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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Posts Tagged ‘vita’

Il peperoncino migliora la digestione e allunga la vita

Posted by fidest press agency su martedì, 16 giugno 2020

Secondo l’indagine condotta dall’epidemiologa Marialaura Bonaccio dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli (Isernia), il peperoncino ha dei benefici per il cuore e allunga la vita. La ricerca, condotta per 15 anni, ha dimostrato che usando il Capsicum annuum (questo il nome scientifico del peperoncino) più volte la settimana si ha un miglioramento sia nella digestione sia nel funzionamento del sistema cardiocircolatorio. Già in precedenza, in Cina e negli Usa, si erano fatte indagini simili che avevano dato gli stessi risultati. Ora si è potuto accertare che l’effetto positivo del peperoncino influisce anche sulla popolazione mediterranea. Sarà necessario, perché al momento non è ancora chiaro, identificare il motivo per il quale utilizzandolo almeno 4 volte la settimana, la mortalità cardiovascolare, si riduce del 61%.

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Il gioco della vita di Mazo de la Roche

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 aprile 2020

In libreria dal 28 maggio. Collana Le strade. (Fazi Editore) Dopo Jalna, è in arrivo il secondo capitolo della saga canadese da undici milioni di copie vendute. La riscoperta di un appassionante ciclo di romanzi che a partire dagli anni Venti ebbe un successo clamoroso, con 193 edizioni inglesi e 92 edizioni straniere. All’epoca della sua prima uscita, la saga di Jalna, ambientata in Canada, fu seconda solo a Via col vento fra i bestseller. In questo secondo capitolo, la scomparsa dell’amata nonna Adeline darà luogo a una lotta per la spartizione dell’eredità, mentre Renny e la deliziosa Alayne potranno finalmente ufficializzare il loro amore.

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George Orwell: la vita a disegni di un autore visionario

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 aprile 2020

George Orwell, al secolo Eric Arthur Blair, è passato ai posteri grazie a 1984, scritto nel 1948, e alla sua invenzione profetica del Big Brother, che ha prefigurato, settant’anni fa, il controllo dei media sulla popolazione, di internet e della manipolazione dei dati personali. La vita di questo genio della penna e del pensiero è stata certamente affascinante quanto i suoi libri: un uomo sempre in anticipo sui tempi, studente ad Eton e agente della polizia coloniale in Birmania, combattente nella guerra civile spagnola, antistalinista e giornalista le cui inchieste hanno suscitato clamore. Pierre Christin, vincitore del prix René-Goscinny 2019 al festival di Angoulême (uno speciale premio riservato agli sceneggiatori di fumetto), e Sebastién Verdier, fumettista di talento, portano il lettore a riscoprire la vita incredibile di un autore indimenticabile. A impreziosire l’opera, le tavole di artisti del calibro di André Juillard, Olivier Balez, Manu Larcenet, Blutch, Juanjo Guarnido e Enki Bilal, inserite all’interno del libro come un lampo di colore a rompere lo schema in bianco e nero di questo biopic. L’ippocampo Edizioni Testi di Pierre Christin; Illustrazioni di Sébastien Verdier; Traduzione di Fabrizio Ascari 160 pagine. 19,90 €

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La vita non si gioca alla roulette

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 aprile 2020

Le tecnologie oggi vigenti, e in corso d’evoluzione, dovrebbero insegnarci almeno una cosa. Dovremmo guardare con più attenzione i vari aspetti organizzativi che interagiscono con il nostro modo di vivere. Essi ci consentirebbero di utilizzare al meglio le nostre risorse. Se lo facessimo con costanza e continuità, e da subito, noi ci accorgeremmo d’avere la possibilità di spendere di meno pur ottenendo risultati migliori. È questo il vero nodo della questione. D’altra parte non possiamo pretendere che il tutto si svolga come una semplice operazione matematica: due più due fanno quattro. È un modo di vivere e gestire la nostra vita che richiede una preparazione accurata. In primo luogo, dobbiamo assegnare al nostro procedere, sul sentiero della vita, da singoli e collettivamente, valori che noi oggi abbiamo alterato o disatteso. Questi valori si acquistano con il sapere e il conoscere, con l’istruzione di base, con il buon esempio. I giovani, in primo luogo, dalla loro scolarità alla maturità devono imparare a riconoscere i valori reali della vita da quelli fasulli, da quelli che durano a quelli che possono riempirci solo una stagione o forse due di un anno. Questa è la vera svolta che non s’identifica, necessariamente, con l’esserci sentiti figli del XIX o del XX o ancor più del XXI secolo. È tempo che usciamo dai nostri ristretti confini ideologici e temporali e incominciamo a ragionare, come farebbe l’homo novus, oppure quell’archetipo d’essere che non si sofferma a lungo sull’esistente, ma immagina il suo impegno proiettato nel futuro. Ma che futuro noi possiamo garantire al cospetto di città inquinate, da falde idriche avvelenate, da piogge acide e da quell’omino che si muove freneticamente nei saloni di Wall Street a caccia del biglietto verde che gli passa sulla testa e attraversa le sue gracili, ma nervose mani, protese ad afferrarlo e che più delle volte non riesce a carpirlo, ma non demorde?
La nostra droga non è solo quella che abbiamo universalmente ravvisato. Il nemico che insidia l’intera umanità ha molte facce e tante spirali. Essa ha parecchi nomi e sono tutti il frutto delle nostre debolezze: consumismo, arrivismo, egoismo, razzismo e tanti, troppi, -ismi. Vi ricaviamo il tormento che ci perseguita, la sofferenza di una tensione che non s’attenua, la voglia di emergere e di schiacciare i nostri simili. Non è certo questa l’immagine che scaturisce dell’essere umano. E’ una faccia che non ha futuro per sé e per gli altri. È la negazione del ruolo e delle sue prospettive, del suo definirsi cittadino del mondo. In tale ambito la Fede e la medicina non riusciranno a lenire le nostre pene spirituali e materiali. Se non giungerà il tempo della consapevolezza, e il riconoscimento che dietro il paravento delle nostre illusioni vi è una certezza che invano cercheremo fuori di noi, non ci sarà, più semplicemente, un futuro. (Riccardo Alfonso)

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La qualità della vita. La clonazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 aprile 2020

