Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 15

Posts Tagged ‘pensioni’

Istat: 36,3% pensionati sotto 1.000 euro

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 gennaio 2020

Secondo i dati resi noti oggi dall’Inps, al quinto con redditi pensionistici più alti va il 42,4% della spesa complessiva ed il 36,3% dei pensionati percepisce un reddito mensile inferiore a 1000 euro.”La disuguaglianza è un problema irrisolto di questo Paese di cui dovremmo vergognarci” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Il dato di oggi si somma a quello dei giorni scorsi, secondo il quale il reddito totale del 20% delle famiglie più abbienti è più di sei volte quello del 20% delle famiglie più povere, un valore che colloca l’Italia tra i peggiori d’Europa” prosegue Dona. “Considerati i diritti acquisiti dei pensionati, l’unica via per arginare il fenomeno è avere un Fisco più equo, rispettoso dell’art. 53 della Costituzione, ossia del criterio della capacità contributiva e della progressività del sistema tributario” conclude Dona.

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Pensioni: Quota 102? Anief: è una polpetta avvelenata

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 gennaio 2020

In Europa si va in pensione a 63 anni e senza penalizzazioni. In Italia a 67 e con un sistema che per le nuove generazioni prevede come assegno al massimo la metà dell’ultimo stipendio. Basta riforme sulla pelle dei contribuenti. La politica riduca i costi e scorpori dall’INPS tutte le uscite non legate alla previdenza.Il leader del sindacato autonomo rigetta senza se e senza ma il modello di revisione di anticipo pensionistico allo studio del Governo, che vorrebbe elevare da 62 anni a 64 anni la soglia minima per lasciare il lavoro, con una assurda ulteriore riduzione dell’assegno pensionistico per il passaggio all’intero sistema contributivo: “Invece di allinearci alle uscite dal lavoro di Paesi a noi vicini come la Francia, dove il pensionamento scatta a 62 anni senza decurtazioni con ha confermato il presidente Emmanuel Macron quando ha annunciato il ritiro del progetto di legge che voleva innalzarlo a 64 anni, da noi si rimane fermi a 67, con la possibilità che diventino anche di più. Non solo, si vuole ora concedere un leggero anticipo in cambio di un conto salatissimo: perché chi accetta si vedrebbe tagliato di un terzo i contributi versati durante la propria vita lavorativa”“Il nuovo anticipo pensionistico su cui starebbe lavorando il Governo è una polpetta avvelenata, perché rispetto a Quota 100 contiene una doppia grave penalizzazione: innalza da 62 anni a 64 anni la soglia minima d’accesso e riduce fortemente l’assegno di quiescenza, poiché ricalcolato esclusivamente con il sistema contributivo”: è questa la risposta di Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, alla volontà dell’esecutivo di introdurre una sorta di “Quota 102”.L’ipotesi su cui si sta lavorando è quella di introdurre una nuova età anagrafica minima a 64 anni, anziché i 62 attuali. Si starebbe anche ragionando su un ricalcolo per intero delle pensioni future con l’esclusivo sistema di calcolo contributivo, quindi totalmente in base ai contributi versati dal lavoratore tagliando così fuori tutti coloro che hanno diversi lustri da farsi considerare con il sistema retributivo più conveniente.“Riteniamo la proposta offensiva per i lavoratori italiani – commenta il presidente del sindacato autonomo Anief – perché si sta semplicemente tentando di poterli mandare in pensione sempre più tardi e con assegni quasi dimezzati rispetto a chi ha lasciato l’attività lavorativa solo pochi anni fa. Invece di agire legislativamente sulla riforma Fornero, si stanno strategicamente escogitando dei modelli di anticipo irricevibili: un lavoratore con oltre 35 anni di contributi ha pieno diritto di andare in pensione, senza essere per questo vessato da norme inique. L’assegno di coscienza non deve prevedere ricalcoli perdere e i gli attuali 62 anni minimi di ‘Quota 100’ non vanno toccati”.“È bene anche – continua il sindacalista autonomo – che la Commissione tecnica sulla previdenza, che secondo la Legge di Bilancio 2020 si dovrà costituire entro fine mese per rivedere i lavori gravosi oggi limitati a 11, allarghi al più presto le categorie da considerare come tali. Prevedendo come gravoso anche l’insegnamento a tutti i livelli, non solo quello della scuola dell’Infanzia, come del resto indicato più recenti indagini scientifiche sullo stress da lavoro correlato, partendo dal fatto che stiamo parlando di una professione particolarmente incline a determinare stress e burnout, oltre il fatto che in Italia abbiamo personale docente più vecchio al mondo. Chi insegna in Italia dovrebbe andare in pensione a 58 anni e con l’80 per cento dell’ultimo stipendio, con una tassazione agevolata al 20% come in Germania dove però a fine carriera si guadagna persino il doppio”.

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Torna l’attacco alle pensioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 gennaio 2020

