali comunque non sembrano preoccupare la maggioranza degli analisti, le cui recenti previsioni macroeconomiche segnalano che l’inflazione tornerà ai livelli pre-pandemia il prossimo anno. Tuttavia, ci sono diversi fattori in atto che potrebbero portare a una pressione al rialzo sempre più sostenuta sui prezzi, e la materializzazione di questi rischi potrebbe costringere la Bce a prendere scelte difficili. (by Maria Paulucci)

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Inflazione: L’Istat rivede al ribasso le stime

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 ottobre 2021

L’Istat rivede al ribasso il tasso di inflazione, che secondo i dati definitivi di settembre è al +2,5%, conservando comunque il triste primato del livello più elevato da novembre 2012.Un andamento dettato dalla forte crescita dei costi dei beni energetici, ci ricorda l’Istituto di Statistica, come se non avessimo già abbastanza presente gli incredibili rincari registrati su tale fronte.Preoccupa fortemente anche la crescita dei prezzi dei beni alimentari, che tocca quota +1%. Un versante, quello dei prodotti alimentari, che a nostro avviso deve essere monitorato attentamente, alla luce delle forti tensioni dei costi delle materie prime. Non vorremmo, infatti, che come successo in passato i rincari fossero appesantiti da ingiustificate ed ingiustificabili speculazioni.Non possono mancare, nella lunga lita degli aumenti, anche i costi dei trasporti, che crescono del 2%.Complessivamente, con il tasso d’inflazione a questi livelli, le ricadute per le famiglie saranno pesantissime e raggiungeranno i 745 Euro annui, in assenza di interventi per calmierare i prezzi ed arginare fenomeni speculativi in atto soprattutto nel settore dei carburanti. Aggravi che metterebbero in forte difficoltà le famiglie, che già oggi si trovano ad affrontare situazioni di disagio e precarietà. Per questo è urgente che il Governo intervenga sul versante dei prezzi, avviando un attento monitoraggio e mettendo all’ordine del giorno una ormai improrogabile riforma del sistema di tassazione sulle bollette (a partire dalla revisione dei famigerati oneri di sistema) e sui carburanti (con una revisione delle accise e l’adozione di un sistema di accisa mobile, in grado cioè di ridurre l’accisa al crescere del costo della materia prima). Inoltre non è più rinviabile un intervento a sostegno delle famiglie che preveda piani di rilancio dell’occupazione e una riforma generale della tassazione improntata all’equità, che preveda reali elementi di progressività e tassazioni su grandi patrimoni e transazioni finanziarie.

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Inflazione: Istat, settembre +2,6%

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 ottobre 2021

Secondo i dati provvisori di settembre resi noti oggi dall’Istat, l’inflazione sale su base annua dal +2% di agosto al 2,6%.”Dato grave e allarmante! Nonostante il calo congiunturale dell’inflazione, dovuta al fatto che gli italiani hanno finito le ferie ed è venuta meno la stangata sulle vacanze, l’inflazione annua si impenna in modo preoccupante” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Bisogna che il Governo intervenga immediatamente per raffreddare i prezzi dei beni energetici. Gli interventi fatti sulle bollette della luce e del gas non sono bastati ad evitare alle famiglie una stangata senza precedenti, con un rincaro su base annua pari a 355 euro, 184 euro per la luce e 171 euro per il gas. Per questo serve subito un secondo intervento, che includa anche le accise sulla benzina e sul gasolio, saliti in un anno, rispettivamente, del 18,4% e del 17,9%, ma che ritorni anche su luce e gas, azzerando come promesso gli oneri di sistema del gas, che invece sono rimasti, per quanto abbattuti del 66,26%, e che poi agisca sulle accise, che per il gas pesano sulla bolletta finale per il 15,78% e annulli anche le addizioni regionali del gas che gravano per il 2,10%. Pericoloso anche il raddoppio del carrello della spesa, che passa dal +0,6% di agosto all’1,2% di settembre, visto che incide direttamente sulla spesa di tutti i giorni della casalinga di Voghera” aggiunge Dona.”L’inflazione al 2,6% significa, per una coppia con due figli, un aumento del costo della vita pari a 959 euro su base annua, 361 solo per Abitazione, acqua ed elettricità, 378 euro per i Trasporti. Per una coppia con 1 figlio, la maggior spesa annua è pari a 893 euro, 362 per l’abitazione, 329 per i trasporti, per una famiglia media il rialzo complessivo è di 748 euro, 339 per l’abitazione e 242 per i trasporti” conclude Dona.

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PIMCO: La politica della Fed in una fase di elevate preoccupazioni sull’inflazione