Gli esseri viventi, salvo poche eccezioni, hanno conosciuto solo una forma di riproduzione: quella sessuale derivante dall’accoppiamento di due soggetti di sesso diverso e che in determinate condizioni possono mettere al mondo un loro simile.
Nel 1952 con un esperimento effettuato su una rana, si è aperta un’altra strada riproduttiva: la clonazione. Questo genere di tecnica ebbe il suo momento di gloria nel 1996 con la pecora Dolly, nata al Roslin Institute d’Edimburgo. L’inventore, per la cronaca, è stato il biologo scozzese Ian Wilmut. L’ovino divenne, in pratica, il capostipite di molti altri esperimenti che, da allora a oggi, sono stati fatti con topi, maiali ecc.
A questo punto fu inevitabile chiedersi se tale genere di sperimentazione valesse anche per la riproduzione umana. La risposta, prima ancora che scientifica, è stata religiosa, giuridica, politica ed etica. Fu un riscontro soprattutto negativo e allarmato perché parve a molti che si alterasse un ordine costituito e che, per i credenti, significasse mettere in discussione un’autorità divina, la sola preposta alla creazione della vita attraverso l’accoppiamento sessuale.
Un altro aspetto creativo è quello postulato dall’abiogenesi che prevede la possibilità che gli esseri viventi possono nascere da materia inerte come sostanze inorganiche o sostanze organiche in decomposizione per azione del calore o della luce solare o dell’umidità. Fu una tesi quasi generalmente accettata sino agli albori del XIX secolo e basata sull’autorità di Anassimandro, Aristotile e Democrito, dagli scritti biblici e dai poeti romani come Virgilio e Lucrezio. Nel Rinascimento ci pensò il filosofo Vanini a riprendere con più forza il discorso sostenendo che l’origine delle piante e degli animali derivasse da sostanze in fermentazione. Il fisico francese Redi nel 1668 fu di parere opposto e lo dimostrò con degli accurati esperimenti con le larve delle mosche che non si sviluppavano nella carne se questa era posta in un recipiente chiuso. In seguito nel 1765 Lazzaro Spallanzani lo dimostrò con esperimenti simili a quelli di Redi anche nei riguardi dei microorganismi. La questione fu risolta in modo definitivo nel 1862 da Louis Pasteur. Egli usò per l’esperimento una bottiglia fornita da un lungo collo ad S, aperto all’estremità, in modo che l’aria potesse liberamente entrare ed uscire dalla bottiglia, ma la polvere, le muffe e i batteri presenti nell’aria si depositavano nelle pareti del tubo ad S e non potevano raggiungere il brodo che si trovava nel recipiente. Se questo era bollito e conservato al freddo, non sviluppava alcun microorganismo: Omne vivum ex vivo secondo il celebre assioma del fisiologo Guglielmo Harwey.
Se, a questo punto, lasciassimo parlare gli scienziati e lo facessimo senza pregiudizi, ci renderemmo conto che vi sono due aspetti dello stesso problema che possono portarci a soluzioni differenti. Consideriamo il primo caso ovvero la riproduzione per via sessuale. Essa, per intenderci meglio, è da ritenersi più condivisibile e dagli effetti pratici alquanto convincenti sebbene vi sia il rischio che dal concepimento e per tutto il periodo della gestione vi possano essere interferenze di un certo rilievo. (Riccardo Alfonso)

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Romain Gary: Il senso della mia vita

Posted by fidest press agency su domenica, 29 marzo 2020

«Penso di non avere abbastanza vita davanti a me per scrivere un’altra autobiografia». Realizzata da Jean Faucher per Radio Canada nel 1980, pochi mesi prima che Romain Gary ponesse fine alla sua vita, la conversazione, che costituisce il contenuto di queste pagine, è un documento indispensabile pet tutti coloro che amano la figura e l’opera dell’autore della Vita davanti a sé. Gary non soltanto rivolge a Faucher osservazioni che, come quella indicata, stringono il cuore, ma rivela ambizioni, speranze, successi e umiliazioni che hanno caratterizzato la sua esistenza. Rivelazioni condotte, naturalmente, alla sua maniera, con una spontanea mescolanza di struggenti confessioni – come quella che concerne le ragioni del divorzio da Jean Seberg – e di gustosi aneddoti sulla sua giovinezza, trascorsa peregrinando in paesi diversi – Russia, Polonia, Lituania – fino ad approdare alla terra promessa, la Francia, l’incarnazione stessa della grandezza, della bellezza, della giustizia agli occhi di sua madre, intrepida francofila, com’era tradizione tra i russi nati nel xix secolo. Una vita movimentata e pittoresca, degna del più stravagante dei romanzi. Una vita che da Educazione europea fino agli Aquiloni, l’ultimo commovente romanzo, estremo omaggio alla grandezza e alla fragilità dell’amore, racchiude l’avventura esistenziale e letteraria di uno dei grandi scrittori del Novecento.Collana: Biblioteca Pagine: 120 Prezzo cartaceo : €14,50 Prezzo ebook: € 9,99.
Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nacque a Vilnius nel 1914. A trent’anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d’honneur), scrive un romanzo, Educazione europea (Neri Pozza, 2006), che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia.

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Scienza & Vita: attenzione ai bisogni reali delle persone più fragili durante la pandemia in corso

Posted by fidest press agency su sabato, 28 marzo 2020

L’associazione Scienza e vita esprime la sua preoccupazione per le necessità delle persone con patologie croniche o disabilità confinate in quarantena in questo periodo di pandemia.Ci giungono varie segnalazioni da più parti di Italia su difficoltà inerenti le restrizioni della pandemia per alcune particolari categorie e nostro obbligo è segnalarle e vigilare che non restino inevase. Nella necessità di aderire alle indicazioni della Protezione Civile e del Governo per contenere i contagi, non possiamo non segnalare l’urgenza di chi non è autosufficiente e che vede ulteriori difficoltà assistenziali a domicilio per le restrizioni del loro proprio movimento o del movimento di chi dovrebbe assisterli. E’ fondamentale che il bene comune venga tarato sul bene delle persone più fragili. Dunque, chiediamo che per i cittadini con disabilità vengano immediatamente adottate delle misure assistenziali in grado di sopperire le carenze del momento. Vogliamo sperare che questa riflessione porti rapidi ausili, ma non solo: che sia lo spunto per ripensare le emergenze e il diritto alla salute sempre sul metro e sui diritti dei più deboli anche quando questa crisi sarà terminata.

