Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

Posts Tagged ‘vita’

Progetto “Arte per la vita”

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 settembre 2020

Ancona Un’iniziativa che vede il sostegno dell’associazione Soroptimist di Ancona e della Fondazione Ospedali Riuniti di Ancona Onlus grazie alla quale, la Clinica Oncologica è diventata una galleria d’arte. Il progetto viene presentato oggi con una conferenza stampa presso l’aula S del Polo Murri della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Politecnica delle Marche. Il nuovo reparto completamente rinnovato viene riaperto dopo tre mesi di lavori strutturali e di abbellimento con incluso un progetto di cromoterapia. E’ prevista anche la presenza, nelle camere di degenza, di luci colorate i cui colori possono essere scelti dai pazienti mediante una App. “Grazie a queste novità il nostro diventa un reparto all’avanguardia in Italia – afferma la prof.ssa Rossana Berardi, Prof. Ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche, Direttore Clinica Oncologica degli Ospedali Riuniti di Ancona e Coordinatrice regionale AIOM Marche -. In particolare aprire la Clinica Oncologica all’Arte è stato naturale. In questi anni abbiamo rivoluzionato il reparto, con l’aiuto di tutti, per accogliere, prenderci cura, aiutare le persone a suon di musica, di parole, di danza, di moderna tecnologia. Il senso è quello di un luogo pensato non solo come luogo di cura, ma anche di benessere, dove la qualità delle prestazioni e le migliori terapie si accompagnano alla qualità della vita. Del resto prendersi cura vuol dire prendersi a cuore ed è un atto creativo, un gesto che modifica l’esistente generando bellezza. E l’arte è bellezza. Un ringraziamento speciale va all’Accademia di Belle Arti di Brera e alla Direttrice Maria Cristiana Fioretti che con i suoi allievi ha pensato con generosità e creatività un progetto speciale per la Clinica Oncologica, alle amiche del Soroptimist di Ancona, che hanno fortemente creduto e sostenuto questo progetto, alla Fondazione Ospedali Riuniti di Ancona Onlus e alla sua Presidente Marisa Carnevali, che ci aiuta da sempre a trasformare ogni sogno in realtà. Tutte donne meravigliose e sensibili. Grazie a loro abbiamo trasformato la Clinica Oncologica in una galleria d’arte, in un percorso espositivo tra cura e cultura sempre nell’ottica del miglioramento dell’accoglienza, perché il nostro obiettivo è quello di curare le persone, non solo le malattie.” “L’arte è da sempre una delle forme più spontanee e innate per rappresentare la bellezza e la voglia di orientare la vita nella sua direzione – aggiunge il dott. Michele Caporossi, Direttore Generale Ospedali Riuniti di Ancona -. L’arte in ospedale è il segno che questa ricerca non si interrompe mai, neanche di fronte alla malattia o alle ansie insite nelle attività ad alto contenuto emotivo come quelle che quotidianamente si svolgono da noi. Sui nostri muri appaiono le forme e i colori della speranza, della profondità delle cause prime e delle ragioni ultime, in una parola della necessità che l’uomo esprime di avere una risposta alla domanda delle domande: qual è il senso del nostro esistere”. “Le opere prodotte per la Clinica Oncologica – sottolinea il prof. Gian Luca Gregori, Rettore dell’UNIVPM – trasformeranno gli spazi dell’ospedale creando un ambiente nuovo non solo per i pazienti ma anche per i familiari e per tutti coloro che lavorano all’interno della struttura. Gli spazi dedicati alla cura e alla ricerca dialogheranno con la bellezza delle opere d’arte per diffondere sensazioni positive, le stesse che si percepiscono entrando in contatto con la cultura, visitando una mostra o un museo”. “Il bello provoca emozioni positive ed è in quest’ottica che si può contribuire ad aiutare i pazienti ricoverati in Clinica Oncologica, un reparto che si trasforma in una galleria d’arte – aggiunge il prof. Marcello D’Errico, Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’UNIVPM -. E chi meglio di un artista sa guardare oltre l’immagine e trasformare il tutto in opera d’arte. Chi meglio di un medico, di un infermiere, di un operatore sanitario sa guardare oltre un corpo malato e vedere la persona. Si punta all’arte e alla bellezza per lenire la sofferenza e attutire l’impatto con la malattia in un reparto d’eccellenza che non trascura l’approccio olistico al paziente”.

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Oggi la vita da chi viene difesa?

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 settembre 2020

Il tutto parte, come si sa, allorché il gamete materno si unisce a quello paterno. Da questa anfimissi nasce una vita nuova. E da questa vita spuntano i problemi esistenziali. Se il diritto alla vita è assicurato lo è anche quello al vivere? Ma se l’essere umano è celebrato come l’infinitesima particola di Dio perché il suo cammino deve essere costellata da infinite difficoltà? Mi si dice per metterlo alla prova. E qui rilevo la prima contraddizione. Non è Dio colui che ha sconfitto il tempo? Ciò significa che egli già sa come gli umani si comportano dal primo vagito all’ultimo respiro. E ancora si obietta: la sofferenza non è altro che un apologo sulla ricerca di Dio. Ma le mie perplessità continuano a frullarmi in testa. Perché, mi chiedo, la sapienza deve giungere all’uomo dopo difficoltà estreme, cammini tortuosi, speranze e disillusioni? Perché noi viventi siamo indotti ad affrontare una lotta incessante e un desiderio illimitato e sfrenato di conquistare posizioni preminenti anche a costo di schiavizzare persone singole, o addirittura intere popolazioni? E tutto questo perché? Forse per sentirci dire che la realtà va oltre la vita? Il pagano Epicuro dichiarava con cinico distacco che “quando ci sono io non c’è la morte, e quando c’è la morte non ci sono io”. Dopo secoli gli fa il verso un cardinale spagnolo del Cinquecento che fece scolpire sul suo sepolcro nella basilica di Santa Sabina sull’Aventino: “Ut moriens viveret, vixit ut morituruus” (Per morire vivo, visse e morì). Così la “meditatio mortis” diventa un inno alla vita, ma una vita che incomincia dopo la morte. Non per niente il cristiano sogna le delizie del Paradiso dantesco e il musulmano nel regno dei beati con una moltitudine di vergini che l’attendono. E allora perché siamo qui se il nostro regno è altrove? (Riccardo Alfonso)