Posted by fidest press agency su sabato, 25 settembre 2021

A cura di Tiffany Wilding, economista esperta di America Settentrionale di PIMCO. Dalla precedente riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) di giugno, alcuni nuovi dati suggeriscono che l’attività economica statunitense è rallentata più di quanto molti osservatori si aspettassero inizialmente, a causa delle rinnovate ansie sul COVID-19 e delle continue interruzioni della supply chain. Nonostante questo, i membri del FOMC hanno espresso, in occasione della riunione di settembre, la propria intenzione di annunciare la prima riduzione del ritmo mensile degli acquisti di obbligazioni già nella riunione del FOMC di novembre. La Federal Reserve ha anche pubblicato un nuovo documento di sintesi delle proiezioni economiche (SEP), che include una sostanziale revisione al rialzo delle previsioni della Fed sull’inflazione di base per il 2021 e un aumento altrettanto sostanziale del tasso medio di interesse atteso sino al 2023. Le nuove previsioni della Fed implicano comunque che l’attuale ritmo elevato dell’inflazione scenderà di nuovo verso l’obiettivo di lungo periodo della banca centrale del 2% nel 2022. Tuttavia, con un’inflazione superiore al target che sembra essere più persistente di quanto molti osservatori credessero inizialmente, i membri del comitato sembrano considerare giustificato un ritmo più veloce di riduzione. Anche se le aspettative di inflazione a più lungo termine sembrano attualmente coerenti con l’obiettivo del 2% della Fed, un’inflazione più persistente probabilmente aumenta il rischio che le aspettative di inflazione aumentino, il che a sua volta giustificherebbe una stretta più aggressiva da parte della Fed. Crediamo che le revisioni delle proiezioni di settembre riflettano gli sforzi dei funzionari della Fed per poter gestire questi rischi.Infine, per quanto riguarda gli acquisti di obbligazioni, anche se il FOMC ha espresso con chiarezza le proprie aspettative di riduzione a partire da novembre, esiste il rischio che ciò venga ritardato fino a dicembre. È probabile che il tetto del debito del Tesoro americano diventi vincolante al momento della riunione del FOMC di novembre, e la Fed potrebbe non voler contribuire ulteriormente a quello che probabilmente sarà un periodo di elevata volatilità. Tuttavia, la Fed può facilmente regolare il ritmo del tapering per terminare comunque gli acquisti “intorno alla metà del prossimo anno”, come ha indicato il presidente Jerome Powell durante la conferenza stampa.Dalla riunione del FOMC di giugno, un nuovo aumento dei casi di coronavirus della variante delta, più contagiosa, ha rallentato l’attività nel settore dei servizi, mentre epidemie simili nei mercati emergenti hanno creato ulteriori problemi ai fornitori e rallentato la produzione, in particolare nell’industria automobilistica. Le interruzioni della produzione causate dall’uragano Ida hanno inoltre probabilmente peggiorato ulteriormente i problemi logistici, mentre i danni, soprattutto ai veicoli, aumenteranno probabilmente la domanda e i prezzi nei trimestri a venire, soprattutto a causa delle scarse scorte di veicoli.Questi temi, inoltre, ci hanno spinto a rivedere al ribasso le prospettive per la crescita statunitense nel 2021 e a rivedere al rialzo le previsioni sull’inflazione. E anche se continuiamo a considerare l’attuale fase di inflazione come guidata da fattori che dovrebbero dissiparsi nel corso del prossimo anno, siamo anche un po’ più preoccupati per un’ulteriore accelerazione delle aspettative di inflazione nel lungo periodo. Secondo l’indice Common Inflation Expectations (CIE) della Fed, le aspettative di inflazione sembrano aggirarsi intorno all’obiettivo di lungo periodo del 2%. Tuttavia, se una serie di fattori transitori (come il recente uragano) produce un’inflazione più marcata e persistente, le aspettative di inflazione rischiano di accelerare ulteriormente, rendendo necessaria una reazione più aggressiva da parte della banca centrale. Per quanto le aspettative di inflazione di lungo periodo non abbiano ancora mostrato questo tipo di tendenza, si tratta di un rischio che la Fed vuole probabilmente mitigare.Le sostanziali revisioni delle previsioni di crescita e inflazione della Fed per il 2021 sono state accolte da un aumento altrettanto ampio del percorso medio dei tassi previsto fino al 2023. Anche se è ancora prevista una moderazione dell’attualmente elevato livello di inflazione nel 2022, i membri del FOMC hanno stimato un ritmo più veloce di rialzi per tutto l’orizzonte di previsione. La stima media del SEP per la crescita del PIL reale nel 2021 è stata abbassata al 5,9% (contro il 7,0% di giugno), mentre il PIL reale nel 2022 è stato aumentato al 3,8% (contro il 3,3% precedente). La media dell’inflazione PCE di base del 2021 è stata rivista al 3,7%, e le medie del 2022 e 2023 sono aumentate di 0,2-0,1 punti percentuali, rispettivamente al 2,3% e al 2,2%. (Il PCE, ovvero l’indice di spesa per i consumi personali, è la misura d’inflazione preferita dalla Fed; è tipicamente qualche decimo di punto percentuale più basso del CPI). Questi cambiamenti nelle previsioni hanno spinto i membri della Fed ad alzare anche le loro proiezioni per il percorso dei tassi di interesse, e il che include i membri più dovish, che hanno spostato le loro aspettative per il primo aumento dei tassi al 2023, e i più hawkish, che hanno aggiunto ulteriori aumenti nel 2022. Nel complesso, questo ha portato a una previsione media del tasso di politica dello 0,25% per il 2022 e dell’1,0% per il 2023. Il SEP di settembre ha anche introdotto le previsioni dei tassi per il 2024 con una mediana dell’1,8%, indicando un ritmo stimato di tre rialzi di 25 punti base all’anno tra il 2022 e il 2024.

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Inflazione: Istat, agosto +2,1%

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 settembre 2021

Secondo i dati provvisori di agosto resi noti oggi dall’Istat, l’inflazione sale su base annua dal +1,9% di luglio a +2,1%.”Pessima notizia! L’impennata dei prezzi è l’ultima cosa di cui avevamo bisogno, visto che riducendo il potere d’acquisto delle famiglie si hanno ripercussioni negative sui consumi. E’ solo una iattura, anche perché non deriva dalla ripresa della domanda interna ma è prevalentemente importata, dovuta al rialzo dei beni energetici (+19,8%), dalla luce ai carburanti (benzina +17,6%, gasolio +17%). Unici rincari legati all’aumento dei consumi sono quelli connessi alle ferie. Una stangata vacanze! In un solo mese il Trasporto aereo passeggeri è salito del 33,8%. Una batosta anche per chi ha deciso di raggiungere il luogo di villeggiatura con la nave: il Trasporto marittimo e per vie d’acqua interne è rincarato del 28,2% rispetto a luglio” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Nel complesso, l’inflazione a +2,1% significa, per una coppia con due figli, un aumento del costo della vita pari a 786 euro su base annua, 357 solo per Abitazione, acqua ed elettricità, 286 euro per i Trasporti. Per una coppia con 1 figlio, la maggior spesa annua è pari a 743 euro, 358 per l’abitazione, 249 per i trasporti, per una famiglia media il rialzo complessivo è di 632 euro, 336 per l’abitazione e 183 per i trasporti” conclude Dona.

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Inflazione: carburanti e trasporti spingono al rialzo il tasso, che si attesta all’1,8%

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 agosto 2021

L’Istat rende noto oggi l’andamento dei prezzi nel mese di luglio, rilevando una corsa dell’inflazione il cui tasso si attesta all’1,8% (dal +1,3% del mese precedente).Si tratta della crescita più elevata dal 1996 (ovvero da quando è disponibile la serie storica), annuncia l’Istituto di Statistica, segnalando come, ancor auna volta, a determinare la forte accelerazione è la crescita dei prezzi dei beni energetici.Come non citare a tal proposito l’insopportabile aumento dei costi dei carburanti che causerà forti aggravi per le famiglie, specialmente in vista delle vacanze estive. Secondo i calcoli dell’O.N.F. – Osservatorio Nazionale Federconsumatori, il prezzo della benzina dovrebbe attestarsi almeno 12 centesimi al di sotto di quello attuale. Il sovrapprezzo applicato, in termini annui, porterebbe ad un aggravio di circa +144 Euro ad automobilista. Gli aumenti in termini indiretti, sui beni di consumo trasportati in larga parte su gomma, saranno di 107,28 Euro annui a famiglia. Il totale delle ricadute, in termini annui a famiglia ammonta quindi a 251,28 Euro.In pieno periodo di vacanza non aumentano solo i carburanti, ma come prevedibile crescono i costi dei servizi relativi ai trasporti, che si attestano al +1,1% e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,8%).Con il tasso di inflazione a questi livelli le ricadute per i cittadini saranno di +536,40 Euro annui a famiglia.Un andamento che troviamo estremamente preoccupante, dal momento che pesa sia sulle condizioni di vita delle famiglie, determinando un aumento del fenomeno della povertà energetica che attualmente interessa l’8,8% delle famiglie, dall’altro sulla ripresa di un settore vitale per la nostra economia, come il turismo.L’euforia per le sime di crescita non deve far perdere di vista l’attuale situazione, specialmente quella che coinvolge le famiglie che a causa della pandemia hanno conosciuto un impoverimento.È nei confronti di questi nuclei che bisogna intervenire con urgenza, attraverso piani di rilancio dell’occupazione.Inoltre è fondamentale che il Governo intervenga disponendo un attento monitoraggio dei prezzi dei beni energetici e una ormai improrogabile riforma del sistema di tassazione su bollette (a partire da una attenta revisione dei famigerati oneri di sistema, come ipotizzato nel DDL Concorrenza) e sui carburanti (con una revisione delle accise e l’adizione di un sistema di accisa mobile).