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Il lavoro come scelta di vita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

Sovente mi capita di leggere i vari discorsi che ruotano intorno all’età lavorativa e al tempo per andare in pensione. E poi mi guardo intorno. Vedo il pensionato seduto sulla panchina dei giardinetti sotto casa o in animate concioni con un gruppetto di suoi simili per strada o al bar, in chiesa a biascicare qualche preghiera o a fare la spesa a portare a spasso i nipoti e a sfaccendare a casa. Ma anche ad affollare gli ambulatori medici, a sentirsi ammalato e bisognoso di farmaci di ogni tipo. Alla fine, mi chiedo: Ho conosciuto più di un collega attivissimo in ufficio sino al giorno del pensionamento e a vantarsi di essere stato sempre in salute e rivederlo qualche anno dopo l’ombra di sé stesso, abulico e malfermo sulle gambe. Altri, invece, li ho trovati “rigenerati” e ho scoperto che si sono ritagliati un nuovo lavoro anche se a volte a titolo gratuito. E ho “scoperto” anche un altro aspetto interessante. Essi, per lo più, hanno fatto parte di quella generazione che era alla ricerca di un lavoro, uno qualsiasi per vivere e costruirsi una famiglia e avere dei figli. Non hanno scelto, quindi, un lavoro congeniale alle proprie aspettative ma il primo che il mercato offriva loro, ma non l’hanno amato, ma subito. La pensione a questo punto è diventata l’occasione per fare quella scelta che era mancata in gioventù. Alla fine, mi sono chiesto se l’attuale logica lavorativa e ancor prima l’apprendimento scolastico non siano state delle circostanze devianti sul sentiero delle proprie inclinazioni intellettuali. Penso, ad esempio, al calciatore professionista che a 40 anni deve necessariamente appendere al chiodo i suoi scarpini per sentirsi “un pensionato” ma che potrebbe essere persino “giovane” per altri impieghi. Quanti lavori possono essere la stessa cosa magari a 50 o 55 anni?
Su questa falsariga abbiamo mai considerato un diverso approccio lavorativo con la possibilità di adattare il lavoro all’età e alle proprie inclinazioni? Se lo avessimo fatto non saremmo qui a perderci in lunghe discussioni sull’età pensionabile e quel che ne segue. (Riccardo Alfonso)

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Coronavirus. La vita e le malattie continuano anche in clima di emergenza

Posted by fidest press agency su sabato, 14 marzo 2020

E’ una sorta di messaggio che speriamo possa arrivare anche a chi di dovere. Gli ospedali e il sistema sanitario, messi a dura prova dall’emergenza in corso, continuano ad essere tali: un servizio per la salute pubblica. Sistema sanitario che in questo momento registra una massiccia mobilitazione per il Covid-19, ma che continua ad essere uno dei più importanti servizi pubblici erogati.
Giusti e anche troppo pochi gli inviti fatti a non recarsi in ospedale quando si crede di avere i sintomi da coronavirus. Giusti anche in considerazione che, prima di questa emergenza, i pronto soccorso, mediamente, erano diventati il luogo di accoglienza (anche psicologico) di tutti i sintomi dell’essere umano, favorito dal fatto che spesso guardie mediche e medici di famiglia (anche per non assumersi responsabilità), oltre a dire di prendersi un’aspirina la prima cosa che facevano era consigliare di recarsi al pronto soccorso (nostre fantasie estremiste? Chiunque conosca un qualche addetto ospedaliero che opera in un pronto soccorso, provi a fargli una domanda su questa nostra osservazione….). In questo invito a chiedere maggiore spazio per l’emergenza in corso, occorre quindi essere attenti, per la psiche degli esseri umani, ad effetti del tipo (estremizzando): “lei ha solo il cancro, non ci intasi che abbiamo l’emergenza coronavirus”… che è un “estremizzando” fino ad un certo punto visto che in alcuni casi sono state anche sospese le terapie chemio, ovviamente ritenendole rimandabili. Effetto sulla psiche che può portare qualcuno a non chiedere il supporto sanitario ospedaliero quando invece ne avrebbe bisogno.
Certamente questa emergenza sta anche avendo riflessi su alcuni comportamenti leggeri di guardie mediche e medici di famiglia, responsabilizzandoli maggiormente e che, non a caso, oggi sono anche loro in prima fila. Ma il problema che abbiamo evidenziato con l’esempio del cancro crediamo che esista.
E’ bene ricordare che il Servizio sanitario esiste e lavora come più di prima: i tendoni che vediamo crescono vicino agli ospedali, le realizzazioni di presidi provvisori in strutture trasformate alla bisogna, etc sono solo la punta di iceberg della mobilitazione in corso. L’emergenza c’è e va considerata con tutta la sua determinante importanza, ma al primo posto c’è e deve rimanere sempre la salute dell’individuo. Che, non solo può avere il cancro anche in questo periodo ma, per esempio, anche un dolore all’appendice che se non considerato in tempo e a modo può portare a conseguenze più pericolose per l’individuo e più impegnative per la struttura sanitaria… a svantaggio quindi dei malati e degli ospedali, nonché delle finanze pubbliche.
Ci rendiamo conto della difficoltà di far sì che un messaggio del genere possa essere recepito nella sua giustezza, in modo che non si sottovaluti l’emergenza in corso. Ma crediamo siano fattibili campagne pubblicitarie ad hoc, che diano il giusto equilibrio alle capacità e disponibilità delle nostre strutture sanitarie. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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George Orwell: la vita a disegni di un autore visionario

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 marzo 2020

Libro in uscita il 19 marzo 2020. George Orwell, al secolo Eric Arthur Blair, è passato ai posteri grazie a 1984, scritto nel 1948, e alla sua invenzione profetica del Big Brother, che ha prefigurato, settant’anni fa, il controllo dei media sulla popolazione, di internet e della manipolazione dei dati personali. La vita di questo genio della penna e del pensiero è stata certamente affascinante quanto i suoi libri: un uomo sempre in anticipo sui tempi, studente ad Eton e agente della polizia coloniale in Birmania, combattente nella guerra civile spagnola, antistalinista e giornalista le cui inchieste hanno suscitato clamore. Pierre Christin, vincitore del prix René-Goscinny 2019 al festival di Angoulême (uno speciale premio riservato agli sceneggiatori di fumetto), e Sebastién Verdier, fumettista di talento, portano il lettore a riscoprire la vita incredibile di un autore indimenticabile. A impreziosire l’opera, le tavole di artisti del calibro di André Juillard, Olivier Balez, Manu Larcenet, Blutch, Juanjo Guarnido e Enki Bilal, inserite all’interno del libro come un lampo di colore a rompere lo schema in bianco e nero di questo biopic. Testi di Pierre Christin; Illustrazioni di Sébastien Verdier.Traduzione di Fabrizio Ascari.
160 pagine; 22,5 x 29,7cm ; cartonato 19,90 €.