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La visione leopardiana del mondo e la sua concezione della vita

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 settembre 2020

Fin da quando ho avuto il mio primo approccio con la poesia leopardiana e il sofferto mondo dell’autore ho cercato di comprendere il fascino e il mistero del cosmo volgendo, come lui, lo sguardo verso il lontano scintillare delle stelle. È stato scritto in proposito: “Non c’è mai stato poeta senza Dio, quale comunemente viene ritenuto il Leopardi, che abbia tanto tenuto gli occhi rivolti verso il cielo, ad indagarvi la ragione profonda dell’essere eterno e della “flebile vita umana”. Lo ha, probabilmente, affascinato l’immensità e il silenzio, nel continuo fluire del tempo, e tormentato il significato del verbo espresso dal brillare delle stelle e del tacito silenzio della luna. In questa trasfigurazione del pensiero Leopardi veste il metafisico con un manto di stelle e una fantastica miriade di mondi disseminati nell’infinità dell’etere. Non a torto è stato definito il poeta dell’immensità stellare ma anche degli “ameni errori” che da sempre hanno acceso la fantasia degli uomini. In lui vi riverberano “Le luminose facelle del cielo e una segreta nostalgia per le mitiche invenzioni del mondo antico.” Nella stessa composizione poetica “Piccoli idilli” già il termine usato dal poeta non vuol significare una teocritea, o arcadica contemplazione di una bellezza paesistica, bensì “la visione stupita e dolorosa di uno spazio infinito, di un paese metafisico, una visione pensosa e religiosa che prende forma per un’improvvisa comparazione del limite del nostro temporale di fronte alle imperscrutabili ragioni dell’essere.” In questo contesto è paradigmatico l’esempio dell’ “Infinito” dove il poeta si rivolge inizialmente al contingente: “l’ermo colle”, la siepe, lo stormire del vento fra le piante per poi planare nella sua visione metafisica con “gli “interminati spazi”, i “sovrumani silenzi”, la “profondissima quiete”, “l’eterno” e le “morte stagioni” dove le Muse donano al poeta un ramo d’alloro come simbolo della sua vocazione poetica. È una visione che nasce proprio dal contrasto fra il limite del contingente e l’infinito silenzio dell’essere eterno e che già ritroviamo nei Pensée di Pascal ne “Le silence des espaces eterneles m’effraie”. La sua proposta esprime il valore immutabile dell’Essere di fronte al limite esistenziale dell’uomo, di fronte alla sua flebile voce che si perde negli abissi del tempo. Ed è proprio nel rapporto fra la dolorosa coscienza del limite e la cifra misteriosa dell’Infinito si inserisce la chiave decisiva per penetrare nel profondo della poetica leopardiana. (Riccardo Alfonso)

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Il lavoro come scelta di vita

Posted by fidest press agency su domenica, 6 settembre 2020

Sovente mi capita di leggere i vari discorsi che ruotano intorno all’età lavorativa e al tempo per andare in pensione. E poi mi guardo intorno. Vedo il pensionato seduto sulla panchina dei giardinetti sotto casa o in animate concioni con un gruppetto di suoi simili per strada o al bar, in chiesa a biascicare qualche preghiera o a fare la spesa a portare a spasso i nipoti e a sfaccendare a casa. Ma anche ad affollare gli ambulatori medici, a sentirsi ammalato e bisognoso di farmaci di ogni tipo. Alla fine, mi chiedo: Ho conosciuto più di un collega attivissimo in ufficio sino al giorno del pensionamento e a vantarsi di essere stato sempre in salute e rivederlo qualche anno dopo l’ombra di sé stesso, abulico e malfermo sulle gambe. Altri, invece, li ho trovati “rigenerati” e ho scoperto che si sono ritagliati un nuovo lavoro anche se a volte a titolo gratuito. E ho “scoperto” anche un altro aspetto interessante. Essi, per lo più, hanno fatto parte di quella generazione che era alla ricerca di un lavoro, uno qualsiasi per vivere e costruirsi una famiglia e avere dei figli. Non hanno scelto, quindi, un lavoro congeniale alle proprie aspettative ma il primo che il mercato offriva loro, ma non l’hanno amato, ma subito. La pensione a questo punto è diventata l’occasione per fare quella scelta che era mancata in gioventù. Alla fine, mi sono chiesto se l’attuale logica lavorativa e ancor prima l’apprendimento scolastico non siano state delle circostanze devianti sul sentiero delle proprie inclinazioni intellettuali. Penso, ad esempio, al calciatore professionista che a 40 anni deve necessariamente appendere al chiodo i suoi scarpini per sentirsi “un pensionato” ma che potrebbe essere persino “giovane” per altri impieghi. Quanti lavori possono essere la stessa cosa magari a 50 o 55 anni?
Su questa falsariga abbiamo mai considerato un diverso approccio lavorativo con la possibilità di adattare il lavoro all’età e alle proprie inclinazioni? Se lo avessimo fatto non saremmo qui a perderci in lunghe discussioni sull’età pensionabile e quel che ne segue. (Riccardo Alfonso)

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La qualità della vita. La clonazione