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Inflazione in crescita. Stato che dà (per alcuni) e fa lo sciacallo per tutti

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 agosto 2021

Le stime preliminari di Istat ci informano che a luglio l’inflazione è +0,3% su base mensile e +1,8% su base annua. Percentuali che non dovrebbero preoccupare gli esperti (l’inflazione è bene che sia – moderatamente – col segno +, vuol dire che l’economia cresce). Andando a guardare nello specifico, oltre a prezzi abbastanza stabili e con lievi aumenti tipici della stagione estiva (quasi come se il covid non ci fosse…), c’é una discutibile politica statale dei prezzi energetici (gas, carburanti per autoveicoli ed energia elettrica: da +14,1% di giugno a +16,9% di luglio), soprattutto per i regolamentati (tariffe per l’energia elettrica, il gas per usi domestici e quello da riscaldamento): da +16,9% di giugno a +29,0% di luglio). In questi casi viene sempre portato a giustificazione il condizionamento “esterno” delle materie prime che noi importiamo.Ma non è proprio così. Per due motivi che si aggiungono ai costi base:- la componente fiscale che, nel caso dei carburanti, per esempio, va oltre il 60% del prezzo alla pompa;- la politica di aiuti covid basata su bonus ed elargizioni a fondo perduto piuttosto che riduzioni e agevolazioni fiscali.Il risultato di questa politica è che abbiamo uno Stato che da una parte fa il “buon donatore” e il “buon rimandatore di imposte” per alcuni, ma contemporaneamente fa il “dracula” per tutti. Crediamo sia presto per stabilire il saldo di questa politica per il consumatore, ma sta di fatto che quest’ultimo viene trattato come un suddito: prono alle decisioni/imposizioni dello Stato e non libero ed intraprendente in un mercato ribassato per tutti. Un contesto in cui è scatenata la guerra tra i garantiti (dipendenti pubblici e delle grandi aziende che hanno sempre funzionato durante il covid) e tutti gli altri, con atti di sciacallaggio trasversali pur se il primo sciacallo è lo Stato. Sono queste le politiche di crescita economica? Vincenzo Donvito, presidente Aduc

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Rischio d’inflazione oppure no?

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 luglio 2021

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. Il rischio di una ripresa dell’inflazione c’è oppure no? Non si tratta di una questione accademica che tiene impegnati economisti e giornalisti del settore. E’ in gioco la tenuta del sistema già provato da due pesantissime crisi economiche e finanziarie in poco più di un decennio. La discussione si è aperta anche all’interno del G30, il gruppo di esperti che hanno coperto le più alte cariche delle istituzioni monetarie e finanziarie internazionali. L’ex governatore della Bank of England, Mervyn King, senior member del G30, sostiene che “per la prima volta dagli anni ottanta coesistono due fattori che rendono l’inflazione un rischio serio: un eccessivo stimolo monetario e fiscale e una debole resistenza politica alla minaccia inflattiva”. E’ la stessa analisi espressa anche da Larry Summers, ex segretario al Tesoro americano, per quanto riguarda la situazione negli Usa e non solo. I lockdown hanno avuto un forte impatto sulla domanda e sull’offerta. I dati raccolti dal 2019 indicano che in UK la fluttuazione della produzione è stata grande, ma si è mantenuta in linea con l’andamento in calo della domanda. Oggi si stima che il gap di produzione sia dell’1% nel primo trimestre del 2021 e dovrebbe azzerarsi all’inizio del 2022. Sia chiaro. Nessuno mette in discussione il fatto che i governi e le banche centrali intervengano a sostegno delle economie, delle imprese e dei lavoratori. Se non fosse stato fatto il mondo sarebbe sprofondato in una crisi economica e sociale senza precedenti. La questione è come gestire gli interventi futuri senza compromettere lo sforzo fatto finora. Il livello d’inflazione tollerabile è, quindi, cruciale. Si ricordi che l’aumento della spesa pubblica è finanziato non da tasse ma dalla creazione di moneta da parte delle banche centrali, tanto che da marzo 2020 a giugno 2021 il bilancio della Bce è cresciuto da 5.000 a 7.900 miliardi di euro e quello della Fed è raddoppiato, passando da 4.200 a 8.100 miliardi di dollari. E’ vero quanto sostiene Draghi circa la differenza tra il debito buono, che crea nuova ricchezza, e quello cattivo, che copre le spese correnti e i buchi di bilancio. La questione si porrà quando si avranno dei tassi d’interesse più elevati e un’inevitabile contrazione dei bilanci delle banche centrali. Senza un aumento delle tasse, che nessun governo vorrebbe fare, come si finanzieranno i disavanzi? Si rischia una risposta troppo lenta ai segnali di aumento dell’inflazione. Anche un’eventuale brusca correzione del mercato avrebbe effetti preoccupanti per l’economia. Negli Usa il tasso d’inflazione di aprile su base annua è stato del 3,1%. I responsabili delle politiche della Federal Reserve hanno più volte affermato che considerano qualsiasi picco d’inflazione sopra la gamma accettabile, cioè il cosiddetto target del 2%, come puramente “transitorio”. Tenendo presente le valutazioni sbagliate e le negative esperienze passate, “transitorio” è un aggettivo si dovrebbe attentamente evitare. Se la Fed si sbaglia nel ritenere che l'attuale aumento dell'inflazione sia transitorio, il resto del mondo non rimarrà incolume. Un rapido aumento dei tassi d’interesse statunitensi si tradurrà in un dollaro attraente rispetto ad altre valute. Le economie emergenti potrebbero sperimentare un rapido deflusso di capitali verso i mercati americani in cerca di rendimenti più elevati, creando una maggiore volatilità nei loro mercati, con tassi più elevati, una crescita più lenta e il rischio di una nuova recessione. I debiti in dollari diventeranno più costosi e cresceranno le difficoltà dei rimborsi. C’è anche chi, come l’ex economista capo del Fmi, Kenneth Rogoff della Harvard University, anche lui membro del G30, da anni sostiene che il toccasana per l’economia e per l’abbassamento del debito sarebbe un forte tasso di “inflazione controllata” del 4-6 % annuo per diversi anni per abbreviare il periodo di «doloroso deleveraging (riduzione del debito) e di crescita lenta». Ricette un po’ superficiali ma molto rischiose. Un vecchio proverbio popolare dice che a giocare con il fuoco ci si scotta. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista.

