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Posts Tagged ‘prezzi’

Inchiesta Altroconsumo su prezzi benzina

Posted by fidest press agency su domenica, 11 agosto 2019

Prosegue l’esodo estivo, con giornate di intenso traffico verso le principali località di villeggiatura italiane. Anche il prossimo weekend si preannuncia da “bollino nero” per le autostrade italiane. Quando si parla di viaggi in auto, tra gli aspetti cruciali c’è il prezzo della benzina, uno dei tasselli che contribuisce alle spese per le vacanze estive e che grava, in generale, sulle tasche dei consumatori. Ecco perché Altroconsumo – utilizzando i dati dell’Osservatorio Prezzi Carburanti del Mise, Ministero dello Sviluppo Economico – ha condotto un’inchiesta (che sarà pubblicata su Inchieste di settembre) analizzando i prezzi della benzina praticati da 1.100 distributori in 6 città italiane per capire quali siano le scelte più convenienti quando parliamo di carburante, scelte che possono arrivare a far risparmiare 672 euro l’anno (considerando 2 pieni al mese, da 50 litri ciascuno). Altroconsumo ha preso in esame i prezzi medi dichiarati nelle seguenti città: Milano e Roma, le due più grandi città italiane; Trieste in quanto città transfrontaliera prossima a due Paesi – Croazia e Slovenia – con prezzi sensibilmente più bassi dell’Italia; Palermo e Cagliari, due città vicine ad importanti raffinerie e che quindi dovrebbero beneficiare di un accesso ai rifornimenti più rapido e, almeno in teoria, avere prezzi più bassi; Perugia, perché – al contrario – è una città interna e fuori mano. Risultati a sorpresa: Perugia la città con prezzi medi più bassi, più convenienti i self service e i centri commerciali mentre a Palermo e Cagliari ci sono i prezzi più alti. Le differenze tra città però non sono particolarmente ampie: la variazione di prezzo non arriva infatti al 6% (per il gasolio al 7%).
Utilizzando il self service rispetto al servito si può risparmiare tra il 5 e il 10%, ma questo non significa che il prezzo self di un distributore non possa essere più alto al prezzo servito di un altro. L’analisi di Altroconsumo denota l’inefficienza della rete distributiva italiana
Analizzando i dati forniti dalla Commissione Europea si riscontra che in Italia il prezzo della benzina e gasolio è tra i più alti con 13-15 centesimi in più a litro rispetto alla media comunitaria. Oltre ai limiti della rete distributiva, sul prezzo italiano influiscono soprattutto le accise: su 10 euro spesi, 6,30 sono di tasse (nel caso del diesel 5,90 euro).Nel nostro Paese il fisco trattiene (sempre su 10 euro) 1,60 euro in più rispetto alla media europea, in percentuale il 17% in più sulla benzina e il 21% in più sul diesel. Oltre alle accise, però, c’è anche l’Iva che viene applicata non solo sul prezzo del carburante, ma anche sulle accise stesse.

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Prezzi: rincari

Posted by fidest press agency su sabato, 3 agosto 2019

L’Istat ha diffuso i dati relativi all’andamento del tasso di inflazione a luglio, che si attesta al +0,5% su base annua, il minimo da 15 mesi.Il tasso relativo al carrello della spesa si ferma al +0,2%.Con il tasso di inflazione a questo livello l’aggravio annuo per una famiglia tipo ammonta a circa 148,00 Euro, che incidono su bilanci familiari in un momento particolarmente delicato, in cui le famiglie si preparano a far fronte ai costi per la scuola (voce particolarmente onerosa, con spese che raggiungono anche i 1.000 Euro) ed alle spese per le vacanze (per chi potrà permettersi di partire).È importante sottolineare, inoltre, come sia proprio il settore alimentare, frutta e verdure fresche in testa, a trainare i rincari del carrello della spesa. Non dimentichiamo, infatti, che la crescita dei costi dei beni di largo consumo incide notevolmente soprattutto sulle famiglie meno abbienti. “Questo andamento non fa altro che accrescere le disuguaglianze nel nostro Paese, determinando una situazione a cui è sempre più urgente fornire risposte concrete, attraverso misure di carattere strutturale e duraturo, che facciano ripartire la crescita dell’economia in modo stabile.” – afferma Emilio Viafora, Presidente Federconsumatori.

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La recessione è nei prezzi, ma non nei fondamentali

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 luglio 2019

A cura di Andrea Delitala, Head of investment advisory di Pictet Asset Management. Il contesto attuale è caratterizzato da una perdurante debolezza delle economie globali cui fa da contraltare una Fed sempre più accomodante, supportata dall’assenza dell’inflazione. Pictet AM conferma la sua posizione un po’ più costruttiva rispetto ai timori di recessione manifestati dal mercato che non appaiono del tutto suffragati dai fondamentali. Tuttavia, un rischio da monitorare è quello di una eventuale compressione degli utili aziendali che potrebbe seguire alla ripresa dei salari reali qualora la produttività smettesse di crescere a un ritmo superiore rispetto a questi ultimi. In generale, il ciclo pare avere ancora potenzialità da esprimere. Sul fronte della strategia, a dominare le scelte è il legame di azione e reazione tra mercato, Fed e Trump. Il posizionamento attuale prevede di sottopesare l’obbligazionario che in questa fase si è fatto carico di assorbire quasi interamente gli choc sistemici, mentre l’equity ha mostrato una certa resilienza.A dominare la prima parte del 2019 è stato il modo in cui il mercato ha percepito – e integrato nei prezzi – il rischio: dall’errore di policy della Fed, che ha dominato il 2018, fino alla recrudescenza, lo scorso maggio, delle ostilità sul commercio internazionale. Per quanto attiene alla congiuntura globale, gli indicatori macro segnalano un andamento negativo (basati su una quarantina di Paesi), con un contributo peggiore del mondo industrializzato e meno pesante degli emergenti. Tuttavia, questo andamento non conduce necessariamente a una recessione: alla base di questo parziale ottimismo ci sono principalmente tre fattori.
• Politica fiscale cinese. Mentre la politica monetaria procede al rallentatore, da inizio anno, la Cina ha avviato in maniera decisa quella fiscale.
• Andamento del mercato del lavoro USA. Nella situazione americana attuale, la crescita dei salari è un viatico favorevole alla longevità del ciclo: ciò che invece dovrebbe preoccupare è la potenziale compressione dei profitti aziendali.
• Politica monetaria accomodante. Mentre la disoccupazione mostra livelli di pieno impiego, l’inflazione continua a essere la grande assente di quello che, a giugno, è diventato il ciclo più lungo della storia, con una durata superiore ai dieci anni.
In definitiva, il ciclo americano continua a godere di buona salute, così come le valutazioni delle imprese. Tuttavia, la curva dei rendimenti si è appiattita – condizione che in passato faceva presagire a 15-18 mesi una fase recessiva e che oggi potrebbe avere un significato differente. Infatti, l’analisi degli indicatori macro di Pictet AM, che si basano su 30 fattori economici diversi – tra cui anche la curva dei rendimenti – mostra un piccolo innalzamento della probabilità di recessione, ma distante dalla soglia critica che dovrebbe far scattare l’allarme. Non siamo dunque in un periodo di recessione, ma in un periodo di transizione verso un regime nuovo di inflazione di livello molto basso che dovremmo considerare il New Normal.Come accennato all’inizio, la dinamica del mercato nel 2019 è stata influenzata da fattori finanziari e non fondamentali. Tuttavia, se in questo momento i bond sono prezzati per una recessione e l’equity incorpora solo un rallentamento, la conseguenza logica è stare sottopesati sull’obbligazionario.Questa è la strategia che stiamo seguendo con qualche accorgimento: una parte dell’esposizione obbligazionaria è espressa attraverso Treasuries americani indicizzati all’inflazione che offrono esposizione (seppur più contenuta rispetto alle obbligazioni nominali) alla discesa dei rendimenti, ma con minor rischio nello scenario di una correzione del mercato a reddito fisso; nel contempo il sottopeso sulla durata finanziaria complessiva è, in parte, mitigato da una posizione a steepening sul tratto fra 5 e 30 anni della curva dei rendimenti americana, strategia che trarrebbe beneficio da una Fed più accomodante rispetto a quanto da noi preventivato. (in sintesi)