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“La metà della vita per godere…”

Posted by fidest press agency su martedì, 3 marzo 2020

Se quest’aspetto, pur nella sua ovvietà, continua a riservarci disastrosi risultati è perché ignoriamo il suo funzionamento e quindi commettiamo continui errori. Andiamo avanti per tentativi in una successione di errori, di sogni, di dolori e disillusioni. Perché la direzione è sbagliata. Si considera la vita come se fosse fatta per godere. “La metà della vita è per godere. L’altra metà per buon nome ottenere” diceva l’antico poeta persiano Ad Din Sadi. E se invece la vita fosse fatta per imparare? La vita è una scuola, un laboratorio di esperienze. Se queste sono sbagliate, non si può che rimanere scottati. Il dolore serve per questo.
L’uomo dell’avvenire, anziché vivere la legge a livello animale, la vivrà al suo superiore livello. E tutto questo dal momento in cui avrà pienamente compreso il valore del termine “rettitudine”. Significa positività indicata nel potere benefico così come negatività, s’identifica nel potere malefico, registrabile nelle sue conseguenze. Il tutto, quindi, può richiamarci a un principio di dualità quando parliamo di positivo e di negativo e che pur ritroviamo in tutti i piani di esistenza, dalla materia all’energia, dalla vita spirituale alla vita morale, in effetti il tutto si riconduce all’uno. Scompare il lato oscuro poiché esiste una sola legge universale. Il resto è solo il frutto delle nostre suggestioni e debolezze. Positività e negatività rappresentano solo un momento esistenziale secondo un certo piano evolutivo delle specie viventi mentre a livello più alto esiste un solo essere “intellettualmente forte, secondo rettitudine”. A livello animale può essere positivo il forte che elimina il debole, secondo la legge della selezione. Nella nuova forma non esiste più il dominio sull’altro, ma la rivelazione di un ordine nuovo per una più alta perfezione.
Nel nostro futuro, quindi, non esisterà la contrapposizione tra positività o negatività giacché si annulleranno in conseguenza della così detta “legge del ritorno”. È un concetto che, a mio avviso, è possibile mostrarlo con un semplice esempio: quello del corpo e della sua ombra. La nostra dualità altro non è che un’ombra che riflette la nostra figura al cospetto di una fonte di luce. Una volta entrati in questa luce l’ombra scompare, resta la nostra unità. La nostra ombra, quindi, non ha un futuro noi sì. Quale dunque è il segreto del nostro vivere? È forse quello di conoscere il male per apprezzare il bene? È quello di voler misurare i nostri limiti con la logica della trasgressione come fu quella di Adamo nel raccogliere e mangiare la mela proibita? È quello di cercare la libertà nel disordine? È quello di sfidare la legge? Se si tratta di questo, è possibile spiegare razionalmente le sofferenze che generiamo, gli odi che maturiamo, le guerre che scateniamo e l’abilità che esercitiamo nel saper nascondere le nostre malefatte, giacché è il metodo: evadere e sfuggire nello stesso tempo alle sanzioni. Ma tutto ciò, e ci stiamo rendendo conto man mano nel corso delle nostre esistenze, non ha un futuro. Stiamo entrando in una nuova consapevolezza, dove si supera la lotta per la vita dettata dalla forza e dalla furbizia per far emergere un principio di rettitudine. Diventerà la nostra forza vincente derivata non già dalle strutture superficiali della realtà, bensì dalle strutture più profonde. (Riccardo Alfonso)

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In uscita il primo libro sulla vita privata di Sordi

Posted by fidest press agency su sabato, 22 febbraio 2020

“Negli ultimi anni, Alberto era profondamente rammaricato di non essersi sposato e mi confessò che era stato il più grande errore della sua vita”. Pippo Baudo, grande amico di Alberto Sordi, lo rivela nel primo libro sulla vita privata dell’attore “Alberto Sordi segreto”, che uscirà il 9 aprile pubblicato da Rubbettino e scritto da chi Sordi lo ha conosciuto bene e frequentato in tante situazioni familiari e non sul set, per motivi professionali o per interviste ufficiali, ma in quanto cugino: Igor Righetti, parente da parte della madre dell’attore Maria Righetti, giornalista professionista e docente universitario di Comunicazione, autore e conduttore del fortunato programma quotidiano “Il ComuniCattivo” andato in onda per 12 anni consecutivi su Rai Radio 1 con versioni televisive su Rai2 e all’interno del Tg1 libri su Rai1.“Alberto Sordi segreto”, la cui prefazione è di Gianni Canova, rettore e professore di Storia del Cinema e filmologia all’Università IULM di Milano, è un libro che i milioni di fan di Alberto Sordi attendevano da tempo per conoscere, finalmente, il lato privato del loro mito e avere le risposte alle tante domande che si sono sempre posti. Del resto, chi meglio di un parente che ha frequentato Alberto Sordi assieme alle rispettive famiglie può conoscere veramente fatti e antefatti? Di Alberto Sordi si sa soltanto che fosse riservatissimo. Con il pubblico, a cui era molto legato e riconoscente, e con i suoi collaboratori ha condiviso la sua vita professionale, ma mai quella privata.Il libro, anche in versione e-book, esce in occasione del centenario della sua nascita e farà scoprire, per la prima volta, chi fosse il grande attore fuori dal set, dalle interviste e dalle apparizioni televisive ufficiali. Rivela, inoltre, le tante menzogne raccontate su di lui. Il volume, unico sia per gli aneddoti e le curiosità sia per le decine di foto esclusive provenienti dagli album di famiglia di Igor Righetti e da Reporters Associati & Archivi, presenta anche le testimonianze di alcuni cugini dell’attore: da parte della madre Maria Righetti e del padre Pietro Sordi. I ricordi inediti di diversi amici di Alberto Sordi e di celebri personaggi del cinema e della tv con i quali ha lavorato contribuiscono a rendere pubblica la vita reale, e mai raccontata, dell’attore. Non manca l’intervista a un noto personaggio della tv con cui Sordi ebbe una love story nei primi anni Settanta.
Alberto Sordi non amava l’ostentazione e la sua vita privata era blindata. A quei parenti che ha frequentato di più ha sempre fatto una raccomandazione: “I vostri ricordi con me e con i nostri cari”, ci diceva, rivela Igor Righetti, “raccontateli soltanto quando sarò in ‘orizzontale’. Allora mi farete felice perché sarà anche un modo per non farmi dimenticare dal mio pubblico che ho amato come fosse la mia famiglia e per farmi conoscere alle nuove generazioni”. Il libro viene arricchito con il cd della prima canzone dedicata a Sordi “Alberto nostro”, della quale Igor Righetti è autore e compositore assieme al cantautore Samuele Socci. Il videoclip del brano, girato a Trastevere e nelle vie del centro storico di Roma care ad Alberto, sarà pubblicato sul canale YouTube Alberto Sordi Forever. Una canzone nata per integrare a livello musicale questo primo volume sulla vita privata di Alberto Sordi e per colmare il vuoto di un brano a lui dedicato. Un piacevole libro utile anche alle nuove generazioni perché la memoria storica di un grande attore come Sordi non vada perduta e, al contrario, rigeneri. Il volume “Alberto Sordi segreto”, è scritto dal cugino Igor Righetti e pubblicato da Rubbettino in occasione del centenario della nascita del grande attore (www.rubbettinoeditore.it)