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Inflazione: tasso al +1,3% con ricadute di 387,40 Euro annui a famiglia

Posted by fidest press agency su domenica, 18 luglio 2021

L’Istat conferma, a giugno, il tasso di inflazione al +1,3% su base annua. A spingere sull’acceleratore dei prezzi sono, come facilmente prevedibile e come da noi più volte denunciato, i costi dei beni energetici.Guarda caso, in vista oltre ai beni energetici aumentano anche i costi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona.Con il tasso di inflazione a questi livelli le ricadute per i cittadini saranno di +387,40 Euro annui a famiglia.Un andamento che preoccupa fortemente, dal momento che incide significativamente, da un lato sulle condizioni di vita delle famiglie, determinando un aumento del fenomeno della povertà energetica che attualmente interessa l’8,8% delle famiglie, dall’altro sulla ripresa di un settore vitale per la nostra economia, come il turismo.È urgente che il Governo intervenga con urgenza su tale versante, attraverso un attento monitoraggio dei prezzi e una ormai improrogabile riforma del sistema di tassazione su bollette (a partire da una attenta revisione dei famigerati oneri di sistema) e sui carburanti (con una revisione delle accise e l’adizione di un sistema di accisa mobile). Inoltre è indispensabile l’avvio di misure a sostegno delle famiglie, attraverso piani di rilancio dell’occupazione e un ripensamento sulla proroga del blocco dei licenziamenti che, come purtroppo avevamo previsto, hanno ripreso con drammatica frequenza.

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Il Consiglio direttivo della Bce ha cambiato l’obiettivo d’inflazione

Posted by fidest press agency su martedì, 13 luglio 2021

“Decisione rischiosa. Non abbiamo mai ritenuto il 2% di inflazione come un obiettivo, ma come uno strumento. Abbiamo sempre appoggiato la politica monetaria espansiva della Bce a fonte di una grave recessione in atto, ma per la finalità di dare liquidità al sistema, di tenere bassi i tassi di interesse, rilanciare gli investimenti e i mutui delle famiglie, non certo per aumentare i prezzi che riducono il potere d’acquisto delle famiglie” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Insomma, accettavamo di pagare lo scotto dell’inflazione in cambio di crescita, maggiore occupazione e minori oneri sul debito pubblico, pagati con le tasse dei cittadini. Ma c’è un limite che va posto all’inflazione, perché se su un piatto della bilancia c’è la crescita, dall’altro c’è l’inflazione e la riduzione della capacità di spesa dei consumatori. Il tetto del 2%, pur essendo puramente simbolico, garantiva un equilibrio che ora rischia di saltare” prosegue Dona. “Insomma, siamo favorevoli a un coordinamento tra politica monetaria e fiscale, non abbiamo msi ritenuto giusto considerare la politica monetaria come una variabile indipendente che non tiene conto della recessione in atto, come avveniva ai tempi di Trichet, ma quando saremo usciti dalla crisi e si sarà recuperato il Pil perso, l’inflazione dovrà tornare a essere tenuta sotto controllo, senza se e senza ma” conclude Dona.

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Inflazione in Usa ai livelli di 10 anni fa, quanto durerà?

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 luglio 2021

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer Moneyfarm. Negli ultimi mesi, tutti – consumatori e investitori – ci siamo accorti dell’aumento dei prezzi di beni e servizi. I recenti rapporti sull’inflazione, in particolare negli Stati Uniti, raccontano di una impennata dell’inflazione piuttosto marcata. Questo riflette ciò di cui molti consumatori si erano già accorti mentre facevano la spesa: i prezzi sono aumentati. Il grafico qui di seguito mostra che l’inflazione annua degli Stati Uniti è tornata ai livelli di 10 anni fa. Quando si pensa ai fattori che determinano l’inflazione il modo più semplice è considerare la dinamica della domanda e dell’offerta, se i beni sono più scarsi o più richiesti i prezzi salgono, se un prodotto è più abbondante o più richiesto costerà di meno. Durante la pandemia, abbiamo assistito per molte categorie di beni a veri e propri shock dell’offerta: aziende che improvvisamente chiudevano o tagliavano i costi, ampie fasce della popolazione (e quindi forza lavoro) in isolamento. E abbiamo assistito anche a shock della domanda, sia in positivo sia in negativo: non è stato un buon periodo per le compagnie aeree, ma chi vendeva disinfettanti per le mani ha visto il proprio prodotto andare a ruba. Questi scossoni della domanda e dell’offerta sono sicuramente alla base dell’aumento dei prezzi. Sebbene le persone non si muovano ancora così tanto, per le merci è vero proprio il contrario. Tutti i beni che le persone hanno deciso di acquistare durante il lockdown, come le cyclette e le scarpe da corsa, hanno esercitato una certa pressione sulle catene di approvvigionamento globali. Ora che l’economia si avvia verso una graduale normalizzazione, la domanda che tutti si fanno è se gli squilibri della domanda e dell’offerta sono destinati gradualmente a rientrare, così come la pressione sulle catene di approvvigionamento. In circostanze normali un aumento delle attività dovrebbe portare l’industria della logistica a riorganizzarsi per far fronte a una maggiore domanda, e questo sembra che stia effettivamente avvenendo. Secondo IHS Markit, oggi i nuovi ordini di navi portacontainer sono ai massimi da cinque anni (nell’ultimo periodo erano stati piuttosto limitati, così come anche prima della pandemia) ma molto probabilmente sarà solo nel 2024 che vedremo davvero i risultati di questa riorganizzazione.Il cambiamento repentino delle dinamiche di domanda e offerta sta creando dei colli di bottiglia nell’economia globale, che si traducono in prezzi maggiori per il consumatore finale. Ci aspettiamo naturalmente che alcuni colli di bottiglia si sblocchino man mano che riapre l’economia globale. Dopotutto, il numero di cyclette o monopattini elettrici da acquistare è di per sé limitato. Ma ci vorrà del tempo per aumentare considerevolmente la capacità di produzione. La storia è simile per quanto riguarda le materie prime. Il prezzo del rame, ad esempio, è aumentato drasticamente (come si può vedere nel grafico sotto), in parte sulle aspettative che sarà tra le materie prime a beneficiare maggiormente dell’aumento dell’elettrificazione del settore automobilistico. Ironicamente si costruiscono nuove miniere per un prodotto che dovrebbe fornire una risposta riguardo alle crescenti preoccupazioni ambientali. Qualcosa non quadra: il tasso di disoccupazione è ancora alto, ma i datori di lavoro devono aumentare gli stipendi per trovare lavoro. È possibile che le persone, nelle regioni in cui esiste ancora un sostegno al reddito da pandemia, abbiano deciso di aspettare fino alla fine prima di cercare lavoro. Se questa ipotesi è corretta, potremmo vedere più persone in cerca di lavoro dopo l’estate.Quindi, quando pensiamo all’inflazione, all’offerta e alla domanda, ci sono elementi differenti da considerare. C’è il mercato del lavoro, in cui ci aspettiamo di vedere più persone cercare occupazione dopo l’estate, c’è la questione dei container, dove ci aspettiamo di vedere nel breve termine i benefici di una certa normalizzazione, ma dove dovremo attendere almeno uno o due anni prima di vedere un aumento consistente della capacità di produzione. E da ultimo il rame, se la cui domanda resta alta dovremo attendere del tempo prima che l’offerta la soddisfi.Ci sono insomma molte variabili da considerare quando pensiamo all’inflazione, ma questi esempi suggeriscono che parte dell’inflazione che abbiamo visto sarà probabilmente transitoria anche se potrebbe volerci del tempo prima di tornare a dove eravamo pre-pandemia.