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I prezzi dei farmaci innovativi

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 luglio 2019

Un farmaco innovativo per una malattia rara grave che colpisce soprattutto i bambini: questo è Spinraza per la SMA (atrofia muscolare spinale), unica opzione terapeutica disponibile per pazienti che altrimenti rimarrebbero senza alcuna cura.Spinraza arriva sul mercato (prima negli USA, poi in Europa e nel resto del mondo) grazie alla collaborazione tra Biogen e Ionis (che ne ha effettivamente portato avanti la sperimentazione clinica). Tra brevetti e protezioni, l’esclusiva di mercato di Biogen sul farmaco scade a metà del 2029, ma già nel primo anno di commercializzazione (2017) l’azienda farmaceutica ha recuperato più di quanto investito.Grazie ad un’analisi comparativa dei bilanci delle due società, Altroconsumo e Test-Achats sono riuscite a quantificare una differenza tra costi di sviluppo e ricavi di quasi due miliardi: in soli due anni le vendite di Spinraza fruttano 2,61 miliardi di dollari, a fronte di un investimento di 648 milioni. Ogni dollaro investito ha già reso quattro volte tanto.In Italia, il prezzo “ex-factory”, ossia la base da cui parte la contrattazione con il SSN per arrivare al prezzo finale effettivo, è stato fissato a 70.000 euro più Iva a fiala. Il prezzo finale è coperto da riservatezza, ma sulla base di informazioni raccolte da più fonti, Altroconsumo può affermare che, per ogni paziente cui viene somministrato Spinraza, il SSN spende all’anno tra i 210.000 e i 280.000 euro Iva esclusa (a seconda delle dosi necessarie).Sono queste le cifre che hanno convinto Altroconsumo e Test-Achats a denunciare Biogen all’Antitrust per presunto abuso di posizione dominante, perché tra costi effettivamente sostenuti per portare Spinraza sul mercato e prezzo corrisposto dal SSN, c’è una sproporzione talmente eccessiva da risultare iniqua.
I prezzi dei farmaci innovativi sono sempre più sganciati da riferimenti reali – i costi di sviluppo e produzione e il giusto profitto che garantisce l’innovazione futura – vengono tarati dall’industria del farmaco con l’obiettivo di sfruttare al massimo le diverse possibilità di spesa dei sistemi sanitari, diventando insostenibili.

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Viaggiare low cost in aereo: Attenzione ai prezzi… che lievitano facilmente

Posted by fidest press agency su sabato, 20 luglio 2019

Un volo da Roma a Malaga a 30 euro, Copenhagen o Berlino a 60 euro… ecco come ci possono far sognare! Ma tra il prezzo pubblicizzato dalle compagnie low cost e la realtà, il prezzo può raddoppiare o anche triplicare. Inoltre, questi prezzi bassissimi sono di rado validi nel periodo estivo, quando invece le tariffe sono simili (se non più alte) a quelle delle compagnie “tradizionali”: numerosi costi aggiuntivi e supplementari fanno lievitare il prezzo finale pagato. Al biglietto aereo low cost le compagnie aeree aggiungono dei supplementi per un bagaglio in stiva che generalmente non è compreso nel prezzo pubblicizzato. Easyjet consente di portare in cabina un bagaglio di cm 56×45 (una valigia leggermente più grande di quelle abituali), ma oltre queste misure si dovranno pagare 9 euro per un bagaglio di 15 Kg e 12 euro per uno di 23 Kg. Transavia prevede aumenti tra i 9 e i 34 euro. Ryanair è più cara, con un costo compreso tra 25 e 40 euro per un bagaglio di 20 Kg. E non è necessario doverlo decidere prima: il supplemento può essere pagato anche direttamente in aeroporto, come accade per Vueling che fa pagare anche fino a 50 euro. In caso di scalo occorre informarsi bene che il prezzo del bagaglio non debba essere pagato per una seconda volta pur se si continua il viaggio prendendo un altro volo della stessa compagnia. E’ possibile che il bagaglio sia fatto pagare per ogni volo, come è previsto per esempio da Ryanair. E’ bene sapere che avere un bagaglio voluminoso come un passeggino, o portare il proprio animale domestico in viaggio o anche viaggiare con un bambino che non occupa un posto, costa tra i 25 e i 60 euro in più a seconda delle compagnie.
Scegliere il posto per avere magari più spazio per le gambe, o sedere accanto ad un proprio caro, anche un bambino, comporta dei costi supplementari.
Quando si fa la prenotazione occorre fare attenzione agli eventuali costi della stessa. Volotea prevede tra il 2,8 e il 4,5% in più del costo complessivo della prenotazione, mentre Easyjet applica spese fisse di 21 euro.
Mettendo insieme tutti questi importi, un volo Roma-Parigi pubblicizzato da Easyjet a 136,99, o da Vueling a 145,99, o da Ryanair a 285,99, può essere simile o andare anche oltre il costo di un volo Air France che viene venduto a 348,99 euro.
“In media il 5% dei passeggeri non riesce a prendere l’aereo”, dicono ad Easyjet. Ma in questo caso il regolamento europeo protegge i passeggeri e le compagnie aeree, low cost o meno che siano, devono aiutare i passeggeri a modificare il loro biglietto e devono indennizzarli con un importo che può arrivare anche a 600 euro.
Una volta a bordo, il prezzo del biglietto, a differenza delle compagnie tradizionali, non comprende cibo, bevande o anche alcuni passatempo. Occorre, per la maggior parte delle compagnie low cost, mettere in conto 3 euro per un caffè e 12 euro per un pasto. Per guardare un film o ascoltare della musica, Volotea propone un servizio a 1,99 euro per tratta e per passeggero. Questo importo, che sembra modico, diventa di un certo peso se si sta viaggiando con la famiglia.Viaggiare low cost implica quindi di viaggiare senza valigia e senza bimbo, di non mangiare e bere e di non scegliere il proprio posto!! Prima di prenotare, una confronto tra le diverse compagnie aeree è necessario per evitare di farsi attrarre da prezzi che poi difficilmente restano tali. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Prezzi: costo della vita ancora troppo alto rispetto ai redditi