Posted by fidest press agency su sabato, 5 settembre 2020

Gli esseri viventi, salvo poche eccezioni, hanno conosciuto solo una forma di riproduzione: quella sessuale derivante dall’accoppiamento di due soggetti di sesso diverso e che in determinate condizioni possono mettere al mondo un loro simile.
Nel 1952 con un esperimento effettuato su una rana, si è aperta un’altra strada riproduttiva: la clonazione. Questo genere di tecnica ebbe il suo momento di gloria nel 1996 con la pecora Dolly, nata al Roslin Institute d’Edimburgo. L’inventore, per la cronaca, è stato il biologo scozzese Ian Wilmut. L’ovino divenne, in pratica, il capostipite di molti altri esperimenti che, da allora a oggi, sono stati fatti con topi, maiali ecc.
A questo punto fu inevitabile chiedersi se tale genere di sperimentazione valesse anche per la riproduzione umana. La risposta, prima ancora che scientifica, è stata religiosa, giuridica, politica ed etica. Fu un riscontro soprattutto negativo e allarmato perché parve a molti che si alterasse un ordine costituito e che, per i credenti, significasse mettere in discussione un’autorità divina, la sola preposta alla creazione della vita attraverso l’accoppiamento sessuale.
Un altro aspetto creativo è quello postulato dall’abiogenesi che prevede la possibilità che gli esseri viventi possono nascere da materia inerte come sostanze inorganiche o sostanze organiche in decomposizione per azione del calore o della luce solare o dell’umidità. Fu una tesi quasi generalmente accettata sino agli albori del XIX secolo e basata sull’autorità di Anassimandro, Aristotile e Democrito, dagli scritti biblici e dai poeti romani come Virgilio e Lucrezio. Nel Rinascimento ci pensò il filosofo Vanini a riprendere con più forza il discorso sostenendo che l’origine delle piante e degli animali derivasse da sostanze in fermentazione. Il fisico francese Redi nel 1668 fu di parere opposto e lo dimostrò con degli accurati esperimenti con le larve delle mosche che non si sviluppavano nella carne se questa era posta in un recipiente chiuso. In seguito nel 1765 Lazzaro Spallanzani lo dimostrò con esperimenti simili a quelli di Redi anche nei riguardi dei microorganismi. La questione fu risolta in modo definitivo nel 1862 da Louis Pasteur. Egli usò per l’esperimento una bottiglia fornita da un lungo collo ad S, aperto all’estremità, in modo che l’aria potesse liberamente entrare ed uscire dalla bottiglia, ma la polvere, le muffe e i batteri presenti nell’aria si depositavano nelle pareti del tubo ad S e non potevano raggiungere il brodo che si trovava nel recipiente. Se questo era bollito e conservato al freddo, non sviluppava alcun microorganismo: Omne vivum ex vivo secondo il celebre assioma del fisiologo Guglielmo Harwey.
Se, a questo punto, lasciassimo parlare gli scienziati e lo facessimo senza pregiudizi, ci renderemmo conto che vi sono due aspetti dello stesso problema che possono portarci a soluzioni differenti. Consideriamo il primo caso ovvero la riproduzione per via sessuale. Essa, per intenderci meglio, è da ritenersi più condivisibile e dagli effetti pratici alquanto convincenti sebbene vi sia il rischio che dal concepimento e per tutto il periodo della gestione vi possano essere interferenze di un certo rilievo. (Riccardo Alfonso)

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“La metà della vita per godere…”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2020

Se quest’aspetto pur nella sua ovvietà continua a riservarci disastrosi risultati è perché ignoriamo il suo funzionamento e quindi commettiamo continui errori. Andiamo avanti per tentativi in una successione di errori, di sogni, di dolori e disillusioni. Perché la direzione è sbagliata. Si considera la vita come se fosse fatta per godere. “La metà della vita è per godere. L’altra metà per buon nome ottenere” diceva l’antico poeta persiano Ad Din Sadi. E se invece la vita fosse fatta per imparare? La vita è una scuola, un laboratorio di esperienze. Se queste sono sbagliate, non si può che rimanere scottati. Il dolore serve per questo.
L’uomo dell’avvenire, anziché vivere la legge a livello animale, la vivrà al suo superiore livello. E tutto questo dal momento in cui avrà pienamente compreso il valore del termine “rettitudine”. Significa positività indicata nel potere benefico così come negatività, s’identifica nel potere malefico, registrabile nelle sue conseguenze. Il tutto, quindi, può richiamarci a un principio di dualità quando parliamo di positivo e di negativo e che pur ritroviamo in tutti i piani di esistenza, dalla materia all’energia, dalla vita spirituale alla vita morale, in effetti il tutto si riconduce all’uno. Scompare il lato oscuro poiché esiste una sola legge universale. Il resto è solo il frutto delle nostre suggestioni e debolezze. Positività e negatività rappresentano solo un momento esistenziale secondo un certo piano evolutivo delle specie viventi mentre a livello più alto esiste un solo essere “intellettualmente forte, secondo rettitudine”. A livello animale può essere positivo il forte che elimina il debole, secondo la legge della selezione. Nella nuova forma non esiste più il dominio sull’altro, ma la rivelazione di un ordine nuovo per una più alta perfezione.
Nel nostro futuro, quindi, non esisterà la contrapposizione tra positività o negatività giacché si annulleranno in conseguenza della così detta “legge del ritorno”.
È un concetto che, a mio avviso, è possibile mostrarlo con un semplice esempio: quello del corpo e della sua ombra. La nostra dualità altro non è che un’ombra che riflette la nostra figura al cospetto di una fonte di luce. Una volta entrati in questa luce l’ombra scompare, resta la nostra unità. La nostra ombra, quindi, non ha un futuro noi sì. Quale dunque è il segreto del nostro vivere? È forse quello di conoscere il male per apprezzare il bene? È quello di voler misurare i nostri limiti con la logica della trasgressione come fu quella di Adamo nel raccogliere e mangiare la mela proibita? È quello di cercare la libertà nel disordine? È quello di sfidare la legge? Se si tratta di questo, è possibile spiegare razionalmente le sofferenze che generiamo, gli odi che maturiamo, le guerre che scateniamo e l’abilità che esercitiamo nel saper nascondere le nostre malefatte, giacché è il metodo: evadere e sfuggire nello stesso tempo alle sanzioni. Ma tutto ciò, e ci stiamo rendendo conto man mano nel corso delle nostre esistenze, non ha un futuro. Stiamo entrando in una nuova consapevolezza, dove si supera la lotta per la vita dettata dalla forza e dalla furbizia per far emergere un principio di rettitudine. Diventerà la nostra forza vincente derivata non già dalle strutture superficiali della realtà, bensì dalle strutture più profonde. (Riccardo Alfonso)

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Berlinguer un ricordo, una lezione di vita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 agosto 2020