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Inflazione: tasso al +1,3% con ricadute di 387,40 Euro annui a famiglia

Posted by fidest press agency su domenica, 4 luglio 2021

L’Istat a giugno rileva il tasso di inflazione al +1,3%, lo stesso livello di maggio. “Il carovita – specifica l’Istituto di Statistica – è sostenuto ancora prevalentemente dai prezzi dei beni energetici”, come facilmente prevedibile.Oltre ai beni energetici, in vista dell’estate, come annunciato aumentano anche i costi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona.Con il tasso di inflazione a questi livelli le ricadute per i cittadini saranno di +387,40 Euro annui a famiglia.Una spesa che preoccupa, soprattutto perché riguarda un settore, come quello dell’energia, in cui crescono senza sosta il disagio e la povertà. Secondo i dati più recenti l’8,8% delle famiglie si trova in situazione di povertà energetica: una condizione che indica la difficoltà di una famiglia ad acquistare un paniere minimo di beni e servizi energetici o una situazione in cui l’acquisto dei servizi energetici necessari alla famiglia implica una distrazione di risorse superiore a un valore socialmente accettabile.È urgente che il Governo intervenga con urgenza su tale versante adottando misure efficaci a sostenere le famiglie in questa delicata fase, avviando opportuni piani di rilancio dell’occupazione, operando la proroga del blocco dei licenziamenti e rafforzando l’azione di contrasto all’evasione fiscale.In campo energetico, come chiediamo da tempo, è inoltre necessario avviare una riforma generale della tassazione in bolletta, a partire da una attenta revisione dei famigerati oneri di sistema. Inoltre, come recentemente abbiamo fatto presente alla stessa Autorità per l’Energia, è giunto il momento di aprire una seria e approfondita discussione sulle politiche energetiche, sulla transizione ecologica e sulle misure da adottare per informare e tutelare i cittadini in questa delicata fase.

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Credito: ecco quali sono i settori che possono resistere meglio all’inflazione

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 luglio 2021

Il tasso di rischio dei crediti in euro è contenuto grazie alla duration di poco superiore ai 5 anni e al carry positivo rispetto ai titoli tedeschi. Se a questi elementi si aggiungono i rendimenti positivi e il roll-down, si ottiene che c’è ancora un po’ di tempo prima che i rendimenti assoluti entrino in territorio negativo. Una prova di ciò ce l’ha data proprio il primo trimestre di quest’anno, in cui i crediti investment grade di Stati Uniti e Regno Unito hanno registrato performance negative del -4,7%, mentre quelle dell’indice corporate IG in euro sono state di solo -0,7%. Questo è dovuto a una maggiore volatilità e duration (circa 8,5 anni) dei primi. Noi di LGIM cerchiamo di proteggere il capitale dei nostri clienti, gestendo attivamente la duration dei portafogli; nello specifico, cerchiamo di ottenere una duration limitata, senza però doverci trovare a gestire una posizione troppo sbilanciata. Infatti, noi siamo investitori core credit e non vogliamo che i tassi d’interesse siano preponderanti sui rendimenti. Attualmente si sta dibattendo se la crescita dell’inflazione sia temporanea o transitoria e noi riteniamo che fare una previsione precisa su come e quando si raggiungerà il picco sia un’impresa molto ardua, a maggior ragione in uno scenario come quello attuale, inedito sia dal punto di vista monetario che fiscale. La recente ondata di liquidità ha praticamente cancellato ogni traccia di volatilità e solo il tempo ci dirà fino a che punto l’intervento della banca centrale ha celato lo status reale dei fondamentali economici. I nostri processi di investimento tengono ovviamente conto di questi fattori, ma, allo stesso tempo, tendono ad evitare quelle posizioni che vi fanno un affidamento eccessivo; pertanto, i capisaldi dello sviluppo del nostro portafoglio continueranno a essere un’accurata analisi del credito e le nostre idee sugli investimenti tematici.Restando sempre sul nostro portafoglio, abbiamo deciso di non inserire elementi specifici a tutela contro l’inflazione, poiché riteniamo che siano troppo costosi e che tendano a fagocitare buona parte dei rendimenti, se mantenuti troppo a lungo. Infatti, preferiamo rivolgerci verso settori ed emittenti che non ne siano eccessivamente colpiti o che possano anche trarre vantaggio da un rialzo dell’inflazione. Un esempio sono le banche, che traggono beneficio dai tassi d’interesse più elevati, ma anche i retailer sono ben posizionati per poter conseguire un guadagno da questo scenario. Altri esempi di settori difensivi sono le telecomunicazioni e i servizi pubblici, poiché possono trasferire parte degli effetti dell’inflazione sui clienti. Invece, dal lato opposto troviamo le imprese indebitate operanti nel real estate e i flussi di reddito meno garantiti, che potrebbero essere maggiormente colpiti. Per questo, in questi ultimi due settori siamo molto selettivi, nonostante l’elevato compenso per gli investitori dovuto agli spread.Attualmente, gli investitori si ritrovano in una situazione in cui non esistono asset a basso costo e anche la liquidità viaggia su rendimenti negativi, proprio come molti titoli di Stato emessi da paesi europei, e questo vale in ogni scenario, escluso quello in cui i tassi d’interesse si risollevino dai livelli attuali. In questo scenario, il credito IG europeo è comunque una valida opportunità per gli investitori. Si sente spesso dire che l’alta marea faccia navigare tutte le imbarcazioni e non c’è dubbio che un’inflazione costantemente superiore al target che incrementi i rendimenti delle obbligazioni e forzi la mano delle banche centrali possa avere impatti negativi sui rendimenti del credito investment grade europeo, ma se la storia ci insegna qualcosa è che questi ultimi rendimenti dovrebbero essere molto meno volatili rispetto a quelli di altri asset ad alto beta, come le azioni, o dei titoli di Stato a più lunga scadenza spesso supposti sicuri.