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 luglio 2019

Sono stat appena pubblicati i dati Istat sui prezzi nel mese di giugno: i prezzi dei prodotti di largo consumo (generi alimentari e beni per la cura della casa e della persona quindi il cosiddetto carrello della spesa) subiscono una impercettibile flessione, passando dal +0,3% al +0,2%.Il tasso di inflazione è stato rivisto al ribasso allo 0,7% rispetto alla stima preliminare del +0,8%. A tale proposito l’Istituto di Statistica precisa che risulta determinante l’inversione di tendenza dei prezzi dei beni energetici non regolamentati rispetto a giugno dello scorso anno.L’inflazione continua a provocare aggravi assolutamente insostenibili per le famiglie, che con redditi che non aumentano abbastanza per far fronte all’incremento del costo della vita faticano ogni giorno di più a trovare i soldi necessari ad affrontare le spese quotidiane.“I prezzi sono ancora troppo alti rispetto ai redditi e in queste condizioni la situazione economica delle famiglie continua a presentare forti criticità” – dichiara Emilio Viafora, Presidente della Federconsumatori. Alla luce di questi dati è sempre più evidente la necessità di un’azione concreta e incisiva finalizzata a restituire nuova vitalità al mercato occupazionale attraverso investimenti per crescita e sviluppo, per restituire nuovo slancio alla domanda interna e far ripartire l’intero sistema economico.

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Istat prezzi: la classifica completa delle città e delle regioni più care

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 luglio 2019

L’Istat non conferma i dati preliminari dell’inflazione di giugno, che scende dal +0,8% della stima preliminare a +0,7%. “Ottima notizia l’ulteriore raffreddamento dell’inflazione, in particolare la frenata del carrello della spesa, che sale solo dello 0,2% su base annua” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Unica nota stonata è che, purtroppo, ci sono già i primi segnali indicatori della prossima stangata sulle vacanze degli italiani, attesa, come tradizione vuole, per luglio. Salgono, infatti, su base mensile, sia i pacchetti vacanza, +1,7%, che i villaggi vacanze, addirittura del 13,2 per cento” prosegue Dona.”Per una coppia con due figli, la famiglia tradizionale di una volta, l’inflazione a +0,7% significa avere una maggior spesa annua complessiva di 208 euro, 112 euro per i beni ad alta frequenza di acquisto, ma solo 34 euro per il carrello della spesa, ossia per gli acquisti quotidiani” aggiunge Dona.
“Per la coppia con 1 figlio, la tipologia di nucleo familiare ora più diffusa in Italia, il rialzo complessivo è di 205 euro su base annua, 104 per i beni acquistati più frequentemente, ma solo 31 euro se ne vanno per le compere di tutti i giorni, mentre per l’inesistente famiglia tipo, l’incremento dei prezzi si traduce in un aumento del costo della vita di 172 euro in più nei dodici mesi, 25 per il carrello della spesa. Per un pensionato con più di 65 anni, il rincaro annuo è pari a 107 euro, 165 euro per un single con meno di 35 anni” conclude Dona. Rese noti solo oggi, invece, i dati dell’inflazione delle regioni e dei capoluoghi di regione e comuni con più di 150 mila abitanti, in base ai quali l’Unione Nazionale Consumatori ha stilato la classifica delle città e delle regioni più care d’Italia, in termini di aumento del costo della vita.Secondo lo studio dell’associazione di consumatori, in testa alla classifica dei capoluoghi e delle città con più di 150 mila abitanti più care in termini di rincari, si conferma Bolzano che, pur non avendo l’inflazione più alta, +1,4% (il record appartiene per la seconda volta consecutiva a Bari: +1,7%), ha la maggior spesa aggiuntiva, equivalente, per una famiglia tipo, a 422 euro su base annua. Al secondo posto Verona, dove il rialzo dei prezzi dell’1,5% determina un aggravio annuo di spesa, per una famiglia media, pari a 389 euro, terza Bari, dove l’inflazione a +1,7%, il primato di giugno, comporta una spesa supplementare pari a 354 euro.La città più conveniente, in termini di minori rincari, è, invece, Perugia, addirittura in deflazione, dove l’abbassamento dei prezzi dello 0,1% genera un risparmio annuo di 23 euro. Al secondo posto Ancona (+0,1%, pari a 22 euro) e al terzo Cagliari, +0,2%, con un aumento del costo della vita pari ad appena 42 euro.
In testa alla classifica delle regioni più costose in termini di maggior spesa, la Liguria che, con l’inflazione a +1,3, registra, per una famiglia tipo, una batosta pari a 299 euro su base annua. Segue il Trentino, dove l’incremento dei prezzi pari all’1,1%, implica un’impennata del costo della vita pari a 291 euro, terza la Puglia, dove per via dell’inflazione all’1,2%, si ha un salasso annuo di 234 euro.L’Umbria si conferma la regione con meno rincari, con un’inflazione dello 0,1% che si traduce in una spesa aggiuntiva annua di soli 22 euro.

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I prezzi delle obbligazioni sono folli?