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Cambiano i ritmi di vita

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 gennaio 2020

Cambiano i luoghi di consumo, gli stili alimentari, ma una cosa è certa: la passione degli italiani per il ristorante e la buona cucina non accenna a tramontare. Al contrario.Se si guarda ai dati messi in fila da Fipe, la Federazione dei Pubblici esercizi, all’interno del rapporto 2019, infatti, si nota come il settore della ristorazione stia conoscendo una stagione estremamente dinamica. Gli italiani infatti non solo investono di più, ma lo fanno in maniera sempre più mirata, andando a ricercare la miglior qualità dei prodotti locali e un servizio attento alla sostenibilità ambientale.Una marcia in più per un comparto che si muove all’interno di un quadro congiunturale niente affatto semplice, con un 2019 che ha visto il moltiplicarsi di forme di concorrenza sleale nel mondo del food.
Dall’analisi in dettaglio del rapporto 2019, si scopre che ogni giorno circa cinque milioni di persone, il 10,8% degli italiani, fa colazione in uno dei 148mila bar della penisola. Altrettante sono le persone che ogni giorno pranzano fuori casa, mentre sono poco meno di 10 milioni (18,5%) gli italiani che cenano al ristorante almeno due volte a settimana. Un vero e proprio esercito di persone che nel 2018 ha speso, tra bar e ristoranti, 84,3 miliardi di euro, l’1,7% in più in termini reali rispetto all’anno precedente e che nel 2019 ha fatto ancora meglio, arrivando complessivamente a spenderne 86 milioni.La ciliegina sulla torta di un decennio che ha visto i consumi degli italiani spostarsi al di fuori delle mura domestiche: tra il 2008 e il 2018, infatti, l’incremento reale nel mondo della ristorazione è stato del 5,7%, pari a 4,9 miliardi di euro, a fronte di una riduzione di circa 8,6 miliardi di euro dei consumi alimentari in casa. Una cifra, quest’ultima, che nel 2019 è salita a 8,9 miliardi di euro. Una performance che consente al mercato italiano della ristorazione di diventare il terzo più grande in Europa, dopo quelli di Gran Bretagna e Spagna e che ha ricadute positive sull’intera economia italiana e in particolare sulla filiera agroalimentare. Ogni anno, infatti, la ristorazione acquista prodotti alimentari per un totale di 20 miliardi di euro, andando a creare un valore aggiunto superiore ai 46 miliardi, il 34% del valore complessivo dell’intera filiera agroalimentare.
Nonostante la sperimentazione degli chef televisivi abbia raggiunto in questi anni livelli record, ciò che attira in maniera sempre più marcata i consumatori all’interno dei ristoranti è la tradizione. Il 50% degli intervistati da Fipe, infatti, cerca e trova nei locali che frequenta un’ampia offerta di prodotti del territorio, preparati con ricette classiche ma non solo. Il 90,7% dei clienti confessa di essersi fatto tentare da piatti nuovi e mai provati, mentre il 60,5% ammette di andare al ristorante anche per affinare il proprio palato.
Quello dell’Italian sounding è un problema che si sta estendendo sempre più e che ormai non vede coinvolti solo i prodotti italiani. Sempre più numerosi sono infatti i casi di plagio all’estero dei marchi dei principali ristoranti e delle pasticcerie italiane più note. Per questo è stato creato il marchio di riconoscimento “ospitalità italiana”, attraverso il quale il nostro Paese certifica che si tratta di ristoranti che utilizzano prodotti italiani e si ispirano ad autentiche ricette italiane con una forte enfasi sulle cucine del territorio. La presenza è diffusa ovunque, dall’Europa all’Oceania: il Paese con il maggior numero di ristoranti certificati sono gli Stati Uniti d’America e la prima città è New York. In totale, sugli oltre 60mila ristoranti “all’italiana” presenti nel mondo, solo 2.200 hanno ottenuto questo importante riconoscimento. Secondo l’ultimo censimento disponibile, sono 336mila le imprese della ristorazione attualmente attive. Sono 112.441 quelle gestite da donne che scelgono in un caso su due di aprire un ristorante.
Esistono alcune criticità strutturali nel mercato della ristorazione e alcuni fenomeni recenti. Da un lato il settore soffre ancora di un elevato tasso di mortalità imprenditoriale: dopo un anno chiude il 25% dei ristoranti; dopo 3 anni abbassa le serrande quasi un locale su due, mentre dopo 5 anni le chiusure interessano il 57% di bar e ristoranti. Un dato che fa il paio con la bassa produttività di questo settore: il valore aggiunto per unità di lavoro è di 38.700 euro, il 41% più basso rispetto al dato complessivo dell’intera economia. Nel corso degli ultimi 10 anni il valore aggiunto per ora lavorata è sceso di 9 punti percentuali.

