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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Posts Tagged ‘anarchia’

Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 gennaio 2021

In questi giorni i venti di una crisi “al buio” soffiano forte in tutte le direzioni rischiando di fare mulinello. C’è chi pensa che la colpa sia dell’antipolitica. Non direi. L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il pericolo, semmai, è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia in specie ora che alcuni esponenti politici hanno pensato di fondare partiti personali con il risultato di accrescere la diffidenza dei cittadini. Questa tendenza rischia d’indebolire la democrazia e di spianare il passaggio verso la dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia. Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come accadeva quando l’onorevole Antonio di Pietro era in parlamento vi fossero, come asseriva, a fargli compagnia “150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro, per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare”. E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo: come è stata la legge elettorale denominata “porcellum” dal suo stesso ideatore e oggi si tende di contrabbandarla con altri più sofisticati e forse anche suggestivi nomi per continuare a favorire gli abusi e gli interessi personali. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario poiché toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Se diciamo, infatti, il 60% degli elettori, vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete”. (Riccardo Alfonso)

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La giustizia che non si vuole riformare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 agosto 2020

Quante volte abbiamo sentito dai nostri politici che è loro intenzione portare avanti una seria riforma della giustizia? Tante, tantissime sino al punto di aver perso il conto delle volte che questa fatidica parola è stata pronunciata. Qualcuno ingenuamente potrebbe chiedersi e chiedere perché non si riesce nell’intento? A costoro potremmo addurre non una ma decine di ragioni ma per contenere la risposta al nocciolo potremmo dire che fa comodo soprattutto a chi si prende beffa della giustizia e può fare i suoi comodi certo che nella mala parata vi sarà, alla fine del percorso processuale, nei suoi vari gradi di giudizio, una provvidenziale prescrizione per decorso dei termini. In questo modo abbiamo due cammini giudiziari dove il primo non riesce a colpire i super dotati di poteri politici e clientelari e l’altro che fa scendere la sua mannaia sul povero Cristo che è finito sotto i suoi ingranaggi per aver rubato un tozzo di pane per fame. Il primo avrà nella peggiore delle ipotesi un processo lungo fino alla prescrizione e l’altro sarà condannato per direttissima. Si aggiunge poi alla beffa lo scorno quando un solerte poliziotto che arresta un borseggiatore in flagranza di reato lo porta in commissariato per le misure di competenza. Il solito ingenuo mi dirà: sarà processato per direttissima e condannato con tanto di pena, ed invece no. Si prendono i suoi estremi e viene rilasciato nel giro di poche ore. Così è probabile che lo stesso poliziotto se lo rivedrà in giro per continuare a commettere lo stesso reato, se non peggio.
Oggi sta diventando molto rischioso persistere con questo andazzo perché la gente è arcistufa di una giustizia ad orologeria e finisce con il prendersela proprio con chi nella filiera giustizia è il più esposto, ovvero il poliziotto. Dove abbiamo imparato che la giustizia è una cosa seria? Probabilmente sul pianeta Marte. Ma la giustizia, per chi lo avesse dimenticato è davvero una cosa seria, anzi serissima e allora perché non la facciamo funzionare? Qui non si tratta di ledere i diritti della difesa e i doveri dei magistrati tra giustizialismo e garantismo ma significa semplicemente che quando nella convivenza civile si stabiliscono delle regole o si rispettano sino in fondo, senza sconti partigiani, o si dichiara forfè e si scade nell’anarchia. Cosa vogliamo fare? (Riccardo Alfonso)

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Democrazia allo sfascio: Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 luglio 2020

L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come accadeva quando l’onorevole Antonio di Pietro era in parlamento vi fossero, come asseriva, a fargli compagnia “150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro, per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare”. E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo: come è stata la legge elettorale denominata “porcellum” dal suo stesso ideatore e oggi si tende di contrabbandarla con altri più sofisticati e forse anche suggestivi nomi per continuare a favorire gli abusi e gli interessi personali. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario poiché toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Se diciamo, infatti, il 60% degli elettori, vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete”. (Riccardo Alfonso)