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 luglio 2019

Esattamente 5 anni fa scrivemmo un articolo nel quale i prezzi delle obbligazioni erano chiaramente folli. A distanza di 5 anni possiamo dire che i fatti ci hanno dato indiscutibilmente torto. Lo scenario che 5 anni fa appariva quasi impossibile si è invece verificato. I prezzi delle obbligazioni, oggi, sono ancora più “folli” di allora.
Cinque anni fa, i rendimenti negativi delle obbligazioni riguardavano solo le obbligazioni governative, oggi abbiamo molti miliardi di dollari di obbligazioni aziendali con rendimenti negativi. Ciò significa che oggi degli investitori prestano alle aziende (non più solo ai governi) soldi nella certezza di riprenderne di meno a scadenza. Corrono dei rischi non per guadagnare, ma per riprendere meno soldi di quelli che hanno investito.
E’ sensato tutto questo? E’ follia – come evidentemente pensavamo cinque anni fa, sbagliando – oppure questi prezzi stanno esprimendo qualche cambiamento strutturale? In finanza, la frase più pericolosa che esista è: “questa volta è diverso”. Questo concetto l’abbiamo stampato in testa in modo indelebile.La riflessione che stiamo facendo da alcuni anni riguarda un cambiamento strutturale che abbracci l’intero sistema finanziario.
Il potere informativo dei prezzi nei mercati finanziari è ormai seriamente messo in discussione dalla esplicita manipolazione dei prezzi delle banche centrali.
Davanti alla perdita di una funzione fondamentale dei mercati finanziari, il passo successivo potrebbe essere la stessa loro sostituzione con nuovi strumenti resi possibili dalle nuove tecnologie.Stiamo vivendo i primissimi vagiti di una tecnologia, che nell’immaginario collettivo prende il nome di blockchain (anche se è un nome che viene utilizzato in modo improprio per tutto ciò che è collegato al concetto di “registro distribuito”) esattamente come nei primi del 2000 stavamo vivendo i primi vagiti della diffusione di Internet.Le tecnologie alla base della blockchain nei prossimi 10 o 20 anni hanno tutto il potenziale di rendere obsoleti molti degli strumenti finanziari attualmente utilizzati.I prezzi “folli” delle obbligazioni potrebbero essere un segnale di nuove iniziative delle banche centrali che mettano in discussione i fondamenti dei mercati finanziari.Naturalmente, questa è solo un’ipotesi sulla base della quale non ha senso fare alcuna scelta di portafoglio. Investire in obbligazioni aziendali a rendimenti negativi (sebbene fra 5 anni – per ragioni che oggi appaiono irrealistiche – potrebbe risultare essere una scelta premiante, come lo è stato investire 5 anni fa in obbligazioni governative a rendimenti negativi) ad oggi resta una scelta non razionale che non ci sentiamo assolutamente di raccomandare.La storia passata, però, dovrebbe non tanto suggerire di investire in queste obbligazioni, quanto farci interrogare più seriamente sull’eventuale significato più profondo di questi prezzi apparentemente folli. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio)

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Ottavo rapporto di Deutsche Bank sui prezzi e gli standard di vita mondiali

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 maggio 2019

È stato pubblicato l’ottavo rapporto di Deutsche Bank sui prezzi e gli standard di vita mondiali, indagine che analizza l’andamento dei prezzi e la qualità della vita in tra 56 grandi città nel mondo, rilevanti per il mercato finanziario mondiale.
Complessivamente, i principali Paesi dell’Eurozona segnano un generale aumento nel livello dei prezzi. Anche l’Italia, con Milano, non fa eccezione a questo trend, riportando un aumento del +1,24% rispetto al 2018. Milano è alla 35° posizione a livello globale per qualità della vita.Milano nel 2019 è in assoluto la destinazione più costosa (1° posto) per un weekend, dove una notte in albergo 5 stelle con vista per due persone costa in media 961$ e due giorni interi compreso shopping e cene al ristorante possono costare fino a 2,706$, più contenuti risultano essere i prezzi per attività dedicate ad esempio al tempo libero come il cinema (10,6$), l’abbonamento mensile in palestra (100,2$) e una cena completa per 2 in un ristorante italiano (86,9,4$, +8% rispetto all’anno scorso).Milano è la città meno costosa per bere un cappuccino, ultima in classifica, dove la bevanda può costare un massimo di 1,7$. Economici a Milano anche i trasporti pubblici (38°) per i quali in media al mese si spendono 37,9$ contro i 179,5 $ di Londra, discorso diverso per il servizio taxi dove a Milano si classifica al 9° posto a livello globale con una tariffa di 22,3$ per una media di 8 km.
Roma è alla 40° posizione a livello globale per qualità della vita.Dall’analisi emerge che la Capitale, pur essendo tra le destinazioni più costose a livello globale risulta essere meno cara di Milano.Roma è al 6° posto tra le destinazioni più costose per un weekend, dove una notte in albergo a 5 stelle con vista per due persone costa in media 609$, e due giorni interi compreso shopping e cene al ristorante possono costare fino 1,926$, più contenuti risultano essere i prezzi per attività dedicate ad esempio al tempo libero come il cinema (8,9$), l’abbonamento mensile in palestra (73,5$, il -26,5% in meno rispetto al costo milanese) e una cena completa per 2 in un ristorante italiano (67,5$, ben il – 22,5% in meno rispetto a Milano).Roma è la città meno costosa per bere un cappuccino, terz’ultima in classifica, dove la bevanda può costare un massimo di 1,9$. Economici a Roma anche i trasporti pubblici (37°) per i quali in media al mese si spendono 40,1$ contro i 179,5 $ di Londra, e per il servizio taxi (21°) con una tariffa più bassa del -20% rispetto a Milano per una media di 17,8,$ per 8 km di corsa.
Tale andamento non si discosta molto nei maggiori paesi dell’eurozona: Ai primi 3 posti ci sono rispettivamente Zurigo, Wellington e Copenaghen, seguiti da Edimburgo (4°), Vienna (5°), Helsinky (6°), Francoforte (13°), Madrid (27°), Milano (35°), Parigi (36°)
Nel 2019 si riscontra un generale decremento del valore reale dello stipendio netto mensile nella maggior parte delle città Europee, Roma e Milano (-13% e – 10%), Oslo e Parigi (-11%), Amsterdam, Vienna e Madrid (-9%), Francoforte (-7%)
A livello globale invece: il maggior decremento si riscontra a Beunos Aires (-45%), a Istanbul (-31%), a Johannseburg (-26%) e a Mumbai e New Delhi (-22%). Se nella maggioranza dei Paesi nel 2019 il valore dello stipendio netto è sceso, negli Stati Uniti si è riscontrato un aumento del valore con in testa San Francisco (+31% ), seguito da Boston (+15%), New York (+12%) e Chicago (+11%).Al primo posto nella classifica mondiale degli stipendi più alti, San Francisco con 6,526 $, seguito da Zurigo con 5,896$ e new York con 4,612$. Le principali città europee si trovano in mezzo alla classifica: Francoforte (17°), Parigi (22°), Berlino (26°), Vienna (29°), Milano e roma (31° e 32°), in coda alla classifica Jakarta con 362$, Lagos 236$ e Il Cairo 206$.La peggiore città in cui vivere è Lagos (Nigeria). Lagos si aggiudica le ultime posizioni anche a livello di costi per l’acquisto di auto, jeans, vestiti e sigarette, risultando la città dove i prezzi sono i più bassi tra le città esaminate.