Il dibattito intorno alla sostenibilità del sistema pensionistico si è riacceso in questi giorni e sono molteplici le iniziative e le dichiarazioni in materia. Tavoli tecnici, commissioni di presunti esperti e di ben collaudate e fedeli parti sociali dovranno trovare la quadra per riuscire ancora una volta a rimettere mano al sistema previdenziale senza che i cittadini e i lavoratori siano in grado di reagire. È la riproposizione del principio della rana bollita, si immerge una rana nell’acqua fredda e questa non si ribellerà perché vi si troverà bene, poi si scalderà lentamente l’acqua e la rana comincerà ad abituarsi alla nuova temperatura fino a che l’acqua diverrà bollente e la rana verrà bollita senza accennare ad alcun tentativo di fuga.La scadenza per mettere mano alle pensioni, secondo gli studiosi attuariali che incrociano tassi di natalità e aspettative di vita, è fissata al 2022 in concomitanza con la fine prevista di quota 100, e così si comincia fin d’ora a preparare il terreno. Proposte di ogni genere, allarmistiche statistiche predisposte all’occorrenza, grida elettorali in strenua difesa del pessimo esistente saranno lo scenario in cui ci troveremo nei prossimi mesi con l’unico reale obbiettivo di affossare definitivamente il sistema previdenziale pubblico e far fiorire i fondi pensionistici privati e/o di categoria. Insomma quanto sta accadendo in Francia non fa alcun effetto ai nostri incalliti riformatori.Molti si chiedono come la vera e propria rivolta sociale che sta attraversando la Francia ormai da molto tempo, prima con i gilet gialli e poi con le manifestazioni sindacali, non abbia avuto alcun riverbero nel nostro Paese. Molti, a ragione indicano nelle complicità sindacali di Cgil Cisl e Uil la ragione di questa assenza. Ma va detto che le complicità non si sono limitate a far passare senza colpo ferire le peggiori riforme pensionistiche d’Europa da 30 anni a questa parte, ma hanno consentito che ai lavoratori italiani fosse scippata la possibilità di opporsi con le armi necessarie agli sfaceli che in tema di pensioni, ma anche di lavoro, di diritti, di tutele si andavano compiendo rispettando e favorendo gli appetiti del capitale e i diktat dell’Unione Europea. I nostri fratelli francesi hanno imbracciato l’arma dello sciopero e la stanno utilizzando a piene mani per contrastare la riforma Macron, le manifestazioni e i blocchi stradali sono all’ordine del giorno ormai da circa due anni.Il nostro paese ha invece subito uno spaventoso arretramento nelle dinamiche del conflitto che è stato pressoché impedito attraverso una normativa sul diritto di sciopero che lo ha reso sostanzialmente inefficace quando non direttamente impraticabile e con le norme penalmente rilevanti introdotte per reati “di lotta” come l’occupazione di fabbriche o aziende, i blocchi stradali ecc. attraverso quei decreti sicurezza che qualche credulone aveva immaginato sarebbero stati immediatamente cancellati dal nuovo governo PD/M5S.Vorremmo ricordarlo a quanti si sono girati dall’altra parte quando in più riprese e da tempo abbiamo segnalato, con lotte e scioperi non a chiacchiere, il precipitare di una involuzione democratica e l’acutizzarsi dell’apparato repressivo delle lotte e del conflitto e che oggi fanno il tifo per le manifestazioni francesi sui social.USB non ha mai creduto che si fosse alla “fine della storia”, noi riteniamo che ci siano comunque le condizioni per riaprire un ciclo di lotte che, a partire dalle tutele del lavoro, della previdenza, del diritto all’abitare, alla salute e al salario possa riportare anche in Italia milioni di lavoratori a lottare. È tempo di uscire di casa.

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Scuola – Pensioni: a breve la circolare Miur con la scadenza delle domande

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

È imminente l’emanazione della circolare del Miur con la definizione dei dettagli e le indicazioni per la cessazione dal servizio per l’anno scolastico 2020-2021 per gli insegnanti e il personale ATA che cesseranno il servizio dal 1° settembre prossimo. La circolare Miur definirà le scadenze delle domande sia di cessazione sia di proroga in servizio. Il personale docente e Ata dovrà presentare la domanda di cessazione dal servizio mediante l’apposita funzione di Polis; a tal proposito, si ricorda a tutti di registrarsi o di controllare le credenziali per l’accesso, successivamente si potrà completare la procedura con l’inoltro telematico all’Inps. Per i requisiti per l’accesso alla pensione scuola si confermano quelli dello scorso anno, compresa la cosiddetta “pensione quota 100”. Sono confermati fino al 2026, per effetto del decreto-legge 4/2019 convertito nella Legge 28 marzo 2019 n. 26, i requisiti contributivi e di età anagrafica attualmente previsti, senza ulteriori incrementi legati all’aumento della c.d. “speranza di vita”. “Come sindacato – ha spiegato Marcello Pacifico, presidente Nazionale Anief – “Quota 100” è trattamento definito “al limite del ricatto”, verso chi ha lavorato una vita e ora, a un passo dal traguardo, si trova a pagare un pegno. Tanto più che quella dell’insegnante è una professione complessa e gravosa. Chi opera nella scuola è sottoposto a uno stress psico-fisico derivante dal rapporto diretto con gli studenti. È un lavoro usurante, non solo per chi insegna nei nidi e nella scuola dell’infanzia: anche i docenti della primaria e della secondaria dovrebbero poter accedere all’Ape Social”. E avere la possibilità di lasciare il servizio, senza decurtazioni, a 62, 63 anni, come avviene ancora oggi in Europa. Basti pensare a cosa avviene nella vicina Francia, con un milione e mezzo di persone in piazza contro la riforma pensionistica che ha in mente il presidente Macron. Riforma che, se passasse in toto, modificherebbe il sistema pensionistico, lasciandolo comunque migliore, più equo e conveniente di quello italiano”.

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Pensioni: In Francia si va a 62 anni con 30% in più di assegno, eppure proteste a oltranza