Il ventiduenne sassarese Enrico Berlinguer scontò nel 1944 cento giorni di carcere per un’intricata vicenda di assalto ai forni del pane. Così accade che il comunista che non ha conosciuto né l’esilio né la galera del fascismo va dietro le sbarre nella Sardegna libera. Uscito dal carcere è invitato a pranzo dove tra gli invitati c’è un monsignore. Il prelato rivolgendosi gli dice: “per cambiare le cose è necessario che le masse dei diseredati si raccolgano adesso dietro la bandiera della Democrazia Cristiana.” E il giovane Berlinguer ribatte: “Per cambiare le cose occorre che le masse dei cattolici diseredati si uniscano a quelle dei marxisti diseredati: occorre una nuova alleanza.”
Probabilmente da qui è nata l’idea del compromesso storico condivisa da un grande democristiano anni dopo: Aldo Moro. Oggi con il crollo delle ideologie quest’idea non è superata ma ha acquistato una nuova dimensione, più radicale, se vogliamo. Oggi lo scontro è tra l’avere e l’essere. Tra i diseredati di sempre e i ricchi di sempre. Due mondi eternamente conflittuali dove vi è una parte consistente dell’umanità condannata all’emarginazione e una ristretta minoranza che la domina.
È una lotta che sa di antico tra i plebei e i patrizi della Roma repubblicana precristiana. Ma è anche una lotta più raffinata rispetto al passato poiché chi ha dispone di tutti i mezzi per asservire le masse e queste ultime alla fine si accontentano delle briciole solo per sopravvivere. Ma verrà un giorno del risveglio e allora l’intelligenza prevarrà sulle barbarie perché sarà reso vano il senso dell’avere nel confronto con l’essere. Scrive Rousseau nel suo contratto sociale nel 1762: “L’ordine sociale è un diritto sacro che sta alla base di ogni altro spirito. Si tratta di trovare una forma di associazione che difenda e protegga con tutta la forza comune la persona e i beni di ciascun associato e in cui ciascuno, pur unendosi a tutti gli altri, possa obbedire ancora solo a sé stesso e rimanere libero come prima.” (Riccardo Alfonso)

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“La vita è un romanzo” di Guillaume Musso

Posted by fidest press agency su martedì, 18 agosto 2020

Collana Oceani, trad. Sergio Arecco, pp.272, 18 euro in libreria dal 27 agosto. Arriva finalmente in Italia, il nuovo romanzo dell’autore francese più venduto al mondo, sempre al vertice delle classifiche internazionali.
“Colmo di suspense letteraria e romantica, riflessioni sul potere dei libri e sulla professione di scrittore, La vita è un romanzo è una lettura sbalorditiva e gioiosa.” Bernard Lehut, RTL“Carrie, mia figlia di tre anni, è sparita mentre giocavamo a nascondino nel mio appartamento di Brooklyn.” La denuncia di Flora Conway, una famosa scrittrice nota per la sua riservatezza, sembra un enigma senza soluzione. Nonostante il clamoroso successo dei suoi libri, Flora non partecipa mai a eventi pubblici, né rilascia interviste di persona: il suo unico tramite con il mondo esterno è Fantine, la sua editrice. La vita di Flora è avvolta dal mistero come la scomparsa della piccola Carrie. La porta dell’appartamento e le finestre erano chiuse, le telecamere del vecchio edificio di New York non mostrano alcuna intrusione, le indagini della polizia non portano a nulla.
Dall’altra parte dell’Atlantico, a Parigi, Romain Ozorski è uno scrittore dal cuore infranto. Vorrebbe che la sua vita privata fosse metodica come i romanzi che scrive di getto, invece la moglie lo sta lasciando e minaccia di portargli via l’adorato figlio Théo. Romain è l’unico che possiede la chiave per risolvere il mistero di Flora, e lei è decisa a trovarlo a tutti i costi.
Guillaume Musso, il maestro del thriller letterario francese, ci immerge in un romanzo avvincente sul potere dei libri e sulla forza magnetica dei personaggi che intrecciano, imprevedibilmente, le nostre vite.

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Il senso della vita

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 agosto 2020

La mia maggiore preoccupazione non è il modo come si viene al mondo ma come ci vivi. È un limite che è stata più volte rilevato dagli uomini di cultura, ma lasciato alla deriva del pensiero creativo umano come se si trattasse di un particolare insignificante. L’atteggiamento ha impedito un doveroso approfondimento sulla condizione umana di quanti nati sono poi lasciati al loro destino come se l’ineffabilità abbia rappresentato una condizione ineludibile. Persino i credi religiosi, spesso tanto attenti al diritto della natività come valore assoluto, perdono di vista l’essere umano nella sua vita quotidiana e lasciano che milioni di bambini muoiono di fame, di stenti e senza assistenza sanitaria e i loro genitori con essi. È stato persino creato quel simulacro della sofferenza come anticamera per una felicità che per realizzarsi occorre attendere la morte degli interessati. Alla prova dei fatti ci accorgiamo che è un percorso che tende ad una selezione della specie dove da una parte una maggioranza della popolazione mondiale è relegata alla sofferenza, alla rinuncia, alle privazioni e una piccola parte di essa cattura il necessario e il superfluo senza porsi limiti. Questa doppia marcia è trasversale alle generazioni e ai luoghi se si pensa che la povertà e l’emarginazione diventi ancora più tragica e stridente nelle metropoli dell’opulenza poiché si marcia a gomito a gomito tra ciò che si è e ciò che si ha.
Se noi non cerchiamo d’uscire da questa condizione tragica dove chi nasce non sembra aver diritto a vivere, in molti casi, non avremo la possibilità di costruire una società nella quale l’identificazione del bene e del giusto abbia l’accesso che le compete e la saggezza dell’essere umano trovi un riscontro nel cammino che gli è stato assegnato e nel quale possa sentirsi avulso dalla sofferenza e dall’esclusione sociale. Tutti uguali perché uguali siamo per diritto di nascere e di vivere senza sospensione alcuna nella continuità di un diritto che ci appartiene in modo indivisibile. Se non sciogliamo questo nodo gordiano non vi sarà progresso che potrà sottrarci dalla logica dell’homo homini lupus. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia vanta un’aspettativa di vita di 83 anni