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REINER SCHURMANN, Dai principi all’anarchia

Posted by fidest press agency su martedì, 8 ottobre 2019

La pubblicazione, nel 1982, di Dai principi all’anarchia (ampliato nell’edizione inglese del 1986, che qui si ripropone, nella splendida traduzione di Gianni Carchia) ha segnato una svolta nell’interpretazione del pensiero di Heidegger e, conseguentemente, di tutta la storia della metafisica occidentale. Se si volesse compendiarne drasticamente in una formula la novità, si potrebbe dire che all’interpretazione di destra di Heidegger, come il pensatore che ha restituito all’essere la sua aura originale, e a quella democratica, che vede in lui l’iniziatore di una decostruzione infinita della tradizione, Schürmann sostituisce un’interpretazione risolutamente anarchica. Accanto e al di là dell’essere come principio della storia epocale dell’occidente sta ora un puro, astorico venire alla presenza, che non fonda né principi né epoche. All’originale, in cui ogni epoca dell’occidente ha cercato il suo fondamento, si contrappone l’originario, un’insorgenza anarchica che non ha storia né destino. Corollario di questa svolta anarchica è che quel che nel nostro tempo giunge alla sua fine non è il pensiero, ma solo la storia epocale dei principi: al di là di questa, si aprono una politica e un pensiero liberati dalla «vigilanza dei principi», in cui per gli uomini, non più «animali razionali», ma semplicemente «mortali», diventa per la prima volta possibile rispondere alla domanda «Che fare alla fine della metafisica?». (Giorgio Agamben) Traduzione di Gianni Carchia Euro 28,00 560 pagine. Neri Pozza editore.
Reiner Schürmann (1941-1993) fu professore di filosofia alla New School for Social Research a New York. Direttore della facoltà di filosofia alla New School for Social Research di New York fino alla sua morte, fu autore di altri notevoli lavori filosofici, tra i quali Meister Eckhart e la gioia errante e l’imponente Des Hégémonies brisées (pubblicato postumo nel 1996).

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REINER SCHURMANN: Dai principi all’anarchia

Posted by fidest press agency su sabato, 20 luglio 2019

La trama: Apparso per la prima volta in Francia nel 1982, riscritto e ampliato nell’edizione inglese del 1987, questo libro di Reiner Schürmann è una limpida, originale e sistematica al tempo stesso, interpretazione del pensiero di Heidegger, alla ricerca di una risposta alla domanda: Che fare alla fine della metafisica? Ponendo al centro della sua indagine il rapporto fra teoria e pratica nell’epoca in cui la razionalità metafisica ha esaurito la sua storia, l’autore analizza ciò che accade quando il «pensiero» non garantisce più un fondamento razionale alla conoscenza e, per converso, l’«agire» non può più adattare le proprie condotte – pubbliche e private – a un tale fondamento. Sulla scorta dei testi heideggeriani, Schürmann mostra come la tecnologia moderna conduca a termine una storia cominciata con gli antichi Greci. Se la nostra è, dunque, l’epoca in cui tramontano i principi, si tratta di prepararsi ad un futuro nel quale non si potrà più fare appello al pensiero per legittimare la prassi commisurandola a qualche principio o a qualche «arche»: il pensare e l’agire diventeranno letteralmente «an-archici». Traduzione dall’inglese di Gianni Cerchia Euro 19,00 448 pagine
REINER SCHÜRMANN (1941 – 1993) fu professore di filosofia alla New School for Social Research a New York. Direttore della facoltà di filosofia alla New School for Social Research di New York fino alla sua morte, fu autore di tre notevoli lavori filosofici: Meister Eckhart e la gioia errante, Il principio dell’anarchia, Heidegger e la questione dell’agire e, infine, l’enorme lavoro Des Hégémonies brisées (pubblicato postumo nel 1996). Muore di complicazioni causate dall’AIDS il 20 agosto 1993 a New York. Neri Pozza editore.