Posted by fidest press agency su sabato, 7 dicembre 2019

Non si fermerà la contestazione della piazza francese contro il progetto di riforma delle pensioni di Emmanuel Macron: lo promettono i sindacati, il giorno dopo la grande risposta all’appello, con un milione e mezzo di persone scese in oltre 250 strade e piazze, mentre trasporti, scuole, raffinerie e servizi rimanevano fermi. Sui contenuti della riforma pensionistica francese, comunque, c’è ancora molta incertezza: non è chiaro, ad esempio, se si tenterà di elevare l’età pensionabile, oggi a 62 anni; come non vi sono indicazioni dettagliate sull’innovativo sistema a punti che il Governo vorrebbe introdurre per il versamento di tutti i contributi previdenziali. L’Italia guarda con attenzione all’evolversi della situazione. E anche i nostri sindacati. Perché anche se il Governo francese alla lunga dovesse spuntarla, riuscendo ad approvare la riforma, il sistema pensionistico transalpino rimarrebbe di gran lunga più equo e conveniente del nostro.
“La verità – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – è che in Italia le politiche previdenziali da attuare erano altre: bisognava incentivare il trattenimento in servizio, dando facoltà a chi è più in forze e a chi è più motivato di rimanere. Non certo ritardando coattivamente chi ha versato regolari contributi anche per 40 anni e oltre, applicando pure decurtazioni incostituzionali. Vale la pena ricordare che con la riforma Fornero si è introdotto un regime previdenziale, il contributivo, che sminuisce ulteriormente, fino a quasi il 10%, gli assegni di pensione. Altrove stanno provando ora a fare qualcosa in quella direzione, ma non è detto che poi prendano invece altre strade”.Potrebbe cambiare assetto il sistema pensionistico francese. La prossima settimana, il primo ministro “Edouard Philippe, concluse le consultazioni con i partner sociali, annuncerà le grandi linee della riforma, che al momento non sono ancora note. Da fonti vicine al governo trapela la volontà di fare concessioni per isolare l’ala dura della protesta, in particolare sulla data di entrata in vigore delle nuove regole. Dall’altra, l’Eliseo ha fatto sapere che Macron è “calmo e determinato nel portare a termine la riforma”, sebbene restino “importanti margini di negoziato”, ha sottolineato la portavoce del governo, Sibeth Ndiaye. Per sabato è in programma una nuova manifestazione dai contorni ancora incerti”. L’obiettivo dei manifestanti francesi e quello di far tornare il Governo sui suoi passi, proprio come accadde nel 1995. Ammesso che si elevi l’età di pensionamento dei cittadini francesi, non si arriverà di certo ai severi parametri imposti dalla riforma Monti-Fornero che ha alzato l’asticella a 67 anni per tutti i lavoratori, tranne alcune professionalità considerate gravose (ma lasciandone diverse fuori, come l’insegnamento). Il risultato di questa politica restrittiva ha portato la nostra Penisola a detenere il non invidiabile record dei docenti con l’età anagrafica più avanzata in Europa, come di recente riportato dal Conto annuale pubblicato dal Mef e anche dall’ultima indagine internazionale sull’insegnamento e l’apprendimento TALIS (Teaching and Learning International Survey) per il 2018, con due docenti italiani su tre che hanno ormai oltre 50 anni. Ma la forbice esistente tra il trattamento francese rispetto a quello italiano non è solo nell’accesso, oggi anticipato di cinque anni. La differenza è anche nell’assegno di quiescenza, che deriva da un regime complessivo peggiore e dalle rallentate progressioni di carriera tipiche del nostro Paese, in particolare nel comparto pubblico. Ne consegue che, sempre per rimanere nell’esempio della scuola, un docente francese pensionato percepisce in media il 30% in più di un insegnante italiano: dall’ultimo rapporto Eurydice, pubblicato pochi mesi fa, risulta infatti che in Francia i maestri della primaria appena assunti percepiscono quanto i colleghi italiani (tra le 22mila e le 23mila euro lorde), ma quando vengono collocati in pensione i francesi prendendo oltre 10mila euro in più (44.500 euro contro 33.700 euro). Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, ricorda che “a distanza di otto anni dalla riforma Monti- Fornero, le rigidità imposte da quel provvedimento non hanno avuto uguali in diversi altri Paesi a noi vicini. Se prendiamo come riferimento il prossimo anno, l’età pensionabile dei lavoratori italiani figura all’apice. E seguendo il canovaccio della Fornero, nel corso dei prossimi anni l’età di pensionamento salirà ancora, raggiungendo e superando i 70 anni”.

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Codici: dalla Cassazione un “aiuto” per la pensione

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 dicembre 2019

Novità importante per i liberi professionisti. Una sentenza recente della Corte di Cassazione ha reso possibile la ricongiunzione dei contributi della gestione separata Inps nelle casse professionali. Una notizia che farà felici quei lavoratori che, non avendo una cassa di appartenenza e non essendo dipendenti, hanno versato i contributi nel fondo dell’Istituto, incontrando poi dei problemi al momento di cambiare occupazione nel trasferimento dei contributi maturati, magari cumulati soltanto per quanto riguarda gli anni. “La sentenza della Cassazione apre scenari importanti – dichiara l’avvocato di Codici Marcello Padovani – la ricongiunzione dei contributi rende meno lontana la pensione. D’ora in avanti sarà infatti possibile chiamare nella Cassa anche i contributi della gestione separata, raggiungendo così i pensionamenti tipici dei vari ordinamenti mantenendo al tempo stesso il metodo di calcolo della Cassa, senza dover ricorrere alla conversione al metodo contributivo. Ci stiamo attivando per fornire assistenza a quei lavoratori che, grazie ai contributi della gestione separata, riuscirebbero a raggiungere in anticipo il pensionamento. Il nostro consiglio è di presentare comunque la domanda e di non scoraggiarsi di fronte ad un’eventuale risposta negativa. È infatti possibile ricorrere al contenzioso giudiziario ed a quel punto potranno contare sul sostegno di chi, come Codici, è pronto a tutelarli”. Per richiedere informazioni o chiarimenti sulla ricongiunzione dei contributi, con il trasferimento dalla gestione separata Inps, è possibile contattare l’Associazione Codici al numero 06.5571996

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La riforma delle pensioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2019