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Fixed Income – Qualche riflessione sulle obbligazioni indicizzate all’inflazione

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 luglio 2021

A cura di Mickael Benhaim, Head of Fixed Income Investment Strategy & Solutions e Manesh Mistry, Investment Analyst di Pictet Asset Management.I prezzi al consumo stanno salendo e gli investitori sono sempre più alla ricerca di prodotti che li proteggano dall’inflazione, come le obbligazioni indicizzate all’inflazione. Tuttavia, è necessario che chi investe sia consapevole della complessità di questi strumenti. La spiegazione è semplice: un’inflazione sorprendentemente elevata è la principale fonte di preoccupazione per gli investitori obbligazionari. Di per sé, l’inflazione è un fenomeno naturale, integrato nei prezzi di mercato. Tuttavia, un cambiamento delle aspettative di inflazione può portare scompiglio nei portafogli a reddito fisso: un forte aumento nelle previsioni dei prezzi al consumo costringerà gli investitori a cercare rendimenti più elevati, spingendo così il valore delle obbligazioni verso il basso. Le obbligazioni indicizzate esistono per aiutare gli investitori a minimizzare questo rischio. Sebbene esistano da secoli in una forma o nell’altra, hanno acquisito popolarità nella loro versione moderna sulla scia dell’inflazione degli anni ’70: una strada aperta dal governo britannico con la creazione dei Gilt indicizzati. Tutte le obbligazioni sono emesse con un valore nominale, ossia il valore al quale saranno rimborsate alla loro scadenza. Nel caso delle obbligazioni indicizzate, il prezzo di rimborso finale sarà determinato dal valore nominale più l’inflazione cumulativa tra l’emissione e il rimborso, solitamente calcolata con un indice ufficiale dei prezzi al consumo. Se, ad esempio, il valore nominale di un’obbligazione indicizzata con scadenza a dieci anni è 100 e l’indice dei prezzi al consumo è nel frattempo cresciuto del 30%, alla scadenza dell’obbligazione gli investitori possono aspettarsi di ricevere 130 dal debitore. Per tutta la sua durata, ogni anno il valore nominale dell’obbligazione verrà adeguato conformemente a ciò che è accaduto all’inflazione in quello stesso anno. Quel valore nominale, a sua volta, determinerà l’entità della cedola annuale che riceverà l’investitore. Prendiamo, ad esempio, un’obbligazione del Tesoro statunitense indicizzata all’inflazione con scadenza decennale e che offre un tasso di interesse del 2%. Qualora, nel primo anno, si verificasse un’inflazione del 5%, l’investitore riceverebbe una cedola pari al 2% di 105 dollari, vale a dire 2,1 dollari. E se l’anno successivo l’inflazione fosse del 3%, il valore nominale sarebbe leggermente superiore ai 108 dollari e la cedola sarebbe pari al 2% di questo. Alla fine del decimo anno, gli investitori ottengono il 2% del nuovo valore nominale, pari a 130 dollari, ossia 2,6 dollari. Chi investe in un’obbligazione tradizionale equivalente, con lo stesso tasso di interesse, ottiene 2 dollari ogni anno, nel primo come nell’ultimo. In genere, gli investitori tendono a passare facilmente dalle obbligazioni indicizzate emesse da un governo a quelle tradizionali equivalenti; per questo motivo, se il prezzo di una di queste comincia ad apparire più interessante rispetto all’altra, venderanno le ultime e acquisteranno le prime finché i loro prezzi non si riequilibreranno di nuovo. La differenza di rendimento tra obbligazioni indicizzate e tradizionali con la stessa scadenza è il cosiddetto tasso di breakeven. La regola generale è che il tasso di breakeven è l’aspettativa implicita del mercato relativa all’inflazione nel corso della durata dell’obbligazione. Dato che i tassi di breakeven non sono un modo completamente affidabile per misurare le aspettative di inflazione, è utile adottare altre misure: ad esempio, è possibile prendere in considerazione gli swap sull’inflazione. In sostanza, uno swap sull’inflazione è un contratto in cui una parte (il pagatore) effettua pagamenti di interessi fissi per un periodo definito; detti pagamenti si basano sulle aspettative di inflazione al momento della sottoscrizione dell’accordo. Sul versante opposto del contratto, la controparte (il ricevente) effettua pagamenti al pagatore che si basano sul tasso di inflazione effettivo nel corso del periodo di validità del contratto. Il pagatore, quindi, desidererà un’inflazione effettiva superiore a quanto inizialmente previsto nei termini del contratto, mentre il ricevente la vorrà più bassa. In questo modo è possibile misurare il tasso di inflazione atteso del mercato. Il più popolare di questi swap è il tasso “five-year, five-year forward” (5y5y), che misura quella che sarà l’inflazione quinquennale attesa prevista dal mercato tra cinque anni; in altre parole: un’indicazione delle aspettative dei mercati sull’inflazione a lungo termine. Mantenendo i tassi di interesse reali il più negativi possibile, ciò che la Fed sta effettivamente cercando di fare è trasferire risorse dai creditori ai debitori: un fenomeno noto come repressione finanziaria. Un aumento dei rendimenti reali, invece, grava economicamente sui debitori. Per evitare che ciò accada, è probabile che la Fed manterrà condizioni monetarie ultra-accomodanti ancora per un po’. La repressione finanziaria è stata molto efficace in passato. Ad esempio, in seguito all’enorme onere debitorio accumulato dal Regno Unito durante la seconda guerra mondiale, il governo limitò il costo del servizio di tale debito mantenendo bassi i livelli dei tassi di interesse nominali e promuovendo al contempo la crescita e l’inflazione attraverso una politica monetaria espansiva, trasformando di fatto in negativi i tassi di interesse reali. È facile vederne l’effetto osservando i dati: nel 1945 il debito pubblico britannico valeva il 216% del PIL, nel 1955 questo valore era sceso al 138%. Tutto questo rappresenta un monito per gli investitori obbligazionari e un ulteriore motivo per interessarsi ai titoli indicizzati all’inflazione. (abstract) fonte: : https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2021/analisi-dei-mercati-e-asset-allocation/06/fixed-income-qualche-riflessione-sulle-obbligazioni-indicizzate-all-inflazione.

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Inflazione: Istat, maggio +1,3%

Posted by fidest press agency su sabato, 19 giugno 2021

Secondo i dati definitivi di maggio resi noti oggi dall’Istat, l’inflazione registra un aumento annuo dell’1,3%, dal +1,1% di aprile.Secondo lo studio dell’Unione Nazionale Consumatori, che ha stilato la classifica delle città più care d’Italia, in termini di aumento del costo della vita, al primo posto c’è Bolzano, dove l’inflazione pari a +2,5% si traduce in una maggior spesa aggiuntiva annua equivalente, mediamente, a 795 euro, ma che schizza a 1.122 euro per una famiglia di 4 persone. Al secondo posto Reggio Emilia, dove il rialzo dei prezzi del 2,2% determina un incremento di spesa pari a 588 euro per una famiglia media, 822 euro per una di 4 componenti, segue Trento, dove il +1,9% genera una spesa supplementare pari, rispettivamente, a 507 e 710 euro annui.Tra le città più virtuose, quelle simbolo del turismo, un segno evidente che a maggio i viaggi non sono ancora ripartiti. Roma Firenze e Venezia sono al 2°, 3° e 4° posto tra le città più risparmiose (1° posto a Brescia), con una spesa aggiuntiva per una famiglia tipo pari a, rispettivamente, 104, 110 e 187 euro su base annua.In testa alla classifica delle regioni più costose , con un’inflazione a +2,1%, il Trentino che registra a famiglia un aggravio medio pari a 569 euro su base annua, 815 euro per una famiglia di 4 persone. Segue l’Emila Romagna, dove la crescita dei prezzi dell’1,7% implica un’impennata del costo della vita pari a, rispettivamente, 448 e 629 euro, terza la Basilicata (+2,2%, 2° inflazione più elevata), con un rincaro annuo di 439 e 625 euro.