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Riso, mercato fermo ma prezzi più alti rispetto al 2018

Posted by fidest press agency su martedì, 14 maggio 2019

Dopo i rialzi in avvio d’anno, a partire da marzo i prezzi dei risi scambiati nel mercato italiano hanno registrato una fase di stagnazione, evidente soprattutto per i risi da risotto, in particolare Arborio e Carnaroli. I prezzi restano però più alti rispetto allo scorso anno per la maggior parte dei risi. Spicca, tra i risi a grana Tonda, il Selenio, il cui prezzo medio ad aprile ha messo a segno una crescita superiore al 70% su base annua. Di fatto, i prezzi attuali del Selenio si attestano ai massimi da inizio 2009. Tra i classici risi da risotto, aumento consistente anche per l’Arborio-Volano (+45% su base annua), per il S. Andrea (+39%) e per il Carnaroli (+32%). Più contenuto, tra i risi Indica, l’aumento anno su anno per il Thaibonnet, pari ad un +8%. Sono alcuni dei dati contenuti nell’analisi trimestrale sul mercato risicolo compiuta dalla Camera di Commercio di Pavia in collaborazione con BMTI.Sul fronte del commercio con l’estero, intanto, il forte aumento delle importazioni italiane di riso registrato negli anni scorsi ha mostrato una netta battuta d’arresto nel 2018. Nel complesso, infatti, l’import di prodotti risicoli ha accusato un calo del 19,3% in volume (da 223mila a 180mila tonnellate) e del 10,5% in valore (da 147 a 132 milioni di euro). Particolarmente accentuata è stata la contrazione dell’import di risone e riso semigreggio, i cui volumi sono calati rispettivamente del -32,3% e -34,2% rispetto al 2017. In controtendenza gli arrivi di riso lavorato e semilavorato, in crescita del +6,3% su base annuale.Flessione che nel 2018 ha riguardato anche l’export, sebbene meno ampia rispetto alla riduzione dell’import. Le quantità spedite all’estero, dopo la crescita del +13% nel 2017, hanno accusato nel 2018 una contrazione del 4,9% in volume (da 750mila a 714mila tonnellate) e del 2,5% in valore (da 533 a 520 milioni di euro). Si conferma ampiamente positivo, invece, il saldo della bilancia commerciale, attestato sui 388 milioni di euro, in crescita dello 0,6% rispetto al 2017.

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Prezzi all’ingrosso: ad ottobre aumenti per olio di oliva e riso

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 novembre 2018

Le attese negative sulla produzione interna sono state alla base degli aumenti dei prezzi all’ingrosso osservati ad ottobre sia per il riso che per l’olio di oliva. Per il riso, in particolare, i valori hanno messo a segno un balzo del +14,3% rispetto a settembre. Un andamento che ha riguardato soprattutto i risi destinati al consumo interno, tra cui le classiche varietà da risotto. Forte anche la crescita rispetto allo scorso anno, che sfiora attualmente il +25%. E’ quanto rilevato dall’indice dei prezzi all’ingrosso elaborato da Unioncamere e BMTI. Nel resto del comparto cerealicolo è prevalsa una maggiore stabilità, inclusa la farina, i cui valori dopo l’accelerazione registrata ad agosto e settembre sono rimasti invariati ad ottobre.Nel comparto degli oli e grassi, il susseguirsi delle stime negative sulla produzione di olio di oliva in Italia ha impresso un nuovo aumento ai prezzi all’ingrosso, cresciuti del +4,3% su base mensile. Uno scenario destinato a imprimere nuovi aumenti ai listini all’ingrosso – come peraltro confermato dalle rilevazioni di inizio novembre – e che dovrebbe comportare anche una riduzione dell’attuale forbice negativa rispetto allo scorso anno (-9,9%). Tra le materie grasse, ad ottobre sono tornati a scendere in maniera evidente i prezzi all’ingrosso del burro (-12,6%), che accusano anche una pesante flessione rispetto allo scorso anno (-32,7%).Nel comparto delle carni, i prezzi all’ingrosso delle carni bianche hanno mostrato un nuovo aumento mensile, dipeso ancora dal buon andamento della domanda, tipico del periodo autunnale. Accentuato l’incremento per la carne di coniglio (+15,9%), analogamente a quanto successo lo scorso anno. Prezzi in aumento anche per la carne di tacchino (+4%), che ad ottobre ha così interrotto la fase di stabilità che caratterizzava il mercato già prima dei mesi estivi. Rimane comunque negativa la variazione su base annua (-3,9%). Segno “più” anche per la carne di pollo (+3% rispetto a settembre) e, tra le carni rosse, per le carni bovine (+2%), mentre rimangono orientati al ribasso i prezzi dei tagli di carne suina (-3,2%).
Nel comparto lattiero – caseario, si conferma positiva la dinamica attuale per i prezzi dei formaggi a lunga stagionatura (+2,9%), grazie agli aumenti riscontrati sia per il Parmigiano Reggiano che per il Grana Padano, che beneficiano del buon andamento della domanda. Sempre nel comparto dei formaggi, segno “più” ad ottobre anche per il segmento dei prodotti a media stagionatura (+6,4%). Prosegue intanto la ripresa per il latte spot – il prodotto commercializzato al di fuori degli accordi interprofessionali tra produttori e industria – i cui valori, se si esclude la frenata di luglio, risultano in crescita dallo scorso aprile. Ad ottobre l’incremento è stato del +5,1%. Aumento che ha consentito ai prezzi attuali di riportarsi sugli stessi livelli dello scorso anno (-0,6% rispetto ad ottobre 2017). Tra gli altri prodotti, pesante battuta d’arresto per la panna (-9,1%), che si è attestata su valori più bassi anche rispetto a dodici mesi fa (-14,6%).Unioncamere con la società BMTI scpa pubblica mensilmente l’indice del prezzi all’ingrosso dell’agroalimentare aggregando i dati ufficiali rilevati dalle Camere di Commercio nelle rispettive piazze attraverso i listini sui prezzi all’ingrosso all’agroalimentare. La nota di Unioncamere riporta il dato congiunturale e tendenziale mostrando la dinamica nazionale nei 4 comparti: Riso e Cereali, Carni, Latte formaggi e uova, Oli e grassi.