Posted by fidest press agency su domenica, 26 luglio 2020

Seconda solo alla Spagna fra i 37 Paesi OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), l’Italia vanta un’aspettativa di vita di 83 anni. Ma al Nord si vive 3 anni di più rispetto al Sud, una differenza da ricondurre alla disomogeneità nel rendimento delle risorse equamente distribuite nei 21 sistemi sanitari regionali e alle disuguaglianze socio-economiche a livello territoriale, che la pandemia causata dal Covid-19 sta mettendo ancor più in risalto. Un gap evidente anche nella sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di tumore, che vede le percentuali più elevate in Valle D’Aosta (64% donne e 61% uomini), Emilia-Romagna (65% donne e 56% uomini) e Toscana (65% donne e 56% uomini). Fanalino di coda invece Sardegna (60% donne e 49% uomini) e Campania (59% donne e 50% uomini). Per ridurre queste discrepanze e affrontare un’eventuale seconda ondata del virus in autunno, il 56% degli oncologi chiede un rinforzo della medicina del territorio e dei servizi domiciliari a supporto dei pazienti. Proprio l’oncologia di prossimità deve essere il cardine della riorganizzazione di un nuovo modello di cura dopo l’emergenza Covid, fondato su una piena integrazione tra i livelli di presa in carico (assistenza domiciliare, medicina generale, specialistica ospedaliera), traendo utili indicazioni dall’esperienza dei PDTA (Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali) e delle reti oncologiche su come gestire la nuova governance e redistribuire i setting di assistenza sul territorio sulla base di un monitoraggio costante del valore di ogni prestazione. L’appello è lanciato oggi in un webinar aperto alla stampa e organizzato da All.Can Italia, coalizione che si propone di ridefinire il paradigma di gestione del cancro, in un’ottica interamente centrata sul paziente.In Italia, nel 2019, i nuovi casi di cancro sono stati 371mila e i tumori sono sempre più malattie croniche. “Nel nostro Paese, il 22,3% della popolazione ha più di 65 anni e ha un’aspettativa di vita di ulteriori 18 anni – afferma Mattia Altini, Direttore Sanitario dell’AUSL della Romagna e Presidente della Società Italiana di Leadership e Management in Medicina (SIMM) -. Il 32% degli over 65 è colpito da una malattia cronica, il 17% da due o più. Le disuguaglianze socio economiche tra i 21 sistemi regionali italiani determinano un’aspettativa di vita al Nord maggiore di 3 anni rispetto al Sud, con uno scarto di un quinquennio nel caso delle persone con maggiore istruzione. Il medico di medicina generale rappresenta un elemento fondamentale e strategico del Servizio Sanitario Nazionale: è il primo punto di contatto del cittadino con il sistema e lo snodo nella presa in carico continuativa del paziente.“La delocalizzazione di alcune prestazioni a bassa complessità dal punto di vista clinico, ma ad alto impatto per la qualità della vita del paziente (prelievi ematici periodici, erogazione delle terapie orali o sottocutanee, visite di follow-up) – sottolinea Domenico Crisarà, Vice Segretario Nazionale FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale) – potrebbe favorire al contempo un’allocazione più efficiente delle risorse ed un più elevato grado di soddisfazione da parte del paziente, ad esempio con la definizione di punti di accesso nelle reti oncologiche regionali come prima presa in carico. La diffusione sul territorio di alcune prestazioni rende comunque necessaria una chiara governance di tutto il percorso di cura. Il dipartimento ospedaliero o dell’azienda sanitaria può rimanere il fulcro di verifica e controllo ma non l’unico centro di erogazione delle cure. Per questo è essenziale l’estensione del modello della rete non solo ad altri centri ospedalieri ma anche ai presidi sanitari territoriali o, in ultima analisi, al domicilio dei pazienti”.Il modello di oncologia di prossimità proposto da All.Can risponde a tre principi: umanizzazione, specializzazione e innovazione organizzativa.

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I due diritti irrinunciabili: quello della vita e quello del vivere

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 luglio 2020

Non ho accettato, in altri termini, che si potesse esaltare il diritto alla vita e una volta acquisito l’essere umano fosse stato abbandonato a se stesso. È rimasto povero e condizionato dalla povertà della sua famiglia, dall’ambiente in cui vive, da una cultura tutta improntata sull’idea che occorre accettare la propria condizione sociale e rassegnarsi a subirla, nell’arco di tutta la propria esistenza, lunga o breve che fosse.
Abbiamo imparato a fare della carità ma non a essere solidali con chi vive in ristrettezze.
Abbiamo imparato a essere sprezzanti e a sentirci superiori anche se chi è solo un tantino socialmente a noi inferiore.
Abbiamo imparato a osteggiare chi ha una professione di fede dissimile dalla propria, ha il colore della pelle diversa e provengono da luoghi, dove la povertà è estrema. Così facendo abbiamo tramandato ai nostri figli e nipoti dei messaggi sbagliati e inculcati in essi il privilegio di casta.
Pensavo che con l’avanzamento della conoscenza, con la mobilità delle persone e la possibilità di conoscerle e poterle apprezzare per quelle che sono, si potesse ottenere un cambiamento radicale nei nostri atteggiamenti. Mi sbaglio. Il razzismo, l’antisemitismo, l’odio di casta se una società, cosiddetta evoluta, riesce ad ammantarli di venature ipocrite che evitano gesti plateali e persino violenti, vi sono, invece, paesi, dove si manifestano senza pudori e le stesse autorità fanno ben poco per spegnere quest’incendio. Ho provato personalmente cosa ha significato tutto ciò. Mi è accaduto da emigrante, in Australia, dove spesso fui esposto a giudizi sommari per il solo fatto che ero un italiano. È un condizionamento che risale a un’educazione sbagliata e si avvalgono di stantii luoghi comuni: il rumeno violento, l’africano pericoloso e via di questo passo. Pochi, però, ci spiegano che questa violenza è fisiologica come lo è per l’autoctono. Come dire? Chi non ha peccato lanci per primo la pietra. (Riccardo Alfonso)