E’ un tema che appassiona gli italiani, ma ben pochi ne intravedono una soluzione che sappia contemperare gli interessi di parte da quelli generali del Paese. E a questo punto ci chiediamo se non valga la pena pensare che una risposta è possibile solo se cerchiamo di averla non seguendo le linee convenzionali ma vi aggiungiamo un qualcosa di diverso e di più creativo. In altri termini pensiamo allo studio condotto dai centri Fidest già da qualche anno a questa parte e che a detta degli esperti del settore è da considerarsi interessante, ma poco praticabile. Chi lo dice, ovviamente, o teme il nuovo o ha solo fatto finta di aver letto il progetto. In primo luogo il discorso di fondo che si sono posti gli estensori di questo studio è che se vale ancora la pena ancorarci a dei limiti anagrafici stabilendo con la bilancia del farmacista che solo a 60 anzi a 63, meglio a 65 o a 70 anni si può andare in pensione e con la variabile delle pensioni di anzianità che in qualche modo aprono la finestra ai meno “vecchi”, sia pure con una penalizzazione delle loro rendite. E’ un meccanismo farraginoso e sempre più stonato con una realtà fatta da un continuo innalzamento della speranza di vita e di migliori condizioni fisiche generali di coloro che si avviano alla terza e alla quarta età. E se guardiamo lungo tutto il tratto della nostra esistenza dalla scuola all’età lavorativa e fino a quella conclusiva ci accorgiamo che il problema dell’occupazione ha le sue variabile anagrafiche ben precise e che sovente le alteriamo spingendo taluni giovani ad impieghi sedentari e di poco o scarso impegno intellettuale pur avendo i requisiti per fare altro, mentre sovraccarichiamo di pretese quelli che giovani non lo sono più e potrebbero continuare il loro impegno con altre attività. E si fa un esempio classico: la vita sportiva di un giocatore di calcio fin dove ci conduce? A 35 o al massimo a 40 anni e poi deve necessariamente attaccare gli scarpini al chiodo, ma nello stesso tempo nessuno lo considera un pensionato da relegare alle regolari sedute nelle panchine dei giardini pubblici delle nostre città. Possono sentirsi ancora giovani pur facendo un altro lavoro. Ecco perché si pensa che allorché si entra in una fascia d’età biologica da cinquantenni è giusto che per essi vi possano essere alternative di lavoro meno attive. Ed è questo il punto. Pensiamo al poliziotto che è assegnato alle volanti. A 40 anni gli può stare ancora bene, ma a 50 è possibile lasciarlo in servizio con un lavoro amministrativo e a 60 utilizzarlo in un altro modo ancora. A 70 può rendersi ancora utile in part-time coprendo quelle tipiche carenze negli uffici durante le vacanze dei colleghi, un’assenza per malattia e quanto altro fino al dattilografo negli uffici giudiziari. E questo è solo un piccolo accenno di un grande progetto che tutti sulla carta mostrano interesse ma che molti temono: hic sunt leones. (Riccardo Alfonso)

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Di Maio e governo tutelino pensioni italo-venezuelani

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 ottobre 2019

“Il ministro Di Maio intervenga per tutelare le centinaia di pensionati, quasi tutti cittadini italiani, che si vedono negare il sacrosanto diritto alla pensione, chiedendo il rispetto dell’accordo bilaterale stipulato tra Italia e Venezuela, disatteso da ben 4 anni dallo stato del presidente Maduro”.Così il senatore di Fratelli d’Italia, Giovanbattista Fazzolari, responsabile nazionale del programma di FdI, in un’interrogazione al ministero degli Affari esteri sulla questione della mancata erogazione delle pensioni da parte dell’istituto di previdenza venezuelano.“La ‘Convenzione bilaterale di sicurezza sociale’ tra Italia e Venezuela, firmata nel 1988 ed esecutiva dal 1991, dispone che le prestazioni in denaro dovute da uno Stato contraente saranno corrisposte integralmente e senza alcuna limitazione ai titolari che risiedono nel territorio dell’altro Stato contraente o in uno Stato terzo. Purtroppo, dal dicembre del 2015 risultano interrotte le erogazioni dovute agli italiani residenti in Venezuela dall’istituto di previdenza venezuelano. Una situazione che colpisce la sicurezza sociale delle persone interessate, spesso pensionati che non dispongono di altro reddito, ma anche l’Italia costretta a gestire una vera e propria crisi sociale, che interessa centinaia e centinaia di persone, molto spesso cittadini italiani”. “Per questo Fratelli d’Italia chiede al ministro Di Maio ed al governo di adottare qui necessari provvedimenti per ristabilire la legalità e garantire alle centinaia di pensionati italo-venezuelani il godimento della propria pensione”, conclude il senatore di FdI.

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Pensioni Anief: fa bene il Governo a non cedere all’Ue

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 giugno 2019

Dinanzi alla possibilità concreta che ad inizio luglio la Commissione europea sanzioni l’Italia per via del debito pubblico, il Governo gialloverde mette le mani avanti: non solo Quota 100 è confermata, come ha ribadito oggi il premier Giuseppe Conte, ma si intende mettere ancora mano alla riforma previdenziale facendo scendere le pensioni di anzianità a 41 anni. Marcello Pacifico (Anief): Ci sono delle professionalità, come quelle che operano nella scuola, che non possono continuare a rimanere in servizio dopo i 60 anni di età. L’anno scorso, abbiamo formalizzato questa richiesta nella Legge di Bilancio con una serie di emendamenti che avrebbe permesso l’accesso e la decorrenza del trattamento pensionistico di vecchiaia o di anzianità secondo le regole precedenti alla legge Fornero, oltre a collocare la professione docente tra quelle a carattere gravoso.
“Sulla legge Fornero siamo solo all’inizio. La lettera dell’Ue ci dice che abbiamo sbagliato a iniziare a smontarla e ad approvare ‘quota 100’. Io rispondo educatamente che siamo solo all’inizio perché l’obiettivo è quota 41”, ha detto il vicepremier Matteo Salvini a Foligno. “Andare in pensione dopo 41 anni di fabbrica, di negozio o di ospedale – ha sottolineato il leader della Lega – mi sembra il minimo. Quindi sarà un bel confronto tra due prospettive diverse, di vita”. Secondo Anief, la proposta che il vicepremier Matteo Salvini intende attuare, anticipando l’uscita dei lavoratori con 41 anni di contributi, è il minimo che si possa fare. “Ricordiamo a chi si indigna – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – che in Europa l’insegnante lascia in media a 63 anni, con Francia e Germania che offrono la possibilità di andare in pensione con 27 anni di contributi accumulati e senza particolari decurtazioni. Non si tratta di fare delle concessioni, ma solo di accordare il diritto alla pensione, dopo avere accumulato oltre 40 anni di contributi, e di ammettere una volta per tutte che vi sono delle professioni, come quelle che si svolgono a scuola, particolarmente stressanti. Anche l’Oms ha confermato questo, descrivendo di recente il burnout, tipico malessere cronico che si riscontra nei lavoratori della scuola, come una sindrome che conduce allo ‘stress cronico’ impossibile da curare con successo”.