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Ancora un soldato che si toglie la vita

Posted by fidest press agency su martedì, 24 dicembre 2019

Mentre la politica e l’Amministrazione Difesa stanno a guardare o cercano soluzioni per “curare” il personale arruolando Psicologi, ma non si preoccupano di impedire il manifestarsi di queste forme di disagio. I tagli di bilancio a cui è stato sottoposto il Comparto Difesa si sono ripercossi quasi completamente sulle condizioni di lavoro del personale che è sempre di meno, sempre più vecchio e pagato sempre peggio. Il nuovo mantra dell’amministrazione, di “riuscire a fare di più con meno soldi e meno uomini” ha portato a condizioni di lavoro sempre più stressanti, orari di lavoro più lunghi, l’aumento delle ore di straordinario pro-capite ed a continue attività fuori sede. Il massiccio ricorso al precariato militare e adeguamenti economici impercettibili, quando non inesistenti, mettono in crisi i riferimenti familiari, affettivi e la stabilità economica e l’equilibrio psicologico. Come Sindacato Aeronautica Militare intendiamo proporre all’Amministrazione di invertire totalmente l’approccio ovvero di “prevenire invece che curare” e questo si può fare solo attraverso una più oculata gestione delle risorse umane e delle condizioni di lavoro unitamente ad una più attenta ripartizione di adeguate risorse economiche al fine di evitare l’eccessivo carico di stress che si verifica oggi. Monitoreremo e saremo i portavoce di questo nuovo paradigma a tutela di tutti i colleghi e di tutte le colleghe perchè non vogliamo più suicidi nelle forze armate.

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Le malattie reumatologiche e l’impatto sulla vita dei pazienti italiani

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 dicembre 2019

Uno su cinque lamenta un dolore estremo e il 40% è costretto a rinunciare al lavoro e un altro 30% è costretto a ridurlo. Più di un terzo dei malati presenta, oltre a quella reumatologica, due o più patologie che ne aggravano il quadro clinico complessivo. Il 43% ha avuto problemi nell’accedere ad una visita con lo specialista e ben il 37% ha dovuto spostarsi in un’altra Regione per effettuarla. L’80% è costretto a ricorrere a visite private per soddisfare i propri bisogni sanitari. Sono questi alcuni dati contenuti nel Rapporto “Qualità della Vita e Workability: il punto di vista del paziente affetto da malattie reumatologiche” condotto da ANMAR Onlus (Associazione Nazionale Malati Reumatici) e patrocinato dalla Società Italiana di Reumatologia (SIR). L’indagine è stata condotta su 639 pazienti colpiti da artrite reumatoide, artrite psoriasica, spondiloartropatie sieronegative, sclerodermia, sindrome di Sjogren e morbo di Still. Il documento è stato presentato oggi a Rimini al 56° Congresso Nazionale della SIR che vede riuniti fino a sabato oltre 2.000 medici da tutta la Penisola. “I pazienti reumatologici vivono difficoltà oggettive alle quali non sempre il sistema sanitario nazionale riesce a garantire risposte efficaci e soddisfacenti – afferma Luigi Sinigaglia, Presidente Nazionale SIR -. Il 33%, per esempio, vorrebbe tempi d’attesa più brevi per le visite mediche, gli esami diagnostici o gli interventi terapeutici. Preoccupano soprattutto i ritardi con i quali le patologie vengono individuate correttamente. Solo il 18% ha ricevuto una diagnosi entro tre mesi dalla comparsa evidente della malattia. E’ una situazione che gli specialisti denunciamo da anni e per la quale chiediamo un intervento immediato delle istituzioni locali e nazionali. Molti di questi problemi potrebbero essere risolti grazie all’attivazione delle reti reumatologiche regionali in tutta la Penisola”. “Attraverso queste strutture sanitarie è possibile ottenere una reale integrazione tra l’assistenza territoriale e quella offerta nei centri di riferimento reumatologici specializzati – aggiunge Guido Valesini, Vice Presidente SIR -. L’altro obiettivo fondamentale che potremmo raggiungere è un’ottimizzazione delle risorse economiche e professionali disponibili”. “Attualmente in Italia sono realmente attive solo alcune reti regionali – commenta Roberto Gerli, Presidente Eletto SIR -. Altre invece sono state solo progettate ma non messe nelle condizioni di funzionare a pieno regime. Dobbiamo riuscire a garantire percorsi diagnostico-terapeutici virtuosi per tutti i malati reumatologici, porre fine alle differenze a livello territoriale e ridurre così le migrazioni verso altre Regioni”.Secondo l’indagine presenta a Rimini un paziente su cinque vorrebbe ricevere informazioni più comprensibili da parte del personale sanitario e un maggiore coinvolgimento nel percorso terapeutico. “Va migliorato, nell’interesse reciproco, il dialogo tra reumatologo e paziente – aggiunge il dott. Gian Domenico Sebastiani, Segretario Generale della SIR -. A volte però il semplice confronto con il medico curante non è sufficiente e si rende così necessario un supporto psicologico adeguato. Tuttavia solo il 30% dei malati afferma di aver ricevuto questo servizio nelle diverse strutture sanitarie in cui si è rivolto. Sono tutti aspetti rilevanti che possono determinare cambiamenti positivi o negativi nel decorso della patologia e quindi non vanno sottovalutati”. “Il rapporto realizzato da ANMAR in collaborazione con ISHEO, evidenzia come ci sia ancora una scarsa considerazione sulla gravità delle malattie reumatologiche – sottolinea Silvia Tonolo, Presidente Nazionale di ANMAR Onlus”. – “La conciliazione tra malattia e lavoro è un bisogno ancora insoddisfatto – dichiara Davide Integlia, Direttore di ISHEO. Infatti il 47% dei lavoratori dipendenti non ha trovato modalità di conciliazione efficace, e di questi solamente il 44% ha goduto di congedi di malattia retribuiti. Come evidenziano i risultati della ricerca, tra tutti i bisogni insoddisfatti quello più impattante è il ritardo nella diagnosi che risulta essere strettamente correlato con gli elevati livelli di dolore dichiarati dai pazienti.”Le malattie reumatologiche sono oltre 150 e interessano più di cinque milioni d’italiani. “Per la maggioranza di queste patologie non sappiamo quali siano le reali cause scatenanti – conclude il prof. Carlomaurizio Montecucco, Presidente di FIRA ONLUS -. La ricerca medico-scientifica indipendente risulta quindi particolarmente importante nel cercare di individuarle così come per trovare nuove opzioni terapeutiche. Come Fondazione FIRA siamo impegnati da anni in questa direzione ed è nostra convinzione che occorra creare quanto prima un programma comune tra i vari enti ed organismi europei che si occupano di questa branca della medicina. L’obiettivo finale deve essere finanziare e promuovere progetti comuni a livello continentale. La ricerca in reumatologia si deve occupare di un ampio ventaglio di malattie e sono quindi necessarie molte risorse sia a livello umano che finanziario”.