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Il peperoncino migliora la digestione e allunga la vita

Posted by fidest press agency su martedì, 16 giugno 2020

Secondo l’indagine condotta dall’epidemiologa Marialaura Bonaccio dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli (Isernia), il peperoncino ha dei benefici per il cuore e allunga la vita. La ricerca, condotta per 15 anni, ha dimostrato che usando il Capsicum annuum (questo il nome scientifico del peperoncino) più volte la settimana si ha un miglioramento sia nella digestione sia nel funzionamento del sistema cardiocircolatorio. Già in precedenza, in Cina e negli Usa, si erano fatte indagini simili che avevano dato gli stessi risultati. Ora si è potuto accertare che l’effetto positivo del peperoncino influisce anche sulla popolazione mediterranea. Sarà necessario, perché al momento non è ancora chiaro, identificare il motivo per il quale utilizzandolo almeno 4 volte la settimana, la mortalità cardiovascolare, si riduce del 61%.

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Il gioco della vita di Mazo de la Roche

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 aprile 2020

In libreria dal 28 maggio. Collana Le strade. (Fazi Editore) Dopo Jalna, è in arrivo il secondo capitolo della saga canadese da undici milioni di copie vendute. La riscoperta di un appassionante ciclo di romanzi che a partire dagli anni Venti ebbe un successo clamoroso, con 193 edizioni inglesi e 92 edizioni straniere. All’epoca della sua prima uscita, la saga di Jalna, ambientata in Canada, fu seconda solo a Via col vento fra i bestseller. In questo secondo capitolo, la scomparsa dell’amata nonna Adeline darà luogo a una lotta per la spartizione dell’eredità, mentre Renny e la deliziosa Alayne potranno finalmente ufficializzare il loro amore.

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George Orwell: la vita a disegni di un autore visionario

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 aprile 2020

George Orwell, al secolo Eric Arthur Blair, è passato ai posteri grazie a 1984, scritto nel 1948, e alla sua invenzione profetica del Big Brother, che ha prefigurato, settant’anni fa, il controllo dei media sulla popolazione, di internet e della manipolazione dei dati personali. La vita di questo genio della penna e del pensiero è stata certamente affascinante quanto i suoi libri: un uomo sempre in anticipo sui tempi, studente ad Eton e agente della polizia coloniale in Birmania, combattente nella guerra civile spagnola, antistalinista e giornalista le cui inchieste hanno suscitato clamore. Pierre Christin, vincitore del prix René-Goscinny 2019 al festival di Angoulême (uno speciale premio riservato agli sceneggiatori di fumetto), e Sebastién Verdier, fumettista di talento, portano il lettore a riscoprire la vita incredibile di un autore indimenticabile. A impreziosire l’opera, le tavole di artisti del calibro di André Juillard, Olivier Balez, Manu Larcenet, Blutch, Juanjo Guarnido e Enki Bilal, inserite all’interno del libro come un lampo di colore a rompere lo schema in bianco e nero di questo biopic. L’ippocampo Edizioni Testi di Pierre Christin; Illustrazioni di Sébastien Verdier; Traduzione di Fabrizio Ascari 160 pagine. 19,90 €

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La vita non si gioca alla roulette

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 aprile 2020

Le tecnologie oggi vigenti, e in corso d’evoluzione, dovrebbero insegnarci almeno una cosa. Dovremmo guardare con più attenzione i vari aspetti organizzativi che interagiscono con il nostro modo di vivere. Essi ci consentirebbero di utilizzare al meglio le nostre risorse. Se lo facessimo con costanza e continuità, e da subito, noi ci accorgeremmo d’avere la possibilità di spendere di meno pur ottenendo risultati migliori. È questo il vero nodo della questione. D’altra parte non possiamo pretendere che il tutto si svolga come una semplice operazione matematica: due più due fanno quattro. È un modo di vivere e gestire la nostra vita che richiede una preparazione accurata. In primo luogo, dobbiamo assegnare al nostro procedere, sul sentiero della vita, da singoli e collettivamente, valori che noi oggi abbiamo alterato o disatteso. Questi valori si acquistano con il sapere e il conoscere, con l’istruzione di base, con il buon esempio. I giovani, in primo luogo, dalla loro scolarità alla maturità devono imparare a riconoscere i valori reali della vita da quelli fasulli, da quelli che durano a quelli che possono riempirci solo una stagione o forse due di un anno. Questa è la vera svolta che non s’identifica, necessariamente, con l’esserci sentiti figli del XIX o del XX o ancor più del XXI secolo. È tempo che usciamo dai nostri ristretti confini ideologici e temporali e incominciamo a ragionare, come farebbe l’homo novus, oppure quell’archetipo d’essere che non si sofferma a lungo sull’esistente, ma immagina il suo impegno proiettato nel futuro. Ma che futuro noi possiamo garantire al cospetto di città inquinate, da falde idriche avvelenate, da piogge acide e da quell’omino che si muove freneticamente nei saloni di Wall Street a caccia del biglietto verde che gli passa sulla testa e attraversa le sue gracili, ma nervose mani, protese ad afferrarlo e che più delle volte non riesce a carpirlo, ma non demorde?
La nostra droga non è solo quella che abbiamo universalmente ravvisato. Il nemico che insidia l’intera umanità ha molte facce e tante spirali. Essa ha parecchi nomi e sono tutti il frutto delle nostre debolezze: consumismo, arrivismo, egoismo, razzismo e tanti, troppi, -ismi. Vi ricaviamo il tormento che ci perseguita, la sofferenza di una tensione che non s’attenua, la voglia di emergere e di schiacciare i nostri simili. Non è certo questa l’immagine che scaturisce dell’essere umano. E’ una faccia che non ha futuro per sé e per gli altri. È la negazione del ruolo e delle sue prospettive, del suo definirsi cittadino del mondo. In tale ambito la Fede e la medicina non riusciranno a lenire le nostre pene spirituali e materiali. Se non giungerà il tempo della consapevolezza, e il riconoscimento che dietro il paravento delle nostre illusioni vi è una certezza che invano cercheremo fuori di noi, non ci sarà, più semplicemente, un futuro. (Riccardo Alfonso)