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Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come affermava l’onorevole Antonio di Pietro che oggi, ovvero al suo tempo, in Parlamento siedono 150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro, per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare.
E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo occorre un impegno costante e una severa vigilanza.
E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario poiché toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Se diciamo, infatti, il 60% degli elettori, vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete. (servizio fidest)

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Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 febbraio 2018

L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come afferma l’onorevole Antonio di Pietro che in Parlamento erano seduti 150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro, per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario poiché toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Se diciamo, infatti, il 60% degli elettori, vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete. (Riccardo Alfonso)

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Il rigetto per un’idea di capitalismo pigliatutto

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 settembre 2017

capitaliIl capitalismo di stampo statunitense sta mostrando tutti i suoi limiti entro e fuori i suoi confini. Questa sua continua interferenza negli affari interni degli altri stati e nella pretesa di volerli tenere sotto tutela in nome di una libertà viziata da interessi legati alle lobby affaristiche, condizionata dal cinismo e dall’avidità, sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. E’ un potere che trasforma in carta straccia gli accordi internazionali, il rispetto della dignità umana, la volontà di quanti vorrebbero una società dal volto umano.
Gli Stati Uniti tendono a proiettare l’immagine di una società dove la politica è suddita dei poteri forti e se tende a condizionarli è spazzata via senza tanti complimenti. E’ un paese che è incline a ripiegarsi su se stesso, con le sue contraddizioni, con le sue lotte intestine, con i frutti della violenza data da una cultura dell’avere sull’essere che comporta l’imbarbarimento della società e la caduta dei suoi valori fondanti.
E’ una classe politica che ha trovato la sua Caporetto nell’avidità dei suoi membri. Un tutto condizionato dal dio denaro.
Per il dio denaro ogni sacrificio è degno di rispetto e la lotta diventa spietata perché se si è ricchi non basta, bisogna averne di più e se si è poveri si diventa automaticamente dei perdenti.
Questo modello di società se ci appaga nel presente non sembra trovare spazio nel futuro. Le tensioni sociali che provocano, l’allargarsi della schiera di chi ne esce sconfitto, la depressione che ingenera per una vita vissuta nel vuoto e la caducità degli ideali che s’infrangono lungo la scogliera degli interessi partigiani, delle congreghe malavitose, dei comitati d’affari che favoriscono gli arrampicatori sociali, cinici e spietati, hanno raggiunto il loro punto di rottura ed ora siamo arrivati alla resa dei conti. Alla consapevolezza che non è più premiante la logica dell’avere che costantemente e inesorabilmente umilia quella dell’essere. Ed è anche una questione culturale se si pensa che chi studia, lavora, ricerca è spesso estraneo al mondo dell’avere e ciò facendo diventa un soggetto fuori al circuito degli interessi economici e finanziari di una società sempre più proiettata alla spinta di una prosperità fine a se stessa. Se questi parametri non s’invertono la prospettiva di un imbarbarimento del sistema diventa concreta e con essa la violenza e l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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Anarchia o dittatura: Tertium non datur?

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

montecitorio

L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come accadeva quando l’onorevole Antonio di Pietro era in parlamento vi fossero, come asseriva, a fargli compagnia “150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro, per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare”. E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo: come è stata la legge elettorale denominata “porcellum” dal suo stesso ideatore e oggi si tende di contrabbandarla con altri più sofisticati e forse anche suggestivi nomi per continuare a favorire gli abusi e gli interessi personali. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario poiché toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Se diciamo, infatti, il 60% degli elettori, vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere così importante gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete”. (Riccardo Alfonso)

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Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 agosto 2017

elezioniL’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come affermava l’onorevole Antonio di Pietro, al tempo in cui era segretario di partito, siedono 150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare.
E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo: come la legge elettorale denominata “porcellum” dal suo stesso ideatore e il finanziamento pubblico ai partiti che non tiene conto delle spese effettive ma va oltre favorendo in tal modo gli abusi e gli interessi personali, dobbiamo trasformare la chiamata alle urne come un castigamatti che incominci a penalizzare quei partiti che hanno ciurlato nel manico per ottenere, per lo meno, l’azzeramento di quella componente che i movimenti politici non sono riusciti ad estirpare. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario in quanto toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Infatti se, diciamo, il 60% degli elettori vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete. (Riccardo Alfonso)