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Scuola ‘Quota 100’: ok solo per 7.544 domande su 17 mila

Posted by fidest press agency su sabato, 1 giugno 2019

Anief chiede di far accedere anche i 7 mila docenti che terminano il Fit. È in dirittura d’arrivo l’accordo sul Contratto collettivo nazionale che regolerà per il prossimo triennio le utilizzazioni e le assegnazioni provvisorie del personale scolastico. Durante l’incontro svolto il 29 maggio si evince che il problema numero uno da risolvere rimane la possibile apertura del Miur ai tanti docenti che stanno seguendo il percorso di formazione, il cosiddetto Fit: potranno partecipare alle operazioni di mobilità annuale? Questo è un punto posto sul piatto del tavolo di contrattazione tra sindacati e Ministero e che dovrà essere sciolto. Per Anief non vi sono dubbi: l’esclusione sarebbe discriminatoria, dopo l’approvazione dell’ultima legge di stabilità che ha cambiato le regole della formazione iniziale.Sulle utilizzazioni e assegnazioni provvisorie del personale della scuola non si sarebbe giunti ad una risposta univoca su diverse importanti questioni, come l’assegnazione provvisoria all’interno del comune di titolarità, qualora fosse diviso in due distretti, ma anche la conferma della possibilità di ottenere la mobilità su posto di sostegno agli alunni disabili anche per i candidati docenti di ruolo privi di specializzazione. Tutti i nodi da sciogliere, spiega la rivista Orizzonte Scuola, con molta probabilità saranno affrontati in modo definitivo il prossimo 4 giugno. Anief ricorda che il contratto dei candidati insegnanti ammessi al terzo anno Fit comporta lo stesso lavoro di chi sta superando l’anno di prova, assunto da GaE o da concorso ordinario. Ne consegue che i predetti docenti non godono delle tutele contrattuali previste per i colleghi assunti a tempo indeterminato, anche se, a tutti gli effetti, risultano in periodo di prova e formazione come gli altri docenti assunti da GaE e da graduatoria di merito 2016. Sulle motivazioni di questo differente trattamento non si hanno informazioni sicure. “L’unica certezza è che il vincolo per l’accettazione della richiesta di assegnazione provvisoria – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – dovrebbe rimanere quello dello svolgimento del periodo di prova. Superato questo periodo, chiamato anche di ‘straordinariato’, riteniamo che tutti i docenti a gli Ata abbiano pieno diritto ad accedere ai trasferimenti di sede e anche alle utilizzazioni ed assegnazione provvisorie di durata annuale. Introdurre dei paletti è ingiusto, perché discrimina dei lavoratori che, anche per i giudici, italiani e non, hanno identici doveri e diritti rispetto a chi è assunto a tempo indeterminato”.Per Anief è un ritardo intollerabile. In questo modo potrebbero rimanere scoperte altre 10 mila cattedre da coprire con la mobilità o le assunzioni in ruolo. Inps procede immediatamente. È deluso chi pensava che fosse poco più di una formalità la validazione delle pratiche delle 17 mila richieste per andare in pensione con l’anticipo Quota 100, formulate nei mesi scorsi dai lavoratori della scuola: ad oggi, ad anno scolastico quasi al capolinea, risultano acquisite solo 7.544 domande, ossia il 36% del totale. Secondo le informazioni fornite dalla rivista Orizzonte Scuola, si tratta di 1.458 unità di personale Ata; 123 dirigenti scolastici; 5.875 docenti; appena 56 insegnanti di religione cattolica e 32 educatori. Risulta, infine, una difformità sul territorio, soprattutto per le province più grandi. Marcello Pacifico (Anief): Non è tollerabile questo procedere a rilento, perché le domande sono state presentate da mesi e i posti che si libereranno a settembre è bene che siano da subito disponibili sia per mobilità del personale di ruolo che per le assunzioni dei precari. Anief ritiene ingiustificato il via libera, in media, da parte dell’Inps, ad uno solo dipendente della scuola su tre che ha aderito alla formula ‘Quota 100’, quindi con almeno 38 anni di contributi e 62 di età, introdotta con l’ultima legge di Bilancio dal Governo M5S-Lega. “I posti che si libereranno – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – devono essere tutti utilizzabili sia per le operazioni di mobilità, ad iniziare dagli imminenti trasferimenti, passando per utilizzazioni ed assegnazioni provvisorie, sia per le immissioni in ruolo”. Il giovane sindacato ricorda, a questo proposito, che in ogni caso nella prossima estate vivremo un ulteriore incremento dei posti vacanti e disponibili, i quali andranno ad aggiungersi ai tanti già privi di titolare; basti pensare agli oltre 50 mila di sostegno, a quelli fintamente inseriti in organico di fatto, ma anche ai quasi 33 mila restituiti dagli Uffici scolastici lo scorso anno dopo che le convocazioni per le immissioni in ruolo erano andate praticamente deserte, più alcune decine di migliaia di pensionati che andranno via con i requisiti previsti dalla riforma Fornero. “Per fare fronte a questi numeri in aumento – conclude il sindacalista autonomo – è bene che nei prossimi giorni il Miur si convinca a riaprire da subito le GaE, in modo da utilizzare i tanti docenti abilitati ma che invece, relegati come sono oggi nelle graduatorie di una manciata di istituti, rischiano di rimanere al palo, perdendo supplenze annuali e anche la possibilità di essere immessi in ruolo. Senza dimenticare il pericolo fondato del caos organizzativo, visto che tante delle oltre 150 mila supplenze annuali da assegnare a settembre verranno molto probabilmente affidate solo dopo svariati tentativi”.

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Unione Naz. Consumatori su Inps e ricalcoli per 5,6 mln di pensioni

Posted by fidest press agency su domenica, 14 aprile 2019

L’Inps ha annunciato ora che, a seguito dell’entrata della Legge di bilancio 2019 è stata effettuata una seconda operazione di rivalutazione e che le posizioni interessate dal ricalcolo sono circa 5,6 milioni.”Una vergogna! E incredibile che ora i pensionati con più di 1.523 euro siano costretti, in pratica, a restituire i soldi avuti in più, per colpa di un sistema di rivalutazione iniquo, che penalizza anche chi ha pensioni basse, solo perché superiori a 3 volte il trattamento minimo” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “La responsabilità non è dell’Inps, ma del Governo che, nonostante la sentenza della Corte costituzionale n. 70 del 2015, ha deciso di spillare ancora soldi ai pensionati, peraltro con un sistema che, non essendo per fasce di importo, rispetta ancor meno il principio di proporzionalità” conclude Dona. (n.r. E i sindacati cosa fanno? E i pensionati? Possibile che siamo giunti ad accettare passivamente senza una reazione forte? Non siamo, forse, alla vigilia delle elezioni europee? Ebbene la democrazia ci offre un’arma potente nelle mani degli elettori: si deve andare a votare per penalizzare quelle forze politiche che oltre a decurtare le pensioni già modeste tentano maldestramente di dividere il popolo dei pensionati: divide et impera. E bisogna ricordare, in questo frangente, che gli “assenti hanno sempre torto”.)