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I deputati europei limitano i prezzi delle chiamate intra-UE

Posted by fidest press agency su domenica, 18 novembre 2018

Il PE ha approvato in via definitiva il pacchetto telecomunicazioni che fissa un tetto per le chiamate intra-UE, rende possibili le reti 5G per 2020 e crea un sistema per le emergenze.
Mercoledì, il Parlamento europeo ha confermato l’accordo provvisorio raggiunto in giugno con i Ministri UE (Consiglio) sul Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche (EECC) con 584 voti in favore, 42 voti contrari e 50 astensioni e sull’Organismo dei Regolatori europei delle Comunicazioni Elettroniche (BEREC) con 590 voti in favore, 63 voti contrari e 23 astensioni.Le nuove norme offriranno ai cittadini la connettività ad alta velocità e renderanno le chiamate sicure e accessibili all’interno dell’UE, garantendo al contempo la necessaria prevedibilità per gli operatori di telecomunicazioni per stimolare gli investimenti nella rete internet ad alta velocità.
La politica del “Roam Like at Home” ha posto fine alle tariffe di roaming nel 2017. La nuova legislazione limiterà il costo delle chiamate intra-UE a 19 centesimi al minuto e a 6 centesimi per gli SMS a partire dal 15 maggio 2019.La normativa, inoltre, protegge meglio gli utenti di smartphone, compresi gli utenti di servizi basati sul web (Skype, WhatsApp, ecc.) e rafforza i requisiti di sicurezza, inclusa la crittografia. Introduce il diritto di conservare il proprio numero di telefono fino a un mese dalla rescissione del contratto e il diritto al rimborso del credito prepagato non utilizzato al momento della risoluzione del contratto, nonché un indennizzo in caso di ritardo o abuso nel passaggio a un altro operatore.Infine, gli Stati membri dovranno facilitare l’introduzione del 5G, mettendo a disposizione uno spettro adeguato entro il 2020, al fine di raggiungere l’obiettivo della “Roadmap UE 5G” di avere una rete 5G in almeno una delle principali città di ogni Paese dell’UE entro il 2020. Un sistema di “112 al contrario”
In caso di grave emergenza o catastrofe, i cittadini colpiti potranno essere avvisati tramite SMS o applicazioni mobili. Gli Stati membri avranno 3 anni e mezzo di tempo per mettere in funzione il sistema dopo l’entrata in vigore della direttiva.Per raggiungere il livello di investimenti nelle infrastrutture e nelle reti 5G necessario a soddisfare le esigenze di connettività, la nuova legislazione offre una maggiore prevedibilità degli investimenti e promuove la condivisione dei rischi e dei costi tra gli operatori di telecomunicazioni.

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Prezzi: Istat, inflazione ad agosto accelera

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 settembre 2018

Secondo i dati provvisori di agosto resi noti dall’Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) registra un aumento dell’1,7 % su base annua, dal +1,5% di luglio.”Purtroppo l’inflazione prosegue la sua corsa e, dopo essere già triplicata in appena 3 mesi, dal +0,5% di aprile al +1,5% di luglio, sale ancora. Preoccupante, in particolare, la risalita dei prezzi del carrello della spesa (da +2,2% a +2,4%), spese obbligate che incidono anche su chi già fatica ad arrivare a fine mese” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Per una coppia con due figli, la famiglia tradizionale di una volta, significa avere una maggior spesa annua complessiva di 554 euro, 390 euro per i beni ad alta frequenza di acquisto, 195 euro se ne vanno per il solo carrello della spesa, ossia per gli acquisti quotidiani, 177 per il cibo, 223 per i trasporti. Mentre per la famiglia media, la stangata è di 439 euro su base annua, 289 per i prodotti acquistati più frequentemente, 146 per le compere di tutti i giorni, 146 per i trasporti” conclude Dona.

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1° Rapporto sui prezzi dei prodotti ortofrutticoli

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 luglio 2018

Roma. Martedì 17 luglio, alle ore 11.30 presso l’Empire Palace Hotel (Via Aureliana 39, Sala Morosini), si svolgerà la conferenza stampa di presentazione del 1° Rapporto sui prezzi dei prodotti ortofrutticoli, dal titolo ‘Trasparenza al centro’. Il Rapporto, che sarà presentato dal Presidente di Italmercati Fabio Massimo Pallottini e dal Presidente di Borsa Merci Telematica Italiana Andrea Zanlari, contiene le rilevazioni effettuate nei centri agroalimentari all’ingrosso e rappresenta uno strumento di trasparenza a disposizione di istituzioni, produttori, operatori e consumatori.
All’appuntamento sarà presente, tra gli altri, il Sottosegretario del Ministero delle politiche agricole Alessandra Pesce.

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Mercato immobiliare: prezzi in risalita

Posted by fidest press agency su sabato, 7 luglio 2018

Nel primo semestre 2018 i prezzi del mattone lasciano intravedere chiari segnali di ripresa soltanto nei grandi centri urbani, dove i valori sono aumentati dello 0,4%. Questa è la maggiore evidenza dell’Osservatorio di Immobiliare.it sull’andamento del mercato immobiliare italiano nei primi sei mesi dell’anno.Se a livello nazionale l’oscillazione dei prezzi richiesti è stata pari allo 0,4% in negativo, soffrono ancora di più i piccoli centri, dove la perdita è stata dello 0,8%.Resta il Nord l’area dove il calo dei valori è meno consistente (-0,2% nel semestre), ma lasciano ben sperare le variazioni di Centro e Sud, sempre in negativo ma sotto la soglia del -1%. A fronte di queste variazioni, per comprare un immobile in Italia, a giugno 2018, il prezzo medio è stato pari a 1.892 euro al metro quadro. Il Sud è l’unica area dove i valori medi, pari a 1.581 euro/mq, sono inferiori a quelli nazionali. Resta il Centro Italia la zona più cara per un acquisto immobiliare, con una media di 2.271 euro/mq, mentre a Nord il prezzo si è fermato a 1.914 euro/mq.Tra i capoluoghi di regione, balza immediatamente all’occhio il salto dei prezzi richiesti a Bologna. Qui i valori sono cresciuti del 3,7% in sei mesi e del 6% in un anno. Segue il boom di Firenze, dove nel primo semestre 2018 i prezzi sono aumentati del 3%. Bene anche Napoli, Aosta e Venezia.Il rovescio della medaglia, con mercati ancora in forte sofferenza, è visibile in particolar modo in capoluoghi come Campobasso, dove la perdita semestrale ha superato il 6%, e ad Ancona e Potenza, in cui in sei mesi i prezzi degli immobili sono scesi di circa il 4%.