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Occhi puntati sull’inflazione: le nuove sfide

Posted by fidest press agency su sabato, 5 giugno 2021

A cura di Adrian Hilton, Responsabile tassi globali e debito dei mercati emergenti e Edward Al-Hussainy, Analista senior tassi d’interesse e valute di Columbia Threadneedle Investments. Negli ultimi 20 anni la costruzione del portafoglio in ambito di gestioni patrimoniali è stata dominata da una correlazione negativa tra azioni e obbligazioni. A cosa è dovuta? È un fenomeno relativamente nuovo, che non esisteva negli anni ’80 o ’70. In effetti, risale alla metà degli anni ’90, quando l’inflazione si è stabilizzata intorno al due per cento. Da allora questa correlazione si è mantenuta, quindi la domanda è: se la Fed e ciò che sta accadendo alla politica fiscale sono in grado di modificare la struttura dell’inflazione, trasformando il rapporto tra inflazione ed economia in generale e facendo lievitare l’inflazione, la correlazione negativa tra azioni e obbligazioni è destinata a cambiare? In realtà non lo sappiamo.Questa relazione, ancora una volta, è stata il caposaldo della costruzione del portafoglio e ritengo improbabile che cambi rapidamente, ma potrebbe iniziare a incrinarsi se l’inflazione dovesse salire ulteriormente. In altre parole, le obbligazioni, in particolare i titoli di stato o le altre forme di debito pubblico, possono essere viste come uno strumento di protezione contro la deflazione. Abbiamo acquistato debito con l’idea che ci avrebbe protetto contro i ribassi provocati da episodi deflazionistici, e, negli ultimi 25 anni, si è rivelato un mercato estremamente proficuo, una forma molto interessante di buffer di portafoglio. Se l’inflazione si riposizionasse strutturalmente più in alto, quel buffer diventerebbe meno necessario. È pertanto probabile che assisteremo a una riallocazione degli investimenti al di fuori dei beni rifugio e, più in generale, a uno spostamento verso il rischio, che inevitabilmente renderà i portafogli più volatili.Per capire cosa ha significato il QE per gli investitori obbligazionari, proviamo a pensare al cosiddetto premio a termine, che di fatto rappresenta il rendimento di un asset privo di rischio (come un Treasury statunitense) che un detentore riceve in più rispetto ai tassi previsti dalla politica monetaria per il futuro. Quindi si può dire che il premio a termine sia quella sorta di extra sul rendimento delle obbligazioni che non si può spiegare con le variazioni previste dei tassi di interesse a breve termine fissati dalla banca centrale; acquistando Treasury statunitensi (nel caso degli Stati Uniti), il QE comprime quel premio a termine in un modo che potrebbe essere considerato artificiale. È così che si fornisce uno stimolo: eliminando quel premio a termine si mira a stimolare la propensione al rischio, incanalando gli investitori verso altre tipologie di investimento.Il fantasma che perseguita i policymaker è quello del “taper tantrum” che si verificò nel 2013, quando la Fed, che aveva accennato all’intenzione di ridimensionare il proprio programma di QE, finì per irrigidire le condizioni finanziarie, ripristinando quel premio a termine un po’ prematuramente e certamente più di quanto fosse giustificato dalle prospettive di crescita e inflazione di allora. Per questo i policymaker non vogliono assolutamente ricadere nello stesso errore.All’altra estremità della curva dei rendimenti, la Fed ci ha detto che in questa occasione ha in qualche modo modificato il proprio modo di reagire e, invece di attivarsi per contrastare gli aumenti dell’inflazione nel breve termine, ha intenzione di pianificare la propria politica in modo tale da garantire che l’aumento dell’inflazione sia sostenibile, consentendo che l’obiettivo di inflazione venga superato. È un atteggiamento diverso rispetto a quello che la Fed avrebbe avuto in passato di fonte a un’inflazione superiore all’obiettivo del 2% dell’indice core PCE. Lo chiamano obiettivo di inflazione media flessibile. Significa che, in realtà, si impegnerà a lasciare invariati i tassi più a lungo di quanto avrebbe fatto in un’altra situazione.Alcuni temono che questo implichi una sorta di percorso inflazionistico permanente e, in effetti, se la Fed è davvero propensa a premere più a lungo sull’acceleratore, i tassi nel breve termine rimarranno più bassi più a lungo. Ma uno scenario maggiormente inflazionistico è più lontano. La domanda è: la Fed riuscirà a mantenere i nervi saldi? Di recente il mercato ha messo alla prova il suo impegno nei confronti della forward guidance, iniziando a prezzare un ritmo di rialzo dei tassi di interesse leggermente più aggressivo rispetto a inizio anno. Man mano che, nel corso di quest’anno, ci imbatteremo in alcuni di questi effetti base e l’inflazione comincerà a salire, la Fed subirà crescenti pressioni a cambiare atteggiamento. Anche un sostenitore del concetto di stagnazione secolare come Larry Summers inizia a intravvedere un certo rischio di inflazione nello stimolo fiscale attuato quest’anno il che, probabilmente, metterà in allarme la Fed.

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Continua a maggio la corsa dell’inflazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 giugno 2021

E’ al +1,3%, per il quinto mese consecutivo, raggiungendo livelli che non si vedevano da novembre 2018. Con il tasso di inflazione a questi livelli le ricadute per i cittadini saranno di +387,40 Euro a famiglia l’anno.A pesare su tale andamento, rivela l’Istat, sono ancora una volta i beni energetici, ma la tendenza al rialzo di questi ultimi è compensata dall’inversione dell’andamento dei prezzi relativi ai servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona.Beni energetici, in primis i carburanti, il cui rialzo eccessivo determina forti ripercussioni per i cittadini (+144 Euro annui ad automobilista secondo le sime del nostro osservatorio) e sui quali bisognerebbe intervenire quantomeno rimodulando un sistema di tassazione che pesa per circa il 45% sul prezzo finale.Mentre diminuisce ulteriormente il tasso relativo al carrello della spesa (-0,8%), aumentano invece i prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto, che segnano quota +1,5%.Assistiamo, quindi a due forti tensioni: una relativa ai beni energetici, l’altra relativa ai prodotti alimentari non lavorati. Entrambi specchio dei rialzi delle commodities sui mercati internazionali.Da tempo monitoriamo questa situazione, allarmati dal fatto che si possa determinare nuovamente un cartello sui prezzi dei beni, come già avvenuto in passato ad esempio per la pasta.Non vorremmo che il record dei prezzi segnati dal mais (+74% denuncia Coldiretti) e dalla soia, i principali elementi della dieta degli animali, facessero crescere in maniera spropositata il costo della carne. Come sempre monitoreremo attentamente su ogni fenomeno speculativo, ma al contempo è necessario che il governo disponga misure efficaci a sostenere le famiglie in questa delicata fase, attraverso piani di rilancio dell’occupazione, nonché con l’adozione di un più equo sistema di tassazione, che preveda maggiori elementi di progressività ed un più determinato contrasto all’evasione fiscale.