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La qualità della vita. La clonazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 aprile 2020

Gli esseri viventi, salvo poche eccezioni, hanno conosciuto solo una forma di riproduzione: quella sessuale derivante dall’accoppiamento di due soggetti di sesso diverso e che in determinate condizioni possono mettere al mondo un loro simile.
Nel 1952 con un esperimento effettuato su una rana, si è aperta un’altra strada riproduttiva: la clonazione. Questo genere di tecnica ebbe il suo momento di gloria nel 1996 con la pecora Dolly, nata al Roslin Institute d’Edimburgo. L’inventore, per la cronaca, è stato il biologo scozzese Ian Wilmut. L’ovino divenne, in pratica, il capostipite di molti altri esperimenti che, da allora a oggi, sono stati fatti con topi, maiali ecc.
A questo punto fu inevitabile chiedersi se tale genere di sperimentazione valesse anche per la riproduzione umana. La risposta, prima ancora che scientifica, è stata religiosa, giuridica, politica ed etica. Fu un riscontro soprattutto negativo e allarmato perché parve a molti che si alterasse un ordine costituito e che, per i credenti, significasse mettere in discussione un’autorità divina, la sola preposta alla creazione della vita attraverso l’accoppiamento sessuale.
Un altro aspetto creativo è quello postulato dall’abiogenesi che prevede la possibilità che gli esseri viventi possono nascere da materia inerte come sostanze inorganiche o sostanze organiche in decomposizione per azione del calore o della luce solare o dell’umidità. Fu una tesi quasi generalmente accettata sino agli albori del XIX secolo e basata sull’autorità di Anassimandro, Aristotile e Democrito, dagli scritti biblici e dai poeti romani come Virgilio e Lucrezio. Nel Rinascimento ci pensò il filosofo Vanini a riprendere con più forza il discorso sostenendo che l’origine delle piante e degli animali derivasse da sostanze in fermentazione. Il fisico francese Redi nel 1668 fu di parere opposto e lo dimostrò con degli accurati esperimenti con le larve delle mosche che non si sviluppavano nella carne se questa era posta in un recipiente chiuso. In seguito nel 1765 Lazzaro Spallanzani lo dimostrò con esperimenti simili a quelli di Redi anche nei riguardi dei microorganismi. La questione fu risolta in modo definitivo nel 1862 da Louis Pasteur. Egli usò per l’esperimento una bottiglia fornita da un lungo collo ad S, aperto all’estremità, in modo che l’aria potesse liberamente entrare ed uscire dalla bottiglia, ma la polvere, le muffe e i batteri presenti nell’aria si depositavano nelle pareti del tubo ad S e non potevano raggiungere il brodo che si trovava nel recipiente. Se questo era bollito e conservato al freddo, non sviluppava alcun microorganismo: Omne vivum ex vivo secondo il celebre assioma del fisiologo Guglielmo Harwey.
Se, a questo punto, lasciassimo parlare gli scienziati e lo facessimo senza pregiudizi, ci renderemmo conto che vi sono due aspetti dello stesso problema che possono portarci a soluzioni differenti. Consideriamo il primo caso ovvero la riproduzione per via sessuale. Essa, per intenderci meglio, è da ritenersi più condivisibile e dagli effetti pratici alquanto convincenti sebbene vi sia il rischio che dal concepimento e per tutto il periodo della gestione vi possano essere interferenze di un certo rilievo. (Riccardo Alfonso)

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Romain Gary: Il senso della mia vita

Posted by fidest press agency su domenica, 29 marzo 2020

«Penso di non avere abbastanza vita davanti a me per scrivere un’altra autobiografia». Realizzata da Jean Faucher per Radio Canada nel 1980, pochi mesi prima che Romain Gary ponesse fine alla sua vita, la conversazione, che costituisce il contenuto di queste pagine, è un documento indispensabile pet tutti coloro che amano la figura e l’opera dell’autore della Vita davanti a sé. Gary non soltanto rivolge a Faucher osservazioni che, come quella indicata, stringono il cuore, ma rivela ambizioni, speranze, successi e umiliazioni che hanno caratterizzato la sua esistenza. Rivelazioni condotte, naturalmente, alla sua maniera, con una spontanea mescolanza di struggenti confessioni – come quella che concerne le ragioni del divorzio da Jean Seberg – e di gustosi aneddoti sulla sua giovinezza, trascorsa peregrinando in paesi diversi – Russia, Polonia, Lituania – fino ad approdare alla terra promessa, la Francia, l’incarnazione stessa della grandezza, della bellezza, della giustizia agli occhi di sua madre, intrepida francofila, com’era tradizione tra i russi nati nel xix secolo. Una vita movimentata e pittoresca, degna del più stravagante dei romanzi. Una vita che da Educazione europea fino agli Aquiloni, l’ultimo commovente romanzo, estremo omaggio alla grandezza e alla fragilità dell’amore, racchiude l’avventura esistenziale e letteraria di uno dei grandi scrittori del Novecento.Collana: Biblioteca Pagine: 120 Prezzo cartaceo : €14,50 Prezzo ebook: € 9,99.
Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nacque a Vilnius nel 1914. A trent’anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d’honneur), scrive un romanzo, Educazione europea (Neri Pozza, 2006), che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia.

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Scienza & Vita: attenzione ai bisogni reali delle persone più fragili durante la pandemia in corso

Posted by fidest press agency su sabato, 28 marzo 2020

L’associazione Scienza e vita esprime la sua preoccupazione per le necessità delle persone con patologie croniche o disabilità confinate in quarantena in questo periodo di pandemia.Ci giungono varie segnalazioni da più parti di Italia su difficoltà inerenti le restrizioni della pandemia per alcune particolari categorie e nostro obbligo è segnalarle e vigilare che non restino inevase. Nella necessità di aderire alle indicazioni della Protezione Civile e del Governo per contenere i contagi, non possiamo non segnalare l’urgenza di chi non è autosufficiente e che vede ulteriori difficoltà assistenziali a domicilio per le restrizioni del loro proprio movimento o del movimento di chi dovrebbe assisterli. E’ fondamentale che il bene comune venga tarato sul bene delle persone più fragili. Dunque, chiediamo che per i cittadini con disabilità vengano immediatamente adottate delle misure assistenziali in grado di sopperire le carenze del momento. Vogliamo sperare che questa riflessione porti rapidi ausili, ma non solo: che sia lo spunto per ripensare le emergenze e il diritto alla salute sempre sul metro e sui diritti dei più deboli anche quando questa crisi sarà terminata.