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Reddito di cittadinanza e pensioni valgono anche per gli italiani all’estero?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 marzo 2019

L’on. Fitzgerald Nissoli, in occasione della “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, recante disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni”, ha presentato due emendamenti tesi a venire incontro alle esigenze degli italiani all’estero.In particolare, l’on. Nissoli ha chiesto, in tali emendamenti, che anche gli iscritti all’Aire che “ristabiliscono la residenza anagrafica sul territorio nazionale possono accedere, dopo sei mesi di residenza continuativa, al reddito di cittadinanza ed alla pensione di cittadinanza, se in possesso dei requisiti richiesti.” Inoltre, l’on. Nissoli ha previsto forme convenienti di riscatto dei contributi versati all’estero, fuori dagli accordi bilaterali di sicurezza sociale.
“Auspico – ha dichiarato l’on. Nissoli – che la maggioranza di governo mostri sensibilità verso gli italiani all’estero e voti favorevolmente questi due emendamenti.”

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Scuola: Quota 100, l’eccesso di burocrazia danneggia i 17 mila “quota 100”

Posted by fidest press agency su martedì, 5 marzo 2019

Da un’analisi realistica dell’iter di pensionamento anticipato, dopo la bassa adesione del comparto alla proposta per via dell’eccessiva riduzione dell’assegno di quiescenza, ora emerge il problema che l’Inps potrebbe non fare in tempo a “lavorare” le richieste. All’orizzonte poi spunta la possibilità di non poter coprire con il turn over le cessazioni del servizio, mentre in assenza della riapertura delle GaE, nonostante un esercito di 150 mila docenti abilitati alla professione, anche quest’anno andranno deserte la maggior parte delle immissioni in ruolo: a sfumare potrebbero essere ben 75 mila contratti, affidati ancora una volta ai precari, mentre la maggior parte delle 50 mila maestre estromesse dalle GaE sarà licenziata, per colpa dell’incapacità di chi amministra il Miur. Anief, pertanto, conferma lo sciopero dell’8 marzo e i ricorsi in tribunale. Anche per confermare le immissioni in ruolo ottenute con riserva pure dopo il superamento dell’anno di prova. Marcello Pacifico (Anief): la disorganizzazione sta producendo troppe incertezza, così si pregiudica il servizio.Il governo ha investito tanto sulla quota 100. Ora, però, i risultati rischiano di essere molto al di sotto delle aspettative. Prima di tutto perché, almeno nella scuola, le domande presentate sono la metà della metà di quelle che si attendevano: appena 17 mila. Adesso si scopre che l’Inps potrebbe anche non fare in tempo a “lavorare” le richieste.
L’allarme è stato lanciato in queste ore da La Repubblica, secondo cui uno slittamento dei tempi per “insegnanti, amministrativi, tecnici e ausiliari” significherebbe “saltare l’unica finestra d’uscita a loro disposizione, quella del primo settembre prossimo. E, pur avendo i requisiti quest’anno, di fatto pensionarsi solo nel settembre del 2020. Intrappolati dalla burocrazia”.
“Le motivazioni per questo allarme – scrive ancora il quotidiano – sono tutte tecniche. Figlie di una mai completata trasmigrazione delle storie contributive da Inpdap a Inps, quando i due istituti si sono fusi. Ecco dunque che chi ha potuto dare un’occhiata in questi giorni al fascicolo previdenziale sul sito Inps lo ha trovato incompleto. Non c’è traccia dei contributi versati negli anni ‘80-‘90 e precedenti. Un problema. Perché per recuperare i dati bisognerà ricorrere ai provveditorati o alle singole scuole. Senza, l’Inps non potrà accertare il possesso dei requisiti. E sarà costretta a respingere la domanda di pensionamento anticipato”.Dal Miur hanno fatto sapere in modo “chiaro che fino al 10 maggio tutti gli sforzi saranno concentrati su quanti hanno fatto domanda di pensione con i requisiti ordinari entro dicembre. Poi inizierà l’esame delle posizioni di quota 100, da ultimare sette giorni dopo, entro il 17 maggio. Un termine imposto da Inps. Ma che il ministero non si impegna ad osservare, viste le criticità. Con il rischio concreto, quindi, di far posticipare di un anno, al 1° settembre 2020, l’uscita dal lavoro di diverse migliaia di lavoratori.
Come se non bastasse, nella scuola ci sarà presto da fare anche i conti con l’emergenza precariato: “i 35 mila pensionamenti – scrive Tuttoscuola – lasceranno vacanti altrettanti posti o cattedre distribuite in vario modo sul territorio nazionale e nei diversi settori del sistema”.

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Scuola: Quota 100, solo 6 mila domande

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 febbraio 2019

Siamo molto lontani dai 50 mila attesi, perché qualche anno di anticipo comporta la percezione a vita di un assegno più basso. Marcello Pacifico (Anief): Il pre-prepensionamento è davvero troppo penalizzante. Perché ti manda in pensione a 62 anni con 38 di contributi anche con poco più di mille euro al mese. Ciò malgrado si tratti di un lavoro usurante ed il personale scolastico meriti di accedere all’Ape Social. Per comprendere i meccanismi di calcolo della riduzione dell’assegno con quota 100 è possibile rivolgersi a Cedan S.r.l.s.: c’è tempo fino alle ore 23.59 del 28 febbraio.