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Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su martedì, 17 aprile 2012

L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come afferma l’onorevole Antonio di Pietro che oggi in Parlamento siedono 150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare.
E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo: come la legge elettorale denominata “porcellum” dal suo stesso ideatore e il finanziamento pubblico ai partiti che non tiene conto delle spese effettive ma va oltre favorendo in tal modo gli abusi e gli interessi personali, dobbiamo trasformare la chiamata alle urne come un castigamatti che incominci a penalizzare quei partiti che hanno ciurlato nel manico per ottenere, per lo meno, l’azzeramento di quella componente che i movimenti politici non sono riusciti ad estirpare. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario in quanto toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Infatti se, diciamo, il 60% degli elettori vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Liberismo berlusconiano e anarchia capitalista

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 dicembre 2010

Rosario Amico Roxas in risposta ad un commento su Il Secolo d’Italia del  10.12.2010 si chiede: “Chi mi da una chiave liberale alle due scottanti affermazioni di Fini?? 1) Fini disse : “Chi crede che da qui alla fine della legislatura si potranno tagliare le imposte per le famiglie e per le imprese evidentemente crede a Babbo Natale”. Forse invece del Tea Party è stato al De Pretis Party. Poi ha parlato di tassare i risparmi: “La tassazione delle rendite finanziarie – ha detto il fondatore di Fli – non è né di destra né di sinistra”. Io aggiungerei, non è neanche liberale!!!” “Io non sono berlusconiano – precisa Rosario –  e non intendo difenderlo,voglio solo analizzare le frasi che ha detto Fini (Bocchino ha detto che si definiscono liberali). Bisogna riuscire a capire la profonda differenza esistente tra liberalismo ( da cui “liberale”) e l’attuale liberismo berlusconiano che sfocia nell’anarchia capitalista. In atto esiste un vero e proprio muro di gomma a difesa dei grandi patrimoni finanziari, proprio quelli che producono ricchezza finanziaria ma improduttiva e parassitaria, non generano nessun posto di lavoro, non promuovono il progresso e lo sviluppo, non sostengono la ricerca, non garantiscono la sicurezza nel posto di lavoro. Secondo le nuove teorie degli economisti il «neoliberismo» si distinguerebbe dal capitalismo «liberale» di ieri dal fatto che, mentre rivendica, oggi come ieri, l’utilizzo dello Stato come «capitalista collettivo» al servizio dell’economia nazionale, ripudia lo stato interventista nell’economia privata. Ciò ha come primo risultato lo smantellamento dello stato sociale e la svendita dei servizi pubblici alle imprese private con lo scopo di trasformare, quelli che erano considerati costi sociali, in occasione di sfruttamento e realizzazione di profitti. La privatizzazione neo-liberista non guarda in faccia nessuno: i servizi fondamentali, i trasporti, l’istruzione, la salute l’energia e le telecomunicazioni, tutto ciò che fino a poco tempo fa era considerato, pur se demagogicamente, bene collettivo, viene sottomesso alla logica del mercato. La proposta liberista 3montiana attualmente monopolizzatrice degli intendimenti di questo governo, ha origini remote, attuali quando nacquero ma oggi dichiarate obsolete dall’andamento economico delle nazioni occidentali. Il periodo liberista, iniziato dopo la crisi strutturale degli anni ‘70 e inizio degli ‘80 si caratterizza per la ritornata egemonia della proprietà del capitale sulla sua gestione. Il periodo precedente, entrato in crisi e chiamato “compromesso keynesiano”, è durato pochi decenni. La fase attuale del capitalismo, di ripresa della egemonia di quello che chiamano “finanza” (la finanziarizzazione), presuppone modifiche alla forma della proprietà sul capitale, con il suo trasferimento nelle grandi istituzioni finanziarie, gestite della professionisti specializzati. Con il liberismo 3montiano è in corso la grande operazione del capitalismo: esige la libertà del mercato e nel mercato; sostiene che il mercato si regolamenta da solo; impone le sue regole, le sue alleanza, impone i suoi cartelli per oscurare la concorrenza, provoca la svalutazione della moneta e la rivalutazione dei beni di consumo che vengono “spinti” da compiacenti campagne pubblicitarie, gode della depenalizzazione del falso in bilancio, evade il fisco senza nessun rischio di essere perseguito…..poi arriva la crisi che il capitalismo stesso ha generato…allora si rivolge allo Stato, alle sovvenzioni, agli aiuti e aiutini, finanziamenti, utilizzando il più turpe dei ricatti: i posti di lavoro. O ci date i quattrini oppure licenziamo. Potrebbe fare lo stesso anche la mafia: “interrompete la lotta alla mafia oppure licenziamo gli esattori del pizzo, i killer, i capibastone, i picciotti”. Il paragone è provocatorio ma non blasfemo. Se una azienda come la FIAT, che distribuisce dividenti e, nello stesso tempo, si rivolge alla Cassa integrazione, venisse “socializzata” (non nazionalizzata) e affidata per reparti a cooperative degli stessi operai e impiegati, consorziati fra di loro, con una programmazione produttiva elaborata da tecnici con stipendi “normali”, con partecipazione a parte di utili e incremento di posti di lavoro con il resto, si raggiungerebbero gli scopi qualitativi che l’interesse parassitario degli investitori azionari non hanno. Si tratterebbe di un “capitalismo sociale” incomprensibile in questa italietta, che marcia rapidamente verso l’argentinizzazione dell’economia: grandi capitali in mano a pochissime persone, Stato autoritario, limitazioni delle garanzie costituzionali, mediocrità al governo (così non creano problemi)”. (Rosario Amico Roxas)