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Castelli, “Agli annunci preferiamo i fatti. Semplifichiamo vita a cittadini e imprese”

Posted by fidest press agency su martedì, 5 novembre 2019

Roma – “In questi giorni abbiamo subito attacchi gratuiti da un’opposizione in perenne campagna elettorale, che con la complicità di qualche giornale, ha descritto questa manovra come distruttiva e piena di tasse. Lo ha fatto con la consapevolezza di raccontare falsità ai cittadini.La verità è un’altra. Ed è quella che sta emergendo in queste ore. La manovra che abbiamo scritto va incontro alle esigenze reali del Paese. È facile portare avanti, magari da una piazza, la politica del terrore. Per governare, però, ci vuole coraggio, tanto coraggio. E il MoVimento 5 Stelle, a differenza di altri, sta dimostrato di avercelo. Questa manovra partiva da una certezza: lo stop all’aumento dell’IVA. Avevamo promesso agli italiani che con noi al governo non ci sarebbe stato nessun aumento dell’IVA. E così abbiamo fatto! Sarebbe stata una mazzata pazzesca per le nostre famiglie e non potevamo permetterlo. Ma questa manovra va oltre, perché si rivolge ai cittadini salvaguardandoli. Quota 100 rimane, così come abbiamo confermato anche la flat tax per le partite iva. Nessun aumento della cedolare secca che rimarrà al 10%. E poi tanti investimenti agli enti territoriali che daranno lavoro alle imprese del territorio. In più semplificazioni per i cittadini e per le imprese.Nei prossimi giorni vi racconterò la manovra in maniera più approfondita, giusto il tempo di chiudere gli ultimi dettagli. Stiamo dando il massimo, lavorando con impegno e serietà. Agli annunci preferiamo i fatti, quelli concreti. Questo perché abbiamo il dovere di dare risposte agli italiani”.Così il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, in un post su Facebook.

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Perché insistere sull’ergastolo ostativo?

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 ottobre 2019

La Grande Chambre della Corte Europa ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dall’Italia per ‘tutelare’ l’ergastolo ostativo: un po’ come dire che è pacifico, che non occorre ‘rimettere la testa’, sulla legittimità della pena a vita. Un articolo de “Il Fatto Quotidiano” ha riportato le parole di Niccola Gratteri, secondo il quale “i mafiosi tireranno un bel sospiro di sollievo. É passata l’idea che puoi commettere qualunque crimine, anche il più abietto, poi alla fine esci di galera. Un principio devastante che non possiamo permetterci di accettare: cancellerebbe 150 anni di legislazione antimafia. Per motivi culturali, ma anche pratici, viste le conseguenze che avrebbe non solo in Italia. Ma in tutta Europa”. Una pronuncia, insomma, che piace “ a chi si spaccia per progressista e garantista per interessi inconfessabili o anche soltanto per seguire la moda. A chi racconta che un sistema legislativo come quello antimafia italiano che rende non conveniente delinquere, non è progressista”.Leggere queste parole induce innumerevoli riflessioni in chi scrive ri(con)ducibili, purtuttavia, a poche parole. Ci si chiede: È veramente progressista il pensiero di chi invoca una pena ossequiosa – non solo formalmente – del principio rieducativo di tutte le pene, enunciato in una ‘carta’ entrata in vigore nel 1948?Se è vero, come pare, che le pene possano – molto modestamente – ambire unicamente ad una “tensione rieducativa” (frutto di non poche diatribe in assemblea costituente) “cui prodest” una punizione ontologicamente non-rieducativa? Forse abbiamo sbagliato tutto…forse non capiamo certe dinamiche dell’antimafia e della criminalità organizzata. Concedeteci, però, una piccola chiosa. Se la rieducazione non può orientare la nostra “scala dei valori giuridica” ditelo apertamente: proponete una modifica dell’art. 27 della Cost.: diversamente, a mio modestissimo ed insignificante parere, la questione è assodata. “ Ça va sans dire”. Mi chiedo, però, e qui mi taccio: chi è il vero progressista? Chi vede nel ristretto un moderno Miché, condannato a suonare una tragica ballata “ l’avevan perciò condannato vent’anni in prigione a marcir…però adesso che lui s’è impiccato la porta gli devon aprir…” o chi chiede che le pene, tutte le pene, debbano tendere alla rieducazione del condannato? (by DANIEL MONNI PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE LIBERARSI ODV)

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La storia dell’Italia che non si rassegna