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Autostrade: pochi investimenti e prezzi in aumento

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 giugno 2018

La situazione delle Autostrade in Italia, secondo il dossier realizzato da CODICI, risulta penalizzata dalla mancanza di investimenti e di lavori per la manutenzione promessa dai Concessionari, che sono rappresentati per il 70% da Società private del Gruppo Benetton e Gavio, concessionarie da oltre trent’anni, mentre la restante parte è costituita da imprenditori minori o dalla gestione di enti pubblici. In alcuni Paesi d’Europa le Autostrade sono gratuite, in altri si paga un abbonamento annuale. L’Italia detiene il primato di nazione con le autostrade più care della UE. A questo dato, però, non corrisponde una maggiore qualità del servizio. Infatti, nonostante il giro d’affari sui guadagni provenienti dalle Autostrade sia molto alto, le spese per gli investimenti e la manutenzione stradale registrano una flessione negativa. Ricordiamo che il fatturato delle Autostrade nel 2017 è arrivato a quasi 7 miliardi, l’83% dei quali è rappresentato dai pedaggi. CODICI chiede,​ dunque​,​ un intervento forte al nuovo Governo​,​ un controllo delle concessioni sugli effettivi lavori fatti da questi Gruppi sulle autostrade e sul costo di tali opere.
Si tratta di aziende che guadagnano miliardi di euro anche se le concessioni sono scadute: ad esempio, la concessione al Gruppo Gavio della Torino-Piacenza è scaduta il 30 giugno 2017;​ da qu​ella data​ Gavio ha guadagnato 128 milioni da questa autostrada. I tempi per realizzare una nuova gara d’appalto sono lunghi, si arriva anche a due anni, e nel frattempo Gavio avrà ottenuto altri 389 milioni di incassi prima di fare la nuova gara.
L’Associazione ritiene che sia necessario fare un punto sulla sicurezza delle nostre strade in Italia e sulla gestione delle Concessioni, il controllo delle scadenze e i tempi per realizzare nuove gare d’appalto.“Ogni cittadino che usufruisce delle Autostrade è a tutti gli effetti un consumatore – afferma il Segretario Nazionale di CODICI Ivano Giacomelli – va dunque tutelato come tale”.Al cittadino che vede aumentare la tariffa autostradale del 2,5% l’anno, in modo immediato deve essere garantito un piano di lavoro che rispetti alcuni criteri per dare senso a questo continuo aumento dei prezzi.

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Prezzi: Istat, inflazione aprile a +0,5%

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 maggio 2018

Secondo i dati provvisori di aprile resi noti oggi dall’Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) registra un aumento dello 0,5% su base annua, era +0,8% a marzo.”Ottima notizia il rallentamento dell’inflazione, anche se rispecchia i consumi stagnanti di inizio anno” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
“L’inflazione di aprile, per una coppia con due figli, significa avere una maggior spesa annua complessiva di 195 euro. Mentre per la coppia con 1 figlio, la tipologia di nucleo familiare ora più diffusa in Italia, la stangata è di 180 euro su base annua” conclude Dona.Secondo i calcoli dell’associazione, per l’inesistente famiglia tipo Istat da 2,4 componenti, l’incremento dei prezzi di aprile si traduce, in termini di aumento del costo della vita, in 151 euro in più nei dodici mesi. I rincari minori per i pensionati con più di 65 anni, per i quali si registra un aggravio di spesa pari a 98 euro.

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Pasqua “salata” per gli amanti della tradizione

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 aprile 2018

Di certo è salata con i prezzi all’ingrosso della carne di agnello in aumento a marzo del 31,9% rispetto a un anno prima. Aumenti a due cifre anche per pollo (+17,3%), coniglio (+11,6%) e tacchino (+10,2%), mentre carni bovine (+3,9%) e suine (+2,8%) registrano incrementi meno consistenti. E’ l’intero comparto delle carni, comunque, cosi come quello delle uova (+29,5% rispetto a marzo 2017) che lo scorso mese registra un’impennata. Come mostra l’indice dei prezzi all’ingrosso, elaborato da Unioncamere e BMTI sui listini delle Camere di commercio, a marzo rispetto a febbraio 2018 le carni ovine sono aumentate del +18,3% e quelle di coniglio del +12,7%, sospinte dall’incremento della domanda tipico del periodo pre-pasquale. Il buon andamento della domanda di tagli freschi ha impresso un rialzo rispetto a febbraio anche alle carni suine (+4,4%) mentre una sostanziale stabilità si è riscontrata per le carni bovine (-0,6%).
Nel comparto lattiero caseario, ulteriore calo mensile si è osservato per i prezzi del latte spot (-5,5%), sebbene meno accentuato rispetto a quanto rilevato a febbraio (-12,5%). Rispetto allo scorso anno, tuttavia, i prezzi attuali sono più bassi di quasi il 20%, contrazione su cui ha inciso la crescita produttiva in atto nel mercato del latte sia in Italia che nell’Unione Europea. Anche i formaggi a stagionatura lunga mostrano una flessione dei prezzi rispetto a dodici mesi fa (-6,2%), ascrivibile soprattutto ai ribassi registrati per il Grana Padano. Tra gli altri prodotti, forte aumento per la panna (+13,2%), sulla scia della richiesta sostenuta da parte dell’industria di trasformazione. Positivo anche il confronto con dodici mesi fa (+15,1%).
Nel comparto degli oli e grassi un nuovo ribasso mensile ha interessato l’olio di oliva
(-2,4%), i cui prezzi accusano un forte ridimensionamento rispetto allo scorso anno
(-24,4%), in un mercato segnato nell’attuale annata da una rilevante crescita produttiva. Marzo ha confermato invece i segnali di ripresa per i prezzi del burro (+7,2% rispetto a febbraio), tornati più alti anche rispetto a dodici mesi fa (+4,1%).
Nella filiera del riso e cereali, sulla scia della debolezza osservata nel mercato dei grani, variazioni leggermente negative hanno interessato gli sfarinati di grano duro (-1,8%) e tenero (-1,3%).