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Angeli dell’Anarchia: Donne Artiste e Surrealismo

Posted by fidest press agency su sabato, 26 settembre 2009

angeli anarchiaManchester until 10/1/2010 Art Gallery Mosley Street Angeli dell’Anarchia, prima mostra di rilievo in Europa sulle artiste donne e il Surrealismo, si aprirà questo autunno alla Manchester Art Gallery. Con oltre 100 opere di 33 artiste, la mostra celebra il ruolo cruciale, anche se non pienamente riconosciuto all’epoca, giocato dalle artiste donne all’interno del Surrealismo.  Dipinti, stampe, fotografie, oggetti surreali e sculture di famose artiste internazionali, tra cui Frida Kahlo, Meret Oppenheim, Leonora Carrington e Lee Miller, saranno in mostra accanto a opere di artiste meno conosciute in Gran Bretagna, come Emila Medková, Jane Graverol, Mimi Parent, Kay Sage e Francesca Woodman. La Manchester Art Gallery e’ l’unica sede di questa mostra, che costituisce un’opportunità unica per ammirare insieme le opere di cosi’ tante e significative artiste, molte delle quali in prestito da collezioni internazionali pubbliche e private.  Tra le opere piu’ conosciute e piu’ rappresentative in mostra, troviamo Self-Portrait (The Inn of the Dawn Horse) (1937-38) di Leonora Carrington, e gli oggetti iconici di Meret Oppenheim Gloves with Wooden Fingers (1936) e Squirrel (1973/74). La mostra include inoltre due dei lavori piu’ famosi di Eileen Agar, raramente esposti insieme: Angel of Anarchy (1936-40) e la sua controparte Angel of Mercy (1936).  Alcuni dei lavori in mostra sono stati raramente esposti, come Cast of Lee Miller’s Torso (1942), mentre altre opere di artiste meno note non sono mai state esposte al pubblico prima d’ora, come l’impressionante Mouth with Ear (1973) di Penny Slinger e La Caresse di Josette Exandier (1995).  Accompagna la mostra un ricco catalogo completamente illustrato, curato da Patricia Allmer, curatrice della mostra e Ricercatrice in Storia dell’Arte alla Manchester Metropolitan University. Il catalogo include oltre 100 tavole a colori dei lavori presentati in mostra, insieme a sette saggi di importanti studiosi internazionali nel campo del Surrealismo. Il libro e’ pubblicato dalla Manchester Art Gallery in collaborazione con Prestel Publishing. (angeli in mostra)

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