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Pensioni, previsti tagli di solidarietà nel decreto su Quota 100

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 febbraio 2019

Pensioni, previsti tagli di solidarietà nel decreto su Quota 100 Mentre al Senato continua la discussione sul cosiddetto Decretone di conversione in legge del dispositivo su pensione Quota 100 e Reddito di cittadinanza – nella giornata di oggi dovrebbe scadere il termine per la presentazione degli emendamenti – tra le novità di inizio anno che hanno riguardato le pensioni ci sono anche i tagli di solidarietà e i nuovi scaglioni per l’adeguamento all’inflazione. Misure su cui vale la pena fare il punto di quella che è ora la situazione.
Per quanto riguarda il contributo di solidarietà, contenuto nella Legge di Bilancio 2019, dovrebbe scattare a marzo e riguarda, in ogni caso, le pensioni superiori ai 100mila euro lordi l’anno, con risparmi previsti per 76,1 milioni di euro. Secondo le stime, queste sono in pagamento a non più di 24mila persone. Per l’operatività, si è in attesa di un chiarimento da parte dell’Inps, anche con indicazioni su come verrà effettuato il prelievo nei mesi di gennaio e febbraio, e sulle modalità di prelievo sulla parte retributiva. In ogni caso, occorrerà attendere la versione finale del cosiddetto Decretone, su Quota 100 e reddito di cittadinanza, per l’operatività. Secondo la Legge Bilancio, come si legge anche nell’inserto dedicato alle Pensioni del Sole 24 Ore, «nei prossimi cinque anni le pensioni elevate saranno ridotte di un’aliquota del 15% per la parte eccedente i 100mila euro e fino a 130mila, al 25% sopra i 130mila sino a 200mila, al 30% sopra i 200mila fino a 350mila, al 35% sopra i 350mila fino a 500mila, e oltre i 500mila al 40%». Ma in nessun caso le pensioni colpite possono scendere sotto i 100mila e sono escluse le pensioni liquidate con il sistema contributivo, «per esempio dopo una operazione di totalizzazione». In ogni caso, «secondo una interpretazione diffusa, al momento non smentita dal Governo, sono escluse le pensioni erogate dalle Casse dei professionisti». L’altro cambiamento riguarda il meccanismo di perequazione automatica dei trattamenti pensionistici, che, sempre con la legge di Bilancio 2019, ha visto l’introduzione di una modifica, con il passaggio dai cinque scaglioni di indicizzazione, che erano stati previsti nella legge di Stabilità 2014, validi fino a dicembre 2018, a sette scaglioni. Si tratta di una misura di salvaguardia che vale per il triennio 2019-2021. Il meccanismo attuale prevede che la rivalutazione delle pensioni, l’adeguamento all’inflazione, avvenga in maniera piena, al 100%, solo per gli assegni di importo più basso, non superiore cioè a tre volte il trattamento minimo (fino a 1522,26 euro). Man mano che l’importo cresce, l’adeguamento viene effettuato solo in parte, con percentuali che variano in base agli scaglioni. In sostanza, come ricapitola l’inserto del Sole 24 Ore, se la prestazione pensionistica è fino a tre volte il minimo l’adeguamento all’inflazione è al 100% e la rivalutazione effettiva è dell’1,10%, se è oltre 3 fino a 4 volte il minimo l’adeguamento è al 97% e la rivalutazione effettiva del 1,07%, oltre a 4 fino a 5 volte adeguamento al 77% e rivalutazione effettiva al 0,85%, oltre a 5 fino a 6 volte adeguamento al 52% e Rivalutazione effettiva al 0,57%, oltre a 6 fino a 8 volte adeguamento al 47% e Rivalutazione effettiva al 0,52%, oltre a 8 fino a 9 volte adeguamento al 45% e Rivalutazione effettiva al 0,50%, oltre a 9 volte adeguamento al 40% e rivalutazione al 0,44%. Per quanto riguarda l’iter del disegno di legge di conversione del decreto-legge 4/2019 in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni, la Commissione Lavoro del Senato prosegue, questa settimana, l’esame. L’Aula esaminerà il testo nella settimana dal 19 al 21 febbraio. Francesca Giani by Farmacista33)

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Scuola – Pensioni quota 100: prevale lo scetticismo

Posted by fidest press agency su martedì, 22 gennaio 2019

Il Consiglio dei Ministri ha finalmente approvato il “decretone” su reddito di cittadinanza e su quota 100: al di là degli entusiasmi espressi dal Governo, da parte del personale della scuola, l’interesse per accedere al pensionamento anticipato sarebbe debole. Rispetto all’adesione prevista di 70.000 insegnanti, più altre migliaia di Ata e dirigenti scolastici, quelli che effettivamente aderiranno a quota 100, per lasciare il servizio il 1° settembre prossimo, saranno molti di meno. “Tra i lavoratori della scuola le domande attese”, entro il prossimo 28 febbraio, “sono circa 10.000 – ha scritto in queste ore Orizzonte Scuola -. A scoraggiare potrebbe essere l’assegno più basso che si percepirà aderendo a Quota 100”. Ma anche l’assegnazione ritardata di buona parte del Tfr, visto che solo 30 mila euro verrebbero corrisposti subito. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Comprendiamo le perplessità del personale, perché ammesso anche che la penalizzazione non superi il 16%, si tratta comunque di tagli considerevoli: su un assegno mensile di 1.600 euro, si scenderebbe a meno di 1.350 euro. Significa che in un anno si perdono oltre 3 mila euro netti. Stiamo parlando di una professione fortemente usurante, per via dello stress psico-fisico derivante dal diretto contatto con gli alunni. Questo lavoro va collocato tra quelli usuranti, a tutti i livelli, non solo per chi opera nei nidi e nella scuola dell’infanzia. Se in Europa si lascia la professione a 63 anni un motivo ci sarà, oppure gli altri Paesi fanno un regalo alla categoria?