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Inflazione: impatto sui mercati e conseguenze di lungo termine sui risparmi degli italiani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 Maggio 2021

A cura di Michele Morra, Portfolio Manager di Moneyfarm. Negli ultimi giorni si è registrato un aumento della volatilità sui listini azionari globali. A causare la turbolenza è stata principalmente l’accelerazione dell’inflazione negli Stati Uniti. Gli investitori sono preoccupati che una rapida ripresa dell’inflazione obblighi le banche centrali a correggere la propria politica monetaria prima del previsto. Niente di nuovo, dal momento che il tema è al centro dell’attenzione degli investitori da diversi mesi, ma sempre più persone si chiedono se il percorso di crescita che ha caratterizzato i mercati azionari negli ultimi mesi sia ancora sostenibile. Crediamo che l’accelerazione dell’inflazione sia transitoria. Gran parte dell’impennata dei prezzi può essere attribuita all’effetto base. L’inflazione viene misurata su base annua e il confronto con i livelli molto bassi dei prezzi delle materie prime lo scorso anno spiega i livelli elevati raggiunti in questi giorni. Se si guarda poi all’ultima pubblicazione del Consumer Price Index negli Stati Uniti, il forte aumento dei prezzi riguarda soprattutto i settori più colpiti dalla pandemia (come le tariffe aeree, le auto a noleggio, la ristorazione e l’industria del turismo) e quindi avrà vita breve. Un altro effetto che probabilmente sta guidando in alto i prezzi è legato alla crescita della domanda aggregata: le persone hanno cominciato a consumare e stanno spendendo i risparmi accumulati durante l’ultimo anno. L’inflazione guidata dalla domanda segnala un’economia forte e, sebbene ciò possa avere un impatto negativo sulle obbligazioni, non significa necessariamente che l’azionario ne risentirà: il rischio inflazione, fino a questo momento, è stato più che compensato dall’effetto positivo legato alla crescita dell’economia. Infine, ci sono le considerazioni sul mercato del lavoro. Negli Stati Uniti e altrove il mercato del lavoro sta ancora facendo i conti con i danni causati dalla pandemia, con il tasso di occupazione lontano dai livelli precedenti al Covid-19. La Fed ha annunciato che nel rivedere le sue politiche si concentrerà prima di tutto sulla ripresa del mercato del lavoro piuttosto che sulla dinamica dei prezzi. Il mercato del lavoro, solitamente, raggiunge il proprio apice alcune settimane dopo il picco dell’attività economica e ciò rassicura sul fatto che il momento in cui la banca centrale invertirà la politica monetaria è ancora lontano. Fatte tutte queste dovute considerazioni, è sicuro che l’inflazione rimanga una variabile rilevante per i mercati finanziari nei prossimi mesi. Lasciando da parte le considerazioni macroeconomiche e assumendo il punto di vista degli investitori, l’inflazione ha sicuramente un ruolo importante nel dettare la migliore linea d’azione per gli investitori. In passato detenere la propria ricchezza sul conto corrente o altri strumenti liquidi era un’opzione che garantiva rendimenti costanti e a basso rischio in grado di proteggere il capitale dalla svalutazione dovuta all’inflazione. In altre parole, contanti e depositi pagavano interessi superiori al tasso di inflazione e dunque sufficienti a controbilanciare l’inflazione. Durante i periodi in cui l’inflazione è moderata e i tassi di interesse sono alti, tenere i risparmi in liquidità è una strategia consigliabile per mantenere e accrescere la ricchezza a lungo termine. In situazioni in cui è vero il contrario – alta inflazione e bassi tassi di interesse – mantenere il capitale in liquidità è un modo sicuro per perdere valore reale. Man mano che i prezzi aumentano, il potere d’acquisto dei risparmi può diminuire in modo drammatico. Nel grafico, è possibile apprezzare l’effetto dell’aumento dei prezzi su un capitale di 20.000€ per un periodo di 20 anni. Il tasso di inflazione considerato nella simulazione è del 2%, un livello vicino al target di inflazione di medio termine della maggior parte delle banche centrali. Quando il prezzo di beni e servizi cresce, la stessa quantità di denaro vale meno in termini di potere d’acquisto. Anche se il valore nominale del denaro rimane lo stesso, il valore reale del denaro diminuisce drasticamente. Con un tasso di inflazione del 2% su 10 anni, 20.000€ varranno quindi l’equivalente di 13.450€. La simulazione considera solo il tasso generale di inflazione, misurato su un paniere di beni e servizi diversi. Prodotti specifici possono registrare un tasso di inflazione maggiore, riducendo ancora di più il valore futuro del risparmio quando viene utilizzato per acquistarli. Prendiamo l’esempio della casa, il cui valore è cresciuto di oltre il 2% all’anno nella maggior parte delle grandi città negli ultimi 10 anni. Ciò significa che se il l’obiettivo è acquistare una casa, i soldi tenuti in contanti si sarebbero svalutati molto più del tasso generale di inflazione in questo periodo di tempo.Recentemente, abbiamo condotto uno studio confrontando la performance di un capitale lasciato nel conto deposito e quelle di un investimento bilanciato su un periodo di 10 anni. Quando si tiene conto dell’inflazione, i depositi hanno chiuso il decennio con un valore reale notevolmente inferiore rispetto a quando era iniziato. Al contrario, un investimento bilanciato avrebbe generato rendimenti reali positivi. Certo la volatilità di un investimento finanziario è superiore a quella della liquidità così come il rischio associato, ma, numeri alla mano, su un periodo lungo investire è la strada migliore per battere l’inflazione e proteggere il capitale. Questo è il motivo per cui i risparmiatori dovrebbero tenere conto dell’inflazione quando operano scelte finanziarie di lungo termine. Spesso si sente dire che l’inflazione non è un problema, perché negli ultimi anni è stata sotto controllo, ma questo modo di ragionare è completamente sbagliato perché si focalizza sul passato per prendere decisioni sul futuro.Per concludere quindi, c’è la possibilità che l’aumento dei livelli di inflazione abbia un impatto sui mercati finanziari nel breve termine, ma che l’inflazione eroda il valore reale dei risparmi lasciati in liquidità, visti i tassi di interesse bassi (fattore praticamente certo nei prossimi anni), è una certezza nel lungo termine.

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