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Il lavoro come scelta di vita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

Sovente mi capita di leggere i vari discorsi che ruotano intorno all’età lavorativa e al tempo per andare in pensione. E poi mi guardo intorno. Vedo il pensionato seduto sulla panchina dei giardinetti sotto casa o in animate concioni con un gruppetto di suoi simili per strada o al bar, in chiesa a biascicare qualche preghiera o a fare la spesa a portare a spasso i nipoti e a sfaccendare a casa. Ma anche ad affollare gli ambulatori medici, a sentirsi ammalato e bisognoso di farmaci di ogni tipo. Alla fine, mi chiedo: Ho conosciuto più di un collega attivissimo in ufficio sino al giorno del pensionamento e a vantarsi di essere stato sempre in salute e rivederlo qualche anno dopo l’ombra di sé stesso, abulico e malfermo sulle gambe. Altri, invece, li ho trovati “rigenerati” e ho scoperto che si sono ritagliati un nuovo lavoro anche se a volte a titolo gratuito. E ho “scoperto” anche un altro aspetto interessante. Essi, per lo più, hanno fatto parte di quella generazione che era alla ricerca di un lavoro, uno qualsiasi per vivere e costruirsi una famiglia e avere dei figli. Non hanno scelto, quindi, un lavoro congeniale alle proprie aspettative ma il primo che il mercato offriva loro, ma non l’hanno amato, ma subito. La pensione a questo punto è diventata l’occasione per fare quella scelta che era mancata in gioventù. Alla fine, mi sono chiesto se l’attuale logica lavorativa e ancor prima l’apprendimento scolastico non siano state delle circostanze devianti sul sentiero delle proprie inclinazioni intellettuali. Penso, ad esempio, al calciatore professionista che a 40 anni deve necessariamente appendere al chiodo i suoi scarpini per sentirsi “un pensionato” ma che potrebbe essere persino “giovane” per altri impieghi. Quanti lavori possono essere la stessa cosa magari a 50 o 55 anni?
Su questa falsariga abbiamo mai considerato un diverso approccio lavorativo con la possibilità di adattare il lavoro all’età e alle proprie inclinazioni? Se lo avessimo fatto non saremmo qui a perderci in lunghe discussioni sull’età pensionabile e quel che ne segue. (Riccardo Alfonso)

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Coronavirus. La vita e le malattie continuano anche in clima di emergenza

Posted by fidest press agency su sabato, 14 marzo 2020

E’ una sorta di messaggio che speriamo possa arrivare anche a chi di dovere. Gli ospedali e il sistema sanitario, messi a dura prova dall’emergenza in corso, continuano ad essere tali: un servizio per la salute pubblica. Sistema sanitario che in questo momento registra una massiccia mobilitazione per il Covid-19, ma che continua ad essere uno dei più importanti servizi pubblici erogati.
Giusti e anche troppo pochi gli inviti fatti a non recarsi in ospedale quando si crede di avere i sintomi da coronavirus. Giusti anche in considerazione che, prima di questa emergenza, i pronto soccorso, mediamente, erano diventati il luogo di accoglienza (anche psicologico) di tutti i sintomi dell’essere umano, favorito dal fatto che spesso guardie mediche e medici di famiglia (anche per non assumersi responsabilità), oltre a dire di prendersi un’aspirina la prima cosa che facevano era consigliare di recarsi al pronto soccorso (nostre fantasie estremiste? Chiunque conosca un qualche addetto ospedaliero che opera in un pronto soccorso, provi a fargli una domanda su questa nostra osservazione….). In questo invito a chiedere maggiore spazio per l’emergenza in corso, occorre quindi essere attenti, per la psiche degli esseri umani, ad effetti del tipo (estremizzando): “lei ha solo il cancro, non ci intasi che abbiamo l’emergenza coronavirus”… che è un “estremizzando” fino ad un certo punto visto che in alcuni casi sono state anche sospese le terapie chemio, ovviamente ritenendole rimandabili. Effetto sulla psiche che può portare qualcuno a non chiedere il supporto sanitario ospedaliero quando invece ne avrebbe bisogno.
Certamente questa emergenza sta anche avendo riflessi su alcuni comportamenti leggeri di guardie mediche e medici di famiglia, responsabilizzandoli maggiormente e che, non a caso, oggi sono anche loro in prima fila. Ma il problema che abbiamo evidenziato con l’esempio del cancro crediamo che esista.
E’ bene ricordare che il Servizio sanitario esiste e lavora come più di prima: i tendoni che vediamo crescono vicino agli ospedali, le realizzazioni di presidi provvisori in strutture trasformate alla bisogna, etc sono solo la punta di iceberg della mobilitazione in corso. L’emergenza c’è e va considerata con tutta la sua determinante importanza, ma al primo posto c’è e deve rimanere sempre la salute dell’individuo. Che, non solo può avere il cancro anche in questo periodo ma, per esempio, anche un dolore all’appendice che se non considerato in tempo e a modo può portare a conseguenze più pericolose per l’individuo e più impegnative per la struttura sanitaria… a svantaggio quindi dei malati e degli ospedali, nonché delle finanze pubbliche.
Ci rendiamo conto della difficoltà di far sì che un messaggio del genere possa essere recepito nella sua giustezza, in modo che non si sottovaluti l’emergenza in corso. Ma crediamo siano fattibili campagne pubblicitarie ad hoc, che diano il giusto equilibrio alle capacità e disponibilità delle nostre strutture sanitarie. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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