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Scuola E P.A.: Pensione anticipata, 70 mila docenti e Ata potrebbero lasciare a settembre con quota 100

Posted by fidest press agency su martedì, 15 gennaio 2019

“Lo so che dobbiamo fare anche quota 41 e ve lo prometto: abbiamo iniziato con quota 100 ma abbiamo 5 anni davanti”: così il vice-premier e Ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha risposto a chi lamentava l’esclusione dal decreto sul pre-pensionamento con maxi-finestra predisposto dal governo e che, assieme al reddito di cittadinanza, giovedì dovrebbe arrivare in Consiglio dei Ministri per l’approvazione normativa dopo quella finanziaria arrivata con la Legge di bilancio 2019 di fine dicembre. L’Esecutivo giallo-verde avrebbe anche introdotto una norma che permette al personale della scuola di accedere a quota 100 con la prossima finestra estiva: “per i lavoratori della scuola la data ultima per la presentazione della domanda, solo per il 2019, potrebbe essere il 28 febbraio”, scrive Orizzonte Scuola. Ciò “permetterebbe di non compromettere le normali operazioni di avvio dell’anno scolastico 2019/20, a partire dalla costituzione degli organici”. Infine, nella bozza in approvazione è indicato che “per il personale del comparto Scola ed AFAM si applicano le disposizioni di cui all’articolo 59, comma 9, della legge 27 dicembre 1997, n. 449”. Ovvero “che la cessazione dal servizio ha effetto dalla data di inizio dell’anno scolastico e accademico, con decorrenza dalla stessa data del relativo trattamento economico nel caso di prevista maturazione del requisito entro il 31 dicembre dell’anno”. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Certamente si apre una grande finestra per il personale della scuola, il più vecchio al mondo, ma la penalizzazione fino al 16% dell’assegno non rende merito a una categoria usurata dallo stress psico-fisico del lavoro svolto, tenuto in conto invece dal contesto europeo dove a 63 anni si va in pensione col massimo dei contributi. È possibile ricorrere con l’associazione europea Radamante per l’accertamento del credito del 2,69% per il Tfs negli anni 2011 e 2012 in favore dei dipendenti pubblici in pensione.

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Pensioni: Fp Cgil, con quota 100 disparità intollerabile tra pubblico e privato

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 gennaio 2019

“Una disparità intollerabile. Propagandavano la riforma della legge Fornero, hanno finito col peggiorare le norme relative ai dipendenti pubblici con un trattamento differenziato rispetto ai lavoratori del privato”. Così la Fp Cgil Nazionale commenta le anticipazioni relative al provvedimento ‘quota 100’, e ai riflessi sul lavoro pubblico, che il governo dovrebbe approvare nel corso di questa settimana, annunciando che “sono già in corso verifiche sulla legittimità del provvedimento, in attesa di avere un testo definitivo, visto che il governo non discute con nessuno, tiene fuori il Parlamento e le parti sociali, agendo in maniera autoritaria”. Secondo quanto si apprende, infatti, osserva la categoria dei lavoratori dei servizi pubblici della Chil, “‘quota 100’ sarà differita per chi lavora nel pubblico, con la prima finestra disponibile a luglio e con un preavviso, per chi vorrà usufruirne, di sei mesi. Ma soprattutto ai dipendenti pubblici che andranno in pensione con ‘quota 100’ o in pensionamento anticipato, il trattamento di fine rapporto verrà corrisposto ‘al momento in cui il soggetto avrebbe maturato il diritto alla corresponsione’. Tradotto: per alcuni dei circa 140 mila dipendenti pubblici interessati dal provvedimento c’è il rischio concreto che aspettino anche fino a 8 anni per avere ciò che gli spetta, la liquidazione”.
Per la Funzione Pubblica Cgil, inoltre, “c’è poi confusione sull’intervento delle banche per l’erogazione anticipata del Tfr. Gli oneri per gli interessi saranno o meno a carico dell’interessato? Da come pare essere scritta la norma, gli interessi saranno a carico dei lavoratori. E in ogni caso ‘quota 100’, correlata alla possibilità di farsi anticipare la liquidazione dalle banche, creerà un’evidente discriminazione verso tutti coloro che andranno in pensione ordinariamente e che continueranno a dover subire gli attuali, intollerabili, termini di pagamento. Dovevano cambiare la Fornero e dovevano valorizzare il lavoro pubblico e invece, senza ascoltare chi quei lavoratori rappresenta, non faranno altro che peggiorare le norme, con l’assurdità di far pagare alle lavoratrici e ai lavoratori gli interessi su ciò che spetta loro di diritto”, conclude la Fp Cgil.

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Pensioni: no a blocco rivalutazioni, è incostituzionale!

Posted by fidest press agency su domenica, 23 dicembre 2018

Secondo quanto riportato nel documento sulla manovra inviato a Bruxelles, il raffreddamento delle indicizzazioni sulle pensioni porterà nelle casse dello Stato 2,2 miliardi in tre anni.”Il Governo chiarisca subito dove intende prendere i soldi” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”No, comunque, al blocco delle rivalutazioni! Sarebbe una palese violazione della sentenza della Corte costituzionale n. 70 del 2015 che aveva già bocciato un provvedimento analogo, il decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201″ prosegue Dona.”La Consulta ha confermato il diritto del pensionato ad una prestazione previdenziale adeguata e alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite. In caso contrario sarebbero violati l’art. 36, primo comma, l’art. 38, secondo comma, l’art. 2. e l’art. 3, secondo comma della Costituzione. No, quindi, al blocco delle indicizzazioni per chi ha una pensione superiore a 3 volte il trattamento minimo” prosegue Dona.”Diverso è il discorso del contributo di solidarietà, che la sentenza della Consulta n. 173 del 2016 ha consentito, purché incida solo sulle pensioni davvero d’oro, rispetti il principio di proporzionalità, sia comunque una misura una tantum, contingente, temporanea e temporalmente già circoscritta” conclude Dona.

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Manovra: Taglio delle pensioni ai poliziotti

Posted by fidest press agency su domenica, 23 dicembre 2018

“E’ ridicolo chi va sul palco con la felpa della Polizia, poi scende e umilia le forze dell’ordine, la loro storia tagliando le pensioni dei poliziotti nella Manovra di bilancio”. Lo scrive in un comunicato il senatore del Pd, Bruno Astorre.
“Come denuncia il Silp Cgil, con il maxiemendamento alla legge di bilancio si bloccano gli adeguamenti dei pensionati dal 2019 e quindi le pensioni di tutti gli operatori delle forze di polizia. Una scelta vergognosa che è un vero e proprio schiaffo a chi ha dedicato una vita allo Stato e ha rischiato spesso la vita, e adesso si trova di fatto con una nuova tassa imposta da Di Maio e Salvini, che la mattina indossa la felpa e il pomeriggio mette le ganasce alla vita di migliaia di uomini ai quali – conclude Astorre – va sempre il ringraziamento per quanto hanno fatto al servizio delle nostre comunità”.

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