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La Design Week spinge i prezzi degli affitti brevi al 75% in più rispetto a quelli mediamente richiesti a Milano

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 aprile 2018

Milano. Si avvicina la settimana milanese del design, l’evento internazionale capace di trasformare un’intera città grazie a un mix di eventi, design e cultura. Sono oltre quattrocentomila i professionisti del settore che, insieme ai tanti turisti provenienti da ogni parte del mondo, ogni anno raggiungono la città meneghina facendo registrare il “tutto esaurito”.
Un’opportunità per chi decide di dare in affitto un appartamento, come testimonia la rilevazione del Centro Studi di Abitare Co., società attiva nell’ambito dell’intermediazione immobiliare. Da un lato si registra il nuovo record di domanda che assorbe ben oltre il 90% dell’offerta totale di abitazioni messe in affitto in questo periodo. Dall’altro il canone di locazione medio per un’abitazione con 4 posti letto nelle zone più interessate dalla manifestazione è di 1.100 euro a settimana, il 75% in più rispetto ad altri periodi dell’anno, ma con valori che possono crescere del +186% in via Stendhal e del +131% in via Tortona. Un business che ha alimentato il mercato milanese delle seconde case uso investimento, con una crescita globale, sia di abitazioni nuove che usate, nel 2017 del +25% rispetto all’anno precedente.Tra le zone della “design week” è Brera quella con i canoni più elevati: per affittare un appartamento sono necessari in media 1.400 euro a settimana, un importo del +43,1% rispetto ad altri periodi dell’anno. Seguono le zone di Garibaldi / Porta Volta con 1.175 euro (+77,8%) e l’Isola con 1.035 euro (+61,2%). Più “economiche” Porta Romana con circa 990 euro (+66,9%) e Lambrate con 850 euro (+108,2%).Per quanto riguarda le singole vie, per chi ha maggiore disponibilità può orientarsi verso Foro Bonaparte (1.600 euro), via Tortona e via Pontaccio (entrambe 1.500 euro) mentre, per chi non vuole rinunciare alla settimana milanese ma non ha un’alta disponibilità economica, può orientarsi verso via Forcella in zona Tortona (770 euro), via Oslavia (750 euro) o via Massimiano in zona Lambrate (650 euro).“Solo fino a due o tre anni fa alcune selezionate zone di Milano, tipicamente legate all’industria del mobile, venivano interessate dal boom degli affitti brevi legati al Salone», spiega Alessandro Ghisolfi, responsabile del centro studi di AbitareCo. «Il successo degli eventi legati al Fuori Salone, disseminati ormai in tutta la città, hanno fatto crescere l’interesse dei visitatori praticamente per tutti i quartieri di Milano tra cui spiccano Porta Romana, Lambrate, Repubblica, Porta Venezia e Porta Volta. In queste aree risulta sempre più difficile trovare una sistemazione a prezzi ragionevoli nella settimana del Mobile”.

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Immobiliare USA – Aumento dei prezzi di vendita, boom dei mercato in Montana e Idaho

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 aprile 2018

Una parola sola riassume le vendite di febbraio nel Paese – offerta. La carenza di case in vendita continua ad essere il fattore chiave anche di questo febbraio che è risultato essere il terzo mese consecutivo dell’anno nel quale si è assistito a una diminuzione delle vendite, a compravendite rapide e a record di prezzi.Secondo il National Housing Report di marzo divulgato da RE/MAX, le vendite sono diminuite dello 0,2% da febbraio 2017, mentre i giorni medi sul mercato ammontano a 62 segnando così il dato più basso registrato in questo mese dall’inizio delle indagini dell’Housing Report.“Abbiamo condiviso le prospettive del mercato Immobiliare di quest’anno e dopo appena due mesi del 2018 abbiamo già registrato alcuni record” dichiara Adam Contos, Co-CEO di RE/MAX. “Il prezzo mediano di vendita ammonta a $228.700 segnando il 22° mese consecutivo con questo dato in aumento”.L’offerta mensile è stata un record e ammonta a 3.1 – sottolineando un calo medio del 13,7% tra i 52 mercati di riferimento. “Mentre i mercati “caldi” come Denver e San Francisco continuano ad avere una bassa offerta, stiamo notando sempre più acquirenti spostarsi verso altri mercati” ha aggiunto Contos. “in un anno, Billings in Montana han registrato un aumento del 59% nelle vendite, insieme a Boise, Idaho con un 25%.”Tra le 52 aree analizzate, 18 aree hanno visto un aumento percentuale a doppia cifra su base annua. Solo 2 hanno assistito ad una diminuzione di prezzo, quali Albuquerque, NM, e Burlington, VT.
Nelle 52 aree metropolitane coinvolte nell’indagine condotta da RE/MAX a febbraio 2018, il numero medio degli immobili venduti è aumentato del 3,5% rispetto a gennaio 2018 e diminuito dello 0,2% rispetto allo scorso anno. 26 delle 52 aree analizzate hanno visto un aumento delle vendite tra cui Billings, MT, +59,2%, Boise, ID, +25,4%, Burlington, VT, +20,4%, Milwaukee, WI, +19,6% e Richmond, VA, a +13,2%. A febbraio 2018 il prezzo mediano di vendita degli immobili venduti nelle 52 aree analizzate è stato di $228.700, maggiore del 2,3% rispetto a gennaio 2018 e maggiore dell’8,1% rispetto a febbraio 2017. Solo Albuquerque, NM, e Burlington, VT, hanno visto una diminuzione del prezzo su base annua rispettivamente di -0.2% e -5.2%. Delle 52 città, 18 hanno visto un aumento a doppia cifra percentuale. Gli aumenti maggiori si sono verificati a Las Vegas, NV, +15,6%, San Francisco, CA, +15,5%, Seattle, WA, +15,4%, Pittsburgh, PA, +14,8% e Minneapolis, MN, +13,3%.
Il numero degli immobili in vendita a febbraio 2018 è diminuito dell’1,0% rispetto a gennaio 2018 e diminuito del 13,7% del rispetto a febbraio dello scorso anno. Basata sugli immobili in vendita a febbraio, l’offerta mensile di immobili è stata di 3.1, rispetto al 3.4 di gennaio 2018; l’anno scorso a febbraio ammontava a 3.6. Un’offerta di immobili a 6.0 rappresenta un mercato in equilibrio tra acquirenti e venditori. A febbraio 2018, 48 delle 53 aree analizzate hanno registrato un’offerta di case in vendita minore di 6.0, indicando così un “mercato di venditori”. Miami, FL, a 7.0, New Orleans, LA, a 6.8, Augusta, ME, a 6.5 and Burlington, VT, a 6.4 sono le città che hanno visto un mercato con un’offerta maggiore di 6.0, tipicamente considerata adeguata per “un mercato di acquirenti”. I mercati con la più bassa offerta sono ancora una volta nella parte ovest del Paese: Denver, CO, e Seattle, WA, a 1.0 e San Francisco, CA, a 1.1.

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