Posted by fidest press agency su sabato, 21 settembre 2019

Uno spazio per raccontare le storie di italiani che, nonostante tutto, non si sono rassegnati e rappresentano eccellenze. A raccontarle otto testimonial intervenuti all’incontro “Storie di vita e di battaglia”, che si è tenuto oggi alla 21esima edizione di Atreju, in corso all’Isola Tiberina di Roma. “Da chi ce l’ha fatta a chi lotta con caparbietà per un obiettivo, abbiamo voluto portare alla festa le testimonianze di italiani che, nelle contraddizioni e le ingiustizie della nostra società, hanno tenuto la ‘barra dritta’. Sono le storie dell’Italia che ci piace: è l’esempio positivo che vorremmo fosse raccolto e rilanciato”, sottolinea il deputato e responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, che ha introdotto gli ospiti.”Abbiamo voluto fortemente queste storie ad Atreju per raccontare un’Italia che ha radici profonde, che non si rassegna alla mediocrità. Storie diverse fra loro che parlano di orgoglio, caparbietà, conoscenza: valori che gli italiani sanno incarnare con grande senso di appartenenza”, spiega il deputato e responsabile comunicazione di Fratelli d’Italia Mauro Rotelli, che ha presentato i testimonial sul palco.Da Sammy Basso, che della sua malattia ha fatto un messaggio per diffondere le conoscenze e promuovere la ricerca, a Giuseppe Costanza, autista di Giovanni Falcone scampato alla strage di Capaci, simbolo della lotta alla mafia. Da Mattia Barbarossa, che ad appena 18 anni ha fondato un’agenzia aerospaziale ed è la risposta alla temuta “fuga di cervelli”, fino al Genio italiano di Leonardo da Vinci, spiegato da Pietrangelo Buttafuoco.E poi la storia di Amadeo Peter Giannini, l’emigrante italiano che ha stregato gli Stati Uniti, raccontata dal giornalista e scrittore Davide Giacalone. Come quella di chi non si rassegna alla verità sulla strage di Bologna, tema portato sul palco dal direttore dell’Adn Kronos Gian Marco Chiocci. Per arrivare ai valori dell’Europa e le sue istituzioni, nella visione del giornalista e scrittore Alessandro Giuli, fino alle contraddizioni economiche del debito, spiegate dal conduttore tv Francesco Vecchi.

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La vita degli italiani durante la seconda guerra mondiale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 agosto 2019

Nel 1940, scrive Giulia Borghese in un suo servizio sul Corriere della Sera dell’otto giugno del 1980, una famiglia milanese di sette persone (padre, madre, nonna e tre bambini) di cui il più grande faceva la prima elementare, e la donna di servizio fissa, per campare spendeva in un mese (quello di maggio per la precisione) £.4136,45 di cui 1367,20 per il vitto e 1689,65 per la casa.
Il salario della donna era di 160 lire, la luce e il gas costavano 213 lire, 21 il chilo la fesa di vitello, 24 il burro, 11,80 l’olio, cinque lire l’etto il caffè, 360 la fattura di un abito da uomo, un paletot di mezza stagione ne costava 700, ci volevano 200 lire per un paio di pantaloni di flanella, 65 per una dozzina di fazzoletti di lino, 35 per la tintura di un tailleur e sempre 35 per la pulitura delle volpi bianche. Una gardenia costava 3,60, le pantofole dei bambini sette lire, due il sapone, 12,50 una dozzina d’uova, 7,25 un chilo di zucchero, tre lire un biberon e una peretta di gomma. Intanto se gli uomini rispondevano all’appello della mobilitazione generale e si recavano al fronte, dopo un breve addestramento, spettava invece alle donne rimaste a casa a rimboccarsi le maniche per affrontare la vita con questa nuova emergenza che si chiamava guerra. Cominciava così per le italiane una nuova vita di coraggioso arrangiarsi. Venne persino utile – scrive la Borghese – quella pubblicazione rurale che era “L’agenda della massaia rurale”. Da essa s’insegnava come trasformare un angolo di giardino in pollaio, come si poteva essere econome nei mangimi, come si allevavano i pulcini, fra bottiglie di acqua calda e cuscini di piume e poi come si uccidevano i polli, si allevavano i conigli e si conservavano le pelli.
Come si economizzava sul combustibile, come si preparava il sapone, con la potassa caustica e il grasso non salato, come infine si seminava l’orto di guerra piantando cavoli e indivia al posto della petunia e aglio e pomodori al posto della verbena e delle dalie”
Ci s’ingegnava, persino, nel fare la marmellata con i petali di rosa e come si conservavano le uova per l’inverno. E ciò che non si sapeva, o non si riusciva ad apprendere, s’inventava.
Si scuoteva forte la panna dentro una bottiglia per formare, dopo un po’, meravigliose palline di burro e si mettevano i sali tamerici di Montecatini a bollire, in un bacile di rame ben stagnato, per formare degli splendenti cristalli di sale.
Le ultime vacanze la famiglia milanese sfollata le faceva ai bagni “Ro-Ro” di Fiumetto, mentre la mamma ricordava l’ultima gita all’estero, nel luglio del 1939, a Ginevra.
L’orizzonte si restringeva al paese, alla famiglia, all’orticello di guerra, dove si cercava di far crescere persino il tabacco. Un’operaia scrisse: “Mentre i nostri fratelli soldati combattono da prodi noi lavoriamo in silenzio come voi volete (al Duce) per la Patria e la Vittoria”. (Riccardo Alfonso)

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Historia magistra vitae

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 agosto 2019

La locuzione latina, è tratta da una frase più ampia nell’opera “De Oratore” di Cicerone. È una descrizione che Cicerone dà della storia, affermandone la fondamentale importanza per la sua funzione ammaestratrice. Oggi dopo oltre 2000 anni da quelle parole mi chiedo se ha ancora senso conservare e coltivare la memoria del passato rinfrescandola, di tanto in tanto, dopo gli studi fatti da studente. Ricordo che avevo in uggia quei passi della storia che il maestro prima e il professore poi mi imponevano di imparare a memoria dai nomi dei sette re di Roma agli imperatori del sacro romano impero alle guerre d’indipendenza che hanno costellato tutto il XIX secolo. Eppure oggi sono riconoscente della loro insistenza se non altro perché mi hanno offerto più di un’occasione per un approfondimento e una riflessione di merito. Oggi la mia libreria composta da oltre 3500 volumi almeno un centinaio di essi parla di storia. In questo lungo percorso che ci avvicina all’uomo antico, al suo affanno evolutivo, alla sua ricerca del vero significato della vita, ai suoi conflitti spirituali che sovente si confondevano con un amaro primato della forza in luogo della ragione e della tolleranza e ancora più dell’amore per il prossimo e la stessa natura, ho imparato una cosa che ritengo fondamentale: a convivere con le idee altrui, a cercare di comprenderle anche se non le condivido. Ho imparato ad essere paziente nel ricercare senza clamori e intolleranze di alcun genere a speculare sulle ragioni della diversità perché ritenevo che il mio essere nel giusto non potevo considerarlo assoluto ma suscettibile di un continuo esame critico, e confidavo che gli altri, che non la pensavano come me, facessero altrettanto. Questo modo di procedere ha finito con il dare un senso al mio presente e a guardare negli occhi dei giovani quella speranza per un futuro migliore a dispetto dei loro padri e nonni, per la loro incapacità di trasmetterla concretamente. (Riccardo Alfonso)

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